la croce di Cristo e le vittime di tutta la storia umana

dalla parte delle vittime

di Enzo Bianchi
in “la Repubblica” del 11 aprile 2022

Per i cristiani d’Occidente è già iniziata la settimana della Passione di Gesù Cristo, mentre per gli ortodossi le celebrazioni inizieranno alla fine di questi giorni che vogliono essere per tutte le Chiese memoria triste e dolorosa della morte del Signore. Per tutti queste sono settimane di guerra feroce e assassina, prevedibile ed evitabile, ma che continuavamo a rimuovere dai nostri pensieri e nelle relazioni tra popoli europei.
Questa è una guerra che continuerà ancora. E ogni giorno assistiamo alla “passione” di uomini e donne, vecchi e bambini vittime dei bombardamenti e di violenze, torture, eccidi. Ormai conosciamo i racconti di passione e morte che sembrano non avere limite. Gli uomini che si combattono e muoiono appartengono a una stessa storia, sono tutti cristiani che hanno come prima vocazione la fraternità. Eppure siamo giunti a ciò che pareva impossibile, ciò per cui le Chiese avevano chiesto perdono a Dio, promettendo di non ricorrere “mai più” al suo nome per associarlo a uno schieramento in guerra. Invece il “Dio con noi” è risuonato da un esercito contro l’altro, e accanto agli eserciti le Chiese, una stessa Chiesa da una parte e dall’altra che ha benedetto le armi e i soldati e maledetto gli avversari. Un odio che è diventato odio tra la gente, i due popoli, e ha dominato la preghiera. E mentre in una chiesa si brucia incenso, si implora la vittoria, nell’altra si
compiono gli stessi riti e ciascuno invoca la vittoria sul nemico. Una guerra diventata non solo “giusta”, come la definisce la dottrina classica in Occidente, ma santa e benedetta da Dio. Siamo riusciti a evitare uno scontro di civiltà con l’Islam, ma oggi siamo arrivati a combattere una guerra che è uno scontro di civiltà tra l’Occidente delle democrazie e l’Oriente delle autocrazie. In questo inferno il credente si sente smarrito e si chiede: ma Dio dove sta? Dov’è?
Non è una domanda nuova, ma oggi non riguarda solo il fatto che Dio non interviene ed è muto, ma risuona come straziante interrogativo sui cristiani: com’è possibile che si ammazzino in una guerra così spietata invocando Dio gli uni contro gli altri? Che Dio è mai questo? Che forza vincolante ha il Vangelo sui cristiani? Nessuna forza, occorre rispondere con cuore lacerato. Com’è possibile un tale tradimento del Vangelo? Non ci sono spiegazioni, occorre solo fare silenzio e andare alla Passione di Gesù che nella Settimana santa viene letta e meditata. Gesù, un uomo giusto, che ha operato il bene e non il male ma che è stato giudicato un bestemmiatore dai rappresentanti di Dio in terra, è arrestato, torturato, condannato senza un processo, è oggetto di violenza e disprezzo, ed è ucciso appeso a un legno. Ed era il Figlio di Dio, era Dio. Ecco Dio dove sta. Ieri come oggi, dove ci sono vittime innocenti occorre cercare Dio e individuare da che parte sta. È paradossale ma è così. A Pasqua i cristiani dovrebbero riconoscere che l’immagine del loro Dio è un agnello afono ucciso dalla fondazione del mondo fino ad oggi.

non esistono crimini di guerra, la guerra è un crimine

il crimine della guerra
di Tonio Dell’Olio in ‘Mosaico dei giorni’
Lo “ius in bello” è l’insieme delle leggi che regolano il corretto svolgimento dei conflitti come se la guerra fosse una nobile arte cavalleresca che necessita solo di un arbitro. Il Tribunale penale internazionale dell’Aja, tanto invocato in questi giorni, è previsto dallo Statuto di Roma. Basta però scorrere la lista dei Paesi aderenti allo Statuto di Roma per rendersi conto che nessuno dei protagonisti della guerra in corso in Europa vi ha aderito. Né Russia, né Ucraina e nemmeno Usa. Ma il problema serio è che il compito della Corte sarebbe di perseguire i “crimini di guerra” come se la stessa guerra non fosse un crimine, un genocidio, una strage continua di civili. E facciamo bene a indignarci e ad alzare la voce contro ciò che è stato provocato a Bucha ma in questo modo passa in secondo piano che la guerra è tutta un crimine. Come si fa a condannare quelle morti e quelle torture e a tollerare i bombardamenti delle città con la morte conseguente di un numero altissimo di persone? È tollerabile solo perché ci viene mostrato come un obiettivo inquadrato nel mirino o come il crollo di un palazzo? I fatti di Bucha dovrebbero costituire una sorta di esame istologico per verificare l’estensione delle metastasi del crimine, ovvero condannare la guerra e non solo gli autori del crimine di Bucha. Non esistono crimini di guerra, la guerra è un crimine. E come tale deve essere dichiarata fuorilegge, espulsa dalla storia, non considerata tra le possibilità da praticare, ripudiata.

papa Francesco che parla di pazzia della guerra è più realista dei realisti

“il papa parla di pace, ma…”

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“Il Papa parla contro il riarmo, ma… Il Papa fa il Papa, ma… Il Papa non può che dire ciò che dice, ma…”. C’è sempre un “ma” che in tanti imbarazzati commenti accompagna l’inequivocabile no alla guerra pronunciato da Francesco, per contestualizzarlo e depotenziarlo. Non potendo interpretare nel senso voluto le parole del vescovo di Roma, non potendo in alcun modo “piegarle” a sostegno della corsa al riarmo freneticamente intrapresa a seguito della guerra di aggressione scatenata da Vladimir Putin contro l’Ucraina, allora se ne prendono elegantemente le distanze, dicendo che sì, il Papa non può che dire ciò che dice ma poi deve essere la politica a decidere. E la politica dei governi occidentali sta decidendo di aumentare i già tanti miliardi da spendere per nuove e sempre più sofisticate armi. Miliardi che non si trovavano per le famiglie, per la sanità, per il lavoro, per l’accoglienza, per combattere la povertà e la fame.

La guerra è un’avventura senza ritorno, ripete Francesco sulle orme dei suoi immediati predecessori, in particolare di san Giovanni Paolo II . Anche le parole di Papa Wojtiła in occasione delle due guerre all’Iraq e della guerra nei Balcani vennero “contestualizzate” e “derubricate”, pure dentro la Chiesa. Il Papa che all’inizio del pontificato chiese di «non avere paura» nell’aprire «le porte a Cristo» nel 2003 supplicò invano tre governanti occidentali intenzionati a rovesciare il regime di Saddam Hussein, chiedendo loro di fermarsi. A distanza di quasi vent’anni, chi può negare che il grido contro la guerra di quel Pontefice non fosse soltanto profetico, ma anche imbevuto di profondo realismo politico? Basta guardare alla rovina del martoriato Iraq, trasformato per lungo tempo nella sentina di tutti i terrorismi, per comprendere quanto lungimirante fosse lo sguardo del santo Pontefice polacco.

Oggi accade lo stesso. Con il Papa che non si arrende all’ineluttabilità della guerra, al tunnel senza uscita rappresentato dalla violenza, alla logica perversa del riarmo, alla teoria della deterrenza che ha imbottito il mondo di così tante armi nucleari in grado di annientare diverse volte l’umanità intera.

«Io mi sono vergognato — ha detto nei giorni scorsi Francesco — quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato — non facendo vedere i denti, come adesso —, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Il modello della cura è già in atto, grazie a Dio, ma purtroppo è ancora sottomesso a quello del potere economico-tecnocratico-militare».

Il no alla guerra di Francesco, un no radicale e convinto, non ha nulla a che vedere con la cosiddetta neutralità né può essere presentato come una posizione di parte o motivata da calcoli politico-diplomatici. In questa guerra ci sono gli aggressori e ci sono gli aggrediti. C’è chi ha attaccato e ha invaso uccidendo civili inermi, mascherando ipocritamente il conflitto sotto il maquillage di una «operazione militare speciale»; e c’è chi si difende strenuamente combattendo per la propria terra. Il Successore di Pietro questo l’ha detto più volte con parole chiarissime, condannando senza se e senza ma l’invasione e il martirio dell’Ucraina che dura da più di un mese. Ciò non vuol dire però “benedire” l’accelerazione della corsa al riarmo, peraltro già iniziata da tempo dato che i Paesi europei hanno aumentato le spese militari del 24,5% a partire dal 2016, perché il Papa non è il “cappellano dell’Occidente” e perché ripete che oggi stare dalla parte giusta della storia significa essere contro la guerra cercando la pace senza mai lasciare nulla di intentato. Certo, il Catechismo della Chiesa cattolica contempla il diritto alla legittima difesa. Pone però delle condizioni, specificando che il ricorso alle armi non deve provocare mali e disordini più gravi del male da eliminare, e ricorda che nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso «la potenza dei moderni mezzi di distruzione». Chi può negare che l’umanità si trovi oggi sull’orlo del baratro proprio a causa dell’escalation del conflitto e della potenza dei «moderni mezzi di distruzione»?

«La guerra — ha detto ieri all’Angelus Papa Francesco — non può essere qualcosa di inevitabile: non dobbiamo abituarci alla guerra! Dobbiamo invece convertire lo sdegno di oggi nell’impegno di domani. Perché, se da questa vicenda usciremo come prima, saremo in qualche modo tutti colpevoli. Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia».

C’è dunque bisogno di prendere sul serio il grido, l’appello del Papa: è un invito rivolto proprio ai politici a riflettere su questo, a impegnarsi su questo. C’è bisogno di una politica forte e di una diplomazia creativa, per perseguire la pace, per non lasciare nulla di intentato, per fermare il vortice perverso che in poche settimane sta facendo tramontare le speranza di una transizione ecologica, sta ridando nuove energie al grande business del commercio e del traffico delle armi. Un vento di guerra che mettendo indietro le lancette dell’orologio della storia ci fa ripiombare in un’epoca che speravamo fosse stata definitivamente archiviata dopo la caduta del Muro di Berlino.

di ANDREA TORNIELLI

la ‘diserzione’ di Tonio dell’Olio

Diserto
di Tonio Dell’Olio
di Mosaico dei giorni
Sì, diserto. Dalla scelta governativa di dire che la guerra è sbagliata e, per questo si combatte la guerra con la guerra.
Diserto dall’accoglienza selettiva di persone che scappano dalla fame della guerra e dalla guerra della fame quasi a indicare che il luogo di provenienza faccia la differenza. Sì, da questo razzismo non dichiarato ma praticato – eccome! – diserto.
Diserto dall’annegamento nelle informazioni di un solo conflitto mentre si condannano al silenzio le guerre dei poveri.
Diserto la dislessia che pare affliggere alcuni cristiani di fronte alle pagine del Vangelo che parlano di amore dei nemici, di spade da rimettere nel fodero e di “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”.
Diserto la retorica di certe manifestazioni che scelgono di non disturbare il manovratore, di dire e non dire, di applaudire il Papa scegliendo di fare esattamente il contrario e di essere buoni per tutte le stagioni.
Diserto dall’arruolamento obbligatorio nel partito del realismo presunto che condanna ogni azzardo fuori dal perimetro del perbenismo.
Diserto la logica dell’applauso prima di tutto, del consenso a tutti i costi, del comandamento di non compromettere la carriera.
Diserto, e per questo so di essere condannato con i senzapotere all’infamia delle pecore nere o delle mosche bianche mentre sono gli altri a rinnegare i colori dell’arcobaleno.

è la guerra contro i deboli della società

Erri de Luca

“qui siamo alla persecuzione dei mendicanti”

A partire dallo sgombero di Baobab, lo scrittore si sofferma sul clima nel Paese: “Non chiamatelo fascismo ma Salvini imita a pappagallo qualche slogan del ventennio, per quel conosciuto disturbo della personalità definito delirio di potenza dell’improvvisato al potere”. Poi parla dello snaturamento del M5S e sorvola, per pietà, sul Pd favorevole alla Tav: “A sinistra si è aperta una voragine che non ha ancora una voce di rappresentanza. Questa opposizione che esiste nella società aspetta una nuova espressione”.

intervista a Erri De Luca di Giacomo Russo Spena

Parla di guerra in atto contro i deboli della società ma, nello stesso momento, rifiuta categorie come il fascismo: “Non ci sono gli estremi per usare oggi tale termine”. Lo scrittore Erri de Luca si dice disgustato per la fase politica che il Paese sta vivendo senza però lasciarsi andare alla rassegnazione: “Al pianoterra della società, che frequento, trovo continue ragioni di conforto e di allegria. Ci sono forze che mi rendono lieto di appartenere al loro tempo”. Il problema è che nessuno, al momento, pare riuscirle a rappresentare.

Erri de Luca, per il governo gialloverde è tempo di primi bilanci: qual è il suo giudizio?
Non arrivo a chiamarlo governo, si tratta per me di uno stupro elettorale, fatto da due componenti che si sono presentate agli elettori come opposte e poi con un borseggio ai danni degli elettori stessi si sono piazzati sulle sedie di governo. Sono degli occupanti provvisori di quelle poltrone. Lo sanno e stanno svolgendo una continua campagna elettorale ognuno per proprio conto in vista di un imminente scioglimento di governo e di Camere.
Dopo il ddl sicurezza, il caso della mensa di Lodi o l’ennesimo sgombero a Roma di Baobab, per citare qualche episodio emblematico, c’è chi parla di deriva xenofoba del governo. E’ un timore che condivide o è solo una boutade giornalistica?

La xenofobia non distingue tra stranieri ricchi e poveri, li detesta entrambi. Qui si tratta piuttosto di persecuzione di mendicanti: nello sgombero del Baobab c’erano anche italiani sgomberati. Qui si pratica accanimento sui più esposti alle intemperie, effetto che misteriosamente rassicura chi rasenta la povertà. Intanto gli sbarchi alla spicciolata continuano e i provenienti dalle coste Africane sono solo una minoranza degli immigrati extracomunitari, rispetto a Ucraini, Albanesi, Moldavi.

Poveri e migranti vengono sgomberati in nome della legalità, Casa Pound sembra godere invece dell’impunità. Il ministro degli Interni utilizza due pesi e due misure?

Questo ministro degli Interni fece una manifestazione a Roma a Piazza del Popolo con i fascisti di Casa Pound. Sono un suo bacino elettorale.

Qualcuno arriva a dire che Salvini è culturalmente fascista. E’ d’accordo?

Il fascismo si manifesta con la violenza squadrista, gli assalti alle sedi di sinistra, la messa fuorilegge delle opposizioni, la soppressione della libertà di stampa. Non ci sono gli estremi per usare oggi il termine fascismo. C’è un ministro che imita a pappagallo qualche slogan del ventennio, per quel conosciuto disturbo della personalità definito delirio di potenza dell’improvvisato al potere.

Intanto, però, la Lega continua a salire nei sondaggi: la politica della ruspa sembra convincere i cittadini. Dopo il berlusconismo, è in atto una (nuova) rivoluzione antropologica degli italiani?

Le ruspe contro i campi nomadi e le tende dei senzatetto ci sono state anche prima. Il Baobab è stato sfrattato 22 volte in questi anni. Prevale in questo momento il sentimento politico della paura e del malanimo, che gonfia i sondaggi, che non sondano affatto, ma raccolgono solo la irritazione cutanea. Ma l’Italia si regge su sentimenti politici opposti, quelli del volontariato diffuso, capillare, solidale, di mutuo soccorso. Sono poco rappresentati dai sondaggi perché appunto non sanno sondare.

Quali sono le responsabilità del M5S? E’ deluso dai grillini?

Hanno cambiato i loro connotati da quando li sosteneva una persona di coerente sinistra come Dario Fo. Hanno smesso di raccogliere un’astensione che oggi riguarda più di un terzo di elettori. Hanno smesso di opporsi a opere pubbliche oscene per le quali hanno ottenuto consenso elettorale. Hanno smesso di conservarsi equidistanti da destra e sinistra accordandosi alla Lega. Insomma hanno smesso molto e continueranno a smettere. Le delusioni riguardano il loro corpo elettorale nel quale non rientro, non avendo voluto votare.

In passato si è schierato contro il condono ad Ischia dichiarando: “Ci sono ministri che trasformano l’oro in fango”. Ieri il governo è andato sotto proprio su questo provvedimento. Una buona notizia?

La maggioranza è scomposta e si sgambetta da sola. Mi spiace per l’isola della mia infanzia che è diventata titolo di un caso di favoritismi.

Parliamo anche dell’opposizione. Possiamo dire che, al momento, non esiste?

Esiste, composta da Forza Italia e in secondo piano dal Pd che però da un anno è in cerca di autore. Ma a sinistra si è aperta una voragine che non ha ancora una voce di rappresentanza. Questa opposizione che esiste nella società aspetta una nuova espressione.

Non posso esimermi dal farle una domanda sul corteo pro Tav che ha organizzato il Pd a Torino. Cosa ha pensato nel vedere quella piazza?

Ne dovranno fare altri novantanove di cortei per pareggiare quelli che ho fatto io stesso contro quel treno merci e prima che si possa prendere in considerazione la esistenza politica di piazza di un sì che sta invece da sempre dentro i governi, i ministeri e le ditte appaltatrici dello scempio.

Recentemente si è detto “disgustato” dalla politica. Non le entusiasma nulla? Non c’è nessuno all’orizzonte capace di ridarle speranza?

Il disgusto è per me un sentimento politico nuovo, da elaborare. Si manifesta cambiando prontamente canale all’apparizione di pubblici rappresentanti e rifiutando di pronunciarne i nomi, per misura di igiene orale. Ma al pianoterra della società, che frequento, trovo continue ragioni di conforto e di allegria. Ci sono forze che mi rendono lieto di appartenere al loro tempo.

la lettera di un missionario ai nostri parlamentari: no alla ‘missione umanitaria’ in Niger

 

lettera aperta ai parlamentari italiani sulla missione militare in Niger

l’Italia prende le armi in Africa

una storia scritta sulla sabbia

lettera aperta ai parlamentari italiani

«La svolta africana. Soldati italiani in Niger non solo per addestrare… Con 470 uomini e 150 veicoli le nostre truppe svolgeranno anche ‘attività di sorveglianza e di controllo del territorio’. All’inizio coi francesi, tra miliziani, contrabbandieri e migranti.»

Così Gianluca Di Feo su ‘Repubblica’ del 14 dicembre del 2017. Nel Niger, dove mi trovo da quasi sette anni, proprio oggi, il 18 dicembre si celebra la proclamazione della Repubblica, avvenuta 59 anni or sono. Una Repubblica di carta e l’altra di sabbia. Quella di carta racconta di un paese, una Repubblica, fondata sul lavoro, nata dalle variegate resistenze al nazi-fascismo che, proprio per questo, ha scelto di ripudiare la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. (Art.11 della Costituzione della Repubblica).

Siamo diventati una Repubblica di carta straccia, perché, non da oggi, la Costituzione è stata tradita, svilita, venduta e buttata al macero come inutile cimelio ornamentale. Una Repubblica che si appresta a scrivere sulla sabbia di quest’altra Repubblica, quella del Niger, che di sabbia se ne intende. Ripudiare significa non riconoscere come proprio, il rifiuto fermo di un legame che prima si riteneva infrangibile. Il ripudio indica una scelta definitiva e irrevocabile, una separazione senza condizioni. Ciò che si è ripudiata è la guerra, che da sempre offende la libertà degli altri popoli. E, in ogni caso, non può essere presa come strumento di risoluzione di controversie.

Abbiamo comprato l’assenso della Repubblica del Niger, che oggi, nella sabbia delle frontiere già armate, riconosce di essere una Repubblica sovrana, da 59 anni, col diritto di vedere rispettata la sua dignità. Abbiamo usato il denaro per comprare il diritto a operare con militari con lo scopo di occupare terreno, sorvegliare e se è il caso punire, secondo i dispositivi di controllo del territorio delineati dal piano di occupazione in corso. Geopolitiche di carta, scritte sulla sabbia che il vento spazzerà via al tempo debito.

«Italia e Niger hanno firmato ieri a Roma un accordo di cooperazione nell’ambito della Difesa siglato dai ministri Roberta Pinotti e Kalla Moutari. Ne ha dato notizia il ministero della Difesa senza rivelare però dettagli circa i contenuti dell’accordo che rientra nella strategia italiana di cooperazione con i Paesi africani interessati dai flussi di immigrati illegali diretti in Libia e poi nella Penisola. Il Niger è infatti il “paese chiave” di questi traffici, vero e proprio “hub” dei flussi migratori illegali diretti in Europa dall’Africa Occidentale e sub sahariana.» (Roma 27 settembre 2017, Ministero della difesa)

I cittadini del Niger, mai consultati in queste operazioni militari, forse al momento non lo diranno ad alta voce, taceranno per timore, per rispetto o per ospitalità. Non sono contenti e non lo saranno mai. Sanno bene che le armi portano la guerra e le guerre portano morti. Loro che di sabbia se ne intendono lo sanno bene che alla fine a vincere sarà lei, la sabbia. E di ciò che avremo scritto coi militari non resterà che il vento. La sabbia della vergogna avrà coperto financo le macerie delle italiche geopolitiche del nulla.

Chi scrive è figlio di un partigiano di quelli veri e che ha scelto da tempo, come suo padre, di deporre le armi e di stare con le mani nude e coi piedi nella sabbia di questo popolo. Non dubitatene, onorevoli e procacciatori di un altro posto al sole. Mi vedrete contro le vostre politiche di riconquista coloniale. L’ambasciata che avete voluto non sarà la mia, gli affari che state preparando per le ditte e per la finzione umanitaria non mi compreranno. Siete riusciti a mettere le vostre pedine nei centri di comando della gestione migratoria con l’OIM, l’Organizzazione delle Migrazioni Internazionali e in altri centri di potere umanitario globale. L’umanitario, l’economico e il militare camminano, ormai da tempo, assieme, da buoni farabutti.

«Niamey ha già accordi di cooperazione militare tra i quali Francia (ex potenza coloniale presente con contingenti dell’Operazione Barkhane anti-jihadisti), Stati Uniti (nell’ambito dell’iniziativa anti terrorismo nel Sahel), Algeria, Canada e Germania che recentemente ha fornito decine di mezzi da trasporto all’esercito nigerino. Da anni il governo di Niamey lamentava l’assenza di cooperazione militare con l’Italia come riportò nei dettagli nel 2014 il reportage diAnalisi Difesa del Paese africano ‘Roccaforte Niger’.» (Ministero della Difesa)

Non starò con voi, sappiatelo, mi troverete con l‘altra Repubblica, quella che ha 59 anni di sabbia e di polvere mescolata al silenzio. Vi ripudio, consapevoli commercianti di carne migrante e di valori scritti col sangue di altri che vi hanno preceduto. Non mi interessa né la vostra fede né la vostra appartenenza politica, siete solamente seguaci di quel dio che i soldi e il potere adorano e al quale sacrificano il futuro e la storia. Non starò mai dalla vostra parte è vi denuncerò finchè avrò voce e forza per farlo. Del resto non sono l’unico a denunciare la deriva bellica del paese. L’amico e compagno di viaggio Alex Zanotelli l’ha appena scritto:

«Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più. Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ 8° posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015! Grazie alla vendita di 28 Euro Fighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU. (Tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!).»

Mi troverete invece complice dell’altra Repubblica e con le altre Repubbliche che disprezzate perché credete si tratti di mendicanti. Chi vi ha chiesto di intervenire non rappresenta il popolo della Repubblica: l’avete pagato voi perché metta in vendita la sua sovranità. Sappiatelo: non abbiamo bisogno di voi, dei vostri soldi e dei vostri soldati. Le vostre armi, segno inequivocabile del vostro tradimento, si rivolgeranno un giorno contro di voi e allora sarà tardi per capire. Quel giorno vi accorgerete che avevate scritto sulla sabbia.

P.S.:

Onorevoli parlamentari, eletti per rappresentare la volontà del popolo sovrano dal quale ricevete la legittimità e la rappresentazione, avete la possibilità, forse unica di esprimere con un no, l’unica ragionevole posizione al momento di scegliere il futuro della presenza militare italiana nel Sahel.

Avrete l’opportunità e la responsabilità di scrivere un’altra storia della nostra presenza in Africa. Non sulla sabbia ma sui volti. Quei volti che noi, missionari, abbiamo incontrato e raccontato per decenni. Siamo stati gli ambasciatori più veri del nostro paese, incarnandone, con tutti i limiti legati all’umana fragilità, i valori più profondi di umanità e solidarietà, che si trovano, appunto, alla base della visione personalista e comunitaria della Costituzione italiana.

Non tradite questi volti e non tradite questa tradizione di solidarietà sincera e profonda che abbiamo seminato con anni di presenza, accompagnamento e dedizione a questi popoli che sono diventati i nostri. Non traditeli, dovrete renderne conto di fronte alla storia, scritta da nomi di sabbia che serbano un futuro di pace per tutti.

*Mauro Armanino  – Missionario e dottore in Antropologia Culturale ed Etnologia Dalla Repubblica di sabbia, dicembre 2017. Da anni collabora con Contropiano come corrispondente dal Niger e dall’Africa

il rischio dell’assuefazione di fronte alla guerra

“una grande voglia di piangere”

Sarajevo ’92.. e i Diritti Umani

di Renato Sacco
in “Paxchristi” – www.paxchristi.it

Ventiquattro anni fa la marcia a Sarajevo, promossa dai Beati Costruttori di pace: 500 persone, dal 7 al 13 dicembre 1992, nella città sotto assedio da nove mesi. Per celebrare, con gli abitanti di Sarajevo, la Giornata dei Diritti Umani, 10 dicembre. Don Tonino, Presidente di Pax Christi, c’era nonostante la malattia. Ripensare a quei giorni lascia spazio, inevitabilmente, a tanti ricordi ed emozioni… Nel cinema Radnik di Sarajevo, al lume di candela, la mattina del 12 dicembre ’92, don Tonino pronuciò parole che sono ancora oggi una grande luce per tutti: “Allora io penso che queste forme di utopia, di sogno dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi… “ Ma ricordare è anche una scossa per non rassegnarci oggi alle guerre, alla guerra a cui rischiamo di fare l’abitudine, senza più piangere e senza più indignarci! E che dire oggi – giornata dei Diritti Umani – di fronte alle tante guerre? Alla terza guerra mondiale a pezzi… Aleppo, Mosul, Yemen, Congo, Burundi, Ucraina, Libia, Afghanistan… Di fronte ai 23 miliardi per le spese militari del prossimo 2017? Il rischio dell’assuefazione o, peggio ancora, di ritenere che in fondo la guerra, quando è necessaria… Per questo ha ancora più valore l’appuntamento della Marcia per la pace, il 31 dicembre a Bologna, con il messaggio quanto mai significativo voluto da papa Francesco per la 50° Giornata mondiale per la pace: La non violenza: stile di una politica per la pace.

“Mai più la guerra!” lo diciamo con la bocca, ma intanto – afferma papa Francesco in un’intervista al al settimanale cattolico belga “Tertio”, il 7.12.2016 – fabbrichiamo armi e le vendiamo; e le vendiamo agli stessi che si combattono; perché uno stesso fabbricante di armi le vende a questo e a questo, che sono in guerra fra di loro. È vero. C’è una teoria economica che non ho provato a verificare, ma l’ho letta in diversi libri: che nella storia dell’umanità, quando uno Stato vedeva che i suoi bilanci non andavano, faceva una guerra e rimetteva in equilibrio i propri bilanci. Vale a dire, è uno dei modi più facili per produrre ricchezza. Certo, il prezzo è molto alto: il sangue.”
“Poi rimango solo – scrive don Tonino il 13 dicembre ’92 arrivato ad Ancona – e sento per la prima volta una grande voglia di piangere. Tenerezza, rimorso e percezione del poco che si è potuto seminare e della lunga strada che rimane da compiere. Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? Sarà davvero questa la strategia di domani? È possibile cambiare il mondo col gesto semplice dei disarmati? (…) Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna? (…) E qual è il tasso delle nostre colpe di esportatori di armi in questa delirante barbarie che si consuma sul popolo della Bosnia? Sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza: le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono”.

Quando capiremo davvero la follia della guerra?

Da Alqosh a Hiroshima, passando per Aleppo

di Renato Sacco

(coordinatore nazionale di Pax Christi)Aleppo1

Nel dubbio, ci ha pensato il profeta Naum, con il testo letto ieri nella liturgia. Senza entrare nei dettagli di una esegesi profonda, la lettura di questo profeta mi ha riportato subito alla mente la sua tomba, che si trova ad Alqosh, nel nord dell’Iraq. L’ho visitata diverse volte in questi anni. E ieri il suo nome è risuonato quasi come un monito a non dimenticare chi vive oggi ad Alqosh e in quella terra. Due anni fa, nella notte tra il 6 e il 7 agosto, il ‘grande esodo’: circa 100.000 persone, la maggior parte cristiani e yazidi, in fuga nel cuore della notte per salvarsi dalla furia dell’Isis che stava arrivando, scappati in pigiama, in ciabatte o a piedi nudi. Una fuga di diverse ore con un caldo pesante. Ho ascoltato racconti di persone che avevano in casa malati, anziani, invalidi. Storie atroci di bambine e donne fatte prigioniere e messe in gruppi diversi per poi essere vendute al mercato. E tanta morte, nel corpo e nello spirito. Il tutto – se penso a quella mattina del 7 agosto 2014 – abbastanza nell’indifferenza dei mass media… Era l’inizio di una nuova tragedia per centinaia di migliaia di profughi. Con negli occhi e nel cuore il dolore per le tante violenze e uccisioni che avevano visto. E, ieri, diceva il profeta Naum: “Guai alla città sanguinaria, piena di menzogne,colma di rapine, che non cessa di depredare!… feriti in quantità, cumuli di morti, cadaveri senza fine, s’inciampa nei cadaveri.«Ti getterò addosso immondizie, ti svergognerò, ti esporrò al ludibrio. Allora chiunque ti vedrà, fuggirà da tee dirà: “Ninive è distrutta! Chi la compiangerà? Dove cercherò chi la consoli?”».

Aleppo Sembra descrivere la realtà di oggi: di Mosul (l’antica Ninive), dell’Iraq, ma anche di Aleppo, della Siria e di tanti altri luoghi di dolore e morte, dalla Palestina al Sud Sudan, all’ Afghanistan, … Per non dire poi che il 6 agosto è anche l’anniversario di Hiroshima. Quando capiremo davvero la follia della guerra? Quando smetteremo (Italia in prima fila) di vendere armi a mezzo mondo, compresi quegli Stati che, si sa, sono i principali sostenitori dell’Isis: Arabia Saudita e Qatar.  Quando? Ce lo chiedono in tanti che vivono in quella terra: chiudete i rubinetti delle armi! Oggi il pensiero va alle tante famiglie di Mosul, Alqosh, Karamles, Batnaia, Kirkuk… che mi hanno accolto come un fratello, ai tanti amici Iracheni e Siriani: dal Patriarca di Baghdad Sako, al Vescovo di Aleppo Audo, da p. Paolo Dall’Oglio a p. Ziad e p. Mourad SJ di Aleppo. Ma, a quanto pare, c’è chi pensa che una nuova guerra in Libia sia una buona soluzione.. Ha ragione papa Francesco: “Mentre il popolo soffre, incredibili quantità di denaro vengono spese per fornire le armi ai combattenti. E alcuni dei paesi fornitori di queste armi, sono anche fra quelli che parlano di pace. Come si può credere a chi con la mano destra ti accarezza e con la sinistra ti colpisce?” (5 luglio 2016). Ma, oggi, è anche la festa della Trasfigurazione, c’è una Luce! Una Luce di vita per ogni

è bugiardo chi dice che non siamo in guerra

“Su Sirte basta bugie. E basta guerre”

intervista a Alex Zanotelli

a cura di Alessandro Cisilin
in “il Fatto Quotidiano” zanotelli (2)

Non siamo in guerra? Bugie per coprire attacchi preparati da tempo”. Tra una sessione e l’altra di un Campo di Lavoro a Castelvolturno, dedicata proprio alla convivenza tra italiani e africani (“qui oramai sono la metà della popolazione”), padre Alex Zanotelli rinnova i suoi strali verso i “negazionismi” sulle operazioni in Libia.

Li lanciò già sei mesi fa.

È da tempo che sapevamo della presenza sul campo di militari americani, inglesi, forse anche italiani. Capisco del resto la paura a dichiarare i fatti: nella zona di Sirte ci sono forse solo un migliaio di miliziani dell’Isis, ma in tutta la zona saheliana gravitano altri gruppi radicali che guardano con interesse allo Stato islamico, a cui ha già aderito anche Boko Haram. L’offensiva verrebbe percepita come una nuova guerra coloniale contro un paese arabo-musulmano.

Fuori dalle percezioni, che guerra sarebbe?

Un conflitto per il petrolio, e magari per spaccare il paese in tre Stati, altro segnale tipico dei disegni coloniali. Stiamocene fuori, è tempo di fermare le guerre, non di farne altre.

In un suo appello, lanciato a inizio anno assieme allo storico Angelo Del Boca, lei ha ipotizzato un “solo caso in cui l’Italia può intervenire”, indicando la strada di una “missione di pace” su richiesta delle autorità locali. Tale missione potrebbe per lei prevedere l’accompagnamento di forze militari?

No, nessun intervento militare, le armi portano solo conflitti, non li risolvono. Né può bastare che sia solo uno dei tre attori principali (Tripoli, Tobruk, il generale Haftar) a chiedere una missione civile. Dovrebbero essere almeno in due, e con l’accordo dell’Onu, di altri paesi europei e dell’Unione Africana. O così o niente.

Nel suo no alla guerra c’è anche l’argomento che “i libici ci odiano”. Ma è proprio così?

Noi rimuoviamo il nostro passato, ma quei 100 mila libici impiccati e fucilati dai coloni italiani restano nella memoria locale. E poi rimuoviamo il nostro supporto alla guerra sbagliata del 2011, quando fornimmo le basi aeree e i cacciabombardieri per aggredire un paese col quale per giunta avevamo da poco firmato Trattati di pace e altre intese. La ministra Pinotti si ricordi che noi siamo responsabili, anche della fornitura di armi a paesi come l’Arabia Saudita e Qatar, che poi finiscono nei teatri bellici come questo. Altro che “liberatori”.

In questi anni si è discusso anche di operazioni militari orientate a fermare l’immigrazione

Sull’immigrazione gli italiani dovrebbero prendersela con chi ha fatto la guerra. Quelle persone arrivano perché scappano dal caos. E arrivano perfino dal Bangladesh, in quanto la Libia stava relativamente bene e vi affluivano lavoratori da ovunque. Non difendo Gheddafi, era un dittatore, ma ha portato sviluppo e anche un’interessante modernizzazione dell’Islam. Quella guerra immotivata ha poi consegnato il paese alle milizie jihadiste. A Londra un rapporto parlamentare ha inchiodato Blair alle sue responsabilità per l’invasione dell’Iraq. Dovremmo farlo prima o poi anche noi per quanto fatto in Libia.

Peraltro lo stesso universo pacifista è descritto “in crisi” da un po’ di tempo. Lei è d’accordo?

Confermo, e per almeno due motivi. Il primo è che c’è stato un abbassamento delle sensibilità, è passato il messaggio della guerra “venduta” come una normale operazione politica. L’altro problema è che siamo spezzati tra mille rivoli, per motivi ideologici e altro. Dovremmo metterli tutti da parte. L’occasione può essere la Marcia della Pace del prossimo 9 ottobre. Che sia un momento unitario.

come si può fare una guerra in buona fede?

In buona fede?

Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, non riesce a crederlo, e con lui tutti noi!

Renato Sacco

Dopo 7 anni la commissione Chilcot arriva a dire che forse per la guerra in Iraq qualche problema c’è stato. Ma l’interessato, Blair, si scusa, come aveva già fatto Bush, e rivendica la propria ‘buona fede’.
Come si può fare una guerra in buona fede?
war
Come può un presidente o un primo ministro parlare di una scelta del genere, la guerra, fatta in buona fede?
La buona fede è un’altra cosa: è di chi compie un gesto che magari si rivela sbagliato, ma almeno lo ha fatto senza nessun tornaconto o interesse.
Di fronte a questa scelta di guerra dobbiamo chiederci: quali interessi c’erano in campo? Cosa c’era da guadagnare?
La vita degli iracheni non interessava allora e non interessa oggi.
Quanti sono stati i morti per la guerra in Iraq? Sappiamo il numero esatto dei morti inglesi, italiani, statunitensi, ma non degli iracheni.
Alla faccia della buona fede.
Domenica prossima leggeremo a Messa la parabola del buon Samaritano: Gesù ci indica come modello il Samaritano che si ferma, non il sacerdote e il levita che passano oltre.
Papa Francesco, qualche giorno fa, ha denunciato l’ipocrisia di chi parla di pace e alimenta la guerra: “Mentre il popolo soffre, incredibili quantità di denaro vengono spese per fornire le armi ai combattenti. E alcuni dei paesi fornitori di queste armi, sono anche fra quelli che parlano di pace. Come si può credere a chi con la mano destra ti accarezza e con la sinistra ti colpisce?”
Siamo tutti interpellati sulla nostra buona fede: giornalisti, politici.. ma anche ognuno di noi.
Il rischio di abituarci alla guerra, di credere che vendere armi sia un buon affare, l’esultanza per il progetto degli F-35, la convinzione che le banche siano fatte per guadagnare e non ci interessa sapere dove e come investono e sulla pelle di chi, l’indifferenza di fronte alle tragedie ‘lontane’ è un rischio reale per ognuno di noi.
Ne va della nostra buona fede, quella vera.

 

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