il commento al vangelo della domenica

un profeta appare tale quando è cacciato dai suoi
il commento di E.Bianchi al vangelo della XIV domenica del tempo Ordinario, anno B
Mc 6,1-6 
 

¹Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. ²Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? ³Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

 

Il brano evangelico di questa domenica ci interroga soprattutto sul nostro atteggiamento abituale, quotidiano: atteggiamento che in profondità non spera nulla e dunque non attende nessuno; e soprattutto, atteggiamento che non riesce a immaginare che dal quotidiano, dall’altro che ci è familiare, da colui che conosciamo possa scaturire per noi una parola veramente di Dio. Non abbiamo molta fiducia nell’altro, in particolare se lo conosciamo da vicino, mentre siamo sempre pronti a credere allo “straordinario”, a qualcuno che si imponga. Siamo talmente poco muniti di fede-fiducia, che impediamo che avvengano miracoli perché, anche se questi avvengono, non li vediamo, non li riconosciamo, e dunque questi restano eventi insignificanti, segni che non raggiungono il loro fine.   Questo, in profondità, il messaggio del vangelo odierno, una pagina che riguarda la nostra fede, la nostra disponibilità a credere. Gesù era nato da una famiglia ordinaria: un padre artigiano e una madre casalinga come tutte le donne del tempo. La sua era una famiglia con fratelli e sorelle, cioè parenti, cugini, una famiglia numerosa e legata da forti vincoli di sangue, come accadeva in oriente. Da piccolo, come ogni ragazzo ebreo, Gesù ha aiutato il padre nei lavori, ha giocato con Giacomo, Ioses, Giuda, Simone e con le sue sorelle, ha condotto una vita molto quotidiana, senza che nulla lasciasse trasparire la sua vocazione e la sua singolarità. Poi a un certo punto, non sappiamo quando, sono iniziati per lui quelli che Robert Aron ha chiamato “gli anni oscuri di Gesù”, presso le rive del Giordano e del mar Morto nel deserto di Giuda, dove vivevano gruppi e comunità di credenti giudei in attesa del giorno del Signore, uomini dediti alla lettura delle sante Scritture, alla veglia e alla preghiera. Gesù a una certa età raggiunse questi luoghi e qui divenne discepolo di Giovanni il Battista (il quale lo definì “colui che viene dietro a me”: cf. Mc 1,7). Poi la chiamata di Dio e l’unzione dello Spirito santo lo spinsero a essere un predicatore itinerante del Regno veniente, dando inizio al suo ministero in Galilea, la terra in cui era stato allevato (cf. Mc 1,14-15).   E quando ormai Gesù ha un gruppo di discepoli che vivono con lui (cf. Mc 3,13-19), passando di villaggio in villaggio per predicare, in giorno di sabato entra nella sinagoga di Nazaret, “la sua patria”, la terra dei suoi padri. Torna dopo molto tempo trascorso altrove, e gli abitanti del villaggio lo ricordano come “figlio di” e “fratello di”. Al momento della lettura del brano della Torah (parashah) e dei profeti (haftarah), Gesù, essendo un credente in alleanza con Dio, come ogni altro ebreo, e avendo più di dodici anni, dunque in qualità di bar mitzwah, figlio del comandamento, sale sull’ambone, legge le Scritture e commenta la Parola. Non è sacerdote, non è un rabbi ufficialmente riconosciuto – “ordinato”, diremmo noi – ma esercita questo diritto di leggere le Scritture e tenere l’omelia.   A differenza di Luca (cf. Lc 4,16-30), Marco non specifica né i testi biblici proclamati né il contenuto del commento di Gesù, ma mette in evidenza la reazione dell’assemblea liturgica che lo ha ascoltato. D’altronde la sua fama lo ha preceduto: torna a Nazaret come un rabbi, un “maestro” dai tratti profetici, capace di operare guarigioni, azioni miracolose con le sue mani. La prima reazione è di stupore e ammirazione: è un bravo predicatore, ha autorevolezza, la sua parola colpisce e appare ricca di sapienza. La domanda che suscita è: “Da dove (póthen) gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi operati dalle sue mani?”. Si interrogano dunque sull’identità di Gesù, come già avvenuto nella sinagoga di Cafarnao (cf. Mc 1,27), e la risposta potrebbe essere un’adesione a Gesù nella fede, riconoscendo che in lui opera lo Spirito santo (cf. Mc 1,10; 3,29-30); oppure un rigetto di Gesù, attribuendo al demonio la sua forza nell’annunciare la Parola e nell’operare prodigi (cf. Mc 3,22).   E in questo stupore superficiale ecco emergere un’altra domanda: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Si tratta in realtà di un interrogativo che contiene in sé una sfumatura denigratoria. Gesù – si pensa – ha esercitato soltanto il mestiere di falegname, dunque non è autorizzato a insegnare; inoltre è il figlio di Maria, di lui si conosce il padre, che non viene nominato, e i suoi familiari sono ben conosciuti, risiedono tuttora nel villaggio. Dunque che cosa pretende, che cosa vuole? Perché dovrebbe essere “altro”, o qualcuno con una missione speciale? Sì, Gesù era un uomo come gli altri, si presentava senza tratti straordinari, appariva fragile come ogni essere umano. Così quotidiano, così dimesso, senza qualcosa che nella sua forma umana proclamasse la sua gloria e la sua singolarità, senza un “cerimoniale” fatto di persone che lo accompagnassero e lo rendessero solenne e munito di potere nel suo apparire in mezzo agli altri.   No, troppo umano! Ma se non c’è in lui nulla di “straordinario”, perché accogliere il suo messaggio? Con ogni probabilità, Gesù non aveva neppure una parola seducente, non si atteggiava in modo da essere ammirato o venerato. Era troppo umano, e per questo “si scandalizzavano di lui” (eskandalízonto en autô), cioè sentivano proprio in quello che vedevano, in quella sua umanità così quotidiana, un ostacolo ad aver fede in lui e nella sua parola. Per questo lo omologano a loro stessi, lo riducono alla loro statura e Gesù diventa per loro un inciampo, uno scandalo che impedisce un incontro di salvezza. Costoro sono fieri di conoscere Gesù umanamente, “secondo la carne” (2Cor 5,16), ma in realtà impediscono a se stessi la sua vera conoscenza.   Dunque quel ritorno al villaggio natale è stato un fallimento. Gesù lo comprende e osa proclamarlo ad alta voce: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Sì, questo è avvenuto: proprio chi pretendeva di conoscerlo, in quanto concittadino, vicino o familiare, giunge a non riconoscere la sua vera identità e finisce per disprezzarlo. Marco aveva già annotato che all’inizio della sua predicazione i suoi familiari erano venuti per prenderlo e portarlo via, dicendo che egli era pazzo, fuori di sé (éxo: cf. Mc 3,21); ma ora è tutta la gente di Nazaret a emettere questo giudizio negativo su di lui: il suo atteggiamento è troppo umano, poco sacrale, poco rituale; non risponde ai canoni previsti per discernere in lui un inviato di Dio, il Messia atteso.      sù allora si mette a curare i malati là presenti, impone loro le sue mani e ne guarisce solo qualcuno, ma è come se non avesse operato prodigi, perché il miracolo avviene quando il testimone è disposto a passare dall’incredulità alla fede. A Nazaret invece sono restati tutti increduli, per questo Marco sentenzia: “non poteva compiere nessuna azione di potenza ” (dýnamis). Gesù è ridotto all’impotenza, non può agire nella sua forza, non può neanche fare il bene, perché manca il requisito minimo, la fede in lui da parte dei presenti. Che torto aveva Gesù? Rispetto a quei “suoi”, camminava troppo avanti agli altri, teneva un passo troppo veloce, vedeva troppo lontano, aveva la parrhesía, il coraggio di dire ciò che gli altri non dicevano, osava pensare ciò che gli altri non pensavano, e tutto questo restando umano, umanissimo, troppo umano! In questo episodio del vangelo marciano Gesù appare la sapienza misconosciuta; il profeta non accolto proprio da coloro ai quali è inviato, disprezzato da quanti gli sono più vicini; il guaritore che non può fare il bene perché ciò gli è impedito dalla non accoglienza della sua azione che dona salvezza.   Ecco ciò che attende chiunque abbia ricevuto un dono da Dio, anche solo una briciola di profezia: diventa insopportabile, e comunque domina la convinzione che è meglio non fargli fiducia… Gesù “si stupisce della loro mancanza di fede (apistía)”, e tuttavia resta saldo: continua con fedeltà la sua missione in obbedienza a colui che lo ha inviato, andando altrove, sempre predicando e operando il bene. Ma senza ricevere fede-fiducia, Gesù non riesce né a convertire né a curare, e neppure a fare il bene.

il commento al vangelo della domenica

l’arte di farsi toccare
il commento di E. Bianchi al vangelo della XIII domenica del tempo Ordinario, anno B:
Mc 5,21-43 
 

²¹Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. ²²E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi ²³e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». ²⁴Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
²⁵Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni ²⁶e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, ²⁷udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. ²⁸Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». ²⁹E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
³⁰E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». ³¹I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»». ³²Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. ³³E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. ³⁴Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
³⁵Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». ³⁶Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». ³⁷E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. ³⁸Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. ³⁹Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». ⁴⁰E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. ⁴¹Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». ⁴²E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. ⁴³E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

 

Che cos’è l’impurità? Quando una persona è impura, cioè indegna di stare con gli altri e con Dio? Quando una persona è “segnata” da una situazione malefica? E potremmo continuare a porre domande simili o parallele, perché da sempre questi interrogativi emergono nei nostri cuori nelle differenti situazioni della nostra vita. E le risposte che noi esseri umani abbiamo dato, e magari ancora diamo, non sempre riflettono la volontà del Creatore, i sentimenti di Dio. Purtroppo le vie religiose tracciate dall’umanità spesso riflettono non il pensiero di Dio, ma sono piuttosto il frutto di sentimenti umani per i quali si sono trovate giustificazioni fonte di alienazione o di separazione tra gli umani.  In questi percorsi, il sangue, segno della vita negli animali e negli umani, ha attirato fortemente l’attenzione su di sé. Ognuno di noi è nato nel sangue che fluisce dall’utero della madre e ognuno di noi muore quando il suo sangue non scorre più. Ecco dunque, al riguardo, la Legge e le leggi: il sangue che esce da una donna nel mestruo o alla nascita di un figlio la rende impura, così come ognuno quando muore entra nella condizione di impurità, perché preda della corruzione del proprio corpo. Il sangue rende impuri, rende indegni, e questa per una donna è una schiavitù impostale dalla sua condizione secondo la Legge, dunque – dicono gli uomini religiosi – da Dio. La donna impura per il mestruo o per la gravidanza non toccherà cose sante, non entrerà nel tempio (nel Santo) e per purificarsi dovrà offrire un sacrificio; anche chi toccherà una donna impura sarà reso impuro (cf. Lv 12,1-8; 15,19-30), impuro come un lebbroso e chi lo tocca, impuro come un morto e chi lo tocca. Di qui ecco barriere, muri, separazioni innalzati tra persona e persona, ecco l’imposizione dell’esclusione e dell’emarginazione. Certo, “a fin di bene”, per evitare il contagio, per instaurare un regime di immunitas: ma al prezzo della creazione di uno steccato e dell’indegnità-impurità posta come sigillo su alcune persone! Anche le misure di precauzione finiscono per diventare una condanna…   Ma Gesù è venuto proprio per far cadere queste barriere: egli sapeva che non è possibile che il sangue di un animale offerto in sacrificio possa togliere il peccato e rendere puri, mentre il sangue di una donna versato per il naturale ciclo mestruale o il corpo di un morto di cui occorre avere cura possano generare impurità, indegnità di stare con gli altri e davanti a Dio. Per questo i vangeli mettono in evidenza che Gesù non solo curava e guariva i malati, gli impuri, come i lebbrosi o come le donne colpite da emorragia, ma li toccava e da essi si faceva toccare. Gesù abolisce ogni sorta di separazione voluta dalla logica sacrale, poiché egli non era un uomo sacrale come i sacerdoti, essendo un ebreo laico, non di stirpe sacerdotale, e poiché vedeva nelle leggi della sacralità una contraddizione alla carità, alla relazione così vitale per noi umani. Amare l’altro vale più dell’offerta a Dio di un sacrificio (cf. Mc 12,33; 1Sam 15,22), essere misericordiosi è vivere il precetto, il comandamento dato dal “Dio misericordioso (rachum) e compassionevole (channun)” (Es 34,6). In Gesù c’era la presenza di Dio, dunque lui era “il Santo di Dio” (Mc 1,24; Lc 4,34; Gv 6,69), ma egli non temeva di contrarre l’impurità; al contrario, egli proclamava e mostrava che la santità di Dio santifica anziché rendere impuri, consuma e brucia il peccato e l’impurità, perché è una santità che è misericordia (cf. Os 11,9: “Io sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira”). In questa azione di Gesù, inoltre, è impossibile non vedere una liberazione della donna da schiavitù e alienazioni imposte dalla cultura dominante.   Per questo Gesù lasciava che i malati lo toccassero, avessero contatto con il suo corpo (cf. Mc 6,56; Mt 14,36), per questo egli toccava i malati: tocca il lebbroso per guarirlo (cf. Mc 1,41 e par.), tocca gli orecchi e la lingua del sordomuto per aprirli (cf. Mc 7,33), tocca gli occhi del cieco per ridargli la vista (cf. Mc 8,23.25), tocca i bambini e impone le mani su di loro (cf. Mc 10,13.16 e par.), tocca il morto per risuscitarlo (cf. Lc 7,14); e a sua volta si lascia toccare dai malati, da una prostituta, dai discepoli, dalle folle… Toccare, questa esperienza di comunicazione, di con-tatto, di corpo a corpo, azione sempre reciproca (si tocca e si è toccati, inscindibilmente!), questo comunicare la propria alterità e sentire l’altrui alterità… Toccare è il senso fondamentale, il primo a manifestarsi in ciascuno di noi, ed è anche il senso che più ci coinvolge e ci fa sperimentare l’intimità dell’altro. Toccare è sempre vicinanza, reciprocità, relazione, è sempre un vibrare dell’intero corpo al contatto con il corpo dell’altro.   Le due azioni di Gesù riportate da Marco nel brano evangelico di questa domenica sono unite tra loro proprio dal toccare: Gesù è toccato da una donna emorroissa e tocca il cadavere di una bambina. Due azioni vietate dalla Legge, eppure qui messe in rilievo come azioni di liberazione e di carità. Questo toccare non è un’azione magica, bensì eminentemente umana, umanissima: “Io tocco, dunque sono con te!”. Mentre Gesù passa con la forza della sua santità in mezzo alla gente, una donna malata di emorragia vaginale pensa di poter essere guarita toccando anche solo il suo mantello, il tallit, lo scialle della preghiera. Ciò avviene puntualmente, e allora la donna, impaurita e tremante, nella convinzione di aver fatto un gesto vietato dalla Legge, un atto che rende impuro Gesù, una volta scoperta confessa “il peccato” da lei commesso. Ma Gesù, che con il suo sguardo la cerca tra la folla, udita la confessione le dice con tenerezza e compassione: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. Egli si comporta così non per infrangere la Legge, ma perché risale alla volontà di Dio, senza fermarsi alla precettistica umana. E se Dio era sceso per liberare il suo popolo in Egitto, terra impura, abitata da gente impura, anche Gesù sente di poter stare tra impuri e di poterli incontrare, dando loro la liberazione. Per questo egli ha sentito uscire da sé “un’energia” (dýnamis) quando la donna l’ha toccato, perché la sua santità passava in quella donna impura.   Subito dopo Gesù viene condotto nella casa del capo della sinagoga Giairo, dove giace la sua figlioletta di dodici anni appena morta. Portando con sé solo Pietro, Giacomo e Giovanni, appena entrato in casa sente strepito, lamenti e grida per quella morte; allora, cacciati tutti dalla stanza, in quel silenzio prende la mano della bambina e le dice in aramaico: “Talità kum”, “Ragazza, io ti dico: Alzati!”. Anche qui la santità di Gesù vince l’impurità del cadavere, vince la possibile corruzione e comunica alla bambina una forza che è resurrezione, possibilità di rimettersi in piedi e di riprendere vita. Nella sua attenzione umanissima, poi, Gesù ordina che a quella bambina sia dato da mangiare, quasi che lei stessa abbia faticato per rispondere alla santità di Gesù, il quale le comunica quell’energia divina di cui è portatore.  

         Toccare l’altro è un movimento di compassione;

         toccare l’altro è desiderare con lui;

         toccare l’altro è parlargli silenziosamente con il proprio corpo, con la propria mano;

         toccare l’altro è dirgli: “Io sono qui per te”;

         toccare l’altro è dirgli: “Ti voglio bene”;

         toccare l’altro è comunicargli ciò che io sono e accettare ciò che lui è;

         toccare l’altro è un atto di riverenza, di riconoscimento, di venerazione. 

Dalla contemplazione di questa pagina del vangelo ci viene rivelato che la nostra carne, il nostro corpo non era indegno di Dio: per questo il Figlio di Dio si fece carne (cf. Gv 1,14), non in modo apparente ma in modo reale e autentico. È la nostra carne che è diventata la carne di Dio, e Gesù, il Figlio, l’ha assunta non come un peso da cui liberarsi tornando al Padre, ma come un mezzo per incontrare l’umanità, per essere nostro fratello in piena solidarietà, uguale a noi in tutto eccetto che nel peccato. È grazie a questa carne che Gesù ha potuto toccare ed essere toccato, vivere il sentimento della misericordia e della compassione e rivelarci la vicinanza e la tenerezza di Dio. Anche noi come suoi discepoli e sue discepole, anche la chiesa deve “osare la carne” e saper abbracciare, toccare, curare la “carne di Cristo”nei sofferenti, nei malati, nei peccatori, in tutti i corpi degli uomini e delle donne che, con grida forti o mute, invocano la salvezza delle loro vite.

il commento al vangelo della domenica

nella vita arriva improvvisa la tempesta
il commento di E. Bianchi al vangelo della domenica XII domenica del tempo Ordinario, anno B
 
Mc 4,35-41 
 

³⁵In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». ³⁶E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. ³⁷Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. ³⁸Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». ³⁹Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. ⁴⁰Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». ⁴¹E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

 

La tempesta sul mare di Galilea è una metafora della lotta contro le potenze del male, lotta che Gesù Cristo ha vinto. E noi possiamo vincerla in lui e con lui.

 

Dopo aver annunciato ai discepoli e alle folle alcune parabole da una barca appena scostata dalla spiaggia (cf. Mc 4,1-34), Gesù decide di passare all’altra riva del mare di Galilea: si tratta di un’“uscita” dalla terra santa di Israele, per andare verso una terra abitata dai pagani. Perché questa decisione così audace? Perché Gesù, pur sentendosi “inviato prima alle pecore perdute della casa di Israele” (cf. Mt 15,24), vuole annunciare la misericordia di Dio anche alle genti, vuole combattere Satana e togliergli terreno anche in quella terra straniera e non santa. Questa è la ragione che muove Gesù. Giona, chiamato da Dio ad andare a Ninive, città simbolo delle genti pagane, fugge, fa un cammino in direzione opposta (cf. Gn 1,1-3); Gesù invece, inviato da Dio, va tra i pagani.  I discepoli, dunque, iniziano la traversata del lago, “prendendo con sé Gesù” (espressione unica, perché di solito è Gesù che prende con sé i discepoli: cf. Mc 9,2; 10,32; 14,33): egli è stanco per la lunga giornata di predicazione, e sulla barca cerca un pagliericcio su cui distendersi per riposare. Ma alla volontà di Gesù si oppone il mare, che è il luogo dove le forze del male si scatenano in tempesta. Non si dimentichi che per gli ebrei il mare era il grande nemico, vinto dal Signore quando fece uscire il suo popolo dall’Egitto (cf. Es 14,15-31); era la residenza del Leviatan, il mostro marino (cf. Gb 3,8; Sal 74,14); era il grande abisso che, quando scatenava la sua forza, impauriva i naviganti (cf. Sal 107,23-27). Ed ecco che la potenza del demonio si manifesta in una tempesta di vento, che getta le onde nella barca e tenta di affondarla. È notte, è l’ora delle tenebre, e la paura scuote quei discepoli, che non riescono più a governare la barca. Il naufragio sembra ormai inevitabile, eppure Gesù, a poppa, dorme…  I discepoli allora, in preda all’angoscia, al vedere Gesù addormentato si spazientiscono. Decidono dunque di svegliarlo e, con modi non certo reverenziali, gridano: “Maestro, non t’importa nulla che siamo perduti?”. Già questo modo di esprimersi è eloquente: lo chiamano maestro (didáskalos) e con parole brusche contestano la sua inerzia, il suo sonno. Parole che nella versione di Matteo diventeranno una preghiera – “Signore (Kýrios), salvaci, siamo perduti!” (Mt 8,25) – e in quella di Luca una chiamata – “Maestro, maestro (epistátes), siamo perduti!” (Lc 8,24) –. Marco ricorda meglio i rapporti semplici e diretti, finanche poco gentili, dei discepoli verso Gesù…  Di fronte a questa mancanza di fede, Gesù sgrida il vento ed esorcizza il mare, “dicendogli: ‘Taci, calmati!’. E subito il vento cessò e vi fu grande bonaccia”. Questo miracolo operato da Gesù – non sfugge a nessuno – ha soprattutto una grande portata simbolica, perché ognuno di noi nella propria vita conosce ore di tempesta. Anche la chiesa, la comunità dei discepoli, a volte si trova in situazioni di contraddizione tali da sentirsi immersa in acque agitate, in marosi, in un vortice che minaccia la sua esistenza. In queste situazioni, in particolare quando durano a lungo, si ha l’impressione che l’invisibilità di Dio sia in realtà un suo dormire, un non vedere, un non sentire le grida e i gemiti di chi si lamenta. Sì, la poca fede fa gridare ai credenti: “Dio dove sei? Perché dormi? Perché non intervieni?” (cf. Sal 35,23; 44,24; 59,6, ecc.). Dobbiamo confessarlo: anche se magari crediamo di avere una fede matura, di essere cristiani adulti, nella prova interroghiamo Dio sulla sua presenza, arriviamo anche a contestarlo e talvolta a dubitare della sua capacità di essere un Salvatore. La sofferenza, l’angoscia, la paura, la minaccia recata alla nostra esistenza personale o comunitaria ci rendono simili ai discepoli sulla barca della tempesta. Per questo Gesù li deve rimproverare con parole dure. Non solo chiede loro: “Perché siete cosi paurosi?”, ma aggiunge anche: “Non avete ancora la fede?”. Discepoli senza fede, senza adesione a Gesù: lo seguono, lo ascoltano, ma non mettono in lui piena fiducia…  Ed ecco che di fronte a queste parole così critiche di Gesù, ma anche di fronte al prodigio che hanno visto con i loro occhi, affiora nei discepoli una domanda: “Chi è veramente questo rabbi, questo maestro, se anche il vento e il mare gli sono sottomessi?”. Eppure anche da questo evento non sapranno trarre una lezione, perché, quando giungerà per Gesù e per loro la grande tempesta, l’ora della sua passione e morte, verranno meno a causa della loro mancanza di fede. Di fatto, questa prova della tempesta sul mare è annuncio della grande prova che li attende a Gerusalemme; ma allora tutti lo abbandoneranno e fuggiranno (cf. Mc 14,50)…. Poi di fronte a Gesù morto e sepolto, verificheranno un grande fallimento del maestro e del loro gruppo. E solo la tomba vuota e il contemplare Gesù vivente, risorto da morte, genereranno in loro una fede salda, che li porterà a confessare Gesù quale vincitore sul male e sulla morte. Allora, in quanto testimoni del Risorto, diventeranno anche capaci di affrontare, a loro volta, la tempesta che si abbatterà su di loro: la persecuzione a causa del nome di Gesù e della fede in lui.   Quando Marco scriveva il suo vangelo e lo consegnava alla chiesa di Roma, la piccola comunità cristiana nella capitale dell’impero era nella tempesta e regnava in essa una grande paura, tale da impedire a quei cristiani la missione presso i pagani. Così Marco li invita a non temere l’“uscita” missionaria, li invita a conoscere le prove che li attendono come necessarie (cf. Mc 10,30); prove e persecuzioni nelle quali Gesù, il Vivente, non dorme, ma è in mezzo a loro. La tempesta sul mare di Galilea è una metafora della lotta contro le potenze del male, lotta che Gesù Cristo ha vinto. Gesù appare dunque come Giona, ma un Giona al contrario: non riluttante, ma missionario verso i pagani, in obbedienza a Dio. In ogni caso, Giona e Gesù sono due missionari di misericordia, ed entrambi la predicano a caro prezzo: scendendo nel vortice delle acque e affrontando la tempesta (cf. Gn 2,1-11), perché solo attraversandola si vince il male. Ecco perché Gesù dirà che alla sua generazione sarà dato solo il segno di Giona (cf. Mt 12,39-41; 16,4; Lc 11,29-32), ossia la parabola della misericordia annunciata a prezzo della discesa nelle acque di morte, a prezzo dell’andare a fondo.  

Quanto è cristiana la frase: “Naufragium feci, bene navigavi”! “Ho fatto naufragio, ma ho navigato bene”, perché sono approdato nel regno di Dio.

una riflessione sul giovedì santo

“come ho fatto io fate anche voi”

meditazione di E. Bianchi per giovedì santo 2020 

OMELIA IN COENA DOMINI (anno A)

Con questa liturgia noi tentiamo, possiamo solo tentare, di entrare nel mistero pasquale, il mistero della nostra salvezza che riviviamo in questi tre giorni santi della passione, morte e resurrezione del Signore.

È soprattutto l’ascolto della Parola che ci permette di partecipare a questo mistero: ciò che abbiamo ascoltato come Legge nel libro dell’Esodo (Es 12,1-14), la memoria eucaristica che fa Paolo ai cristiani di Corinto (1Cor 11,23-32) e il vangelo della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15) ci narrano alcuni aspetti della Pasqua del Signore, e noi nella nostra povertà di anno in anno cerchiamo di scrutarli, di conoscerli un po’ di più, per poter passare dalla conoscenza all’amore del Signore, dalla conoscenza al realizzare quotidianamente ciò che ci viene rivelato.

Il mistero pasquale mi appare sempre di più inesauribile, e sempre di più ho coscienza della mia inadeguatezza alla ricezione e alla trasmissione di questa parola del Signore. Però, convinto come sono che ciò che deve essere fatto, deve essere fatto e fatto bene – questa è l’unica convinzione che mi accompagnerà fino alla morte –, ancora una volta questa sera cerco di spezzare la Parola in mezzo a voi. E guardando, in un esercizio di discernimento, a ciò che è più urgente soprattutto per la nostra comunità, sosto quest’anno sulla seconda lettura, sul passo di Paolo riguardante l’istituzione dell’eucaristia da parte di Gesù. Mi fermo solo su alcune parole, senza la pretesa di commentare l’intero brano. Ma sono precisazioni, quelle che ci vengono date dal messaggio di Paolo, urgenti e decisive per la vita cristiana di ognuno di noi e di ogni comunità.

* * *
Innanzitutto l’Apostolo ricorda ai cristiani che quell’azione che essi compiono al cuore delle loro comunità, in particolare nel giorno del Signore, è un’azione che lui ha ricevuto direttamente dal Signore, e che lui ha trasmesso a loro, cristiani di Corinto, annunciando la buona notizia del Vangelo. Paolo ha ricevuto un’azione, un gesto, delle parole che vengono dal Signore stesso! L’eucaristia non è qualcosa che la chiesa si è data o che qualcuno ha normato: è semplicemente un’azione ricevuta dal Signore e che sempre deve essere trasmessa ai credenti in lui nella pienezza del mistero che contiene.
Ecco perché Paolo innanzitutto precisa: “Nella notte in cui Gesù fu tradito, consegnato”, dunque nella notte del tradimento, nella notte del non riconoscimento, nella notte dell’abbandono da parte di tutti i discepoli. Se c’è un’ora di negazione dei legami nella comunità del Signore, è proprio quella: e proprio in quella situazione Gesù consegna il gesto e le parole eucaristiche. Questo è già un messaggio di per sé: “la notte in cui fu tradito”, e significativamente la chiesa nella liturgia occidentale ce lo fa ripetere in tutte le preghiere eucaristiche. “La notte in cui fu tradito”, e si potrebbe dire: “la notte in cui fu abbandonato”, “la notte in cui fu rinnegato da Pietro”. Questo è davvero il contesto in cui Gesù fa il dono dell’eucaristia, fa il dono – lo vedremo – dell’alleanza, ma proprio quando l’alleanza è esistenzialmente rotta, infranta da parte di tutti quelli che appartenevano alla comunità del Signore. In quella notte Gesù consegna gesto e parole: questa è l’eucaristia, il memoriale essenziale alla vita di ogni chiesa. Nella notte in cui è smentita l’alleanza, Gesù celebra la sua alleanza con i suoi. Dovremmo accogliere in tutta la sua verità scandalosa questo contesto del dono dell’eucaristia, avvenuto quella notte non perché era l’ultima notte prima dell’arresto, ma perché era la notte in cui Gesù subiva esattamente ciò di cui noi siamo capaci come uomini: tradire, rinnegare, abbandonare.
Da tutti i vangeli appare con chiarezza che Gesù vuole fare una cena, un pasto di alleanza con i suoi discepoli. Ha voluto, ha progettato questo pasto, ha mandato addirittura dei discepoli perché lo preparassero, e quando è venuta l’ora ha dichiarato: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa cena con voi” (cf. Lc 22,14). Significativamente il quarto vangelo non sta neanche a dirci se quella era una cena pasquale, come precisano i sinottici: ciò che è importante, secondo Giovanni, è che si tratta di una cena di alleanza. Se guardiamo ciò che veramente fonda quella sera, non è tanto la Pasqua in sé, quanto l’alleanza. Per questo tutto quel pasto viene riassunto nel rito del pane e nel rito del vino, in un parallelismo che genera un grande significato. Pane e vino, elementi essenziali del pasto giudaico, in questa cena assumono un significato che trascende la loro materialità: Gesù ha voluto quel pasto non solo per mangiare e per bere, sempre in un contesto di preghiera e di liturgia, ma ha voluto soprattutto, attraverso quel pane e quel vino, celebrare l’alleanza.
Per questo Paolo ricorda che “Gesù prese il pane, rese grazie (eucharistésas) e lo spezzò (éklasen)”: Gesù rende grazie, cioè dice una parola di benedizione a Dio, e nella lode, nella benedizione, nel ringraziamento a Dio spezza il pane. Qui è l’essenziale, ed è qualcosa dell’eucaristia che noi non meditiamo abbastanza, forse anche perché nelle nostre eucaristie lo spezzare il pane non riceve nessun significato da parte di chi le celebra. E invece lo spezzare il pane è importante, è essenziale. Gesù prende il pane nelle mani, cioè un pane che lui riceve e accoglie da Dio; riconosce che è un dono che viene da Dio; poi lo spezza, lo divide, lo condivide. Ecco la frazione del pane.
Il pasto è un’azione dell’uomo – certamente soltanto gli uomini sanno farlo, non così gli animali – ma in quel pasto il credente riceve, ringrazia e condivide. Il pane lo si riceve per condividerlo, per “romperlo”, perché sia distribuito a tutti quelli che stanno attorno alla tavola, in modo che tutti condividano lo stesso pane. Così Gesù costituisce la comunità della tavola, di quelli che partecipano allo stesso pane, che dunque sono partecipi alla comunione, sono koinonoí e formano una koinonía, una comunione (questo è il linguaggio di Paolo). La tavola eucaristica di Gesù non è definita dall’essere giusti o ingiusti: non ce n’erano quella sera, a quel pasto eucaristico, di persone degne. Ma Gesù proprio in quel contesto ha dato il pane dicendo: “È il mio corpo per voi”. Mangiando di questo pane, nutrendosi tutti dello stesso cibo, si vive la stessa vita che è la vita di Gesù, quella di cui il suo corpo era la manifestazione più reale possibile. Tutto questo fino a essere un solo corpo, il corpo di Cristo, il corpo di cui Cristo è il capo e di cui noi siamo le membra, indegni ma membra. Questo è il dinamismo eucaristico reale e profondo, di fronte al quale le nostre preoccupazioni sulla presenza reale non solo sono inadeguate, ma sono svianti e soprattutto poco intelligenti.
Proprio ripetendo questo gesto e queste parole, come gesto e parole di Gesù, da quella sera del tradimento fino al giorno del suo ritorno nella gloria, entriamo in questa dinamica spirituale in cui diventiamo corpo di Cristo e il Cristo diventa la vita in noi. L’eucaristia è questo, non è altro! È essere alla tavola del Signore, nella quale lui spezza il suo corpo, cioè ci dà la sua vita. Non possiamo dimenticare che quella sera Gesù ha spezzato il pane per dodici apostoli che lo abbandonavano, lo rinnegavano, lo tradivano; come durante la sua vita aveva spezzato il pane con gli amici a Betania; come aveva spezzato il pane mangiando a casa dei peccatori; come aveva spezzato il pane con le folle che andavano da lui e capivano poco di ciò che lui diceva e faceva. La verità è che Gesù ha spezzato il pane con ogni sorta di commensali, tutti peccatori!
Ma Paolo, dopo aver fatto memoria di questo primo rito eucaristico, in cui l’eucaristia è una comunione in Cristo di uomini chiamati dal peccato, dalla condizione di peccatori, ci ricorda in parallelo il secondo rito: “Allo stesso modo … prese il calice, dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me’”. Le parole sul calice approfondiscono ancor di più la vita comunitaria, la koinonía, indicata soprattutto dal pane spezzato, perché precisano che questa vita è vita nell’alleanza. Ciò che la tradizione di Gerusalemme, secondo Marco e Matteo, attesta: “Questo è il mio sangue dell’alleanza” (Mc 14,23; Mt 26,27), è detto in modo chiaro dalla tradizione antiochena seguita da Luca (Lc 22,25) e da Paolo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. Ecco il termine qualificativo: “nuova alleanza”. L’alleanza tra Dio e Israele era stata rotta – “Questa alleanza, la mia alleanza, voi l’avete infranta!” (cf. Ger 31,2) –, e per questo Dio ne aveva promessa una nuova (cf. Ger 31,31), che proprio Gesù inaugura: quel calice che Gesù ha tra le mani è la nuova alleanza nel suo sangue. Ormai per entrare nell’alleanza con Dio occorre fare parte dell’alleanza nuova, nel senso di ultima e definitiva, l’alleanza siglata nel sangue di Gesù. Quel calice, grazie alla parola efficace di Gesù, contiene il suo sangue, e quel sangue è la nuova alleanza, o – se si vuole – quella vita di Gesù è la nuova alleanza. Perché se il Servo aveva ricevuto come missione di essere “alleanza per tutte le genti” (cf. Is 42,6), Gesù ha come missione di essere lui stesso l’alleanza nuova e definitiva, per sempre, che non potrà mai essere infranta, alleanza eterna. E così con questo secondo segno e con queste parole vediamo che quella che era una koinonía è anche un’alleanza.
Potremmo dire, parafrasando il commento di Paolo alle parole sul pane: “Poiché c’è un solo calice, noi comunichiamo all’unica vita che è Gesù Cristo, perché beviamo a un unico calice”. Il sangue è la vita, e Gesù l’ha spesa in un sacrificio esistenziale, non un sacrificio rituale come quelli che avvenivano al tempio: non c’è rito nel sacrificio di Gesù, ma c’è piuttosto l’offerta della sua vita, di tutta la sua esistenza, a Dio e ai fratelli. Guai se noi vedessimo nel calice solo il sangue della passione del Signore, solo l’atto puntuale della sua morte: il sangue è tutta la vita di Gesù, tutta la sua vita umana che è stata un sacrificio esistenziale, una vita di servizio, di cura, di “amore fino alla fine” (cf. Gv 13,1) dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Gesù è vissuto così, leggiamo un po’ meglio i vangeli: non si è preoccupato molto del nostro peccato, si è preoccupato della sofferenza che trovava tra noi. Questa è la verità di Gesù Cristo, che dovremmo ricordare proprio noi che tante volte parliamo a nome suo e siamo capaci di vedere più il peccato che la sofferenza degli uomini. Non dimentichiamo come la Lettera agli Ebrei ha riletto il sacrificio di Cristo, in un’ottica davvero cristiana: “Venendo nel mondo”, cioè facendosi uomo, “Gesù dice” a Dio, quasi pregando: “‘Non hai voluto né sacrifici né offerte rituali, … non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato, perché non ti piacevano ed erano inefficaci. Allora ho detto: Ecco, io vengo … per fare, o Dio, la tua volontà’” (cf. Eb 10,5-7; Sal 40,7-9).
È questo il sacrificio esistenziale di Gesù: tutta la sua vita, significata dal sangue che è la vita di ogni uomo, è stata donata pienamente, totalmente a Dio e agli uomini. Dunque la koinonía, che ci viene ricordata dallo spezzare il pane, nel segno del calice appare alleanza nuova e definitiva, “alleanza eterna” – dirà ancora la Lettera agli Ebrei (Eb 13,20) –, che non viene mai meno. Paolo non precisa che questo sangue dell’alleanza è “versato per la remissione dei peccati” (Mt 26,27), “versato per le moltitudini” (Mc 14,24), “versato per voi” (Lc 22,20), ma ciò è sottinteso, perché dove c’è alleanza non c’è più peccato, i peccati vengono rimessi ed è instaurata una comunione con Dio più forte della separazione del peccato.
L’eucaristia è dunque questa comunione in alleanza nella quale ciascuno di noi resta con la propria responsabilità. Il Signore l’ha a offerta a tutti: a Giuda che lo tradiva, a Pietro che lo rinnegava, a quei discepoli insipienti e senza nessuna coraggiosa convinzione. Erano quelli gli invitati di Gesù, come siamo noi questa sera. Ognuno di noi può chiedersi se non è Giuda, se non è Pietro, se non è uno dei discepoli che hanno abbandonato Gesù. Ciò che ci chiede Paolo è di “riconoscere il corpo di Cristo”: solo se si riconosce il corpo e il sangue di Cristo, cioè la sua vita, non si ha la condanna; e solo chi non riconosce la vita di Cristo “mangia e beve la propria condanna”, perché non vede il dono che Dio gli fa.

il commento al vangelo della domenica

essere gettati, cadere, morire per rinascere

il commento di E. Bianchi al vangelo della quinta domenica di quaresima anno B (21 marzo 2021):

Gv 12,20-33

Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. ²¹Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». ²²Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. ²³Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. ²⁴In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. ²⁵Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. ²⁶Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. ²⁷Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! ²⁸Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
²⁹La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». ³⁰Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. ³¹Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. ³²E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». ³³Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

(testo dell’evangeliario di Bose)

Secondo il quarto vangelo Gesù, con il segno della resurrezione di Lazzaro, scatena l’opposizione dei sacerdoti del tempio e dei farisei, i quali decidono che deve morire (cf. Gv 11,1-54). Proprio Caifa, sommo sacerdote in carica, afferma che la morte di Gesù è cosa buona: “È conveniente che un solo uomo muoia per tutto il popolo” (Gv 11,50). Parola soggettivamente omicida, questa di Caifa, ma oggettivamente profetica, perché la morte di Gesù è un dare la vita per gli altri, per l’intera umanità.  Gesù, dunque, all’avvicinarsi della festa di Pasqua, entra in Gerusalemme tra grida che lo proclamano Veniente nel nome del Signore e Re d’Israele (cf. Gv 12,12-14), ma questo suo successo presso il popolo desta la constatazione dei farisei: “Tutto il mondo (ho kósmos) gli è andato dietro, lo segue!” (Gv 12,19). Ormai la decisione di condannare a morte Gesù è stata presa, ed egli sente che il cerchio dei nemici si stringe intorno a lui e che quella Pasqua sarà la sua “ora” tante volte annunciata. D’altronde, l’affermazione dei farisei trova una chiara illustrazione nella richiesta di alcuni presenti a Gerusalemme per la festa: alcuni greci, appartenenti cioè alle genti, non circoncisi e dunque pagani. Vogliono incontrare Gesù perché hanno sentito parlare di lui quale maestro autorevole e profeta capace di operare segni.  Si avvicinano pertanto a uno dei suoi discepoli, Filippo (proveniente da Betsaida di Galilea, città abitata da molti greci, così come greco è il suo nome), e gli chiedono: “Vogliamo vedere Gesù”. Questo però non era cosa facile, perché incontrare dei pagani, impuri, da parte di un rabbi, non era conforme alla Legge e non rispettava le regole di purità. Filippo, titubante, va a riferirlo ad Andrea, il primo chiamato alla sequela (cf. Gv 1,37-40); poi, insieme, i due decidono di presentare la domanda a Gesù. Ed egli come risponde? Il quarto vangelo non lo dice, ma testimonia alcune parole decisive, una vera e propria profezia che Gesù fa riguardo a quell’ora, l’ora della sua passione e morte, svelata come glorificazione.   Innanzitutto Gesù dice che la richiesta di vederlo da parte dei pagani è segno e annuncio dell’ora finalmente giunta, l’ora in cui il Figlio dell’uomo è glorificato da Dio. All’inizio del vangelo, a Cana, Gesù aveva detto a sua madre: “Non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2,4), e in seguito numerose altre volte quest’ora privilegiata viene evocata come ora prossima ma non ancora venuta (cf. Gv 4,21-23; 5,25; 7,30; 8,20). Adesso, di fronte a questa richiesta, Gesù comprende e dunque annuncia che la sua morte sarà feconda, fonte di vita inaudita: la sua gloria sarà gloria di Dio. Per esprimere ciò, Gesù ricorre alla vicenda del chicco di grano che, per moltiplicarsi e dare frutto, deve cadere a terra e quindi marcire, morire, altrimenti resta sterile e solo. Accettando di marcire e morire, il chicco moltiplica la sua vita e dunque attraversa la morte e giunge alla resurrezione.  Sì, appare paradossale, ma – come Gesù chiarisce – “chi ama la propria vita, la perde, e chi odia la propria vita in questo mondo, la custodisce per la vita eterna”, perché l’attaccamento alla vita e ciò che impedisce di mettere la vita stessa a servizio degli altri. Per Gesù la vera morte non è quella fisica, quella che gli uomini possono dare, ma è proprio il rifiuto di spendere e dare la vita per gli altri, la chiusura sterile su se stessi; al contrario, la vera vita è il culmine di un processo di donazione di sé. La vicenda del chicco di grano è la vicenda di Gesù ma anche quella del suo servo, il quale, proprio seguendo Gesù, conoscerà la passione e la morte come il suo Signore, ma anche la resurrezione e la vita per sempre. Non sarà solo Gesù a essere glorificato dal Padre ma anche il discepolo, il servo che, seguendo il suo Signore, diventa suo amico. Al riguardo, con grande fede un padre del deserto giungeva ad affermare audacemente: “Gesù ed io viviamo insieme!”.  Che cosa, dunque, Gesù promette ai pagani di vedere? La sua passione, morte e resurrezione, il suo abbassamento e la sua glorificazione, la croce come rivelazione dell’amore vissuto fino alla fine, fino all’estremo (cf. Gv 13,1). A ogni discepolo, proveniente da Israele o dalle genti, nel visibile è dato di vedere l’invisibile; seguendo con perseveranza Gesù, dovunque egli vada, è dato di contemplare nella sua morte ignominiosa la gloria di chi dà la vita per amore. Secondo il quarto vangelo viene qui anticipata quella convocazione delle genti, quel raduno, che accadrà quando Gesù sarà innalzato sulla croce. I profeti avevano annunciato la partecipazione delle genti alla rivelazione fatta a Israele, e questa ora sta per avvenire, perché Gesù offre la sua vita “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52).  Giovanni apre qui una feritoia sui sentimenti vissuti da Gesù. Come gli evangelisti sinottici raccontano l’angoscia di Gesù al Getsemani (cf. Mc 14,32-42 e par.), nell’ora che precede la sua cattura, qui noi leggiamo la sua confessione: “Ora l’anima mia è turbata”. Sì, di fronte alla sua morte Gesù si è turbato, come già si era turbato e aveva pianto alla morte dell’amico Lazzaro (cf. Gv 11,33-35). Ma questa angoscia umanissima non diventa un inciampo posto sul suo cammino: Gesù è tentato, ma vince radicalmente la tentazione con l’adesione alla volontà del Padre. In modo diverso dalla narrazione presente nei sinottici, ma in profondità concorde con essa, Gesù non ha voluto salvarsi da quell’ora, né esserne esentato, ma è sempre rimasto fedele alla sua missione di compiere la volontà del Padre nella via dell’umiliazione, della povertà, della mitezza e non attraverso la violenza, la potenza il dominio. Comprendiamo dunque la sua preghiera: “Padre, glorifica il tuo Nome”, ovvero: “Padre, mostra che tu e io, insieme, realizziamo in me la stessa volontà”. In risposta a tali parole, ecco una voce dal cielo, la voce del Padre che testimonia il riconoscimento di Gesù quale Figlio amato, il quale ha rivelato la gloria di Dio in tutta la sua vita e la rivelerà ancora nella sua “ora”. Secondo l’intelligente interpretazione della Lettera agli Ebrei, Gesù “nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo dalla morte e, per la sua sottomissione (eulábeia), venne esaudito” (Eb 5,7). Questa sottomissione non è la resa a un destino implacabile, bensì l’adesione ai sentimenti del Padre, sentimenti di amore per il mondo fino a donargli l’unigenito suo Figlio (cf. Gv 3,16).  Ecco che allora Gesù può gridare con convinzione: “Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo è gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra”, come il serpente innalzato da Mosè (cf. Nm 21,4-9; Gv 3,14), “attirerò tutti a me”. L’“ora” è finalmente giunta, l’ora di Gesù, ma anche quella in cui il mondo, con il suo assetto malvagio, viene giudicato, e così il principe di questo mondo, il principe delle tenebre, il nemico di Dio e dell’umanità, viene espulso. Questo grido di Gesù è un grido di vittoria: nella lotta tra il principe delle tenebre e il Figlio di Dio, quest’ultimo è vincitore e, innalzato da terra sulla croce, attira tutti a sé. Sì, proprio sulla croce, in alto, Gesù sarà il vincitore del nemico, il diavolo, il padre della menzogna, e dunque vincitore sul mondo di tenebra che si oppone a Dio: sulla croce è rivelata pienamente la gloria di Dio e di Gesù. Dalla croce, “Gesù il Nazareno, il Re dei Giudei” (Gv 19,19) – titolo scritto in ebraico, greco e latino, le lingue dell’intera oikouméne (cf. Gv 19,20) –, attirerà se tutti, giudei e greci, che vedranno colui che hanno trafitto e si batteranno il petto (cf. Zc 12,10; Lc 23,48; Gv 19,37; Ap 1,7). Ogni occhio lo vedrà e chi, vedendolo, aderirà a lui credendo al suo amore, sarà salvato e conoscerà la vita eterna. Ecco la vera risposta a quanti volevano, e ancora oggi vogliono, “vedere Gesù”.  Questa è la buona notizia della pagina odierna del vangelo, buona notizia soprattutto per quei discepoli e quelle discepole che conoscono la dinamica del cadere a terra, del “marcire”nella sofferenza, nella solitudine e nel nascondimento. In alcune ore della vita sembra che tutta la sequela si riduca solo alla passione e alla desolazione, all’abbandono e al rinnegamento da parte degli altri, ma allora più che mai occorre guardare all’immagine del chicco di grano consegnataci da Gesù; più che mai occorre rinnovare il respiro della fede, per dire: “Gesù ed io viviamo insieme!”.

il commento al vangelo della domenica

il commento di Enzo Bianchi al vangelo della quarta domenica di quaresima (14 marzo 2021):

Gv 3,14-21

¹⁴E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, ¹⁵perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

¹⁶Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. ¹⁷Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. ¹⁸Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è gia stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. ¹⁹E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. ²⁰Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. ²¹Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

(testo dell’evangeliario di Bose)

Domenica scorsa abbiamo ascoltato nel quarto vangelo l’annuncio che Gesù è ormai il tempio di Dio, cioè il luogo della comunione con Dio (cf. Gv 2,19.21). E abbiamo conosciuto ancora una volta come la lettura del quarto vangelo richieda una fatica più grande per la comprensione del Vangelo, della buona notizia in esso contenuta. Oggi eccoci nuovamente di fronte a un altro brano del vangelo giovanneo, a un testo per molti aspetti difficile: Giovanni, infatti, ha una visione che va colta al di là di quello che scrive, una visione più profonda, che non è – potremmo dire – la nostra visione umana, ma appartiene solo a chi ha la fede in Gesù, dunque una visione ispirata dallo sguardo di Dio sulla vicenda di Gesù. 

Giovanni è stato testimone della passione e morte di Gesù sul Golgota, quel venerdì, vigilia della Pasqua, 7 aprile dell’anno 30 della nostra era. Ha visto la sofferenza di Gesù, il disprezzo che egli subiva da parte dei carnefici e soprattutto quel supplizio vergognoso e terribile – “crudelissimum taeterrimumque supplicium”, come lo definisce Cicerone (Contro Verre II,5,165) – che era la croce. Ha visto questa scena con i suoi occhi ma, dopo la resurrezione di Gesù, nella fede piena, nella contemplazione e meditazione di questo evento, giunge a leggerlo in modo altro rispetto ai vangeli sinottici. In quei vangeli Gesù aveva annunciato per tre volte la “necessità” della sua passione, morte e resurrezione, e per tre volte tale annuncio aveva atterrito i discepoli (cf. Mc 8,31-33 e par.; 9,30-32 e par.; 10,32-34 e par.). Anche il quarto vangelo attesta che per tre volte Gesù ha parlato di questa necessitas, ma lo fa con un linguaggio altro: ciò che nei sinottici è infamia, tortura, supplizio in croce, per Giovanni diventa invece un “innalzamento”, cioè una gloria. 

Nel nostro brano risuona il primo dei tre annunci fatti da Gesù: “È necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato”. Effettivamente Gesù, appeso al legno, è stato innalzato da terra, ma per Giovanni questo innalzamento da terra non è riducibile all’innalzamento fisico del suo corpo sulla croce, bensì è un essere innalzato gloriosamente e messo in alto da Dio, un essere glorificato, cioè rivelato nella sua gloria. Per Giovanni “essere innalzato” (verbo hypsóo) è anche “essere glorificato” (verbo doxázo: cf. Gv 7,59; 8,54, ecc.), essere sulla croce è essere alla destra del Padre. Per questo Gesù dice anche: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo”, ossia lo avrete materialmente messo in croce, “allora conoscerete che Io Sono (egó eimi: cf. Es 3,14)” (Gv 8,28), che io sono come Dio. E ancora: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Quest’ora dell’innalzamento è dunque l’ora della glorificazione (cf. Gv 12,23; 13,31-32), l’ora nella quale Gesù attira a sé tutta l’umanità (cf. Gv 12,32), l’ora della passione e della croce. Nel quarto vangelo passione e Pasqua sono lo stesso mistero, unico e inscindibile, e l’ora della passione è l’ora dell’epifania dell’amore

Sì, dobbiamo confessare che questo sguardo giovanneo sulla croce non è facilmente accettabile da noi umani, eppure questa è la vera e profonda comprensione della croce di Gesù: la croce è stata materialmente un supplizio, ma è stata anche un alzare il velo su come Gesù “ha amato i suoi fino all’estremo (eis télos)” (Gv 13,1); è stata una morte da maledetto da Dio e dagli uomini (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), crocifisso a mezz’aria perché Gesù non era degno né del cielo né della terra, eppure proprio sulla croce egli riconciliava cielo e terra, faceva cadere ogni barriera e apriva il Regno all’umanità, portando l’umanità in Dio (cf. Ef 2,14-16). Sulla croce moriva un uomo solo e abbandonato, ma quest’uomo narrava che “l’amore più grande è dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13). 

Questa è la lettura paradossale della croce fatta da Giovanni. Questo è il Vangelo che Gesù rivela a Nicodemo, un esperto delle Scritture che però Gesù definisce “ignorante” (cf. Gv 3,10): un “maestro in Israele” che non conosce l’azione di Dio nella sua verità profonda. Per cercare di spiegargli questa “necessità” della passione e morte del Messia, Figlio dell’uomo, Gesù tenta un paragone con un fatto avvenuto a Israele nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto. Secondo il libro dei Numeri, gli ebrei furono attaccati da serpenti mortiferi, e allora Mosè innalzò su un’asta un serpente di bronzo: chi lo guardava, anche se morso dai serpenti restava in vita, era salvato (cf. Nm 21,4-9). Questo racconto antico viene reinterpretato dal libro della Sapienza che fa una lettura altra dell’evento, cogliendo nel serpente “un segno di salvezza” (Sap 16,6): “chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te, Salvatore di tutti” (Sap 16,7). 

Gesù dunque rivela “le cose del cielo” (Gv 3,12) di cui aveva parlato a Nicodemo, esprimendo la necessitas dell’innalzamento del Figlio dell’uomo, “affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia la vita per sempre ”: innalzamento del Figlio unico di Dio, donato da Dio al mondo proprio a causa del suo amore per il mondo, ossia per tutta l’umanità. Dio è colui che ama, Dio è colui che dona il suo Figlio unico, Dio è colui che lo innalza. In queste azioni di Dio è raccontato il suo amore: dunque la discesa dal cielo (cf. Gv 3,13), l’incarnazione in una vita umana, la passione culminante nel innalzamento sulla croce sono la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità. Dobbiamo essere molto attenti e vigilanti nell’ascolto: le parole di Gesù a Nicodemo non indicano la croce come abbandono del Figlio alla morte da parte del Padre, ma ci rivelano un amore unico del Padre e del Figlio per tutta l’umanità. Il Figlio Gesù Cristo, proprio quale dono per l’umanità, ha vissuto la sua esistenza donando la vita, suscitando la vita, trasmettendo la vita. Il Padre, a sua volta, non ha voluto la discesa del Figlio e la sua incarnazione per giudicare il mondo, ma per salvarlo attraverso l’adesione e la risposta all’amore. La presenza di Gesù esige che ognuno operi ora la sua scelta, perché ora avviene il giudizio, perché ora di fronte a Gesù è possibile scegliere la tenebra o la luce, che non sono un destino ma dipendono da ciascuno di noi nel suo porsi di fronte all’amore rivelato.  Viene qui adombrato il ministero dell’incredulità, che non è rifiuto di una dottrina, di un’idea o di una morale, ma è qualcosa di molto più radicale: è rifiuto della fiducia, rifiuto della speranza, rifiuto dell’amore. Sì, da una parte c’è l’amore incondizionato di Dio, offerto a tutti gli esseri umani e mostrato nel dono del Figlio unico fatto uomo per essere uno di noi e vivere tra di noi e con noi; dall’altra vi è da parte nostra la possibilità di rispondere all’amore con l’amore o, al contrario, di rifiutare l’amore, di non credere all’amore e così di escluderci, collocandoci nella tenebra dell’odio e della morte. Nel quarto vangelo la fede e il credere sono sempre un operare nell’amore, come Gesù dirà: “Questa è l’opera, l’azione richiesta da Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29).  Ecco dunque la via tracciata di fronte a noi: chi fa la verità, cioè sa rispondere all’amore con azioni, manifesta che queste azioni sono operate da Dio stesso in lui. Così il credente vive già ora la “vita eterna”. “Dio vuole che tutti gli umani siano salvati” (1Tm 2,4), proclama l’Apostolo Paolo; vuole che tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Per questo Dio dona se stesso, il proprio Figlio unico e amato, al mondo che anela alla salvezza.

una riflessione di E. Bianchi sulla quaresima

inizia la quaresima

di Enzo Bianchi
in “Il Blog di Enzo Bianchi” del 17 febbraio 2021

ENZO BIANCHI

Ogni anno ritorna la quaresima, un tempo pieno di quaranta giorni da vivere da parte dei cristiani
tutti insieme come tempo di conversione, di ritorno a Dio. Sempre i cristiani devono vivere lottando
contro gli idoli seducenti, sempre è il tempo favorevole ad accogliere la grazia e la misericordia del
Signore, tuttavia la Chiesa – che nella sua intelligenza conosce l’incapacità della nostra umanità a
vivere con forte tensione il cammino quotidiano verso il Regno – chiede che ci sia un tempo preciso
che si stacchi dal quotidiano, un tempo “altro”, un tempo forte in cui far convergere nello sforzo di
conversione la maggior parte delle energie che ciascuno possiede. E la Chiesa chiede che questo sia
vissuto simultaneamente da parte di tutti i cristiani, sia cioè uno sforzo compiuto tutti insieme, in
comunione e solidarietà. Sono dunque quaranta giorni per il ritorno a Dio, per il ripudio degli idoli
seducenti ma alienanti, per una maggior conoscenza della misericordia infinita del Signore.
La conversione, infatti, non è un evento avvenuto una volta per tutte, ma è un dinamismo che deve
essere rinnovato nei diversi momenti dell’esistenza, nelle diverse età, soprattutto quando il passare
del tempo può indurre nel cristiano un adattamento alla mondanità, una stanchezza, uno
smarrimento del senso e del fine della propria vocazione che lo portano a vivere nella schizofrenia
la propria fede. Sì, la quaresima è il tempo del ritrovamento della propria verità e autenticità, ancor
prima che tempo di penitenza: non è un tempo in cui “fare” qualche particolare opera di carità o di
mortificazione, ma è un tempo per ritrovare la verità del proprio essere. Gesù afferma che anche gli
ipocriti digiunano, anche gli ipocriti fanno la carità (cf. Mt 6,1-6.16-18): proprio per questo occorre
unificare la vita davanti a Dio e ordinare il fine e i mezzi della vita cristiana, senza confonderli.
La quaresima vuole riattualizzare i quarant’anni di Israele nel deserto, guidando il credente alla
conoscenza di sé, cioè alla conoscenza di ciò che il Signore del credente stesso già conosce:
conoscenza che non è fatta di introspezione psicologica ma che trova luce e orientamento nella
Parola di Dio. Come Cristo per quaranta giorni nel deserto ha combattuto e vinto il tentatore grazie
alla forza della Parola di Dio (cf. Mt 4,1-11), così il cristiano è chiamato ad ascoltare, leggere,
pregare più intensamente e più assiduamente – nella solitudine come nella liturgia – la Parola di Dio
contenuta nelle Scritture. La lotta di Cristo nel deserto diventa allora veramente esemplare e,
lottando contro gli idoli, il cristiano smette di fare il male che è abituato a fare e comincia a fare il
bene che non fa! Emerge così la “differenza cristiana”, ciò che costituisce il cristiano e lo rende
eloquente nella compagnia degli uomini, lo abilita a mostrare l’Evangelo vissuto, fatto carne e vita.
Il mercoledì delle Ceneri segna l’inizio di questo tempo propizio della quaresima ed è
caratterizzato, come dice il nome, dall’imposizione delle ceneri sul capo di ogni cristiano. Un gesto
che forse oggi non sempre è capito ma che, se spiegato e recepito, può risultare più efficace delle
parole nel trasmettere una verità. La cenere, infatti, è il frutto del fuoco che arde, racchiude il
simbolo della purificazione, costituisce un rimando alla condizione del nostro corpo che, dopo la
morte, si decompone e diventa polvere: sì, come un albero rigoglioso, una volta abbattuto e
bruciato, diventa cenere, così accade al nostro corpo tornato alla terra, ma quella cenere è destinata
alla resurrezione.
Simbolica ricca, quella della cenere, già conosciuta nell’Antico Testamento e nella preghiera degli
ebrei: cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza, di volontà di cambiamento attraverso la
prova, il crogiolo, il fuoco purificatore. Certo è solo un segno, che chiede di significare un evento
spirituale autentico vissuto nel quotidiano del cristiano: la conversione e il pentimento del cuore
contrito. Ma proprio questa sua qualità di segno, di gesto può, se vissuto con convinzione e
nell’invocazione dello Spirito, imprimersi nel corpo, nel cuore e nello spirito del cristiano,
favorendo così l’evento della conversione.
Un tempo nel rito dell’imposizione delle ceneri si ricordava al cristiano innanzitutto la sua
condizione di uomo tratto dalla terra e che alla terra ritorna, secondo la parola del Signore detta ad
Adamo peccatore (cf. Gen 3,19). Oggi il rito si è arricchito di significato, infatti la parola che
accompagna il gesto può anche essere l’invito fatto dal Battista e da Gesù stesso all’inizio della loro
predicazione: “Convertitevi e credete all’Evangelo”… Sì, ricevere le ceneri significa prendere
coscienza che il fuoco dell’amore di Dio consuma il nostro peccato; accogliere le ceneri nelle nostre
mani significa percepire che il peso dei nostri peccati, consumati dalla misericordia di Dio, è “poco
peso”; guardare quelle ceneri significa riconfermare la nostra fede pasquale: saremo cenere, ma
destinata alla resurrezione. Sì, nella nostra Pasqua la nostra carne risorgerà e la misericordia di Dio
come fuoco consumerà nella morte i nostri peccati.
Nel vivere il mercoledì delle ceneri i cristiani non fanno altro che riaffermare la loro fede di essere
riconciliati con Dio in Cristo, la loro speranza di essere un giorno risuscitati con Cristo per la vita
eterna, la loro vocazione alla carità che non avrà mai fine. Il giorno delle ceneri è annuncio della
Pasqua di ciascuno di noi.

per una chiesa di minoranza ma libera e creativa

quale futuro per il cristianesimo?

di Enzo Bianchi

in “Vita Pastorale” del febbraio 2021

Sempre di nuovo è attuale la domanda posta da Gesù: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede
sulla terra?» (Lc 18,8). In particolare, tale interrogativo deve inquietarci in questo nostro tempo di crisi del
cristianesimo, di diminutio della sua presenza, della sua “esculturazione” dal nostro Occidente. Da circa trent’anni si è
spento l’entusiasmo post-conciliare e si è preso atto — come osservava Michel De Certeau — che anche il tentativo di
riforma della liturgia e della fede della Chiesa non solo non aveva sortito i frutti sperati ma aveva addirittura
allontanato dalla vita cristiana porzioni di credenti tradizionali. Il grande teologo francese e amico carissimo JeanMarie Tillard, quale testamento di una vita spesa nel dialogo teologico ecumenico tra le Chiese, alla fine del secolo
scorso lasciava uno scritto appassionato dal titolo significativo: Siamo gli ultimi cristiani?
Ma già il teologo Joseph Ratzinger nel 1969 e, più recentemente in qualità di pontefice, aveva cercato di rispondere
alla domanda circa il futuro della fede e con profetica capacità visionaria indicava come ipotesi feconda quella di una
Chiesa di minoranza; una Chiesa piccola comunità di fedeli, povera e spogliata di tanti privilegi accumulati nella
storia ma libera perché creativa; una Chiesa non settaria, capace di essere lievito fino a orientare la società. Benedetto
XVI ha sempre creduto nelle minorités agissantes, nelle minoranze creative, e sperava che l’evolversi della crisi
conducesse a questa nuova forma del vivere la Chiesa.
Altri ancora, soprattutto nell’area culturale francese e mitteleuropea, hanno cercato risposte e formulato ipotesi
diverse in merito. Molto conosciute e riprese le quattro ipotesi di Maurice Bellet (2001). La prima prevede la
scomparsa del cristianesimo senza troppi sussulti né lamenti: una sorta di arretramento indolore nel quale il
cristianesimo rimarrà nella memoria per i suoi monumenti, le opere d’arte e alcuni testi di sapienza antica. La
seconda ipotesi, non molto dissimile dalla precedente, intravede il cristianesimo morto come fede, ma presente nella
società con i suoi valori. La terza ipotesi non vede vicina la fine della fede cristiana e delle Chiese, ma pensa a un
loro trascinarsi nella storia senza profezia: una presenza che soddisfa il bisogno religioso e, dunque, mantiene i riti e
le modalità della religione. L’ultima, infine, quella che l’autore si augura per il cristianesimo, è una sua ripresa da
capo, una sua rinascita grazie all’unica Parola di vita, il Vangelo. Solo da un nuovo inizio, infatti, la fede cristiana
potrà di nuovo divampare come fuoco e dare una nuova forma al vivere la Chiesa.
Non dovremmo neppure dimenticare le letture della crisi fatte da storici come Jean Delumeau o da sociologi come
Danièle Hervieu-Léger, più esigenti e critici nei confronti dell’istituzione ecclesiale, con l’emissione di un verdetto di
morte, in mancanza di un rapido mutamento e di una vera conversione. O si pensi ad analisi di teologi come Ghislain
Lafont, che immagina un cattolicesimo diverso, o di Christoph Theobald, che chiede il mutamento, la riforma
continua e l’attestarsi di una Chiesa ecumenica fondata sul sensus fidei del popolo di Dio, impegnato in un cammino
sinodale.
In un mio contributo del 2004 avevo tentato di rispondere con urgenza alla domanda: Quale futuro per il
cristianesimo? Là avanzavo analisi che oggi mi sento di confermare, anche se l’accelerazione della crisi in questi
ultimi quindici anni ha ulteriormente mutato lo status ecclesiae, soprattutto nel nostro Occidente. Che cosa esplicitare
oggi? Con il ministero petrino di Francesco sono stati messi in moto alcuni processi, che vanno riconosciuti: la vita
della Chiesa ha ripreso una dinamica che, se non si fermerà e giungerà ad alcune realizzazioni di riforma, aiuterà i
cristiani ad attraversare la crisi e a vivere nella storia come minoranza profetica eloquente. Se, però, questi processi
rimarranno solo abbozzi o, peggio, parole, credo che la delusione sarà tale che la vita della Chiesa ne resterà debilitata
in modo grave e la diaspora già esistente diventerà addirittura non leggibile, non più sentita come presenza.
Anche perché la novità di questi ultimi anni è proprio l’ “esculturazione” del cristianesimo e della Chiesa, non
possiamo ignorarlo. Basta conoscere i mass media per rendersi conto che in essi ormai non appaiono più “notizie”
riguardanti la fede e la Chiesa, se non quelle che provocano scandalo, mentre le correnti culturali non tengono più
conto delle voci e degli eventi cristiani. Mi permetto solo di far notare che tra i consigli di cento libri da leggere apparsi
in occasione del Natale su un noto inserto culturale italiano, non appariva nessun testo di autori cristiani. Ormai “il
mondo cristiano”, che nel mondo non c’è più, è ignorato senza ostilità ma nella forma dell’indifferenza.
Ecco qual è, a mio avviso, il problema della nostra presenza tra gli umani: l’indifferenza. Se non sapremo più
evidenziare la differenza cristiana allora, come sale che ha perso il suo sapore, come fuoco sepolto dalla cenere, non
saremo più in grado di dire qualcosa di significativo nella compagnia degli uomini. La differenza cristiana richiede
anzitutto la fede in Gesù Cristo vivente perché Risorto, una fede nel Regno che viene. Ma oltre a questo primato della
fede, nutrita alla fonte del Vangelo, occorrerà l’edificazione di comunità che siano davvero tali: veri luoghi di amore
reciproco e di servizio degli ultimi; comunità che vivano la sinodalità, il camminare insieme in una comunione
plurale; comunità che non si isolano, non diventano settarie, ma stanno con simpatia e spirito di fraternità in mezzo
agli uomini e alle donne del nostro tempo. Solo in questo modo si potrà dare una risposta credibile alle più svariate
forme di populismo che «riducono i simboli religiosi a marcatori culturali identitari che non sono associati a una
pratica religiosa», come osserva Olivier Roy nel recente saggio L’Europa è ancora cristiana?
Se il Vangelo fornirà l’ispirazione profonda alla vita cristiana, sarà manifesto a tutti che i credenti sono uomini e donne
riuniti in una nuova comunione: è in questa semplice e radicale differenza che consiste la dimensione pubblica e
comunitaria della prassi evangelica. Dunque una comunità cristiana che nel mondo non “sta contro” il mondo,
animata da una logica di concorrenza e contrapposizione. Scriveva provocatoriamente Friedrich Nietzsche alla fine
del XIX secolo: «Già la parola “cristianesimo” è un equivoco: in fondo è esistito un solo cristiano e questi mori sulla
croce. L'”Evangelo” morì sulla croce. […] Soltanto la pratica cristiana, una vita come la visse colui che morì sulla
croce, soltanto questo è cristiano. Ancora oggi una tale vita è possibile, per certi uomini è persino necessaria:
l’autentico, originario cristianesimo sarà possibile in tutti i tempi. Non una credenza, bensì un fare, soprattutto un nonfare-molte-cose, un diverso essere».
Il cristianesimo è nato da una grande crisi: quella di Gesù e dei suoi discepoli la sera dell’ultima cena, con il tradimento
da parte di uno di loro. Dobbiamo esserne certi: il Signore Gesù ci ha preceduti nella crisi, dunque in essa non ci
abbandona.

il commento al vangelo della domenica

grandezza e miseria della vocazione

Enzo Bianchi fondatore di Bose
il commento di Enzo Bianchi al vangelo della  III domenica del tempo Ordinario, anno B

Mc 1,14-20

In quel tempo, dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

(testo dell’evangeliario di Bose)

Ognuno di noi, soprattutto se anziano ma non colpito da demenza senile, va sovente con i suoi ricordi al passato, in particolare a quello che è stato l’inizio, il cominciare di una vicenda, di un amore che lo ha segnato per tutta la vita e che ancora lo fa vibrare. Anche il cristiano fa questa operazione di cercare nel passato, quasi per rivivere l’ora della conversione; o meglio, per moltissimi l’ora della vocazione, quando si è diventati consapevoli con il cuore che forse ci era rivolto un monito, che forse il Signore voleva che fossimo coinvolti nella sua vita più di quanto lo eravamo stati fino ad allora. Noi la chiamiamo, appunto, ora della vocazione.
La pagina del vangelo di questa domenica, in cui torniamo ad ascoltare il vangelo secondo Marco, vuole essere proprio un racconto di vocazione in cui può specchiarsi chi predispone tutto per ascoltare la chiamata di Gesù, oppure può essere l’occasione per ricordarla come un evento del passato, che può avere ancora o non avere più forza, addirittura significato. Gesù torna in Galilea, la terra della sua infanzia, per iniziare a proclamare un messaggio che sentiva dentro di sé come una missione da parte di Dio Padre. Incomincia questa vita di predicazione e di itineranza dopo che Giovanni, il suo rabbi, il suo maestro, colui che lo ha educato nella vita conforme all’alleanza con Dio e lo ha anche immerso nelle acque del Giordano (cf. Mc 1,9), è stato messo in prigione da Erode, è stato ridotto al silenzio, lui che era “voce” (cf. Mc 1,3; Gv 1,23). È la fine di chi è profeta, e Gesù subito se la trova davanti come necessitas umana: se egli continuerà sulla strada del suo maestro, prima o poi conoscerà la persecuzione e la morte violenta.
Gesù inizia a proclamare la buona notizia, il Vangelo di Dio, nella consapevolezza che il tempo della preparazione, per Israele tempo dell’attesa dei profeti, che il tempo della pazienza di Dio ha raggiunto il suo compimento, come il tempo di una donna gravida. Alla fine della gravidanza c’è il parto, e così Gesù annuncia: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio si è fatto vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. Ecco la sintesi della sua predicazione: c’è l’inizio di un tempo nuovo in cui è possibile far regnare Dio nella propria vita; affinché questo avvenga occorre convertirsi, ritornare a Dio, e poi credere alla buona notizia che è la presenza e la parola di Gesù stesso. È solo un breve versetto che esprime questa novità, eppure è l’inizio di un tempo che dura ancora oggi e qui: è possibile che Dio regni su di me, su di te, su di noi, e così accade che il regno di Dio è venuto.
Ormai, grazie alla presenza di Gesù, alla sua vita e alla sua parola, è possibile a ogni persona lasciar regnare su di sé solo Dio, non gli idoli o altri padroni. Ma perché questo possa avvenire occorre la fede: “Credete, abbiate fede-fiducia!”. Questa parola di Gesù, capace di scuotere oggi come allora i cuori addormentati, è rivolta a noi che siamo sempre tentati di confidare sulle nostre opere, finendo così per svuotare la fede. A noi che domandiamo: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?” (Gv 6,28), Gesù risponde: “Credete!”, per insegnarci che “questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Sì, il cristiano non dimentichi mai che le molte opere buone sono sempre opere “nostre”, ma tutte trovano la loro radice vivificante e il loro senso nell’unica opera di Dio, la fede. “Tutto è possibile a chi crede” (Mc 9,23), dirà con forza Gesù…
Di fronte a questa gioiosa notizia, ma anche a questa nuova possibilità offerta dalla presenza di Gesù, ci siamo noi uomini e donne, che ancora oggi ascoltiamo il Vangelo. Che cosa facciamo? Come reagiamo? Stiamo forse vivendo quotidianamente, intenti al nostro lavoro, alla nostra occupazione quotidiana per guadagnarci da vivere, poco importa quale sia; oppure siamo in un momento di pausa; oppure siamo con altri a discorrere… Non c’è un’ora prestabilita: di colpo nel nostro cuore, senza che gli altri si accorgano di nulla, si accende una fiammella. “Chissà? Sento forse sento una voce? Riuscirò a rispondere ‘sì’? Sarà per me questa voce che mi chiama ad andare? Dove? A seguire chi? Gesù? E come faccio? Sarà possibile?”. Tante domande che si intersecano, che svaniscono e ritornano a ondate. Ma se sono ascoltate con attenzione, allora può darsi che in esse si ascolti una voce più profonda di noi stessi, “più intima del nostro stesso intimo” (Agostino), una voce che viene da un aldilà di noi stessi, eppure attraverso noi stessi: la voce del Signore Gesù! È così che inizia un rapporto tra ciascuno di noi e lui, sì, lui, il Signore, presenza invisibile ma viva, presenza che non parla in modo sonoro ma attrae…
Qui nel vangelo secondo Marco questo processo di vocazione è sintetizzato e per così dire stilizzato dall’autore, che narra solo l’essenziale: Gesù passa, vede e chiama; qualcuno ascolta e prende sul serio la sua parola: “Seguimi!”, e si coinvolge nella sua vita. È ciò che è vero per tutti ed è inutile dire di più: sarebbe solo un inseguire processi psicologici… Ma l’essenziale è stato detto, una volta per tutte: accolta la vocazione, si abbandonano le reti, cioè il mestiere, si abbandonano il padre e la barca, cioè l’impresa famigliare, e così ci si spoglia e si segue Gesù. Obbedire alla chiamata del Signore coincide con un rinascere a vita nuova, con un ricominciare. E ogni nascita richiede una buona separazione: solo chi ha fatto una buona separazione, infatti, sarà capace di dare vita a una nuova unione, con Cristo e con la comunità dei fratelli e delle sorelle.
Attenzione però: la vocazione è un’avventura piena di grandezza ma anche di miseria! Per comprenderlo, è sufficiente seguire nei vangeli la vicenda di questi primi quattro chiamati. Il primo, Pietro, sul quale Gesù aveva riposto molta fiducia, vivendo vicino a lui spesso non capisce nulla di lui (cf. Mc 8,32; Mt 16,22), al punto che Gesù è costretto a chiamarlo “Satana” (Mc 8,33; Mt 16,23); a volte è distante da Gesù fino a contraddirlo (cf. Gv 13,8); a volte lo abbandona per dormire (cf. Mc 14,37-41 e par.); e infine lo rinnega, dice di conoscere se stesso e di non avere mai conosciuto Gesù (cf. Mc 14,66-72 e par.; Gv 18,17.25-27). Andrea, Giacomo e Giovanni in molte situazioni non capiscono Gesù, lo fraintendono e non conoscono il suo cuore. I due figli di Zebedeo, in particolare, sono rimproverati aspramente da Gesù quando invocano un fuoco dal cielo per punire chi non li ha accolti (cf. Lc 9,54-55); e sempre essi, al Getsemani, dormono insieme a Pietro. Ma c’è di più, e Marco lo sottolinea in modo implacabile, con un contrasto che non potrebbe essere più netto: coloro che qui, “abbandonato tutto seguirono Gesù”, nell’ora della passione, “abbandonato Gesù, fuggirono tutti” (Mc 14,50)…
Povera sequela! Sì, la mia sequela, la tua sequela, caro lettore o lettrice. Non abbiamo davvero molto di cui vantarci… Dobbiamo solo invocare da parte di Dio tanta misericordia e ringraziarlo perché, nonostante tutto, stiamo ancora dietro a Gesù e tentiamo ancora, giorno dopo giorno, di vivere con lui. E non dimentichiamolo: la promessa di Gesù è più forte delle nostre infedeltà, delle infedeltà dei suoi discepoli. Ecco perché essi, dopo l’alba di Pasqua, saranno ancora pescatori di uomini e annunciatori del Regno, capaci di trasmettere a tutti la buona notizia. Chi infatti ha ascoltato la buona notizia e vi ha aderito con tutta la propria vita, sarà sempre capace – nonostante sé! – di annunciare agli altri il Vangelo del Regno che viene e che, in Gesù risorto, si fa vicino a tutti e a ciascuno.

l’indifferenza è peggio dell’odio – una riflessione E. Bianchi

“il virus dell’indifferenza”

Enzo Bianchi


non l’odio, ma l’indifferenza è l’opposto dell’amore fraterno
l’indifferenza
malattia che si è dilatata nella nostra società occidentale e che giorno dopo giorno minaccia la possibilità della buona convivenza, facendoci precipitare nella barbarie
ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose
È noto che il termine latino virus significa “veleno”, ossia un organismo che origina molte malattie negli esseri viventi e mostra la sua forza attraverso il contagio che si diffonde e minaccia la vita.
L’esperienza che stiamo facendo della pandemia dovuta al Covid 19, esperienza dolorosa e faticosa che tocca tutta la nostra convivenza, ci rivela come l’aria può essere ammorbata e diventare sempre più mortifera. Per questo possiamo fare del virus anche una parabola, applicata soprattutto all’indifferenza, malattia che si è dilatata nella nostra società occidentale e che giorno dopo giorno minaccia la possibilità della buona convivenza, facendoci precipitare nella barbarie
L’indifferenza è restare insensibili a ciò che accade fuori di noi, non riuscire più ad ascoltare le grida di chi ci invoca e ci chiama accanto, la durezza del cuore che non ci fa più conoscere viscere di compassione. L’indifferenza diventa un habitus del disinteresse per gli altri e impedisce ogni coinvolgimento. Non l’odio, ma l’indifferenza è l’opposto dell’amore fraterno. Si faccia attenzione: non si tratta di spegnimento di desideri e interessi, ma piuttosto di una riduzione di desiderio e interesse al proprio io, in una dinamica di philautía, di egoismo in cui ognuno pensa a sé stesso e non è più capace di pensare anche per gli altri e con gli altri, non è più capace di dire “noi”. 
L’indifferenza regna così nel nostro quotidiano. A un certo punto ci abituiamo a vedere e rivedere ciò che inizialmente ci ha turbato, non reagiamo più, perché non siamo più scandalizzati del male che incontriamo. L’abitudine provoca l’insensibilità e l’insensibilità l’indifferenza. 
La pandemia che torna a travolgerci cattura l’attenzione, rinnova le paure, rende più faticose le giornate e anche per questo non abbiamo più spazio di attenzione per quello che avviene ancora nel nostro Mediterraneo: un mare la cui vocazione è quella di essere un ponte tra terre diverse e invece si mostra una fossa comune per naufraghi in fuga da guerre, fame, situazioni di oppressione. 
Certo, se tra le vittime di questi naufragi — più di mille persone quest’anno — ci sono bambini piccoli, allora si assiste a uno scoppio transitorio di sentimenti di indignazione e si levano voci affinché i governanti intervengano. Il bimbo siriano riverso sulla spiaggia di Lesbo di qualche anno fa, il piccolo guineano di sei mesi annegato sul seno della madre nei giorni scorsi, diventano un’icona che turba i cuori e una fonte di elegia retorica. Ma è questione di qualche giorno, poi tutto è dimenticato, e nulla accade affinché ciò non si ripeta. In tal modo l’indifferenza crea gli “invisibili”, quelli che con la loro sofferenza ci disturbano, che dunque preferiamo non vedere. In molti diciamo che è intollerabile, vergognoso, ma nel dirlo misuriamo la nostra impotenza e siamo solo più tristi nel constatare che nel mare dell’indifferenza si affoga molto di più che nel mar Mediterraneo.
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