il commento al vangelo della domenica

le lacrime di chi ama, una lente sul mondo

 

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della quinta domenica di quaresima (29 marzo 2020):

 In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». […]

Il racconto della risurrezione di Lazzaro è la pagina dove Gesù appare più umano. Lo vediamo fremere, piangere, commuoversi, gridare. Quando ama, l’uomo compie gesti divini; quando ama, Dio lo fa con gesti molto umani. Una forza scorre sotto tutte le parole del racconto: non è la vita che vince la morte. La morte, nella realtà, vince e ingoia la vita. Invece ciò che vince la morte è l’amore. Tutti i presenti quel giorno a Betania se ne rendono conto: guardate come lo amava, dicono ammirati. E le sorelle coniano un nome bellissimo per Lazzaro: Colui–che–tu–ami. Il motivo della risurrezione di Lazzaro è l’amore di Gesù, un amore fino al pianto, fino al grido arrogante: vieni fuori! Le lacrime di chi ama sono la più potente lente d’ingrandimento della vita: guardi attraverso una lacrima e capisci cose che non avresti mai potuto imparare sui libri. La ribellione di Gesù contro la morte passa per tre gradini: 1. Togliete la pietra. Rotolate via i macigni dall’imboccatura del cuore, le macerie sotto le quali vi siete seppelliti con le vostre stesse mani; via i sensi di colpa, l’incapacità di perdonare a se stessi e agli altri; via la memoria amara del male ricevuto, che vi inchioda ai vostri ergastoli interiori. 2. Lazzaro, vieni fuori! Fuori nel sole, fuori nella primavera. E lo dice a me: vieni fuori dalla grotta nera dei rimpianti e delle delusioni, dal guardare solo a te stesso, dal sentirti il centro delle cose. Vieni fuori, ripete alla farfalla che è in me, chiusa dentro il bruco che credo di essere. Non è vero che «le madri tutte del mondo partoriscono a cavallo di una tomba» (B. Brecht), come se la vita fosse risucchiata subito dentro la morte, o camminasse sempre sul ciglio di un abisso. Le madri partoriscono a cavallo di una speranza, di una grande bellezza, di un mare vasto, di molti abbracci. A cavallo di un sogno! E dell’eternità. Ad ogni figlio che nasce, Cristo e il mondo gridano, a una voce: vieni, e portaci più coscienza, più libertà, più amore! 3. Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte: liberatevi tutti dall’idea che la morte sia la fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele al vento, come si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso, i nodi della paura, i grovigli del cuore. Liberatelo da maschere e paure. E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, e amici con cui camminare, qualche lacrima, e una stella polare. Che senso di futuro e di libertà emana da questo Rabbi che sa amare, piangere e gridare; che libera e mette sentieri nel cuore. E capisco che Lazzaro sono io. Io sono Colui–che–tu–ami, e che non accetterai mai di veder finire nel nulla della morte.

(Letture: Ezechiele 37,12–14; Salmo 129; Romani 8,8–11; Giovanni 11,1–45)

il commento al vangelo della domenica

SEI FATTO PER LA LUCE

 Passando vide un uomo cieco dalla nascita  e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare.  Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo».  Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco  e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

il commento di E. Ronchi al vangelo della quarta domenica di quaresima (22 marzo 2020):

Il vangelo racconta la conquista della luce.
Quanti occhi intelligenti e acutissimi ho visto spegnersi, occhi che dicevano di vedere lontano, ma ci basta una lacrima, un fatto doloroso e gli orizzonti si spengono, il cielo si fa nero e ogni strada è senza uscita.
La vista che va lontano viaggia oltre le apparenze, e va conquistata. Gesù non cessa di dirlo: il Vangelo è per coloro che imparano oltre la superficie dei fatti e delle cose.
È successo che per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. Di sabato non si può, si trasgredisce il più santo dei precetti. Io spero tanto di essere diverso dai farisei di questo Vangelo. Perché di fronte alla gioia di chi vede per la prima volta il sole e gli occhi di sua madre, anche gli alberi, se potessero, applaudirebbero, anche i fiumi batterebbero le mani, come dice il salmo.
Loro, no. I farisei sanno la teologia e dimenticano la vita, vedono il caso morale e dottrinale, non l’uomo! Per loro l’unico criterio di giudizio è l’osservanza della legge.
Sono i puri che non si commuovono.
E’ facile essere credenti senza bontà. Facile e mortale.
C’è un’infinita tristezza in tutto questo.
E cosa fanno? Avviano un processo per eresia: da miracolato a imputato. E nessuno che provi pena per gli occhi vuoti del cieco; nessuno che si entusiasmi per i nuovi, poveri ma ricchi, occhi illuminati.
Il dramma che si consuma in quella sala è questo: il Dio della vita e il Dio della religione si sono separati e non si incontrano più. La dottrina è separata dall’esperienza della vita.
Ma il cieco è diventato libero, è diventato forte, tiene testa ai sapienti: voi parlate e parlate, ma intanto io ci vedo!
Lui dice a noi che se un’esperienza ti comunica Vita, allora è per forza buona, è benedetta.
Nel brano regna una religione immiserita a questioni di peccato, innalzato a teoria che spiega il mondo e pretende di interpretarne la realtà. Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori? Gesù non ci sta. Si allontana subito, immediatamente, da questa visione che rende ciechi. Dio lotta con te contro il male, è compassione e futuro, amore che fa ripartire, che preferisce la felicità dei suoi figli, al loro obbedire.
Legge suprema di Dio è che l’uomo viva. E gloria di Dio è un uomo che torna a vedere, e il suo sguardo lucente, dà lode a Dio più di tutti i sabati!
L’uomo non coincide con il suo peccato, ma con il possibile bene futuro. Gesù non parlerà di peccato se non per dire che è perdonato; che Dio non spreca la sua eternità in castighi, che non si appiattisce sul nostro moralismo. Egli è compassione, approccio ardente, mano viva che tocca il cuore e lo apre.
Egli vive per te. Senti dalle sue mani fluire la vita come fiume e sole: gioiosa, inarrestabile, eterna.
E il tuo cuore leggero ti dirà, sottovoce, che sei fatto per la luce.

(Giovanni 9,1-41)

il commento al vangelo della domenica

il Signore mette in tutti una sorgente di bene

 

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani (…). 

 

il commento di Ermes Ronchi al vangelo delle terza domenica di avvento (15 marzo 2020):

Gesù e una donna straniera, occhi negli occhi. Non una cattedra, non un pulpito, ma il muretto di un pozzo, per uno sguardo ad altezza di cuore.
Con le donne Gesù va diritto all’essenziale: «Vai a chiamare colui che ami». Conosce il loro linguaggio, quello dei sentimenti, della generosità, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere.
Hai avuto cinque mariti. Gesù non istruisce processi, non giudica e non assolve, va al centro. Non cerca nella donna indizi di colpa, cerca indizi di bene; e li mette in luce: hai detto bene, questo è vero.
Chissà, forse quella donna ha molto sofferto, forse abbandonata, umiliata cinque volte con l’atto del ripudio. Forse ha il cuore ferito. Forse indurito, forse malato. Ma lo sguardo di Gesù si posa non sugli errori della donna, ma sulla sete d’amare e di essere amata.
Non le chiede di mettersi in regola prima di affidarle l’acqua viva; non pretende di decidere per lei, al posto suo, il suo futuro. È il Messia di suprema delicatezza, di suprema umanità, il volto bellissimo di Dio.
Lui è maestro di nascite, spinge a ripartire! Non rimprovera, offre: se tu sapessi il dono di Dio. Fa intravedere e gustare un di più di bellezza, un di più di bontà, di vita, di primavera, di tenerezza: Ti darò un’acqua che diventa sorgente!
Gesù: lo ascolti e nascono fontane. In te. Per gli altri.
Come un’acqua che eccede la sete, che supera il tuo bisogno, che scorre verso altri. E se la nostra anfora, incrinata o spezzata, non sarà più in grado di contenere l’acqua, quei cocci che a noi paiono inutili, invece che buttarli via, Dio li dispone in modo diverso, crea un canale, attraverso il quale l’acqua sia libera di scorrere verso altre bocche, altre seti. «Dio può riprendere le minime cose di questo mondo senza romperle, meglio ancora, può riprendere ciò che è rotto e farne un canale» (Fabrice Hadjaji), attraverso cui l’acqua arrivi e scorra, il vino scenda e raggiunga i commensali, seduti alla tavola della mia vita.
Ed è così che attorno alla samaritana nasce la prima comunità di discepoli stranieri. «Venite, c’è al pozzo uno che ti dice tutto quello che c’è nel cuore, che fa nascere sorgenti». Che conosce il tutto dell’uomo e mette in ognuno una sorgente di bene, fontane di futuro. Senza rimorsi e rimpianti. Dove bagnarsi di luce.
In questi nostri giorni “senza” (senza celebrazioni, senza liturgie, senza incontri) sentiamo attuale la domanda della Samaritana: Dove andremo per adorare Dio? Sul monte o nel tempio? La risposta è diritta come un raggio di luce: non su un monte, non in un tempio, ma dentro. In spirito e verità.
Sono io il Monte, io il Tempio, dove vive Dio (M. Marcolini).
(Letture: Esodo 17,3-7; Salmo 94; Romani 5, 1-2. 5-8; Giovanni 4,5-42).

il commento al vangelo della domenica

Dio semina la bellezza in ogni sua creatura

 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio,  ‘amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (…).

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della seconda domenica di quaresima (8 marzo 2020):

La Quaresima ci sorprende: la subiamo come un tempo penitenziale, mortificante, e invece ci spiazza con questo vangelo vivificante, pieno di sole e di luce. Dal deserto di pietre (prima domenica) al monte della luce (seconda domenica); da polvere e cenere, ai volti vestiti di sole. Per dire a tutti noi: coraggio, il deserto non vincerà, ce la faremo, troveremo il bandolo della matassa. Gesù prese con sé tre discepoli e salì su di un alto monte. I monti sono come indici puntati verso il mistero e le profondità del cosmo, raccontano che la vita è ascensione, con dentro una fame di verticalità, come se fosse incalzata o aspirata da una forza di gravità celeste: e là si trasfigurò davanti a loro, il suo volto brillò come il sole e le vesti come la luce.
Tutto si illumina: le vesti di Gesù, le mani, il volto sono la trascrizione del cuore di Dio. I tre guardano, si emozionano, sono storditi: davanti a loro si è aperta la rivelazione stupenda di un Dio luminoso, bello, solare. Un Dio da godere, finalmente, un Dio da stupirsene. E che in ogni figlio ha seminato la sua grande bellezza.
Che bello qui, non andiamo via… lo stupore di Pietro nasce dalla sorpresa di chi ha potuto sbirciare per un attimo dentro il Regno e non lo dimenticherà più. Vorrei per me la fede di ripetere queste parole: è bello stare qui, su questa terra, su questo pianeta minuscolo e bellissimo; è bello starci in questo nostro tempo, che è unico e pieno di potenzialità. È bello essere creature: non è la tristezza, non è la delusione la nostra verità.
San Paolo nella seconda lettura consegna a Timoteo una frase straordinaria: Cristo è venuto ed ha fatto risplendere la vita. È venuto nella vita, la mia e del mondo, e non se n’è più andato. È venuto come luce nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta (Gv 1,5). In lui abitava la vita e la vita era la luce degli uomini (Gv 1,4), la vita era la prima Parola di Dio, bibbia scritta prima della bibbia scritta.
Allora perdonate «se non sono del tutto e sempre / innamorata del mondo, della vita / sedotta e vinta dalla rivelazione / d’esserci d’ogni cosa (….)/ Questo più d’ogni altra cosa perdonate / la mia disattenzione» (Mariangela Gualtieri). A tutte le meraviglie quotidiane.
La condizione definitiva non è monte, c’è un cammino da percorrere, talvolta un deserto, certamente una pianura alla quale ritornare. Dalla nube viene una voce che traccia la strada: «questi è il figlio mio, l’amato. Ascoltatelo”. I tre sono saliti per vedere e sono rimandati all’ascolto. La voce del Padre si spegne e diventa volto, il volto di Gesù, «che brillò come il sole». Ma una goccia della sua luce è nascosta nel cuore vivo di tutte le cose.
(Letture: Genesi 12, 1-4; Salmo 32; 2 Timoteo 1, 8-10; Matteo 17, 1-9)

il commento al vangelo della domenica

gli angeli inviati dal Signore per sorreggerci

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della prima domenica di quaresima (29 febbraio 2020):

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». […]

È bella la Quaresima. Non si impone come la stagione penitenziale, ma si propone come quella dei ricominciamenti: della primavera che riparte, della vita che punta diritta verso la luce di Pasqua. Un tempo di novità, di nuovi, semplici, solidali, concreti stili di vita, a cura della “Casa comune” e di tutti i suoi abitanti. Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, santo perché conserva la cosa più santa, la vita. Cosa c’è di male nel pane? Ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. Non ha mai usato il suo potere per sé, ma per moltiplicare il pane per la fame di tutti. Gesù risponde alla prima sfida giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Il pane dà vita, ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore mio, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me e che mi fa vivere. Seconda tentazione: Buttati giù dal pinnacolo del tempio, e Dio manderà un volo d’angeli. La risposta di Gesù suona severa: non tentare Dio, non farlo attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia in lui, e invece ne è la caricatura, esclusiva ricerca del proprio vantaggio. Il più astuto degli spiriti non si presenta a Gesù come un avversario, ma come un amico che vuole aiutarlo a fare meglio il messia. E in più la tentazione è fatta con la Bibbia in mano: fai un bel miracolo, segno che Dio è con te, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. E invece Gesù rimanderà a casa loro i guariti dalla sua mano con una raccomandazione sorprendente: bada di non dire niente a nessuno. Lui non cerca il successo, è contento di uomini ritornati completi, liberi e felici. Nella terza tentazione il diavolo alza la posta: Adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adora me, segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, imponiti. Così risolverai i problemi, e non con la croce. La storia si piega con la forza, non con la tenerezza. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte, Gesù? Assicuragli tre cose: pane, spettacoli e un leader, e li avrai in pugno. Ma per Gesù ogni potere è idolatria. Lui non cerca uomini da dominare, vuole figli che diventino liberi e amanti. Allora angeli si avvicinarono e lo servivano. Il Signore manda angeli ancora, in ogni casa, a chiunque non voglia accumulare e dominare: sono quelli che sanno inventare una nuova carezza, hanno occhi di luce, e non scappano. Sono quelli che mi sorreggeranno con le loro mani, instancabili e leggere, tutte le volte che inciamperò.
(Letture: Genesi 2,7-9; 3,1-7; Salmo 50; Romani 5,12-19; Matteo 4,1-11)

il commento al vangelo della domenica

porgi l’altra guancia: disinnesca il male

 

il commento di E. Ronchi al vangelo della settima domenica del tempo ordinario (23 febbraio 2020):

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. […

Una serie di situazioni molto concrete: schiaffo, tunica, miglio. E soluzioni in sintonia: l’altra guancia, il mantello, due miglia. La semplicità del vangelo! «Gesù parla della vita con le parole proprie della vita» (C. Bobin). Niente che un bambino non possa capire, nessuna teoria astratta e complicata, ma la proposta di gesti quotidiani, la santità di ogni giorno, che sa di abiti, di strade, di gesti, di polvere. E di rischio. E poi apre feritoie sull’infinito: siate perfetti come il Padre, siate figli del Padre che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. Fare ciò che Dio fa, essere come il Padre, qui è tutta l’etica biblica. E che cosa fa il Padre? Fa sorgere il sole. Mi piace questo Dio solare, luminoso, splendente di vita, il Dio che presiede alla nascita di ogni nostro mattino. Il sole, come Dio, non si merita, si accoglie. E Dio, come il sole, si trasforma in un mistero gaudioso, da godere prima che da capire. Fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. Addirittura Gesù inizia dai cattivi, forse perché i loro occhi sono più in debito di luce, più in ansia. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra. Cristo degli uomini liberi, padroni delle proprie scelte anche davanti al male, capaci di disinnescare la spirale della vendetta e di inventarsi qualcosa, un gesto, una parola, che faccia saltare i piani e che disarmi. Così semplice il suo modo di amare e così rischioso. E tuttavia il cristianesimo non è una religione di battuti e sottomessi, di umiliati che non reagiscono. Come non lo era Gesù che, colpito, reagisce chiedendo ragione dello schiaffo (Gv 18,22). E lo vediamo indignarsi, e quante volte, per un’ingiustizia, per un bambino scacciato, per il tempio fatto mercato, per il cuore di pietra dei pii e dei devoti. E collocarsi dentro la tradizione profetica dell’ira sacra. Non passività, non sottomissione debole, quello che Gesù propone è una presa di posizione coraggiosa: tu porgi, fai tu il primo passo, cercando spiegazioni, disarmando la vendetta, ricominciando, rammendando tenacemente il tessuto continuamente lacerato dalla violenza. Credendo all’incredibile: amate i vostri nemici. Gesù intende eliminare il concetto stesso di nemico. «Amatevi, altrimenti vi distruggerete. È tutto qui il Vangelo» (D.M. Turoldo). Violenza produce violenza, in una catena infinita. Io scelgo di spezzarla. Di non replicare su altri ciò che ho subito, di non far proliferare il male. Ed è così che inizio a liberare me nella storia. Allora siate perfetti come il Padre… non quanto, una misura
impossibile che ci schiaccerebbe; ma come il Padre, con il suo stile fatto di tenerezza, di combattiva tenerezza.
(Letture: Levitico 19,1-2.17-18; Salmo 102; 1 Corinzi 3,16-23; Matteo 5,38-48)

il commento al vangelo della domenica

ma io vi dico …

il commento di E. Ronchi al vangelo della quinta domenica del tempo ordinario (16 febbraio 2020):

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli”

Gesù entra nel progetto di Dio non per rifare un codice, ma per rifare il coraggio del cuore, il coraggio del sogno. Agendo su tre leve decisive: la violenza, il desiderio, la sincerità. Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, chi nutre rancore è potenzialmente un omicida. Gesù va diritto al movente delle azioni, al laboratorio dove si assemblano i gesti. L’apostolo Giovanni affermerà una cosa enorme: «Chi non ama suo fratello è omicida» (1 Gv 3,15). Chi non ama, uccide. Il disamore non è solo il mio lento morire, ma è un incubatore di violenza e omicidi. Ma io vi dico: chiunque si adira con il fratello, o gli dice pazzo, o stupido, è sulla linea di Caino… Gesù mostra i primi tre passi verso la morte: l’ira, l’insulto, il disprezzo, tre forme di omicidio. L’uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell’altro. Chi gli dice pazzo sarà destinato al fuoco della Geenna. Geenna non è l’inferno, ma quel vallone alla periferia di Gerusalemme, dove si bruciavano le immondizie della città, da cui saliva perennemente un fumo acre e cattivo. Gesù dice: se tu disprezzi e insulti il fratello tu fai spazzatura della tua vita, la butti nell’immondizia; è ben più di un castigo, è la tua umanità che marcisce e va in fumo. Ascolti queste pagine che sono tra le più radicali del Vangelo e capisci per contrasto che diventano le più umane, perché Gesù parla solo della vita, con le parole proprie della vita: «Custodisci le mie parole ed esse ti custodiranno» (Prov 4,4), e non finirai nell’immondezzaio della storia. Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio. Ma io vi dico: se guardi una donna per desiderarla sei già adultero. Non dice semplicemente: se tu desideri una donna; ma: se guardi per desiderare, con atteggiamento predatorio, per conquistare e violare, per sedurre e possedere, se la riduci a un oggetto da prendere o collezionare, tu commetti un reato contro la grandezza di quella persona. Adulterio viene dal verbo a(du)lterare che significa: tu alteri, cambi, falsifichi, manipoli la persona. Le rubi il sogno di Dio. Adulterio non è tanto un reato contro la morale, ma un delitto contro la persona, deturpi il volto alto e puro dell’uomo. Terza leva: Ma io vi dico: Non giurate affatto; il vostro dire sia sì, sì; no, no. Dal divieto del giuramento, Gesù va fino in fondo, arriva al divieto della menzogna. Di’ sempre la verità e non servirà più giurare. Non abbiamo bisogno di mostraci diversi da ciò che siamo nell’intimo. Dobbiamo solo curare il nostro cuore, per poi prenderci cura della vita attorno a noi; c’è da guarire il cuore per poi guarire la vita.
(Letture: Siracide 15,16-21; Salmo 118; 1 Corinzi 2,6-10; Matteo 5,17-37)

il commento al vengelo della domenica

 

essere una minoranza ma significativa

il commento di E. Bianchi alla quarta  domenica del tempo Ordinario (anno A)(9 febbraio 2020):

Mt 5,13-16

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che cosa lo si potrà salare? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
(testo dell’evangeliario di Bose)

«Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo». Questi due piccoli detti che seguono le beatitudini sono – è importante ricordarlo – posti in bocca a Gesù, colui che solo ha potuto dire di sé: «Io sono la luce del mondo, chi mi segue non camminerà nella tenebra» (Gv 8,12). Ovvero, è Gesù Cristo il sale della sapienza, il sale che dà senso alla vita umana sulla terra; è lui «la luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Nessun fondamentalismo può dunque nascere da queste parole del Signore, se le si mantiene e le si osserva come parole che vengono da lui: noi cristiani possiamo essere sale e luce solo grazie alla comunione con lui rinnovata ogni giorno; solo se le nostre azioni belle e buone rendono gloria al Padre di Gesù Cristo e Padre nostro, se portano sulla terra il suo peso, mostrando che Dio, lui che è «nostra luce e nostra salvezza» (cfr. Sal 27,1), ci ispira e vuole essere presente attraverso di noi tra gli uomini.

Chiarita tale verità fondamentale, credo che queste affermazioni di Gesù possano ispirarci una riflessione su quella che amo definire «differenza cristiana», ossia un’esistenza, un comportamento differenti rispetto a quelli di chi non si definisce cristiano. E questo non per un’ostinata volontà di distinzione, ma perché la vita dei cristiani, essendo modellata su quella di Cristo, è di fatto altra, diversa dalla vita mondana: nessun disprezzo per gli uomini nostri fratelli, nessun arroccamento orgoglioso su una cittadella per guardare dall’alto la città del mondo e giudicarla peccatrice come Sodoma, ma la lucida coscienza di essere chiamati a «stare nel mondo senza essere del mondo» (cfr. Gv 17,11-16).

In questo senso, il Nuovo Testamento delinea in molte pagine un anticonformismo cristiano, ispirato dalla dinamica della comunione e dell’amore, così riassunto da Paolo: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando il vostro modo di pensare, per discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2). I cristiani stanno nel mondo, in mezzo agli uomini, solidali con loro; vivono una piena responsabilità verso la società, sono cittadini della polis a pieno titolo, ma non devono conformarsi alle mode, alla logica del tempo, non devono vivere mondanamente. Non conformarsi alla mentalità di questo mondo significa avere il coraggio di una vita che sa discernere gli idoli alienanti e sa combatterli, di una vita segnata appunto dalla differenza cristiana: in un mondo contrassegnato dall’indifferenza, l’unica possibilità di vincere questa indifferenza consiste nel presentare una differenza comprensibile ed eloquente, capace di dare un contributo peculiare alla società in cerca di idee per l’edificazione di una città che sia veramente per l’uomo.

Questa differenza, poi, è strettamente legata allo «stile» della nostra vita, che per noi cristiani è importante quanto il contenuto del messaggio: stile dello stare in mezzo agli uomini, stile nell’attuare l’evangelizzazione e la missione, stile nell’incontro con i credenti di altre religioni o con i non credenti. Ciò non significa privilegiare la forma rispetto al contenuto, né badare alle apparenze anziché alla sostanza, bensì percepire che dal «come» viene annunciata la buona notizia del Vangelo dipende la stessa credibilità dell’annuncio. È significativo in proposito che nei vangeli si trovi sulla bocca di Gesù un’insistenza maggiore sullo stile che non sul contenuto del messaggio, che è sempre sintetico e preciso: «Non fate come gli ipocriti» (cfr. Mt 6,2.5.16); «Andate come pecore tra i lupi» (cfr. Mt 10,16); «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Sì, lo stile con cui il cristiano sta nella compagnia degli uomini è determinante: da esso dipende la fede stessa, perché non si può annunciare un Gesù che racconta Dio nella mitezza, nell’umiltà, nella misericordia, e farlo con stile arrogante, con toni forti o addirittura con atteggiamenti mondani.

Certamente noi cristiani oggi comprendiamo il Vangelo meglio di ieri: come diceva papa Giovanni XXIII, «non è il Vangelo che cambia, siamo noi che lo comprendiamo meglio», e proprio per questo motivo è più grande il nostro debito verso l’umanità. Di conseguenza, o noi siamo capaci della differenza cristiana nella società e siamo sale, nel senso che sappiamo darle sapore, siamo luce perché accogliamo e riflettiamo nella compagnia degli uomini la luce di Cristo; oppure siamo quel sale di cui Gesù ha detto che, avendo perso il sapore, «serve solo a essere calpestato dagli uomini», siamo quella luce che si offusca proprio mentre pretende di illuminare gli altri.

il commento al vangelo della domenica

 

Chi è felice?

il commento di E. Bianchi al vangelo della IV domenica del tempo Ordinario (anno A)  ( 2 febbraio 2020):

Mt 5,1-12

 

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

(testo dell’evangeliario di Bose)

 

La chiesa ci chiama oggi a meditare sulle beatitudini pronunciate da Gesù in apertura del suo «discorso della montagna» (Mt 5,1-7,27).

Abituati come siamo ad ascoltare queste parole, a considerarle un testo poetico o un «manifesto» morale, abbiamo purtroppo dimenticato che le beatitudini sono «linguaggio della croce» (1Cor 1,18), capace di confondere ogni saggezza umana (cf. 1Cor 1,19-25)! A chi considera la realtà quotidiana del nostro mondo sorge infatti spontaneo chiedersi come sia possibile proclamare beati, felici quanti sono poveri, quanti piangono, quanti sono perseguitati… Eppure le beatitudini sono uscite dalla bocca di Gesù in una cultura e in una società simile alla nostra, dove vigeva la legge della forza, dove ciò che contava era la ricchezza, dove la violenza era a servizio del potere. Occorre dunque ribadire che, ieri come oggi, le beatitudini sono e restano scandalose; e siccome colui che le ha vissute in pienezza è proprio colui che le ha pronunciate, Gesù, il quale per la sua narrazione di Dio è finito in croce, allora le beatitudini appartengono allo «scandalo della croce» (Gal 5,11).

Quando leggiamo queste acclamazioni non possiamo restare indifferenti: o le rigettiamo come utopiche, impossibili da realizzare, oppure dobbiamo accoglierle quale pungolo che mette in discussione la nostra fede, la nostra sequela del Signore Gesù e la nostra gioia e felicità nel vivere il Vangelo, dunque nella nostra esistenza umana. Sappiamo bene che la felicità deriva dall’avere un senso nella propria vita, dal possedere un preciso orientamento, dal conoscere una ragione per cui vale la pena vivere e addirittura dare la vita. Ebbene, le beatitudini ci indicano questa ragione e consentono a noi cristiani di dare un senso alla vita, all’operare dell’uomo: Gesù proclama beati quanti vivono alcuni comportamenti in grado di facilitare il cammino verso la piena comunione con Dio, comportamenti che vanno assunti nel cuore e messi in pratica tanto nel contenuto quanto nello stile. E lo fa con l’autorevolezza di chi vive ciò che chiede agli altri, di chi è affidabile perché fa ciò che dice!

Essere poveri nello spirito, ben prima di definire un rapporto con i beni, significa aderire alla realtà. Guai a pensare che la beatitudine sulla povertà riguardi solo la relazione con i beni: no, la povertà dello spirito e la purezza di cuore indicano che uno è libero nel cuore a tal punto da sentirsi povero ed è così povero nel cuore da sentirsi libero di accettare la propria realtà, libero anche di accettare le umiliazioni e di sottomettersi agli altri. Essere capaci di piangere significa piangere non per ragioni psicologiche o affettive, bensì versare lacrime che sgorgano da un cuore toccato dalla propria e altrui miseria. Assumere in profondità la mitezza significa esercitarsi a rinunciare alla violenza in ogni sua forma: spesso infatti la peggior aggressività si cela dietro atteggiamenti falsamente miti, dietro sorrisi carichi di un odio mortifero… Avere fame e sete che regnino la giustizia e la verità significa desiderare che i rapporti con gli altri siano retti da giustizia e da verità, non dai nostri sentimenti. Praticare la misericordia e fare azioni di pace significa dimenticare il male che gli altri ci hanno fatto, sforzandoci di perdonarli. Essere perseguitati per amore di Gesù significa avere una prova concreta che si segue davvero il Signore delle nostre vite, colui che ha detto: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20).

Chi si trova in queste situazioni, chi lotta per assumere questi atteggiamenti, ascoltando le parole di Gesù può conoscere che l’azione di Dio è a suo favore e così sperimentare davvero la beatitudine: una gioia profonda e a caro prezzo, una gioia animata dalla comunione con il Signore, una gioia che niente e nessuno potrà rapirci (cf. Gv 16,23).

il commento al vangelo della domenica

 

«Vi farò diventare pescatori di uomini»

il commento di E. Bianchi al vangelo della terza domenica del tempo Ordinario (anno A)   (26 gennaio 2020):

Mt 4,12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato consegnato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territoriodi Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
(testo dell’evangeliario di Bose)

Ascoltiamo oggi la narrazione dell’inizio del ministero pubblico di Gesù secondo l’evangelista Matteo.

Come già in Marco, questo inizio avviene dopo il battesimo ricevuto da Gesù al Giordano (cf. Mt 3,13-17) e le tentazioni da lui affrontate vittoriosamente nel deserto (cf. Mt 4,1-11). In particolare, Gesù incomincia la propria attività di rabbi e profeta «dopo aver saputo che Giovanni il Battezzatore era stato arrestato»: allora egli si ritira in Galilea, la regione da cui proveniva e dalla quale si era allontanato per raggiungere Giovanni in Giudea. Qui medita sull’evento della cattura del suo maestro e comprende che è venuta l’ora di dare inizio al suo ministero pubblico perché è compiuto “il tempo della legge e dei profeti” (cf. Mt 11,11-14). Con grande intelligenza spirituale Matteo legge la scelta di Gesù di recarsi «a Cafarnao, nel territorio di Zabulon e di Neftali, Galilea delle genti» – nomi che evocavano esilio e dispersione – come compimento delle parole di Isaia: «il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quanti dimoravano nell’ombra della morte una luce si è levata» (Is 9,1). Sì, la salvezza di quelle terre intravista dal profeta comincia a realizzarsi con la presenza e l’attività di Gesù proprio in quella terra di confine abitata da ebrei e pagani, Gesù si mostra come «la luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9)!

Subito Gesù comincia a predicare dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli si è avvicinato». È lo stesso annuncio già fatto da Giovanni (cf. Mt 3,2), a riprova della volontà di Gesù di continuare la missione del Precursore. Anche Gesù chiama alla conversione, ossia a ricominciare, a fare ritorno a Dio mediante un concreto cambiamento di mentalità e di azioni. Nelle sue parole l’accento è però posto soprattutto sull’affermazione «il regno dei cieli si è avvicinato» perché il Regno è ormai presente in lui, l’uomo su cui Dio regna in modo pieno e unico. Ecco la buona notizia per eccellenza, fonte della nostra possibile conversione: siamo chiamati ad accogliere l’azione che Dio ha compiuto in Gesù, la cui vita è vangelo, è buona notizia di salvezza per tutti gli uomini. Se ci lasciamo coinvolgere nell’esistenza di Gesù e predisponiamo tutto per aderire ad essa, anche la nostra esistenza potrà essere rinnovata, perché anche su di noi regnerà Dio. Dicevano i rabbini al tempo di Gesù: «È il popolo che fa regnare il re, e non il re che fa regnare se stesso»; occorre dunque convertirsi a Dio per permettere a Dio di regnare su di noi: così «viene» il Regno di Dio!

E questo è quanto accade su alcuni credenti, i primi che accolgono il vangelo di Gesù e si mettono alla sua sequela. Mentre Gesù cammina lungo il mare di Galilea, fissa il suo sguardo carico di amore preveniente su due coppie di fratelli – Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni – intenti al loro mestiere di pescatori. A loro Gesù rivolge la parola autorevole: «Seguitemi!», accompagnando questo invito a una promessa di fecondità: «Vi farò diventare pescatori di uomini». Ecco il modo concreto in cui il Regno si fa vicino a queste persone e la luce del Messia Gesù le illumina, dando loro la forza di «lasciare tutto per seguire lui». Il racconto insiste sul fatto che i primi quattro discepoli obbediscono «subito» alla chiamata di Gesù: questa risposta immediata ha le sue radici nell’efficacia della parola di Gesù; nello stesso tempo, essa è segno del fatto che in lui il Regno ha fatto irruzione nella storia e ormai «il tempo è compiuto» (Mc 1,15), «si è fatto breve» (1Cor 7,29).

Questi uomini che nella libertà e per amore di Gesù decidono di abbandonare la famiglia e la professione per vivere con lui, saranno poi chiamati a rinnovare quotidianamente la loro risposta, cioè a perseverare. Certo, lungo il cammino della sequela spesso non comprenderanno Gesù, non saranno all’altezza delle esigenze da lui poste, e giungeranno fino ad abbandonarlo; ma la sua promessa è più forte delle loro infedeltà, e così dopo l’alba di Pasqua essi saranno capaci di annunciare la luce di Cristo risorto a tutti gli uomini. Questa è la buona notizia che è giunta fino a noi, eco di quella parola di Gesù che può dare senso a ogni nostro giorno: «Io sono la luce del mondo: chi mi segue non camminerà nella tenebra, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).