gli auguri natalizi … ma ‘sovversivi’ del vescovo Hélder Càmara

 

«Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista.»
dom Hélder Câmara

“Mi piace pensare al Natale come ad un atto di sovversione… Un bambino povero, una ragazza madre, un papá adottivo…

Chi assiste alla sua nascita é gente messa ai margini della societá, i pastori. Riceve doni da persone di “altre religioni”.

La sua famiglia deve fuggire e cosí diventa un rifugiato politico, un profugo.

Poi ritornano, e vanno a vivere in periferia.

Il resto della storia noi la celebriamo nella Pasqua…ma con lo stesso carattere sovversivo.

La rivoluzione verrá dai poveri. Solo da loro potrá venire la salvezza.

BUON NATALE

Buona Sovversione…

Erber Camara

questa mania di far nascere Gesù Bambino a mezzanotte e in punto …

Natale  

non conta l’ora ma la nascita di Cristo

di Antonio Spadaro
in “il Fatto Quotidiano” del 1 dicembre 2020

Quando è nato Gesù? Con un certo fastidio san Clemente Alessandrino, scrittore greco-cristiano del
II secolo, uno dei “padri della Chiesa”, annotava in un suo scritto: “Non si contentano di sapere in
che anno è nato il Signore, ma con curiosità troppo spinta vanno a cercarne anche il giorno”
(Stromata, I,21,146). Già queste parole ci fanno capire che in realtà non lo conosciamo; ma la stessa
espressione ci fa anche comprendere bene che ciò che importa del Natale non è la data: è il fatto che
il Figlio di Dio abbia preso carne umana in una notte e sia venuto come luce del mondo.
I Vangeli di Matteo e Luca non forniscono indicazioni cronologiche precise. L’affermarsi della festa
nel giorno del 25 dicembre la si deve molto all’opera del papa san Leone Magno (440-461). In
nessun modo la Chiesa ha mai definito questo punto, lasciando che il giorno del Natale di Gesù si
consolidasse come semplice tradizione. Nel 1993 san Giovanni Paolo II, durante l’udienza di
preparazione del Natale disse, ad esempio: “La data del 25 dicembre, com’è noto, è convenzionale”.
La tradizione però è molto antica: un documento dell’anno 354 attesta l’esistenza a Roma della
festa cristiana del Natale celebrata il 25 dicembre. Essa, come noto, corrisponde alla celebrazione
pagana – molto sentita dal popolo – del solstizio d’inverno, Natalis Solis Invicti, cioè la nascita del
nuovo sole dopo la notte più lunga dell’anno. Questa è la data nella quale viene celebrata la nascita
di colui che è il Sole vero che sorge dalla notte del paganesimo. La data coincideva con le ferie di
Saturno, durante le quali gli schiavi ricevevano doni dai loro padroni ed erano invitati a sedere alla
stessa mensa, come liberi cittadini.
Comprendiamo, dunque, che celebrare il Natale significa celebrare un evento della fede avvenuto in
un momento storico preciso, ma non determinabile cronologicamente. Nella notte di Natale la
liturgia ci invita a fare l’esperienza spirituale dell’entrare nell’oscurità per ammirare e adorare il
manifestarsi della vera Luce, quella del Verbo di Dio che incarnandosi ha illuminato la storia: “La
luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5).
La liturgia cattolica prevede, oltre a quella vespertina della vigilia, tre messe: quella ad noctem (cioè
la messa della notte), la messa in aurora e la messa in die (nel giorno). Anche i protestanti e gli
ortodossi che seguono il calendario gregoriano celebrano il Natale lo stesso giorno. Invece, le chiese
ortodosse orientali lo celebrano il 6 gennaio; gli ortodossi che seguono il calendario giuliano il 7
gennaio e la Chiesa Armena Apostolica di Gerusalemme che segue il calendario giuliano lo celebra
il 19 gennaio.
Il dato simbolicamente importante per la celebrazione della notte non è dunque l’orario esatto – che
sia la mezzanotte o qualunque altra ora – ma il fatto che si celebri quando non c’è luce, quando è
buio. E questo proprio per rendere evidente il senso simbolico della festa. Tuttavia la messa non è la
“messa di mezzanotte”, ma “della notte”. Se si comprende il ragionamento, si comprende pure che
la celebrazione della notte che dovesse svolgersi quando è buio, ma in un orario precedente alla
mezzanotte, non fa di certo “nascere” Gesù in anticipo. Se la profondità della notte è ben resa dalla
mezzanotte, d’altra parte, la messa alle 21 o alle 22 è prassi abbastanza comune in molte comunità
cristiane per motivi di ordine pratico e per agevolare la partecipazione. La stessa celebrazione della
notte di Natale in San Pietro, ad esempio, inizia sempre ben prima delle ore 24. E – ricordiamolo – è
anche vero che esiste la messa dell’alba, che certamente si celebra dopo le 5 del mattino.
Veniamo a noi: certamente la politica non deve parlare di come si celebra la liturgia di Natale. E
certamente la Chiesa deve evitare che le celebrazioni diventino luoghi di contagio. Le indicazioni
circa il modo in cui le celebrazioni debbano svolgersi nei luoghi di culto sono solo un esempio delle
restrizioni di vasta portata all’esercizio di molti diritti umani e libertà civili in tutto il mondo,
causate dallo sforzo per far sì che la distanza fisica prevenga efficacemente le infezioni.
La salute pubblica è menzionata specificamente dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo
come motivo per limitare la libertà di religione o di credo (articolo 9). Tuttavia, tutte le restrizioni
dei diritti fondamentali devono avere una base giuridica, essere necessarie, adeguate, ragionevoli e
generalmente proporzionate in relazione allo scopo che servono e al diritto che limitano.
La politica deve abbassare le mani sullo svolgimento delle celebrazioni liturgiche e non deve
sottovalutare le esigenze spirituali delle comunità religiose che, con i loro valori, contribuiscono a
garantire la tenuta e la coesione sociale. D’altra parte, sulle celebrazioni la Chiesa sa di dover
tutelare il bene e la salute di tutti, modulando i tempi e i modi del culto, scegliendo, in sintonia con
chi è preposto alla tutela della salute, come evitare che le chiese del Natale siano luoghi di contagio.
Non c’è da sollevare da parte alcuna polemiche pretestuose su temi così delicati che toccano sia il
bene comune e la salute dei cittadini sia alcuni valori spirituali che fondano la coesione sociale.

il dono che, per credenti e non credenti, può portarci il natale

 

la vita nuova che deve venire

Natale e il nostro tempo ormai «invaso»

dobbiamo prepararci a un Natale diverso. Un po’ più povero. Con meno amici,
meno familiari, meno regali. Ma forse anche con meno frenesia e con più raccoglimento, più
riflessione. Più spiritualità e, forse, più ospitalità

di Mauro Magatti
in “Avvenire” del 29 novembre 2020

La discussione di queste settimane attorno al Natale è tutta ruotata attorno alla possibilità di tenere
aperti gli impianti sciistici e salvare la stagione turistica. Il tema è diventato così esplosivo da
sollevare persino qualche tensione diplomatica tra i Paesi aperturisti – come Svizzera e Austria – e
quelli rigoristi – Italia, Francia, Germania. I problemi economici di intere comunità montane che
vivono perlopiù di questa attività non devono essere sottovalutati. Come nel caso della ristorazione,
è quindi doveroso sottolineare la necessità di interventi proporzionati da parte dei governi per
salvaguardare attività che sono a rischio di venire decimate. Non è giusto che il costo della
pandemia sia scaricato sulle spalle dei più esposti. E tuttavia, questa vicenda suggerisce molto di
più circa la natura più profonda delle nostre società. In questi mesi si è ripetutamente detto che la
pandemia è un rivelatore che ci permette di capire meglio quello che siamo. E in effetti, proprio il
dibattito sul Natale conferma un tale effetto. Forse prima era più difficile accorgercene. Ma in questi
mesi abbiamo visto che il nostro modello di vita non ammette nessun ‘altrove’. Né spaziale – il
mondo interconnesso è stato investito in pochi mesi dal virus, senza possibilità di scampo – né
temporale – non c’è più un momento ‘esterno’ al circuito economico.
Passo dopo passo, l’attività commerciale ha ‘invaso’ la domenica così come la fascia serale. Il nostro
tempo libero è affollato di attività a pagamento: palestre, cinema, musei, viaggi.
Così che il lavorare non riguarda più solo le 8 ore della classica giornata feriale, ma si estende alla
quasi totalità delle nostre attività che si reggono solo a condizione di avere un corrispettivo
economico. E lo stesso vale per il calendario annuale, ormai riempito di ‘festività’ commerciali: le
ferie estive al mare e quelle invernali sugli sci; San Valentino, Carnevale, Pasqua, i saldi di fine
stagione (rigorosamente invernali ed estivi), Halloween, la festa del papà, quella della mamma, il
Black Friday, le festività natalizie etc.
Non che la cosa sia di per sé un male. Lavorare nella cultura o nel turismo è meglio che stare in una
fonderia o in una miniera. Ma non vanno nemmeno sottovalutati gli effetti collaterali. Sta di fatto
che, mentre stiamo (lentamente) cominciando a capire che la questione della sostenibilità va presa
sul serio – pena esporci alle conseguenze disastrose del riscaldamento globale – ci si continua a
proporre e riproporre un modello che non lascia respiro, che corre sempre più velocemente e che
non ammette pausa. Un modello 24 ore su 24, sette giorni su sette.
Nei giorni scorsi – e, meno male, non solo da queste pagine – qualche voce ha cercato di dire che,
data la situazione, dobbiamo prepararci a un Natale diverso. Un po’ più povero. Con meno amici,
meno familiari, meno regali. Ma forse anche con meno frenesia e con più raccoglimento, più
riflessione. Più spiritualità e, forse, più ospitalità. Il che non sarebbe una cattiva idea tenuto conto
che siamo alla fine di un anno tremendo che non si potrà cancellare con un’alzata di spalle. Come
ha più volte detto papa Francesco, «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla,
chiudendoci in noi stessi». L’antica saggezza biblica – risalente a 3.000 anni fa – insiste
sull’importanza di un’interruzione del tempo che permetta di staccarsi dalle attività quotidiane per
guardare il mondo da un punto di vista diverso. Un bene inestimabile per l’anima che diventa così
più capace di rigenerare quella saggezza e quella creatività senza le quali si finisce nel vortice di
una ripetitività sfibrante. Questo vale anche – anzi, soprattutto – per la società contemporanea.
Il Natale ci parla di un mondo che si fa nuovo a partire dalla fragilità di un Bambino. Racconto
concreto che ci sollecita a reimparare ciò di cui abbiamo più bisogno: tornare a saper sperare,
coltivando la ‘memoria del futuro’, risorsa indispensabile per affrontare creativamente le
preoccupazioni che ci affliggono.
La pandemia ha già causato molti danni economici e sociali. E nonostante l’arrivo del vaccini, il
2021 sarà un anno difficile. Il Natale povero che ci apprestiamo a vivere può essere, allora, una
occasione per rientrare un po’ di più in noi stessi, capendo che la soluzione ai tanti problemi che ci
affliggono non passa da un attivismo affannoso, da una accelerazione insensata. Dal ritorno
frettoloso a fare quello che facevamo prima. Se c’è una cosa che il terzo choc globale ci aiuta a
vedere è che l’illusione di un mondo a crescita illimitata e del godimento individualizzato non si
regge.
La nostra capacità di uscire positivamente dalla crisi della pandemia ha dunque strettamente a che
fare con la nostra disponibilità ad ascoltare l’annuncio di Betlemme: il nostro destino sta in una
promessa di amore che intravvediamo e che ancora si deve compiere nella sua pienezza. Ecco
dunque, il dono che, per credenti e non credenti, può portarci il Natale: essere tempo di
rigenerazione, rito collettivo di riapertura della speranza, tempo di meraviglia per accogliere e poi
accompagnare la vita nuova che deve venire.

natale è ‘stupore’ e speranza di fronte al mistero e alla responsabilità della vita, non infantile ‘poesia’

per un
NATALE
di stupore e di speranza

Come sarebbe bello se questo Natale ci riaprisse gli occhi e smascherasse le nostre ipocrisie e le nostre prudenze, ci restituisse un orizzonte più vasto del nostro piccolo ombelico e del nostro personale benessere e tornaconto e ridesse stupore e speranza alle nostre vite

Lo stupore nell’accorgersi che Natale è la festa di un Dio fuori da sé, che esce dal suo spazio sacro per riproporsi a tutto e a tutti come uomo tra gli uomini.

Lo stupore nello scoprire che soltanto fuori dai recinti delle nostre città, dagli spazi ristretti dei nostri spauriti cenacoli, si può rinascere alla vita.

Lo stupore nel vedere che la stella si poggia lontano e fuori dai palazzi dei detentori del potere, dalle chiese dei funzionari del sacro, dalle fortezze di carta degli imbonitori di turno e va nelle case dei semplici e dei poveri, dove pianto, dolore, sogno e amore si intrecciano di continuo.

Lo stupore di un annuncio di cose nuove ai pastori, a coloro che, anche se segnati dalla stanchezza e dalla delusione dell’esclusione, continuano a vegliare la notte e ad ascoltare la luna.

Lo stupore del ritrovare il senso dell’essenziale, del gratuito, delle cose minute: una carezza di tenerezza, un sorso di vino bevuto in compagnia, una fontana d’acqua dove risvegliarci alla vita, un gioco allegro di bimbi, un canto di lotta e di passione, uno stare insieme dove ognuno vive perché l’altro viva, senza più voler accaparrarsi, possedersi, comprarsi.

 

 

che per tutti e per tutte noi sia un Natale così

Buon Natale

di Alessandro prete della Comunità delle Piagge

una lettera immaginaria della Madonna a Gesù Bambino per la sua nascita … e a noi

la lettera di “Maria” al Figlio, duemila anni dopo

una lettera immaginaria della Madonna a Gesù Bambino per la sua nascita e a noi

don Francesco Cosentino

 

Mi sembra ieri. Vibravi dentro di me e ancora non immaginavo nulla della splendida avventura in cui Dio mi stava trascinando. Un figlio ti cambia la vita per sempre, perché è il miracolo partorito dalle tue viscere. Ma, nel mio caso, fu sconvolgente.

Vivevo una specie di sogno celeste, con il tremore di chi era stata sorpresa da una luce che veniva dall’alto, ma doveva comunque fare i conti con le pentole della cucina e la roba da rassettare. E, nel frattempo, tu crescevi. In silenzio ti guardavo diventare uomo e lacrime di stupore e di gioia solcavano il mio viso, mentre dolcemente pronunciavo il tuo nome.

Non immaginavo ancora, che la luce che aveva squarciato le finestre della mia povera casa di Nazareth e spalancato le porte del mio cuore a Dio, sarebbe stata presto oscurato dall’incomprensione, dall’ostilità e dalla violenza degli uomini. Ma intanto crescevi. Aiutavi tuo padre nella bottega, giocavi con gli altri ragazzi, godevi spensierato dei semplici giorni del villaggio, ma, allo stesso tempo, a volte ti facevi serio e osservavi l’orizzonte. Avevi già nel cuore il desiderio di raggiungere tutti, di sanare le ferite, di rialzare i caduti, di piantare l’amore nelle viscere della storia. Figlio mio, ma in realtà figlio dell’umanità. Ben presto non più mio, ma pane per coloro che avevano fame.

Ecco, caro Figlio, anche oggi stai per nascere. Il tuo Natale, oggi, è diventato una festa di luci, un tripudio di colori e una melodia di nenie. Eppure, ancora una volta, ti troverà soprattutto chi saprà visitare la semplicità e la povertà della grotta, chi imparerà il ritmo del battito del tuo cuore proprio come ho fatto io appena ti ho sentito nel grembo, chi darà alla luce sogni di pace e di futuro, portando avanti quella promessa di liberazione di cui mi parlò l’Angelo quando mi annunciò la tua venuta.

È Natale, amati compagni di cammino. Dopo duemila anni, con il cuore di Madre, vorrei invitarvi a preparare bene la Sua venuta.

È Natale se vi spogliate della pretesa di farcela da soli e imparate a tendere la mani a questo Bambino. Se non avete paura di entrare anche voi nella grotta, dove a volte la fatica, la stanchezza, il buio vengono a sorprendervi e pare che non ci sia più nulla per cui valga la pena impegnarsi, mentre l’aurora di Dio sta già nascendo dentro di voi.

È Natale, se al di là di tutto, voi sapete ritrovare il senso vero della famiglia. Fermarsi, ascoltarsi, parlarsi. Ma anche abbracciarsi, con quel calore dell’amore di Dio per mettere in circolo la rivoluzione della tenerezza. Rompete i muri dell’egoismo, vincete le resistenze, superate quei silenzi mortali e, finalmente, datevi un abbraccio vero. Non importa se siete rotti, spezzati, piegati; non siete una famiglia perfetta quando la vostra casa, le situazioni di ogni giorno e il conto in banca sono a posto, ma quando avete il coraggio di amarvi sempre e di nuovo, e di sapervi stringere in un abbraccio.

È Natale se vi prendete cura della madri e delle donne, ancora fin troppo silenziate, maltrattate e violentate, mentre invece sono loro a generare la vita.

È Natale, se sapete accogliere il Bambino negli occhi di tutti i bambini. Ricordatevi del Vangelo: sono innocenti, sono angeli e guai a chi li scandalizza, li turba, li umilia, li ferisce.

È Natale se vi impegnate a cercare e trovare Dio non solo in questo freddo giorno di dicembre, ma nelle cose ordinarie di ogni giorno, nei luoghi che frequentate e nell’impegno del vostro lavoro, nei bilancio della vita che faticate a portare avanti. Perché voi lo sapete, per una strana scelta della Provvidenza Divina, questo Figlio è nato da una povera fanciulla di Nazareth, il più sperduto dei paesi. Se Dio ha fatto in me grandi cose, può farle anche in voi.

Lo accarezzavo sempre quando era Bambino. Fatelo anche voi in questo Natale, con atteggiamento materno: date alla luce il sogno di Dio, magari accarezzando chi è solo, chi è ammalato, chi è deluso, chi è triste, chi si è fermato.

Ogni volta che accogliete mio Figlio, il mio cuore si commuove come nel giorno dell’Annunciazione. Aprite il Vangelo, ascoltatelo e parlate con Lui. Nelle vostre case, in questo Natale, accendete una candela sul tavolo e sedetevi tutti attorno: mamme, papà, figli, nonni. E gustate la bellezza dell’amore di Dio nel silenzio del cuore e nello sguardo innamorato che voi sapete darvi.

Ve lo auguro, con cuore di Madre.

la ‘lettera di natale’ dei preti del triveneto

 

Una rinnovata passione per Dio e per l'uomo

una rinnovata passione per Dio e per l’uomo

 
 

 la “lettera di natale 2017” di un gruppo di preti del triveneto

(pubblicata, come ogni anno, sul sito del Centro Balducci)

una rinnovata passione per Dio e per l’uomo insieme a papa Francesco 

Care amiche e cari amici il saluto più cordiale e amichevole a tutte voi, a tutti voi.

Ci sentiamo sollecitati, anche quest’anno, in prossimità del Natale, a condividere con voi esperienze, riflessioni, dubbi, preoccupazioni, interrogativi e l’esistenza di una possibile speranza. Siamo preoccupati come tanti di voi, per la situazione del mondo attuale, considerando insieme le nostre comunità locali e quella planetaria, nell’interdipendenza sempre più evidente e quotidiana della famiglia umana. Lo siamo anche come uomini e preti per lo scarto evidente tra il segno straordinario della presenza, delle parole e dei gesti di papa Francesco e la scarsa ricaduta nelle Diocesi e nelle parrocchie in diverse delle quali si procede come se il Vescovo di Roma non ci fosse. 

I MOTIVI DI PREOCCUPAZIONE

La condivisione delle preoccupazioni di tante persone che incontriamo in situazioni di povertà, di tribolazione, di abbandono si congiunge con le cause strutturali dell’impoverimento, della fame, delle oppressioni, della violazione dei diritti umani, delle guerre, della distruzione della Madre Terra e di tante espressioni della vita; dei diffusi atteggiamenti di pregiudizio, discriminazione e razzismo nei confronti dei diversi, in modo particolare degli immigrati. Avvertiamo la distanza abissale fra la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, di cui il prossimo 2018 si celebrerà il 70° anniversario, la nostra Costituzione, i principi ispiratori delle religioni, in particolare per quanto ci riguarda il Vangelo di Gesù di Nazaret e le diffuse e persistenti situazioni drammatiche che permangono su scala planetaria e che riguardano la vita di centinaia di milioni di persone. Le tante iniziative ed esperienze positive, per altro indispensabili e ammirevoli, pare non favoriscano processi di cambiamento strutturale di fronte alla forza straripante delle multinazionali, delle concentrazioni finanziarie, dell’esaltazione in varie forme del capitalismo, che per perseguire il suo fine perverso opprime, impoverisce, distrugge. Appunto ci preoccupa la mancanza di cambiamenti significativi che può indurre pericolosamente a fatalismo, rassegnazione e chiusura in ambiti individualistici. Siamo preoccupati della situazione attuale della politica, della crisi profonda di progetti, di contenuti, di rappresentanza, di metodo, sia a livello regionale sia nazionale, europeo e mondiale. La passione per il bene comune, la dedizione, la competenza nell’affrontare le questioni, la sperimentazione “dell’arte di uscire insieme dai problemi”, come don Milani e i suoi alunni hanno definito la politica, troppe volte sono assenti, per il prevalere di incompetenza, approssimazione, affidamento alla forza delle immagini e degli slogan gridati, che sostituiscono analisi, riflessioni e proposte serie. La dimensione gravemente mancante è soprattutto quella che dovrebbe sempre caratterizzare la politica, che è indispensabile per il governo della polis ai diversi livelli: il rapporto stretto, continuo, di ascolto e di partecipazione con i cittadini. Si potrebbe dire: meno riunioni nelle stanze riservate della politica e molti più incontri con le persone dei paesi, dei quartieri, delle città per percepire in diretta le situazioni, le storie delle persone, i bisogni, le attese, le speranze. 

CAMMINIAMO CON PAPA FRANCESCO

Abbiamo interamente dedicato a lui la lettera del Natale del 2013. La sua presenza come Vescovo di Roma e Papa ci ha fin dall’inizio incoraggiato e sostenuto; abbiamo percepito, in linea con papa Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, la Chiesa in cui crediamo e per cui ci impegniamo: in mezzo alla gente, povera e dei poveri, al servizio umile e disinteressato dell’umanità, liberandosi da ogni volontà di dominio e di prestigio, di alleanze con i poteri di questo mondo. Papa Francesco esprime con le parole quello che vive e il suo stile di vita rende credibili i suoi messaggi. Parole e gesti si intrecciano, si richiamano gli uni negli altri. La sua proposta non è ristretta nell’ambito di una Chiesa autoreferenziale, bensì percepita da tutta l’umanità. La fede nel Dio di Gesù e il riferimento continuo al suo Vangelo, l’attenzione ai poveri, ai migranti; la denuncia della follia di ogni guerra, dei produttori e dei commercianti di armi, le chiare prese di posizione contro la corruzione e le organizzazioni criminali delle mafie, l’attenzione agli operai, la condivisione esplicita delle lotte dei movimenti popolari mondiali, l’Enciclica Laudato si’ sulla custodia e la cura della casa comune sono alcune indicazioni del suo insegnamento. A proposito della Laudato si’, esprimiamo la nostra delusione per come, dopo poco tempo, nella Chiesa, salvo rare eccezioni, non abbia più alcuna attenzione. Noi pensavamo che per le Diocesi diventasse un testo di riflessione e di riferimento per un tempo significativo e nei seminari di studio e approfondimento per coloro che si preparano a diventare preti. Abbiamo registrato un totale disinteresse anche nel mondo politico: data la sua articolazione e ampiezza il testo avrebbe, a nostro avviso, costituito un’interessante riflessione su una questione decisiva

della nostra vita e di quella delle generazione future. Ci interroghiamo sul perché papa Francesco sia amato e sostenuto nella Chiesa e da tante persone che non si riferiscono ad essa e sia invece osteggiato e criticato da tante persone della Chiesa, anche preti, vescovi, cardinali, dai potentati finanziari e dai gruppi di potere mondiali e da chi prende da lui le distanze per la sua continua insistenza sull’attenzione ai poveri, ai deboli, ai migranti, per uno stile di vita sobrio ed essenziale. Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere dottrinale: la dottrina è certo importante ma sempre in relazione con le storie delle persone. Gesù di Nazaret non ha annunciato una dottrina, bensì ha proposto un nuovo modo di essere con se stessi, con gli altri, con Dio, con il denaro e con tutte le realtà del mondo. Chi identifica la fede con la dottrina ritiene che il papa sia in essa incerto, con riferimento alle indicazioni etiche, in particolar modo a quelle riferite ai rapporti di amore e alla sessualità. Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere centralizzato, a cominciare da quello inquietante della curia romana, con riferimento a tutte le concentrazioni di potere piccole o grandi nelle Diocesi e nelle parrocchie, per riproporre la Chiesa popolo di Dio in cammino nella storia, sinodale in cui il dialogo, il confronto, le decisioni sono comuni, non del vescovo o del prete e di alcuni collaboratori scelti a propria immagine e somiglianza. Non una Chiesa gerarchica, bensì di comunione, dove l’autorità svolge il suo compito che si caratterizza per un servizio umile e disinteressato alla comunità. Papa Francesco cerca di liberare le Chiesa dall’intreccio fra potere economico e politico. Le concentrazioni finanziarie delle IOR con i poteri occulti coinvolti, gravissimo scandalo per la Chiesa, rimesse in discussione certo con fatica e con tempi lunghi; la prospettiva riguarda le Diocesi e le parrocchie e chiede un rapporto trasparente con il denaro finalizzato alla vita delle comunità e a un’autentica, non occasionale, solidarietà con i poveri. Lo stesso orientamento riguarda anche uno stile di vita semplice, sobrio, essenziale; abitazioni dignitose, ma non lussuose e ricercate; auto utilitarie, frequentazioni di persone semplici.

Per quanto riguarda il potere politico, la presenza di papa Francesco ha liberato con evidenza la Chiesa italiana dall’abbraccio compiacente con il potere; le stagioni del progetto politico della Chiesa in Italia hanno supportato rappresentanti e scelte politiche lontani dal Vangelo, ricevendone appoggio e sostegno economico. Il terreno dei cosiddetti “valori non negoziabili” è diventato di reciproche e strumentali compiacenze. La Chiesa è chiamata sempre a schierarsi, a prendere la parte dei poveri e dei deboli, senza identificarsi con una forza politica, perché, nell’incarnazione della storia, dovrebbe sempre esprimere quell’ulteriorità che porta a scorgere i poveri, i fragili, i deboli, dei quali anche un programma di schieramento rischia di non porli come priorità, se non addirittura di dimenticarsene. Perché, come ci ricorda il Papa, “la Chiesa è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce incontro al prossimo, sollecita a servire senza seguire poteri mondani che la rendono sterile”. Nella lunga campagna elettorale già iniziata per le elezioni regionali e politiche nella primavera del 2018, anche se non in modo evidente, espressioni della Chiesa saranno cercate. Sarà sempre importante non lasciarsi catturare da nessuno per poter vivere con libertà e coraggio la profezia della denuncia e della proposta dei diritti umani uguali per tutti o non più tali, per ogni situazione che offende la dignità delle persone; con una attenzione particolare a un fenomeno già perdurante: quello di utilizzare la religione strumentalmente per finalità di consenso, per acquisire voti. Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere liturgico, cioè da una liturgia autoreferenziale, che pretende la solennità esteriore. Celebra in modo semplice, con paramenti semplici, con il commento diretto e comprensibile del Vangelo. Ci pare importante ricordare la sua scelta molto significativa di celebrare ogni mattina l’Eucarestia a Santa Marta, con la comunità che si raccoglie, non nella cappella privata come i suoi predecessori, di aprire il Vangelo e commentarlo. Si può dire che questa modalità di essere non riguarda le singole giornate, ma l’intero progetto di Chiesa: Vangelo e vita, vita e Vangelo. La semplificazione nel senso positivo di avvicinarsi alle dimensioni più importanti, a quelle del mistero è criticata da coloro che, funzionari della religione, attendono il palcoscenico per l’esibizione. Papa Francesco non ha certo bisogno della nostra difesa; noi ancora una volta vogliamo pubblicamente dichiarare che camminiamo con lui per riformare la Chiesa. Fra le altre scorgiamo la motivazione fondamentale: lui ha parlato nuovamente al mondo di Dio, del Dio di Gesù che è misericordia, che è attento, si prende a cuore e si prende cura di tutte le persone qualsiasi siano le loro situazioni e condizioni. E’ questo il fondamento della “rivoluzione”, proprio perché la vera, grande questione riguarda Dio, la sua immagine, la sua percezione! Quale Dio dunque, dato che così facilmente oltre a poter essere insignificante è così spesso strumentalizzato per legittimare capitalismo, violenze, armi, guerre, razzismo, distruzione dell’ambiente?

Gesù di Nazaret ci libera da ogni possibile strumentalizzazione di Dio: il Vangelo delle Beatitudini e l’invito perentorio a riconoscerlo e ad accoglierlo nel più piccolo dei fratelli in difficoltà sono inequivocabili e non ammettono alibi. 

LA QUESTIONE DEI MIGRANTI

Già nella lettera dello scorso Natale abbiamo condiviso con voi alcune riflessioni sulla questione che non è una tra le importanti, bensì la più importante, quella decisiva, dirimente ogni altra anche perché ne assume in sé altre importanti, che sono le cause strutturali delle migrazioni forzate: impoverimento, dittature, violazione dei diritti umani, armi, guerre, disastri ambientali. Ricordiamo alcune connotazioni fondamentali: le migrazioni, sempre costanti nella storia dell’umanità, oggi hanno assunto una dimensione planetaria. Coloro che giungono fra noi ci rivelano qual è la situazione del mondo; chi sono loro; chi siamo noi: quali sono la nostra sensibilità, la nostra cultura, etica, politica, legislazione; qual è la nostra fede; ci rivelano la nostra storia. Un esempio: mai si ricorda negli incontri, tanto meno nei tanti strumentali dibattiti televisivi, che gli italiani del fascismo hanno usato i gas in Etiopia e bruciato nelle loro capanne donne e bambini. Quando arrivano oggi gli etiopi, dovremmo abbassare lo sguardo, provare vergogna e chiedere profondamente perdono. E’ fondamentale lo sguardo su coloro che arrivano perché questo esprime i vissuti e i pensieri del cuore. Perché nei paesi poveri dell’Africa, come ad esempio l’Uganda o in altri come il Pakistan o il Bangladesh, si accolgono i profughi con le risposte precarie possibili, senza muri, fili spinati, avversione pregiudiziale e altrettanto non avviene in Europa, in Italia, in Friuli Venezia Giulia e nel Veneto? Non intendiamo nascondere le complessità, ma questo non ci esime dall’esprimere un giudizio severo sulle istituzioni, sulla politica, sulla mentalità diffusa in una parte della popolazione, sugli inquietanti e pericolosi segnali di modi di pensare e di agire, come quelli dei gruppi neofascisti, che esprimono odio e pretendono che le persone diverse, in particolare i migranti, non siano presenti fra di noi. Il nostro paese al riguardo ha una memoria storica dolorosa se pensiamo alle leggi razziali del 1938 L’Europa ha dimostrato il suo volto peggiore; l’Italia ha il grande merito di aver salvato in mare decine e decine di migliaia di persone, ma non ha potuto evitare, anche perché lasciata sola, che in questi anni nel Mediterraneo i morti siano oltre a 40 mila. Durante la scorsa estate abbiamo constatato la criminalizzazione delle ONG, in generale della solidarietà e le scelte politiche del governo italiano nei confronti delle quali esprimiamo tutta la nostra contrarietà: per le modalità, i finanziamenti a gruppi motivati unicamente da interessi economici, le conseguenze di far continuare la prigionia dei migranti nei lager della Libia o di farli in essi ritornare, con torture e angherie di ogni genere e anche, come è stato documentato ultimamente, con la tratta degli schiavi. Il fatto che i migranti non arrivino o arrivino in numero minore si è trasformato in un cinico sollievo di una parte della popolazione italiana. La contrapposizione all’approvazione dello ius soli temperato ci pare veramente pretestuosa, faziosa, senza fondamenti credibili, un pretesto per l’avversione. Ci soffermiamo un momento sulla situazione delle regioni del nordest, con attenzione alla nostra, per rimarcare alcuni atteggiamenti e situazioni concrete che ci hanno addolorato e sdegnato. Ci chiediamo: perché la memoria storica dell’emigrazione di decine e decine di migliaia di emigranti friulani e giuliani insegna così poco? Perché la memoria storica della straordinaria solidarietà vissuta nel dopo terremoto non si trasforma in sensibilità dell’accoglienza E’ per noi sconcertante che l’annunciato arrivo di 10, 15, 18, 25 persone in un paese susciti reazioni viscerali di rifiuto a prescindere. E questo con l’invocazione della identità, della cultura, dell’essere a casa propria, dell’essere cristiani e cattolici. Certamente le istituzioni e la politica hanno le loro responsabilità nel non progettare, informare, predisporre, accompagnare, sostenere. Ma ugualmente queste reazioni di emotività irrazionale attengono all’antropologia, al nostro essere donne e uomini, in relazione con gli altri, nella storia in divenire. A proposito di progetti, nella Lettera di Natale 2016 ci siamo permessi di indicare le zone di montagna come possibilità di inserimenti progettuali di migranti a beneficio di tutti con il coinvolgimento di italiani. Auspichiamo che la politica finalmente possa porre attenzione a queste prospettive a cominciare dai programmi delle prossime elezioni con l’impegno di attuarli. Sentiamo l’esigenza di un salto di spiritualità incarnata nella storia, di cultura, di ripresa dei diritti umani fondamentali, di una politica seria che assuma le questioni e non le faccia diventare motivo di contesa e di lotta, senza costruire possibili risposte positive. Le paure indotte da diverse concause, i problemi sociali irrisolti degli italiani favoriscono un conflitto con chi arriva e l’indicazione di loro come responsabili dei problemi e delle mancate soluzioni. Papa Francesco nel messaggio per la celebrazione della 51a Giornata Mondiale della Pace, il 1o gennaio 2018, propone a tutta l’umanità una riflessione su migranti e rifugiati: “Uomini e donne in cerca di pace” ricordando che “quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano” e indica le quattro pietre miliari per l’azione: “accogliere, proteggere, promuovere, integrare”. Se poi nella nostra Regione si verificano in continuità con gli anni precedenti situazioni, come avvenuto nel periodo appena trascorso, di persone che dormono all’addiaccio (stranieri e italiani), a Pordenone, Trieste, Udine, Gorizia, della scandalosa condizione di coloro che in questa città hanno trovato l’unico riparo nella Galleria Bombi, allora significa che ci sono carenze e inadempienze a livello strutturale. Quella in cui stiamo vivendo è una situazione nuova in cui si prepara una nuova umanità di convivenza fra le persone diverse: dipenderà anche dalle scelte di oggi la qualità della convivenza del futuro. 

ATTENZIONE E PREMURA NEI CONFRONTI DEI POVERI, DEI DIVERSI, DEI CARCERATI 

Ci sentiamo preoccupati e addolorati per la mentalità che si diffonde nella nostra società di indifferenza e disprezzo nei confronti delle persone etichettate come diverse, del fastidio che si manifesta nei confronti dei deboli e dei poveri, della mentalità escludente e vendicativa nei confronti dei carcerati. Ogni volta che questo accade nelle città e nei paesi, constatiamo che vengono stracciate la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la nostra Costituzione, il Vangelo di Gesù di Nazaret, i principi ispiratori delle diverse religioni. Avvertiamo urgente e indispensabile una rinascita spirituale profonda, la crescita della cultura e della pratica dei Diritti Umani, il riferimento al Vangelo accolto in tutta la sua provocazione, il suo sostegno e conforto. In particolare, per quanto riguarda i carcerati, da tempo abbiamo appreso la Dichiarazione che “la civiltà di un paese si misura dalle condizioni delle carceri”. Applicata all’Italia ci lascia sgomenti. La certezza della pena è indubbiamente importante ma non può significare la sepoltura delle persone nella colpa in situazioni di disumanità, bensì configurare percorsi rieducativi come afferma la Costituzione, umani e umanizzanti. 

VIVERE E MORIRE CON DIGNITÀ

Desideriamo condividere con voi alcune considerazioni sul vivere e morire con dignità, suggerite dall’incontro con le storie di sofferenza di tante persone e anche dalle recenti riflessioni di papa Francesco e dalle dichiarazioni di Michele Gesualdi, discepolo di don Lorenzo Milani, uomo di fede e di servizio agli altri. La questione è molto delicata perché in essa si concentrano dimensioni diverse. Ogni persona umana deve essere sempre rispettata nella sua dignità e libertà, nella sua storia e nelle situazioni di sofferenza e malattia. Quando queste diventano estreme, il rispetto richiede il non accanimento terapeutico, l’assecondare la volontà del malato e dei suoi famigliari. Così papa Francesco: “… occorre un supplemento di saggezza perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.” Già Pio XII, 60 anni fa, in un discorso ad anestesisti e rianimatori, ha affermato che non c’è l’obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. Ancora papa Francesco: “E se sappiamo che dalla malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte”. Nessuno deve sollecitare o indurre a morire qualcuno ed egualmente nessuno deve costringerlo a vivere in condizioni disumanizzanti.

Siamo anche favorevoli all’autodeterminazione della persona malata espressa in condizioni di buona salute o nella situazione di sofferenza; se questo non è possibile tramite un’altra persona delegata. Qualcuno osserva che l’autodeterminazione si porrebbe contro Dio che ci ha donato la vita. Consideriamo che il dono della vita comporta libertà e responsabilità. L’autodeterminazione non è quindi contro Dio ma invece può essere vissuta di fronte a Lui, in dialogo con Lui, affidandosi pienamente a Lui, anche perché la vita non è l’assoluto biologico della stessa e noi saremo accolti nel suo Mistero di vita. Speriamo quindi che la legge sul biotestamento, passata alla Camera e ora ferma al Senato, sia stata approvata quando questa nostra lettera sarà pubblica, se non lo fosse sarebbe un segno negativo. 

LE RAGIONI DELLA SPERANZA

E’ possibile sperare? Quali le motivazioni, quali le ragioni? E’ possibile scorgendo quotidianamente fra le tribolazioni, i dolori, le diverse difficoltà i segni positivi di persone, di gruppi, di comunità che, animati da ideali, da fede, dalla disponibilità alla concreta prossimità, si dedicano con passione, gratuità e perseveranza. Insegnanti, amministratori, professionisti, medici, infermieri che vivono la loro competenza in modo veramente umano; tante persone coscientemente volontarie. E questo in ogni parte del mondo. Consideriamo un segno di speranza l’assegnazione del Nobel per la Pace 2017 a ICAN per la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.

La prossima memoria viva del Natale è motivo di speranza. Gesù di Nazaret è venuto, uomo fra noi, per annunciare la speranza del Regno di Dio, di una nuova umanità di fratelli e sorelle, di giustizia e di pace: questo è il sogno di Dio sull’umanità; Lui ci propone di coinvolgerci per contribuire a realizzarlo, assicurandoci la sua presenza come riferimento, guida e sostegno.

Il bambino del Natale è l’incarnazione di Dio, che ha scelto la carne dei poveri e che nella carne dei poveri verrà ucciso, che ci giudicherà sui nostri atti di solidarietà nei confronti dei poveri. Vivente oltre la morte, ci accompagna, come i due viandanti di Emmaus, oggi sulle strade delle nostre vite. La memoria viva dell’autentico Natale ci dice che le speranze che più sembrano impossibili sono rese possibili da Dio, dalla fiducia in Lui nel credere che questo può avvenire ogni giorno. Questa speranza assume tutte quelle che nascono dal dolore, dalla fame e sete di giustizia, non può che essere una speranza condivisa con gli altri, che ci avvicina come fratelli e sorelle, come compagni nel cammino della vita.

 

I preti firmatari

 

Pierluigi Di Piazza, Franco Saccavini, Mario Vatta, Pierino Ruffato, Paolo Iannaccone, Giacomo Tolot, Piergiorgio Rigolo, Renzo De Ros, Luigi Fontanot, Alberto De Nadai, Albino Bizzotto, Antonio Santini.

 

CONVOCAZIONE ASSEMBLEA 

Noi firmatari della lettera di Natale invitiamo tutte le persone, della nostra Regione e anche di altre, di diverse ispirazioni e percorsi, che hanno a cuore l’insegnamento di papa Francesco e le riflessioni proposte in questa lettera a partecipare a una pubblica assemblea che intitoliamo

“Una rinnovata passione per Dio e per l’uomo insieme a papa Francesco”

che si svolgerà nel Centro di accoglienza e di promozione culturale “Ernesto Balducci” di Zugliano (Udine) Sabato 17 febbraio 2018 dalle ore 9.30 alle 16.00

L’assemblea è aperta a tutti, la partecipazione è libera. Sarà reso noto successivamente il programma dettagliato della giornata. Si chiede la cortesia di segnalare la propria presenza personale o del gruppo e comunità di appartenenza, indicando possibilmente il numero delle persone partecipanti, scrivendo o telefonando alla segreteria del Centro Balducci entro mercoledì 31 gennaio.   

e-mail: segreteria@centrobalducci.org

 

Telefono: 0432-560699

* foto di Pietro Piupparco, tratta da Flickr, immagine originale e licenza

non basta fare presepi per evitare un natale eretico!

La nascita di Gesù. Natali eretici?

la nascita di Gesù

natali eretici?

 da: Adista Segni Nuovi n° 45 del 30/12/2017
 

Cominciamo con il testo del disegno che credo fosse dell’ineffabile Cortés:

«Se la gente pensasse seriamente a quello che significa che Dio si incarna, che si pone radicalmente dalla parte dei più poveri e dimostra che l’unica religione vera è l’amore vero, se la gente pensasse veramente a cosa la impegna dire che Dio è nato a Betlemme…, probabilmente non sarebbe tanto contenta quando arriva Natale».

Quando Fidel Castro decise di sopprimere il Natale, mezzo mondo lo accusò di essere ateo e anticristiano. Concedo che misure di questo tipo non possano imporsi dittatorialmente, ma rimane un’altra domanda: era veramente una misura anticristiana? O, come succedeva quando accusavano Gesù di essere “blasfemo”, Fidel era più profondamente credente dei suoi accusatori? Vediamo un momento.

La nascita di Dio, proprio di Dio!, nella povertà e nell’abbandono che vivono molti esseri umani, l’abbiamo trasformata in un ammasso di consumo inutile, che non rivela niente della solidarietà di Dio con noi, ma rivela la nostra “insolidarietà” con gli altri. Visto da questo divino “amore fino all’estremo” (come dice un Vangelo), quello che dovrebbe essere la festa dell’umano, si è trasformato in festa dell’inumano. La stalla è diventata una “Corte inglese”; la compagnia del bue e dell’asinello è diventata la compagnia del maialino e di un buon vino. I disprezzati socialmente (i pastori) e gli stranieri (i magi), gli unici che, secondo il Vangelo, percepiscono e annunciano la nascita di Dio, sono oggi figure bucoliche ben vestite e “re”. Per questo non hanno nulla da annunciarci, se non che la vita manca di senso e che possiamo riempire questo vuoto solo consumando. La notte fuori città “senza luogo dove riposare”, si è mascherata da arterie ben illuminate, dove si spreca energia per incoraggiarci a sprecare denaro. La solidarietà di Dio che si rivela dandosi fino all’umiliazione, l’abbiamo pervertita in solidarietà artificiali che scimmiottano le celebrità. E invece di celebrare la nascita di Dio, celebriamo la nascita dello spreco. Ogni anno, le famiglie si riuniscono per inerzia, sotto lo slogan di celebrare l’affetto e l’unione familiare, si lasciano più estranee e in maggiore inimicizia, soprattutto se di mezzo ci sono i soldi. Alla fine, una pubblicità detestabile ci propina una brutta parodia di Gustavo Adolfo Bécquer dicendoci: «Il Natale sei tu». Ecco come la festa dell’amore si traveste da festa dell’egoismo.

Ciliegina di tutta questa perversione può essere quel tristemente celebre presepe dell’ospedale di Castellón, reso noto l’anno passato per queste feste: 90.000 mila euro annunciati da un angelo moderno, e non precisamente ai pastori o agli infermi… Se questo non è blasfemia ed eresia, che venga la Congregazione per la dottrina della fede e ce lo dica.

Concedo che non è stato sempre così. Molte canzoni riflettono ancora una poetica e, ingenuamente, l’incontro della migliore umanità con la semplicità, e dell’aspetto materiale come espressione (non come sostituzione) di quello spirituale. Quello che oggi denuncio è frutto di questa inevitabile “entropia”, che è anche una legge della storia e non solo della fisica. E che si acutizza con il decristianizzarsi della società.

In modo semplice e per niente aggressivo, è questo che dovrebbe preoccupare noi cristiani. Sarebbe assurdo che tutti quelli che credono nella (e celebrano la) nascita dello stesso Dio nell’abbandono e nella povertà trasformassero questi giorni sacri in giornate di totale rinuncia al consumo, di intensificazione della presenza solidale fra le vittime di questo mondo crudele, e di piena riconciliazione e perdono fra noi e con tutti gli esseri umani? Giorni nei quali ci ripetiamo alcune parole bibliche come: «Ascolta popolo credente, il nostro Dio è solamente uno; amalo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e tutte le tue forze»… O «gli dei e i signori della terra non mi soddisfano»? Lasciamo pacificamente che coloro che non hanno altri dei si dedichino al consumo sfrenato. Forse, se noi rinunciassimo seriamente a consumare in questi giorni, faremmo loro persino un favore perché, se diminuisce la domanda, si abbassa anche il prezzo dell’offerta.

Sognando, potrebbe succedere che le Chiese cristiane, che non devono pretendere di imporre la loro fede né cambiare le cose per forza come Fidel Castro, si interroghino seriamente sulla possibilità di abbandonare la data del 25 dicembre come celebrazione della nascita di Gesù di Nazareth. Di fatto, Gesù non è nato in questo giorno e non sappiamo in quale giorno ciò accadde. Si è scelta questa data per trasformare la festa pagana della nascita del sole. Ma forse è tempo di lasciare che la società non cristiana recuperi quella festa pagana e di trasferire il Natale cristiano ad un’altra data: magari un mese dopo, sul finire di gennaio.

Così, inoltre, le feste laiche del solstizio d’inverno passerebbero ad essere, per la liturgia cristiana, ulteriori giorni di “avvento” che preparano la nascita di un altro Sole che mai si raffredderà.

*  José Ignacio González Faus è teologo gesuita spagnolo. uesto articolo è stato pubblicato su La Vanguardia del 18/12/17

* * Natività di Matthias Stomer, olio su tela (1640 ca.), Chiesa dei Cappuccini di Monreale (Pa), Creative Commons, GNU Free Documentation License

Cacciari contro le omelie dei preti

“i cristiani sono i primi ad aver dimenticato il natale”

intervista HuffPost a Massimo Cacciari:

“le omelie di molti preti, spesso, sono delle lezioni di anti religione”

La parola del Vangelo l’ha ascoltata fuori dal tempio: “Le Chiese sono diventate delle grandi scuole di ateismo. Nella gran parte di esse, la forza paradossale del verbo di Cristo viene trasformata in un discorso catechistico e ripetitivo, un piccolo feticcio consolatorio e rassicurante, un idoletto. È l’opposto di ciò che insegnava Gesù domandando ai suoi discepoli: ‘Chi credete che io sia?'”. Massimo Cacciari era ancora uno studente al secondo anno di liceo quando, tra lo Zarathustra di Nietzsche e le prime letture di Hegel, aprì le pagine del Nuovo Testamento: “Fu entusiasmante sentire la straordinarietà di quel testo, la bellezza di una storia che induce ad andare alla ricerca, senza certezze, rischiando. Al novanta per cento, i preti sono incapaci di rendere la potenza di quel racconto. Le loro omelie, spesso, sono delle lezioni di anti religione”.   

Negli anni sessanta e settanta, mentre erano di moda i capelloni, Marx, i pantaloni a zampa d’elefante, Marcuse, l’eros e la civiltà, Kerouac, la Cina e Janis Joplin, Cacciari leggeva i testi della teologia cristiana: “Nelle riviste della sinistra non organiche al partito comunista – “Quaderni Rossi”, “Contropiano” – discutevamo della Santa Romana Chiesa insieme a Giorgio Agamben, Mario Tronti, Giacomo Marramao. Avevamo idee diverse, ma condividevamo le stesse letture: tutte abbastanza eretiche”. Il Natale degli alberi in pivvuccì, degli acquisti online e i centri commerciali aperti tutto il giorno; il Natale della neve luccicante incollata sulle vetrine, delle barbe bianche, delle renne e delle slitte, non lo scandalizza: “Basta sapere che la nascita di Cristo non ha niente a che vedere con quello che vediamo intorno a noi. Il Natale è diventato un festa per bambini e adulti un po’ scemi. Non c’è da levare alti lai contro il consumismo. C’è solo da riflettere, meditando con sobrietà e disincanto”. Nel suo libro, “Generare Dio” (Mulino), mostra – da laico – che nel mistero dell’incarnazione di Dio c’è un personaggio che abbiamo avuto sempre sotto gli occhi, eppure non siamo stati ancora in grado di vedere nella sua interezza: Maria.

Perché, professore?

Maria è stata pressoché ignorata anche dai filosofi che hanno interpretato l’Europa e la Cristianità, come Hegel e Schelling. Il discorso ha privilegiato il rapporto del padre con il figlio. Maria è stata ridotta a una figura di banale umiltà, un grembo remissivo e ubbidiente che si è fatto fecondare dallo spirito santo senza alcun turbamento.

 

Invece?

Quando l’Arcangelo Gabriele le annuncia che concepirà e partorirà un figlio e che egli sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, Maria ha paura. Si ritrae, dubita, è assalita dall’angoscia, medita. Il suo sì non è affatto scontato. Nel momento in cui lo pronuncia, è un sì libero e potente, fondato sull’ascolto della parola. Perché Maria giunge a volere la volontà divina.

 

Nessuno se n’era accorto prima?

Nel pensiero, solo pochi autori – penso a Baltasar – hanno riflettuto sulla figura di Maria. È nella pittura – nella grande pittura occidentale – che Maria si innalza al ruolo di protagonista assoluta. Siamo di fronte a uno di quei casi in cui l’espressione figurativa è andata molto più in profondità del linguaggio.

Cosa riesce a mostrare?

Che se si toglie alla nascita di Cristo la scelta di questa donna che accoglie nel suo ventre il figlio di Dio e il suo Logos, l’incarnazione diventa una commedia. Maria è libera. Anzi, di più: il suo libero donarsi all’ascolto è in realtà un’iper libertà.

Perché iper?

Quando – nel giardino dell’Eden – Adamo mangia il frutto dell’albero della conoscenza obbedisce al proprio desiderio. La sua libertà è la libertà di soddisfare i propri impulsi. Maria, invece, riflette, s’interroga, soffre. Poi, fa la volontà dell’altro. La sua libertà è quella di far dono di sé. È come suo figlio: fa la volontà del padre. E qual è la libertà maggiore: quella che ti incatena a te stesso; oppure quella che ti libera dall’amor proprio?

Ma la libertà può essere slegata da ciò che si desidera?

Ma perché non si dovrebbe desiderare di donare se stessi agli altri? Perché non può essere questo l’oggetto del desiderio, anziché quello di soddisfare le proprie pulsioni?

Possiamo riuscirci?

Gesù, Maria, Francesco ci hanno dato degli esempi della libertà intesa come dono. È oltre umano seguirli? Può darsi. E può anche darsi che proprio qui s’incontrino la radicalità del messaggio cristiano e il super uomo di cui parlava l’anti cristiano Nietzsche: nell’impossibile.

Ma se è impossibile, perché provarci?

Perché l’impossibile non è una fantasia, un gioco inutile e vano. L’impossibile è l’estrema misura del possibile. E, se non orienti la tua vita in quella direzione, rimarrai prigioniero del tuo tempo. È questo il messaggio di Gesù: per essere libero, abbi come misura la mia impossibilità.

Se non possiamo essere come lui, perché Cristo si è fatto uomo?

Perché è necessario avere come misura qualcosa che ci oltrepassa per riuscire a spingerci altrove. Cristo non predicava nei templi: predicava fuori, nelle strade. I suoi discepoli dicevano: “È fuori”. Nel senso: “È fuori di testa, è pazzo”. Eppure, Gesù ha segnato un prima e un dopo nella storia dell’uomo, ha creato il mondo culturale e antropologico in cui viviamo. C’è qualcosa di più realistico di questo? Senza quell’impossibilità niente ci spingerebbe a uscire da noi, a ri-orientare diversamente le nostre vite.

Perché dovremmo farlo?

Per liberare il nostro tempo dalle sue miserie. Più la nostra epoca ci rinserra dentro di essa, più servono grandi idee, pensieri limite, parole ultime. Sono le uniche cose che ci possono sradicare dal tempo in cui ci viviamo.

Come lo definirebbe?

Osceno, nel senso letterale del termine: un tempo in cui tutto deve essere posto sulla scena: i nostri pensieri, le nostre fotografie, i nostro segreti. Niente deve stare in una zona scura. Invece, è proprio dal buio che proviene la luce che illumina e rivela. Pensi alla pittura d’Europa, la terra del tramonto: cosa raffigurerebbe senza il gioco dell’ombra?

È tutto davvero così esposto?

Al contrario. Quella della trasparenza è solo un’ideologia. Mai come oggi le potenze che governano il mondo sono state così nascoste. Al di là dell’apparenza, la nostra è l’epoca dell’occulto, dei poteri anonimi, di ciò che non si vede. Mentre, nel caso di Maria, la luce divina si copre d’ombra per manifestarsi nella realtà, nel nostro tempo l’oscuro si nasconde dietro la luminosità. Lucifero è negli inferi, però finge di essere portatore di chiarore. La nostra epoca è attraversata dallo spirito dell’anti-Cristo. Ci sono stati momenti in cui esso si è manifestato nella sua forma pura. Oggi, invece, circola mascherato.

Anche la politica avrebbe qualcosa da imparare da Maria?

Maria è una figura della libertà, non è il santino che raccontano i preti. La sua humilitas è meditazione e ascolto. Se leggessero ancora, i politici potrebbero imparare anche da lei. Se non altro, per essere più consapevoli della storia in cui si collocano. Il dramma, però, è che c’è stata una completa divaricazione tra il sapere e il potere.

Per quel che riguarda le figure religiose, i cristiani non potrebbero aiutarli?

I cristiani sono i primi ad aver dimenticato il Natale, smettendo di predicare la paradossalità del verbo.

Anche il Papa?

Il discorso è più complesso. Francesco si inscrive nella tradizione ignaziana, dove l’etica della fede si coniuga alla volontà di potenza e l’assoluta dirittura morale ed etica si combina a una grande capacità di catturare il mondo nelle proprie reti.

Perché neanche le femministe hanno riflettuto su Maria?

Perché anche loro – benché protagoniste dell’ultima vera rivoluzione degli ultimi decenni – sono rimaste vittime della lettura maschilista dell’incarnazione. Hanno guardato Maria come un figura servile, totalmente oscurata dal rapporto tra padre e figlio, non riuscendo a scorgere quello che c’è oltre.

abolire il natale? una provocazione, con molte ragioni, di don Farinella

«S’I’ FOSSI PAPA… ABOLIREI LO NATALE»

di Paolo Farinella, prete

 

 In questi giorni ricevo auguri di ogni genere e forma. Tra gli altri quelli di una mia amica di Mantova, Luisa, che riporta un pensiero della cantante israeliana Noa sull’Italia. Noa invita a essere orgogliosi dell’Italia per la bellezza straordinaria e unica. Con puntuale meticolosità elenca le regioni d’Italia da lei visitate – tutte – per ragioni di lavoro e «per amore». Riprendo la mia risposta a Luisa allargando l’orizzonte a tutte le mie Amiche e Amici, ma non come augurio, aria fritta del solito Natale di circostanza, ma come riflessione da condividere.

Premetto che quest’anno nella mia chiesa, d’accordo con i frequentatori abituali, abbiamo fatto una «scelta pastorale»: non celebriamo la veglia di Natale né la Messa di Capodanno né quella dell’Epifania. In altre parole, di fatto, aboliamo il Natale. Non per motivi ideologici, ma per motivi pastorali e di fede. Spiego.

motivi pastorali

San Torpete in Genova, dal sec. XII è parrocchia riservata alla famiglia dei marchesi Cattaneo-Della Volta, la quale nel 1995 con atto notarile la cedette alla diocesi di Genova. Al termine del primo restauro, durato 10 anni, nel 2005, fui nominato «Amministratore parrocchiale». Mi trovo quindi in una parrocchia aperta al pubblico, ma senza territorio e, di fatto, senza parrocchiani perché i discendenti dei Cattaneo-Della Volta, circa una quarantina di persone, sono sparsi per il mondo.

La parrocchia è frequentata da persone che provengono da ogni quartiere di Genova, anche da fuori Genova. Non pochi per partecipare impiegano un’ora e anche un’ora e mezza per venire e altrettante per tornare. La liturgia che si svolge a San Torpete non è «la Messa della mutua» o dei saldi, ma è una scuola della Parola e dura da un’ora e mezza a due ore. Tenendo conto di «questa» realtà, abbiamo deciso di privilegiare «solo la domenica – Dies Domini», tralasciando tutto il resto, Veglia, Capodanno ed Epifania che capitando di sabato si addossano le une alle altre, con ingorgo per noi ingestibile.

motivi di fede

Celebrare il Natale come gli altri anni, come se nulla stesse accadendo, significherebbe compiere un atto d’inciviltà, di mistificazione e di complicità. Oggi Natale è il contrario di quello dovrebbe significare: esattamente l’opposto. Esso è strumento di un sistema economico assassino, che fomenta lo sperpero, alimenta la falsità dei falsi sentimenti d’occasione (a Natale bisogna essere buoni!!!!) e illude perché tutto lo scempio delle ingiustizie, delle immoralità e del buonismo a buon mercato si ritualizza nel contesto di una religiosità blasfema. Si inneggia al presepe col Bambino, Maria e Giuseppe, attorniati da pastori, oche e animali vari, facendo finta di non sapere che quel Bambino è un Profugo, che scappa dalla polizia di Erode, ricercato per essere fatto fuori, emigrante in Egitto in cerca di salvezza e di fortuna, nato fuori dall’abitato perché nessuno lo voleva. Solo i pastori, gli emarginati «impuri» del tempo lo assistono, mentre nel tempio di Gerusalemme splendono le luci e si elevano i canti al Dio dei cieli e compagnia cantando.

Nel 2017 Cristo non nasce in Italia, in Europa, negli Usa e non nasce nelle chiese: Egli nasce e resta nei campi profughi della Turchia che sperpera lautamente i tre miliardi della UE perché Gesù Bambino sia tenuto lontano dai Paesi europei, ubriachi di «civiltà cristiana». Egli è in Libia, dove i tanti Gesù Bambini senza pastori, Magi o pecorelle e nenie, sono stuprati, venduti, violentati e anche assassinati. Quest’anno Gesù nasce “dentro il Mediterraneo”, che assume la forma di una tomba. L’arte bizantina ha sempre raffigurato la culla di Gesù nascente a forma di sarcofago/tomba, forse immaginando che un giorno sarebbe successo «alla grande» a centinaia e centinaia di Gesù Bambini colpevoli di cercare la vita.

In Italia, in Europa, negli Usa, nel Mondo, rigurgiti pericolosi di fascismo stanno strozzando la fragile Democrazia e sono proprio i fascisti che difendono «la civiltà cristiana» e i valori cristiani, mentre affermano il loro razzismo e il loro odio per i neri, per i diversi, per gli impuri che non appartengono alla razza ariana. Oggi l’unico modo per distinguersi e per contestare questa blasfema condizione politica e religiosa, è togliere dalle loro mani il giocattolo della religione e dichiarare che quella che sventolano loro è solo una escrescenza dannosa e tumorale, vuota di senso e significato. Nulla da spartire. Fuori dal tempio del Dio che si fa carne accanto alle carni martoriate dei poveri e dei migranti che bussano alla porta e sono ricacciati, in nome del presepe e del crocifisso, nell’inferno della non-vita. Si celebra la nascita di un Bimbo e si uccidono i Bimbi suoi fratellini e sorelline. Erode non poteva trovare complici più ideali.

Non ci sto. «S’i fossi Papa», non abolirei solo il Natale, ma chiudere le chiese di tutto il mondo per almeno 10 anni, per purificarle dallo spirito capitalista e mercantile, dal consumismo che le svuota dell’anima, dall’uso strumentale politico e della politica, dalla contraddizione della stessa religione che può essere più mortale di un arma automatica. Chiuderei per fallimento, in attesa non di celebrare Dio che è da sempre, ma del desiderio di «rinascere» per essere creature nuove che costruiscono un mondo nuovo di giustizia, aperto a tutti, senza esclusione di sorta, nel segno di un Natale universale, dove il Diritto sia praticato per ciascuno, sempre e dovunque perché Natale è ogni giorno. Con affetto. Paolo Farinella prete

 

il tristissimo natale di Damasco

nel presepe di Damasco il bambinello muore di fame

 

parla il cardinale Mario Zenari, Nunzio apostolico in Siria:

a Ghouta non arrivano latte e farina, ma continuano ad arrivare bombe e morte

Morte e fame a Ghouta

morte e fame a Ghouta

“Prego Gesù bambino perché scenda tra le case di Ghouta a carezzare uno ad uno i bambini che in questa vigilia di natale stanno morendo di fame”

Il cardinale Mario Zenari, Nunzio apostolico della martoriata Damasco, anche questo Natale è costretto a lanciare un appello, a ripetere l’appello perché le parti in campo facciano passare latte, farina e medicine per soccorrere chi muore. In questi anni di follia, di morte e distruzione, il nunzio lo ha fatto quando si moriva a Damasco ovest, lo ha fatto lo scorso anno quando a spegnersi erano i bambini di Aleppo. “E’ una follia che ci sia il latte, che ci siano i camion carichi di farina e di medicine e che non si possa entrare a Ghouta est per soccorrere chi muore. E tutto accade a non più di 15 chilometri da qui, dalla nunziatura…”. A Zenari diciamo di aver appena visto le immagini di un reportage della Reuters, realizzato qualche giorno addietro, in quella periferia di Damasco. Un pugno allo stomaco, bambini pelle e ossa che aspettano solo di morire. Le ha viste pure lui, quelle immagini. “Dal giorno del reportage – dice il nunzio di Damasco – le cose sono peggiorate. A Ghouta ci sono almeno 500 persone che dovrebbero immediatamente essere portate in ospedale nella speranza di strapparle alla morte. Dovrebbero essere immediatamente evacuate, e invece…”. Invece Damasco sta diventando maledettamente lontana dagli obiettivi dei media, dai racconti di parte della stampa internazionale. Praticamente scomparsa dall’informazione italiana. Damasco, la Siria ora solo muta scacchiera di spartizioni, con Putin che conosce il gioco meglio degli altri. Da una parte le politiche che accompagnano le macerie delle guerre, dall’altra i visini pelle e ossa dei bambini di Ghouta. Lo scandalo è questo.
“A Ghouta – dice Zenari – non arrivano latte e farina, ma continuano ad arrivare bombe e morte. L’anno scorso uccideva il freddo, questo Natale è la fame a mietere vittime. Alla periferia est di Damasco – continua la cronaca del nunzio apostolico – ci sono 400mila persone che non conoscono tregua o cessate il fuoco. L’Onu – aggiunge il nunzio – ha classificato 10 zone, in Siria, come “zone assediate”. Ebbene, da sola Ghouta raccoglie il 94 per cento della popolazione siriana assediata”.
“Nella speranza che la parola di Gesù incontri uomini di buona volontà – continua il nunzio – la verità tragica è che alle porte di Damasco, a pochi chilometri da qui, le mamme non sanno come allungare la vita ai figli, in attesa del latte…Ciascuno di noi – aggiunge – dovrebbe leggere il drammatico rapporto del Pam sulle condizioni nelle quali uomini, donne e bambini sopravvivono in quei quartieri. La situazione è catastrofica, anche quest’anno”.
“Il mio appello? – dice il nunzio – Che le parti in causa ascoltino Gesù e lascino passare gli aiuti, il latte per i più piccoli, la farina, le medicine, questo il mio appello”. Invito che Mario Zenari ripeterà la notte di Natale celebrando messa all’ospedale italiano di Damasco e nel giorno di Natale nella Chiesa latina.

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