la ‘lettera di natale’ dei preti del triveneto

 

Una rinnovata passione per Dio e per l'uomo

una rinnovata passione per Dio e per l’uomo

 
 

 la “lettera di natale 2017” di un gruppo di preti del triveneto

(pubblicata, come ogni anno, sul sito del Centro Balducci)

una rinnovata passione per Dio e per l’uomo insieme a papa Francesco 

Care amiche e cari amici il saluto più cordiale e amichevole a tutte voi, a tutti voi.

Ci sentiamo sollecitati, anche quest’anno, in prossimità del Natale, a condividere con voi esperienze, riflessioni, dubbi, preoccupazioni, interrogativi e l’esistenza di una possibile speranza. Siamo preoccupati come tanti di voi, per la situazione del mondo attuale, considerando insieme le nostre comunità locali e quella planetaria, nell’interdipendenza sempre più evidente e quotidiana della famiglia umana. Lo siamo anche come uomini e preti per lo scarto evidente tra il segno straordinario della presenza, delle parole e dei gesti di papa Francesco e la scarsa ricaduta nelle Diocesi e nelle parrocchie in diverse delle quali si procede come se il Vescovo di Roma non ci fosse. 

I MOTIVI DI PREOCCUPAZIONE

La condivisione delle preoccupazioni di tante persone che incontriamo in situazioni di povertà, di tribolazione, di abbandono si congiunge con le cause strutturali dell’impoverimento, della fame, delle oppressioni, della violazione dei diritti umani, delle guerre, della distruzione della Madre Terra e di tante espressioni della vita; dei diffusi atteggiamenti di pregiudizio, discriminazione e razzismo nei confronti dei diversi, in modo particolare degli immigrati. Avvertiamo la distanza abissale fra la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, di cui il prossimo 2018 si celebrerà il 70° anniversario, la nostra Costituzione, i principi ispiratori delle religioni, in particolare per quanto ci riguarda il Vangelo di Gesù di Nazaret e le diffuse e persistenti situazioni drammatiche che permangono su scala planetaria e che riguardano la vita di centinaia di milioni di persone. Le tante iniziative ed esperienze positive, per altro indispensabili e ammirevoli, pare non favoriscano processi di cambiamento strutturale di fronte alla forza straripante delle multinazionali, delle concentrazioni finanziarie, dell’esaltazione in varie forme del capitalismo, che per perseguire il suo fine perverso opprime, impoverisce, distrugge. Appunto ci preoccupa la mancanza di cambiamenti significativi che può indurre pericolosamente a fatalismo, rassegnazione e chiusura in ambiti individualistici. Siamo preoccupati della situazione attuale della politica, della crisi profonda di progetti, di contenuti, di rappresentanza, di metodo, sia a livello regionale sia nazionale, europeo e mondiale. La passione per il bene comune, la dedizione, la competenza nell’affrontare le questioni, la sperimentazione “dell’arte di uscire insieme dai problemi”, come don Milani e i suoi alunni hanno definito la politica, troppe volte sono assenti, per il prevalere di incompetenza, approssimazione, affidamento alla forza delle immagini e degli slogan gridati, che sostituiscono analisi, riflessioni e proposte serie. La dimensione gravemente mancante è soprattutto quella che dovrebbe sempre caratterizzare la politica, che è indispensabile per il governo della polis ai diversi livelli: il rapporto stretto, continuo, di ascolto e di partecipazione con i cittadini. Si potrebbe dire: meno riunioni nelle stanze riservate della politica e molti più incontri con le persone dei paesi, dei quartieri, delle città per percepire in diretta le situazioni, le storie delle persone, i bisogni, le attese, le speranze. 

CAMMINIAMO CON PAPA FRANCESCO

Abbiamo interamente dedicato a lui la lettera del Natale del 2013. La sua presenza come Vescovo di Roma e Papa ci ha fin dall’inizio incoraggiato e sostenuto; abbiamo percepito, in linea con papa Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, la Chiesa in cui crediamo e per cui ci impegniamo: in mezzo alla gente, povera e dei poveri, al servizio umile e disinteressato dell’umanità, liberandosi da ogni volontà di dominio e di prestigio, di alleanze con i poteri di questo mondo. Papa Francesco esprime con le parole quello che vive e il suo stile di vita rende credibili i suoi messaggi. Parole e gesti si intrecciano, si richiamano gli uni negli altri. La sua proposta non è ristretta nell’ambito di una Chiesa autoreferenziale, bensì percepita da tutta l’umanità. La fede nel Dio di Gesù e il riferimento continuo al suo Vangelo, l’attenzione ai poveri, ai migranti; la denuncia della follia di ogni guerra, dei produttori e dei commercianti di armi, le chiare prese di posizione contro la corruzione e le organizzazioni criminali delle mafie, l’attenzione agli operai, la condivisione esplicita delle lotte dei movimenti popolari mondiali, l’Enciclica Laudato si’ sulla custodia e la cura della casa comune sono alcune indicazioni del suo insegnamento. A proposito della Laudato si’, esprimiamo la nostra delusione per come, dopo poco tempo, nella Chiesa, salvo rare eccezioni, non abbia più alcuna attenzione. Noi pensavamo che per le Diocesi diventasse un testo di riflessione e di riferimento per un tempo significativo e nei seminari di studio e approfondimento per coloro che si preparano a diventare preti. Abbiamo registrato un totale disinteresse anche nel mondo politico: data la sua articolazione e ampiezza il testo avrebbe, a nostro avviso, costituito un’interessante riflessione su una questione decisiva

della nostra vita e di quella delle generazione future. Ci interroghiamo sul perché papa Francesco sia amato e sostenuto nella Chiesa e da tante persone che non si riferiscono ad essa e sia invece osteggiato e criticato da tante persone della Chiesa, anche preti, vescovi, cardinali, dai potentati finanziari e dai gruppi di potere mondiali e da chi prende da lui le distanze per la sua continua insistenza sull’attenzione ai poveri, ai deboli, ai migranti, per uno stile di vita sobrio ed essenziale. Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere dottrinale: la dottrina è certo importante ma sempre in relazione con le storie delle persone. Gesù di Nazaret non ha annunciato una dottrina, bensì ha proposto un nuovo modo di essere con se stessi, con gli altri, con Dio, con il denaro e con tutte le realtà del mondo. Chi identifica la fede con la dottrina ritiene che il papa sia in essa incerto, con riferimento alle indicazioni etiche, in particolar modo a quelle riferite ai rapporti di amore e alla sessualità. Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere centralizzato, a cominciare da quello inquietante della curia romana, con riferimento a tutte le concentrazioni di potere piccole o grandi nelle Diocesi e nelle parrocchie, per riproporre la Chiesa popolo di Dio in cammino nella storia, sinodale in cui il dialogo, il confronto, le decisioni sono comuni, non del vescovo o del prete e di alcuni collaboratori scelti a propria immagine e somiglianza. Non una Chiesa gerarchica, bensì di comunione, dove l’autorità svolge il suo compito che si caratterizza per un servizio umile e disinteressato alla comunità. Papa Francesco cerca di liberare le Chiesa dall’intreccio fra potere economico e politico. Le concentrazioni finanziarie delle IOR con i poteri occulti coinvolti, gravissimo scandalo per la Chiesa, rimesse in discussione certo con fatica e con tempi lunghi; la prospettiva riguarda le Diocesi e le parrocchie e chiede un rapporto trasparente con il denaro finalizzato alla vita delle comunità e a un’autentica, non occasionale, solidarietà con i poveri. Lo stesso orientamento riguarda anche uno stile di vita semplice, sobrio, essenziale; abitazioni dignitose, ma non lussuose e ricercate; auto utilitarie, frequentazioni di persone semplici.

Per quanto riguarda il potere politico, la presenza di papa Francesco ha liberato con evidenza la Chiesa italiana dall’abbraccio compiacente con il potere; le stagioni del progetto politico della Chiesa in Italia hanno supportato rappresentanti e scelte politiche lontani dal Vangelo, ricevendone appoggio e sostegno economico. Il terreno dei cosiddetti “valori non negoziabili” è diventato di reciproche e strumentali compiacenze. La Chiesa è chiamata sempre a schierarsi, a prendere la parte dei poveri e dei deboli, senza identificarsi con una forza politica, perché, nell’incarnazione della storia, dovrebbe sempre esprimere quell’ulteriorità che porta a scorgere i poveri, i fragili, i deboli, dei quali anche un programma di schieramento rischia di non porli come priorità, se non addirittura di dimenticarsene. Perché, come ci ricorda il Papa, “la Chiesa è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce incontro al prossimo, sollecita a servire senza seguire poteri mondani che la rendono sterile”. Nella lunga campagna elettorale già iniziata per le elezioni regionali e politiche nella primavera del 2018, anche se non in modo evidente, espressioni della Chiesa saranno cercate. Sarà sempre importante non lasciarsi catturare da nessuno per poter vivere con libertà e coraggio la profezia della denuncia e della proposta dei diritti umani uguali per tutti o non più tali, per ogni situazione che offende la dignità delle persone; con una attenzione particolare a un fenomeno già perdurante: quello di utilizzare la religione strumentalmente per finalità di consenso, per acquisire voti. Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere liturgico, cioè da una liturgia autoreferenziale, che pretende la solennità esteriore. Celebra in modo semplice, con paramenti semplici, con il commento diretto e comprensibile del Vangelo. Ci pare importante ricordare la sua scelta molto significativa di celebrare ogni mattina l’Eucarestia a Santa Marta, con la comunità che si raccoglie, non nella cappella privata come i suoi predecessori, di aprire il Vangelo e commentarlo. Si può dire che questa modalità di essere non riguarda le singole giornate, ma l’intero progetto di Chiesa: Vangelo e vita, vita e Vangelo. La semplificazione nel senso positivo di avvicinarsi alle dimensioni più importanti, a quelle del mistero è criticata da coloro che, funzionari della religione, attendono il palcoscenico per l’esibizione. Papa Francesco non ha certo bisogno della nostra difesa; noi ancora una volta vogliamo pubblicamente dichiarare che camminiamo con lui per riformare la Chiesa. Fra le altre scorgiamo la motivazione fondamentale: lui ha parlato nuovamente al mondo di Dio, del Dio di Gesù che è misericordia, che è attento, si prende a cuore e si prende cura di tutte le persone qualsiasi siano le loro situazioni e condizioni. E’ questo il fondamento della “rivoluzione”, proprio perché la vera, grande questione riguarda Dio, la sua immagine, la sua percezione! Quale Dio dunque, dato che così facilmente oltre a poter essere insignificante è così spesso strumentalizzato per legittimare capitalismo, violenze, armi, guerre, razzismo, distruzione dell’ambiente?

Gesù di Nazaret ci libera da ogni possibile strumentalizzazione di Dio: il Vangelo delle Beatitudini e l’invito perentorio a riconoscerlo e ad accoglierlo nel più piccolo dei fratelli in difficoltà sono inequivocabili e non ammettono alibi. 

LA QUESTIONE DEI MIGRANTI

Già nella lettera dello scorso Natale abbiamo condiviso con voi alcune riflessioni sulla questione che non è una tra le importanti, bensì la più importante, quella decisiva, dirimente ogni altra anche perché ne assume in sé altre importanti, che sono le cause strutturali delle migrazioni forzate: impoverimento, dittature, violazione dei diritti umani, armi, guerre, disastri ambientali. Ricordiamo alcune connotazioni fondamentali: le migrazioni, sempre costanti nella storia dell’umanità, oggi hanno assunto una dimensione planetaria. Coloro che giungono fra noi ci rivelano qual è la situazione del mondo; chi sono loro; chi siamo noi: quali sono la nostra sensibilità, la nostra cultura, etica, politica, legislazione; qual è la nostra fede; ci rivelano la nostra storia. Un esempio: mai si ricorda negli incontri, tanto meno nei tanti strumentali dibattiti televisivi, che gli italiani del fascismo hanno usato i gas in Etiopia e bruciato nelle loro capanne donne e bambini. Quando arrivano oggi gli etiopi, dovremmo abbassare lo sguardo, provare vergogna e chiedere profondamente perdono. E’ fondamentale lo sguardo su coloro che arrivano perché questo esprime i vissuti e i pensieri del cuore. Perché nei paesi poveri dell’Africa, come ad esempio l’Uganda o in altri come il Pakistan o il Bangladesh, si accolgono i profughi con le risposte precarie possibili, senza muri, fili spinati, avversione pregiudiziale e altrettanto non avviene in Europa, in Italia, in Friuli Venezia Giulia e nel Veneto? Non intendiamo nascondere le complessità, ma questo non ci esime dall’esprimere un giudizio severo sulle istituzioni, sulla politica, sulla mentalità diffusa in una parte della popolazione, sugli inquietanti e pericolosi segnali di modi di pensare e di agire, come quelli dei gruppi neofascisti, che esprimono odio e pretendono che le persone diverse, in particolare i migranti, non siano presenti fra di noi. Il nostro paese al riguardo ha una memoria storica dolorosa se pensiamo alle leggi razziali del 1938 L’Europa ha dimostrato il suo volto peggiore; l’Italia ha il grande merito di aver salvato in mare decine e decine di migliaia di persone, ma non ha potuto evitare, anche perché lasciata sola, che in questi anni nel Mediterraneo i morti siano oltre a 40 mila. Durante la scorsa estate abbiamo constatato la criminalizzazione delle ONG, in generale della solidarietà e le scelte politiche del governo italiano nei confronti delle quali esprimiamo tutta la nostra contrarietà: per le modalità, i finanziamenti a gruppi motivati unicamente da interessi economici, le conseguenze di far continuare la prigionia dei migranti nei lager della Libia o di farli in essi ritornare, con torture e angherie di ogni genere e anche, come è stato documentato ultimamente, con la tratta degli schiavi. Il fatto che i migranti non arrivino o arrivino in numero minore si è trasformato in un cinico sollievo di una parte della popolazione italiana. La contrapposizione all’approvazione dello ius soli temperato ci pare veramente pretestuosa, faziosa, senza fondamenti credibili, un pretesto per l’avversione. Ci soffermiamo un momento sulla situazione delle regioni del nordest, con attenzione alla nostra, per rimarcare alcuni atteggiamenti e situazioni concrete che ci hanno addolorato e sdegnato. Ci chiediamo: perché la memoria storica dell’emigrazione di decine e decine di migliaia di emigranti friulani e giuliani insegna così poco? Perché la memoria storica della straordinaria solidarietà vissuta nel dopo terremoto non si trasforma in sensibilità dell’accoglienza E’ per noi sconcertante che l’annunciato arrivo di 10, 15, 18, 25 persone in un paese susciti reazioni viscerali di rifiuto a prescindere. E questo con l’invocazione della identità, della cultura, dell’essere a casa propria, dell’essere cristiani e cattolici. Certamente le istituzioni e la politica hanno le loro responsabilità nel non progettare, informare, predisporre, accompagnare, sostenere. Ma ugualmente queste reazioni di emotività irrazionale attengono all’antropologia, al nostro essere donne e uomini, in relazione con gli altri, nella storia in divenire. A proposito di progetti, nella Lettera di Natale 2016 ci siamo permessi di indicare le zone di montagna come possibilità di inserimenti progettuali di migranti a beneficio di tutti con il coinvolgimento di italiani. Auspichiamo che la politica finalmente possa porre attenzione a queste prospettive a cominciare dai programmi delle prossime elezioni con l’impegno di attuarli. Sentiamo l’esigenza di un salto di spiritualità incarnata nella storia, di cultura, di ripresa dei diritti umani fondamentali, di una politica seria che assuma le questioni e non le faccia diventare motivo di contesa e di lotta, senza costruire possibili risposte positive. Le paure indotte da diverse concause, i problemi sociali irrisolti degli italiani favoriscono un conflitto con chi arriva e l’indicazione di loro come responsabili dei problemi e delle mancate soluzioni. Papa Francesco nel messaggio per la celebrazione della 51a Giornata Mondiale della Pace, il 1o gennaio 2018, propone a tutta l’umanità una riflessione su migranti e rifugiati: “Uomini e donne in cerca di pace” ricordando che “quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano” e indica le quattro pietre miliari per l’azione: “accogliere, proteggere, promuovere, integrare”. Se poi nella nostra Regione si verificano in continuità con gli anni precedenti situazioni, come avvenuto nel periodo appena trascorso, di persone che dormono all’addiaccio (stranieri e italiani), a Pordenone, Trieste, Udine, Gorizia, della scandalosa condizione di coloro che in questa città hanno trovato l’unico riparo nella Galleria Bombi, allora significa che ci sono carenze e inadempienze a livello strutturale. Quella in cui stiamo vivendo è una situazione nuova in cui si prepara una nuova umanità di convivenza fra le persone diverse: dipenderà anche dalle scelte di oggi la qualità della convivenza del futuro. 

ATTENZIONE E PREMURA NEI CONFRONTI DEI POVERI, DEI DIVERSI, DEI CARCERATI 

Ci sentiamo preoccupati e addolorati per la mentalità che si diffonde nella nostra società di indifferenza e disprezzo nei confronti delle persone etichettate come diverse, del fastidio che si manifesta nei confronti dei deboli e dei poveri, della mentalità escludente e vendicativa nei confronti dei carcerati. Ogni volta che questo accade nelle città e nei paesi, constatiamo che vengono stracciate la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la nostra Costituzione, il Vangelo di Gesù di Nazaret, i principi ispiratori delle diverse religioni. Avvertiamo urgente e indispensabile una rinascita spirituale profonda, la crescita della cultura e della pratica dei Diritti Umani, il riferimento al Vangelo accolto in tutta la sua provocazione, il suo sostegno e conforto. In particolare, per quanto riguarda i carcerati, da tempo abbiamo appreso la Dichiarazione che “la civiltà di un paese si misura dalle condizioni delle carceri”. Applicata all’Italia ci lascia sgomenti. La certezza della pena è indubbiamente importante ma non può significare la sepoltura delle persone nella colpa in situazioni di disumanità, bensì configurare percorsi rieducativi come afferma la Costituzione, umani e umanizzanti. 

VIVERE E MORIRE CON DIGNITÀ

Desideriamo condividere con voi alcune considerazioni sul vivere e morire con dignità, suggerite dall’incontro con le storie di sofferenza di tante persone e anche dalle recenti riflessioni di papa Francesco e dalle dichiarazioni di Michele Gesualdi, discepolo di don Lorenzo Milani, uomo di fede e di servizio agli altri. La questione è molto delicata perché in essa si concentrano dimensioni diverse. Ogni persona umana deve essere sempre rispettata nella sua dignità e libertà, nella sua storia e nelle situazioni di sofferenza e malattia. Quando queste diventano estreme, il rispetto richiede il non accanimento terapeutico, l’assecondare la volontà del malato e dei suoi famigliari. Così papa Francesco: “… occorre un supplemento di saggezza perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.” Già Pio XII, 60 anni fa, in un discorso ad anestesisti e rianimatori, ha affermato che non c’è l’obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. Ancora papa Francesco: “E se sappiamo che dalla malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte”. Nessuno deve sollecitare o indurre a morire qualcuno ed egualmente nessuno deve costringerlo a vivere in condizioni disumanizzanti.

Siamo anche favorevoli all’autodeterminazione della persona malata espressa in condizioni di buona salute o nella situazione di sofferenza; se questo non è possibile tramite un’altra persona delegata. Qualcuno osserva che l’autodeterminazione si porrebbe contro Dio che ci ha donato la vita. Consideriamo che il dono della vita comporta libertà e responsabilità. L’autodeterminazione non è quindi contro Dio ma invece può essere vissuta di fronte a Lui, in dialogo con Lui, affidandosi pienamente a Lui, anche perché la vita non è l’assoluto biologico della stessa e noi saremo accolti nel suo Mistero di vita. Speriamo quindi che la legge sul biotestamento, passata alla Camera e ora ferma al Senato, sia stata approvata quando questa nostra lettera sarà pubblica, se non lo fosse sarebbe un segno negativo. 

LE RAGIONI DELLA SPERANZA

E’ possibile sperare? Quali le motivazioni, quali le ragioni? E’ possibile scorgendo quotidianamente fra le tribolazioni, i dolori, le diverse difficoltà i segni positivi di persone, di gruppi, di comunità che, animati da ideali, da fede, dalla disponibilità alla concreta prossimità, si dedicano con passione, gratuità e perseveranza. Insegnanti, amministratori, professionisti, medici, infermieri che vivono la loro competenza in modo veramente umano; tante persone coscientemente volontarie. E questo in ogni parte del mondo. Consideriamo un segno di speranza l’assegnazione del Nobel per la Pace 2017 a ICAN per la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.

La prossima memoria viva del Natale è motivo di speranza. Gesù di Nazaret è venuto, uomo fra noi, per annunciare la speranza del Regno di Dio, di una nuova umanità di fratelli e sorelle, di giustizia e di pace: questo è il sogno di Dio sull’umanità; Lui ci propone di coinvolgerci per contribuire a realizzarlo, assicurandoci la sua presenza come riferimento, guida e sostegno.

Il bambino del Natale è l’incarnazione di Dio, che ha scelto la carne dei poveri e che nella carne dei poveri verrà ucciso, che ci giudicherà sui nostri atti di solidarietà nei confronti dei poveri. Vivente oltre la morte, ci accompagna, come i due viandanti di Emmaus, oggi sulle strade delle nostre vite. La memoria viva dell’autentico Natale ci dice che le speranze che più sembrano impossibili sono rese possibili da Dio, dalla fiducia in Lui nel credere che questo può avvenire ogni giorno. Questa speranza assume tutte quelle che nascono dal dolore, dalla fame e sete di giustizia, non può che essere una speranza condivisa con gli altri, che ci avvicina come fratelli e sorelle, come compagni nel cammino della vita.

 

I preti firmatari

 

Pierluigi Di Piazza, Franco Saccavini, Mario Vatta, Pierino Ruffato, Paolo Iannaccone, Giacomo Tolot, Piergiorgio Rigolo, Renzo De Ros, Luigi Fontanot, Alberto De Nadai, Albino Bizzotto, Antonio Santini.

 

CONVOCAZIONE ASSEMBLEA 

Noi firmatari della lettera di Natale invitiamo tutte le persone, della nostra Regione e anche di altre, di diverse ispirazioni e percorsi, che hanno a cuore l’insegnamento di papa Francesco e le riflessioni proposte in questa lettera a partecipare a una pubblica assemblea che intitoliamo

“Una rinnovata passione per Dio e per l’uomo insieme a papa Francesco”

che si svolgerà nel Centro di accoglienza e di promozione culturale “Ernesto Balducci” di Zugliano (Udine) Sabato 17 febbraio 2018 dalle ore 9.30 alle 16.00

L’assemblea è aperta a tutti, la partecipazione è libera. Sarà reso noto successivamente il programma dettagliato della giornata. Si chiede la cortesia di segnalare la propria presenza personale o del gruppo e comunità di appartenenza, indicando possibilmente il numero delle persone partecipanti, scrivendo o telefonando alla segreteria del Centro Balducci entro mercoledì 31 gennaio.   

e-mail: segreteria@centrobalducci.org

 

Telefono: 0432-560699

* foto di Pietro Piupparco, tratta da Flickr, immagine originale e licenza

non basta fare presepi per evitare un natale eretico!

La nascita di Gesù. Natali eretici?

la nascita di Gesù

natali eretici?

 da: Adista Segni Nuovi n° 45 del 30/12/2017
 

Cominciamo con il testo del disegno che credo fosse dell’ineffabile Cortés:

«Se la gente pensasse seriamente a quello che significa che Dio si incarna, che si pone radicalmente dalla parte dei più poveri e dimostra che l’unica religione vera è l’amore vero, se la gente pensasse veramente a cosa la impegna dire che Dio è nato a Betlemme…, probabilmente non sarebbe tanto contenta quando arriva Natale».

Quando Fidel Castro decise di sopprimere il Natale, mezzo mondo lo accusò di essere ateo e anticristiano. Concedo che misure di questo tipo non possano imporsi dittatorialmente, ma rimane un’altra domanda: era veramente una misura anticristiana? O, come succedeva quando accusavano Gesù di essere “blasfemo”, Fidel era più profondamente credente dei suoi accusatori? Vediamo un momento.

La nascita di Dio, proprio di Dio!, nella povertà e nell’abbandono che vivono molti esseri umani, l’abbiamo trasformata in un ammasso di consumo inutile, che non rivela niente della solidarietà di Dio con noi, ma rivela la nostra “insolidarietà” con gli altri. Visto da questo divino “amore fino all’estremo” (come dice un Vangelo), quello che dovrebbe essere la festa dell’umano, si è trasformato in festa dell’inumano. La stalla è diventata una “Corte inglese”; la compagnia del bue e dell’asinello è diventata la compagnia del maialino e di un buon vino. I disprezzati socialmente (i pastori) e gli stranieri (i magi), gli unici che, secondo il Vangelo, percepiscono e annunciano la nascita di Dio, sono oggi figure bucoliche ben vestite e “re”. Per questo non hanno nulla da annunciarci, se non che la vita manca di senso e che possiamo riempire questo vuoto solo consumando. La notte fuori città “senza luogo dove riposare”, si è mascherata da arterie ben illuminate, dove si spreca energia per incoraggiarci a sprecare denaro. La solidarietà di Dio che si rivela dandosi fino all’umiliazione, l’abbiamo pervertita in solidarietà artificiali che scimmiottano le celebrità. E invece di celebrare la nascita di Dio, celebriamo la nascita dello spreco. Ogni anno, le famiglie si riuniscono per inerzia, sotto lo slogan di celebrare l’affetto e l’unione familiare, si lasciano più estranee e in maggiore inimicizia, soprattutto se di mezzo ci sono i soldi. Alla fine, una pubblicità detestabile ci propina una brutta parodia di Gustavo Adolfo Bécquer dicendoci: «Il Natale sei tu». Ecco come la festa dell’amore si traveste da festa dell’egoismo.

Ciliegina di tutta questa perversione può essere quel tristemente celebre presepe dell’ospedale di Castellón, reso noto l’anno passato per queste feste: 90.000 mila euro annunciati da un angelo moderno, e non precisamente ai pastori o agli infermi… Se questo non è blasfemia ed eresia, che venga la Congregazione per la dottrina della fede e ce lo dica.

Concedo che non è stato sempre così. Molte canzoni riflettono ancora una poetica e, ingenuamente, l’incontro della migliore umanità con la semplicità, e dell’aspetto materiale come espressione (non come sostituzione) di quello spirituale. Quello che oggi denuncio è frutto di questa inevitabile “entropia”, che è anche una legge della storia e non solo della fisica. E che si acutizza con il decristianizzarsi della società.

In modo semplice e per niente aggressivo, è questo che dovrebbe preoccupare noi cristiani. Sarebbe assurdo che tutti quelli che credono nella (e celebrano la) nascita dello stesso Dio nell’abbandono e nella povertà trasformassero questi giorni sacri in giornate di totale rinuncia al consumo, di intensificazione della presenza solidale fra le vittime di questo mondo crudele, e di piena riconciliazione e perdono fra noi e con tutti gli esseri umani? Giorni nei quali ci ripetiamo alcune parole bibliche come: «Ascolta popolo credente, il nostro Dio è solamente uno; amalo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e tutte le tue forze»… O «gli dei e i signori della terra non mi soddisfano»? Lasciamo pacificamente che coloro che non hanno altri dei si dedichino al consumo sfrenato. Forse, se noi rinunciassimo seriamente a consumare in questi giorni, faremmo loro persino un favore perché, se diminuisce la domanda, si abbassa anche il prezzo dell’offerta.

Sognando, potrebbe succedere che le Chiese cristiane, che non devono pretendere di imporre la loro fede né cambiare le cose per forza come Fidel Castro, si interroghino seriamente sulla possibilità di abbandonare la data del 25 dicembre come celebrazione della nascita di Gesù di Nazareth. Di fatto, Gesù non è nato in questo giorno e non sappiamo in quale giorno ciò accadde. Si è scelta questa data per trasformare la festa pagana della nascita del sole. Ma forse è tempo di lasciare che la società non cristiana recuperi quella festa pagana e di trasferire il Natale cristiano ad un’altra data: magari un mese dopo, sul finire di gennaio.

Così, inoltre, le feste laiche del solstizio d’inverno passerebbero ad essere, per la liturgia cristiana, ulteriori giorni di “avvento” che preparano la nascita di un altro Sole che mai si raffredderà.

*  José Ignacio González Faus è teologo gesuita spagnolo. uesto articolo è stato pubblicato su La Vanguardia del 18/12/17

* * Natività di Matthias Stomer, olio su tela (1640 ca.), Chiesa dei Cappuccini di Monreale (Pa), Creative Commons, GNU Free Documentation License

Cacciari contro le omelie dei preti

“i cristiani sono i primi ad aver dimenticato il natale”

intervista HuffPost a Massimo Cacciari:

“le omelie di molti preti, spesso, sono delle lezioni di anti religione”

La parola del Vangelo l’ha ascoltata fuori dal tempio: “Le Chiese sono diventate delle grandi scuole di ateismo. Nella gran parte di esse, la forza paradossale del verbo di Cristo viene trasformata in un discorso catechistico e ripetitivo, un piccolo feticcio consolatorio e rassicurante, un idoletto. È l’opposto di ciò che insegnava Gesù domandando ai suoi discepoli: ‘Chi credete che io sia?'”. Massimo Cacciari era ancora uno studente al secondo anno di liceo quando, tra lo Zarathustra di Nietzsche e le prime letture di Hegel, aprì le pagine del Nuovo Testamento: “Fu entusiasmante sentire la straordinarietà di quel testo, la bellezza di una storia che induce ad andare alla ricerca, senza certezze, rischiando. Al novanta per cento, i preti sono incapaci di rendere la potenza di quel racconto. Le loro omelie, spesso, sono delle lezioni di anti religione”.   

Negli anni sessanta e settanta, mentre erano di moda i capelloni, Marx, i pantaloni a zampa d’elefante, Marcuse, l’eros e la civiltà, Kerouac, la Cina e Janis Joplin, Cacciari leggeva i testi della teologia cristiana: “Nelle riviste della sinistra non organiche al partito comunista – “Quaderni Rossi”, “Contropiano” – discutevamo della Santa Romana Chiesa insieme a Giorgio Agamben, Mario Tronti, Giacomo Marramao. Avevamo idee diverse, ma condividevamo le stesse letture: tutte abbastanza eretiche”. Il Natale degli alberi in pivvuccì, degli acquisti online e i centri commerciali aperti tutto il giorno; il Natale della neve luccicante incollata sulle vetrine, delle barbe bianche, delle renne e delle slitte, non lo scandalizza: “Basta sapere che la nascita di Cristo non ha niente a che vedere con quello che vediamo intorno a noi. Il Natale è diventato un festa per bambini e adulti un po’ scemi. Non c’è da levare alti lai contro il consumismo. C’è solo da riflettere, meditando con sobrietà e disincanto”. Nel suo libro, “Generare Dio” (Mulino), mostra – da laico – che nel mistero dell’incarnazione di Dio c’è un personaggio che abbiamo avuto sempre sotto gli occhi, eppure non siamo stati ancora in grado di vedere nella sua interezza: Maria.

Perché, professore?

Maria è stata pressoché ignorata anche dai filosofi che hanno interpretato l’Europa e la Cristianità, come Hegel e Schelling. Il discorso ha privilegiato il rapporto del padre con il figlio. Maria è stata ridotta a una figura di banale umiltà, un grembo remissivo e ubbidiente che si è fatto fecondare dallo spirito santo senza alcun turbamento.

 

Invece?

Quando l’Arcangelo Gabriele le annuncia che concepirà e partorirà un figlio e che egli sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, Maria ha paura. Si ritrae, dubita, è assalita dall’angoscia, medita. Il suo sì non è affatto scontato. Nel momento in cui lo pronuncia, è un sì libero e potente, fondato sull’ascolto della parola. Perché Maria giunge a volere la volontà divina.

 

Nessuno se n’era accorto prima?

Nel pensiero, solo pochi autori – penso a Baltasar – hanno riflettuto sulla figura di Maria. È nella pittura – nella grande pittura occidentale – che Maria si innalza al ruolo di protagonista assoluta. Siamo di fronte a uno di quei casi in cui l’espressione figurativa è andata molto più in profondità del linguaggio.

Cosa riesce a mostrare?

Che se si toglie alla nascita di Cristo la scelta di questa donna che accoglie nel suo ventre il figlio di Dio e il suo Logos, l’incarnazione diventa una commedia. Maria è libera. Anzi, di più: il suo libero donarsi all’ascolto è in realtà un’iper libertà.

Perché iper?

Quando – nel giardino dell’Eden – Adamo mangia il frutto dell’albero della conoscenza obbedisce al proprio desiderio. La sua libertà è la libertà di soddisfare i propri impulsi. Maria, invece, riflette, s’interroga, soffre. Poi, fa la volontà dell’altro. La sua libertà è quella di far dono di sé. È come suo figlio: fa la volontà del padre. E qual è la libertà maggiore: quella che ti incatena a te stesso; oppure quella che ti libera dall’amor proprio?

Ma la libertà può essere slegata da ciò che si desidera?

Ma perché non si dovrebbe desiderare di donare se stessi agli altri? Perché non può essere questo l’oggetto del desiderio, anziché quello di soddisfare le proprie pulsioni?

Possiamo riuscirci?

Gesù, Maria, Francesco ci hanno dato degli esempi della libertà intesa come dono. È oltre umano seguirli? Può darsi. E può anche darsi che proprio qui s’incontrino la radicalità del messaggio cristiano e il super uomo di cui parlava l’anti cristiano Nietzsche: nell’impossibile.

Ma se è impossibile, perché provarci?

Perché l’impossibile non è una fantasia, un gioco inutile e vano. L’impossibile è l’estrema misura del possibile. E, se non orienti la tua vita in quella direzione, rimarrai prigioniero del tuo tempo. È questo il messaggio di Gesù: per essere libero, abbi come misura la mia impossibilità.

Se non possiamo essere come lui, perché Cristo si è fatto uomo?

Perché è necessario avere come misura qualcosa che ci oltrepassa per riuscire a spingerci altrove. Cristo non predicava nei templi: predicava fuori, nelle strade. I suoi discepoli dicevano: “È fuori”. Nel senso: “È fuori di testa, è pazzo”. Eppure, Gesù ha segnato un prima e un dopo nella storia dell’uomo, ha creato il mondo culturale e antropologico in cui viviamo. C’è qualcosa di più realistico di questo? Senza quell’impossibilità niente ci spingerebbe a uscire da noi, a ri-orientare diversamente le nostre vite.

Perché dovremmo farlo?

Per liberare il nostro tempo dalle sue miserie. Più la nostra epoca ci rinserra dentro di essa, più servono grandi idee, pensieri limite, parole ultime. Sono le uniche cose che ci possono sradicare dal tempo in cui ci viviamo.

Come lo definirebbe?

Osceno, nel senso letterale del termine: un tempo in cui tutto deve essere posto sulla scena: i nostri pensieri, le nostre fotografie, i nostro segreti. Niente deve stare in una zona scura. Invece, è proprio dal buio che proviene la luce che illumina e rivela. Pensi alla pittura d’Europa, la terra del tramonto: cosa raffigurerebbe senza il gioco dell’ombra?

È tutto davvero così esposto?

Al contrario. Quella della trasparenza è solo un’ideologia. Mai come oggi le potenze che governano il mondo sono state così nascoste. Al di là dell’apparenza, la nostra è l’epoca dell’occulto, dei poteri anonimi, di ciò che non si vede. Mentre, nel caso di Maria, la luce divina si copre d’ombra per manifestarsi nella realtà, nel nostro tempo l’oscuro si nasconde dietro la luminosità. Lucifero è negli inferi, però finge di essere portatore di chiarore. La nostra epoca è attraversata dallo spirito dell’anti-Cristo. Ci sono stati momenti in cui esso si è manifestato nella sua forma pura. Oggi, invece, circola mascherato.

Anche la politica avrebbe qualcosa da imparare da Maria?

Maria è una figura della libertà, non è il santino che raccontano i preti. La sua humilitas è meditazione e ascolto. Se leggessero ancora, i politici potrebbero imparare anche da lei. Se non altro, per essere più consapevoli della storia in cui si collocano. Il dramma, però, è che c’è stata una completa divaricazione tra il sapere e il potere.

Per quel che riguarda le figure religiose, i cristiani non potrebbero aiutarli?

I cristiani sono i primi ad aver dimenticato il Natale, smettendo di predicare la paradossalità del verbo.

Anche il Papa?

Il discorso è più complesso. Francesco si inscrive nella tradizione ignaziana, dove l’etica della fede si coniuga alla volontà di potenza e l’assoluta dirittura morale ed etica si combina a una grande capacità di catturare il mondo nelle proprie reti.

Perché neanche le femministe hanno riflettuto su Maria?

Perché anche loro – benché protagoniste dell’ultima vera rivoluzione degli ultimi decenni – sono rimaste vittime della lettura maschilista dell’incarnazione. Hanno guardato Maria come un figura servile, totalmente oscurata dal rapporto tra padre e figlio, non riuscendo a scorgere quello che c’è oltre.

abolire il natale? una provocazione, con molte ragioni, di don Farinella

«S’I’ FOSSI PAPA… ABOLIREI LO NATALE»

di Paolo Farinella, prete

 

 In questi giorni ricevo auguri di ogni genere e forma. Tra gli altri quelli di una mia amica di Mantova, Luisa, che riporta un pensiero della cantante israeliana Noa sull’Italia. Noa invita a essere orgogliosi dell’Italia per la bellezza straordinaria e unica. Con puntuale meticolosità elenca le regioni d’Italia da lei visitate – tutte – per ragioni di lavoro e «per amore». Riprendo la mia risposta a Luisa allargando l’orizzonte a tutte le mie Amiche e Amici, ma non come augurio, aria fritta del solito Natale di circostanza, ma come riflessione da condividere.

Premetto che quest’anno nella mia chiesa, d’accordo con i frequentatori abituali, abbiamo fatto una «scelta pastorale»: non celebriamo la veglia di Natale né la Messa di Capodanno né quella dell’Epifania. In altre parole, di fatto, aboliamo il Natale. Non per motivi ideologici, ma per motivi pastorali e di fede. Spiego.

motivi pastorali

San Torpete in Genova, dal sec. XII è parrocchia riservata alla famiglia dei marchesi Cattaneo-Della Volta, la quale nel 1995 con atto notarile la cedette alla diocesi di Genova. Al termine del primo restauro, durato 10 anni, nel 2005, fui nominato «Amministratore parrocchiale». Mi trovo quindi in una parrocchia aperta al pubblico, ma senza territorio e, di fatto, senza parrocchiani perché i discendenti dei Cattaneo-Della Volta, circa una quarantina di persone, sono sparsi per il mondo.

La parrocchia è frequentata da persone che provengono da ogni quartiere di Genova, anche da fuori Genova. Non pochi per partecipare impiegano un’ora e anche un’ora e mezza per venire e altrettante per tornare. La liturgia che si svolge a San Torpete non è «la Messa della mutua» o dei saldi, ma è una scuola della Parola e dura da un’ora e mezza a due ore. Tenendo conto di «questa» realtà, abbiamo deciso di privilegiare «solo la domenica – Dies Domini», tralasciando tutto il resto, Veglia, Capodanno ed Epifania che capitando di sabato si addossano le une alle altre, con ingorgo per noi ingestibile.

motivi di fede

Celebrare il Natale come gli altri anni, come se nulla stesse accadendo, significherebbe compiere un atto d’inciviltà, di mistificazione e di complicità. Oggi Natale è il contrario di quello dovrebbe significare: esattamente l’opposto. Esso è strumento di un sistema economico assassino, che fomenta lo sperpero, alimenta la falsità dei falsi sentimenti d’occasione (a Natale bisogna essere buoni!!!!) e illude perché tutto lo scempio delle ingiustizie, delle immoralità e del buonismo a buon mercato si ritualizza nel contesto di una religiosità blasfema. Si inneggia al presepe col Bambino, Maria e Giuseppe, attorniati da pastori, oche e animali vari, facendo finta di non sapere che quel Bambino è un Profugo, che scappa dalla polizia di Erode, ricercato per essere fatto fuori, emigrante in Egitto in cerca di salvezza e di fortuna, nato fuori dall’abitato perché nessuno lo voleva. Solo i pastori, gli emarginati «impuri» del tempo lo assistono, mentre nel tempio di Gerusalemme splendono le luci e si elevano i canti al Dio dei cieli e compagnia cantando.

Nel 2017 Cristo non nasce in Italia, in Europa, negli Usa e non nasce nelle chiese: Egli nasce e resta nei campi profughi della Turchia che sperpera lautamente i tre miliardi della UE perché Gesù Bambino sia tenuto lontano dai Paesi europei, ubriachi di «civiltà cristiana». Egli è in Libia, dove i tanti Gesù Bambini senza pastori, Magi o pecorelle e nenie, sono stuprati, venduti, violentati e anche assassinati. Quest’anno Gesù nasce “dentro il Mediterraneo”, che assume la forma di una tomba. L’arte bizantina ha sempre raffigurato la culla di Gesù nascente a forma di sarcofago/tomba, forse immaginando che un giorno sarebbe successo «alla grande» a centinaia e centinaia di Gesù Bambini colpevoli di cercare la vita.

In Italia, in Europa, negli Usa, nel Mondo, rigurgiti pericolosi di fascismo stanno strozzando la fragile Democrazia e sono proprio i fascisti che difendono «la civiltà cristiana» e i valori cristiani, mentre affermano il loro razzismo e il loro odio per i neri, per i diversi, per gli impuri che non appartengono alla razza ariana. Oggi l’unico modo per distinguersi e per contestare questa blasfema condizione politica e religiosa, è togliere dalle loro mani il giocattolo della religione e dichiarare che quella che sventolano loro è solo una escrescenza dannosa e tumorale, vuota di senso e significato. Nulla da spartire. Fuori dal tempio del Dio che si fa carne accanto alle carni martoriate dei poveri e dei migranti che bussano alla porta e sono ricacciati, in nome del presepe e del crocifisso, nell’inferno della non-vita. Si celebra la nascita di un Bimbo e si uccidono i Bimbi suoi fratellini e sorelline. Erode non poteva trovare complici più ideali.

Non ci sto. «S’i fossi Papa», non abolirei solo il Natale, ma chiudere le chiese di tutto il mondo per almeno 10 anni, per purificarle dallo spirito capitalista e mercantile, dal consumismo che le svuota dell’anima, dall’uso strumentale politico e della politica, dalla contraddizione della stessa religione che può essere più mortale di un arma automatica. Chiuderei per fallimento, in attesa non di celebrare Dio che è da sempre, ma del desiderio di «rinascere» per essere creature nuove che costruiscono un mondo nuovo di giustizia, aperto a tutti, senza esclusione di sorta, nel segno di un Natale universale, dove il Diritto sia praticato per ciascuno, sempre e dovunque perché Natale è ogni giorno. Con affetto. Paolo Farinella prete

 

il tristissimo natale di Damasco

nel presepe di Damasco il bambinello muore di fame

 

parla il cardinale Mario Zenari, Nunzio apostolico in Siria:

a Ghouta non arrivano latte e farina, ma continuano ad arrivare bombe e morte

Morte e fame a Ghouta

morte e fame a Ghouta

“Prego Gesù bambino perché scenda tra le case di Ghouta a carezzare uno ad uno i bambini che in questa vigilia di natale stanno morendo di fame”

Il cardinale Mario Zenari, Nunzio apostolico della martoriata Damasco, anche questo Natale è costretto a lanciare un appello, a ripetere l’appello perché le parti in campo facciano passare latte, farina e medicine per soccorrere chi muore. In questi anni di follia, di morte e distruzione, il nunzio lo ha fatto quando si moriva a Damasco ovest, lo ha fatto lo scorso anno quando a spegnersi erano i bambini di Aleppo. “E’ una follia che ci sia il latte, che ci siano i camion carichi di farina e di medicine e che non si possa entrare a Ghouta est per soccorrere chi muore. E tutto accade a non più di 15 chilometri da qui, dalla nunziatura…”. A Zenari diciamo di aver appena visto le immagini di un reportage della Reuters, realizzato qualche giorno addietro, in quella periferia di Damasco. Un pugno allo stomaco, bambini pelle e ossa che aspettano solo di morire. Le ha viste pure lui, quelle immagini. “Dal giorno del reportage – dice il nunzio di Damasco – le cose sono peggiorate. A Ghouta ci sono almeno 500 persone che dovrebbero immediatamente essere portate in ospedale nella speranza di strapparle alla morte. Dovrebbero essere immediatamente evacuate, e invece…”. Invece Damasco sta diventando maledettamente lontana dagli obiettivi dei media, dai racconti di parte della stampa internazionale. Praticamente scomparsa dall’informazione italiana. Damasco, la Siria ora solo muta scacchiera di spartizioni, con Putin che conosce il gioco meglio degli altri. Da una parte le politiche che accompagnano le macerie delle guerre, dall’altra i visini pelle e ossa dei bambini di Ghouta. Lo scandalo è questo.
“A Ghouta – dice Zenari – non arrivano latte e farina, ma continuano ad arrivare bombe e morte. L’anno scorso uccideva il freddo, questo Natale è la fame a mietere vittime. Alla periferia est di Damasco – continua la cronaca del nunzio apostolico – ci sono 400mila persone che non conoscono tregua o cessate il fuoco. L’Onu – aggiunge il nunzio – ha classificato 10 zone, in Siria, come “zone assediate”. Ebbene, da sola Ghouta raccoglie il 94 per cento della popolazione siriana assediata”.
“Nella speranza che la parola di Gesù incontri uomini di buona volontà – continua il nunzio – la verità tragica è che alle porte di Damasco, a pochi chilometri da qui, le mamme non sanno come allungare la vita ai figli, in attesa del latte…Ciascuno di noi – aggiunge – dovrebbe leggere il drammatico rapporto del Pam sulle condizioni nelle quali uomini, donne e bambini sopravvivono in quei quartieri. La situazione è catastrofica, anche quest’anno”.
“Il mio appello? – dice il nunzio – Che le parti in causa ascoltino Gesù e lascino passare gli aiuti, il latte per i più piccoli, la farina, le medicine, questo il mio appello”. Invito che Mario Zenari ripeterà la notte di Natale celebrando messa all’ospedale italiano di Damasco e nel giorno di Natale nella Chiesa latina.

p. Zanotelli indignato per l’economia di guerra di Italia ed Europa

è questo il nostro Natale di pace?

 Alex Zanotelli

sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando

 

Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (la parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, come vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia), è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS.

Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio (forse, non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!).

Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).

L’Italia, infatti, sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo e internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta  di 14 miliardi di euro!

Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.

Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ottavo posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015!

Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti Paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei Paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!). Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.

Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione dell’UE. È stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre, la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che, a regime, svilupperà 5,5 miliardi d’investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare.

Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la “PESCO-Cooperazione strutturata permanente” dell’UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!).

“Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE, per gli Affari Esteri- rafforza anche la NATO”.

La NATO, di cui l’UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 Paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia ne destina 1,2 %. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di Sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere100 milioni al giorno in armi. E la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE. Infatti, è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia.

La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili”. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12. Il ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi, solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così, rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! Nel silenzio più totale!

Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al “baratro atomico”. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo. È una vergogna nazionale.

Siamo grati a papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtroppo ognuno fa la sua strada.

E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire delle parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”

“Siamo vicini al Natale – ci ammonisce papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”.

Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

 

 

il natale dà le vertigini …

la vertigine di Betlemme

l’Onnipotente in un neonato

di Ermes Ronchi
in “Avvenire”

Questo per voi il segno: troverete un bambino: «Tutti vogliono crescere nel mondo, ogni bambino vuole essere uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere “dio”. Solo Dio vuole essere bambino» (Leonardo Boff).

Dio nella piccolezza: è questa la forza dirompente del Natale. L’uomo vuole salire, comandare, prendere. Dio invece vuole scendere, servire, dare. È il nuovo ordinamento delle cose e del cuore. C’erano là alcuni pastori. Una nuvola di ali, di canto e di parole felici li avvolge: Non temete! Dio non deve fare paura, mai. Se fa paura non è Dio colui che bussa alla tua vita. Dio si disarma in un neonato. Natale è il corteggiamento di Dio che ci seduce con un bambino. Chi è Dio? «Dio è un bacio», caduto sulla terra a Natale (Benedetto Calati). Vi annuncio una grande gioia: la felicità non è un miraggio, è possibile e vicina. E sarà per tutto il popolo: una gioia possibile a tutti, ma proprio tutti, anche per la persona più ferita e piena di difetti, non solo per i più bravi o i più seri. Ed ecco la chiave e la sorgente delle felicità: Oggi vi è nato un salvatore. Dio venuto a portare non tanto il perdono, ma molto di più; venuto a portare se stesso, luce nel buio, fiamma nel freddo, amore dentro il disamore. Venuto a portare il cromosoma divino nel respiro di ogni uomo e di ogni donna. La vita stessa di Dio in me. Sintesi ultima del Natale. Vertigine.

E sulla terra pace agli uomini: ci può essere pace, anzi ci sarà di sicuro. I violenti la distruggono, ma la pace tornerà, come una primavera che non si lascia sgomentare dagli inverni della storia. Agli uomini che egli ama: tutti, così come siamo, per quello che siamo, buoni e meno buoni, amati per sempre; a uno a uno, teneramente, senza rimpianti amati (Marina Marcolini). È così bello che Luca prenda nota di questa unica visita, un gruppo di pastori, odorosi di lana e di latte. È bello per tutti i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. Dio ricomincia da loro. Natale è anche una festa drammatica: per loro non c’era posto nell’alloggio. Dio entra nel mondo dal punto più basso, in fila con tutti gli esclusi. Come scrive padre Turoldo, Dio si è fatto uomo per imparare a piangere. Per navigare con noi in questo fiume di lacrime, fino a che la sua e nostra vita siano un fiume solo. Gesù è il pianto di Dio fatto carne. Allora prego: Mio Dio, mio Dio bambino, povero come l’amore, piccolo come un piccolo d’uomo, umile come la paglia dove sei nato, mio piccolo Dio che impari a vivere questa nostra stessa vita. Mio Dio incapace di aggredire e di fare del male, che vivi soltanto se sei amato, insegnami che non c’è altro senso per noi, non c’è altro destino che diventare come Te.

i bambini siriani nati sotto le bombe invidiano Gesù Bambino che ha la fortuna di nascere in una grotta

il grido di Samir Nassar arcivescovo maronita di Damasco:

“il bambino Gesù ha molti compagni in Siria”

di Paolo Affatato
in “La Stampa-Vatican Insider”

«Il rumore infernale della guerra soffoca il canto di Gloria degli angeli. La sinfonia angelica del Natale lascia il posto all’odio, a crudeli atrocità compiute nell’indifferenza globale. Oggi chiediamo all’Emmanuele, al Dio-con-noi, di portare, con la sua grazia, i doni di cui la Siria ha urgente bisogno: la pace, il perdono e la compassione»

è l’appello di Samir Nassar, arcivescovo di maronita di Damasco che, in vista del Natale, torna a chiedere a tutti gli attori sul campo e alla comunità internazionale un serio impegno per pacificare la nazione siriana. Di fronte all’ondata di attacchi terroristici che hanno colpito nuovamente anche l’Europa e la Turchia, il vescovo Nassar ricorda a Vatican Insider che

«dopo cinque anni di guerra, la popolazione in Siria condivide il destino di tutti coloro che soffrono e vivrà un altro Natale in preda al disagio, all’assenza di cibo, al freddo, in condizione di indigenza e povertà, tra lutto e sofferenza, mentre il paese è ancora devastato dalla violenza».

«Il bambino Gesù ha molti compagni in Siria. Milioni di bambini non hanno più casa e vivono senza riparo, in tende o in alloggi di fortuna, proprio come la stalla di Betlemme. Gesù non è solo nella sua miseria. I bambini siriani, abbandonati, orfani e psicologicamente devastati dalle scene di violenza che hanno provato e visto, vorrebbero tanto essere al posto di Gesù, perché il Cristo almeno ha sempre i suoi genitori. Questa amarezza si vede nei loro occhi, nello loro lacrime e nel loro mortificante silenzio»

racconta con parole accorate il vescovo maronita.

«Molti bambini siriani invidiano Gesù  perché Lui ha trovato almeno un posto umile per nascere e un riparo, mentre alcuni di loro sono nati sotto le bombe o durante un esodo che li ha portati lontano dalla loro patria».

Anche le donne siriane si identificano con la Vergine Maria:

«Ci sono in Siria tante madri in difficoltà: madri sfortunate che vivono in condizioni di estrema povertà, costrette ad assolvere ai doveri familiari da sole, senza i loro mariti, morti o dispersi. Donne che cercano in Cristo un po’ di consolazione. Quando guardano alla Sacra Famiglia e vedono la presenza rassicurante di Giuseppe, queste madri piangono per le loro famiglie prive di un padre: questa assenza alimenta paura, ansia e preoccupazione».
«Allo stesso modo gli uomini, disoccupati o stremati dalla fatica di cercare il sostentamento per i loro cari, vedono in san Giuseppe un uomo che ha saputo prendersi cura della sua famiglia, nel momento del bisogno, della fame e del pericolo, anche fuggendo, in un viaggio da profughi, in Egitto», rileva Nassar, continuando nell’immagine di un moderno «presepe siriano».

Anche i pastori e le loro greggi

«parlano dei pastori siriani che hanno perso il loro bestiame in questa guerra» e «perfino i cani dei pastori simpatizzano per la sorte degli animali domestici in Siria, che vagano tra le rovine e si nutrono di brandelli di cadaveri o di spazzatura».

Lo scorso anno la comunità cattolica maronita ha ricevuto il dono di una nuova chiesa, sorta nel quartiere di Kachkoul, alla periferia est di Damasco, e intitolata ai Beati Fratelli Massabki, martiri della capitale siriana, uccisi nel 1860. Quello è stato «un autentico dono del Natale: un’oasi di preghiera e un segno di gioia e di speranza in mezzo a un mondo di violenza, di intolleranza e di paura», ricorda il vescovo. Oggi per la popolazione provata dal conflitto, dalla precarietà e dalla violenza «la luce di Cristo è l’unica che porta consolazione e speranza. La sua vicinanza all’umanità, espressa nel mistero dell’Incarnazione, infonde il coraggio di vincere la morte e la fiducia in un futuro fatto di pace, perdono e compassione», nota.
Quella pace che i battezzati siriani, nelle loro celebrazioni natalizie, in chiese che saranno affollate nonostante i pericoli e i bombardamenti, invocano e auspicano anche per il Medio Oriente e per l’Europa, oggi segnata da nuovi atti di tragica violenza sui civili inermi: «La nostra comunità, ferita dalla sofferenza, sta imparando, con l’azione della grazia di Dio, a trarre il bene anche dal male, sperimentando ogni giorno compassione e solidarietà verso il prossimo». Uno spirito che può essere di esempio per tutti i cristiani, a tutte le latitudini.

quando e perché è natale?

 

 

non perché hai fatto l’albero di natale in casa e l’hai addobbato di luci e colori,

ma perché hai fatto nascere un briciolo di speranza nel cuore di chi la stava perdendo

 

non quando anche a scuola è comparso il presepe da esibire come uno dei segni forti della nostra cultura cristiana,

ma quando nel diverso da te hai cominciato a vedere un figlio di Dio e un fratello uguale a te

non perché tutto è pavesato a festa e hai illuminato tutto di luci

così forti da abbagliarti e impedirti di veder davanti e accanto a te

presenze, volti, storie di privazione, sofferenza, povertà,

ma perché hai cominciato a scorgere il volto di tuo fratello in un marginale o profugo

 

non quando piccoli e grandi aspettiamo babbo natale

che ci porti ulteriori cose di cui le nostre case sono già strapiene,

ma quando cominciamo ad accorgerci

che c’è qualcuno accanto a noi che non ha l’essenziale per vivere

o che ha bisogno che ci accorgiamo di lui

 

è natale ogni volta che sorridi
a un fratello e gli tendi una mano.

 è natale ogni volta che rimani
in silenzio per ascoltare l’altro.

è natale ogni volta che non accetti
quei principi che relegano gli oppressi
ai margini della società.

è natale ogni volta che speri
con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale

 

 

 

 

 

 

il mistero del natale presentato da A. Maggi

il Natale non è una favola mielosa

Alberto Maggi

 

 

“La nascita di Gesù è come impiastricciata in una melassa dolciastra, che rischia di impantanare la verità evangelica in una bella favola che va a toccare le corde dei sentimenti, ma che poco o nulla incide nella vita del credente…”


 

Tanto scarno e asciutto è quel che scrivono i vangeli riguardo al Natale, quanto mielosa è diventata la maniera di presentarlo e di viverlo. La nascita di Gesù è infatti come impiastricciata in una melassa dolciastra, che rischia di impantanare la verità evangelica in una bella favola che va a toccare le corde dei sentimenti, ma che poco o nulla incide nella vita del credente.

Gli evangelisti non hanno avuto alcuna intenzione di descrivere minuziosamente la cronaca del giorno, mese e anno sconosciuti, in cui a Betlemme, è nato un maschietto al quale i genitori hanno posto nome Gesù, l’ebraico Jeshua (“Il Signore salva”).


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Quel che viene presentato nei vangeli non è una cronaca, ma un’interpretazione della nascita di Gesù, alla luce della sua morte e risurrezione, dove i sentimenti vengono fatti tacere per lasciare il posto solo ai significati. Per scoprire quali essi siano occorre procedere a un’efficace operazione di pulizia, per giungere al significato profondo della narrazione evangelica facendola riemergere da quel cumulo di leggende, tradizioni, devozioni, folklore, che l’aveva come seppellita. La luce che emerge dopo l’operazione di restauro è l’annuncio della realizzazione del progetto di Dio sull’umanità: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), avveratosi storicamente in Gesù di Nazareth e proposto, attraverso di lui, a ogni persona: “A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).


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Ma chi l’ha accolto? Non i capi religiosi, ma i pastori, i pària di Israele, non i pii farisei, ma i magi, gli impuri pagani. Quelli che erano considerati esclusi dal piano di Dio hanno accolto Gesù; quelli che si ritenevano gli eletti privilegiati hanno rifiutato il disegno del Signore sull’umanità (“ma i suoi non lo hanno accolto”, Gv 1,11).

Ecco allora che quei particolari che gli evangelisti hanno inserito nella loro narrazione, una volta ripuliti da ogni elemento estraneo, acquistano tutta la loro portata, cominciando dai personaggi. Matteo presenta, una ragazza, Maria, che è incinta, viene sospettata di adulterio dal proprio sposo, e per questo rischia di essere lapidata. Il marito, Giuseppe, dilaniato tra l’osservanza della Legge divina, che gli impone di denunciare e uccidere la sposa infedele, e la compassione per la propria moglie, sceglie l’amore. Là dove la ferrea osservanza della Legge, della morale e della tradizione viene incrinata da un sentimento di misericordia, si permette a Dio di farsi strada e manifestarsi nella vita dell’uomo.


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L’annuncio della nascita di Gesù, non suscita gioia, ma provoca il panico nella città santa, Gerusalemme. La venuta del“Dio con noi” (Mt 1,23), spaventa tutta Gerusalemme: da Erode, re illegittimo, ai sacerdoti, dagli abitanti ai teologi. Tutti allarmati, sbigottiti, e presi dalla paura di perdere il potere e i propri consolidati privilegi. E la casta sacerdotale, anziché accorrere per accogliere e rendere omaggio all’atteso Messia, si inquieta per la notizia. I capi religiosi preferiscono restare sottomessi a un re illegittimo per poter mantenere i propri privilegi piuttosto che accogliere il liberatore d’Israele e perdere il dominio sul popolo. A parole auspicavano la venuta del Messia, in realtà la temevano. E la stella, segno celeste che mai brillerà a Gerusalemme, sarà scorta nel tanto disprezzato mondo pagano, i cui rappresentanti, i magi, verranno per rendere omaggio al rifiutato dal suo popolo. La risposta del potere al dono di Dio all’umanità, sarà la strage, compiuta con la complicità delle autorità religiose che hanno fornito al sanguinario Erode ogni informazione su dove trovare il bambino.

Anche nel vangelo di Luca non sono le persone religiose ad accorrere alla nascita del salvatore, ma i pària, i disprezzati pastori d’Israele (“Nessuna condizione di vita è così disprezzata nel mondo come quella dei pastori”, Midrash Sal. 23). E saranno i pastori, non i teologi, a far conoscere al mondo la grande novità che diventerà poi il filo conduttore del vangelo, la “buona notizia”: quando Dio s’incontra con i peccatori, non li castiga ma li avvolge con il suo amore (Lc 1,9), perché questo Signore non è attratto dai meriti delle persone ma dai loro bisogni, ed “è benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35).

Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

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