morto il cardinale Etchegaray che da giovane era stato cappellano degli zingari

Con gli zingari la scuola di Etchegaray

con gli zingari la scuola di Etchegaray

Il cardinale delle «missioni impossibili» – scomparso in queste ore – aveva imparato l’arte del dialogo da giovane prete come cappellano degli zingari in Francia. E nel 1969 volle i loro violini alla sua ordinazione episcopale a Notre Dame

 

Con il cardinale Roger Etchegaray – scomparso ieri sera all’età di 97 anni – se ne va un grande artigiano della pace e del dialogo interreligioso. In queste ore, ricordando alcuni dei viaggi più delicati compiuti per conto di Giovanni Paolo II, molti lo hanno chiamato l’uomo delle «missioni impossibili», alludendo ai suoi incontri in Paesi come l’Iraq, il Vietnam e la Cina. C’è però un aspetto della vita di questo porporato francese di orgini basche che vale la pena di sottolineare: dove aveva imparato l’arte del dialogo Roger Etchegaray? Un contributo importante era venuto dagli anni in cui da giovane sacerdote a Bayonne era stato l’assistente della pastorale degli zingari. Con loro – amava ripetere – ho imparato che davvero «il vento non si sa da dove viene, né dove va, come dice il Vangelo».

Per questo vogliamo ricordarlo con una pagina tratta dal suo libro «Tiro avanti come un asino» (Edizioni San Paolo, 2007), in cui il cardinale stesso ricordava uno degli amici zingari incontrati durante quegli anni in Francia.

Coucou Doerr. Bisognava vivere tra la «gente itinerante» per conoscere e apprezzare quel pezzetto d’uomo che diventò per me un caro amico. Che gioia e che soddisfazione per me! Di tutti gli zingari incontrati quando, giovane prete a Bayonne, ero il loro cappellano, Coucou è la persona che m’ha più colpito per la dignità e la fedeltà della sua vita nomade.

Abbiamo fatto insieme il primo pellegrinaggio dei gitani a Lourdes nel 1957, e mi pare ancora di vederlo, alla testa del gruppo di musicisti. Siamo stati insieme a Pomezia, vicino a Roma, nel 1965 per rispondere a un invito di massa del papa Paolo VI (il primo storico incontro di un Papa con gli zingari, che si tenne il 26 settembre 1965, pochi giorni prima del discorso di Montini all’Onu a New York ndr). Ero vicino a lui, nel 1967, al circo d’Inverno, presso Bouglione, per vederlo mentre suonava il violino con i piedi. Venne come mio ospite per la mia ordinazione episcopale nel 1969 a Notre-Dame di Parigi, che applaudì spontaneamente questo virtuoso della musica zigana. E a Marsiglia l’ho rivisto più volte in occasione della festa di Santa Marie del Mare.

Dove vai, zingaro? Con questo titolo, sotto la guida del padre Leury, gesuita deportato, che aveva dato conforto al popolo nomade in via di estinzione nei campi nazisti, Cocou, più trovatore che letterato, firmò un libro originale su tutto ciò che, dalla sua roulotte, attraverso le strade d’Europa, aveva osservato, odorato, sulla natura, sugli uomini e su Dio.

Questi «figli del vento» fanno pensare a ciò che Gesù diceva precisamente del vento: non si sa «da dove viene, né dove va» (Gv 3,8). Nonostante tutti gli sforzi compiuti sul piano sociale, umanitario e anche religioso, è ancora un mondo sconosciuto che si accampa alle porte delle nostre città e delle nostre chiese. Quando si sedentarizzano, diventano un popolo minacciato da un’integrazione che rispetta poco i suoi valori culturali: non si chiudono in gabbia i piccioni viaggiatori…

A tutti voi, buon cammino. «Lacio drom!». Gesù è sempre la Via che non abbiamo mai finito di percorrere.

cardinale Roger Etchegaray

gli zingari un popolo perseguitato

storia di un popolo

gli zingari, perseguitati da cinquecento anni in tutta Europa


Alessandro Marzo Magno
fuggiti dagli ottomani, si diffondono in tutto il continente suscitando simpatie 
poi vengono accusati di furti e rapine e cacciati da ogni governo

Una bambina gioca tra i rifiuti in un campo rom a Giugliano (Napoli), nella Terra dei Fuochi

una bambina gioca tra i rifiuti in un campo rom a Giugliano (Napoli), nella Terra dei Fuochi

Il primo a volerli cacciare è stato Ludovico il Moro: nel 1473 stabilisce che gli zingari vengano allontanati dal territorio del ducato di Milano, pena la morte. Da lì comincia una lunga serie di editti – “grida”, come ci ha insegnato Alessandro Manzoni – contro i gitani che termineranno soltanto ai tempi di Maria Teresa. Anche con lei, però, non avranno piena cittadinanza, semplicemente si passerà dalla persecuzione all’assimilazione.
Un po’ in tutta Italia, e pure nel resto d’Europa, dal Cinquecento in poi gli zingari diventano oggetto di bandi e persecuzioni, ma da nessuna parte accade con tanta ossessività come a Milano. Con gli spagnoli si arriverà a una sessantina di grida sul tema. Il che, in un paio di secoli, fa una media di una legge ogni poco più di tre anni, con un crescendo di pene talmente esagerato da rivelarne l’assoluta inefficacia.
E pensare che all’inizio gli zingari vengono accolti con simpatia: sono costretti a lasciare i Balcani dopo le conquiste ottomane del XV secolo e sciamano un po’ in tutta Europa. Quando già a Milano li si perseguitava, a Venezia attorno al 1505 Giorgione dipinge un quadro, La Tempesta, destinato a cambiare la storia dell’arte: è il primo dove il paesaggio diventa protagonista. Viene descritto come “paesetto in tela cum la tempesta, cum la cingana et sodato” e se una zingara aveva un tale posto di prestigio all’interno dell’opera di uno degli artisti più celebri dell’epoca, significa che non era ancora stata colpita dalla riprovazione sociale. Mancava poco. «È finito quel brevissimo lasso di tempo in cui lo zingaro, esotico e misterioso, incuriosiva la gente e commuoveva con la sua triste storia di pellegrino: inizia ora la caccia allo zingaro ladro, pigro e imbroglione», scrive Giorgio Viaggio nel suo Storia degli zingari in Italia.
La Serenissima non vede l’ora di prendere gli zingari e incatenarli ai remi delle proprie galee. Il decreto papale del 1557 stabilisce che «gli zingari debbino uscire di Roma e suo territorio» e concede tre giorni di tempo, pena la galera per gli uomini e la frusta per le donne. Nel 1570 a Cremona un gruppo di ventidue zingari viene assalito dalla popolazione cittadina che ne brucia la casa provocando la morte degli occupanti. Nel 1572 trecento zingari nella provincia di Parma vengono attaccati e sterminati dai soldati del duca, accompagnati da una folla inferocita.
A Milano dopo la fine della dinastia Sforza (1498) i francesi ribadiscono le norme anti gitani che vengono riprese e rafforzate dagli spagnoli. Col duca di Terra Nova (1568) e Carlo d’Aragona (1587) inizia la repressione vera e propria, con la condanna a cinque anni di remo per gli uomini e alla «pubblica frusta» per le donne; nel decreto del 1587 si parla di «cingheri, gente pessima, infame, data solo alle rapine, ai furti e ogni sorte di mali». Una grida del 1605 comanda invece che «niuna persona, ancora privilegiata o feudataria, ardisca alloggiare, dare ricetto, aiuto o favorire in alcun modo a detti cingari».

Nel 1624 in una legge contro le delinquenza comune gli zingari vengono definiti i più pericolosi tra i malfattori e si dichiara lecito derubarli delle loro cose, senza tener conto di permessi e licenze da essi posseduti (spesso avevano autorizzazioni all’accattonaggio e al girovagare emesse in Germania). Inoltre si intima il divieto di frequentarli. Evidentemente le autorità del ducato di Milano non riescono a fare nulla di concreto contro i nomadi, visto che autorizzano la giustizia fai da te: nel 1657 si concede alle popolazioni di riunirsi al suono della campane a martello «e perseguitare detti cingari prenderli e consignarli prigioni».
Non si riesce a farli star buoni? E allora che non entrino nemmeno: il 15 marzo 1663 una nuova grida vieta l’accesso agli zingari nel ducato, pena sette anni di galera agli uomini e alle donne di essere pubblicamente frustate e mutilate di un orecchio (la pena della galera non significa andare in prigione, ma diventare “forzati da remo” a bordo delle unità militari: Milano “affittava” vogatori forzati a Venezia). Trent’anni dopo, nell’agosto 1693, è prevista l’impiccagione immediata per gli zingari che fossero trovati nel territorio milanese. Di più: qualunque cittadino ha diritto di «ammazzarli impune» e poi di «levar loro ogni sorta di robbe, bestiami denari che gli trovasse», in regime di esenzione fiscale, «senza che s’habbia a interessare il regio fisco». Si ha diritto di ammazzare e di far bottino come se si fosse in guerra, ma il nemico, in questo caso, non sono i soldati stranieri, bensì gli zingari.

gli ‘zingari’ sono troppo parassiti e ladri per fare i poliziotti – parola del sindacato di polizia

assumere ‘zingari’ in Polizia? No, grazie

per la Consap sono tutti ladri e parassiti

Assumere ‘zingari’ in Polizia? No, grazie. Per la Consap sono tutti ladri e parassiti
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Presidente Associazione 21 luglio

Gli “zingari”? Parassiti, ladri, culturalmente lontani dalla legalità. A dirlo non è il solito sondaggio somministrato a un gruppo anonimo di cittadini esasperati, ma nientemeno che la Confederazione sindacale autonoma di Polizia (Consap) che, in virtù delle diverse migliaia di aderenti in tutta Italia è una delle organizzazioni maggiormente rappresentative della Polizia di Stato con strutture in ogni città e rappresentanti in tutti gli uffici di polizia. La sede nazionale dell’organizzazione è a Roma, città dove la Consap è, per numero di iscritti, il secondo sindacato di Polizia. La Consap fa anche parte della più grande associazione europea di Polizia, rappresentativa di oltre 500mila operatori della sicurezza.

Tutto nasce nei giorni scorsi, quando il Parlamento europeo ha emesso un documento per combattere il fenomeno dell’antigitanismo nel nostro Continente. Il testo raccomanda alla Commissione europea e agli Stati membri di compiere sforzi concreti verso una reale inclusione delle comunità rom in condizione di emarginazione sociale. Tra le misure indicate c’è quella di

“garantire che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge, assicurando un uguale accesso alla giustizia e ai diritti; di fornire una formazione sui diritti umani ai dipendenti pubblici e del sistema giudiziario nazionale; di perseguire i crimini d’odio fornendo strumenti per combatterli nella maniera più adeguata; istituire all’interno del corpo di Polizia delle unità che, formate sull’antiziganismo, sappiano combattere in maniera efficace i crimini d’odio; di favorire l’accesso alle giustizia da parte delle donne rom”; “incoraggiare l’assunzione di persone rom all’interno dei Corpi di Polizia”.

Raccomandazioni di buon senso visto che si tratta di misure già adottate con successo in diversi Paesi. In Italia l’unica a commentare la notizia è stata la Consap che, in un comunicato stampa, ha definito quest’ultima raccomandazione “una priorità delirante”. Il motivo è facilmente spiegato: 

“Il concetto di integrazione dei rom è un controsenso, infatti la loro cultura è da sempre quella di vivere ai margini della società per esaltare il loro parassitismo. Buttandola in metafora disneyana, come ha già detto qualcuno, non si rischierebbe di far sorvegliare alla Banda Bassotti il deposito di Paperone? Immaginiamo che le stesse nostre perplessità le potrebbero avere anche i zigani, che vedono, nelle divise, persone da evitare assolutamente e che questa cultura del “lontani dalla Polizia” se la tramandano da generazione in generazione, fin dalla tenera età dove il poliziotto potrebbe impedire loro di chiedere l’elemosina” 

Insomma, “zingari in Polizia?”. No, grazie, perché per il sindacato

“rimane assodato che in polizia può entrare chiunque, a patto che abbia requisiti morali, personali e generazionali per difendere la libertà e la democrazia

e quindi, secondo la Consap, chi ha sangue rom resta fuori.

Eppure la storia, come sempre racconta una verità diversa. Ho conosciuto funzionari rom della polizia bulgara e rumena addetti alla formazione dei loro colleghi. Così come in Abruzzo e Molise ci sono persone di origini rom arruolate in diversi corpi delle forze dell’ordine, qualcuno destinato anche alle missioni all’estero. Pochi lo sanno, visto che generalmente quando si indossa una divisa, non c’è la necessità di dovere sbandierare le proprie origini ai quattro venti. Soprattutto poi, quando a causa di pregiudizi e stereotipi, si potrebbe incorrere in sgradite conseguenze. D’altronde, anche nel Corpo di Polizia romano è da segnalare la presenza di agenti che, senza divisa, sarebbero annoverati tra gli “zingari parassiti, ladri e sfruttatori“.

Non ce lo possiamo nascondere: questi ragazzi, come tanti altri, sono il futuro del nostro Paese, i costruttori del ponte che ci proietta nel futuro di un’Italia ormai irrimediabilmente “contaminata“ dalla multietnicità. Lasciamo tranquillamente a questi giovani con il sogno della divisa – che siano rom o che non lo siano – la responsabilità di difendere la nostra “libertà e democrazia”, messa a rischio non certo da loro ma da prese di posizione offensive e ridicole. Che da un parte preoccupano ma dall’altra fanno sorridere benevolmente per il livello di un comunicato stampa che – per forma e contenuto – si pone sullo stesso piano delle barzellette indecorose sulle forze dell’ordine raccontate anche all’interno delle comunità rom.

Ma quando si è infarciti di pregiudizi reciproci, ognuno combatte la propria battaglia tra “guardie e ladri” (o riprendendo la metafora disneyana tra il commissario Basettoni e la banda Bassotti) utilizzando le armi che sa usare, a colpi di infelici comunicati stampa o di storielle irrispettose

prima di tutto … contro il decreto Minniti

prima di tutto vennero a prendere gli zingari…

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.”

Pensavo a questa drammatica espressione di Brecht, oggi, allorché aprendo il giornale leggevo dell’approvazione del decreto Minniti. Probabilmente molti non ci faranno caso, la deriva securitaria che stiamo vivendo farà pensare che sia giusto; che, anzi, bisognava pensarci prima; e che fa bene “la sinistra” a rispondere “alla destra” sulla sicurezza; questi, tanti, si esprimeranno in questo modo senza nemmeno leggere il testo, senza nemmeno sapere di cosa stiamo parlando.         Ma il problema è di natura politica: Minniti, figlio di quel partito fondamentalmente anti europeista e certamente poco propenso alla contaminazione multi etnica che fu il PCI, si gioca sull’immigrazione una importante battaglia politica, la sua, e di una vasta fascia del suo partito per il controllo delle poltrone nel paese. Mai espressione fu più felice a proposito del suo partito, Poltrone e Divani, parafrasando il nome di un famoso marchio di arredamento. E si gioca la sua partita sapendo che su questo stesso campo altri giocatori, di etnia padana, fanno sfaceli e sbancano nei sondaggi. Una “bella” lotta a chi la dice più grossa sugli immigrati. Che poi queste porcherie, che chiamano leggi, calpestino quel foglio di carta che è diventata la nostra Costituzione, poco importa. Bisogna dimostrare al paese che noi non abbiamo paura e che con ogni mezzo fermeremo l’invasione; anche con dati falsi, con leggi farlocche e con il rischio di creare macerie, odio sociale e politico; la definirei la strada italiana al nuovo fascismo quella coniata dal ministro della paura.

Questo da un lato; dall’altro, e lo dico da avvocato che da almeno vent’anni si occupa di diritto dell’immigrazione, facendo fatica a districarsi tra una serie incredibile di leggi, decreti e circolari che giocano con la pelle dei migranti, assistendo ad una sorta di diritto creativo senza precedenti, l’approvazione del decreto minniti sancisce la nascita di un altro diritto, quello per i poveri e per gli oppressi, che oggi sono i migranti, ma che domani saranno ampi strati della nostra società; minniti sta facendo le prove, alla pari di quei dottori che provano sui topi (perché questa è la considerazione che il nostro governo ha di loro) i farmaci che domani sperano di poter dare agli uomini; ecco perché quando un giorno verranno a prendere anche me non potrò dire nulla, perché non ci sarà rimasto nessuno a protestare…. L’abolizione di un grado di giudizio, ossia del reclamo in Corte d’Appello, che fa rabbrividire Arci e Caritas, che fa gridare ad una “pericolosa compressione delle garanzie” al CSM, di fatto introduce nel nostro ordinamento, introduce nella patria del diritto, in Italia, una sorta di diritto differenziato, che si fonda sul censo, sul colore della pelle; altro che la legge è uguale per tutti, la legge non esiste più se riesce a coniare simili aberrazioni.

E si badi bene, il decreto interviene in un ambito già molto ristretto: il richiedente asilo che arriva in Italia ha i suoi diritti ridotti al lumicino: non fatevi ingannare da gente ignorante come Salvini e Minniti, da speculatori seriali; l’intervista al richiedente asilo innanzi le commissioni territoriali è per il migrante una corsa ad ostacoli dove spesso anche l’interprete rema contro di lui; introdurre la video registrazione significa togliere allo stesso ogni garanzia: in un clima di intimidazione generale non dirà una parola, per paura di ritorsioni, per vergogna, immaginate una donna vittima di tratta che dovrà parlare di uno stupro, o di una mutilazione genitale; immaginate un omosessuale nigeriano, che è perseguitato nel suo paese per il suo status sessuale; lasciatevelo dire da chi ha esperienza di “sportello”, dove solo dopo due o tre incontri, quando va bene, si riesce a comprendere cosa è accaduto.

Dicevamo che interviene in un ambito già ristretto, perché il migrante cui viene negato il diritto di asilo può si ricorrere al Tribunale, ma attraverso un procedimento sommario che gli garantisce poco o nulla, l’art. 702 bis del Codice di Procedura Civile; non una causa vera e propria, che è concessa a tutti, anche ai soci fondatori dell’azione cattolica come Totò Riina, ma un procedimento che si definisce in una sola udienza dove tutto è lasciato alla competenza ed alla conoscenza socio-politica del Giudice, che legge il ricorso dell’avvocato, le fonti e, se lo ritiene, ascolta il ricorrente-migrante, poi decide, il più delle volte alla stessa udienza.

Parlando di tribunali calabresi, ad esempio, a Catanzaro, dove dovrebbe nascere la sezione specializzata del nuovo Tribunale secondo il nuovo decreto, poche volte vengono sentiti i migranti; a Reggio Calabria, dove ad oggi si svolgono molti giudizi, attesa la presenza di una commissione che ha li la sede, quasi sempre. Eliminare la comparizione del ricorrente significa calpestare il Codice e la Costituzione; significa adottare  una legge speciale, che evoca passati remoti tragici per l’Italia. Lo comprendiamo questo? Abolire, come è stato fatto,  il secondo grado del giudizio, ossia il reclamo alla Corte d’Appello, significa tutto quello che ho detto fino ad ora, ma anche di più; significa attuare un colpo di stato giudiziario, un vulnus senza precedenti, nella nostra storia giudiziaria.

Protesteremo in ogni modo, in ogni ambito; prima di tutto nei confronti di quanti lo hanno votato: sono nostri nemici, sono nemici del Popolo; con loro non possiamo fare nessun tipo di alleanza; poi nelle aule giudiziarie, ove faremo fioccare i ricorsi alla Corte Costituzionale avverso il decreto del novello Kossiga, il decretuncolo del ministro della paura. Così, quando verranno a prenderci, se ci riusciranno, non lo potranno fare, perché ci saranno altri insieme a noi, bianchi, neri, rossi, gialli e saranno mazzate….

Avv. Adriano D’Amico

(Rifondazione Comunista – Comitato Politico Provinciale)

ciò che pensano gli italiani degli zingari … ma tutti iniziano il discorso dicendo “io non sono razzista!”

la nostra fotografia di guerra contro gli zingari

siamo abituati, purtroppo, a sentire e leggere espressioni così cattive e razziste nei confronti degli zingari, ma ascoltarle e leggerle (vedi i il video ‘The Zen Circus – Zingara – il cattivista, qui sotto riportato) così di seguito senza tirare il fiato fa soffrire molto non tanto per gli insulti e le offese nei confronti del popolo zingaro il quale è abituato ad essere calpestato, ma per la bassezza e lo squallore di umanità che dimostrano

è una vera e propria  ‘fotografia (di guerra) del paese in cui viviamo’ -annotano gli autori del filmato strabiliati per quello che hanno raccolto da una semplice ‘chiave di ricerca’ – augurandosi che almeno serva ‘per guardrsi allo specchio’

zingara1

 

la ‘giornata della memoria’ a Lecco dedicata quest’anno all’ ‘olocausto degli zingari’

“l’olocausto dimenticato” degli zingari

tema della Giornata della Memoria

di C.Franci

olocausto dimenticato degli zingari 

la locandina dello spettacolo che andrà in scena mercoledì 27 gennaio alle ore 21 a Teatro della Società. Ingresso libero

 

 E’ una storia meno nota del genocidio ebraico ma ugualmente drammatica quella raccontata nello spettacolo teatrale di Pino Petruzzelli che andrà in scena mercoledì 27 Gennaio, Giorno della Memoria, alle ore 21 presso il Teatro della Società di Lecco.

“Zingari, l’olocausto dimenticato” l’eloquente titolo della rappresentazione, scelta dalla Provincia e dal Comune di Lecco per onorare l’importante appuntamento del 27 gennaio. Viaggio nella memoria di una pagina di storia di cui si sente poco parlare, lo spettacolo, prodotto dal Centro Teatro Ipotesi in collaborazione col Teatro Stabile di Genova, getta luce sul genocidio di più di 500 mila rom e sinti avvenuto nei campi nazisti, nato come quello ebreo dal pregiudizio e dal razzismo imperanti nella Germania degli anni ’30.

“Nei vari processi contro i nazisti responsabili di crimini contro l’umanità, primo fra tutti quello di Norimberga, mai nessuno si preoccupò di sentire la testimonianza di uno zingaro. Al processo di Gerusalemme, nonostante Eichmann si fosse dimostrato consapevole delle pratiche di deportazione degli zingari, il capo d’imputazione che riguardava questo argomento venne annullato. Nessun responsabile fu chiamato a rendere conto dello sterminio degli zingari”

Queste le parole del regista e attore Pino Petruzzelli, già autore di diversi reportages – sempre in forma di spettacolo – dedicati al Marocco, all’Albania, al G8 di Genova e al Messico. Da oltre un anno l’artista, nato a Brindisi, viaggia per l’Europa sulle orme dei cosiddetti zingari, tra Italia, Bulgaria, Albania, Francia e nei paesi della ex Jugoslavia.

“Miscuglio di razze deteriorate” , “asociali e fannulloni” erano alcune delle definizioni che i ricercatori del Centro per l’Igiene e la Razza avevano coniato nella Berlino nazista, infuocando un odio e una repressione crudele, quale fu quella che avvenne nei campi di sterminio.   

Lo spettacolo, come spiegato da Ugo Panzeri e Simona Piazza, rispettivamente consigliere provinciale con delega alla Cultura e assessore alla Cultura del Comune di Lecco, è stato portato a Lecco con il preciso intento di rendere la cittadinanza cosciente di questa seconda Shoah, com’è stata spesso definita: “Ancora oggi gli zingari ai nostri occhi vengono visti con una diversità che imbarazza e crea discriminazione – ha detto Ugo Panzeri – eppure questo popolo fa parte della realtà europea da migliaia di anni e come quello ebraico ed altri prima di loro ha subito una crudele ferita, che  non può e non deve essere dimenticata. La rappresentazione teatrale vuole ricordarci che è esistita anche questa piaga, di cui dobbiamo conservare memoria”.

“Parliamo di vittime ingiustamente dimenticate – ha aggiunto Simona Piazza – lo spettacolo è  importante per riflettere anche sulle nuove generazioni, potenzialmente sensibili ai concetti di diversità e discriminazione. Occorre istruire i ragazzi su quello che è stato un vero e proprio sterminio programmato, che ha toccato non solo gli ebrei ma tanti altri popoli”.

L’appuntamento dunque è per mercoledì 27 gennaio alle ore 21 presso il Teatro della Società, ingresso libero.

Lo stesso giorno, alle ore 11 a Palazzo delle Paure, si terrà la cerimonia di consegna delle medaglie d’onore ai familiari di quattro cittadini italiani residenti in Provincia di Lecco che furono deportati o internati nei lager nazisti, e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra nella seconda guerra mondiale. L’iniziativa è della Prefettura di Lecco e vedrà la presenza dei ragazzi del Liceo musicale di Lecco che accompagneranno la cerimonia suonando dei brani scelti per l’occasione.

 

un incontro con la cultura e il popolo rom

da Zingaro a cittadino

tre giorni di studio e dibattiti sui Rom

romnia

tre giorni  a Cagliari per esplorare i percorsi di conoscenza e di inclusione sociale già avviati e gli interventi che ancora possono essere posti in atto

Si terranno a Cagliari dal 3 al 5 dicembre prossimi per iniziativa della Caritas diocesana. Il titolo della tre giorni, “Da Zingaro a cittadino. Percorsi di conoscenza e inclusione sociale”, indica la volontà di sostenere e promuovere iniziative per limitare, sino a rimuoverli, i fattori culturali, strutturali e sociali che concorrono a determinare l’esclusione sociale del popolo Rom. Sarà un seminario articolato in più sessioni di lavoro, ognuna dedicata ad un tema specifico: l’informazione, la pastorale, il ruolo delle amministrazioni locali, i diritti negati, la salute e la storia, con particolare riferimento alla drammatica esperienza delle famiglie Rom, confinate a Perdasdefogu durante il Fascismo.

Si comincia giovedì 3 dicembre alle 9.30 nell’aula magna del Seminario arcivescovile (in via Mons. Cogoni 9, Cagliari) con il tema dell’informazione, fondamentale nella costruzione di immagine e stereotipi fonte di pregiudizi discriminatori.
Ai saluti dell’arcivescovo, mons. Arrigo Miglio, del direttore della Caritas diocesana, don Marco Lai, del sindaco, Massimo Zedda, della Presidenza della Giunta regionale e di Saltana Ahmetovic, membro della Consulta immigrazione del Comune di Cagliari, seguiranno gli interventi di Carlo Stasolla, presidente dell’associazione “21 luglio” di Roma, impegnata nella promozione dei diritti delle comunità rom in Italia e nella lotta contro ogni forma di discriminazione e intolleranza; Giovanni Maria Bellu, giornalista, presidente dell’Associazione “Carta di Roma”, nata per dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione, del diritto d’asilo e delle minoranze; Anthony Muroni, direttore dell’Unione Sarda, Bianca Stancanelli, giornalista e scrittrice. Chiuderà i lavori mons. Paolo Lojudice, vescovo ausiliare della Diocesi di Roma, in prima linea nella battaglia contro gli sgomberi indiscriminati dei campi rom che si stanno moltiplicando alla periferia della capitale. Coordina il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Sardegna, Francesco Birocchi.

Nel pomeriggio, alle 16.00, sempre nell’aula magna del Seminario arcivescovile di Cagliari, si approfondirà il tema della sollecitudine pastorale della Chiesa di Cagliari per i Rom, nella ricorrenza del cinquantenario della visita di Paolo VI ad un campo di zingari che furono definiti dal Papa: “cuore della Chiesa”.
Con il coordinamento di Padre Stefano Messina (OMI) direttore Migrantes della Diocesi di Cagliari, dopo il saluto dell’arcivescovo mons. Arrigo Miglio, di don Marco Lai, direttore della Caritas diocesana e di Sulejmanovic Rubino, attivista dell’Associazione 21 luglio, Lucia Mallus e Renato Pierpaoli presenteranno il dialogo recitato “Santo e Zingaro; El Pelè, un uomo semplice”. Interverranno quindi il vescovo ausiliare della Diocesi di Roma, mons. Paolo Lojudice, don Francesco Megale, parroco di Arghillà (Reggio Calabria) e Carla Osella presidente nazionale dell’AIZO (Associazione italiana Zingari oggi). Seguirà una tavola rotonda sul tema: “Esperienze con i Rom: percorsi di vita”. Porteranno le loro esperienze Marcello Porceddu, Caritas di Cagliari, suor Maria Claudia Biondi responsabile della Caritas ambrosiana (Milano), sul disagio femminile, Mario Agostino, del gruppo Mosaico che opera nel campo Rom di Sesto Fiorentino e Lucia Mallus, insegnante di scuola media inferiore.
Chiuderà la giornata, alle 21.00 al Cinema Spazio Odissea di viale Trieste 84, la proiezione del film: “Io rom romantica”, di Laura Halilovic.

La seconda giornata di lavori, venerdì 4 dicembre, si aprirà con la sessione dedicata al ruolo delle amministrazioni locali. Alle 9.30 nella Spazio Search, nel sottopiano del Palazzo civico, nel Largo Carlo Felice 2. Dopo l’introduzione di don Marco Lai e i saluti dell’arcivescovo mons. Arrigo Miglio,  Anna Puddu e Jasmina Mahmutcehajic della Caritas di Cagliari coordineranno il confronto con Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, Stefano De Lunas, sindaco di Quartu S.E., Carlo Stasolla dell’Associazione 21 luglio, Luigi Minerba, assessore alle politiche sociali del Comune di Cagliari, Marina Del Zompo, assessore alle politiche sociali del Comune di Quartu S.E., Pina Puddu, assessore alle politiche sociali e all’integrazione del Comune di Monserrato, Daniela Sitzia, assessore alle politiche sociali del Comune di Selargius e Barbara Cadeddu, Assessore alla pianificazione strategica e Istituti di partecipazione del Comune di Cagliari.

I lavori proseguiranno nel pomeriggio alle 15.30 presso la Facoltà di scienze economiche, giuridiche e politiche, aula A, in via Sant’Ignazio 76, sul tema “I diritti (negati) della cittadinanza”. Dopo l’introduzione di don Marco Lai, e i saluti dell’arcivescovo mons. Arrigo Miglio, del presidente della facoltà, Stefano Usai, Gianni Loy, presidente della Fondazione Anna Ruggiu onlus, introdurrà e coordinerà il dibattito con  Amela Sulejmanovic, della comunità Rom di Selargius, Giuliana Perrotta, prefetto di Cagliari, Eva Rizzin, cofondatrice di OsservAzione e ricercatrice dell’Università di Mantova, Anna Cao, sostituto procuratore del Tribunale dei minori di Cagliari, Giorgio Altieri, giudice del Tribunale di Cagliari e Rita Dedola, presidente dell’Ordine degli avvocati di Cagliari.
La giornata si concluderà in Piazza San Sepolcro, alle 20, con la degustazione di piatti tipici della tradizione dei Romà Khorakhanè.

Ultima giornata di lavori sabato 5 dicembre. Alle 9.00, nella sala Pippo Orrù dell’Ordine provinciale dei medici e degli odontoiatri di Cagliari, in via Carroz 14, il seminario si svilupperà sul tema: “I Rom e la salute: conoscere per curare”. Dopo l’introduzione di don Marco Lai e i saluti dell’arcivescovo mons. Arrigo Miglio e di Marco Sulejmanovic della comunità rom di Cagliari, interverranno l’assessore all’igiene, sanità e politiche sociali della Regione, Luigi Arru, l’assessore alle politiche sociali del Comune di Cagliari, Luigi Minerba, il presidente della Commissione Sanità del Consiglio regionale, Raimondo Perra, il presidente dell’Ordine provinciale dei medici e odontoiatri di Cagliari, Raimondo Ibba; coordineranno i lavori Anna Cerbo e P. Amalia Menneas della Caritas di Cagliari. Seguiranno le relazioni di quattro medici impegnati a livello nazionale nella tutela della salute dei Rom: Anna Cerbo, responsabile del Progetto salute Rom della Caritas di Cagliari, Fulvia Motta, responsabile dell’area Rom e Sinti della cooperativa Roma solidale promossa dalla Caritas di Roma, Lorella Vassallo, dirigente del Centro salute immigrati e nomadi della Asl di Palermo, e Annunziata La Rocca, del Policlinico universitario di Messina.
Nella stessa giornata, alle 9.30, al Liceo Michelangelo, in via del Donoratico, verrà proiettato il film “Dimmi che destino avrò”, alla presenza del regista Peter Marcias, dell’attrice protagonista Luli Bitri e dello sceneggiatore Gianni Loy.

Nel pomeriggio, alle 15.30, nella sala convegni della Fondazione Banco di Sardegna, in via S.Salvatore da Horta, saranno gli storici ad approfondire il tema “Rom: una storia ancora da ricostruire”. Introdurrà don Marco Lai e, dopo i saluti dell’arcivescovo mons. Arrigo Miglio, lo scrittore Alberto Melis, coordinerà gli interventi di: Vesna Bajramovic, della comunità rom di Monserrato,  Luca Bravi, dell’Università di Firenze, che ha approfondito la triste esperienza dei Rom confinati in Sardegna durante il Fascismo, Massimo Aresu, ricercatore all’Ehess di Parigi e Martina Giuffré, dell’Università di Sassari.

Alle 18, il seminario si concluderà con la consegna delle borse di studio della Fondazione Anna Ruggiu onlus. Coordinerà Gianni Loy, presidente della Fondazione Anna Ruggiu e interverranno i docenti dei giovani rom e delle giovani romnì, vincitori delle borse. Parteciperà l’attrice protagonista del film ‘Dimmi che destino avrò’ Luli Bitri.
La serata si concluderà, alle 20.00 al Teatro Sant’Eulalia, in vico del Collegio 2, “Dialoghi e musiche sulle vie dei Rom, con il presidente del Conservatorio di musica di Cagliari, Gianluca Floris e del violinista Valentin Furtuna.
Il seminario “Da Zingaro a cittadino”, è accreditato dagli ordini professionali dei giornalisti, degli avvocati e dei medici, nelle rispettive sessioni, ai fini della formazione permanente.

non c’è fine alla creatività contro gli zingari

contro l’arrivo dei nomadi il sindaco fa scavare trincee

 

il primo cittadino di un Comune francese vuole impedire così che decine di roulottes si installino negli spazi verdi del paese

ne avevamo viste di tutti i colori, per scoraggiare la presenza dei nomadi: ordinanze comunali, fiaccolate e cartelli stradali, ma le trincee ancora erano inedite.

Eppure nel nord-est della Francia c’è un sindaco che contro gli insediamenti di rom, sinti e caminanti ha deciso di intervenire nel modo più deciso: scavando veri e propri fossati anti-caravan. A Wavrin, paese di settemila anime a ridosso del confine con il Belgio, il primo cittadino Alain Blondeau, indipendente di destra, ha fatto scavare delle trincee ai bordi degli spazi verdi cittadini. L’opposizione denuncia la spesa non proprio modica che sarebbe stata sostenuta: 28mila euro.

Secondo il quotidiano locale La Voix du Nord, in città l’iniziativa ha suscitato molte polemiche anche perché, sostengono diversi residenti, i nuovi fossati deturpano l’estetica del verde pubblico.

Blondeau, però, si giustifica: “In paese mi sono ritrovato con una carovana di oltre cento roulottes, quando normalmente non sono più di trenta – spiega – Anche se si tratta delle persone più educate del mondo, bisogna comunque fare delle pulizie, fornire elettricità e acqua corrente, si tratta di un costo per la città. Non ho terreno per accoglierli, al momento.”

In Francia una legge vecchia di anni impone alle città con più di cinquemila abitanti di garantire aree di sosta e di accoglienza per i nomadi. Il sindaco di Wavrin ha già presentato due progetti al prefetto competente ed è in attesa del responso, che dovrebbe giungere entro fine anno.

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