il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

IO SONO LA RISURREZIONE E LA VITA

commento al vangelo della quinta domenica di quaresima (2 aprile 2017) di p. Alberto Maggi:

Gv 11,1-45

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betania distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero:
«Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Il destino di chi si è fidato e ha creduto in Gesù, viene presentato da Giovanni, nel suo vangelo, nel capitolo 11, con l’episodio di Lazzaro, che inizia così: “un certo Lazzaro di Betania”, è l’unica volta che un infermo, in questo vangelo, ha il nome, Lazzaro significa “Dio che aiuta”, “il villaggio”, gli evangelisti, quando pongono questa indicazione, il villaggio, significa che è un luogo di incomprensione, se non di opposizione, è il luogo attaccato alla tradizione, che fa difficoltà ad accogliere la novità portata da Gesù. “… di Maria e di Marta sua sorella, era malato”, l’evangelista, attraverso tre personaggi, presenta una comunità, che si tratti di una comunità poi lo rivela più sotto quando dice: “le sorelle mandarono dunque”, doveva scrivere le sue sorelle, omettendo il possessivo l’evangelista vuole indicare che è una comunità. Ebbene questa comunità vive il momento della malattia mortale di uno dei suoi adepti, e mandano ad avvisare Gesù. Stranamente Gesù non si muove, Gesù non si muove, del brano leggiamo soltanto le parti essenziali perché è molto lungo, saltiamo al versetto 17, “quando Gesù arrivò trovò” e non Lazzaro. L’evangelista qui non mette il nome, “lo trovò”, perché nella tomba non c’è Lazzaro: Lazzaro, con il momento della morte, è entrato nella pienezza della dimensione divina, ma c’è il morto. Tutto il brano è un invito alla comunità cristiana a cambiare il concetto della morte. “Quando Gesù arrivò, lo trovò che già da quattro giorni era nel sepolcro”, perché questo “quattro giorni”? Si credeva che, per tre giorni, lo spirito dell’individuo restava a vegliare il cadavere. Quando poi non si riconosceva più nei lineamenti del volto, per l’inizio del processo di decomposizione, scendeva nel regno dei morti, quindi è completamente morto. Gesù non entra nel villaggio, il luogo dell’incomprensione. Per incontrare Gesù, occorre uscire dalla tradizione, dal villaggio, allora Marta “dunque come udì che veniva Gesù, gli andò incontro”, ed investe Gesù di un rimprovero dice: “«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Avevano avvertito Gesù che il fratello era malato, che era grave, e Gesù non si era mosso. Gesù sembra non essere mai presente nei momenti di bisogno, e quindi Marta rimprovera Gesù. Ma dice: “anche ora so”, lei si rifà a quello che sa, cioè alla tradizione, “che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Gli evangelisti distinguono tra il verbo chiedere ed il verbo domandare: il verbo chiedere è una richiesta di un inferiore verso un superiore, il domandare una richiesta alla pari. Qui, per Marta, Gesù deve chiedere, quindi (Gesù) lei non ha compreso ancora che Gesù è Dio, che Gesù è uguale a Dio. E Gesù le risponde: “tuo fratello risorgerà”, non l’avesse mai fatto, si becca una reazione stizzita da parte di Marta. “Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno»”. Quando una persona è in lutto, se per confortarla gli si dice che la persona defunta risorgerà, quando? Non solo non gli si dà consolazione, ma la si getta nella disperazione. Quando risusciterà? Oggi, domani, tra un mese, tra un anno, alla fine dei tempi? E va bene per la fine dei tempi anche noi saremo morti e già risuscitati, non è una consolazione. Quindi Marta risponde seccata: “so che risorgerà, nella resurrezione dell’ultimo giorno”, perché questa era la credenza farisaica della resurrezione. Si viveva, si moriva, si finiva nel soggiorno dei morti, poi l’ultimo giorno, un giorno finale, ipotetico, ci sarebbe stata la risurrezione dei giusti. Ed ecco la rivelazione di Gesù, che cambia completamente il concetto di vita, il concetto di morte, il concetto di risurrezione. Gesù le disse: “io sono”, io sono non è una rivendicazione di presenza, ma è la rivendicazione del nome divino, è il nome con il quale Dio si rivelò a Mosé: “io sono”. Quindi Gesù rivendica la pienezza della condizione divina, “la risurrezione e la vita”, non dice io sarò, lui è la risurrezione e la vita, quindi la vita e la risurrezione non saranno, ma sono già. E poi la risposta di Gesù si articola in due elementi. Il primo, alla comunità che piange uno dei componenti che è defunto, dice: “chi crede in me”, Lazzaro ha creduto in lui, “anche se muore”, anche se adesso vedete un cadavere, “vivrà”, continua a vivere. Quindi Gesù richiede, alla comunità  che piange un morto, di avere questa fede. Ma poi, ai componenti della comunità che sono vivi, Gesù dice: “chiunque vive”, e quindi voi che siete vivi, “e crede in me”, e mi avete dato adesione, “non morirà in eterno”, non morirà mai. Gesù assicura che non si farà l’esperienza della morte: la morte non interrompe la vita, ma introduce subito a una dimensione nuova, piena, definitiva dell’esistenza. Ma Gesù chiede a Marta se arriva a credere questo, ed ecco finalmente la crescita nella fede, “Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”, finalmente Marta è cresciuta nella fede. Bene, continua il brano, saltiamo al versetto 33, “Gesù allora, quando la vide piangere”, c’è stato l’intervento dell’altra sorella Maria, che ha rimproverato Gesù con le stesse parole, “e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente”, veramente il verbo adoperato dall’evangelista non è commuovere, è fremere, è reprimere una forte sensazione, potremmo tradurre sbuffò, fremette, e Gesù che non sopporta questa situazione, perché la sua comunità piange esattamente come piangono i Giudei, come piange la tradizione. E Gesù, qui al versetto 35, non scoppiò in pianto, Gesù lacrimò. L’evangelista adopera due verbi differenti per quelli di Marta, Maria, i Giudei, e per il pianto di Gesù. Per il pianto di Gesù usa lacrimare, un’espressione di dolore, per il pianto delle sorelle usa invece il pianto che si faceva nel cordoglio funebre, che indicava la disperazione totale. Ed ecco “allora” che “Gesù”, ancora fremendo, reprimendo se stesso, “si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra”, questa pietra apparirà per ben tre volte, per indicare che è questo che domina la narrazione, erano dei sepolcri scavati nelle grotte, e, di fronte, veniva posta una pietra. L’espressione italiana: “mettiamoci una pietra sopra”, deriva proprio da questi usi funerari, quando ci si è messa una pietra, significa che (tra) il mondo dei morti e quello dei vivi, non c’è più continuità,  non c’è più comunicazione. E qui Gesù inizia a dare ordini imperativi, sono tre, il primo è: “togliete la pietra”, siete voi che avete recluso il defunto lì dentro, e voi la dovete togliere questa pietra. E reagisce Marta, Marta che viene indicata come “la sorella del morto”, è superflua questa indicazione, sappiamo che Marta era la sorella del morto, ma l’evangelista sottolinea che questo della morte era il clima, il pensiero che dominava la comunità, “«Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni»”. Le disse Gesù: “«Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?»”, nella vita indistruttibile si manifesta la gloria di Dio. “Tolsero dunque la pietra” che loro avevano messo, ed ecco gli ultimi comandi di Gesù, “Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!»”, la tomba, il sepolcro non è il luogo per un discepolo del Signore, il discepolo del Signore, nel momento della morte, entra subito nella piena dimensione della sua esistenza. Gesù ha chiamato Lazzaro, ma non esce Lazzaro, esce il morto. Gesù chiama Lazzaro, ma esce il morto, perché Lazzaro non c’era nel sepolcro, Lazzaro era già  nella pienezza dell’amore del Padre, è il morto che deve uscire dal sepolcro, cioè l’evangelista vuole aiutare la comunità a cambiare completamente mentalità riguardo alla morte, che le persone defunte non stanno in un sepolcro, ma continuano la loro esistenza nella pienezza della dimensione divina. “Il morto uscì”, e, stranamente, “i piedi e le mani legati con bende”, che non era la maniera di seppellire da parte dei Giudei. Il cadavere veniva lavato con acqua e aceto, poi veniva posto un telo sopra, ma non veniva legato, perché qui il morto ha i piedi e le mani legate? Perché essere legati era il simbolo della morte. Nei Salmi si legge: “mi stringevano le fumi della morte”, essere prigionieri della morte, sono loro che l’hanno legato con queste bende, lo hanno reso prigioniero della morte. Gli ultimi comandi di Gesù sono rivelatori: “Gesù disse loro: «Liberatelo”, cioè scioglietelo, siete voi che lo avete legato come un morto senza vita, l’avete relegato in questo sepolcro. E l’ultimo comando è strano, scioglietelo e ci saremmo aspettati: fatelo venire, andiamogli incontro, accogliamolo, festeggiamolo. Nulla di tutto questo. L’ultimo comando stranamente è: “lasciatelo andare»”, ma dove deve andare? Il morto che deve andare dove Lazzaro già c’è, cioè nella dimensione della pienezza di vita, è la comunità  che deve cambiare mentalità. È strano che esce questo morto, non una parola, non un ringraziamento ,non va verso le sorelle che pure lo avevano tanto pianto, ma il morto deve andare, l’evangelista adopera lo stesso verbo “andare”, che ha adoperato per indicare l’itinerario di Gesù con il Padre. Ecco questa espressione dell’evangelista ci illumina sul senso della morte: la morte di un discepolo di Gesù, non solo non interrompe la sua vita, ma lo introduce in una dimensione nuova, piena e definitiva dell’esistenza. La morte non allontana dalle persone, ma le avvicina, la morte non è un’assenza, ma una presenza ancora più intensa.

 

brutto messaggio criminalizzare la solidarietà

Ventimiglia e non solo

la criminalizzazione della solidarietà

di Livio Pipino
in “il manifesto” del 29 marzo 2017

 

Ci sono fatti illuminanti su quello che sarà il nostro futuro se non si contrastano prassi e culture che si stanno diffondendo in modo preoccupante.

Il primo fatto è accaduto a Ventimiglia, confine ligure con la Francia e, per questo, luogo di «stazionamento» di molti migranti in attesa di varcare il confine. Ventimiglia e la zona dei «Balzi rossi» sono stati nell’estate scorsa sotto i riflettori per le proteste contro il blocco della frontiera francese poste in essere da migranti, dapprima accampati sulla spiaggia e successivamente ripiegati in città dove, peraltro, le strutture di accoglienza erano e sono insufficienti. Così molti dormono in strada e vengono sfamati dalla Caritas o da una mensa parrocchiale. Ma anche queste non bastano. Perciò ogni sera volontari francesi provenienti dalla Val Roja distribuiscono a chi ne ha bisogno panini, acqua e the. Ma a Ventimiglia vige una ordinanza, emessa dal sindaco l’11 agosto 2016, che vieta la distribuzione di cibo ai migranti e così – incredibile ma vero – nei giorni scorsi tre volontari sono stati denunciati per il reato di «inosservanza dei provvedimenti dell’autorità» previsto all’art. 650 del codice penale.

All’altro capo dell’Italia, nel mare che divide la Sicilia dalle coste africane e in acque internazionali, si muovono da qualche tempo alcune navi di organizzazioni non governative che vigilano su eventuali naufragi e, nel caso, soccorrono i naufraghi o recuperano i corpi di chi non ce l’ha fatta. Anche qui è accaduto che la Procura della Repubblica di Catania abbia aperto una «indagine conoscitiva» sulle organizzazioni interessate sospettate di favorire l’immigrazione clandestina se non addirittura – come sostengono alcuni commentatori – di agevolare gli scafisti.

Questa criminalizzazione della solidarietà che, paradossalmente (o forse no), colpisce chi cerca di sopperire alle lacune delle istituzioni ha dei riferimenti precisi. Essa, infatti, è ormai regola negli Stati Uniti, dove il diritto penale sempre più persegue non solo i poveri ma anche chi vuole esercitare il diritto (o il dovere morale) di aiutarli.

Il fenomeno è descritto in termini analitici, e con ampia esemplificazione, in un recente e lucido libro di Elisabetta Grande

Guai ai poveri. La faccia triste dell’America, Edizioni Gruppo Abele, 2017

da cui si apprende, tra l’altro, che in molti Stati il divieto di camping penalmente sanzionato colpisce non solo l’homeless che vi fa ricorso, ma addirittura il proprietario che consenta al senza tetto di dormire in tenda sul proprio terreno per più di cinque giorni consecutivi, o che analogo divieto si estende all’autorizzazione a parcheggiare nel proprio spazio privato l’auto utilizzata da un homeless come abitazione. Quanto alla somministrazione di cibo ai poveri, poi, si è assistito finanche all’arresto di un novantenne, fondatore di un’organizzazione benefica, colpevole di servire pasti caldi agli homeless su una spiaggia e, come lui, di altri attivisti dalla Florida al Texas o alla richiesta di cifre altissime, come tassa per l’occupazione di suolo pubblico richiesta, in California e in South Carolina, alle organizzazioni che distribuiscono cibo nei parchi. Il meccanismo della criminalizzazione è lo stesso adottato dal sindaco di Ventimiglia: l’adozione di ordinanze contenenti proibizioni dettate da motivazioni per lo più speciose, come quella di garantire la sicurezza dei consociati, messa in pericolo dall’assembramento dei bisognosi che si recano a mangiare, o addirittura quella di proteggere la sicurezza alimentare o la dignità degli homeless, che meriterebbero un cibo controllato e un luogo coperto in cui consumare il pasto (tacendo che cibi e luoghi siffatti in realtà non esistono).
La cosa più inquietante è che quelle ordinanze, comparse la prima volta alla fine degli anni Novanta, hanno visto di recente una notevole intensificazione, con un aumento del 47% nel solo periodo tra il 2010 e il 2014, parallelamente al crescere della povertà e del numero di soggetti esclusi anche dai buoni alimentari assistenziali.

Ci fu, nella storia, un tempo (nell’Alto Medioevo) in cui la povertà divenne fonte di diritti, tanto da far assurgere il patrimonio della Chiesa a «proprietà dei poveri», destinata a chi non era in grado di mantenersi con il proprio lavoro e non alienabile neppure dai vescovi. Ma fu eccezione: quando il diritto si è occupato dei poveri lo ha fatto, per lo più, in chiave di punizione e di difesa della società. Ciò è stato messo in discussione, nel nostro Paese, dalla Costituzione repubblicana, che pone a tutti un dovere di solidarietà e indica l’uguaglianza sociale come obiettivo delle istituzioni. Sarebbe bene non dimenticarlo, anche da parte dei sindaci e dei procuratori della Repubblica.

l’enciclica profetica di un ‘mondo globale’

50 anni fa l’enciclica «Populorum progressio»

profezia del mondo globale


Stefania Falasca giovedì
squilibri, migrazioni, solidarietà: l’attualità di Paolo VI
La «Populorum progressio» profezia del mondo globale

 

«Chi è realista? È o non è realista chi si accorge che è nello sviluppo dei popoli che si gioca la pace del mondo e che i soli parametri tecnico-economici dello sviluppo creano condizioni disumane, squilibri e violenza, che lo sviluppo deve essere integrale, cioè di tutto l’uomo e solidale, cioè di tutti gli uomini? È realista non chi crede che si possa andare avanti come prima, ma chi percepisce il dinamismo di un mondo che non può più vivere senza uno spirito solidale». Aveva rilanciato così il succo della Populorum progressio l’allora patriarca di Venezia Albino Luciani, a dieci anni dalla pubblicazione dell’enciclica di Paolo VI. Una sintesi puntuale e diretta che riprendendo lo stesso realismo di Montini metteva in chiaro che non c’era più tempo da perdere: perché questo è «un programma che nessuno può oggi rifiutare, di equilibrio economico, di dignità morale, di collaborazione universale tra le nazioni», per «mobilitare le nostre comunità ai fini di una solidarietà mondiale», per «lavorare a un mondo in cui, da veri partners associati nelle decisioni che riguardano tutti, gli uomini possano trovare la giustizia e la pace». Pertanto «non si giudichino ‘utopistiche’ o inattuali le nostre speranze».
Non le giudicò utopistiche anche quando, nel breve lasso di tempo del suo pontificato, andò a toccare il nervo scoperto di un altro punto centrale messo in chiaro dall’enciclica: l’egemonia perversa del denaro e la proprietà privata come bene non assoluto. «Noi ricordiamo tutti le parole del grande papa Paolo VI: ‘I popoli della fame interpellano in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale a questo grido d’angoscia’». Parole «gravi» alla luce delle quali «non solo le nazioni, ma anche noi privati, specialmente noi di Chiesa, dobbiamo chiederci: ‘Abbiamo veramente compiuto il precetto di Gesù che ha detto: ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’?». E già per il successore di Montini erano necessità queste da aggiornare continuamente «perché oggi non si tratta più solo di questo o quell’individuo ma sono interi popoli che hanno fame». «Oggi, il fatto di maggior rilievo, del quale ognuno deve prendere coscienza, è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale». È questo lo sguardo che ci fa ritornare nella più stringente attualità, e quindi nell’attualità disarmante della Populorum progressio, mentre lo sviluppo integrale di tutti i popoli profetizzato dall’enciclica di Paolo VI è ancora in attesa, ormai da cinquant’anni. Drammaticamente inevaso.

Era il 26 marzo 1967, giorno di Pasqua. Il Concilio Vaticano II – durante il quale erano stati trattati anche problemi della vita economica, sociale e politica, tra cui la corsa agli armamenti, la guerra, l’edificazione di una comunità internazionale – si era appena concluso, e Paolo VI volle uscire con l’annuncio di un’enciclica mirata sullo sviluppo solidale dei popoli il cui pensiero di fondo era la costituzione pastorale Gaudium et spes. Nel clima della guerra fredda che si respirava allora il Papa mostrava che la vera cortina di ferro non era tra l’Est e l’Ovest ma quella che divideva Nord e Sud del mondo, «i popoli dell’opulenza» dai «popoli della fame». Una drammatica quanto semplice constatazione, che andava a infrangere il vecchio cliché caro ai tanti tutori dell’equilibrio di potere di allora: quello del Papa schierato con l’Occidente. Così per molti il semplice parlare di capitalismo «fonte di tante sofferenze», come aveva fatto il Papa nell’enciclica, era equivalso a entrare in complicità con il marxismo, e ciò valse a Montini anche l’accusa di non avere le capacità per l’analisi e la diagnosi dei fenomeni economici. Paolo VI aveva invece definito chiaramente la problematica affrontata dalla sua enciclica. E certamente la necessità di un’azione concertata per lo sviluppo integrale dell’uomo e lo sviluppo solidale dell’umanità è il pensiero fondamentale e l’aspetto più puntuale di tutta l’enciclica. Il pensiero dominante è che lo sviluppo non si può ridurre a una semplice crescita economica, chiarendo che lo sviluppo per essere autentico deve essere integrale, cioè volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Per la prima volta si estendeva l’insegnamento sociale della Chiesa su scala mondiale, e Paolo VI proponeva, come dovere grave e urgente, di stabilire una giustizia sociale schierandosi dalla parte dei perdenti dell’umanità, di tutte le popolazioni deboli e marginalizzate. Domandava uno sforzo concordato affinché ciascuno avesse il proprio posto, i propri diritti e i propri doveri, la propria piena responsabilità per incrementare una collaborazione universale tra le nazioni, una giustizia sociale internazionale (Iustitia est fundamentum regnorum) come base fondamentale per un autentico sviluppo. La Populorum progressio offre così una panoramica del mondo contemporaneo e dello sviluppo autentico nella quale spicca la conclusione che l’opera della solidarietà è la pace: Opus solidarietatis pax. «La pace è il nuovo nome dello sviluppo». E a riprova che l’insegnamento sociale della Chiesa non è statico ma dinamico, in quanto attinge alla solida radice della Tradizione, nella preparazione del testo della sua enciclica papa Montini aveva riversato tutta la sua moderna sensibilità culturale. Nella sua analisi infatti è presente l’impronta culturale francese come quella degli economisti cosiddetti ‘umanisti’, cui egli unisce i contenuti e gli insegnamenti della Tradizione della Chiesa, applicandoli alla nuova situazione. La Populorum progressio richiama esplicitamente all’insegnamento tradizionale della Chiesa sulla destinazione universale dei beni, che trova il suo fondamento nella prima pagina della Bibbia e ne estende il principio – ricordato tra gli altri da san Tommaso e sant’Ambrogio – alle comunità politiche. Sono i paragrafi in cui anche l’analisi dei problemi sembra divenire più lucida.

Indicando i fattori strutturali della miseria del terzo mondo, Paolo VI cita il De Nabuthae di sant’Ambrogio: «Si sa con quale fermezza i Padri della Chiesa hanno precisato quale debba essere l’atteggiamento di coloro che posseggono nei confronti di coloro che sono nel bisogno: ‘Non è del tuo avere – afferma sant’Ambrogio – che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti e non solamente ai ricchi’. È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto». Con sant’Ambrogio, Montini sovverte il concetto di proprietà privata inviolabile e ne deduce la legittimità di determinate scelte operative. E, sempre attingendo al tesoro della Tradizione, Paolo VI riprende anche la formula più diretta dell’enciclica Quadragesimo anno per condannare «il liberalismo senza freno» che conduce «alla dittatura a buon diritto denunciata da Pio XI come generatrice dell’imperialismo internazionale del denaro». Ed è sempre ancora col linguaggio della Tradizione che Paolo VI affronta con realismo la possibilità storica che l’ingiustizia e lo sfruttamento possano provocare l’insurrezione violenta dei popoli oppressi. La stessa eventualità era già stata riconosciuta e giustificata da san Tommaso nella Summa theologica. La Populorum progressio è quindi da leggersi anche come apologia della Tradizione, perché la sua difesa non può coincidere con una determinata visione culturale o politica.

Oggi è facile riconoscere gli accenti profetici contenuti nell’enciclica del 1967 e la sua pertinenza con la realtà di questo scorcio di secolo, della quale si era fatta premonitrice nell’individuarne le derive devastanti. Basta leggere i numeri della fame, le cronache delle guerre, le sofferenze che hanno pagato o pagano i Paesi in via di sviluppo, il fenomeno dell’immigrazione verso l’Occidente nell’epoca della globalizzazione, gli squilibri tra il Nord e il Sud ormai interni a ogni Paese, il trionfo planetario del libero mercato, libero soprattutto nel traffico di armi e droga. Né è difficile riconoscere come gli insegnamenti in essa contenuti conservino ancora tutta la loro forza di richiamo. La questione dello sviluppo dei popoli resta prioritaria: «È a tutti che noi oggi rivolgiamo questo appello solenne a una azione concertata per lo sviluppo integrale dell’uomo e lo sviluppo solidale dell’umanità». È l’eco che risuona interamente nel magistero di papa Francesco fino alla Laudato si’, che dell’enciclica montanina è un’evoluzione, dall’impegno per la pace all’ultimo dicastero istituito che prende nome dal primo capitolo dell’enciclica: «Per uno sviluppo integrale dell’uomo». È la Popolurom progressio che ritorna. Più provocatoria, urgente e necessaria che mai.

Poupard

ecco come nacque la «Populorum progressio»

di Filippo Rizzi
in “Avvenire” del 28 marzo 2017

Era il primo martedì dopo Pasqua – il 28 marzo di cinquant’anni fa – quando l’enciclica di Paolo VI Populorum progressio veniva presentata ufficialmente alla stampa. Un evento vissuto oggi – a 50 anni di distanza – «tra ricordi, speranze e trepidazioni» da un diretto interessato come il cardinale francese Paul Poupard oggi presidente emerito dei dicasteri della cultura e del dialogo interreligioso. Toccò in quel lontano martedì di Pasqua del 1967 presentare – nella sala stampa della Santa Sede – all’allora 36enne monsignor Poupard, nella sua “semplice” veste di officiale della Segreteria di Stato, quel testo che avrebbe innovato e “rivoluzionato” in un certo senso gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa negli anni del post Concilio. «Ricordo come fosse ieri quel giorno – è la confidenza di Poupard –. Allora ero un giovane collaboratore della Segreteria di Stato. Fu proprio papa Montini ad affidarmi questo delicato incarico. Si trattava della mia prima conferenza stampa! Solo due giorni prima la domenica di Pasqua Paolo VI aveva firmato la sua “prima” enciclica sullo “sviluppo dei popoli”». Un evento che non colse impreparato l’allora monsignor Poupard. «Eravamo ancora in mezzo alla temperie che si era respirata durante il Vaticano II – è la riflessione – . Rammento che mi trovai da solo di fronte a un’ampia platea di giornalisti. Mi preparai in anticipo con delle possibili risposte ai tanti quesiti che poteva ispirare un testo così carico di attese soprattutto per i popoli affamati e privi di diritti del Terzo mondo e non solo. Ricordo che fu mia premura spiegare il lungo lavoro di preparazione e l’evoluzione che questo testo, ritoccato fino all’ultimo da papa Montini, e come si arrivò alla stesura finale». Poupard a questo proposito rivela un particolare: «A confermarmi la fiducia del Papa a questo lungo lavoro di gestazione mi arrivò il 28 febbraio del 1967 da una sua lettera autografa che recitava le seguenti parole: “Visto, si può fare fiducia a monsignor Poupard che saprà giudiziosamente portare a termine, come egli crede, questi ultimi perfezionamenti e ritocchi. Grazie Paolo VI”». Dal suo album dei ricordi il cardinale Poupard estrae alcune delle istantanee più significative sul lungo lavoro di équipe attorno a questa pubblicazione. «La prima bozza redatta, un vero dossier, è costituito da un plico dattiloscritto di 43 pagine, con il titolo “Elementi per una dottrina pontificia sullo sviluppo” del settembre 1964 – rivela – e tra gli esperti scelti per questa immane ricerca figuravano uomini del valore di monsignor Pietro Pavan, monsignor Agostino Ferrari Toniolo, il teologo gesuita Geroges Jarlot e ovviamente l’illustre domenicano e principale ispiratore indiretto dell’enciclica il domenicano bretone Louis Joseph Lebret. Mi trovai così ad essere l’interlocutore privilegiato, per questo scambio di osservazioni e pareri, tra questi esperti e Paolo VI fino al febbraio del 1967». Ma è sul domenicano padre Louis Joseph Lebret che Poupard si sente di aggiungere qualche particolare inedito. «Era un uomo planetario e grazie al suo movimento “Economia e umanesimo” – è l’osservazione – e attraverso i suoi progetti mirati di aiuto concreto alla vita dei pescatori della Bretagna e poi alle altre iniziative da lui sviluppate in Brasile e in Senegal ha potuto offrire a papa Paolo VI quella visione di “inquietudine del mondo” che si intravede e si legge ancora in questo testo». Un documento attualissimo ancora oggi, agli occhi di Poupard, «se si pensa alla globalizzazione selvaggia di oggi o a parole presenti nel testo come “urto di civiltà” o alla condanna di vizi capitali come l’avarizia». Il porporato, – a 50 anni dalla pubblicazione dell’enciclica montiniana individua molti punti di incontro e raccordo ideale tra il magistero di Paolo VI, quello di Benedetto XVI e di Francesco. «Questa enciclica sociale ha rappresentato una bussola di riferimento per i due ultimi pontefici. Basti pensare che ad Aparecida in Brasile a conclusione della Conferenza del Consiglio episcopale latino americano nel 2007 – di cui l’allora cardinale Bergoglio era il relatore del testo finale – papa Benedetto ha voluto citare, quasi come una “consegna” ai delegati di quell’assise la Populorum progressio. Molti tratti del pontificato bergogliano dalla condanna del commercio delle armi, a una certa idea di capitalismo selvaggio al fatto che la proprietà privata non è un diritto assoluto ci riportano a Montini e alla sua
enciclica». Un testo che parla ancora all’uomo di oggi. «Credo di sì. Si tratta di un “sismografo molto attento” sui drammi dell’umanità e sui tanti diritti violati per i poveri. Papa Montini mi chiese un giorno come era stata accolta l’enciclica. “Santo Padre lei ha scosso la coscienza del mondo” fu la mia risposta. E mi viene spesso in mente la sua replica: “Era proprio quello che intendevo fare”».

la ‘populorum progressio’ compie 50 anni – ecco come nacque l’enciclica che scosse il mondo

cinquant’anni fa la ‘Populorum Progressio’

un testo da riprendere , ancora molto utile oggi

Il manifesto domenica   26 marzo 2017

A 50 anni dalla Populorum progressio

di Giorgio Nebbia

Sembrano passati secoli, eppure sono passati solo cinquant’anni dal 1967, quando è stata pubblicata l’enciclica “Populorum progressio”, scritta da Paolo VI. Tempestosi e ricchi di speranze quegli anni sessanta del Novecento; si erano da poco conclusi i lavori del Concilio Vaticano II che aveva aperto al mondo le porte della chiesa cattolica; era ancora vivo il ricordo della crisi dei missili a Cuba, quando il confronto fra Stati Uniti e Unione Sovietica con le loro bombe termonucleari, aveva fatto sentire il mondo sull’orlo di una catastrofe; i paesi coloniali stavano lentamente e faticosamente procedendo sulla via dell’indipendenza, sempre sotto l’ombra delle multinazionali straniere attente a non mollare i loro privilegi di sfruttamento delle preziose materie prime; la miseria della crescente popolazione dei paesi del terzo mondo chiedeva giustizia davanti alla sfacciata opulenza consumistica dei paesi capitalistici del primo mondo; nel primo mondo studenti e operai chiedevano leggi per un ambiente migliore, per salari più equi, per il divieto degli esperimenti nucleari.

In questa atmosfera il malinconico Paolo VI aveva alzata la voce parlando di nuove strade per lo sviluppo. “Progressio”, ben diverso dalla crescita delle merci e del denaro, la divinità delle economie capitalistiche.

L’enciclica sullo sviluppo dei popoli diceva bene che “il fine ultimo e fondamentale dello sviluppo non consiste nel solo aumento dei beni prodotti né nella sola ricerca del profitto e del predominio economico; non basta promuovere la tecnica perché la Terra diventi più umana da abitare; economia e tecnica non hanno senso che in rapporto all’uomo che esse devono servire”.

La “Populorum progressio” metteva in discussione lo stesso diritto umano al “possesso” dei campi, dei minerali, dell’acqua, degli alberi, degli animali, che non sono di una singola persona o di un singolo paese, ma “di Dio”, beni comuni come ripete papa Francesco nella sua enciclica “Laudato si’” e continuamente.

L’enciclica “Populorum progressio” indica diritti e doveri dei popoli della Terra divisi nelle due grandi “classi” dei ricchi e dei poveri, ben riconoscibili anche oggi: i ricchi, talvolta sfacciatamente ricchi, dei paesi industriali ma anche quelli che, nei paesi poveri, accumulano grandi ricchezze alle spese dei loro concittadini; i poveri che affollano i paesi arretrati, ma anche quelli, spesso invisibili, che affollano le strade delle dei paesi opulenti, all’ombra degli svettanti grattacieli e delle botteghe sfavillanti.

La “Populorum progressio” fu letta poco volentieri quando fu pubblicata e da allora è stata quasi dimenticata benché le sue analisi dei grandi problemi mondiali siano rimaste attualissime.

I popoli a cui l’enciclica si rivolge sono, allora come oggi, quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione “verso la meta di un pieno rigoglio”.

L’enciclica denuncia il malaugurato (dice proprio così) sistema che considera il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell’economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto, senza limiti né obblighi sociali corrispondenti. E condanna l’abuso di un liberalismo che si manifesta come “imperialismo internazionale del denaro”.

In quegli anni sessanta era vivace il dibattito sulla “esplosione” della popolazione, in rapida crescita specialmente nei paesi poveri, e la domanda di un controllo della popolazione, resa possibile dall’invenzione “della pillola”, aveva posto i cattolici di fronte a contraddizioni. Paolo VI ricorda che spetta ai genitori di decidere, con piena cognizione di causa, sul numero dei loro figli, prendendo le loro “responsabilità davanti a Dio, davanti a se stessi, davanti ai figli che già hanno messo al mondo, e davanti alla comunità alla quale appartengono”. Il tema della “paternità responsabile” sarebbe stato ripreso nel 1968 dallo stesso Paolo VI nella controversa enciclica “Humanae vitae” e, più recentemente, da papa Francesco che ha detto che per essere buoni cattolici non è necessario essere come conigli.

Il progresso dei popoli è ostacolato anche dallo “scandalo intollerabile di ogni estenuante corsa agli armamenti”, una corsa che si è aggravata in tutto il mezzo secolo successivo con la diffusione di costosissime e sempre più devastanti armi nucleari, oggi nelle mani di ben nove paesi, oltre che di armi convenzionali.

In mezzo secolo è cambiata la geografia politica; un mondo capitalistico egoista e invecchiato deve fare i conti con vivaci e affollati paesi emergenti, pieni di contraddizioni, e con una folla di poverissimi.

I poveri di cui l’enciclica auspicava il progresso, nel frattempo cresciuti di numero, sono quelli che oggi si affacciano alle porte dell’Europa per sfuggire a miseria, guerre fratricide, oppressione imperialista, per sfuggire alla sete e alle alluvioni, alla fame e all’ignoranza, quelli che i paesi cristiani non esitano a rispedire in campi di concentramento africani pur di non incrinare il loro benessere, magari dopo avere strizzato la vita e salute degli immigrati nei nostri campi. I pontefici dicano pure quello che vogliono; le cose serie sono i propri interessi e commerci.

Eppure è fra i poveri disperati e arrabbiati che trova facile ascolto l’invito alla violenza e al terrorismo; noi crediamo che la sicurezza dei nostri negozi e affari si difenda con altre truppe super-armate, con sistemi elettronici che si rivelano fragili e violabili, e invece l’unica ricetta, anche se scomoda, per rendere la terra meno violenta e più “adatta da abitare”, sarebbe la giustizia.

Poupard
ecco come nacque la «Populorum progressio»
di Filippo Rizzi
in “Avvenire” del 28 marzo 2017
Era il primo martedì dopo Pasqua – il 28 marzo di cinquant’anni fa – quando l’enciclica di Paolo VI Populorum progressio veniva presentata ufficialmente alla stampa. Un evento vissuto oggi – a 50 anni di distanza – «tra ricordi, speranze e trepidazioni» da un diretto interessato come il cardinale francese Paul Poupard oggi presidente emerito dei dicasteri della cultura e del dialogo interreligioso. Toccò in quel lontano martedì di Pasqua del 1967 presentare – nella sala stampa della Santa Sede – all’allora 36enne monsignor Poupard, nella sua “semplice” veste di officiale della Segreteria di Stato, quel testo che avrebbe innovato e “rivoluzionato” in un certo senso gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa negli anni del post Concilio. «Ricordo come fosse ieri quel giorno – è la confidenza di Poupard –. Allora ero un giovane collaboratore della Segreteria di Stato. Fu proprio papa Montini ad affidarmi questo delicato incarico. Si trattava della mia prima conferenza stampa! Solo due giorni prima la domenica di Pasqua Paolo VI aveva firmato la sua “prima” enciclica sullo “sviluppo dei popoli”». Un evento che non colse impreparato l’allora monsignor Poupard. «Eravamo ancora in mezzo alla temperie che si era respirata durante il Vaticano II – è la riflessione – . Rammento che mi trovai da solo di fronte a un’ampia platea di giornalisti. Mi preparai in anticipo con delle possibili risposte ai tanti quesiti che poteva ispirare un testo così carico di attese soprattutto per i popoli affamati e privi di diritti del Terzo mondo e non solo. Ricordo che fu mia premura spiegare il lungo lavoro di preparazione e l’evoluzione che questo testo, ritoccato fino all’ultimo da papa Montini, e come si arrivò alla stesura finale». Poupard a questo proposito rivela un particolare: «A confermarmi la fiducia del Papa a questo lungo lavoro di gestazione mi arrivò il 28 febbraio del 1967 da una sua lettera autografa che recitava le seguenti parole: “Visto, si può fare fiducia a monsignor Poupard che saprà giudiziosamente portare a termine, come egli crede, questi ultimi perfezionamenti e ritocchi. Grazie Paolo VI”». Dal suo album dei ricordi il cardinale Poupard estrae alcune delle istantanee più significative sul lungo lavoro di équipe attorno a questa pubblicazione. «La prima bozza redatta, un vero dossier, è costituito da un plico dattiloscritto di 43 pagine, con il titolo “Elementi per una dottrina pontificia sullo sviluppo” del settembre 1964 – rivela – e tra gli esperti scelti per questa immane ricerca figuravano uomini del valore di monsignor Pietro Pavan, monsignor Agostino Ferrari Toniolo, il teologo gesuita Geroges Jarlot e ovviamente l’illustre domenicano e principale ispiratore indiretto dell’enciclica il domenicano bretone Louis Joseph Lebret. Mi trovai così ad essere l’interlocutore privilegiato, per questo scambio di osservazioni e pareri, tra questi esperti e Paolo VI fino al febbraio del 1967». Ma è sul domenicano padre Louis Joseph Lebret che Poupard si sente di aggiungere qualche particolare inedito. «Era un uomo planetario e grazie al suo movimento “Economia e umanesimo” – è l’osservazione – e attraverso i suoi progetti mirati di aiuto concreto alla vita dei pescatori della Bretagna e poi alle altre iniziative da lui sviluppate in Brasile e in Senegal ha potuto offrire a papa Paolo VI quella visione di “inquietudine del mondo” che si intravede e si legge ancora in questo testo». Un documento attualissimo ancora oggi, agli occhi di Poupard, «se si pensa alla globalizzazione selvaggia di oggi o a parole presenti nel testo come “urto di civiltà” o alla condanna di vizi capitali come l’avarizia». Il porporato, – a 50 anni dalla pubblicazione dell’enciclica montiniana individua molti punti di incontro e raccordo ideale tra il magistero di Paolo VI, quello di Benedetto XVI e di Francesco. «Questa enciclica sociale ha rappresentato una bussola di riferimento per i due ultimi pontefici. Basti pensare che ad Aparecida in Brasile a conclusione della Conferenza del Consiglio episcopale latino americano nel 2007 – di cui l’allora cardinale Bergoglio era il relatore del testo finale – papa Benedetto ha voluto citare, quasi come una “consegna” ai delegati di quell’assise la Populorum progressio. Molti tratti del pontificato bergogliano dalla condanna del commercio delle armi, a una certa idea di capitalismo selvaggio al fatto che la proprietà privata non è un diritto assoluto ci riportano a Montini e alla sua
enciclica». Un testo che parla ancora all’uomo di oggi. «Credo di sì. Si tratta di un “sismografo molto attento” sui drammi dell’umanità e sui tanti diritti violati per i poveri. Papa Montini mi chiese un giorno come era stata accolta l’enciclica. “Santo Padre lei ha scosso la coscienza del mondo” fu la mia risposta. E mi viene spesso in mente la sua replica: “Era proprio quello che intendevo fare”».

“chi guarda i clochard come parte del panorama è sulla cattiva strada” dice papa Francesco

papa Francesco

“non si guardano i clochard come parte del paesaggio!”

domenico agasso jr
Città del Vaticano
la provocazione a Santa Marta: sono «come una statua, la fermata del bus?». Cosa «sentiamo quando vediamo bimbi chiedere l’elemosina…? “Sono dell’etnia che ruba?”»

«cosa sentiamo nel cuore quando vediamo i bambini da soli che chiedono l’elemosina… “No, ma questi sono di quella etnia che rubano…”, vado avanti, faccio così?»

lo chiede papa Francesco nella omelia della Messa del 16 marzo 2017, a Casa Santa Marta, di cui Radio Vaticana fornisce stralci. Il Pontefice avverte:

“chi guarda i clochard come parte del panorama è sulla cattiva strada”

«I senzatetto – afferma il Pontefice – i poveri, quelli abbandonati, anche quelli senzatetto benvestiti, perché non hanno soldi per pagare l’affitto perché non hanno lavoro… cosa sento io? Questo è parte del panorama, del paesaggio di una città, come una statua, la fermata del bus, l’ufficio della posta, e anche i senzatetto sono parte della città? È normale, questo? State attenti. Stiamo attenti. Quando queste cose nel nostro cuore risuonano come normali – “ma sì, la vita è così… io mangio, bevo, ma per togliermi un po´ di senso di colpa dò un offerta e vado avanti” – la strada non va bene».

 

Francesco, richiamando il Salmo odierno, sottolinea: «Maledetto l’uomo che confida in se stesso, che confida nel suo. Niente è più infido del cuore, e difficilmente guarisce. Quando tu sai quella strada di malattia, difficilmente guarirai». Di qui il Papa rivolge una domanda: «Cosa sentiamo nel cuore quando andiamo per strada e vediamo i senzatetto, vediamo i bambini da soli che chiedono l’elemosina … “No, ma questi sono di quella etnia che rubano…”, vado avanti, faccio così?».

 

Il vescovo di Roma poi ammonisce: quando una persona «vive nel suo ambiente chiuso, respira quell’aria propria dei suoi beni, della sua soddisfazione, della vanità, di sentirsi sicuro e si fida soltanto di se stesso, perde l’orientamento, perde la bussola e non sa dove sono i limiti». Lo dice commentando il brano del Vangelo in cui il ricco «passava la vita a fare feste e non si curava del povero che stava alla porta della sua casa».

 

Rimarca il Papa: «Lui sapeva chi era quel povero: lo sapeva. Perché poi, quando parla con il padre Abramo, dice: “Ma inviami Lazzaro”: ah, sapeva anche come si chiamava! Ma non gli importava. Era un uomo peccatore? Sì. Ma dal peccato si può andare indietro: si chiede perdono e il Signore perdona. Questo, il cuore lo ha portato su una strada di morte a tal punto che non si può tornare indietro. C’è un punto, c’è un momento, c’è un limite dal quale difficilmente si torna indietro: è quando il peccato si trasforma in corruzione. E questo non era un peccatore, era un corrotto. Perché sapeva delle tante miserie, ma lui era felice lì e non gli importava niente».

 

Francesco evidenzia la necessità di accorgersi quando si è sulla strada «scivolosa dal peccato alla corruzione»: «Cosa sento, io – si chiede – quando al telegiornale» si vede che «è caduta una bomba là, su un ospedale, e sono morti tanti bambini», la «povera gente»? Si recita una preghiera e poi si continua a vivere come se niente fosse? «Entra nel mio cuore questo» o «sono come questo ricco che il dramma di questo Lazzaro, del quale avevano più pietà i cani, non entrò mai nel cuore?». Se fosse così ci si troverebbe in un «cammino dal peccato alla corruzione», puntualizza.

 

Perciò, bisogna chiedere a Dio: «“Scruta, o Signore, il mio cuore. Vedi se la mia strada è sbagliata, se io sono su quella strada scivolosa dal peccato alla corruzione, dalla quale non si può tornare indietro” – abitualmente: il peccatore, se si pente, torna indietro; il corrotto – osserva – difficilmente, perché è chiuso in se stesso». Dunque «”Scruta, Signore, il mio cuore”: che sia oggi la preghiera. “E fammi capire in quale strada sono, su quale strada sto andando”».

O. Romero nel ricordo di Turoldo e T.Bello

il ricordo di Oscar Romero nelle parole di don Tonino Bello e di David Maria Turoldo

omelia pronunciata da don Tonino Bello nella Basilica dei Santi Apostoli in Roma nel settimo anniversario del martirio di Oscar Romero
 
Carissimi fratelli e sorelle, 
ci siamo riuniti in questa stupenda basilica dei Dodici Apostoli in Roma per celebrare non l’exploit degli uomini, ma l’exploit di Dio. 
Ricordare un martire, infatti, significa individuare il punto in cui la Parola si gonfia così tanto, che la sua piena rompe gli argini e straripa in colate di sangue. Che è sempre il sangue di Cristo: quello del martire ne è come il sacramento. 
Oscar Romero, perciò, è solo lo squarcio della diga. Gli innumerevoli testimoni che hanno dato la vita per Cristo, e che stasera ricordiamo in questa liturgia pasquale, sono solo il varco da cui il Dio dell’alleanza fa sgorgare sulla terra, in cento rigagnoli, i fiotti della sua fedeltà. 
Al Dio dei martiri, quindi, più che ai martiri di Dio, gloria, onore e benedizione. 
Se, però, il sangue dei martiri, è sacramento del sangue di Cristo, ci sarà pur lecito stasera sostare in riverente contemplazione dinanzi a questo sangue. 

in memoria del vescovo Romero di David Maria Turoldo

In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,

vi ordino: non uccidete!

Soldati, gettate le armi…

Chi ti ricorda ancora, fratello Romero?

Ucciso infinite volte

dal loro piombo e dal nostro silenzio.

Ucciso per tutti gli uccisi;

neppure uomo,

sacerdozio che tutte le vittime

riassumi e consacri.

Ucciso perché fatto popolo:

ucciso perché facevi

cascare le braccia

ai poveri armati,

più poveri degli stessi uccisi:

per questo ancora e sempre ucciso.

Romero, tu sarai sempre ucciso,

e mai ci sarà un Etiope

che supplichi qualcuno

ad avere pietà.

Non ci sarà un potente, mai,

che abbia pietà

di queste turbe, Signore?

nessuno che non venga ucciso?

Sarà sempre così, Signore?

 

 

Boff e la ‘cultura della pace’

alla cultura della violenza opponiamo la cultura della pace

Leonardo Boff

 


LEONARDO-BOFFIl mio sentimento del mondo mi dice che viviamo all’interno di una violenza mondiale sistemica. Troppo lungo enumerare tutti i tipi di violenza, che però è così globalizzata, che il vescovo di Roma, il papa Francesco ha affermato per tre volte, che siamo dentro a una terza guerra mondiale. Non è impossibile che una nuova guerra fredda tra USA, Russia e Cina finisca per scatenare un conflitto nucleare.

Se si verifica questa tragica eventualità, sarà la fine del sistema vita e della specie umana. Questo stato di permanente belligeranza deriva dalla logica del paradigma civilizzatore affermatosi lentamente per secoli fino, ad arrivare alla forma parossistica dei nostri giorni: l’illusione che l’essere umano sia un “piccolo dio” che si colloca al di sopra delle cose per dominarle e accumulare benefici a costo di danneggiare la natura e intere popolazioni. Abbiamo perso la nozione di appartenenza alla terra e che siamo parte della natura. Tale coscienza ci porterebbe a una confraternizzazione con tutti gli esseri di questo magnifico pianeta.

Urge un nuovo rapporto con la natura e con la Terra, rapporto fatto di sinergia, rispetto, convivenza, attenzioni e senso di responsabilità collettiva.

Questa relazione conviviale è sempre stata viva in tutte le culture dell’Occidente e dell’Oriente, specialmente tra i nostri popoli nativi, che nutrono un profondo rispetto verso la Terra.

Nella nostra cultura abbiamo la figura emblematica di San Francesco di Assisi aggiornata dal vescovo di Roma Francesco, nella sua enciclica Laudato si: cura della Casa Comune. Proclama il poverello di Assisi “Santo Patrono di tutti coloro che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia…Per Francesco, qualsiasi creatura era sorella unita a lui con vincoli di amore. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto quello che esiste”(n.10 e 11). Con un certo humor ricorda che “Francesco chiedeva che in convento si lasciasse sempre una parte dell’orto dedicata alle piante selvatiche (n.12), perché anch’esse, a modo loro, lodano Dio.

Questo atteggiamento di tenerezza lo conduceva a spostare, durante le passeggiate, eventuali lombrichi che rischiavano di essere schiacciati lungo il sentiero.

Per San Francesco tutti gli esseri sono animati e personalizzati. Per intuizione spirituale scoperse quello che noi sappiamo oggi per via scientifica (Crick e Dowson, quelli che hanno decifrato il DNA) che tutti noi viventi siamo parenti, cugini, fratelli e sorelle: il sole, la luna, il, lupo di Gubbio perfino la morte. Questa visione supera la cultura della violenza e inaugura la cultura dell’amore e della pace.

San Francesco realizzò pienamente la splendida definizione che la Carta della Terra ha trovato per la pace: “E’ quella pienezza creata da relazioni corrette con se stessi, con le altre persone, altre culture, altre vite, con la Terra, con il Tutto più grande di cui siamo parte”(n.16).

Il papa Francesco pare aver realizzato le condizioni per la pace come predica dappertutto e personalmente dimostra. Ha espresso emotivamente un pensiero che sempre ritorna nell’enciclica: “Tutto sta in relazione, e tutti noi esseri umani camminiamo uniti, fratelli e sorelle in un meraviglioso cammino, abbracciati nell’amore che Dio ha per le sue creature e che ci unisce pure con sentimenti di tenero affetto al fratello Sole, alla sorella Luna, al fratello fiume, e alla Madre Terra” (n.92).

Altrove ha trovato la seguente formulazione, ora critica: “E’ necessario risvegliare la coscienza che siamo un’unica famiglia umana. Non ci sono frontiere né barriere politiche o sociali che permettano di isolarsi e perciò stesso, è proprio per questo non c’è spazio per globalizzare l’indifferenza (n.52).

Da questo atteggiamento di totale apertura, che tutti abbraccia e nessuno viene escluso è nata una pace imperturbabile, senza paura né minacce, pace di coloro che si sentono sempre in casa con genitori, fratelli, sorelle con tutte le creature.

Invece di violenza, pone i fondamenti della cultura della pace: amore, capacità di sopportare le contraddizioni, perdono, misericordia e riconciliazione al di là di ogni presupposto e esigenza previa.

Quando l’enciclica abborda il problema della pace, il vescovo di Roma, Francesco, ripete quello che Gandhi e altri avevano già detto: “La pace non è assenza di guerra. La pace interiore delle persone ha molto a che vedere con la cura, con l’ecologia e il bene comune, perché quando è vissuta autenticamente riflette un equilibrato stile di vita, alleato alla capacità di ammirazione che porta alla profondità della vita, la natura è piena di parole e di amore (n.225). In un altro passo afferma: “La gratuità ci conduce ad amare e accettare il vento, il sole, le nuvole, anche se non stanno sotto il nostro controllo. Così possiamo parlare di fratellanza universale” (n.228).

Con questa sua visione della pace e della gratuità, egli rappresenta un altro modo di-essere- e-di-stare-nel-mondo-con gli altri, una alternativa al modo di essere della modernità che sta fuori e sopra gli altri non insieme con gli altri convivendo nella stessa Casa Comune.

La scoperta e l’esperienza vissuta di questa fratellanza cosmica ci aiuterà a uscire dalla crisi attuale, ci renderà l’innocenza perduta e ci farà venire la nostalgia del paradiso terrestre, i cui segni possiamo anticipare.


*Leonardo Boff è columnist del JB on line e ha scritto Francesco d’Assisi, Francesco di Roma. Una nuova primavera per la Chiesa, EMI 2014.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

originale in: https://leonardoboff.wordpress.com/2017/03/21/alla-cultura-della-violenza-opponiamo-la-cultura-della-pace/

superare i ‘campi-ghetto’ per i rom: ma come nel rispetto delle singole persone?

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torna la stagione dei campi-ghetto

anzi, non si è mai fermata

 
Rom, torna la stagione dei campi-ghetto. Anzi, non si è mai fermata
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presidente Associazione 21 luglio
Il ritorno alla triste stagione dei campi rom è dietro l’angolo e diverse amministrazioni – le stesse che in campagna elettorale sulla questione avevano promesso una discontinuità con il passato – stanno cedendo alla tentazione di continuare a investire sui ghetti etnici.Secondo una mappatura che prossimamente verrà resa pubblica da Associazione 21 luglio, sono 149 in Italia, gli insediamenti per soli rom progettati, realizzati e gestiti dalle amministrazioni locali. Espressione architettonica di una politica fondata sulla discriminazione e sul disprezzo, rappresentano, per numero e diffusione, la stortura di un Paese definito, a partire dal 2000, “Campland”, il Paese dei campi. Sono dappertutto, da Nord a Sud e al loro interno sono concentrati cittadini italiani e stranieri, extracomunitari e rumeni, tutti accomunati dalla stessa origine rom.   

L’Europa dei diritti umani li ha chiamati “spazi di segregazione istituzionale”; noi preferiamo forme più colorite e bizzarre: “villaggi attrezzati”, “campi sosta”, “villaggi della solidarietà”, “aree sosta”, “campeggi”. Termini bucolici che addolciscono immagini di vite alienate di generazioni che hanno visto le loro esistenze consumarsi dentro non-luoghi. Buchi neri senza fondo che per anni hanno incanalano risorse pubbliche fuori controllo, frequentati da quanti hanno barattato illeciti guadagni con la violazione dei diritti umani.

La loro massima diffusione è avvenuta nel periodo della cosiddetta “Emergenza nomadi” quando, nel 2008, il ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni paragonò la presenza di 12.000 rom in 5 regioni italiane a una catastrofe naturale e 100 milioni furono destinati a costruire nuovi ghetti dove concentrare esseri umani in nome della sicurezza nazionale. Quel triennium horribile finì sotto la scure della Consiglio di Stato che ne decretò l’illegittimità. L’Italia doveva uscire da quella vergogna e nel 2012, presentando la Strategia nazionale per l’inclusione dei Rom, si impegnò davanti all’Europa a raggiungere entro il 2020 il definitivo “superamento dei mega insediamenti monoetnici”. Ma da quel giorno si è assistito, in 22 Comuni italiani, alla costruzione di nuovi campi per una spesa complessiva di quasi 32 milioni di euro: circa 30.000 euro per ogni famiglia interessata. Invano l’Onu anche lo scorso anno, ha esplicitamente richiamato l’Italia, intimando la “cessazione di qualsiasi piano volto a predisporre nuovi campi segregati che separino i rom dal resto della società”.  

La Capitale, con i suoi sette “villaggi” e undici “campi tollerati” detiene il triste primato di città con il più alto numero di insediamenti. Nessuna giunta si è sottratta a mantenere in vita il perverso sistema. E’ dei giorni scorsi la notizia che l’amministrazione pentastellata realizzerà un nuovo insediamento per soli rom nel XV Municipio: un milione e mezzo di euro di soldi pubblici per discriminare. Perché questo sono i “villaggi romani”: luoghi di discriminazione istituzionale. Non lo dichiarano le associazioni per i diritti umani ma lo ha sentenziato un giudice del Tribunale Civile nel 2015. Anche il Comune di Napoli non è da meno e tra poche settimane inaugurerà l’insediamento in via del Riposo realizzato con una spesa superiore al mezzo milione di euro.

Nell’ultimo mese ho incontrato gli assessori alle politiche sociali delle due metropoli. “Non si tratta di nuovi campi – hanno tenuto a precisare all’unisono – perché la loro apertura comporterà la chiusura di altri. E poi, si tratta di campi provvisori fatti per evitare di buttare famiglie per strada”. Considerazione banale e ingenua perché dimentica del fatto che è sempre stato così: è la storia di un nomadismo forzato da un campo all’altro. Prima lo si faceva in nome della sicurezza, oggi si ha l’ipocrisia di invocare i diritti delle persone. E’ in fondo questa la discontinuità di amministrazioni governate da movimenti e liste civiche dalle quali ci si aspettava ben altro. Non è un caso che altre città, come Torino e Cagliari, anch’esse governate da forze politiche di rottura rispetto al passato, stiano seriamente prendendo in esame l’opzione di ripartire da nuovi campi per soli rom.

E’ questa l’altra faccia di un razzismo di Stato con cui dobbiamo abituarci a fare i conti. Non quello prevedibile che invoca sgomberi e promette ruspe, ma quello strisciante che costruisce gabbie per senso di bontà e solidarietà, che promette che sarà l’ultima volta perché i rom vanno inclusi ma gradualmente e senza fretta, perché “noi mica siamo come gli altri”. Di questo, purtroppo, ce ne siamo accorti.

il teologo Tamayo fa il bilancio dei 4 anni di papa Francesco

 

Francesco quattro anni dopo. Economia, ecologia, riforma della Chiesa e patriarcato

Francesco quattro anni dopo

Economia, ecologia, riforma della Chiesa e patriarcato

da: Adista Segni Nuovi n° 13 del 01/04/2017
 

I tempi storici nella Chiesa cattolica sono lunghi, molto lunghi, quasi eterni. La storia sembra indugiare, la tendenza è a dare risposte del passato a domande del presente. I cambiamenti però sono lenti e, quando si producono, hanno un percorso breve e una breve durata. Così è successo con il Concilio Vaticano II (1962-1965), convocato da Giovanni XXIII per riformare la Chiesa che era ancorata al Medioevo. Quella primavera ecclesiale è durata appena un lustro ed è stata seguita da un lungo periodo invernale. Francesco, tuttavia, sembra aver interrotto la stasi del tempo ecclesiastico. Non è passato un lustro dalla sua elezione – il suo pontificato è iniziato il 13 marzo del 2013 – e già si può parlare di vera rivoluzione – incruenta, beninteso – o di cambio di paradigma.

Le priorità del papa argentino distano molto da quelle dei suoi predecessori. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (prima come capo dell’onnipotente Congregazione per la Dottrina della Fede e poi come papa) hanno dato priorità, fino all’ossessione, alla dottrina, alla morale e alla disciplina ecclesiastica. La dottrina è stata formulata dogmaticamente nel Catechismo della Chiesa cattolica con la conseguente condanna delle teologhe e dei teologi che deviano dall’ortodossia. È stato uno dei periodicon maggior numero di sanzioni teologiche del secolo XX.

La disciplina è stata fissata nel “nuovo” Codice di Diritto Canonico con sanzioni e pene per i trasgressori del rigido ordine ecclesiastico (ma non per i pedofili, che in molti casi hanno continuato ad esercitare le loro funzioni pastorali con totale impunità, con un semplice cambio di attività). La morale imposta dai papi non si è retta sull’etica radicale della sequela di Gesù, ma è stata ridotta a “moraluccia” repressiva della sessualità, negatrice delle differenti identità sessuali che non coincidono con la concezione binaria e con la condanna del divorzio, dell’aborto, dell’omosessualità, dei metodi contraccettivi, delle relazioni prematrimoniali, della fecondazione in vitro, ecc.

Le priorità di Francesco vanno in altra direzione e sono l’economia, l’ecologia e la riforma della Chiesa. All’economia ha dedicato l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, secondo me la più severa condanna dell’attuale modello sociale ed economico, che definisce ingiusto alla radice, mentre considera l’iniquità origine dei mali sociali e generatrice di violenza. Evangelii gaudium è in piena sintonia con i movimenti popolari mondiali, con i quali Francesco si è riunito in tre occasioni, identificandosi con le loro rivendicazioni di Terra, Lavoro e Casa (rivendicazioni che Francesco ha riassunto nelle tre T: Tierra, Trabajo y Techo, ndt). A dir la verità, anche Giovanni Paolo II si espresse in modo molto critico nei confronti del neoliberismo nelle sue encicliche sociali.

L’orizzonte etico di Francesco è l’opzione per i poveri, marchio d’identità della Teologia della Liberazione, la solidarietà che decide di devolvere ai poveri quello che è stato loro rubato. L’etica porta a condividere, giacché, secondo Giovanni Crisostomo, «non condividere con i poveri i propri beni equivale a derubarli e a sottrar loro la vita. Non sono nostri i beni che abbiamo, ma loro». Il papa propone come alternativa il «ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano».

Francesco è il primo papa che ha dedicato un’enciclica all’ecologia, con il titolo Laudato si’. Nell’attenzione alla Casa comune, con la critica all’«antropocentrismo dispotico» e alle diverse forme di potere distruttivo della tecnologia tanto della natura come delle relazioni sociali, difende una visione olistica del cosmo del quale gli esseri umani fanno parte, crede necessario armonizzare l’attenzione alla Terra e agli esseri umani, soprattutto i più vulnerabili, colloca alla pari la giustizia economica e la giustizia ecologica e dichiara il diritto della Terra ad essere felice.

La terza priorità nella quale papa Francesco ha posto uno speciale impegno è la riforma della Chiesa. Lo ha fatto dal principio con la sua proposta di una Chiesa povera e dei poveri e lo va esemplificando con il suo stile di vita austero e la sua denuncia delle patologie della Curia, del corpo episcopale e del clero quando deviano dalla testimonianza evangelica. La riforma ecclesiale è in contiguità con l’aggiornamento di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, che contrasta con il modello controriformista e restaurazionista di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

Tuttavia, è nell’ambito della riforma interna della Chiesa cattolica che si stanno producendo le maggiori resistenze e i minori avanzamenti. Le resistenze provengono da vari fronti: dalla Curia e, all’interno di essa, dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dal card. Gerhard Müller, nominato da Benedetto XVI poco prima delle sue dimissioni per assicurare che il deposito della fede rimanesse incolume; da un settore importante dell’episcopato, che resiste a seguire il solco segnato da Francesco; e dai movimenti cristiani neoconservatori, che continuano a rimanere ancorati al paradigma ecclesiale dei papi precedenti.

Lo stesso Francesco, credo, non ci ha indovinato con la creazione di una Commissione di cardinali che lo assistano nella riforma ecclesiale. Sono tutti maschi, membri dell’alto ordine ecclesiale, “principi della Chiesa”. Non ci sono laici – né uomini, né donne -, né teologhe né teologi, né rappresentanti di Comunità ecclesiali di base, né membri di congregazioni religiose. Altro errore è stato nominare membro e coordinatore della suddetta Commissione l’arcivescovo dell’Honduras, card. Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, che appoggiò il colpo di Stato del 28 giugno del 2009 contro il presidente Manuel Zelaya e riconobbe il governo di Roberto Micheletti nato dal golpe. Come può appoggiare la democratizzazione della Chiesa universale una persona che ha contribuito alla defenestrazione di un presidente eletto democraticamente nel suo Paese?

A parte alcune dichiarazioni in favore dell’uguaglianza di uomini e donne e di alcuni tentativi di inserire le donne in posti subalterni, credo che nella Chiesa cattolica si continui a mantenere il patriarcato allo stato puro, cioè come sistema di dominio sulle donne, basato sulla mascolinità sacra («Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio», diceva Mary Daly). (Mary Daly fu filosofa e teologa statunitense femminista, di estrazione cattolica, autrice nel 1968 de La Chiesa e il secondo sesso, ndt). Un patriarcato che si traduce nell’esclusione delle donne dal ministero ecclesiale, dall’accesso diretto al sacro, dalle funzioni direttive, dall’elaborazione della dottrina teologica e morale, e nella negazione dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

La Chiesa cattolica continua ad essere configurata, anche oggi, come una patriarchia. Fino a che non si conformerà come una comunità egualitaria – non clonica – di uomini e donne, ogni tentativo di riforma finirà con un pieno fallimento.

* Juan José Tamayo è direttore della Cattedra di Teologia e Scienze delle Religioni “Ignacio Ellacuría”, Università Carlos III di Madrid

* Foto di Jeffrey Bruno tratta da Wikimedia Commons, licenza e immagine originale

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

 

ANDÒ, SI LAVÒ E TORNÒ CHE CI VEDEVA

commento al vangelo della domenica quarta di quaresima (26 marzo 2017) di p. Alberto Maggi:

Gv 9,1-41

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè  ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Il capitolo 9 del vangelo di Giovanni contiene un severo atto di accusa contro la cecità di un’istituzione religiosa, per la quale il bene della dottrina è più importante del bene dell’uomo. Il contesto, Gesù esce, o meglio scappa dal tempio, dopo un tentativo di lapidazione, ma, uscendo dal tempio, incontra le persone che non possono entrare nel tempio, gli esclusi. Leggiamo il capitolo 9 di Giovanni. “…passando vide un uomo cieco dalla nascita”, la cecità non era considerata un’infermità, ma un castigo, una maledizione inviata da Dio per le colpe degli uomini. Per discolpare Dio dei mali, si accusava l’uomo. Perché esiste il male? Perché l’uomo ha commesso un peccato, e il Signore lo castiga. “…e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?»”, quindi che la cecità sia una conseguenza del peccato, era indubbio, il problema era sapere se aveva peccato già l’individuo, o i suoi genitori. Gesù esclude tassativamente alcun rapporto tra il male, il peccato e il castigo divino. Dice: non “ha peccato né lui, né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Gesù continua l’azione creatrice del Padre e, a questo individuo, dopo aver detto che lui è la luce del mondo, “fece del fango con la saliva, lo spalmò sugli occhi”, sono gli stessi gesti che ha fatto il creatore, nella creazione del primo uomo, Gesù continua la sua azione creatrice. Poi lo manda nella piscina di Siloe, questa piscina importante di Gerusalemme, che significa, sottolinea l’evangelista, l’“Inviato”, perché? Andando verso l’inviato, Gesù, che ha detto di sé: sono la luce del mondo, si recupera la vista. Infatti “Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. Ma cominciano i problemi per questo individuo, che non viene riconosciuto, non viene riconosciuto dai vicini, alcuni dicono: è lui, non è lui, ma come fanno a non riconoscerlo? Non è che gli sono cambiati i connotati, prima non aveva la luce degli occhi, ora è tornato a vedere, ha recuperato la vista. Perché non viene riconosciuto? Perché quando si incontra Gesù, si acquista una libertà, una dignità tale che si è come prima, ma si è completamente diversi. E lui, l’ex cieco, risponde non sono io, ma “io sono!”, rivendica per sé il nome divino, il nome esclusivo che, nella Bibbia, è adoperato per Dio, e, nei vangeli, per Gesù. Perché? Come è scritto nel prologo di Giovanni, a quanti lo hanno accolto, a Gesù, ha dato la capacità  di diventare i figli di Dio. Allora incomincia una serie di interrogatori, e, per la prima volta, ben sette volte sarà ripetuto, gli chiedono: ”«In che modo ti sono stati aperti gli occhi?»” È questo il tema di questo brano: aprire gli occhi era un segno della liberazione che il messia avrebbe portato de(a)ll’oppressione del popolo. C’è un cieco che ha recuperato la vista, è una cosa buona, ma il popolo non può avere un’opinione, il popolo deve essere sempre sottomesso a quello che pensa(no) le autorità religiose, sono loro che gli dicono se è bene e male, o no. Allora lo portano  dai farisei, leader spirituali del popolo, quello che era stato cieco, ed ecco il problema qual era: era un sabato. Di sabato bisogna osservare quello che è considerato il comandamento più importante, c’è una serie di lavori, ben 1521 azioni che sono proibite e, tra queste, c’è fare del fango e curare gli ammalati, quindi qui c’è stata una trasgressione, una violazione del sabato. E i farisei di nuovo gli chiedono come ha recuperato la vista, e danno una sentenza: “quest’uomo”, Gesù, “non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. Per loro venire o no da Dio, dipende dall’osservanza o meno della legge. Per Gesù venire o no da Dio, invece, dipenderà dall’atteggiamento che si ha nei confronti dell’uomo, ma, per loro, l’unico criterio di giudizio è l’osservanza della legge. Però c’è dissenso, altri gli chiedono: ma come può un peccatore compiere qualcosa del genere? Lo chiedono di nuovo al cieco, e qui c’è l’ironia dell’evangelista, i farisei ambivano al titolo di guide dei ciechi, e sono ciechi, invece quello che era stato cieco, ora ha riacquistato la vista, lui dice “è un profeta”, loro hanno detto “non viene da Dio”, lui dice è un profeta, quindi viene da Dio. Entrano in campo le massime autorità  religiose, i Giudei, che in questo vangelo non indica(no) con questo termine il popolo, ma i capi religiosi, che non vogliono credere che fosse stato cieco. Per difendere la loro dottrina, negano l’evidenza: le autorità religiose, di fronte ai nuovi avvenimenti della vita, non avendo risposte da dare, si intrecciano nell’assolutismo della loro dottrina, negano l’evidenza, pur di non trovare contraddizioni nella loro dottrina, e lo intimidiscono. Intimidiscono i genitori con un interrogatorio, nel quale mettono in dubbio che sia loro figlio, che sia nato cieco, e i genitori rispondono in una maniera, che sembra codarda: noi non lo sappiamo, lui c’ha la sua età, chiedetelo a lui. Perché rispondono così? Lo dice l’evangelista: “questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei”, i capi religiosi, che “avevano già  stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come il Cristo, venisse  espulso dalla sinagoga”. Essere espulsi dalla sinagoga non significa essere cacciati da un luogo di culto, il che non sarebbe poi un gran danno, ma significava l’esclusione dalla vita civile, dalla vita sociale. Con gli espulsi dalla sinagoga occorreva tenere una distanza di ben 2 metri, non si poteva né comprare, né vendere nulla, e quindi era la morte civile. “Di nuovo chiamarono l’uomo”, che, da  miracolato, passa ad imputato, e gli dissero: “dà gloria a Dio!”, questa è una formula, un’espressione che significa riconoscere, confessa la verità, anche se viene a tuo svantaggio, a tuo scapito. E la sentenza. Mentre i farisei erano divisi tra chi diceva che era un peccatore e chi diceva ma come fa un peccatore, loro non hanno dubbi: le autorità  religiose non hanno mai dubbi, per loro è tutto chiaro: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”, ed ecco qui entra tutta l’ironia dell’ex cieco, che risponde praticamente dicendo: sentite, io di teologia non so niente, io parlo della mia esperienza, e infatti dice “se sia un peccatore non lo so”, questo è affare vostro se sia un peccatore o meno, “una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo”, lui parla in base alla propria esperienza, voi dite che è un peccatore, a me non interessa, la mia esperienza dice che per me questo è positivo. L’evangelista qui sta dicendo che il primato della coscienza è il più importante di qualunque dottrina, fosse pure una legge divina: il bene e il male lo decide l’uomo in base alla propria esperienza, non in base a una dottrina, che decreta quello che è bene o quello che è male. Quindi lui dice: io in campo teologico non mi ci metto, parlo della mia esperienza. E di nuovo, per la quinta volta, per ben sette volte gli chiederanno “come ti ha aperto gli occhi?”, è questa la preoccupazione delle autorità  religiose, perché se il popolo apre gli occhi, per loro è finita, è la fine di tutto. E, sempre con ironia, quello che era stato cieco, chiede: “ma volete diventare discepoli anche voi?”. Quando le autorità religiose non sanno come rispondere, come ribattere, passano alla violenza, violenza verbale prima, e, se possibile, anche quella fisica, “lo insultarono”, dice tu sarai il discepolo, noi siamo i discepoli di Mosè, loro non seguono Gesù vivente, ma un morto, Mosè, “noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio”, e, poi, con un termine dispregiativo – nei vangeli i capi, i farisei non nomineranno mai Gesù, ma sempre useranno questa espressione – “questo non sappiamo di dove sia”.
E qui entra il buon senso dell’ex cieco nato: il buon senso della gente è più vero e più importante dei valori della dottrina, e lui fa un ragionamento molto semplice: ma non si è mai sentito dire che un cieco nato abbia recuperato la vista, se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla. È talmente chiaro, come fanno le autorità religiose a non comprendere questo? Non sapendo come controbattere, gli replicano con violenza: “sei nato tutto nei peccati e insegni a noi”, loro non desiderano apprendere, loro sono quelli che insegnano, “e lo cacciarono fuori”. Il povero ex cieco nato dovrebbe tornare ad essere cieco, per dare loro ragione. Aver riacquistato la vista è un male, perché questa vista l’ha riacquistata attraverso un peccatore. Ma, cacciato dalla religione, non è un danno, perché trova la fede, trova Gesù che lo accoglie, lui dà adesione a Gesù, e il brano termina con una sentenza molto severa di Gesù ai farisei, che ambivano al titolo di guide dei ciechi. Gesù dice loro: “«Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane»”. Qual è la cecità? Quando si mette il bene della dottrina della legge al primo posto, prima ancora del bene degli uomini, questa è la cecità che impedisce di leggere gli avvenimenti della storia.

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