per una chiesa di minoranza ma libera e creativa

quale futuro per il cristianesimo?

di Enzo Bianchi

in “Vita Pastorale” del febbraio 2021

Sempre di nuovo è attuale la domanda posta da Gesù: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede
sulla terra?» (Lc 18,8). In particolare, tale interrogativo deve inquietarci in questo nostro tempo di crisi del
cristianesimo, di diminutio della sua presenza, della sua “esculturazione” dal nostro Occidente. Da circa trent’anni si è
spento l’entusiasmo post-conciliare e si è preso atto — come osservava Michel De Certeau — che anche il tentativo di
riforma della liturgia e della fede della Chiesa non solo non aveva sortito i frutti sperati ma aveva addirittura
allontanato dalla vita cristiana porzioni di credenti tradizionali. Il grande teologo francese e amico carissimo JeanMarie Tillard, quale testamento di una vita spesa nel dialogo teologico ecumenico tra le Chiese, alla fine del secolo
scorso lasciava uno scritto appassionato dal titolo significativo: Siamo gli ultimi cristiani?
Ma già il teologo Joseph Ratzinger nel 1969 e, più recentemente in qualità di pontefice, aveva cercato di rispondere
alla domanda circa il futuro della fede e con profetica capacità visionaria indicava come ipotesi feconda quella di una
Chiesa di minoranza; una Chiesa piccola comunità di fedeli, povera e spogliata di tanti privilegi accumulati nella
storia ma libera perché creativa; una Chiesa non settaria, capace di essere lievito fino a orientare la società. Benedetto
XVI ha sempre creduto nelle minorités agissantes, nelle minoranze creative, e sperava che l’evolversi della crisi
conducesse a questa nuova forma del vivere la Chiesa.
Altri ancora, soprattutto nell’area culturale francese e mitteleuropea, hanno cercato risposte e formulato ipotesi
diverse in merito. Molto conosciute e riprese le quattro ipotesi di Maurice Bellet (2001). La prima prevede la
scomparsa del cristianesimo senza troppi sussulti né lamenti: una sorta di arretramento indolore nel quale il
cristianesimo rimarrà nella memoria per i suoi monumenti, le opere d’arte e alcuni testi di sapienza antica. La
seconda ipotesi, non molto dissimile dalla precedente, intravede il cristianesimo morto come fede, ma presente nella
società con i suoi valori. La terza ipotesi non vede vicina la fine della fede cristiana e delle Chiese, ma pensa a un
loro trascinarsi nella storia senza profezia: una presenza che soddisfa il bisogno religioso e, dunque, mantiene i riti e
le modalità della religione. L’ultima, infine, quella che l’autore si augura per il cristianesimo, è una sua ripresa da
capo, una sua rinascita grazie all’unica Parola di vita, il Vangelo. Solo da un nuovo inizio, infatti, la fede cristiana
potrà di nuovo divampare come fuoco e dare una nuova forma al vivere la Chiesa.
Non dovremmo neppure dimenticare le letture della crisi fatte da storici come Jean Delumeau o da sociologi come
Danièle Hervieu-Léger, più esigenti e critici nei confronti dell’istituzione ecclesiale, con l’emissione di un verdetto di
morte, in mancanza di un rapido mutamento e di una vera conversione. O si pensi ad analisi di teologi come Ghislain
Lafont, che immagina un cattolicesimo diverso, o di Christoph Theobald, che chiede il mutamento, la riforma
continua e l’attestarsi di una Chiesa ecumenica fondata sul sensus fidei del popolo di Dio, impegnato in un cammino
sinodale.
In un mio contributo del 2004 avevo tentato di rispondere con urgenza alla domanda: Quale futuro per il
cristianesimo? Là avanzavo analisi che oggi mi sento di confermare, anche se l’accelerazione della crisi in questi
ultimi quindici anni ha ulteriormente mutato lo status ecclesiae, soprattutto nel nostro Occidente. Che cosa esplicitare
oggi? Con il ministero petrino di Francesco sono stati messi in moto alcuni processi, che vanno riconosciuti: la vita
della Chiesa ha ripreso una dinamica che, se non si fermerà e giungerà ad alcune realizzazioni di riforma, aiuterà i
cristiani ad attraversare la crisi e a vivere nella storia come minoranza profetica eloquente. Se, però, questi processi
rimarranno solo abbozzi o, peggio, parole, credo che la delusione sarà tale che la vita della Chiesa ne resterà debilitata
in modo grave e la diaspora già esistente diventerà addirittura non leggibile, non più sentita come presenza.
Anche perché la novità di questi ultimi anni è proprio l’ “esculturazione” del cristianesimo e della Chiesa, non
possiamo ignorarlo. Basta conoscere i mass media per rendersi conto che in essi ormai non appaiono più “notizie”
riguardanti la fede e la Chiesa, se non quelle che provocano scandalo, mentre le correnti culturali non tengono più
conto delle voci e degli eventi cristiani. Mi permetto solo di far notare che tra i consigli di cento libri da leggere apparsi
in occasione del Natale su un noto inserto culturale italiano, non appariva nessun testo di autori cristiani. Ormai “il
mondo cristiano”, che nel mondo non c’è più, è ignorato senza ostilità ma nella forma dell’indifferenza.
Ecco qual è, a mio avviso, il problema della nostra presenza tra gli umani: l’indifferenza. Se non sapremo più
evidenziare la differenza cristiana allora, come sale che ha perso il suo sapore, come fuoco sepolto dalla cenere, non
saremo più in grado di dire qualcosa di significativo nella compagnia degli uomini. La differenza cristiana richiede
anzitutto la fede in Gesù Cristo vivente perché Risorto, una fede nel Regno che viene. Ma oltre a questo primato della
fede, nutrita alla fonte del Vangelo, occorrerà l’edificazione di comunità che siano davvero tali: veri luoghi di amore
reciproco e di servizio degli ultimi; comunità che vivano la sinodalità, il camminare insieme in una comunione
plurale; comunità che non si isolano, non diventano settarie, ma stanno con simpatia e spirito di fraternità in mezzo
agli uomini e alle donne del nostro tempo. Solo in questo modo si potrà dare una risposta credibile alle più svariate
forme di populismo che «riducono i simboli religiosi a marcatori culturali identitari che non sono associati a una
pratica religiosa», come osserva Olivier Roy nel recente saggio L’Europa è ancora cristiana?
Se il Vangelo fornirà l’ispirazione profonda alla vita cristiana, sarà manifesto a tutti che i credenti sono uomini e donne
riuniti in una nuova comunione: è in questa semplice e radicale differenza che consiste la dimensione pubblica e
comunitaria della prassi evangelica. Dunque una comunità cristiana che nel mondo non “sta contro” il mondo,
animata da una logica di concorrenza e contrapposizione. Scriveva provocatoriamente Friedrich Nietzsche alla fine
del XIX secolo: «Già la parola “cristianesimo” è un equivoco: in fondo è esistito un solo cristiano e questi mori sulla
croce. L'”Evangelo” morì sulla croce. […] Soltanto la pratica cristiana, una vita come la visse colui che morì sulla
croce, soltanto questo è cristiano. Ancora oggi una tale vita è possibile, per certi uomini è persino necessaria:
l’autentico, originario cristianesimo sarà possibile in tutti i tempi. Non una credenza, bensì un fare, soprattutto un nonfare-molte-cose, un diverso essere».
Il cristianesimo è nato da una grande crisi: quella di Gesù e dei suoi discepoli la sera dell’ultima cena, con il tradimento
da parte di uno di loro. Dobbiamo esserne certi: il Signore Gesù ci ha preceduti nella crisi, dunque in essa non ci
abbandona.

una secca bacchettata di papa Francesco ai vescovi italiani – speriamo che questa volta capiscano davvero

il papa bacchetta la Cei:

“bisogna fare un sinodo”

messaggio a tradizionalisti e ultra progressisti: il Concilio va seguito

Papa Francesco

papa Francesco

La bacchettata del Papa ai vescovi è secca: in questi cinque anni la Chiesa italiana non si è mossa. Verso che cosa? Una maggiore apertura da raggiungere attraverso un sinodo. Parola, questa, indigesta a non pochi presuli al di qua del Tevere, magari abituati a gestire le proprie diocesi con modalità poco collegiali. La Conferenza episcopale italiana (Cei) da anni fa resistenza a un’assemblea, anche per il timore di tensioni, scontri e spaccature, considerate le varie anime e sensibilità che si registrano tra i prelati.

Il dibattito sull’opportunità di un’assise nelle Sacre Stanze era stato lanciato il 2 febbraio 2018 dalla rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica, con un articolo del direttore padre Antonio Spadaro. E poi il 21 settembre 2019 padre Bartolomeo Sorge (scomparso a novembre), nel suo ultimo articolo per il quindicinale dei Gesuiti, aveva ragionato sul Sinodo dando le premesse storiche: uno scritto molto apprezzato da Papa Bergoglio. 

Ieri Francesco – nel discorso all’ufficio catechistico nazionale della Cei – ha lasciato trapelare il suo disappunto: i prelati non hanno messo in pratica le indicazioni da lui ricevute al Convegno nazionale di Firenze, nel novembre 2015. Messaggio forte e chiaro. «Dopo cinque anni – ha scandito Bergoglio – la Chiesa italiana deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo», momento di confronto sui grandi temi. «Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare». Dopo un promemoria del maggio 2019, sotto forma di invito, questa volta il Pontefice usa il verbo «dovere». E rinfresca la memoria sull’obiettivo più grande: «Una Chiesa sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti». La «Chiesa in uscita» che predica fin dalla prima ora.

Nell’udienza di ieri papa Francesco ha anche colto l’occasione per avvertire tradizionalisti e ultra progressisti, i due estremi del «recinto cattolico» che – rispettivamente – rifiutano le riforme del Concilio Vaticano II o al contrario promuovono «fughe in avanti» con sacerdozio femminile e preti sposati: «Il Concilio è magistero della Chiesa. Se non lo segui o l’interpreti a modo tuo, tu non stai con la Chiesa». 

per un modello alternativo di vita dopo il covid-19 L. Boff e la proposta di papa Francesco

nel mondo post-vaccinazione: modelli
alternativi per il futuro della Madre Terra

Leonardo Boff 

una riflessione del famoso teologo brasiliano Leonardo
Boff, sul mondo “post-vaccinazione”. Ci offre pensieri
intensi, e originali, sul futuro del nostro pianeta.
Tutti si sono preoccupati per la scienza e per la ricerca
sfrenata di vaccini sicuri ed efficaci. Alla fine sono
apparsi. Pochi hanno parlato del contesto che ha dato
origine al Covid-19.

Ha significato il contrattacco della Madre Terra contro gli “umanoidi”, perché – come ha affermato chiaramente
Papa Francesco nella Laudato Sì:“non abbiamo mai maltrattato e ferito la Casa Comune come negli ultimi due secoli”
(n. 53). Il contesto del virus è nella voracità del nostro modo di produzione e consumo, nel modo attuale di
abitare il pianeta Terra, aggredendolo e sfruttandolo eccessivamente per l’ultra neoliberismo. Il Covid-19 ha
colpito come un fulmine questo sistema predatorio, uccidendo le vite della natura e dell’umanità. Ha
smantellato i suoi principali mantra: il profitto prima di tutto, la concorrenza, l’individualismo, l’uso meramente
utilitaristico della natura, la mancanza di cura che tutto esista e viva, la prevalenza del mercato sulla società, lo
stato minimo e la privatizzazione dei beni comuni. Se avessimo seguito questi mantra, l’umanità sarebbe in
grave pericolo.
La pandemia ha posto inequivocabilmente l’alternativa: vale più il profitto o la vita? Che cosa viene prima: salvare
l’economia o salvare vite umane? Quello che, infatti, ci sta salvando sono i valori che sono assenti o emarginati
in questo sistema globalizzato: è la vita al primo posto, è la cura tra tutti e della natura, è l’interdipendenza
l’uno dell’altro, è la collaborazione, è la solidarietà, è la corresponsabilità collettiva, è lo Stato sufficientemente
attrezzato per servire tutti, è la società sopra il mercato e il fatto che siamo esseri spirituali che possono
comprendere il significato dell’isolamento sociale nel senso di scoprire gli errori che ci hanno portato a questa
pandemia, i nuovi valori e le abitudini che dobbiamo incorporare se vogliamo avere un futuro sostenibile e
quindi imparare a rinunciare, come trattare la natura e la Madre Terra in modo amichevole, per realizzare il
significato della nostra vita e della nostra missione nell’insieme degli esseri: prendersi cura e custodire questa
sacra eredità che Dio e l’universo ci hanno affidato (Gen. 2,25) e infine, poiché siamo minacciati di morte dal
Covid-19, ci interroghiamo su una possibile vita oltre la vita e l’esistenza di quell’Essere che rende tutti gli
esseri, Dio.
Il Covid-19 ci ha rivelato la nostra vera umanità: siamo esseri fragili e non piccoli dei che possono fare tutto;
siamo esseri di relazione e per questo motivo dipendiamo l’uno dall’altro, siamo solidali e amorevoli per natura;
siamo parte della natura e non dei suoi proprietari e padroni. Questi valori universalizzati dalla Fratelli tutti ci
permettono di sognare un altro tipo di mondo diverso e necessario.
Ora che abbiamo una gamma di vaccini, inizia la disputa per il futuro della Terra che vogliamo abitare. Qui ci
sono diverse alternative.
L’intenzione di tornare a ciò che era prima sembra essere stata scartata, poiché torneremmo al mondo
dell’accumulazione sfrenata e alle ingiustizie sociali ed ecologiche che essa comporta. In questo senso, la Cina
ci sta dando il peggiore degli esempi prolungando il vecchio paradigma di crescita del PIL che è stato
seriamente danneggiato dal Covid-19 e che implica le dinamiche di sfruttamento dei beni e servizi naturali e
lo squilibrio del pianeta. La Cina non sembra aver imparato nulla dalla lezione che il virus ci ha lasciato:
dobbiamo cambiare se vogliamo salvare la vita e sopravvivere come specie umana. Qui vale la pena ascoltare
l’avvertimento del grande storico Eric Hobsbawm nell’ultima frase del suo libro Il secolo breve (1914-1991 (1): 
“Una cosa è chiara. Se l’umanità vuole avere un futuro accettabile, non può essere prolungando il passato o il presente. Se proviamo a costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. Il prezzo del fallimento, cioè l’alternativa a cambiare la società è l’oscurità” (p.506). 

Ecco alcune alternative, poiché i signori del capitale e della finanza sono in furiosa articolazione l’uno con l’altro per salvaguardare i propri interessi, fortune e potere politico.
Il primo sarebbe il ritorno al sistema capitalista neoliberista estremamente radicale. Lo 0,1% dell’umanità (i
miliardari) userebbe l’intelligenza artificiale con miliardi e miliardi di algoritmi, in grado di controllare ogni
persona sul pianeta, dalla sua vita intima, privata e pubblica, al dentifricio che sta utilizzando. Sarebbe un
dispotismo di un altro ordine, cibernetico, sotto l’egida del controllo-dominio totale della vita delle persone.
Ma dobbiamo contare sul fatto che ogni potere provoca sempre un contro-potere. Sicuramente ci sarebbe una
grande resistenza e persino ribellioni causate dalla fame e dalla disperazione con migliaia e persino milioni di
vittime.
La seconda alternativa sarebbe il capitalismo verde che ha imparato la lezione dal coronavirus e ha
incorporato il fattore ecologico: riforestare la natura devastata e conservare il più possibile. Ma non
cambierebbe il modo di produzione e la ricerca del profitto. La green economy non discute la disuguaglianza
sociale perversa e farebbe di tutto ciò che è natura un’occasione di guadagno. Esempio: non solo approfittare
del miele delle api, ma anche della loro capacità di impollinare altri fiori. Il rapporto con la natura e la Terra
continuerebbe a essere utilitaristico e difficilmente riconoscerebbe i diritti, come dichiarato dall’ONU e il suo
valore intrinseco, a prescindere dagli esseri umani.
La terza sarebbe il comunismo di terza generazione, che non avrebbe nulla a che fare con le precedenti
esperienze, ponendo i beni e servizi del pianeta sotto l’amministrazione plurale e globale per ridistribuirli a
tutti. Potrebbe essere possibile, ma suppone una nuova coscienza ecologica, una governance globale, oltre a
dare centralità alla vita in tutte le sue forme, qualcosa che non è nel suo orizzonte. Sarebbe ancora
antropocentrico. Proposto dai filosofi Zizek e Badiou è poco rappresentativo, oltre al peso negativo delle
fallimentari esperienze precedenti, che lo portano a metterlo sotto sospetto.
Il quarto sarebbe l’eco-socialismo con maggiori possibilità. Suppone un contratto sociale mondiale con un
centro di governance plurale per risolvere i problemi globali dell’umanità. I beni e servizi naturali sarebbero
equamente distribuiti a tutti, in un consumo dignitoso e sobrio che includerebbe anche gli esseri viventi della
natura. Anche loro hanno bisogno di mezzi di sussistenza e riproduzione come l’acqua, il clima, i nutrienti e un
ambiente generale sano e sostenibile. Quest’alternativa sarebbe all’interno delle possibilità umane, purché
superi il socio-centrismo e incorpori i dati della nuova cosmologia e biologia, che considerano la Terra come
un momento del grande processo cosmo-genico, bio-genico e antropogenico.
La quinta alternativa sarebbe il bem viver e la convivenza provati per secoli dagli andini. È profondamente
ecologico, poiché considera tutti gli esseri portatori di diritti. L’asse di articolazione è l’armonia che inizia con
la famiglia, con la comunità, con la natura, con montagne e fiumi, con gli avi, con l’intero universo e con la
Divinità. Quest’alternativa ha un alto grado di utopia praticabile. Forse, quando l’umanità si trovasse come una
specie che vive in un’unica Casa Comune, sarebbe in grado di raggiungere il benessere e la convivenza per
tutta l’umanità e per l’intera comunità della vita. Sembra una scelta, non per ora, ma per il futuro comune della
Terra e dell’umanità.
La quinta alternativa sarebbe Fratelli tutti di Papa Francesco nella sua enciclica socio-ecologica. Il Papa è
chiaramente consapevole che questa volta “o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (Ft n, 32). Dobbiamo capire
bene la sua reale possibilità. Afferma direttamente: “Se qualcuno pensa che si tratti solo di far funzionare quello
che abbiamo già fatto, o che l’unica lezione da imparare sia quella di migliorare i sistemi e le regole esistenti, sta
negando la realtà” (n.7).

Lui rifiuta il paradigma dominante che ha innescato l’intrusione del Covid-19.
Veniamo e siamo ancora all’interno di un paradigma antropocentrico che è alla base della modernità. È il regno
del dominus: l’essere umano come signore e padrone (maître et possesseur di Descartes) della natura e della
Terra. Questi hanno senso solo nella misura in cui si ordinano al suo volere. Ha cambiato la faccia della Terra,
ha portato molti vantaggi, ma ha anche creato un principio di autodistruzione. È l’attuale impasse delle “ombre 
dense” (Ft cap I). Siamo parte integrante della natura, non al di fuori o sopra di essa, ma al suo interno e al suo
fianco come fratelli e sorelle.
Di fronte a questa visione del mondo della modernità, l’enciclica Fratelli tutti contrappone un nuovo paradigma:
quello del frater, del fratello, della fraternità universale e dell’amicizia sociale (n. 6). L’essere umano, parte di essa,
ha legami di fraternità che uniscono tutti gli esseri, non solo perché cosi, lo visse Francesco di Assisi, grande
ispiratore di Francesco di Roma, ma soprattutto per il fatto scientifico che tutti gli esseri viventi hanno lo stesso
codice genetico di base. Siamo, quindi, tutti fratelli e sorelle, dalla cellula più primitiva di 3,8 miliardi di anni fa,
passando per i dinosauri fino a noi.
Se il Papa rifiuta l’ordine attuale, qual è la fonte da cui berrà per la sua alternativa? La cerca nella sorgente da
cui scaturisce il più umano dell’uomo, poiché i sistemi sperimentati “possono solo finire in disastri” (Laudato Si
n. 161). Resta solo l’umano in noi su cui troviamo una base solida, sostenibile e universale. E qual è il più
umano degli umani?
È l’amore che cessa di essere un’esperienza solo tra due esseri che si attraggono, per emergere come amore
sociale. È l’amicizia che acquista un’espressione sociale, “perché non esclude nessuno” (n.94) è la fraternità tra
tutti gli esseri umani, senza confini, inclusi, nello spirito di San Francesco, gli altri esseri della natura; è la
cooperazione aperta a tutti i paesi e a tutte le culture; è la cura, partendo da ciascuno (n.117) e allargandosi
a tutto ciò che esiste e vive; è la giustizia sociale, base della pace; è la compassione per chi è caduto nel
cammino. Tutto questo mondo di eccellenza è presente nell’essere umano.
Tali valori erano vissuti solo soggettivamente, nelle relazioni brevi e nella privacy della vita. La novità del Papa
è stata quella di generalizzare e universalizzare ciò che era soggettivo e individuale: è questo nuovo
paradigma, questa nuova visione del mondo che può salvarci dal disastro imminente.
Il Papa si rende conto dell’insolito della proposta, riconoscendo: “sembra un’utopia ingenua, ma non si può
rinunciare a questo sublime obiettivo” (n. 190). Non disponiamo di altra alternativa se non quella presente
nell’essere umano e ancora non sperimentata storicamente. Dobbiamo adesso metterla in moto.
O faremo questo cambiamento paradigmatico o non ci sarà futuro per la vita e l’esistenza umana su questo
pianeta. Possiamo scomparire come specie, poiché ogni anno 300 specie scompaiono naturalmente al loro
apice dopo milioni di anni sulla Terra. Sarà che non sia arrivato il nostro momento? La Terra continuerebbe per
milioni di anni a ruotare attorno al sole, ma senza di noi. Forse nel futuro dell’evoluzione emergerebbe un altro
essere capace di sostenere la coscienza e lo spirito e di provare un nuovo saggio di civilizzazione più benevolo
del nostro.
Ma non è questa la visione di Papa Francesco che vede il bio-regionalismo come una soluzione promettente
perché garantisce una reale sostenibilità e un nuovo rapporto amichevole con la natura. In questa prospettiva
lo soccorre il principio di speranza di Ernst Bloch, senza menzionare il suo nome ma assumendone il contenuto:
“la speranza ci parla di una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze
concrete e dalle condizioni storiche in cui vive” (n.55). Da questo principio nascono i veri sogni e i progetti
realizzabili che possono salvare noi e il sistema vitale. Ma le “ombre dense“, come dice, rimangono minacciose.
L’adesione dell’umanità a questa sua proposta promettente e al tempo stesso urgente di Papa Francesco è
incerta. Fratelli tutti non rimuove le “ombre immense”. Ma è una luce che ci indica la strada. Questo ci basta. Sta
a noi seguirlo.
Così afferma la Carta della Terra: “come mai prima nella storia, il destino comune ci chiama a un nuovo inizio. Ciò
richiede un cambiamento di mente e di cuore, un nuovo senso d’interdipendenza globale e responsabilità universale”
Credo che la proposta di Papa Francesco risponda a tutti questi requisiti e quindi emerge come
l’alternativa più promettente e salvifica di fronte alla tragedia provocata dal Covid-19.

Leonardo Boff è un eco-teologo, filosofo e ha scritto Un’etica della Madre Terra, Castelvecchi 2020 e Francesco
d’Assisi – Francesco di Roma, EMI 2014. (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)
(1) Eric J. Hobsbawm, The Age of Extremes: The Short Twentieth Century 1914-1991, London, Michael Joseph,
1994 traduzione in italiano Il secolo breve 1914-1991, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 20

la giornata della pace all’insegna della ‘cultura della cura’

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA LIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1° GENNAIO 2021

(una sintesi)

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità. Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore; è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi.
La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.
Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.
Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo.
La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione.
La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi. L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale. Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili.
La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace.   In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri

l’attuale economia del mondo non è eterna, può essere cambiata – ci tenta papa Francesco

Immagine pezzo principale

E’ NATO IL PATTO DI ASSISI PER CAMBIARE L’ECONOMIA DEL MONDO

il messaggio del Papa ai giovani del meeting internazionale “Economia di Francesco”, che chiede una vera e propria rivoluzione pacifica

“non siamo condannati al profitto e allo scarto, o saprete coinvolgervi o la storia vi passa sopra”

Un nuovo Patto per l’ economia contro le diseguaglianze e la cultura dello scarto, per uno sviluppo equo e sostenibile, una vera e propria rivoluzione mondiale, pacifica ma ostinata, per cambiare lo stato del Pianeta e insieme le condizioni di miliardi di uomini e donne.

Con il messaggio di papa Francesco ai giovani collegati da ben 115 Paesi del mondo con Assisi per il meeting che porta il suo nome, “Economia di Francesco”, nasce formalmente un movimento già partito nove mesi fa.«Non è un punto di arrivo», spiega infatti il Pontefice nel videomessaggio che conclude i lavori della tre giorni, «ma la spinta nuova di un processo già iniziato in cui siamo chiamati a vivere come vocazione, cultura e come adesione a un patto». Poiché nelle attuali condizioni «non possiamo andare avanti in questo modo. Urge una nuova narrazione economica».

Sono i temi delle encicliche sociali Laudato si’ e della recentissima Fratelli tutti. Ma è come se questi documenti avessero trovato i loro interpreti: i giovani. L’ attuale sistema mondiale, sottolinea Francesco, «è insostenibile, colpisce nostra sorella Terra e gli esclusi: le due cose vanno insieme. I poveri sono i primi danneggiati e i primi esclusi». Francesco chiede a chi ha la vita davanti a sé di farsi classe dirigente e di cambiare le cose nel contesto in cui sono chiamati a operare, a dare un senso alle loro attività di studenti, imprenditori, economisti, lavoratori, artigiani, ovunque essi siano: «O siete coinvolti o la storia vi passa sopra». La gravità della situazione legata al Covid ha accentuato l’ urgenza di intervenire al più presto. Poiché, spiega Francesco, il rischio è che dopo la fine della pandemia i problemi si ingigantiscano ancora di più: «Dobbiamo cambiare subito». La parola d’ ordine è agire, «avviare processi, creare risorse, cambiare gli stili di vita e soprattutto i modelli di produzione e di consumo. Senza fare questo non farete nulla». Il videomessaggio di Francesco erompe nei giorni drammatici del contagio, raggiunge le menti e i cuori di questa sorta di villaggio globale  – che ha il suo centro nella Cittadella del Santo Francesco  – creato da duemila ragazzi che hanno dato vita a un vero e proprio happening digitale – videoconferenze in webinar, musica, esibizioni di gruppi musicali, interviste pubbliche, conferenze, persino giochi –  una cosa mai vista, una sorta di Gmg globale via Internet.

L’autore della Laudato si’  chiama i giovani a una responsabilità forte, li invita a “sporcarsi le mani”, a rischiare tutto sè stessi, a mettersi in gioco.

Non è una rivoluzione ideologica o “popolare”, come quelle che hanno attraversato il Novecento, ma evangelica, pacifica, un sommovimento che esige presa di coscienza e senso di responsabilità. Un cambiamento che arriva a mettersi al servizio di ruoli decisionali: «Abbiamo bisogno di classi dirigenti, per sfidare la sottomissione a certe logiche ideologiche che finiscono per sottomettere ogni azione a forme di ingiustizia». Poiché, citando Benedetto XVI, «la fame non dipende da scarsità materiali, ma da scarsità sociale, la più importante delle quali è di natura istituzionale». In questa rivoluzione, fa capire papa Francesco implicitamente, c’è anche un nuovo modo di far politica, al servizio del bene comune.

Quella di Francesco è una rivoluzione integrale, strutturale, non può accontentarsi di piccole correzioni ad opera delle associazioni filantropiche come vogliono i modelli di capitalismo, soprattutto di stampo anglosassone. Non basta chinarsi sui poveri dopo aver creato le condizioni perchè rimangano ai lati del benessere. E’ troppo poco. La guerra alla cultura dello scarto «che obbliga a vivere nel proprio scarto, invisibili, al di là del muro dell’ indifferenza» esige molto di più. Occorre «osare modelli in cui le persone, gli esclusi, cessino di essere una presenza normale o funzionale e diventino protagonisti dell’ intero tessuto sociale». Ed è come se la dottrina sociale espressa dal magistero di Francesco avesse trovato le proprie gambe per correre nelle strade del mondo, come se quelle pagine fossero diventate un copione per essere recitate dai suoi attori protagonisti, i «nuovi samaritani», come li chiama il Papa, chiamati a portare avanti la «cultura dell’ incontro che è l’ opposto della cultura dello scarto», a creare una nuova economia, un’economia profetica ma quanto mai pratica e necessaria, «capace di far germogliare i sogni».

l’economia alternativa di papa Francesco

 

 «L’attuale sistema è insostenibile» e non basta la solidarietà: all’incontro di Assisi «Economy of Francesco» il pontefice invita i giovani a incidere «nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti»

di Luca Kocci

in : il Manifesto

L’attuale sistema economico mondiale è «insostenibile» perché produce danni ambientali e provoca esclusione e povertà. Non basta la solidarietà, occorre un «cambiamento» degli «stili di vita» ma anche dei «modelli di produzione e di consumo».
DA ASSISI, dove un mese e mezzo fa il papa ha firmato l’enciclica sociale Fratelli tutti, arriva un nuovo appello per un altro modello di sviluppo, che metta al centro non il profitto di pochi, ma la vita umana, l’ambiente e il bene comune di tutte e tutti. Il contesto è l’incontro internazionale in videoconferenza, ma la «regia» si trovava nella città di san Francesco, fra duemila giovani economisti (ma anche imprenditori e operatori economici) under 35 provenienti da 115 Paesi del mondo chiamato – invero con un’enfasi personalistica un po’ eccessiva – «Economy of Francesco. Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani»

Prevista inizialmente interamente «in presenza» nello scorso mese di marzo, la pandemia di Covid-19 ha imposto il cambiamento di programma. E così l’iniziativa, preceduta da un confronto durato diversi mesi da parte di dodici gruppi di lavoro tematici (su lavoro e cura; management e dono; finanza e umanità; agricoltura e giustizia; energia e povertà; profitto e vocazione; policies for happiness; CO2 della disuguaglianza; business e pace; economia è donna; imprese in transizione; vita e stili di vita), si è svolta in streaming dal 19 al 21 novembre. Ma l’ipotesi è di riuscire a organizzare un incontro reale e non virtuale dell’autunno del 2021. Ieri, al termine della tre-giorni, il videomessaggio del papa, che ha fortemente voluto questa iniziativa, forse sperando di replicare il successo degli incontri in Vaticano con i rappresentanti dei movimenti popolari, che però sono stati decisamente un’altra cosa.
«Non possiamo andare avanti in questo modo», ha detto Francesco, «l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, colpisce nostra sorella terra, tanto gravemente maltrattata e spogliata, e insieme i più poveri e gli esclusi». E rivolgendosi ai giovani economisti: «siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti» per «avviare processi» capaci di «cambiare gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società».

L’orizzonte deve essere quello del «bene comune», e la solidarietà e l’«assistenzialismo» non bastano, perché non sono in grado di intervenire «strutturalmente» sul sistema economico e di sviluppo egemone, ha detto il pontefice nella parte centrale del suo intervento. «Non siamo condannati» a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura e sulla ricerca di politiche pubbliche simili che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale», come se potessimo contare «su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse». E «non basta neppure puntare sulla ricerca di palliativi nel terzo settore o in modelli filantropici. Benché la loro opera sia cruciale, non sempre sono capaci di affrontare strutturalmente gli attuali squilibri che colpiscono i più esclusi e, senza volerlo, perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare».

Un cambiamento possibile, ha aggiunto Francesco – e in questo passaggio sono risuonate le eco di alcune parole rivolte ai movimenti popolari –, solo «i poveri e gli esclusi» diventeranno realmente «protagonisti» e potranno partecipare attivamente alle decisioni politiche. «Ricordatevi l’eredità dell’illuminismo, delle élites illuminate. Tutto per il popolo, niente con il popolo. E questo non va – ha ammonito il papa. Non pensiamo per loro, pensiamo con loro. E da loro impariamo a far avanzare modelli economici che andranno a vantaggio di tutti», e che mettano al centro il bene comune, perché «senza questa centralità e questo orientamento rimarremo prigionieri di una circolarità alienante che perpetuerà soltanto dinamiche di degrado, esclusione, violenza e polarizzazione». Infine un colpo al moloch della produzione, che ha valore solo se è in grado di «ridurre le disuguaglianze», perché «non basta accrescere la ricchezza comune perché sia equamente ripartita».

il sogno di papa Francesco di un’Europa sanamente laica

la lettera del papa all’Europa:

sii te stessa, ritrova i tuoi ideali


nella lettera al cardinale Parolin sulla Unione Europea:
“Sogno un’Europa sanamente laica, in cui Dio e Cesare siano distinti ma 

Il Papa all'Europa: sii te stessa, ritrova i tuoi ideali

L’Europa ha avuto e deve ancora avere “un ruolo centrale”: lo sottolinea papa Francesco in una lettera al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in occasione di alcuni anniversari: il 40° anniversario della Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea, il 50° anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e l’Unione Europea e il 50° anniversario della presenza della Santa Sede come Osservatore Permanente al Consiglio d’Europa.

IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DEL PAPA

“Tale ruolo – sottolinea il Pontefice parlando dell’Europa – diventa ancor più rilevante nel contesto di pandemia che stiamo attraversando. Il progetto europeo sorge, infatti, come volontà di porre fine alle divisioni del passato. Nasce dalla consapevolezza che insieme e uniti si è più forti, che l’unità è superiore al conflitto e che la solidarietà può essere uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita”.

“Nel nostro tempo che sta dando segno di ritorno indietro, in cui sempre più prevale l’idea di fare da sé, la pandemia – dice il Papa – costituisce come uno spartiacque che costringe a operare una scelta: o si procede sulla via intrapresa nell’ultimo decennio, animata dalla tentazione all’autonomia, andando incontro a crescenti incomprensioni, contrapposizioni e conflitti; oppure si riscopre quella strada della fraternità, che ha indubbiamente ispirato e animato i Padri fondatori dell’Europa moderna, a partire proprio da Robert Schuman“.

Il Papa lancia, quindi, un appello all’Europa affinché ritrovi sé stessa. “All’Europa allora vorrei dire: tu, che sei stata nei secoli fucina di ideali e ora sembri perdere il tuo slancio, non fermarti – scrive il Papa nel messaggio al Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, per condividere con lui delle riflessioni in occasione delle celebrazioni di alcuni anniversari – a guardare al tuo passato come a un album dei ricordi. Nel tempo, anche le memorie più belle si sbiadiscono e si finisce per non ricordare più. Presto o tardi ci si accorge che i contorni del proprio volto sfumano, ci si ritrova stanchi e affaticati nel vivere il tempo presente e con poca speranza nel guardare al futuro. Senza slancio ideale ci si riscopre poi fragili e divisi e più inclini a dare sfogo al lamento e lasciarsi attrarre da chi fa del lamento e della divisione uno stile di vita personale, sociale e politico”.

“Europa, ritrova te stessa! Ritrova dunque i tuoi ideali – prosegue il Papa – che hanno radici profonde. Sii te stessa!”

“Non avere paura della tua storia millenaria che è una finestra sul futuro più che sul passato. Non avere paura del tuo bisogno di verità che dall’antica Grecia ha abbracciato la terra, mettendo in luce gli interrogativi più profondi di ogni essere umano; del tuo bisogno di giustizia che si è sviluppato dal diritto romano ed è divenuto nel tempo rispetto per ogni essere umano e per i suoi diritti; del tuo bisogno di eternità, arricchito dall’incontro con la tradizione giudeo-cristiana, che si rispecchia nel tuo patrimonio di fede, di arte e di cultura”.

Sogno un’Europa sanamente laica, in cui Dio e Cesare siano distinti ma non contrapposti. Una terra aperta alla trascendenza, in cui chi è credente sia libero di professare pubblicamente la fede e di proporre il proprio punto di vista nella società” scrive ancora papa Francesco nella Lettera al cardinale Parolin.

“Sono finiti i tempi dei confessionalismi, ma – si spera – anche quello di un certo laicismo che chiude le porte verso gli altri e soprattutto verso Dio, poiché è evidente che una cultura o un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza, non rispetta adeguatamente la persona umana. I cristiani hanno oggi una grande responsabilità: come il lievito nella pasta, sono chiamati a ridestare la coscienza dell’Europaper animare processi che generino nuovi dinamismi nella società. Li esorto dunque a impegnarsi con coraggio e determinazione a offrire il loro contributo in ogni ambito in cui vivono e operano”.

Cardini e l’enciclica ‘fratelli tutti’ “tradizionalista e rivoluzionaria”

l’enciclica  ‘fratelli tutti’

la via di Francesco per non cedere all’ingiustizia


L’enciclica è un capolavoro autenticamente tradizionalista, in senso sia cristiano sia universalistico, e profondamente rivoluzionario secondo la legge dell’Amore

Fratelli tutti, la via di Francesco per non cedere all'ingiustizia

Franco Cardini

Fratres omnes: un vocativo gioioso, un richiamo possente come un rintocco di campana pasquale. Il titolo della terza enciclica di papa Francesco, che in extenso suona Fratelli tutti, sulla fraternità e l’amicizia sociale, si rifà direttamente a quello della sesta Admonitio del Povero d’Assisi. Le sue Admonitiones non furono propriamente e direttamente scritte da lui, bensì riferite da ascoltatori in differenti circostanze: e tuttavia correntemente si ritiene ch’esse rispecchiassero profondamente e fedelmente il pensiero del Santo. In questo testo, i “frati minori” vengono invitati a imitare il Buon Pastore, ch’è loro fedele fino al sacrificio della croce.

È bene che sia chiaro a tutti che la fraternità evocata insieme con la libertà e l’eguaglianza nel contesto dell’enciclica è molto lontana dal richiamare il celebre trinomio illuministico divenuto la divisa della Rivoluzione francese. La parola italiana scelta a definire il sentimento che deve unire tutti gli esseri umani è fraternità, simile ma tutt’altro che sinonima di fratellanza. Come ha rilevato l’economista Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, intervistato da “Toscana Oggi” la fratellanza è concetto immanente, che si riferisce al sentimento di solidarietà derivante dall’appartenenza degli esseri umani a una stessa specie; mentre la fraternità è concetto trascendente, che nasce dalla coscienza del riconoscimento della comune paternità di Dio: e è alla luce di essa che la libertà va concepita in senso non individualistico bensì comunitario, indirizzato al Bene comune, e l’eguaglianza non dev’essere intesa come livellamento bensì come diversità e complementarità nel sevizio di ciascuno a tutti gli altri concepiti nel loro insieme come “prossimo”. Il processo di globalizzazione ha reso esplicito e inaggirabile, per il cristiano, questo dovere di reciprocità nell’amore. È per questo motivo che la pagina dedicata a una splendida esegesi della parabola del Buon Samaritano è il centro teologico e concettuale dell’enciclica: che in ciò rivela appunto appieno il suo valore cristocentrico.

La Fratelli tutti si articola in 287 brevi commi, distribuiti in 8 capitoli, a loro volta distinti in 75 paragrafi. Ha, dunque, un’architettura solida e rigorosa al servizio della lezione altissima e intransigente di un documento inesauribile a livello esegetico, autentico punto d’arrivo e al tempo stesso di partenza. Un capolavoro autenticamente tradizionalista tanto nel senso cristiano (commi 277-280) quanto in quello metastorico e universalistico (commi 198-221), ma al tempo stesso profondamente rivoluzionario nel suo nesso esplicito e dichiarato fra l’Amore di Dio per gli uomini, quello di essi per Lui e, alla luce di questo e di quello, fra loro. Amore perfetto il primo, amore perfettibile il secondo, amore da comprovarsi alla luce della storia (e il cammino è ancora lungo) il terzo.

L’enciclica è stata accolta con entusiasmo ma anche con la serietà e la preoccupazione che il suo taglio e il suo contenuto ampiamente e inevitabilmente giustificano. Dopo aver esaminato nella Laudato si’ lo stato del pianeta Terra in rapporto al degrado, all’inquinamento e alla porzione di responsabilità che in tale situazione spettano alla spregiudicata sete di profitto, all’avventata sollecitazione imposta alle risorse e alle ricchezze planetarie dalla speculazione gestita da lobby e consentita da meccanismi di potere – veri e propri “comitati d’affari” – che ormai dominano il mondo (e che, nelle note apposte al testo, il pontefice indica con esplicito coraggio), nella Fratelli tutti si analizza la situazione della famiglia umana cominciando dal bisogno di fraternità tra gli uomini espressa sia nel dialogo tra le religioni, sia in quello fra i credenti e i non-credenti uniti però nell’impegno comune vòlto al benessere del genere umano e alla sua convivenza con la natura e l’ambiente.

Ed emerge subito il carattere positivo, propositivo, concreto dell’enciclica. Nulla ha a che vedere con l’umanitarismo e con il cosmopolitismo moderni; qui si si va ben oltre il limitativo concetto di “tolleranza” nei confronti dell’Altro-da-Sé; qui siamo anzitutto e soprattutto su un piano limpidamente cristico, che concepisce la solidarietà umana come riflesso dell’amore del Padre nei confronti dei figli e di essi fra loro nel Suo nome. Per questo, nel trinomio inscindibile fraternità-libertà-eguaglianza, ben più antico dell’illuminismo (anzi, potremmo definirlo originariamente trinitario) la fraternità è primaria e precedente altri due valori laddove la Rivoluzione francese, declinandoli, anteponeva a essa la libertà e l’eguaglianza. Difatti, tale disposizione della sequenza si è rivelata deleteria: libertà ed eguaglianza, concepite entrambe nel contesto del valore prevalente e preponderante della Modernità, che è l’individualismo, sono di per sé valori intrinsecamente divergenti e concettualmente contraddittori. L’equilibrio tra libertà ed eguaglianza, che solo può moderare le distruttive pulsioni egoistiche in entrambe presenti, è costituito dalla fraternità. Che tuttavia non è a sua volta autosufficiente in quanto non è “autarchica”: cioè non basta a se stessa, se non è sostenuta da un principio per definizione metafisico senza il quale l’essere umano è hobbesianamente homo homini lupus.

Il fondamento della fraternità universale non può essere autonomo: se tale fosse, la mente umana potrebbe respingerlo nel nome della Ragione o dell’Arbitrio, cioè della Volontà di Potenza. Ma interviene l’Amore, come Suprema Legge: e di essa Dio è garante per mezzo della Sua Grazia, come papa Bergoglio sottolinea col supporto di Tommaso d’Aquino (capitolo III, comma 93). A comprovare questo carattere della Fratelli tutti bastino i due commi 103-105: in particolare l’inizio del 105, «L’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli. La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità ». È qui centrale il concetto di Bene comune, che insieme con quello della funzione sociale della proprietà e dell’uso comune dei beni creati (commi 118-120) Tommaso d’Aquino desume sì da Aristotele, ma alla luce innovatrice e vivificante del Vangelo: «La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio» (comma 110).

È singolare che da parte di taluni, attaccando specialmente le parti del documento dedicate alla libertà (e alla proprietà privata), si sia gridato allo scandalo senza nemmeno rendersi conto che i medesimi concetti, rigorosamente ispirati a Tommaso d’Aquino, erano già presenti nella Dottrina sociale della Chiesa fin dalla Rerum novarum di Leone XIII. Ma con ogni evidenza, rispetto a quel che Jacques Maritain aveva a suo tempo definito «l’inginocchiarsi della Chiesa dinanzi al mondo», la direzione intrapresa da papa Bergoglio è totalmente opposta. Il pensiero unico dell’ideologia mercatista, che pretenderebbe addirittura di sostituire le «libere leggi (sic) del mercato» alla funzione equilibratrice del potere pubblico, si radica nel primato dell’individualismo e del binomio economia-finanza sulla società europea a partire dal XVI secolo e nella sostituzione dell’economia-mondo al precedente sistema “a compartimenti stagni” di culture che poco o nulla comunicavano tra loro. Ciò ha determinato l’avanzata dell’oppressione e dello sfruttamento colonialistici, alla quale ha corrisposto in Europa il processo di secolarizzazione e scristianizzazione.

Ciò distingue papa Francesco dal suo modello ispiratore, il Povero d’Assisi. Frate Francesco viveva in un mondo duro e crudele, ch’era però pur sempre una società cristiana e poteva legittimamente praticare la sua via, quella che con commovente lucidità propone nel suo “Testamento”: senza tuttavia pretendere – Francesco non era Lenin – che tutta la società si adattasse al suo sacrum commercium cum domina Paupertate. Oggi il Papa ci ricorda che la via per rimanere cristiani, se si vuol fare tale scelta, è quella, appunto, della fraternità tra le persone, le comunità e i popoli, nel rispetto delle diversità – che non annullano l’eguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a Dio, ma al contrario la qualificano (e si veda nell’enciclica il paragrafo dedicato alla “Identità cristiana”, stranamente “ignorato” dai critici identitaristi e sovranisti del documento) – e nel ritorno a una vita cristiana che sia tale anche dal punto di vista sacramentale.

Ci voleva un Papa gesuita, e un Papa latino- americano, per affermare tutto ciò con coraggio e lucidità. E risiede qui una delle ragioni per la quale i capitalisti europei del XVIII secolo chiesero – e ohimè ottennero – che i regnanti insistessero presso la Santa Sede affinché fosse sciolta la Compagnia di Gesù, che nelle sue reducciones del Guarany (tra Argentina, Uruguay e Paraguay attuali) istruivano e inquadravano gli indios e li armavano per insegnar loro a opporsi alle incursioni dei cacciatori di schiavi, i paulistas. Jorge Mario Bergoglio, il vescovo dalle scarpe vecchie e pesanti che anni ha vissuto nelle Villas Miserias argentine, è uno fatto di quella pasta.

Un’enciclica “politica”? Senza dubbio. Ma di quella politica che – come replicava nel 1931 Pio XI a chi da parte fascista lo accusava di “politicantismo” – è legittimamente tale perché «tocca l’altare». E il malessere di milioni di persone, la mancanza di casa e di lavoro, la migrazione coatta di chi si vede sottratti in patria i mezzi di sussistenza, la fame e la ma-lattia incurabili in quanto non si hanno i mezzi economici per farlo, richiedono misure politiche che obiettivamente, inevitabilmente «toccano l’altare». Rinfacciare al Papa di aver edito un documento “ideologico” in quanto egli espone sacrosanti rilievi nei confronti di liberismo, populismo e sovranismo equivale a contestare Pio XI per aver attaccato con la Mit brennender Sorge la “statolatria pagana” nazionalsocialista o con la Divini Redemptoris il comunismo ateo.

un invito ad una radicale conversione – il commento di ‘noi siamo chiesa’ alla ‘fratelli tutti’

“fratelli tutti”

un appassionato messaggio di invito alla conversione
che papa Francesco invia ai cristiani ed all’intera umanità

di Vittorio Bellavite
in “www.noisiamochiesa.org” del 11 ottobre 2020

L’ enciclica “Fratelli tutti” per la complessità e la molteplicità dei temi che tratta meriterà molta
attenzione di volta in volta sui vari blocchi di argomenti. Una prima lettura serve ad averne un’idea
generale senza in alcun modo esaurire la riflessione.

La situazione difficile del mondo

Essa, nelle sue linee generali, riprende ampiamente il messaggio culturale e sociopolitico di papa
Francesco, lo sistematizza e lo arricchisce. In particolare riprende ampiamente il documento di Abu
Dhabi del febbraio del 2019 “sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”
firmato dal papa con il Grande Imam Abu Al-Tayyeb dell’Università Al-Azhar del Cairo. La prima
parte descrive la situazione del mondo constatandone il peggioramento per i nazionalismi
emergenti, la crescita delle radicalizzazioni e delle disuguaglianze, i razzismi, le nuove povertà, la
pandemia “che ci ha denudati” e ha gravemente penalizzato i più deboli, il rischio del “tutti contro
tutti”, il rifiuto dei migranti, i muri, invece dei ponti, che si costruiscono un po’ dovunque, le forme
ormai consolidate di schiavitù, la guerra mondiale a pezzi, i poteri economici che sovrastano i
soggetti politici che dovrebbero proteggere la “casa comune” dell’umanità. In questa descrizione si
può leggere un contributo abbastanza nuovo (cap. 44 e 45) sulle tante aggressività che si esprimono
mediante la comunicazione online e in tutto il mondo digitale che ha alle spalle interessi economici
enormi e che è capace di forme invasive e sottili di controllo e di manipolazione. In questa
descrizione non nuova delle tante cose negative dello scenario globale non vi è spazio (un solo
cenno) per un approfondimento della specifica condizione della donna che è pesante e diffusa
ovunque. I diversi aspetti della sua condizione di subordinazione fanno parte dei pesanti rapporti di
dominio esistenti al mondo che tutti l’enciclica condanna duramente. Questa assenza ci sembra il
limite principale dell’enciclica ed è coerente con la mancanza nel pontificato di papa Francesco di
un impegno non formale od episodico perché la condizione femminile sia tutelata e promossa nella
società e, a maggior ragione, nella Chiesa. La richiesta che l’enciclica si chiamasse “Sorelle e
fratelli tutti” ci sembrava del tutto giustificata (la citazione esatta delle parole di S. Francesco
poteva essere ripresa e spiegata nel testo). E’ stato anche rilevato che tra i grandi “maestri” citati tra
quelli che hanno ispirato l’enciclica (S. Francesco, Martin Luther King, Desmond Tutu, Mahatma
Gandhi, Charles de Foucauld) non c’è nessuna donna.

Il Samaritano, modello per la vita e per la società

L’enciclica passa poi ad un approfondimento del racconto evangelico del buon Samaritano, che
viene assunto come modello generale per nuovi rapporti tra gli uomini. Il testo è particolarmente
efficace nel descrivere i quattro soggetti presenti nella parabola, assunti a tipologie di
comportamenti diffusi. Partendo da qui si sviluppano le linee portanti dei principali messaggi di
Francesco. Essi riguardano: gli “ultimi”, i migranti, il potere economico che domina la politica, gli
individualismi generalizzati che chiudono le comunità e le società in sé stesse, la proprietà privata
che dovrebbe essere diritto secondario rispetto ai beni comuni ed al bene comune, i nazionalismi
fondati sulla xenofobia e via di questo passo. L’amore si deve praticare da una parte verso le
fragilità individuali nei rapporti interpersonali che ognuno di noi incontra nella propria vita,
dall’altra con quella che Francesco chiama “amicizia sociale” perché la carità si deve esprimere con
l’intervenire sulle situazioni di sofferenza della casa comune (con azioni di tipo sociale, politico,
culturale). Questa è la solidarietà. Poi l’enciclica fa un interessante discorso su Fraternità, Libertà e
Uguaglianza. Le tre parole d’ordine della Rivoluzione francese vengono naturalmente accettate (già
demonizzate dalla Chiesa a suo tempo) ma declinate in questo modo: la fraternità è la condizione
indispensabile perché libertà e uguaglianza siano veramente tali. Tutta l’enciclica ruota attorno alla
tutela e alla promozione dei diritti umani, a partire dagli ultimi, dagli esclusi, dai “non conosciuti”.
Qualcuno ha osservato che la Chiesa mentre li promuove con convinzione dovrebbe essere più
consapevole che al proprio interno essi meritano una ben maggiore tutela (per esempio quelli degli
abusati dal clero pedofilo) e che, in generale, tante strutture della Chiesa dovrebbero finalmente
cambiare nella direzione di quanto dice l’enciclica (per esempio nella gestione delle sue risorse
economiche, argomento di assoluta attualità).

Cosa si debba intendere per popolo

L’enciclica continua su come siano da gestire correttamente i valori di ogni popolo, mantenendo le
radici storiche, culturali, linguistiche ma dialogando con ogni altro paese per capire, accettare e
stabilire rapporti positivi a partire dal fatto che ogni popolo deve sentirsi parte della famiglia umana.
L’accoglienza e l’integrazione dei migranti sono la base per una nuova politica che esiga però
programmi globali internazionali. Il “locale” deve avere l’orizzonte del “globale” ed ogni paese
cerchi alleanze ed integrazioni coi paesi vicini per trattare con le grandi potenze. Il testo esamina
poi in modo critico il populismo e le forme liberali di gestione del potere e vi descrive gli aspetti
positivi del concetto di “popolo”. Ma qualsiasi impegno e soluzione – dice l’enciclica- “potrebbe
avere ben poca consistenza, se perdiamo la capacità di riconoscere il bisogno di un cambiamento
nei cuori umani, nelle abitudini e negli stili di vita. È quello che succede quando la propaganda
politica, i media e i costruttori di opinione pubblica insistono nel fomentare una cultura
individualistica e ingenua davanti agli interessi economici senza regole e all’organizzazione delle
società al servizio di quelli che hanno già troppo potere.”

La carità è l’impegno per il bene comune

Il discorso continua su un versante più direttamente politico. La crisi del 2008 è stata un’occasione
persa, gli Stati nazionali perdono potere e domina la finanza. Soprattutto – passo importante
dell’enciclica- è necessaria la riforma dell’ONU, il rilancio dei rapporti internazionali e del
multilateralismo che è in grave crisi dopo una fase in cui forme importanti di aggregazione si erano
sviluppate, per esempio in Europa e in America Latina. In questa situazione papa Francesco
richiama il ruolo dei movimenti popolari e sottolinea molto l’importanza delle organizzazioni della
società civile che si impegnano per la tutela dei diritti umani e per il bene comune. Questa è carità, è
amore, è l’impegno per il bene comune, per cambiare, per il dialogo, per ogni passo in avanti, anche
con risultati modesti. Ogni azione deve tendere a riconoscere l’altro, deve tendere a un processo
d’incontro tra differenze (senza fermare le rivendicazioni sociali), per una trasformazione degli stili
di vita, per nuovi rapporti sociali. Francesco propone un “artigianato della pace” che parta dal basso
e “lasci aperte sempre altre possibilità, altre considerazioni del reale, altre strade possibili, perfino dinanzi al
peccato e all’errore; sempre è invocata la pluralità, mai il relativismo, sempre il gusto delle differenze,
dell’inedito, del non ancora compreso; il poliedro, mai la torre di Babele, dalla pretesa unificante” (Raniero La
Valle).

La memoria e il perdono

Per completare il quadro l’enciclica parla del perdono e del suo rapporto con la giustizia e poi della
memoria. Non si costruisce per il futuro se non si ha sempre a mente la Shoah ed Hiroshima e
Nagasaki. L’enciclica dice: “E nemmeno vanno dimenticati le persecuzioni, il traffico di schiavi e i
massacri etnici che sono avvenuti e avvengono in diversi Paesi, e tanti altri fatti storici che ci fanno
vergognare di essere umani. Vanno ricordati sempre, sempre nuovamente, senza stancarci e senza
anestetizzarci. È facile oggi cadere nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato
molto tempo e che bisogna guardare avanti. No, per amor di Dio! Senza memoria non si va mai
avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa. Abbiamo bisogno di mantenere la
fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che è
accaduto», che «risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza
umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione” (messaggio
per la Giornata della pace 2020). Papa Francesco è anche esplicito sulla Chiesa e dice: “A volte mi
rattrista il fatto che la Chiesa ha avuto bisogno di tanto tempo per condannare con forza la schiavitù
e diverse forme di violenza.”

NO alla guerra giusta e alla pena di morte

Il papa riprende quanto già detto molte volte sulla ripresa della corsa al riarmo, in particolare per
quanto riguarda le armi nucleari e constata che negli ultimi decenni si è optato “ per la guerra
avanzando ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive, ricorrendo anche
alla manipolazione dell’informazione. Di fatto, negli ultimi decenni tutte le guerre hanno preteso di
avere una giustificazione”. Di conseguenza la Chiesa ritiene superata la dottrina della guerra giusta
in certe circostanze e rilancia la proposta della Populorum Progressio per un Fondo mondiale
finanziato dalla riduzione delle spese militari per eliminare la fame e per lo sviluppo dei paesi
poveri. Questa posizione netta sulla guerra è una indiretta denuncia di tutti i facili consensi del
mondo cattolico nei confronti delle strutture militari ed addirittura di presenze al loro interno (nel
nostro paese i cappellani militari con l’Ordinario militare!). Ugualmente la Chiesa ha
definitivamente preso posizione contro la pena di morte in qualsiasi circostanza facendo così una
evidente autocritica rispetto alla sua posizione precedente. L’enciclica si conclude sul dialogo tra le
religioni e sull’identità cristiana. La Chiesa, che auspica la convergenza del mondo cristiano e di
tutte le religioni su queste grandi questioni, rivendica l’autonomia della politica ma «non può e non
deve neanche restare ai margini» nella costruzione di un mondo migliore, né trascurare di
«risvegliare le forze spirituali che possano fecondare tutta la vita sociale”. In questo modo si
contribuisce a combattere a oltranza quel terrorismo che strumentalizza la religione e che combatte
la libertà religiosa. Ci lascia però perplessi, al cap. 273 una citazione di papa Wojtyla che dice : “Se
non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità, allora
non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini”. Interpretato alla
lettera questo passo può indicare una “esclusiva” delle religioni nell’indicare le strade per la retta
convivenza sociale (e ciò è del tutto discutibile sia come affermazione di principio sia perché
smentibile osservando la storia).

“Fratelli tutti” completa il messaggio della Laudato Si

Mi pare che “Fratelli tutti” esprima il filone migliore e più universale di un pontificato che viene
ostacolato da tante strutture ecclesiastiche che sono retaggio dei due pontificati precedenti, di una
comprensione mummificata dell’Evangelo da parte di molti di una struttura piramidale
autoreferenziale e di un accentramento eccessivo del potere nella figura del papa. L’enciclica è
quindi “la voce di chi non ha voce” e sfugge anche a un certo dottrinarismo delle precedenti
encicliche sociali perché “morde” nella storia. Infatti nel suo lungo ragionare si leggono sottotraccia
tutte le situazioni di sofferenza esistenti e le potenzialità pure presenti nella Chiesa. Ognuno le può
facilmente vedere. A noi , per esempio, appare evidente quanto i suoi contenuti siano direttamente
in contrasto pesante con la linea della presidenza uscente degli USA (lo ha scritto il “Washington
Post”!) e, nel nostro paese, con l’arroganza della destra che si pretende cristiana perché “ci sono
ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere
varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino
maltrattamenti verso coloro che sono diversi”. L’enciclica fa un appello universale al mondo intero
perché il suo messaggio non sia ininfluente. Ma essa interessa soprattutto i cattolici perché si
impegnino a cercare di fare seguire alle parole i fatti, dando testimonianza dell’Evangelo, maggiore
credibilità alla loro Chiesa e così un forte contributo alla sua vera riforma ed alla sua conversione
che consiste nel seguire l’esempio del Samaritano.

Roma, 11 ottobre 2020 NOI SIAMO CHIESA

è possibile una politica all’insegna della gentilezza e della tenerezza? il commento di Boff alla ‘fratelli tutti’

 

 

‘fratelli tutti’

la politica come tenerezza e gentilezza

di Leonardo Boff

“Fratelli tutti” la nuova enciclica di Papa Bergoglio sta avendo una grande risonanza globale.
Sempre più Papa Francesco si sta confermando come un leader mondiale autorevole. Infatti è uno
dei pochi a riflettere sul mondo post-covid. L’enciclica è l’esposizione di un grande progetto
planetario della fraternità universale, da realizzare a partire dai poveri e con i poveri.
Dedicheremo, a questa enciclica, altri interventi. Oggi iniziamo con un protagonista della teologia
contemporanea, amico di Papa Francesco: il teologo della liberazione Leonardo Boff. Per gentile
concessione dell’autore pubblichiamo, in una nostra traduzione dal portoghese, questo
significativo testo del teologo brasiliano. Il testo è denso e ricco di spunti sul significato della
politica nella lettera enciclica “Fratelli tutti”.(Pierluigi Mele)
La nuova enciclica di Papa Francesco, firmata sulla tomba di Francesco d’Assisi, nella città di
Assisi, il 3 ottobre, sarà una pietra miliare nella dottrina sociale della Chiesa. È vasta e dettagliata
nella sua tematica, cercando sempre di aggiungere valori, anche dal liberalismo che critica
fortemente. Sarà certamente analizzata in dettaglio da cristiani e non cristiani poiché si rivolge a
tutte le persone di buona volontà. Sottolineerò in questo spazio ciò che considero innovativo
rispetto al precedente insegnamento dei Papi.
In primo luogo, deve essere chiaro che il Papa presenta un’alternativa paradigmatica al nostro modo
di abitare la Casa Comune, che è soggetta a molte minacce. Fa una descrizione delle “ombre
dense” che equivalgono, come lui stesso ha affermato in vari pronunciamenti, a “una terza guerra
mondiale a pezzi”. Attualmente non esiste un progetto comune per l’umanità (n. 18). Ma un filo
conduttore attraversa tutta l’enciclica: “essere coscienti che o ci salviamo tutti o nessuno si salva”
(n32). Questo è il progetto nuovo, espresso con queste parole: “Consegno questa enciclica sociale
come un umile contributo alla riflessione perché di fronte ai vari modi di eliminare o ignorare gli
altri, si sia capaci di reagire con un nuovo sogno di fraternità e amicizia sociale” (n.6).
Dobbiamo capire bene questa alternativa. Siamo arrivati e siamo ancora all’interno di un paradigma
che sta alla base della modernità. È antropocentrico. È il regno del dominus: l’essere umano come
signore e padrone della natura e della Terra che hanno senso solo nella misura in cui sono
subordinate a lui. Ha cambiato la faccia della Terra, ha portato molti vantaggi ma ha anche creato un
principio di autodistruzione. È l’attuale impasse delle “ombre dense”. Di fronte a questa visione del
cosmo, l’enciclica Fratelli tutti propone un nuovo paradigma: quello del fratello, la fraternità
universale e dell’amicizia sociale. Sposta il centro: da una civiltà tecno-industrialista e
individualista a una civiltà solidale, della preservazione e cura di ogni vita. Questa è l’intenzione
originale del Papa. In questa svolta sta la nostra salvezza; supereremo la visione apocalittica della
minaccia della fine della specie con una visione di speranza che possiamo e dobbiamo cambiare
rotta.
Per questo, dobbiamo alimentare la speranza. Dice il Papa: “vi invito alla speranza che ci parla di
una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e
dai condizionamenti storici in cui si vive” (n.55). Qui risuona il principio della speranza, che è più
della virtù della speranza, ma un principio, un motore interiore per proiettare sogni e visioni nuove,
così ben formulato da Ernst Bloch. Enfatizza: “l’affermazione che gli esseri umani sono fratelli e
sorelle, che non è un’astrazione ma che si fa carne e si concretizza, pone una serie di sfide che ci
spiazzano, ci costringono ad assumere nuove prospettive e sviluppare nuove reazioni”(n.128).
Come si deduce, si tratta di una nuova direzione, di una svolta paradigmatica.
Da dove cominciare? Qui il Papa rivela il suo atteggiamento di fondo, spesso ripetuto ai movimenti
sociali: “Non aspettatevi niente dall’alto perché viene sempre più o meno lo stesso o peggio;
cominciate da voi stessi”. Per questo suggerisce: “È possibile partire dal basso, da ciascuno,
lottare per cose più concrete e locali, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo” (n.78). Il
Papa suggerisce quella che oggi è la punta del discorso ecologico: lavorare nella regione, il bioregionalismo che consente la vera sostenibilità e umanizzazione delle comunità e articola il locale
con l’universale (n. 147).
Ci sono lunghe riflessioni sull’economia e sulla politica, ma mette in risalto: “la politica non deve
sottomettersi all’economia e non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della
tecnocrazia” (n.177). Fa una franca critica al mercato: “Il mercato da solo non risolve tutto come
vogliono farci credere nel dogma della fede neoliberista; si tratta di un pensiero povero, ripetitivo,
che propone sempre le stesse ricette per qualsiasi sfida che si presenta; il neoliberismo si autoriproduce come l’unico cammino per risolvere i problemi sociali”(n. 168). La globalizzazione ci ha
resi più vicini ma non più fratelli (n.12). Crea solo soci ma non fratelli (n.101).
Mediante la parabola del buon Samaritano, compie un’analisi rigorosa dei vari personaggi che
entrano in scena e li applica all’economia politica, culminando nella domanda: “con chi ti
identifichi (con i feriti per strada, con il sacerdote, il levita o con il forestiero, il samaritano,
disprezzato dagli ebrei)? Questa domanda è cruda, diretta e decisiva. A chi di loro
assomigli ?”(n.64). Il buon Samaritano si fa modello di amore sociale e politico (n.66).
Il nuovo paradigma della fraternità e dell’amore sociale si dispiega nell’amore nella sua
realizzazione pubblica, nella cura dei più fragili, nella cultura dell’incontro e del dialogo, nella
politica come tenerezza e gentilezza.
Per quanto riguarda la cultura dell’incontro, ci prendiamo la libertà di citare il poeta brasiliano
Vinicius de Moraes nel suo Samba da Bênção nel brano “Encontro Au bon Gourmet” del 1962
dove dice: “La vita è l’arte dell’incontro anche se ci sono così tante discrepanze nella vita
”(n.215). La politica non si riduce alla disputa per il potere e alla divisione dei poteri. Con sorpresa
dice: “Anche in politica c’è posto per l’amore con tenerezza: per i più piccoli, i più deboli, i più
poveri; loro devono capirci e avere il “diritto” di riempire i nostri cuori e le nostre anime; sì, sono
nostri fratelli e come tali dobbiamo amarli e trattarli così”(194) E si chiede cos’è la tenerezza e
risponde: “è l’amore che si fa prossimo e concreto; è un movimento che parte dal cuore e arriva
agli occhi, alle orecchie, alle mani”(n.196). Questo ci ricorda la frase di Gandhi, una delle
ispirazioni del Papa, accanto a San Francesco, Luther King, Desmond Tutu: la politica è un gesto
d’amore verso le persone, la cura delle cose comuni.
Insieme alla tenerezza arriva l’amabilità che noi tradurremmo con gentilezza, ricordando il profeta
Gentileza che nelle strade di Rio de Janeiro ha proclamato a tutti i passanti “La gentilezza genera
gentilezza” e “Dio è gentilezza” come nello stile di San Francesco. Così definisce la gentilezza:
“uno stato d’animo che non è aspro, rude, duro ma affabile, morbido, che sostiene e rafforza; una
persona che possiede questa qualità aiuta gli altri a rendere più sopportabile la propria
esistenza”(n.223). Ecco una sfida ai politici, rivolta anche ai vescovi e sacerdoti: fare la rivoluzione
della tenerezza.
La solidarietà è uno dei fondamenti dell’umano e del sociale. Si “esprime concretamente nel
servizio che può assumere forme molto diverse e prendere per sé il peso degli altri; in gran parte è
prendersi cura della fragilità umana”(n.115). Questa solidarietà si è dimostrata assente e solo
successivamente efficace nella lotta al Covid-19. Essa impedisce all’umanità di biforcarsi tra “il
mio mondo” e gli “altri”, “loro” perché “molti non sono più considerati esseri umani con una
dignità inalienabile e diventano solo “loro”(n. 27). E conclude con un grande desiderio: “Spero che
alla fine non ci saranno“gli altri” ma un solo “noi”(n.35).
Per questa sfida di incarnare il sogno di una fratellanza universale e di amore sociale, chiama tutte
le religioni affinché “offrano un contributo prezioso alla costruzione della fraternità e per la difesa
della giustizia nella società” (n. 271).
Alla fine rievoca la figura del fratellino di Jesus Charles de Foucauld che nel deserto del Nord
Africa insieme alla popolazione mussulmana voleva essere “definitivamente il fratello
universale”(n. 287). Facendo suo questo proposito, Papa Francesco osserva: “Solo identificandosi
con gli ultimi è arrivato ad essere il fratello di tutti; che Dio ispiri questo sogno in ognuno di noi.
Amen”(n.288).
Siamo di fronte a un uomo, Papa Francesco, che seguendo la sua fonte ispiratrice, Francesco di
Assisi, è diventato anche un uomo universale, accogliendo tutti e identificandosi con i più
vulnerabili e invisibili del nostro mondo crudele e senza umanità. Lui suscita la speranza che
possiamo e dobbiamo alimentare il sogno di una fraternità senza confini e di un amore universale.
Lui ha fatto la sua parte. Sta a noi non lasciare che il sogno sia solo un sogno, ma sia l’inizio
seminale di un nuovo modo di vivere insieme, come fratelli e sorelle, più la natura, nella stessa Casa
Comune. Avremo tempo e saggezza per questo salto? Le “ombre dense” continueranno
sicuramente. Ma abbiamo una lampada con questa enciclica di speranza di Papa Francesco. Essa
non dissipa tutte le ombre. Ma è sufficiente per immaginare il cammino che tutti devono
intraprendere.
Leonardo Boff è eco-teologo, filosofo e scrittore brasiliano

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