la passione di papa Francesco per i poveri, gli ultimi, gli scartati della storia, le vittime della società

“Papa Francesco e i poveri”


dal sito del Monastero di Bose

Nell’affrontare il tema della passione di papa Francesco per i poveri, gli ultimi, gli scartati della storia, le vittime della società, non posso non fare memoria di alcune parole profetiche di Giovanni XXIII, pronunciate un mese prima dell’apertura del concilio: “La chiesa si presenta quale è, e vuole essere, come la chiesa di tutti, e particolarmente la chiesa dei poveri” (Radiomessaggio ai fedeli di tutto il mondo, 11 settembre 1962). Parole che allora parvero inedite, ma che durante il concilio presero fuoco e diventarono un’urgenza avvertita con forza, un segno dei tempi, perché quell’ora era ritenuta “l’ora dei poveri”.
Quel fuoco acceso da papa Giovanni forgiò uno straordinario diamante nella Lumen gentium: “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza … Così anche la chiesa, benché per compiere la sua missione abbia bisogno di risorse umane, non deve cercare la gloria terrena, ma con il suo esempio diffondere umiltà e abnegazione” (LG 8). Questa è la logica dell’evangelizzazione operata dal Signore Gesù Cristo, che “da ricco che era si è fatto povero per noi” (cf. 2Cor 8,9; cf. ibid.), e dunque questa deve essere la via percorsa dalla chiesa per portare la buona notizia ai poveri. Questa istanza – diciamo la verità – è parsa paradossale e anche, qua e là nella chiesa, scandalosa, perché molti hanno continuato a pensare che solo una chiesa ricca, forte e potente possa fare del bene ai poveri. Anche per questo la profezia evangelica della povertà, dopo il concilio, e in particolare negli anni ’80 del secolo scorso, si è indebolita, è diventata silente ed è stata spesso contraddetta in modo anche clamoroso, provocando scandalo nella chiesa e nel mondo.
Ma proprio tra sue primissime parole, papa Francesco ha quasi sospirato: “Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!” (Udienza ai rappresentanti dei media, 16 marzo 2013). Da allora Francesco, che ha assunto il nome del santo che ha legato la sua vita cristiana alla povertà, non cessa di ripetere, quasi in modo ossessivo, l’urgenza della povertà della chiesa e della sua responsabilità di fronte ai poveri del mondo. Sono convinto che di questo papa saranno ricordate soprattutto le sollecitudini per la misericordia e la povertà, perché in lui il mistero cristiano si riassume soprattutto nel Cristo povero e misericordioso dei vangeli. D’altronde egli è ben consapevole che solo una chiesa povera e misericordiosa può fare riforme profonde, non operazioni di maquillage che sono senza forza e durano un momento, che incantano ma non causano conversione. È significativa questa sua affermazione: “Non si può comprendere il vangelo senza la povertà” (Intervista a La Vanguardia, quotidiano catalano, 12 giugno 2014; cf. Osservatore romano, 13 giugno 2014).
Potrei fornire diverse citazioni, tratte da numerosi interventi del papa su questo tema, sia in discorsi sia nel suo magistero quotidiano nelle omelie mattutine a Santa Marta: contro il “denaro, radice di tutti i mali” (cf 1Tm 6,10), “capace di togliere la fede”, “fonte di corruzione”, contro il potere che non diventa servizio del fratello, soprattutto dell’ultimo, contro la vanità e l’orgoglio ecclesiastico. Ma, anziché ricordare queste invettive profetiche del papa, preferisco mettere in evidenza due sue preoccupazioni emblematiche.
La prima è quella che i cristiani abbiano occhi capaci di scorgere nei poveri “la carne di Cristo”. Al cristiano – ricorda il papa – è assolutamente necessario innanzitutto sentire la chiamata a essere povero, a spogliarsi di se stesso, in una vera kénosis sull’esempio di Cristo (cf. Fil 2,7), a imparare a stare con i poveri, praticando la condivisione con chi è privo del necessario, in modo da “toccare la carne di Cristo” (Veglia di Pentecoste con i movimenti, le nuove comunità, le associazioni e le aggregazioni laicali, 18 maggio 2013; cf. anche omelia a Santa Marta, 7 marzo 2014). Ha affermato ancora il papa: “Il cristiano è uno che incontra i poveri, che li guarda negli occhi, che li tocca” (Incontro con i poveri assistiti dalla Caritas, Assisi, 4 ottobre 2013). E recentemente, con parole che vanno messe in pratica, senza commenti: “Davanti ai poveri non si tratta di giocare per avere il primato di intervento, ma possiamo riconoscere umilmente che è lo Spirito a suscitare gesti che siano segno della risposta e della vicinanza di Dio. Quando troviamo il modo per avvicinarci ai poveri, sappiamo che il primato spetta a Lui, che ha aperto i nostri occhi e il nostro cuore alla conversione. Non è di protagonismo che i poveri hanno bisogno, ma di amore che sa nascondersi e dimenticare il bene fatto. I veri protagonisti sono il Signore e i poveri” (Messaggio per la II Giornata mondiale dei poveri, 13 giugno 2018). Sembra che il bacio di san Francesco al lebbroso sia per il papa l’icona del vero rapporto di amore con chi è bisognoso. Ma, di nuovo, questo è lo stile di Gesù, è ciò che i vangeli ci raccontano di Gesù, il quale sempre ha voluto toccare corpi di malati, abbracciare i bisognosi, stare a tavola con gli scarti della società, impuri ed emarginati.
Papa Francesco esprime una vera povertà cristologica, o una cristologia della povertà, con accenti che ricordano i padri della chiesa, soprattutto Basilio di Cesarea, Giovanni Crisostomo, Ambrogio di Milano. “Il povero è un vicario di Cristo”, ha detto più volte (cf., per esempio, Incontro con i poveri, Assisi, 4 ottobre 2013; Omelia a Santa Marta, 20 gennaio 2014; Intervista all’Osservatore romano, 13 giugno 2014), proprio lui che mai e poi mai direbbe di sé di essere il vicario di Cristo. Per i poveri nessuna carità “presbite”, che li tiene lontani e li discerne solo nella lontananza; verso di loro nessuna ottica di superiorità, l’ottica di chi li guarda dal centro o dall’alto. No, occorre vederli stando accanto a loro nelle periferie dell’esistenza, nella consapevolezza che “esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri … i destinatari privilegiati del Vangelo” (Evangelii gaudium 48); “i poveri … categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro la sua prima misericordia”, perché “essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente” (ibid. 198). L’insegnamento di papa Francesco sui poveri è un insegnamento in primo luogo a livello rivelativo, cristologico, e questo conferisce alle sue parole una particolare autorità nello spazio della fede. La chiesa non può restare sorda o non tenerne conto, perché sul rapporto con i poveri e la povertà si gioca la sua fedeltà al Signore, il suo essere o non essere chiesa di Cristo.
L’altra preoccupazione di Francesco riguarda la povertà della chiesa stessa. Se la chiesa è chiesa di Cristo, allora – come si vedeva nella citazione della Lumen gentium – essa deve percorrere la via di Cristo nel suo cammino verso il Regno, facendo della povertà, dell’umiltà, della mitezza, del servizio il suo stile. Qui povertà e umiltà della chiesa sono immanenti l’una all’altra: sempre siamo tentati dalla ricchezza, dal potere, dal successo, come Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero (cf. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13). Ma – dice Francesco nel suo splendido discorso tenuto a Seoul ai vescovi della Corea del Sud il 14 agosto 2014 – “la vita e la missione della chiesa … non si misurano in definitiva in termini esteriori, quantitativi e istituzionali; piuttosto esse devono essere giudicate nella chiara luce del Vangelo e della sua chiamata a una conversione alla persona di Gesù Cristo”. Sempre la memoria della nostra identità “deve essere realistica, non idealizzata e non ‘trionfalistica’ … L’ideale apostolico [è quello] di una chiesa dei poveri e per i poveri, una chiesa povera per i poveri” … Tutti infatti saremo giudicati su quel “protocollo” – Mt 25,31-46 –, dove Cristo identifica se stesso con i poveri e i bisognosi. La chiesa deve soprattutto vigilare “nei momenti di prosperità”, quando c’è “il pericolo che la comunità cristiana diventi una società, cioè che perda quella dimensione spirituale, che perda la capacità di celebrare il Mistero e si trasformi in una organizzazione spirituale, cristiana culturalmente, con valori cristiani, ma senza lievito profetico”. Nessuna chiesa è esente dalla tentazione di porre fiducia in sé e nei suoi mezzi, nella sua affermazione nel mondo. È “la tentazione del benessere spirituale, del benessere pastorale”. Allora la chiesa “non è una chiesa povera per i poveri, ma una chiesa ricca per i ricchi, o una chiesa di classe media per i benestanti” (ibid.).
Queste sono parole infuocate, soprattutto se le pensiamo rivolte a una chiesa particolare che, secondo il papa, può correre tale rischio. Francesco opera un capovolgimento dei traguardi che qualcuno voleva dare a qualche chiesa particolare negli ultimi decenni, proponendo che la chiesa cercasse riconoscimenti, si facesse vedere forte, volesse concorrere culturalmente con la società… Il risultato dell’evangelizzazione di una chiesa in questo stato è la sterilità, e in tal modo l’immagine della chiesa si deforma, diventando sempre più debole nell’essere un segno innalzato tra le genti.
È all’insegna della misericordia, del “cuore per i miseri”, che va compresa la passione di papa Francesco per i poveri, gli ultimi, gli scartati della storia, le vittime della società: tutti figli e figlie di Dio, tutti con la stessa dignità, tutti “segno” di Gesù Cristo. Una “chiesa povera e per i poveri” e dunque una chiesa di poveri “beati” secondo il Vangelo: questo è ciò che desidera papa Francesco ed è ciò cui si sente impegnato dal nome del santo di Assisi che ha voluto assumere.

il commento al vangelo della domenica

 “La tua fede ti ha salvato” 
il commento di E. Bianchi al vangelo della trentesima domenica (28 ottobre 2018) del tempo ordinario:


Mc 10,46-52

In quel tempo 46 Gesù e i suoi discepoli giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Con il brano che leggiamo in questa domenica il vangelo secondo Marco conclude il racconto della salita di Gesù a Gerusalemme, ossia l’itinerario del discepolato durante il quale Gesù ha dato insegnamenti, ha formato quanti lo seguivano, nella consapevolezza che giunti a Gerusalemme sarebbe avvenuta “la fine del profeta”, mediante la sua condanna a morte. Subito dopo Gesù entrerà nella città santa, scortato festosamente e acclamato figlio di David, cioè Messia (cf. Mc 11,7-11), evento in qualche modo anticipato nella nostra pagina.

Siamo a Gerico, la porta della Giudea a oriente. Mentre non solo i discepoli ma molti altri seguono Gesù, un cieco che porta il nome di Bar-Timeo (figlio di Timeo), un uomo marginale, ridotto a mendicare sulla strada, uno “scarto” di cui nessuno si prende cura, sente dire che sta per passare Gesù di Nazaret. Essendo cieco, non l’aveva ovviamente mai visto, né l’aveva incontrato, ma la fama di questo rabbi galileo l’aveva raggiunto. Nel suo cuore era certamente presente almeno il desiderio di vedere, la speranza di avere la vista, per poter uscire dalla notte. Udito che Gesù sta passando, inizia dunque a gridare: “Figlio di David, Gesù, abbi pietà di me!”. In questo grido vi è una grande spontaneità, vi è la sua fede giudaica nel Messia veniente, vi è l’attesa di una guarigione, della salvezza, vi è la forza di gridare e di farsi sentire, nella personale convinzione che quel rabbi può fare qualcosa per lui, dunque è un maestro capace di cura e di amore verso chi incontra. Bartimeo ripete con altre parole quanto aveva affermato Pietro: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,29). In quel caso però Pietro era stato immediatamente rimproverato da Gesù per la sua incapacità di comprendere la sua vera messianicità (cf. Mc 8,30-34). Il figlio di Timeo sta invece di fronte al figlio di David, animato dalla fiducia che il Messia avrebbe aperto gli occhi ai ciechi, compiendo anche in questo le sante Scritture (cf. Is 35,5; 42,7).

Ma allora come adesso, tra Gesù e chi lo cerca ci sono altri: qui è la folla, in altri casi sono i discepoli stessi, cioè la sua comunità, a diventare ostacolo, barriera tra Gesù e chi desidera incontrarlo. Attenzione, ciò accade anche per ragioni “sante”: paura di disturbare il maestro, volontà di proteggerlo dagli assalti della gente… Bartimeo, però, non desiste, si mette a gridare più forte, e così la sua invocazione raggiunge Gesù. Questi si ferma e lo manda a chiamare. Ciò avviene puntualmente, con le parole che tante volte i discepoli di Gesù avevano udito durante i suoi incontri con chi si trovava nella sofferenza o nel peccato: “Coraggio, alzati!”. Nell’invito espresso con “Coraggio!” (cf. Mt 9,2-22; 14,27; Mc 6,50) c’è il cuore di Gesù, che dice innanzitutto: “Coraggio, non temere, abbi fiducia!”. Questo il primo atteggiamento necessario all’incontro con Gesù: occorre uscire dal timore, dalla sfiducia, dalla mancanza di attesa, dalla visione di se stessi come non degni di essere da lui amati. A quel punto si tratta di alzarsi – verbo egheíro, che esprime anche il risorgere (cf. Mc 5,41; 6,14.16; 12,26; 14,28; 16,6)! – dal giaciglio alla postura dell’uomo che ha speranza (homo spe erectus). Una volta in piedi, si può ascoltare e comprendere che il Signore chiama ciascuno in modo personalissimo e pieno di affetto (“Chiama te”).

Quel cieco, allora, “getta via il suo mantello, balza in piedi e viene da Gesù”. È un povero che non ha nulla, se non il mantello, segno della sua identità di escluso, unica sua inalienabile proprietà (cf. Dt 24,13). Al contrario dell’uomo ricco che non aveva saputo liberarsi della zavorra dei suoi beni, e dunque se ne era andato triste (cf. Mc 10,21-22), Bartimeo si spoglia di ogni pur minima sicurezza, del suo passato, della sua stessa vita, e balzando in piedi si mette in movimento a tentoni e viene da Gesù. Grande è l’ardire di quest’uomo, che nasce dalla sua libertà: nella sua nuda povertà e nella sua cecità sta di fronte a Gesù, attendendo tutto da lui… Quest’ultimo non presume il bisogno di chi lo ha invocato, non si rivolge a lui in modo meccanico e anonimo, ma proprio per conoscere dalle sue parole il bisogno che lo abita gli domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E Bartimeo risponde, con un tono di confidenza umile e audace: “Rabbunì, mio maestro, che io veda di nuovo!”. La preghiera è desiderio espresso davanti a Gesù, e Bartimeo desidera vedere, ben oltre la semplice visione con gli occhi: vuole vedere anche con il cuore, vuole vedere nella fede, vuole essere nella luce e non nella tenebra…

Gesù, sempre attento a ogni singolo uomo o donna che incontra, sempre capace di comunicare “in situazione”, si accorge di ciò che Bartimeo sta vivendo. Per questo si rivolge a lui con un’affermazione straordinaria: “Va’, la tua fede ti ha salvato”, parole che egli ha ripetuto spesso di fronte a chi gli chiedeva salvezza (cf. Mc 5,34 e par.; Lc 7,50; 17,19; 18,42). Innanzitutto gli dice: “Va’”, lo invita cioè a mettersi in cammino, senza chiedergli nulla. Alla libertà di chi entra in relazione con lui, Gesù risponde potenziando questa stessa libertà, invitando il suo interlocutore a esercitare la libertà. E questa prassi di liberazione si radica in un atteggiamento che contraddistingue Gesù, al punto che possiamo intenderlo come il suo tratto specifico, peculiare: la sua capacità di cogliere e di far emergere nelle persone la fede-fiducia che le anima. Ecco come Gesù fa emergere la fede già presente nell’altro: attraverso la sua presenza di uomo affidabile e ospitale, che non dice di essere lui a guarire e a salvare, ma la fede di chi a lui si rivolge. Fede-fiducia nella vita, negli altri, prima ancora che in Dio: non è infatti possibile, per parafrasare la Prima lettera di Giovanni, “credere in Dio che non si vede, se non sappiamo credere all’altro, al fratello che si vede” (cf. 1Gv 4,20)…

Guarigione non solo fisica quella di Bartimeo, ma salvezza che lo investe interamente: infatti, “subito si mette a seguire Gesù lungo la strada”. La salvezza viene sperimentata dal credente non tanto come condizione in cui installarsi, ma come cammino perseverante dietro a Gesù, come relazione quotidiana con lui. Bartimeo si pone alla sequela di Gesù, come i discepoli che sempre lo seguono (cf. Mc 1,18; 2,14.15; 5,37, 6,1; 8,34; 10,21.28.32; 11,9; 14,51.54; 15,41), vanno dietro a lui (cf. Mc 1,17.20; 8,33.34). Colui che era cieco, ai bordi della strada, mendicante, dopo l’incontro con Gesù è capace di seguirlo come un discepolo, verso Gerusalemme. Di più, il suo grido rivolto a Gesù – “Figlio di David!” – subito dopo viene ripreso dalla folla, durante l’ingresso di Gesù nella città santa: “Benedetto il Regno veniente di David nostro padre!” (Mc 11,10). Si potrebbe dire che è questo cieco ad aver intonato per primo le grida di gloria nei confronti di Gesù…

Questo episodio è molto di più di un semplice racconto di miracolo, come il lettore di Marco può ormai capire. Gesù sta per entrare nella città santa per la sua passione e morte, ma i suoi Dodici discepoli lungo tutto quel cammino sono rimasti ciechi. Ascoltavano le sue parole ma non capivano, mostrando di essere ben lontani dal vedere gli eventi come li vedeva Gesù: prima Pietro (cf. Mc 8,32), poi tutti e Dodici (cf. Mc 9,34), infine Giacomo e Giovanni (cf. Mc 10,35-37) sono sembrati ciechi di fronte a ogni rivelazione fatta loro da Gesù. Ma ora ogni lettore può identificarsi con questo cieco di Gerico; deve solo prendere coscienza della propria cecità, gridare al Signore: “Abbi pietà di me!” e avere fede che egli può strapparlo dalla tenebra e fargli vedere ciò che i suoi occhi non riescono a vedere. Sì, in quel mettersi in cammino dietro a Gesù, Bartimeo è per noi più esemplare dei Dodici. Dunque? Ognuno di noi si metta davanti al Signore Gesù e, guardando a lui con fede e attesa, si scoprirà non vedente. Abbia allora la forza e il coraggio di gridargli solo: “Signore, abbi pietà di me”, “Kýrie eleison”, questa invocazione brevissima eppure così completa rivolta a lui, con piena fiducia che egli può salvarci.

il commento al vangelo della domenica


 Tra voi non è così 


Mc 10,35-45

In quel tempo Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, si avvicinarono a Gesù dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Nel vangelo secondo Marco dopo ognuno dei tre annunci della passione fatti da Gesù nella sua salita verso Gerusalemme è registrata una scena di incomprensione da parte dei discepoli. Dopo il primo annuncio (cf. Mc 8,31), è Pietro che arriva a contestare le parole di Gesù (cf. Mc 8,32), facendosi “ostacolo” – “Satana” (Mc 8,33), come lo chiama Gesù – sul cammino che Dio ha assegnato a suo Figlio. Quando Gesù afferma per la seconda volta la necessitas passionis (cf. Mc 9,31), tutti i discepoli, come intontiti, non comprendono, anzi si mettono a discutere su chi tra loro può essere considerato il più grande (cf. Mc 9,32-34).

Nel brano evangelico di questa domenica, dopo il terzo annuncio della sua sofferenza e morte, passaggio inevitabile verso la resurrezione (cf. Mc 10,32-34), sono Giacomo e Giovanni che mostrano quanto sono distanti dal modo di pensare di Gesù. I due fratelli hanno seguito Gesù fin dall’inizio del suo ministero pubblico, sono i suoi primi compagni insieme a Pietro e ad Andrea, hanno abbandonato tutto, famiglia e professione, per stare con lui (cf. Mc 1,16-20), e in qualche modo si sentono gli “anziani” della comunità. Essendo figli di Salome, probabilmente sorella di Maria, la madre di Gesù (cf. Mc 15,40; Mt 27,56; Gv 19,25), sono cugini di Gesù, dunque suoi parenti, appartenenti alla famiglia, al clan, e per questo pensano di vantare precedenze sugli altri.

Eccoli allora presentarsi a Gesù per dirgli ciò che pensano di “meritare” per l’avvenire, quando Gesù, il Re Messia, stabilirà il suo regno: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. È una pretesa più che una domanda, fatta da chi ragiona esattamente come tante volte facciamo noi nel quotidiano: le relazioni contano, dunque occorre rivendicare il loro peso… E questo non avviene solo tra noi uomini e donne, fratelli e sorelle, perché anche nei confronti di Dio vantiamo pretese: siamo noi i credenti, siamo noi i cristiani, dunque presso Dio dobbiamo avere una precedenza sugli altri…

Gesù replica a Giacomo e Giovanni con infinita pazienza: “Non sapete quello che chiedete”. Risposta anche ironica, perché Gesù sa che nella sua vera gloria, quella sulla croce, alla sua destra e alla sua sinistra ci saranno due malfattori, crocifissi e suppliziati come lui (cf. Mc 15,27). Vi è qui lo scontro tra due visioni della gloria: i due discepoli la intendono come successo, potere, splendore, mentre Gesù l’ha appena indicata nel servizio, nel dono della vita, nell’essere rigettato in quanto obbediente alla volontà di Dio. Per questo egli tenta ancora una volta di portare i discepoli a guardare non alla gloria come termine finale, ma al cammino che conduce alla vera gloria, quella che essi neppure riescono a immaginare. E lo fa ponendo loro una domanda: “Potete bere il calice che io sto per bere, o ricevere l’immersione nella quale io devo essere immerso?”.

Gesù chiede innanzitutto se sono disposti a bere “il calice della sofferenza”, espressione biblica per indicare la sofferenza da subire (cf. Sal 75,9; Is 51,17.22, ecc.). Si ricordi che Gesù stesso nell’agonia del Getsemani sarà tentato di allontanare da sé quel calice: “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice!” (Mc 14,36)… Nella sequela di Gesù, nel condividere la sua strada e la sua sorte, vi è per i discepoli una sofferenza da accogliere, senza rivolte e senza la tentazione di esserne esenti. Non solo, c’è anche un’immersione, un “andare sotto”, un affogare momentaneo nei “flutti della morte” (Sal 18,5), che sarà un evento prima per Gesù, ma che poi dovrà essere condiviso da chi si sente coinvolto nella sua vita e vuole stare con lui ovunque egli vada (cf. Ap 14,4). Viene qui impiegato il termine greco báptisma (e il verbo corrispondente baptízein), di cui non comprendiamo più il significato: battesimo è immersione, è andare sott’acqua, è affogare come creatura vecchia per uscire dall’acqua come creatura nuova. Si noti l’insistenza del testo originale, come appare da una traduzione alla lettera: “Potete voi con l’immersione con cui sono immerso essere immersi?”. Ecco il battesimo, che dà inizio sacramentalmente alla vita cristiana, ma che deve diventare esperienza, vita concreta, fino al momento finale della morte, quando i flutti ci travolgeranno, e poi dopo la morte, quando Dio ci chiamerà alla vita eterna attraverso la resurrezione.

Giacomo e Giovanni, sempre “boanèrghes, cioè ‘figli del tuono’” (Mc 3,17), rispondono affermativamente alla domanda di Gesù, e capiranno solo più tardi il prezzo di questa disponibilità: quando Marco scrive il vangelo, intorno all’anno 70, sa che nel 44 Giacomo era stato martirizzato da Erode a Gerusalemme (cf. At 12,2) e Giovanni secondo la tradizione vivrà nell’isola di Patmos una lunga passione di prigioniero esiliato… In ogni caso, Gesù accoglie questa loro spontanea professione di disponibilità alla croce, ma ricorda anche che non spetta a lui concedere di sedere alla sua destra o alla sua sinistra, ma “è per coloro per i quali è stato preparato” dal Padre (passivo divino). Sta di fatto che questa richiesta dei due fratelli – che Matteo, per riguardo a Giacomo e a Giovanni, pone in bocca alla loro madre (cf. Mt 20,20) – suscita subito una reazione sdegnata negli altri con-discepoli, che li contestano per gelosia e perché infastiditi dalla loro pretesa.

E qui va detto con franchezza e senza ingenuità che la comunità di Gesù è immagine delle nostre comunità: uomini e donne chiamati da Gesù e scelti da lui; uomini e donne che sovente mostrano di avere poca fede o addirittura apistía, incredulità (cf. Mc 9,24; 16,14); uomini e donne fragili e deboli che a volte non riescono a comprendere le parole di Gesù, le esigenze della sequela, e dunque contraddicono la loro vocazione e la loro identità. La comunità, peraltro scelta, istruita e formata dal Signore presente e operante in mezzo a essa, appare una povera comunità. Marco ha l’audacia di metterci davanti agli occhi la tragica parabola di questa comunità: quelli che

“abbandonata la barca, le reti e il padre, seguirono Gesù” (cf. Mc 1,18-20),

nell’ora della passione “abbandonarono Gesù e fuggirono tutti” (Mc 14,50).

Ecco, non dimentichiamo la debolezza e la fragilità della comunità del Signore, perché se tale era la comunità i cui membri erano stati scelti e istruiti personalmente da Gesù, come potrebbero le nostre comunità essere migliori?

Allora Gesù li chiama tutti e dodici intorno a sé e dà loro una lezione molto istruttiva, perché è un’apocalisse del potere mondano, politico. Dice: “Voi sapete”, perché basta guardare, osservare, “che coloro i quali sono considerati i governanti delle genti dominano, spadroneggiano su di esse, e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così (Non ita est autem in vobis)”. Attenzione, Gesù non dice: “Tra voi non sia così”, facendo un augurio o impartendo un comando, ma: “Tra voi non è così”, ovvero, “se è così, voi non siete la mia comunità!”. Non è possibile che la comunità cristiana abbia come modello il potere mondano, che si lasci conformare a ciò che fanno i governi, quasi sempre ingiusti e spesso totalitari: il governo nella comunità cristiana è “altro”, oppure non è governo, ma dominio. D’altra parte, Gesù non nega la necessità di un governo nella società umana, ma lo legge nella sua realtà, come si manifesta in concreto. Sì, a volte c’è qualcuno che merita il governo perché sa esercitarlo nella giustizia, ma è evento raro, perché le forze mondane, i poteri oscuri lo rimuovono presto…

Ecco dunque la vera “costituzione” data alla chiesa: una comunità di fratelli e sorelle, che si servono gli uni gli altri, e tra i quali chi ha autorità è servo di tutti i servi. Nella chiesa non c’è possibilità di acquisire meriti di anzianità, di fare carriera, di vantare privilegi, di ricevere onori: occorre essere servi dei fratelli e delle sorelle, e basta! Il fondamento di questa comunità è proprio l’evento nel quale il Figlio dell’uomo, Gesù, si è fatto servo e ha dato la sua vita in riscatto per le moltitudini, cioè per tutti. Gesù non ha dominato, ma ha sempre servito fino a farsi schiavo, fino a lavare i piedi, fino ad accettare una morte ignominiosa, assimilato ai malfattori. Sì, Gesù è il Servo sofferente tratteggiato dal profeta Isaia nel brano che in questa domenica ascoltiamo come prima lettura: “Dopo il suo intimo tormento”, cioè dopo aver conosciuto la sofferenza, “il giusto mio Servo” – dice il Signore – “giustificherà le moltitudini (rabbim), egli si addosserà le loro iniquità” (Is 53,11). Questa la gloria del Messia, di Gesù, quindi la gloria del cristiano: non riconoscimenti mondani, non posizioni o posti di successo e di trionfo, ma la gloria di chi serve i fratelli e le sorelle e dà la vita nella libertà e per amore al seguito di lui, Gesù.

Questo vangelo non riguarda solo la comunità storica di Gesù, i Dodici, ma riguarda soprattutto noi, la chiesa oggi. In particolare, riguarda quelli che nella comunità cristiana esercitano un servizio, sempre tentati di farlo diventare dominio, potere, sempre tentati di lavorare per sé e non per il bene della comunità. E sia chiaro: nella chiesa il servizio non è finalizzato ad assicurare una dinamica di gruppo positiva ed efficace secondo schemi psicologici. No, il servizio è una legge per la comunità cristiana, perché realizza concretamente il nostro amore fraterno, perché questa è la posizione del Kýrios, del Signore. Al cuore della comunità c’è il Kýrios che si fa nostro servo e ci dice: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

il commento al vangelo della domenica


il Signore conosce i suoi
il commento di E. Bianchi al vangelo della ventiseiesima domenica (30 settembre 2018) del tempo ordinario:

Mc 9,38-43.45.47-48

In quel tempo Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

Il testo evangelico di questa domenica si presenta composito, riportando una serie di parole di Gesù appartenenti a contesti diversi ed eterogenei, eppure legate da alcune espressioni ricorrenti: “nel tuo/mio nome”, “scandalizzare”, “fuoco e sale”. Mi soffermerò dunque più ampiamente sull’episodio dell’esorcista che compie azioni di liberazione pur non seguendo Gesù, poi cercheremo una comprensione generale delle “sentenze”, degli ammonimenti raccolti da Marco in questo contesto.

Gesù sta continuando il cammino verso Gerusalemme insieme ai suoi discepoli, ma il clima comunitario non è pacifico. Egli fa annunci della sua passione e i discepoli non capiscono (cf. Mt 9,32) o si ribellano, come Pietro (cf. Mc 8,31-33); quando, in assenza di Gesù, viene chiesto ai discepoli di guarire un ragazzo epilettico, forse giudicato posseduto da uno spirito impuro, essi si mostrano incapaci di liberarlo dalla malattia (cf. Mc 9,14-29); infine, tutti i Dodici si mettono a discutere su “chi tra loro fosse più grande” (Mc 9,34). Sì, ormai tra Gesù e la sua comunità vi è distanza, incomprensione. Se il passo di Gesù è sempre convinto, con uno scopo preciso che gli richiede una radicale obbedienza, quello dei discepoli è invece incerto e sbandato. Nel vangelo secondo Marco tutto il viaggio verso la città santa sarà caratterizzato da questa tensione tra Gesù e i suoi, dall’incomprensione da parte di tutti, nessuno escluso.

Ed ecco, puntualmente, un nuovo episodio che attesta tale stato di cose: Giovanni, “il figlio del tuono” (cf. Mc 3,17) il fratello di Giacomo, uno dei primi quattro chiamati (cf. Mc 1,16-20), uno dei discepoli più intimi di Gesù, testimone privilegiato della sua trasfigurazione (cf. Mc 9,2), vede un tale che scaccia demoni, compie azioni di liberazione sui malati nel nome di Gesù, pur non facendo parte della comunità, dunque non seguendo Gesù con gli altri discepoli. Allora si reca da Gesù e dichiara risolutamente: “Lo abbiamo visto fare ciò e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Cosa c’è in questa reazione di Giovanni? Certamente uno zelo mal riposto, ma uno zelo che rivela un amore per Gesù, una gelosia nei suoi confronti: se uno usa il nome di Gesù, dovrebbe seguirlo e dunque fare corpo con la sua comunità… Mescolato a questo sentimento vi è però anche uno spirito di pretesa, il pensiero che solo i Dodici siano autorizzati a compiere gesti di liberazione nel nome di Gesù; c’è un senso di appartenenza che esclude la possibilità del bene per chi è fuori dal gruppo comunitario; c’è la volontà di controllare il bene che viene fatto, affinché sia imputato all’istituzione alla quale si appartiene.

Sono qui ritratte le nostre patologie ecclesiali, che a volte emergono fino ad avvelenare il clima nella chiesa, fino a creare al suo interno divisioni e opposizioni, fino a fare della chiesa una cittadella che si erge contro il mondo, contro gli altri uomini e donne, ritenuti tutti nello spazio della tenebra. Dobbiamo confessarlo con franchezza: negli ultimi decenni il clima della chiesa è stato avvelenato in questo modo e tale malattia, nonostante i continui ammonimenti di papa Francesco, non è ancora stata vinta. Vi sono porzioni ecclesiali che si ergono a giudici degli altri, che si ritengono una chiesa migliore di quella degli altri. Vi sono cristiani che, con certezze granitiche, giudicano gli altri fuori della tradizione o della chiesa cattolica e aspettano di poter ascoltare da parte dell’autorità ecclesiastica condanne verso quanti non somigliano a loro o non fanno parte del loro gruppo, soggetto a tentazioni settarie.

Guai alla comunità cristiana che pensa di essere chiesa perfetta, guai all’autoreferenzialità e all’autarchia spirituale, atteggiamenti di chi pensa di non avere bisogno delle altre membra, perché crede se stesso membro del corpo di Cristo (cf. 1Cor 12,12-27). Gesù non ha mai mostrato di essere totalitario, escludente, né ha mai obbligato nessuno a seguirlo e a far parte della sua comunità. Nessun proselitismo! Nel contempo, quale Cristo risorto Gesù è il Signore di tutta la chiesa e lui solo conosce i suoi (cf. 2Tm 2,19): non spetta dunque ai suoi, o ai pretesi suoi, giudicare altri come zizzania, fino a tentare di estirparli (cf. Mt 13,24-30). Cristo trascende le frontiere di ogni comunità cristiana e può operare il bene in molte forme attraverso la potenza del suo Spirito santo, che “soffia dove vuole” (Gv 3,8). Nella chiesa, purtroppo, si soffre di questa malattia dell’“esclusivismo” e facilmente non si riconosce all’altro la capacità di compiere il bene, di operare per la liberazione dell’uomo dai mali che lo opprimono.

Papa Francesco in questi pochi anni di pontificato è tornato più volte a denunciare questi mali ecclesiastici, chiedendo soprattutto ai cristiani appartenenti ai movimenti di rifuggire derive settarie e di imparare a camminare insieme agli altri cristiani, non separati, non al di sopra, non con itinerari in opposizione. La diversità è ricchezza, è multiforme grazia dello Spirito che rende policroma la chiesa (cf. Ef 3,10), la sposa del Signore, la rende più bella e pronta per le nozze con il Messia (cf. Ap 19,7; Ef 5,27). Se uno fa il bene in nome di Cristo, questo bene va innanzitutto riconosciuto, non negato, e poi occorre avere fiducia in lui: se compie il bene in nome di Gesù, potrà forse subito dopo parlare male di lui? “Chi non è contro di noi è per noi”, chiosa lo stesso Gesù. Ovvero, egli esorta ad accettare di non essere i soli a compiere il bene, ad accettare che altri, diversi da noi, che neppure conosciamo, possano compiere azioni segnate dall’amore. Si tenga anche presente che vi sono molti che apparentemente seguono Gesù, profetizzano, scacciano demoni e compiono miracoli nel suo nome (cf. Mt 7,22), che magari hanno anche una pratica di ascolto della sua parola e una pratica sacramentale eucaristica (“Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e ti abbiamo ascoltato”: cf. Lc 13,26). Tutti costoro, però, non sono garantiti dalla loro appartenenza e potranno risultare estranei al Signore, che dirà loro: “Non vi ho mai conosciuti: allontanatevi da me, voi che avete operato il male!” (Mt 7,23; cf. Lc 13,27).

La vera domanda che dobbiamo porci non è dunque: “Chi è contro di me, contro di noi?”, bensì: “Sono io, siamo noi di Cristo?”. Scrive l’Apostolo Paolo: “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23). Ovvero: se non siamo di Cristo, se non abbiamo i suoi “modi” (cf. Didaché 11,8), se non assumiamo i suoi comportamenti e il suo pensiero (cf. 1Cor 2,16), non siamo nulla: non abbiamo sale in noi stessi, ma siamo come il sale insipido (cf. Mc 9,50), che “serve solo ad essere gettato via e calpestato” (Mt 5,13). La nostra responsabilità è quella di lottare ogni giorno contro noi stessi, non contro presunti nemici esterni, perché niente e nessuno può impedirci di vivere il Vangelo, se non noi!

Quanto alle sentenze di Gesù riguardanti lo scandalo (vv. 42-50), oggi proviamo una certa difficoltà ad accettare la loro radicalità. Dobbiamo però vigilare per non rimuoverle o annacquarle. È verissimo che non possono essere compiute alla lettera attraverso atti di mutilazione fisica, per impedire l’azione malvagia, ma devono essere accolte come severi ammonimenti. Scandalizzare significa mettere ostacoli sul cammino di “questi piccoli che sono credenti” (mikrôn toúton tôn pisteuónton) e compiere un’azione che per loro è mortifera. Meglio, in questo caso, dare la morte a se stessi!

Il discepolo deve vigilare sul suo comportamento, sugli organi della comunicazione di cui è dotato (mani, piedi, occhi, cioè il fare, l’andare, il vedere), che possono essere ostacoli sulla via delle Regno, soprattutto per i piccoli, i fragili e i deboli, i poveri e gli ultimi. Tagliare un membro del corpo o cavare un occhio sono indicazioni di una lotta molto determinata nella logica del perdere la propria vita (bíos) per guadagnare la vita autentica ed eterna (zoé), cioè quella con Cristo nel Regno. E non si compia una facile attualizzazione delle parole di Gesù, restringendole allo scandalizzare i bambini, ma si tenga conto che i mikroí, i piccoli individuati da Gesù, sono tutti quelli che rispetto al discepolo sono meno muniti, più esposti e deboli…

Tutti i discepoli sono così posti da Gesù davanti a due esiti opposti: la vita eterna con Cristo risorto nel regno di Dio, oppure la Gheenna (letteralmente una valle vicina a Gerusalemme, utilizzata come discarica dei rifiuti), cioè la morte, la tenebra, il caos: Gheenna o inferno più volte evocati da Gesù come separazione dall’amore, dalla vita. Come i profeti, come Isaia (cf. 66,24, fine del libro), Gesù ricorre all’immagine della Gheenna non per condannare, ma per avvertire e ammonire i credenti.

il commento al vangelo della domenica


“se uno vuole essere il primo …”
il commento di E. Bianchi al vangelo della ventiquattresima domenica (23 settembre) del tempo ordinario:
In quel tempo Gesù con i suoi discepoli 30attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
La confessione di Pietro che proclamava Gesù quale Messia (cf. Mc 8,29) rappresenta nel vangelo secondo Marco una svolta nella vita e nella predicazione di Gesù. A partire da quell’evento, Gesù cerca di raggiungere Gerusalemme discendendo dalle pendici dell’Hermon e passando per Cafarnao in Galilea.
Questa è l’unica salita di Gesù verso la città santa testimoniata da Marco, e quindi dagli altri sinottici, una salita durante la quale Gesù intensifica l’insegnamento rivolto ai suoi discepoli, alla sua comunità itinerante, continuando ad annunciare loro la necessitas della sua passione e morte. Come già aveva detto all’inizio del viaggio, a Cesarea di Filippo (cf. Mc 8,31), qui ribadisce: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”; e lo farà ancora poco dopo per la terza volta (cf. Mc 10,33-34). Gesù sta per essere consegnato (paradídomi), verbo forte che indica un essere dato in balìa, in potere di qualcuno. Così avverrà, e Gesù sarà sempre un soggetto passivo di tale azione: consegnato da Giuda ai sacerdoti (cf. Mc 14,10), dai sacerdoti a Pilato (cf. Mc 15,1), consegnato da Pilato perché fosse crocifisso (cf. Mc 15,15).

Il passivo usato negli annunci della passione e la medesima necessitas espressa in tutti e tre i casi indica tuttavia che, sebbene questa consegna avvenga per mano di uomini responsabili delle loro azioni, essa però non accade come un semplice accidente (“a Gesù è andata male…”) o come frutto di un cieco destino, bensì secondo ciò che è conforme alla volontà di Dio. Ovvero, che un giusto non si vendichi, non si sottragga a ciò che gli uomini vogliono e possono fare nella loro malvagità: rigettare, odiare, perseguitare, mettere a morte chi è giusto, perché gli ingiusti non lo sopportano.
Ne abbiamo già parlato, ma vale la pena tornarci ancora una volta, più in breve, perché siamo davvero al cuore della vita di Gesù, dunque del Vangelo: di quale necessitas si tratta? Necessitas umana innanzitutto: in un mondo di ingiusti, il giusto non può che patire ed essere condannato. È stato sempre così, in ogni tempo e luogo, e ancora oggi è così… Dio non vuole la morte di Gesù, ma la sua volontà è che il giusto resti tale, fino a essere consegnato alla morte, continuando ad “amare fino alla fine” (cf. Gv 13,1). Il giusto mai e poi mai consegna un altro alla morte ma, piuttosto di compiere il male, si lascia consegnare: ecco la necessitas divina della passione di Gesù. È il continuare ad “amare fino alla fine” (cf. Gv 13,1), anche i nemici, in risposta alla volontà del Padre, che mette nel cuore umano per grazia la possibilità di questo amore che può sgorgare solo da lui.

E che questo amore sia difficile, a caro prezzo, lo dimostra la reazione della comunità di Gesù, di quanti hanno condiviso la vita con lui, dunque dovrebbero essere in sintonia con il suo insegnamento. Come Pietro al primo annuncio (cf. Mc 8,32-33), qui tutti i discepoli si rifiutano di comprendere le parole di Gesù e, chiusi nella loro cecità, neppure osano interrogarlo. Ma ecco che, giunti nella loro casa di Cafarnao, Gesù e i suoi sostano per riposarsi. In quell’intimità Gesù domanda loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. La risposta è un silenzio pieno di imbarazzo e vergogna. I discepoli, infatti, sanno di che cosa hanno parlato, sanno che in quella discussione si era manifestato in loro un desiderio e un atteggiamento in contraddizione con l’insegnamento di Gesù: ognuno era stato tentato – e forse lo aveva anche espresso a parole – di aspirare e di pensarsi al primo posto nella comunità. Avevano rivaleggiato gli uni con gli altri, avanzando pretese di riconoscimento e di amore. In risposta alla rivelazione del Messia servo e alla prospettiva della sua andata verso la morte ignominiosa, i discepoli non hanno saputo fare di meglio – magari pensando al “dopo Gesù” – che discutere su chi tra di loro fosse il più grande. Nel Vangelo di Tommaso, al loghion 12, sta scritto: “I discepoli dissero a Gesù: ‘Sappiamo che presto ci lascerai: chi sarà allora il più grande tra di noi?’”. Sì, dobbiamo confessarlo: se la comunità cristiana non fa propria la logica pasquale di Gesù, finisce inevitabilmente per fomentare al proprio interno la mentalità mondana della competizione e della rivalità. Si scatenano allora logiche di potere e di forza nello spazio ecclesiale e, come accecati, si finisce per leggere il servizio come potere, come occasione di onore.

Gesù allora chiama a sé i discepoli, chiama soprattutto i Dodici, quelli che dovranno essere i primi responsabili della chiesa, e compie un gesto. Prende un piccolo (paidíon), un povero, uno che vive la condizione di dipendenza e non conta nulla, lo mette al centro, e abbracciandolo teneramente, afferma: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Un bambino, un piccolo, un povero, un escluso, uno scarto è posto in mezzo al cerchio di un’assemblea di primi, di uomini destinati ad avere il primo posto nella comunità, per insegnare loro che se uno vuole il primo posto, quello di chi governa, deve farsi ultimo e servo di tutti.

Stiamo attenti alla radicalità espressa da Gesù nel vangelo secondo Marco. Se c’è qualcuno che pensa di poter giungere al primo posto della comunità, allora per lui il cammino da seguire è semplice: si faccia ultimo, servo di tutti, e si troverà a essere al primo posto della comunità. Non ci sono qui dei primi designati ai quali Gesù chiede di farsi ultimi e servi di tutti, ma egli traccia il cammino opposto: chi si fa ultimo e servo di tutti si troverà ad avere il primo posto, a essere il primo dei fratelli. Sì, un giorno nella chiesa si dovrà scegliere che deve stare al primo posto, chi deve governare: si tratterà solo di riconoscere come primo colui che serve tutti, colui che sa anche stare all’ultimo posto. Gesù confermerà e anzi amplierà questo stesso annuncio poco più avanti: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servo, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Mc 10,42-44).

E invece sappiamo cosa accadrà spesso nelle comunità cristiane: si sceglierà il più brillante, il più visibile, quello che s’impone da sé, magari il più munito intellettualmente e il più forte, addirittura il prepotente, lo si acclamerà primo e poi gli si faranno gli auguri di essere ultimo e servo di tutti. Povera storia delle comunità cristiane, chiese o monasteri… Non a caso gli stessi vangeli successivi prenderanno atto che le cose stanno così, e allora Luca dovrà esprimere in altro modo le parole di Gesù: “Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve” (Lc 22,26). Ma se la parola di Gesù fosse realizzata secondo il tenore del vangelo più antico, allora saremmo più fedeli al pensiero e alla volontà di Gesù!

Al termine di questo brano evangelico, soprattutto chi è pastore nella comunità si domandi se, tenendo il primo posto, essendo chi presiede, il più grande, sa anche tenere l’ultimo posto e sa essere servo dei fratelli e delle sorelle, senza sogni o tentativi di potere, senza ricerca di successo per sé, senza organizzare il consenso attorno a sé e senza essere prepotente con gli altri, magari sotto la forma della seduzione. Da questo dipende la verità del suo servizio, che potrà svolgere più o meno bene, ma senza desiderio di potere sugli altri o, peggio ancora, di strumentalizzarli. Nessuno può essere “pastore buono” come Gesù (Gv 10,11.14), e le colpe dei pastori della chiesa possono essere molte: ma ciò che minaccia in radice il servizio è il non sentirsi servi degli altri, il fare da padrone sugli altri. D’altronde questa deriva è visibile: l’autorità che non sa stare accanto agli ultimi, non sa dar loro la sua presenza, non sa ascoltare quelli che apparentemente non contano nella comunità cristiana è un’autorità che ha cura di se stessa, impedita dal proprio narcisismo ad accorgersi di quelli che deboli, marginali e nascosti sono pur sempre membra del corpo di Cristo.

il commento al vangelo della domenica

«Effatà»

commento di p. E. Bianchi al vangelo della ventitreesima domenica (9 agosto 2018) del tempo ordinario: 

 

Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.  Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

 

Gesù lascia la regione di Tiro e, passando attraverso il territorio di Sidone, va oltre il lago di Tiberiade, nel territorio della Decapoli. Il suo viaggiare fuori della Galilea, della terra santa, in regioni abitate da pagani, ha un preciso significato: Gesù non fa il missionario in mezzo ai pagani, perché secondo la volontà del Padre la sua missione è rivolta al popolo di Israele, il popolo delle alleanze e delle benedizioni; ma con questo lambire o attraversare velocemente terre impure, vuole quasi profetizzare ciò che avverrà dopo la sua morte, quando i suoi discepoli si rivolgeranno alle genti.

Attorniato da dodici uomini e da alcune donne, Gesù fa strada insegnando ai discepoli e vivendo un essere in disparte rispetto alle folle della Galilea, il che permette a lui e al suo gruppo una certa vita raccolta, intima, più adatta alla formazione e a una più efficace trasmissione della parola di Dio. In questa terra pagana Gesù aveva già guarito la figlia di una donna siro-fenicia, cioè realmente e pienamente pagana, dopo aver opposto un iniziale rifiuto che però non aveva placato l’insistenza della donna: sua figlia era stata liberata dal male che la attanagliava, dietro al quale stava una forza demoniaca (cf. Mc 7,24-30). Ora gli viene presentato un sordo balbuziente, con la preghiera che egli compia il gesto che comunica la benedizione, le energie salutari di Dio: l’imposizione delle mani. Quest’uomo sperimenta una menomazione fisica che è anche simbolica, vera immagine della condizione dei pagani: è sordo alla parola di Dio, che non può ascoltare perché a lui non è rivolta, ed è balbuziente perché tenta di lodare, di confessare Dio, ma non ci riesce pienamente. Ma è soprattutto un uomo menomato nelle facoltà della comunicazione: non può parlare chiaramente a un altro né può ascoltarlo.

Gesù incontra dunque anche quest’uomo. Volendo liberarlo dal male, lo porta in disparte, lontano dalla folla, e con le sue mani agisce su quel corpo altro dal suo, il corpo di un uomo malato. Gli pone le dita negli orecchi, quasi per aprirli, per circonciderli e renderli capaci di ascolto, sicché quest’uomo è reso come il servo del Signore descritto da Isaia: un uomo al quale Dio apre gli orecchi ogni mattina, in modo che possa ascoltare senza ostacoli la sua parola (cf. Is 50,4-5). Poi Gesù prende con le dita un po’ della propria saliva e gli tocca la lingua: è un gesto audace, equivalente a un bacio, dove la saliva dell’uno si mescola con quella dell’altro. C’è qualcosa di straordinario in questo “fare di Gesù”: Gesù tocca gli orecchi e apre la bocca dell’altro per mettervi la sua saliva, compie gesti di grande confidenza, quasi per forzare il sordo balbuziente a sentire le sue mani, il suo lavoro, carne contro carne, corpo a corpo…

L’azione di Gesù è accompagnata da un’invocazione rivolta a Dio: egli guarda verso il cielo ed emette un sospiro, che indica contemporaneamente il suo sdegno per la malattia, l’invocazione della salvezza, la fatica nel guarire. Gesù sta gemendo insieme e tutta la creazione, a tutte le creature imbrigliate nella sofferenza, nella malattia, nella morte (cf. Rm 8,22-23). Qui viene mostrata la capacità di solidarietà di Gesù, che con-soffre con il sofferente, entra in empatia con chi è malato e si pone dalla sua parte per invocare la liberazione. Tutto ciò è accompagnato da una parola emessa da Gesù con forza: “Effatà, apriti!”, che è molto di più di un comando agli orecchi e alla lingua, ma è rivolto a tutta la persona. Aprirsi all’altro, agli altri, a Dio, non è un’operazione che va da sé, occorre impararla, occorre esercitarsi in essa, e solo così si percorrono vie umane terapeutiche, che sono sempre anche vie di salvezza spirituale. Gesù ci insegna che tutta la nostra persona, il nostro corpo deve essere impegnato nel servizio dell’altro: non bastano sublimi pensieri spirituali, non bastano parole, fossero pure le più sante; occorre l’incontro delle carni, dei corpi, degli organi malati, per poter intravedere la guarigione che va sempre oltre quella meramente fisica. Ed ecco che quel sordo balbuziente è guarito, parla correttamente e ascolta senza ostacoli! Gesù però lo rimanda a casa e gli chiede di tacere, così come comanda a quanti avevano visto di non divulgare l’accaduto. Ma i pagani, che non sono giudei e non attendono né il Messia né il profeta escatologico, sono costretti ad ammettere: “Tutto ciò che Gesù fa è ammirabile: fa ascoltare i sordi e fa parlare i muti!”.

Oggi questo compito spetterebbe ai cristiani, alla chiesa: non tanto guarire i malati nell’udito o nella mente, dove stanno gli impedimenti alla parola… Ma cosa sarebbe una chiesa che sa dare l’ascolto a quelli che ne sono privi, che sa parlare a coloro ai quali nessuno parla? Cosa sarebbe una chiesa che sa dare la parola, che autorizza a prendere la parola il semplice fedele, a volte non istruito e incapace di prendere la parola in assemblea? Perché noi cristiani noi diventiamo capaci di “logoterapia”, della quale vi è tanto bisogno nelle nostre comunità sovente mute, incapaci di esprimere un’opinione pubblica e, ancor più, incapaci di dare eloquenza alla loro fede, di annunciare la buona notizia che è nel cuore dei credenti? Sono troppi oggi i sordi balbuzienti che non sanno ascoltare gli altri e parlare loro, comunicando e instaurando una relazione. Nella comunità cristiana occorrerebbe pensare a questo elementare servizio di carità, prima di inventarsene altri (e sono molti nella chiesa!) che Gesù non si è mai sognato di comandarci…

E tu, lettore, esercitati a dire con il tuo cuore: “Effatà, apriti!”, a esprimerlo con il tuo atteggiamento, con il tuo volto capace di dare fiducia all’altro. Ripeti con convinzione: “Effatà, apriti!”, non restare chiuso, entra nella vita, entra nella danza, apriti a ciò che ogni giorno come novità spunta e fiorisce!

Fonte:MONASTERO DI BOSE

il commento al vangelo della domenica

📖 Che cosa è impuro?” 
il commento di E. Bianchi al vangelo della ventiduesima domenica  (2 settembre 2018) del tempo ordinario:


Mc 7,1-8.14-15.21-23

 In quel tempo si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate  i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:

Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». [ Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Dopo la lettura del capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni, lungo cinque domeniche, lettura che è stata una vera catechesi su Gesù quale “parola e pane della vita”, ritorniamo alla proclamazione cursiva del vangelo secondo Marco. Lo avevamo lasciato con il racconto della prima moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,30-44), lo riprendiamo al capitolo settimo, dove Gesù entra in controversia con alcuni scribi e farisei.
Costoro sono “venuti da Gerusalemme” in Galilea, come già era avvenuto quando, durante una discussione con Gesù sul suo potere di scacciare i demoni, lo avevano giudicato posseduto dal principe dei demoni e ne avevano condannato l’operare (cf. Mc 3,22-30). Ora invece contestano la condotta concreta dei discepoli di Gesù e ne chiedono conto alla loro rabbi. Il problema riguarda l’halakah, la pratica di precetti e prescrizioni ricevuti dalla tradizione e, nello specifico, il fatto che i discepoli prendono il loro pasto (lett.: “mangiano dei pani”) senza essersi lavati le mani, dunque con mani impure (aggettivo koinós). In verità la Torah, la Legge, rivolgeva il comando dell’abluzione rituale delle mani solo ai sacerdoti che al tempio facevano l’offerta, il sacrificio (cf. Es 30,17-21). Ma al tempo di Gesù vi erano movimenti che radicalizzavano la Torah e moltiplicavano le prescrizioni della Legge, con una particolare ossessione per il tema della purità. Tra questi vi erano gli chaverim (compagni, amici) e i perushim (separati, farisei), i quali consideravano molto importante la prassi del lavarsi le mani e di altre abluzioni in vista della purità, che poteva essere infranta a causa di contatti con persone o realtà impure.

Gesù lasciava liberi i suoi discepoli da queste osservanze che non erano state richieste da Dio, ma imposte dagli interpreti delle sante Scritture, i quali le dichiaravano “la tradizione”, attribuendole la stessa autorità riservata alla parola di Dio. Gesù faceva un’attenta operazione di discernimento, distinguendo bene ciò che era espressione della volontà di Dio e ciò che invece era consuetudine umana, norma forgiata dagli uomini religiosi che, assolutizzata, diventa un ostacolo alla stessa parola di Dio e una perversione della sua immagine. La Legge deve ispirare il comportamento ma, con il passare del tempo, le consuetudini e le osservanze rischiano di contraddire il primato della Parola, la sua centralità nella vita del credente. E sovente quanti invocano le tradizioni, rendendole “la tradizione”, lo fanno perché sono proprio loro ad averle pensate e create. In questo caso, però, anziché essere a servizio dell’uomo e della sua relazione di comunione con Dio, queste norme finiscono per essere alienanti, soffocano la libertà dei credenti, erigono barriere e tracciano confini tra gli esseri umani.
Di fronte a queste contestazioni di scribi e farisei, Gesù risponde attaccandoli: “Ipocriti, Isaia ha detto bene di voi, come sta scritto: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono solo precetti umani’ (Is 29,13). Sì, voi trascurate il comandamento di Dio per aderire alla tradizione degli uomini”. Gesù conferma l’ammonizione rivolta dal profeta al popolo di Gerusalemme e denuncia l’ipocrisia della distanza tra labbra che aderiscono a Dio e cuore che invece ne resta lontano. In quegli scribi e farisei vi era certamente la frequenza al culto, l’assiduità alla liturgia, la confessione verbale del Dio vivente, ma mancava un’autentica adesione del cuore, quella che chiede di realizzare ciò che si dice con le parole. È questione di unità della persona, di un cuore unito, non diviso, non doppio (cf. Sal 12,3)!
La critica di Gesù si fa aspra e radicale: “Annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi” (Mc 7,13). La volontà di Dio è misconosciuta, messa da parte, contraddetta, mentre il primato viene riservato alla pretesa tradizione. Proprio per questo il discernimento si fa urgente anche da parte del cristiano, e tale operazione si compie innanzitutto passando ogni osservanza e ogni prescrizione al vaglio del Vangelo, della parola e dell’azione di Gesù, e, di conseguenza, non dimenticando mai che è la carità il criterio ultimo capace di determinare la bontà o la perversione di ciò che viene richiesto. Scriveva Isacco della Stella, il grande abate cistercense del XII secolo: “Il criterio ultimo di ciò che deve essere conservato o cambiato nella vita della chiesa è sempre l’agápe, la carità”.

Gesù non ha mai contraddetto la Legge e le sue esigenze sulla volontà di Dio, anzi è sempre risalito all’intenzione del Legislatore, di Dio stesso, come già i profeti, affinché la Legge fosse accolta con il cuore e osservata nella libertà, con convinzione e amore. Ma di fronte alla tradizione e al moltiplicarsi dei suoi precetti, Gesù chiede ciò che egli stesso ha operato: il discernimento. La moltiplicazione dei precetti, infatti, accresce la possibilità di non osservarli, aumentando le occasioni di ipocrisia. “La parola del Signore rimane in eterno” (1Pt 1,22; Is 40,8), mentre le tradizioni evolvono in base ai mutamenti culturali e alle generazioni; e, seppur venerabili a causa dell’antichità, restano umane, involucro e rivestimento della parola di Dio.

Dopo aver indicato alcuni casi di contraddizione alla legge di Dio compiuti in nome dell’osservanza di precetti umani (cf. Mc 7,10-13), Gesù torna a rivolgersi alla folla chiamata attorno a sé e dice: “Ascoltatemi tutti e comprendete in profondità!”. Apertura autorevole e solenne che, in parallelo all’avvertimento conclusivo (“Se qualcuno ha orecchi per ascoltare, ascolti!”: Mc 7,16), mette in rilievo le parole rivelative di Gesù: “Non c’è nulla di esterno all’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Sono invece le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. Parole brevi e apodittiche. Non c’è niente che possa rendere impuro il discepolo tra le realtà che sono fuori del suo corpo: né il cibo, né il contatto, né le relazioni. Ciò che invece rende impuro l’uomo viene dal suo interno e si manifesta nel suo comportamento. Si faccia attenzione e non si finisca per opporre, sulla base di queste parole di Gesù, interiorità ed esteriorità, che in ogni essere umano sono dimensioni inseparabili. Per Gesù, come per tutte le Scritture, “il male, il peccato è accovacciato alla porta” (cf. Gen 4,7) del cuore di ogni uomo e dal cuore è generato fino a manifestarsi nei sentimenti, nelle parole e nelle azioni.

Questo insegnamento di Gesù appare però in contrasto con le preoccupazioni di molti scribi, che insistevano soprattutto sul comportamento esteriore. Le sue parole non sono facilmente comprensibili, dunque egli è costretto, una volta ritornato in casa, lontano dalla folla, a rimproverare i discepoli perplessi e a esplicitare i nomi delle pulsioni, dei pensieri e dei propositi che rendono impuri: una lista impressionante di peccati, una delle più dettagliate di tutto il Nuovo Testamento. Significativamente, però, essa riguarda i peccati consumati contro l’amore, contro il prossimo, perché il peccato si innesta sempre nei rapporti tra ciascuno di noi e gli altri (cf. Mt 25,31-46), nelle relazioni: è nei rapporti umani che la legge di Dio chiede carità, misericordia, sincerità e fedeltà. Il male, l’impurità non sta nelle realtà terrene ma sta in noi, là dove noi affermiamo solo noi stessi e non riconosciamo gli altri.

Infine, tenendo conto del fatto che l’intera controversia nasce da una questione relativa alla tavola, si può trarre dall’intero ragionamento di Gesù un importante monito: non possiamo escludere nessuno dalla tavola e, se lo faremo, saremo esclusi noi dalla tavola del Regno! Quanto poi alla tavola eucaristica, non ne è escluso chi è peccatore, si ritiene tale e porge umilmente la mano come un mendicante verso il corpo del Signore, mentre ne dovrebbe essere escluso chi non sa discernere il corpo di Cristo (cf. 1Cor 11,29) nel fratello e nella sorella, nel povero, nel peccatore, nell’ultimo, nel senza dignità.

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il commento al vangelo della domenica


📖 Mangiare la carne e bere il sangue di Cristo 
il commento di p. E. Bianchi al vangelo della domenica ventesima (19 agosto 2019) del  tempo ordinario:


Gv 6,51-58

In quel tempo Gesù disse si suoi discepoli:« Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Questa pagina del vangelo secondo Giovanni è tra le più scandalose di tutti i vangeli, può addirittura risultare ripugnante a chi non sta nello spazio “dentro” (éso), lo spazio dell’intimità con il Signore. Chi l’ha scritta ha faticato per far comprendere ciò che doveva affermare, di fronte a una fede gnostica che non accettava l’umanità, la carne umana nella sua debolezza quale luogo in cui incontrare Dio. Eppure, secondo il quarto vangelo, Dio ha scelto che la sua manifestazione definitiva, la sua rivelazione decisiva fosse l’umanità come carne debole di Gesù (cf. Gv 1,14.18), un galileo che andava verso la morte. Tentiamo dunque con molta umiltà di leggere questa pagina.

Gesù aveva detto: “Io sono il pane vivente, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Questo annuncio appariva una pretesa intollerabile, un’affermazione irricevibile e, come tale, aveva suscitato mormorazione e discussione (cf. Gv 6,41-42). Qui nasce un’aspra discussione, una vera e propria battaglia verbale tra gli ascoltatori di Gesù: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Ed egli risponde loro con espressioni ancora più scandalose, rendendo il suo annuncio più duro e urtante, in modo da togliere ogni possibilità di comprendere le sue parole in modo semplicemente parabolico, in modo intellettuale, raffinato ma gnostico: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita eterna”.

Era già uno scandalo pensare di poter mangiare la carne del Figlio dell’uomo, ma bere il sangue è un’azione gravemente peccaminosa, vietata dalla Legge e dunque ripugnante per i credenti nell’alleanza sancita da Mosè. Su questo non c’erano dubbi. Nella Torah, infatti, sta scritto: “Ogni uomo, figlio di Israele o straniero, che mangi qualsiasi tipo di sangue, contro di lui, che ha mangiato il sangue, io volgerò il mio volto e lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita (nephesh) della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11). L’ebreo sapeva che l’umanità fino ai giorni di Noè non si era nutrita della carne di animali ma unicamente di vegetali e che solo nell’economia dopo il diluvio Dio aveva permesso e tollerato le carni animali come nutrimento, ma a una precisa condizione: “Soltanto non mangerete la carne con la sua vita (nephesh), cioè con il suo sangue” (Gen 9,4). Questo comando, che indica un rispetto della vita, rappresentata dal sangue, era talmente importante che gli apostoli lo manterranno anche per i cristiani provenienti dalle genti (cf. At 15,20.29; 21,25).

Eppure Gesù annuncia che per avere parte alla vita eterna, alla vita di Dio, per conoscere la salvezza, è necessario mangiare – o meglio “masticare”, stando al verbo greco utilizzato (trógo) – la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue? Perché questo realismo nelle parole di Gesù secondo il quarto vangelo, parole che non risuonano né negli altri vangeli né nel resto del Nuovo Testamento? Perché questo linguaggio proprio nel vangelo che non ricorda l’istituzione eucaristica, ma la sostituisce con il racconto della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17)? Certamente l’autore di questo racconto si serve di un linguaggio che vuole affermare come la partecipazione al pane e al calice di Gesù Cristo sia partecipazione al suo corpo e al suo sangue. Questo avviene sacramentalmente, cioè attraverso il mangiare i segni del pane e del vino, ma ciò che si riceve è tutta la vita del Figlio fattosi carne e sangue, nato da donna, manifestatosi uomo veramente uomo come noi che siamo suoi fratelli.

Lo sappiamo, fin dall’inizio della fede cristiana, non fu facile confessare la reale umanità di Gesù, e il corpo di Gesù fu immaginato solo apparenza e la sua carne come del tutto provvisoria. Un mero strumento per mostrarsima da abbandonare al più presto con la resurrezione. E invece “chi non riconosce Gesù nella carne, non è da Dio” (1Gv 4,3).

Ciò che questo linguaggio duro tenta di farci comprendere è che l’incarnazione, cioè l’umanizzazione di Dio, va accolta seriamente, senza riserve e senza pensieri che rispondono più al bisogno religioso dell’umanità che all’azione di Dio. La verità è che Dio si è fatto uomo in Gesù affinché lo cercassimo e lo trovassimo, per quanto ci è possibile, nella condizione umana. Dio ha voluto condividere con noi proprio la nostra umanità, la nostra stessa carne, perché noi potessimo realmente conoscere il suo amore, non come qualcosa da credere, ma come qualcosa che comprendiamo e sperimentiamo attraverso e nella nostra carne. Gesù è questa carne che possiamo incontrare nella nostra carne, è questo corpo che possiamo incontrare solo nella nostra corporeità. Perché noi potessimo partecipare alla vita di Dio – “diventare Dio”, come si esprimevano gli antichi padri della chiesa d’oriente – era necessario che Dio diventasse uomo e che carne e carne, corpo e corpo si incontrassero realmente. L’amore espresso solo a parole, anche nella rivelazione non era sufficiente: occorreva una carne umana che raccontasse (exeghésato: Gv 1,18) Dio, una carne umana che, amando la nostra umanità, ci narrasse l’amore di Dio, o meglio il “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16). Questa nostra carne, che ci dice la nostra debolezza, la nostra fragilità, la nostra morte, questa carne che a volte pensiamo di negare o dimenticare in favore di una “vita spirituale”, per poter incontrare Dio, proprio questa carne è stata assunta da Dio e non è un ostacolo alla comunione con lui, ma anzi è il luogo ordinario dell’incontro con Dio.

Le parole eucaristiche di Gesù, in questo sesto capitolo di Giovanni, in profondità ci dicono che incarnazione di Dio, resurrezione della carne ed eucaristia esprimono insieme il mistero della nostra salvezza. Nella nostra povera carne, nel “corpo di miseria” (Fil 3,21) che noi siamo, proprio lì noi incontriamo Dio, perché in Gesù “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Carne da masticare e sangue da bere sono la condizione in cui Gesù si consegna a noi, in cui Dio si dà a noi, raggiungendoci là dove siamo e non chiedendo a noi di salire alla sua condizione divina, azione per noi impossibile e solo frutti di un orgoglio religioso malato. Entrando in noi, la carne e il sangue di Cristo ci trasformano, per partecipazione in carne e sangue di Cristo, producendo ciò che a noi è impossibile: diventare il Figlio di Dio in Cristo stesso, l’Unigenito amato dall’amante, il Padre, con un amore infinito, lo Spirito santo. Chi mangia la carne e beve il sangue di Cristo conoscerà la resurrezione, vivrà per sempre, in una salda comunione con Cristo per la quale rimane, dimora (verbo méno) in Cristo, così come Cristo rimane, dimora in lui: corpo nel Corpo e Corpo nel corpo!

Lo stesso Giovanni nel prologo della sua Prima lettera, parlando dell’esperienza di Gesù da lui fatta, scrive: “Ciò che noi abbiamo ascoltato, visto e toccato del Verbo della vita…” (cf. 1Gv 1,1), cioè di Gesù. E in questa pagina del vangelo è come se arrivasse a dire: “Ciò che abbiamo mangiato, gustato di Gesù”, attraverso l’eucaristia, è la nostra vita!

Proprio per questo non dobbiamo isolare l’eucaristia come fosse un principio di riferimento, un realtà autosufficiente cui attribuire un potere proprio. No! L’eucaristia non è un secondo Gesù Cristo, non c’è un Cristo eucaristica separato dal Cristo della storia che è nato, è vissuto, è morto ed è risorto! Gesù Cristo è unico, e nell’eucaristia è totalmente presente, e se non si è capaci nella fede di cogliere questa unica soggettività, allora si cosifica l’eucaristia, la si riduce a cosa, a oggetto, attentando all’unica vita di Gesù Cristo! Ricevendo dunque l’eucaristia, come ammonisce con intelligenza cristiana il teologo Giuseppe Colombo, al cristiano è data la possibilità di vivere la vita come l’ha vissuta Gesù perché non vive più lui ma Cristo vive in lui (cf. Gal 2,20).

il commento al vangelo della domenica


tutta la vita del Figlio
il commento di E. Bianchi al vangelo della diciannovesima domenica (12 agosto 2018) del tempo ordinario:

Gv 6,41-51

In quel tempo  i Giudei si misero a mormorare contro di Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?».
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Siamo sempre impegnati nella lectio delle parole pronunciate da Gesù nella sinagoga di Cafarnao: parole suscitate da reazioni e domande di quegli ascoltatori definiti nel quarto vangelo come “i giudei”, cioè quei credenti nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe nutriti dell’ideologia giudaica dominante, forgiata dai capi religiosi del popolo, ostili a Gesù e poi responsabili, insieme ai capi politici romani, della sua condanna.

Nella porzione di discorso proposta dall’ordo liturgico per questa domenica, viene innanzitutto testimoniata una mormorazione. Gesù aveva parlato di un pane, donato dal Padre suo, venuto dal cielo, un pane capace di dare la vita al mondo (cf. Gv 6,32-33). In seguito si era identificato egli stesso con questo pane: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6,35), ma queste sue affermazioni risultano agli orecchi dei suoi ascoltatori una pretesa folle, scandalosa, inaudita. Per questo si domandano l’un l’altro: come può quest’uomo, Gesù di Nazaret, che appare ed è realmente un uomo, rivelarsi come disceso dal cielo, dunque venuto da Dio, inviato da lui? Come può dirsi pane, dirsi cibo capace di togliere la fame? La sua pretesa risulta inammissibile, dunque irricevibile, perché attenta alla signoria di Dio (cf. Gv 5,18; 10,33).

Proprio l’umanità di Gesù scandalizza, la sua carne e il suo sangue: il suo corpo fragile di creatura lo dichiara terrestre, non disceso dal cielo. Inoltre quei giudei hanno una conoscenza precisa di Gesù, dovuta alla realtà dei fatti: è il figlio del falegname di Nazaret, anche sua madre è ben conosciuta, dunque egli viene semplicemente da questo piccolo borgo della Galilea, non dal cielo.

Di fronte a queste contestazioni e a questo disprezzo, Gesù reagisce chiedendo in primo luogo di astenersi dal mormorare, poi dichiarando: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”. Ecco il mistero della fede: non basta l’intelligenza umana, non sono sufficienti le facoltà umane per discernere chi è veramente Gesù, ma occorre un’azione di Dio, colui che Gesù stesso definisce suo Padre. Solo attraverso l’accoglienza di questo dono gratuito si può accedere a Gesù, attirati da questa forza divina. Aderire a Gesù, essere coinvolti nella sua vita è essenzialmente grazia che accompagna, con un’assoluta preminenza sull’impegno personale del discepolo. Certo, a questa attrazione del Padre si può rispondere con consapevolezza, convinzione, nella libertà e accedendo all’amore per Gesù, ma le si può anche opporre un rifiuto, una chiusura.

Quando però avviene questo accesso convinto a Gesù, allora la comunione con la sua vita è tale che neppure l’ostacolo definitivo, la morte, può vincerla. Infatti Gesù stesso, lui, il Risorto, farà risorgere nell’ultimo giorno chi si è affidato a lui condividendo con lui la sua stessa vita. Siamo ormai nel tempo del compimento della profezia e se i profeti avevano annunciato che Dio stesso avrebbe istruito il suo popolo, ecco che questa azione di Dio nell’oggi si compie attraverso la presenza del Figlio sulla terra, non come istruzione per l’osservanza della Legge, ma come istruzione finalizzata all’aderire all’uomo Gesù (cf. Is 54,13; Ger 31,33-34).

Tutti gli umani, non solo i figli dell’antica alleanza ma tutti i figli di Adamo, tutta l’umanità può ascoltare Dio, accogliere il suo insegnamento e quindi venire a Gesù. Non vi è certo ancora la possibilità di vedere Dio faccia a faccia, perché questo non è mai stato possibile nel regime della fede: solo il Figlio, che è da Dio, lo ha visto faccia a faccia (cf. Gv 1,18) e ne è la narrazione, l’interpretazione unica e veritiera, perché chi vede il Figlio vede il Padre (cf. Gv 14,9).

Anche queste parole possono suscitare scandalo, ma qui siamo al cuore della fede cristiana: andare a Gesù significa incontrare un uomo, con un’umanità piena, con una carne fragile, significa incontrare un uomo che vive tra gli altri, ha sentimenti umani, parla una lingua umana, incontra gli esseri umani, si mette al loro servizio, li istruisce, li cura e li guarisce. È in questa sua umanità che possiamo vedere Dio e quindi compiere il cammino che ci porta ad aderire a lui. Sì, perché, come Gesù ha detto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Ritorna quindi sulla bocca di Gesù per la terza volta l’affermazione solenne: “Io sono (Egó eimi) il pane della vita, il pane vivo”. Chi parla è Egó eimi, il Nome santo di Dio rivelato a Mosè (cf. Es 3,14), e definisce la sua identità quale pane, cibo per la vita.

Qui però dobbiamo fare molta attenzione e soprattutto non finire per dividere “il pane della vita” da Gesù, l’uomo Gesù, il Figlio di Dio fatto carne. Mai si deve disgiungere il Cristo, il Figlio, dalle sue parole e dal pane che egli ha donato al mondo: sarebbe un attentato alla pienezza dell’identità di Gesù! E non ci si lasci ingannare dal parallelismo che egli instaura tra il pane che discende dal cielo e la manna, perché solo il movimento dal cielo alla terra lo giustifica. La manna che Dio aveva dato ai padri nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto era sì un dono, ma per saziare la fame; non era un cibo che poteva procurare loro salvezza, tant’è vero che i destinatari di quel dono sono poi morti senza entrare nella terra promessa. “Il pane disceso dal cielo”, invece, quello che il Padre dona, è Gesù Cristo stesso, ed è decisivo per la vita eterna. Chi partecipa al banchetto di questo pane – che l’inno liturgico per la festa del Corpo del Signore definisce panis vivus et vitalis – vive la vita eterna. Assimilare questo pane che è Gesù Cristo significa ricevere l’antidoto alla morte, iniziando a vivere una vita altra da quella mortale, la vita stessa del Figlio di Dio

Certo, dobbiamo ammetterlo: queste parole di Gesù nel quarto vangelo ci danno le vertigini se le accogliamo con fede, mentre ci scandalizzano se non sentiamo una profonda e segreta attrazione verso Gesù, destata da Dio. Dio non ci costringe, neppure si impone, porgendoci il dono del Figlio nel suo grande amore per Dio e per il mondo (cf. Gv 3,16), ma ci fa un’offerta affinché sappiamo rispondergli nella libertà e per amore. E proprio in virtù di questa accoglienza del dono di colui che è disceso dal cielo “per noi e per la nostra salvezza” e che ha dato la sua intera vita, il suo corpo, la sua carne, il suo sangue, e il suo spirito, come dono gratuito e per tutti, vigiliamo per essere sempre capaci di credere, adorare e confessare Gesù come l’unico nostro Signore. In quest’ottica, siamo chiamati a non scindere mai l’eucaristia dalla cristologia, con il rischio di cosificare il sacramento e di impoverirlo dell’immensità del mistero.

Questo capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni, nell’insistere sull’unica identità di colui che è il Figlio del Padre disceso dal cielo, di colui che è parola di Dio ed è pane, cibo di vita eterna per i credenti, ci rende saldi nella fede cristiana, alla quale è immanente la fede eucaristica.

il commento al vangelo della domenica


📖 La tenerezza del pastore
 
il commento al vangelo della sedicesima domenica del tempo ordinario (22 luglio 2018) di E. Bianchi:
In quel tempo 30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

I discepoli ritornati dalla missione meritano di essere chiamati “inviati”, “missionari”, per questo Marco li definisce “apostoli” (apóstoloi): discepoli di Gesù diventati suoi inviati.

Tornano dunque da Gesù, colui che li aveva inviati e abilitati alla missione, tornano alla fonte, tornano a colui che li aveva chiamati “perché stessero con lui”, oltre che “per mandarli a predicare” (Mc 3,14). Essi “raccontano a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato”: azioni e parole che erano state comandate da Gesù, ma che soprattutto gli apostoli avevano imparato ad assumere stando con lui, coinvolti nella sua vita, vivendo con lui, il loro rabbi, maestro e profeta. Sappiamo di che cosa era fatto questo loro servizio: l’annuncio del Regno di Dio veniente, della necessaria conversione, e una prassi di umanità autentica che si manifestava nell’incontrare le persone, nell’accoglierle, nel dare loro fiducia risvegliando la loro fede, nello sperare insieme a loro, nel liberarle, per quanto possibile, da oppressioni diverse dovute alla presenza del Male operante nel mondo. Marco non dice che gli inviati hanno fatto cose straordinarie, miracoli, perché ciò che era sufficiente l’hanno eseguito in obbedienza al mandato di Gesù.

Ecco dunque i discepoli-apostoli riuniti intorno a Gesù, che da autentico pastore della sua comunità ascolta ciò che essi hanno vissuto e sperimentato nella missione. Vi è un vero dialogo tra Gesù e gli inviati (descritto più diffusamente in Lc 10,17-20), nel quale vengono evidenziate fatiche e gioie, risultati e fallimenti di quella missione in Galilea anticipatrice della missione a tutte le genti da parte di coloro che Gesù risorto invierà.

Gli apostoli sono stanchi, e Gesù, che è stato raggiunto dalla notizia della decapitazione di Giovanni, il suo rabbi, nella sua tristezza decide di prendere le distanze dalla predicazione che lo impegnava e lo affaticava. Dice dunque ai Dodici: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto (kat’ idian eis éremon tópon), e riposatevi un po’”. Gesù li chiama ancora una volta a seguirlo, a “stare con lui”, per condividere con lui la preghiera al Padre, per approfondire la vocazione e la missione, per riposarsi. È un invito pieno di tenerezza, di sollecitudine per i discepoli, ma anche per Gesù è una necessità: egli deve fare discernimento sulla sua missione, soprattutto ora che Giovanni il Battista, con la morte violenta subita, diventa precursore anche del suo futuro.

Marco annota anche che quanti cercavano Gesù e venivano da lui erano talmente numerosi che i discepoli, impegnati nell’organizzare questi incontri personali con Gesù, non avevano neppure il tempo di preparare da mangiare e di mangiare. Sì, anche per Gesù, come per ciascuno di noi, occorre a volte avere il coraggio e la forza di prendere le distanze da ciò che si fa, occorre uscire dall’agitazione delle moltitudini, dal rumore delle folle, da quel turbinio di occupazioni che rischiano di travolgerci. Lavorare, impegnarsi seriamente con tutta la propria persona è necessario ed è umano, ma lo è altrettanto la dimensione della solitudine, del silenzio, della quiete. Se noi sentissimo nel nostro cuore questa chiamata: “Fuggi, fa’ silenzio, cerca quiete” (Detti dei padri del deserto, Serie alfabetica, Arsenio 2), saremmo certamente più disponibili a trovare un “luogo deserto”, uno spazio solitario in cui pensare, meditare, ascoltando il silenzio, il nostro cuore, la voce di Dio che cerca di parlarci nel nostro intimo più profondo. Senza ottemperare a questa esigenza, si cade nella superficialità, ci si disperde, si finisce per vivere senza sapere dove si va.

Ma questo tentativo di sfuggire alla folla e di trovare solitudine e riposo fallisce: la folla che da giorni segue Gesù prevede le sue mosse e a piedi raggiunge prima di lui quella riva deserta del lago. Gesù allora, sbarcando, la vede e la osserva con attenzione: non è preso dalla soddisfazione del successo, del fatto che tanta gente lo cerca e lo trova, ma è mosso a viscerale compassione (verbo splanchnízo). Le sue viscere si commuovono come quelle di Dio nei confronti del suo popolo oppresso (cf. Os 11,8); egli si commuove e soffre con un fremito causato solo dall’amore verso quella gente. Sì, è gente incredula, che cerca Gesù con ambiguità e interessi non trasparenti, ma per Gesù merita compassione. Sono “pecore senza pastore”, non hanno nessuno che dia loro da mangiare cibo, nessuno che si prenda cura di loro, nessuno che rivolga loro la parola per sostenerli nel duro mestiere di vivere e nessuno che li sostenga nei loro dubbi e contraddizioni. Gesù si intenerisce e rivive la compassione di Mosè quando vede il suo popolo senza pastore (cf. Nm 27,17) e la compassione dei profeti che soffrono al vedere il popolo di Dio disperso e oppresso dai cattivi pastori (cf. 1Re 22,17; Ez 34,5; Zc 10,3-12).

Non resta dunque a Gesù che farsi “pastore buono ” (Gv 10,11.14) di quella folla: obbedisce puntualmente e fa ciò che Dio, il Padre suo, vuole che lui faccia a suo nome, quale Figlio inviato nel mondo. Gesù dunque legge la fame di quella gente, fame di cui forse non sono pienamente coscienti, fame della Parola: vogliono che Gesù insegni, cioè “parli loro la Parola”, come Marco dice altrove (cf. Mc 2,2; 4,33). Ciò che è decisivo è che Gesù sia presente e parli, perché lui è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1.14). Gesù lo fa lungamente, come stando sotto un giogo: il giogo della misericordia che lo spinge a questa compassione, a questa fatica, a questa parola indirizzata a quanti suscitano in lui sentimenti di tenerezza. Aveva avuto misericordia degli apostoli ritornati stanchi e li aveva chiamati al riposo, e ora ha misericordia delle folle e interrompe il proprio riposo. Solo la compassione misericordiosa lo guidava e ne determinava il comportamento e le azioni durante la sua itineranza. La folla che impedisce a Gesù di realizzare il suo progetto buono e urgente di riposo necessario non causa in lui fastidio, reazioni di impazienza, ma gli fornisce un’occasione per partecipare ai sentimenti di Dio che ha compassione del suo popolo privo di pastori.

Questo è un grande insegnamento per noi: su ogni nostra decisione, su ogni nostra scelta necessaria e buona, ciò che deve avere il primato è la misericordia. Se ogni nostra scelta e ogni nostra azione non obbediscono innanzitutto alla misericordia, non sono conformi ai “sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5): sentimenti umani ma in profondità sentimenti di Dio, colui che è Santo e mostra la sua santità in mezzo al suo popolo con la compassione, scegliendo che nel suo cuore la misericordia regni sulla giustizia (cf. Os 11,7-9). Soprattutto i pastori di comunità dovrebbero molto interrogarsi su questa disponibilità a dare la precedenza alle domande della comunità rispetto alle loro scelte e alle loro pur buone iniziative. Dovrebbero chiedersi se in loro la misericordia, cioè l’amore viscerale di compassione, è sempre immanente al “compiere ogni giustizia” (cf. Mt 3,15). Non lo si dimentichi: nel cristianesimo non si danno compimento della giustizia e misericordia, ma solo misericordia nel compimento della giustizia o compimento della giustizia nella misericordia.

Prima di dare il pane Gesù dà la Parola, per saziare gli uomini e le donne che lo seguono. Ma presto darà anche il pane, perché la sua tenerezza non riguarda solo la loro sete di Parola ma anche la loro fame di pane.

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