i danni europei provocati dal pensare che la distinzione tra destra e sinistra sia superata

la maschera fascista dell’Europa

di Nadia Urbinati
in “la Repubblica” del 17 ottobre 2017

 

Dopo le elezioni tedesche, anche quelle austriache confermano le trasformazioni politiche in corso nel vecchio continente, la cui faccia sta decisamente prendendo una fisionomia di destra, e perfino nazi-fascista. Il populismo è lo stile e la strategia che le vecchie idee di destra (il razzismo, l’intolleranza, l’ideologia identitaria nazionalista, il mito maggioritarista e anti-egualitario) adottano per conquistare gli elettori moderati. I partiti di destra sono quelli che meglio usano questa strategia; ne hanno anzi bisogno per uscire dall’isolamento nel quale l’ideologia socialdemocratica li aveva condannati per decenni. Sebastian Kurz, alla guida del partito dei popolari, ha trasformato il suo partito in un movimento elastico, aggressivo sui social, attento all’immagine e capace di usare gli argomenti giusti: la paura dell’immigrazione, la preoccupazione per la precarietà occupazionale, l’erosione del benessere. L’Austria è tra i Paesi più ricchi d’Europa e con una popolazione residente straniera che sfiora il 15%. La campagna elettorale di Kurz è stata radicalmente personalistica (il suo nome ha dato il nome alla lista) e ossessivamente imbastita sulla paura, tanto da fare apparire l’Austria come un Paese straniero agli austriaci, sul baratro economico e con il rischio di avere una maggioranza religiosa islamica. La personalizzazione e la radicalizzazione del messaggio hanno fatto volare il suo partito. Altrettanto vincente la strategia del partito di estrema destra neo-nazista, detto della libertà, guidato da Heinz-Christian Strache che potrebbe essere alleato del partito di Kurz. La ricetta per il governo del Paese di questa ipotetica coalizione è un misto di protezionismo e liberismo: chiusura delle frontiere agli immigrati, difesa dell’identità culturale cattolica, sicurezza e taglio delle tasse. Liberisti e nazionalisti alleati. Il restyling dei due partiti di destra ha pagato, smussando il messaggio nazista e islamofobico e insistendo su una strategia che da qualche anno sta facendo proseliti a destra. La critica alla tecnocrazia di Bruxelles non porta più alla proposta di uscire dall’Unione. L’Europa va conquistata, non lasciata. Il populismo transnazionale di destra non propone il ritorno agli stati nazionali indipendenti, non ha nostalgie per un’Europa pre-Trattato di Roma. Comprende l’utilità dell’Unione e vuole però guidarla in conformità a quella che il leader ungherese Viktor Orbán (il primo ad aver lanciato la proposta di una destra populista transnazionale) ha definito come l’identità spirituale del continente: la cristianità. La secolarizzazione, soprattutto nella parte occidentale del continente, è un fatto difficilmente negabile. E quindi l’apppello alla cristianità ha poco a che fare con la spiritualità religiosa e molto con l’identità nazionale. Il populismo di destra è oggi un progetto identitario transnazionale. La storia del populismo è innestata nella storia della democrazia; una competizione con la democrazia costituzionale sulla rappresentanza e la rappresentazione del popolo, che nei Paesi europei è in effetti la nazione. La tendenza a identificare il popolo con un’entità organica omogenea è il motore che muove questa potente interpretazione della sovranità come sovranità di una parte, maggioritaria, contro un’altra, per umiliare l’opposizione e soprattutto le minoranze culturali. Le democrazie del dopoguerra hanno neutralizzato questa tendenza olistica articolando la cittadinanza nei partiti politici. E il dualismo destra/sinistra è stato un baluardo di protezione della battaglia politica dalle pulsioni identitarie, nazionaliste e fasciste. La fine di questa distinzione è oggi il problema; essa è stata favorita dalla sinistra stessa che, nel solco del blarismo ha sostenuto la desiderabilità di andare oltre la divisione destra/sinistra. Una iattura che ha preparato il terreno alla destra. L’uso di strategie comunicative populiste si dimostra vincente anche perché l’audience è informe e con deboli distinzioni idelogiche; facile da conquistare con messaggi generici, gentisti diremmo, ovvero basati sul buon senso e capaci di arrivare a tutti indistintamente. La caduta di partecipazione elettorale, che l’erosione della distinzione destra/ sinistra ha portato con sé, è un segnale preoccupante di cui purtroppo quel che resta della sinistra non si avvede. L’esercito elettorale di riserva è pronto, depoliticizzato abbastanza da essere catturato da messaggi populisti di destra, generici, e molto semplici.

Il caso austriaco, come quello tedesco di poche settimane fa, è quasi da manuale nel dimostrare quanto danno abbia fatto alla democrazia la convinzione che destra e sinistra appartengano al passato. Di questa insana idea si approfitta la destra, che da parte sua non ha mai messo quella distinzione in soffitta

Europa genocida – parola di Leoluca Orlando

il sindaco di Palermo 

“denuncerò la Ue per genocidio”

l’Europa riconosce il diritto all’asilo dei siriani, ma poi non li mette in condizione di raggiungere le nostre terre

Leoluca Orlando

Leoluca Orlando

papa Francesco preoccupato per i cattolici reazionari e razzisti europei

migranti

papa Francesco critica i cattolici razzisti

papa Francesco riceve in udienza i direttori degli Uffici della pastorale per le migrazioni e si dice preoccupato per i sentimenti di intolleranza e xenofobia diffusi anche tra i cattolici e giustificati, spiega, «da un non meglio specificato “dovere morale” di conservare l’ identità culturale e religiosa originaria»

Denuncia l’ incoerenza di molti credenti e di alcune Chiese locali di fronte al problema delle migrazioni in Europa. Papa Francesco, nel discorso direttori degli Uffici per i migranti delle Conferenze episcopali d’ Europa, è molto severo nella critica e parla apertamente di “reazione di difesa e di rigetto”, veri e propri atteggiamenti razzisti in molti cattolici. L’ incontro è avvenuto venerdì 22 settembre e i direttori erano accompagnati dal cardinale Angelo Bagnasco, ex-presidente della Cei e attuale presidente dei vescovi europei. Il Papa ha confidato:

“Non vi nascondo la mia preoccupazione di fronte ai segni di intolleranza, discriminazione e xenofobia che si riscontrano in diverse regioni d’ Europa. Esse sono spesso motivate dalla diffidenza e dal timore verso l’ altro, il diverso, lo straniero. Mi preoccupa ancor più la triste constatazione che le nostre comunità cattoliche in Europa non sono esenti da queste reazioni di difesa e rigetto, giustificate da un non meglio specificato ‘dovere morale’ di conservare l’ identità culturale e religiosa originaria”.

I rimproveri di Francesco riguardano il settore orientale dell’ Europa e le posizioni tiepide degli episcopati di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca nei confronti delle politiche nazionali dei loro governi che hanno ripetutamente negato l’ accettazione delle quote di migranti previste dall’ Unione Europea. La maggior parte dei cattolici è d’ accordo con i governi sul contrasto all’ immigrazione e sull’ ingresso dei migranti in quei Paesi. La situazione più delicata appare quella polacca. Qualche mese fa monsignor Krzysztof Zadarko, vescovo ausiliare di Koszalin-Kołobrzeg e responsabile della conferenza episcopale polacca per l’ immigrazione, ha affermato che è “necessaria una maggiore apertura verso il prossimo in difficoltà”, riferendosi ai dati di un sondaggio secondo cui solo il quattro per cento dei polacchi è “decisamente favorevole” all’ accoglienza dei profughi provenienti dal Medio Oriente. 

Lo studio, dell’ istituto polacco Cbos (Centro di analisi dell’ opinione pubblica), indicava una costante crescita della porzione della popolazione, fino al 74 per cento, contraria alla ricollocazione dei profughi, secondo le quote previste dall’ Unione in Polonia. Da dicembre del 2015 ad oggi il numero di polacchi che rifiutano gli immigrati mediorientali e africani supera stabilmente i favorevoli all’ accoglienza. Tuttavia, il 55 per cento della popolazione polacca accetterebbe i profughi ucraini senza distinzioni di fede o di etnia. Monsignor Zadarko aveva detto di essere “profondamente rattristato”. E’ la stessa amarezza che si coglie nelle parole del Papa, che invece sostiene che “riconoscere e servire il Signore in questi membri del suo ‘popolo in cammino’ è una responsabilità che accomuna tutte le Chiese particolari nella profusione di un impegno costante, coordinato ed efficace”.

Beroglio ha denunciato anche una “sostanziale impreparazione delle società ospitanti e da politiche nazionali e comunitarie spesso inadeguate”. E ha aggiunto anche una critica ai “limiti dei processi di unificazione europea” e agli “ostacoli con cui si deve confrontare l’ applicazione concreta della universalità dei diritti umani, dei muri contro cui si infrange l’ umanesimo integrale che costituisce uno dei frutti più belli della civiltà europea”.

l’Europa si deve vergognare di fronte ai migranti

migranti

il disonore dell’Europa

Dan Kitwood via Getty Images

Porti chiusi, muri alzati, frontiere blindate, quote disattese, risorse finanziarie lesinate. Europa e onore sul fronte migranti è un ossimoro. Tragico perché riguarda la vita e la morte di centinaia di migliaia di profughi. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker rende omaggio per l’impegno praticato nel salvataggio e nell’accoglienza dei migranti. Un atto dovuto, meritato. Ma l’Italia non ha potuto salvare l’onore dell’Europa, perché esso non esiste.  

L’Europa degli Orban, del “fronte dell’Est” che in ogni vertice ha sempre remato contro ogni proposta che avesse anche una lontana parvenza con principi quali solidarietà, condivisione, inclusione. Il vento dell’Est, e del Nord, ha spazzato via ogni politica europea che ponesse al proprio centro il superamento degli aspetti più anacronistici del Trattato di Dublino e ponesse all’ordine del giorno, come più volte richiesto dall’Italia, il tema del diritto d’asilo europeo.  

L’Europa non ha onore da salvare ma solo vergogna da manifestare se i suoi leader fossero capacità di una sana autocritica. Così non è. E ciò non riguarda solo gli ultranazionalisti alla Orban. Perché la mancanza di onore, e di solidarietà, si sono manifestati anche da chi sembrava voler incarnare un rinnovato europeismo.  

Un esempio: Emmanuel Macron. Al di là degli inni alla gioia e alle dichiarazioni di principio, nei fatti, che poi sono quelli che contano, il giovane inquilino dell’Eliseo, in caduta libera nei sondaggi, ha mantenuto un atteggiamento quanto meno ambiguo nei confronti dell’emergenza che ha investito l’Italia. Appena insediato all’Eliseo, il neopresidente aveva promesso che non avrebbe lasciato soli i vicini di casa. Nei fatti, non solo ha negato l’approdo nei suoi porti delle navi delle Ong ma come il suo predecessore Hollande esercita un rigido controllo sulla frontiera di Ventimiglia, rispedendo quotidianamente in Italia decine di stranieri che tentano di entrare in Francia di soppiatto.  

Parigi si attiene infatti a due accordi. Il primo è quello di Dublino sottoscritto nel 2003 anche dall’Italia, in base al quale le domande di asilo devono essere esaminate dal Paese su cui il migrante mette piede. Dunque dall’Italia; l’altra è il già citato accordo sui ricollocamenti, che riguarda appunto chi ha diritto alla protezione internazionale e non tutti i migranti indistintamente. Al tirar delle somme il criterio è: sì a più fondi all’Italia ma no all’accoglienza di migranti sul suolo francese.

Lo spettro che Parigi vuole tenere alla larga è quello di una nuova Calais, la sterminata baraccopoli dove vivevano i migranti decisi a passare in Gran Bretagna. Un passo indietro nel tempo. Venticinque giugno 2015. È stato uno scontro “violento”, secondo chi vi ha assistito. Durante il dibattito al Consiglio europeo sulla nuova politica Ue dell’immigrazione, (l’allora) presidente del Consiglio Matteo Renzi avrebbe duramente attaccato i colleghi che si sono espressi contro l’obbligatorietà della ripartizione dei richiedenti asilo da Italia e Grecia.

“Se non siete d’accordo sui 40 mila non siete degni di chiamarvi Europa”, avrebbe detto il premier, secondo quanto si apprende da una fonte, per poi aggiungere “se questa è la vostra idea di Europa, tenetevela. O c’è solidarietà, o non fateci perdere tempo”.

“Non accettiamo nessuna concessione: o fate un gesto anche simbolico oppure non preoccupatevi: l’Italia può permettersi di fare da sola. È l’Europa che non può permetterselo”, è l’atto di accusa di Renzi ai leader europei.

Il premier ha poi continuato: “Mi emoziono davanti all’Europa. Sono figlio di questa storia. Mi emoziono pensando che domani sarà qui Delors. Ma non accetterò mai che questa discussione sia così meschina e egoista. Abbiamo fondato l’Europa perché avevano ideali. Ho pianto per il muro di Berlino, ho pianto per Srebrenica. Credo in un ideale. Non accetterò mai un compromesso al ribasso”, ha affermato il premier stando a quanto riferisce chi era presente all’incontro e che parla anche di un durissimo scontro con la presidente lituana Grybausakaite.

Di tempo se n’è perso d’allora, mentre a crescere è stato il bilancio delle vittime affogate nel Mediterraneo o morte nel deserto o sulla rotta balcanica. Due anni dopo, e tanti inutili vertici Ue, il ricorso contro le “quote” sui richiedenti asilo da ospitare è stato bocciato dalla Corte di Giustizia europea. Un sistema che consisteva nel trasferimento di circa 160mila richiedenti asilo da Italia e Grecia in Europa, in base a una quota rispetto alla popolazione e alla situazione economica di ogni paese. Tra coloro che avevano partecipato al ricorso c’erano Ungheria, Slovacchia e Polonia che hanno accolto pochissimi richiedenti e ora rischiano di essere multati. Non ha funzionato granché dunque il programma di relocation, dato che nell’arco di due anni sono stati trasferiti solo il 16,6% della quota prevista.

L’Italia avrà pure “salvato l’onore dell’Europa”, ma di certo l’Europa ha sbattuto i porti in faccia all’Italia. Tallinn, 6 luglio 2017, vertice dei ministri dell’Interno dei Paesi Ue. Proprio il Belgio dice no all’accoglienza dei migranti con una dichiarazione diTheo Francken, ministro per l’Asilo e politica migratoria belga: “Non credo che apriremo i nostri porti”. Lo stesso vale per l’Olanda che si defila dichiarando che aprire i porti non risolve il problema.

Siamo alla fiera delle ipocrisie. Per la verità storica, un atto unitario l’Europa l’ha compiuto. Ma di onorevole in esso non c’è proprio nulla. È l’accordo con la Turchia del presidente-autocrate Recep Tayyp Erdogan.

“L’accordo fra Ue e Turchia ha portato migliaia di rifugiati e migranti a vivere in condizioni squallide e pericolose, e non deve essere riprodotto con altri Paesi”. È il giudizio con cui Amnesty International condanna il patto fra Ankara e Bruxelles che il 16 marzo 2017 ha compiuto un anno.

Uno semplice scambio: per garantire i controlli sulle coste dell’Egeo da parte della Guardia Costiera turca, il governo di Erdogan avrebbe ricevuto 3 miliardi di euro per accogliere i migranti prima che potessero arrivare in Europa e altri 3 miliardi di euro se i primi non fossero stati sufficienti.

E così è stato:

“Nel 2015 circa 800.000 rifugiati sono arrivati sulle isole greche, mentre nei dieci mesi trascorsi dall’accordo il numero è sceso a 27.000”, dice l’autrice del rapporto di Amnesty Irem Arf . “Il problema è che mentre prima del patto i migranti venivano immediatamente trasferiti dalle isole greche alla terraferma, ora rimangono bloccati come in un limbo in attesa di un ritorno in Turchia. Le isole Lesbos, Samos e Kos sono particolarmente sovraffollate”.

Dalla Grecia sono state spostati in altri Paesi europei solo 9.610 profughi dei 160mila previsti dal programma di ricollocamento dell’Agenda europea sull’immigrazione del maggio del 2015. Da Amnesty a Medici Senza Frontiere.

Il rapporto di MSF:

“A un anno dall’accordo UE-Turchia: sfidare i ‘fatti alternativi ‘dell’UE sfata, sulla base della realtà dal campo, tre grandi “fatti alternativi” (o false verità) che l’UE attribuisce all’accordo, ovvero che offre ai migranti un’alternativa per non rischiare la vita, che le condizioni delle isole greche sono abbastanza accettabili per sostenere l’attesa della procedura di asilo, che l’accordo rispetta i principi fondamentali dei diritti umani. In realtà le condizioni e le conseguenze dell’accordo, che ricompensa la Turchia perché “blocchi l’afflusso” di migranti e rifugiati e accetti le persone respinte dalle coste greche, sono ben diverse, come le nostre équipe testimoniano ogni giorno in Grecia e sulla rotta balcanica. Dopo un anno dalla sua entrata in vigore, uomini, donne e bambini sono bloccati in zone non sicure al di fuori dell’Europa da cui non possono scappare, costretti a rotte sempre più pericolose per raggiungere il continente o intrappolati in hotpsot sovraffollati sulle isole greche, dove vivono in condizioni inadeguate. “L’accordo sta avendo un impatto diretto sulla salute dei nostri pazienti, molti di loro sono sempre più vulnerabili”, afferma Jayne Grimes, psicologa di MSF a Samo. “Queste persone sono scappate da situazioni di violenza estrema, tortura e guerra e sono sopravvissute a viaggi molto pericolosi. Hanno subito violenze e sofferenze alle frontiere dell’Europa. E il loro stato psicologico è aggravato dalle precarie condizioni di vita e dalla mancanza di informazioni sul loro status giuridico. Stanno perdendo qualunque speranza di trovare un futuro più sicuro, migliore di quello da cui sono scappati”.

E il brutto è che l’Europa ha intenzione, dichiarata, di moltiplicare questo “modello”, in Libia ad esempio. Davvero di male in peggio. “Chiedere l’eliminazione della detenzione dei bambini” migranti in Libia, è un punto su cui l’Ue dovrebbe battere nei suoi negoziati con le autorità del Paese. “Un primo passo, a cui farne poi seguire altri”. La richiesta proviene dal direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) Eugenio Ambrosi al lancio del rapporto “Viaggi strazianti“, condotto in collaborazione con l’Unicef, che contiene le testimonianze di 22mila migranti, di cui 11mila minori.

L’Unicef critica le misure per contenere i flussi dei migranti verso l’Europa, fermandoli in Libia. Sono “inaccettabili” secondo Sandie Blanchet, direttrice dell’ufficio Unicef di Bruxelles, che, rispondendo alla conferenza stampa per il lancio del rapporto, aggiunge: “è chiaro che non si tratta di un luogo sicuro per i bambini e le loro famiglie”.

Juncker si è guardato bene, infine, da dare una risposta, anche un accenno, alla lettera aperta inviata il 6 settembre da MSF leader degli Stati membri e alle istituzioni dell’Unione Europea per denunciare leatroci sofferenze che le loro politiche sulla migrazione stanno alimentando in Libia.

“La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa. Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un’attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni” sottolinea un passaggio della lettera aperta di MSF, firmata dalla dott.ssa Joanne Liu, presidente internazionale di MSF, e da Loris De Filippi, presidente di MSF in Italia “Le persone sono trattate come merci da sfruttare. Ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. La loro disperazione è sconvolgente”. E ancora: “La Libia è solo l’esempio più recente ed estremo di politiche migratorie europee che da diversi anni hanno come principale obiettivo quello di allontanare le persone dalla nostra vista. Tutto questo toglie qualunque alternativa alle persone che cercano modi sicuri e legali di raggiungere l’Europa e le spinge sempre più in quelle reti di trafficanti che i leader europei dichiarano insistentemente di voler smantellare. Vie legali e sicure perché le persone possano raggiungere Paesi sicuri sono l’unico modo per proteggere i diritti delle persone in fuga, assicurare un controllo legale delle frontiere europee e rimuovere quei perversi incentivi che consentono ai trafficanti di prosperare”.

Per MSF:

“Le persone intrappolate in queste ben note condizioni da incubo hanno disperato bisogno di una via di uscita. Devono poter accedere a protezione, asilo e quando possibile a migliori procedure di rimpatrio volontario. Hanno bisogno di un’uscita di emergenza verso la sicurezza, attraverso canali sicuri e legali”.

Canali umanitari, diritto d’asilo europeo, una vera politica di cooperazione con i Paesi africani di origine e di transito dei migranti. Una politica fondata sul rispetto dei diritti umani e della dignità della persona… Questo significherebbe per l’Europa “salvare l’onore”. Ma più che una speranza, è una illusione se l’onore è affidato a quanti questo “onore” hanno calpestato.

il business della sofferenza in Libia e i governi europei

lettera aperta di Medici senza Frontiere

i governi europei alimentano il business della sofferenza in Libia

Lettera aperta di Medici senza Frontiere: i governi europei alimentano il business della sofferenza in Libia

MSF ha inviato oggi una lettera aperta ai leader degli Stati membri e alle istituzioni dell’Unione Europea per denunciare le atroci sofferenze che le loro politiche sulla migrazione stanno alimentando in Libia.

Nella lettera, inviata anche al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, MSF denuncia la determinazione dell’Europa nel bloccare le persone in Libia a qualunque costo e chiede che gli inaccettabili abusi contro le persone trattenute arbitrariamente nei centri di detenzione cessino al più presto.

Un sistema criminale di abusi

“Il dramma che migranti e rifugiati stanno vivendo in Libia dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa” si legge nella lettera, firmata dalla dott.ssa Joanne Liu, presidente internazionale di MSF e da Loris De Filippi, presidente di MSF in Italia. “Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi.”

MSF assiste le persone nei centri di detenzione di Tripoli da più di un anno e ha visto con i propri occhi questo schema di detenzione arbitraria, estorsioni, abusi fisici e privazione dei servizi di base che uomini, donne e bambini subiscono in questi centri.

“La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa. Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un’attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni” continua la lettera aperta di MSF. “Le persone sono trattate come merci da sfruttare. Ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. La loro disperazione è sconvolgente.”

La complicità dell’Europa

La riduzione delle partenze dalle coste libiche è stata celebrata come un successo nel prevenire le morti in mare e combattere le reti di trafficanti. Ma per MSF questa celebrazione è da considerarsi nella migliore delle ipotesi pura ipocrisia o, nella peggiore, cinica complicità con il business criminale che riduce gli esseri umani a mercanzia nelle mani dei trafficanti.

“Chi è davvero complice dei trafficanti: chi cerca di salvare vite umane oppure chi consente che le persone vengano trattate come merci da cui trarre profitto?” si domanda nella lettera di MSF. “La Libia è solo l’esempio più recente ed estremo di politiche migratorie europee che da diversi anni hanno come principale obiettivo quello di allontanare le persone dalla nostra vista. Tutto questo toglie qualunque alternativa alle persone che cercano modi sicuri e legali di raggiungere l’Europa e le spinge sempre più in quelle reti di trafficanti che i leader europei dichiarano insistentemente di voler smantellare.”

Per MSF, vie legali e sicure perché le persone possano raggiungere paesi sicuri sono l’unico modo per proteggere i diritti delle persone in fuga, assicurare un controllo legale delle frontiere europee e rimuovere quei perversi incentivi che consentono ai trafficanti di prosperare: “Le persone intrappolate in queste ben note condizioni da incubo hanno disperato bisogno di una via di uscita. Devono poter accedere a protezione, asilo e quando possibile a migliori procedure di rimpatrio volontario. Hanno bisogno di un’uscita di emergenza verso la sicurezza, attraverso canali sicuri e legali.”

“Non possiamo dire che non sapevamo quello che stava accadendo. Non possiamo continuare a tollerare questo vergognoso accanimento sulla miseria e la sofferenza delle persone in Libia” conclude la lettera di MSF. “Permettere che esseri umani siano destinati a subire stupri, torture e schiavitù è davvero il prezzo che, per fermare i flussi, i governi europei sono disposti a pagare?”

solo i migranti risolveranno la crisi europea

perché i migranti sono la soluzione (non il problema) della crisi europea

di Guido Viale
in “il manifesto”

Fermare il flusso dei profughi dall’Africa e dal Medioriente è impossibile. E’ un fenomeno che durerà decenni. Forse è possibile contenerlo e renderlo in parte reversibile. Ma bisogna aggredirne le cause: guerre, cambiamenti climatici, rapina delle risorse, sfruttamento. Ci vogliono risorse ma i soldi sono il meno. Ci vogliono programmi di pacificazione e riqualificazione di quei territori: porre fine alla vendita di armi e bloccare interventi e progetti che devastano territori e comunità. L’opposto di quanto proposto da Renzi con il migration compact: un documento che le armi non le nomina nemmeno, mentre ne prosegue a pieno ritmo la vendita, e vorrebbe affidare la rinascita di quei paesi alle multinazionali. Le due che nomina sono Eni ed Edf, la società petrolifera italiana responsabile dello scempio nel delta del Niger e la società elettrica francese che alimenta le sue 56 centrali nucleari con l’uranio estratto schiavizzando il Niger.

C’è un problema ancora più a monte: chi può promuovere la pacificazione del proprio paese e la riqualificazione del suo territorio? Le popolazioni se ne avessero la capacità e la forza lo avrebbero già fatto. Meno che mai le potenze che guerre e devastazioni le stanno alimentando. Possono farlo le comunità migranti già insediate da noi e i tanti profughi che sono riusciti a varcare i confini della “fortezza Europa”. Molti di loro, soprattutto chi è fuggito da una guerra, vorrebbero fare ritorno nei loro paesi di origine se solo ce ne fossero le condizioni. Molti altri sono pronti a farlo in un contesto di collaborazione tra paesi di origine e paesi di arrivo. Tutti comunque conoscono territori e comunità di origine meglio di qualsiasi cooperante europeo. La rinascita dell’Africa e del Medioriente avrà un riferimento irrinunciabile nelle comunità già presenti in Europa, una volta messe in grado di organizzarsi e di far sentire la loro voce, o non sarà. Per questo il modo in cui profughi e migranti vengono accolti, inseriti e valorizzati è l’unico modo serio per gestire un processo che l’Europa non sa affrontare; ma che la frantuma e la contrappone al mondo in fiamme da cui è circondata. L’Europa dovrà confrontarsi con un terrorismo che viene dall’esterno, ma che recluta i suoi adepti soprattutto tra le comunità migranti già insediate al suo interno. Respingere i profughi nei paesi di origine o di transito significa rispedirli tra le braccia delle forze da cui hanno cercato di fuggire, rafforzarne le file, offrire carne da macello al loro reclutamento. Trattarli come un corpo estraneo o un nemico significa promuovere il reclutamento di nuovi terroristi. Anche in questo caso la strada da seguire passa per le comunità già presenti o in arrivo in Europa. Parlano le stesse lingue, ne conoscono abitudini e atteggiamenti, frequentano o incrociano facilmente i connazionali che stanno imboccando la strada dello stragismo. Possono individuarli o bloccarli meglio di qualsiasi apparato di “intelligence”, che certo non ha da restare con le mani in mano. O, viceversa, possono essere, con una tacita connivenza, il loro brodo di coltura. La lotta contro il terrorismo passa inevitabilmente attraverso l’instaurazione di rapporti solidali con le comunità migranti.

Altre strade non ci sono. Chi prospetta i respingimenti come soluzione di entrambi i “problemi”, profughi e terrorismo – presentandoli per di più come legati, mentre non c’è maggior nemico del terrore di chi è fuggito da una guerra o da una banda di predoni – inganna sé e il prossimo. Un blocco navale per riportarli in Libia? Bisognerebbe conquistare anche tutta la costa libica, come ai tempi di quell’Impero che chi prospetta questa soluzione forse rimpiange. E poi gestire in loco i campi di concentramento; o di sterminio. O affidarsi a un accordo con le autorità locali, che per ora non hanno alcun potere né alcun interesse ad assumere un ruolo del genere se non lautamente retribuiti (come la Turchia). Per poi minacciare in ogni momento di aprire le dighe (come aveva  fatto a suo tempo Gheddafi e come minaccia di fare Erdogan). Nel migliore dei casi le persone trattenute o “rimpatriate” riprenderanno la strada del deserto e del mare appena possibile. Nel peggiore… Riportare i profughi nei paesi di origine o di transito, posto che sia possibile costa carissimo: tra viaggio, Cie resuscitati col plauso dell’Europa, costo degli accordi, apparati polizieschi e giudiziari, più di quanto basterebbe per dare casa, istruzione e lavoro a ognuno dei profughi da rimpatriare. Infatti lo si fa con pochissimi. Agli altri a cui non si riconosce il diritto di restare, si consegna un foglio di via intimandogli di abbandonare il paese entro sette giorni: senza soldi, senza documenti, senza conoscere la lingua, senza alcuna relazione con la popolazione. Vuol dire metterli per strada, consegnarli al lavoro nero; o alla criminalità, allo spaccio e alla prostituzione; o, cosa da non trascurare, al reclutamento jihadista. L’appello a impossibili respingimenti crea solo illegalità, criminalità, terrorismo. I morti nell’attraversamento del deserto sono più di quelli (5.000 solo nel 2016) naufragati nel Mediterraneo. Ma gli uomini, le donne e i bambini che sopravvivono a quella traversata sono fatti oggetto di stupri, rapine, schiavitù e sfruttamento di ogni genere; o vengono imprigionati in locali al cui confronto Cona e Mineo sono Grand Hotel: affamati, maltrattati e umiliati in ogni modo. E’ questa la soluzione? Quella finale? Condannarli a una fine del genere è cosa di cui domani i nostri figli e nipoti ci chiederanno conto. E i popoli respinti anche: e in modo tutt’altro che delicato.

l’Europa non vuole restare umana

“Europa,

hai perso la civiltà dell’umanesimo”

 

di Pierangelo Sequeri

in “Avvenire” del 22 novembre 2016

L’Europa custodisce nel proprio inconscio, per dir così, le tracce di una vocazione mediatrice dell’umano che è comune, mediante la capacità di integrazione delle diversità dei popoli. Una vocazione che l’Occidente ha progressivamente rimosso lungo il secondo millennio. E che gli eventi inaugurali del terzo millennio impongono all’Europa di ritrovare (se non vuole chiudere da se stessa la propria storia). Di questa vocazione mediatrice, del resto, il cristianesimo è stato – nonostante tutte le inevitabili contraddizioni della storia – il germe ispiratore

Il cristianesimo ha attraversato la crisi dell’Impero che cercava di distruggerlo e ha fatto fiorire in Europa il seme di un universalismo della prossimità – di Dio e degli uomini – che ha conferito un significato completamente nuovo all’umanesimo virtuale del logos greco e della cittadinanza romana. Il disarmo morale dell’Europa, dopo la caduta dell’Impero romano, ha trovato la via della nuova ricomposizione europea dei popoli (dalla liquefazione dell’antica unità e dalla frammentazione delle nuove migrazioni) attraverso l’unificazione intorno al cristianesimo. La sofferenza delle popolazioni è progressivamente diventata, tramite il cristianesimo, una ragione fondante per il superamento politico dei conflitti, e una dimensione costitutiva per la legittimazione della cultura civile. Lungo questo asse è cresciuta, e si è caratterizzata, la civiltà europea. La catastrofe dei messianismi atei e totalitari del XX secolo – anti-religiosi e anti-cristiani – ha aperto una crepa apparentemente irrimarginabile nell’idealità umanistica della nostra cultura. La nuova idealizzazione dell’Europa dei popoli continua ad attingere forza normativa dal passato (umanistico, e persino religioso) per quanto concerne la giustificazione della sua bontà e della possibilità. Ma questa idealità si concepisce, fin dall’inizio della contemporaneità post-bellica, come possibilità/necessità progettuale in riferimento diretto alle istanze di sviluppo economico e scientifico (agevolazione commerciale, scambio mercantile, efficienza burocratica). Ora, a parte una certa enfasi retorica sui valori democratici e sui diritti individuali, che sino a oggi cerca di compensare la perdurante impotenza ad ancorarli a un corrispondente assetto culturale del legame sociale, non sembra che ci siamo mossi tanto più avanti. Nel frattempo, questa radicale semplificazione (diciamo così) dell’ideale democratico europeo ha mostrato le potenzialità della sua deriva verso l’esplosione dell’individualismo autoreferenziale (tendenzialmente irreligioso) e la pervasività della dissoluzione del legame sociale (culturalmente nichilistico). Il disagio mentale dei popoli europei, sotto la pressione di questo strisciante processo di decostruzione, viene ora a incontrarsi anche con effetti di impoverimento esistenziale e di abbandono etico delle popolazioni, che la cultura e la politica non appaiono in grado di elaborare propositivamente. L’impatto con l’effetto devastante di condizioni di povertà e di abbandono delle genti che, sino ad ora, erano tenute a distanza (culturalmente e fisicamente) dal limes della cittadinanza europea, si contamina con questa sofferenza interna all’humus della nostra liquidità politica. E genera una insofferenza che mette in imbarazzo la pretesa emancipazione illuministica-secolare dell’umanesimo europeo, e riapre l’orizzonte cristiano di integrazione dell’umano che è comune ai popoli: a qualsiasi etnia, civiltà, religione appartengano. Se è vero che l’originaria vocazione di Europa è la cultura dell’integrazione delle differenze, non c’è da illudersi: la sfida attuale è realmente una questione di vita o di morte per l’Europa stessa. Non saranno i “barbari” che la faranno morire, è la sua “liquefazione” che la rende sterile. La paralisi europea della civiltà dell’umanesimo, indotta dalla radicale secolarizzazione del legame so- ciale e dal delirio di onnipotenza individuale, rischia di essere ridotta all’angoscia della crisi
economica e alla minaccia del fondamentalismo religioso. Questi, però, per quanto temibili, sono – entrambi – effetti del carattere distruttivo della pulsione anti-cristiana dell’ego, che combatte l’amore del prossimo e si esalta nel sacrificio dell’altro, in nome di “mammona”, o in nome di “dio”; a Oriente, come a Occidente.

sequeri L’Europa cristiana ha insegnato a convivere a tutti quelli che ora si combattono (e la combattono). L’irreligione e il narcisismo dell’uomo europeo non hanno più strumenti adeguati per venire a capo della conciliazione richiesta. La sfida della nuova mediazione religiosa e della nuova integrazione civile, duramente imposta dagli eventi, deve – e può – essere raccolta con nervi più saldi e maggiore umiltà ideologica. Il cristianesimo vi dovrà applicare, senza presunzione e senza soggezione, la sua straordinaria capacità di aggirare, con spregiudicata ironia per le potenze mondane, e indomabile compassione per le loro vittime, la tenera follia della sua grazia. Non c’è dubbio che la rassegnazione collettiva alla prevedibile «morte dell’Europa», sia come entità di un qualche rilievo determinante per il nuovo ordine mondiale (quando sarà), sia come grembo storico di un umanesimo cristiano-civile capace di rinnovarsi, abbia oggi una rilevanza emotiva e simbolica anche superiore all’annuncio filosofico della «morte di Dio». Sotto questo aspetto, considerando la cosa dal punto di vista del nuovo flusso migratorio verso l’Europa, è come se la disperazione di uomini e donne, bambini e giovani, che rischiano sulla fiducia di un piccolo continente di consolidato benessere e di pacifica convivenza, si trovi destinata alla collisione con la crescente rassegnazione all’impotenza del proprio umanesimo da parte dei popoli che l’hanno condiviso. Sembra evidente che da questo impatto non può venire nulla di buono. E mi sembra anche che, sino ad ora, molta retorica e molta demagogia siano spese per immaginare come possiamo resistere fisicamente alla loro disperazione di fronte alla perdita di futuro, mentre pochissimi sforzi sono dedicati a contrastare culturalmente la rassegnazione che abbiamo rispetto allo svuotamento del nostro presente. La nuova Europa dei popoli – e non quella di una super- nazione, federata o burocratizzata, degli individui – se veramente la vogliamo, deve puntare risolutamente all’alleanza dell’habitat infraurbano e al meticciato delle culture famigliari. Paolo di Tarso ha abitato i mondi (latino e greco, ebraico e orientale) e ha insegnato ai suoi ad abitarli nella logica di agape. Una Chiesa “in uscita”, secondo l’incalzante consegna di Papa Francesco, credo, vuol dire anche questo.

i sogni europei di Tonino Bello

 

«l’Europa sognata da don Tonino Bello era una casa in cui Nord e Sud si aiutano»

il testo integrale della relazione “Costruttori di ponti: per una diplomazia del dialogo alla scuola di don Tonino Bello” tenuta l’11 agosto a Tricase (Lecce) da mons. Vito Angiuli, vescovo della diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, in occasione dell’incontro internazionale “Mediterraneo un mare di ponti” e la firma della Carta di Leuca

Siamo l’Europa del Sud. Sentiamo di appartenere all’una e all’altro. Ci sentiamo europei perché riconosciamo che inevitabilmente, nonostante pareri discordanti, le sue radici sono quelle della cultura classica e del fondamentale apporto dato lungo il corso dei secoli dal cristianesimo  e dall’azione della Chiesa. Siamo gente del Sud, perché qui siamo nati e in questa tradizione meridionale siamo profondamente radicati.

Mons. Vito Angiuli, vescovo della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, nel Salento

Mons. Vito Angiuli, vescovo della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, nel Salento

Scenari inquietanti

In questi ultimi tempi, lo scenario mondiale è profondamente cambiato e questo ha avuto e continua ad avere notevoli ripercussioni anche sul nostro territorio e, in generale, sul continente europeo, sul suo modo di rappresentarsi e sulle scelte che è chiamato a compiere. La miscela composta dalla crisi economica e dal terrorismo di matrice islamica sta rimodellando la frontiera geopolitica europea. Dopo l’entusiasmo per l’ingresso di altre nazioni (2004-2008), il “cuore” geopolitico dell’Europa sembrava essersi spostato a Nord e nell’area orientale mentre il mar Mediterraneo sembrava ormai declassato a periferia irrilevante, facendo perdere qualsiasi centralità al fronte meridionale europeo. All’improvviso, gli equilibri faticosamente raggiunti sono profondamente mutati e il mar Mediterraneo ha rivendicato il suo primato.

Il “mare nostrum” è diventato “mare mortuum”, se si pensa alle migliaia di migranti annegati lungo la sua traversata. Oggi, il Mediterraneo appare come “muro liquido” che si estende dalla Turchia alla Spagna, dal Libano al Marocco, dalla Grecia alla Francia, al cui centro c’è proprio l’Italia, anzi il Sud Italia. Il Vecchio Continente si specchia in queste acque anche quando rifiuta di farlo, fingendo che quanto accade riguardi solo i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. In tal modo, gli interventi politici sono pensati al massimo come una sorta di solidarietà economico-strategica e non invece come un inevitabile coinvolgimento dell’intero continente.

Occorrerebbe, invece, un coordinamento senza distinzioni tra Est e Ovest, tra Nord e Sud; una presa di coscienza e di iniziativa comune, assegnando un ruolo cruciale al Mediterraneo. In realtà, secondo un alto esponente del Parlamento europeo, «la disintegrazione dell’Unione Europea è purtroppo già una realtà. E lo si vede anche da quanto sta accadendo nella lotta al terrorismo, come nel contrasto alla crisi economica: come sempre, davanti alle sfide e alle emergenze, non riusciamo a prendere decisioni rapide ed efficaci. Attendiamo, attendiamo… ogni scelta richiede l’approvazione di 27 Stati.

Così siamo sempre in ritardo, o prendiamo decisioni deboli.   Il dibattito sul Sud In questo scenario mondiale profondamente mutato, è ritornato di attualità il dibattito sul Mezzogiorno, sul suo rapporto con l’Europa e sul suo ruolo nello scenario mondiale[2]. Per alcuni, il Sud sta ripartendo: «I dati Istat sull’andamento del Pil nel 2015 consentono finalmente un po’ di ottimismo. Il Mezzogiorno sta uscendo da una delle più gravi recessioni della sua storia, allineandosi se pur con ritardo al resto d’ Europa e superando anche il Centro-Nord». Sembra che «a trainare questa ripresa meridionale è soprattutto l’agricoltura: +7,3 per cento in un anno».

C’è chi, invece, ritiene che, a partire dagli anni Ottanta, si registra una diminuzione dell’attenzione verso il Mezzogiorno. In tal modo, esso «è così giunto dov’è oggi sull’orlo del collasso (…). Ciò che colpisce di questa situazione è la sostanziale assenza di una reazione forte e continua da parte dell’opinione pubblica meridionale e di chi dovrebbe darle voce. Mancano larghi dibattiti, autocritiche, progetti: mancano gruppi attivi, iniziative di mobilitazione durature, leader moderni e capaci».

Secondo altri il Sud è vivo, ma i poteri lo ignorano sicché «se il Sud protesta, fa il lacrimoso. Se il Sud ottiene qualcosa, scopre la sua cifra clientelare. Se il Sud tace, è apatico. Se il Sud parla o scrive, il Nord fa finta di non sentirlo o di non leggerlo, ma poi lo accusa ora di piagnucolismo ora di indifferentismo». C’è chi è convinto che per capire il Mezzogiorno, occorra liberarsi dalla «retorica meridionalistica […] e  promuovere la cultura del merito, contro il mantra dei localismi e del territorio».

Infine c’è chi propone la creazione di un «apposito Ministero per il Mezzogiorno, con le deleghe necessarie a coordinare la programmazione strategica e il reperimento delle risorse nazionali e comunitarie». Come si vede il dibattito verte soprattutto sul piano economico. Poco o niente si dice sul ruolo strategico che l’Europa e, al suo interno, il Meridione d’Italia dovrebbero svolgere tenendo conto dei nuovi equilibri mondiali. Al massimo, si fa appello a un cambio della politica europea in attesa che a Bruxelles vengano prese le opportune iniziative per far fronte a questa nuova situazione geo-politica. In un simile frangente, secondo Jeffrey Sachs, l’Italia avrebbe «l’occasione di lanciare un grande piano per il Mediterraneo. Può farlo e deve farlo. Anche perché Bruxelles guarda costantemente troppo a Nord».

Secondo Sachs, le priorità di un Piano per il Mediterraneo sarebbe tre: l’aumento della sicurezza alimentare nel Maghreb e in Africa; l’accesso all’educazione per una popolazione in rapidissima crescita; la sostenibilità energetica. Purtroppo anche l’Italia, appare sempre più «una società frammentata che viene gestita senza progetti unitari e chiari. Che ha urgente bisogno di definire quali devono essere i rapporti fra il Parlamento e il governo, per ritrovare la capacità di individuare obiettivi definiti e specifici al di là delle esigenze del momento» (E. De Mita, La società frammentata e l’assenza della politica).

In una casa comune dobbiamo aiutarci tutti

In questa prospettiva, torna di attualità il pensiero di don Tonino Bello, che già all’inizio dell’avventura dell’unione europea metteva in guardia da una «polarizzazione intorno ad una nazione emergente: la Germania, il Marco.  In una casa comune – egli soleva dire – se dobbiamo aiutarci tutti, ognuno deve lasciare qualcosa; non possiamo andare con tutte le nostre masserizie; bisogna lasciare qualche cosa».

A suo giudizio, il Sud Italia si presenta come un «luogo paradigmatico dove si manifestano gli stessi meccanismi perversi che, certamente in modo più articolato, attanagliano tutti i Sud della terra. Questa nuova visione planetaria, che ci fa scorgere come i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno, deve spingere il volontariato a decidersi da che parte stare se vuole che la sua azione sia demolitrice delle strutture di peccato, o rimanga invece una semplice opera di contenimento e di controllo sociale, come di utile ammortizzatore, tutto sommato funzionale al sistema che tali sperequazioni produce e coltiva».

Al contempo, egli invitava a scorgere alcuni segnali positivi. Si avverte nel Sud «il bisogno di uscire dalle vecchie aree dell’individualismo per aprirsi a orizzonti di comunione. C’è un’istintiva disponibilità all’accoglienza del diverso. Non per nulla il Mezzogiorno è divenuto crocevia privilegiato delle culture mediterranee, vede moltiplicarsi al suo interno le esperienze di educazione alla pace, si riscopre come spazio di fermentazione per le logiche della nonviolenza attiva, avverte come contrastanti con la sua vocazione naturale i tentativi di militarizzazione del territorio e vi si oppone con forte determinazione […]. L’Europa che nasce deve fare i conti con il Sud Italia, il quale, nella sua coscienza emergente, si rifiuta di assolvere al ruolo di icona della subalternanza per tutti i Sud della terra, ma vuole sempre più decisamente presentarsi alla ribalta mondiale come icona del riscatto dalle antiche schiavitù. Ed è in forza di questo riscatto che il Sud d’Italia respinge la prospettiva di essere utilizzato come baluardo militare dell’Europa, proteso nel Mediterraneo come arco di guerra e non come arca di pace». In questa luce, secondo don Tonino, si deve dar credito «all’ansia profonda di solidarietà presente nel Sud istintivamente portato alla costruzione di una civiltà multirazziale, multietnica, multireligiosa  […] assumendo la speranza come filo rosso che attraversa il nostro impegno e sostiene il nostro messaggio il quale, in fondo, è un messaggio di liberazione».

Nel contesto del Meridione, alla Puglia è riservato un ruolo tutto particolare. In molti discorsi del magistero, la Puglia viene esaltata come «un ponte lanciato verso l’Oriente». Essa è, dunque, «come una finestra aperta, da cui osservare tutte le povertà che incombono sulla storia.
È una terra- finestra. Una terra-simbolo. Una terra-speranza. Una terra-frontiera. Una terra finis-terrae. Da questa terra-finestra si scruta bene l’Adriatico in fiamme. Il crollo dell’Albania e il fuoco dei Balcani. Si distingue bene il Mediterraneo, nuovo invisibile muro, che curva la nostra regione come un arco di guerra puntato dal Nord verso il Sud del Mondo. Il radicalmente altro che è il musulmano, il radicalmente impoverito che è l’africano. Insomma, siete nella terra dove la speranza è sfidata ogni giorno dalla violenza». Per questo, la Puglia non può trasformarsi in «un ponte aereo!»[1]. Purtroppo, «dalla Daunia alle Murge al Salento, ancora una volta, la Puglia viene penalizzata da moduli di sviluppo che privilegiano la militarizzazione del territorio, ne distorcono l’assetto paesaggistico e produttivo, o lo espongono, (come nel caso della centrale a carbone di Cerano), ad alto rischio ambientale. I segni dei tempi, ci fanno scorgere nella Puglia un promontorio di pace avanzato nel Mediterraneo, e non un avamposto di guerra che affida alle armi la sicurezza dell’Europa».

In realtà, si vorrebbe imporre alla Puglia «un ruolo “tragico” come nei teatri greci, un tempo così numerosi nella nostra terra. Un ruolo che non ci appartiene né per vocazione di Dio, né per tradizione degli uomini […]. Un ruolo che ci fa considerare gendarmi di rincalzo nel Mediterraneo per il servizio di controllo. Se non di repressione, sulle folle disperate del terzo e del quarto mondo. A questa storia ci sentiamo estranei. E coloro che si prestano come comparse a intervenire nella trama dell’olocausto planetario sappiamo che forse stanno provando il disgusto di Dio e la rabbia dei poveri».

Da queste considerazioni, secondo don Tonino, dovrebbe nascere un forte richiamo a chi ha la responsabilità delle scelte politiche: «A voi, politici, di cui comprendiamo la sofferenza e intuiamo le perplessità, chiediamo di mostrare che la rete delle istituzioni  non si è scollata dal sentire della gente. Che a voi preme ancora il bene comune. Che ben altri sono i progetti, in calce ai quale volete segnare i vostri nomi. Che su più gloriose pagine della nostra storia ambite figurare come protagonisti. Che l’amore per i poveri e per la loro vita è ancora il principio architettonico della vostra azione sociale».

L’appello di don Tonino non è un sogno utopico, nasce invece dai fatti realmente accaduti, in modo particolare dalla vicenda migratoria che, negli anni ’90, ha riguardato l’Albania alla quale egli prestò grandissima attenzione tanto che ad un anno di distanza scrisse queste parole:  «Ora che il tempo è passato e che di questa gigantesca arnia attraccata al porto di Bari e brulicante di api ci è rimasto solo il riverbero nelle pupille e il tanfo nelle narici, riusciamo ad afferrare meglio l’ambivalenza di quella vicenda. Una vicenda di peccato, per un verso. O se vogliamo usare categorie più laiche, una vicenda di lesa umanità. Quindicimila esseri umani, sospinti in branco dalla fame, che rischiano di andare alla deriva avvinghiati fino all’elica di un unico bastimento. Lupi accecati dall’arsura e dalle croste di sale. Che si riversano sul molo, divenuto per centinaia di metri una protesi di carne. Che vengono braccati con inesorabile determinazione dalle forze militari, mentre più dietro si ingrossa inutilmente la cintura della pietà privata. Uno scenario da girone dantesco, la cui drammaticità non viene temperata neppure dall’espediente di dividere il fronte portandone una metà nello stadio della Vittoria». Tuttavia, questa triste storia contiene anche «risvolti di grazia. Di cui non è esercitazione sprecata fare memoria. Anzitutto, l’operosità solidale della gente comune che si è prodigata con tutta l’anima per alleviare la sofferenza di quegli infelici. Chi in quei giorni disperati è vissuto sul posto, ha potuto misurare l’alta quota di umanità espressa dalla popolazione: dai privati ai gruppi di volontariato, dalle associazioni laiche alle caritas parrocchiali. E’ un aspetto, questo dell’ospitalità della gente, che è stato tenuto colpevolmente in ombra per un anno intero […]. Un secondo frutto di grazia va ravvisato nel fatto che si è sviluppata in tutta la Puglia una fitta trama di gemellaggi tra le comunità ecclesiali e i vari dipartimenti albanesi. Una rete di rapporti che, mentre assicura l’aiuto concreto ai fratelli più poveri, provoca anche una intensa cultura dello scambio e catena quella coscienza di solidarietà così indispensabile per chi voglia aprirsi a orizzonti multietnici. E ora, a un anno dalla disperata avventura albanese sulle nostre coste, siamo chiamati a cogliere un segnale per il futuro. […] Questa terra, che oggi rantola tra i bagliori della guerra vicina e le incertezze della solidarietà lontana, ci chiede soprattutto di essere riscoperta nella sua identità, rispettata nella sua autonomia, e aiutata nella sua crescita originale. Senza tentazioni di colonialismo né economico, né culturale, e tanto meno religioso».

Da qui, un invito alla Chiesa a non tirarsi indietro. Commentando il documento della Conferenza episcopale italiana, Chiesa italiana e Mezzogiorno (18 ottobre 1989), don Tonino rilevava che la Chiesa aveva «finalmente capito di non trovarsi per metà su una barca a remi che fa acqua e per metà su di un motoscafo inossidabile. Sulla barca a colabrodo ci siamo tutti, ma con una fortissima speranza di poter evitare il naufragio». Certo, a suo parere, in quel documento non tutto era stato detto e molto ancora bisognava fare. Soprattutto occorreva ridisegnare il ruolo che il Meridione era chiamato a svolgere con l’imminente integrazione europea, inquadrato nel contesto planetario della tensione Nord-Sud. La necessaria autocritica da parte della Chiesa nel riconosce la sua porzione di responsabilità nella denuncia dei fenomeni perversi, doveva poi risolversi nel promuovere «un protagonismo di pace che il Mezzogiorno può esprimere, in modo particolare sullo scenario mediterraneo».

Don Tonino Bello

Tonino Bello

 

Don Tonino era consapevole che si trattava di un progetto che non poteva essere attuato con le sole forze umane. Egli sapeva che la storia è guidata dal Signore. Questa sera, mentre chiede anche noi di adoperarci per la nascita di un mondo migliore, ci invita ad elevare un’accorata e corale invocazione a Cristo, Figlio di Dio e Salvatore del mondo:
«Eccoci davanti a te, Signore della storia, fratello solidale con gli uomini Dio estroverso che hai impregnato della tua presenza il tempo e lo spazio amore segreto verso cui fremono di incoercibili spasimi gli abissi del mare, i tumulti delle foreste e le traiettorie del firmamento, alfa da cui si diparte il compitare delle stagioni e omega verso cui precipita la piena dei tempi, scaturigine primordiale dei fiumi delle umane civiltà, e ultimo approdo verso cui in un interminabile conto alla rovescia, battono le sfere di tutti gli orologi terreni…
Verbo incarnato, che riassumi nel tuo mistero la stabilità dell’eterno e le clessidre del mutamento noi ti contempliamo stasera come archetipo della missione che hai affidato alla tua Chiesa: quella di introdurre te nelle culture del mondo. […] Perciò ti imploriamo stasera: discendi, ancora una volta, agli inferi. No, non alludiamo a marce trionfali che ti facciano strappare al diavolo, in un quadro di potenza, le anime dei morti. Ma vogliamo riferirci a quella tua capacità di prendere su di te le disperazioni del mondo, di sedurle con le nostalgie del Sabato Santo, e di farle aprire alla tavola imbandita della Pasqua. Tu semente che si disfa, entra nelle zolle delle umane culture, e noi, non più sgomenti come dice un poeta “staremo ad ascoltare la crescita del grano”».

“saranno le migrazioni e decidere il destino dell’Europa”

contro l’Europa del sospetto

intervista a Zygmunt BaumanZygmunt Bauman1

a cura di Fulvio Scaglione

 

Saranno le migrazioni e decidere il destino dell’Europa? La domanda, che sarebbe parsa avventata solo poco tempo fa, domina oggi il dibattito politico come le discussioni quotidiane. Il referendum sulla Brexit è stato in gran parte giocato su questo tema. E così anche la campagna elettorale per le elezioni presidenziali austriache, che la Corte Costituzionale ha deciso di far ripetere. Due momenti di scelta che hanno spaccato a metà Gran Bretagna e Austria e hanno di colpo rivelato la precarietà dell’assetto istituzionale comunitario. 

Il professor Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo, è il più acuto studioso della società postmoderna e ha raccontato in pagine memorabili l’angoscia dell’uomo contemporaneo, trasformatosi da produttore in consumatore. La sua metafora della “società liquida” (in cui l’individuo è sempre più costretto ad adeguarsi ai comportamenti dei gruppi per non sentirsi escluso) è ormai diventata proverbiale. Nato in Polonia da genitori ebrei, Bauman conobbe da ragazzo l’esperienza della fuga davanti alla persecuzione e dell’esilio. Forse anche per questo il suo punto di vista sull’incontro-scontro tra migranti ed Europa è originale e contro corrente.

«Oggi si fa spesso confusione tra fenomeni assai diversi», dice Bauman. «Uno è l’emigrazione-immigrazione, da un luogo verso un altro luogo. Tutt’altra cosa è la migrazione: che muove da un luogo, certo, ma verso dove? I due fenomeni hanno radici molto diverse ma effetti molto simili, perché simili sono le condizioni psicosociali dei luoghi di approdo. Umberto Eco, ben prima dell’attuale panico da migrazioni, notò nei suoi Cinque scritti morali che l’immigrazione può essere controllata, limitata, pianificata o accettata, mentre questo non è il caso delle migrazioni. Come tutti i fenomeni naturali, le migrazioni non possono essere controllate. Eco si faceva allora una domanda cruciale: è ancora possibile distinguere l’immigrazione dalla migrazione, quando l’intero pianeta sta diventando teatro di un incessante spostamento incrociato di popoli? E si rispondeva: l’Europa diventerà un continente multirazziale o “colorato”, che ci piaccia o no».

Zygmunt Bauman

Secondo molti studi, per esempio quelli del Pew Research Center di Washington, oggi gli europei sono i più ostili ai migranti. Come si spiega questo, in un continente che nel passato anche recente ha mandato migranti in tutto il mondo?
«Oggi gli europei hanno paura del futuro, hanno perso la fiducia nella capacità collettiva di mitigarne gli eccessi e renderlo più amichevole. La parola “progresso”, che ancora usiamo per inerzia, evoca emozioni opposte a quelle che sentiva Immanuel Kant quando coniò il termine. Il pensiero del futuro, oggi, desta in noi più spesso l’idea di una catastrofe imminente che non quella di una vita più confortevole. E lo straniero rappresenta tutto ciò che di instabile e imprevedibile c’è nella nostra vita. Per questo guardiamo ai migranti come a un segno visibile e tangibile della fragilità del nostro benessere e delle sue prospettive. Come direbbe il filosofo Michael Walzer, è sempre in primo luogo contro gli stranieri che i residenti di un quartiere “si organizzeranno per difendere le loro politiche e culture locali” e proveranno a trasformarlo in un “piccolo Stato”. Però è assai difficile, per non dire impossibile, costruire uno Stato futuro libero da stranieri. Quindi l’immagine-guida di questo sforzo viene quasi sempre recuperata dal passato. Il passato com’era ma, ancor più spesso, come può essere immaginato: tutto “nostro”, senza sfumature, non ancora intaccato dall’importuna vicinanza degli “altri”. È la reazione tipica della politica che, quando perde la capacità di dar forma al futuro, tende a trasferirsi nello spazio della memoria collettiva, che può essere facilmente manipolata e dà una sensazione di beata onnipotenza. È un’illusione? Sì, certo. Ma è un’illusione che tiene a galla un numero sempre crescente di noi europei».

Eppure per giustificare l’ostilità nei confronti dei migranti si adducono questioni economiche. In sostanza: non abbiamo i soldi per accoglierli.
«Le ragioni psicosociali e culturali vengono travestite da ragioni economiche per renderle più “razionali” e quindi “politicamente corrette”. Le ricerche più serie mostrano che gli immigrati contribuiscono alla ricchezza del Paese d’arrivo più di quanto prendano in termini di servizi sociali. Altri studi, oltre alle conclusioni del comune buonsenso, mostrano che la diffidenza nei confronti di immigrati e migranti è maggiore laddove ce n’è un numero minore. Nella campagna referendaria per la Brexit i residenti delle aree con meno immigrati hanno votato per portare la Gran Bretagna fuori dall’Europa. Londra, città di infinite diaspore culturali ed etniche, ha votato per restare. Il sospetto quindi è che l’ostilità verso gli “alieni” sia generata soprattutto dal non avere avuto l’opportunità di sviluppare la capacità di interagire con le differenze. Mancando questa, è facile che gli stranieri diventino il simbolo delle forze, reali ma lontane e ignote, che regolano l’andamento del mondo e generano quel sentimento di precarietà che angoscia tanti europei».

L’Europa e altre parti del mondo si stanno riempiendo di muri. Non è straordinario che di fronte a fenomeni così complessi ci si affidi a strumenti così primitivi?
«Viviamo la crisi della separazione tra potere e politica: i poteri si affrancano dal controllo della politica e la politica perde così il più importante tra i presupposti per produrre azioni effettive. Ma sopra questa crisi ce n’è un’altra, l’incongruenza segnalata dal sociologo Ulrich Beck: viviamo già in una condizione cosmopolita di interdipendenza e scambio a livello planetario, ma la nostra consapevolezza cosmopolita è ancora ai primi vagiti. Il sociologo americano William Fielding Ogburn nel 1922, in piena epoca colonialista e imperialista, coniò l’espressione “ritardo culturale” per descrivere il disagio dei “selvaggi” che erano esposti a una forte pressione verso la modernizzazione ma erano ancora innocenti rispetto alla mentalità moderna. È come se oggi fossimo noi europei a portare il bastoncino nella corsa a staffetta tra i continenti, il che genera ansia. Il mercato, sotto forma di merci e di beni, ci offre un’ampia gamma di antidepressivi e anti-tutto. Vuole spingere ognuno di noi a ritagliarsi una piccola nicchia consolante e ben attrezzata. Ognuno per sé e gli altri si arrangino. Così ci accecano rispetto alla natura del nostro problema invece di aiutarci a sradicarne le cause».

E per aiutare la gente, invece, ad aprire gli occhi?
«C’è una personalità assai determinata nel sollevare certe questioni, ed è papa Francesco. Che lo fa, peraltro, senza pretendere di avere la bacchetta magica ma, al contrario, invitando a fare sforzi giusti ma che potrebbero anche fallire. C’è un passo del discorso che tenne il 6 maggio 2016, al conferimento del Premio Carlomagno, che andrebbe imparato a memoria: “Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. È urgente per noi oggi coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro, portando avanti la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni (Evangelii gaudium, 239). La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione”. Papa Francesco vuole sottrarre le sorti della pacifica convivenza ai politici di professione e al reame oscuro della politica per portarle nelle strade, tra i negozi e gli uffici, negli spazi pubblici dove noi tutti ci incontriamo. Vuole affidare le speranze del genere umano non ai generali dello “scontro di civiltà” ma a noi soldati semplici della vita quotidiana. Perché questo accada, però, devono realizzarsi anche altre condizioni e il Papa ce le ricorda: “La giusta distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è mera filantropia. È un dovere morale. Se vogliamo pensare le nostre società in un modo diverso, abbiamo bisogno di creare posti di lavoro dignitoso e ben remunerato, specialmente per i nostri giovani. Ciò richiede la ricerca di nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società. E questo ci chiede il passaggio da un’economia liquida a un’economia sociale”. Ho una sola parola da aggiungere: amen».

(Avvenire, 13 luglio 2016)

papa Francesco all’ Europa malata

la preghiera di un “figlio” ad un’Europa malata

da: Adista Notizie n° 19 del 21/05/2016

papa

Si definisce “un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede”. E, proprio come figlio, quindi parte della casa, può permettersi di coglierne le rughe e le stanchezze. Gli aggettivi che papa Francesco usa per definire l’Europa di oggi paiono impietosi: stanca e invecchiata; decaduta; che vuole dominare spazi invece che generare processi; affaticata. E tutto questo perchè oggi, di fronte alle nuove sfide, non è capace di operare quella “trasfusione della memoria” che le impedisca di “fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati”

Melandri

Ha bisogno di fare memoria questa Europa, evocando i suoi padri fondatori che “seppero cercare strade alternative in un contesto segnato dalle ferite della guerra”. E fa questo richiamo davanti a chi ormai ha svenduto l’Europa al modello vincente del pensiero unico e all’ideologia del mercato. Lo dice mentre in Grecia il governo è costretto ad abbassare salari e pensioni, per rispondere ai dogmi della grande finanza. Mentre in Francia il mondo del lavoro protesta per una riforma che priva di diritti dei lavoratori sacrificandoli sull’altare del profitto ad ogni costo. Lo dice mentre non solo si continuano a costruire muri all’interno dei confini europei ma, con l’accordo con la Turchia, ci si affida un governo totalitario pagandolo perchè faccia da baluardo ad una presunta invasione. Costruendo, quindi, un muro invalicabile fra l’Europa e il resto del mondo.

Questa Europa, non facendo memoria, rischia di perdere la propria identità. Di dimenticare le proprie radici. Radici che si sono consolidate “imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro”. Di qui una identità “dinamica e multiculturale”.

Qualcuno ha voluto leggere in questo passaggio una sorta di superamento di quelle che normalmente vengono definite “le radici cristiane dell’Europa”. Dimenticando però che fin dalle sue origini, il cristianesimo è stato proprio capace di operare questa sintesi e che, forse, le stesse radici cristiane dell’Europa stanno proprio in quella capacità di sintesi tra culture. Insiste molto Francesco su questo aspetto: l’Europa deve promuovere una integrazione che trova nella solidarietà la capacità di fare storia. Una solidarietà che genera opportunità per tutti, che supera l’inserimento puramente geografico, per portare ad una “forte integrazione culturale”.

Da questa identità plurale deriva la necessità del dialogo “che dovrebbe essere inserita nei curriculi scolastici come asse trasversale delle discipline”. “La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo”, realizzando coalizioni non militari o economiche, ma culturali capaci di smascherare i giochi di potere dei gruppi economici.

Solo un’Europa così tornerà ad essere madre, capace di generare. Per questo deve smetterla di vedere i giovani come “il futuro”. Essi sono il “presente”. Perciò devono essere coinvolti attivamente nella sua costruzione. Ma per questo sono necessari modelli economici “più incisivi e più equi” che “perseguano come priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro per tutti”. Non ha futuro un’Europa dove i giovani non trovano lavoro.

Detto ai dirigenti europei che da trent’anni hanno scelto di inchinarsi totalmente alle lobby finanziarie, che strangolano i popoli in nome del pareggio di bilancio e del Fair play finanziario, che stanno per firmare il TTIP, questo intervento di Francesco appare non tanto un’invettiva, quanto piuttosto la domanda accorata di un figlio, perchè, ritornando alle proprie origini, l’Europa recuperi un ruolo unico e insostituibile nel mondo.

Eugenio Melandri è saggista e giornalista, missionario saveriano e pacifista negli anni ‘70 e ‘80, già parlamentare europeo con Democrazia proletaria, è oggi presidente dell’organizzazione “Chiama l’Africa”