dalla parte di papa Francesco … la decisa scelta di Pérez Esquivel

perché io scelgo Francesco

di Adolfo Pérez Esquivel

 

Papa Francesco segna un cammino chiaro e preciso: tornare alla fonte del Vangelo, alla spiritualità, all’impegno con i poveri e a porre “l’Amore in azione”. Ci chiede “pregate per me”, perché conosce la responsabilità dell’essere il successore di Pietro, sa quali sono le sfide e sa che è necessario cercare il dialogo e l’unità nella diversità.

La Chiesa cammina per il mondo tra luci e ombre, angosce e speranze (GS.1). Sappiamo che è sottomessa a conflitti e interessi politici, sociali ed economici di gruppi di potere che sono dentro e fuori dal Vaticano. Questi gruppi non sono disposti a perdere privilegi e spazi di potere e per questo portano avanti un’intensa campagna contro Papa Francesco.

 Papa Francesco ha assunto il proprio ruolo per affrontare e risolvere questi numerosi conflitti che vive la Chiesa nell’attualità.

Francesco si è mosso con fermezza e anche con dolore contro l’occultamento di crimini, come la pedofilia, commessi da parte di settori del clero e messi a tacere per secoli grazie alla complicità e alle paure.

Ci invita a risvegliare la spiritualità e a impegnarci con i poveri per rafforzare il cammino della Chiesa come popolo di Dio.

Di fronte al neoliberalismo, la recessione e il conformismo, Francesco non predica la rassegnazione.

Disegna invece cammini di trasformazione spirituale, sociale, culturale e politica alla luce del Vangelo.

Di fronte agli interessi economici e politici dei governi e delle imprese che negano il cambio climatico mettendo a rischio il pianeta e la vita, con l’Enciclica Laudato Si’ egli chiede a tutti di ristabilire l’equilibrio dell’opera della Creazione, tra i bisogni dell’umanità e il rispetto per la Madre Terra.

Papa Francesco chiede ai paesi ricchi di ricevere le migliaia di rifugiati che fuggono dalle proprie terre rase al suolo dai conflitti armati, dalla fame e dalla disperazione per trovare nuovi orizzonti di vita.

Convoca le grandi potenze per far sì che le armi nucleari vengano messe al bando e vengano fatti accordi per costruire la Pace.

Di fronte alle molteplici divisioni su questioni religiose, apre le proprie braccia per guidare un dialogo interreligioso che promuova l’unità nella diversità.

Di fronte a tanta disperazione si appella ai giovani perché diventino protagonisti delle proprie vite e della storia.

Di fronte allo sviluppo e alla creazione di piattaforme tecnologiche, Papa Francesco ci esorta a non scegliere un “internet dell’indifferenza” ma “un internet della solidarietà”. Ci esorta a rammentare che “siamo membra gli uni degli altri” (Lettera agli Efesini, 4,25) e ci ricorda che “Dio non è indifferente”, che a “Dio interessa l’umanità e non l’abbandona”. Ci invita a comprendere che la social network commuity non è sinonimo di comunità e ci spinge a evitare che “ciò che dovrebbe essere una finestra aperta al mondo (la comunità in rete) diventi una vetrina per esibire il proprio narcisismo”.

Francesco apre cammini guidati dalla forza del Vangelo e ricorda che durante il Concilio Vaticano II, Papa Giovanni XXIII diceva che la Chiesa doveva aprire le porte e le finestre per far entrare la luce e togliere la polvere accumulata nei secoli. È necessario ricordare queste parole per illuminare il presente.

Vincolati allo spirito del Concilio Vaticano II e al Patto delle Catacombe con i poveri, ci preoccupano le cospirazioni contro Papa Francesco di chi mantiene il silenzio complice per coprire le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani e dei popoli dentro e fuori alla Chiesa. Dimenticano che il Vangelo ci invita a seguire gli insegnamenti e la vita di Gesù per camminare e incontrare la grande famiglia umana e costruire la Pace. Ignorano il Pontefice che — in linea con il Concilio Vaticano II — ci invita a camminare insieme per comprendere i segni dei tempi in un’esperienza di Chiesa Sinodale per incontrarci attraverso la volontà di Dio.

Rivolgo un appello a tutti i popoli per sostenere nostro fratello Papa Francesco. Alziamo le nostre voci contro gli attacchi dei gruppi conservatori e reazionari che stanno portando avanti una battaglia contro di lui, anche grazie all’appoggio dei gruppi egemonici di comunicazione.

Mi appello alle comunità religiose, alle comunità ecclesiali di base, ai movimenti laici, alle organizzazioni sociali, sindacali, politiche e intellettuali e a tutte le e persone e gruppi che hanno senso umanitario per sostenere Papa Francesco nel suo impegno di proteggere il pianeta, creare un mondo più giusto e solidale e costruire la Pace.

 

l’autore

Adolfo Pérez Esquivel, 87 anni, nel 1980 ha vinto il premio Nobel per la pace per le sue denunce contro gli abusi della dittatura argentina

la sfida dell’ambiente nell’ultimo libro di papa Francesco

 

papa Francesco

rivedere i criteri della vita per salvare la vita sulla Terra

In uno scritto inedito, Francesco parla della necessità di chiedere e dare perdono, azioni possibili solo nello Spirito Santo, per superare l’attuale crisi ecologica. Il testo, di cui il Corriere della Sera ha pubblicato un estratto, è contenuto nel volume “Nostra Madre Terra. Una lettura cristiana della sfida dell’ambiente”, edito dalla Lev, che raccoglie i discorsi del Papa sulla cura del creato e uscirà il 24 ottobre in Italia e Francia con prefazione del Patriarca Bartolomeo

Proprio perché tutto è connesso (cfr. Laudato si’ 42; 56) nel bene, nell’amore, proprio per questo ogni mancanza di amore ha ripercussione su tutto. La crisi ecologica che stiamo vivendo è così anzitutto uno degli effetti di questo sguardo malato su di noi, sugli altri, sul mondo, sul tempo che scorre; uno sguardo malato che non ci fa percepire tutto come un dono offerto per scoprirci amati. È questo amore autentico, che a volte ci raggiunge in maniera inimmaginabile e inaspettata, che ci chiede di rivedere i nostri stili di vita, i nostri criteri di giudizio, i valori su cui fondiamo le nostre scelte. In effetti, è ormai noto che inquinamento, cambiamenti climatici, desertificazione, migrazioni ambientali, consumo insostenibile delle risorse del pianeta, acidificazione degli oceani, riduzione della biodiversità sono aspetti inseparabili dall’iniquità sociale: della crescente concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochissimi e delle cosiddette società del benessere, delle folli spese militari, della cultura dello scarto e di una mancata considerazione del mondo dal punto di vista delle periferie, della mancata tutela dei bambini e dei minori, degli anziani vulnerabili, dei bambini non ancora nati.

Non bastano soluzioni puramente ambientali

Uno dei grandi rischi del nostro tempo, allora, di fronte alla grave minaccia per la vita sul pianeta causata dalla crisi ecologica, è quello di non leggere questo fenomeno come l’aspetto di una crisi globale, ma di limitarci a cercare delle — pur necessarie e indispensabili — soluzioni puramente ambientali. Ora, una crisi globale domanda una visione e un approccio globale, che passa anzitutto per una rinascita spirituale nel senso più nobile del termine. Paradossalmente i cambiamenti climatici potrebbero diventare un’opportunità per farci le domande di fondo sul mistero dell’essere creato e su ciò per cui vale la pena vivere. Questo porterebbe a una profonda revisione dei nostri modelli culturali ed economici, per una crescita nella giustizia e nella condivisione, nella riscoperta del valore di ogni persona, nell’impegno perché chi oggi è ai margini possa essere incluso e chi verrà domani possa ancora godere della bellezza del nostro mondo, che è e rimarrà un dono offerto alla nostra libertà e alla nostra responsabilità.

Prendere coscienza di una cultura che si impone

La cultura dominante — quella che respiriamo attraverso le letture, gli incontri, lo svago, nei media, ecc. — è fondata sul possesso: di cose, di successo, di visibilità, di potere. Chi ha molto vale molto, è ammirato, considerato ed esercita una qualche forma di potere; mentre chi ha poco o nulla, rischia di perdere anche il proprio volto, perché scompare, diventa uno di quegli invisibili che popolano le nostre città, una di quelle persone di cui non ci accorgiamo o con cui cerchiamo di non venire a contatto. Certamente ciascuno di noi è anzitutto vittima di questa mentalità, perché veniamo in tanti modi bombardati da essa. Fin da bambini, cresciamo in un mondo dove un’ideologia mercantile diffusa, che è la vera ideologia e pratica della globalizzazione, stimola in noi un individualismo che diventa narcisismo, avidità, ambizioni elementari, negazione dell’altro… Pertanto, in questa nostra attuale situazione, un atteggiamento giusto e sapiente, anziché l’accusa o il giudizio, è anzitutto quello della presa di coscienza.

Strutture di peccato

Siamo coinvolti, infatti, in strutture di peccato (come le chiamava san Giovanni Paolo II) che producono il male, inquinano l’ambiente, feriscono e umiliano i poveri, favoriscono la logica del possesso e del potere, sfruttano in maniera esagerata le risorse naturali, costringono popolazioni intere a lasciare le loro terre, alimentano l’odio, la violenza e la guerra. Si tratta di un trend culturale e spirituale che opera una distorsione del nostro senso spirituale che viceversa — in virtù del nostro essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio — ci orienta naturalmente al bene, all’amore, al servizio nei confronti del prossimo.

Riscoprirsi persone appartenenti a una sola famiglia

Per questi motivi, la svolta non potrà venire semplicemente dal nostro impegno o da una rivoluzione tecnologica: senza trascurare tutto ciò, abbiamo bisogno di riscoprirci persone, cioè uomini e donne che riconoscono di essere incapaci di sapere chi sono senza gli altri, e che si sentono chiamati a considerare il mondo intorno a loro non come uno scopo in sé stesso, ma come un sacramento di comunione. In questo modo i problemi di oggi possono diventare delle autentiche opportunità affinché ci scopriamo davvero una sola famiglia, la famiglia umana.

Il perdono per superare la crisi ecologica

Mentre prendiamo consapevolezza che stiamo mancando l’obiettivo, che stiamo dando priorità a ciò che non è essenziale o addirittura a ciò che non è buono e fa male, può nascere in noi il pentimento e la richiesta di perdono. Sogno sinceramente una crescita nella consapevolezza e un pentimento sincero da parte di noi tutti, uomini e donne del XXI secolo, credenti e non, da parte delle nostre società, per esserci lasciati prendere da logiche che dividono, affamano, isolano e condannano. Sarebbe bello se diventassimo capaci di chiedere perdono ai poveri, agli esclusi; allora diventeremmo capaci di pentirci sinceramente anche del male fatto alla terra, al mare, all’aria, agli animali…

Chiedere e dare perdono sono azioni che sono possibili solo nello Spirito Santo, perché è Lui l’artefice della comunione che apre le chiusure degli individui; ed è necessario molto amore per mettere da parte il proprio orgoglio, per rendersi conto di aver sbagliato e per avere speranza che sono veramente possibili nuove strade. Il pentimento dunque per noi tutti, per la nostra èra, è una grazia da implorare umilmente al Signore Gesù Cristo, affinché nella storia questa nostra generazione possa essere ricordata non per i suoi errori, ma per l’umiltà e la saggezza di aver saputo invertire la rotta.

Ripartire dalle relazioni, non è sufficiente l’innovazione tecnologica

Quanto sto dicendo può forse apparire idealista e poco concreto, mentre appaiono più percorribili le strade che puntano a sviluppare delle innovazioni tecnologiche, alla riduzione del ricorso agli imballaggi, allo sviluppo dell’energia da fonti rinnovabili, ecc. Tutto questo è senza dubbio non solo doveroso, ma necessario. Eppure non è sufficiente. L’ecologia è ecologia dell’uomo e della creazione tutta intera, non solo di una parte. Come in una grave malattia non basta la sola medicina, ma occorre guardare al malato e capire le cause che hanno portato all’insorgere del male, così analogamente la crisi del nostro tempo va affrontata nelle sue radici. Il cammino proposto consiste allora nel ripensare il nostro futuro a partire dalle relazioni: gli uomini e le donne del nostro tempo hanno tanta sete di autenticità, di rivedere sinceramente i criteri della vita, di ripuntare su ciò che vale, ristrutturando l’esistenza e la cultura.

papa Francesco

 

i vescovi italiani chiamati da papa Francesco ad assumersi le loro responsabilità pastorali

 il tempo del Sinodo

di Alberto Melloni

Il caso 
Il tempo del Sinodo 
di Alberto Melloni
Pubblicato su “La Repubblica”
il 23 settembre 2019
dopo l’ età ‘ruiniana’ di deresponsabilizzazione dei vescovi, il convegno di Firenze del 2015 aveva aperto un cammino – interrotto però di nuovo: papa Francesco chiama i vescovi italiani ad assumersi le loro responsabilità pastorali
Il «probabile Sinodo della Chiesa italiana» – definito così dal Papa – è a uno snodo decisivo.
Il Consiglio di presidenza della Cei che si riunisce oggi dovrà decidere se avviare almeno un pensiero su questo tema e farlo «sparire» (cito il Papa), come ha fatto col discorso bergogliano del 2015 a Firenze: «Entrato nell’ alambicco delle distillazioni intellettuali» e «finito senza forza, come un ricordo».
Da maggio la Cei sa che non potrà rimettersi ai voleri del Papa.
Quando Francesco ha capito che i vescovi, per ossequio e malavoglia, lo potevano seguire ha reagito con una bacchettata severissima. Con un gelido comunicato il Papa ha fatto intendere che se si trattava di fare un Sinodo per conformismo, lui – primate d’ Italia – preferiva “frenare”.
E da una settimana sanno che il tema non è cancellato dalla loro agenda.
Giovedì scorso La Civiltà Cattolica (le cui bozze si leggono in Segreteria di Stato) è tornata sul Sinodo con un saggio di padre Bartolomeo Sorge.
L’ anziano gesuita ha evocato il primo convegno della Chiesa italiana su “Evangelizzazione e promozione umana”, che nel 1976 fu molto partecipato e vivo: però, proprio perché fatto al posto di un Sinodo, risultò incapace di impedire una lacerante politicizzazione della fede; e ha scritto che, dopo l’ età ruiniana di deresponsabilizzazione dei vescovi, il convegno di Firenze del 2015 aveva aperto un cammino – interrotto però di nuovo.
Cammino – chioso io – che se non diventerà sinodale, non saprà resistere alla divisione della Chiesa che è l’ obiettivo delle destre palesi e occulte; con ricadute che non riguardano il “voto cattolico”, ma la democrazia.
Non si tratta infatti di decidere se chiamare Sinodo un convegno, se metterci “più laici e più donne” per decorare il nulla. Si tratta del modo di dire la fede delle chiese locali e della responsabilità “pastorale” (nel senso di Papa Giovanni) dei vescovi.
I quali vescovi da anni si accontentano di rinviare la questione Sinodo come fosse un pallino gesuita o la leva per migliorare gli incassi politici alla prossima crisi o riscrivere liste di valori su cui riaggregare le destre confuse o cantare in coro la lisa canzone del “bene comune”.
Senza un atto di responsabilità sulla “sinodalità dall’ alto e dal basso” i vescovi perderanno autorevolezza: e di vescovi autorevoli hanno bisogno la Chiesa e il Paese. Lo si è capito quando mezz’ Italia ha visto che Giuseppe Conte era stato più severo dei vescovi davanti all’ abuso blasfemo delle devozioni cattoliche più dolci.
O quando Andrea Orlando, annunciando la sua scelta di lavorare nel partito, li ha surclassati nell’ indicare nella società il luogo in cui stare, per una lotta al cancro dell’ odio e della paura che deve ancora iniziare.
Il “probabile Sinodo per la Chiesa italiana” ne è parte perché è lo snodo liturgico in cui il rinnovamento interiore della Chiesa cattolica nella fedeltà al Vangelo può annaffiare le tante radici della democrazia italiana. E Dio sa se non son secche

i tanti oppositori a papa Francesco perchè dà fastidio

Francesco

un papa che dà fastidio

di: Victor Codina

[…] Attualmente vi è un forte gruppo che si oppone alla Chiesa di Francesco. Laici, teologi, vescovi e cardinali, che vorrebbero le dimissioni del papa o quantomeno che egli scompaia presto dalla scena della Chiesa in attesa di un nuovo Conclave a cui spetterebbe il compito di cambiare l’attuale corso della Chiesa.

Non voglio fare un’indagine storico-sociologica in questa sede, né condurre un programma televisivo stile western contrapponendo i buoni ai cattivi. Quindi preferisco non nominare gli oppositori che stanno spennando vivo Francesco. Piuttosto, vorrei discutere lo sfondo teologico di questa opposizione sistematica a Francesco, per comprendere in fin dei conti di cosa ne va con questa controversia.

Le critiche mosse a Francesco hanno due dimensioni: una teologica e l’altra più di carattere socio-politico; sebbene, come vedremo in seguito, queste due linee spesso convergono tra di loro.

La critica teologica

La critica teologica prende le mosse dalla convinzione che Francesco non sia un teologo, ma viene dal sud globale, dalla fine del mondo. Questa mancanza di professionalità teologica, in forte contrasto con l’acume di Giovanni Paolo II e ovviamente di Benedetto XVI, sarebbe la spiegazione di quelli che i suoi oppositori considerano essere le imprecisioni o addirittura gli errori dottrinali di Francesco.

Secondo questa visione, la mancanza di competenza teologica di Francesco spiegherebbe la pericolosa posizione sulla misericordia di Dio nella sua bolla Misericordiae Vultus del 2015, la sua tendenza filo-comunista a supportare il popolo e i movimenti popolari, e la sua nozione di pietà popolare come luogo teologico nella sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium del 2013.

La sua inadeguatezza in ambito della teologia morale si rende manifesta nel suo aprire le porte di accesso ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, in alcuni casi (dopo un discernimento personale ed ecclesiale), a cattolici separati e risposati – secondo l’esortazione post-sinodale Amoris Laetita del 2016.

La sua enciclica Laudato Si’, sempre del 2016, «sulla cura della nostra casa comune», palesa una mancanza di competenza scientifica ed ecologica. E la sua enfasi eccessiva sulla misericordia divina in Misericordiae Vultus è scandalosa poiché diminuisce la grazia e la croce di Gesù.

Davanti a queste accuse vorrei ricordare l’affermazione classica di s. Tommaso che distingue tra la sede magisteriale, propria dei teologi e dei professori universitari, e la sede pastorale assegnata ai vescovi e pastori della Chiesa. Il cardinal J. H. Newman riprese questa tradizione, affermando che sebbene talvolta ci possano essere tensioni fra queste due sedi, alla fine vi è convergenza fra di loro.

Questa distinzione si applica a Francesco. Sebbene egli abbia studiato e insegnato teologia pastorale presso il San Miguel di Buenos Aires come Jorge Mario Bergoglio, ora le sue parole appartengono alla sede pastorale del vescovo di Roma.

Non aspira a ricoprire il compito che gli è stato assegnato come teologo, ma come pastore. Come si è detto con un certo umorismo di lui, bisogna passare dal Bergoglio della storia al Francesco della fede. Quello che veramente infastidisce i suoi detrattori è che la sua teologia deriva dalla vita reale: dalla realtà dell’ingiustizia, povertà e distruzione della natura; e dalla realtà del clericalismo ecclesiale.

Va bene se abbraccia bambini e persone malate; ma diventa del tutto insopportabile se va a Lampedusa, se si aggira tra i rifugiati e migranti in campi profughi come quello di Lesbo. Dà fastidio alla gente quando dice che non dovremmo costruire muri contro i rifugiati, ma ponti di dialogo e ospitalità. Dà fastidio quando, seguendo i passi di Giovanni XXIII, dice che la Chiesa deve essere povera ed esistere per i poveri; che i pastori devono puzzare come le pecore; che la Chiesa si deve smuovere e uscire da se stessa per raggiungere le periferie del mondo; e dà molto fastidio quando dice che i poveri sono un luogo teologico, una fonte della rivelazione.

Dà fastidio quando afferma che il clericalismo è la lebbra della Chiesa, e quando enumera le quattordici tentazioni della Curia vaticana – che vanno dalla pretesa di essere indispensabili e necessari alla brama di ricchezza, fino a vivere doppie vite e soffrire di un Alzheimer spirituale.

E aumenta l’irritazione quando aggiunge che queste sono anche le tentazioni delle diocesi, delle parrocchie e delle comunità religiose. Dà fastidio sentire che la Chiesa dovrebbe essere concepita come una piramide inversa, con i laici al di sopra e il papa e i vescovi di sotto; come disturba sentirlo dire che la Chiesa è un poliedro e sinodale. Questo significa che noi tutti dobbiamo percorrere lo stesso sentiero insieme, che dobbiamo ascoltarci gli uni gli altri e dialogare tra di noi […].

Irrita i gruppi conservatori il fatto che Francesco abbia ringraziato Gusatvo Gutiérrez, Leonardo Boff, jon Sobrino e José María Castillo per il loro contributo teologico, annullando la sospensione a divinis di Miguel d’Escoto e di padre Ernesto Cardenal. Si sono infuriati quando Hans Küng gli ha scritto riaffermando la necessità di ripensare l’infallibilità e Francesco gli ha risposto chiamandolo «caro confratello», e dicendo che avrebbe preso in considerazione le osservazioni di Küng ed era disponibile ad aprire un dialogo sull’infallibilità.

E molti sono disturbati dal fatto che Francesco abbia canonizzato s. Óscar Romero, vescovo salvadoriano martire, bollato da molti come comunista e utile marionetta nelle mani della sinistra – dopo che la sua causa era rimasta bloccata per anni.

Dà fastidio che Francesco dica «chi sono io per giudicare?». Dà fastidio quando afferma che la Chiesa è femminile e che se le donne non vengono ascoltate la Chiesa diventa più povera e faziosa. […]

Ovviamente, il problema non è che Francesco non sia un teologo, ma piuttosto che la sua teologia sia pastorale. Francesco muove dal dogma al kerygma, dai principi teorici al discernimento e alla mistagogia pastorale. E la sua teologia non è colonialista, ma proviene dal sud globale del mondo per dare fastidio al nord.

Critiche socio-politiche

Scendendo in un confronto critico con coloro che accusano Francesco di essere un terzo-mondialista e un comunista, dobbiamo affermare che il suo messaggio è in perfetta continuità con la tradizione profetico-biblica e con la dottrina sociale della Chiesa.

Quello che disturba è la sua veggenza profetica: Francesco dice no a un’economia dell’esclusione e dell’ineguaglianza;  no a un’economia che uccide e fa vittime; no a un’economia senza volto umano; no a un sistema sociale ed economico ingiusto che ci imprigiona in strutture sociali ingiuste; no alla globalizzazione dell’indifferenza; no all’idolatria del denaro; no al denaro che governa piuttosto che servire; no all’ineguaglianza che produce violenza; no a chiunque tenti di nascondersi dietro Dio per giustificare la violenza; no all’insensibilità sociale che ci anestetizza davanti alla sofferenza degli altri; no alle armi e all’industria militare; no al traffico umano; no a ogni forma di morte che sia provocata.

Francesco non fa altro che realizzare il comandamento «non uccidere», difendendo il valore della vita umana dall’inizio alla fine, e ripropone oggi la domanda di Dio a Caino «dov’è tuo fratello?».

Di Francesco disturba anche la sua critica al paradigma antropocentrico e tecnocratico, che distrugge la natura, inquina l’ambiente, erode la biodiversità ed esclude i poveri e le popolazioni indigene da una vita umana degna di sé. Le multinazionali non apprezzano quando egli critica le imprese di disboscamento, estrazione petrolifera, idroelettriche, minerarie, che distruggono l’ambiente, danneggiano le popolazioni indigene di quelle terre e minacciano il futuro della nostra casa comune. Irritante è anche la sua critica ai leader politici incapaci di prendere decisioni coraggiose.

L’annuncio dell’imminente sinodo per l’Amazzonia (ottobre 2019), che amplificherà il bisogno di proteggere l’ambiente e di salvare le popolazioni indigene delle aree amazzoniche dal genocidio, ha già cominciato a essere molto scomodo. Alcuni alti prelati della Chiesa hanno detto che l’instrumentum laboris è eretico e panteista, negando fra l’altro la necessità della salvezza in Cristo.

Altri commentatori si sono focalizzati esclusivamente sulla proposta di ordinare uomini indigeni sposati per celebrare l’eucaristia nelle parti più remote dell’Amazzonia, ma non hanno detto assolutamente nulla sulla denuncia profetica che questo documento preparatorio fa contro la distruzione causata dalle estrazioni portata avanti in Amazzonia. Come nulla hanno detto sulla questione della povertà e dell’esclusione delle popolazioni indigene, che sicuramente non sono state mai minacciate in un maniera tale come ora.

Edificare la Chiesa

Indubitabilmente, vi sono delle convergenze fra le critiche teologiche e quelle socio-politiche, con gruppi ecclesiali reazionari pattiziamente allineati con potenti gruppi politici ed economici, specialmente nel nord del mondo.

L’opposizione a Francesco è un’opposizione al Vaticano II, e alla riforma evangelica della Chiesa voluta da Giovanni XXIII […].

Francesco ha ancora molto da fare per arrivare a una riforma evangelica della Chiesa. Non sappiamo quale sarà la sua traiettoria futura, né sappiamo cosa accadrà al prossimo Conclave.

I papi vanno e vengono, ma il Signore Gesù è sempre presente e anima la Chiesa fino alla fine dei tempi. È lo stesso Gesù che era visto come un mangione e beone, amico dei peccatori e delle puttane, dei posseduti dai demoni, dei pazzi – quel Gesù eversivo e blasfemo. Noi crediamo che lo Spirito del Signore, che discese sulla Chiesa nascente nel giorno di Pentecoste, non abbandonerà mai la Chiesa e, alla lunga distanza, non permetterà il trionfo del peccato sulla santità.

Nel frattempo, come Francesco chiede sempre, da quando è apparso per la prima volta sul balcone di San Pietro come vescovo di Roma a oggi, preghiamo il Signore per lui. Preghiamo che non perda la speranza e che possa rafforzare la fede dei suoi fratelli e sorelle. E se non possiamo pregare, o siamo non credenti, mandiamoli comunque i nostri migliori pensieri, auspici ed energia – come dice Francesco «me mande buena onda».

estratto dalla traduzione dall’inglese dell’articolo Why do some Catholics oppose Pope Francis?, pubblicato il 13 settembre sulla piattaforma online rivista dei gesuiti statunitensi America.

gli scarti umani segno di disumanizzazione di una società

gli ‘scartati’

la denuncia di papa Francesco

da Altranarrazione’

Il capitalismo genera esclusione e povertà concentrando la ricchezza nelle mani di pochi

introduzione:

La reificazione (vedi Marx e G. Lukacs) è una delle conseguenze più inquietanti del modo di produzione capitalistico. Non solo si determina lo spostamento di valore dalle persone alle cose ma i singoli stessi si valutano secondo parametri di utilità funzionale o produttiva.  Chi è in esubero secondo le esigenze del capitale, chi non può produrre o semplicemente non raggiunge risultati quantificabili in termini economici non serve e quindi può essere scartato. Questa visione antropologica, ad altissima capacità di propagazione, riduce e uccide. Fa leva sugli istinti peggiori quelli cioè che sembrano realizzare l’uomo ed invece lo deformano. Riuscire a far parte di un sistema lasciando morti e feriti dietro il proprio passaggio appaga solo il delirio di onnipotenza ed innesca un inarrestabile processo di svuotamento dei contenuti essenziali.

testo di papa Francesco:

…è inaccettabile, perché disumano, un sistema economico mondiale che scarta uomini, donne e bambini, per il fatto che questi sembrano non essere più utili secondo i criteri di redditività delle aziende o di altre organizzazioni. Proprio questo scarto delle persone costituisce il regresso e la disumanizzazione di qualsiasi sistema politico ed economico: coloro che causano o permettono lo scarto degli altri – rifugiati, bambini abusati o schiavizzati, poveri che muoiono per la strada quando fa freddo – diventano essi stessi come macchine senza anima, accettando implicitamente il principio che anche loro, prima o poi, verranno scartati – è un boomerang questo! Ma è la verità: prima o poi loro verranno scartati – quando non saranno più utili ad una società che ha messo al centro il dio denaro”.

(dal Discorso di Papa Francesco alla Delegazione della “Global Foundation“, 14/01/2017)

solidarietà a papa Francesco con le parole di Pax Christi

“anche noi eretici come te”

di: Pax Christi Verona, Centro Studi di Pax Christi Italia

Caro papa Francesco,

lo sai bene visto che ci chiedi sempre di pregare per te. C’è chi vuole screditarti. Chi vuole zittirti. Chi vuole eliminarti. Chi ti vuole morto. Il problema non è criticarti, visto che chiedi un linguaggio libero, anche a te contrario.

 Una bella eresia.  Il problema non è la critica ma lo scatenarsi di una nuova inquisizione incalzante e cattiva. E’ l’attacco ossessivo. La polemica compulsiva. La condanna predeterminata.  Gli ecclesiastici ora ipercritici (un tempo ossequienti ad ogni parola del papa) vogliono insegnarti la vera dottrina. Nel 2017 alcuni preti e studiosi ti hanno accusato di 7 eresie. Il 30 aprile scorso altri ecclesiastici hanno proposto di processarti per il “delitto canonico di eresia”. Da tempo alcuni prelati “dubitanti” hanno preparato il terreno. Ce l’hanno con quello che dici e che fai. Con i viaggi, gli incontri, i gesti. Ce l’hanno con Amoris laetitia o con Evangelii gaudium, Misericordiae vultus, Laudato si’ e con altri interventi che contengono indicazioni di sconvolgente e scomoda attuazione. Per noi di grande bellezza, perché profumano di Vangelo. Tu testimoni con gesti concreti la presenza di Dio padre dall’infinito amore, di Gesù Cristo morto e risorto, dello Spirito Santo che vola fuori da ogni gabbia. Se questa è eresia, noi siamo con te. Vogliamo farne parte.

Un movimento anticonciliare. Il vero bersaglio dei nuovi inquisitori è il concilio Vaticano II. Sembrano cristiani senza Cristo. A disagio davanti alla carne e al sangue di Gesù Cristo (presente dentro e oltre ogni cultura). Ritengono pericoloso il dialogo ecumenico e interreligioso. Li hai definiti «testardi che vogliono addomesticare lo Spirito, stolti e lenti di cuore» oppure «restaurazionisti ideologici». Vorrebbero esaltare la tradizione senza coglierne il valore dinamico (Dei Verbum 8, Gaudium et spes 44). Rifiutano una visione alta di tradizione: quella evangelica e apostolica, quella dei santi e dei martiri che hai ricordato nella Gaudete et exultate.

Una triste compagnia. Quelli che ti attaccano non saranno tantissimi ma sono aggressivi e organizzati. Il loro assalto è avvolgente. Proviene da fronti diversi: quello tradizionalista ecclesiastico; quello nazionalista etno-religioso; quello reazionario di matrice neofascista; quello progressista o iperliberista legato alla religione della prosperità e alla cultura dello scarto. Alcuni si sentono “disorientati” forse perché preferiscono strutture imbalsamate, magari rosari sventolati sulla folla o crocifissi branditi come armi politiche. Altri sono nostalgici della cristianità basata sull’alleanza tra trono e altare. Ci sono anche i distratti, i tiepidi, i muti, i grigi o i furbi. Ci sono senz’altro quelli che hai chiamato pianificatori del terrore, organizzatori dello scontro, affaristi della guerra, mercanti di armi e di morte, imprenditori della paura, promotori dello scarto, poteri della finanza speculativa, povera gente criminale. Ci sono i siti e le agenzie d’assalto (maestre in fake news). Ci sono i negazionisti climatici e i primatisti bianchi. Stanno anche trasformando un’abbazia laziale in scuola per sovranisti guerrieri.

Papa coraggio.  Fin dai primi mesi sei stato accusato di essere populista, pauperista, comunista, demagogo, musulmano, relativista, quindi pericoloso, traditore, incolto, abusivo. Negli Stati Uniti qualcuno ti ha definito «l’uomo più pericoloso per il mondo». Osi parlare di un sistema economico che scarta e uccide. Parli di pace, di giustizia e di cura del creato. Inviti al dialogo e all’incontro, alla misericordia e alla tenerezza. Insisti sulla riforma della Chiesa “in uscita”, sulla Chiesa povera e dei poveri, sulla Chiesa inquieta e gioiosa, aperta ai giovani. Nel dicembre 2014 hai elencato 15 grandi patologie curiali (tra esse il clericalismo, il carrierismo, la vanagloria, il denaro, l’arroganza, la tristezza). Hai poi affrontato con coraggio il tema degli “abusi di coscienza, di potere e sessuali”. Ci sembrano ipocriti coloro che, forse per coprire le loro complicità, ti accusano di essere debole proprio dove stai introducendo una forte innovazione dando sostegno alle vittime.

Periferie e frontiere. In Italia hai visitato le tombe di Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Tonino Bello, Zeno Saltini, Pino Puglisi e altri, indicandoli come «preti non clericali», «luminosi e scomodi», «dono e profezia» da accogliere e imitare. Solo un papa giunto dalla periferia della terra poteva comprendere la bontà delle periferie di casa nostra. Te ne siamo grati.

 Amici e corresponsabili. Ricordiamo tutto questo per amore di verità e impulso di vicinanza anche se quanto ti sta capitando non ci sorprende, considerando cosa è accaduto a Gesù e alla Chiesa primitiva o contemplando le beatitudini dei poveri, dei miti, dei perseguitati, dei misericordiosi, degli affamati di giustizia e di pace.

Vogliamo semplicemente dirti che siamo con te (anche in caso di opinioni diverse su alcune questioni). Che vogliamo aiutarti con la preghiera, la parola e l’azione. Che intendiamo accompagnarti. Che ci sentiamo corresponsabili della stagione ecclesiale che stiamo vivendo. Speriamo e preghiamo che non ti capiti qualcosa di male. Sei per noi una meraviglia coinvolgente. Testimone credibile del Signore. Profeta di nuova umanità. Ci fai respirare aria fresca. In noi non c’è alcuna mitizzazione. C’è una profonda spirituale amicizia. C’è il nostro affetto. C’è il desiderio di un impegno conviviale. C’è la realistica consapevolezza di un mondo violento bisognoso di ospedali da campo, di buone relazioni, di radicali riforme e di quotidiana profezia.

Con tutti i nostri limiti (e assieme a tanti altri) intendiamo sviluppare con te

  • il tema del dialogo interreligioso, alla luce del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019
  • il tema della pace nonviolenta, nel contesto del movimento per il disarmo, con ipotesi di intervento educativo nei luoghi di formazione, negli itinerari catechistici, nelle scuole
  • il tema della riforma della Chiesa proposto dalla Evangelii gaudium e dalla Lettera al popolo di Dio mettendo a fuoco il contributo decisivo delle donne
  • il tema della cura del creato rilanciando con i giovani in lotta la tua splendida Laudato si’.

Un grande abbraccio, un’intensa preghiera, un augurio di buon cammino (comune).

15 maggio 2019

un vescovo, quello di Lucca, esempio di chiesa viva – lo dice papa Francesco

papa Francesco:

“Il vescovo di Lucca? Un modello”

papa Francesco, in un’intervista tv, definisce monsignor Giulietti esempio di Chiesa viva

 

Monsignor Paolo Giulietti
monsignor Paolo Giulietti

 «…Ci sono persone più popolari di me nella Chiesa e pastori popolari molto amati dal popolo. E io l’ho visto nella mia patria e altrove. Anche qui in Italia. L’esempio è il nuovo vescovo di Lucca, Giulietti».

“un pastore che non viene in una limousine già tutto ben vestito”

A pronunciare queste parole non è un qualsiasi presule di Santa Romana Chiesa che ammetta i propri limiti di fronte alla comunicativa, all’energia, alla capacità di instaurare un dialogo diretto con la gente come ha fatto il nuovo arcivescovo di Lucca.
No. A pronunciare queste parole è nientemeno che Papa Francesco. Che nel corso di una lunga intervista in lingua spagnola a Valentina Alazraki, per l’emittente messicana Televisa, si è richiamato direttamente all’ingresso nella diocesi di Lucca di monsignor Paolo Giulietti, avvenuto lo scorso 12 maggio, descrivendolo nei dettagli ai telespettatori.

Il Papa ha ricordato che Giulietti aveva promesso:

«Entrerò camminando nella mia diocesi, camminando».

Poi il Papa commenta:

«Un po’ di semi-sport, chiaro, la gente ha visto: “questo nuovo pastore non viene in una limousine già tutto ben vestito. E il popolo gli si è andato raccogliendo attorno e c’erano 2300 giovani con lui. Arrivato alla cattedrale, prima di entrare, si mette la sottana, si veste da vescovo e entra con il suo popolo. È fantastico!».

La domanda della intervistatrice a Francesco riguardava la crisi di contenuti della Chiesa, in contrasto con la popolarità di cui gode il Papa. Il quale, riferendosi all’ingresso a Lucca di Giulietti osserva: «Questa non è una Chiesa in crisi, è una Chiesa in crescita! Ed è solo l’ultimo esempio che è uscito sui giornali. E ce ne sono tanti». A questo punto il Papa paragona la “Chiesa viva” che si rintraccia fuori, al modello vaticano. «La Città del Vaticano come forma di governo, la Curia, quello che è, è l’ultima corte europea di una monarchia assoluta. L’ultima. Le altre sono ormai monarchie costituzionali. La corte si diluisce. Qui ci sono ancora strutture di corte, che sono ciò che deve cadere».

Una chiesa immobile e modellata come corte cui si contrappone la Chiesa di popolo di cui è rappresentante Giulietti con il suo ingresso nella comunità di Lucca. Ecco il pensiero di Francesco. Per tutta la comunità lucchese, non soltanto quella credente e religiosa, uno stimolo senza precedenti. Vedremo come verrà raccolto

 

P. Ceccarelli

il mea culpa di papa Francesco per le discriminazioni ai rom

le scuse di papa Francesco ai Rom

“troppe volte anche i cristiani vi hanno discriminato”

Le scuse di papa Francesco ai Rom: "Troppe volte anche i cristiani vi hanno discriminato"

In Transilvania il pontefice incontra una rappresentanza di una delle comunità maggiormente colpite dal veleno della discriminazione

” Chiedo perdono in nome della Chiesa per quando vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele”

Le parole del Papa arrivano diciannove anni dopo il grande “mea culpa” di Giovanni Paolo II che, in occasione del Giubileo del 2000, chiese scusa per le guerre di religione, gli scismi, le persecuzioni contro gli ebrei, il sostegno al colonialismo, la discriminazione etnica e sessuale, la quiescenza contro le ingiustizie sociali. Karol Wojtyla, nella Giornata del perdono, fece un lungo elenco dei peccati commessi dai figli della Chiesa e un rappresentante della curia romana pregò per il pentimento dei cristiani che “si sono macchiati di inimicizia verso gli aderenti ad altre religioni e verso gruppi sociali più deboli, come quelli degli immigrati e degli zingari”. Wojtyla chiese perdono certo, ma quello di Francesco oggi, nel Paese dove l’etnia Rom è minoranza importante, è un passo ulteriore.

“Nella Chiesa di Cristo c’è posto per tutti”, dice il Papa. E “abbiamo bisogno di ricordarlo non come un bello slogan ma come parte della carta d’identità del nostro essere cristiani”. Tuttavia esistono anche sentimenti contrapposti. È quando nell’indifferenza si alimentano “pregiudizi e si fomentano rancori”.

“Quante volte – continua il Papa – giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze! Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina. Non siamo fino in fondo cristiani, e nemmeno umani, se non sappiamo vedere la persona prima delle sue azioni, prima dei nostri giudizi e pregiudizi”.

Francesco si è messo dalla parte dei Rom più volte. Lo scorso 9 maggio ha ricevuto una comunità in Vaticano e, lo stesso giorno in San Giovanni in Laterano, la famiglia Rom finita tra le polemiche e minacce per via dell’assegnazione di un appartamento a Casal Bruciato. Contro il primo incontro disse la sua anche il vicepremier Matteo Salvini in un comizio a Montegranaro, nelle Marche: “Oggi ho letto che il Papa ha incontrato 500 Rom, è libero di farlo, ognuno incontra chi vuole. Il mio obiettivo è la chiusura di tutti i campi Rom”

storico mea culpa di papa Francesco nei confronti dei rom

papa Francesco ha pronunciato uno storico mea culpa rivolto alla comunità Rom

“nel cuore porto però un peso. E’ il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità”,

ha detto il pontefice

“Chiedo perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele, e non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità”

È lo storico mea culpa di Papa Francesco che a Blaj, nel quartiere di Barbu Lautaru, ha rivolto alla comunità Rom che qui vi risiede.

“Nel cuore porto però un peso. E’ il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità”. Papa Francesco si rivolge così alla comunità Rom di Blaj incontrata nel quartiere di Barbu Lautaru.

“La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male”, ha sottolineato il Pontefice che ha pronunciato un mea culpa, chiedendo perdono “in nome della Chiesa al Signore e a voi”.

“A Caino non importa il fratello. È nell’indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori”, ha continuato Papa Francesco. “Quante volte giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze!”. “Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina”.

il Messaggio del Papa per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2019

papa Francesco sui migranti

il motto dei veri cristiani è

«prima gli ultimi»


Il Messaggio di papa Francesco per la ‘giornata mondiale del migrante e del rifugiato’ del 2019, che si celebrerà il prossimo 29 settembre, sul tema
“Non si tratta solo di migranti”

Foro Osservatore Romano

 il testo del Messaggio del Papa per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2019, che si celebrerà in prossimo 29 settembre

Cari fratelli e sorelle,

la fede ci assicura che il Regno di Dio è già presente sulla terra in modo misterioso (cfr CONC. ECUM. VAT. II, Cost. Gaudium et spes, 39); tuttavia, anche ai nostri giorni, dobbiamo con dolore constatare che esso incontra ostacoli e forze contrarie. Conflitti violenti e vere e proprie guerre non cessano di lacerare l’umanità; ingiustizie e discriminazioni si susseguono; si stenta a superare gli squilibri economici e sociali, su scala locale o globale. E a fare le spese di tutto questo sono soprattutto i più poveri e svantaggiati.

Le società economicamente più avanzate sviluppano al proprio interno la tendenza a un accentuato individualismo che, unito alla mentalità utilitaristica e moltiplicato dalla rete mediatica, produce la “globalizzazione dell’indifferenza”. In questo scenario, i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta sono diventati emblema dell’esclusione perché, oltre ai disagi che la loro condizione di per sé comporta, sono spesso caricati di un giudizio negativo che li considera come causa dei mali sociali. L’atteggiamento nei loro confronti rappresenta un campanello di allarme che avvisa del declino morale a cui si va incontro se si continua a concedere terreno alla cultura dello scarto. Infatti, su questa via, ogni soggetto che non rientra nei canoni del benessere fisico, psichico e sociale diventa a rischio di emarginazione e di esclusione.

Per questo, la presenza dei migranti e dei rifugiati – come, in generale, delle persone vulnerabili – rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità. Ecco perché “non si tratta solo di migranti”, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; prendendoci cura di loro, cresciamo tutti; ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista.

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27). Non si tratta solo di migranti: si tratta anche delle nostre paure. Le cattiverie e le brutture del nostro tempo accrescono «il nostro timore verso gli “altri”, gli sconosciuti, gli emarginati, i forestieri […]. E questo si nota particolarmente oggi, di fronte all’arrivo di migranti e rifugiati che bussano alla nostra porta in cerca di protezione, di sicurezza e di un futuro migliore. È vero, il timore è legittimo, anche perché manca la preparazione a questo incontro» (Omelia, Sacrofano, 15 febbraio 2019). Il problema non è il fatto di avere dubbi e timori. Il problema è quando questi condizionano il nostro modo di pensare e di agire al punto da renderci intolleranti, chiusi, forse anche – senza accorgercene – razzisti. E così la paura ci priva del desiderio e della capacità di incontrare l’altro, la persona diversa da me; mi priva di un’occasione di incontro col Signore (cfr Omelia nella Messa per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 14 gennaio 2018).

«Se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?» (Mt 5,46). Non si tratta solo di migranti: si tratta della carità. Attraverso le opere di carità dimostriamo la nostra fede (cfr Gc 2,18). E la carità più alta è quella che si esercita verso chi non è in grado di ricambiare e forse nemmeno di ringraziare. «Ciò che è in gioco è il volto che vogliamo darci come società e il valore di ogni vita. […] Il progresso dei nostri popoli […] dipende soprattutto dalla capacità di lasciarsi smuovere e commuovere da chi bussa alla porta e col suo sguardo scredita ed esautora tutti i falsi idoli che ipotecano e schiavizzano la vita; idoli che promettono una felicità illusoria ed effimera, costruita al margine della realtà e della sofferenza degli altri» (Discorso presso la Caritas Diocesana di Rabat, 30 marzo 2019).

«Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione» (Lc 10,33). Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità. Ciò che spinge quel Samaritano – uno straniero rispetto ai giudei – a fermarsi è la compassione, un sentimento che non si spiega solo a livello razionale. La compassione tocca le corde più sensibili della nostra umanità, provocando un’impellente spinta a “farsi prossimo” di chi vediamo in difficoltà. Come Gesù stesso ci insegna (cfr Mt 9,35-36; 14,13-14; 15,32-37), avere compassione significa riconoscere la sofferenza dell’altro e passare subito all’azione per lenire, curare e salvare. Avere compassione significa dare spazio alla tenerezza, che invece la società odierna tante volte ci chiede di reprimere. «Aprirsi agli altri non impoverisce, ma arricchisce, perché aiuta ad essere più umani: a riconoscersi parte attiva di un insieme più grande e a interpretare la vita come un dono per gli altri; a vedere come traguardo non i propri interessi, ma il bene dell’umanità» (Discorso nella Moschea “Heydar Aliyev”di Baku, Azerbaijan, 2 ottobre 2016).

«Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10). Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessuno. Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili, ai quali si impedisce di sedersi a tavola e si lasciano le “briciole” del banchetto (cfr Lc 16,19-21). «La Chiesa “in uscita” […] sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 24). Lo sviluppo esclusivista rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Lo sviluppo vero è quello che si propone di includere tutti gli uomini e le donne del mondo, promuovendo la loro crescita integrale, e si preoccupa anche delle generazioni future.

«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,43-44). Non si tratta solo di migranti: si tratta di mettere gli ultimi al primo posto. Gesù Cristo ci chiede di non cedere alla logica del mondo, che giustifica la prevaricazione sugli altri per il mio tornaconto personale o quello del mio gruppo: prima io e poi gli altri! Invece il vero motto del cristiano è “prima gli ultimi!”. «Uno spirito individualista è terreno fertile per il maturare di quel senso di indifferenza verso il prossimo, che porta a trattarlo come mero oggetto di compravendita, che spinge a disinteressarsi dell’umanità degli altri e finisce per rendere le persone pavide e ciniche. Non sono forse questi i sentimenti che spesso abbiamo di fronte ai poveri, agli emarginati, agli ultimi della società? E quanti ultimi abbiamo nelle nostre società! Tra questi, penso soprattutto ai migranti, con il loro carico di difficoltà e sofferenze, che affrontano ogni giorno nella ricerca, talvolta disperata, di un luogo ove vivere in pace e con dignità» (Discorso al Corpo Diplomatico, 11 gennaio 2016). Nella logica del Vangelo gli ultimi vengono prima, e noi dobbiamo metterci a loro servizio.

«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Non si tratta solo di migranti: si tratta di tutta la persona, di tutte le persone. In questa affermazione di Gesù troviamo il cuore della sua missione: far sì che tutti ricevano il dono della vita in pienezza, secondo la volontà del Padre. In ogni attività politica, in ogni programma, in ogni azione pastorale dobbiamo sempre mettere al centro la persona, nelle sue molteplici dimensioni, compresa quella spirituale. E questo vale per tutte le persone, alle quali va riconosciuta la fondamentale uguaglianza. Pertanto, «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (S. PAOLO VI, Enc. Populorum progressio, 14).

«Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). Non si tratta solo di migranti: si tratta di costruire la città di Dio e dell’uomo. In questa nostra epoca, chiamata anche l’era delle migrazioni, sono molte le persone innocenti che cadono vittime del “grande inganno” dello sviluppo tecnologico e consumistico senza limiti (cfr Enc. Laudato si’, 34). E così si mettono in viaggio verso un “paradiso” che inesorabilmente tradisce le loro aspettative. La loro presenza, a volte scomoda, contribuisce a sfatare i miti di un progresso riservato a pochi, ma costruito sullo sfruttamento di molti. «Si tratta, allora, di vedere noi per primi e di aiutare gli altri a vedere nel migrante e nel rifugiato non solo un problema da affrontare, ma un fratello e una sorella da accogliere, rispettare e amare, un’occasione che la Provvidenza ci offre per contribuire alla costruzione di una società più giusta, una democrazia più compiuta, un Paese più solidale, un mondo più fraterno e una comunità cristiana più aperta, secondo il Vangelo» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

Cari fratelli e sorelle, la risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma questi verbi non valgono solo per i migranti e i rifugiati. Essi esprimono la missione della Chiesa verso tutti gli abitanti delle periferie esistenziali, che devono essere accolti, protetti, promossi e integrati. Se mettiamo in pratica questi verbi, contribuiamo a costruire la città di Dio e dell’uomo, promuoviamo lo sviluppo umano integrale di tutte le persone e aiutiamo anche la comunità mondiale ad avvicinarsi agli obiettivi di sviluppo sostenibile che si è data e che, altrimenti, saranno difficilmente raggiunti.

Dunque, non è in gioco solo la causa dei migranti, non è solo di loro che si tratta, ma di tutti noi, del presente e del futuro della famiglia umana. I migranti, e specialmente quelli più vulnerabili, ci aiutano a leggere i “segni dei tempi”. Attraverso di loro il Signore ci chiama a una conversione, a liberarci dagli esclusivismi, dall’indifferenza e dalla cultura dello scarto. Attraverso di loro il Signore ci invita a riappropriarci della nostra vita cristiana nella sua interezza e a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione, alla costruzione di un mondo sempre più rispondente al progetto di Dio.

È questo l’auspicio che accompagno con la preghiera invocando, per intercessione della Vergine Maria, Madonna della Strada, abbondanti benedizioni su tutti i migranti e i rifugiati del mondo e su coloro che si fanno loro compagni di viaggio.

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