i contrasti dentro la chiesa cattolica e l’opposizione a papa Francesco

“la chiesa divisa”
di Enzo Bianch

Questi sono giorni in cui emergono in modo molto più evidente i contrasti, le conflittualità e le “guerre” all’interno della chiesa cattolica. La morte di Benedetto XVI, l’incauta rivelazione postuma di alcune delle sue parole e dei suoi sentimenti da parte del segretario particolare e lo svelamento dell’identità dell’autore del memoriale attribuito al Cardinal Pell – vero grido di allarme sulla situazione della chiesa –, sono fatti che hanno scosso e scuotono i credenti quotidiani, che non sempre comprendono la materia diventata tanto conflittuale, ma soffrono di questa situazione così nuova per “la gente cattolica”, in balìa del chiacchiericcio delle sacrestie e delle denunce fatte dai media.

L’esito – va detto – non sarà il tanto temuto e paventato “scisma” di una porzione di cattolici, perché questo non è più tempo di fondazioni, ma sarà un silenzioso abbandono della chiesa da parte di molti che si sentono frustrati, stanchi e sovente amareggiati da tante liti fraterne che si consumano con schizofrenia ipocrita: da un lato una corsa al dialogo con i non cattolici, con i credenti delle altre religioni, e si realizzano cooperazioni tra chiese mai viste nella storia del cristianesimo; dall’altro lato c’è intolleranza, non sopportazione di chi, pur cattolico, condivide la stessa fede con uno stile diverso nella liturgia o nel modo di collocarsi nel mondo. Qui la lotta, l’antagonismo sono feroci con delegittimazione reciproca e impossibilità di riconoscere la fraternità che pure ha fondamento nell’unico battesimo.

In una vita ecclesiale così attraversata da polarizzazioni c’è però una novità: gli attacchi, il rigetto, l’insulto verso il papa, attualmente Francesco. La critica al papa era già presente nella chiesa degli ultimi tempi, critica aperta almeno dal pontificato di Paolo VI e poi dei suoi successori, ma le accuse o erano morali (e a tanto si giunse con l’integro papa Montini!), o erano critiche per il governo. Con Papa Francesco invece gli attacchi sono diretti alla sua fede, viene attaccato proprio quello che è il suo carisma: confermare nella fede i fratelli, e si arriva fino alla delegittimazione e all’insulto.

Perché ci si spinge fino ad affermazioni che lo dicono papa eretico, idolatra della dea pagana Pachamama, un papa che distrugge la chiesa? C’è una sola risposta: perché papa Francesco ha osato e osa essere solo un servo del Signore, un cristiano obbediente unicamente all’Evangelo, un esperto di umanità, un uomo che non ha paura dei potenti di questo mondo! Quanto più Francesco fa apparire il Vangelo nella sua nudità tanto più scatenerà le potenze avverse contro di lui e contro la chiesa della quale è al servizio della quale è pastore e servo della comunione.

Nessuna adulazione! Anche papa Francesco, come ogni uomo, ha i suoi difetti, il suo carattere che può non piacere, il suo modo di parlare che può essere più o meno attraente, il suo modo di governare la chiesa che può essere criticato, ma per i cattolici è il successore di Pietro, è colui per il quale Gesù ha assicurato di pregare, è l’uomo fragile e limitato che va giudicato solo per come annuncia il Vangelo e presiede alla comunione plurale della chiesa. Lo sappiamo dai Vangeli: colui che è la “Pietra”, cioè il fondamento della fede, può diventare un fuscello, ma sappiamo anche che ci sarà un gallo che canterà e lo richiamerà.

la grande ‘delusione donna’ nella chiesa di papa Francesco

papa Francesco gela il mondo cattolico femminile che chiede parità di genere

«donne prete non previste»

di Franca Giansoldat

 Colpo basso di Papa Francesco alle donne cattoliche tedesche e a quella ampia fetta di sacerdoti e vescovi favorevoli al diaconato femminile, tra cui anche i vertici della conferenza episcopale. «Il principio petrino non prevede che una donna possa accedere al ministero ordinato» ha chiarito il Papa in una intervista ad America, il mensile dei gesuiti americani. Esattamente come hanno fatto i suoi predecessori – da Wojtyla a Ratzinger – anche Bergoglio ha sbarrato la strada ad ogni tipo di riforma, gelando le tante attese che le donne cattoliche tedesche si aspettavano dal pontefice definito sin dall’inizio un riformatore.

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Papa Francesco ha anche motivato: «La Chiesa è donna. La Chiesa è una sposa. Non abbiamo sviluppato una teologia della donna che rifletta questo. Il principio petrino è quello del ministero. Ma c’è un altro principio ancora più importante, di cui non parliamo, che è il principio mariano, che è il principio della femminilità nella Chiesa, della donna nella Chiesa, dove la Chiesa vede uno specchio di se stessa perché è donna e sposa».

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Da tempo in Germania diversi vescovi, teologi, associazioni di cattolici sono decisi a portare avanti questa istanza all’interno del processo di riforma avviato tre anni fa con il cammino sinodale.  

Il presidente dei vescovi tedeschi, monsignor Georg Baetzing ha rassicurato che continuerà a fare pressioni affinchè il ruolo della donna nella Chiesa si possa rafforzare. Si tratta, ha detto, di una questione centrale per il futuro. «Ammettere le donne ai ministeri ordinati dovrà essere facilitato in qualche modo altrimenti il futuro della Chiesa in Germania è difficile da immaginare». Il riferimento di Baetzing riguarda l’emorragia dei cattolici che ogni anno lasciano la Chiesa, motivando questa decisione per la scarsa trasparenza delle strutture ecclesiali, per come sono finora stati affrontati i casi di abusi e per come vengono marginalizzate le donne senza che sia stata una vera parità.

In questo contesto piuttosto acceso c’è anche chi non ha mancato di fare affiorare le contraddizioni di questo pontificato. Per esempio la responsabile dell’organizzazione cattolica Bibelwerk, la teologa Katrin Brockmoeller, che analizzando il modo di predicare di Francesco e i suoi interventi non ha dubbi sulla sua misoginia di fondo. Brokmoeller, per esempio, ha ricordato che spesso il Papa, quando si rivolge al mondo religioso, tira in ballo le donne in modo che da far risuonare «automaticamente un’associazione negativa nei confronti del genere femminile».

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«Siete uomini, comportatevi da uomini, non da zitelle». Un «linguaggio sprezzante nei confronti delle donne» ha affermato la teologa Brockmoeller. «Il pettegolezzo non è una caratteristica specifica del genere, ma ha a che fare con il carattere personale. Se voleva essere divertente, lo scherzo funzionava attraverso la svalutazione e la discriminazione e quindi non era divertente. Questo paragone è patriarcale e indegno del ruolo del Papa».

A dare manforte al mondo femminile tedesco c’è anche il vicepresidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Franz-Josef Bode. L’obiettivo a lungo termine è di aprire il dibattito sull’ordinazione sacerdotale delle donne, ha aggiunto il vescovo.

un papa poco ‘prudente’!

l’esclusione criminale

di  Tonio Dell’Olio

Quando si parla in pubblico bisogna pesare bene le parole. Quando si parla al mondo ancora di più. Quando si rappresenta un’autorità morale che è guida per i credenti e riferimento per tante persone nel mondo, è necessario misurare gli accenti, gli aggettivi e le virgole. Ieri il Papa ha detto:

“L’esclusione dei migranti è schifosa, è peccaminosa, è criminale non aprire le porte a chi ha bisogno!”

 Certo, la prudenza e la diplomazia avrebbero suggerito toni meno perentori e netti. Forse un giudizio più sfumato sarebbe stato più gradito. Ma poi ci si rende conto che il Vangelo di Gesù non è stato redatto né dalle curie né dalle cancellerie dei governi del suo tempo. E allora un papa non può e non deve prendere le distanze né dal merito né dalla forma del Vangelo che è chiamato ad annunciare. E così ieri Papa Francesco ha dato del criminale, peccatore e schifoso a ogni politico di ogni governo del mondo che in questi anni ha contribuito a varare politiche di respingimento e rifiuto di uomini, donne e bambini che chiedevano pane e dignità. Un tono profetico che pesa bene le parole, misura gli accenti, gli aggettivi e le virgole. D’altra parte le ragioni dei governi le diffondono abbondantemente gli uffici stampa ma chi fa sentire le ragioni dei poveri?

migranti come risorsa per le nostre comunità

papa Francesco:

migranti, potenziale enorme

ecco perché sono una vera risorsa


di Paolo Lambruschi
«Lavoro e sacrificio degli stranieri arricchiscono le nostre comunità»
e una ricerca della Fondazione Moressa conferma l’impatto positivo per l’Italia: 28 miliardi di entrate contro 26 di uscite

Papa Francesco: migranti, potenziale enorme. Ecco perché sono una vera risorsa

«I migranti non basta accoglierli: vanno anche accompagnati, promossi e integrati». Con questa frase, a braccio, papa Francesco si è rivolto ai partecipanti alla Conferenza internazionale sui rifugiati e i migranti promossa dalla Facoltà di scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana, in collaborazione con Refugee & Migrant Education Network, la Fondazione Being the Blessing. Il Pontefice ha ribadito che le diversità che portano i migranti, nelle società in cui sono accolti, sono «una ricchezza» e il loro contributo ha «un potenziale enorme».

«Il loro lavoro, la loro capacità di sacrificio, la loro giovinezza e il loro entusiasmo arricchiscono le comunità che li accolgono. Ma questo contributo potrebbe essere assai più grande se valorizzato e sostenuto attraverso programmi mirati», ha aggiunto il Papa, che ha poi chiesto di «riflettere sulle cause dei flussi migratori e sulle forme di violenza che spingono a partire verso altri Paesi. Mi riferisco naturalmente ai conflitti che devastano tante regioni del mondo. Ma vorrei anche sottolineare un altro tipo di violenza, che è l’abuso della nostra casa comune – ha detto il Papa –. Il pianeta è indebolito dall’eccessivo sfruttamento delle sue risorse e logorato da decenni di inquinamento».

Quanto al ruolo di chi accoglie, per Francesco «tutte le istituzioni educative sono chiamate ad essere luoghi di accoglienza, protezione, promozione e integrazione per tutti, senza escludere nessuno».

Nonostante il Covid e gli scostamenti di bilancio per le esauste casse dello stato gli immigrati restano una risorsa. Se si ignora la prevalente narrazione mediatica emergenziale concentrata sui barconi e agli sbarchi dal Nord-Africa e la popolazione dei centri di accoglienza in Italia (80 mila presenze a fine 2020) e la si sposta invece sulla realtà dei 5,2 milioni di immigrati regolarmente residenti nel Belpaese la musica cambia. Secondo uno studio sull’impatto fiscale dell’immigrazione in Italia curata dalla Fondazione Moressa – che il 18 ottobre presenterà il rapporto 2022 sull’economia dell’immigrazione – alla voce uscite si registrano 26,8 miliardi di euro contro 28,2 di entrate. Una conferma di quello che affermava tra le polemiche l’Ocse un anno fa: «I migranti contribuiscono in tasse più di quanto ricevono in prestazioni assistenziali, salute e istruzione».

Il metodo di calcolo della “Moressa” si è basato sui “costi medi”, stimando l’incidenza degli stranieri per ciascuna voce della spesa pubblica in base all’utenza presente in quel determinato servizio nel 2020, anno pandemico.

Sfatiamo per l’ennesima volta stereotipi duri a morire. Data la giovane età media della popolazione straniera residente in Italia, li si trova soprattutto nei reparti maternità e nei pronto soccorso ospedalieri. Per fortuna. Una conferma empirica che l’impatto calcolato sulla sanità pubblica dai ricercatori della Fondazione Moressa è solo 6,1 miliardi di spesa per i pazienti immigrati contro i 130 complessivi.

Alla voce scuola, mantenendo il metodo basato sull’incidenza degli utenti, viene considerato un decimo della spesa totale a favore degli alunni nati all’estero e privi di cittadinanza, in tutto 6 miliardi. I curatori delle ricerca sottolineano un aspetto scomodo e non descritto dai numeri, ma che rende ancor più preziosa la risorsa dei minori stranieri per la scuola. Nell’inverno demografico italiano «la maggiore presenza straniera garantisce la sostenibilità del sistema, che altrimenti vedrebbe chiudere molte scuole e ridurre l’organico».

La voce “servizi sociali, servizi locali e casa” raggiunge complessivamente 1,3 miliardi di euro. L’edilizia pubblica vede il 12,5% a livello nazionale di inquilini immigrati nonostante l’alto livello di bisogno per la mancanza di turnover. Insomma, gli italiani restano sempre primi. Ovviamente la ricerca non può considerare le occupazioni abusive degli alloggi gestiti dai racket etnici afferenti alla mafie italiche. E la situazione dei grandi quartieri popolari metropolitani della capitale come di Milano fa media con altre realtà dove gli stranieri non sono numerosi. Una voce di spesa che invece diminuisce è quella per “immigrazione e accoglienza”, legata al progressivo decongestionamento dei centri di accoglienza.

Infine la spesa previdenziale, altra antica polemica. Secondo un report pubblicato dall’Inps nel luglio 2022, la spesa pensionistica riferita ai cittadini non comunitari ammonta a 1,2 miliardi (0,4% del totale). A questa vanno aggiunte disoccupazione, malattia, maternità, assegni nucleo familiare, pari a 6,2 miliardi. In tutto fanno 8,45 miliardi, il 2,6% del totale.

Ma i migranti non sono solo beneficiari, anzi. Sono soprattutto 4,17 milioni di contribuenti che hanno dichiarato 57,5 miliardi di euro di redditi e versato 8,2 miliardi di Irpef nel 2020. La comunità più rappresentata rimane quella romena con oltre 560 mila contribuenti, seguita da Albania (157 mila) e Cina (147 mila).

Sono consumatori che pagano l’Iva, anche se tra i contribuenti nati all’estero, quasi la metà (48,7%) ha dichiarato un reddito annuo inferiore a 10 mila euro. E sono cittadini che versano per rinnovi di permessi di soggiorno e acquisizioni di cittadinanza quasi 800 milioni. I regolari, comparando entrate e uscite del bilancio pubblico, sono una voce in attivo per 1,4 miliardi. Perché gli immigrati continuino ad essere una risorsa portando benefici economici, ammonisce lo studio, devono però proseguire i processi di integrazione. Un cambio di narrazione dei media aiuterebbe gli italiani ad esserne più consapevoli.

una ‘chiesa in uscita’ come la vuole papa Francesco

una chiesa in uscita con la missione nel DNA

padre Ermes Ronchi, dell’Ordine dei Servi di Maria, teologo e volto noto ai telespettatori italiani, ha condiviso con noi i suoi appunti sull’identità missionaria della “Chiesa in uscita”. Una pagina da leggere con il cuore e da meditare, intrisa di poesia e ricca di citazioni bibliche.

«Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade che una Chiesa malata per la chiusura» (EG 49). Fa eco e sponda a questa visione di Papa Francesco una bellissima poesia di Jacques Brel:

Conosco delle barche che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche traboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche che tornano sempre
che hanno navigato fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali giganti
perché hanno un cuore a misura di ocean

In quelle barche, che riportano una metafora antichissima della Chiesa, vediamo descritta la stessa dinamica vitale dell’uscire, salpare, navigare oltre. “Chiesa in uscita” è una espressione diventata virale, una Chiesa che si immerge invece di una che attende; che sa curare le ferite, riscaldare i cuori, piangere e accarezzare invece di rinchiudersi nelle norme.

L’uscita, la strada, la navigazione sono nel DNA della Chiesa. Chiamò a sé i dodici e li inviò dicendo: “strada facendo…”.  Gli apostoli sono gli in-viati, i messi in via. Tutta la Bibbia è attraversata da un comando: alzati, kum in aramaico. Elia, kum; Giona, kum; Mosè, kum, alzati e scendi in Egitto. Per centinaia di volte: alzati e va’. Verbo per chi era a terra, ordine per chi se ne stava chiuso: verbo della risurrezione e di una vita in uscita. Kum verbo degli inizi, di chi ama avviare percorsi, iniziare processi; di chi parte e si fida del percorso. Ogni volta che Dio ti chiama, ti mette in viaggio, è una forza che fa partire. Mette in cammino, e camminare è un atto di libertà e di leggerezza, scoprire se stessi mentre si scopre il mondo. Ma risalendo indietro, verso le sorgenti, verso là dove è nata la Chiesa, vediamo che la prima comunità nasce sulle strade di Galilea, non nelle aule di una scuola, non in una sinagoga, ma sui sentieri attorno al lago di Tiberiade, durante tre anni di itineranza battagliera, libera e felice.

La Chiesa è nata in uscita.

Gesù cammina, ma non da solo; con lui si muove un gruppo vivace di uomini e donne, in una intimità itinerante: proto-struttura della Chiesa. E tutta la simbolica della strada è dentro il DNA del cristiano. Da allora, da subito, la comunità è in uscita, è a suo agio sulle strade e ama gli orizzonti. Prima di essere chiamati con il nome di cristiani, i seguaci di Gesù sono detti “quelli della via”, oi tes odou in greco.

Siamo figli di una beatitudine dimenticata, proclamata dai salmi di pellegrinaggio: «beato l’uomo che ha sentieri nel cuore» (Salmo 84, 6), felice la donna che ha la strada nel cuore. È la spiritualità biblica: Mio padre era un arameo errante. Siamo tutti figli di nomadi, non stanziali ma migratori, passatori di frontiere. La Bibbia fa nascere una fede nomade, incamminata, mai installata.

Vai al largo, ha detto a Pietro…
Le barche, le piccole barche sono al sicuro, attaccate ai loro ormeggi nel porto, ma non è per questo che sono state costruite. Sono fatte per navigare, e anche per affrontare tempeste. Il nostro posto non è nei successi e nei risultati trionfali, ma in una barca in mare aperto, dove prima o poi durante la navigazione della vita verranno acque agitate e vento contrario. La vera formazione che Gesù trasmette ai suoi non consiste nella capacità di costruire una barca o una zattera, oppure nell’insegnare il codice nautico, ma nel trasmettere la passione del navigare, il gusto per il grande mare aperto e infinito. In Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga. (Fray Luis de Leon). Vera pedagogia, vera pastorale è la consegna amorosa e contagiosa del vangelo-orizzonte, vangelo-oceano. Il vangelo non proclama divieti, offre ali. I veri maestri dello spirito sono quelli che non mettono lacci ulteriori, ma ulteriori ali, le crescono, le accarezzano, le pettinano, le fanno forti, perché possano volare più lontano e più sicuri.

– Andate, guarite, risuscitate, purificate, scacciate, date… (Mt 10,7-15)
Gesù manda i suoi, gli in-viati, verso il mondo, affidando loro cinque opere che disegnano il volto di una Chiesa ospedale da campo. Che come in tutti gli ospedali incontra persone ferite, sangue, sporco, piaghe e anche bestemmie, ma non giudica nessuno, si prende cura di tutti. Istituisce una Chiesa in missione, una Chiesa che sia autorevole non per la dottrina, ma per la misericordia; per la quale di non negoziabile siano non i principi, ma solo l’uomo. Chiesa autorevole perché si abbassa, pulisce, lava, solleva come il samaritano buono. Il mondo non ha bisogno di giudici ma di samaritani. Scrive Papa Francesco: “Desidero una chiesa che non attende ma va incontro; sa curare le ferite e riscaldare i cuori; sa piangere e accarezzare invece di rinchiudersi nelle norme. Una Chiesa che non ha nulla da difendere, ma molto da offrire. Che non si contrappone agli altri in conflitti teorici ma si immerge nelle persone. Sognando la vita insieme (EG 74). Chiesa sognatrice.

– Il distacco di Gesù dai suoi, in Luca, è di una sobrietà incantevole.
«Gesù li condusse fuori verso Betania»: è colui che precede, che indica la via, che avanza sicuro anche quando la meta è il Calvario. Inizia su quell’altura la “Chiesa in uscita”, con un invio che chiede agli apostoli un cambio di sguardo. Devono passare da un gruppo che mette se stesso al centro, ad una Chiesa al servizio dell’uomo, della vita, della cultura, della casa comune, delle nuove generazioni. Voi siete la luce, che non illumina se stessa, ma accarezza le cose e ne fa emergere la bellezza; voi siete il sale, che non dà sapore a se stesso ma al pane dell’uomo.

– Convertite, significa coltivate e custodite i semi divini di ciascuno.
Come Gesù che in Galilea andava alla ricerca delle faglie, delle fenditure nelle persone, là dove scorrevano acque sepolte, come con la samaritana al pozzo, così la Chiesa è inviata al servizio dei germi santi che sono in ciascuno. Per ridestarli. Una Chiesa rabdomante del buono, inviata a captare e far emergere le forze più belle, per la fioritura dell’essere, per la valorizzazione del grammo di luce che è seminato in ciascuno: noi camminiamo, calpestiamo gioielli e non ce ne rendiamo conto.

– Vi precede.
Anche la pasqua è stata una ripartenza. Gli angeli dicono alle donne: non è qui, vi precede, andate in Galilea. Vi precede: è davanti, è sulla strada a prendere in faccia il vento, il sole, il grido d’aiuto e le lacrime. E anche le tempeste; è un Dio da sorprendere nelle strade, come i due di Emmaus. È un passo avanti, e avanza ancora.
Un Dio migratore, abbiamo, che ama gli spazi aperti, che apre cammini. Attraversa muri e spalanca porte. Che non ama i paletti, ma gli orizzonti.
Il regalo che ci fanno la Bibbia e i profeti di ogni tempo: noi come credenti apparteniamo ad un sistema aperto, generativo e non a un sistema chiuso, dove tutto è già definito, proclamato, bloccato. Apparteniamo ad un sistema di ricerca, naviganti e cercatori mai arresi del nome di Dio e del nome dell’Uomo.

Ermes Ronchi

contro la presunzione di non aver nulla da imparare dagli altri

papa Francesco

“basta fondamentalismi, le religioni sono la risposta alla sete di pace”

 

quattro sfide:

la pandemia, la pace e il bisogno della stessa, l’accoglienza fraterna e, infine, la custodia della casa comune ossia l’attenzione all’ambiente

Papa Francesco in Kazakistan

papa Francesco in Kazakistan

Papa Francesco, nel suo discorso in apertura della sessione plenaria al settimo Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, a Nur-Sultan in Kazakistan, ha toccato quattro temi diversi e importanti. 

“Fino a quando continueranno a imperversare disparità e ingiustizie, non potranno cessare virus peggiori del Covid: quelli dell’odio, della violenza, del terrorismo. Sì, perché è proprio l’indigenza a permettere il dilagare di epidemie e di altri grandi mali che prosperano sui terreni del disagio e delle disuguaglianze – ha aggiunto – Il maggior fattore di rischio dei nostri tempi permane la povertà”.

Parlando ai leader religiosi il Papa ha sottolineato che “è necessaria, per tutti e per ciascuno, una purificazione dal male. Purifichiamoci, dunque, dalla presunzione di sentirci giusti e di non avere nulla da imparare dagli altri, liberiamoci da quelle concezioni riduttive e rovinose che offendono il nome di Dio attraverso rigidità, estremismi e fondamentalismi, e lo profanano mediante l’odio, il fanatismo e il terrorismo, sfigurando anche l’immagine dell’uomo”.

“Non giustifichiamo mai la violenza”, ha aggiunto. “Dio è pace e conduce sempre alla pace, mai alla guerra. Impegniamoci dunque, ancora di più, a promuovere e rafforzare la necessità che i conflitti si risolvano non con le inconcludenti ragioni della forza, con le armi e le minacce, ma con gli unici mezzi benedetti dal Cielo e degni dell’uomo: l’incontro, il dialogo, le trattative pazienti, che si portano avanti pensando in particolare ai bambini e alle giovani generazioni. Esse incarnano la speranza che la pace non sia il fragile risultato di affannosi negoziati, ma il frutto di un impegno educativo costante, che promuova i loro sogni disviluppo e di futuro”

papa Francesco che parla di pazzia della guerra è più realista dei realisti

“il papa parla di pace, ma…”

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“Il Papa parla contro il riarmo, ma… Il Papa fa il Papa, ma… Il Papa non può che dire ciò che dice, ma…”. C’è sempre un “ma” che in tanti imbarazzati commenti accompagna l’inequivocabile no alla guerra pronunciato da Francesco, per contestualizzarlo e depotenziarlo. Non potendo interpretare nel senso voluto le parole del vescovo di Roma, non potendo in alcun modo “piegarle” a sostegno della corsa al riarmo freneticamente intrapresa a seguito della guerra di aggressione scatenata da Vladimir Putin contro l’Ucraina, allora se ne prendono elegantemente le distanze, dicendo che sì, il Papa non può che dire ciò che dice ma poi deve essere la politica a decidere. E la politica dei governi occidentali sta decidendo di aumentare i già tanti miliardi da spendere per nuove e sempre più sofisticate armi. Miliardi che non si trovavano per le famiglie, per la sanità, per il lavoro, per l’accoglienza, per combattere la povertà e la fame.

La guerra è un’avventura senza ritorno, ripete Francesco sulle orme dei suoi immediati predecessori, in particolare di san Giovanni Paolo II . Anche le parole di Papa Wojtiła in occasione delle due guerre all’Iraq e della guerra nei Balcani vennero “contestualizzate” e “derubricate”, pure dentro la Chiesa. Il Papa che all’inizio del pontificato chiese di «non avere paura» nell’aprire «le porte a Cristo» nel 2003 supplicò invano tre governanti occidentali intenzionati a rovesciare il regime di Saddam Hussein, chiedendo loro di fermarsi. A distanza di quasi vent’anni, chi può negare che il grido contro la guerra di quel Pontefice non fosse soltanto profetico, ma anche imbevuto di profondo realismo politico? Basta guardare alla rovina del martoriato Iraq, trasformato per lungo tempo nella sentina di tutti i terrorismi, per comprendere quanto lungimirante fosse lo sguardo del santo Pontefice polacco.

Oggi accade lo stesso. Con il Papa che non si arrende all’ineluttabilità della guerra, al tunnel senza uscita rappresentato dalla violenza, alla logica perversa del riarmo, alla teoria della deterrenza che ha imbottito il mondo di così tante armi nucleari in grado di annientare diverse volte l’umanità intera.

«Io mi sono vergognato — ha detto nei giorni scorsi Francesco — quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato — non facendo vedere i denti, come adesso —, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Il modello della cura è già in atto, grazie a Dio, ma purtroppo è ancora sottomesso a quello del potere economico-tecnocratico-militare».

Il no alla guerra di Francesco, un no radicale e convinto, non ha nulla a che vedere con la cosiddetta neutralità né può essere presentato come una posizione di parte o motivata da calcoli politico-diplomatici. In questa guerra ci sono gli aggressori e ci sono gli aggrediti. C’è chi ha attaccato e ha invaso uccidendo civili inermi, mascherando ipocritamente il conflitto sotto il maquillage di una «operazione militare speciale»; e c’è chi si difende strenuamente combattendo per la propria terra. Il Successore di Pietro questo l’ha detto più volte con parole chiarissime, condannando senza se e senza ma l’invasione e il martirio dell’Ucraina che dura da più di un mese. Ciò non vuol dire però “benedire” l’accelerazione della corsa al riarmo, peraltro già iniziata da tempo dato che i Paesi europei hanno aumentato le spese militari del 24,5% a partire dal 2016, perché il Papa non è il “cappellano dell’Occidente” e perché ripete che oggi stare dalla parte giusta della storia significa essere contro la guerra cercando la pace senza mai lasciare nulla di intentato. Certo, il Catechismo della Chiesa cattolica contempla il diritto alla legittima difesa. Pone però delle condizioni, specificando che il ricorso alle armi non deve provocare mali e disordini più gravi del male da eliminare, e ricorda che nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso «la potenza dei moderni mezzi di distruzione». Chi può negare che l’umanità si trovi oggi sull’orlo del baratro proprio a causa dell’escalation del conflitto e della potenza dei «moderni mezzi di distruzione»?

«La guerra — ha detto ieri all’Angelus Papa Francesco — non può essere qualcosa di inevitabile: non dobbiamo abituarci alla guerra! Dobbiamo invece convertire lo sdegno di oggi nell’impegno di domani. Perché, se da questa vicenda usciremo come prima, saremo in qualche modo tutti colpevoli. Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia».

C’è dunque bisogno di prendere sul serio il grido, l’appello del Papa: è un invito rivolto proprio ai politici a riflettere su questo, a impegnarsi su questo. C’è bisogno di una politica forte e di una diplomazia creativa, per perseguire la pace, per non lasciare nulla di intentato, per fermare il vortice perverso che in poche settimane sta facendo tramontare le speranza di una transizione ecologica, sta ridando nuove energie al grande business del commercio e del traffico delle armi. Un vento di guerra che mettendo indietro le lancette dell’orologio della storia ci fa ripiombare in un’epoca che speravamo fosse stata definitivamente archiviata dopo la caduta del Muro di Berlino.

di ANDREA TORNIELLI

L. Boff efuriosi attacchi da parte dei cristiani tradizionalisti e dei suprematisti bianchi i

attacchi spietati a papa Francesco, “giusto tra le nazioni”

un testo di Leonardo Boff

Dall’inizio del suo pontificato, nove anni fa, Papa Francesco è stato oggetto di furiosi attacchi da parte dei cristiani tradizionalisti e dei suprematisti bianchi, di quasi tutto il nord del mondo, degli Stati Uniti e dell’Europa. Hanno persino costruito un complotto, mettendo insieme milioni di dollari, per deporlo come se la Chiesa fosse un’impresa e il papa il suo amministratore delegato. Tutto invano. Lui segue il suo cammino nello spirito delle beatitudini evangeliche dei perseguitati.

Le ragioni di questa persecuzione sono diverse: ragioni geopolitiche, lotte di potere, un’altra visione della Chiesa e la cura della Casa Comune.

Alzo la mia voce in difesa di Papa Francesco a partire dalla periferia del mondo, dal Grande Sud. Mettiamo a confronto i numeri: solo il 21,5% dei cattolici vive in Europa, il 78,5% vive fuori dall’Europa e il 48% in America. Siamo, quindi, la stragrande maggioranza. Fino alla metà del secolo scorso la Chiesa cattolica era del primo mondo. Ora è una Chiesa del terzo e quarto mondo, che un tempo ebbe origine nel primo mondo. Qui sorge una questione geopolitica. I conservatori europei, ad eccezione di importanti organizzazioni cattoliche di cooperazione solidale, hanno un sovrano disprezzo per il Sud, in particolare per l’America Latina.

La Chiesa-grande-istituzione fu alleata della colonizzazione, complice del genocidio indigeno e partecipante allo schiavismo. Qui si è costituita una Chiesa coloniale, specchio della Chiesa europea. Succede che in più di 500 anni, nonostante la persistenza della Chiesa specchio, si è verificata un’ecclesiogenesi, la genesi di un altro modo di essere Chiesa. Chiesa, non più specchio, ma fonte: incarnatasi nella cultura locale indigena-afro-meticcia e dei popoli immigrati provenienti da 60 paesi diversi. Da questo amalgama ha creato il suo stile di adorare Dio e celebrare, di organizzare la sua pastorale sociale dalla parte degli oppressi, che lottano per la loro liberazione. Ha progettato la sua teologia adatta alla sua pratica liberatoria e popolare. Ha i suoi profeti, confessori, teologi e teologhe, santi e molti martiri, tra cui l’arcivescovo di San Salvador Arnulfo Oscar Romero.

Questo tipo di Chiesa è fondamentalmente composto da comunità ecclesiali di base, dove si vive la dimensione della comunione degli eguali, tutti i fratelli e le sorelle, con i loro coordinatori laici, uomini e donne, con i sacerdoti inseriti in mezzo alla gente e i vescovi, mai dando le spalle al popolo come autorità ecclesiastiche, ma insieme come pastori, con «odore di pecora» con la missione di essere «defensores et advocati pauperum», come si diceva nella Chiesa primitiva. Papi e autorità dottrinali vaticane hanno cercato di limitare e persino condannare un tale modo di essere Chiesa, spesso con l’argomento che non sono Chiesa perché non vedono in loro il carattere gerarchico e lo stile romanico. Questa minaccia è durata molti anni finché, finalmente, è emersa la figura di papa Francesco. Lui nasce dal brodo di questa nuova cultura ecclesiale ben espressa dall’opzione preferenziale, non esclusiva, per i poveri e dai vari filoni della teologia della liberazione che l’accompagna. Ha dato legittimità a questo modo di vivere la fede cristiana, soprattutto in situazioni di grande oppressione.

Ma ciò che scandalizza di più i cristiani tradizionalisti è il suo stile di esercitare il ministero dell’unità della Chiesa. Non appare più come il pontefice classico, vestito di simboli pagani, assunti dagli imperatori romani, in particolare la famosa “mozzetta”, quella piccola mantellina rossa piena di simboli del potere assoluto dell’imperatore e del papa. Francesco subito se n’è sbarazzato e ha indossato una “mozzetta” bianca, spoglia come quella del grande profeta del Brasile, Dom Helder Câmara, e con la sua croce di ferro senza gioielli. Ha rifiutato di abitare in un palazzo pontificio, quello che avrebbe fatto uscire San Francesco dalla tomba per condurlo dove ha scelto di vivere: in una semplice pensione, Santa Marta. E li [nella mensa] si mette in fila per servirsi da solo e mangia con tutti. Con umorismo possiamo dire: così è più difficile avvelenarlo. Non indossa Prada, ma le sue vecchie scarpe consumate. Nell’annuario pontificio in cui si usa un’intera pagina con i titoli onorifici dei Papi, egli semplicemente ha rinunciato a tutti loro, scrivendo solo Franciscus, pontifex. Ha detto chiaramente in uno dei suoi primi pronunciamenti che non presiederà la Chiesa con il diritto canonico, ma con amore e tenerezza. Innumerevoli volte ha ripetuto di volere una Chiesa povera e dei poveri.

Tutto il grande problema della Chiesa-grande-istituzione risiede, dagli imperatori Costantino e Teodosio, nell’assunzione del potere politico, trasformato nel potere sacro (sacra potestas). Questo processo raggiunse il suo culmine con papa Gregorio VII (1075) con la sua bolla Dictatus Papae che ben tradotto è la “Dittatura del Papa”. Come dice il grande ecclesiologo Jean-Yves Congar, con questo Papa si consolidò la svolta più decisiva della Chiesa, che tanti problemi ha creato e da cui non si è mai più liberata: l’esercizio centralizzato, autoritario e persino dispotico del potere. Nelle 27 proposizioni della bolla, il Papa è considerato il signore assoluto della Chiesa, l’unico e supremo signore del mondo, divenendo la suprema autorità nel campo spirituale e temporale. Ciò non è mai stato cancellato.

Basta leggere il Canone 331 in cui si dice che “il Pastore della Chiesa universale ha la potestà ordinaria, suprema, piena, immediata e universale”. Qualcosa di inaudito: se cancelliamo il termine Pastore della Chiesa universale e inseriamo Dio la frase funziona perfettamente. Chi tra gli esseri umani, se non Dio, può attribuirsi una tale concentrazione di potere? Non è senza significato che nella storia dei Papi c’è stata una crescita del faraonismo del potere: da successori di Pietro, i Papi si sono creduti rappresentanti di Cristo. E come se non bastasse, rappresentanti di Dio, fino ad essere chiamati deus minor in terra. Qui si realizza l’hybris [l’arroganza] greca e ciò che Thomas Hobbes annota nel suo Leviatano: “Noto, come tendenza generale di tutti gli uomini, un desiderio perpetuo e irrequieto di potere e di più potere. La ragione di ciò risiede nel fatto che il potere non può essere garantito se non cercando ancora più potere”. Questa è stata la tragica traiettoria della Chiesa cattolica alle prese con il potere che persiste fino ai nostri giorni, fonte di polemiche con le altre Chiese cristiane e di estrema difficoltà nell’assumere i valori umanistici della modernità. Essa è lontana anni luce dalla visione di Gesù che voleva un potere-servizio (hierodulia) e non un potere-gerarchico (hierarquia).
Da tutto questo papa Francesco prende le distanze, cosa che suscita indignazione nei conservatori e anche nei reazionari, ben espressa nel libro di 45 autori dell’ottobre 2021: “Dalla pace di Benedetto alla guerra di Francesco” (From Benedict’s Peace to Francis’s War) a cura di Peter A Kwasnievskij. Noi replicheremmo così: “Dalla pace dei pedofili di Benedetto (coperti da lui) alla guerra contro i pedofili di Francesco (da lui condannati)”. È noto che il papa in pensione Benedetto XVI è stato indiziato come colpevole da un tribunale di Monaco per la sua clemenza nei confronti dei preti pedofili.

C’è un problema di geopolitica ecclesiastica: i tradizionalisti rifiutano un Papa che viene “dalla fine del mondo”, che porta al centro del potere vaticano un altro stile più vicino alla grotta di Betlemme rispetto ai palazzi degli imperatori. Se Gesù apparisse al Papa durante la sua passeggiata per i giardini vaticani, direbbe sicuramente: “Pietro, su queste pietre sontuose non edificherei mai la mia Chiesa”. Questa contraddizione è vissuta da papa Francesco avendo rinunciato alla sontuosità del palazzo e allo stile imperiale.
In effetti, c’è uno scontro di geopolitica religiosa tra il Centro, che ha perso la sua egemonia per numero e irradiazione, ma che conserva le abitudini dell’esercizio autoritario del potere, e la Periferia, numericamente maggioritaria tra i cattolici, con nuove chiese, con nuovi stili di vivere la fede e in dialogo permanente con il mondo, specialmente con i condannati della Terra, avendo sempre una parola da dire sulle ferite che sanguinano nel corpo del Crocifisso, presente nei poveri e oppressi.

Forse ciò che più infastidisce i cristiani ingessati nel passato è la visione della Chiesa vissuta dal Papa. Non una Chiesa-castello, chiusa in se stessa, nei suoi valori e dottrine, ma una Chiesa “ospedale da campo” sempre “in cammino verso le periferie esistenziali”. Essa accoglie tutti senza interrogarsi sul loro credo o sulla loro situazione morale. Basta che siano esseri umani in cerca del senso della vita e che soffrono per le avversità di questo mondo globalizzato, ingiusto, crudele e spietato. Condanna direttamente il sistema che dà centralità al denaro a spese delle vite umane e della natura. Ha realizzato diversi incontri mondiali con i movimenti popolari. Nell’ultimo, il quarto, ha detto esplicitamente: “Questo sistema (capitalista), con la sua logica implacabile, sfugge al dominio umano; bisogna lavorare per una maggiore giustizia e cancellare questo sistema di morte”. Nella Fratelli tutti lo condanna con forza.

È orientato da quello che è uno dei grandi apporti della teologia latinoamericana: la centralità del Gesù storico, povero, pieno di tenerezza verso i sofferenti, sempre dalla parte dei poveri e degli emarginati. Il Papa rispetta i dogmi e le dottrine, ma non è attraverso di loro che raggiunge il cuore delle persone. Per lui Gesù è venuto ad insegnarci come vivere: fiducia totale in Dio-Padre, vivere l’amore incondizionato, la solidarietà, la compassione per e con i caduti nelle strade, la cura per e con il Creato; beni che costituiscono il contenuto del messaggio centrale di Gesù: il Regno di Dio. Predica instancabilmente la misericordia sconfinata con cui Dio salva i suoi figli e figlie, perché Lui non può perdere nessuno di loro, frutto del suo amore, «perché è l’amante appassionato della vita» (Sap 11,24). Per questo afferma che «per quanto qualcuno sia ferito dal male, non è mai condannato su questa terra ad essere separato per sempre da Dio». In altre parole: la condanna è solo per questo tempo.
Invita tutti i pastori ad esercitare la pastorale della tenerezza e dell’amore incondizionato, formulata sinteticamente da un leader popolare di una comunità di base: “l’anima non ha confini, nessuna vita è straniera”. Come pochi al mondo, si è impegnato per gli immigrati provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente e ora dall’Ucraina. Si rammarica del fatto che i moderni abbiano perso la capacità di piangere, di sentire il dolore dell’altro e, da buon samaritano, di soccorrerlo nel suo abbandono.

La sua opera più importante è stata la preoccupazione per il futuro della vita della Madre Terra. La Laudato Sì esprime il suo vero significato nel sottotitolo: “sulla cura della Casa Comune”. Non elabora un’ecologia verde, ma un’ecologia integrale che abbraccia l’ambiente, la società, la politica, la cultura, la vita quotidiana e il mondo dello spirito. Assume i contributi più sicuri delle scienze della Terra e della vita, in particolare della fisica quantistica e della nuova cosmologia, il fatto che tutto è connesso “ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra”, come lui dice poeticamente nella Laudato Sì. La categoria della cura e della corresponsabilità collettiva acquista così tanta centralità al punto di dire nella Fratelli tutti che “siamo sulla stessa barca: o ci salviamo tutti salvati o nessuno si salva”.
Noi latinoamericani gli siamo profondamente grati per aver convocato il Sinodo Querida Amazônia, per difendere questo immenso bioma di interesse per tutta la Terra e come la Chiesa si è incarnata in quella vasta regione che copre nove paesi.

I grandi nomi dell’ecologia mondiale hanno testimoniato: con questo suo contributo, Papa Francesco si pone in prima linea nel dibattito ecologico contemporaneo.
Quasi disperato ma ancora pieno di speranza, propone un cammino di salvezza: una fraternità universale e un amore sociale come assi strutturanti di una bio-società su cui rifondare la politica, l’economia e ogni sforzo umano. Non abbiamo molto tempo, né abbastanza saggezza accumulata, ma questo è il sogno e la vera alternativa per evitare un cammino senza ritorno.
Il Papa che cammina da solo in Piazza San Pietro sotto una pioggia leggera, in tempo di pandemia, rimarrà un’immagine immortale e un simbolo della sua missione di Pastore che si preoccupa e prega per il destino dell’umanità.
Forse una delle ultime frasi della Laudato Sì rivela tutto il suo ottimismo e la speranza contro ogni speranza: “Camminiamo cantando che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano l’allegria della speranza”.
Hanno bisogno di essere nemici della propria umanità, coloro che condannano impietosamente gli atteggiamenti così umanitari di Papa Francesco, in nome di una cristianità sterile, come un fossile del passato e un contenitore di acque morte.

Hanno bisogno di essere nemici della propria umanità, coloro che condannano impietosamente gli atteggiamenti così umanitari di Papa Francesco, in nome di una cristianità sterile, come un fossile del passato e un contenitore di acque morte.

Questi cardinali, vescovi e altri che hanno scritto il libro sopracitato sono, infatti, cismatici e eretici nel senso primitivo della parola, quelli che rompano l’unità della comunità eclesiale.
I feroci attacchi che rivolgono al Papa possono essere tutto, meno che cristiani ed evangelici.

Papa Francesco sopporta tutto, intriso dell’umiltà di San Francesco d’Assisi e dei valori del Gesù storico. Per questo egli merita bene il titolo di “un giusto tra le nazioni”.

Leonardo Boff

papa Francesco in in televisione da Fazio – critiche di metodo ma linguaggio chiaro e forte

i giornaloni prevenuti sul papa “degli ultimi”

di Gad Lerner
in “il Fatto Quotidiano” del 9 febbraio 2022

Domenica scorsa 6 milioni e 731 mila spettatori hanno seguito per un’ora papa Francesco che dialogava su Rai3 con Fabio Fazio su un vasto spettro di tematiche cruciali del nostro tempo e sul mistero della fede. Ma nessuno dei principali giornali italiani ha ritenuto questo evento degno della prima pagina, né tantomeno di commentare nel merito le riflessioni del pontefice; quasi fossero risapute e irrilevanti.
Il più noto dei critici televisivi, Aldo Grasso, si è limitato a una breve, ironica recensione sul web per dire che il papa aveva sbagliato location e che voleva sembrare “un parroco in tv”. Esortandolo a non riprovarci perché “una volta va bene, dalla seconda si entra nel detestabile chiacchiericcio che Francesco ha detto di biasimare”. In una parentesi Grasso se l’è presa pure con Fazio, suggerendo che “era più prete l’intervistatore dell’intervistato”. Niente di originale: ci aveva già pensato un ospite indispettito, tempo fa, a dargli del “fratacchione”. C’è poi chi ha indugiato sul dilemma se si trattasse di una vera o di una finta diretta, come se cambiasse qualcosa. Mentre la storica Lucetta Scaraffia aveva preventivamente criticato la scelta del papa che, accettando di partecipare a una trasmissione leggera, sminuirebbe il suo ruolo di capo della Chiesa riducendosi a una “celebrity” qualsiasi. Anche lei, dopo, ha criticato Fazio per non aver osato rivolgere domande scomode al suo ospite. Questa ridda di malevole obiezioni di metodo ha evidenziato un senso di fastidio nei confronti di Francesco, e della sua scelta di concedersi proprio a Fazio, tanto intenso da indurre costoro a ignorare i contenuti del suo intervento. Non devono averla pensata così i telespettatori, numerosi come non mai per una trasmissione già rigettata da Rai1 e da Rai2 a causa del suo orientamento politico e culturale. Eppure, di tutto si può accusare il papa tranne che di non aver parlato chiaro. Chi l’ha seguito con animo sgombro, ne è rimasto colpito.

Ha ricordato che il lavoro
non riceve una giusta retribuzione.

Ha denunciato l’istinto dei governanti che antepongono la logica del potere alla cura degli uomini, spendendo più in armi che in opere di bene.

Ha definito criminale l’accanimento contro i migranti.

Ha chiamato con il loro nome, lager, i campi di prigionia libici finanziati dai nostri soldi.

Ha richiamato l’antica saggezza dei popoli che nella madre terra riconoscono una natura da custodire, anziché avvelenarla.

Ha raccomandato di guardare negli occhi i poveri, di non avere paura a toccarli perché il tatto è il più prezioso dei sensi, e aiuterà a scacciare le paure che ci assalgono.

Ha ammesso di non riuscire a spiegarsi la sofferenza dei bambini nell’ambito del disegno divino in cui pure crede. Ha indicato la mondanità e il clericalismo come i
vizi peggiori della Chiesa.

Ha esortato alla preghiera come bisogno umano fin dalla più tenera infanzia.

Considerare tutto ciò una predica inutile, condannata all’oblio, è l’esito del cinismo diffuso che spinge tanti sapientoni a trattare con sufficienza il suo prodigarsi. Banalizzano il suo pensiero come se si trattasse di una versione religiosa del “politicamente corretto”. Lo snobbano. Dà loro fastidio che la critica radicale del sistema dominante, entrate in crisi le ideologie, possa rianimarsi nella dimensione del sacro, trovare alimento e aggiornamento nella tradizione biblica. E naturalmente li irrita che il papa possa trovare interlocutori nel pensiero laico e nei suoi strumenti di divulgazione popolare. Il progressismo, comunque inteso, è la loro bestia nera. Torni a fare il suo
mestiere, questo papa, senza troppe invasioni di campo! È fin troppo facile constatare che questi scandalizzati critici di Francesco, non importa se cristiani osservanti o meno, sono essi per primi espressione del clericalismo contro cui domenica scorsa egli ha puntato il dito. Lo ha fatto sorridendo, spiegando perché si trova più a suo agio abitando in una struttura alberghiera piuttosto che negli appartamenti vaticani dove vivevano isolati i suoi predecessori. Loro santi, lui no, ha scherzato.
Non credo proprio che la moltitudine di persone, fedeli e non, che lo hanno guardato e ascoltato davanti al teleschermo, ne abbiano tratto la sensazione di un pastore venuto meno al suo ruolo.
Resterà un papa di minoranza, ma ha dimostrato di saper trasmettere il suo messaggio sormontando il muro di sufficienza cementato dallo scetticismo dei media che lo trattano come una bizzarra anomalia. Scommetto che oggi, giustamente, troverà vasta eco sulle prime pagine dei giornali l’accorata lettera con cui Benedetto XVI respinge l’accusa di “comportamenti erronei” nella vicenda degli abusi pedofili perpetrati a Monaco di Baviera quando lui ne era arcivescovo. Continuino pure a riservare un trattamento minore ai messaggi di Francesco. Nel mondo lui troverà altri seguaci.

i lager dei nostri tempi finanziati dall’Europa – l’accusa di papa Francesco

la denuncia del papa a ‘Che tempo che fa’

“Disperati rinchiusi nei lager, l’Ue agisca”

in “La Stampa” dell’8 febbraio 2022

«Ci sono lager in Libia, dobbiamo pensare alla politica migratoria e l’Europa deve farlo insieme,
l’Unione europea deve mettersi d’accordo evitando che l’onere delle migrazioni ricada solo su alcuni Paesi come l’Italia e la Spagna». A denunciare la situazione dei centri di accoglienza libici è stato il Papa domenica sera, rispondendo alle domande di Fabio Fazio a «Che Tempo Che Fa».
«Quello che si fa con i migranti – ha spiegato – è criminale: per arrivare al mare soffrono tanto. Ci sono immagini terribili, lager gestiti dai trafficanti. Quanto soffrono quelle persone nelle mani dei
trafficanti. Soffrono, poi rischiano per traversare il Mediterraneo, e alcune volte vengono respinti».
«Il migrante – ha poi concluso – sempre va accolto, va accompagnato, va promosso e integrato».

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