anche il vescovo di Lucca contro Salvini

il vescovo di Lucca contro la chiusura dei porti

in occasione della festa di San Paolino il vescovo di Lucca monsignor Italo Castellani ha preso una forte posizione politica per l’apertura dei porti ai clandestini

queste le sue parole:

Il ‘fenomeno migrazioni’

Devo riconoscere che Lucca e il suo territorio nel suo insieme ha risposto bene, rispetto ad altre realtà, nell’accoglienza dei migranti.

Nel ‘fenomeno migrazioni’ vedo simbolicamente e realmente ogni “periferia esistenziale, culturale, educativa” dei nostri giorni, povertà materiali e spirituali che non possiamo far finta di non vedere o voltarci dall’altra parte.

Più volte, in piena sintonia e comunione con Papa Francesco, sono ultimamente intervenuto su questi temi ‘sensibili’ al Vangelo.

A conclusione del Convegno Ecclesiale, che abbiamo celebrato l’11-12 giugno scorso, su un tema di grande attualità –“L’altro: inferno o paradiso?”– feci questo accorato appello che rinnovo in questo momento alto di vita ecclesiale e sociale. Credo che una Chiesa –la nostra Chiesa di Lucca– non possa rimanere muta di fronte a quello che sta avvenendo, con i migranti lasciati in balia del mare e con i porti del Mediterraneo chiusi, mentre coloro che hanno la guida del nostro Paese si rifiutano ostinatamente di accoglierli, aspettando che lo facciano altri. È una decisione che un cristiano non può accettare!

È di spettanza propria di chi governa maturare scelte politiche, reali percorsi d’inclusione sociale dei rifugiati, adulti e soprattutto minori non accompagnati, sino ad oggi svolti per lo più dalla Caritas diocesana e generosamente dalle nostre comunità. Chiedevo e chiedo ancora una volta di dissociarci apertamente da tali scelte e dichiarare che ogni uomo –la Persona– è al primo posto, non è un ‘numero’, a prescindere dalla sua provenienza, appartenenza sociale e culturale.

In questa sede –alla luce della Parola di Dio ascoltata– mi sta a cuore ricordare che per noi cristiani il Vangelo è l’unico criterio per le nostre scelte. Esso indica ripetutamente la via dell’accoglienza dello straniero e della condivisione dei beni con i poveri. Dice infatti Gesù: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25, 35).

Per il suo carattere universale, il Vangelo non può mai essere sottoposto ad un uso strumentale, piegato a fini propagandistici o ancor meno ridotto a segno di “esclusiva” appartenenza etnico-nazionale.

Auspico e invito tutte le nostre comunità –come viene ben sottolineato nel recente Documento Ecumenico delle Chiese cristiane di Viareggio– a vigilare sulla difesa dei diritti umani (in mare e sulla terra ferma) e ad essere aperte all’accoglienza dell’altro/a, aprendo i propri spazi e le proprie strutture per costruire progetti di accoglienza di condivisione e inclusione. Si, questo è il momento, come nelle nostre comunità sta avvenendo, del passaggio dall’accoglienza all’inclusione dei nostri fratelli immigrati, con la possibilità di apprendere la nostra lingua, aprire percorsi di studio e di lavoro, condividere la richiesta e l’incontro tra diverse culture e testimonianze di fede.

 

a Lucca una mostra sullo sterminio dei rom

“Porrajmos”

Lucca

a palazzo Ducale una mostra sullo sterminio di rom e sinti

 E’ stata inaugurata in Sala Accademia, a Palazzo Ducale, a Lucca, la mostra

“Porrajmos, altre tracce sulla strada per Auschwitz”

incentrata sul tema dello sterminio di rom e sinti nel corso della seconda guerra mondiale


L’eposizione è stata realizzata dall’Istituto di Cultura Sinta, dall’Associazione Nevo Drom e dall’Associazione Sinti Italiani di Prato ed è stata curata dal professor Luca Bravi dell’Università di Firenze


La parola Porrajmos significa devastazione ed è il termine con cui le persone appartenenti alla minoranza linguistica rom e sinta indicano lo sterminio del loro popolo ad opera del nazismo. Si calcola che vennero uccise mezzo milione di persone che avevano la sola colpa di essere zingare, come allora venivano chiamate

Una mostra che per gli organizzatori deve farci riflettere anche sul presente e sulle tensioni che oggi ci sono in Italia e in Europa nei confronti delle minoranze di ogni genere

altri nove nuovi comuni di Lucca accolgono i profughi

70 profughi trasferiti dal campo delle Tagliate

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 la Prefettura di Lucca, con l’ausilio della diocesi, ha coinvolto 9 nuovi comuni della provincia che fino ad ora non avevano ospitato profughi, riuscendo a trasferire 70 migranti ospitati nel campo di prima accoglienza della Croce Rossa in via delle Tagliate

E’ iniziata la fase di alleggerimento del campo di accoglienza per migranti di via delle Tagliate, con il trasferimento di 70 ospiti in strutture comunali sparse in tutta la provincia. La prefettura, come preannunciato nei giorni scorsi, ha coinvolto la quasi totalità dei comuni  trovando, anche grazie all’ausilio della Diocesi di Lucca, 70 posti letto e riuscendo a coinvolgere anche numerosi comuni versiliesi, che in un primo tempo erano stati accusati di  scarsa collaborazione rispetto al tema dell’accoglienza.

Le nuove disponibilità riguardano i comuni di Barga, con 12 posti, Camaiore con 8 Capannori con 5, Massarosa con 11, Pieve Fosciana con 6, così come Porcari. Seguono Vagli di Sotto con 8 posti e Forte dei Marmi e Viareggio con 10.

Restano ancora da sciogliere i nodi dei comuni che ancora non hanno dato disponibilità di posti, primi tra tutti Altopascio, Montecarlo e Pietrasanta, e per i quali la Prefettura sta ancora mediando per riuscire a riportare la struttura di via delle Tagliate ad un massimo di 60 persone smistabili in pochi giorni.

Lucca accoglie i migranti

migranti, ecco la mappa delle nuove strutture per accoglierne altri 192 a Lucca

da ‘la Nazione’ 11 agosto 2015:

un terzo dei comuni di Lucca non vuole migranti

Lucca ospita 155 rifugiati

altri 13 comuni non li vogliono

LUCCA Il capoluogo ritiene di aver fatto il proprio ruolo fino in fondo, ora si punterà a convincere le amministrazioni recalcitranti . Solo 13 comuni su 33 hanno accettato di accogliere i migranti richiedenti asilo sul proprio territorio. Un fatto che circola da giorni nelle stanze di Palazzo Orsetti e della Prefettura senza però avere sufficienti spiegazioni. Tanto che i lavori del tavolo provinciale sull’immigrazione per il mese di agosto saranno dedicati a una vera e propria opera di sensibilizzazione nei confronti degli enti meno attivi. Lo dice l’assessore comunale Antonio Sichi, che precisa:

«La maggior parte dei comuni della nostra provincia non accoglie – spiega – proprio per questo martedì sera col Prefetto è stato deciso di andare nella direzione di sensibilizzare maggiormente chi non sta partecipando all’accoglienza. Nella stessa sede è stato concordato che il comune di Lucca ha fatto la sua parte in questo periodo, adesso è il momento che anche gli altri smettano di essere inadempienti. A settembre vedremo quello che si è mosso e riapriremo il tavolo

nella grafica sotto si può vedere lo stato dell’arte comune per comune:

la situazione a Lucca

ad oggi sul nostro comune sono presenti 84 migranti già inseriti in 12 strutture e un altro centinaio che vive, in modo del tutto temporaneo, nella tensostruttura della Croce Rossa in via delle Tagliate, per un totale di quasi 400 persone accolte su tutto il territorio provinciale. Ripartizione decisa dal Governo attraverso le prefetture: Lucca deve partecipare con un quoziente del 10,5 per cento sul numero complessivo di migranti accolti nella nostra regione.

le disparità

Ma poi accade che c’è chi accoglie e chi non lo fa. Con squilibri evidenti: Viareggio, con i suoi 60mila abitanti, ha dato disponibilità per sole 6 persone, al pari di Fabbriche di Vergemoli che, però, di cittadini residenti ne ha a malapena 820, Gallicano è impegnato con 40 richiedenti asilo, a fronte di una popolazione di 3800 abitanti. «Le assenze che pesano di più – spiega Sichi – sono Altopascio e diversi comuni della Versilia, che partecipa al tavolo dell’accoglienza in formazione estremamente ridotta. È bene chiarire che la quota del 10,5% spetta alla provincia di Lucca indipendentemente dal numero dei comuni che accolgono i migranti – spiega Sichi – Questo significa che chi decide di non partecipare alla gestione dell’emergenza, carica gli altri comuni di un lavoro maggiore e di un numero più alto di migranti. Prendiamo per esempio il comune di Lucca: anche se decidessimo di non accogliere nessuno, avremmo comunque la tensostruttura della Croce Rossa strapiena di persone in attesa di trovare un alloggio».

progetti futuri

Dal mese di settembre i migranti del comune di Lucca saranno impegnati in lavori socialmente utili. O meglio, lavori civici: progetti, la cui partecipazione è gratuita e volontaria, che hanno come finalità il miglioramento delle zone dove i richiedenti asilo vivono. «Insieme alle associazioni della rete dell’accoglienza – conclude Sichi – stiamo individuando i monumenti o i luoghi più significativi dei paesi e dei quartieri dove questi ragazzi vivono: loro penseranno a ripulirli, a prendersene cura, a migliorare l’ambiente circostante». Un modo concreto per mostrarsi per quello che sono: persone.

Nadia Davini

il futuro dei sinti e dei rom a Lucca

 

rom e sinti a Lucca: i progetti dell’amministrazione comunale

 nuovo campo di ‘transito’ e chiusura della Scogliera

a ‘Buongiorno con Noi’ l’assessore Sichi ha esposto le intenzioni del Comune sui campi nomadi: la Scogliera sarà smantellata per esaurimento, le Tagliate potrebbero diventare un campo di ‘transito’

di seguito l’intervista all’assessore Sichi (viene comunque da dire: se son rose fioriranno! non si ha però, di primo acchito, un’impressione così rosea del progetto, sia perché sembra la millesima riespressione dell’idea che in trent’anni e più si sente dire, sia soprattutto perché sembra formulato così sopra la testa della gente che non viene neanche in mente, a chi vagheggia tali idee, di interpellare coloro che dovrebbero essere i fruitori di tale progetto):

Individuare un campo di ‘transito’ per Rom e Sinti e arrivare gradualmente alla chiusura del campo della Scogliera. Queste le intenzioni del Comune di Lucca sui campi nomadi, così come le ha esposte l’assessore alle politiche abitative Antonio Sichi nel corso del programma ‘Buongiorno con Noi’.

Sichi ha spiegato che nell’ambito del piano strutturale si deciderà dove individuare il nuovo campo di transito per rom e sinti, alla stregua di quelli già in attività negli altri capoluoghi. Non è escluso che si decida di scegliere la zona dove il campo c’è già, cioè alle Tagliate. Il campo però a quel punto sarà regolamentato, ha detto Sichi. Ci sarà un determinato numero di posti e non sarà più consentita una permanenza a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la Scogliera, Sichi ha detto che si va verso lo smantellamento per esaurimento della parte pubblica demaniale del campo. Già tre delle otto famiglie insediate hanno maturato il diritto alla casa pubblica e il Comune impedirà che altre famiglie prendano il loro posto

E le casette costruite invece sui terreni privati? L’assessore ha detto che si tratta di abusi edilizi perchè realizzate in area golenale e quindi bisognerà trovare delle forme di compensazione urbanistica per i residenti, senza però specificare che soluzioni saranno trovate.

Sichi in ogni caso ha rivendicato l’impegno concreto dell’amministrazione nel tentare di risolvere una situazione che non è mai stata affrontata prima.

 

Sui nuovi alloggi popolari Sichi ha confermato che ne saranno acquistati altri sette a Montuolo, due dei quali dovrranno essere riservati alle situazioni di emergenza abitativa. Confermato anche che il Comune va avanti sugli alloggi a Pontetetto perchè, ha detto l’assessore, non possiano rinunciare a 14 case di fronte ad una richiesta di case popolari di seicento famiglie.

 

 

 

 

Fiorello, un ‘normale’ sinto di Lucca

 

Storia di Fiorello, un rom “normale”

 

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Il primo appuntamento telefonico va a vuoto. Fiorello, o il signor Lebbiati, mi risponde dallo scooter dicendo che deve correre a casa, è in ritardo per il pranzo e non vuole «prendersi un cicchetto» (rimprovero, in toscano) dalla compagna. Ci risentiamo la sera stessa, da una casa famiglia per donne in difficoltà di Lucca. Lavora lì, sta facendo la notte. Fiorello Lebbiati, italiano di 33 anni, vive e lavora tra Lucca e Capannori, ha una figlia di undici anni, si è sposato, divorziato e ora convive con la nuova compagna in una casa in affitto che sogna prima o poi di acquistare. Cosa c’è di “strano”? La madre di Fiorello è una rom italiana, il padre è figlio di un sinto lombardo e di una sinta piemontese. Italiani da secoli.

Nella storia della sua famiglia, non mancano le tracce della discriminazione: il nonno materno (di origine montenegrina), intagliatore di rame, è uno dei sopravvissuti ai campi italiani di concentramento per “zingari” della Seconda guerra mondiale (Prignano, Tossiccia, Boiano, Gonars e altri, tutti dimenticati), mentre negli anni Sessanta il padre ha frequentato a Lucca le scuole speciali per soli “nomadi”, quando la pedagogia teorizzava che i bambini rom e sinti dovessero studiare in aule separate. Fiorello nacque nel 1982 a Fucecchio, il paese di Indro Montanelli, e ha pure un secondo nome: Miguel, dalla passione della mamma per Miguel Bosè. Allora la famiglia girava con la roulotte tra le provincie toscane. Il padre lavorava un po’ in nero, la madre vendeva canovacci, centrini e fiori come ambulante.

Racconta: «Non so quante scuole ho dovuto cambiare; facevo amicizia con i nuovi compagni, tornavo a casa e, dopo pranzo, ci mandavano via». Si ricorda ancora di un appuntamento dato un pomeriggio ad alcuni suoi amici: «Al parco, per mostrare una nuova mossa di arti marziali, di cui ero un campione. Non ci potei andare perché arrivò la polizia per allontanarci». Eppure, oltre a prendere la terza media, cambiare scuola volle anche dire avere tanti amici in giro per la Lucchesia: «Conosco mezza Lucca», riassume. Più avanti, Fiorello ha fatto la scuola serale e dei brevi corsi di economia, di animazione e di gestione gruppi. Ora ha tre lavori: operatore in Caritas, dove coordina un progetto sul recupero del cibo avanzato nelle mense scolastiche, educatore nei laboratori di falegnameria e arti istintive in una scuola media e collaboratore dell’Associazione 21 luglio di Roma.

Ce ne sarebbe anche un quarto – «Ho appena fatto una comparsa in Zoolander II di Ben Stiller» – ma non può svelare per quale parte. Con la sua compagna (gagia, come sono chiamati i non rom), medico podologo, vivono in una casa alle porte di Lucca: «Abbiamo voluto che avesse il giardino, per coltivare l’orto e – Fiorello fa pure lo scultore – modellare il marmo». I genitori, invece, abitano nella casa popolare ottenuta negli anni Novanta. Fiorello si definisce un attivista, «colui che attiva il mondo intorno a sé». «Da un lato – spiega – occorre far crescere la consapevolezza dei propri diritti ai rom e sinti; dall’altro si sa pochissimo del mio popolo, solo immagini negative. Vorrei offrire una chance di conoscenza ai non rom, anche a chi poi sceglierà di odiarci. Io stesso, se avessi come unica immagine dei rom quella della metro di Roma, non ne penserei bene».

Insieme ad altri attivisti, Fiorello ha scritto una lettera ai media; tra i firmatari, ci sono Sead che lavora e fa il rappresentante sindacale a Rovigo, Ivana che sta per finire Scienze della Formazione all’Università di Torino, Dolores di Melfi che sta conseguendo la seconda laurea… Chiedono di raccontare la realtà nella sua complessità, quella di un Paese dove i rom e sinti sono pochi (lo 0,23%), la metà italiani, tutti non più nomadi, più della metà ragazzini (il 40% in età scolare) e dove solo 40mila su 200mila vivono in situazioni di disagio abitativo, che siano baracche, container, centri d’accoglienza o edifici fatiscenti occupati. La maggior parte, invece, non vive nei campi, ma nelle case, affrontando i problemi quotidiani come tutti.

Solo nella “sua” Lucca, Fiorello cita il ragazzo rom che sta laureandosi come infermiere, il sinto che ha aperto una paninoteca, quello che sta finendo di pagare il mutuo… Nella lettera, hanno spiegato di aver paura. Non per sé, ma per l’Italia. «La paura – scrivono – è che tante persone per bene gradualmente assimilino l’odio, a causa dei messaggi negativi diffusi dai media. Anche noi, mettendoci nei panni di chi non sa niente del nostro antichissimo popolo, inizieremmo a crederci e a non voler più rom e sinti nella nostra Italia. E se fossimo bambini, che cosa impareremmo? Sicuramente, con un germoglio di odio nel cuore così potente e annaffiato bene tutti i giorni, da grandi non solo li odieremmo, ma saremo pronti a ucciderli, non per cattiveria, ma per difenderci e per difendere la “Nostra” Italia dai cattivi e sporchi rom e sinti».


a Lucca la giornata onu di solidarietà al popolo palestinese

SEMPLICEMENTE APARTHEID
Quel giorno non potremo dire ‘non sapevamo’

 

la ricostruzione di Nandino Capovilla:

 

 palestinesi

 

 

 

 

 

 

“Una cosa va detta subito e senza esitazione: quello che Israele, il mio Paese, vuole fare è accaparrarsi più terra possibile. E questa non è una questione complessa, come spesso si dice. E’ molto semplice: dal ’48 gli ebrei colonizzano la terra palestinese e le loro politiche non sono cambiate. E questo ha un nome: colonialismo. Oggi, poi, dobbiamo parlare chiaramente di un vero regime di apartheid”.

Già dalle prime parole che il grande giornalista israeliano GIDEON LEVY ha pronunciato di fronte ad una sala gremita, sabato 29 novembre a Lucca, si comprende la portata politica di ciò che ha rappresentato il suo contributo alla GIORNATA ONU 2014.

 

“Con il mio lavoro voglio documentare tutto perchè un giorno, quando tutto sarà finito, gli israeliani non possano dire ‘non sapevamo’. Sono nato e vissuto a Tel Aviv sentendomi una vittima e non certo un occupante e ho pensato questo fino agli anni ’80, quando ho cominciato a lavorare per Haarez, che mi ha inviato nei Territori Occupati. Solo lì ho cominciato a vedere e a capire. Come chiamereste un regime in cui uno dei due popoli gode di tutti i diritti mentre l’altro non ha nulla? Io lo chiamo apartheid”.

La voce di questo coraggioso testimone ha fatto diventare, in questo Anno Internazionale per la Palestina, internazionalmente rilevante l’annuale Convegno con cui Pax Christi celebra nella Giornata Onu per i diritti del popolo palestinese.
Ma già incontrando gli studenti delle scuole, al mattino, aveva scosso l’uditorio:

“Da israeliano devo tragicamente ammettere che per gli israeliani un palestinese non sarà mai un essere umano uguale a loro. Sembra eccessivo ma è esattamente questo il primo grande confine tra i due popoli: un confine culturale, sociale, psicologico. Anche gli israeliani più aperti sotto sotto pensano ai palestinesi come ad esseri inferiori. L’israeliano vive in pace con se stesso perchè semplicemente non ritiene che i palestinesi abbiano i suoi stessi diritti”.

La Giornata ONU di Lucca ha registrato una grande partecipazione di persone da ogni parte d’Italia e dal Convegno si leverà nelle prossime settimane la precisa richiesta al Parlamento italiano di seguire i sempre più numerosi Paesi europei che stanno riconoscendo lo Stato di Palestina. D’altra parte Gideon Levy ha rilevato che “la comunità internazionale sa benissimo cosa dovrebbe fare. Con il Sudafrica dell’apartheid l’ha fatto. Ed ora le differenze in Palestina sono minime.

Il problema -ha incalzato Levy- è che, pur non essendoci una censura vera e propria in Israele, sono i media stessi che si autocensurano. Il che è anche peggio, a pensarci. Fanno un lavaggio del cervello incredibile agli israeliani, demonizzando e disumanizzando i palestinesi. Cercano di nascondere sempre le atrocità commesse dall’esercito. Israele nega tutto, vivendo in una continua menzogna. Il linguaggio che usiamo stravolge la realtà. Così, per esempio, in Israele si parla distinguendo coloni moderati o estremisti, gli avamposti illegali e le colonie legali, ma secondo il diritto internazionali non esistono colonie legali. Tutte sono illegali.

palest e isreal

Negli anni immediatamente successivi all’occupazione, gli stessi Territori Occupati non venivano definiti così e chi usava questa espressione era definito traditore. Li chiamavano piuttosto ‘liberati’. Insomma, dipende da come Israele interpreta ciò che accade: quando un blindato entra in un campo profughi spargendo terrore, per noi è solo il bambino che tira la pietra a violare la legge. Quando Abbas chiede aiuto all’Onu, è lui ad essere considerato violatore dello status quo. Israele invece può fare e fa sempre ciò che vuole. Quando dei palestinesi uccidono un colono con un coltello sono terroristi ma quando un aereo militare bombarda Gaza, è autodifesa. Chiunque è a favore dell’occupazione militare vuole il bene di Israele e chiunque si appella al diritto internazionale è antisemita. Quando un palestinese di 6 anni viene ucciso dai soldati israeliani è definito ‘un giovane’, ‘un adolescente’, o semplicemente ‘un palestinese’; quando viene ucciso un 18enne israeliano è ‘nostro figlio’”.

La Newsletter BoccheScucite e l’omonimo sito www.bocchescucite.org , pubblicheranno presto tutti gli interventi della Giornata di Lucca, proprio a partire dalla fortissima denuncia di questa “bocca scucita” israeliana che ha ammesso quanto il suo lavoro sia sempre più a rischio in Israele:

Durante l’operazione dell’esercito a Gaza, quest’estate -ha confidato Levy- 3000 lettori hanno disdetto l’abbonamento al quotidiano Haarez a causa di un mio articolo. Per fortuna il mio giornale non scende a compromessi, e va avanti. D’altra parte, se a Gaza quest’estate sono state uccise oltre 2000 persone palestinesi in nome della sicurezza israeliana io mi chiedo semplicemente: ma chi pensa alla sicurezza dei palestinesi, che si trovano molto più a rischio degli israeliani?

Nandino Capovilla, Campagna Ponti e non muri, nandino.capovilla@gmail.com

Miguel, ragazzo sinto orgogliosamente tale,ma anche ‘lucchese’

Miguel

«Macché integrato, io sono lucchese»

si racconta, Miguel, in questo dialogo con la giornalista del Tirreno, racconta la sua origine a Lucca, la bellezza e la difficoltà di dovere da sempre alternare una vita in appartamento a una vita al campo dei sinti in momenti di grande povertà
non sembra molto convinto nel rispondere, a precisa domanda, sulla sua ‘integrazione’: sembra suonargli un po’ equivoca questa parola e deludendo l’intervistatrice che vorrebbe fargli riconoscere come positiva e apprezzabile questa condizione, fa un deciso passo indietro con un sonoro ‘macché
è contento , però, della casa dove si trova ora, ma è contento soprattutto del percorso di ‘attivista’ che sta facendo e vorrebbe in seguito coinvolgersi in un impegno attivo di superamento delle difficoltà che sta vivendo il suo popolo a Lucca:
La storia di Miguel, storia di un’integrazione riuscita. Anche se, in realtà, alla parola “integrazione”,      Miguel cambia sguardo e precisa. «Ma integrazione di che? Io sono italiano, sono lucchese. Tifo Juve, tifo l’Italia ai      Mondiali, mi emoziono a sentire l’inno di Mameli, lavoro, ho amici, ho una mia vita». Fiorello Miguel Labbiati, all’anagrafe      Fiorello, al campo, tra i parenti e tra gli amici conosciuti fuori la scuola, Miguel, che era il nome preferito dalla mamma,      proprio come Miguel Bosè. Per gli amici stretti, invece, solo Vè. Trentun’anni, una figlia di dieci, fidanzato con      una ragazza “gagi”. Cioè non nomade, il modo con cui i sinti identificano coloro che non sono rom e che non      sono sinti. Miguel è nato a Fucecchio, da madre di Empoli e papà di Castelnuovo. Annovera dentro e prima di sé      ben quattro discendenze sinte (tedesca, lombarda, piemontese e francese) e una rom, da parte di nonno. È cresciuto tra      il campo di Nave, quello di Sant’Anna in via delle Tagliate e la casa della nonna, a San Vito. Da un po’ vive in una casa      sua e da quattro mesi convive con Martina. «La vita in casa mi piace molto – racconta – non ho avvertito      il distacco dal campo, perché fin da piccolo sono stato in un appartamento; a periodi vivevo con mia nonna che abitava      a San Vito nelle case popolari. La mia casa è il mio mondo e non la cambierei con qualcos’altro, anche se a volte ripenso      alla campina (la roulotte). Non ho ricordi negativi della vita con mia mamma al campo, anche quando non c’era la luce e si      stava con le candele per giorni. La casa è un’altra cosa: ho il giardino, un pezzo di terra dove posso fare l’orto, ho      i miei spazi per dipingere e realizzare sculture. «Da piccolo mi sono spostato tante volte – continua – Questo      perché cambiavamo città o più semplicemente quartiere. No, le superiori non le ho fatte, ma a settembre vorrei      iscrivermi al serale per prendere il diploma. Lavoro da quando ho 16 anni, facendo ogni tipo di attività: ho iniziato      nel calzaturiero e guadagnavo 300mila lire al mese. Poi sono entrato nell’edilizia, all’inizio mi facevano fare le pulizie.      Dopodiché ho cominciato a fare lo stucchino, nel frattempo sono diventato papà. Per un periodo ho fatto ogni tipo      di lavoro, poi è arrivata la crisi, l’edilizia è morta e sono entrato anche io in crisi. «Preso dalla disperazione      andai al Culto Evangelico a Pisa dove c’era un incontro per parlare della condizione dei rom e dei sinti. Un signore diceva      come non ci fossero rom e sinti nelle giunte comunali e come i sinti non fossero interessati alla politica. Pensai: ma che      dice questo? Ho fatto manifestazioni nella mia città, mi sono sempre interessato di politica, ma come italiano, non come      rom. Ci parlai, poi mi richiamò dopo una settimana e mi propose la possibilità di partecipare a uno scambio culturale      in Romania con altri ragazzi di diversi paesi europei sulla questione rom e sinti. E lì è cambiato tutto: in dieci      giorni mi è montata una voglia incredibile di raccontare il mio popolo e di lavorare per i sinti e per i rom». Così      a 29 anni ha preso parte all’Avs (anno di volontariato sociale) in Caritas, ha seguito diversi progetti, soprattutto con i      bimbi disabili e fino a entrare in Caritas con un contratto. Ora segue il corso di formazione per attivisti rom e sinti, organizzato      e promosso dall’Associazione 21 luglio che ha sede a Roma. «Vado nelle scuole, parlo dei rom e dei sinti. Per me è      un orgoglio la mia appartenenza, lo dico sempre a tutti. Ho sempre lavorato e non mi sono mai guadagnato da vivere rubando.      Quando parlo nelle scuole mi chiedono perché gli zingari rubano. Non mi dà fastidio, perché è vero che      esiste l’illegalità. Anche nella mia famiglia. Ed è vero che ci sono persone in carcere o agli arresti domiciliari      per furto o per spaccio. Per me non esiste il male o il bene di per sé, esistono le opportunità, le necessità,      le condizioni di vita e le amicizie. Una persona non è che ruba in quanto rom. Io sono un sinto che ha voglia di fare      e sono fortunato. Secondo me l’istruzione è tutto, con le scuole speciali per rom e sinti hanno alimentato l’emarginazione      e creato generazioni di analfabeti e delinquenti». E per il futuro? «Finito il corso per attivista – conclude      – vorrei occuparmi della situazione di Lucca. Mi sto accorgendo che le realtà fuori da Lucca sono tremende e molto      peggiori. Qua la situazione è abbastanza positiva, ci sono tanti ragazzi che conducono una vita normale e che si sono      inseriti nella città, anche se per alcune cose siamo indietro. «Questo, secondo me, è un momento maturo per      creare una situazione definitiva per le famiglie che vivono al campo, partendo da un percorso condiviso e partecipato con      le famiglie stesse. È importante farli sentire importanti. Mi piacerebbe che la mia città diventasse un’avanguardia      e un esempio per tutta Italia, ne ha le carte. Basta che creda nei suoi giovani sinti e rom».
Nadia Davini – il Tirreno
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