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il commento al vangelo della domenica

“NON ABBIATE PAURA “

commento al vangelo della dodicesima domenica del tempo ordinario (25 giugno 2017) di Ermes Ronchi:

Matteo 10,26-33

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Non abbiate paura: voi valete più di molti passeri. Ogni volta, di fronte a queste parole provo paura e commozione insieme: la paura di non capire un Dio che si perde dietro le più piccole creature: i passeri e i capelli del capo; la commozione di immagini che mi parlano dell’impensato di Dio, che fa per te ciò che nessuno ha fatto, ciò che nessuno farà: ti conta tutti i capelli in capo e ti prepara un nido nelle sue mani. Per dire che tu vali per Lui, che ha cura di te, di ogni fibra del corpo, di ogni cellula del cuore: innamorato di ogni tuo dettaglio.
Nemmeno un passero cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Eppure i passeri continuano a cadere, gli innocenti a morire, i bambini ad essere venduti a poco più di un soldo o gettati via appena spiccato il loro breve volo.
Ma allora, è Dio che fa cadere a terra? È Dio che infrange le ali dei corti voli che sono le nostre vite, che invia la morte ed essa viene? No. Abbiamo interpretato questo passo sull’eco di certi proverbi popolari come: non si muove foglia che Dio non voglia. Ma il Vangelo non dice questo, assicura invece che neppure un passero cadrà a terra senza che Dio ne sia coinvolto, che nessuno cadrà fuori dalle mani di Dio, lontano dalla sua presenza. Dio sarà lì.
Nulla accade senza il Padre, è la traduzione letterale, e non di certo senza che Dio lo voglia. Infatti molte cose, troppe accadono nel mondo contro il volere di Dio. Ogni odio, ogni guerra, ogni violenza accade contro la volontà del Padre, e tuttavia nulla avviene senza che Dio ne sia coinvolto, nessuno muore senza che Lui non ne patisca l’agonia, nessuno è rifiutato senza che non lo sia anche lui (Matteo 25), nessuno è crocifisso senza che Cristo non sia ancora crocifisso.
Quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo sulle terrazze, sul posto di lavoro, nella scuola, negli incontri di ogni giorno annunciate che Dio si prende cura di ognuno dei suoi figli, che nulla vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel cuore di Dio.
Temete piuttosto chi ha il potere di far perire l’anima, l’anima è vulnerabile, l’anima è una fiamma che può languire: muore di superficialità, di indifferenza, di disamore, di ipocrisia. Muore quando ti lasci corrompere, quando disanimi gli altri e togli loro coraggio, quando lavori a demolire, a calunniare, a deridere gli ideali, a diffondere la paura.
Per tre volte Gesù ci rassicura: Non abbiate paura (vv 26,28,31), voi valete! Che bello questo verbo! Per Dio, io valgo. Valgo di più, di più di molti passeri, di più di tutti i fiori del campo, di più di quanto osavo sperare. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita.

(Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68; Romani 5,12-15; Matteo 10,26-33)

 

il commento di p. Maggi al vangelo della domenica

LA MIA CARNE E’ VERO CIBO E IL MIO SANGUE VERA BEVANDA

commento al vangelo della domenica del ‘corpus domini’ 18 giugno 2017) di p. Alberto Maggi :

Gv 6,51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Le parole che adesso leggeremo e commenteremo, quelle di Gesù nel vangelo di Giovanni, sono talmente gravi che, al termine di queste, gran parte dei suoi discepoli lo abbandonerà e non tornerà più con lui. Vediamo allora che cos’è di grave, di importante, che Gesù ha detto.
Nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni troviamo un lungo e intenso insegnamento sull’Eucaristia. Giovanni è l’unico evangelista che non riporta la narrazione della cena, ma è quello che, più degli altri, riflette sul profondo significato della stessa.
Quindi il capitolo 6 è un insegnamento, una catechesi alla comunità cristiana, sull’Eucaristia. Leggiamo il capitolo 6, dal versetto 51. “«Io sono»”, e Gesù rivendica la condizione divina, “«il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno»”.  
Gesù garantisce che l’adesione a lui è ciò che permette all’uomo di avere una vita di una qualità tale che è indistruttibile. Questa è la vita eterna. Gesù, il figlio di Dio, si fa pane perché quanti lo accolgono e sono capaci di farsi pane per gli altri, diventino anch’essi figli di Dio. “ «E il pane che io darò è la mia carne»” – Gesù adopera proprio il termine carne, che indica l’uomo nella sua debolezza, “«per la vita del mondo»”.
Quello che Gesù sta dicendo è molto importante: la vita di Dio non si da al di fuori della realtà umana. Non ci può essere comunicazione dello Spirito dove non ci sia anche il dono della carne. Quindi il dono di Dio passa attraverso la carne, dice Gesù. L’aspetto terreno, debole, della sua vita. Qui l’evangelista presenta una contrapposizione tra gli uomini della religione che si innalzano per incontrare Dio – un Dio che la religione ha reso lontano, inavvicinabile, inaccessibile – e, invece, un Dio che scende per incontrare l’uomo.
“Allora i Giudei”, con questo termine nel vangelo di Giovanni si indicano le autorità, “ «si misero a discutere aspramente tra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?»” Un Dio che, anziché pretendere lui i doni dagli uomini, si dona all’uomo fino ad arrivare a fondersi con lui, si fa alimento per lui. Questo è inaccettabile per le autorità religiose che basano tutto il loro potere sulla separazione tra Dio e gli uomini.
Un Dio che vuole essere accolto dagli uomini e fondersi con loro, questo per loro non solo è intollerabile, ma è pericoloso. Ebbene Gesù risponde loro: “ «In verità, in verità io vi dico »”, quindi la doppia affermazione “in verità, in verità io vi dico” è quella che precede le dichiarazioni solenni, importanti di Gesù, “«Se non mangiate la carne del figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita»”.
Gesù si rifà all’immagine dell’agnello, l’agnello pasquale. La notte del’Esodo Mosè aveva comandato agli ebrei di mangiare la carne dell’agnello perché avrebbe dato loro la forza di iniziare questo viaggio verso la liberazione e di aspergere il sangue sugli stipiti delle porte perché li avrebbe separati dall’azione dell’angelo della morte.
Ebbene Gesù si presenta come carne, alimento che da la capacità di intraprendere il viaggio verso la piena libertà, e il cui sangue non libera dalla morte terrena, ma libera dalla morte definitiva. Poi Gesù, tante volte non fosse stato chiara la sua affermazione, dice: “Chi mastica la mia carne”. Il verbo masticare i greco è molto rude, primitivo, in greco è trogon. Già il suono dà l’idea di qualcosa di primitivo, e significa “masticare, spezzettare”.
Quindi Gesù vuole evitare che l’adesione a lui sia un’adesione ideale, ma dev’essere concreta. Infatti dice: “«Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna »”. La vita eterna per Gesù non è un premio futuro per la buona condotta tenuta nel presente, ma una possibilità di una qualità di vita nel presente. Gesù non dice “avrà la vita eterna”. La vita eterna c’è già. Chi, come lui, fa della propria vita un dono d’amore per gli altri, ha una vita di una qualità tale che è indistruttibile. 
“«E io lo risusciterò nell’ultimo giorno »”. L’ultimo giorno non è la fine dei tempi. L’ultimo giorno, nel vangelo di Giovanni, è il giorno della morte in cui Gesù, morendo, comunica il suo Spirito, cioè elemento di vita che concede, a chi lo accoglie, una vita indistruttibile.
E Gesù conferma che la sua “ «carne è vero cibo e il suo sangue è la vera bevanda »”. Con Gesù non ci sono regole esterne che l’uomo deve osservare, ma l’assimilazione di una vita nuova. E la sua carne è vero cibo, quello che alimenta la vita dell’uomo, e il suo sangue vera bevanda, cioè elementi che entrano nell’uomo e si fondono con lui. Non più un codice esterno da osservare, ma una vita da assimilare.
Gesù ci presenta un Dio che non assorbe gli uomini, ma li potenzia. Un Dio che non prende l’energia degli uomini, ma comunica loro la sua. E Gesù continua ad insistere: “«Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui »”. Ecco la piena fusione di Gesù con gli uomini e degli uomini con Gesù.
Quello di Gesù è un Dio che chiede di essere accolto per fondersi con gli uomini e dilatarne la capacità d’amore. “«Come il Padre, che ha la vita»”, ed è l’unica volta che Dio viene definito come il Padre che è vivente, “«ha mandato me»”, il Padre ha mandato il figlio per manifestare il suo amore senza limiti, “«e io vivo per il Padre, così anche colui che mastica …»”, di nuovo Gesù insiste con questo verbo che indica non un’adesione teorica, ma reale e concreta, “«… me, vivrà per me»”.
Alla vita ricevuta da Dio corrisponde una vita comunicata ai fratelli. Questo è il significato dell’Eucaristia. E, come il Padre ha mandato il figlio ad essere manifestazione visibile di un amore senza limiti, così quanti accolgono Gesù sono chiamati a manifestare un amore incondizionato.
E conclude Gesù: “ «Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono»”. Gesù mette il dito nella piaga del fallimento dell’Esodo. Tutti quelli che sono usciti dall’Egitto sono morti. I loro figli sono entrati. E Gesù contrappone il suo esodo che è destinato invece a realizzarsi pienamente.
E di nuovo Gesù insiste: “«Chi mastica»”, quindi adesione piena e totale, non simbolica, “ «questo pane vivrà per sempre»”. Chi orienta la propria vita, con Gesù e come Gesù, a favore degli altri, ha già una vita che la morte non potrà interrompere.

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

DIO HA MANDATO IL FIGLIO SUO PERCHÉ IL MONDO SIA SALVATO PER MEZZO DI LUI

commento al vangelo della domenica della trinità (11 giugno 2017) di p. Alberto Maggi:

Gv 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

È tipico di ogni religione l’immagine di un Dio che giudica e poi condanna, un Dio che premia i buoni, ma castiga i malvagi. Questa immagine di Dio è completamente assente in Gesù, addirittura Gesù smentisce l’immagine di un Dio che giudica e condanna. Sentiamo cosa ci scrive Giovanni, nel capitolo 3, ai versetti 16-18. Il contesto è quello del discorso con il fariseo Nicodemo – i farisei aspettavano il messia appunto che fosse espressione del giudizio divino – Gesù dice che no. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il figlio unigenito”, Gesù si dichiara espressione dell’amore di Dio per l’umanità – Dio esprime il suo amore dando il suo figlio – “perché chiunque crede in lui”, credere non significa dare adesione a una dottrina, ma significa dar adesione a una persona, al suo messaggio, in questo caso a Gesù, “non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Per la seconda volta, in questo capitolo, appare un tema molto caro per l’evangelista, quello della vita eterna. La vita eterna i farisei la pensavano come un premio, da ottenere nel futuro, per il buon comportamento tenuto nella vita presente; per Gesù, invece, è una condizione nel presente. Vita si chiama eterna non tanto per la durata indefinita, ma per la qualità  indistruttibile. E continua Gesù: “Dio infatti non ha mandato il figlio nel mondo per”, il verbo non è giudicare (condannare), il verbo in greco adoperato dall’evangelista significa: emettere una sentenza, giudicare, quindi non è condannare, “il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Gesù è venuto a offrire un’alternativa di vita, una possibilità di crescita, di realizzazione piena della sua esistenza all’uomo. “Chi crede in lui” continua Gesù, “non è giudicato”, quindi l’immagine di un giudizio da parte di Dio, è assente nel messaggio di Gesù: non si va incontro a nessun giudizio e pertanto nessuna condanna, “ma chi non crede è già  stato giudicato perché non ha creduto nel nome dell’unigenito figlio di Dio”, e qui bisogna aggiungere due versetti che, nella versione liturgica, non c’è (ci sono), altrimenti non si capisce, sembra una contraddizione. Continua Gesù dicendo che il giudizio è questo: “la luce è venuta nel mondo”, e poi conclude “chi fa il male odia la luce”, non c’è un giudizio da parte di Dio, c’è un’offerta di vita, qui raffigurata come la luce, sta all’uomo sentirsi attratto da questa luce ed entrare a far parte del cono d’amore della salvezza, ma chi fa il male, si sa, detesta la luce. Chi fa male vuole le tenebre e quindi si rintana ancora di più nelle tenebre, immagine della morte. Allora non è un giudizio da parte di Dio che respinge la persona, ma è la persona che, per il suo interesse, per la sua convenienza, il male è questo, respinge l’offerta di pienezza di vita da parte di Dio. Dio non può far altro che far brillare ancor di più la sua luce, ma più brilla la sua luce, per chi fa le tenebre questa è una minaccia, è un qualcosa che lo acceca, è qualcosa che lo detesta. Quindi l’invito dell’evangelista è a compiere quotidianamente azioni di luce per poter poi entrare in piena sintonia, in comunione con quel Dio che è luce e che è amore.

 

il commento di p. Maggi al vangelo della domenica

COME IL PADRE HA MANDATO ME ANCH’IO MANDO VOI

commento al vangelo della domenica di Pentecoste (4 giugno 2017) di p. Alberto Maggi:

Gv 20,19-23

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

La nuova relazione che Gesù ha instaurato tra gli uomini e Dio, aveva bisogno di una nuova alleanza. Per questo Luca, negli Atti degli Apostoli, presenta l’episodio della Pentecoste. La Pentecoste era il giorno in cui la comunità  giudaica festeggiava il dono della legge. Bene mentre gli ebrei festeggiano il dono della legge, sulla comunità  dei discepoli di Gesù scende, piomba lo Spirito Santo. Con Gesù non c’è più una legge che è esterna all’uomo da osservare, ma da cogliere, una , una forza interna, che sprigiona energia d’amore. Questo è il dono dello Spirito. Anche gli altri evangelisti hanno la loro Pentecoste, seppur narrata in maniera diversa. Per esempio Giovanni ha la piccola Pentecoste nel momento della morte, quando Gesù consegna il suo Spirito, e poi nel brano che adesso esaminiamo, il capitolo 20, versetti 19-23, leggiamolo. “La sera di quel giorno”, è il giorno della risurrezione di Gesù, “il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei”, il mandato di cattura non era stato soltanto per Gesù, non era pericoloso soltanto Gesù, era pericolosa la sua dottrina. Per questo, quando Gesù si trova di fronte al sommo sacerdote, costui non gli chiede niente di lui, ma gli chiede due cose: dei discepoli e della dottrina. Quindi, per paura di fare la stessa fine di Gesù, si sono chiusi a porte sbarrate. “venne Gesù, stette in mezzo”, è importante questa indicazione che ci dà l’evangelista: quando Gesù risuscitato si manifesta ai suoi, si pone in mezzo, Gesù non si pone davanti, in modo che le persone che gli sono vicine sono quelle che gli sono più prossime, o in alto. Gesù si pone in mezzo. Questo significa che tutti coloro che gli sono intorno, hanno tutti la stessa identica relazione con lui, non c’è qualcuno di più, qualcuno di meno, qualcuno prima e qualcuno dopo. “e disse loro: «Pace a voi!»”, questa di Gesù non è un augurio, Gesù non dice: “la pace sia con voi”, ma è un dono. Pace – sappiamo che il termine ebraico è “shalom” – indica tutto quello che concorre alla felicità  degli uomini. Ma poi Gesù mostra il motivo di questo dono: “Detto questo”, quindi dopo aver detto “pace”, “mostrò loro le mani e il fianco”, le mani ed il fianco portano i segni della passione. È stato Gesù che, al momento della cattura, aveva detto: “se cercate me lasciate che questi se ne vadano”. Lui è il pastore che dà la vita per le sue pecore, e questo non in un episodio isolato, ma sempre. Gesù, nella comunità, è colui che difende i suoi. A questo punto i discepoli, che l’evangelista aveva descritto nel timore dei Giudei – ricordo che, per Giudei, in questo vangelo non si intende mai il popolo, ma sempre l’autorità, i capi religiosi – passano dal timore alla gioia al vedere il Signore: “Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi!”, di nuovo Gesù ripete questo dono della pace, il termine pace in questo capitolo sarà ripetuto per ben tre volte, ma questa volta questo dono della pace è per andare a condividerlo. Infatti aggiunge Gesù: “come il Padre ha mandato me”, il Padre ha mandato Gesù per manifestare visibilmente il suo amore e qual è l’amore di Dio? Un amore generoso che si mette al servizio degli altri, che è stato manifestato da Gesù nell’episodio della lavanda dei piedi.
“Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi»”, il compito dei credenti il compito della comunità cristiana non è andare a proporre o, peggio, imporre dottrine, ma comunicazioni d’amore: come il Padre ha mandato il Figlio per manifestare il suo amore, così la comunità deve essere la testimone visibile di un amore generoso che si mette a servizio. “detto questo”, prima il “detto questo” era riferito al dono della pace, giustificato dai segni della sua passione, ora “detto questo”, questo secondo dono della pace, “soffiò”, perché questo verbo soffiare? L’evangelista lo prende dal libro del Genesi, nell’episodio della creazione, quando Dio, il Creatore soffiò nelle narici del primo uomo e lo rese un essere vivente. “e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo”, esattamente Spirito Santo, senza l’articolo. Gesù aveva detto che lui dà lo Spirito senza misura, il dono dello Spirito è totale, sta alla persona dipendere quanto ne può accogliere o meno, ma comunque questo è il dono in pienezza, il dono dello Spirito, la forza divina, che si chiama Santo per la sua, non solo per la sua qualità, ma per la sua attività, che è capace di separare gli uomini che lo accolgono dalla sfera del male. “A coloro a cui perdonerete”, letteralmente condonerete, cancellerete, “i peccati”, il termine peccato adoperato dall’evangelista non indica la colpa della persona, ma, nei vangeli, questo termine indica sempre il passato ingiusto dell’individuo, “A coloro a cui cancellerete i peccati, saranno cancellati; a coloro a cui non cancellerete, non saranno cancellati»”, cosa ci vuol dire Gesù con questa espressione? Gesù non sta dando un potere per alcuni, ma una responsabilità per tutta la comunità cristiana: la comunità  cristiana deve essere come luce che spande il raggio d’azione del suo amore. Quanti vivono nell’ambito del peccato, dell’ingiustizia e vedono questa luce, se ne sentono attratti, hanno tutti il loro passato, qualunque esso sia, completamente cancellato. Quanti invece, pur vedendo brillare la luce, si rintanano ancora di più nelle tenebre – Gesù aveva detto che chi fa male odia la luce – rimangono sotto la cappa del peccato. Allora quello di Gesù non è un mandato per giudicare le persone, ma offrire ad ogni individuo una proposta di pienezza di vita.

 

il commento di p. Maggi al vangelo della domenica

A ME È STATO DATO OGNI POTERE IN CIELO E SULLA TERRA

commento al vangelo della domenica dell’ascensione (28 maggio 2017)di p. Alberto Maggi: 

 

Mt 28,16-20

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

L’episodio dell’ascensione di Gesù lo troviamo soltanto nel vangelo di Luca, e poi nella finale aggiunta, nel vangelo di Marco, ma non negli altri evangelisti, né in Matteo, né in Giovanni, ma il messaggio dell’evangelista, di Luca, è identico a quello degli altri: quella di Gesù e non è una separazione, ma una vicinanza, non è una lontananza, ma una presenza ancora più intensa, perché Gesù è nella pienezza della condizione divina. Il finale del vangelo di Matteo sono cinque versetti, nei quali l’evangelista racchiude, riassume tutto il suo vangelo, vediamo. “Gli undici discepoli”, i discepoli non sono più dodici, e il numero, in questo vangelo, non viene ricostituito. Il dodici significava il nuovo Israele, l’undici significa che il nuovo Israele non viene ricostituito, pertanto il messaggio di Gesù è universale, è per tutta l’umanità. “andarono in Galilea”, vanno in Galilea perché per ben tre volte, c’era stato l’invito di incontrare Gesù in Galilea – Gesù, risuscitato in questo vangelo, non si manifesterà mai a Gerusalemme. Ma, dice l’evangelista, scrive “su-il monte”, l’articolo determinativo, quindi un monte particolare, “che Gesù aveva loro indicato”, ma Gesù in questo vangelo non ha indicato nessun monte. Perché i discepoli vanno su “il” monte? Il significato non è topografico, ma teologico: il monte, in questo vangelo, è il monte delle beatitudini, dove Gesù ha proclamato il suo messaggio, beatitudini che sono otto, ed il numero otto è la cifra della risurrezione nel cristianesimo primitivo, perché Gesù è risuscitato il primo giorno dopo la settimana. Quindi i discepoli chiaramente vanno su “il” monte: l’evangelista vuol dire che l’esperienza di Gesù risorto, non è un privilegio concesso duemila anni fa a poche persone, ma una possibilità per tutti i credenti di tutti i tempi, basta situarsi su “il” monte delle beatitudini, cioè accogliere il suo messaggio, che è stato formulato e riassunto nelle beatitudini. “quando lo videro”, il verbo vedere adoperato dall’evangelista non indica la vista fisica, ma una profonda esperienza interiore, “si prostrarono”, quindi riconoscono in Gesù una condizione divina, e poi, stranamente, l’evangelista dice “essi però dubitarono”, ma di che cosa dubitano? Non che Gesù sia risuscitato, lo vedono, non che sia nella condizione divina, si prostrano; allora perché dubitano? L’evangelista ha adoperato questo verbo dubitare soltanto un’altra volta, nell’episodio conosciuto, quando Gesù cammina sulle acque, che indica la condizione divina, e Pietro, il discepolo, voleva anche lui camminare sulle acque, cioè voleva anche lui la condizione divina. Gesù gli dice che può andare, ma quando vede la difficoltà, Pietro incomincia ad affogare e chiede aiuto. Lui credeva che la condizione divina sarebbe stata concessa come un dono dall’alto, e non sapeva attraverso quali difficoltà passava. Ebbene Gesù rimproverò quella volta Pietro con le parole “uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Allora qui questo dubbio che l’evangelista scrive, qual è? Hanno visto Gesù nella condizione divina, però ora sanno attraverso cosa è passato Gesù: la morte più infamante, più disprezzata per un ebreo, la maledizione della croce.  Allora di chi dubitano ? Dubitano di se stessi: sono invitati a raggiungere la condizione divina, ma non sanno se saranno capaci di affrontare la persecuzione e anche la morte. Ecco il perché dubitano.
Mentre le donne si sono avvicinate a Gesù, qui è Gesù che si deve avvicinare ai discepoli: “Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”, qui l’evangelista si richiama al profeta Daniele, dove al figlio dell’uomo è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Ma Gesù, Gesù questo potere non lo usa per essere servito, ma, come lui dirà, “il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”, quindi è un potere di servire. E poi ecco che arriva l’ordine imperativo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”, il termine popoli indica le nazioni pagane, “battezzandole”, il verbo battezzare significa immergere, inzuppare, “nel nome”, il nome indica la realtà profonda di un essere, “del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, cioè immergeteli nella realtà profonda di Dio, fate fare loro esperienza di chi è Dio, “insegnando”, ed è l’unica volta che (l’evangelista autorizza) Gesù autorizza i suoi discepoli a insegnare, “loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”, l’unica volta che appare il verbo comandare, in questo vangelo, è proprio in riferimento alle beatitudini. Allora qual è il significato di questo comando di Gesù? Gesù aveva invitato i suoi discepoli a seguirlo per essere pescatori di uomini: pescare gli uomini significa tirarli fuori dall’acqua, che può dare loro la morte, quindi dalla situazione mortale, per dare loro la vita. Ebbene Gesù ora indica come e dove: come si diventa pescatori di uomini? Immergendoli nello Spirito del Signore, nella realtà più profonda dell’amore divino, e dove? Dove lo spazio è tutta l’umanità. E poi l’assicurazione finale di Gesù: “ecco io sono con voi”,questo è il tema, il filo conduttore di tutto il vangelo. Al capitolo primo,versetto ventitre, l’evangelista aveva indicato Gesù come il “Dio con noi”; a circa metà del suo vangelo Gesù aveva detto che lui era con i suoi discepoli: “dove sono due o più io sono con loro”; e ora conclude, le parole di Gesù, con l’assicurazione della sua presenza: “con voi tutti i giorni fino”, ora la traduzione della Cei è tornata a scrivere “fine del mondo”, era migliore nel ’97, quando la vecchia edizione aveva “fino a quando questo tempo sarà compiuto”. Non c’è una fine del mondo, è una fine del tempo, che non indica una scadenza, ma la qualità d’una presenza, quindi le ultime parole di Gesù: “ecco io sono in mezzo a voi per sempre”. E l’evangelista, che ha aperto il suo vangelo riferendosi al libro del Genesi  -inizia il vangelo di Matteo scrivendo “libro della Genesi”, lo chiude con il riferimento all’ultimo libro della Bibbia ebraica, il secondo libro delle Cronache, dove c’è l’invito di Ciro, re di Persia, che dice al popolo degli ebrei: “il Signore Dio del cielo mi ha concesso tutti i regni della terra; egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo il signore suo Dio sia con lui e salga”. È l’invito di Ciro agli ebrei di uscire dal suo regno per tornare a Israele, e costruire un tempio al Signore. Anche Gesù invita i suoi discepoli ad andare, lasciare l’istituzione religiosa, ma non a costruire un tempio, perché la comunità dei discepoli sarà il nuovo tempio dove si manifesta l’amore, la misericordia del Signore.

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

PREGHERÒ IL PADRE E VI DARÀ UN ALTRO PARÀCLITO

commento al vangelo della sesta domenica di pasqua (21 maggio 2017) di p. Alberto Maggi:

Gv 14,15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Continua, nel vangelo di Giovanni, il lungo discorso d’addio, (con) Gesù rivolto ai suoi discepoli, per rassicurarli della sua fine. Siamo al capitolo 14 di Giovanni, versetto 15: “«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”, per la prima volta nel vangelo, Gesù chiede amore per sé, un amore per sé, che poi, si manifesta nell’amore per gli altri. Gesù ha reso i discepoli capaci di amare con la lavanda dei piedi, e ora chiede amore, dice “«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. In realtà, Gesù ha lasciato un unico comandamento: “questo è il mio comandamento”, un comandamento nuovo, nel senso di migliore, che soppianta tutti gli altri. Gesù sottolinea che i comandamenti sono i suoi, non sono i comandamenti di Mosè. C’è un unico comandamento: “amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi”. La traduzione pratica di questo unico comandamento, nelle molteplici situazioni in cui c’è bisogno di mostrare questo amore, questo per Gesù, ha valore di comandamenti. “e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro”, e qui c’è un termine greco, che è intraducibile nella nostra lingua italiana. Il precedente tentativo nella traduzione CEI era “consolatore”, ma poi ci si è resi conto che non dava il significato profondo della parola, per cui adesso si è tornato soltanto alla traslitterazione di questo termine Paràclito. Cos’è il Paràclito? In greco il Paràclito è colui che viene chiamato in soccorso, in difesa, quindi si può tradurre come: difensore, protettore, soccorritore, ecco, forse soccorritore è il più adatto, ma nessuno di questi esaurisce il termine greco. Ed è per la prima volta che appare questo termine, che è  esclusivo del vangelo di Giovanni. Paràclito non è il nome dello Spirito, ma la sua funzione, che è quella di soccorrere. E qui Gesù dà un’indicazione importante, preziosa: “perché rimanga con voi per sempre”. Lo spirito del Signore, questo Spirito che soccorre la comunità e l’individuo, non viene in soccorso nei momenti di bisogno, quando viene invocato, ma la sua è una presenza per sempre nella comunità.  L’amore di Dio non va incontro ai bisogni degli individui e della comunità, ma li precede. Allora questo dona tanta serenità alla comunità, che si troverà di fronte ad una tempesta, come quella che subirà Gesù, l’opposizione, la persecuzione: siate sereni, abbiate fiducia perché lo Spirito è sempre con voi. E Gesù lo chiama lo “Spirito della verità”, questo Spirito fa conoscere la verità  su Dio e chi è Dio? Dio è amore, che si mette generosamente al servizio degli altri, è amore che è sempre a favore degli uomini, questo è lo Spirito di verità, dice “che il mondo non può ricevere”. Il mondo, qui in Giovanni, non s’intende il creato, ma il sistema ingiusto, in particolare l’istituzione religiosa. Perché lo Spirito della verità il mondo non lo può ricevere? Perché lo Spirito della verità è l’amore del Padre, che è sempre a favore degli uomini. Il mondo, l’istituzione religiosa anche, invece pensa
soltanto alla propria convenienza. Il bene e il male sono in base alla propria convenienza, per questo non lo può ricevere, “perché non lo vede e non lo conosce”. Questa mancata conoscenza sarà l’accusa che, lungo tutto il vangelo di Giovanni, Gesù rivolgerà proprio ai capi religiosi: “sta in mezzo a voi uno che voi non conoscete”. Ma ai suoi Gesù assicura: “Voi lo conoscete perché egli rimane”, ecco Gesù  insiste, questa presenza dello Spirito che rimane – come lo Spirito che è sceso su Gesù rimane su Gesù, così lo Spirito rimane nella comunità – “presso di voi e sarà in voi”. E poi, ecco l’assicurazione alla comunità: “Non vi lascerò orfani”, l’orfano in quella cultura, è la persona senza protezione, senza qualcuno che si prenda cura di loro. Gesù assicura: no, questo non succederà, perché “verrò da voi”. La morte di Gesù non sarà un’assenza, ma una presenza, non una lontananza, ma una vicinanza ancora più forte. “Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più”, quindi questo sistema ingiusto, con la morte di Gesù, non lo vedrà più, “voi invece mi vedrete”; naturalmente qui Gesù sta parlando non della vista fisica, ma della profonda percezione interiore, che riguarda la fede. “perché io vivo e voi vivrete”, i termini greci adoperati da questo evangelista hanno il significato di vita per sempre, qual è il significato? C’è una vita biologica che, per crescere, deve essere nutrita, ma c’è un’altra vita, che è quella interiore, quella che rimane per sempre, che, per crescere, deve nutrire. Allora, chi orienta la propria vita dandola come nutrimento agli altri, la mette in sintonia con colui che è il vivente per eccellenza. “In quel giorno”, è il giorno della morte di Gesù ed il dono dello Spirito, “voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”, Gesù annunzia quello che poi svilupperà nei prossimi capitoli, questa piena fusione di Dio e Gesù, e dell’individuo e della comunità. Cosa vuol dire l’evangelista? Qualcosa di straordinariamente bello: nella comunità  dei credenti, Dio assume il suo volto umano, e gli uomini assumono il volto divino. Quindi c’è una fusione tra Dio e gli uomini, è un Dio che chiede di essere accolto nella vita degli individui, per fondersi con lui, dilatare la sua capacità d’amare, e rendere ogni individuo ed ogni comunità, l’unico vero santuario dal quale s’irradia, si manifesta, il suo amore, la sua misericordia e la sua compassione. “Chi accoglie i miei comandamenti”, qui veramente l’evangelista scrive “chi ha i miei comandamenti”, i comandamenti di Gesù non sono imposizioni o norme esterne all’uomo, ma sono un’energia vitale, interiore, che, quando si manifestano, liberano tutta la sua forza. Quindi “chi ha i miei comandamenti”, e di nuovo Gesù sottolinea che sono i suoi, non sono i comandamenti di Mosè, “e li osserva, questi è colui che mi ama”. È un amore, l’osservanza di un comandamento, che non diminuisce l’uomo, ma lo potenzia. E la conclusione: “Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui»”, in questa dinamica di amore ricevuto e amore comunicato, si consente al Padre di trasmettere un amore sempre più grande, e Gesù si manifesta al credente, alla comunità, in modo che il credente, la comunità, diventa il profeta capace di manifestare con la sua vita, col suo pensiero, la stessa presenza del Signore.

 

 

 

 

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

IO SONO LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA

commento al vangelo della quinta domenica di pasqua (14 maggio 2017) di p. Alberto Maggi:

Gv 14,1-12

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».


L’annuncio, da parte di Gesù, del tradimento di Pietro, getta lo sconforto nella comunità dei discepoli, ed è solo l’anticipo di quella tempesta che si avventerà sul suo gruppo. Allora Gesù cerca di incoraggiare il suo gruppo; è così che inizia il capitolo 14 del vangelo di Giovanni. Afferma Gesù: “«Non sia turbato il vostro cuore”, appunto perché c’è stato questo annuncio, “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”, perché Gesù unisce la fede in Dio e la fede in lui? Perché Gesù verrà catturato, torturato ed assassinato in nome di Dio, come un bestemmiatore, come un nemico di Dio, e Gesù invece afferma che, tra lui e Dio, c’è la piena sintonia. Poi Gesù dà un’indicazione veramente importante, preziosa, una di quelle indicazioni che, se comprese, cambiano veramente la relazione con il Padre: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”, cosa vuol dire Gesù con questo fatto che ci sono molte dimore? L’immensità di Dio non si può manifestare in una sola persona o in una sola comunità, ma ha bisogno di molteplici forme per fiorire attraverso forme inedite, nuove, originali, di amore, di perdono, di misericordia. Non si tratta qui di una dimora presso il Padre, Gesù non va a preparare appartamenti, ma figli di Dio, ma il Padre che viene a dimorare tra gli uomini. Infatti, più avanti, al versetto 23 dello stesso capitolo, Gesù affermerà: “se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui, e faremo dimora presso di lui”, quindi ogni individuo, ogni comunità è chiamata ad essere l’unico vero santuario, dove dimora l’amore, la misericordia del Padre. E continua Gesù: “Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto”, il termine indica il santuario, che quindi ogni persona diventa questo santuario visibile, “verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. Gesù è nella pienezza della dimensione divina, una pienezza che non è un suo esclusivo privilegio, ma una possibilità per tutti i credenti. “E del luogo dove io vado, conoscete la via»”, qual è la via? È quella che Gesù ha indicato: l’amore che si fa servizio.
E qui, a questo punto, c’è la replica di ben tre discepoli, qui nella versione liturgica ne abbiamo soltanto i primi due, il numero tre indica la totalità, quindi incomprensione da parte del gruppo. Il primo è Tommaso, che gli chiede: “«Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?»”. E qui Gesù risponde con questa affermazione importante, solenne: “«Io sono”, con “Io sono” rivendica la pienezza della condizione divina, “la via, la verità e la vita”. Gesù è la via perché lui è la verità; Gesù non dice  di avere la verità, e non chiede ai discepoli di avere la verità, ma di essere la verità. Cos’è la verità in questo vangelo? La verità in questo vangelo è un dinamismo divino, che non si esprime attraverso formule, attraverso la dottrina, ma solo attraverso opere e capacità d’amore. Questa via, che porta a questo dinamismo d’amore, conduce alla vita, e qui l’evangelista adopera il termine che indica la vita indistruttibile. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto»”, quand’è che i discepoli hanno conosciuto e veduto il Padre? Nell’episodio precedente, che è stato quello della lavanda dei piedi: Gesù, che è Dio, si è messo al servizio dei suoi, indicando e mostrando chi è Dio. Chi è Dio? Amore generoso, che si mette al servizio dei suoi. Ed ecco la replica del secondo discepolo: “gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?”, ed ecco l’altra affermazione importante: “Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”?”. Nel prologo a questo vangelo, l’evangelista aveva scritto che Dio nessuno l’aveva mai visto, soltanto il figlio ne era la rivelazione. Cosa significa questo? Che non Gesù è uguale a Dio, ma Dio è uguale a Gesù. Quindi l’evangelista invita a sospendere tutto quello che si sa, si conosce di Dio, e verificarlo, controllarlo, con quello che lui presenta di Gesù. Se coincide, si mantiene, se si distanzia, o peggio, se è differente, si elimina. Quindi in Gesù c’è l’unica possibilità di conoscere chi è Dio, e chi è questo Dio? L’abbiamo visto: amore che si fa servizio. “Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?”, ed ecco un’altra affermazione importantissima, “Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”: nelle parole di Gesù si manifestano le opere del Padre, e la potenza creatrice del Creatore. Questo significa che ogni singola parola di Gesù, contiene in sé l’energia della stessa azione creatrice, di quel Dio che disse, e quello che disse fu, si realizzò. “Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse”, Gesù non chiede di credere in lui per una dottrina, per una teologia, ma per le opere, le opere che comunicano vita, perché la dottrina è discutibile, le azioni che comunicano vita, si vedono, si possono verificare. Le opere a favore degli uomini, sono l’unico criterio di credibilità per Gesù e i suoi discepoli. E infine un’affermazione che sorprende: “In verità, in verità io vi dico:”, questa duplice ripetizione di verità significa solennemente che quello che affermo ora è vero, “chi crede in me”, cioè chi mi dà adesione, “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio”, quindi quest’azioni che comunicano vita, tutti le possono fare, ma addirittura, afferma Gesù: “e ne compirà di più grandi”, di Gesù, “di queste, perché io vado al Padre»”, Gesù avverte i suoi discepoli che la sua morte non sarà un’assenza, ma una presenza ancora più intensa. Il fatto che non c’è fisicamente Gesù, non sarà visto come una perdita, ma come un guadagno, e consentirà al discepolo e alla comunità, di compiere le stesse azioni di Gesù, con la stessa sua potenza.

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

IO SONO LA PORTA DELLE PECORE

commento al vangelo della quarta domenica di pasqua (7 maggio 2017) di p. Alberto Maggi:


Gv 10,1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Per aver aperto gli occhi al cieco nato, Gesù è stato accusato di essere un peccatore, perché, per essi, il peccato è la trasgressione della legge divina. Bene, Gesù ribatte, affermando che sono loro, i farisei, i peccatori, perché, per Gesù, il peccato è quello che offende l’uomo, ed è ai farisei che Gesù rivolge il monito, che è contenuto nel capitolo decimo, del vangelo di Giovani, lo rivolge ai farisei del tempo, ma anche a quelli di oggi. Sentiamo cosa ci scrive l’evangelista. “In verità, in verità”, quando si usa questa espressione nel vangelo di Giovanni, significa: vi assicuro, vi dico con fermezza, “io vi dico”, quindi è rivolto il discorso ai farisei, “chi non entra nel recinto”, qui l’evangelista, per il termine recinto, ha adoperato quello che si usa non per le pecore, ma l’atrio del tempio, perché vuole far comprendere: attenzione, non si tratta di recinti e di pecore, ma si tratta di popolo ed istituzione religiosa, “nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante”. Gesù è molto chiaro, sta parlando ai farisei: siete dei ladri, perché vi siete impadroniti del popolo di Dio, Gesù era il Dio, era il vero pastore, e, soprattutto, siete dei briganti, perché avete usato la violenza per sottomettere questo popolo. Nello sfondo della denuncia di Gesù, c’è tutta l’accusa che il profeta Ezechiele, specialmente nel capitolo 34, fa ai pastori, che governano il gregge soltanto per il proprio interesse, per la propria convenienza, e non si interessano del bene e del benessere delle pecore. E continua Gesù: “Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore”, Gesù rivendica lui di essere, come Dio, il vero pastore del suo popolo, “Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce”, perché le pecore ascoltano la sua voce? Perché riconoscono, nella voce di Gesù, la risposta al bisogno, al desiderio di pienezza di vita, che ogni persona si porta dentro. “egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome”, Gesù non ha un rapporto con la folla, con la massa, con un gregge, ma Gesù c’ha un rapporto speciale con ogni individuo, con ogni pecora, “e le conduce fuori”, il verbo adoperato dall’evangelista, è quello che è stato usato nel libro dell’Esodo, per indicare la liberazione dalla schiavitù, verso la terra della libertà. “E quando ha spinto”, letteralmente cacciato fuori, “tutte le sue pecore” – già Gesù, nell’episodio dell’entrata a Gerusalemme, aveva scacciato fuori le pecore dal tempio – “E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”: Gesù libera le pecore dal recinto dell’istituzione religiosa, ma non le richiude in un altro recinto, seppur migliore, concede loro la piena libertà. E continua Gesù: “Un estraneo invece non lo seguiranno”, questa di Gesù non è una constatazione, è un consiglio che lui dà, “ma fuggiranno via da lui”, bisogna fuggire via da questi che si presentano come pastori, ed invece, vedremo, sono soltanto dei lupi rapaci, “perché non conoscono la voce degli estranei»”, le pecore conoscono la voce di chi le ama, e non di chi le vuole sfruttare,  riconoscono, nella voce dei falsi pastori, l’ansia di potere, l’ansia di dominio. “Gesù disse loro”, quindi è rivolto ai farisei, “questa similitudine”, ma ecco la sorpresa, “ma essi non capirono di che cosa parlava loro”, come fanno a non capire? Semplice, perché non sono le sue pecore, perché non sono sordi, ma sono ostinati nella loro tentazione di potere, di ambizione. “Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono”, e questa è la rivendicazione del nome di Dio, quindi la pienezza della condizione divina che si manifesta in Gesù, “io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti”, quindi Gesù ribadisce l’accusa, ai capi religiosi, di essersi impadroniti del gregge che era di Dio, Dio era il pastore, e di averlo sottomesso attraverso la violenza, “ma le pecore non li hanno ascoltati”, ecco la constatazione di Gesù: il popolo può essere stato sottomesso per paura, ma non per propria scelta. “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà”, questo entrare ed uscire significa che Gesù non richiude il gregge in un altro recinto, e la porta non viene chiusa, la chiusura della porta indica sicurezza per il gregge, però mancanza di libertà, no, seguendo Gesù, c’è la piena libertà, si entra e si esce. “e troverà”, e qui l’evangelista gioca sui termini della lingua greca, “troverà pascolo”, pascolo, nella lingua greca, si dice “nome”, mentre legge si dice “nomos”. Allora, con Gesù, non si trova una legge a cui obbedire, ma si trova pascolo, cioè un alimento che dà la vita. E la conclusione, e la conclusione, Gesù adopera per questi sedicenti pastori le stesse caratteristiche dei lupi, quindi non sono pastori, ma sono lupi, bisogna stare attenti, “Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere”, e qui c’è l’eco dell’accusa che aveva fatto già  il profeta Ezechiele, qui nel capitolo 22: “i suoi capi in mezzo ad essa sono come lupi che dilaniano la preda versano il sangue fanno perire la gente per turpi guadagni”. Quindi Gesù identifica questi pastori come dei lupi, quindi bisogna stare attenti, bisogna fuggire, “rubare, uccidere e distruggere”, le vere vittime del culto al tempio sono le persone, “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»”, quindi è un invito a (di) Gesù a emanciparsi da questi pastori, che impongono, che obbligano, e (ad) accogliere il dono della pienezza di vita, che Gesù offre incondizionatamente, ad ogni persona che ascolta la sua voce.

il commento di p. Maggi al vangelo della domenica

LO RICONOBBERO NELLO SPEZZARE IL PANE

commento al vangelo della terza domenica di pasqua (30 aprile 2017)  di p. Alberto Maggi:

Lc 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

La morte di Gesù ha causato la dispersione, la confusione nel gruppo dei discepoli. Le donne lo vanno in cerca dove lui non sta, il Signore, nel sepolcro, e trovano due uomini che dicono alle donne: “perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Gli uomini invece, i discepoli, vanno verso la storia, verso il passato, in un luogo glorioso d’Israele, che faccia ricordare loro la grande vittoria d’Israele sui popoli pagani. Vediamo cosa ci scrive l’evangelista Luca al capitolo 24, dal versetto 13.
“Ed ecco in quello stesso giorno”, il giorno della risurrezione, “due di loro”, questi loro sono gli apostoli, l’ultimo riferimento era agli apostoli, “erano in camino verso un villaggio di nome Èmmaus”, perché vanno a Èmmaus? Èmmaus è famoso nella storia d’Israele, lo(ne) troviamo le indicazioni nel primo libro dei Maccabei, al capitolo quarto, per una battaglia che Giuda il Maccabeo condusse contro i pagani, sconfiggendoli; fu una grande vittoria e, come c’è scritto in questo primo libro dei Maccabei, “e allora tutte le nazioni sapranno che c’è chi riscatta e salva Israele”. Il messia, che era stato atteso, era colui che avrebbe dovuto riscattare e salvare Israele, e invece Gesù è rimasto sconfitto, lui è stata una grande delusione. Dai vangeli sembra emergere che i discepoli sono più delusi della risurrezione di Gesù, che della sua morte, perché, se Gesù era semplicemente morto, voleva dire che si erano sbagliati. Sorgevano a quel tempo tanti pseudomessia, basta pensare (a) Giuda il Galileo, Teuda, che creavano una massa, che si rivoltava contro i Romani, e finiva sempre in una strage. Ebbene, morto un messia, se ne aspettava un altro. Ma se Gesù è risuscitato, significa che tutti i loro sogni di gloria, appunto di restaurazione, di liberazione d’Israele, di predominio sui Romani, questo si va a finire. Ma vediamo il testo. Quindi “vanno verso Èmmaus, e mentre conversano e discutono insieme, Gesù si avvicina e cammina con loro”, Gesù è il pastore che non abbandona i suoi discepoli. Ma, scrive l’evangelista, “i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. Come mai gli occhi di questi discepoli sono impediti a riconoscerlo? È chiaro, loro guardano verso il passato, e non possono vedere il presente e il futuro, dove Gesù li conduce. “gli disse Gesù”, disse, “che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino? Si fermarono col volto triste e uno di loro di nome Clèopa”, C è l’abbreviazione di Cleópatros, che significa “del padre glorioso, del padre illustre”, che fa comprendere l’atteggiamento, il sentimento di questi discepoli, loro ricercano la gloria del loro popolo. E questo Clèopa si meraviglia dice: “ma sei solo tu? forestiero a Gerusalemme?”, e gli racconta di quello che riguarda Gesù il Nazzareno. Ecco, per loro Gesù era il Nazzareno, Nazzareno significava il rivoltoso, il rivoluzionario, è questo che loro avevamo creduto di seguire: un messia che avrebbe sconfitto i Romani. Ed ecco la delusione “con i capi sacerdoti e le nostre autorità”, è grave che questi discepoli, questi apostoli, definiscono nostre autorità quelli che hanno assassinato il loro maestro. Ed ecco la delusione di cui accennavamo prima: “noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”, ecco la grande delusione: speravano nel messia, invece è morto, e la prova che Gesù non era il messia, è che è morto, perché il messia non sarebbe potuto morire, e quindi la delusione della comunità che aveva riposto tutte le sue speranze in Gesù. Dice: è vero che alcune donne sono andate al sepolcro, “sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo”, ma, con reticenza, non affermano che loro non hanno creduto alle donne, perché le donne non sono testimoni credibili. Scrive l’evangelista: “quelle parole parvero loro come un vaneggiamento”. Ed ecco la risposta di Gesù di fronte a questa incredulità, è una risposta che si traduce in un rimprovero, “«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava”, il verbo bisognava, letteralmente doveva, indica la volontà  di Dio che il Cristo patisse queste sofferenze, “e cominciando da Mosè fino a tutti i profeti spiegò”, o meglio interpretò, “loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a lui”, è importante questo verbo spiegare, interpretare: è il verbo da cui viene il termine tecnico ermeneutica, che cos’è l’ermeneutica? È l’arte o la tecnica di interpretare i testi. Gesù non si limita a leggere i testi di Mosè o dei profeti, o a raccontarli, ma lui li interpreta. Cosa significa questo? Questo è un criterio valido per tutti noi oggi, (significa) che, per leggere la Scrittura, bisogna interpretarla come? Con lo stesso spirito che l’ha ispirata, e qual è questo spirito che ha ispirato la Scrittura? L’amore del creatore per tutte le sue creature: è questo l’unico criterio che consente di comprendere la Scrittura. “quando furono vicini al villaggio”, il villaggio è sempre luogo della tradizione, del passato, quindi loro ancora non comprendono, vogliono andare verso il passato, Gesù mostra di andare più
lontano, loro vanno verso il vecchio e Gesù invece verso il nuovo. I discepoli insistono con Gesù “resta con noi perché si fa sera il giorno ormai al tramonto”, e Gesù, il pastore che non perde le sue pecore, rimane con loro. “quando fu a tavola con loro prese il pane”, e qui l’evangelista ci propone la scena dell’ultima cena, con gli stessi gesti le stesse azioni, “recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”, ricordiamo, per comprendere questo brano, che Luca è l’unico evangelista che, nel momento della cena, Gesù pronuncia le parole “fate questo in memoria di me”, quindi Gesù ripete la sua presenza, la sua memoria. “ed ecco che allora si aprirono loro gli occhi che lo riconobbero”, ecco nel momento che Gesù si manifesta come colui che spezza il pane, la propria vita per i suoi discepoli, loro, i discepoli, lo riconoscono. “Ma egli sparì”, qui veramente il verbo non è sparire, sparire significa scomparire; no, l’evangelista scrive “si rese invisibile”, è qualcosa di diverso, sparire significa che non c’è più, invisibile significa che c’è, ma non si vede. Perché Gesù si rende invisibile? Ce lo dice l’evangelista, alla conclusione di questo brano, “essi narravano”, poi ritornano a Gerusalemme, “ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”. Questo è il messaggio che Luca, l’evangelista, lascia per le comunità e per i credenti di tutti i tempi: Gesù è invisibile, perché si rende visibile ogni volta che la comunità spezza il pane.

 

 

 

 

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

OTTO GIORNI DOPO VENNE GESÙ

commento al vangelo della seconda domenica di pasqua (23 aprile 2017) di P. Alberto Maggi :

Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non  era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Quando leggiamo il vangelo, per comprendere quello che l’evangelista ci vuol trasmettere, dobbiamo sempre prendere le distanze dalle tradizioni e soprattutto dalle immagini pittoriche, con le quali gli artisti hanno inteso tramandare quest’episodio. È  il caso di Tommaso, che viene presentato normalmente, nella storia, come l’incredulo, come colui che mette il dito nelle piaghe del Signore, nelle mani, e soprattutto nel costato come, per esempio, nel bellissimo quadro del Caravaggio, ma dal vangelo nulla di tutto questo, vediamo. Scrivere l’evangelista che “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo”, Dìdimo significa “gemello”. Delle quattro volte, dei quattro momenti che appare Tommaso in questo vangelo, per ben tre, e il numero tre significa “completo”, viene presentato come il gemello, il gemello di chi? È il gemello di Gesù, perché gli assomiglia nel comportamento. In apocrifi si legge che “Tommaso è chiamato il mio idoneo secondo”, ma perché è considerato il gemello di Gesù? Quando Gesù ha annunziato ai discepoli che voleva andare in Giudea, perché Lazzaro, il suo amico, era morto, tutti i discepoli avevano paura, hanno detto a Gesù: ma vai in Giudea, cercavano di ammazzarti. Tommaso è stato l’unico che ha detto: andiamo anche noi a morire con lui. Mentre Pietro voleva morire per Gesù, e finirà  poi per tradirlo, Tommaso no, Tommaso ha compreso che non c’è da dare la vita per Gesù, ma, con lui, bisogna dare la vita per gli altri. Per questo Tommaso viene presentato come il gemello, cioè colui che assomiglia di più a Gesù, e la sua importanza risalta in questo vangelo, perché, per ben sette volte, apparirà il nome suo. Quindi “chiamato Dìdimo, non era con loro”, perché non era con loro? Abbiamo letto, in questo brano, che i discepoli erano a porte chiuse, per paura di fare la stessa fine di Gesù. Ebbene Tommaso, che è il gemello di Gesù, lui non ha paura, non ha paura di morire come il suo maestro. “Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi”, è solo da Giovanni che sappiamo che, per Gesù, sono stati usati i chiodi per crocifiggerlo, “e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»”, letteralmente “io non crederò”. Questa affermazione di Tommaso non va interpretata come una negazione assoluta della risurrezione di Gesù, ma è il desiderio di credere, è un po’ (come) quando noi, nell’italiano, quando ci annunciano una notizia bella, straordinaria, impensata, cosa diciamo noi? “no, non ci posso credere!”, non è che non ci vogliamo credere, ci sembra talmente grande, oppure quando diciamo: “non è possibile, non è vero!”, non è che neghiamo il fatto, è che è troppo bello che ci sembra impossibile. Quindi qui Tommaso non nega la possibilità, ma esprime il suo desiderio ardente di poterla sperimentare. “Otto giorni dopo”, è importante questa indicazione: l’ottavo giorno è il giorno della resurrezione di Gesù, e la comunità dei credenti ha imparato a riunirsi per la celebrazione eucaristica, “Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne”, meglio, letteralmente “viene” “Gesù”, il verbo al presente indica che, ogni volta che la comunità si riunisce, si manifesta la presenza di Gesù, “a porte chiuse, stette in mezzo”, è importante questa indicazione che l’evangelista già ha presentato, che Gesù, tutte le volte che si manifesta ai suoi, si colloca al mezzo. Gesù non si mette al di sopra, non si mette come primo, ma al centro. Cosa significa questo? Significa che tutte le altre persone attorno a lui, hanno la stessa relazione, non c’è qualcuno più vicino a Gesù e qualcuno più distante, qualcuno prima e altri dopo, ma Gesù è al centro in mezzo, e tutti gli altri attorno. “e disse”, e, per la terza volta, Gesù pronuncia “«Pace a voi!»”, non è un augurio, Gesù non dice: “la pace sia con voi”, ma è un dono. Gesù, quando si manifesta, dona sempre questa pace, cioè la pienezza della felicità, e, con essa, il dono dello Spirito, che è capace di prolungare, attraverso gli apostoli, il dono d’amore del Padre all’umanità. “Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!»”, ebbene di fronte a questo invito di Gesù, Tommaso si guarda bene di mettere il dito nelle piaghe del Signore, al contrario, “Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!»”, è la più alta professione di fede di tutti i vangeli, quindi altro che incredulo, Tommaso è il credente perfetto. Giovanni aveva presentato Gesù come colui che era la rivelazione di Dio, e Gesù, a Filippo, aveva detto: “chi ha visto me, ha visto il Padre”, e, sempre Gesù, aveva detto: “quando avrete levato il figlio dell’uomo, allora saprete che io sono”, il nome divino, ebbene Tommaso è il primo tra i discepoli a riconoscere in Gesù la pienezza della divinità, la pienezza della condizione divina, “«Mio Signore e mio Dio!»”. “Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati”, ci sono due beatitudini nel vangelo di Giovanni, strettamente legate con(tra) loro: una, quella nella cena, dopo il servizio che Gesù ha fatto della lavanda dei piedi, quando Gesù dice: “beati se le metterete in pratica”, cioè se (c’è) questo atteggiamento di servizio, e l’altra è questa che è strettamente collegata: l’atteggiamento di servizio permette di sperimentare il Cristo risorto nella propria vita, “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»”. Quelli che, nel tempo, si susseguiranno, non sono svantaggiati, ma anzi sono beati, hanno una fortuna in più. Quel messaggio che ci dà l’evangelista è che non c’è bisogno di vedere per poter credere, ma credere, dare adesione a Gesù, e si diventa un segno che gli altri possono vedere.