papa Francesco chiede perdono agli (impronunciabili) Rohingya

papa Francesco

“la presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya”

di Andrea Tornielli
in “La Stampa-Vatican Insider” del 1° dicembre 2017

È un incontro commovente, fatto di sguardi, di gesti e di lacrime, più che di parole. Un gruppo di profughi Rohingya sale sul palco alla fine dell’incontro interreligioso. Dopo la preghiera ecumenica presieduta dal vescovo anglicano , che si è inginocchiato davanti al Pontefice chiedendo di essere benedetto, i Rohingya si avvicinano. Sono sedici, 12 uomini, due donne e due bambine. Le due donne indossano il velo e portano anche il niqab sul volto, ma lo abbassano. Migliaia di persone presenti li accolgono con un applauso e dopo i primi saluti, quando Bergoglio parla brevemente a loro, le immagini e l’audio vengono tagliati. Sfilano uno ad uno a salutare il Papa, che ha deciso di intrattenersi con loro anche dopo la fine dell’evento pubblico. Francesco poggia la sua mano sul capo di alcuni di loro, ha ascoltato con il volto serio e partecipe i racconti e le loro richieste. Bergoglio aveva lanciato un forte appello pubblico in loro favore lo scorso agosto , ha parlato dei diritti delle minoranze alle autorità del Myanmar, ha chiesto ieri alla comunità internazionale di intervenire in questa emergenza umanitaria e infine ha reso visibile questa sua vicinanza e compartecipazione alle loro sofferenze. Il Papa ha detto loro: «Vi siamo vicini, la vostra situazione è molto dura. In nome di tutti quelli che vi hanno fatto del male, per l’indifferenza del mondo, chiedo perdono». «Cari fratelli e sorelle – ha aggiunto Bergoglio – tutti noi siamo creati a immagine di Dio, noi siamo tutti immagini del Dio vivente. La vostra religione insegna che all’inizio Dio ha preso un po’ di sale e l’ha buttato nell’acqua che è l’anima di tutti gli uomini, e ognuno di noi porta un po’ di questo sale. Questi fratelli e sorelle portano dentro il sale di Dio».

Alcuni Rohingya piangono.

«Cari fratelli e sorelli soltanto facciamo vedere al mondo che cosa fa l’egoismo del mondo con l’immagine di Dio. Continuiamo a fare del bene a loro, ad aiutarli, continuiamo a muoverci perché siano riconosciuti i loro diritti, non chiudiamo il cuore. Non guardiamo dall’altra parte. La presenza di Dio oggi anche si chiama Rohingya. Ognuno di noi dia la propria risposta». Francesco ha infine assicurato che farà «tutto ciò che posso per aiutarvi!».

contro papa Francesco quelli che gli erano più vicini – il messaggio sibillino del card. Müller

il cardinale Müller

«mi vogliono guida di un gruppo contro il papa»

 «si rischia una separazione che potrebbe sfociare in uno scisma. Io resto con Bergoglio, ma chi reclama va ascoltato»

Gerhard Müller (LaPresse) Gerhard Müller

«C’è un fronte dei gruppi tradizionalisti, così come dei progressisti, che vorrebbe vedermi a capo di un movimento contro il Papa. Ma io non lo farò mai. Ho servito con amore la Chiesa per 40 anni da prete, 16 anni da cattedratico della teologia dogmatica e 10 anni da vescovo diocesano. Credo nell’unità della Chiesa e non concedo a nessuno di strumentalizzare le mie esperienze negative degli ultimi mesi. Le autorità della Chiesa, però, devono ascoltare chi ha delle domande serie o dei reclami giusti; non ignorarlo o, peggio, umiliarlo. Altrimenti, senza volerlo, può aumentare il rischio di una lenta separazione che potrebbe sfociare in uno scisma di una parte del mondo cattolico, disorientato e deluso. La storia dello scisma protestante di Martin Lutero di cinquecento anni fa dovrebbe insegnarci soprattutto quali sbagli evitare».

Il cardinale Gerhard Müller parla con voce piana e un marcato accento tedesco. Siamo nell’appartamento di Piazza della Città Leonina che in passato aveva occupato Joseph Ratzinger prima di diventare Benedetto XVI, in un palazzo abitato da alti prelati.

 

Müller, forse il più rispettato teologo cattolico, è l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sostituito a sorpresa nel luglio scorso da Jorge Mario Bergoglio. «Il Papa mi confidò: “Alcuni mi hanno detto anonimamente che lei è mio nemico” senza spiegare in qual punto», racconta affranto. «Dopo quarant’anni al servizio della Chiesa, mi sono sentito dire questo: un’assurdità preparata da chiacchieroni che invece di instillare inquietudine nel Papa farebbero meglio a visitare uno strizzacervelli. Un vescovo cattolico e cardinale di Santa Romana Chiesa è per natura con il Santo Padre. Ma credo che, come diceva il teologo del Cinquecento, Melchior Cano, i veri amici non sono coloro che adulano il Papa ma quelli che lo aiutano con la verità e la competenza teologica ed umana. In tutte le organizzazioni del mondo i delatori di questa specie servono solo se stessi».

Parole dure, risentite, di chi sente di avere subito un torto immeritato. Il cardinale esclude, come sostengono alcune voci allarmistiche, che qualcuno stia ordendo complotti contro Francesco, in polemica con alcune prese di posizione ritenute troppo progressiste: lo considera «un’assoluta esagerazione». Ma ammette che la Chiesa è percorsa da tensioni profonde. «Le tensioni nascono dalla contrapposizione tra un fronte tradizionalista estremista su alcuni siti web, e un fronte progressista ugualmente esagerato, che oggi cerca di accreditarsi come superpapista», secondo Müller. Si tratta di minoranze, ma agguerrite.

Per questo il cardinale trasmette un messaggio di unità ma anche di preoccupazione. «Attenzione: se passa la percezione di un’ingiustizia da parte della Curia romana, quasi per forza di inerzia si potrebbe mettere in moto una dinamica scismatica, difficile poi da recuperare. Credo che i cardinali che hanno espresso dei dubbi sull’Amoris Laetitia, o i 62 firmatari di una lettera di critiche anche eccessive al Papa vadano ascoltati, non liquidati come “farisei” o persone brontolone. L’unico modo per uscire da questa situazione è un dialogo chiaro e schietto. Invece ho l’impressione che nel “cerchio magico” del Papa ci sia chi si preoccupa soprattutto di fare la spia su presunti avversari, così impedendo una discussione aperta ed equilibrata. Classificare tutti i cattolici secondo le categorie di “amico” o “nemico” del Papa, è il danno più grave che causano alla Chiesa. Uno rimane perplesso se un giornalista ben noto, da ateo si vanta di essere amico del Papa; e in parallelo un vescovo cattolico e cardinale come me viene diffamato come oppositore del Santo Padre. Non credo che queste persone possano impartirmi lezioni di teologia sul primato del Romano Pontefice».

Müller non vede una Chiesa più divisa di quanto fosse negli anni di Benedetto XVI. «Però la vedo più debole. Fatichiamo ad analizzare i problemi. I sacerdoti scarseggiano e diamo risposte più organizzative, politiche e diplomatiche che teologiche e spirituali. La Chiesa non è un partito politico con le sue lotte per il potere. Dobbiamo discutere sulle domande esistenziali, sulla vita e la morte, sulla famiglia e le vocazioni religiose, e non permanentemente sulla politica ecclesiastica. Papa Francesco è molto popolare, e questo è un bene. Ma la gente non partecipa più ai Sacramenti. E la sua popolarità tra i non cattolici che lo citano con entusiasmo, non cambia purtroppo le loro false convinzioni. Emma Bonino, per esempio, loda il Papa ma resta ferma sulle sue posizioni in tema di aborto che il Papa condanna. Dobbiamo stare attenti a non confondere la grande popolarità di Francesco, che pure è un enorme patrimonio per il mondo cattolico, con una vera ripresa della fede: anche se tutti sosteniamo il Papa nella sua missione».

Nell’ottica del cardinale Müller, dopo quasi cinque anni di pontificato una fase si è chiusa: quella della Chiesa intesa come «ospedale da campo», definizione felice che Francesco affidò alla Civiltà Cattolica nel 2013, poco dopo l’elezione. «Fu una grande intuizione del Papa. Ma forse ora bisogna andare oltre l’ospedale da campo, e archiviare la guerra contro il bene naturale e soprannaturale degli uomini di oggi che lo ha reso necessario», sostiene. «Oggi avremmo bisogno più di una Silicon Valley della Chiesa. Dovremmo essere gli Steve Jobs della fede, e trasmettere una visione forte in termini di valori morali e culturali e di verità spirituali e teologiche». Non basta, aggiunge, «la teologia popolare di alcuni monsignori né la teologia troppo giornalistica di altri. Abbiamo bisogno anche della teologia a livello accademico».

Dalle sue parole si intuisce che le critiche sono rivolte soprattutto ad alcuni collaboratori di Francesco. «Va bene la divulgazione. Francesco tende giustamente a sottolineare la superbia degli intellettuali. A volte, tuttavia, i superbi non sono solo loro. Il vizio della superbia è una impronta del carattere e non dell’intelletto. Io penso alla umiltà di San Tommaso, il più grande intellettuale cattolico. La fede e la ragione sono amiche».Nell’ottica del cardinale, il modello di papato che tende a emergere a intermittenza, «più come sovrano dello Stato del Vaticano che come supremo insegnante della fede», può suscitare qualche riserva.

«Ho la sensazione che Francesco voglia ascoltare e integrare tutti. Ma gli argomenti delle decisioni devono essere discussi prima. Giovanni Paolo II era più filosofo che teologo, ma si faceva assistere e consigliare dal cardinale Ratzinger nella preparazione dei documenti del magistero. Il rapporto fra il Papa e la Congregazione per la dottrina della fede era e sarà sempre la chiave per un proficuo pontificato. E ricordo anche a me stesso che i vescovi sono in comunione con il Papa: fratelli e non delegati del Papa, come ci ricordava il Concilio Vaticano II». Müller non ha ancora smaltito «la ferita», la chiama così, dei suoi tre collaboratori licenziati poco prima della sua sostituzione. «Sono stati dei preti buoni e competenti che lavoravano per la Chiesa con dedizione esemplare», è il suo giudizio. «Le persone non possono essere mandate via ad libitum, senza prove né processo, solo perché qualcuno ha denunciato anonimamente vaghe critiche al Papa mosse da parte di uno di loro…».

l’ira di papa Francesco – gli imprenditori della paura sono violenti e razzisti

migranti

l’ira di Papa Francesco

“fomentare la paura semina violenza razzista”

Migranti, l'ira di Papa Francesco: "Fomentare la paura semina violenza razzista"

il messaggio per la 51.ma Giornata Mondiale della Pace

“Combattere quanti favoriscono il timore nei confronti dei migranti a fini politici”

di PAOLO RODARI

“Spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso” e combattere “quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti a fini politici”.

Il tutto arrivando entro il 2018 “alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati”.

È quanto chiede Papa Francesco nel suo Messaggio per la 51.ma Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio 2018 sul tema: Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace.

Francesco, che fin dal suo primo viaggio a Lampedusa, nel luglio del 2013, ha mostrato di avere particolarmente a cuore “gli oltre 250 milioni di migranti nel mondo, dei quali 22 milioni e mezzo sono rifugiati”, ha denunciato il fatto che “in molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio”.

Questa retorica, largamente diffusa anche in Italia, non piace a papa Bergoglio che anzi ha ricordato che quanti fomentano la paura a fini politici “anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano”.

E ancora: “Tutti gli elementi di cui dispone la comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro. Alcuni le considerano una minaccia. Io, invece, vi invito a guardarle con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace”. 

La maggior parte dei migranti non cerca altro che un luogo in cui poter vivere in pace. Per trovarlo, molti di loro, ha detto il Papa, “sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, a subire fatiche e sofferenze, ad affrontare reticolati e muri innalzati per tenerli lontani dalla meta”. Il motivo per il quale lasciano la loro terra è principalmente uno: “Fuggono dalla guerra e dalla fame o sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale”. 

Francesco chiede azioni di accoglienza concrete, chiamando in causa anzitutto i governanti che “praticando la virtù della prudenza sapranno accogliere, promuovere, proteggere e integrare, stabilendo misure pratiche, nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, per permettere l’inserimento”. 

Sono loro ad avere una “precisa responsabilità”. Dopo “l’interminabile e orrenda sequela di guerre, di conflitti, di genocidi, di pulizie etniche che hanno segnato il XX secolo” ci sono oggi altri motivi che spingono le persone a migrare: “I conflitti armati e le altre forme di violenza organizzata continuano a provocare spostamenti di popolazione all’interno dei confini nazionali e oltre”. E poi, come detto, il desiderio di una vita migliore. 

I migranti “non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono”. Ma offrire a richiedenti asilo, rifugiati, migranti e vittime di tratta una possibilità di trovare quella pace che stanno cercando, “richiede una strategia che combini quattro azioni: accogliere, proteggere, promuovere e integrare”.

 

Francesco, quindi, auspica “che lungo il 2018” si possa arrivare “alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati. In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche”.

il ‘pizzino’ del card. Mueller contro papa Francesco contiene gravi affermazioni

le gravi affermazioni del card. Mueller contro papa Francesco

di Andrea Grillo

in “Come se non” http://www.cittadellaeditrice.com/munera/come-se-non/ – del 27 novembre 2017

Se “per natura” dice di essere con il Santo Padre, non dimostra affatto di esserlo per cultura. La minaccia di scisma è la coda di paglia di chi non ha argomenti teologici e spirituali da contrapporre alla svolta conciliare di papa Francesco. Il sintomo più grave di questa lettura deficitaria è la esigenza di “superare la definizione di Chiesa come ospedale da campo”. Se c’è un papa che ha recuperato, non solo nell’immaginario collettivo, ma nel cuore stesso della Chiesa, la qualità “paterna e fraterna”, è proprio Francesco

Le accuse che il card. Mueller ha rivolto ieri al papa, direttamente o indirettamente, sono molto gravi e meritano di essere accuratamente identificate

in appendice, il testo integrale della intervista

Presentato da Massimo Franco come “forse il teologo cattolico più rispettato” – espressione davvero ambigua e senza fondamento – nel corso della intervista dimostra proprio di essere debole sul versante squisitamente teologico intorno alle questioni affrontate. Ma andiamo per ordine:

a) la richiesta di “leadership ostile” e la fedeltà

Massimo Franco le definisce “parole dure e risentite”: come un Giobbe offeso, Mueller chiede conto al Papa della ingiustizia subita e dei consiglieri satanici…un quadro a dir poco paradossale e davvero privo di temperanza. Un uomo di Chiesa, che voglia salvaguardare la comunione, in questi casi tace, o parla con discrezione e misura. Se invece parla accusando apertamente il papa di ingiustizia, si chiama fuori dalla Chiesa, si isola su una turris eburnea molto isolata e non poco autoreferenziale. E la sua ribadita fedeltà al Romano Pontefice è puramente formale, astratta. In concreto continua a lottare contro il pontificato, in modo vistosamente sleale. Se “per natura” dice di essere con il Santo Padre, non dimostra affatto di esserlo per cultura.

b) la minaccia di scisma

Se passa il messaggio di una “ingiustizia da parte della Curia romana”… ma che cosa sta facendo Mueller da 5 anni se non continuamente insistere su questa ingiustizia? In un certo senso Mueller mette in guardia la Chiesa da se stesso. Fin dall’inizio ha interpretato se stesso, come Prefetto, come “correttore del papa”. E ora pretende di parlare “super partes”? Come se fosse un osservatore romano disinteressato? Come se non fossero state proprio le sue parole ad alimentare la fronda nostalgica e tradizionalista? La minaccia di scisma è la coda di paglia di chi non ha argomenti teologici e spirituali da contrapporre alla svolta conciliare di papa Francesco. Dare credito ai “dubia” di 4 cardinali e alla lettera di accuse di 62 cattolici poco competenti è un errore irrimediabile del suo approccio.

c) la presunta debolezza teologica e spirituale

Molto grave, ma non nuova, è la affermazione secondo cui oggi la Chiesa di Francesco sarebbe più debole teologicamente e spiritualmente. Questo è davvero il colmo. Mueller identifica nella autoreferenzialità teologica degli ultimi 30 anni il modello teologico e spirituale che “conserva lo status quo”. Per Mueller questo è l’orizzonte: quieta non movere et mota quietare. Non riconosce affatto né la grande dinamica spirituale introdotta dal pontificato di Francesco, né il grande approfondimento teologico, che ha ripreso lo slancio della fase conciliare di riflessione nella Chiesa. Il sintomo più grave di questa lettura deficitaria è la esigenza di “superare la definizione di Chiesa come ospedale da campo”. Quella affermazione è lo specchio di una profonda e forse irrimediabile estraneità di L. Mueller alla Chiesa conciliare, ripensata 50 anni dopo in modo dinamico e capace di “prendere la iniziativa”. Egli legge come “cedimento alla immanenza” la logica della incarnazione. E questo compromette tutto. Applica al papato di Francesco schemi antimodernistici e resta giocato dalla sua teologia non aggiornata. Un deficit teologico sta alla radice del disagio.

d) La domanda di “teologia accademica” e il ruolo della Congregazione

Bisogna infine sottolineare l’esito ultimo di questo approccio distorto al pontificato: la percezione, che Mueller ripete più volte, secondo cui Francesco sarebbe più un sovrano che un “padre nella fede”. Questo è davvero difficile da capire. Se c’è un papa che ha recuperato, non solo nell’immaginario collettivo, ma nel cuore stesso della Chiesa, la qualità “paterna e fraterna”, è proprio Francesco. E questo è dovuto non anzitutto al suo “personaggio mediatico”, ma alla sua spiritualità e alla sua teologia. Su questo punto Mueller sembra aver vissuto, in questi 5 anni, in un altro mondo, in un’altra storia, con altre prospettive e preoccupazioni. Anche la domanda di “teologia accademica” mi sembra paradossale. Proprio in questi 5 anni abbiamo avuto una ripresa e un rilancio del pensiero teologico, che ha riscoperto profondamente il prezioso tesoro della sua immaginazione, della sua incompletezza e della sua inquietudine nel restituire il “depositum fidei” con nuova forza e con efficace eleganza. Le “tre i” con cui Francesco ha identificato il “lavoro teologico” sembrano totalmente estranee alla cultura di L. Mueller. Che un teologo tanto sordo alle prospettive teologiche e spirituali di Francesco e tanto preoccupato di dover condizionare come Prefetto un papato davvero proficuo avesse la pretesa di restare in carica e di condizionare così pesantemente il pontificato, risulta difficile da comprendere.

appendice

la Intervista integrale del Card Mueller al Corriere della sera di ieri (26/11/2017)

di Massimo Franco

«C’è un fronte dei gruppi tradizionalisti, così come dei progressisti, che vorrebbe vedermi a capo di un movimento contro il Papa. Ma io non lo farò mai. Ho servito con amore la Chiesa per 40 anni da prete, 16 anni da cattedratico della teologia dogmatica e 10 anni da vescovo diocesano. Credo nell’unità della Chiesa e non concedo a nessuno di strumentalizzare le mie esperienze negative degli ultimi mesi. Le autorità della Chiesa, però, devono ascoltare chi ha delle domande serie o dei reclami giusti; non ignorarlo o, peggio, umiliarlo. Altrimenti, senza volerlo, può aumentare il rischio di una lenta separazione che potrebbe sfociare in uno scisma di una parte del mondo cattolico, disorientato e deluso. La storia dello scisma protestante di Martin Lutero di cinquecento anni fa dovrebbe insegnarci soprattutto quali sbagli evitare».

Il cardinale Gerhard Müller parla con voce piana e un marcato accento tedesco. Siamo nell’appartamento di Piazza della Città Leonina che in passato aveva occupato Joseph Ratzinger prima di diventare Benedetto XVI, in un palazzo abitato da alti prelati. Müller, forse il più rispettato teologo cattolico, è l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sostituito a sorpresa nel luglio scorso da Jorge Mario Bergoglio.

«Il Papa mi confidò: “Alcuni mi hanno detto anonimamente che lei è mio nemico” senza spiegare in qual punto»,

racconta affranto.

«Dopo quarant’anni al servizio della Chiesa, mi sono sentito dire questo: un’assurdità preparata da chiacchieroni che invece di instillare inquietudine nel Papa farebbero meglio a visitare uno strizzacervelli. Un vescovo cattolico e cardinale di Santa Romana Chiesa è per natura con il Santo Padre. Ma credo che, come diceva il teologo del Cinquecento, Melchior Cano, i veri amici non sono coloro che adulano il Papa ma quelli che lo aiutano con la verità e la competenza teologica ed umana. In tutte le organizzazioni del mondo i delatori di questa specie servono solo se stessi».

Parole dure, risentite, di chi sente di avere subito un torto immeritato. Il cardinale esclude, come sostengono alcune voci allarmistiche, che qualcuno stia ordendo complotti contro Francesco, in polemica con alcune prese di posizione ritenute troppo progressiste: lo considera «un’assoluta esagerazione». Ma ammette che la Chiesa è percorsa da tensioni profonde.

«Le tensioni nascono dalla contrapposizione tra un fronte tradizionalista estremista su alcuni siti web, e un fronte progressista ugualmente esagerato, che oggi cerca di accreditarsi come superpapista»,

secondo Müller. Si tratta di minoranze, ma agguerrite. Per questo il cardinale trasmette un messaggio di unità ma anche di preoccupazione.

«Attenzione: se passa la percezione di un’ingiustizia da parte della Curia romana, quasi per forza di inerzia si potrebbe mettere in moto una dinamica scismatica, difficile poi da recuperare. Credo che i cardinali che hanno espresso dei dubbi sull’Amoris Laetitia, o i 62 firmatari di una lettera di critiche anche eccessive al Papa vadano ascoltati, non liquidati come “farisei” o persone brontolone. L’unico modo per uscire da questa situazione è un dialogo chiaro e schietto. Invece ho l’impressione che nel “cerchio magico” del Papa ci sia chi si preoccupa soprattutto di fare la spia su presunti avversari, così impedendo una discussione aperta ed equilibrata. Classificare tutti i cattolici secondo le categorie di “amico” o “nemico” del Papa, è il danno più grave che causano alla Chiesa. Uno rimane perplesso se un giornalista ben noto, da ateo si vanta di essere amico del Papa; e in parallelo un vescovo cattolico e cardinale come me viene diffamato come oppositore del Santo Padre. Non credo che queste persone possano impartirmi lezioni di teologia sul primato del Romano Pontefice».

Müller non vede una Chiesa più divisa di quanto fosse negli anni di Benedetto XVI.

«Però la vedo più debole. Fatichiamo ad analizzare i problemi. I sacerdoti scarseggiano e diamo risposte più organizzative, politiche e diplomatiche che teologiche e spirituali. La Chiesa non è un partito politico con le sue lotte per il potere. Dobbiamo discutere sulle domande esistenziali, sulla vita e la morte, sulla famiglia e le vocazioni religiose, e non permanentemente sulla politica ecclesiastica. Papa Francesco è molto popolare, e questo è un bene. Ma la gente non partecipa più ai Sacramenti. E la sua popolarità tra i non cattolici che lo citano con entusiasmo, non cambia purtroppo le loro false convinzioni. Emma Bonino, per esempio, loda il Papa ma resta ferma sulle sue posizioni in tema di aborto che il Papa condanna. Dobbiamo stare attenti a non confondere la grande popolarità di Francesco, che pure è un enorme patrimonio per il mondo cattolico, con una vera ripresa della fede: anche se tutti sosteniamo il Papa nella sua missione».

Nell’ottica del cardinale Müller, dopo quasi cinque anni di pontificato una fase si è chiusa: quella della Chiesa intesa come «ospedale da campo», definizione felice che Francesco affidò alla Civiltà Cattolica nel 2013, poco dopo l’elezione.

«Fu una grande intuizione del Papa. Ma forse ora bisogna andare oltre l’ospedale da campo, e archiviare la guerra contro il bene naturale e soprannaturale degli uomini di oggi che lo ha reso necessario»,

sostiene.

«Oggi avremmo bisogno più di una Silicon Valley della Chiesa. Dovremmo essere gli Steve Jobs della fede, e trasmettere una visione forte in termini di valori morali e culturali e di verità spirituali e teologiche».

Non basta, aggiunge,

«la teologia popolare di alcuni monsignori né la teologia troppo giornalistica di altri. Abbiamo bisogno anche della teologia a livello accademico».

Dalle sue parole si intuisce che le critiche sono rivolte soprattutto ad alcuni collaboratori di Francesco.

«Va bene la divulgazione. Francesco tende giustamente a sottolineare la superbia degli intellettuali. A volte, tuttavia, i superbi non sono solo loro. Il vizio della superbia è una impronta del carattere e non dell’intelletto. Io penso alla umiltà di San Tommaso, il più grande intellettuale cattolico. La fede e la ragione sono amiche».

Nell’ottica del cardinale, il modello di papato che tende a emergere a intermittenza,

«più come sovrano dello Stato del Vaticano che come supremo insegnante della fede»,

può suscitare qualche riserva.

«Ho la sensazione che Francesco voglia ascoltare e integrare tutti. Ma gli argomenti delle decisioni devono essere discussi prima. Giovanni Paolo II era più filosofo che teologo, ma si faceva assistere e consigliare dal cardinale Ratzinger nella preparazione dei documenti del magistero. Il rapporto fra il Papa e la Congregazione per la dottrina della fede era e sarà sempre la chiave per un proficuo pontificato. E ricordo anche a me stesso che i vescovi sono in comunione con il Papa: fratelli e non delegati del Papa, come ci ricordava il Concilio Vaticano II».

Müller non ha ancora smaltito «la ferita», la chiama così, dei suoi tre collaboratori licenziati poco prima della sua sostituzione. «Sono stati dei preti buoni e competenti che lavoravano per la Chiesa con dedizione esemplare»,

è il suo giudizio.

«Le persone non possono essere mandate via ad libitum, senza prove né processo, solo perché qualcuno ha denunciato anonimamente vaghe critiche al Papa mosse da parte di uno di loro…».

contro papa Francesco senza tregua – la nuova destra europea in difesa dell’Occidente cristiano

Cristianesimo e Nuova Destra in Europa

di: Hans Schelkshorn

Il supplemento del Quaderno n. 204 di Cristianisme i Justicia (giugno 2017), del noto Centro dei gesuiti di Barcellona, dove è assai attivo il teologo José Ignacio Gonzalez Faus, riporta un articolo di Hans Schelkshorn, presidente dell’Istituto di filosofia cristiana della Facoltà cattolica dell’Università di Vienna

Difesa dell’Occidente cristiano? L’ideologia della nuova destra in Europa

In numerosi stati i partiti della nuova destra (ND) determinano in maniera crescente l’avvenire politico. I movimenti di Le Pen, il blocco fiammingo, il FPO austriaco e, più recentemente, la AFD tedesca mettono in discussione la democrazia liberale e il progetto di pace dell’Unione Europea.

Questi partiti non sono sorti dal nulla, ma dal vuoto morale che l’ideologia neoliberale ha lasciato dietro di sé negli ultimi trent’anni. In questo periodo si è svuotata la sostanza morale tanto della socialdemocrazia come dei partiti della democrazia cristiana. In sintesi: come il fascismo fu una reazione al liberalismo sfrenato, così la ND è una risposta al neoliberalismo.

A questo si è aggiunto il massiccio arrivo di rifugiati, che fuggono dalla caduta del Vicino e Medio Oriente e dall’instabilità di numerosi stati africani, ciò che ha alimentato ancor più l’ascesa di partiti della ND, alcuni dei quali sono stati i più votati nei loro paesi.

L’ideologia dei movimenti della ND

Tanto l’opinione pubblica come la scienza politica li qualificano con disprezzo come populisti. Una denominazione che, benché bene azzeccata, la considero tuttavia problematica. In effetti, la parola populismo suggerisce una politica ampiamente priva di ideologia, che si adatta alle opinioni mutevoli del popolo. In altre parole, l’ideologia del populismo consiste nel non avere nessuna ideologia stabile. Ora credo che una tale analisi sia una pericolosa minimizzazione di ciò che questi partiti rappresentano.

Molti analizzano il fenomeno alla luce di categorie psicologiche (risentimento nei confronti degli stranieri e dei partiti “consolidati”, paura della decadenza della classe media ecc.) Di tanto in tanto, sono percepiti come correttivi delle strutture bloccate dei partiti consolidati nella democrazia, in maniera che, come movimenti di protesta, non avrebbero ambizioni di governo. Benché non siano analisi false, sottovalutano la visione ideologica che hanno del mondo.

D’accordo con Jan-Werner Muller, percepisco nella ND una determinata ideologia, certamente flessibile, ma che mina pericolosamente i principi e i valori delle democrazie dello stato di diritto, così come si sono costruite in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

La concezione fondamentale dell’ideologia della ND è sorta in Francia, nell’ambito del movimento presieduto da Le Pen. È stato soprattutto Alain de Benoist, uno degli ideologi della Nouvelle Droite, incaricato a formularla: una concezione che differenzia strettamente la ND dal vecchio fascismo tra le due guerre che si costruì su due pilastri. In primo luogo, essi erano apertamente anti-democratici. Avevano per scopo di abbattere la democrazia, ricorrendo alla violenza qualora fosse necessario. In secondo luogo, erano basati sul razzismo.

La ND prescinde da questi due principi fondamentali del fascismo e adotta i diritti civili e la democrazia. Rinuncia, quindi, alla presa del potere ricorrendo all’uso della violenza e accetta i risultati delle elezioni democratiche. Inoltre, sostituisce il “vecchio” razzismo con un “etno-pluralismo”, promuovendo il riconoscimento delle diverse etnie e culture, ciascuna nel proprio territorio. Un concetto chiave della ND è la preservazione dell’“unione etnica” di una nazione. Dal 1986, insieme al movimento di Le Pen, il FPO austriaco è diventato uno dei più importanti protagonisti della ND europea. Jorg Haider, il leader, espresse in maniera precisa il nucleo di questo pensiero: «se la politica non si costruisce su principi etnici, all’umanità non le rimane nessun futuro».

Ciò nonostante, tra gli stessi partiti che difendono i principi sopra ricordati, la questione di come si determina la etnia dal punto di vista concettuale è ancora oggetto di controversia. De Benoist, per esempio, rappresenta un punto di vista anticristiano, decisamente “pagano”, della nazione francese. Mentre altri, tra questi il FPO, si sono accostati al cristianesimo, erigendosi a difensori dell’Occidente cristiano nella lotta contro l’islam.

Il pericolo delle imposizioni della ND consiste nel fatto che l’interpretazione etnica di “nazione” o di “popolo” è prioritaria, e viene posta al di sopra dei diritti umani. De Benoist parla appunto dell’«ideologia dei diritti umani», criticandola come secolarizzazione della morale cristiana. L’ideale di fraternità, che insieme a quello di libertà e di uguaglianza, è una delle tre colonne della Rivoluzione francese, deve limitarsi, a suo parere, alla nazione. Per questo i partiti della ND mettono in discussione i diritti umani.

Più ancora, considerano che l’interpretazione etnica di “popolo” o di “nazione” sia il fondamento dello Stato e quindi vada tutelata con mezzi statali. Proprio per questo, il FPO ha messo transitoriamente nel suo programma elettorale un “diritto alla patria”, che dovrebbe aggiungersi alla lista dei diritti umani. Così si apre di colpo uno spiraglio ad una politica autoritaria.

Tuttavia, il “diritto alla patria” non è un diritto umano che si debba imporre allo Stato né che possa essere rivendicato giudizialmente. In una democrazia pluralista, i concetti di “patria” o di “identità nazionale” sono piuttosto oggetto di dibattito pubblico e si basano su determinati diritti umani, soprattutto sul diritto alla libertà di opinione e di riunione. Nel “diritto umano alla patria”, che sembra così inoffensivo, si nasconde una carica esplosiva estremamente pericolosa che, a lungo termine, mina le democrazie dello stato di diritto, trasformandole in sistemi autoritari. Di fatto, Jorg Haider rivendicò l’ instaurazione di una “terza repubblica”.

È chiaro che le democrazie liberali si fondano sul principio universale dei diritti umani, ma anche su un determinato consenso sull’“identità nazionale”. Anche Habermas, che sostiene solo la legittimità di un patriottismo costituzionale, mette in rapporto l’universalità dei diritti umani con tutto il sistema democratico di diritto, tenendo conto di determinate concezioni della conservazione dell’identità nazionale.

Il punto caldo della ND consiste nel diluire in maniera unilaterale, a favore della nazione, la tensione tra diritti umani considerati da un punto di vista universale e concezioni particolari di identità nazionale. Per questo, sono partiti che cercano di controllare i media in nome di una ideologia popolare che debilita la separazione di poteri, specialmente l’indipendenza della giustizia e, soprattutto, la giustizia del tribunale costituzionale, creato in molti paesi dopo la seconda guerra mondiale, come conseguenza del fascismo. Il tribunale costituzionale è un’istituzione di grande importanza per la protezione delle democrazie dello stato di diritto.

Cosicché i partiti della ND non sono populisti per il fatto di adattarsi alle mutevoli opinioni del popolo. Al contrario, sanno da sempre quale deve essere “la volontà del popolo”, e soprattutto chi appartiene al popolo. Zingari, giudei, atei, socialisti e artisti di avanguardia non ne fanno parte, di regola.

Viktor Orbán, protagonista cristiano della ND

Queste ideologie non sono patrimonio esclusivo dei partiti della ND, ma vengono adottate da altri, soprattutto nella democrazia cristiana. Un esempio è proprio il democristiano ungherese Viktor Orbán, che è diventato uno dei dirigenti più potenti. Orbán difende pubblicamente l’idea di uno stato “a-liberale”, che ha tutti gli elementi sopra ricordati. Di più: appoggiato da una maggioranza di due terzi, sulla base di un 53% di votanti, Orbán, con la nuova costituzione, per la prima volta ha costruito in Europa uno stato che si basa su questi principi, realizzando il sogno di Haider di instaurare la “terza repubblica”.

In una intervista a Weltwoche (n. 46, dicembre 2015) Orbán espresse con tutta chiarezza la priorità della nazione sui diritti umani: «La mia impressione personale è che, quando si tratta di questioni spirituali, le élites europee dibattono soltanto temi superficiali e secondari. Belle parole su diritti umani, progresso, pace, apertura, tolleranza. Nel dibattito pubblico non si parla mai di temi fondamentali, cioè, da dove procedono di fatto queste cose così simpatiche. Non parliamo della libertà, non parliamo del cristianesimo, non parliamo della nazione, non parliamo dell’orgoglio. Detto brutalmente: ciò che oggi impera nell’opinione pubblica europea è soltanto un “bla-bla-bla” europeo e liberale su tempi simpatici ma secondari».

Questo spirito è stato trasferito in particolare alla costituzione ungherese. Nel suo preambolo, si presenta l’Ungheria come una nazione cristiana. Chiaro che nei preamboli di molte costituzioni a volte si presenta in maniera idealizzata la storia della nazione. Però, a differenza di altre costituzioni occidentali, il tribunale costituzionale ungherese è obbligato a prendere le sue decisioni alla luce di questo preambolo, cioè, alla luce della concezione dell’Ungheria come nazione cristiana.

Inoltre, la questione attuale dei rifugiati proietta ancor più luce sulla ideologia neo-destrista di Orbán. Le democrazie dello stato di diritto insistono sul fatto che esiste una unità tra i diritti umani e le idee dell’identità nazionale. Per questo, gli stati dell’Unione Europea discutono vivacemente la questione di quanti rifugiati possano essere accolti e dove si mette il limite dell’accoglienza. Nonostante tutte le obbligazioni del diritto dei popoli, vi è un ampio campo per considerare legittimi i pro e i contro.

Le ideologie della ND risolvono, tuttavia, la tensione tra identità azionale e diritti umani unilateralmente ed esigono che si metta fine all’accoglienza di rifugiati. Posto che si debba preservare la purezza etnica della “nazione cristiana”, secondo Orbán, non è accettabile neppure una quota minima di 1.300 rifugiati.

Contro l’autodefinizione di “difensore dell’Occidente cristiano”

I nuovi difensori dell’Occidente cristiano tradiscono per questo i successi dello stato democratico di diritto e il contenuto universalista della morale cristiana. Su questo sfondo, è un paradosso storico che sia papa Francesco, che viene dall’America Latina e nel quale si avverte lo spirito della teologia della liberazione, che debba ricordarci sia i fondamenti delle democrazie europee, basati sui diritti umani, come il contenuto centrale della morale cristiana. Il suo discorso a Lampedusa e il recente appello alle parrocchie e monasteri ad accogliere come minimo una famiglia di rifugiati sono stati colti intuitivamente, da parte di settori dell’Europa secolare, come una testimonianza originariamente cristiana. Al contrario, coloro che, di destra, si definiscono i nuovi difensori dell’Occidente cristiano, insultano pubblicamente il papa e persino lo condannano come traditore.

Le Chiese cristiane si portano ancora dietro la passata eredità delle loro alleanze con i sistemi fascisti del secolo XX. Una rinnovata complicità con le ideologie della ND all’inizio del secolo XXI le precipiterebbe in una nuova crisi di credibilità, le cui ombre oscurerebbero per secoli la vita dei cristiani e delle cristiane di tutta Europa.

il peccato di ‘omissione’ come ‘infifferenza globalizzata’

Il grande peccato dell’indifferenza

di papa Francesco
in “L’Osservatore Romano” del 20-21 novembre 2017

Abbiamo la gioia di spezzare il pane della Parola, e tra poco di spezzare e ricevere il Pane eucaristico, nutrimenti per il cammino della vita. Ne abbiamo bisogno tutti, nessuno escluso, perché tutti siamo mendicanti dell’essenziale, dell’amore di Dio, che ci dà il senso della vita e una vita senza fine. Perciò anche oggi tendiamo la mano a Lui per ricevere i suoi doni. Proprio di doni parla la parabola del Vangelo. Ci dice che noi siamo destinatari dei talenti di Dio, «secondo le capacità di ciascuno» (Mt 25,15). Prima di tutto riconosciamo questo: abbiamo dei talenti, siamo “talentuosi” agli occhi di Dio. Perciò nessuno può ritenersi inutile, nessuno può dirsi così povero da non poter donare qualcosa agli altri. Siamo eletti e benedetti da Dio, che desidera colmarci dei suoi doni, più di quanto un papà e una mamma desiderino dare ai loro figli. E Dio, ai cui occhi nessun figlio può essere scartato, affida a ciascuno una missione. Infatti, da Padre amorevole ed esigente qual è, ci responsabilizza. Vediamo che, nella parabola, a ogni servo vengono dati dei talenti da moltiplicare. Ma, mentre i primi due realizzano la missione, il terzo servo non fa fruttare i talenti; restituisce solo quello che aveva ricevuto: «Ho avuto paura – dice – e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo» (v. 25). Questo servo riceve in cambio parole dure: «malvagio e pigro» (v. 26). Che cosa non è piaciuto al Signore di lui? In una parola, forse andata un po’ in disuso eppure molto attuale, direi: l’omissione. Il suo male è stato quello di non fare il bene. Anche noi spesso siamo dell’idea di non aver fatto nulla di male e per questo ci accontentiamo, presumendo di essere buoni e giusti. Così, però, rischiamo di comportarci come il servo malvagio: anche lui non ha fatto nulla di male, non ha rovinato il talento, anzi l’ha ben conservato sotto terra. Ma non fare nulla di male non basta. Perché Dio non è un controllore in cerca di biglietti non timbrati, è un Padre alla ricerca di figli, cui affidare i suoi beni e i suoi progetti (cfr v. 14). Ed è triste quando il Padre dell’amore non riceve una risposta generosa di amore dai figli, che si limitano a rispettare le regole, ad adempiere i comandamenti, come salariati nella casa del Padre (cfr Lc 15,17). Il servo malvagio, nonostante il talento ricevuto dal Signore, che ama condividere e moltiplicare i doni, l’ha custodito gelosamente, si è accontentato di preservarlo. Ma non è fedele a Dio chi si preoccupa solo di conservare, di mantenere i tesori del passato. Invece, dice la parabola,

colui che aggiunge talenti nuovi è veramente «fedele» (vv. 21.23), perché ha la stessa mentalità di Dio e non sta immobile: rischia per amore, mette in gioco la vita per gli altri, non accetta di lasciare tutto com’è. Solo una cosa tralascia: il proprio utile. Questa è l’unica omissione giusta. L’omissione è anche il grande peccato nei confronti dei poveri. Qui assume un nome preciso: indifferenza. È dire: “Non mi riguarda, non è affar mio, è colpa della società”. È girarsi dall’altra parte quando il fratello è nel bisogno, è cambiare canale appena una questione seria ci infastidisce, è anche sdegnarsi di fronte al male senza far nulla. Dio, però, non ci chiederà se avremo avuto giusto sdegno, ma se avremo fatto del bene. Come, concretamente, possiamo allora piacere a Dio? Quando si vuole far piacere a una persona cara, ad esempio facendole un regalo, bisogna prima conoscerne i gusti, per evitare che il dono sia più gradito a chi lo fa che a chi lo riceve. Quando vogliamo offrire qualcosa al Signore, troviamo i suoi gusti nel Vangelo.

Subito dopo il brano che abbiamo ascoltato oggi, Egli dice: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato. Sui loro volti possiamo immaginare impresso il suo volto; sulle loro labbra, anche se chiuse dal dolore, le sue parole:
«Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore. Quando vinciamo l’indifferenza e nel nome di Gesù ci spendiamo per i suoi fratelli più piccoli, siamo suoi amici buoni e fedeli, con cui Egli ama intrattenersi. Dio lo apprezza tanto, apprezza l’atteggiamento che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, quello della «donna forte» che «apre le sue palme al misero, stende la mano al povero» (Pr 31,10.20). Questa è la vera fortezza: non pugni chiusi e braccia conserte, ma mani operose e tese verso i poveri, verso la carne ferita del Signore. Lì, nei poveri, si manifesta la presenza di Gesù, che da ricco si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Per questo in loro, nella loro debolezza, c’è una “forza salvifica”. E se agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”. Per noi è dovere evangelico prenderci cura di loro, che sono la nostra vera ricchezza, e farlo non solo dando pane, ma anche spezzando con loro il pane della Parola, di cui essi sono i più naturali destinatari. Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali. E ci farà bene: accostare chi è più povero di noi toccherà la nostra vita. Ci ricorderà quel che veramente conta: amare Dio e il prossimo. Solo questo dura per sempre, tutto il resto passa; perciò quel che investiamo in amore rimane, il resto svanisce. Oggi possiamo chiederci: “Che cosa conta per me nella vita, dove investo?” Nella ricchezza che passa, di cui il mondo non è mai sazio, o nella ricchezza di Dio, che dà la vita eterna? Questa scelta è davanti a noi: vivere per avere in terra oppure dare per guadagnare il cielo. Perché per il cielo non vale ciò che si ha, ma ciò che si dà, e «chi accumula tesori per sé non si arricchisce presso Dio» (Lc 12,21). Non cerchiamo allora il superfluo per noi, ma il bene per gli altri, e nulla di prezioso ci mancherà. Il Signore, che ha compassione delle nostre povertà e ci riveste dei suoi talenti, ci doni la sapienza di cercare ciò che conta e il coraggio di amare, non a parole ma coi fatti.

altri nemici per papa Francesco per le sue parole contro l’ accanimento terapeutico

‘fine vita’

l’apertura procura a Francesco nuovi nemici

“è di sinistra ed eretico”

Fine vita, l’apertura procura a Francesco nuovi nemici: “È di sinistra ed eretico”
Reazioni contrapposte nei sacri palazzi, tra chi prova a depotenziare le parole del pontefice e chi lo attacca. Dopo 5 anni di pontificato è sempre più evidente la frattura tra Bergoglio e una parte consistente della Curia. “Ci fa soffrire questo volerci separare da lui – getta acqua sul fuoco monsignor Becciu, sostituto della Segreteria di Stato – dispiace che l’esprimersi liberamente sia interpretato come un esprimersi in contrasto”
In Vaticano Papa Francesco non ha per nulla vita facile. Le sue parole sul fine vita, pronunciate proprio mentre al Senato è bloccato da tempo il ddl sul Biotestamento, hanno suscitato reazioni contrapposte tra gli inquilini dei sacri palazzi, aumentando la fronda, già ben consistente, dei suoi nemici. Da un lato ci sono coloro che vogliono depotenziare la portata storica delle aperture fatte da Bergoglio. “Il Papa si è limitato a ribadire la dottrina della Chiesa. Stop. Non c’è nulla di nuovo. Sono i media che continuano a costruire il ritratto di un Pontefice comunista”, si lascia scappare un alto prelato della Curia romana esperto di bioetica.Dall’altro lato c’è chi, proprio in Vaticano, non sembra per nulla essere della stessa opinione. “Oltre che di sinistra, è pure eretico. Ma questa – sottolinea un arcivescovo coetaneo di Bergoglio – non è una scoperta di oggi. Ai ‘dubia’ sulle aperture ai divorziati risposati il Papa non ha risposto e ora, dopo più di un anno, il cardinale Burke è tornato alla carica chiedendo con forza al Papa di rispondere”. Prova a gettare acqua su fuoco, invece, il sostituto della Segreteria di Stato, ovvero il “ministro dell’Interno” vaticano, monsignor Giovanni Angelo Becciu, precisando che dopo le affermazioni di Francesco sul fine vita “non cambia niente, il rifiuto dell’accanimento terapeutico era già previsto da Pio XII”.Il presule, però, ammette che “le parole del Papa avranno un peso in Italia, ma quando interviene Francesco non può sempre avere di mira l’Italia e i suoi momenti politici. È un discorso a tutto il mondo e questa assemblea dei medici era prevista da tanto tempo, non da quando hanno deciso di progettare la discussione sul fine vita nel Parlamento italiano. La tabella del Papa non si può misurare con i programmi della politica italiana”. Sarà, eppure proprio nella Curia romana c’è chi fa notare che quello sul fine vita non è stato un discorso pronunciato, magari a braccio, da Francesco, bensì un messaggio che si è avuto tutto il tempo di vagliare con cura ed era molto prevedibile la ricaduta politica che ci sarebbe stata soprattutto in Italia.Così come non manca, sempre in Vaticano, chi pone l’accento sullo stridente contrasto tra la bocciatura netta che aveva fatto la Conferenza Episcopale Italiana al ddl sul Biotestamento e le aperture del Papa. Era stato proprio il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, a tuonare: “Una legge che riguarda l’eutanasia, che riguardi questo ambito particolare, la dichiarazione di fine vita, una legge che attribuisce tutto il potere all’autodeterminazione della persona, evidentemente non può essere accettata. Una legge che smonta quella sorta di alleanza tra paziente, medico e famigliari finisce per essere soltanto il trionfo, ancora una volta, dell’individualismo su questa realtà”.  In cinque anni di pontificato è ormai sempre più evidente la frattura tra Bergoglio e una parte consistente della Curia romana. “Un po’ ci fa soffrire questo volerci separare dal Papa, – afferma Becciu – quando noi invece siamo lì a dare la nostra vita per lui. È chiaro che in Curia possiamo esprimere idee diverse, ma è un contributo per rendere la Chiesa migliore. È normale che ci si esprima. Però ho notato che c’è obbedienza totale. Dispiace che l’esprimersi liberamente sia interpretato come un esprimersi in contrasto con il Papa. Ma c’è unità piena in Curia”. Anche se poi aggiunge: “Mi fa male sentire che il Papa è eretico. Non so che cosa sta succedendo ad alcuni”.

Un invito a “considerare la reale portata del messaggio di Francesco” arriva da padre Carmine Arice, superiore generale della Società dei Sacerdoti del Cottolengo e per cinque anni direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della Cei. “Il Papa – afferma il sacerdote nominato dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, membro della Pontificia Commissione per le attività del settore sanitario – conferma il magistero della Chiesa in materia di fine vita, sia quello suo che dei suoi predecessori con una sottolineatura importante: tenere conto dell’apporto dei mezzi tecnico scientifici che la medicina ha acquisito e dunque non abusare in modo sproporzionato di essi. Inoltre, Francesco dà al paziente la vera centralità nel processo decisionale in dialogo con i medici e con quanti lo assistono anche per quello che riguarda le scelte terapeutiche opportune”. Per Arice, inoltre, è “chiara anche la condanna dell’eutanasia che è, come ha sottolineato il Papa, interruzione della vita procurando la morte”.

“vi chiedo scusa” – papa Francesco chiede perdono ai poveri

papa Francesco

le scuse ai poveri

 Se Dio è venuto a capovolgere le gerarchie e le priorità dell’uomo, la Chiesa è se stessa solo se sta dalla parte dei poveri e ne condivide le sofferenze. Scandalizza sia quando si disinteressa di loro mentre rende onori ai potenti in cambio di sovvenzioni e privilegi fiscali sia quando organizza servizi assistenziali dall’alto e dal di fuori. Il paternalismo rende il cibo molto amaro. Il grande dramma della chiesa è che si crede nel giusto imitando le tecniche di sopravvivenza proprie delle classi agiate. Ha introiettato la sua sottocultura e la sua antievangelica visione antropologica.

 Con i poveri sembra trovarsi in imbarazzo. Si infastidisce più per le loro pretese che per la corruzione di un amministratore pubblico. Non si fa problemi a stringere la mano di dittatori o guerrafondai democratici, mentre evita quella dei senzanome che si trovano appena fuori dalla porta. Accetta doni e riconoscimenti da imprenditori senza scrupoli mentre si tiene ben lontano dalle proteste di licenziati e precari. La vediamo continuamente protesa in uno sforzo di compatibilità con il potere nonostante la sua devastante perfidia sociale. Preferisce l’accordo con i potenti al sostegno delle rivendicazioni dei poveri.  Continua ad attribuire all’esterno la colpa della perdita di credibilità non accorgendosi che il problema sta nella imbarazzante contraddizione della sua vocazione. Siamo costretti a cercare testimoni credibili e facciamo fatica a trovarli. È un duro lavoro perché occorre far riemergere dalla polvere e dal pregiudizio i loro testi e poter così riascoltare la loro voce profetica spesso zittita a suo tempo dalla gerarchia. E torniamo così a respirare. Altre volte capita invece che a distanza di anni o secoli, la Chiesa si riappropri di un messaggio che aveva prima ostacolato. Di solito succede quando non può più incidere nella realtà oltre la sala convegni dove viene celebrata la tardiva e inutile riabilitazione.

 

Testo di Papa Francesco

“E vi chiedo scusa se vi posso aver qualche volta offeso con le mie parole o per non aver detto le cose che avrei dovuto dire. Vi chiedo perdono a nome dei cristiani che non leggono il Vangelo trovando la povertà al centro. Vi chiedo perdono per tutte le volte che noi cristiani davanti a una persona povera o a una situazione di povertà guardiamo dall’altra parte. Scusate.

Il vostro perdono per uomini e donne di Chiesa che non  vogliono guardarvi o non hanno voluto guardarvi, è acqua benedetta per noi; è  pulizia per noi; è aiutarci a tornare a credere che al cuore del Vangelo c’è la povertà come grande messaggio, e che noi – i cattolici, i cristiani, tutti – dobbiamo formare una Chiesa povera per i poveri; e che ogni uomo e donna di qualsiasi religione deve vedere in ogni povero il messaggio di Dio che si avvicina e si fa povero per accompagnarci nella vita”.

(Papa FrancescoDiscorso aipartecipanti al Giubileo delle persone socialmente escluse, 11/11/2016)

una lettera a sostegno di papa Francesco

in 50 000 firmano per Francesco

di Thomas Seiterich
in “www.publikforum.de” dell’11 novembre 2017 

una lettera per esprimere sostegno a papa Francesco: chi la sottoscrive? Per ora lo hanno fatto più di 50 000 persone. L’iniziativa “Pro-Pope-Francis” è partita dal teologo pastorale viennese Paul Michael Zulehner e dal filosofo delle religioni ceco Thomas Halik. L’iniziativa viene presa in considerazione in Vaticano? Ce lo chiediamo.

“Stimatissimo papa Francesco”

– con queste parole comincia la lettera di sostegno. E così il tono è dato. Lo scarno testo, che si può leggere e comprendere in due minuti, si appella al mainstream della Chiesa cattolica. Il gruppo che viene sollecitato è quello delle persone “aperte” o, come dice Zulehner, è “alla maggioranza che finora è rimasta in silenzio” che si vuole dare con questa lettera di sostegno una possibilità di agire. Per questo è molto scarna e senza note a pié di pagina. Ma la situazione, secondo i proponenti Zulehner e Halik, è seria.

“(papa Francesco) le sue iniziative pastorali e il loro fondamento teologico vengono in questo periodo aspramente attaccate da un gruppo di persone nella Chiesa. Con questa lettera aperta esprimiamo la nostra riconoscenza per la sua conduzione coraggiosa e teologicamente fondata”.

L’iniziativa viene presa in considerazione dal papa? “Sì, si suppone di sì”, risponde padre Bernd Hagenkord, gesuita e direttore del settore di lingua tedesca di Radio Vaticana. Anche gli altri giornalisti vaticanisti interpellati da Publik-Forum a Roma annuiscono. Ma non danno molta importanza alla cosa. Perché? Cattolici conservatori e attivisti tradizionalisti dell’America sia meridionale che settentrionale hanno già da tempo raccolto numeri ancora più elevati di firme contro Francesco e la sua linea sui temi di matrimonio e famiglia. Bisogna che da Vienna venga ben altro! Molti quindi restano semplicemente in atteggiamento di attesa. Però per papa Francesco, attaccato dai conservatori, è utile l’iniziativa di Zulehner e Halik, il cui numero di sottoscrittori cresce di più di 2000 al giorno. L’attacco dei conservatori in Vaticano ha come bersaglio fondamentalmente la nota 352 dell’esortazione post-sinodale di Francesco Amoris laetitia. Perché in quella nota il papa spiana la strada in molti “casi particolari” alla possibilità che divorziati e risposati cattolici possano fare la comunione. Tuttavia la luna di miele tra i media a Francesco, che è durata sorprendentemente a lungo, sembra avvicinarsi alla fine. Molti giornali – come la Frankfurter Allgemeine Zeitung o il New York Times – danno la precedenza ai critici del papa. E anche se non è un fatto straordinario che un papa progressista si trovi confrontato a una ondata di protesta globale da parte di ecclesiastici di destra, il cambiamento di atteggiamento dei media lascia intendere quanto sia conflittuale la situazione a Roma. Tanto più che Francesco non manda alcun segnale di annullamento della linea di apertura della Chiesa sotto la sua guida. Come si va avanti? Quasi completamente senza alcuna organizzazione, l’iniziativa viennese raccoglie ogni giorno molti nuovi simpatizzanti. Il 9 novembre ha firmato il primo vescovo ausiliare tedesco, Matthäus Karrer di Rottenburg-Stoccarda. E accanto a Suor Lea Ackermann, a Pierre Stutz, al politico dei Verdi Volker Beck, all’editore di Publik-Forum Wolfgang Thierse e a Thomas Sternberg, presidente del Comitato Centrale dei cattolici tedeschi, c’è anche la firma del vicario generale della diocesi di Essen, Klaus Pfeffer.

un papa dalla grande “potenza semiotica” – un libro di due professori di semiologia

papa Francesco

un papa “pop” dalla grande “potenza semiotica

intervista a Paolo Peverini e Anna Maria Lorusso, curatori del libro “Il racconto di Francesco”

in anteprima alcuni dettagli sul portale unico dei media vaticani

Papa Francesco è un “Papa pop”, un “Papa leader” che “produce senso”, che comunica “semplicità”, rivelando una grande “potenza semiotica”. Jorge Mario Bergoglio, a quasi cinque anni dall’elezione al soglio di Pietro, è stato capace di “ridefinire alcune aree di senso della cristianità e forse del più generale vivere insieme”. È questo che sottolinea il libro appena pubblicato dalla Luiss University Press

“Il racconto di Francesco. La comunicazione del Papa nell’era della connessione globale”

che sarà presentato per la prima volta alla stampa giovedì 9 novembre nella sede romana della Rai, nella Sala degli Arazzi di viale Mazzini, alla presenza del presidente Rai, Monica Maggioni, e del prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede, mons. Dario Edoardo Viganò.

Il Sir ha incontrato in anteprima i due curatori del volume, i semiologi Paolo Peverini (Università Luiss “Guido Carli”, consultore per la Segreteria per la comunicazione) e Anna Maria Lorusso (Università di Bologna), che coinvolgendo altri noti studiosi – tra cui Ruggero Eugeni, Isabella Pezzini e Maria Pia Pozzato – hanno realizzato un’attenta analisi della comunicazione di Papa Francesco, offrendo una prospettiva inedita d’indagine grazie agli strumenti della Semiotica.
Tra le particolarità della pubblicazione c’è un’importante esclusiva: nel suo saggio Peverini, nell’approfondire la comunicazione del Pontefice, richiama alcuni aspetti del nuovo portale unico dei media della Santa Sede, in corso di messa a punto con la riforma, avendo potuto visionare il progetto grazie alla Segreteria per la comunicazione.

Anzitutto il libro, “Il racconto di Francesco”. Nel testo sottolineate come Papa Francesco rappresenti un’occasione particolarmente “ghiotta” per la semiotica.
Papa Francesco è dal nostro punto di vista una specie di potente “macchina semiotica”. Tutti noi, in quanto soggetti umani, siamo macchine semiotiche, nel senso che produciamo senso continuamente, inevitabilmente, talvolta inconsapevolmente, con tutto il nostro fare (non solo quando parliamo ma quando ci vestiamo, gesticoliamo, fotografiamo, etc.). In Papa Francesco, però, è come se le diverse dimensioni della comunicazione assumessero piena visibilità; la sua capacità di ridare significatività e attenzione a modi di essere spesso non marcati, percepiti come casuali (dove si abita, come si telefona, che scarpe si indossano…), è davvero straordinaria e

il modo in cui riesce a far convivere spontaneità e coerenza (quasi programmatica) potrebbero essere una lezione per tutti coloro che si chiedono, a tavolino, come si realizza una comunicazione strategica.

Di fatto il suo modo di comunicare rinnova i codici della comunicazione istituzionale e rituale quasi a ogni passo; il suo modo di restare in equilibrio fra rinnovamento continuo e riconoscibilità, fra immediatezza e carismaticità, costituisce a nostro avviso un caso piuttosto unico di comunicazione pubblica.

 

 

È molto interessante, di fatto unica, la prospettiva che offrite nel tratteggiare la comunicazione di Francesco, concentrandovi su come il Papa ridefinisce alcune aree di senso della cristianità.
La domanda da cui siamo partiti, nel riflettere su Papa Francesco, aveva sostanzialmente a che fare col suo “successo”, ovvero col fatto che fosse riuscito in poco tempo a ridare credibilità alla Chiesa, a conquistare il consenso di fasce anche non cattoliche di popolazione, che fosse riuscito a stabilire un legame “diretto” con la gente. Tutto ciò ha a che fare certamente col suo modo di comunicare, ma in un senso molto più radicale ed esteso di quanto “comunicazione pubblica” possa far intendere. Si trattava per noi di indagare il suo modo di essere tout court, anche quando apparentemente non comunica (certe scelte pragmatiche ad esempio, come indossare un determinato orologio o un certo crocifisso) o anche quando non è lui direttamente il responsabile di un certo discorso sulla Chiesa (come nella gestione dei film su di lui) o quando si affida alla sua rete mediatica vaticana. Attraverso questa riflessione a 360° ci siamo resi conto che la grandezza semiotica di Papa Francesco consiste proprio in una cifra ricorrente, che ridefinisce certi spazi, certi riti e certe pratiche della cristianità.

Papa Francesco riesce a rinnovare la Chiesa standoci dentro; ne rispetta i riti ma li reinterpreta (ad esempio, iniziando il suo primo discorso con il famoso “Buonasera!”), ne rispetta gli spazi ma preferisce percorsi marginali (Santa Marta…), sceglie di immergersi fra la gente ma conserva e anzi accresce il suo carisma. Il suo modo di rinnovare il ruolo papale ha a che fare con la sintesi degli opposti, non con l’esclusione e la frattura.

Perché Papa Francesco è considerato “pop”?
Ci sono tante ragioni per cui possiamo definire Papa Francesco “pop”. È pop perché ricorre a un linguaggio irrituale, perché è in grado di declinare contenuti complessi in forme brevi (si pensi al grande successo dei suoi messaggi su Twitter), manifesta curiosità nei confronti di forme attuali di autorappresentazione come i selfie. Privilegia il contatto diretto con l’interlocutore scegliendo il mezzo del telefono; valorizza modi di dire diretti e azioni di vita quotidiana, come l’andare nei negozi. Allo stesso tempo, tuttavia, Papa Francesco riesce a declinare il suo messaggio all’interno di grandi eventi mediali come il discorso tenuto in lingua spagnola in occasione del Super Bowl e incentrato sui valori della pace, dell’amicizia e della solidarietà.

È pop perché alla sacralità che crea distanza preferisce modi espressivi che non solo riducono le distanze ma mirano all’inclusione. È pop perché è amato dalla gente, perché la gente lo sente vicino, lo sente “uno di loro”, in una strana unione tra carisma e normalità.

In ultimo, avete avuto una straordinaria opportunità, la possibilità di visionare e studiare in anteprima il nuovo portale dell’informazione vaticana (SpC) che verrà lanciato nei prossimi mesi. Cosa ci potete svelare?
Grazie alla disponibilità della Segreteria per la comunicazione e in primo luogo del prefetto, mons. Dario Edoardo Viganò, abbiamo avuto l’opportunità preziosa di visionare in anteprima una prima versione (tuttora in fase di evoluzione) del nuovo portale dell’informazione. Da studiosi, quello che ci interessava era in primo luogo prendere in esame la correlazione tra i valori a fondamento del pontificato di Francesco e l’esordio del nuovo portale, un’operazione di portata strategica mirata per la prima volta a riunificare tutti i media della Santa Sede in un’unica struttura fondata sulle logiche dell’efficienza e della convergenza mediale. Secondo questa prospettiva, l’aspetto che ci sembra più significativo è che

il nuovo portale si fonda sul tentativo di operare una sintesi tra la dimensione “apostolica” e quella “informativa”.

Al suo fondamento ci sarebbe cioè una strategia di comunicazione volta a ridurre la distanza con il destinatario, ribadendo l’esigenza della vicinanza all’altro, del dialogo multiculturale e interreligioso. L’invito all’inclusione, all’incontro, temi centrali nell’idea di Chiesa sollecitata e prefigurata da Francesco sin dalla sua elezione al soglio di Pietro, vengono declinati in modo esplicito nel nuovo portale, assumendo un valore simbolico che trascende la dimensione dell’usabilità (i cui criteri sul piano tecnico sono stati in ogni caso ampiamente rispettati).

 

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