sgomberi da morire

diventa un caso la rom morta a seguito di uno sgombero del campo rom all’insaputa dell’amministrazione milanese
 morire a Milano, sdraiata su un materasso sotto le stelle, perche’ non si ha altro. Ne’ una baracca, ne’ una tenda. E’ la tragica e dolorosa fine di M., donna rom di 42 anni, malata di cuore. Un cuore che ha smesso di battere pochi minuti dopo la mezzanotte del 28 maggio.
Due giorni prima, insieme ad una decina di altre famiglie (in tutto una settantina di persone), era stata sgomberata dall’accampamento di fortuna, che in questi mesi si era creato nel boschetto attiguo al Centro di emergenza sociale (Ces) del Comune di Milano di via Sacile. Centro nel quale vivono altri rom, circa 220 su una capienza di 140, tra i quali anche la sorella di M.
Secondo la Rete rom (alla quale aderiscono Associazione ApertaMente di Buccinasco, Associazione Upre Roma, Associazione di Promozione sociale Fabrizio Casavola, GRT e Naga), si e’ trattato di uno sgombero “senza preavviso, senza assistenti sociali e senza proposte alternative”.  Per il diritto internazionale, le persone sgomberate dovrebbero ricevere subito un’alternativa valida e lo sgombero dovrebbe essere notificato in maniera scritta. Ma venerdi’ scorso l’assessorato alla sicurezza, guidato dall’assessore Carmela Rozza, non ha avvisato quello alle Politiche sociali di Pierfrancesco Majorino. “Venerdi’ ero all’assessorato alle politiche sociali per un appuntamento e mi hanno chiamato alcune famiglie rom per dirmi dello sgombero- racconta Djana Pavlovic, portavoce della Rete Rom- E li’ in assessorato non ne sapevano nulla”.
Tra le persone sgomberate, oltre a M. cardiopatica, c’erano anche una ragazza appena dimessa dall’ospedale e una donna incinta. Oltre ad alcuni bambini.
“Sono rimasti senza nulla, visto che la polizia locale ha distrutto tutto, anche le tende- aggiunge- Ho fatto presente che c’erano situazioni particolarmente delicate”.
L’assessorato alle Politiche sociali, vista la situazione, ha allora dato appuntamento a queste famiglie piu’ a rischio per mercoledi’ 31 maggio. Troppo tardi per M. La morte di M. rivela, pero’, che c’e’ una Milano nascosta, con poveri piu’ emarginati di altri poveri.
Con la giunta di Giuliano Pisapia, la competenza sui rom, sugli sgomberi e sui centri di emergenza sociale era dell’assessorato alla Sicurezza e coesione sociale, guidato da Marco Granelli. Con l’elezione di Sala, si e’ creato un vuoto, con gli assessori Rozza e Majorino che non hanno fatto certo a gara per assumersi l’onere di occuparsene. Tanto che anche chi gestisce il Ces, ossia Casa della Carita’ e Padri Somaschi, in un comunicato stampa di ieri pomeriggio, sottolinea che “risulta necessario ripristinare un’efficace collaborazione tra istituzioni e terzo settore affinche’ le persone vengano accolte nel centro nel miglior modo possibile e vengano trovate soluzioni positive anche per chi non aveva trovato in questi ultimi mesi un posto al suo interno, rimanendo per strada”. “Abbiamo piu’ volte chiesto un incontro con l’assessorato alla sicurezza, senza ricevere risposta”, aggiungono interpellati da Redattore sociale.
La situazione dentro e fuori il Ces stava infatti peggiorando di mese in mese. “Il 24 maggio siamo andati con il nostro camper e il nostro medico in via Sacile- raccolta Nerina Vitali, volontaria del Naga, associazione che offre assistenza sanitaria a senza dimora e nelle baraccopoli- Ci avevano chiamato alcune famiglie ospiti del Ces, disperate. E la situazione che abbiamo trovato era allucinante”.
“C’erano circa 200 persone, in condizioni igieniche molto precarie. Siamo riuscite a visitarne una quarantina: chi aveva mal di denti, oppure mal di testa o lamentava altri tipi di malanni. In piu’ c’erano quelle accampate fuori, nel boschetto. E’ chiaro che li’ mancava una qualsiasi forma di assistenza sanitaria da tempo“.
Il Centro di emergenza sociale di via Sacile
Il Centro di emergenza sociale di via Sacile e’ stato costruito nella primavera del 2015. E’ costato 1,5 milioni di euro. Nelle intenzioni dell’allora assessore Marco Granelli andava a sostituire il Ces di via Lombroso e avrebbe dovuto “accogliere in un anno 600 persone appartenenti a famiglie con minori, di cui 350 provenienti da sgomberi di aree ed edifici occupati abusivamente”.
Il problema e’ che con la chiusura di via Lombroso e l’incendio dell’altro Ces, in via Quarenghi, via Sacile e’ rimasto l’unico centro. E di fatto il Comune non sa piu’ dove mettere chi viene sgomberato dai campi rom irregolari o dagli appartamenti occupati abusivamente.
Come sono andate le cose, quella notte?
La morte di M. non ha solo implicazioni sociali e politiche, ma potrebbe averne anche di carattere penale. I rom presenti la notte del 28 maggio, infatti, sostengono che l’ambulanza sia giunta “solo dopo oltre mezz’ora perche’ chi in quel momento era responsabile del Centro non si peritava di rispondere alle richieste di aiuto”, come si legge nel comunicato stampa della Rete Rom. L’azienda regionale (Areu) che gestisce il 118 replica che la prima telefonata di richiesta di soccorso e’ arriva alla mezzanotte e un minuto e che l’ambulanza sia giunta in via Sacile a mezzanotte e nove minuti.
“I rom mi hanno raccontato che hanno provato a chiamare anche prima di mezzanotte, ma non sapevano dare l’indirizzo- precisa Djana Pavlovic-. Per questo hanno cercato aiuto chiedendo al custode del Ces, che solo dopo tante insistenze ha aperto il cancello e chiamato il 118”. Ma Casa della Carita’ nega questa ricostruzione dei fatti. “Il custode del centro in turno ha risposto prontamente alle richieste di aiuto- precisa- chiamando i soccorsi dal telefono di servizio, che ha effettuato la chiamata dopo che altre persone vicine alla donna avevano gia’ a loro volta chiamato i soccorsi quando questa si era sentita male e proprio perche’ i soccorsi stessi non erano ancora arrivati”. Tre versioni dei fatti, che solo un’autorita’ giudiziaria potra’ eventualmente chiarire.
fonte: Redattore Sociale

10 parole contro il razzismo

mini-sillabario antirazzista

dieci parole per non tacere

di Paolo Rumiz
in “la Repubblica” del 20 maggio 2017

Come rispondere al razzismo aggressivo e manifesto senza mettersi sullo stesso piano di violenza verbale? Sono in tanti a tacere per questo timore, ma è un chiamarsi fuori che non paga. Il demoniaco sproloquio sul web dilaga anche perché sono forse troppo pochi quelli che hanno animo di rispondere pubblicamente, sul treno, per strada, al bar. La prima, vera guerra da combattere è contro il silenzio. Brecht scrisse: «Non si dica mai che i tempi sono bui perché abbiamo taciuto». E i tempi furono bui per davvero. Non è la xenofobia il problema: ad essa va prestato attentamente ascolto. Essere inquieti di fronte all’Altro è un riflesso naturale e umano. Sbaglia chi non sa ascoltare questa paura. La classe politica ha il dovere di capire e gestire le tempeste identitarie generate dalla società globale per evitare che diventino odio, perché con quell’odio, poi, non si potrà più ragionare. È quanto accade sempre più spesso oggi. Oggi siamo oltre il limite. Ed è diventato indilazionabile chiedersi in concreto con che parole rispondere a caldo, in modo efficace, alle provocazioni, stante che non serve porgere l’altra guancia, belare come agnelli o lanciarsi in raffinati pensieri. Bisogna avere a disposizione un’arma. Un vocabolario forte, metaforico, fulminante, capace di viaggiare su registri diversi. Qui provo a proporre un primo, un modesto arsenale di parole, una piccola officina che faccia da base per un vocabolario antagonista alle parole ostili.

 

 

 

 

LA PREGHIERA

«Prego perché tuo figlio non debba mai finire dietro un reticolato e perché tu non debba mai essere guardato come un miserabile. Prego Iddio che il tuo denaro e il tuo passaporto non siano mai rifiutati come carta straccia da un agente di polizia. Invoco il Signore perché i tuoi nipotini non debbano passare inverni nel fango, sotto una tenda, a mezzo chilometro da un cesso comune, con gli scorpioni e i serpenti che si infilano nelle loro coperte. Prego perché il tuo focolare non si riduca a un mucchietto di legna secca e il tuo unico contatto con la famiglia lontana sia il telefonino. Prego soprattutto perché tu non debba mai udire, rivolte a te, parole come quelle che hai appena pronunciato».

L’AUGURIO

«Vorrei che tu non diventassi mai un miserabile, perché lo si diventa in un attimo. Basta molto meno di una guerra. È sufficiente un terremoto, un’alluvione. Una malattia, un tradimento, una truffa, un divorzio, un licenziamento, un bancomat che si nega allo sportello. Mio nonno emigrò per fame in Argentina, fece fortuna, poi la banca con tutti i suoi risparmi fallì e lui morì di crepacuore a quarant’anni, lasciando la famiglia in miseria. Oggi è peggio. Si diventa superflui per un nonnulla. Ti licenziano con un Sms. Anche senza emigrare».

L’ACCUSA

«A sentire parole come le tue, se fossi un terrorista dell’Isis mi fregherei le mani. Penserei: che bisogno ho di fare altri attentati? Questi europei sono la mia quinta colonna. Si dividono invece di unirsi. Alzano reticolati fra loro. Risuscitano frontiere morte e sepolte. Picconano i loro valori: il laicismo, le garanzie, l’educazione scolastica. Invocano lo stato di polizia. Odiano le vittime del nostro stesso odio. Allontanano proprio quelli che meglio conoscono il loro nemico e potrebbero proteggerli dalla nostra aggressione. Cosa posso chiedere di più?».

L’IRONIA

«Bravi! Quando non ci saranno più stranieri, tutti i problemi saranno risolti. Niente più evasori fiscali, niente più debito di Stato, esportazioni di capitali, banche rapinate, assenteismo, inquinamento, disoccupazione, camorra, istruzione a pezzi… niente più ladri e imboscati, niente più congreghe di raccomandati che costringono i nostri figli a emigrare… Ma già, tu non chiami “emigrazione” quella dei tuoi figli, anche se finiscono nei call center con paghe da fame: la chiami “mobilità”, perché credi che a emigrare siano solo quelli con la pelle di un altro colore».

LO SFOTTIMENTO

«Urla, urla pure contro i migranti… Urlare è l’unica libertà che hai… Avrai tutti i megafoni che vuoi… Ti lasceranno fare perché le tue urla fanno il gioco dei potenti. Servono a coprire le loro responsabilità. A impaurire gli stranieri e abbassare il costo del lavoro. Le mafie, la grande distribuzione, l’alta finanza sentitamente ringraziano. Ma sappi che dopo gli stranieri toccherà ai tuoi, ai nostri figli. Non è mai stata inventata una forma più perfetta e perversa di dominio».

IL GHIGNO

«Però ti fa comodo che non tocchi a tuo figlio scannare galline in serie, sotterrare morti, pulire cessi e sottoscala, conciare pelli puzzolenti, raccogliere pomodori a cottimo, scuoiare manzi abbattuti, pulire i nostri vecchi in casa o in ospedale… Ti fa comodo, confessa, che ci siano gli stranieri. Il problema è che vorresti che, finito l’orario di lavoro, sparissero e che l’happy hour fosse solo per i tuoi figli. E io so perché: perché hai paura di conoscerli, gli stranieri. Perché se li conoscessi sapresti che sono come noi. E allora capiresti che il cerchio si chiude. Capiresti che dopo di loro toccherà a noi scannare galline in serie, pulire cessi e conciare pelli puzzolenti».

LA COMMISERAZIONE

«Vedi, io ho un’immensa pietà per quello che dici. Me ne dispiace. Perché se Gesù bambino tornasse, con sua madre, suo padre e l’asinello, lo chiuderesti in un centro di espulsione. Guai pensare che c’è qualcuno fuori al freddo. Sono cose pericolose. Fanno venire scellerati pensieri di frugalità… Non sia mai che la macchina del consumo rallenti prima di aver raschiato il fondo del barile. Perché solo allora capiremo che tra ghetti e agenzie di lavoro interinale, tra mafia e call center, tra il caporalato e le ottanta ora settimanali di lavoro inflitte legalmente da aziende senza patria, tra gli schiavi dei pomodori e i profitti dei signori in grigio non c’era nessunissimo confine».

L’AVVERTIMENTO 

«Ti piace Trump? Ti piacciono Theresa May e Marine Le Pen? Guardati dai falsi profeti, dai ladri e dagli scassinatori, guardati dai clown che recitano copioni da tragedia, dai contrabbandieri e dai seminatori di zizzania. Solo un’immensa, planetaria ingenuità può farti credere che un miliardario possa farsi paladino degli ultimi. Solo una colossale ignoranza, dopo due guerre mondiali, dopo l’autodistruzione della Jugoslavia e i massacri in Ucraina, può farti credere ancora alle parole di chi invoca la costruzione di muri nel nome delle nazioni. Additare nemici è l’ultima risorsa dei governanti incapaci».

LA MALEDIZIONE

«Via dall’Euro? Abbasso l’Europa? Vai, vai pure. Poi te lo paghi tu il mutuo. E dimmi, dove andrai? A diventare una colonia cinese? Ricordati la notte dell’Europa! Ricordati che ci siamo già suicidati due volte! Perfino il fascismo era meglio del berciare analfabeta! Oggi è Mein Kampf più Facebook, un’idea di stato governato da sceriffi e regolato dal porto d’armi universale. È questo che vuoi? Ricordati dei giornalisti uccisi! Ricordati che ci sono luoghi dove per il diritto all’informazione si muore!».

LE CITAZIONI

«Non molesterai lo straniero, né l’opprimerai, perché foste anche voi stranieri in Egitto. Bibbia, Deuteronomio, 10.14 e 16-19». E ancora, anche se il rimando non è letterale: «Omero, Odissea, canto sesto. E Ulisse si accasciò sulla spiaggia dei Feaci, orrido a vedersi, ma Nausicaa, la figlia del re, non scappò da lui, gli diede di che mangiare, lavarsi e rivestirsi, e poi disse: raccontami la tua storia, straniero».

il commento di p. Maggi al vangelo della domenica

A ME È STATO DATO OGNI POTERE IN CIELO E SULLA TERRA

commento al vangelo della domenica dell’ascensione (28 maggio 2017)di p. Alberto Maggi: 

 

Mt 28,16-20

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

L’episodio dell’ascensione di Gesù lo troviamo soltanto nel vangelo di Luca, e poi nella finale aggiunta, nel vangelo di Marco, ma non negli altri evangelisti, né in Matteo, né in Giovanni, ma il messaggio dell’evangelista, di Luca, è identico a quello degli altri: quella di Gesù e non è una separazione, ma una vicinanza, non è una lontananza, ma una presenza ancora più intensa, perché Gesù è nella pienezza della condizione divina. Il finale del vangelo di Matteo sono cinque versetti, nei quali l’evangelista racchiude, riassume tutto il suo vangelo, vediamo. “Gli undici discepoli”, i discepoli non sono più dodici, e il numero, in questo vangelo, non viene ricostituito. Il dodici significava il nuovo Israele, l’undici significa che il nuovo Israele non viene ricostituito, pertanto il messaggio di Gesù è universale, è per tutta l’umanità. “andarono in Galilea”, vanno in Galilea perché per ben tre volte, c’era stato l’invito di incontrare Gesù in Galilea – Gesù, risuscitato in questo vangelo, non si manifesterà mai a Gerusalemme. Ma, dice l’evangelista, scrive “su-il monte”, l’articolo determinativo, quindi un monte particolare, “che Gesù aveva loro indicato”, ma Gesù in questo vangelo non ha indicato nessun monte. Perché i discepoli vanno su “il” monte? Il significato non è topografico, ma teologico: il monte, in questo vangelo, è il monte delle beatitudini, dove Gesù ha proclamato il suo messaggio, beatitudini che sono otto, ed il numero otto è la cifra della risurrezione nel cristianesimo primitivo, perché Gesù è risuscitato il primo giorno dopo la settimana. Quindi i discepoli chiaramente vanno su “il” monte: l’evangelista vuol dire che l’esperienza di Gesù risorto, non è un privilegio concesso duemila anni fa a poche persone, ma una possibilità per tutti i credenti di tutti i tempi, basta situarsi su “il” monte delle beatitudini, cioè accogliere il suo messaggio, che è stato formulato e riassunto nelle beatitudini. “quando lo videro”, il verbo vedere adoperato dall’evangelista non indica la vista fisica, ma una profonda esperienza interiore, “si prostrarono”, quindi riconoscono in Gesù una condizione divina, e poi, stranamente, l’evangelista dice “essi però dubitarono”, ma di che cosa dubitano? Non che Gesù sia risuscitato, lo vedono, non che sia nella condizione divina, si prostrano; allora perché dubitano? L’evangelista ha adoperato questo verbo dubitare soltanto un’altra volta, nell’episodio conosciuto, quando Gesù cammina sulle acque, che indica la condizione divina, e Pietro, il discepolo, voleva anche lui camminare sulle acque, cioè voleva anche lui la condizione divina. Gesù gli dice che può andare, ma quando vede la difficoltà, Pietro incomincia ad affogare e chiede aiuto. Lui credeva che la condizione divina sarebbe stata concessa come un dono dall’alto, e non sapeva attraverso quali difficoltà passava. Ebbene Gesù rimproverò quella volta Pietro con le parole “uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Allora qui questo dubbio che l’evangelista scrive, qual è? Hanno visto Gesù nella condizione divina, però ora sanno attraverso cosa è passato Gesù: la morte più infamante, più disprezzata per un ebreo, la maledizione della croce.  Allora di chi dubitano ? Dubitano di se stessi: sono invitati a raggiungere la condizione divina, ma non sanno se saranno capaci di affrontare la persecuzione e anche la morte. Ecco il perché dubitano.
Mentre le donne si sono avvicinate a Gesù, qui è Gesù che si deve avvicinare ai discepoli: “Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”, qui l’evangelista si richiama al profeta Daniele, dove al figlio dell’uomo è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Ma Gesù, Gesù questo potere non lo usa per essere servito, ma, come lui dirà, “il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”, quindi è un potere di servire. E poi ecco che arriva l’ordine imperativo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”, il termine popoli indica le nazioni pagane, “battezzandole”, il verbo battezzare significa immergere, inzuppare, “nel nome”, il nome indica la realtà profonda di un essere, “del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, cioè immergeteli nella realtà profonda di Dio, fate fare loro esperienza di chi è Dio, “insegnando”, ed è l’unica volta che (l’evangelista autorizza) Gesù autorizza i suoi discepoli a insegnare, “loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”, l’unica volta che appare il verbo comandare, in questo vangelo, è proprio in riferimento alle beatitudini. Allora qual è il significato di questo comando di Gesù? Gesù aveva invitato i suoi discepoli a seguirlo per essere pescatori di uomini: pescare gli uomini significa tirarli fuori dall’acqua, che può dare loro la morte, quindi dalla situazione mortale, per dare loro la vita. Ebbene Gesù ora indica come e dove: come si diventa pescatori di uomini? Immergendoli nello Spirito del Signore, nella realtà più profonda dell’amore divino, e dove? Dove lo spazio è tutta l’umanità. E poi l’assicurazione finale di Gesù: “ecco io sono con voi”,questo è il tema, il filo conduttore di tutto il vangelo. Al capitolo primo,versetto ventitre, l’evangelista aveva indicato Gesù come il “Dio con noi”; a circa metà del suo vangelo Gesù aveva detto che lui era con i suoi discepoli: “dove sono due o più io sono con loro”; e ora conclude, le parole di Gesù, con l’assicurazione della sua presenza: “con voi tutti i giorni fino”, ora la traduzione della Cei è tornata a scrivere “fine del mondo”, era migliore nel ’97, quando la vecchia edizione aveva “fino a quando questo tempo sarà compiuto”. Non c’è una fine del mondo, è una fine del tempo, che non indica una scadenza, ma la qualità d’una presenza, quindi le ultime parole di Gesù: “ecco io sono in mezzo a voi per sempre”. E l’evangelista, che ha aperto il suo vangelo riferendosi al libro del Genesi  -inizia il vangelo di Matteo scrivendo “libro della Genesi”, lo chiude con il riferimento all’ultimo libro della Bibbia ebraica, il secondo libro delle Cronache, dove c’è l’invito di Ciro, re di Persia, che dice al popolo degli ebrei: “il Signore Dio del cielo mi ha concesso tutti i regni della terra; egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo il signore suo Dio sia con lui e salga”. È l’invito di Ciro agli ebrei di uscire dal suo regno per tornare a Israele, e costruire un tempio al Signore. Anche Gesù invita i suoi discepoli ad andare, lasciare l’istituzione religiosa, ma non a costruire un tempio, perché la comunità dei discepoli sarà il nuovo tempio dove si manifesta l’amore, la misericordia del Signore.

papa Francesco non vuole “una chiesa tranquilla che perseguita i profeti che disturbano la quiete”

papa Francesco contro una chiesa che non rischia per il bene degli uomini 

 

“il cattivo spirito preferisce una Chiesa tranquilla, senza rischi, comoda, tiepida” 
“il cattivo spirito entra sempre dalle tasche”
 
Una Chiesa che ha paura di cacciare via l’idolo del denaro, non è la Chiesa di Gesù, ha sottolineato papa Francesco
Sulla strada della conversione, non si può rimanere “tranquillo”, ha dichiarato il Pontefice: quando il popolo è tranquillo, perseguita i profeti che disturbano la quiete, cioè si accontenta di uno “spirito di tepore”, che rende la Chiesa “tiepida”. “Nella Chiesa quando qualcuno denuncia tanti modi di mondanità è guardato con occhi storti, questo non va, meglio che si allontani”, ha raccontato Francesco.
“Io ricordo nella mia terra tanti, tanti uomini e donne, consacrati buoni, non ideologi, ma che dicevano: ‘No, la Chiesa di Gesù è così…’ – ‘Questo è comunista, fuori!’, e li cacciavano via, li perseguitavano”, ha proseguito il Pontefice italo-argentino, che poi ha fatto riferimento a monsignor Oscar Romero (1917-1980), di cui ricorre oggi il secondo anniversario della beatificazione. “Pensiamo al beato Romero, no? Cosa è successo per dire la verità”, ha chiesto Francesco.
“Perché?”, ha continuato il Papa. “Perché il cattivo spirito preferisce una Chiesa tranquilla senza rischi, una Chiesa degli affari, una Chiesa comoda, nella comodità del tepore, tiepida”, ha spiegato. Infatti, “il cattivo spirito entra sempre dalle tasche”, ha avvertito i presenti nella Cappella di Santa Marta. “Quando la Chiesa è tiepida, tranquilla, tutta organizzata, non ci sono problemi, guardate dove ci sono gli affari”, ha aggiunto. 
Per Francesco, l’evento simboleggia “il cammino della nostra conversione quotidiana”, cioè il “passare da uno stato di vita mondano, tranquillo senza rischi, cattolico, sì, sì, ma così, tiepido, a uno stato di vita del vero annuncio di Gesù Cristo, alla gioia dell’annuncio di Cristo”.
“Una Chiesa senza martiri dà sfiducia; una Chiesa che non rischia dà sfiducia; una Chiesa che ha paura di annunciare Gesù Cristo e cacciare via i demoni, gli idoli, l’altro signore, che è il denaro, non è la Chiesa di Gesù”, ha insistito il Pontefice, che ha concluso la sua riflessione quotidiana con il seguente augurio per i battezzati: “una rinnovata giovinezza, una conversione del modo di vivere tiepido all’annuncio gioioso che Gesù è il Signore”

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

PREGHERÒ IL PADRE E VI DARÀ UN ALTRO PARÀCLITO

commento al vangelo della sesta domenica di pasqua (21 maggio 2017) di p. Alberto Maggi:

Gv 14,15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Continua, nel vangelo di Giovanni, il lungo discorso d’addio, (con) Gesù rivolto ai suoi discepoli, per rassicurarli della sua fine. Siamo al capitolo 14 di Giovanni, versetto 15: “«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”, per la prima volta nel vangelo, Gesù chiede amore per sé, un amore per sé, che poi, si manifesta nell’amore per gli altri. Gesù ha reso i discepoli capaci di amare con la lavanda dei piedi, e ora chiede amore, dice “«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. In realtà, Gesù ha lasciato un unico comandamento: “questo è il mio comandamento”, un comandamento nuovo, nel senso di migliore, che soppianta tutti gli altri. Gesù sottolinea che i comandamenti sono i suoi, non sono i comandamenti di Mosè. C’è un unico comandamento: “amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi”. La traduzione pratica di questo unico comandamento, nelle molteplici situazioni in cui c’è bisogno di mostrare questo amore, questo per Gesù, ha valore di comandamenti. “e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro”, e qui c’è un termine greco, che è intraducibile nella nostra lingua italiana. Il precedente tentativo nella traduzione CEI era “consolatore”, ma poi ci si è resi conto che non dava il significato profondo della parola, per cui adesso si è tornato soltanto alla traslitterazione di questo termine Paràclito. Cos’è il Paràclito? In greco il Paràclito è colui che viene chiamato in soccorso, in difesa, quindi si può tradurre come: difensore, protettore, soccorritore, ecco, forse soccorritore è il più adatto, ma nessuno di questi esaurisce il termine greco. Ed è per la prima volta che appare questo termine, che è  esclusivo del vangelo di Giovanni. Paràclito non è il nome dello Spirito, ma la sua funzione, che è quella di soccorrere. E qui Gesù dà un’indicazione importante, preziosa: “perché rimanga con voi per sempre”. Lo spirito del Signore, questo Spirito che soccorre la comunità e l’individuo, non viene in soccorso nei momenti di bisogno, quando viene invocato, ma la sua è una presenza per sempre nella comunità.  L’amore di Dio non va incontro ai bisogni degli individui e della comunità, ma li precede. Allora questo dona tanta serenità alla comunità, che si troverà di fronte ad una tempesta, come quella che subirà Gesù, l’opposizione, la persecuzione: siate sereni, abbiate fiducia perché lo Spirito è sempre con voi. E Gesù lo chiama lo “Spirito della verità”, questo Spirito fa conoscere la verità  su Dio e chi è Dio? Dio è amore, che si mette generosamente al servizio degli altri, è amore che è sempre a favore degli uomini, questo è lo Spirito di verità, dice “che il mondo non può ricevere”. Il mondo, qui in Giovanni, non s’intende il creato, ma il sistema ingiusto, in particolare l’istituzione religiosa. Perché lo Spirito della verità il mondo non lo può ricevere? Perché lo Spirito della verità è l’amore del Padre, che è sempre a favore degli uomini. Il mondo, l’istituzione religiosa anche, invece pensa
soltanto alla propria convenienza. Il bene e il male sono in base alla propria convenienza, per questo non lo può ricevere, “perché non lo vede e non lo conosce”. Questa mancata conoscenza sarà l’accusa che, lungo tutto il vangelo di Giovanni, Gesù rivolgerà proprio ai capi religiosi: “sta in mezzo a voi uno che voi non conoscete”. Ma ai suoi Gesù assicura: “Voi lo conoscete perché egli rimane”, ecco Gesù  insiste, questa presenza dello Spirito che rimane – come lo Spirito che è sceso su Gesù rimane su Gesù, così lo Spirito rimane nella comunità – “presso di voi e sarà in voi”. E poi, ecco l’assicurazione alla comunità: “Non vi lascerò orfani”, l’orfano in quella cultura, è la persona senza protezione, senza qualcuno che si prenda cura di loro. Gesù assicura: no, questo non succederà, perché “verrò da voi”. La morte di Gesù non sarà un’assenza, ma una presenza, non una lontananza, ma una vicinanza ancora più forte. “Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più”, quindi questo sistema ingiusto, con la morte di Gesù, non lo vedrà più, “voi invece mi vedrete”; naturalmente qui Gesù sta parlando non della vista fisica, ma della profonda percezione interiore, che riguarda la fede. “perché io vivo e voi vivrete”, i termini greci adoperati da questo evangelista hanno il significato di vita per sempre, qual è il significato? C’è una vita biologica che, per crescere, deve essere nutrita, ma c’è un’altra vita, che è quella interiore, quella che rimane per sempre, che, per crescere, deve nutrire. Allora, chi orienta la propria vita dandola come nutrimento agli altri, la mette in sintonia con colui che è il vivente per eccellenza. “In quel giorno”, è il giorno della morte di Gesù ed il dono dello Spirito, “voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”, Gesù annunzia quello che poi svilupperà nei prossimi capitoli, questa piena fusione di Dio e Gesù, e dell’individuo e della comunità. Cosa vuol dire l’evangelista? Qualcosa di straordinariamente bello: nella comunità  dei credenti, Dio assume il suo volto umano, e gli uomini assumono il volto divino. Quindi c’è una fusione tra Dio e gli uomini, è un Dio che chiede di essere accolto nella vita degli individui, per fondersi con lui, dilatare la sua capacità d’amare, e rendere ogni individuo ed ogni comunità, l’unico vero santuario dal quale s’irradia, si manifesta, il suo amore, la sua misericordia e la sua compassione. “Chi accoglie i miei comandamenti”, qui veramente l’evangelista scrive “chi ha i miei comandamenti”, i comandamenti di Gesù non sono imposizioni o norme esterne all’uomo, ma sono un’energia vitale, interiore, che, quando si manifestano, liberano tutta la sua forza. Quindi “chi ha i miei comandamenti”, e di nuovo Gesù sottolinea che sono i suoi, non sono i comandamenti di Mosè, “e li osserva, questi è colui che mi ama”. È un amore, l’osservanza di un comandamento, che non diminuisce l’uomo, ma lo potenzia. E la conclusione: “Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui»”, in questa dinamica di amore ricevuto e amore comunicato, si consente al Padre di trasmettere un amore sempre più grande, e Gesù si manifesta al credente, alla comunità, in modo che il credente, la comunità, diventa il profeta capace di manifestare con la sua vita, col suo pensiero, la stessa presenza del Signore.

 

 

 

 

una giornata importante da diversi anni ma che stenta a dare risultati apprezzabili nella chiesa

credenti contro l’omo-transfobia

veglie, contestazioni e passi avanti

di Luca Kocci
in “il manifesto” del 17 maggio 2017

Si celebra oggi la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia e, come succede ormai da diversi anni, in decine di città italiane ed europee si svolgono veglie, culti e fiaccolate per le vittime della violenza dell’omo-transfobia promosse da gruppi di omosessuali credenti, parrocchie cattoliche, chiese battiste, metodiste e valdesi. Avviate undici anni fa in maniera semiclandestina da pochi gruppi e comunità di frontiera che decidevano di sfidare l’indifferenza e talvolta l’ostilità delle istituzioni ecclesiastiche – soprattutto cattoliche – oggi, pur non essendo ancora diventate esperienze pienamente condivise, le veglie sono un appuntamento diffuso. Tanto che i settori più tradizionalisti del mondo cattolico e i loro mezzi di informazione (siti web e blog), che fino ad ora hanno quasi sempre scelto di ignorare eventi considerati di nicchia, si sono fatti più aggressivi.

A Reggio Emilia c’è stata una dura contestazione degli ultrà cattolici – e il silenzio del vescovo, il ciellino mons. Camisasca – nei confronti del parroco che ha ospitato la veglia nella sua parrocchia, dove si è svolta regolarmente, e con una grande partecipazione, la sera del 14 maggio. E uno dei siti di riferimento della galassia dell’integralismo cattolico (La nuova bussola quotidiana) pubblica articoli dal titolo eloquente: “Veglie per inesistenti vittime dell’omofobia”. Chissà cosa ne pensano gli omosessuali reclusi dei campi di rieducazione in Cecenia. Sono più di venticinque le città italiane coinvolte. Nei giorni scorsi veglie ed iniziative ecumeniche per le vittime della violenza omo-transfobica si sono già svolte nei tempi valdesi di Milano e Firenze, nella chiesa luterana di Trieste, in una parrocchia cattolica di Pistoia. Stasera sarà la volta di Palermo e di nuovo Firenze (dove le veglie saranno seguite da fiaccolate per le vie della città), Catania, Sanremo, Torino, Varese. E altre nei giorni successivi: Bologna, Cagliari, Napoli, Padova, Siracusa, Genova. A Roma la veglia ecumenica, organizzata dai cattolici di Cammini di speranza-Nuova proposta e dalla Rete evangelica fede e omosessualità (Refo), si terrà domenica sera in piazza del Campidoglio, al termine della Settimana contro l’omotransfobia: uno spazio pubblico all’aperto anche perché il card. Vallini (vicario del papa per la diocesi di Roma) nei mesi scorsi ha invitato le due parrocchie romane che ospitavano gli incontri periodici dei gruppi di omosessuali cattolici a chiudere loro le porte, per cui la possibilità di svolgere la veglia in una parrocchia non è stata nemmeno presa in considerazione dai promotori. Segnale eloquente che, nonostante i passi avanti, nella Chiesa cattolica il tema è ancora controverso e che l’azione di papa Francesco, camminando sul filo dell’equilibrismo di una pastorale più aperta e inclusiva e di una dottrina immutata, ha modificato il clima ma non ha prodotto cambiamenti strutturali.

“vogliamo accogliere” la manifestazioine di Barcellona e quella di Milano

abbattere i muri ideologici

ecco perché tutta l’Europa deve accogliere chi soffre

di Ada Colau  

( l’autrice è sindaca di Barcellona)
in “la Repubblica” del 17 maggio 2017

Vogliamo accogliere. E vogliamo continuare a farlo. Per questo motivo lo scorso febbraio Barcellona è scesa in piazza. È stata la manifestazione più grande d’Europa a favore dell’accoglienza dei migranti. Ed è nata per la volontà della società civile e con l’appoggio delle istituzioni. Siamo davvero felici di sapere dunque che anche a Milano il 20 maggio si riaffermerà questa stessa volontà e la necessità di non barricarsi dietro anacronistici muri “ideologici” e fisici.

“Vogliamo accogliere” non è solo lo slogan in cui si è riconosciuta la manifestazione che ha sfilato nella mia città a inizio anno. È molto di più. “Vogliamo accogliere” è la nostra risposta, della cittadinanza e anche di molti sindaci, di fronte alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” con cui l’Europa tutta si deve confrontare. Vogliamo accogliere. E vogliamo continuare a farlo. Perché è nostro dovere. Siamo infatti noi, le città — e non gli Stati -, ad offrire un’opportunità reale di integrazione a immigrati e rifugiati. È nelle nostre strade e nelle nostre piazze che le persone smettono di essere numeri e diventano cittadini e cittadine. Ecco perché noi vogliamo e dobbiamo accogliere più persone e meglio. Se non lo facciamo — se non ci impegniamo ad aprire la nostra comunità e la nostra società a chi lascia la sua casa e il suo Paese per cercare un’occasione di vita migliore nelle nostre città — , i nostri figli, i nostri concittadini ci chiederanno dove eravamo quando in Europa si alzavano muri e barriere contro quelli che fuggivano dalla guerra. Soprattutto ci chiederanno: che cosa avete fatto per evitarlo? Vogliamo accogliere. E vogliamo continuare a farlo.

Perché l’appello del “popolo dell’accoglienza” che ha manifestato a Barcellona e che sfilerà a Milano per un “20 maggio senza muri” non lascia spazio a interpretazioni. Non abbiamo scuse per ignorarlo. Anzi, il coraggio, l’entusiasmo e l’apertura che così tante persone hanno dimostrato, dimostrano e dimostreranno ci spinge con forza a intraprendere azioni concrete e politiche. Per questo motivo, serve l’aiuto e la collaborazione di molte altre città del mondo. Da Barcellona e Milano può nascere un network internazionale, in grado di indicare ai governi la via migliore da seguire per rispondere ai bisogni dei migranti, riconoscendoli come un’opportunità per la nostra società. Vogliamo accogliere. E vogliamo continuare a farlo. Perché nella gestione dei migranti l’Europa si gioca il proprio futuro e la propria credibilità. Le immagini che abbiamo visto in Italia, in Grecia e in altri Paesi stanno minando il progetto europeo e le sue conquiste; stanno mettendo in dubbio gli stessi principi fondanti dell’Europa. Oggi, davanti al pericolo di una “Europa- fortezza”, come città e come cittadini abbiamo la responsabilità storica di intervenire per cambiare la situazione. Vogliamo accogliere. E vogliamo continuare a farlo con serietà, ma anche con allegria ed entusiasmo.

Perché le manifestazioni di Barcellona e di Milano altro non sono che una festa per i cittadini di tutto il mondo, un momento di incontro e di scambio, ricco di musica, colore, gioia e solidarietà. Ecco allora che emerge con forza la necessità di ridare valore al Mediterraneo, di offrire al mondo un altro punto di vista per raccontare ciò che sta accadendo. Quel mare, che si è trasformato per molti migranti nel “mare della morte”, è infatti ancora il ponte, è il luogo in cui le culture si incontrano, è la ricchezza dei popoli che lo abitano. Affinché questa narrazione sia possibile ed evidente a tutti, le città devono unire le forze e continuare a essere un luogo di libertà che riconosce e garantisce i diritti a tutti coloro che in esse vivono. Per difendere tutto ciò, scendiamo nelle strade a manifestare. Vogliamo accogliere. Vogliamo continuare a farlo. E lo faremo, dando il nostro sostegno a Milano e a tutte le città che vorranno unire la loro voce alla nostra.

le tre bambine rom bruciate vive ancora fanno riflettere

morire ai margini nell’Italia di oggi

traccia bruciante


Marco Impagliazzo

La tragica morte delle tre ragazzine rom, Francesca, Angelica ed Elisabeth, non è stata causata soltanto da quella scia di liquido infiammabile che gli inquirenti hanno trovato sulla strada vicino al camper dove vivevano. Seguendo a ritroso quella traccia, infatti, si arriva molto più lontano. Bisogna attraversare le fiamme della baracca in cui persero la vita quattro bambini rom in Via Appia Nuova a Roma nel 2011 e quelle che hanno bruciato Marius, tre anni, alla Magliana, nel 2010. Si deve passare per i roghi nei quali hanno perso la vita quattro bambini rom nelle baracche di Livorno nel 2007 e pochi mesi prima due giovani sposi a via Gordiani, a Roma. Una strage degli innocenti che ha colpito i piccoli di questa etnia: più di cento morti in una ventina di anni. Bisogna camminare all’indietro nel tempo, nello spazio e nel dolore per capire perché undici persone, di cui solo tre adulti, cittadini romani come noi, dormono ammucchiati in una scatola di lamiera ferma in un parcheggio di periferia, senza corrente elettrica, né acqua, in una città ricca e confortevole.
La famiglia colpita da questo tragico evento discende da parenti giunti in Italia dalla Jugoslavia, all’inizio degli anni Settanta in cerca di lavoro come artigiani e mai più tornati nella loro terra d’origine a causa delle guerre che hanno dilaniato quel Paese plurale negli anni Novanta. Ancora più indietro, i loro avi hanno conosciuto la persecuzione nazionalsocialista che ha strappato la vita a mezzo milione di rom uccisi nei campi di sterminio, tra i quali bambini vittime di crudeli esperimenti medici. Prima della guerra e dei nazionalismi, però, li si incontrerebbe tra impiegati, ufficiali, artigiani, giostrai e musicisti in tutta Europa. Li si vedrebbe vivere in case e quartieri normali. Ma ci si perderebbe anche tra le carovane che giravano i paesini del continente, sopravvivendo con mestieri ormai scomparsi. Solo la loro lingua, il romanès, un coacervo di tanti idiomi, dallo slavo al sanscrito, ci condurrebbe sicuri fino alle pianure dell’India.
Per compiere questo lungo viaggio non serve un passaporto. Muri, ghetti e fili spinati non li hanno mai fermati, solo umiliati e impoveriti. Basta uscire dai pregiudizi che ci fanno oscillare tra due sentimenti opposti: la repulsione ancestrale, dovuta a leggende nere, e il fascino folkloristico, l’idea che i loro figli non debbano andare a scuola, ma vagare liberi e scalzi. I rom rappresentano la più grande minoranza etnica in Europa, in Italia circa centocinquantamila, di cui la metà italiani. Non hanno mai reclamato un territorio o dichiarato guerra.
Quelli che vivono nei cosiddetti campi nomadi non si spostano più da decenni, ma continuano a vivere nella marginalità. La speranza di vita è di dieci-quindici anni inferiore ai non rom. La metà di chi vive nei “campi” ha meno di diciotto anni, di questi il 40% addirittura meno di quattordici. Dunque un popolo giovanissimo: ci si sposa presto – senza tanti calcoli sulla sussistenza o sulla casa – e si hanno molti figli, dettagli che colpiscono in un’Italia invecchiata e senza nascite. Non mancano i problemi di convivenza e di rispetto delle leggi: talvolta le cronache di furti o altri reati predatori vedono alcuni di loro come protagonisti. Altre volte non è facile accompagnarli in un percorso positivo. L’illusione della ricchezza senza sforzo ha risucchiato alcuni di loro verso la criminalità organizzata.
Eppure davanti alla morte dei bambini dobbiamo rimanere umani. La morte di un bambino deve suscitare il pianto e tante domande. Dobbiamo capire le cause che hanno provocato tragedie come quella della scorsa notte e agire perché più nessuno – rom, sinto o no – debba crescere stipato in una roulotte e morire in un incendio. Chi è credente può pregare per le vittime. A livello istituzionale, implementando la strategia nazionale di inclusione dei rom, per uscire dall’emergenza continua, basata su quattro diritti elementari per tutti: una soluzione abitativa vera e definitiva (non più campi, ma case), l’accesso alle cure mediche, un serio percorso di scolarizzazione e di inserimento al lavoro con incentivi, ma anche con un controllo capillare. Non solo alloggi, ma anche sanità, educazione e lavoro possono evitare tragedie e finalmente condurre da una scarsa tolleranza, un radicato pregiudizio e un reciproco sospetto a una piena inclusione.

 “abbatteremo tutti i muri” parola di papa francesco

la preghiera del ‘vescovo vestito di bianco’

“abbatteremo i muri”

Fatima, la supplica di Francesco a Maria. Bergoglio parla di sé stesso usando le stesse parole del Terzo Segreto. Implora pace e «concordia fra tutti i popoli»
“percorreremo così ogni rotta, andremo pellegrini lungo tutte le vie, abbatteremo tutti i muri e supereremo ogni frontiera, uscendo verso tutte le periferie, manifestando la giustizia e la pace di Dio”

Francesco in preghiera nella Cappellina delle Apparizioni

 andrea tornielli

«Guardo la tua veste di luce e come vescovo vestito di bianco ricordo tutti coloro che, vestiti di candore battesimale, vogliono vivere in Dio e recitano i misteri di Cristo per ottenere la pace». Francesco è assorto in preghiera davanti alla statua della Madonna di Fatima, davanti alla cappellina delle apparizioni del Santuario di Fatima. E recitando la supplica rivolta alla Vergine usa l’espressione contenuta nel testo del Terzo Segreto di Fatima per definire sé stesso: «vescovo vestito di bianco». Come si ricorderà, nel mettere nero su bianco venticinque anni dopo la visione ricevuta il 13 luglio 1917, suor Lucia aveva parlato di un «vescovo vestito di bianco» che subisce il martirio insieme a tanti altri cristiani, affermando di aver avuto il presentimento che si trattasse «del Santo Padre» 

Nella preghiera, intercalata dal canto di invocazioni mariane, Francesco si è presentato come «pellegrino della pace» e ha aggiunto: «Imploro per il mondo la concordia fra tutti i popoli». Il Papa ha chiesto alla Madonna di guardare «i dolori della famiglia umana che geme e piange in questa valle di lacrime». «Fa’ che seguiamo – ha continuato Bergoglio – l’esempio dei beati Francesco e Giacinta, e di quanti si consacrano all’annuncio del Vangelo. Percorreremo così ogni rotta, andremo pellegrini lungo tutte le vie, abbatteremo tutti i muri e supereremo ogni frontiera, uscendo verso tutte le periferie, manifestando la giustizia e la pace di Dio».

«Saremo, nella gioia del Vangelo – ha concluso – la Chiesa vestita di bianco, del candore lavato nel sangue dell’Agnello versato anche oggi nelle guerre che distruggono il mondo in cui viviamo». L’invocazione della pace e la memoria del sangue versato dalle vittime delle guerre è dunque presente fin dal primo atto pubblico nel santuario, dove si sono radunati decine di migliaia di pellegrini.

Francesco è arrivato al santuario in elicottero dalla base aerea militare di Monte Real, accolto da decine di migliaia di fedeli, che hanno atteso il passaggio della papamobile per salutarlo e in qualche caso per lanciare petali di fiori. Nonostante le previsioni metereologiche non fossero delle migliori, quando il Papa è giunto al santuario il cielo era sereno. Ha deposto ai piedi della statua un mazzo di fiori bianchi e si è fermato a lungo a pregare rimanendo in piedi di fronte all’effigie mariana, seguito con commozione da tutti i fedeli.

La corona di quella statua, oggi conservata nel museo del santuario, porta incastonata nella corona la pallottola estratta dal corpo di Giovanni Paolo II dopo l’attentato del 13 maggio 1981. Un profondo silenzio è calato sulla spianata dove si trovava la Cova da Iria, la conca naturale utilizzata dai tre pastorelli veggenti per portare il gregge al pascolo. Prima di lasciare la cappellina, Francesco ha donato alla Madonna delle rose d’oro, dono tradizionale dei Pontefici per grandi santuari mariani.

Il musicista e professore rom a proposito della morte delle tre bambine rom bruciate vive

“strage figlia della segregazione. Raggi come gli altri sindaci”

intervista a

Alexian Santino Spinelli

a cura di Angelo Mastrandrea
in “il manifesto” del 11 maggio 2017

«È inutile che Virginia Raggi sia andata sul luogo della strage dopo che questa era avvenuta. Sarebbe dovuta intervenire prima, facendola finita con la politica della segregazione che da anni a Roma viene portata avanti contro i rom».

A botta calda dopo la morte delle tre sorelle nel rogo della loro roulotte a Centocelle, Alexian Santino Spinelli, musicista e docente universitario, autore di libri come Rom, questi sconosciuti (Mimesis editore), non si dice «meravigliato» dell’efferato fatto di sangue. Poteva accadere ed è accaduto, in una città (e un Paese come l’Italia) in cui i rom sono vittime di una «segregazione razziale» che, a suo parere, non è molto diversa da quella patita durante il nazifascismo. Parole nette e dure, anche se il movente dell’omicidio non è ancora chiaro e gli inquirenti tenderebbero a smentire la pista xenofoba.

Quello che è accaduto è mostruoso. Mi chiedo: che colpa potevano avere due bambini? Cose del genere non possono succedere in una società democratica. Invece avvengono perché i rom sono discriminati su base etnica. Qui stiamo parlando di cittadini italiani come tutti gli altri, la democrazia o vale per tutti o non è democrazia, e allo stesso modo la giustizia e l’uguaglianza. Quello che è accaduto a Roma è una grande sconfitta per la società democratica.

Lei chiede da anni la chiusura dei campi e denuncia il business a loro collegato. Le sembra che sia cambiato qualcosa con i 5 Stelle al Campidoglio?

Quando denunciavo la Tziganopoli romana mi consideravano come un pazzo, un personaggio sopra le righe. Invece i fatti mi hanno dato ragione. Mafia Capitale però non è finita: le associazioni che si occupano dei rom sono sempre le stesse. Se in quarant’anni hanno dimostrato di non essere all’altezza, perché sono ancora lì? Io sono un musicista e non un politico, ho sempre organizzato eventi culturali e artistici, ho portato la nostra cultura dove non era mai arrivata, ma non ho voluto mai partecipare a progetti sui rom, perché sapevo che servivano a mantenere lo status quo.

Perché i 5 Stelle non hanno pensato di cambiare qualcosa?

Raggi dovrebbe farla finita con le politiche di segregazione portate avanti dai sindaci che l’hanno preceduta. Dal questo punto di vista, non ci sono distinzioni tra destra e sinistra. Lo hanno fatto tutti.

Cosa si potrebbe fare in concreto, secondo lei?

Ad esempio, creare una Consulta romanì che affianchi le istituzioni sulle grandi questioni che riguardano i rom. A partire dal superamento dei campi, appunto. I rom non sono nomadi per cultura. Siamo stati deportati dall’India, questo non si chiama nomadismo ma mobilità coatta. Quelli che sono arrivati in Italia sono stati cacciati dalle loro case nell’ex Jugoslavia e in Romania. Colpisce che, a commento di un omicidio così efferato, si ascoltino lamentele sui furti ad opera dei rom invece che cordoglio per le giovani vite spezzate. È colpa di quei media che hanno instillato l’odio razziale nei cittadini. Ci sono trasmissioni televisive che non fanno altro. La responsabilità morale è loro e pure dei politici che da tempo dicono le stesse cose. È la stessa propaganda che si sentiva ai tempi del nazismo, quando si bruciavano le sinagoghe e le autorità se la ridevano e stavano a guardare. Non possiamo meravigliarci se poi accadono cose del genere, chiunque le abbia compiute. I centri di propaganda razzista andrebbero chiusi, le autorità dovrebbero intervenire. Oggi avviene come ai tempi del fascismo: alle vittime viene addossata pure la colpa dell’accaduto. Difficile sostenerlo, quando a morire sono due bambine innocenti e una ragazza. La lista dei bambini rom morti in tempo di pace è un bollettino di guerra. Non lo dico io bensì l’Unicef. Il nostro porrajmos (lo sterminio nazista dei rom e sinti, ndr) non è mai terminato. Non si può tacere di fronte a tanta disumanità. È una battaglia da combattere quotidianamente e nella quale, da patriota rom, sono impegnato. Mi sento per questo di rivolgere un appello a papa Francesco, per il quale ho avuto l’onore di suonare in un paio di occasioni: intervenga, abbiamo bisogno della sua solidarietà. Lui può fare più delle istituzioni, che tra l’altro rimangono in silenzio e non fanno nulla. È l’unica persona che può davvero aiutarci