il ‘barbone’ guardato con imbarazzo e fastidio era il vescovo

in Colombia il vescovo si traveste da senzatetto

“ho capito la solitudine e l’indifferenza”

Tutti attendevano mons. Carlos Quintero, al convegno di Pastorale sociale, svoltosi qualche giorno fa nella diocesi di Armenia, nel dipartimento colombiano del Quindío. Invece il vescovo si è fatto aspettare. Ha fatto irruzione un personaggio vestito di stracci, un senza dimora, provocando l’imbarazzo e addirittura il fastidio dei presenti. Qualcuno ha pure lasciato la sala. Il “barbone” si è seduto qua e là, un paio di volte è incespicato senza che nessuno lo aiutasse… Poi, a sorpresa, è salito sul palco dei relatori. E ha svelato la sua vera identità

Un vescovo travestito da”barbone”. Qualcosa di più di una provocazione, anzi soprattutto la volontà di mostrare che “lo sguardo della Chiesa dev’essere quello dei poveri e della povertà”. Tutti attendevano mons. Carlos Quintero, al convegno di Pastorale sociale, svoltosi qualche giorno fa nella diocesi di Armenia, nel dipartimento colombiano del Quindío. Invece il vescovo si è fatto aspettare. Ha fatto irruzione un personaggio vestito di stracci, un senza dimora, provocando l’imbarazzo e addirittura il fastidio dei presenti. Qualcuno ha pure lasciato la sala. Il “barbone” si è seduto qua e là, un paio di volte è incespicato senza che nessuno lo aiutasse… Poi, a sorpresa, è salito sul palco dei relatori. E ha svelato la sua vera identità.

Un’idea maturata da tempo

Questo tipo di travestimento, lo si sa è diventato un “classico” del giornalismo, ma mai era accaduto che un vescovo adottasse una scelta di questo tipo per esercitare il suo ministero di annuncio del Vangelo. “Eppure l’idea mi era venuta da diverso tempo, prima ancora di diventare vescovo, mi incuriosiva vedere la reazione delle persone quando un povero, un senza dimora, entrava in una chiesa o in un ufficio, e aspettavo solo che ci fosse l’occasione”, confida al Sir mons. Quintero, cinquantaduenne, alla guida da meno di un anno di questa diocesi, situata nella Colombia centro-occidentale, nel cuore della cosiddetta zona cafetera, per il grande numero di piantagioni di caffè che rendono il Quindío un dipartimento turistico, caratterizzato da un paesaggio lussureggiante, non tra i più poveri del Paese sudamericano. “Tuttavia – prosegue il vescovo –

anche qui povertà e insicurezza aumentano, così come il numero di chi vive in strada. Per queste persone la nostra diocesi ha un progetto”.

L’occasione, dunque, si è presentata al convegno di Pastorale sociale. Racconta il presule: “E’ un settore pastorale al quale tengo molto, ho chiesto che ogni parrocchia o vicaria attivi un’opera sociale di aiuto ai più poveri. Il nostro sguardo di Chiesa non può che partire dai poveri e dalla povertà, ce lo chiede continuamente Papa Francesco. Sono arrivato presto al convegno, e ho iniziato il travestimento. Sono stato aiutato dalla compagnia Versión Libre Teatro. Pochissimi sapevano della mia intenzione. Poi sono entrato nella sala dove si sarebbe dovuto tenere il convegno”.

“Ho provato sulla mia pelle l’indifferenza”

Mons. Quintero racconta cosa ha provato in quel frangente:

“Fin dall’inizio ho cercato di immedesimarmi nella persona che stavo rappresentando. Devo dire che ho sperimentato una grande tristezza e desolazione interiore. Varie volte sono stato respinto dai presenti, molti erano in imbarazzo, altri hanno provato fastidio. Per la verità nessuno mi ha trattato realmente male, ma ho provato sulla mia pelle, tanta indifferenza, quella sì. Se devo sintetizzare in una parola l’esperienza che ho vissuto, è proprio l’indifferenza. Nessuno mi ha chiamato, mi ha rivolto la parola. Ho capito la solitudine della persona che si trova in una situazione come questa”.

E quando il vescovo ha svelato la sua identità?

“Molti si sono stupiti, qualcun altro si è complimentato, credo che per tutti si sia trattato di un invito alla riflessione, alla conversione. L’obiettivo era quello di risvegliare nei fedeli una grande sensibilità sociale. L’esperimento ci ha permesso di parlare del tema dell’ingiustizia sociale e della situazione delle persone senza dimora. Ogni persona povera ha dei talenti e potrebbe portare un importante contributo alla società. E’ molto importante portare la fede sulla strada, entrare in contatto con le persone più povere. Su questi temi vogliamo continuare a lavorare, senza cadere però nell’assistenzialismo, ma aiutando le persone a uscire dalla loro situazione, a camminare con le loro gambe”.

la forza rivoluzionaria della misrericordia secondo il vescovo Zuppi

io, vescovo di strada, vi spiego la “misericordia rivoluzionaria”

  

il vescovo di Bologna Matteo Zuppi, già assistente spirituale di Sant’Egidio, ha spiegato a Rimini il ruolo della Chiesa in un’epoca di svolte epocali

«Non esiste un bene cattolico, perché il bene comune è di tutti, e dobbiamo cercarlo insieme agli altri, anche ai musulmani. La misericordia è la vera rivoluzione. A patto che non sia declinata al ribasso»

 

Copertina

La misericordia deve essere “rivoluzionaria”, e la Chiesa deve aprirsi per cercare il bene comune, che non è un bene solo cattolico (perché non esiste) ma un bene di tutti. Sono stati questi alcuni dei significativi passaggi dell’intervento al Meetgin di Rimini di monsignor Matteo Maria Zuppi, romano, 60 anni, dal 2012 vescovo ausiliare di Roma ma per molti anni parroco a Trastevere ed esponente della Comunità di Sant’Egidio. Il “prete di strada”, nominato a sorpresa da papa Francesco vescovo di Bologna, che gira per la città con la sua semplice utilitaria ed è stato il primo esponente dell’episcopato a salire sul palco del 1° maggio per salutare i lavoratori, era chiamato a parlare del Convegno ecclesiale di Firenze e delle ricadute sulla Chiesa italiana, ma ha in realtà spaziato toccando molti temi sociali, con un intervento che ha ricevuto numerosi applausi dalla platea.

A partire dall’inizio, quando il prelato ha voluto ricordare la tragedia del terremoto di questa notte, facendo recitare al pubblico un Padre Nostro e un’Ave Maria. Zuppi (che finì sui giornali ai tempi delle polemiche su monsignor Luigi Negri, accusato di aver criticato la sua nomina a vescovo) è poi passato ad analizzare, lodandolo, il tema del Meeting “Tu sei un bene per me”, affermando che «la solitudine è la grande minaccia di questi tempi di individualizzazione, in cui si diffida di tutto e ci si infastidisce della concretezza dell’altro», soprattutto, ha continuato il vescovo di Bologna, «del profugo, del diverso».

Zuppi ha poi proseguito invitando a cercare «un bene non solo soggettivo e individuale, ma un bene che è di e per tutti, insieme agli altri, anche ai musulmani», sottolineando come «non esiste un bene cattolico, perché il bene comune è di tutti, e dobbiamo cercarlo con gli altri con intelligenza, umiltà e visione. Dobbiamo accettare la sfida della ricostruzione, come 70 anni fa», ha aggiunto, riprendendo le parole del presidente Mattarella a Rimini, «perché tanto bene comune è stato distrutto, a iniziare dalla speranza, e la responsabilità di queste macerie sono tante: dissennatezza, ignavia, indifferenza, presunzione e furto, non solo di soldi ma anche di speranza».

Riprendendo i temi del convegno di Firenze, l’arcivescovo ha poi toccato il tema della misericordia, declinandola però secondo l’accezione data dalla poetessa e mistica francese Madeleine Delbrêl, che scrisse di una «misericordia rivoluzionaria»: i cristiani, cioè, non si devono modellare a misericordia al ribasso, riducendosi a essere medici, infermieri o operatori sociali; devono rifiutare la misericordia del giusto mezzo, da burocrati. La chiesa – ha detto – «è come una madre ansiosa alla porta di un ospedale dove degli estranei curano i suoi figli».

La conclusione del suo intervento ha riguardato la necessità che i cristiani diano una scossa al loro agire, senza perdersi in contrapposizioni tra conservatori e progressisti: «La vicenda della Siria e di Aleppo e dei suoi cristiani ci ammoniscono, ci sfidano a essere più svegli, più forti e uniti per avere una misericordia rivoluzionaria che cambia le cose, lascia un’impronta. La misericordia fa entrare nella storia».

« Siamo di fronte a una svolta epocale», ha continuato, «e non possiamo essere mediocri, anche nella Chiesa. La contrapposizione non è tra conservatori e progressisti ma tra la Chiesa prima di pentecoste, chiusa, che non si misura con il mondo, e una Chiesa piena del fuoco dell’amore che la spinge a uscire a parlare tutte le lingue dei cuori degli uomini».

la ‘cattiva’ intervista al vescovo di Lucca e le franche risposte del vescovo Paolo

il vescovo di Lucca Paolo Giulietti

“I dubbi su Bergoglio? Tutta colpa dei giornalisti”

(il titolo che viene dato all’intervista la dice lunga sulla ‘cattiveria’ e faziosità dell’intervistatore)

di aldo grandi

Monsignor Paolo Giulietti, una prima impressione dell’universo lucchese.

Io distinguerei. Della chiesa di Lucca ho avuto e sto avendo un riscontro abbastanza oggettivo perché ho incontrato tutti i preti e i diaconi e quasi tutti gli operatori pastorali in una quindicina di incontri. L’impressione che ne ho ricavato è quella di una Chiesa che ha imboccato un cammino di rinnovamento e di crescita sulle linee del Concilio e del magistero di Papa Francesco e che ha bisogno di dare concretezza alle scelte fatte. Questo per la Chiesa di Lucca. Peraltro una Chiesa ricca di risorse umane e spirituali. Per quanto riguarda la società lucchese chiaramente è una impressione superficiale e occasionale, ma caratterizzata dal calore dell’accoglienza e anche dal piacere della scoperta di tanti aspetti interessanti, per me che vengo da un’altra realtà, di questa società.

Non sono pochi i fedeli che si domandano dove stia andando la Chiesa. Certe posizioni di Papa Francesco destano non poche perplessità.

La Chiesa sta andando nella direzione del Concilio, quindi verso un modo nuovo di vivere e operare, caratterizzato dal primato dell’annuncio del Vangelo e del servizio al mondo. Papa Francesco porta avanti questa linea con l’originalità che gli viene dal punto di vista che la sua storia gli dà per guardare le vicende della Chiesa e del mondo. Nessun papa accontenta tutti e, quindi, è normale che alcune delle cose che dice e che fa incontrino delle resistenze. E’ sempre accaduto.

Lei riduce il tutto a una semplice ripetizione di cose già avvenute in passato, ma, a pensarci bene, mai come durante questo pontificato si assiste ad un impegno decisamente concreto della Chiesa nella vita politica e sociale del Paese.

Ma vuole scherzare? Ci siamo dimenticati la Democrazia Cristiana, i referendum…? Mai come oggi il Vaticano si è disinteressato della politica in Italia, è proprio l’opposto. E’ che oggi il papa mette in evidenza, in continuità con tutto il magistero sociale dei suoi predecessori, il nesso che esiste tra professione della fede e impegno fattivo per il regno di Dio cioè per la giustizia e per la pace e per la salvaguardia del creato. Quest’ultimo, casomai, è un apporto particolarmente legato all’insegnamento di papa Francesco.

Prendiamo ad esempio l’immigrazione. Non le sembra che il papa parli spesso e soprattutto di migranti nemmeno si trattasse di una questione fondamentale per il futuro della nostra società?

E’ una questione fondamentale perché il fenomeno migratorio di cui noi in Italia viviamo una parte microscopica sposta nel mondo ogni anno, tra migrazioni interne ed esterne dovute a cause di natura diverse, decine di milioni di persone e, quindi, si tratta di una delle questioni sociali ed economiche fondamentali del nostro pianeta.

Non è che noi possiamo farci carico di tutte le disavventure che colpiscono l’umanità.

Infatti noi ne stiamo gestendo una modestissima parte; torno da Antiochia di Siria (che si trova in Turchia), dove una città di 500 mila abitanti ospita 150 mila rifugiati.

E secondo lei dovremmo essere tutti così?

Secondo me ciascuno, avendo ben presente la complessità e la globalità del fenomeno, dovrebbe fare la sua parte con intelligenza, ma senza nascondere la testa sotto la sabbia.

Non crede che questa migrazione epocale di individui che si spostano verso l’Europa occidentale, con usi, costumi e principi spesso in contrasto con le realtà che li ospitano, possa in qualche modo portare a una perdita di identità religiosa, storica, nazionale?

Innanzitutto dobbiamo essere un pochino più precisi sul fenomeno migratorio che viene spesso considerato in maniera superficiale, non tenendo conto del fatto che la maggioranza dei migranti sono molto più vicini alle nostre tradizioni e religioni di quanto si pensi. A titolo di esempio, solo un terzo dei migranti che si trovano in Italia sono musulmani. Dopodiché non ci dobbiamo dimenticare che la nostra cultura e identità è frutto dell’incontro tra popoli che si sono spostati occupando in epoche successive i nostri territori. Basterebbe pensare a Lucca e ai Longobardi. Il problema non è la migrazione, ma la capacità di un popolo di confrontarsi, trasmettere i propri valori e pervenire a una sintesi nuova. La paura che abbiamo verso questo fenomeno deriva non tanto dalle sue proporzioni, ma dalla percezione che abbiamo di non aver più niente da dire di forte e di significativo sulla base delle nostre radici più autentiche.

Ma lei pensa davvero che ai nuovi migranti che vorrebbero sbarcare a milioni sulle coste europee frega qualcosa delle nostre tradizioni e della nostra identità?

E’ sempre andato così. Dall’indifferenza si passa all’incontro e quindi alla sintesi: basta imparare dalla storia.

Quindi ci faccia capire: per lei chiunque, in Italia, non è favorevole a questa sostituzione etnica o migrazione, è perché ha paura e non perché ritiene che siano in pericolo le fondamenta stesse della nostra società?

E’ un dato di fatto che gli italiani sono tra i peggio informati sul fenomeno migratorio per quello che riguarda i numeri, la qualità e le conseguenze sociali che esso comporta. Non lo dico io, lo dicono esperti del campo culturale e della comunicazione. Questo comporta che la nostra percezione sia distorta e non corrisponda alla realtà dei fatti. Lo stesso concetto che lei usa di “sostituzione etnica” è espressione di questa disinformazione. Dopodiché la paura, comprensibile, va affrontata con una corretta consapevolezza e con scelte che consentano una gestione ordinata e sapiente di questo fenomeno. Certamente questo richiede una governance ampia. E per questo Papa Francesco sollecita la comunità internazionale nel suo complesso a rendersi protagonista di tale processo.

Molti faticano a comprendere tutta questa apertura verso l’Islam. In fondo la storia ha sempre tenuto particolarmente distanti questi due aspetti religiosi.

Noi ricordiamo della storia alcuni episodi, per esempio Lepanto, Vienna.. di scontro violento, ma dimentichiamo i processi secolari di incontro fruttuoso tra questi mondi per i quali l’Occidente si è arricchito di conoscenze, competenze tecniche e scientifiche che hanno dato un apporto significativo alla nostra civiltà. E viceversa. L’esistenza di differenze profonde, pertanto, può generare non solo e non tanto il conflitto, ma l’incontro e lo scambio. Come è già accaduto.

In sostanza lei il crocifisso dalle aule scolastiche o da qualunque altro luogo per non urtare la suscettibilità dei musulmani sempre più numerosi, la accetta o la respinge?

Io credo che il crocifisso nelle aule non urti la suscettibilità dei musulmani, i quali normalmente non hanno alcun problema con i nostri simboli, ma che questo sia un pretesto per chi intende laicizzare in maniera estremistica la nostra società. Ancora una volta il problema non sono loro, ma siamo noi.

Ha notato come, negli ultimi tempi e salvo sporadiche eccezioni, l’operato di papa Francesco vada a braccetto con l’entusiasmo e l’approvazione della sinistra anche più radicale?

Non credo che la sinistra radicale apprezzi tutto il magistero di papa Francesco. Per esempio quando parla in difesa della vita, della famiglia naturale e di altri valori tradizionalmente appartenenti a un’altra visione del mondo e della vita. E’ normale che ciascuno tenda a sottolineare, nel magistero del pontefice, ciò che è più affine al proprio modo di vedere, trascurando il resto. Chi è onesto e scevro da ideologie prende in considerazione il complesso dell’insegnamento del papa, legge i suoi scritti e non si limita a quello che scrivono i giornali e così può riconoscere che il papa non è di nessuno.

A noi sembra che il papa affronti sì molteplici questioni e, a volte, anche in maniera diversa rispetto alle attese delle varie forze in campo, ma che non prenda mai una posizione di netta critica e di netto rifiuto verso quei valori o quelle concezioni della vita che sono lontane, da sempre, anni luce per chi segue e condivide il messaggio cristiano.

Legga.

Quindi la colpa è sempre dei giornalisti?

Tu lo dici.

Ma la gente normale, quella che la mattina si alza e deve andare a lavorare e non ha molto tempo per dedicarsi, la sera, alla lettura dei saggi pontifici o di altri temi analoghi, come può fare per comprendere quando il papa è contro qualcosa?

Suggerirei che si informasse da fonti oggettive e attendibili. Per esempio Avvenire, Toscana Oggi, Tv2000 e altri organi di stampa che hanno tra le proprie finalità quella di restituire in maniera semplice e immediata gli insegnamenti della Chiesa e del papa. Se uno si informa superficialmente, saranno superficiali anche i suoi giudizi.

La Chiesa mai come oggi appare tutt’altro che dogmatica. Non rischia a suo avviso di diventare una sorta di Ong o associazione di mutuo soccorso perdendo di vista quelli che sono stati, da sempre, i suoi fondamenti religiosi inamovibili?

E’ un rischio che ha ben presente anche Papa Francesco, il quale ci invita con insistenza a riscoprire e a tenere ben presenti le motivazioni evangeliche del servizio e dell’impegno accanto ai poveri, proprio per non rischiare di diventare una Ong. Accanto a questo, Papa Francesco ci richiama a rimettere al centro della nostra vita e di persone e di comunità la Parola di Dio e l’impegno per l’evangelizzazione. Il prossimo mese missionario straordinario di ottobre esprime il desiderio del papa che la Chiesa si fondi su ciò che è davvero essenziale e lo annunci al mondo con le parole e le opere.

Sia sincero: in Italia aumentano le conversioni all’Islam. Quest’ultimo non le sembra rappresentare una sorta di punto fermo che, a differenza della Chiesa, rifiuta ogni forma di secolarizzazione?

Innanzitutto i dati sulle conversioni sono discutibili, anche alla luce del fatto che, in molti casi, si tratta di conversioni formali richieste per i matrimoni misti. Bisogna anche aggiungere che ogni anno, nel nostro paese, sono molti coloro che fanno il percorso opposto ricevendo il battesimo; anche nei paesi islamici, spesso sotterraneamente, esiste un importante processo di avvicinamento al cristianesimo da parte di molte persone e famiglie.

Che, ci perdoni l’interruzione, finiscono spesso per essere perseguitate senza che il papa lanci anatemi o si mostri particolarmente ed evidentemente arrabbiato.

Non ovunque e non sempre. Torno ieri dalla Turchia dove ho ascoltato storie di convertiti che non hanno avuto particolari problemi. Va anche detto che non esiste un solo Islam, né tutti i paesi islamici sono uguali, per cui atteggiamenti di apertura e di dialogo e possibilità di conversioni, in alcuni luoghi stanno diventando molto più frequenti che in passato.

Lei ha citato i matrimoni misti. Ricordo che fino ad alcuni lustri fa la Chiesa metteva pubblicamente in guardia le donne italiane e cristiane dal contrarre matrimonio con uomini islamici proprio per la forte differenza di vedute che da sempre caratterizza le due filosofie di vita. Non se ne sente più parlare, ma non ci pare che, nel concreto, le cose siano cambiate. Perché questo silenzio?

Il matrimonio interreligioso continua ad essere sottoposto a particolari procedure per cui va autorizzato dall’ordinario diocesano e caso per caso si valuta la praticabilità delle unioni continuando a rendere consapevole la parte cattolica dei rischi che ci possono essere.

Teoria Gender. Perché il santo padre non tuona e non si sofferma così fortemente e quotidianamente su questa ideologia così difforme dai dettami della Chiesa, come fa, in genere, con la questione dei migranti?

Il papa ha detto e scritto in maniera chiara il suo pensiero nettamente contrario alla diffusione di questa teoria che nega il valore della differenza sessuale. Probabilmente non tutti i suoi interventi sono rilanciati con eguale evidenza per cui l’impressione che alcuni temi siano prevalenti su altri non è sempre corretta.

Antonio Socci. Una spina nel fianco per papa Bergoglio.

Le spine nel fianco fanno parte della nostra missione. Papa Francesco sa che gli basta la grazia di Dio.

I lucchesi sono sempre stati profondamente vicini alla Chiesa. Oggi, tuttavia, per i motivi che abbiamo affrontato in questa intervista, hanno anche loro dubbi e perplessità. Lei, volendo trasmettere un messaggio all’inizio del suo mandato, cosa si sente di poter promettere a questa comunità in cerca di conferme?

Cosa posso promettere? Che cercheremo insieme le risposte e troveremo insieme la strada per essere una Chiesa nuova in un mondo nuovo.

Lei si definisce un pellegrino e nella sua vita ha percorso in lungo e in largo i cammini classici della fede cristiana. Cosa vuol dire sentirsi pellegrini?

Vuol dire riconoscere che siamo fondamentalmente in cammino in questo mondo tesi verso l’assoluto nella compagnia di altri esseri umani.

anche il vescovo di Lucca contro Salvini

il vescovo di Lucca contro la chiusura dei porti

in occasione della festa di San Paolino il vescovo di Lucca monsignor Italo Castellani ha preso una forte posizione politica per l’apertura dei porti ai clandestini

queste le sue parole:

Il ‘fenomeno migrazioni’

Devo riconoscere che Lucca e il suo territorio nel suo insieme ha risposto bene, rispetto ad altre realtà, nell’accoglienza dei migranti.

Nel ‘fenomeno migrazioni’ vedo simbolicamente e realmente ogni “periferia esistenziale, culturale, educativa” dei nostri giorni, povertà materiali e spirituali che non possiamo far finta di non vedere o voltarci dall’altra parte.

Più volte, in piena sintonia e comunione con Papa Francesco, sono ultimamente intervenuto su questi temi ‘sensibili’ al Vangelo.

A conclusione del Convegno Ecclesiale, che abbiamo celebrato l’11-12 giugno scorso, su un tema di grande attualità –“L’altro: inferno o paradiso?”– feci questo accorato appello che rinnovo in questo momento alto di vita ecclesiale e sociale. Credo che una Chiesa –la nostra Chiesa di Lucca– non possa rimanere muta di fronte a quello che sta avvenendo, con i migranti lasciati in balia del mare e con i porti del Mediterraneo chiusi, mentre coloro che hanno la guida del nostro Paese si rifiutano ostinatamente di accoglierli, aspettando che lo facciano altri. È una decisione che un cristiano non può accettare!

È di spettanza propria di chi governa maturare scelte politiche, reali percorsi d’inclusione sociale dei rifugiati, adulti e soprattutto minori non accompagnati, sino ad oggi svolti per lo più dalla Caritas diocesana e generosamente dalle nostre comunità. Chiedevo e chiedo ancora una volta di dissociarci apertamente da tali scelte e dichiarare che ogni uomo –la Persona– è al primo posto, non è un ‘numero’, a prescindere dalla sua provenienza, appartenenza sociale e culturale.

In questa sede –alla luce della Parola di Dio ascoltata– mi sta a cuore ricordare che per noi cristiani il Vangelo è l’unico criterio per le nostre scelte. Esso indica ripetutamente la via dell’accoglienza dello straniero e della condivisione dei beni con i poveri. Dice infatti Gesù: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25, 35).

Per il suo carattere universale, il Vangelo non può mai essere sottoposto ad un uso strumentale, piegato a fini propagandistici o ancor meno ridotto a segno di “esclusiva” appartenenza etnico-nazionale.

Auspico e invito tutte le nostre comunità –come viene ben sottolineato nel recente Documento Ecumenico delle Chiese cristiane di Viareggio– a vigilare sulla difesa dei diritti umani (in mare e sulla terra ferma) e ad essere aperte all’accoglienza dell’altro/a, aprendo i propri spazi e le proprie strutture per costruire progetti di accoglienza di condivisione e inclusione. Si, questo è il momento, come nelle nostre comunità sta avvenendo, del passaggio dall’accoglienza all’inclusione dei nostri fratelli immigrati, con la possibilità di apprendere la nostra lingua, aprire percorsi di studio e di lavoro, condividere la richiesta e l’incontro tra diverse culture e testimonianze di fede.

 

“Dio stesso viaggia sui barconi dei migranti”

l’arcivescovo di Agrigento:

“a venire da noi su un barcone è Dio, non accogliere è non credere”

Il cardinale Montenegro festeggia S. Calogero, santo nero venuto dall’Africa e lancia un monito

Francesco Montenegro

Durante i festeggiamenti per S. Calogero, l’arcivescovo Montenegro di Agrigento ha lanciato un commovente monito, particolarmente significativo dato che S. Calogero è un santo nero, taumaturgo della Chiesa e particolarmente amato in Sicilia e in particolare nell’agrigentino:

“I migranti, i poveri sono un termometro per la nostra fede. Non accoglierli, soprattutto chiudendo loro il cuore, è non credere in Dio. È Gesù a venire da noi su un barcone, è lui nell’uomo o nel bambino che muore annegato, è Gesù che rovista nei cassonetti per trovare un po’ di cibo. Sì, è lo stesso Gesù che è presente nell’Eucaristia. Un migrante alla fine del suo lungo viaggio, dopo aver subito violenze e visto sabbia, lacrime, paura, cadaveri … esclamò nel mattino in cui fu salvato: “Nulla è più bello al mondo del sorgere del sole”. Il sole illumina i volti di tutti gli uomini, non solo i nostri. Ogni migrante è una storia e una vita che, ci piaccia o no, s’intreccia con la nostra. I poveri e i migranti hanno un nome come noi, sognano come noi, sono pieni di paure come noi, sperano come noi, vogliono una famiglia come noi, – un minorenne mi ha detto che ciò che gli manca è la carezza della mamma – credono in qualcosa o in qualcuno come noi, osano come o più di noi, desiderano essere trattati come noi. Anche per loro, e non solo per noi, Gesù e si è lasciato inchiodare sulla croce. Lasciamoci scuotere la coscienza dal fatto che tanti bambini, uomini, donne, perdano la vita in mare. Fu un immigrato, il centurione romano, a riconoscere nel crocifisso il Figlio di Dio. Un detto ebraico dice: chi salva un solo uomo, salva il mondo intero.”

l’omsessualità come dono – parola di vescovo

monsignor Antonio Carlos Cruz Santos:

«l’omosessualità è un dono di Dio»

 

«Considerato il fatto che l’omosessualità non è una scelta, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non lo considera più come una malattia, nella prospettiva della fede noi abbiamo solo una risposta: se non è una scelta, se non è una malattia, nella prospettiva della fede solo può essere un dono, e un dono è dato da Dio. Non c’è verso, se non è scelta, non è malattia, è dono, è dono dato da Dio; ma forse i nostri preconcetti non permettono di comprenderlo come dono di Dio. Così come i preconcetti nei confronti dei neri, e si diceva che i neri non avevano l’anima, il nostro preconcetto non permette di percepire questo dono».

È quanto affermato da monsignor Antonio Carlos Cruz Santos, vescovo di Caicó (Brasile).

Pare dunque in costante crescita il numero di vescovi che contestano l’integralismo di chi difende il mero pregiudizio, spesso con modalità che li dovrebbe portare a sostenere che se un tempo la Chiesa si diceva certa che la Terra fosse piatta, il buon cristiano dovrebbe continuare rifiutarsi di accettare che sia sferica.

i ‘due esodi’ alleati in fuga da due ‘sud’ creati dalle nostre ingiustizie – il popolo della speranza

la dura omelia del vescovo di Palermo sull’«alleanza dei due esodi» 

in “il manifesto” del 16 luglio 2017

dura e coraggiosa omelia del vescovo di Palermo Corrado Lorefice durante la messa per la patrona della città, santa Rosalia, su migranti e migrazioni

“abbiamo costruito e stiamo costruendo un mondo senza giustizia, dove in maniera insopportabile i poveri impoveriscono e aumentano, mentre i ricchi si arricchiscono e sono sempre di meno”

«Le pesti, le grandi, dilaganti emergenze siciliane del nostro tempo si presentano stasera davanti ai nostri occhi. La prima, la più importante credo, è il rischio diffuso della mancanza di futuro. Rischiamo di essere una Città e una Regione senza futuro, il futuro – ricordiamolo – di una storia gloriosa, perché la mancanza endemica di lavoro rischia non solo di gettare in una crisi irreversibile la nostra economia, ma soprattutto rischia di sottrarre la speranza di un domani ai nostri giovani». «L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una Città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani – dice il vescovo – Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani».

E ancora:

«Mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita – prosegue – Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia. Perché abbiamo costruito e stiamo costruendo un mondo senza giustizia, dove in maniera insopportabile i poveri impoveriscono e aumentano, mentre i ricchi si arricchiscono e sono sempre di meno. Un mondo in cui il Nord – gli Stati Uniti, l’Europa -, tutti i cosiddetti paesi sviluppati, possono sfruttare e depredare le ricchezze dei popoli del Sud – dell’Africa, dell’Asia – senza alcuno scrupolo e senza alcun ritegno. È da questo squilibrio che affama miliardi di persone, da questo ordine politico che accetta e fomenta la guerra e quindi la fuga disperata dei civili, è da questo modo di ordinare (o di disordinare) il mondo che viene l’esodo disperato di milioni di persone che in definitiva vengono a chiederci giustizia e diritti. E Palermo e la Sicilia rappresentano la meta privilegiata di questi viaggi, il porto ideale dell’Occidente».

Poi:

«Care Palermitane, Cari Palermitani, sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia. L’alleanza tra i due esodi, e non la contrapposizione, è il vero orizzonte che ci può consentire un passaggio nuovo. I migranti e i giovani in Sicilia non sono reciprocamente nemici, ma sono il popolo del futuro, il popolo della speranza».

se non è un miracolo ci si avvicina …

“miracolo” nella chiesa Usa

il cardinale Tobin accoglie i cattolici Lgbt in cattedrale

articolo di Ludovica Eugenio pubblicato sul settimanale Adista Notizie n° 23 del 24 giugno 2017,  pp.12-13

È davvero un passo nuovo l’accoglienza che l’arcivescovo di Newark (New Jersey) card. Joseph Tobin, religioso redentorista, ha riservato, il 21 maggio scorso, ad alcuni gruppi di cattolici Lgbt di parrocchie del New Jersey nella cattedrale della città. Con un gesto assolutamente inedito per la Chiesa statunitense (basti ricordare i divieti opposti nel passato ai partecipanti della New York Parade a entrare nella cattedrale di St. Patrick), il cardinale ha infatti dato vita, insieme a un altro religioso redentorista, p. Francis Gargani, che si occupa di pastorale Lgbt nell’arcidiocesi, all’ultimo atto di una collaborazione attuata con un gruppo omosessuale parrocchiale. L’evento è consistito nella celebrazione di una messa, di una visita della cattedrale, e di una cena comunitaria, aperte a tutte le persone Lgbt che volessero parteciparvi.

«Sono contento che tu e i fratelli e sorelle Lgbtq abbiate in programma di visitare la nostra splendida cattedrale», aveva detto il vescovo a Gargani, aggiungendo: «Sarete i benvenuti! Il volantino è bello, fatelo circolare». Si trattava di un volantino nel quale, per la prima volta, l’acronimo Lgbt veniva utilizzato in relazione ad una istituzione cattolica del New Jersey, con la benedizione del cardinale. P. Gargani, in una recente intervista al settimanale National Catholic Reporter, ha spiegato  il senso dell’iniziativa: «Ho avuto il privilegio di collaborare, di recente, con un gruppo di spessore  che ha organizzato un giorno di preghiera e riflessione per la comunità Lgbt del New Jersey e lo ripeterà in occasione di un prossimo ritiro a giugno».
Il tono con il quale Tobin ha parlato al gruppo Lgbt, durante la messa – concelebrata anche dal vescovo ausiliare e rettore della cattedrale mons. Manuel Cruz – è stato molto caloroso: «Sono Joseph, vostro fratello. Sono vostro fratello, in quanto discepolo di Gesù. Sono vostro fratello, un peccatore che trova misericordia presso Dio». Ma i gesti contano più delle parole e il fatto che i fedeli omosessuali presenti, alcuni dei quali sposati, abbiano potuto fare la comunione al centro della cattedrale, non ha prezzo.

La percezione della novità

«È stato come un miracolo», ha detto un responsabile cattolico gay di New York, Ed Poliandro. «È stato un miracolo sentir dire dai vertici della Chiesa: “Siete benvenuti, appartenete alla Chiesa”. E dopo un lungo tempo di lotte, mi sono sentito a casa».  «Ci ha portato papa Francesco – ha commentato Thomas M. Smith, diacono della cattedrale di Newark. «Erano 25 anni che aspettavo. Sono un diacono e ho dovuto essere cauto, ho avuto paura».

Commenti positivi anche dal direttore esecutivo di New Ways Ministry, l’organizzazione che da decenni si occupa di cattolici Lgbt: «Negli ultimi 40 anni – ha detto, secondo quanto si legge sul sito dell’organismo  – i vertici della Chiesa sono semplicemente stati in silenzio, non disponibili al dialogo e a pregare con i cattolici Lgbt e questo, benché non sia un passo definitivo, è un primo passo. L’accoglienza di un gruppo di persone apertamente gay alla messa da parte di un’autorità della statura del card. Tobin in questo Paese sarebbe stata impensabile cinque anni fa. Ma Tobin, nominato da papa Francesco a Newark l’anno scorso, fa parte di un piccolo ma sempre più consistente gruppo di vescovi che sta cambiando il modo di relazionarsi della Chiesa statunitense con i fedeli omosessuali. Stanno cercando di essere più inclusivi e di indicare ai preti loro sottoposti di fare lo stesso».
Alcuni esempi:  il recente permesso accordato agli studenti trans-gender di frequentare scuole cattoliche nella diocesi di Jefferson City; un sinodo diocesano, indetto dal vescovo di San Diego mons. Robert McElroy, nel quale si è parlato di iniziative a favore dell’accoglienza di cattolici omosessuali; le affermazioni di mons. John Stowe di Lexington, Kentucky, a un convegno di New Ways Ministry, durante il quale ha detto di ammirare i cattolici omosessuali, bisessuali e transgender per la loro fedeltà alla Chiesa nonostante la sua freddezza.

Qualcosa si muove davvero nella Chiesa Usa

Tobin, peraltro, è stato tra i primi a esprimere elogi ad un recente libro, molto avanzato, sull’accoglienza delle persone Lgbt nella Chiesa del noto gesuita p. James Martin, columnist del settimanale dei gesuiti America, dal titolo “Building a Bridge: How the Catholic Church and the LGBT Community Can Enter into a Relationship of Respect, Compassion, and Sensitivity”.
«Il nuovo libro di p. Martin, coraggioso, profetico e ispirante, segna un passo essenziale nell’invitare i responsabili della Chiesa ad amministrare con maggiore compassione e nel ricordare ai cattolici Lgbt che fanno parte della nostra Chiesa come qualsiasi altro cattolico», era stato il suo commento. Tobin è stato anche tra i prelati a criticare pubblicamente i quattro cardinali che hanno espresso dubbi sull’ortodossia del documento post-sinodale di papa Francesco Amoris Laetitia, definendo la loro opposizione «nella migliore delle ipotesi naif».
Lanciando il libro, Martin ha spiegato, in un articolo pubblicato il 31 maggio scorso sul Washington Post, il perché della decisione di scrivere un libro su questo tema: «Nell’estate 2016, un uomo armato ha fatto irruzione in un night club popolare nella comunità gay di Orlando e ha ucciso 49 persone, la più grave sparatoria della storia degli Stati Uniti», esordisce. «Milioni di persone nel Paese hanno manifestato il loro dolore e supporto alla comunità Lgbt. Ma mi sono inquietato per ciò che non ho sentito. Anche se molti rappresentanti della Chiesa hanno espresso il loro cordoglio e orrore, solo una manciata dei più di 250 vescovi cattolici hanno usato il termine gay o Lgbt»: il card. Blase Cupich di Chicago;  mons. Robert Lynch di St. Petersburg, Florida;  mons. David Zubik di Pittsburgh, oltre a McElroy e John Stowe. «Molti altri, poi, sono rimasti in silenzio», commenta Martin, spiegando come tutto ciò sia stata una rivelazione: «Il fatto che soltanto pochi vescovi abbiano riconosciuto la comunità Lgbt o abbiano usato il termine “gay” mostrava che la comunità Lgbt è ancora invisibile in molti settori della Chiesa. Persino nella tragedia». Di qui la sua conclusione, che è stato il punto di partenza per la scrittura del libro: «il lavoro del Vangelo non può essere compiuto se una parte della Chiesa è sostanzialmente separata dal resto. Tra i due gruppi, la comunità Lgbt e la Chiesa istituzionale, si è formata una frattura, una separazione, per superare la quale va costruito un ponte».
Ad aiutare Martin sono stati la sua lunga esperienza pastorale anche con cattolici Lgbt e i suoi contatti con i vertici della Chiesa. Il suo operato è stato riconosciuto da New Ways Ministry, che l’anno scorso gli ha tributato il “Bridge Building Award»: «Il nome di questo premio mi ha ispirato nell’abbozzare l’idea di un “ponte a due sensi” che potesse unire la Chiesa istituzionale e la comunità Lgbt». «In questi tempi – conclude – la Chiesa deve essere segno di unità. Anzi, in ogni tempo. Eppure per molti la chiesa contribuisce alla divisione, nel momento in cui alcuni responsabili mettono dei paletti tra un “noi” e un “loro”. Ma la Chiesa lavora al suo meglio quando incarna rispetto, compassione e sensibilità. Perché in definitiva, per Gesù non c’è un “noi” e un “loro”. Per Gesù c’è solo un “noi”».

un vescovo che dice pane al pane e vino al vino

“di preti baroni non ne abbiamo bisogno, e di vescovi arroganti neppure!!!”

mons. Giovanni Accolla, arcivescovo di Messina, Lipari e S. Lucia del Mela

 
 
“Se non ci sporchiamo le mani con le persone che incontriamo in mezzo alla strada, siamo baroni del culto, abbiamo una mentalità feudale, torniamo ai tempi di don Rodrigo e dell’Innominato, pensiamo che i nostri fratelli siano pecore senza teste, pensiamo che gli altri debbano essere continuamente assoggettati a noi”
mons. Giovanni Accolla,
arcivescovo di Messina, Lipari e S. Lucia del Mela

dall’omelia  della messa di insediamento

nella Concattedrale di S. Maria Assunta

di S. Lucia del Mela
04 febbraio 2017
E’ importante che una comunità sappia cogliere i doni che vengono dall’ascolto della Parola di Dio e valorizzarli nell’ambito famigliare, nell’ambito civile ed ecclesiale
Dobbiamo dare il giusto valore alle formalità, noi non siamo chiamati a salvare le regole, a salvare i palazzi, a salvare le istituzioni, noi siamo chiamati a dare risposte alle persone, alle persone che incontriamo lungo la strada, piccoli o grandi, belli o brutti, intelligenti o ignoranti non ha importanza. Ma dove c’è una profonda e ricca dimensione di umanità quell’altro diventa la vera autentica immagine di Gesù, quella icona, quel volto di Gesù verso cui ognuno di noi è proteso, in atteggiamento di adorazione e di rispetto
Siamo chiamati ad interiorizzare le pratiche religiose, perché le pratiche religiose diventano pii esercizi, che riempiono di incensi le chiese, di canti le chiese, di organizzazioni le chiese, ma se non riempiono di amore vero il cuore dei cristiani nella gioia della condivisione, sono pratiche vuote!! Sono pratiche che non dicono niente!! Non è un atto di preghiera e di adorazione del Signore, ma diventa un atteggiamento e una pratica che dissacra la sacralità dell’amore di Dio per noi. …
Quindi dobbiamo ripartire da una dimensione interiore di vita che ci rinnova …
Attenzione ai ruoli istituzionali che diventano luoghi di sfruttamento e non di servizio …
tutti politici, sindaci, preti tutti quanti abbiamo bisogno di riscoprire in maniera forte la dignità delle persone, altrimenti siamo soggetti che occupando dei posti, li abbiamo sequestrati alla giustizia! Siamo dei signori che nel nostro ruolo abbiamo assunto un atteggiamento di prepotenza e non di amore e di servizio verso i cittadini o verso i fedeli, secondo l’ambito nel quale ci muoviamo. Diventiamo dei piccoli ducetti che pensano di riempirsi i fianchi perché finalmente hanno espresso un pizzico di potere.
E’ necessaria una rivoluzione interiore, lo dico con forza, ma lo dico con tanta gioia:  
Signore dacci il dono di una vera ed autentica conversione, dacci la gioia che i gesti che noi poniamo esprimano realmente ciò che noi viviamo verso di te, Tu sei il Dio che ci ha incontrato, noi siamo i figli tuoi, che vogliamo vivere quotidianamente la gioia dell’incontro e non il fastidio dello scontro
Se non ci facciamo ultimi e poveri con i fratelli più disagiati, non stiamo camminando alla sequela di Gesù.
Il pastore nel suo ministero è chiamato a dare sapore nella vita della comunità a lui affidata. Sapore, si deve sentire il profumo in siciliano “u ciauru”, ed essere luce del mondo, non con le chiacchiere, ma con la testimonianza di vita.
 
Se non ci sporchiamo le mani con le persone che incontriamo in mezzo alla strada, siamo baroni del culto, abbiamo una mentalità feudale, torniamo ai tempi di don Rodrigo e dell’Innominato, pensiamo che i nostri fratelli siano pecore senza teste, pensiamo che gli altri debbano essere continuamente assoggettati a noi.
La prima legge non è il diritto canonico, la prima legge è la legge dell’amore che scaturisce direttamente dalla chiamata di Dio per noi. Di preti baroni non ne abbiamo bisogno, e di vescovi arroganti neppure!!!

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