ogni giorno in Italia cinque casi di razzismo

il razzismo in Italia non è una fake news

almeno cinque casi di discriminazione al giorno

la rete di 16 associazioni ed enti pubblici di cui fa parte il Csv delle Marche

“Pericoloso mettere in connessione immigrati e sicurezza”

No Razzismo- immagine di repertorio

“La tentata strage di stampo razzista di Macerata impone una profonda riflessione sulla pericolosa diffusione del fenomeno del razzismo”: ad affermarlo le 16 organizzazioni ed enti locali che fanno parte, insieme anche al Csv delle Marche, del progetto Voci di confine, nato nel 2017 per raccontare – attraverso dati, storie e testimonianze – il fenomeno migratorio al di là degli stereotipi.

I dati diffusi nel comunicato stampa delle organizzazioni che aderiscono al progetto sono preoccupanti: nonostante l’Italia abbia un sistema normativo adeguato (leggi 654/1975, 205/1993, 40/1998, DL 9-7-2003 n.215) i casi di razzismo sono all’ordine del giorno.
Dei 2.652 episodi di discriminazione rilevati dall’Unar nel 2016, il 69% – ovvero più di 1800 – riguarda fatti discriminatori per motivi razziali, con una media di 5 al giorno.
A questi si aggiungono i dati sui crimini d’odio: secondo l’Odihr (Office for Democratic Institutions and Human Rights) dell’Osce, su 555 crimini d’odio rilevati dalle Forze dell’Ordine in Italia nel 2015, 369 erano relativi a episodi di razzismo e xenofobia. A cui si aggiungono altri 101 casi riportati da organizzazioni della società civile. La relazione della commissione d’indagine del Parlamento italiano su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia, e razzismo (nota come Commissione Jo Cox) dimostra infinel’esistenza di una piramide dell’odio alla cui base si pongono stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile “normalizzato” o banalizzato e, ai livelli superiori, le discriminazioni e quindi il linguaggio e i crimini di odio”.

“La narrazione sui cittadini di origine straniera presenti in Italia va normalizzata su dati precisi di realtà e con informazioni corrette”, ha sottolineato Renata Torrente, referente di Voci di Confine per Amref, organizzazione capofila. Anche per questo l’obiettivo di Voci di confine per il 2018 è quello di portare avanti campagne d’informazione basate su dati concreti e storie di vita vissuta; percorsi educativi nelle scuole e nei centri di aggregazione, per diffondere tra i giovani un punto di vista basato sull’obiettività delle statistiche e delle esperienze. Il progetto prevede anche scambi di buone pratiche, con incontri territoriali che vedranno protagonisti le associazioni delle diaspore e di volontariato, gli enti locali, le ong e i soggetti privati, con l’obiettivo di raggiungere 4 milioni di cittadini, oltre 6.500 giovani, docenti ed educatori, quasi 2.000 operatori della cooperazione, ricercatori, imprenditori e 300 rappresentanti di enti locali italiani ed euromediterranei.

I fatti di Macerata “sono un campanello d’allarme da non sottovalutare come cittadini, prima di tutto, e poi come operatori del terzo settore”, ha sottolineato Simone Bucchi, presidente del Csv delle Marche –  tra i partner del progetto Voci di confine – confermando l’impegno a “rafforzare le reti territoriali che mettono al centro i bisogni delle persone più vulnerabili,  lavorando nel mondo del volontariato, rivolgendoci ai giovani e ai ragazzi, interloquendo con gli enti locali e con tutti coloro che come noi credono fermamente che le Marche siano una regione plurale, solidale e accogliente verso ogni individuo desideroso di costruirsi un futuro qui, a prescindere dal colore della pelle o dalla religione professata”.

Il progetto Voci di confine è stato cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo ed è promosso da Amref Health Africa – Italia Onlus,; Amref Health Africa – Headquarters, Africa e Mediterraneo;  Associazione Le Réseau; Centro Servizi Volontariato Marche; Centro Studi e Ricerche Idos (IDOS); Comitato Permanente per il Partenariato Euromediterraneo (COPPEM); Comune di Lampedusa; Comune di Pesaro; Etnocom; Internationalia; Provincia Autonoma di Bolzano; Regione Puglia; Rete della Diaspora Africana Nera in Italia (REDANI); Step4; Terre des Hommes Italia.

Italia, comportati con gentilezza e compassione verso gli immigrati – gli auguri della cantante Noa

le parole di Noa

io, straniera innamorata, dico: Italia, resta gentile..


Noa*
che cosa ti auguro, amata Italia, per l’avvento del nuovo anno? Che tu faccia tesoro dei doni che ti sono stati dati
Io, straniera innamorata, dico: Italia, resta gentile..

È un grande onore e un piacere essere oggi qui, grazie per l’invito; il mio cuore sta battendo molto forte mentre sto parlando. Il Parlamento è un luogo di legislazione, di dibattito e di lotta politica. È un luogo deputato a dare forma al futuro. Quando impariamo dal passato e osserviamo il presente, spesso tendiamo a giudicarci severamente. Vediamo chiaramente le nostre imperfezioni, lamentiamo la nostra debolezza e viviamo in uno stato costante di insoddisfazione e di frustazione. Credo che ciò sia una parte naturale del ciclo umano, che ci dà un incentivo a migliorarci e a svilupparci … ma anche molto spesso ci rende inconsapevoli della nostra bellezza … fino a quando arriva uno straniero innamorato, e ci ricorda quanto dobbiamo essere grati.

Oggi vorrei essere io quella straniera. Per venticinque anni, ho visto questo Paese con gli occhi dell’amore. Mi sono esibita in centinaia di concerti in ogni piccolo paese e grande città, in campi, festival, cattedrali, piazze e teatri dell’opera, e ho incontrato migliaia e migliaia di Italiani, ognuno dei quali ho voluto abbracciare personalmente. Ho cantato nei vostri festival, ascoltato le vostre storie, imparato le vostre canzoni, riso e pianto con i vostri film e ho adorato la vostra arte e la vostra cultura. Ho iniziato in Sicilia, la magnifica isola del sud, la cui gente è così tenace e ricca come la sua terra e la sua storia. I miei figli si sentono a casa nelle acque cristalline che abbracciano questa grande isola e quelle intorno a essa, in particolare le splendide Eolie… questo meraviglioso mare, come nessun altro al mondo, che vi prego, guardiani di questa grande terra, di fare in modo di proteggere per le future generazioni. Ho ammirato la selvaggia e splendida Sardegna, e ho adorato Napoli e i suoi dintorni, la sua gente e la sua cultura meravigliosa che ho adottato come mia propria.

La cantante Noa mentre si esibisce nell’Aula di Montecitorio per il concerto di Natale

la cantante Noa mentre si esibisce nell’Aula di Montecitorio per il concerto di Natale

E da lì, pian piano su, su, da una splendida regione ad un’altra, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise, Lazio, Abruzzo, Umbria, Marche, Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino e alla fine, il gioiello del nord, la Valle D’Aosta. Ogni regione, con la sua cultura, il suo patrimonio, la sua storia, la sua natura e unicità, mi ha abbagliato e ispirato fino a quando mi sono del tutto persa nella bellezza. Sì… mi sono persa e sono diventata una persona nuova. Ho perso, su questa terra, molte delle mie paure e della disperazione che spesso accompagnano la vita nel mio Paese, e le ho sostituite con l’ottimismo e la speranza.

Così cosa ti auguro, amata Italia, per l’avvento del nuovo anno? Che tu faccia tesoro dei doni che ti sono stati dati. Che non dia mai per scontata la tua democrazia conquistata con fatica, poiché conosci bene la strada dolorosa che hai percorso per ottenerla. Che tu continui a mettere in guardia e ad educare contro il razzismo e il fascismo, come fai per la Festa della Liberazione e la Giornata della Memoria, in modo che non  si ripeta mai più per nessuno la tragedia accaduta al mio popolo e al tuo. Che tu ti comporti con gentilezza e compassione verso gli immigrati, ricordando quanti del tuo popolo sono emigrati da questa terra e si sono sparsi per il mondo, alla ricerca di un futuro migliore.

Che tu protegga i tuoi splendidi e fragili tesori naturali e i siti storici dagli artigli dell’avidità e dell’avarizia. Che tu ti prenda cura dei tuoi poeti, musicisti, scrittori, pittori e filosofi, poiché essi sono il tuo cuore pulsante. Questa terra mi ha dato infinite opportunità di tirare fuori il meglio di me, di cantare per la pace, di abbattere muri e costruire ponti, di mettere la musica su un piedistallo, e di inginocchiarmi umilmente dinanzi ad essa, come si farebbe dinanzi all’altare, di vivere la vita come credo debba essere vissuta: con semplicità, onestà e passione, con molte risate e infinito amore. Grazie, grazie! Dio benedica l’Italia.

*La grande cantante Noa, ebrea di origine yemenita, israeliana impegnata da anni per la pace e la convivenza tra diversi, è stata la protagonista ieri sera di un intenso e bellissimo concerto di Natale nell’Aula di Montecitorio alla presenza della presidente della Camera Laura Boldrini e nel corso del quale ha dedicato una straordinaria ‘Ave Maria’ a papa Francesco. Questo è il discorso con cui l’artista ha introdotto l’evento

p. Zanotelli indignato per l’economia di guerra di Italia ed Europa

è questo il nostro Natale di pace?

 Alex Zanotelli

sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando

 

Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (la parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, come vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia), è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS.

Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio (forse, non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!).

Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).

L’Italia, infatti, sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo e internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta  di 14 miliardi di euro!

Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.

Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ottavo posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015!

Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti Paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei Paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!). Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.

Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione dell’UE. È stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre, la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che, a regime, svilupperà 5,5 miliardi d’investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare.

Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la “PESCO-Cooperazione strutturata permanente” dell’UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!).

“Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE, per gli Affari Esteri- rafforza anche la NATO”.

La NATO, di cui l’UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 Paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia ne destina 1,2 %. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di Sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere100 milioni al giorno in armi. E la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE. Infatti, è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia.

La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili”. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12. Il ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi, solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così, rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! Nel silenzio più totale!

Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al “baratro atomico”. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo. È una vergogna nazionale.

Siamo grati a papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtroppo ognuno fa la sua strada.

E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire delle parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”

“Siamo vicini al Natale – ci ammonisce papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”.

Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

 

 

l’Italia è davvero il Paese degli omicidi? come nasce la xenofobia

paura e luoghi comuni alleati della xenofobia

di Vittorio Emiliani
in “Trentino” del 9 aprile 2017

Tutti i nostri telegiornali grondano sangue, ogni giorno. Ma l’Italia è davvero il Paese degli omicidi? No, no, e poi no. Siamo di fronte a un sensazionalismo irresponsabile che addensa su quanti, anziani soprattutto, si informano soprattutto dalle tv, un clima continuo e pesante di insicurezza. Totalmente sproporzionato rispetto alle cifre reali della criminalità in Italia, e poiché questo rivolo continuo di sangue che esce dal televisore viene per lo più collegato all’aumento dell’immigrazione, con inaccettabili speculazioni politiche, il danno si moltiplica.

Quali sono i dati certi, reali? Dal 2010-11 al 2015-16 gli omicidi volontari sono calati da 517 a 430, cioè del 15%. Pensate che soltanto nel 1991 erano ancora 1.910, cioè quasi cinque volte di più e la metà era attribuita a mafia-camorra-’ndrangheta, mentre oggi alla malavita organizzata vengono imputati appena 50 omicidi volontari, l’11,6%. Da una parte si tira un sospiro di sollievo, dall’altra ci si deve allarmare di più, nel senso che le varie mafie sparano molto di meno perché sono entrate nei gangli vitali dell’economia, degli affari, dell’import-export attraverso la connivenza di tanti “colletti bianchi”. Però l’Italia è un Paese nel quale si assassina meno che in Finlandia, Belgio, Grecia, Irlanda, Portogallo, Regno Unito, Austria e Danimarca. Per non parlare ovviamente degli Stati Uniti e anche dei Paesi Baltici. Siamo alla pari, se non leggermente sotto, rispetto a Francia, Spagna, Olanda, Germania. Ma lì i Tg nazionali non danno notizia di “un nuovo omicidio” in qualche sperduto paese. Da noi sì, e con evidenza sempre straordinaria. Dal 2010 agli inizi del 2013, secondo dati ufficiali della polizia di Stato, anche le vittime di femminicidio risultano diminuite dell’8,5%. Non so in seguito. In quel periodo hanno rappresentato il 31% di tutti gli omicidi. Una vera e propria impennata registrano invece le denunce di stalking: + 27,7% ammontando a 22.144. Quindi l’aumento dell’immigrazione, della popolazione straniera residente, pur salita da 3 a 5,4 milioni nell’ultimo decennio (+83,7%), non ha prodotto incrementi nel numero di omicidi che anzi sono decisamente calati. Perché accettare in silenzio gli spropositi dei vari Salvini?

Analogo discorso per le rapine: mentre i furti hanno registrato un incremento del 3,5 %, le rapine risultano diminuite dalle 35.831 del 2010-11 alle 33.314 (-7,0%). Se dovessimo stare alle cronache del profondo Nord dove pesca voti la Lega, si dovrebbe affermare che la pressione malavitosa percepita è molto ma molto più forte del fenomeno criminoso reale. Che viene ampliato interessatamente da alcune forze politiche xenofobe in modo irresponsabile e purtroppo anche da tanti mezzi di dis/informazione. Per mancanza di professionalità. Bisogna dire, a questo punto, che gli stanziamenti governativi per la sicurezza sono aumentati circa 1 miliardo nel periodo esaminato, come pure quelli per le spese di gestione e per gli investimenti tecnico-logistici della polizia. Va meno bene il rapporti pensionamenti-assunzioni, deficitario nel 2012-13, alla pari (2.190 pensionati e altrettanti assunti) nel biennio successivo. A proposito di realtà “percepita” e di realtà “vera” si parla e straparla di una «fiumana di richiedenti asilo».

Le cifre dell’Unione europea ridimensionano nettamente il fenomeno. Nel 2015 nella Ue i richiedenti asilo sono stati 441.800 in Germania (35,2%), 174.435 in Ungheria (13,9%), 156.11 in Svezia (12,4%) e 83.245 in Italia (6,6%). Se poi rapportiamo il loro numero con quello degli abitanti, prima diventa l’Ungheria, seguita da Austria, Finlandia, Germania e Italia. La quale, certo, ha tutti i problemi dei Paesi di primo approdo. Ma non è, ripeto, quello nel quale si fermano poi i migranti pur cresciuti nel 2016. Mi scuso per le molte cifre esibite e però bisognava pur documentare fenomeni come quello criminale nelle loro reali dimensioni smentendo i pericolosissimi luoghi comuni di un sensazionalismo giornalistico e politico davvero dissennato che ragiona (se ragiona) a spanne. Ma che Paese siamo diventati?

allarme armi

“Italia a mano armata”. L'allarme di Famiglia Cristiana sulla proliferazione di armi da fuoco

“Italia a mano armata”

l’allarme di Famiglia Cristiana sulla proliferazione di armi da fuoco

da: Adista Notizie n° 14 del 08/04/2017
 

Sono 1.265.484 le licenze per armi rilasciate nel 2015 in Italia. Che siano state concesse per uso sportivo (con un aumento 18,5%), per caccia (l’aumento è del 12,4%) o per difesa personale (questo dato è leggermente in calo, forse perché per ottenere armi per difesa personale occorre motivarne la necessità), il dato allarmante resta la proliferazione di armi leggere da fuoco lungo tutto lo Stivale, alla quale si accompagna un numero inquietante di vittime – 4 al mese secondo l’OPAL, Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le politiche di difesa e sicurezza di Brescia – come per esempio i 23 femminicidi su 115 commessi nel 2016 con armi da fuoco legalmente detenute. A lanciare un grido d’allarme è il settimanale dei Paolini, Famiglia Cristiana, con un’inchiesta pubblicata sul numero 13/2017, in edicola il 23 marzo, dal titolo “Italia a mano armata. Troppe pistole e licenze ‘facili’”.

A fare il punto della situazione, in un Paese il cui sport nazionale sembra ormai la caccia, Giorgio Beretta (analista dell’OPAL), Fausto Cardella (magistrato, procuratore generale a Perugia) e Marco Bruniera (dirigente della sezione di Treviso del Tiro a Segno Nazionale), a colloquio con i giornalisti Eugenio Arcidiacono ed Elisa Chiari.

Il fornaio di Vasto che si è vendicato di un pirata della strada che aveva investito e ucciso la moglie, il ristoratore lodigiano che ha sparato ad un ladro, la violenza femminicida di un viterbese che ha colpito la ex e si è poi tolto la vita con la stessa arma, il ventenne di Giaveno (To) che durante una rissa estrae la pistola del padre e uccide un motociclista: sono solo alcuni casi recenti di omicidi commessi con armi legalmente detenute, concesse senza troppi complimenti e fuori dal controllo delle questure, che non riescono a monitorare costantemente e capillarmente: «Dal nostro database – afferma Beretta – emerge che solo l’omicidio commesso dal ristoratore di Lodi sarebbe riconducibile alla legittima difesa: tutti gli altri sono femminicidi, vendette, conseguenze di liti familiari». È del tutto evidente, prosegue Beretta, «che per uccidere o uccidersi ci sono molti altri modi oltre le armi da fuoco, ma l’alto numero di casi di omicidi e di suicidi commessi da chi le deteneva ufficialmente non per uso personale, ci porta a dire che forse ci vorrebbe una legislazione più restrittiva», in particolar modo sulle licenze per caccia e sport, che rappresentano un escamotage per chi intende acquistare un’arma per difesa personale e che vengono concesse con troppa leggerezza: basta presentare un certificato medico e un attestato di idoneità rilasciato del Tiro a Segno Nazionale. Una seria riforma della legislazione, spiega l’analista dell’OPAL, dovrebbe ridurre da sei a due anni la licenza per sport e caccia, poi dovrebbe ridurre drasticamente il numero di armi detenute consentite, dovrebbe inoltre rendere obbligatorio un sistema di controllo sull’effettivo uso che si fa di queste armi e poi dovrebbe costringere lo “sportivo” o il “cacciatore” a comunicare alla famiglia la presenza di armi in casa, cosa che l’attuale legislazione non prevede.

A stuzzicare il dibattito nell’opinione pubblica, in seguito ad alcuni casi di attualità, è stata la proposta di estendere la legittima difesa, oggi regolamentata in maniera stringente dall’art. 52 del Codice Penale, secondo il quale la difesa, per essere legittima, deve essere proporzionata al pericolo e che il pericolo sia effettivamente in atto. Su questo argomento, sul ddl in Senato che prevede l’innalzamento delle pene per reati di rapina e furto in appartamenti, e sul delicato rapporto tra sicurezza, autodifesa e diffusione di armi, Famiglia Cristiana ha discusso con il magistrato Cardella, secondo il quale «una società è più sicura quando a maneggiare le armi sono le persone deputate a farlo per mestiere e per dovere». «Ci si dimentica troppo spesso di valutare che l’arma aumenta il pericolo per chi la impugna: anche un ladro può sentirsi legittimato a sparare per salvarsi la vita e di solito dei due è il più pratico di armi». La responsabilità politica di chi invita ad allargare l’uso di armi per “legittima” difesa è grande e grave, sembra affermare tra le righe il procuratore, fermo sostenitore della prevenzione con strumenti passivi, come l’antifurto e la vigilanza privata. Insomma, «la difesa spetta allo Stato» e detenere armi crea più problemi di quelli che si crede di risolvere: «Quante volte accade – conclude Cardella – che l’arma regolarmente detenuta è servita a far finire in tragedia una relazione degenerata o una lite tra vicini? Ha senso temere il terrorismo dei lupi solitari senza preoccuparsi delle conseguenze di un’arma in mano a chiunque?».

bella Italia cattiva accoglienza

il Belpaese della malaccoglienza ai migranti

la nostra Africa

Oltre il 77 percento dei circa 180 mila profughi entrati nel sistema di asilo italiano vive in un limbo, ammassato in mega strutture inadatte

Il Veneto della rivolta di Cona, governato dalla Lega Nord, è una delle regioni meno virtuose a livello di buone pratiche per l’accoglienza ai migranti e richiedenti asilo. Su un totale di 14.221 immigrati presenti sul suo territorio al 30 novembre scorso (dati del Viminale), appena 519 sono quelli che hanno trovato posto nel circuito Sprar, mentre quasi 11 mila (10.627) persone sono state ammassate nelle cosiddette «strutture temporanee» gestite dalle Prefetture con una modalità che non riesce ad uscire da logiche emergenziali e basate su mega strutture di contenimento.

In tutta Italia la mancanza di collaborazione degli enti locali, su cui si basano i bandi dei progetti Sprar, che dovrebbero formare una rete capillarmente diffusa di accoglienza accurata e finalizzata a integrare economicamente e socialmente i migranti in piccoli nuclei, tende a rigenerare logiche securitarie di contenimento in mega strutture come ex caserme o alberghi vuoti. La Sicilia – come si vede dal grafico – è la regione più virtuosa in questo senso, dove i migranti ospitati negli Sprar sono 4.259, pari però a quelli ancora nel limbo dei Cas, centri di prima accoglienza. Al vecchio piano Sprar del 2015 hanno partecipato soltanto 339 comuni (su 7.983, dopo le ultime fusioni imposte per spending review), 29 province e 8 unioni comunali in 10 regioni. I progetti Sprar 2016 sono appena scaduti e dall’8 agosto scorso il Viminale ha riformato il sistema di accesso cercando di aumentarne la capienza con premi fiscali e agevolazioni agli enti locali che accettano di parteciparvi.

Il ministero dell’Interno non ha mai sposato in modo sistematico l’accoglienza diffusa ma nell’ultimo anno, sulla scia della battaglia delle associazioni antirazziste e umanitarie oltre che a causa delle inchieste della magistratura e dei richiami delle commissioni per i diritti umani di Strasburgo, almeno la tipologia funzionale alla detenzione e ai respingimenti dei migranti economici dei Cie sembrava avviata a un lento dissolvimento.

A rianimare invece l’idea di risolvere il problema dei profughi utilizzando mega strutture come ex caserme – sempre utilizzate dalle prefetture quando non sanno dove dare un tetto ai migranti in arrivo dagli Hotspot – è stata anche una delle ultime puntate di Report prima dell’addio di Milena Gabanelli alla Rai.

Poi il nuovo governo Gentiloni ha spostato Angelino Alfano, che proprio fuggendo dalla gestione della politica sull’immigrazione, poco politicamente redditizio nel centrodestra, è approdato alla Farnesina, lasciando al Viminale Marco Minniti che ha inaugurato il suo dicastero promettendo un ritorno in pompa magna di Cie ed espulsioni, proprio come Matteo Salvini ha sempre sbraitato di volere.

per l’ONU l’Italia discrimina i rom

ora lo dice anche l’Onu

‘le comunità rom in Italia sono discriminate’

Ora lo dice anche l’Onu: ‘Le comunità rom in Italia sono discriminate’
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Presidente Associazione 21 luglio
In Italia continua le segregazione abitativa dei rom: non solo si registrano sgomberi illegali, ma le autorità proseguono nella costruzione di aree isolate e realizzate su base etnica. Insomma, la Strategia nazionale per l’inclusione dei Rom è solo un elenco di belle intenzioni. A dirlo non sono organizzazioni di settore, centri sociali o attivisti vicini alla sinistra. Lo certifica piuttosto il più antico e autorevole Comitato della Nazioni unite quando, “tirando le orecchie” al governo denuncia a chiare lettere: le comunità rom in Italia sono discriminate.E’ proprio in materia di discriminazione verso le comunità rom che il Palazzo di Vetro esprime la sua più profonda preoccupazione e condanna nei confronti delle azioni promosse dal governo italiano e dalle amministrazioni locali chiedendo con urgenza interventi concreti volti a ricondurle all’interno dei valori fondamentali riportati nella Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale redatta il 21 dicembre 1965.

 

Gli Stati che hanno sottoscritto la Convenzione, 177 tra i quali l’Italia, si sono infatti formalmente impegnati a perseguire con tutti i mezzi adeguati una politica nazionale tesa a eliminare ogni forma di discriminazione fondata sull’etnia e, come organismo di sorveglianza, le Nazioni unite hanno creato il Cerd, il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale (Committee on the elimination of racial discrimination) che da quasi 40 anni vigila sull’osservanza della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale.

Periodicamente gli Stati firmatari devono rendere conto ai loro cittadini e all’opinione pubblica mondiale in merito alla concretizzazione, all’interno del proprio Paese, dei valori fondamentali della Convenzione e sottoporsi a un esame critico. Ogni Stato è tenuto a presentare rapporti all’interno dei quali dettagliare i provvedimenti legislativi, giudiziari, amministrativi presi illustrando la situazione del Paese in materia di discriminazione. Il Comitato esamina periodicamente i rapporti presentati accogliendo anche i “rapporti ombra” di organizzazioni indipendenti che spesso presentano quadri e descrivono scenari sensibilmente difformi da quelli illustrati dai governi nazionali.

 

Quest’anno è stata la volta dell’Italia e il Comitato, riguardo la cosiddetta “questione rom” non ha fatto sconti, recependo buona parte delle informazioni inviate dalle diverse organizzazioni, in primis quelle di Associazione 21 luglio.

Le preoccupazioni del Comitato investono tre ambiti fondamentali: la pratica degli sgomberi forzati che ha un impatto particolarmente negativo sulla continuità scolastica dei bambini; il fatto che molte comunità rom continuino a vivere in baraccopoli segreganti e in spazi abitativi distanti dai servizi essenziali e al di sotto degli standard; la volontà espressa da alcune amministrazioni locali interessate a progettare e creare nuovi insediamenti per soli rom.

Non è una novità che gli sgomberi forzati registrati negli ultimi tre anni nelle città di Milano e Roma – azioni di “bonifica” preparatorie ai grandi eventi di Expo e del Giubileo della Misericordia – abbiano raggiunto, per intensità e modalità operative gli stessi picchi segnalati durante il triennio della cosiddetta “emergenza nomadi”.

Non lo è neanche che in Italia siano almeno 20.000 i rom presenti negli insediamenti istituzionali, realizzati e gestiti con denaro pubblico. Stupisce invece come, anche dopo le inchieste di Mafia Capitale, alcune città, prima fra tutte la Capitale, continuino a perseverare nella costruzione di nuovi ghetti etnici (chiamati nelle forme più bucoliche e soft), ormai certificati come “buchi neri” dove le risorse economiche, così come i diritti fondamentali, vengono inghiottiti nella vergognosa macchina messa su dalle amministrazioni.

Ma il Cerd non si limita a formulare preoccupazioni. Questa volta va oltre indicando precise linee guida alle quali il governo italiano dovrà dare conto fra 12 mesi: fermare subito gli sgomberi forzati, arrestare ogni costruzione di nuovi “campi per soli rom”, assicurare ai minori rom un’istruzione di qualità e un’accessibilità all’istituzione scolastica, rivitalizzare la Strategia nazionale per l’inclusione dei rom.

La strada è tracciata. Si tratta solo di seguirla. Del resto si sa, volenti o nolenti il trattamento che le istituzioni riservano alle comunità rom in condizione di povertà, rappresenta – insieme ad altri – il termometro che misura il nostro livello di democrazia e civiltà.

Italia malata di esibizionismo, individualismo, masochismo, fatalismo … parola dello psichiatra Andreoli

il professor Vittorino Andreoli

andreoli

“l’Italia è un paese malato di mente

esibizionisti, individualisti, masochisti, fatalisti”


ITALIA PSICHIATRA

“l’Italia è un paziente malato di mente. Malato grave. Dal punto di vista psichiatrico, direi che è da ricovero. Però non ci sono più i manicomi”

Il professor Vittorino Andreoli, uno dei massimi esponenti della psichiatria contemporanea, ex direttore del Dipartimento di psichiatria di Verona, membro della New York Academy of Sciences e presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association ha messo idealmente sul lettino questo Paese che si dibatte tra crisi economica e caos politico e si è fatto un’idea precisa del malessere del suo popolo. Un’idea drammatica. Con una premessa: “Che io vedo gli italiani da italiano, in questo momento particolare. Quindi, sia chiaro che questa è una visione degli altri e nello stesso tempo di me. Come in uno specchio”.

Quali sono i sintomi della malattia mentale dell’Italia, professor Andreoli?
“Ne ho individuati quattro. Il primo lo definirei “masochismo nascosto”. Il piacere di trattarsi male e quasi goderne. Però, dietro la maschera dell’esibizionismo”.

Mi faccia capire questa storia della maschera.
“Beh, basta ascoltare gli italiani e i racconti meravigliosi delle loro vacanze, della loro famiglia. Ho fatto questo, ho fatto quello. Sono stato in quel ristorante, il più caro naturalmente. Mio figlio è straordinario, quello piccolo poi…”.

Esibizionisti.
“Ma certo, è questa la maschera che nasconde il masochismo. E poi tenga presente che generalmente l’esibizionismo è un disturbo della sessualità. Mostrare il proprio organo, ma non perché sia potente. Per compensare l’impotenza”.

Viene da pensare a certi politici. Anzi, a un politico in particolare.
“Pensi pure quello che vuole. Io faccio lo psichiatra e le parlo di questo sintomo degli italiani, di noi italiani. Del masochismo mascherato dall’esibizionismo. Tipo: non ho una lira ma mostro il portafoglio, anche se dentro non c’è niente. Oppure: sono vecchio, però metto un paio di jeans per sembrare più giovane e una conchiglia nel punto dove lei sa, così sembra che lì ci sia qualcosa e invece non c’è niente”.

Secondo sintomo.
“L’individualismo spietato. E badi che ci tengo a questo aggettivo. Perché un certo individualismo è normale, uno deve avere la sua identità a cui si attacca la stima. Ma quando diventa spietato…”.

Cattivo.
“Sì, ma spietato è ancora di più. Immagini dieci persone su una scialuppa, col mare agitato e il rischio di andare sotto. Ecco, invece di dire “cosa possiamo fare insieme noi dieci per salvarci?”, scatta l’io. Io faccio così, io posso nuotare, io me la cavo in questo modo… individualismo spietato, che al massimo si estende a un piccolissimo clan. Magari alla ragazza che sta insieme a te sulla scialuppa. All’amante più che alla moglie, forse a un amico. Quindi, quando parliamo di gruppo, in realtà parliamo di individualismo allargato”.

Terzo sintomo della malattia mentale degli italiani?
“La recita”.

La recita?
“Aaaahhh, proprio così… noi non esistiamo se non parliamo. Noi esistiamo per quello che diciamo, non per quello che abbiamo fatto. Ecco la patologia della recita: l’italiano indossa la maschera e non sa più qual è il suo volto. Guarda uno spettacolo a teatro o un film, ma non gli basta. No, sta bene solo se recita, se diventa lui l’attore. Guarda il film e parla. Ah, che meraviglia: sto parlando, tutti mi dovete ascoltare. Ma li ha visti gli inglesi?”.

Che fanno gli inglesi?
“Non parlano mai. Invece noi parliamo anche quando ascoltiamo la musica, quando leggiamo il giornale. Mi permetta di ricordare uno che aveva capito benissimo gli italiani, che era Luigi Pirandello. Aveva capito la follia perché aveva una moglie malata di mente. Uno nessuno e centomila è una delle più grandi opere mai scritte ed è perfetta per comprendere la nostra malattia mentale”.

Torniamo ai sintomi, professore.
“No, no. Rimaniamo alla maschera. Pensi a quelli che vanno in vacanza. Dicono che sono stati fuori quindici giorni e invece è una settimana. Oppure raccontano che hanno una terrazza stupenda e invece vivono in un monolocale con un’unica finestra e un vaso di fiori secchi sul davanzale. Non è magnifico? E a forza di raccontarlo, quando vanno a casa si convincono di avere sul serio una terrazza piena di piante. E poi c’è il quarto sintomo, importantissimo. Riguarda la fede…”.

Con la fede non si scherza.
“Mica quella in dio, lasciamo perdere. Io parlo del credere. Pensare che domani, alle otto del mattino ci sarà il miracolo. Poi se li fa dio, San Gennaro o chiunque altro poco importa. Insomma, per capirci, noi viviamo in un disastro, in una cloaca ma crediamo che domattina alle otto ci sarà il miracolo che ci cambia la vita. Aspettiamo Godot, che non c’è. Ma vai a spiegarlo agli italiani. Che cazzo vuoi, ti rispondono. Domattina alle otto arriva Godot. Quindi, non vale la pena di fare niente. E’ una fede incredibile, anche se detta così sembra un paradosso. Chi se ne importa se ci governa uno o l’altro, se viene il padre eterno o Berlusconi, chi se ne importa dei conti e della Corte dei conti, tanto domattina alle otto c’è il miracolo”.

Masochismo nascosto, individualismo spietato, recita, fede nel miracolo. Siamo messi malissimo, professor Andreoli.
“Proprio così. Nessuno psichiatra può salvare questo paziente che è l’Italia. Non posso nemmeno toglierti questi sintomi, perché senza ti sentiresti morto. Se ti togliessi la maschera ti vergogneresti, perché abbiamo perso la faccia dappertutto. Se ti togliessi la fede, ti vedresti meschino. Insomma, se trattassimo questo paziente secondo la ragione, secondo la psichiatria, lo metteremmo in una condizione che lo aggraverebbe. In conclusione, senza questi sintomi il popolo italiano non potrebbe che andare verso un suicidio di massa”.andreoli1

E allora?
“Allora ci vorrebbe il manicomio. Ma siccome siamo tanti, l’unica considerazione è che il manicomio è l’Italia. E l’unico sano, che potrebbe essere lo psichiatra, visto da tutti questi malati è considerato matto”.

Scherza o dice sul serio?
“Ho cercato di usare un tono realistico facendo dell’ironia, un tono italiano. Però adesso le dico che ogni criterio di buona economia o di buona politica su di noi non funziona, perché in questo momento la nostra malattia è vista come una salvezza. E’ come se dicessi a un credente che dio non esiste e che invece di pregare dovrebbe andare in piazza a fare la rivoluzione. Oppure, da psichiatra, dovrei dire a tutti quelli che stanno facendo le vacanze, ma in realtà non le fanno perché non hanno una lira, tornate a casa e andate in piazza, andate a votare, togliete il potere a quello che dice che bisogna abbattere la magistratura perché non fa quello che vuole lui. Ma non lo farebbero, perché si mettono la maschera e dicono che gli va tutto benissimo”.

Guardi, professore, che non sono tutti malati. Ci sono anche molti sani in circolazione. Secondo lei che fanno?
“Piangono, si lamentano. Ma non sono sani, sono malati anche loro. Sono vicini a una depressione che noi psichiatri chiamiamo anaclitica. Penso agli uomini di cultura, quelli veri. Che ormai leggono solo Ungaretti e magari quel verso stupendo che andrebbe benissimo per il paziente Italia che abbiamo visitato adesso e dice più o meno: l’uomo… attaccato nel vuoto al suo filo di ragno”.

E lei, perché non se ne va?
“Perché faccio lo psichiatra, e vedo persone molto più disperate di me”.

Grazie della seduta, professore.
“Prego”.

drammatica migrazione dall’Italia verso la Scandinavia … e se tra non molto si realizzasse davvero?

Rifugiati climatici, non è soltanto un romanzo

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di Telmo Pievani

Nel suo ultimo bel libro Bruno Arpaia immagina una drammatica migrazione dall’Italia verso la Scandinavia, dovuta all’impazzimento del clima nell’ultimo quarto di questo secolo. Lo scenario e le sue fonti hanno generato un interessante dibattito con gli esperti sull’entità e sui tempi di manifestazione degli effetti del riscaldamento climatico.

Quando un problema è grande, grande come il nostro pianeta intero, si fa fatica ad affrontarlo, a prenderlo sul serio, finché all’improvviso non si manifesta. Ma quando ciò accade, la sua manifestazione è così grande, appunto, che già non c’è più niente da fare, bisogna soltanto scappare. L’ultimo appassionante romanzo di Bruno Arpaia[1] è dedicato all’impossibilità della lungimiranza, e alla speranza nonostante tutto. E’ ambientato in un futuro non troppo lontano, e dunque sufficientemente realistico, negli anni che saranno dei nostri nipoti, cioè l’ultimo quarto del XXI secolo in cui ci stiamo inoltrando. Per la precisione, è un futuro non abbastanza prossimo per fare previsioni scientificamente precise, e non abbastanza remoto per darsi alla fantascienza. Se ne sta in una dimensione temporale di mezzo, nella dimensione della possibilità.

Il problema troppo grande di cui sopra è il riscaldamento climatico, e nella finzione narrativa il peggio è già arrivato. L’Europa mediterranea è diventata invivibile e una colonna di migliaia di disperati si mette in cammino verso nord, guidata da un manipolo di guardiane armate, al soldo di una società privata che promette il miraggio di salvezze scandinave. Il mare ha sommerso la pianura padana e le città abbandonate bruciano in mano ai predoni. Dalla Lombardia trasformata in deserto, senza più laghi né fiumi, il serpentone dei nuovi migranti attraversa a fatica il confine svizzero (non prima di aver pagato salato pedaggio), scorge le residue comunità di sopravvissuti in cime alle montagne protette da milizie armate fino ai denti, si infila nello stretto corridoio umanitario che porta al deserto della Germania centrale. Tra stenti e assalti di bande assassine, l’obiettivo agognato è arrivare sulle rive del Baltico dove si torna a scorgere qualche tenue indizio di vita vegetale e animale, e fa persino capolino la pioggia…

Il protagonista è Livio Delmastro, un neuroscienziato italiano di vaglia emigrato a Stanford nel 2038, ecologista ancorché disilluso, costretto con la famiglia a rientrare a Napoli nel pieno della carriera a causa delle discriminazioni crescenti subite in suolo statunitense nel 2056. Livio studia le modalità con cui il cervello ricostruisce e talvolta ricrea a modo suo la realtà, quel “qualcosa, là fuori” (il titolo del romanzo è un omaggio al compianto storico della scienza Enrico Bellone e al suo omonimo libro[2]) che viene necessariamente filtrato e interpretato dai nostri neuroni, al punto da farci sospettare che il tempo che scorre, lo spazio tridimensionale, l’io personale, i ricordi e il mondo con i suoi colori e sapori siano soltanto illusioni narrative frutto dell’evoluzione del cervello.

E invece quel qualcosa là fuori si rivelerà a Livio in tutta la sua rocciosa e cocciuta esistenza reale. Nell’alternanza dei flashback narrativi che interrompono lo scorrere del presente post-apocalittico alla Cormac McCarthy, Arpaia racconta di come si era arrivati fino a quel punto di non ritorno, attraverso le vicende di Livio e di sua moglie Leila, figlia di rifugiati siriani, anch’ella scienziata a Stanford, fisica di grandi speranze. Dal 2015 in poi altre conferenze sul clima si erano succedute, tra speranze malriposte e fallimenti. Tutti a parole si professavano ambientalisti, e nessuno lo era per davvero. L’acqua (quella reale) diventava un bene sempre più prezioso e combattuto. Nessun politico aveva avuto il coraggio di prendere decisioni impopolari e costose, per timore di perdere le elezioni successive, in attesa che fossero sempre gli altri a fare la prima mossa. In assenza di veri statisti, le nazioni erano andate in ordine sparso difendendo i propri egoistici interessi energetici e geopolitici. Nel frattempo l’acqua (quella metaforica) in cui era immersa la rana dell’umanità era andata scaldandosi lentamente, così lentamente che alla fine la rana si era ritrovata bollita senza accorgersene.

Fu così che le peggiori previsioni si avverarono con rapidità crescente. I paesi poveri furono i più colpiti, riversando maree di profughi ambientali su tutti gli altri. Tra eventi meteorologici sempre più estremi e conflitti sociali deflagrati, gli stati delle fasce equatoriali e tropicali saltarono uno dopo l’altro. L’impatto sociale sull’Europa meridionale, già economicamente piegata dal clima inclemente, fu sempre più incontrollabile, finché l’Unione Europea non andò in frantumi. I paesi nordici crearono l’Unione europea del Nord, abbandonando quelli del sud al loro destino di anarchia, guerra civile, carestie e desertificazione. Improbabili esperimenti di ingegneria climatica peggiorarono ulteriormente la situazione. Era troppo tardi per intervenire. I paesi rimasti in piedi, i più vicini ai poli, si militarizzarono sempre di più e le paure millenariste rinfocolarono ogni sorta di fondamentalismo religioso xenofobo, al punto che venne eletto come Presidente degli Stati Uniti (nel frattempo anch’essi quasi del tutto evacuati) un predicatore integralista. Un incubo perfetto (anche se sul profilo di chi potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti già adesso non ci stupiamo più di nulla). Per sapere il resto, tocca leggere il libro.

Fatto insolito e interessante, il romanzo è stato recensito sul più autorevole sito italiano dedicato ai cambiamenti climatici (www.climalteranti.it)[3]. Pur apprezzandone le doti letterarie, gli esperti hanno criticato Arpaia perché nella finzione narrativa e poi nell’Avvertenza finale l’autore sposa la tesi secondo cui il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’ONU (IPCC) e l’agenzia europea per l’ambiente starebbero sottovalutando la gravità della situazione, non considerando le interferenze moltiplicative tra i fattori di rischio e proponendo misure di contenimento insufficienti (e per giunta comunque disattese dai più). Minimizzando i reali rischi che stiamo correndo, le agenzie internazionali starebbero fornendo un alibi per l’inazione della politica. L’ipotesi alquanto preoccupante, ventilata da alcuni scienziati più radicali in questi anni e adottata dal romanziere, è che gli effetti già presenti del riscaldamento climatico (innalzamento dei mari, scioglimento del permafrost con liberazione di gas serra, acidificazione degli oceani, versamento massiccio di acqua dolce dalle calotte polari, riduzione dell’albedo, e così via) inizino a un certo punto a interagire fra di loro moltiplicandosi a vicenda e accelerando il processo in pochi decenni. Si tratta di una dinamica di effetti di retroazione combinati che può scatenare un cambiamento critico, rapido e complessivo, impossibile da controllare una volta superata una certa soglia poiché si auto-alimenta come una valanga. Questo scenario di “criticità autorganizzata” è previsto in astratto dai modelli dei sistemi complessi e non lineari, ma non è detto che si verifichi in questo caso perché nei sistemi altamente complessi esistono altrettanto potenti inerzie e meccanismi di auto-regolazione e di omeostasi. Soprattutto, non è dato sapere quando e con che ritmi possa mai innescarsi.

Inoltre, fanno notare su Climalteranti, le previsioni più pessimistiche di un innalzamento della temperatura già a fine secolo intorno ai sei gradi, con i mari sollevati di dodici metri e gli oceani irreversibilmente acidificati, non sono suffragate da dati scientifici fondati e non compaiono nemmeno negli scenari peggiori contemplati dalla letteratura scientifica accreditata. Secondo i calcoli, aumenti di quelle entità sono possibili, se non riduciamo le emissioni climalteranti, in due o tre secoli. L’ambiguità nasce forse dal fatto che l’accusa di sottostima del rischio compare non soltanto nel romanzo, dove ovviamente è protetta dalla licenza poetica dell’autore e dalla finzione narrativa, ma anche nell’Avvertenza finale dove si citano come fonti alcuni scienziati. Ma se Arpaia avesse ambientato la sua storia tra due secoli, anziché a fine XXI secolo, avrebbe centrato anche una parte dei modelli scientifici più accreditati (quelli più pessimistici), il che non è molto consolante. Ciò che conta infatti è ricordare che anche un aumento del livello dei mari di un metro a fine secolo sarà un grande problema (soprattutto nell’area pacifica, ma non solo), e questo è previsto dai modelli correnti.

Al di là del grado specifico di attendibilità degli scenari immaginati, a riprova dell’utilità dell’esercizio di consapevolezza culturale proposto da Arpaia è giunta la notizia che il Dipartimento della Difesa statunitense considera ora ufficialmente il riscaldamento climatico, per il periodo 2015-2018, un “acceleratore di instabilità” e un “moltiplicatore di minacce” (perché produce disastri, crea instabilità e aggrava i conflitti), tanto da richiedere misure concrete di contenimento in diverse aree del mondo (soprattutto in Africa, Asia e Artico), ovviamente per tutelare gli interessi statunitensi[4]. La necessità di contrastare e di adattarsi ai cambiamenti climatici in corso è data ormai per scontata, anche se la parte più conservatrice del mondo repubblicano continua a negarne persino l’esistenza. Nel 2015 le analisi della rivista PNAS hanno confermato che il riscaldamento climatico, rendendo inusitatamente lunga e grave una siccità regionale, ha avuto il ruolo di concausa nell’inizio della guerra civile siriana[5].

Due dettagli della pregevole narrazione di Arpaia valgono da soli la lettura. Nella colonna dei migranti ambientali partita dall’Italia, con la morte per dissenteria e disidratazione sempre dietro l’angolo, si fa quanto possibile per mantenere nonostante tutto un barlume di umanità. Livio finché gli reggono le gambe tiene lezioni serali ai bambini, sudati, impolverati, stanchi ma pur sempre attenti. In molti si rifiutano di lasciar morire sul ciglio della strada i malati e i feriti. Livio si affeziona a una sua ex allieva, alla figlia di lei e ad altri compagni di viaggio. C’è qualcosa là fuori, ed è un grumo di irriducibile umanità.

Ma il punto più forte del libro è la descrizione di quanto accade sulla costa meridionale del Baltico, diventata protettorato scandinavo. Chiunque arrivi da sud è automaticamente clandestino, uno degli ultimi degli ultimi. Le ronde pattugliano le spiagge, le motovedette il mare. Quando i migranti che premono sono troppi, sparano e bombardano. In caso di cattura, per i profughi ci sono la prigione, le torture, lo sfruttamento, i lavori forzati nei campi, i respingimenti verso il nulla e la morte. A meno che non si abbia qualche soldo e un parente dall’altra parte: in tal caso si può tentare di corrompere uno scafista e provare la perigliosa traversata notturna in gommone verso la Svezia. E’ esattamente ciò che accade oggi sulla costa meridionale del Mediterraneo, dove per molti la prima “Svezia” in cui approdare si chiama Italia. In questa storia invece i migranti verso nord siamo noi, e gli svedesi proprio non ci vogliono, così il rovesciamento della prospettiva genera un catartico sentimento di immedesimazione. Al di là di quel mare livido e senza più vita, nonostante tutto, c’è un qualcosa là fuori da raccontarsi, da immaginare, da sperare.

NOTE

[1] Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori, Guanda, Milano, 2016. Dello stesso autore ricordiamo anche: L’energia del vuoto (Guanda, Milano, 2011), giallo intessuto tra le vicende di un gruppo di ricercatori del CERN di Ginevra.

[2] Enrico Bellone, Qualcosa, là fuori. Come il cervello crea la realtà, Codice Edizioni, Torino, 2011.

[3] http://www.climalteranti.it/tag/arpaia/

[4] Andrew Holland, “Prevenire le guerre del clima”, Le Scienze, n. 576, agosto 2016, pp. 75-79.

[5] Kelley, C.P. et al., 2015, “Climate change in the Fertile Crescent and implications of the recent Syrian drought”, PNAS, 112(11): 3241–3246.

(16 settembre 2016)

Italia malata grave! record europeo della corruzione

Ce l’abbiamo fatta: l’Italia vanta il record europeo di corruzione

 

La corruzione
ALLARME ROSSO ITALIA CORROTTA IMPIETOSO DOSSIER DELLA COMMISSARIA UE MALMSTRÖM: 60 MILIARDI BUTTATI IN TANGENTI TRA APPALTI TRUCCATI E INTESE COSCHE-PALAZZO

dossier di Bruxelles: metà delle mazzette del continente sono made in Italy

peggio di noi soltanto Grecia, Croazia, Bulgaria e Romania La commissaria agli Affari Interni, Cecilia Malmström, è impietosa: il 97% degli italiani percepisce il fenomeno come dilagante, il 42% se ne sente vittima. Le tangenti pagate valgono 60 miliardi Allarme per i rapporti con le mafie e per le leggi ad personam

così Giampiero Gramaglia su ‘il Fattoquotidiano’:

Nell’Unione europea, la corruzione costa 120 miliardi di euro l’anno, “praticamente l’equivalente del bilancio stesso dell’Ue”: è un cancro che “mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche, danneggia l’economia nel suo insieme e priva gli Stati di una parte cospicua del gettito fiscale”, quanto mai necessario in anni di crisi. Nessuno dei 28 ne è esente, ma l’Italia ne ha il primato e lo manterrà, perché le leggi non intaccano “la percezione d’un quadro normativo di quasi impunità”.  

Brutto record tra prescrizione e falso in bilancio

Secondo i calcoli della Corte dei Conti, il fatturato della corruzioneinItaliaèdi60miliardidieuro l’anno, la metà di quello europeo complessivo. Le fonti dell’Ue s’affrettano a precisare che i dati non sono esattamente comparabili. Ma Cecilia Malmström, commissaria europea agli Affari Interni, è abituata a bacchettare l’Italia. E, questa volta, fa l’elenco dei fattori di persistenza della corruzione in Italia: tempi di prescrizione troppo brevi, leggi ad personam, scarsa trasparenza di finanziamenti ai partiti e appalti pubblici. Così, un ex premier – Silvio Berlusconi – prosciolto “per scadenza dei termini di prescrizione” (processo Mills) e il caso di “un parlamentare indagato per collusione con il clan camorristico dei Casalesi”, richiamo alla vicenda di Nicola Cosentino, diventano paradigmi della corruzione in Europa, pur senza essere esplicitamente citati. Gli Stati dell’Ue hanno fatto molto negli ultimi anni per combattere la corruzione, ma “le azioni fin qui intraprese sono lungi dall’essere sufficienti”. In Italia, le accelerazioni normative (la legge anti-corruzione del 2012, la ratifica della convenzione del Consiglio d’Europa nel 2013 e il piano 2013-2016 approvato il 30 gennaio) rappresentano, secondo la commissaria, un “passo avanti”, ma “lasciano irrisolti” problemi di fondo, perché “non modificano la disciplina della prescrizione, la legge sul falso in bilancio e l’auto-riciclaggio e non introducono il reato di voto di scambio”, né sciolgono il nodo del conflitto d’interesse. L’analisi di Bruxelles collima con i rapporti del Greco–il gruppo di Stati del Consiglio d’Europa contro la corruzione – e dell’Ocse.

Il buco nero delle opere pubbliche

Il primo rapporto della Commissioneeuropeasullacorruzione nell’Ue mostra che natura e livello del fenomeno e l’efficacia delle misure per contrastarlo variano da Paese a Paese: la Malmström non promuove col massimo dei voti nessuno, perché “la corruzione merita maggiore attenzione in tutti gli Stati dell’Unione”, e suggerisce linee di intervento “che – dice – spero possano essere seguite”. Vestito aragosta sullo sfondo rosso mattone della scena allestita per l’occasione, la commissaria è forse all’ultima recita del suo mandato. Risponde a domande sull’Italia citando passi del rapporto, che invita a “bloccare l’adozione di leggi ad personam” ed esprime preoccupazione per il grado di corruzione degli appalti pubblici   – la denuncia il 92% delle imprese, contro una media Ue del 73% –, che vanno resi più trasparenti. Lodo Alfano ed ex Cirielli, depenalizzazione del falso in bilancio e legittimo impedimento stanno a provare, per il documento dell’Ue, che i tentativi di garantire processi efficaci sono stati “più volte ostacolati da leggi ad personam”.

Sono stati 201 i Comuni sciolti per criminalità organizzata

Secondo il rapporto, “in Italia i legami tra criminalità organizzata, politici e imprese, e lo scarso livello di integrità dei titolari di cariche elettive e di governo sono tra gli aspetti più preoccupanti”. Bruxelles suggerisce di perfezionare la legge che “frammenta” le disposizioni su concussione e corruzione e giudica “insufficienti le disposizioni sulla corruzione nel settore privato esullatuteladeldipendentepubblico che segnala illeciti”. La Commissione raccomanda di “estendereipoteriesvilupparela capacità dell’autorità nazionale anticorruzione Civit”. Quanto alla corruzione dei politici,il rapporto cita dati del 2012: indagini e ordinanze di custodia cautelare per esponenti politici locali un po’ ovunque, 201 Consigli municipali sciolti e oltre 30 deputati della precedente legislatura indagati per reati di corruzione o finanziamento illecito.

Da Il Fatto Quotidiano del 04/02/2014.

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