anche il vescovo di Lucca contro Salvini

il vescovo di Lucca contro la chiusura dei porti

in occasione della festa di San Paolino il vescovo di Lucca monsignor Italo Castellani ha preso una forte posizione politica per l’apertura dei porti ai clandestini

queste le sue parole:

Il ‘fenomeno migrazioni’

Devo riconoscere che Lucca e il suo territorio nel suo insieme ha risposto bene, rispetto ad altre realtà, nell’accoglienza dei migranti.

Nel ‘fenomeno migrazioni’ vedo simbolicamente e realmente ogni “periferia esistenziale, culturale, educativa” dei nostri giorni, povertà materiali e spirituali che non possiamo far finta di non vedere o voltarci dall’altra parte.

Più volte, in piena sintonia e comunione con Papa Francesco, sono ultimamente intervenuto su questi temi ‘sensibili’ al Vangelo.

A conclusione del Convegno Ecclesiale, che abbiamo celebrato l’11-12 giugno scorso, su un tema di grande attualità –“L’altro: inferno o paradiso?”– feci questo accorato appello che rinnovo in questo momento alto di vita ecclesiale e sociale. Credo che una Chiesa –la nostra Chiesa di Lucca– non possa rimanere muta di fronte a quello che sta avvenendo, con i migranti lasciati in balia del mare e con i porti del Mediterraneo chiusi, mentre coloro che hanno la guida del nostro Paese si rifiutano ostinatamente di accoglierli, aspettando che lo facciano altri. È una decisione che un cristiano non può accettare!

È di spettanza propria di chi governa maturare scelte politiche, reali percorsi d’inclusione sociale dei rifugiati, adulti e soprattutto minori non accompagnati, sino ad oggi svolti per lo più dalla Caritas diocesana e generosamente dalle nostre comunità. Chiedevo e chiedo ancora una volta di dissociarci apertamente da tali scelte e dichiarare che ogni uomo –la Persona– è al primo posto, non è un ‘numero’, a prescindere dalla sua provenienza, appartenenza sociale e culturale.

In questa sede –alla luce della Parola di Dio ascoltata– mi sta a cuore ricordare che per noi cristiani il Vangelo è l’unico criterio per le nostre scelte. Esso indica ripetutamente la via dell’accoglienza dello straniero e della condivisione dei beni con i poveri. Dice infatti Gesù: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25, 35).

Per il suo carattere universale, il Vangelo non può mai essere sottoposto ad un uso strumentale, piegato a fini propagandistici o ancor meno ridotto a segno di “esclusiva” appartenenza etnico-nazionale.

Auspico e invito tutte le nostre comunità –come viene ben sottolineato nel recente Documento Ecumenico delle Chiese cristiane di Viareggio– a vigilare sulla difesa dei diritti umani (in mare e sulla terra ferma) e ad essere aperte all’accoglienza dell’altro/a, aprendo i propri spazi e le proprie strutture per costruire progetti di accoglienza di condivisione e inclusione. Si, questo è il momento, come nelle nostre comunità sta avvenendo, del passaggio dall’accoglienza all’inclusione dei nostri fratelli immigrati, con la possibilità di apprendere la nostra lingua, aprire percorsi di studio e di lavoro, condividere la richiesta e l’incontro tra diverse culture e testimonianze di fede.

 

“Dio stesso viaggia sui barconi dei migranti”

l’arcivescovo di Agrigento:

“a venire da noi su un barcone è Dio, non accogliere è non credere”

Il cardinale Montenegro festeggia S. Calogero, santo nero venuto dall’Africa e lancia un monito

Francesco Montenegro

Durante i festeggiamenti per S. Calogero, l’arcivescovo Montenegro di Agrigento ha lanciato un commovente monito, particolarmente significativo dato che S. Calogero è un santo nero, taumaturgo della Chiesa e particolarmente amato in Sicilia e in particolare nell’agrigentino:

“I migranti, i poveri sono un termometro per la nostra fede. Non accoglierli, soprattutto chiudendo loro il cuore, è non credere in Dio. È Gesù a venire da noi su un barcone, è lui nell’uomo o nel bambino che muore annegato, è Gesù che rovista nei cassonetti per trovare un po’ di cibo. Sì, è lo stesso Gesù che è presente nell’Eucaristia. Un migrante alla fine del suo lungo viaggio, dopo aver subito violenze e visto sabbia, lacrime, paura, cadaveri … esclamò nel mattino in cui fu salvato: “Nulla è più bello al mondo del sorgere del sole”. Il sole illumina i volti di tutti gli uomini, non solo i nostri. Ogni migrante è una storia e una vita che, ci piaccia o no, s’intreccia con la nostra. I poveri e i migranti hanno un nome come noi, sognano come noi, sono pieni di paure come noi, sperano come noi, vogliono una famiglia come noi, – un minorenne mi ha detto che ciò che gli manca è la carezza della mamma – credono in qualcosa o in qualcuno come noi, osano come o più di noi, desiderano essere trattati come noi. Anche per loro, e non solo per noi, Gesù e si è lasciato inchiodare sulla croce. Lasciamoci scuotere la coscienza dal fatto che tanti bambini, uomini, donne, perdano la vita in mare. Fu un immigrato, il centurione romano, a riconoscere nel crocifisso il Figlio di Dio. Un detto ebraico dice: chi salva un solo uomo, salva il mondo intero.”

l’omsessualità come dono – parola di vescovo

monsignor Antonio Carlos Cruz Santos:

«l’omosessualità è un dono di Dio»

 

«Considerato il fatto che l’omosessualità non è una scelta, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non lo considera più come una malattia, nella prospettiva della fede noi abbiamo solo una risposta: se non è una scelta, se non è una malattia, nella prospettiva della fede solo può essere un dono, e un dono è dato da Dio. Non c’è verso, se non è scelta, non è malattia, è dono, è dono dato da Dio; ma forse i nostri preconcetti non permettono di comprenderlo come dono di Dio. Così come i preconcetti nei confronti dei neri, e si diceva che i neri non avevano l’anima, il nostro preconcetto non permette di percepire questo dono».

È quanto affermato da monsignor Antonio Carlos Cruz Santos, vescovo di Caicó (Brasile).

Pare dunque in costante crescita il numero di vescovi che contestano l’integralismo di chi difende il mero pregiudizio, spesso con modalità che li dovrebbe portare a sostenere che se un tempo la Chiesa si diceva certa che la Terra fosse piatta, il buon cristiano dovrebbe continuare rifiutarsi di accettare che sia sferica.

i ‘due esodi’ alleati in fuga da due ‘sud’ creati dalle nostre ingiustizie – il popolo della speranza

la dura omelia del vescovo di Palermo sull’«alleanza dei due esodi» 

in “il manifesto” del 16 luglio 2017

dura e coraggiosa omelia del vescovo di Palermo Corrado Lorefice durante la messa per la patrona della città, santa Rosalia, su migranti e migrazioni

“abbiamo costruito e stiamo costruendo un mondo senza giustizia, dove in maniera insopportabile i poveri impoveriscono e aumentano, mentre i ricchi si arricchiscono e sono sempre di meno”

«Le pesti, le grandi, dilaganti emergenze siciliane del nostro tempo si presentano stasera davanti ai nostri occhi. La prima, la più importante credo, è il rischio diffuso della mancanza di futuro. Rischiamo di essere una Città e una Regione senza futuro, il futuro – ricordiamolo – di una storia gloriosa, perché la mancanza endemica di lavoro rischia non solo di gettare in una crisi irreversibile la nostra economia, ma soprattutto rischia di sottrarre la speranza di un domani ai nostri giovani». «L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una Città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani – dice il vescovo – Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani».

E ancora:

«Mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita – prosegue – Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia. Perché abbiamo costruito e stiamo costruendo un mondo senza giustizia, dove in maniera insopportabile i poveri impoveriscono e aumentano, mentre i ricchi si arricchiscono e sono sempre di meno. Un mondo in cui il Nord – gli Stati Uniti, l’Europa -, tutti i cosiddetti paesi sviluppati, possono sfruttare e depredare le ricchezze dei popoli del Sud – dell’Africa, dell’Asia – senza alcuno scrupolo e senza alcun ritegno. È da questo squilibrio che affama miliardi di persone, da questo ordine politico che accetta e fomenta la guerra e quindi la fuga disperata dei civili, è da questo modo di ordinare (o di disordinare) il mondo che viene l’esodo disperato di milioni di persone che in definitiva vengono a chiederci giustizia e diritti. E Palermo e la Sicilia rappresentano la meta privilegiata di questi viaggi, il porto ideale dell’Occidente».

Poi:

«Care Palermitane, Cari Palermitani, sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia. L’alleanza tra i due esodi, e non la contrapposizione, è il vero orizzonte che ci può consentire un passaggio nuovo. I migranti e i giovani in Sicilia non sono reciprocamente nemici, ma sono il popolo del futuro, il popolo della speranza».

se non è un miracolo ci si avvicina …

“miracolo” nella chiesa Usa

il cardinale Tobin accoglie i cattolici Lgbt in cattedrale

articolo di Ludovica Eugenio pubblicato sul settimanale Adista Notizie n° 23 del 24 giugno 2017,  pp.12-13

È davvero un passo nuovo l’accoglienza che l’arcivescovo di Newark (New Jersey) card. Joseph Tobin, religioso redentorista, ha riservato, il 21 maggio scorso, ad alcuni gruppi di cattolici Lgbt di parrocchie del New Jersey nella cattedrale della città. Con un gesto assolutamente inedito per la Chiesa statunitense (basti ricordare i divieti opposti nel passato ai partecipanti della New York Parade a entrare nella cattedrale di St. Patrick), il cardinale ha infatti dato vita, insieme a un altro religioso redentorista, p. Francis Gargani, che si occupa di pastorale Lgbt nell’arcidiocesi, all’ultimo atto di una collaborazione attuata con un gruppo omosessuale parrocchiale. L’evento è consistito nella celebrazione di una messa, di una visita della cattedrale, e di una cena comunitaria, aperte a tutte le persone Lgbt che volessero parteciparvi.

«Sono contento che tu e i fratelli e sorelle Lgbtq abbiate in programma di visitare la nostra splendida cattedrale», aveva detto il vescovo a Gargani, aggiungendo: «Sarete i benvenuti! Il volantino è bello, fatelo circolare». Si trattava di un volantino nel quale, per la prima volta, l’acronimo Lgbt veniva utilizzato in relazione ad una istituzione cattolica del New Jersey, con la benedizione del cardinale. P. Gargani, in una recente intervista al settimanale National Catholic Reporter, ha spiegato  il senso dell’iniziativa: «Ho avuto il privilegio di collaborare, di recente, con un gruppo di spessore  che ha organizzato un giorno di preghiera e riflessione per la comunità Lgbt del New Jersey e lo ripeterà in occasione di un prossimo ritiro a giugno».
Il tono con il quale Tobin ha parlato al gruppo Lgbt, durante la messa – concelebrata anche dal vescovo ausiliare e rettore della cattedrale mons. Manuel Cruz – è stato molto caloroso: «Sono Joseph, vostro fratello. Sono vostro fratello, in quanto discepolo di Gesù. Sono vostro fratello, un peccatore che trova misericordia presso Dio». Ma i gesti contano più delle parole e il fatto che i fedeli omosessuali presenti, alcuni dei quali sposati, abbiano potuto fare la comunione al centro della cattedrale, non ha prezzo.

La percezione della novità

«È stato come un miracolo», ha detto un responsabile cattolico gay di New York, Ed Poliandro. «È stato un miracolo sentir dire dai vertici della Chiesa: “Siete benvenuti, appartenete alla Chiesa”. E dopo un lungo tempo di lotte, mi sono sentito a casa».  «Ci ha portato papa Francesco – ha commentato Thomas M. Smith, diacono della cattedrale di Newark. «Erano 25 anni che aspettavo. Sono un diacono e ho dovuto essere cauto, ho avuto paura».

Commenti positivi anche dal direttore esecutivo di New Ways Ministry, l’organizzazione che da decenni si occupa di cattolici Lgbt: «Negli ultimi 40 anni – ha detto, secondo quanto si legge sul sito dell’organismo  – i vertici della Chiesa sono semplicemente stati in silenzio, non disponibili al dialogo e a pregare con i cattolici Lgbt e questo, benché non sia un passo definitivo, è un primo passo. L’accoglienza di un gruppo di persone apertamente gay alla messa da parte di un’autorità della statura del card. Tobin in questo Paese sarebbe stata impensabile cinque anni fa. Ma Tobin, nominato da papa Francesco a Newark l’anno scorso, fa parte di un piccolo ma sempre più consistente gruppo di vescovi che sta cambiando il modo di relazionarsi della Chiesa statunitense con i fedeli omosessuali. Stanno cercando di essere più inclusivi e di indicare ai preti loro sottoposti di fare lo stesso».
Alcuni esempi:  il recente permesso accordato agli studenti trans-gender di frequentare scuole cattoliche nella diocesi di Jefferson City; un sinodo diocesano, indetto dal vescovo di San Diego mons. Robert McElroy, nel quale si è parlato di iniziative a favore dell’accoglienza di cattolici omosessuali; le affermazioni di mons. John Stowe di Lexington, Kentucky, a un convegno di New Ways Ministry, durante il quale ha detto di ammirare i cattolici omosessuali, bisessuali e transgender per la loro fedeltà alla Chiesa nonostante la sua freddezza.

Qualcosa si muove davvero nella Chiesa Usa

Tobin, peraltro, è stato tra i primi a esprimere elogi ad un recente libro, molto avanzato, sull’accoglienza delle persone Lgbt nella Chiesa del noto gesuita p. James Martin, columnist del settimanale dei gesuiti America, dal titolo “Building a Bridge: How the Catholic Church and the LGBT Community Can Enter into a Relationship of Respect, Compassion, and Sensitivity”.
«Il nuovo libro di p. Martin, coraggioso, profetico e ispirante, segna un passo essenziale nell’invitare i responsabili della Chiesa ad amministrare con maggiore compassione e nel ricordare ai cattolici Lgbt che fanno parte della nostra Chiesa come qualsiasi altro cattolico», era stato il suo commento. Tobin è stato anche tra i prelati a criticare pubblicamente i quattro cardinali che hanno espresso dubbi sull’ortodossia del documento post-sinodale di papa Francesco Amoris Laetitia, definendo la loro opposizione «nella migliore delle ipotesi naif».
Lanciando il libro, Martin ha spiegato, in un articolo pubblicato il 31 maggio scorso sul Washington Post, il perché della decisione di scrivere un libro su questo tema: «Nell’estate 2016, un uomo armato ha fatto irruzione in un night club popolare nella comunità gay di Orlando e ha ucciso 49 persone, la più grave sparatoria della storia degli Stati Uniti», esordisce. «Milioni di persone nel Paese hanno manifestato il loro dolore e supporto alla comunità Lgbt. Ma mi sono inquietato per ciò che non ho sentito. Anche se molti rappresentanti della Chiesa hanno espresso il loro cordoglio e orrore, solo una manciata dei più di 250 vescovi cattolici hanno usato il termine gay o Lgbt»: il card. Blase Cupich di Chicago;  mons. Robert Lynch di St. Petersburg, Florida;  mons. David Zubik di Pittsburgh, oltre a McElroy e John Stowe. «Molti altri, poi, sono rimasti in silenzio», commenta Martin, spiegando come tutto ciò sia stata una rivelazione: «Il fatto che soltanto pochi vescovi abbiano riconosciuto la comunità Lgbt o abbiano usato il termine “gay” mostrava che la comunità Lgbt è ancora invisibile in molti settori della Chiesa. Persino nella tragedia». Di qui la sua conclusione, che è stato il punto di partenza per la scrittura del libro: «il lavoro del Vangelo non può essere compiuto se una parte della Chiesa è sostanzialmente separata dal resto. Tra i due gruppi, la comunità Lgbt e la Chiesa istituzionale, si è formata una frattura, una separazione, per superare la quale va costruito un ponte».
Ad aiutare Martin sono stati la sua lunga esperienza pastorale anche con cattolici Lgbt e i suoi contatti con i vertici della Chiesa. Il suo operato è stato riconosciuto da New Ways Ministry, che l’anno scorso gli ha tributato il “Bridge Building Award»: «Il nome di questo premio mi ha ispirato nell’abbozzare l’idea di un “ponte a due sensi” che potesse unire la Chiesa istituzionale e la comunità Lgbt». «In questi tempi – conclude – la Chiesa deve essere segno di unità. Anzi, in ogni tempo. Eppure per molti la chiesa contribuisce alla divisione, nel momento in cui alcuni responsabili mettono dei paletti tra un “noi” e un “loro”. Ma la Chiesa lavora al suo meglio quando incarna rispetto, compassione e sensibilità. Perché in definitiva, per Gesù non c’è un “noi” e un “loro”. Per Gesù c’è solo un “noi”».

un vescovo che dice pane al pane e vino al vino

“di preti baroni non ne abbiamo bisogno, e di vescovi arroganti neppure!!!”

mons. Giovanni Accolla, arcivescovo di Messina, Lipari e S. Lucia del Mela

 
 
“Se non ci sporchiamo le mani con le persone che incontriamo in mezzo alla strada, siamo baroni del culto, abbiamo una mentalità feudale, torniamo ai tempi di don Rodrigo e dell’Innominato, pensiamo che i nostri fratelli siano pecore senza teste, pensiamo che gli altri debbano essere continuamente assoggettati a noi”
mons. Giovanni Accolla,
arcivescovo di Messina, Lipari e S. Lucia del Mela

dall’omelia  della messa di insediamento

nella Concattedrale di S. Maria Assunta

di S. Lucia del Mela
04 febbraio 2017
E’ importante che una comunità sappia cogliere i doni che vengono dall’ascolto della Parola di Dio e valorizzarli nell’ambito famigliare, nell’ambito civile ed ecclesiale
Dobbiamo dare il giusto valore alle formalità, noi non siamo chiamati a salvare le regole, a salvare i palazzi, a salvare le istituzioni, noi siamo chiamati a dare risposte alle persone, alle persone che incontriamo lungo la strada, piccoli o grandi, belli o brutti, intelligenti o ignoranti non ha importanza. Ma dove c’è una profonda e ricca dimensione di umanità quell’altro diventa la vera autentica immagine di Gesù, quella icona, quel volto di Gesù verso cui ognuno di noi è proteso, in atteggiamento di adorazione e di rispetto
Siamo chiamati ad interiorizzare le pratiche religiose, perché le pratiche religiose diventano pii esercizi, che riempiono di incensi le chiese, di canti le chiese, di organizzazioni le chiese, ma se non riempiono di amore vero il cuore dei cristiani nella gioia della condivisione, sono pratiche vuote!! Sono pratiche che non dicono niente!! Non è un atto di preghiera e di adorazione del Signore, ma diventa un atteggiamento e una pratica che dissacra la sacralità dell’amore di Dio per noi. …
Quindi dobbiamo ripartire da una dimensione interiore di vita che ci rinnova …
Attenzione ai ruoli istituzionali che diventano luoghi di sfruttamento e non di servizio …
tutti politici, sindaci, preti tutti quanti abbiamo bisogno di riscoprire in maniera forte la dignità delle persone, altrimenti siamo soggetti che occupando dei posti, li abbiamo sequestrati alla giustizia! Siamo dei signori che nel nostro ruolo abbiamo assunto un atteggiamento di prepotenza e non di amore e di servizio verso i cittadini o verso i fedeli, secondo l’ambito nel quale ci muoviamo. Diventiamo dei piccoli ducetti che pensano di riempirsi i fianchi perché finalmente hanno espresso un pizzico di potere.
E’ necessaria una rivoluzione interiore, lo dico con forza, ma lo dico con tanta gioia:  
Signore dacci il dono di una vera ed autentica conversione, dacci la gioia che i gesti che noi poniamo esprimano realmente ciò che noi viviamo verso di te, Tu sei il Dio che ci ha incontrato, noi siamo i figli tuoi, che vogliamo vivere quotidianamente la gioia dell’incontro e non il fastidio dello scontro
Se non ci facciamo ultimi e poveri con i fratelli più disagiati, non stiamo camminando alla sequela di Gesù.
Il pastore nel suo ministero è chiamato a dare sapore nella vita della comunità a lui affidata. Sapore, si deve sentire il profumo in siciliano “u ciauru”, ed essere luce del mondo, non con le chiacchiere, ma con la testimonianza di vita.
 
Se non ci sporchiamo le mani con le persone che incontriamo in mezzo alla strada, siamo baroni del culto, abbiamo una mentalità feudale, torniamo ai tempi di don Rodrigo e dell’Innominato, pensiamo che i nostri fratelli siano pecore senza teste, pensiamo che gli altri debbano essere continuamente assoggettati a noi.
La prima legge non è il diritto canonico, la prima legge è la legge dell’amore che scaturisce direttamente dalla chiamata di Dio per noi. Di preti baroni non ne abbiamo bisogno, e di vescovi arroganti neppure!!!

Dio e il terremoto: “non credo nel Dio giustiziere ma nel Dio giusti-ficante”

no, io non credo…

le illuminate parole del vescovo di Rimini Francesco Lambiasi

 

francesco-lambiasiNo, io non credo in un dio che manda il terremoto come castigo per la legalizzazione delle unioni civili. Un dio così sarebbe un dio mostro, non il Padre nostro. Sostenere la tesi del terremoto come ’castigo divino’ risulta offensivo per chi crede e scandaloso per chi non crede. Perché chi crede, si fida di – si affida a – un Dio-Amore, tutto fatto di misericordia e stragrande nel perdono. L’esatto contrario di un dio-giustiziere, un essere neroniano e sanguinario. Mentre chi non crede, ha tutte le ’sacrosante’ ragioni per non fidarsi di – affidarsi a – un dio cattivo, capriccioso e vendicativo. Ma dire che Dio con il terremoto ha inteso punire i peccatori appare anche blasfemo nei confronti di Dio stesso

No, io non credo e non crederò mai in un dio che si apposta dietro una curva per tendermi una rappresaglia, per ’farmela pagare’. E poi: avallare la meschina cattiveria del terremoto come ’castigo divino’ risulta essere uno squallido insulto e una insopportabile provocazione nei confronti di tanta povera gente che piange i parenti morti, è rimasta senza casa e senza lavoro, con una quotidianità sottosopra, e continua a tremare per l’incubo di un terremoto che sembra non volerla finire più a far tremare la terra. Pensare e dire che tutto questo è avvenuto per placare la “giustizia divina” sarebbe come gettare acqua bollente sulle ferite brucianti di quella gente. Del resto, se Dio con questa sanzione avesse voluto “fare giustizia”, perché dunque non ha terremotato tutta l’Italia? Ora, se è vero che “non è il terremoto che uccide, ma la casa che crolla”, allora si tratta di domandarsi non dov’era Dio quando la casa è crollata, ma dov’era l’Uomo che doveva metterla – o aveva fatto finta di averla messa – in sicurezza.
Dopo duemila anni non pochi cristiani non hanno ancora spezzato il laccio che annoda delitto e castigo, peccato e malattia, crimine e morte. Eppure Gesù lo aveva fatto in modo inequivocabile. Vedi il suo commento alla notizia del crollo della torre di Siloe: quei diciotto operai schiacciati dalle macerie non erano certo più peccatori di tutti gli altri abitanti di Gerusalemme. Si veda anche la risposta del Maestro all’accanita domanda dei discepoli, di fronte al cieco nato: ”Né lui ha peccato né i suoi genitori”.
Ma allora la misericordia di Dio ha oscurato la sua giustizia? Assolutamente no. Ma cosa significa ”giustizia di Dio”? Prendiamo san Paolo. Nella Lettera ai Romani (1,17) l’Apostolo afferma pari pari: nell’annuncio dell’evangelo “si rivela la giustizia di Dio”. Dobbiamo tener presente l’ambiguità culturale di un autore che scrive in una lingua (il greco), ma pensa in un’altra. Nel versetto appena citato si verifica dunque una “frattura linguistica” che va attentamente interpretata. Dietro la lettera, occorre cogliere il significato. Sotto il ’linguaggio’, occorre rintracciare il ’messaggio’. Se restassimo agganciati soltanto alla nostra precomprensione di tipo greco (ma anche moderno!) dovremmo pensare che per ’giustizia’ si debba intendere la giustizia ’retributiva’. Cosa vuol dire allora san Paolo? Vuole intendere che Dio è giusto in quanto è un giudice equo e corretto nel retribuire con il premio il bene da me fatto e con il castigo il male da me compiuto? Allora sarebbe tutta qui la ’buona notizia’ (=evangelo)?! Assolutamente no! La giustizia di Dio secondo Paolo, non è… ’giustiziera’, ma ’giusti-ficante’. In altre parole, Dio è giusto non in quanto punisce il peccatore, ma in quanto lo ’giusti-fica’, cioè lo fa-giusto, perdonandolo. Pertanto la giustizia divina fa rima baciata con la sua misericordia!vescovo-di-rimini
Questa è la verità dell’evangelo. È il vangelo della croce. Gesù è stato condannato, ma personalmente è perfettamente innocente. Anzi ci ama fino al punto da amarci con l’amore più grande: quello di dare la vita per noi “quando eravamo ancora peccatori” e dunque a lui ostili. Gesù potrebbe invocare dal Padre una legione di angeli a sua difesa e protezione. Il Padre potrebbe incenerire mandanti e carnefici che gli stanno straziando il Figlio. Ma tutto questo non avviene. Gesù invoca il perdono e il Padre ci riconcilia con sé. Insegna don Oreste: Gesù ha sofferto più per il male che i suoi crocifissori si facevano, che non per il male che gli facevano, piantandogli i chiodi nelle carni. Questo infatti è il peccato, l’egoismo, la cattiveria, l’odio, l’invidia… Facendo il male noi ci facciamo del male. E Dio non si offenderebbe se, per assurdo, il peccato non facesse del male a noi…
Torniamo al terremoto. Ora possiamo capire cosa significhi pregare Dio in tempo di calamità tanto catastrofiche. Ce lo indica con chiarezza lampante la colletta dell’analoga Messa, prevista dal Messale Romano. In quella preghiera si chiede a Dio di avere pietà di noi, suoi fedeli, “sconvolti dai cataclismi che scuotono le profondità della terra, perché, anche nella sventura, sentiamo su di noi, la tua mano di Padre”. È una mano che non vuole schiacciare, ma solo sollevare. Solo salvare.
+ Francesco Lambiasi

la bellissima omelia che il vescovo di Trento ha pronunciato al funerale di p. Fabrizio Forti

“cara chiesa di Trento la sua testimonianza sia per te incoraggiamento a metterti il grembiule e passare a servire”lauro

“Cara Chiesa di Trento, investi in misericordia: nessuna donna, nessun uomo siano per te estranei o stranieri, non ti è permesso chiudere le porte a nessuno. Ricordati che una sola è la condizione per essere libera: intrecciare le mani, contaminarti con le ferite e le piaghe dei tuoi fratelli. La tua voce non si alzi mai per condannare e giudicare. Non lasciarti mai rubare la speranza, sappi infondere coraggio e fiducia”. Così ha parlato il vescovo di Trento, monsignor Lauro Tisi, nell’omelia della Liturgia funebre per padre Fabrizio Forti, questa mattina in cattedrale. “La sua lezione di frate povero, servo dei poveri, è un regalo – ha ricordato il vescovo – per tutta la nostra comunità diocesana. La fecondità della sua vita, attestata dalle tante volontarie e dai tanti volontari, che con lui e grazie a lui hanno toccato e toccano la carne viva di Cristo che sono i poveri, m’interpella per primo, come vescovo, e interpella tutta la nostra Chiesa”. “La testimonianza di padre Fabrizio – ha aggiunto – sia per te incoraggiamento a metterti il grembiule e passare a servire. Non attardarti solamente nell’ammirarlo, prova a imitarlo. Più di una volta questo tuo figlio, cara Chiesa di Trento, ti ha pungolato, ti ha invitato a muoverti, ti ha rivolto delle critiche. L’ha fatto perché ti voleva bene, ti amava e sentiva che non poteva fare a meno di te, non voleva andare dai poveri senza di te. Ora che è nella luce del Risorto, domandagli di chiedere per te al Padre di non essere permalosa! Lasciati scuotere dai profeti! Il tuo unico interesse sia il Regno di Dio e la sua giustizia!”.lauro1

 

Liturgia funebre per padre Fabrizio Forti 

omelia dell’arcivescovo Lauro

(cattedrale di Trento, 19 ottobre 2016)fabrizio2

La Chiesa di Trento è contenta di ospitare in cattedrale le esequie di padre Fabrizio. La sua lezione di frate povero, servo dei poveri, è un regalo per tutta la nostra comunità diocesana. La fecondità della sua vita, attestata dalle tante volontarie e dai tanti volontari, che con lui e grazie a lui hanno toccato e toccano la carne viva di Cristo che sono i poveri, mi interpella per primo, come vescovo, e interpella tutta la nostra Chiesa.

Dove traeva, padre Fabrizio, la sua forza per servire e amare i poveri e quanti in questa vita così selettiva segnano il passo?

Il nome di Dio, come per Giobbe, anche per lui era Redentore, Liberatore, Riscattatore. A questo Dio si appassionava, questo Dio conosceva e voleva comunicare. Chiesa di Trento, a cominciare dal tuo vescovo, quale Dio accrediti? Quale Signore fai conoscere ai tuoi figli? Dove pianti la tua tenda? Dove hai le tue dimore?

Spesso i poveri vengono chiamati “senza fissa dimora”, ma presso di loro ha dimora il Dio di Gesù Cristo. Cara Chiesa, lì con certezza lo trovi, come ti ha ricordato il Vangelo che hai appena ascoltato. La testimonianza di padre Fabrizio sia per te incoraggiamento a metterti il grembiule e passare a servire. Non attardarti solamente nell’ammirarlo, prova a imitarlo.

Più di una volta questo tuo figlio, cara Chiesa di Trento, ti ha pungolato, ti ha invitato a muoverti, ti ha rivolto delle critiche. L’ha fatto perché ti voleva bene, ti amava e sentiva che non poteva fare a meno di te, non voleva andare dai poveri senza di te. Ora che è nella luce del Risorto, domandagli di chiedere per te al Padre di non essere permalosa! Lasciati scuotere dai profeti! Il tuo unico interesse sia il Regno di Dio e la sua giustizia!

Ero in carcere e sei venuto a trovarmi: prendi parte alla gioia del Tuo Signore”. La beatitudine evangelica ben si addice a padre Fabrizio, perché tra i tanti poveri che egli ha servito, un posto tutto particolare hanno avuto le nostre sorelle e i nostri fratelli carcerati; significativamente, hanno voluto salutarlo prima di questo congedo. Per loro è stato prezioso strumento di misericordia, come ho potuto personalmente sperimentare. Una misericordia che di volta in volta sapeva alternare i colori caldi della tenerezza, con quelli forti di chi guarda in faccia i problemi e cerca di risolverli. Una misericordia che investiva in fiducia e con stupore e gioia riusciva a trovare in ogni persona il tesoro del bello e del buono. E così sapeva essere vicino ai detenuti, come alla polizia penitenziaria e al personale del carcere.

Cara Chiesa di Trento, investi in misericordia: nessuna donna, nessun uomo siano per te estranei o stranieri, non ti è permesso chiudere le porte a nessuno. Ricordati che una sola è la condizione per essere libera: intrecciare le mani, contaminarti con le ferite e le piaghe dei tuoi fratelli. La tua voce non si alzi mai per condannare e giudicare. Non lasciarti mai rubare la speranza, sappi infondere coraggio e fiducia!image-jpgfabrzio3

Umilmente, infine, alla nostra Chiesa e a tutti gli uomini e donne di buona volontà, credenti e non, del nostro Trentino, provocato dai gesti di profezia di padre Fabrizio, vorrei fare una proposta: assumiamoci, come comunità, la responsabilità di farci carico dei poveri, i suoi poveri anzitutto, e i carcerati del nostro Trentino. La sua profezia diventi la profezia dell’intera Chiesa e dell’intera comunità trentina. Facciamoci carico, tutti insieme, della mensa e del carcere. Sarebbe il regalo più bello che possiamo fargli!

La grande sofferenza per la morte di padre Fabrizio potrebbe portarci a pensare al declino inesorabile di un ciclo di uomini e donne profetici nella nostra Chiesa. Quasi come avessimo ammainato la vela. Non dobbiamo cedere a questa tentazione. La fede nel Risorto, che ha alimentato la testimonianza di vita di padre Fabrizio, ci ricorda che egli è approdato alla pienezza.

E tu, caro Fabrizio, dal tuo approdo di luce, aiutaci a riconoscere la tua grande eredità: una Chiesa che frequentando i poveri, servendo i poveri e gli sconfitti dalla vita, sappia aprire spiragli di futuro in questa storia tanto bisognosa di coraggio.

anche in Spagna i vescovi in linea con papa Francesco fanno fatica

Critiche al vescovo di Madrid: “Ha detto no al card. Müller”

critiche al vescovo di Madrid:

“Ha detto no al card. Müller”

 
da: Adista Notizie n° 18 del 14/05/2016
Fra i vescovi spagnoli più in linea con papa Francesco  è il vescovo di Madrid mons. Carlos Osoro ad essere in questi giorni sotto attacco, additato dal sito web di orientamento conservatore Infovaticana (28/4/16) di aver «proibito che il cardinale prefetto della Dottrina della Fede, card. Gerhard Müller presenti il suo libro Informe sobre la esperanza (Rapporto sulla Speranza, edito per ora solo in spagnolo dalla Bac-Biblioteca de Autores Cristianos, ndr) nella sede dell’Università ecclesiastica di San Damaso» (poi realizzata nella Università dei Legionari di Cristo Francisco de Vitoria il 3 maggio, v. notizia seguente). Il sito web informa che Osoro «non interverrà alla presentazione» perché «non vuol sapere nulla di “un libro contro il papa”».

Marco Tosatti, sul sito “La Madre della Chiesa”, rilanciando la notizia con il titolo “Müller, lo schiaffo di Madrid” (30 aprile), riferisce di aver interpellato la diocesi madrilena, ricevendo risposta dal responsabile della comunicazione dell’arcidiocesi, Rodrigo Pinedo Texidor, il quale ha assicurato che non è vero «che l’arcivescovo di Madrid mons. Carlos Osoro abbia impedito la presenza del card. Müller a Madrid». Ha motivato il rifiuto di concedere i locali della San Damaso per la presentazione dicendo che «semplicemente la casa editrice ha sondato la possibilità di organizzare la conferenza nell’Università Ecclesiastica di San Damaso, però vista la vicinanza della data e la necessità di confermare il luogo dell’evento, in parallelo ha dovuto decidere che esso si svolgesse nell’Università Francisco de Vitoria. Mons. Osoro assisterà alla conferenza e sarà con il card. Müller il martedì».

Dove sono le lauree del vescovo?

L’attacco di Infovaticana ad Osoro non è limitato alla questione della conferenza del card. Muller. Il sito accusa di menzogne il vescovo di Madrid riguardo ai titoli di studio in teologia, filosofia, pedagogia e scienze esatte (Osoro ne parla anche con i media, ma non li presenta) con due articoli: il 18 aprile pubblica “Il Vaticano assicura che Osoro disse che aveva quattro lauree”; il 29 aprile affonda il coltello con un pezzo titolato “Carlos Osoro ha mentito al Vaticano sul suo curriculum”.

Il sito riporta le righe del Bollettino della Sala stampa vaticana che annunciava la nomina di Osoro a Madrid: «Dopo aver studiato Magistero presso la Escuela Normal ed aver esercitato la docenza per un anno a Santander, è entrato nel seminario per le vocazioni adulte Colegio Mayor El Salvador di Salamanca, ove ha frequentato i corsi di Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università di quella città, ottenendo la Licenza nelle due discipline. Ha pure conseguito la Licenza in Scienze Esatte dell’Università Complutense di Madrid e in Pedagogia dell’Università di Salamanca». Se la diocesi, contattata da Infovaticana dà risposte solo evasive, si legge sul sito, sono «fonti della stessa Congregazione dei vescovi», anch’essa contattata, a spiegare che il curriculum di Osoro – nelle parole di Infovaticana – «è stato concordato direttamente con il candidato. La stessa Congregazione assicura che questo tema è sotto segreto pontificio e dunque non possono dire nulla, pur considerando che dovrebbe essere lo stesso vescovo a chiarire i dubbi sulle quattro lauree».

* mons. Carlos Osoro

vescovo antiislamico che vuole convincere anche papa Francesco

l’articolo che segue ha un titolo che non ha nessun senso se non quello del tutto strumentale e contorto datogli dal sito ultratradizionalista che lo pubblica, che già dall’autodenominazione (‘Riscatto Nazionale’ – ‘riprendiamoci la nostra Patria’) la dice lunga sulla sua deformazione nella lettura della realtà e del vangelo; il vescovo di fatto non sbugiarda affatto papa Francesco, esprime però, questo sì, qualcosa di estremamente preoccupante: un vero e proprio antiislamismo di cui si vuole convincere anche il papa … non c’è limite alla stoltezza clericale!

 

Ungheria, vescovo sbugiarda Bergoglio: “Lo scopo della migrazione è islamizzare l’Europa”

 “In Europa momentaneamente tutti credono ciò che vogliono, ma generalmente nessuno crede niente. Questo è un terreno ideale da conquistare per l’islam”

Chiunque lo neghi, mente o si sbaglia. L’Europa mentalmente vuota è adatta alla conquista da parte delle folle musulmane che si ritengono superiori: così ha detto S.E. Gyula Márfi, arcivescovo di Veszprém, ad una conferenza che si è svolta lo scorso venerdì 22. L’arcivescovo, alla conferenza tenuta nel Collegio Salesiano di Veszprém ed intitolata “Problemi demografici nel Mediterraneo nel 19° e 20° secolo” ha espresso con la sua abituale sincerità ciò che pensa dell’islamizzazione europea.

“Penso che la migrazione prevalentemente non abbia cause, ma scopi specifici. Chi parla solo di cause mente o si sbaglia. La sovrappopolazione, la povertà o la guerra hanno solo un ruolo di secondo o di terzo grado nella migrazione.”
“Presso le famiglie musulmane nascono 8-10 bambini prevalentemente non per amore ma perché loro si ritengono esseri superiori e il Jihad gli impone di conquistare in qualche modo tutto il mondo.”

“Nella Shari’ah (sistema di diritto islamico) possiamo leggere che il mondo è costituito dal Dar al-Islam (che viene governato secondo la Shari’ah) e dal Dar al-Harb, cioè territorio di guerra che in qualche modo va occupato. Questo è scritto, i musulmani devono solo impararlo a memoria. Discuterne è vietato, loro eseguono solo ciò che devono fare”…“Momentaneamente lo scopo è quello di occupare l’Europa”. A questo ha attribuito anche il fatto che in Europa si è formato uno spazio mentale e sociologico vuoto e non esiste una forte ideologia.

“In Europa momentaneamente tutti credono ciò che vogliono, ma generalmente nessuno crede niente. Questo è un terreno ideale da conquistare per l’islam” – ha aggiunto Gyula Márfi, secondo cui nessun continente può sopravvivere a lungo senza un’ideologia forte.Ha spiegato che bisognerebbe accorgersene e prendere seriamente in considerazione il fatto che la migrazione ha come scopo finale l’islamizzazione dell’Europa.

L’arcivescovo ha ricordato un significativo episodio: “Bianka Speidl, un’esperta di islam, recentemente ha riferito che ad una conferenza tenuta sull’islam a Londra un professore musulmano americano ha chiesto scusa per gli atti terroristici con cui mettono in cattiva luce l’islam. Gli universitari musulmani presenti in grande numero gli hanno fischiato come risposta. Bisogna meditarci e considerarlo”.

L’islam non è solo una religione, ma è un sistema totalitario completo politico ed ideologico, che è impregnato con una parte religiosa. Mentre i nazisti si ritenevano superiori come razza, i comunisti come classe, i musulmani si ritengono superiori come religione. Classificano le persone in base a questo e noi che non siamo musulmani, ma siamo Kafir (infedeli), siamo considerati inferiori rispetto a loro. I musulmani secondo le loro dottrine hanno questa dualità nel comportamento. Si comportano in un certo modo se sono in minoranza e in un altro modo se sono in maggioranza. Per questo si comportano in modo diverso in circostanze diverse con i Kafir.

“Se l’Europa diventa Dar al-Islam, allora la cosiddetta Europa cessa di esistere. Questo lo dobbiamo considerare. Allora possiamo dimenticare la libertà e anche l’uguaglianza”.
S.E. l’arcivescovo Gyula Márfi dice che questo è il suo parere e non vuole suscitare un’atmosfera anti-musulmana, ma ritiene che vale la pena di richiamare l’attenzione delle persone. Inoltre sta valutando di formulare questi suoi pensieri anche al Papa Francesco.

image_pdfimage_print

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi