il povero rompe, occorre farlo tacere con le buone o con le cattive!

fate tacere il povero

o, almeno, il suo odore

di don Cristiano Mauri in Pensiero Artigiano, Vita.

Sfogo semi-immaginario di un povero cristiano perseguitato dal Povero Cristo.
Quel povero va fatto tacere. Subito.

La sua voce è insopportabile e indecente. Rabbonitelo, calmatelo, dissuadetelo. Accontentatelo se non c’è altro modo, dategli tutto quel che chiede.
Non si può vivere con uno così tra i piedi.
Non c’è più verso di metter in fila un discorso, finire un lavoro o godersi una chiacchierata. Con quello che sta sempre a chiedere, sotto agli occhi e in mezzo ai piedi non è più vita! Non è più la mia vita.
Ti sembra una cosa decente? Ma dico li hai visti? E il decoro, dove lo mettiamo il decoro? E l’odore? Uuuh, l’odore!!! Uno schifo.
Cosa ne sarà dell’immagine della nostra città? E la sicurezza? Perché questi poi mica si limitano a essere poveri, che ti credi? Se uno facesse il povero e basta, in fondo… Ma questi poi finisce che si mettono rubare e chissà cos’altro.
Una volta i poveri sì che erano brava gente. Oggi anche i poveri… Non ci si può più neanche fidare dei poveri. Roba da matti.
Basta, bisogna intervenire e senza andare troppo per il sottile. Mi urtano, mi inquietano, mi mettono un’ansia poi! Mi fanno quasi male. Anzi, diciamolo: sono un male.
Sai cosa facciamo? Leviamoli di torno. Ecco sì, mandiamoli via. Tutti. Li prendiamo e li portiamo in un bel posto dove saranno curati, accuditi, lavati, nutriti. Ci sarà pur qualcuno disponibile a fare un lavoro del genere, no? Lo paghiamo bene, certo.
Che ci vuole, dai. Costituiamo un’associazione, magari più di una. Oppure una bella fondazione. Cerchiamo dei finanziamenti, mettiamo giù un bel progetto, una cosa fatta bene. E poi delle strutture – all’avanguardia, certamente – dove possiamo piazzarli. Possibilmente lontano da qui. Ovvio.
Magari in un altro paese. Italiani, stranieri: tutti insieme, certo. Mica che ci accusino di discriminazione. Scherzi? Noi non si vuole discriminare nessuno, solo stare un po’ tranquilli, giusto?
Un momento però, non fraintendermi. A me i poveri interessano, sia chiaro. Io sono un buon cristiano, ci tengo a loro, ci tengo tantissimo e voglio che stiano meglio. Dico tutto questo per loro, mica per altro.
D’altronde cosa pretendi? Che mi metta io a far tutto? Sono forse io responsabile di tutto il male del mondo? Ma poi se ti metti a curarne qualcuno non te ne liberi più. Finisci con uno ed eccone un altro.
Sembra che ti inseguano, che si passino parola. Vengono a scovarti anche quando pensi di esserti perfettamente nascosto. Il povero è una persecuzione.
E io ho già un sacco di altre cose di cui occuparmi. Devo forse passare la vita a curarmi dei poveri? Per certi lavori, oltretutto, ci vogliono dei professionisti, non puoi affatto improvvisare.
Parliamoci chiaro: mi sono sbattuto per costruirmi una posizione, non ho forse il diritto di godermela? E come si fa se ce li hai sempre tra i piedi?
No, non lo so perché mi urtano così, in effetti non me lo spiego. Però mi ricordo quando tutto è cominciato.
Una volta – quando ero ancora ingenuo – feci fare a un senzatetto la doccia in giardino. Dopo la doccia non sembrava più lui. Sembrava… Sembrava me.
Da allora, ogni volta che li vedo è come se mi strappassero da me stesso e mi portassero in un terreno che non conosco, costringendomi a lasciare tutto quello che ho costruito.
Non mi aspettavo che la distanza tra me e un povero fosse lo spazio di una doccia.
Un povero non può essere così vicino. Non voglio essere così vicino alla povertà. Non voglio essere povero. Voglio poter continuare a credere di non essere povero, un povero anch’io!
Fateli tacere, i poveri. Mandateli via. Ne va della mia vita.

Sì il povero fa male, veramente male. Ti strappa via costringendoti a rimanere in esodo dal quel te stesso che ti sei costruito.
Il povero fa male perché ti sbatte in faccia chi sei, come sei, al netto di una doccia, di una manciata di soldi, di un po’ di salute, dell’età, dell’intelligenza… Al netto di tutto ciò che, prima o dopo, puoi sempre perdere.
Li avremo sempre con noi, grazie a Dio. Ed è proprio il caso di dirlo. Li avremo sempre con noi a liberarci da noi stessi per ricordarci chi siamo.
Questa è la prova più vera che il Povero è “presenza reale” di Cristo.
C’è un modo di occuparsi dei poveri che si trucca di Carità ma è solo la maniera elegante per sbarazzarsi di loro, con la scusa di farli star meglio.
Non ci capiti di passare la vita provando, sottilmente, ad allontanare il povero. Finiremmo stoltamente per privarci di Lui.

il commento di p. Maggi al vangelo della domenica

LO RICONOBBERO NELLO SPEZZARE IL PANE

commento al vangelo della terza domenica di pasqua (30 aprile 2017)  di p. Alberto Maggi:

Lc 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

La morte di Gesù ha causato la dispersione, la confusione nel gruppo dei discepoli. Le donne lo vanno in cerca dove lui non sta, il Signore, nel sepolcro, e trovano due uomini che dicono alle donne: “perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Gli uomini invece, i discepoli, vanno verso la storia, verso il passato, in un luogo glorioso d’Israele, che faccia ricordare loro la grande vittoria d’Israele sui popoli pagani. Vediamo cosa ci scrive l’evangelista Luca al capitolo 24, dal versetto 13.
“Ed ecco in quello stesso giorno”, il giorno della risurrezione, “due di loro”, questi loro sono gli apostoli, l’ultimo riferimento era agli apostoli, “erano in camino verso un villaggio di nome Èmmaus”, perché vanno a Èmmaus? Èmmaus è famoso nella storia d’Israele, lo(ne) troviamo le indicazioni nel primo libro dei Maccabei, al capitolo quarto, per una battaglia che Giuda il Maccabeo condusse contro i pagani, sconfiggendoli; fu una grande vittoria e, come c’è scritto in questo primo libro dei Maccabei, “e allora tutte le nazioni sapranno che c’è chi riscatta e salva Israele”. Il messia, che era stato atteso, era colui che avrebbe dovuto riscattare e salvare Israele, e invece Gesù è rimasto sconfitto, lui è stata una grande delusione. Dai vangeli sembra emergere che i discepoli sono più delusi della risurrezione di Gesù, che della sua morte, perché, se Gesù era semplicemente morto, voleva dire che si erano sbagliati. Sorgevano a quel tempo tanti pseudomessia, basta pensare (a) Giuda il Galileo, Teuda, che creavano una massa, che si rivoltava contro i Romani, e finiva sempre in una strage. Ebbene, morto un messia, se ne aspettava un altro. Ma se Gesù è risuscitato, significa che tutti i loro sogni di gloria, appunto di restaurazione, di liberazione d’Israele, di predominio sui Romani, questo si va a finire. Ma vediamo il testo. Quindi “vanno verso Èmmaus, e mentre conversano e discutono insieme, Gesù si avvicina e cammina con loro”, Gesù è il pastore che non abbandona i suoi discepoli. Ma, scrive l’evangelista, “i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. Come mai gli occhi di questi discepoli sono impediti a riconoscerlo? È chiaro, loro guardano verso il passato, e non possono vedere il presente e il futuro, dove Gesù li conduce. “gli disse Gesù”, disse, “che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino? Si fermarono col volto triste e uno di loro di nome Clèopa”, C è l’abbreviazione di Cleópatros, che significa “del padre glorioso, del padre illustre”, che fa comprendere l’atteggiamento, il sentimento di questi discepoli, loro ricercano la gloria del loro popolo. E questo Clèopa si meraviglia dice: “ma sei solo tu? forestiero a Gerusalemme?”, e gli racconta di quello che riguarda Gesù il Nazzareno. Ecco, per loro Gesù era il Nazzareno, Nazzareno significava il rivoltoso, il rivoluzionario, è questo che loro avevamo creduto di seguire: un messia che avrebbe sconfitto i Romani. Ed ecco la delusione “con i capi sacerdoti e le nostre autorità”, è grave che questi discepoli, questi apostoli, definiscono nostre autorità quelli che hanno assassinato il loro maestro. Ed ecco la delusione di cui accennavamo prima: “noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”, ecco la grande delusione: speravano nel messia, invece è morto, e la prova che Gesù non era il messia, è che è morto, perché il messia non sarebbe potuto morire, e quindi la delusione della comunità che aveva riposto tutte le sue speranze in Gesù. Dice: è vero che alcune donne sono andate al sepolcro, “sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo”, ma, con reticenza, non affermano che loro non hanno creduto alle donne, perché le donne non sono testimoni credibili. Scrive l’evangelista: “quelle parole parvero loro come un vaneggiamento”. Ed ecco la risposta di Gesù di fronte a questa incredulità, è una risposta che si traduce in un rimprovero, “«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava”, il verbo bisognava, letteralmente doveva, indica la volontà  di Dio che il Cristo patisse queste sofferenze, “e cominciando da Mosè fino a tutti i profeti spiegò”, o meglio interpretò, “loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a lui”, è importante questo verbo spiegare, interpretare: è il verbo da cui viene il termine tecnico ermeneutica, che cos’è l’ermeneutica? È l’arte o la tecnica di interpretare i testi. Gesù non si limita a leggere i testi di Mosè o dei profeti, o a raccontarli, ma lui li interpreta. Cosa significa questo? Questo è un criterio valido per tutti noi oggi, (significa) che, per leggere la Scrittura, bisogna interpretarla come? Con lo stesso spirito che l’ha ispirata, e qual è questo spirito che ha ispirato la Scrittura? L’amore del creatore per tutte le sue creature: è questo l’unico criterio che consente di comprendere la Scrittura. “quando furono vicini al villaggio”, il villaggio è sempre luogo della tradizione, del passato, quindi loro ancora non comprendono, vogliono andare verso il passato, Gesù mostra di andare più
lontano, loro vanno verso il vecchio e Gesù invece verso il nuovo. I discepoli insistono con Gesù “resta con noi perché si fa sera il giorno ormai al tramonto”, e Gesù, il pastore che non perde le sue pecore, rimane con loro. “quando fu a tavola con loro prese il pane”, e qui l’evangelista ci propone la scena dell’ultima cena, con gli stessi gesti le stesse azioni, “recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”, ricordiamo, per comprendere questo brano, che Luca è l’unico evangelista che, nel momento della cena, Gesù pronuncia le parole “fate questo in memoria di me”, quindi Gesù ripete la sua presenza, la sua memoria. “ed ecco che allora si aprirono loro gli occhi che lo riconobbero”, ecco nel momento che Gesù si manifesta come colui che spezza il pane, la propria vita per i suoi discepoli, loro, i discepoli, lo riconoscono. “Ma egli sparì”, qui veramente il verbo non è sparire, sparire significa scomparire; no, l’evangelista scrive “si rese invisibile”, è qualcosa di diverso, sparire significa che non c’è più, invisibile significa che c’è, ma non si vede. Perché Gesù si rende invisibile? Ce lo dice l’evangelista, alla conclusione di questo brano, “essi narravano”, poi ritornano a Gerusalemme, “ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”. Questo è il messaggio che Luca, l’evangelista, lascia per le comunità e per i credenti di tutti i tempi: Gesù è invisibile, perché si rende visibile ogni volta che la comunità spezza il pane.

 

 

 

 

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

OTTO GIORNI DOPO VENNE GESÙ

commento al vangelo della seconda domenica di pasqua (23 aprile 2017) di P. Alberto Maggi :

Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non  era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Quando leggiamo il vangelo, per comprendere quello che l’evangelista ci vuol trasmettere, dobbiamo sempre prendere le distanze dalle tradizioni e soprattutto dalle immagini pittoriche, con le quali gli artisti hanno inteso tramandare quest’episodio. È  il caso di Tommaso, che viene presentato normalmente, nella storia, come l’incredulo, come colui che mette il dito nelle piaghe del Signore, nelle mani, e soprattutto nel costato come, per esempio, nel bellissimo quadro del Caravaggio, ma dal vangelo nulla di tutto questo, vediamo. Scrivere l’evangelista che “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo”, Dìdimo significa “gemello”. Delle quattro volte, dei quattro momenti che appare Tommaso in questo vangelo, per ben tre, e il numero tre significa “completo”, viene presentato come il gemello, il gemello di chi? È il gemello di Gesù, perché gli assomiglia nel comportamento. In apocrifi si legge che “Tommaso è chiamato il mio idoneo secondo”, ma perché è considerato il gemello di Gesù? Quando Gesù ha annunziato ai discepoli che voleva andare in Giudea, perché Lazzaro, il suo amico, era morto, tutti i discepoli avevano paura, hanno detto a Gesù: ma vai in Giudea, cercavano di ammazzarti. Tommaso è stato l’unico che ha detto: andiamo anche noi a morire con lui. Mentre Pietro voleva morire per Gesù, e finirà  poi per tradirlo, Tommaso no, Tommaso ha compreso che non c’è da dare la vita per Gesù, ma, con lui, bisogna dare la vita per gli altri. Per questo Tommaso viene presentato come il gemello, cioè colui che assomiglia di più a Gesù, e la sua importanza risalta in questo vangelo, perché, per ben sette volte, apparirà il nome suo. Quindi “chiamato Dìdimo, non era con loro”, perché non era con loro? Abbiamo letto, in questo brano, che i discepoli erano a porte chiuse, per paura di fare la stessa fine di Gesù. Ebbene Tommaso, che è il gemello di Gesù, lui non ha paura, non ha paura di morire come il suo maestro. “Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi”, è solo da Giovanni che sappiamo che, per Gesù, sono stati usati i chiodi per crocifiggerlo, “e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»”, letteralmente “io non crederò”. Questa affermazione di Tommaso non va interpretata come una negazione assoluta della risurrezione di Gesù, ma è il desiderio di credere, è un po’ (come) quando noi, nell’italiano, quando ci annunciano una notizia bella, straordinaria, impensata, cosa diciamo noi? “no, non ci posso credere!”, non è che non ci vogliamo credere, ci sembra talmente grande, oppure quando diciamo: “non è possibile, non è vero!”, non è che neghiamo il fatto, è che è troppo bello che ci sembra impossibile. Quindi qui Tommaso non nega la possibilità, ma esprime il suo desiderio ardente di poterla sperimentare. “Otto giorni dopo”, è importante questa indicazione: l’ottavo giorno è il giorno della resurrezione di Gesù, e la comunità dei credenti ha imparato a riunirsi per la celebrazione eucaristica, “Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne”, meglio, letteralmente “viene” “Gesù”, il verbo al presente indica che, ogni volta che la comunità si riunisce, si manifesta la presenza di Gesù, “a porte chiuse, stette in mezzo”, è importante questa indicazione che l’evangelista già ha presentato, che Gesù, tutte le volte che si manifesta ai suoi, si colloca al mezzo. Gesù non si mette al di sopra, non si mette come primo, ma al centro. Cosa significa questo? Significa che tutte le altre persone attorno a lui, hanno la stessa relazione, non c’è qualcuno più vicino a Gesù e qualcuno più distante, qualcuno prima e altri dopo, ma Gesù è al centro in mezzo, e tutti gli altri attorno. “e disse”, e, per la terza volta, Gesù pronuncia “«Pace a voi!»”, non è un augurio, Gesù non dice: “la pace sia con voi”, ma è un dono. Gesù, quando si manifesta, dona sempre questa pace, cioè la pienezza della felicità, e, con essa, il dono dello Spirito, che è capace di prolungare, attraverso gli apostoli, il dono d’amore del Padre all’umanità. “Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!»”, ebbene di fronte a questo invito di Gesù, Tommaso si guarda bene di mettere il dito nelle piaghe del Signore, al contrario, “Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!»”, è la più alta professione di fede di tutti i vangeli, quindi altro che incredulo, Tommaso è il credente perfetto. Giovanni aveva presentato Gesù come colui che era la rivelazione di Dio, e Gesù, a Filippo, aveva detto: “chi ha visto me, ha visto il Padre”, e, sempre Gesù, aveva detto: “quando avrete levato il figlio dell’uomo, allora saprete che io sono”, il nome divino, ebbene Tommaso è il primo tra i discepoli a riconoscere in Gesù la pienezza della divinità, la pienezza della condizione divina, “«Mio Signore e mio Dio!»”. “Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati”, ci sono due beatitudini nel vangelo di Giovanni, strettamente legate con(tra) loro: una, quella nella cena, dopo il servizio che Gesù ha fatto della lavanda dei piedi, quando Gesù dice: “beati se le metterete in pratica”, cioè se (c’è) questo atteggiamento di servizio, e l’altra è questa che è strettamente collegata: l’atteggiamento di servizio permette di sperimentare il Cristo risorto nella propria vita, “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»”. Quelli che, nel tempo, si susseguiranno, non sono svantaggiati, ma anzi sono beati, hanno una fortuna in più. Quel messaggio che ci dà l’evangelista è che non c’è bisogno di vedere per poter credere, ma credere, dare adesione a Gesù, e si diventa un segno che gli altri possono vedere.

un pogrom culturale ingiustificato contro i rom

i rom sono antipatici a quasi tutti

«ed è indubbio che una parte di essi vive nella illegalità»

dice una lettera di Luigi Manconi e altri che chiede:

«questo giustifica un pogrom culturale?»

BULGARIA-MINORITY-ROMA-MARRIAGE-CUSTOMS

Luigi Manconi, sociologo, esperto di diritti umani e parlamentare del Partito Democratico, ha scritto (con altri) una lettera preoccupata sul livello che il razzismo e l’insofferenza nei confronti dei cittadini rom stanno raggiungendo in Italia, per raccogliere adesioni intorno a questa preoccupazione.

I rom sono antipatici a (quasi) tutti: ed è indubbio che una parte di essi vive nella illegalità, commette reati e induce i propri figli all’accattonaggio. Per molti italiani i rom costituiscono il primo motivo di allarme sociale. Tutto ciò può giustificare l’aggressiva mobilitazione anti-zingari oggi in corso nel nostro paese? Una sorta di pogrom culturale ai loro danni? Una minoranza di circa 180mila persone per metà cittadini italiani e per il 60% residenti in abitazioni rischia di rappresentare il capro espiatorio delle ansie collettive, delle frustrazioni sociali e dell’inquietudine per la propria sicurezza.
Oggi i rom, quelli buoni e quelli cattivi, sono tragicamente soli: nessuno sta dalla loro parte e nessuno sembra ricordare che i diritti sono indivisibili. E che negare ai rom le garanzie e le risorse della cittadinanza vuol dire accettare che quelle stesse garanzie e quelle stesse risorse possano venire limitate e compresse nei confronti di noi tutti. Consentire che i rom diventino l’oggetto dell’ostilità sociale e il bersaglio di un vero e proprio meccanismo di degradazione morale significa contribuire a far sì che la nostra società sia sempre più cattiva e ingiusta. Assistere in silenzio a questa mobilitazione dell’odio equivale alla resa verso chi vuole criminalizzare tutta una minoranza per poterla mettere al bando.

Luigi Manconi , Alessandro Bergonzoni, Anna Foa, Gad Lerner, Ermanno Olmi, Moni Ovadia, Santino Spinelli
Per aderire abuondiritto@abuondiritto.it

(Foto: NIKOLAY DOYCHINOV/AFP/Getty Images)

a Napoli un assurdo divieto a p. Zanotelli di pregare nel campo dei rom

il Comune vieta l’ingresso ai religiosi nel campo rom

di ANTONIO DI COSTANZO 

A guidare la delegazione ci sono il padre comboniano Alex Zanotelli, il gesuita Domenico Pizzuti, il pastore valdese Thesie Mueller e quello battista di via Foria Jiame Castellanos. Con loro altri religiosi. Si presentano davanti al cancello del campo rom allestito dal Comune in via del Riposo, ma il vigilante li blocca: «Senza il permesso del Comune non potete entrare». Padre Zanotelli spiega che sono lì per un momento di preghiera, di solidarietà, ma la guardia giurata è irremovibile. Stesso discorso dalla pattuglia della polizia municipale arrivata a controllare i 20 religiosi riunitisi alla vigilia di Pasqua per pregare con i rom nel campo, dove sono stati allestiti container per 73 famiglie, una parte di quelle sgomberate da via delle Brecce.  «Siamo in pochi – dice una rammaricata Felicetta Parisi, collaboratrice di Zanotelli – si va a manifestare contro il razzismo ovunque, si organizzano cortei a Pontida, ma oggi in pochi sono venuti qui per denunciare questa vergogna».

Padre Pizzuti avanza appoggiandosi sul bastone sul marciapiede scalcinato: «Dobbiamo farci sentire, urlare come dice Papa Francesco». L’anziano religioso è amareggiato anche perché i rom non escono dall’accampamento. «Dovete allontanare i giornalisti altrimenti non si avvicinano», dice un agente della municipale. «E la libertà di informare?», ribatte Pizzutti. I manifestanti restano fuori e a nulla valgono i tentativi di coinvolgere i nomadi, neanche quando i pochi giornalisti presenti si allontanano. I rom restano dietro le cancellate, nel centro allestito in via del Riposo che il Comune continua a dire che non è una prigione ma un luogo aperto, anche se l’ingresso è vietato. «Per ragioni di sicurezza » spiegano i vigili urbani, anche davanti a 20 religiosi arrivati per pregare. «Restano lì dentro perché hanno paura, temono ripercussioni », dice Felicetta.

Zanotelli attacca Il Comune:

“I rom in un pollaio, questa sarebbe la città accogliente?”

Padre Zanotelli smorza le polemiche per la scarsa adesione alla manifestazione: «Siamo quattro gatti? Non importa. Siamo quelli che dovevamo essere. Questa era un’iniziativa religiosa, non aspettavamo chi sa chi». Anche se aggiunge: «Il problema rom non è sentito neanche dai credenti, è doloroso constatare che continua il pregiudizio, ma non possiamo accettare che queste persone vengano trattate così». Il missionario è durissimo contro il Comune: «Questo luogo è inaccettabile. È un pollaio, guardate come vivono, sembra proprio un pollaio. Anzi, riprendo la definizione di Amnesty internazional: è un lager. E poi loro sono qui dentro, ma ci sono altre 800 anime sparpagliate, famiglie divise. È inutile che il Comune dica che ha provveduto a 130 persone, non è che si può buttare via la gente così. Sono amareggiato dall’intervento dell’amministrazione cittadina, vorrei sapere anche se quest’area è bonificata o no visto che dicevano che il campo di Gianturco fosse tossico. Perché continuare a spostare i rom di Napoli? Li continuano a trasferire oppure fanno in modo che vadano via: questa è una sorta di mobbing. L’ultimo sgombero l’hanno anticipato di tre giorni per buggerarci. A de Magistris chiediamo che ci sia finalmente una politica per i rom, ci sono in prefettura 16 milioni inutilizzati».

Non serve a smorzare le polemiche una telefonata che arriva a Zanotelli dall’assessore comunale al Welfare, Roberta Gaeta. La preghiera è terminata e il campo è rimasto vietato ai religiosi.

un augurio di buona pasqua con le parole di Tonino Bello

Cari amici,

come vorrei che il mio augurio, invece che giungervi con le formule consumate del vocabolario di circostanza, vi arrivasse con una stretta di mano, con uno sguardo profondo, con un sorriso senza parole!
Come vorrei togliervi dall’anima, quasi dall’imboccatura di un sepolcro, il macigno che ostruisce la vostra libertà, che non dà spiragli alla vostra letizia, che blocca la vostra pace!
Posso dirvi però una parola. Sillabandola con lentezza per farvi capire di quanto amore intendo caricarla: “coraggio”!
La Risurrezione di Gesù Cristo, nostro indistruttibile amore, è il paradigma dei nostri destini. La Risurrezione. Non la distruzione. Non la catastrofe. Non l’olocausto planetario. Non la fine. Non il precipitare nel nulla.
Coraggio, fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti che abusano di voi.
Coraggio, disoccupati.
Coraggio, giovani senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad accorciare sogni a lungo cullati.
Coraggio, gente solitaria, turba dolente e senza volto.
Coraggio, fratelli che il peccato ha intristito, che la debolezza ha infangato, che la povertà morale ha avvilito.
Il Signore è Risorto proprio per dirvi che, di fronte a chi decide di “amare”, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che non rotoli via.
Auguri. La luce e la speranza allarghino le feritoie della vostra prigione.
Vostro don Tonino, vescovo

il vangelo fa paura

settimana santa

la paura del vangelo

di José María Castillo

in “Religiòn digital” – www.religiondigital.com – del 9 aprile 2017

Una delle cose che sono più chiare, nei racconti della passione del Signore che la Chiesa ci ricorda in questi giorni della Settimana Santa, è la paura che fa il Vangelo. Sì, la vita di Gesù ci fa paura. Perché, in fin dei conti, non vi è alcun dubbio che quel modo di vivere – se i vangeli sono il ricordo vero di quello che allora successe – ha portato Gesù a terminare i suoi giorni dovendo accettare il destino più ripugnante che una società possa attribuire: il destino di un delinquente giustiziato (G. Theissen).

  La morte di Gesù non è stata un “sacrificio religioso”. Anzi, si può affermare con certezza che la morte di Gesù, così come la raccontano i vangeli, è stata quanto di più opposto a quello che in quella cultura si poteva comprendere come un sacrificio sacro. Ogni sacrificio religioso, in quel tempo, doveva adempiere a due condizioni: doveva realizzarsi nel tempio (nel sacro) e doveva farsi compiendo le norme di un rituale religioso. Nessuna di queste due condizioni si è verificata nella morte di Gesù. Inoltre, Gesù fu crocifisso non tra due “ladroni”, ma tra due lestái, una parola greca della quale sappiamo che si utilizzava per designare non solo i “banditi” (Mc 11, 17 par; Gv 28, 40), ma anche i “ribelli politici” (Mc 15, 27 par), come segnala Flavio Giuseppe (H. W. Kuhn; X. Alegre). Per questo si comprende che nella sua ora finale e decisiva Gesù si è visto tradito e abbandonato da tutti: dal popolo, dai discepoli, dagli apostoli… Di religioso, l’essere crocifisso non ha nulla, se non i sentimenti dello stesso Gesù. E sappiamo che il suo sentimento più forte è stato la coscienza di vedersi abbandonato persino da Dio (Mt 27, 46; Mc 15, 34). La vita di Gesù si è svolta nella maniera nella quale è terminata: solo, derelitto, abbandonato. Cosa sta a significare tutto questo per noi? La Settimana Santa per noi sta a significare, nei testi biblici che leggiamo in questi giorni, che Gesù è venuto a mettere in discussione la realtà nella quale viviamo. La realtà violenta, crudele, nella quale si impone “la legge del più forte” rispetto alla “legge di tutti i deboli”. Sappiamo che Paolo di Tarso ha interpretato il racconto mitico del peccato di Adamo come origine e spiegazione della morte di Gesù per redimerci dai nostri peccati (Rm 5, 12-14; 2 Cor 12-14). È l’interpretazione cui ricorrono i predicatori, che puntano la nostra attenzione sulla salvezza del cielo. Questo è buono. Ma ha il pericolo di sviare questa nostra attenzione dalla tragica realtà che stiamo vivendo. La realtà della violenza che soffrono i “nessuno”, la corruzione di quelli che comandano e soprattutto il silenzio di coloro che sanno queste cose e le nascondono per non perdere il loro potere, le loro cariche ed i loro privilegi. La bellezza, il fervore, la devozione delle nostre liturgie sacre e delle nostre confraternite ci ricordano la passione del Signore. Ma mette in discussione per noi la durissima realtà che stanno vivendo tanti milioni di esseri umani? Ci ricorda la vita che ha portato Gesù al suo fallimento finale? O ci distrae con devozioni estetiche e tradizioni che utilizzano la “memoria passionis”, il “ricordo pericoloso” di Gesù, per viverlo bene con buona coscienza?  

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articolo pubblicato il 9.4.2017 nel Blog dell’Autore in Religión Digital (www.religiondigital.com ) Traduzione a cura di Lorenzo TOMMASELLI

il Crocifisso e la maggior parte dell’umanità di oggi che vive crocifissa

i crocifissi di oggi e il Crocifisso di ieri

di Leonardo Boff

in “Confini” – http://confini.blog.rainews.it/ – del 12 aprile 2017

 

Oggi la maggior parte dell’umanità vive crocifissa dalla povertà, dalla fame, dalla scarsità d’acqua e dalla disoccupazione. Crocifissa è anche la natura lacerata dall’avidità industriale che si rifiuta di accettare limiti. Crocifissa è la Madre Terra, esausta fino al punto di perdere il suo equilibrio interiore, evidenziato dal riscaldamento globale. Uno sguardo religioso e cristiano vede Cristo stesso presente in tutti questi crocifissi. Per avere assunto pienamente la nostra realtà umana e cosmica, lui soffre con tutti i sofferenti.

La foresta abbattuta dalla motosega significa colpi sul suo corpo. Negli ecosistemi decimati e per l’acqua inquinata, lui continua a sanguinare. L’incarnazione del Figlio di Dio ha una misteriosa solidarietà di vita e di destino con tutto quello che lui ha assunto, con tutta la nostra umanità e tutto ciò che esso implica di ombre e di luci. Il Vangelo di Marco, narra con parole terribili la morte di Gesù. Abbandonato da tutti, in cima alla croce, si sente anche abbandonato dal Padre di misericordia e bontà. Gesù grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? E dando un forte grido, Gesù spirò” (Mc 15,34.37). Gesù non muore perché tutti moriamo. È stato assassinato nel modo più umiliante del tempo: inchiodato ad una croce. Sospeso tra cielo e terra, agonizzò per tre ore sulla croce. Il rifiuto umano può decretare la crocifissione di Gesù, ma non può definire il senso che lui ha dato alla crocifissione che gli fu imposta. Il Crocifisso ha definito il significato della sua crocifissione come solidarietà con tutti i crocifissi della storia che, come lui, erano e sono vittime di violenza, di relazioni sociali ingiuste, d’odio, d’umiliazione dei piccoli e di rifiuto della proposta di un Regno di giustizia, fratellanza, compassione e amore incondizionato. Nonostante il suo impegno solidale verso gli altri e il Padre, una terribile e ultima tentazione invade la sua mente. La grande lotta di Gesù, ora che sta per morire, è con il suo Padre. Il Padre di cui lui ha avuto esperienza con profonda intimità filiale, il Padre che lui aveva annunciato come misericordioso e pieno di bontà, Padre con tracce di madre amorevole, il Padre il cui regno ha proclamato e anticipato nelle sue prassi liberatorie, questo Padre ora sembra abbandonarlo. Gesù passa attraverso l’inferno dell’assenza di Dio. Verso le tre del pomeriggio, minuti prima della fine, Gesù gridò a grandi voce: “Eloì, Eloì, lamá sabacthani: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Gesù è sull’orlo della disperazione. Dal vuoto abissale del suo spirito, esplodono domande spaventose che modellano la tentazione più terribile subita dagli esseri umani e ormai da Gesù, la tentazione della disperazione. Si chiede: “Non era assurda la mia fedeltà? Senza senso la lotta sostenuta, per gli oppressi e per Dio? Non sono stati vani i rischi che ho corso, le persecuzioni che ho sopportato, il processo legale-religioso umiliante in cui sono stato sottoposto alla pena capitale: la crocifissione che sto soffrendo?” Gesù è nudo, indifeso, completamente vuoto davanti al Padre che è in silenzio e così rivela tutto il suo Mistero. Gesù non ha nessun altro a cui aggrapparsi. Per gli standard umani, ha fallito completamente. La stessa certezza interiore svanisce. Anche se il sole è tramontato al suo orizzonte, Gesù continua ad avere fiducia nel Padre. Così grida con voce potente. “Padre mio, Padre mio!” Al culmine della disperazione, Gesù si dona al Mistero veramente senza nome. Egli sarà l’unica speranza oltre qualsiasi speranza. Non ha più alcun sostegno in te
stesso, soltanto in Dio, che si nascondeva. La speranza assoluta di Gesù può essere compresa solo sul presupposto della sua disperazione. Dove è abbondata la disperazione, ha sovrabbondato la speranza. La grandezza di Gesù è quella di sopportare e superare questa tentazione scoraggiante. Questa tentazione lo porterà all’abbandono totale a Dio, una solidarietà senza restrizioni con i fratelli e le sorelle anch’essi disperati e crocifissi nel corso della storia, una spoliazione totale di se stesso, un dedicazione assoluta di se stesso in funzione degli altri. Solo allora la morte è morte e può anche essere completa: la rende perfetta a Dio e ai suoi figli e figlie che soffrono, ai suoi fratelli e sorelle più piccoli. Le ultime parole di Gesù indicano questa consegna, non dimessa e fatale, ma libera, “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). “Tutto è compiuto” (Gv 19,30). Il Venerdì Santo continua, ma non ha l’ultima parola. La risurrezione, come irruzione dell’essere nuovo è la grande risposta del Padre e la promessa per tutti noi.

(per gentile concessione dell’autore pubblichiamo questa meditazione pasquale del teologo brasiliano Leonardo Boff, traduzione di S. Toppi e M. Gavito: tratto da finesettimana.it)

la via crucis che papa Francesco ha affidato ad una donna

 

 

 

 

In questo venerdì santo queste le meditazioni della Prof.ssa Anne-Marie Pelletier alla quale Papa Francesco ha affidato il compito di accompagnare con le sue riflessioni la tradizionale Via Crucis (Via della Croce, Via Dolorosa) al Colosseo (Roma) il 14 prile 2017  . Una donna, una laica, una studiosa di Bibbia. Ancora una volta un’attenzione del Vescovo di Roma per una pluralità di voci in quella sinfonia corale che è la cattolicità della chiesa.

Si tratta di testi a prima vista poco “appariscenti” ma se letti con cura mostrano un’attenzione a diverse tradizioni religiose impersonate da Etty Hillesum e il pastore e teologo Dietrich Bonhoeffer, fino a proporre alla nostra considerazione testimoni del nostro tempo come i monaci uccisi a Tibhirine. Originalità che si mostra anche nella scelta dei brani biblici suggeriti e nei quadri della via crucis mostrati alla nostra riflessione: il rinnegamento di Pietro, la sofferenza di Cristo, in cui oggi si riconoscono uomini, donne e persino “bambini violentati, umiliati, torturati, assassinati”, il silenzio del sabato.

L’autrice della via crucis a proposito del punto di partenza delle sue meditazioni ha affermato: “Direi che non ho pensato a quello che volevo dire o a quello che volevo trasmettere. La mia idea è stata, piuttosto, quella di ritrovarmi in questo cammino, di cercare di mettermi sui passi di Gesù che sale sul Golgota. Si tratta di una dimensione del pensiero di Dio e non del nostro, quindi ho cercato di avere un atteggiamento di ascolto e di silenzio per arrivare, per me stessa e per gli altri, allo straordinario paradosso che si realizza nell’ora della Passione, quello che le Scritture definiscono l’inaudito dell’ora di Dio e che tocca intensamente e profondamente tutto l’agire del nostro mondo contemporaneo.“

INTRODUZIONE

L’Ora è dunque giunta. Il cammino di Gesù sulle strade polverose della Galilea e della Giudea, incontro ai corpi e ai cuori sofferenti, spinto dall’urgenza di annunciare il Regno, questo cammino si ferma qui, oggi. Sulla collina del Golgota. Oggi la croce sbarra la strada. Gesù non andrà più lontano.

Impossibile andare più lontano!

L’amore di Dio riceve qui la sua piena misura, senza misura.

Oggi l’amore del Padre, che vuole che, attraverso il Figlio, tutti gli uomini siano salvati, va fino alla fine, là dove noi non abbiamo più parole, dove siamo disorientati, dove la nostra religiosità è oltrepassata dall’eccesso dei pensieri di Dio.

Sul Golgota, infatti, contro tutte le apparenze, è questione di vita. E di grazia. E di pace. Si tratta non del regno del male che noi conosciamo fin troppo, ma della vittoria dell’amore.

E, proprio sotto la stessa croce, si tratta del nostro mondo, con tutte le sue cadute e i suoi dolori, i suoi appelli e le sue rivolte, tutto ciò che grida verso Dio, oggi, dalle terre di miseria o di guerra, nelle famiglie lacerate, nelle prigioni, sulle imbarcazioni sovraccariche di migranti…

Tante lacrime, tanta miseria nel calice che il Figlio beve per noi.

Tante lacrime, tanta miseria che non vanno perdute nell’oceano del tempo, ma sono raccolte da lui, per essere trasfigurate nel mistero di un amore in cui il male è inghiottito.

È della fedeltà invincibile di Dio alla nostra umanità che si tratta sul Golgota.

È una nascita che là si compie!

Dobbiamo avere il coraggio di dire che la gioia del Vangelo è la verità di questo momento!

Se il nostro sguardo non raggiunge questa verità, allora restiamo prigionieri delle reti della sofferenza e della morte. E rendiamo vana per noi la Passione di Cristo.

Preghiamo.

Signore, i nostri occhi sono oscuri. E come accompagnarti così lontano?

«Misericordia» è il tuo nome. Ma questo nome è una follia.

Scoppino i vecchi otri dei nostri cuori!

Guarisci il nostro sguardo perché s’illumini della buona notizia del Vangelo, nell’ora in cui restiamo ai piedi della Croce del tuo Figlio.

E noi potremo celebrare «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» (Ef 3, 18) dell’amore di Cristo, col cuore consolato e abbagliato.

VIA CRUCIS

Prima stazione: Gesù è condannato a morte

Dal Vangelo secondo Luca

Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio (22, 66).

Dal Vangelo secondo Marco

Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: “Fa’ il profeta!”. E i servi lo schiaffeggiavano (14, 64-65).

Meditazione

Non servirono molte discussioni agli uomini del Sinedrio per pronunciarsi. Già da molto tempo la causa era decisa. Gesù deve morire!

Così pensavano già quelli che volevano buttarlo giù dalla scarpata del colle, il giorno in cui, nella sinagoga di Nazaret, Gesù aveva aperto il rotolo proclamando in prima persona le parole del libro di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione […] a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18. 19).

Già quando aveva guarito il paralitico alla piscina di Betzatà, inaugurando il sabato di Dio che libera da tutte le schiavitù, le mormorazioni omicide si erano gonfiate contro di lui (cfr Gv 5, 1-18).

E, nell’ultimo tratto di strada, mentre saliva a Gerusalemme per la Pasqua, il cappio si era stretto, inesorabilmente: egli non sarebbe più sfuggito ai suoi nemici (cfr Gv 11, 45-57).

Ma dobbiamo avere una memoria ancora più lunga. A partire da Betlemme, dai giorni della sua nascita, Erode aveva decretato che egli doveva morire. La spada degli sbirri del re usurpatore massacrò i bambini di Betlemme. Quella volta Gesù sfuggì alla loro furia. Ma solo per un certo tempo. Già egli non era più che una vita in sospeso. Nel pianto di Rachele sui suoi figli che non sono più, risuona, a singhiozzi, la profezia del dolore che Simeone annuncerà a Maria (cfr Mt 2, 16-18; Lc 2, 34-35).

Preghiera

Signore Gesù, Figlio prediletto, che sei venuto a visitarci, passando in mezzo a noi e facendo il bene, riportando alla vita quanti abitano l’ombra della morte, tu conosci i nostri cuori tortuosi.

Noi affermiamo di essere amici del bene e di volere la vita. Ma siamo peccatori e complici della morte.

Noi ci proclamiamo tuoi discepoli, ma prendiamo strade che si perdono lontano dai tuoi pensieri, lontano dalla tua giustizia e dalla tua misericordia.

Non abbandonarci alle nostre violenze.

La tua pazienza per noi non si esaurisca.

Liberaci dal male!

Pater noster

«Popolo mio, che male ti ho fatto? In che ti ho provocato? Dammi risposta.»


Seconda stazione: Gesù è rinnegato da Pietro

Dal Vangelo secondo Luca

Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è galileo». Ma Pietro rispose: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente (22, 59-62).

Meditazione

Intorno ad un braciere, nel cortile del Sinedrio, Pietro e qualcun altro si riscaldano in quelle ore fredde della notte, attraversate da febbrili andirivieni. All’interno, la sorte di Gesù sta per decidersi, nel faccia a faccia con i suoi accusatori. Chiederanno la sua morte.

Come una marea che sale, intorno cresce l’ostilità. Come si infiamma la stoppia, l’odio attecchisce e si moltiplica. Ben presto una folla urlante esigerà da Pilato la grazia per Barabba e la condanna di Gesù.

Difficile dichiararsi amico di un condannato a morte senza essere attraversato da un brivido di terrore. La fedeltà intrepida di Pietro non riesce a resistere alle parole sospettose della serva, la portinaia del luogo.

Riconoscere che è discepolo del rabbi galileo, sarebbe dare più peso alla fedeltà a Gesù che alla propria vita! Quando implica tale coraggio, la verità fa fatica a trovare dei testimoni… Gli uomini sono fatti in modo che allora molti le preferiscono la menzogna; e Pietro appartiene alla nostra umanità. Tradisce, a tre riprese. Poi incrocia lo sguardo di Gesù. E le sue lacrime scendono, amare eppure dolci, come acqua che lava una sporcizia.

Presto, passato qualche giorno, vicino a un altro fuoco di brace, sulla riva del lago, Pietro riconoscerà il suo Signore risorto, che gli affiderà la cura delle sue pecore. Pietro imparerà senza misura il perdono che il Risorto pronuncia su tutti i nostri tradimenti. E prenderà parte ad una fedeltà che, da allora in poi, gli farà accettare la propria morte come un’offerta unita a quella di Cristo.

Preghiera

Signore, nostro Dio, tu hai voluto che sia Pietro, il discepolo rinnegato e perdonato, a ricevere l’incarico di guidare il tuo gregge.

Imprimi nei nostri cuori la fiducia e la gioia di sapere che, in te, possiamo attraversare i burroni della paura e dell’infedeltà.

Fa’ che, istruiti da Pietro, tutti i tuoi discepoli siano i testimoni dello sguardo che tu posi sulle nostre cadute. Che mai le nostre durezze o le nostre disperazioni rendano vana la Risurrezione del tuo Figlio!

Pater noster

Cristo morto per i nostri peccati,
Cristo risorto per la nostra vita,
ti preghiamo, abbi pietà di noi.


Terza stazione: Gesù e Pilato

Dal Vangelo secondo Marco

Al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso (15, 1. 3. 15).

Dal Vangelo secondo Matteo

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!» (27, 24).

Dal libro del profeta Isaia

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti (53, 6).

Meditazione

Roma di Cesare Augusto, la nazione civilizzatrice, le cui legioni si propongono la missione di conquistare i popoli per portare loro i benefici del suo giusto ordine.

Roma, presente anche alla Passione di Gesù nella persona di Pilato, il rappresentante dell’Imperatore, il garante del diritto e della giustizia in terra straniera.

Eppure, lo stesso Pilato che dichiara di non trovare alcuna colpa in Gesù, è colui che ratifica la sua condanna a morte. Nel pretorio dove Gesù viene processato, la verità risplende: la giustizia dei pagani non è superiore a quella del Sinedrio dei Giudei!

Decisamente questo Giusto, che attira stranamente su di sé i pensieri omicidi del cuore umano, riconcilia ebrei e pagani. Ma lo fa, per ora, rendendoli ugualmente complici dell’uccisione di lui stesso. Tuttavia, viene il momento, anzi è vicino, in cui questo Giusto li riconcilierà in altro modo, per mezzo della Croce e di un perdono che li raggiungerà tutti, ebrei e pagani, li guarirà insieme dalle loro vigliaccherie e li libererà dalla loro comune violenza.

Una sola condizione per aver parte a questo dono: sarà confessare l’innocenza dell’unico Innocente, l’Agnello di Dio immolato per il peccato del mondo; sarà rinunciare alla presunzione che mormora dentro di noi: «Io sono innocente del sangue di quell’uomo»; sarà dichiararsi colpevoli, nella fiducia che un amore infinito avvolge tutti, ebrei e pagani, e che tutti Dio chiama a diventare suoi figli.

Preghiera

Signore, nostro Dio, davanti a Gesù consegnato e condannato, noi non sappiamo fare altro che discolparci e accusare gli altri. Per tanto tempo noi cristiani abbiamo addossato al tuo popolo Israele il peso della tua condanna a morte. Per tanto tempo abbiamo ignorato che dovevamo riconoscerci tutti complici nel peccato, per essere tutti salvati dal sangue di Gesù crocifisso.

Donaci di riconoscere nel tuo Figlio l’Innocente, l’unico di tutta la storia. Lui che ha accettato di essere “fatto peccato per noi” (cfr 2 Cor 5, 21), affinché per mezzo di lui tu potessi ritrovarci, umanità ricreata nell’innocenza nella quale ci hai creato, e nella quale ci rendi tuoi figli.

Pater noster

Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

Quarta stazione: Gesù re della gloria

Dal Vangelo secondo Marco

I soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!» (15, 16-18).

Dal libro del profeta Isaia

Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato (53, 2-4).

Meditazione

Banalità del male. Sono innumerevoli gli uomini, le donne, persino i bambini violentati, umiliati, torturati, assassinati, sotto tutti i cieli e in ogni tempo della storia.

Senza cercare protezione nella condizione divina che gli è propria, Gesù si inserisce nel terribile corteo delle sofferenze che l’uomo infligge all’uomo. Conosce l’abbandono degli umiliati e dei più derelitti.

Ma quale aiuto ci può dare la sofferenza di un innocente in più?

Colui che è uno di noi è prima di tutto il Figlio prediletto del Padre, che viene a compiere ogni giustizia con la sua obbedienza.

E all’improvviso tutti i segni si capovolgono. Ecco che le parole e i gesti di scherno dei suoi torturatori ci svelano – oh paradosso assoluto – l’insondabile verità: quella della vera, dell’unica regalità, manifestata come un amore che non ha voluto sapere altro che la volontà del Padre e il suo desiderio che tutti gli uomini siano salvati. «Sacrificio e offerta non gradisci […]. Allora ho detto: “Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà”» (Sal 40, 7-9).

Questa ora del Venerdì Santo lo proclama: c’è una sola gloria in questo mondo e nell’altro, quella di conoscere e compiere la volontà del Padre. Nessuno di noi può ambire a una dignità più alta di quella di essere figlio in Colui che si è fatto obbediente per noi fino alla morte di croce.

Preghiera

Signore, nostro Dio, ti preghiamo: in questo giorno santo che porta a compimento la rivelazione, abbatti in noi e nel nostro mondo gli idoli. Tu conosci il loro potere sulle nostre menti e sui nostri cuori.

Abbatti in noi le figure menzognere del successo e della gloria.

Abbatti in noi le immagini che sempre riemergono di un Dio secondo i nostri pensieri, un Dio distante, così lontano dal volto rivelato nell’alleanza e che si manifesta oggi in Gesù, al di là di ogni previsione, al di sopra di ogni speranza. Lui che confessiamo come l’«irradiazione della [tua] gloria» (Eb 1, 3).

Fa’ che entriamo nella gioia eterna, che ci fa acclamare in Gesù rivestito di porpora e coronato di spine, il re della gloria che canta il salmo: «Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria» (24, 9).

Pater noster

Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria
.


Quinta stazione: Gesù porta la croce

Dal Libro delle Lamentazioni

Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore, al dolore che ora mi tormenta, e con cui il Signore mi ha afflitta nel giorno della sua ira ardente (1, 12).

Dal Salmo 146

Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe: la sua speranza è nel Signore suo Dio […]. Il Signore libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, […] il Signore protegge i forestieri, egli sostiene l’orfano e la vedova (146, 5. 7-8. 9).

Meditazione

Lungo l’aspro cammino del Golgota, Gesù non ha portato la croce come un trofeo! Egli non somiglia in nulla agli eroi della nostra fantasia che abbattono trionfanti i loro malvagi nemici.

Passo dopo passo ha camminato, il corpo sempre più pesante e più lento. Ha sentito la sua carne intaccata dal legno del supplizio, le gambe fiaccate sotto il carico.

Di generazione in generazione, la Chiesa ha meditato questa via segnata da inciampi e cadute.

Gesù cade, si rialza, poi ricade, riprende il cammino sfibrante, probabilmente sotto i colpi delle guardie che lo scortano, perché è così che sono trattati, maltrattati, i condannati in questo mondo.

Colui che ha fatto alzare i corpi allettati, raddrizzato la donna curva, strappato dal letto di morte la figlia di Giairo, rimesso in piedi tanti afflitti, eccolo oggi affondato nella polvere.

L’Altissimo è a terra.

Fissiamo lo sguardo su Gesù. Attraverso di lui, l’Altissimo ci insegna che è al tempo stesso – incredibile! – Il più Umile, pronto a scendere fino a noi, ancora più giù se necessario, così che nessuno si perda nei bassifondi della propria miseria.

Preghiera

Signore, nostro Dio, tu scendi nel profondo della nostra notte, senza porre limiti alla tua umiliazione, perché è in essa che raggiungi la terraspesso ingrata, a volte devastata, delle nostre vite.

Noi ti supplichiamo: fa’ che la tua Chiesa possa testimoniare che l’Altissimo e Il più Umile sono in te un solo volto. Concedile di portare a tutti coloro che cadono la buona novella del Vangelo: non c’è caduta che possa sottrarci alla tua misericordia; non c’è perdita, non c’è abisso tanto profondo che tu non possa ritrovare chi si è smarrito.

Pater noster

Ecco, io vengo, o Dio, a fare la tua volontà.


Sesta stazione: Gesù e Simone di Cirene

Dal Vangelo secondo Luca

Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene che tornava dai campi e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù (23, 26).

Dal Vangelo secondo Matteo

«Quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?» (25, 37-39).

Meditazione

Gesù inciampa lungo la via, la schiena schiacciata sotto il peso della croce. Ma bisogna andare avanti, camminare, e ancora camminare, perché è il Golgota, il sinistro “luogo del Cranio”, fuori dalle mura della città, la meta della squadriglia che incalza Gesù.

Passa di lì in quel momento un uomo, con le braccia robuste. Appare estraneo agli eventi del giorno. Sta tornando a casa, ignaro di tutta la vicenda del rabbi Gesù, quando viene precettato dalle guardie per portare la croce.

Che cosa avrà saputo del condannato spinto dalle guardie al supplizio? Cosa poteva conoscere di colui che «non aveva più aspetto d’uomo», come il servo sfigurato di Isaia?

Della sua sorpresa, forse di un suo iniziale rifiuto, della pietà che lo ha colto, nulla ci è detto. Il Vangelo ha conservato soltanto la memoria del suo nome: Simone, originario di Cirene. Ma il Vangelo ha voluto portare fino a noi il nome di questo libico e il suo umile gesto d’aiuto anche per insegnarci che, alleviando il dolore di un condannato a morte, Simone ha alleviato il dolore di Gesù, il Figlio di Dio, che ha incrociato la sua strada nella condizione di schiavo, assunta per noi, assunta per lui, per la salvezza del mondo. Senza che lui lo sapesse.

Preghiera

Signore, nostro Dio, tu ci hai rivelato che in ogni povero che è nudo, prigioniero, assetato, sei tu che ti presenti a noi, e sei tu che noi accogliamo, visitiamo, rivestiamo, dissetiamo: «Ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 35-36). Mistero del tuo incontro con la nostra umanità! Così tu raggiungi ogni uomo! Nessuno è escluso da questo incontro, se accetta di essere uomo di compassione.

Noi ti presentiamo, come un’offerta santa, tutti i gesti di bontà, di accoglienza, di dedizione che vengono compiuti ogni giorno in questo mondo. Degnati di riconoscerli come la verità della nostra umanità, che parla più forte di tutti i gesti di rifiuto e di odio. Degnati di benedire gli uomini e le donne di compassione che ti rendono gloria, anche se non sanno ancora pronunciare il tuo nome.

Pater noster

Cristo morto per i nostri peccati,
Cristo risorto per la nostra vita,
ti preghiamo, abbi pietà di noi.


Settima stazione: Gesù e le figlie di Gerusalemme

Dal Vangelo secondo Luca

Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. […] Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (23, 27-28. 31).

Meditazione

Il pianto che Gesù affida alle figlie di Gerusalemme come un’opera di compassione, questo pianto delle donne non manca mai in questo mondo.

Esso scende silenziosamente sulle guance delle donne. Più spesso ancora, probabilmente, in modo invisibile, nel loro cuore, come le lacrime di sangue di cui parla Caterina da Siena.

Non che le lacrime spettino alle donne, come se la loro sorte fosse quella di piangere passive e impotenti, dentro una storia che gli uomini, da soli, sarebbero tenuti a scrivere.

Infatti i loro pianti sono anche, e innanzitutto, tutti quelli che esse raccolgono, lontano da ogni sguardo e da ogni celebrazione, in un mondo in cui c’è molto da piangere. Pianto dei bambini terrorizzati, dei feriti nei campi di battaglia che invocano una madre, pianto solitario dei malati e dei morenti sulla soglia dell’ignoto. Pianto di smarrimento, che scorre sulla faccia di questo mondo che è stato creato, nel primo giorno, per lacrime di gioia, nella comune esultanza dell’uomo e della donna.

Ed anche Etty Hillesum, donna forte d’Israele rimasta in piedi nella tempesta della persecuzione nazista, che difese fino all’ultimo la bontà della vita, ci suggerisce all’orecchio questo segreto che lei intuisce alla fine della sua strada: ci sono lacrime da consolare sul volto di Dio, quando piange sulla miseria dei suoi figli. Nell’inferno che sommerge il mondo, lei osa pregare Dio: «Cercherò di aiutarti», gli dice. Audacia così femminile e così divina!

Preghiera

Signore, nostro Dio, Dio di tenerezza e di pietà, Dio pieno d’amore e di fedeltà, insegnaci, nei giorni felici, a non disprezzare le lacrime dei poveri che gridano a te e che ci chiedono aiuto. Insegnaci a non passare indifferenti accanto a loro. Insegnaci ad avere il coraggio di piangere con loro. Insegnaci anche, nella notte delle nostre sofferenze, delle nostre solitudini e delle nostre delusioni, ad ascoltare la parola di grazia che tu ci rivelasti sul monte: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (Mt 5, 4).

Pater noster

Cristo morto per i nostri peccati,
Cristo risorto per la nostra vita,
ti preghiamo, abbi pietà di noi.


Ottava stazione: Gesù è spogliato delle vesti

Dal Vangelo secondo Giovanni

I soldati presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica (19, 23).

Dal libro di Giobbe

«Nudo uscii dal grembo di mia madre,
e nudo vi ritornerò» (1, 21).

Meditazione

Il corpo umiliato di Gesù viene spogliato. Esposto agli sguardi di derisione e di disprezzo. Il corpo di Gesù solcato di piaghe e destinato all’estremo supplizio della crocifissione. Umanamente, cos’altro ci sarebbe da fare che abbassare gli occhi per non accrescere il suo disonore?

Ma lo Spirito viene in aiuto al nostro smarrimento. Ci insegna a capire la lingua di Dio, lingua della kenosi, questo abbassamento di Dio per raggiungerci là dove siamo. È questa lingua di Dio che parla per noi il teologo ortodosso Christos Yannaras: «Lingua della kenosi: Gesù bambino nudo nella mangiatoia; spogliato nel fiume mentre riceve il battesimo come un servo; sospeso all’albero della croce, nudo, come un malfattore. Attraverso tutto questo egli ha manifestato il suo amore per noi».

Entrando in questo mistero di grazia, possiamo riaprire gli occhi sul corpo martoriato di Gesù. Allora incominciamo a scorgere ciò che il nostro occhio non può vedere: la sua nudità risplende di quella stessa luce che irradiava la sua veste al momento della Trasfigurazione.

Luce che scaccia ogni tenebra.

Luce irresistibile dell’amore fino alla fine.

Preghiera

Signore, nostro Dio, poniamo davanti ai tuoi occhi la folla immensa degli uomini che subiscono la tortura, la spaventosa schiera dei corpi maltrattati, tremanti d’angoscia all’avvicinarsi dei colpi, agonizzanti in sordidi bassifondi.

Ti supplichiamo, raccogli il loro gemito.

Il male ci lascia senza voce e senza aiuto.

Ma tu sai ciò che noi non sappiamo. Sai trovare un passaggio nel caos e nel buio del male. Sai far brillare, già nella Passione del tuo Figlio prediletto, la vita della risurrezione.

Aumenta in noi la fede!

Ti presentiamo anche la follia dei torturatori e di chi li comanda.

Essa pure ci lascia senza parole… Se non per pregarti e implorarti tra le lacrime con le parole della preghiera che tu ci hai insegnato: «Liberaci dal male»!

Pater noster

Cristo morto per i nostri peccati,
Cristo risorto per la nostra vita,
ti preghiamo, abbi pietà di noi.


Nona stazione: Gesù è crocifisso

Dal Vangelo secondo Luca

Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (23, 33-34).

Dal libro del profeta Isaia

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti (53, 5).

Meditazione

Veramente Dio è là dove non dovrebbe essere!

Il Figlio prediletto, il Santo di Dio, è quel corpo esposto su una croce d’infamia, abbandonato al disonore, in mezzo a due malfattori. Uomo dei dolori da cui ci si discosta; a dire il vero, come ci si discosta da tanti esseri umani sfigurati che incrociano le nostre strade.

Il Verbo di Dio, nel quale tutto è stato creato, non è più che una carne muta e sofferente. La crudeltà della nostra umanità si è accanita contro di lui, e ha vinto.

Sì, Dio è là dove non dovrebbe essere e dove, tuttavia, noi abbiamo tanto bisogno che sia!

Era venuto per condividere con noi la sua vita. «Prendete!», ha detto senza sosta mentre offriva la sua guarigione ai malati, il suo perdono ai cuori traviati, il suo corpo nella cena pasquale.

Ma si è ritrovato in mano nostra, in territorio di morte e di violenza: quella che ci lascia attoniti nell’attualità del mondo; e quella che serpeggia in ognuno. Lo sapevano bene i monaci uccisi a Tibhirine, che alla preghiera «Disarmali!» aggiungevano la supplica «Disarmaci!».

Era necessario che la dolcezza di Dio visitasse il nostro inferno, era l’unico modo per liberarci dal male.

Era necessario che Gesù Cristo portasse l’infinita tenerezza di Dio nel cuore del peccato del mondo.

Era necessario questo, perché, posta dinanzi alla vita di Dio, la morte indietreggiasse e cadesse, come un nemico che ha trovato uno più forte di lui e si dilegua nel nulla.

Preghiera

Signore, nostro Dio, accogli la nostra lode silenziosa.

Come i re che restano senza parole davanti all’opera del Servo rivelata dalla profezia di Isaia (cfr 52, 15), rimaniamo stupefatti dinanzi all’Agnello immolato per la vita nostra e del mondo; e confessiamo che dalle tue piaghe siamo stati guariti. «Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto? […] A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore» (Sal 116, 12. 17).

Pater noster

Cristo morto per i nostri peccati,
Cristo risorto per la nostra vita,
ti preghiamo, abbi pietà di noi.


Decima stazione: Gesù sulla croce è deriso

Dal Vangelo secondo Luca

I capi lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» (23, 35-39).

«Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane. […] Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti: […] [gli angeli] ti porteranno sulle loro mani» (4, 3. 9-11).

Meditazione

Gesù non sarebbe potuto scendere dalla croce? A stento osiamo porci questa domanda: il Vangelo non la mette forse sulla bocca degli empi?

Eppure, essa ci perseguita, nella misura in cui facciamo ancora parte del mondo della tentazione, che Gesù ha affrontato durante i quaranta giorni nel deserto, preludio e inizio del suo ministero: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane, gettati giù dall’alto del tempio, perché Dio veglia su chi è suo amico”. Ma nella misura in cui, battezzati nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo, lo seguiamo sulla sua via, le sfide del Maligno non hanno più presa su di noi, sono ridotte a nulla, la loro menzogna è svelata.

Allora si scopre l’imperiosa necessità di quel «bisognava» (Lc 24, 26) che Gesù insegna con pazienza e ardore a coloro che erano in cammino sulla via di Emmaus.

«Bisognava» che il Cristo entrasse in questa obbedienza e in questa impotenza, per raggiungerci nell’impotenza in cui ci ha posti la nostra disobbedienza.

Cominciamo, così, a comprendere che «soltanto il Dio sofferente può salvare», come scriveva il pastore Dietrich Bonhoeffer pochi mesi prima di morire assassinato, quando, sperimentando sino in fondo il potere del male, poteva riassumere, in questa verità semplice e vertiginosa, la professione della fede cristiana.

Preghiera

Signore, nostro Dio, chi ci libererà dalle insidie del potere secondo il mondo? Chi ci libererà dalla tirannia delle menzogne, che ci fanno esaltare i potenti e rincorrere a nostra volta le false glorie?

Tu solo puoi convertire i nostri cuori.

Tu solo puoi farci amare i sentieri dell’umiltà.

Tu solo…, che ci riveli che non c’è vittoria se non nell’amore, e che tutto il resto non è che paglia che il vento disperde, miraggio che svanisce davanti alla tua verità.

Noi ti preghiamo, Signore, dissipa le menzogne che ambiscono a regnare sui nostri cuori e sul mondo.

Facci vivere secondo le tue vie, perché il mondo riconosca la potenza della Croce.

Pater noster

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?


Undicesima stazione: Gesù e sua madre

Dal Vangelo secondo Giovanni

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!», Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé (19, 25-27).

Meditazione

Maria, anche lei, è giunta al termine del cammino. Eccola arrivata a quel giorno di cui parlava l’anziano Simeone. Quando aveva sollevato con le sue braccia tremanti il bambino e il suo rendimento di grazie si era prolungato in parole misteriose, che intrecciavano insieme dramma e speranza, dolore e salvezza.

«Ecco – aveva proclamato – egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 34-35).

Già la visita dell’angelo aveva fatto risuonare nel suo cuore l’incredibile annuncio: Dio aveva scelto la sua vita per far sbocciare la novità promessa a Israele, «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì» (1 Cor 2, 9; cfr Is 64, 3). E lei aveva acconsentito a quel progetto divino, che avrebbe cominciato a sconvolgere la sua carne e che avrebbe poi accompagnato su vie imprevedibili il figlio nato dal suo grembo.

Durante le giornate così ordinarie di Nazaret, poi al tempo della vita pubblica, quando c’era stato bisogno di fare spazio all’altra famiglia, quella dei discepoli, quegli estranei dei quali Gesù si faceva dei fratelli, delle sorelle, delle madri, lei aveva conservato queste cose nel suo cuore. Le aveva affidate alla grande pazienza della sua fede.

Oggi è il tempo del compimento. La lama che trafigge il fianco del Figlio trafigge anche il cuore di lei. Anche Maria s’immerge nella fiducia senza appoggio, in cui Gesù vive fino in fondo l’obbedienza al Padre.

In piedi, lei non diserta. Stabat Mater. Nel buio, ma con certezza, sa che Dio mantiene le promesse. Nel buio, ma con certezza, sa che Gesù è la promessa e il suo compimento.

Preghiera

Maria, madre di Dio e donna della nostra stirpe, tu che ci generi maternamente in colui che hai generato, sostieni in noi la fede nelle ore di tenebra, insegnaci la speranza contro ogni speranza.

Custodisci tutta la Chiesa in una vigilanza fedele, come fu la tua fedeltà, umilmente docile ai pensieri di Dio, che ci attirano là dove non penseremmo di andare; che ci associano, al di là di ogni previsione, all’opera della salvezza.

Pater noster

Salve, Regina, mater misericordiae;
vita, dulcedo et spes nostra, salve.


Dodicesima stazione: Gesù muore in croce

Dal Vangelo secondo Giovanni

[Gesù] disse: «Ho sete». Vi era là un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. […] Venuti da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate (19, 28-30. 33-35).

Meditazione

Adesso, tutto è compiuto. L’incarico di Gesù è portato a termine. Era uscito dal Padre per la missione della misericordia. Questa è stata adempiuta con una fedeltà che è andata fino all’estremo dell’amore. Tutto è compiuto. Gesù consegna il suo spirito nelle mani del Padre.

Apparentemente, è vero, tutto sembra piombare nel silenzio della morte che scende sul Golgota e sulle tre croci innalzate. In questo giorno della Passione che volge al termine, chi passa per quella via che cosa può capire se non la sconfitta di Gesù, il crollo di una speranza che aveva rincuorato molti, consolato i poveri, risollevato gli umiliati, lasciato intravedere ai discepoli che era arrivato il tempo in cui Dio avrebbe realizzato le promesse annunciate dai profeti. Tutto ciò sembrava perduto, distrutto, crollato.

Tuttavia, in mezzo a tanta delusione, ecco che l’evangelista Giovanni ci fa fissare gli occhi su un dettaglio minuscolo e si sofferma su di esso con solennità. Acqua e sangue colano dal fianco del Crocifisso. O stupore! La ferita aperta dalla lancia del soldato lascia passare dell’acqua e del sangue che ci parlano di vita e di nascita.

Il messaggio è estremamente discreto, ma tanto eloquente per i cuori che hanno un po’ di memoria. Dal corpo di Gesù sgorga la sorgente che il profeta ha visto uscire dal Tempio. La sorgente che cresce e diventa un fiume possente, le cui acque risanano e fecondano tutto ciò che toccano nel loro passaggio. Gesù un giorno non aveva definito il suo corpo come il nuovo tempio? E il «sangue dell’alleanza» accompagna l’acqua. Gesù non aveva parlato della sua carne e del suo sangue come cibo per la vita eterna?

Preghiera

Signore Gesù, in questi giorni santi del mistero pasquale rinnova in noi la gioia del nostro battesimo.

Quando contempliamo l’acqua e il sangue che colano dal tuo fianco, insegnaci a riconoscere da quale fonte la nostra vita è generata, da quale amore la tua Chiesa è edificata, per quale speranza da condividere nel mondo tu ci hai scelti e ci hai inviati.

Qui è la fonte di vita che lava tutto l’universo, sgorgando dalla piaga di Cristo. Il nostro battesimo sia per noi la sola gloria, in un rendimento di grazie pieno di meraviglia.

Pater noster

L’Agnello, che è stato immolato,
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione,
nei secoli dei secoli.


Tredicesima stazione: Gesù è deposto dalla croce

Dal Vangelo secondo Luca

[Giuseppe d’Arimatea] lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto (23, 53).

Meditazione

Gesti di premura e di onore per il corpo profanato e umiliato di Gesù. Alcuni uomini e donne si ritrovano ai piedi della croce. Giuseppe, originario di Arimatea, uomo «buono e giusto» (Lc 23, 50), che chiede il corpo a Pilato, riferisce san Luca; Nicodemo, colui che era andato da Gesù di notte, aggiunge san Giovanni; e alcune donne che, ostinatamente fedeli, osservano.

La meditazione della Chiesa ha voluto aggiungere ad essi la Vergine Maria, lei pure così verosimilmente presente a questo momento.

Maria, Madre di pietà, che riceve tra le sue braccia il corpo nato dalla sua carne e teneramente, discretamente accompagnato lungo gli anni, come madre sempre si prende cura di suo figlio.

Ormai, è un corpo immenso che ella raccoglie, a misura del suo dolore, a misura della nuova creazione che origina dalla passione d’amore che ha attraversato il cuore del figlio e della madre.

Nel grande silenzio che è sceso dopo le urla dei soldati, gli scherni dei passanti e i rumori della crocifissione, i gesti ora non sono che dolcezza, carezza di rispetto. Giuseppe cala il corpo che si abbandona tra le sue braccia. Lo avvolge in un lenzuolo, lo depone all’interno del sepolcro tutto nuovo, che attende il suo ospite nel giardino proprio accanto.

Gesù è strappato dalle mani dei suoi uccisori. Ormai, nella morte, si ritrova tra quelle della tenerezza e della compassione.

La violenza degli uomini omicidi è rifluita molto lontano. La dolcezza è ritornata nel luogo del supplizio.

Dolcezza di Dio e di coloro che gli appartengono, quei cuori miti ai quali Gesù promise un giorno che avrebbero posseduto la terra. Dolcezza originaria della creazione e dell’uomo ad immagine di Dio. Dolcezza della fine, quando ogni lacrima sarà asciugata, quando il lupo abiterà con l’agnello, perché la conoscenza di Dio avrà raggiunto ogni carne (cfr Is 11, 6. 9).

Canto a Maria

O Maria, non piangere più: il tuo figlio, nostro Signore, si è addormentato nella pace. E il Padre suo, nella gloria, apre le porte della vita!

O Maria, rallegrati: Gesù risorto ha vinto la morte!

Pater noster

Nella tua pace, Signore, mi corico e mi addormento;
mi risveglio: tu sei il mio sostegno.


Quattordicesima stazione: Gesù nel sepolcro e le donne

Dal Vangelo secondo Luca

Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto (23, 55-56).

Meditazione

Le donne se ne sono andate. Colui che avevano accompagnato, camminando tenaci e premurose sulle strade di Galilea, costui non c’è più. Ad esse egli non lascia per compagnia, stasera, che la visione impressa in loro del suo sepolcro e del lenzuolo dove ora riposa. Povero e prezioso ricordo di fervidi giorni svaniti. Solitudine e silenzio. Del resto, si avvicina shabbat, che invita Israele a cessare il lavoro, come Dio lo cessò quando la creazione fu completata, portata a compimento sotto la sua benedizione.

È di un altro compimento che oggi si tratta; per ora nascosto e impenetrabile. Shabbat in cui restare oggi immobili, nel raccoglimento del cuore e della memoria velata di lacrime. Preparando anche i profumi e gli aromi con cui esse renderanno il loro ultimo omaggio al suo corpo, domani, di buon mattino.

Ma, con quel gesto, si preparano soltanto a imbalsamare la loro speranza? E se Dio avesse preparato alla loro sollecitudine una risposta che esse non possono nemmeno prevedere, immaginare, intuire… La scoperta di una tomba vuota…, l’annuncio che lui non è più lì, perché ha spezzato le porte della morte…

Preghiera

Signore, nostro Dio, degnati di vedere e di benedire tutti i gesti delle donne che onorano in questo mondo la fragilità dei corpi che esse circondano di dolcezza e di onore.

E noi, che ti abbiamo accompagnato su questa via dell’amore fino alla fine, degnati di custodirci, con le donne del Vangelo, nella preghiera e nell’attesa che sappiamo esaudite dalla risurrezione di Gesù, che la tua Chiesa si accinge a celebrare nell’esultanza della notte pasquale.

Pater noster

A lui gloria e potenza nei secoli dei secoli! Amen!

chi è la biblista Anne-Marie Pelletier?

Anne-Marie Pelletier, biblista francese, docente di Sacra Scrittura ed Ermeneutica biblica.

Anne-Marie Pelletier, biblista francese, docente di Sacra Scrittura ed Ermeneutica biblica

La profesoressa Pelletier, personalità di rilievo nel cattolicesimo francese contemporaneo, nel 2014 ha ricevuto il Premio Ratzinger. La Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, che ne ha alta stima, è molto lieta che proprio a lei sia stato affidato questo incarico così importante. Sposata e madre di tre figli è docente di Sacra Scrittura ed Ermeneutica biblica presso la facoltà Notre Dame del Seminario di Parigi.

La scelta di una donna per le meditazioni della via crucis conferma una volta di più l’attenzione di papa Francesco all’universo femminile, con un taglio differente rispetto ai predecessori. Non solo mistiche, ma anchestudiose;non solo monache ma anche specialiste nel campo della ricerca. Una novità non da poco.

Pellettier ha diretto l’Institut Européen des Sciences des Religions presso l’Ecole Pratique des Hautes Etudes (EPHE). In diverse pubblicazioni ha affrontato la questione delle donne nella Chiesa: in particolare “Le christianisme et les femmes” (2001) et “Le signe de la femme” (2006).

Fonte: https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/meditazioni-pelletier

prima di tutto … contro il decreto Minniti

prima di tutto vennero a prendere gli zingari…

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.”

Pensavo a questa drammatica espressione di Brecht, oggi, allorché aprendo il giornale leggevo dell’approvazione del decreto Minniti. Probabilmente molti non ci faranno caso, la deriva securitaria che stiamo vivendo farà pensare che sia giusto; che, anzi, bisognava pensarci prima; e che fa bene “la sinistra” a rispondere “alla destra” sulla sicurezza; questi, tanti, si esprimeranno in questo modo senza nemmeno leggere il testo, senza nemmeno sapere di cosa stiamo parlando.         Ma il problema è di natura politica: Minniti, figlio di quel partito fondamentalmente anti europeista e certamente poco propenso alla contaminazione multi etnica che fu il PCI, si gioca sull’immigrazione una importante battaglia politica, la sua, e di una vasta fascia del suo partito per il controllo delle poltrone nel paese. Mai espressione fu più felice a proposito del suo partito, Poltrone e Divani, parafrasando il nome di un famoso marchio di arredamento. E si gioca la sua partita sapendo che su questo stesso campo altri giocatori, di etnia padana, fanno sfaceli e sbancano nei sondaggi. Una “bella” lotta a chi la dice più grossa sugli immigrati. Che poi queste porcherie, che chiamano leggi, calpestino quel foglio di carta che è diventata la nostra Costituzione, poco importa. Bisogna dimostrare al paese che noi non abbiamo paura e che con ogni mezzo fermeremo l’invasione; anche con dati falsi, con leggi farlocche e con il rischio di creare macerie, odio sociale e politico; la definirei la strada italiana al nuovo fascismo quella coniata dal ministro della paura.

Questo da un lato; dall’altro, e lo dico da avvocato che da almeno vent’anni si occupa di diritto dell’immigrazione, facendo fatica a districarsi tra una serie incredibile di leggi, decreti e circolari che giocano con la pelle dei migranti, assistendo ad una sorta di diritto creativo senza precedenti, l’approvazione del decreto minniti sancisce la nascita di un altro diritto, quello per i poveri e per gli oppressi, che oggi sono i migranti, ma che domani saranno ampi strati della nostra società; minniti sta facendo le prove, alla pari di quei dottori che provano sui topi (perché questa è la considerazione che il nostro governo ha di loro) i farmaci che domani sperano di poter dare agli uomini; ecco perché quando un giorno verranno a prendere anche me non potrò dire nulla, perché non ci sarà rimasto nessuno a protestare…. L’abolizione di un grado di giudizio, ossia del reclamo in Corte d’Appello, che fa rabbrividire Arci e Caritas, che fa gridare ad una “pericolosa compressione delle garanzie” al CSM, di fatto introduce nel nostro ordinamento, introduce nella patria del diritto, in Italia, una sorta di diritto differenziato, che si fonda sul censo, sul colore della pelle; altro che la legge è uguale per tutti, la legge non esiste più se riesce a coniare simili aberrazioni.

E si badi bene, il decreto interviene in un ambito già molto ristretto: il richiedente asilo che arriva in Italia ha i suoi diritti ridotti al lumicino: non fatevi ingannare da gente ignorante come Salvini e Minniti, da speculatori seriali; l’intervista al richiedente asilo innanzi le commissioni territoriali è per il migrante una corsa ad ostacoli dove spesso anche l’interprete rema contro di lui; introdurre la video registrazione significa togliere allo stesso ogni garanzia: in un clima di intimidazione generale non dirà una parola, per paura di ritorsioni, per vergogna, immaginate una donna vittima di tratta che dovrà parlare di uno stupro, o di una mutilazione genitale; immaginate un omosessuale nigeriano, che è perseguitato nel suo paese per il suo status sessuale; lasciatevelo dire da chi ha esperienza di “sportello”, dove solo dopo due o tre incontri, quando va bene, si riesce a comprendere cosa è accaduto.

Dicevamo che interviene in un ambito già ristretto, perché il migrante cui viene negato il diritto di asilo può si ricorrere al Tribunale, ma attraverso un procedimento sommario che gli garantisce poco o nulla, l’art. 702 bis del Codice di Procedura Civile; non una causa vera e propria, che è concessa a tutti, anche ai soci fondatori dell’azione cattolica come Totò Riina, ma un procedimento che si definisce in una sola udienza dove tutto è lasciato alla competenza ed alla conoscenza socio-politica del Giudice, che legge il ricorso dell’avvocato, le fonti e, se lo ritiene, ascolta il ricorrente-migrante, poi decide, il più delle volte alla stessa udienza.

Parlando di tribunali calabresi, ad esempio, a Catanzaro, dove dovrebbe nascere la sezione specializzata del nuovo Tribunale secondo il nuovo decreto, poche volte vengono sentiti i migranti; a Reggio Calabria, dove ad oggi si svolgono molti giudizi, attesa la presenza di una commissione che ha li la sede, quasi sempre. Eliminare la comparizione del ricorrente significa calpestare il Codice e la Costituzione; significa adottare  una legge speciale, che evoca passati remoti tragici per l’Italia. Lo comprendiamo questo? Abolire, come è stato fatto,  il secondo grado del giudizio, ossia il reclamo alla Corte d’Appello, significa tutto quello che ho detto fino ad ora, ma anche di più; significa attuare un colpo di stato giudiziario, un vulnus senza precedenti, nella nostra storia giudiziaria.

Protesteremo in ogni modo, in ogni ambito; prima di tutto nei confronti di quanti lo hanno votato: sono nostri nemici, sono nemici del Popolo; con loro non possiamo fare nessun tipo di alleanza; poi nelle aule giudiziarie, ove faremo fioccare i ricorsi alla Corte Costituzionale avverso il decreto del novello Kossiga, il decretuncolo del ministro della paura. Così, quando verranno a prenderci, se ci riusciranno, non lo potranno fare, perché ci saranno altri insieme a noi, bianchi, neri, rossi, gialli e saranno mazzate….

Avv. Adriano D’Amico

(Rifondazione Comunista – Comitato Politico Provinciale)

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