il commento al vangelo della domenica

GENTE CHE ACCAREZZA LA VITA
Mt 5,13-16
il commento di E. Ronchi al vangelo della quinta domenica del tempo ordinario
Che meraviglia il Vangelo!
Voi siete un giacimento di sale, di luce e di sapore. Sale, dono del mare e del sole. Luce, figlia primogenita della creazione, che dona bellezza alle cose, addizione di gusto e di senso.
Gesù non è venuto a portare un nuovo sistema di pensiero, il suo è irradiamento di luce, spargimento di sale, contagio di fuoco e di gusto.
Ma il sale è anche un simbolo spirituale: Voi discepoli, come il sale, avete il compito di far emergere dai vostri oceani interiori, che ci minacciano e al contempo ci generano, una forza, un bene, un gusto che sono già lì in voi, che chiedono solo di innalzarsi alla luce.
Deve esserci qualcosa di sacro nel sale se lo incontriamo nel mare, nel pane, nei riti dell’ospitalità, nelle lacrime.
Voi siete il sale, cioè quello che impedisce alla storia di corrompersi. Siete un’intensificazione del gusto del vivere. Voi siete la luce, cioè quella che misura il tempo, che scaccia le paure.
Mi conosco bene, non sono né luce né sale. Eppure il Vangelo mi incalza: Non fermarti alla superficie di te e al ruvido dell’argilla di cui sei fatto; cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore, e troverai una lucerna accesa e una manciata di sapore cristallino.
Voi siete luce. Gesù lo annuncia alla mia anima bambina, si fida di quella parte di me che sa ancora incantarsi e accendersi.
Se il sale resta chiuso nel suo barattolo, non serve a niente, la sua vocazione è disperdersi nel cibo. La luce non illumina se stessa, ma le cose su cui si posa, e non torna indietro alla sua sorgente. Allo stesso modo: «Se mi chiudo nel mio io, pur adorno di tutte le virtù, e non partecipo all’esistenza degli altri, posso essere privo di peccati, e tuttavia vivo in una condizione di peccato» (G. Vannucci).
Osserva l’umiltà del sale e della luce. Non attirano l’attenzione su di sé, non si mettono al centro. Non hanno lo scopo di perpetuare se stessi, ma di valorizzare l’altro. E così è la Chiesa: non è un fine, ma un mezzo per rendere migliore la vita delle persone.
Osservo la luce: non fa violenza, ma accarezza le cose, le avvolge e con il suo tocco ne fa emergere i colori e la bellezza. I cristiani sono rabdomanti delle stesse cose nelle persone! Fanno emergere il bello e il buono, il dono dell’intelligenza, dei talenti, della fame di giustizia.
Fanno come il Signore, che vede nelle sue creature la luce prima del buio, la primavera dentro l’inverno, il santo prima del peccatore, l’invisibile dentro il visibile.
Così noi, “quelli del Vangelo”, siamo gente che ogni giorno accarezza la vita e ne fa emergere il bello; nei nostri occhi deve splendere la venerazione per ogni vivente. «Ecco io carezzo la vita, perché profuma di te» (Rumî).
Accarezzi la vita, e sulle mani ti resta il profumo di Dio.

il commento al vangelo della domenica

BEATI SAPORI DI VITA
il commento di E. Ronchi al vangelo della quarta domenica del tempo ordinario
Mt 5,1-12
Davanti a questo vangelo provo sempre il desiderio del silenzio.
Vangelo stravolgente, che continua a sfuggirmi, un contromano totale rispetto alla logica del mondo. In chiesa ci crediamo, ma appena usciti ci accorgiamo che è il manifesto più stordente che si possa immaginare.
Eppure le beatitudini sono nostre amiche, perché non dettano nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che se uno si fa carico della felicità di altri, il Padre si prende sulle spalle la sua.
Ci sento dentro un sapore di vita, il segreto per stare bene.
La prima cosa che mi colpisce è: Beati. Dio si allea con la gioia degli uomini, e con una proposta spiazzante srotola otto sentieri che lasciano senza fiato: felici i poveri, gli ostinati a proporsi giustizia, i costruttori di pace, quelli che hanno gli occhi bambini, i disarmati, quelli che sono coraggiosi perché inermi.
Ma il punto di svolta, lo snodo sintattico delle frasi è quel ‘perché’; perché è loro il regno e possederanno la terra, perché vedranno Dio.
I poveri non sono beati perché poveri, ma perché solo guardando il mondo con gli occhi degli ultimi trovi la strada per un futuro buono comune.
Beati i poveri in spirito dice Matteo: beato chi ha scelto per un motivo grande di spezzare il suo pane con gli altri; chi ha scelto, in nome dell’umano, la vita sobria e solidale, perché tutti abbiano il necessario.
Perché solo il pane “nostro” è pane di Dio.
‘Beati’ è la parola che apre l’intero salterio: Beato l’uomo che non resta nella via dei peccatori, che cammina sulla via giusta.
Dio conosce solo uomini in cammino. Beati: non arrendetevi, voi i poveri, i vostri diritti non sono diritti poveri, i diritti dei deboli non sono diritti deboli. Il mondo non appartiene a chi lo rende migliore e non a chi lo compra o lo conquista. I potenti non sono beati semplicemente perché non hanno sentieri divini nel cuore.
Mi azzardo a immaginare gli occhi e le mani di Gesù oggi, la sua voce.
Lui, che era il vento della storia, verso dove ci spingerebbe? Siamo come una barca in rada, con le vele afflosciate, annusiamo il vento. E in queste pagine senti alzarsi il vento dello spirito, senti un richiamo, un grido, un urlo, che giunge a noi, compagni a riva, perché diventiamo soci di sconfinamenti, vivendo il sogno dell’azzardo. Non è ora di tirare i remi in barca.
È ora che si ricominci. Con piccole cose, e molta convinzione.
Dio non è imparziale, la sua logica ha un debole per i deboli, ha scelto ciò che nel mondo è povero e malato per cambiarlo radicalmente, per fare una storia che avanzi non per le vittorie della forza, ma per seminagioni di giustizia, e raccolti di pace.

il commento al vangelo della domenica

E’ QUI. IN ALTO SILENZIO E CON PICCOLE COSE
il commento di E. Ronchi al vangelo della terza domenica del tempo ordinario
Mt 4, 12-23
Due luoghi opposti fanno da fondale a questo Vangelo: il deserto aspro di Macheronte e il lago sereno della verde Galilea.
Giovanni è in carcere ma la Parola non è imprigionata, e vola sulle frontiere.
“Gesù andò ad abitare a Cafarnao, presso il mare”.
Il lago di Galilea è il suo l’orizzonte geografico preferito, questo orizzonte d’acqua ispira in Lui scelte, parabole, miracoli, riti, parole come nascere dall’acqua e dallo Spirito; metafore: “vi farò pescatori di uomini”. L’acqua contiene un intero vocabolario di salvezza.
Gesù andò ad abitare nella Galilea delle genti, terra di frontiera, attraversata da ogni esercito e da tutti i mercanti, ponte naturale verso il mondo. Inizia dalla periferia d’Israele e non da Gerusalemme, perché per una legge sociologica universale il centro conserva e i margini innovano.
E inizia su rive che sanno di vento, di vele spiegate, di partenze.
Come Gesù, il cristiano è di casa nelle terre di frontiera, là dove ci sono improvvisi soffi di Spirito che aprono strade, dove c’è bisogno di innalzare le bandiere della pace. La Chiesa nasce lì, sulla prima luce che spunta, diventando, per tutti, per ogni naufrago, terra di approdo, pontile dove attraccare. Ogni comunità, un porto di terra.
Matteo ci consegna le prime parole di Gesù: “Convertitevi”. Invito che inaugura un Vangelo di movimento: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Non un’imposizione, ma un’opportunità per tutti di vivere meglio. Regno di Dio significa che un altro mondo è possibile.
Pensavamo di incontrare Dio come risultato di una lunga marcia, invece è Lui che viene. Gratuitamente. Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono e degno, io sono già amato, così come sono, per quello che sono.
La realtà non è solo questo che si vede, nel mondo c’è una incandescenza divina che scorre e che prima o poi si accende ed esplode. Un Dio diramato dentro le vene della storia; un Dio che è qui, con le mani impigliate nel folto della mia vita, non per giudicarla ma per farla fiorire in ogni sua forma.
“Il Regno si è fatto vicino”. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna, sintesi delle speranze e fine delle paure. Il Regno è qui. E’ qui come lievito dentro la pasta, come primavera dentro i nostri inverni, come polline fecondo dentro il nostro eden appassito. “E’ qui” significa che l’esito della storia sarà felice nonostante terrorismi e crisi, arsenali nucleari e inquinamento, le guerre e il degrado che ci assedia. E se io lo credo, non è per i segni che riesco a scorgere dentro il groviglio dolente dei nostri giorni, ma perché Dio si è impegnato.
Il Regno è qui. Energia immensa a cui mi abbandono, che è sempre a mia disposizione e a cui posso attingere ad ogni istante.
Il Regno è qui! Vale a dire: Dio è all’opera per seppellire tesori nei campi dei cuori, per seminare perle nel mare, in alto silenzio e con piccole cose.

il commento al vangelo della domenica

IN PRINCIPIO E NEL PROFONDO
il commento di E. Ronchi al vangelo della seconda domenica dopo Natale
Gv 1, 1-18
Giovanni, unico tra gli evangelisti, comincia il suo racconto con un poema, un inno che ci chiama a volare alto, che proietta Gesù verso i confini del tempo e dello spazio.
“In principio era il Verbo e il Verbo era Dio”. Ma poi il volo plana fra le tende dell’accampamento umano: “e venne ad abitare”, letteralmente piantò la sua tenda, “in mezzo a noi”.
Poi Giovanni apre di nuovo le sue ali e si lancia verso l’origine delle cose: “tutto è stato fatto per mezzo di Lui”. Nulla di nulla senza di lui. “In principio”, “tutto”, “nulla”, “Dio”.
Parole assolute che mettono in connessione il tempo con l’eternità, tutte le creature del cosmo con Dio.
Senza di lui nulla di ciò che esiste, è. Il Verbo è come il nodo centrale del grande tappeto, del magnifico arazzo del cosmo. Senza, tutto si disfa.
Terra e cielo si sono abbracciati e, almeno a Betlemme, almeno in quel bambino, uomo e Dio sono ormai una cosa sola, inseparabili.
In principio e nel profondo, nel tempo e fuori del tempo, sta il Verbo. E rileggo Giovanni così: “In principio sta la tenerezza, e la tenerezza è presso Dio, e la tenerezza era Dio, da sempre”. Gesù è venuto a portare sulla terra la rivoluzione della tenerezza.
E ci assicura che un’onda affettuosa viene a battere sulle rive della nostra esistenza, che siamo da forze buone miracolosamente avvolti, che siamo raggiunti da una sorgente pura che ci alimenta e che non verrà mai meno, che nella nostra vita ce n’è in gioco una vita più grande di noi.
Questa è la profondità ultima del Natale: la vita di Dio nella mia vita. Gesù Cristo non è venuto a portarci una nuova teoria religiosa, un sistema di pensiero alternativo, una morale più evoluta. È venuto a portare se stesso, a comunicare vita. Sono venuto perché abbiate la vita in abbondanza (Gv 10,10). Non ha mai compiuto un miracolo per punire, i suoi sono sempre segni che guariscono la vita e la accrescono.
“E la vita era la luce degli uomini”. Una cosa enorme: la vita stessa è luce, è come una grande parabola che racconta di Dio. Il Vangelo ci insegna a sorprendere parabole nella vita, a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo.
“Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo”. Ogni uomo è illuminato, tutti, nessuno escluso, nessuno privo di quella luce, che è come una lampada che non si spegne, un sole nella notte. La luce splende nelle tenebre, che non l’hanno vinta! Non la vincono mai.
Venne fra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto.
Dio non si merita, si accoglie. Dandogli cuore e tempo. Accogliere: parola bella che sa di porte che si aprono, di mani che accettano doni, di cuori che fanno spazio alla vita.
Cerchi luce? Ama la vita, prenditene cura. Amala! È la tenda del Verbo, di colui che ci sorprende ancora, perché abita là dove c’è vita.

il commento al vangelo della domenica

IL SOGNO DI PAROLE DI GIUSEPPE
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica della Santa Famiglia
Mt 2,13-15. 19-23
Le letture sembrano venire da un altro mondo.
Il Siracide parla di padri e di obbedienza, ma non si riferisce a padri o madri nel pieno del loro ruolo, ma a quei genitori che hanno perso il senno o la salute; parla della fragilità dell’anziano e della compassione del figlio, nel senso più evangelico della parola.
Paolo afferma qualcosa che era un dato di fatto, in Israele, a Roma, in Grecia e in tutto il mondo. “Voi mogli siate sottomesse ai mariti”. Eppure c’è un salto, Paolo subito dopo ha un colpo d’ala: “Voi mariti amate le vostre mogli”. Per la prima volta, Paolo inserisce l’amore dentro una relazione di coppia.
Colpo di scena: le mogli esistono per amare ed essere amate.
Ma le sorprese proseguono. Il racconto di Matteo ci lascia a bocca aperta: Giuseppe e Maria fuggono come due profughi in Egitto, due migranti senza terra nella terra di tutte le disgrazie per Israele.
Ma com’è che al vangelo viene in mente di indicarci come modello una coppia di profughi?
E immagino Giuseppe che per ben tre volte si ritrova a sognare, sogni di parole, e per tre volte si mette in strada. Sogna, stringe a sé la sua famiglia e si mette in cammino. Tre azioni da scolpire nel diario di casa: seguire un sogno, iniziare un cammino e custodire.
Tre verbi decisivi per ogni famiglia e per le sorti del mondo.
Sognare è il primo verbo. È il verbo di chi non si accontenta del mondo così com’è. «La materia di cui sono fatti i sogni è la speranza» (Shakespeare).
Mettersi in cammino è la seconda azione. Non stare fermi anche se, Dio offre poco, soltanto la direzione verso cui fuggire; poi subentrano la libertà e l’intelligenza, la creatività e la tenacia.
A noi spetta di non restare fermi, ma studiare progetti, itinerari, riposi, misurare la fatica e le forze. Il Signore non offre mai un prontuario di regole, lui accende obbiettivi e il cuore, poi ti affida alla tua libertà intelligente.
Il terzo verbo è custodire, prendere con sé, stringere a sé, proteggere.
Due ragazzi innamorati e un neonato, quasi niente, eppure le sorti del mondo si decidono dentro questa famiglia.
È successo allora, succede e succederà. Dentro gli affetti, nell’umile coraggio di una, di tante, di mille creature innamorate e silenziose. «Compito supremo di ogni vita è custodire delle vite con la propria vita: guai a noi se non scopriamo chi dobbiamo custodire, guai a noi se li custodiamo male» (Elias Canetti).
Allora vedo Vangelo di Dio quando vedo una coppia che stringe a sé la vita dell’altro; è presenza di Dio ogni famiglia che cammina insieme, pellegrini o profughi, ma di speranza.
Oggi, nella festa della famiglia santa, vera liturgia domestica sarà regalare un abbraccio, non distratto, non svogliato, in cui dare e ricevere amore.

il commento al vangelo del natale

NUVOLE DI ALI VEGLIANTI
Lc 2,1-14
il commento di E. Ronchi al vangelo della notte e del giorno di natale
Dio nella piccolezza, ecco il segreto del Natale: questo per voi il segno, troverete un bambino.
L’uomo vuole salire, comandare, prendere. Dio desidera scendere, servire, dare.
È il nuovo ordinamento delle cose e del cuore. Ogni bambino vuole essere uomo. Ogni uomo vuole essere re e ogni re vuole essere “dio”. Solo Dio vuole essere bambino (L Boff).
A Natale non celebriamo un ricordo, ma una profezia. Quella notte il senso delle cose ha preso un’altra direzione: Dio verso l’uomo, dal cielo verso il basso, da una città verso una grotta, dal tempio a un campo di pastori. La storia ricomincia dai margini e dalla piccolezza.
Mentre le legioni di Roma mantengono la pace con la spada, nel meccanismo oliato della grande storia cade un granellino di sabbia, solo un bambino, ma sufficiente a mutare la direzione del tempo, e che porta la nuova capitale del mondo a Betlemme.
C’erano là alcuni pastori. Erano già là, come in attesa di qualcosa, vegliando su ogni rumore nella notte. Una nuvola di ali, di canto e di parole li avvolge.
Unica presenza, un gruppo di pastori odorosi di lana, di latte e di silenzio. Un tutt’uno con gli angeli?
Bella notizia per i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. Dio ricomincia da loro con una lieta notizia: non temete! Dio non deve fare paura mai, altrimenti non è Lui che bussa alla tua vita, alla tua capanna. Dio entra nel mondo dal punto più basso perché nessuna creatura sia più esclusa dal suo abbraccio che guarisce. “Dio si è fatto uomo per imparare a piangere” (Turoldo).
Lì Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia… nella greppia degli animali, che Maria nel suo bisogno legge come una culla. La stalla e la mangiatoia sono un ‘no’ alla fame di potere, un ‘no’ al “così vanno le cose”, è poco ma è anche tutto ciò che serve alla giovane coppia.
Natale è il più grande atto di fede di Dio, che affida il figlio ad una ragazza inesperta che si prende cura del neonato, lo nutre di latte, di carezze e di sogni. Lo fa vivere con il suo sorriso, e allo stesso modo, Dio vivrà sulla terra solo se noi ci prenderemo cura di lui ogni giorno, come una madre.
Allora prego: Mio Dio bambino, povero come l’amore,
piccolo come un piccolo d’uomo, umile come la paglia dove riposi,
mio piccolo Dio che impari a vivere questa nostra piccola vita.
Mio Dio piccolo incapace di aggredire e di fare del male,
insegnami che non c’è altro senso per noi,
non c’è altro destino che diventare come Te.
Solo allora sulla terra ci sarà pace. Ci può essere pace, ci sarà di sicuro. I violenti la distruggono, ma la pace tornerà, come una primavera che non teme gli inverni della storia.
NATALE (giorno)
GV 1,1-18
Un Vangelo immenso ascoltiamo a Natale, che ci obbliga a pensare in grande. Giovanni comincia con un inno, un canto, che ci chiama a volare alto, un volo d’aquila che proietta Gesù di Nazaret verso i confini del cosmo e del tempo. In principio era il Verbo e il Verbo era Dio. Nel principio e nel profondo, nel tempo e fuori dal tempo. Un mito? No, perché il volo d’aquila plana fra le tende dell’accampamento umano: e venne ad abitare, piantò la sua tenda in mezzo a noi.
Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l’origine delle cose che esistono: tutto è stato fatto per mezzo di Lui (v 3). Nulla di nulla senza di lui. ‘In principio’, ‘tutto’, ‘nulla’, ‘Dio’, parole assolute, che ci mettono in rapporto con la totalità e con l’eternità, con Dio e con il cosmo, in una straordinaria visione che abbraccia tempo, cose, spazio, divinità.
Senza di lui nulla di ciò che esiste è stato fatto. Non solo gli esseri umani, ma il filo d’erba e la pietra e il pettirosso di stamattina, tutta la vita è fiorita dalle sue mani. Nessuno e niente nasce da se stesso…
Natale: veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino e ogni anziano, ogni malato e ogni migrante, tutti, nessuno escluso; nessuna esistenza è senza un grammo di quella luce, nessuna storia senza lo scintillio di un tesoro, abbastanza profondo perché nessun peccato possa mai spegnerlo. E allora c’è un frammento di Verbo in ogni carne, un pezzetto di Dio in ogni uomo, c’è santità in ogni vita.
La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno vinta!
Le tenebre non vincono la luce. Non la vincono mai. La notte non sconfigge il giorno. Ripetiamolo a noi e agli altri, in questo mondo duro e triste: il buio non vince.
“In principio era il Verbo e il Verbo era Dio…”. Che vorrei tradurre: in principio era la tenerezza / e la tenerezza era Dio. E la tenerezza di Dio si è fatta carne.
“Natale è il racconto di Dio caduto sulla terra come un bacio” (Benedetto Calati).
Natale è il brivido del divino nella storia (papa Francesco). Per questo siamo più felici a Natale, perché ascolti il brivido, rallenti il tempo, guardi di più tuo figlio, gli dai una carezza…
Gesù è il racconto della tenerezza di Dio (Ev. Ga.), porta la rivoluzione non della onnipotenza o della perfezione, ma della tenerezza e della piccolezza: Dio nell’umiltà, il segreto del Natale. Dio nella piccolezza, forza dirompente del Natale. Dio adagiato sulla povera paglia come una spiga nuova.
Noi non stiamo aspettando Qualcuno che verrà all’improvviso, ma vogliamo prendere coscienza di Qualcuno che, come una luce, già abita la nostra vita.

il commento al vangelo della domenica

NON TEMERE I TUOI SOGNI
il commento di E. Ronchi al vangelo della IV domenica di Avvento
Mt 1, 18-24
Dopo Giovanni, il profeta dubbioso di domenica scorsa, ecco un altro sognatore dubbioso, Giuseppe, l’ultimo patriarca. La sua casa è pronta, pronto il matrimonio, e i suoi sogni raccontano un’intensa storia d’amore con Maria; ma il dramma e il cuore ferito raccontano anche un’umanissima storia di crisi.
Prima che andassero a vivere insieme, Maria si trovò incinta… Allora Giuseppe pensò di ripudiarla in segreto.
È un buon giudeo, vorrebbe osservare la legge, andare dal rabbino a spiegargli la situazione: non è figlio mio. Dall’altro lato, però, non vuole mettere a rischio la vita di Maria, perché semplicemente quella ragazza lui la ama: gli ha occupato il futuro, il cuore e i sogni.
La legge prescriveva che il peccatore, l’adultero, doveva essere tolto di mezzo. Giuseppe lo sa, ma non lo fa, va controcorrente: decise di ripudiarla in segreto… di annullare il matrimonio senza clamore, senza processo, senza pericolo per Maria. È entrato in una logica altra: ha capito che qualcosa vale più della Legge antica, che primo viene l’amore. Quell’amore che è sempre un po’ “fuori legge”.
Ma ecco che in seguito a questa decisione fece un sogno. Non temere Giuseppe. Noi tutti abbiamo tantissime paure, e, tra queste, forse la più grande è la paura di amare fino in fondo.
Non avere paura di prendere con te Maria. Non temere il futuro con lei e con questo figlio non tuo. Dio non interviene a risolvere i nostri problemi, siamo noi e le nostre paure che dobbiamo essere risolti.
Da chi ha imparato Gesù a ribaltare la legge antica, a mettere la persona prima della legge se non ascoltando Giuseppe? Da chi ha capito il piccolo Gesù che l’amore viene prima di tutto, perché è esso stesso la legge? Dove ha imparato a sognare cieli nuovi e terra nuova e cuori nuovi, a darci speranza? È stato Giuseppe a dargli ali per volare, e mani robuste per dare concretezza ai suoi sogni.
Giuseppe che non parla mai, silenzioso e coraggioso, concreto e sognatore, uno della stirpe dei dirottatori, che sa andare controcorrente: le sorti del mondo sono affidate ai suoi sogni. Perché l’uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio.
Giuseppe fece come gli aveva detto l’angelo e prese con sé la sua sposa.
Il suo non è un rassegnato consenso, ma un virile e straordinario “sì” alla realtà che non ha deciso lui. Per questo coraggio di Giuseppe, che antepone l’amore alla generazione, Dio avrà un figlio tra noi.
Il santo cardinale Newman pregava così: non ti chiedo luce fino in fondo al mio orizzonte, ma solo per il primo passo
Anche noi avremo tanta luce quanta ne basta a un solo passo, e poi la luce si rinnoverà, come i sogni, la fede e i dubbi di Giuseppe. Avremo tanto coraggio quanto ne serve ad affrontare la prima notte. Poi il coraggio troverà la sua strada, come gli angeli nei sogni del giusto Giuseppe.

il commento al vangelo della domenica

BEATO IL CUORE PIENO DI NOMI
Mt 11, 2-15
il commento di E. Ronchi al vangelo della terza domenica di avvento
“Fiorisca la steppa, come fiore di narciso fiorisca” Isaia il visionario porta la primavera nel cuore dell’inverno. E Giovanni, il profeta granitico, è invece nel pieno del suo inverno.
Dal carcere manda a dire a Gesù: Sei tu, o dobbiamo aspettare un altro?
Anche il più grande tra i nati di donna dubita: ma io, a chi ho preparato la strada?
Il dubbio fa male, ma il profeta proclama qualcosa di più forte: anche se non sei tu, io comunque continuerò ad attendere, continuerò a cercare.
Perché ‘attendere’ è voce del verbo amare.
Gesù non risponde con proclami, ma chiama a raccolta la vita dolente e ferita, con l’unico scopo di farne uomini pieni e liberi. Come lui, noi “acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!” (Evangelii gaudium n. 274).
I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i sordi odono, ai poveri è annunciato il Vangelo, tutti hanno una seconda opportunità-
E tuttavia i suoi miracoli non ci hanno cambiato, i poveri sono sempre più poveri, le guerre mietono vittime come erba falciata, nessuna steppa è fiorita di gigli e l’inquinamento corrode la terra.
Il non credente che è in me, disilluso, mi contesta, dati alla mano: avete tanto pregato e la pace non è venuta.
Ma la pace ormai si è accesa in noi! Ci siamo rotolati dentro, e ne abbiamo addosso i pollini. Il mondo non è inguaribile, è un malato affidato alle nostre cure, capaci di piccoli miracoli quotidiani.
Il profeta non capisce e dubita: aiutami a comprendere. Io sono in prigione, sarò ucciso perché ho denunciato l’adulterio di Erode, e tu perdoni perfino gli adulteri colti in flagrante!
E Gesù rilancia: Beato chi non si scandalizza di questo amore scandaloso, che invece di bruciare i peccatori, come annunciava Giovanni, siede a tavola con loro.
Dov’è lo scandalo, l’inciampo? Gesù non porta il castigo di Dio, ma la sua misericordia.
Beato chi ha il coraggio di andare in cerca di ciechi, di zoppi, di perduti, di guardare negli occhi i profughi, di sostenere un germoglio di Dio sul mondo devastato. Beato chi ha il cuore pieno di volti e di nomi.
La differenza fra favola e profezia sono una mangiatoia e una croce, dove non c’è inganno, non c’è imbroglio, nessun fine nascosto.
E’ tutto così semplice, quando si ama.
Per tre volte Gesù domanda: Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Un uomo avvolto in morbide vesti?
Che cosa?
Un uomo in piedi, senza doppiezze e libero. Messaggio e messaggero in lui coincidono. Lui è ciò che dice e dice ciò che è: un credente finalmente credibile.
Gesù: un uomo solo, con un pugno di amici di fronte al mondo. Sentirlo così, ancora presente sulle frontiere della vita, goccia di fuoco che non si spegne, è l’unico miracolo di cui abbiamo bisogno.

il commento al vangelo della domenica

PICCOLI PASSI
Mt 3, 1-12
il commento di E. Ronchi al vangelo della II domenica di Avvento 
Due Profeti, uno dalla sabbia del deserto, uno dalle acque di Galilea.
Giovanni il Battezzatore, nell’arsura del deserto di Giuda, predica: convertitevi, perché il regno è vicino. Gesù, sulle rive del lago di Cafarnao, fa rimbalzare l’identico annuncio: convertitevi perché il regno è vicino.
Tutti i profeti hanno gli occhi fissi nel sogno dal nome regno dei cieli, che è un mondo intessuto di rapporti buoni e felici. Ne percepiscono il respiro: è possibile, è ormai iniziato.
Dio è vicino, è qui, prima buona notizia: il grande Pellegrino ha camminato, ha consumato distanze e ora è vicinissimo a te.
Convertitevi, ossia osate la vita, mettetela in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza dietro cui perdere il cuore. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall’alto, ma la vicinanza del fuoco, una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo.
Convertitevi! Giratevi verso la luce, che è bella e cambia il modo di vedere gli uomini e le cose.
Se guardo con attenzione, io vedo che il mondo è più vicino al regno di Dio oggi di ieri: è cresciuta la libertà di essere se stessi, l’autenticità nelle relazioni, è cresciuta la solidarietà verso i deboli, verso i disabili c’è stata una autentica rivoluzione, sono cresciuti l’istruzione, la scienza e il rispetto per il creato e la vita.
Anche altro è cresciuto: tra il buon grano radici di guerre e inganni, solitudine e disgregazione dei legami, idolatria del denaro, della forza e dell’apparire, insofferenza verso chi chiede aiuto.
Zizzania e buon grano.
Ma io credo nella buona notizia di Isaia, di Giovanni, di Gesù.
Perché il cristiano non è ottimista, ha speranza.
L’ottimista tra due ipotesi sceglie quella positiva. Io scelgo il Regno, lo faccio per un atto di speranza: perché Dio si è impegnato con noi in questa nostra storia, con un intreccio così scandaloso da arrivare fino alla morte di croce.
Chiniamoci con attenzione e lo vedremo, nell’intimo di ciascuno, nell’umiltà dei giorni e dei segni: egli viene.
Perché viene? Perché prima ancora che un mio problema, la salvezza è un desiderio di Dio.
Con le immagini potenti della scure e del fuoco, il vangelo racconta che Dio raggiunge e tocca quella misteriosa radice del vivere che ci mantiene diritti come alberi forti, che ci permette di intravvedere germogli anche sulle macerie.
Dio viene dentro la passione d’amore, dentro la fedeltà al dovere, dentro il coraggio di sperare, la generosità di rimanere accanto, nella gioia della libertà raggiunta, quando accetto la sproporzione tra ciò che mi è promesso e ciò che stringo fra le mani, e tuttavia faccio avanzare di un passo, di un millimetro, di un niente, la bontà del mondo.

il commento vangelo della domenica

TEMPO DI ATTESE E PROFETI
il commento di E. Ronchi al vangelo della  I domenica di Avvento
Mt 24,37-44
Tempo d’Avvento, tempo di strade, di profeti, di madri in attesa. Tempo per vivere con attenzione, perché questo mondo è una realtà germinante e porta un altro mondo nel grembo.
Avvento annuncia che Dio presiede ad ogni nascita, che interviene nella storia non con le gesta dei potenti ma con il miracolo umile e strepitoso della vita, con la danza di un grembo, in cui lievita il pane di un uomo nuovo.
Dio è colui he invece di porre la scure alla radice dell’albero, inventa cure per ogni germoglio, per ogni “hinnon” (Salmo 72,17), simbolo di Dio stesso.
Avvento non è attendere la nascita di Gesù, lui è già nato, ma attendere che Dio nasca in me, affinché io possa nascere in Dio.
Desiderarlo, come i “desiderantes”, quei soldati romani che, riferisce Giulio Cesare, attendevano sotto le stelle i compagni non ancora rientrati all’accampamento, dopo la battaglia.
Desiderio e attesa del Dio che viene nel tempo delle stelle, in silenzio, a rendere più breve la notte; ladro che non ruba niente e dona tutto, sempre straniero in un mondo e un cuore distratti.
Al tempo di Noè gli uomini mangiavano e bevevano, e “non si accorsero di nulla”, non si accorsero che quel mondo era finito. Non facevano nulla di male, la loro era la vita semplice, un semplicemente vivere e rispondere alla comune domanda di felicità. Infatti Gesù non denuncia ingiustizie, cattiverie o vizi; descrive una esistenza fatta solo di quotidiano, senza rivelazione e senza profezia.
I giorni di Noè sono i nostri, quando dimentichiamo di alzare lo sguardo, oltre e in alto, e ci accontentiamo di grandi bocconi di terra.
Due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola, uno sarà preso e uno lasciato: il Vangelo non parla della fine della vita, ma della profondità della vita.
Non dell’angelo della morte, ma di due modi diversi di abitare la vita. Uno vive in modo adulto, uno infantile. Uno ponendosi domande, aprendo le finestre ai grandi venti della storia; uno invece muore lentamente, affondando nella propria superficialità. Uno vive sull’orlo dell’infinito, uno dentro il perimetro breve della sua pelle.
Il primo è pronto all’incontro con il Signore; l’altro non si accorge di nulla.
Tenetevi pronti perché viene! E’ un fatto: viene. Pronti allora non per proteggersi da un ladro, ma per non mancare l’appuntamento con un Dio viaggiatore infaticato dei secoli e dei giorni, viaggiatore del cuore profondo. Dio cammina a piedi (Gandhi) e non sui carri dei vincitori; nella polvere delle nostre strade e non per sentieri dorati.
Avvento è il tempo per riprendere a vivere con attenzione: attenti al Signore e ai suoi richiami nell’intimo, nel gemito e nel giubilo della storia e del creato. Attenti alle sue orme nella polvere, al sussurro nel vento, a chi bussa alla porta: sono io la meta del suo viaggio.
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