in morte di Eugenio Melandri … una bella pagina del quotidiano ‘il manifesto’

«hai fatto bene!»

di Luca Kocci
in “il manifesto” del 29 ottobre 2019

Quando il 19 ottobre 2018 Eugenio Melandri va a Roma ad incontrare il papa per la messa a Santa Marta e gli riassume brevemente la propria vita di missionario, pacifista e comunista, «Francesco – racconta lo stesso Melandri – mi prende una mano, me la stringe forte e mi sorride. Poi mi dice: hai fatto bene!».

Melandri è ancora sospeso a divinis e non può esercitare il ministero sacerdotale. Il provvedimento gli era stato comminato dal Vaticano trent’anni prima quando, dopo essere stato allontanato dalla direzione di Missione Oggi, il mensile dei saveriani che aveva trasformato in un periodico fortemente impegnato sui temi della pace e del disarmo, nel giugno 1989 era stato eletto europarlamentare con Democrazia proletaria, violando il Codice di diritto canonico («è fatto divieto ai chierici di assumere uffici pubblici, che comportano una partecipazione all’esercizio del potere civile»; «non abbiano parte attiva nei partiti politici») e venendo punito con la sospensione a divinis. Quell’«hai fatto bene» di Francesco, però, non poteva restare senza conseguenze. Così poche settimane fa – ma con un ritardo di almeno un paio di decenni –, la Congregazione vaticana per il clero annulla la sospensione: Melandri viene riammesso all’esercizio del ministero sacerdotale e incardinato nella diocesi di Bologna guidata dal cardinal Matteo Zuppi. Una «riabilitazione» che, durante il pontificato di Bergoglio, ha riguardato anche altri preti, in passato giudicati troppo di sinistra: sia viventi, come il nicaraguense sandinista Ernesto Cardenal, sia già morti, come Primo Mazzolari e Lorenzo Milani.

La scorsa settimana, il 20 ottobre, Melandri torna a celebrare l’eucaristia, insieme ai confratelli amici e «compagni» di una vita («compagno è una bellissima parola, significa spezzare e condividere il pane», ha detto durante la messa), quella generazione «post-sessantottina» di preti impegnati per la giustizia e la pace dalla seconda metà degli anni ‘80:

Albino Bizzotto (dei Beati i costruttori di pace, con cui nel 1992 ha partecipato alla marcia per la pace a Sarajevo assediata),

Tonio Dell’Olio (già coordinatore nazionale di Pax Christi, poi responsabile internazionale di Libera, ora alla Pro Civitate Christiana di Assisi),

Renato Sacco (coordinatore nazionale di Pax Christi),

il vescovo Giorgio Biguzzi, animatore della campagna contro i bambini soldato in Sierra Leone.

Giusto una settimana prima di morire, nella mattinata del 27 ottobre, a causa di un tumore, che ha affrontato con forza, condividendo senza reticenze sul suo profilo Facebook tutti i momenti di sofferenza, di speranza e di gioia – come appunto l’incontro con papa Francesco e la riabilitazione canonica – e senza mai rinunciare ad intervenire sull’attualità politica, dalle leggi contro i migranti volute dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, alla recente aggressione turca contro i curdi.

Nato a Brisighella (Ra) nel 1948, nel 1974 Melandri entra nei missionari saveriani. Dal 1980 al 1988 dirige Missione Oggi, dalle cui colonne conduce importanti battaglie contro lo scandalo della cooperazione internazionale e per il disarmo, attirando su di sé le ire del governo e della Dc che, con la complicità del Vaticano e dei vertici dei saveriani, riescono a farlo allontanare dalla rivista. Si impegna in politica (europarlamentare di Dp, poi con Rifondazione comunista), nel sociale (con Dino Frisullo fonda Senzaconfine), per la pace e il disarmo.

Questa mattina l’addio ad Eugenio Melandri: i funerali si svolgeranno alle ore 11, presso la casa dei saveriani di San Pietro in Vincoli (Ra), in via monsignor Bertaccini.

guerra spietata ai poveri! ma solo loro possono aiutarci a recuperare umanità

umanità perduta!

il più ingiusto dei mondi possibili

Dio è morto … di nuovo

Un padre e la sua bimba di due anni, di origine sudamericana, sono annegati nel Rio Grande mentre cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti evitando il muro che separa i due paesi. Abbracciati. Per sempre. Con i loro piccoli normalissimi sogni. Un po’ di pace, di umana felicità

L’immagine che li ritrae è emblematica della crudeltà che domina questo nostro tempo.

Il più ricco dei mondi possibili, il nostro mondo, ha concentrato ricchezza e potere nelle mani di pochi. A tutti gli altri ha lasciato briciole e lacrime amare, speranze disperate.

Chi prova a fuggire da guerre e povertà è un nemico, un pericoloso criminale. Viola la vera legge di fatto che governa il mondo e che pretende che i poveri accettino la loro ingiusta povertà a capo chino senza disturbare la tranquillità dei loro carnefici.

In fondo le migrazioni di questi nostri tempi altro non sono che una prima, disperata, ribellione a un ordine violento e crudele.

Il giorno in cui gli oppressi di ogni parallelo e latitudine prenderanno coscienza, si organizzeranno. E non ci sarà muro o barriera che potrà fermarli.

Cambieranno il mondo. Lo faranno nuovo. Bello e giusto. Si salveranno. Ci salveranno.

Che venga presto quel giorno!

 

silvestro montanaro

 

una povertà che uccide

morire di povertà

Secondo un rapporto Istat (pubblicato il 26 Giugno 2018) con riferimento all’anno 2017, in Italia, la povertà assoluta è aumentata rispetto al 2016 sia in termini di famiglie che in termini di individui.

Secondo la definizione:

“la povertà assoluta è calcolata su una base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile”.

In altre parole, ci sono famiglie e individui che non possono letteralmente comprare i beni necessari (e tra i beni sono compresi cibo e medicinali) e che quindi non hanno un livello di vita umanamente accettabile. In particolare, la soglia di povertà è peggiorata per i minori e ed è aumenta rispetto al 2016 nelle famiglie con uno o più minori a carico.

Dunque, l’aumento della povertà è un triste dato di fatto. Come questo influisca non solo sulla qualità della vita ma sulla vita stessa e una correlazione che espliciterò tra un attimo. Esiste una vasta letteratura in merito al legame tra povertà e condizioni di salute generale. Nella mia carriera ho dedicato larga parte allo studio di quelle che vengono definite le determinanti socio-economiche che influiscono sul livello di Salute delle donne e dei bambini e purtroppo sono giunta a terribili conclusioni.

Al pari dell’alcool, dell’inquinamento e del fumo, la povertà è un killer silenzioso che aumenta la sua azione in tempi di crisi. Come questo avvenga è dimostrabile e determinabile. Prendiamo in considerazione, per esempio, il dato sulla mortalità infantile e la malnutrizione. Questi fenomeni registrano un calo generale, tuttavia le disuguaglianze tra poveri e ricchi all’interno della stessa nazione e tra nazioni persistono e, anzi, sembrano essere in aumento.

Inoltre, le disparità tra paesi industrializzati e in via di sviluppo è considerevole: rispettivamente un tasso di mortalità per bambini sotto i cinque anni nel primo caso di 6/1000 e nel secondo di 91/1000. La stessa dinamica si ripete all’interno dei paesi stessi. Per esempio, in Brasile, tra il 1987-1992 il tasso di mortalità per i bambini più poveri era circa sei volte quello dei bambini più ricchi. Ciò impone di pensare strategie per la riduzione della mortalità infantile. Dapprima analizzando il materiale a disposizione sulle cause socio-economiche delle diseguaglianze.

Le maggiori cause di morte per i bambini sotto i cinque anni sono: polmonite, diarrea, malaria, morbillo, HIV/AIDS. Cosa determina la distribuzione di queste cause specifiche di morte? Risposta: le determinanti che influiscono sulla salute della madre e del bambino. Vi sono determinati dirette e indirette. Tra le prime si annoverano: la nutrizione (appunto), l’attività di prevenzione e le cure durante la maternità e i primi mesi di vita.

Per quanto riguarda il primo punto, è importante ricordare che la malnutrizione è causa del 60% delle morti dei bambini sotto i cinque anni. Dunque, riproponendo il dato citato prima sull’impossibilità di comprare cibo, possiamo affermare che è probabile causa di morte. Tra le cause indirette vi sono: il livello di educazione della madre, il reddito e la possibilità di accedere alle cure. Tali cause indirette potremmo definirle le già citate determinanti socio-economiche.

Educazione, reddito e accesso alle cure sono dipendenti dall’ambiente in cui il soggetto vive, ovvero il contesto economico e sociale. Ecco che allora la povertà emerge come principale fattore nel determinare lo stato di Salute ed è una vera e propria causa di morte. Dobbiamo iniziare a ripensare la povertà non solo in termini di una maggior giustizia sociale ed equità, ma di una vera e propria “emergenza sanitaria”.

È importante ricordarlo, soprattutto in questo contesto di crisi economica, dove un taglio alle spese potrebbe avere ricadute pesanti sullo stato di salute generale del paese, in particolare quello delle categorie più vulnerabili: bambini, donne e anziani. Categorie, che per definizione, hanno meno possibilità di uscire da uno stato di povertà, poiché si vedono impedite nell’accesso al lavoro, che è il mezzo primario per produrre ricchezza. Se non si tiene a mente questo importante fattore si rischia letteralmente di “tornare indietro”.

Un caso simile è già accaduto nella storia. Ho lavorato in Argentina proprio negli anni della crisi economica tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000 e ho avuto (purtroppo) modo di verificarne personalmente i pesanti effetti. Questo paese, che aveva raggiunto un buon livello di Salute pubblica in tempi pre-crisi, è velocemente ripiombato nel baratro, danneggiando soprattutto donne e bambini.

E insieme alle conseguenze monetarie del default argentino, ricomparirono nello spazio di sei mesi casi di Kwashiorkor, severa malnutrizione nei bambini, che determina rigonfiamento dell’addome e rallenta irreversibilmente lo sviluppo cognitivo dei bambini. Raggiungere un buon livello di Salute per un Paese richiede immani sforzi e moltissimo tempo.

Perdere quanto ottenuto può essere invece molto rapido, se non si presta la giusta attenzione. Rivolgo quindi un appello urgente a questo governo. È necessario difendere ora in ogni modo il sacro principio sancito dalla Costituzione all’articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

E con questo si intendono tutti indigenti, anche coloro che non vengono definiti propriamente italiani. È un dovere costituzionale, oltre che etico. Perché di povertà si muore, purtroppo. Anche nel 2018. Anche in Italia.

in morte di Miguel d’Escoto

Miguel d’Escoto

il teologo che umiliò gli Usa

di Geraldina Colotti
in “il manifesto” del 10 giugno 2017

Il Nicaragua dice addio a Padre Miguel d’Escoto Brockmann, figura storica del sandinismo e della Teologia della Liberazione. Un addio senza tristezza – ha detto la vicepresidente Rosario Murillo – rendendo omaggio a

“una personalità eccezionale, un fratello che triste non è stato mai, un fratello indomabile che ha combattuto per il popolo e con il popolo, per tutte le cause giuste, pieno di allegria, di speranza, di fiducia e certezza in quel futuro migliore in cui tutti crediamo e che ci meritiamo”.

Miguel d’Escoto, sacerdote cattolico, nasce a Los Angeles il 5 febbraio del 1931. Trascorre l’infanzia in Nicaragua, poi torna negli Usa per studiare alla fine degli anni 1940. Nel 1953 entra nel seminario della Società missionaria di Maryknoll, dove viene ordinato sacerdote sette anni dopo. A metà degli anni ’70, mentre il continente latinoamericano cerca di seguire la via cubana e si scontra con la dura reazione degli Usa, il sacerdote aderisce alla Teologia della Liberazione, che accompagna il marxismo nella ricerca di giustizia sociale e per questo entra in conflitto aperto con il Vaticano. Nel 1975 aderisce in segreto al Frente sandinista di liberazione nazionale (Fsln), la guerriglia che combatteva la dittatura in Nicaragua. Nel 1977 fa già parte del Gruppo dei dodici, composto da intellettuali e imprenditori che si oppongono al dittatore Somoza Debayle, ed esprime il suo appoggio pubblico all’Fsln. Dopo la vittoria del Frente sandinista, nel luglio del 1979, d’Escoto diventa ministro degli Esteri fino al 1990, anno in cui i sandinisti perdono le elezioni e il potere. A differenza di un altro prete sandinista, il poeta Ernesto Cardenal (scomparso di recente), continua ad accompagnare il percorso del leader sandinista Daniel Ortega, fino al suo ritorno alla presidenza, nel 2007. Nel 2008 assume per un anno l’incarico di presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni unite. Tra il 2007 e il 2011 accompagna il presidente nicaraguense Daniel Ortega come massimo consulente agli Affari esteri. Viene insignito di due onorificenze, l’ordine Rubén Darío e Carlos Fonseca. Come ministro degli Esteri, è protagonista di una vittoria storica contro gli Usa. Nel 1984, denuncia alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja le attività militari statunitensi contro il Nicaragua, e la Corte gli dà ragione.

In quello stesso anno, per la sua attività di teologo progressista e per il ruolo politico che ricopre nel sandinismo, viene sospeso “a divinis” da Vojtyla, il papa guerriero che combatte il “pericolo rosso” a fianco di Reagan e di Tatcher e che praticamente abbandona nelle mani dei carnefici anche il vescovo salvadoregno Oscar Romero. Anche Ernesto Cardenal viene umiliato pubblicamente e sospeso “a divinis” dal papa polacco. Trent’anni dopo, nell’agosto del 2014, il papa argentino Jorge Bergoglio, annulla l’ordine di sospensione, accogliendo la richiesta di d’Escoto di poter tornare “a celebrare la Santa Eucaristia prima di morire”. D’Escoto torna a celebrare messa a settembre di quell’anno, festeggiato anche in Italia come “sacerdote del mondo”. Pur essendo lontano dalla politica istituzionale, non smette di levare la voce per le cause che considera giuste a livello internazionale. Insieme ad altre figure storiche della Teologia della Liberazione come Leonardo Boff, due anni fa invia una lettera a Barack Obama per protestare contro le sanzioni imposte al Venezuela di Nicolas Maduro il 9 marzo del 2015: ritenendo “estremamente vergognosa” la motivazione che definisce il Venezuela “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati uniti”.

Una misura – sottolinea nella lettera – “incredibilmente simile a quella emessa da Reagan oltre tre decenni fa per avere le mani libere e aggredire la legittima Rivoluzione sandinistra con la sua guerra dei Contras, nel decennio del 1980. Anche gli ultimi due appelli internazionali, firmati da un altro grande teologo della Liberazione, Francois Houtart, pochi giorni prima di morire, sono stati in difesa del Venezuela. Da oggi a lunedì, sarà possibile firmare il “libro di condoglianze” presso l’ambasciata del Nicaragua a Roma, per ricordare “un messaggero di pace e di riconciliazione

sgomberi da morire

diventa un caso la rom morta a seguito di uno sgombero del campo rom all’insaputa dell’amministrazione milanese
 morire a Milano, sdraiata su un materasso sotto le stelle, perche’ non si ha altro. Ne’ una baracca, ne’ una tenda. E’ la tragica e dolorosa fine di M., donna rom di 42 anni, malata di cuore. Un cuore che ha smesso di battere pochi minuti dopo la mezzanotte del 28 maggio.
Due giorni prima, insieme ad una decina di altre famiglie (in tutto una settantina di persone), era stata sgomberata dall’accampamento di fortuna, che in questi mesi si era creato nel boschetto attiguo al Centro di emergenza sociale (Ces) del Comune di Milano di via Sacile. Centro nel quale vivono altri rom, circa 220 su una capienza di 140, tra i quali anche la sorella di M.
Secondo la Rete rom (alla quale aderiscono Associazione ApertaMente di Buccinasco, Associazione Upre Roma, Associazione di Promozione sociale Fabrizio Casavola, GRT e Naga), si e’ trattato di uno sgombero “senza preavviso, senza assistenti sociali e senza proposte alternative”.  Per il diritto internazionale, le persone sgomberate dovrebbero ricevere subito un’alternativa valida e lo sgombero dovrebbe essere notificato in maniera scritta. Ma venerdi’ scorso l’assessorato alla sicurezza, guidato dall’assessore Carmela Rozza, non ha avvisato quello alle Politiche sociali di Pierfrancesco Majorino. “Venerdi’ ero all’assessorato alle politiche sociali per un appuntamento e mi hanno chiamato alcune famiglie rom per dirmi dello sgombero- racconta Djana Pavlovic, portavoce della Rete Rom- E li’ in assessorato non ne sapevano nulla”.
Tra le persone sgomberate, oltre a M. cardiopatica, c’erano anche una ragazza appena dimessa dall’ospedale e una donna incinta. Oltre ad alcuni bambini.
“Sono rimasti senza nulla, visto che la polizia locale ha distrutto tutto, anche le tende- aggiunge- Ho fatto presente che c’erano situazioni particolarmente delicate”.
L’assessorato alle Politiche sociali, vista la situazione, ha allora dato appuntamento a queste famiglie piu’ a rischio per mercoledi’ 31 maggio. Troppo tardi per M. La morte di M. rivela, pero’, che c’e’ una Milano nascosta, con poveri piu’ emarginati di altri poveri.
Con la giunta di Giuliano Pisapia, la competenza sui rom, sugli sgomberi e sui centri di emergenza sociale era dell’assessorato alla Sicurezza e coesione sociale, guidato da Marco Granelli. Con l’elezione di Sala, si e’ creato un vuoto, con gli assessori Rozza e Majorino che non hanno fatto certo a gara per assumersi l’onere di occuparsene. Tanto che anche chi gestisce il Ces, ossia Casa della Carita’ e Padri Somaschi, in un comunicato stampa di ieri pomeriggio, sottolinea che “risulta necessario ripristinare un’efficace collaborazione tra istituzioni e terzo settore affinche’ le persone vengano accolte nel centro nel miglior modo possibile e vengano trovate soluzioni positive anche per chi non aveva trovato in questi ultimi mesi un posto al suo interno, rimanendo per strada”. “Abbiamo piu’ volte chiesto un incontro con l’assessorato alla sicurezza, senza ricevere risposta”, aggiungono interpellati da Redattore sociale.
La situazione dentro e fuori il Ces stava infatti peggiorando di mese in mese. “Il 24 maggio siamo andati con il nostro camper e il nostro medico in via Sacile- raccolta Nerina Vitali, volontaria del Naga, associazione che offre assistenza sanitaria a senza dimora e nelle baraccopoli- Ci avevano chiamato alcune famiglie ospiti del Ces, disperate. E la situazione che abbiamo trovato era allucinante”.
“C’erano circa 200 persone, in condizioni igieniche molto precarie. Siamo riuscite a visitarne una quarantina: chi aveva mal di denti, oppure mal di testa o lamentava altri tipi di malanni. In piu’ c’erano quelle accampate fuori, nel boschetto. E’ chiaro che li’ mancava una qualsiasi forma di assistenza sanitaria da tempo“.
Il Centro di emergenza sociale di via Sacile
Il Centro di emergenza sociale di via Sacile e’ stato costruito nella primavera del 2015. E’ costato 1,5 milioni di euro. Nelle intenzioni dell’allora assessore Marco Granelli andava a sostituire il Ces di via Lombroso e avrebbe dovuto “accogliere in un anno 600 persone appartenenti a famiglie con minori, di cui 350 provenienti da sgomberi di aree ed edifici occupati abusivamente”.
Il problema e’ che con la chiusura di via Lombroso e l’incendio dell’altro Ces, in via Quarenghi, via Sacile e’ rimasto l’unico centro. E di fatto il Comune non sa piu’ dove mettere chi viene sgomberato dai campi rom irregolari o dagli appartamenti occupati abusivamente.
Come sono andate le cose, quella notte?
La morte di M. non ha solo implicazioni sociali e politiche, ma potrebbe averne anche di carattere penale. I rom presenti la notte del 28 maggio, infatti, sostengono che l’ambulanza sia giunta “solo dopo oltre mezz’ora perche’ chi in quel momento era responsabile del Centro non si peritava di rispondere alle richieste di aiuto”, come si legge nel comunicato stampa della Rete Rom. L’azienda regionale (Areu) che gestisce il 118 replica che la prima telefonata di richiesta di soccorso e’ arriva alla mezzanotte e un minuto e che l’ambulanza sia giunta in via Sacile a mezzanotte e nove minuti.
“I rom mi hanno raccontato che hanno provato a chiamare anche prima di mezzanotte, ma non sapevano dare l’indirizzo- precisa Djana Pavlovic-. Per questo hanno cercato aiuto chiedendo al custode del Ces, che solo dopo tante insistenze ha aperto il cancello e chiamato il 118”. Ma Casa della Carita’ nega questa ricostruzione dei fatti. “Il custode del centro in turno ha risposto prontamente alle richieste di aiuto- precisa- chiamando i soccorsi dal telefono di servizio, che ha effettuato la chiamata dopo che altre persone vicine alla donna avevano gia’ a loro volta chiamato i soccorsi quando questa si era sentita male e proprio perche’ i soccorsi stessi non erano ancora arrivati”. Tre versioni dei fatti, che solo un’autorita’ giudiziaria potra’ eventualmente chiarire.
fonte: Redattore Sociale

come si fa a credere alla vita in un mondo di morte – come ripensare nel presente l’annuncio della resurrezione –

una speranza in tutte le lingue

di Angelo Reginato
in “Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 14 aprile 2017

come si fa a credere alla vita, in un mondo di morte? Come si fa ad annunciare che è risorto, quel condannato alla morte più infamante? Le quattro narrazioni dei vangeli sono portatrici di un’elaborazione della speranza che è udibile nelle diverse lingue: ricominciare (Marco), uscire dalla gabbia del pensiero unico (Matteo), incamminarsi su sentieri di pace (Luca) coinvolgendo persone con nome e cognome (Giovanni)

Anche noi, chiamati ad annunciare l’evangelo della resurrezione e a ripensarlo nel presente, siamo tentati di fuggire. Come le donne, di cui ci narra Marco. Come si fa a credere alla vita, in un mondo di morte? Come si fa ad annunciare che è risorto, quel condannato alla morte più infamante? Solo creature angeliche possono farlo. Solo anime belle sono in grado di penetrare la crosta di sangue raggrumato che copre la nostra storia e scorgere l’utopia di un mondo giusto, che coltiva la vita e aborrisce la morte. Noi no. I nostri occhi vedono solo teatri di guerra e cinismo spietato. Non angeli ma droni sorvegliano i sepolcri ben sigillati di una storia che difende la vita di pochi e condanna a morte il resto dell’umanità. Pasqua, dunque, impossibile nello scenario post-moderno, che decostruisce ogni speranza? In realtà, è così da sempre. L’umanità, fin da subito, ha dovuto fare i conti con lo scandalo di una storia che gronda sangue. Come leggiamo nelle Scritture. Dove, però, insieme all’analisi lucida della situazione, viene messa in campo la sfida alla tirannia della morte. Come nei quattro racconti evangelici.

Marco, che conclude la sua narrazione con la fuga, silenziosa e spaventata delle donne, destinatarie dell’annuncio di Pasqua (16, 8), propone la strategia della ripresa: tornare in Galilea (16, 7), dove tutto ha preso inizio, e ricominciare daccapo. In un mondo disperato, è decisivo fare della speranza un percorso educativo a lungo termine, tenace, che prova e riprova a compiere quanto la storia tenta di impedire. Matteo, invece, parla della Pasqua come di un terremoto (27, 54; 28, 2), evocando come via d’uscita dalla paralisi uno shock esistenziale, una trasmutazione dei valori, un mettere sottosopra quelle visioni che, a torto, riteniamo ben fondate. Luca, a partire dalle parole di perdono pronunciate da Gesù, propone esperienze di riconciliazione quali segni di credibilità dell’annuncio pasquale (24, 47), facendosi prossimi a quanti, in preda alla tristezza del cuore, hanno tirato i remi in barca e hanno dismesso ogni forma di responsabilità storica (24, 13ss). Infine, Giovanni evoca una strategia personalizzata, basata sul chiamare per nome (20, 16), sulla qualità delle relazioni, improntate su un amore inatteso, immeritato. Linguaggio interno dei cristiani, inservibile nell’agone pubblico? Tutto il contrario! Queste straordinarie narrazioni, che sono «occhio» (e non «oppio»!) dei popoli, sono portatrici di un’elaborazione della speranza che è udibile nelle diverse lingue. E che alla nostra società, tendenzialmente depressiva, propongono nuove aperture di sentieri troppo in fretta giudicati impercorribili. Come Marco, anche noi possiamo porre un’istanza di ricominciamento nel nostro contesto crepuscolare. Lavorare nei diversi ambiti educativi per iniziare al sogno di una vita che resista alle sirene della resa ai disegni mortali.

Ma perché questa parola suoni credibile, è necessario uscire dalle gabbie del pensiero unico, operare terremoti come quelli narrati da Matteo, scosse esistenziali e culturali, che aprano varchi di pensiero differente: qui l’annuncio pasquale potrà risuonare alle orecchie del mondo come un sussurrare il sospetto che non per forza di cose la vita è quella che ci fanno vivere; e, insieme, gridare l’indignazione per le troppe condanne a morte emanate dai nostri cuori di pietra. E poi, una volta scorto il passaggio, incamminarci lungo sentieri di pace, come indica Luca, innescando processi di riconciliazione. A Pasqua risorge Gesù, non tutti i morti. I nostri annunci avranno, per forza di cose, il carattere parziale di chi non risolve tutti i problemi ma indica simbolicamente una direzione: un corridoio umanitario, la microrealizzazione di una gestione dei conflitti in un determinato territorio, un gesto ecumenico che sappia di vangelo. Coinvolgendo persone con nome e cognome, come fa Giovanni, che coniuga la Pasqua con la contingenza del vivere quotidiano.
Che cos’hanno le chiese da dire al mondo, se non il fatto di mettersi in gioco, nonostante tutto, e proporsi come laboratori di resurrezione in mezzo a un’umanità rassegnata e incredula?

dieci anni fa moriva l’abbé Pierre

dieci anni dopo, che cosa resta della lotta dell’abbé Pierre?

di René Poujol
in “www.renepoujol.fr” del 19 gennaio 2017

A coloro che sono desolati per il fatto che la voce dell’abbé Pierre si sia spenta con lui, io dico: ascoltate papa Francesco!

Certo che la sua voce ci manca! La voce di un “imprecatore”, solo indebolita verso la fine della vita, per la vecchiaia e la malattia. Ingiungeva ai potenti di “servire per primo il più sofferente” e a ciascuno di noi di “non rassegnarci mai ad essere felici senza gli altri”. Il 22 gennaio 2007, l’abbé Pierre ci lasciava per delle “lunghe vacanze” a cui aspirava fin dalla più tenera infanzia. Sono già passati dieci anni! Il fatto che sia caduta nell’oblio la memoria di colui che fu, per anni, la personalità preferita dai francesi, non ha nulla di sorprendente e di scandaloso in sé. Il che non dispensa dal porsi la domanda: dieci anni dopo, che cosa resta dell’abbé Pierre?

Emmaüs, innanzitutto. E ciò che questo movimento, volutamente non confessionale, ha di profetico. Perché le comunità di Emmaüs sono state precursori dell’economia equa e solidale. I “compagnons” dell’abbé Pierre sono quegli uomini tentati di percepirsi, con un effetto specchio, come i rifiuti della società, e che fondano la loro dignità sul lavoro, più precisamente sul riciclaggio degli scarti della società dei consumi. Un modo di denunciare lo scandalo, e al contempo di mettere a disposizione dei più poveri dei beni che non avrebbero potuto permettersi. Con quella suprema provocazione di prendere dal loro salario ciò che serve a sostenere, solidalmente, i più sfortunati di loro!
È una comunità che, in una società liberale in cui quotidianamente viene ricordato a ciascuno che nessuno è insostituibile, afferma al contrario che nessuno è di troppo. Che ognuno è unico e ha diritto al proprio spazio. L’abbé Pierre voleva che le comunità avessero sempre un letto libero. In modo da poter dire a chiunque si presentasse: “Entra, ti aspettavamo”.
In una società del dopoguerra ancora fortemente caratterizzata dal cristianesimo – per quanto secolarizzato – e da una forma di assistentato caritatevole, l’abbé Pierre fa dei poveri, a cui dà la parola tramite la sua voce, i protagonisti della propria emancipazione. Un modo per smentire Roland Barthes che scriveva, nel 1957, in Mithologies (Seuil): “Arrivo a chiedermi se la bella e toccante iconografia dell’abbé Pierre non sia l’alibi che buona parte della nazione fa propria per sostituire impunemente i segni della carità alla realtà della giustizia”.
Si devono alla sua lotta, l’indomani della “insurrezione della bontà” dell’inverno 1954, le prime leggi che proibiscono l’espulsione dei locatari in inverno… Ne seguiranno altre, frutto della sua instancabile lotta: la legge Besson sull’edilizia popolare, la legge Solidarietà e rinnovamento urbano (SRU), poi la legge sul Diritto ad un alloggio dignitoso (DALO) votata poche settimane dopo la sua morte.
E, naturalmente, rafforzata dal carisma di padre Joseph Wresinski, la trasformazione definitiva da movimento caritativo esplicitamente o implicitamente cattolico in una lotta solidale “con i poveri”, oggi diventata la linea di condotta adottata da molti. Pensiamo alla Fondation abbé Pierre pour la Logement, a ATD Quart Monde, al Secours catholique o a CCFD…in cui militano, senza complessi, molti cristiani… Cosa che non li dispensa dall’avere quel “di più di anima” che consiste nel vivere la lotta per la giustizia con carità. Come invita a fare l’apostolo Paolo: “Anche se distribuissi tutti i miei beni ai poveri…. se non avessi l’amore,  non mi servirebbe a nulla”.


L’abbé Pierre, in un dolce eufemismo, dichiarava di sollevare un “entusiasmo ineguale” tra i vescovi francesi che lo consideravano “incontrollabile”. E a giusto titolo! Le sue lettere ai papi successivi, di cui la stampa si faceva eco con grande piacere, avevano il dono di irritare un ambiente ecclesiastico abituato a maggiore deferenza. Una delle ultime è datata 19 giugno 1995, indirizzata a papa Giovanni Paolo II. Il fondatore di Emmaüs gli chiedeva nientemeno di applicare a se stesso – e la richiesta vale per i suoi successori – di dare le dimissioni a 75 anni. Chiedeva maggiore trasparenza nelle finanze del Vaticano, meno spese eccessive in viaggi pontifici che non permettono al capo della Chiesa cattolica di incontrare davvero il popolo, meno ossessione sulle questioni di morale sessuale, maggiore apertura sull’ordinazione di uomini sposati o sull’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Dieci anni dopo la sua morte, l’evoluzione recente dell’istituzione cattolica sembra dargli ragione.
Adesso possiamo chiederci chi incarna oggi la voce dell’abbé Pierre, cioè quella dei profeti che, in nome di Dio, non fanno che unirsi alla semplice saggezza umana di un imperatore Adriano a cui Marguerite Yourcenar fa dire: “Tutti i popoli sono periti fino ad ora per mancanza di generosità…”.
È indecoroso affermare che quella voce è ormai quella di papa Francesco? Come non vedere vicine le due sensibilità spirituali maturate nell’ascolto del Poverello d’Assisi che fa loro desiderare “Una Chiesa povera per i poveri”? Come non percepire la vicinanza nel pensiero e nell’azione tra il fondatore di Emmaüs e l’autore di Evangelii Gaudium o di Laudato si’? Come non fare il parallelo tra la scelta di papa Francesco di stabilirsi in un modesto appartamento a Santa Marta, e la scelta dell’abbé Pierre di arredare il suo alloggio (da Neuilly-Plaisance a Charenton-le-Pont, Esteville, Saint-Wandrille, Alfortville) in “stile Luigi cassa”?
Appello alla sobrietà felice da parte di beati della sobrietà!

l’arcivescovo Tutu chiede di poter scegliere una «morte dignitosamente assistita».

l’arcivescovo Tutu e l’eutanasia

“lasciatemi la scelta”Tutu

di Michele Farina
in “Corriere della Sera” dell’8 ottobre 2016

nel mezzo del suo 85esimo compleanno, «più vicino al terminal delle partenze che a quello degli arrivi», Desmond Tutu chiede per sé il diritto di decidere come e quando andarsene da questo mondo

L’arcivescovo emerito anglicano di Città del Capo e Nobel per la Pace 1984, l’amico di Nelson Mandela che tutti in Sudafrica chiamano «The Arch», ora «più che mai sente» la necessità di «prestare la sua voce» alla causa della «morte dignitosamente assistita». Un occhio alla festa, l’altro alla cartella clinica: Tutu è reduce da uno dei suoi sempre più frequenti tour in ospedale, dove anche questa volta dopo un piccolo intervento chirurgico ha rintuzzato «le infezioni» che minano da qualche tempo la sua salute. Nessuno parla di una precisa malattia (vent’anni fa The Arch fu curato per un tumore alla prostata). È lui stesso a descriversi più vicino all’ultimo «gate». E così, mentre nel giorno del compleanno i ragazzi della sua Fondazione distribuiscono dolcetti nel centro di Città del Capo in nome della campagna #ShareTheJoy, assieme alla gioia The Arch ha deciso di condividere le sue riflessioni in «fine vita». Non c’è contraddizione tra l’inno alla gioia e la via dell’eutanasia, lascia intendere Tutu dalla tribuna del quotidiano americano The Washington Post : «Per tutta l’esistenza ho avuto la fortuna di lavorare appassionatamente per la dignità dei viventi. Così come ho lottato per la compassione e la giustizia nella vita, allo stesso modo credo che i malati terminali debbano essere trattati con giustizia e compassione davanti alla morte». The Arch non usa giri di parole: «I morenti dovrebbero avere il diritto di scegliere come e quando lasciare la Madre Terra». Tutu ricorda le recenti leggi sulla «dolce morte» entrate in vigore in California e in Canada. Ma sottolinea come «a migliaia di persone in tutto il mondo venga negato il diritto di morire con dignità». Su questo tema, l’incrollabile campione dei diritti umani ha cambiato idea da poco. «Per tutta la vita mi sono opposto all’idea della morte assistita. Due anni fa dissi che ci avevo ripensato. Ma sull’eventualità che io stesso potessi farvi ricorso, ero rimasto sul vago. “Non mi importa”, dicevo allora. Oggi che sono più vicino al terminal delle partenze, lo affermo con chiarezza: ci sto pensando, sto pensando a come vorrei essere trattato quando verrà l’ora». Il Sudafrica, che vanta una delle Costituzioni più avanzate del mondo, non ha una legge sulle scelte di fine vita. Nell’aprile 2015 un tribunale ha garantito a un malato terminale il diritto di morire, ma il Parlamento non ha colto questa occasione per discuterne in maniera approfondita. Anche il sasso lanciato da Tutu non sembra aver fatto grande rumore nello stagno dell’opinione pubblica, dominata com’è da altre emergenze e ricorrenze: le manovre del corrotto presidente Jacob Zuma, il declino dell’Anc, le storie di mazzette che avvolgono un ex pupillo di Nelson Mandela, Tokyo Sexwale; le proteste a petto nudo delle studentesse della Wits University contro l’aumento delle tasse scolastiche; l’economia sudafricana che non riparte, la violenza sulle donne… La dignità dei viventi è minacciata ogni giorno nella Nazione Arcobaleno, a oltre vent’anni dalla fine dell’apartheid. L’uomo che ha spiazzato i neri in pieno regime dell’apartheid («siate buoni con i bianchi, hanno bisogno di riscoprire la loro umanità», disse alla cerimonia del Nobel), il prete che ha inventato la meravigliosa definizione di Rainbow Nation, il vecchietto che negli ultimi anni ha tuonato mentre i potenti di turno imbrattavano la bandiera di Mandela, oggi si ritrova abbastanza solo a interrogarsi sulla dignità dei morenti. D’altra parte questa è sempre stata la sua specialità, come diceva Madiba: dare voce a chi non ha voce. Con un occhio ai dolcetti della vita, l’altro alla cartella clinica.

per la morte di Pannella l’onestà di Famiglia Cristiana, la freddezza di Avvenire, la denigrazione (ancorché coerente!) di Radio Maria di p. Livio Fanzaga

«il tuo Vangelo, quello degli ultimi, è quello che io amo»

il leader radicale e il protagonista dei diritti civili in Italia aveva scritto a papa Francesco il 22 aprile scorso. Gli restava da vivere meno di un mese. Nella sua casa vicino alla fontana di Trevi aveva seguito in televisione pochi giorni prima la visita del papa a Lesbo e i suoi incontri con i rifugiati accolti sull’isola greca. In fondo alla lettera, un post scriptum: «Ho preso in mano la croce che portava mons. Romero, e non riesco a staccarmene»

«Caro Papa Francesco, ti scrivo dalla mia stanza all’ultimo piano – vicino al cielo – per dirti che in realtà ti stavo vicino a Lesbo quando abbracciavi la carne martoriata di quelle donne, di quei bambini, e di quegli uomini che nessuno vuole accogliere in Europa. Questo è il Vangelo che io amo e che voglio continuare a vivere accanto agli ultimi, quelli che tutti scartano». 

Sono le prime righe della lettera che Marco Pannella aveva scritto a papa Francesco il 22 aprile scorso. A Pannella restava da vivere meno di un mese. Nella sua casa vicino alla fontana di Trevi, il vecchio e malato leader radicale aveva seguito in televisione pochi giorni prima la visita del papa a Lesbo e i suoi incontri con i rifugiati accolti sull’isola greca. Era rimasto colpito. Si era commosso. Ci ha riflettuto pochi giorni, poi ha deciso di scrivere a Francesco. La lettera è scritta a mano, con una penna blu, le righe leggermente inclinate verso l’alto, a destra. Alla fine i saluti sono scritti in maiuscolo: TI VOGLIO BENE DAVVERO TUO MARCO.

In fondo alla pagina avanza un po’ di spazio per un post scriptum: «Ho preso in mano la croce che portava mons. Romero, e non riesco a staccarmene». La croce di Romero oggi la porta attorno al collo monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. E’ stato lui a spiegare a Pannella l’origine di quella croce. «Marco mi ha chiesto di indossarla, non voleva più staccarsene. E alla fine, quando prima di andare via me la sono ripresa, dentro di me ho sentito un po’ di rimorso per avergliela tolta». 

La lettera di Pannella è stata portata al papa da monsignor Paglia. Il 2 maggio, giorno del compleanno di Pannella, Francesco gli ha mandato in regalo il suo libro sulla Misericordia e una medaglia. Paglia conosce e frequenta Pannella dai primi Anni Novanta. Nelle ultime settimane si sono visti più spesso. «A marzo ero alla Casa del Divin Maestro di Ariccia con il Papa e gli altri prelati della Curia durante gli esercizi spirituali di Quaresima», racconta Paglia, «quando ho ricevuto una telefonata di Pannella. Voleva vedermi. Ho informato il Papa e lui mi ha detto: “Vai di corsa”».

Continua monsignor Paglia: «Prendo la macchina e lo raggiungo. Lui stava a letto un po’ rattristato, ci siamo abbracciati e poi abbiamo cominciato una delle nostre lunghe chiacchierate». Pochi giorni fa l’ultima telefonata, ma Pannella, ormai sopraffatto dai dolori, non poteva più rispondere. «Mentre parlavo con Matteo Angioli sentivo in sottofondo i suoi lamenti», dice Paglia, «il mio amico Marco aveva ormai finito di combattere la sua battaglia».

in memoria di Domenico Maselli

Maselli

una vita per il dialogo.

“Il sogno? L’unità dei protestanti”

lunedì 7 marzo i funerali dello storico e pastore valdese nella basilica di San Frediano

il suo impegno per l’ecumenismo e l’esperienza da deputato