il commento al vangelo della domenica

PREPARATE LA VIA DEL SIGNORE
il commento di p. E. Bianchi al commento del vangelo della seconda domenica di avvento (10 dicembre 2017):
Mc 1,1-8
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. 
Come sta scritto nel profeta Isaia:
Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate isuoisentieri,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Il brano del vangelo secondo Marco proposto oggi dalla liturgia contiene il titolo dell’opera, particolarmente significativo, e quindi la conformità di tale titolo alla profezia di Isaia compiutasi nella missione di Giovanni il precursore. La prima parola del titolo è “inizio” (arché), la stessa con cui si apre il libro della Genesi, dunque il libro delle sante Scritture dell’antica alleanza. Si inaugura infatti una nuova storia, una nuova creazione, con la proclamazione della “buona e bella notizia” (euanghélion), del gioioso messaggio riguardante l’evento di Gesù, il Messia, il Figlio di Dio.
Il disegno della salvezza è giunto a compimento, l’Antico Testamento, che era gravido del Messia, si è compiuto: ora c’è come un nuovo inizio, l’inizio del tempo messianico. E se nei profeti la buona notizia riguardava la venuta di Dio tra gli umani, nella nostra storia (“Ecco, il Signore Dio viene!”: Is 40,11), ora questa notizia indica che tale venuta si è attuata in Gesù Cristo. Gesù, il cui nome Jeshu‘a significa “il Signore salva”, è l’Unto del signore, il Messia, il discendente di David atteso da Israele particolarmente in quei giorni. Gesù, questo uomo galileo nato da Maria, è il Cristo e come tale è il Figlio di Dio secondo i salmi (si pensi solo ai salmi 2 e 110); è il Figlio di Dio perché acclamato dalla sua comunità quale risorto, Kýrios, Signore vivente; è il Figlio di Dio proclamato alla fine del vangelo dal centurione romano, ai piedi della croce (cf. Mc 15,39).
Quando Marco mette per iscritto la sua opera, la messianicità e la filialità divina di Gesù sono proclamate dalla chiesa, dunque con questi titoli si indica in Gesù ben più del Messia umano: è Dio venuto in mezzo a noi! Questo inizio però non è stato un evento accaduto per caso, ma è inscritto nella storia di un popolo, Israele, è un evento che porta a compimento le sante Scritture, soprattutto la profezia di Isaia. Il Vangelo inizia inserendosi sulla scia della parola di Dio già rivelata, perché – come scrive l’Apostolo Paolo – è stato preannunciato nelle Scritture per mezzo dei profeti (cf. Rm 1,2). Il Cristo era stato promesso da Dio ed era stato invocato e atteso dai poveri e umili credenti nel Signore: dunque ora tutto si compie come (kathós) era stato scritto.
La comparsa di Giovanni è conforme alla parola profetica di Isaia sulla voce che grida nel deserto (cf. Is 40,3) e a quella di Malachia che annuncia un messaggero inviato davanti al Signore (cf. Ml 3,1, unito a Es 23,20). Ecco allora che Giovanni il Battista, il Battezzatore, entra in scena per rivelare la venuta di Gesù, ormai presente nella storia, discepolo tra i suoi discepoli, ma nascosto, non ancora manifestato nella sua identità. Come Malachia aveva rivelato che la venuta di Dio sarebbe stata preceduta da un messaggero il quale avrebbe aperto la strada davanti al suo volto, così è accaduto. Nel deserto Giovanni è voce di uno che grida: “Preparate una strada al Signore, fate diritti i suoi sentieri”. La profezia, che da secoli taceva, ha di nuovo una voce e parla con l’invito di sempre alla conversione, a ritornare al Signore.
Secondo la tradizione giudaica sarà il profeta Elia, messaggero annunciatore della fine dei tempi e del giorno grande e terribile del Signore (cf. Ml 3,23), a far risuonare di nuovo la parola del Signore. Sì, Giovanni è il nuovo Elia (cf. Mc 9,13), che entra in scena nel deserto, nella regione circostante il Giordano, prima che esso sfoci nel mar Morto. Porta un abito come quello di Elia (cf. 2Re 1,8) e dei profeti (cf. Zc 13,4); suo cibo sono i prodotti spontanei della natura, radici e miele selvatico; la sua vita ascetica, ruvida, è quella di un uomo che non frequenta né i potenti né i luoghi urbani. Eppure “tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme”, espressioni enfatiche, vengono a lui nella solitudine del deserto. Di Giovanni il Battista abbiamo notizia non solo nei vangeli ma anche in fonti giudaiche (tra cui soprattutto Giuseppe Flavio), che ci testimoniano del suo successo: egli aveva un ampio seguito tra i figli di Israele, soprattutto tra i credenti semplici, che mendicavano da Dio misericordia e perdono e che certo non potevano vantarsi di praticare le osservanze fissate da uomini religiosi i quali non conoscevano il duro mestiere di vivere.
Nella stessa regione – oggi lo sappiamo – vi erano diversi gruppi, tra i quali la comunità essenica di Qumran, nella quale si attendeva il Messia, si praticavano immersioni per ottenere la purificazione e si offrivano a Dio come sacrificio l’ascolto, lo studio delle sante Scritture e la lode, in una liturgia comune che aveva rinunciato ai sacrifici del tempio di Gerusalemme. Giovanni faceva forse parte di questi gruppi? Certamente li conosceva, ma non abbiamo notizie sufficienti per collocarlo all’interno di uno di quei movimenti religiosi, anche se il suo apparteneva alla medesima costellazione.
Giovanni chiede la preparazione di una strada al Signore e la conversione in vista della remissione dei peccati. Perché preparare una strada al Signore? Perché il Signore non chiede mai che apriamo una strada davanti a noi e la percorriamo per andare a lui, ma esattamente il contrario: chiede di sgomberare la strada sulla quale egli raggiunge noi, viene verso di noi. La strada non è la nostra, ma la sua, del Signore! L’incontro è dovuto alla sua grazia, alla sua ricerca di ciascuno di noi, non a una nostra iniziativa. Egli viene infatti sulla via della misericordia e del perdono, che lui solo può tracciare: noi possiamo incontrarlo solo se riconosciamo il nostro peccato. Il peccato, infatti, è peccato, è contraddizione al Signore, ma è la sola possibilità affinché diventiamo consapevoli di incontrare il Signore. Solo un cuore spezzato, un cuore che si riconosce nella colpa e confessa il proprio peccato, può fare esperienza di Dio. Non a caso, quando Mosè chiede a Dio: “Indicami la tua via, così che io ti conosca e trovi grazia ai tuoi occhi” (Es 33,13), la versione aramaica del Targum parafrasa: “Indicami la via della tua grazia, perché io possa conoscere la tua misericordia”. Il Signore ci precede sempre, nella chiamata, nell’incontro, nell’amore, “il suo volto cammina con noi” (cf. Es 33,14). Facciamo molta fatica a comprendere questo in profondità, ma nel suo venire a noi si rivela proprio il suo amore gratuito, la sua grazia. Certo, poi possiamo seguire le sue tracce amandolo e ascoltandolo con tutto il cuore e tutta la vita (cf. Dt 10,12), ma la via resta la sua. Anzi, Gesù dirà: “Io sono la via” (Gv 14,6). La richiesta di Giovanni è inoltre quella della conversione, del ritorno al Signore, che trova nel gesto del battesimo un segno e nella confessione dei peccati una parola: entrambi, segno e parola, attestano la verità di chi accorre dal Battezzatore, non per sfuggire alla collera di Dio (cf. Mt 3,7; Lc 3,7), ma per mettersi nella condizione di incontrare il Signore, veniente verso di lui.
Giovanni rivela, indica, manifesta Gesù e quindi lo immerge, lo battezza (cf. Mc 1,9). Poi scompare subito dalla scena. A differenza degli altri sinottici, Marco, sempre breve ed essenziale, testimonia del Battista solo queste parole: “Viene dietro a me (opíso mou) colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho immersi nell’acqua, ma egli vi immergerà nello Spirito santo”. E il modo per esprimere come Giovanni svolge il suo ministero di precursore: suo compito e missione è introdurre un altro, Gesù, qualcuno del quale non dice ancora il nome ma che è già presente, anzi è un suo discepolo, è al suo seguito. Giovanni sa discernere che lui è il più forte, è proprio lui quel Signore di cui egli è indegno di essere schiavo. Questo è un grande mistero, di fronte al quale possiamo solo fare silenzio e adorare. Il discernimento di Giovanni su Gesù è solo grazia, è solo dovuto alla rivelazione di Dio.
E Giovanni, nella più radicale obbedienza, riconosce di essere stato mandato per manifestare un suo discepolo: colui che gli viene dietro, sta per passargli davanti (cf. Gv 1,30). Questo discepolo deve tenere il posto centrale, perciò Giovanni si mostra sempre decentrato, interamente teso a indicare colui al quale devono andare gli sguardi di tutti. Egli confessa però anche la differenza tra il suo battesimo e quello che sarà dato da Gesù, due immersioni differenti: l’una nell’acqua, l’altra nello Spirito santo, nello Spirito di Dio che il Messia detiene in abbondanza e pienezza (cf. Is 11,1-2), quello Spirito di Dio che Gesù donerà a quanti credono in lui
di seguito il video del commento del brano evangelico di p. A. Maggi:

il commento al vangelo della domenica

venite benedetti …

commento al vangelo della trentaquattresima domenica (26 novembre 2017) del tempo ordinario:

Mt 25, 31-46

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria.  Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre,  e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.  Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo,  perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto,  nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».  Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere?  Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito?  Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?».  E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».  Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli,  perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere,  ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato».  Anch’essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?».  Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».  E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
il commento di p. E. Bianchi:

 

Siamo giunti all’ultima domenica dell’anno liturgico, la quale nei tempi recenti (per l’esattezza dal 1925, ad opera di Pio XI) è stata istituita come “Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo”: festa di colui che reintesterà in sé tutte le realtà create, che si mostrerà “Re dei re e Signore dei signori” (Ap 19,16) e che nel giudizio finale emetterà la parola ultima sul bene e sul male della storia, inaugurando “cieli nuovi e terra nuova” (Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1).

L’ordo liturgico prevede un brano del Vangelo secondo Matteo, la conclusione del discorso escatologico (cf. Mt 24-25), pronunciato da Gesù a Gerusalemme nei giorni precedenti la sua passione e morte. Al cuore del lungo discorso riguardante la fine dei tempi, Gesù ha annunciato la venuta del Figlio dell’uomo, la sua parusia gloriosa: prima comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo, la croce, poi tutti vedranno lo stesso Figlio dell’uomo veniente nella potenza e nella gloria sulle nubi del cielo, attorniato da angeli inviati a radunare gli eletti da tutti confini della terra. Sarà un avvento di dimensione cosmica, un evento che s’imporrà a tutto l’universo e che provocherà nelle genti della terra un sentimento di accusa verso di sé per il male compiuto, fino a battersi il petto. Ognuno contemplerà questo Veniente nella gloria, trafitto, perché egli attirerà a se gli occhi di tutti (cf. Gv 19,37; Ap 1,7).

Dopo questo annuncio (cf. Mt 24,4-44), Gesù consegna un ammonimento (cf. Mt 24,37-44) e tre parabole sulla vigilanza e sulla responsabilità da assumere di fronte alla sua venuta gloriosa (cf. Mt 24,45-25,30). Infine, chiude il discorso con il brano che oggi meditiamo, testo difficilmente catalogabile all’interno dei generi letterari: è un racconto che sembra una parabola, ma non lo è pienamente; non è neppure un’allegoria; è piuttosto un racconto esemplare, la descrizione profetica di un quadro apocalittico. Aprendo il cuore e chiedendo allo Spirito santo di operare nella nostra intelligenza, cerchiamo ora di cogliere in queste parole di Gesù dove stia per noi, qui e ora, il Vangelo, la buona notizia.

“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui…”. Sì, all’orizzonte della storia c’è la venuta del Figlio dell’uomo, il Veniente da Dio, preesistente alla creazione del mondo presso Dio, che nell’umiltà è venuto nel mondo e ha annunciato il Regno in azioni e parole, che ora va verso la passione e morte, ma che verrà nella gloria alla fine della storia per un decreto estrinseco alla storia stessa, in obbedienza alla volontà del Padre, Signore e Creatore del cielo e della terra. Quando verrà nella gloria, apparirà con tutti i suoi angeli, creature a noi invisibili. Così avveniva, secondo l’Antico Testamento, la manifestazione, l’epifania del Dio vivente: quando Dio appare, è attorniato dalle sue schiere di messaggeri (cf. Dt 33,2) e dai suoi santi (cf. Zc 14,5). È lo jom ’Adonaj, “il giorno del Signore” (cf. Am 5,18.20; Is 2,12; Sof 1,7, ecc.) preannunciato dai profeti, nel quale si manifesterà il Veniente, incaricato di emettere il giudizio su tutta la storia. Egli ha le sembianze di un “umano” (ben enosh, hyiòs toû anthrópou), ed essendo giudice va a sedersi sul trono della gloria, il trono sul quale il Signore regna (cf. Sal 9,5.8; 11,4, ecc.).

La visione è grandiosa: davanti a lui saranno riunite tutte le genti della terra, di ogni luogo e di ogni tempo, tutta l’umanità! Si tratterà innanzitutto di operare una separazione, di fare un discernimento tra gli umani, allo stesso modo con cui un pastore deve separare le pecore dalle capre. Se la zizzania era cresciuta insieme al grano, ora la si deve separare da esso (cf. Mt 13,24-30.36-43); se la rete aveva catturato pesci buoni e pesci cattivi, è venuto il momento di fare la cernita, trattenendo quelli buoni e gettando nel mare i cattivi (cf. Mt 13,47-50). Questa operazione che il Figlio dell’uomo farà come pastore, è sempre stata annunciata ed è necessaria affinché l’ultima parola sul male e sul bene operato dagli umani nella storia sia di Dio: parola definitiva, parola di giustizia, che contiene in sé la misericordia ma che è nel contempo un giudizio. Guai se il cristiano dimenticasse questa realtà che lo attende, d’altronde confessata nel Credo: “Di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare (venturus est … iudicare) i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine”.

Davanti a questo Re universale, che ammette o esclude dal suo regno, vi è l’oikouméne, il mondo intero, l’umanità, i cristiani e i figli di Israele: tutti, veramente tutti! Nello stesso tempo, si avverte che il giudizio è dato a ogni persona, uomo e donna, perché il Re “renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Mt 16,27; cf. Sal 62,13). Ecco allora la seconda scena, quella del giudizio vero e proprio, costituita da un dittico che presenta elementi paralleli: una doppia sentenza emessa sull’umanità, la prima positiva, la seconda negativa. Che cosa considera il Re seduto sul trono della gloria, per formulare il giudizio? Ciò è molto interessante, e credo che poco ci si sia interrogati sulla scelta dei capi di approvazione o di accusa scelti e proclamati da Gesù. Non si tratta di questioni che riguardano la fragilità degli umani, il loro aver compiuto il male in quanto attratti da passioni umane. Non che questi non siano stati peccati, ma in vista della salvezza o della perdizione non appaiono come cause di vita o di morte eterna. Non sono neppure elencati i peccati contro Dio, quali la bestemmia o la mancata osservanza del sabato (di tradizioni religiose). Le colpe che causano l’esclusione o l’ingresso nel Regno sono invece quelle concernenti i rapporti, le relazioni tra gli umani, in particolare in riferimento alla situazione di bisogno o di disgrazia: la fame, la sete, l’emarginazione dello straniero, la nudità, la malattia, la prigionia. Rispetto a queste situazioni, come si sono comportati gli umani? Sulla risposta a tale interrogativo si fonda la benedizione o la maledizione.

Questo Re dell’universo può dunque dire: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Qui si gioca la salvezza: nella relazione concreta con ogni altro essere umano. Sulla terra avviene già il “processo”, quando di fronte a chi è nel bisogno facciamo qualcosa, quello che possiamo e sappiamo fare, oppure non facciamo nulla, perché passiamo oltre ignorando il suo grido di aiuto. Alla fine, nel giudizio, ci sarà solo la sentenza. Non nel culto, non nella liturgia ci si salva, ma nella relazione tra corpi, nel volto contro volto, mano nella mano, carne che tocca la carne… L’amore che Gesù richiede non è astratto, non è fatto di intenzioni e sentimenti, non è solo “preghiera per”: è azione, comportamento, concreta responsabilità. Se la liturgia, la preghiera e i sacramenti non ci conducono a questo, allora sono sterili e inutili, in quanto sono finalizzati all’amore, al vivere nell’amore, all’amare persino il nemico, il non amabile (cf. Mt 5,43-48).

Ma questa sentenza del Re, stupisce e meraviglia coloro ai quali viene rivolta. Per questo essi reagiscono con una domanda: “Quando mai, Signore, abbiamo fatto questo e quest’altro?”. Lo stupore dei giusti è altamente significativo: questi benedetti non sanno di essere stati misericordiosi anche verso Gesù! Ed è fondamentale non saperlo, perché Gesù, come Dio, è presenza nascosta, elusiva: se non lo si riconosce, si compie l’azione in piena gratuità, senza pensare di aver fatto un’opera meritoria che Dio ricompenserà in quanto rivolta al Figlio dell’uomo. La malvagità o la bontà dell’azione compiuta nascono dal modo in cui si vive la relazione con il fratello o la sorella, e non in riferimento al Dio che non si vede. Su ciò sono sempre istruttive le parole della Prima lettera di Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è compiuto in noi … Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,12.20). Sì, tra queste persone davanti al Re ve ne sono alcuni che non conoscono Gesù, che mai hanno sentito parlare di lui: sia i suoi discepoli, sia quanti sono estranei al cristianesimo, tutti sono giudicati in base alla relazione con i più piccoli (oi eláchistoi), fratelli e sorelle di Gesù, il piccolo e il povero per eccellenza.

Al termine di questo ascolto, mi ardono gli orecchi, perché in quanto ascoltatore e lettore sono costretto a constatare quante volte ho compiuto omissioni, cioè non ho fatto il bene: i peccati di omissione sono i capi di accusa contro di noi nel giorno del giudizio. Benedizione per chi ha saputo prendersi cura, con la sua carne, della carne dei fratelli e delle sorelle; maledizione per chi è passato oltre, magari bisbigliando preghiere, ma non vedendo, non riconoscendo, non avvicinandosi all’altro che era nel bisogno. Questa pagina è un grande insegnamento per chi pensa di poter amare il Dio che non si vede senza amare il bisognoso che si vede… Eppure noi cristiani – confessiamolo – non siamo tra i benedetti: c’è chi ha fame all’entrata dei supermercati, e noi gli diamo solo le monete che appesantiscono le nostre tasche; c’è chi è straniero, e noi pensiamo a lui dando qualcosa di superfluo alla Caritas, magari per il pasto di Natale, ma mai lo invitiamo alla nostra tavola, a casa nostra, perché questo ci provoca troppo disagio; c’è chi è nudo, e tutt’al più gli diamo un abito da noi consumato, che riteniamo indegno di stare nei nostri armadi pieni; c’è chi è in carcere, e noi neanche ci sogniamo di andarlo a trovare, perché non lo conosciamo e perché pensiamo che se l’è meritata. Quanto siamo ipocriti! Il giudizio del Re lo mostrerà.

di seguito il video del commento di p. Maggi:

il commento al vangelo della domenica

SEI STATO FEDELE NEL POCO, PRENDI PARTE ALLA GIOIA DEL TUO PADRONE! 

commento al vangelo della trentatreesima domenica del tempo ordinario (19 novembre 2017) di p. E. Bianchi:

Mt 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talent, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi part.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talent andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevut due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talent e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talent; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, t darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talent e disse: “Signore, mi hai consegnato due talent; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, t darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto afdare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritrato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talent. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutle getatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di dent”».

 

La parabola dei talenti proposta dalla liturgia odierna è una parabola che, secondo il mio povero parere, oggi è pericolosa: pericolosa, perché più volte l’ho sentita commentare in un modo che, anziché spingere i cristiani a conversione, pare confermarli nel loro attuale comportamento tra gli altri uomini e donne, nel mondo e nella chiesa. Dunque forse sarebbe meglio non leggere questo testo, piuttosto che leggerlo male…

In verità questa parabola non è un’esaltazione, un applauso all’efficienza, non è un’apologia di chi sa guadagnare profitti, non è un inno alla meritocrazia, ma è una vera e propria contestazione verso il cristiano che sovente è tiepido, senza iniziativa, contento di quello che fa e opera, pauroso di fronte al cambiamento richiesto da nuove sfide o dalle mutate condizioni culturali della società. La parabola non conferma neppure “l’attivismo pastorale” di cui sono preda molte comunità cristiane, molti “operatori pastorali” che non sanno leggere la sterilità di tutto il loro darsi da fare, ma chiede alla comunità cristiana consapevolezza, responsabilità, laboriosità, audacia e soprattutto creatività. Non la quantità del fare, delle opere, né il guadagnare proseliti rendono cristiana una comunità, ma la sua obbedienza alla parola del Signore che la spinge verso nuove frontiere, verso nuovi lidi, su strade non percorse, lungo le quali la bussola che orienta il cammino è solo il Vangelo, unito al grido degli uomini e delle donne di oggi quando balbettano: “Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21).

Leggiamo allora con intelligenza questa parabola la cui prospettiva – lo ripeto – non è economica né finanziaria; essa non è un invito all’attivismo ma alla vigilanza che resta in attesa, non contenta del presente ma tutta protesa verso la venuta del Signore. Egli non è più tra di noi, sulla terra, è come partito per un viaggio e ha affidato ai suoi servi, ai suoi discepoli un compito: moltiplicare i doni da lui fatti a ciascuno. Nella parabola, a due servi il Signore ha lasciato molto, una somma cospicua – cinque lingotti di argento a uno, due a un altro –, affinché la facciano fruttificare; a un terzo servo ha lasciato un solo lingotto, che comunque non è poco. In tutti egli ha messo la sua fiducia senza limiti, confidando loro i suoi beni. Spetta dunque ai servi non tradire la grande fiducia del padrone e operare una sapiente gestione dei beni, non di loro proprietà ma del padrone, il quale al suo ritorno darà loro la ricompensa. A ciascuno il padrone da in funzione della sua capacità, e il suo dono è anche un compito: custodire e far fruttificare.

Al di là dell’immagine dei talenti, che cos’è questo dono, in definitiva? Secondo Ireneo di Lione è la vita accordata da Dio a ogni persona. La vita è un dono che non va assolutamente sprecato, ignorato o dissipato. Purtroppo – dobbiamo constatarlo – per alcuni la vita non ha alcun valore: non la vivono, anzi la sprecano e la sciupano “fino a farne una stucchevole estranea” (Konstantinos Kavafis), e così si lasciano vivere. Eppure si vive una volta sola e il farlo con consapevolezza e responsabilità è decisivo al fine di salvare una vita o perderla! Secondo altri padri orientali, i talenti sono le parole del Signore affidate ai discepoli perché le custodiscano, certo, ma soprattutto le rendano fruttuose nella loro vita, le mettano in pratica fino a seminarle copiosamente nella terra che è il mondo. Di nuovo, è questione di vita, di “scegliere la vita” (cf. Dt 30,19).

“Dopo molto tempo” – allusione al ritardo della parusia, della venuta gloriosa del Signore (cf. Mt 24,48; 25,5) – il padrone ritorna e chiede conto della fiducia da lui riposta nei suoi servi, i quali devono mostrare la loro capacità di essere responsabili, in grado cioè di rispondere della fiducia ricevuta. Eccoli dunque presentarsi tutti davanti a lui. Colui che aveva ricevuto cinque talenti si è mostrato operoso, intraprendente, capace di rischiare, si è impegnato affinché i doni ricevuti non fossero diminuiti, sprecati o inutilizzati; per questo, all’atto di consegnare al padrone dieci talenti, riceve da lui l’elogio: “Bene, servo buono e fedele, … entra nella gioia del tuo Signore”. Lo stesso avviene per il secondo servo, anche lui in grado di raddoppiare i talenti ricevuti. Per questi due servi la ricompensa è proporzionalmente uguale, anche se le somme affidate erano diverse, perché entrambi hanno agito secondo le loro capacità.

Viene infine colui che aveva ricevuto un solo talento, il quale mette subito le mani avanti, manifestando il pensiero che lo ha paralizzato: “Da quando mi hai dato il talento, io sapevo che sei un uomo duro, esigente, arbitrario, che fa ciò che vuole, raccogliendo anche dove non ha seminato”. Con queste sue parole (“dalle tue parole ti giudico”, si legge nel testo parallelo di Lc 19,22) il servo confessa di essersi fabbricato un’immagine distorta del Signore, un’immagine plasmata dalla sua paura e dalla sua incapacità di avere fiducia nell’altro: egli considera il padrone come qualcuno che gli fa paura, che chiede una scrupolosa osservanza di ciò che ordina, che agisce in modo arbitrario. Avendo questa immagine in sé, ha scelto di non correre rischi: ha messo al sicuro, sotto terra, il denaro ricevuto, e ora lo restituisce tale e quale. Così rende al padrone ciò che è suo e non ruba, non fa peccato… Ma ecco che il Signore va in collera e gli risponde: “Sei un servo malvagio (ponerós) e pigro (oknerós). Malvagio perché hai obbedito all’immagine perversa del Signore che ti sei fatta, e così hai vissuto un rapporto di amore servile, di amore ‘costretto’. Per questo sei stato pigro, inaffidabile, non hai avuto né il cuore né la capacità di operare secondo la fiducia che ti avevo accordato. Non hai fatto neanche lo sforzo di mettere il talento in banca, dove sarebbe stato fruttuoso, dandomi interessi. Non hai avuto cura del mio bene affidato a te”.

Sì, lo sappiamo: è più facile seppellire i doni che Dio ci ha dato, piuttosto che condividerli; è più facile conservare le posizioni, i tesori del passato, che andarne a scoprire di nuovi; è più facile diffidare dell’altro che ci ha fatto del bene, piuttosto che rispondere consapevolmente, nella libertà e per amore. Ecco dunque la lode per chi rischia e il biasimo per chi si accontenta di ciò che ha, rinchiudendosi nel suo “io minimo”. Questo servo non ha fatto il male; peggio ancora, non ha fatto niente! Dunque davanti a Dio nel giorno del giudizio compariranno due tipi di persone:

chi ha ricevuto e ha fatto fruttificare il dono,
chi lo ha ricevuto e non ha fatto niente.

I servi fedeli entreranno nella gioia del Signore; chi invece è stato “buono a nulla” (achreîos) sarà spogliato anche dei meriti che pensava di poter vantare!

Ma a me piacerebbe che la parabola si concludesse altrimenti: così sarebbe più chiaro il cuore del padrone, mentre il cuore del discepolo sarebbe quello che il padrone desidera. Oso dunque proporre questa conclusione “apocrifa”:

Venne il terzo servo, al quale il padrone aveva confidato un solo talento, e gli disse: “Signore, io ho guadagnato un solo talento, raddoppiando ciò che mi hai consegnato, ma durante il viaggio ho perso tutto il denaro. So però che tu sei buono e comprendi la mia disgrazia. Non ti porto nulla, ma so che sei misericordioso”. E il padrone, al quale più del denaro importava che quel servo avesse una vera immagine di lui, gli disse: “Bene, servo buono e fedele, anche se non hai niente, entra pure tu nella gioia del tuo padrone, perché hai avuto fiducia in me”.

Anche così la parabola sarebbe buona notizia!

 

di seguito il commento in video di p. Maggi:

 

il commento al vangelo della domenica

“chi tra voi è più grande, sarà vostro servo”

 

Mt  23,1-12

In quel tempo  Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli  dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.  Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno.  Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange;  si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe,  dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente.  Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli.  E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.


il commento di ENZO BIANCHI al vangelo della domenica trentunesima del tempo ordinario (5 novembre 2017):

 

Nel vangelo secondo Matteo, dopo diversi scontri e controversie tra Gesù e scribi, sacerdoti, farisei (cf. Mt 21,23-22,46), durante il suo ultimo soggiorno a Gerusalemme, egli pronuncia un lungo discorso, il penultimo, prima di quello escatologico. Si tratta di una raccolta di invettive e di ammonizioni indirizzate da Gesù proprio a quei suoi avversari che tante volte lo avevano contraddetto, gli avevano teso tranelli, lo avevano messo alla prova, lo avevano calunniato e insidiato con giudizi e complotti. Questo discorso, registrato al capitolo 23, è duro, e può meravigliarci di trovarlo sulla bocca di chi con misericordia perdonava i peccatori, mangiava con loro e li faceva sentire amati da Dio, anche se non meritavano tale amore. Gesù – possiamo dire – attacca i legittimi pastori del suo popolo, i dirigenti, quelli che erano riconosciuti esperti delle sante Scritture, che erano ritenuti maestri e modelli esemplari per i credenti. Sia però chiaro che queste sue parole vanno a colpire vizi religiosi non solo giudaici ma anche cristiani!

E si faccia attenzione: Gesù non fa di tutta l’erba un fascio, non si scaglia contro i tutti i farisei, tutti i sacerdoti, tutti i maestri, ma contro coloro che in quel preciso tempo dominavano, erano al comando; contro quelli che lo accuseranno, lo perseguiteranno e, dopo averlo condannato, lo consegneranno ai pagani per l’esecuzione capitale. Dunque, questi rimproveri non vanno applicati generalizzando, ma vanno ripetuti per noi cristiani, noi che nella chiesa svolgiamo una funzione e sovente siamo ritenuti “uomini e donne di Dio”, secondo il linguaggio corrente.

Ma ascoltiamo con piena obbedienza le parole di Gesù, che così apre il suo discorso: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro azioni, perché parlano ma non realizzano ciò che predica”. C’è una cattedra del popolo di Dio, c’è un ministero, un servizio reso ai credenti, ossia il compito di proclamare la parola di Dio contenuta nella Torah data da Mosè a Israele nel deserto, dopo la liberazione dall’Egitto. Il Dio che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù ha anche dato al suo popolo la Torah, l’insegnamento, affinché conoscesse la sua volontà e fosse dunque un popolo di testimoni capaci di proclamarla a tutte le genti.

Dopo Mosè, molti e diversi sono stati i maestri, dotati di un magistero per il popolo, ma quanti in quel momento storico (30 d.C.) erano i dirigenti e le guide religiose, abitualmente insegnavano in modo conforme alla tradizione ma in loro non c’era coerenza di comportamento, perciò mancavano di autorità (exousía). Predicavano ai fedeli ma in realtà non osservavano quanto dicevano. Erano persone divise, che con le labbra dicevano una cosa ma con il cuore ne pensavano altre (cf. Mt 15,8; Is 29,13). Fare e osservare sono le espressioni con cui il popolo ha scelto il Signore, ha ripudiato gli idoli e ha sancito con lui l’alleanza: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo” (Es 24,7), ovvero “lo comprenderemo nella misura in cui lo metteremo in pratica”.

Tale promessa doveva valere tanto più per i capi del popolo del Signore, e invece costoro esaurivano la realtà nella sua proclamazione verbale. In profondità non ascoltavano, perché chi ascolta il Signore obbedisce. Ma essi preferivano sentire la parola del Signore per predicarla senza invece ascoltarla, senza fare l’esperienza della faticosa realizzazione della volontà di Dio attraverso un intelligente discernimento e un’azione piena di carità. Succede anche a noi di dire e poi di non agire conseguentemente, ma lo dobbiamo confessare ai fratelli e alle sorelle, senza pretendere di essere esemplari se non siamo coerenti nel nostro comportamento reale e quotidiano: siamo peccatori e ciò non va nascosto! Gesù definisce questo comportamento “ipocrisia” e lo condanna, perché di fatto favorisce una cecità su se stessi, fino a credere di vedere e addirittura a giudicare gli altri come ciechi (cf. Gv 9,41). Costoro fingono, recitano una parte senza essere né convinti né conseguenti.

Segue un’altra accusa: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li impongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. Qui Gesù intravede la funzione assunta da scribi e farisei: spiegare la Legge, determinare il comportamento, interpretare il comando emanando precetti. E così la parola di Dio, data come Torah, insegnamento, diventava gravida di prescrizioni legali minuziosissime: in partenza lo scopo era quello di porre una siepe attorno alla Legge per custodirla, ma di fatto questi precetti umani finivano per essere pesi imposti sulle spalle soprattutto dei piccoli e dei semplici, pesi e fatiche che loro, i pretesi legislatori, non conoscevano e certamente non portavano. Di fatto, in tal modo si annullava la parola di Dio, la si eludeva con abilità, si svuotava il comando dato dal Signore (cf. Mc 7,8-13; Mt 15,3-6)…

Ma la lettura di Gesù va più a fondo: “Tutte le loro azioni le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange”. Questo è il vizio di chi pensa di avere un potere sugli altri e vuole dunque mostrarlo, per essere riconosciuto dalla gente: farsi vedere per testimoniare la fede, a fin di bene, per educare gli altri e dare il buon esempio… Quante volte questi atteggiamenti coprono intenzioni squallide e menzognere! Le testimonianze devono essere lette da chi vede e ascolta, non date da chi dovrebbe solo vivere, senza fare narrazioni di sé e delle proprie azioni: saranno gli altri, con il loro discernimento, a giudicare la verità o la falsità di chi deve parlare solo del Signore, non di se stesso. Questo esibizionismo religioso purtroppo è tanto presente, ancora oggi, nelle nostre chiese!

Di seguito Gesù menziona alcuni status symbol, tanto amati perché utili a creare consenso. Quelli che il Signore aveva chiesto come segni (’ot), diventati filatteri (tephillin, da tephillah, “preghiera”), anziché ricordare a chi li portava il Dio liberatore (cf. Es 13,9.16; Dt 6,8; 11,18), finivano per essere sempre più vistosi perché gli altri li ammirassero (come quelli che tirano fuori dalle tasche in mezzo agli altri un rosario, per essere considerati uomini o donne di preghiera!). Non solo, costoro allargavano anche le frange, cioè i fiocchi (tzitzit) nel loro mantello di preghiera, non per ricordarsi di Dio (cf. Nm 15,37-41), ma per farsi ammirare come uomini di preghiera. È la perversione di strumenti dati da Dio per confermare la fede e l’ascolto la sua parola e invece divenuti, attraverso un meccanismo perfido, strumenti per ricevere applausi e onori!

E così ecco la conseguenza: “Amano i posti d’onore nei banchetti, i primi seggi nelle sinagoghe, i saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati ‘maestri’ dalla gente”. Quando si esercita l’autorità, si è facilmente preda di queste tentazioni: si è ossessionati dalle vesti, si è abbigliati come quelli che stanno nei palazzi del potere (cf. Mt 11,8; Lc 7,25), e magari si afferma di comportarsi così solo per dare gloria a Dio e prestigio alla chiesa, professando una falsa umiltà. Sappiamo che sotto vestiti ricercati e orpelli sontuosi si nascondono ecclesiastici umilissimi o poveri: non si tratta dunque di dare giudizi sulle persone, ma di indicare dati oggettivamente in contraddizione con il modo di vivere di Gesù, richiesto a chi fa riferimento al suo Nome. D’altra parte, è sempre valida l’osservazione di Yves Congar:

Si può beneficiare ordinariamente di privilegi senza arrivare a pensare che sono dovuti? O vivere in un certo lusso esteriore senza contrarre certe abitudini? E essere onorati, adulati, trattati in forme solenni e prestigiose, senza mettersi moralmente su un piedistallo? È possibile comandare e giudicare, ricevere uomini in atteggiamento di richiesta, pronti a complimentarci, senza prendere l’abitudine di non più veramente ascoltare? Si può trovare davanti a sé dei turiferari senza prendere un po’ il gusto dell’incenso?

E qual è il luogo migliore per apparire se non i pranzi e le cene con quelli che in questo mondo contano? Cene e ricevimenti che forniscono un autocompiacimento egocentrico, occasioni nelle quali risuonano grandi e altisonanti titoli onorifici, svolazzanti fasce colorate… Allora il titolo era “rabbi”, “maestro” (non ancora termine tecnico per indicare gli attuali rabbini); oggi ce ne sono molti di più, mediati dalla mondanità più banale: si pensi per esempio a “eccellenza”, titolo estraneo nella chiesa fino al secolo scorso e poi mutuato dal fascismo, che chiamava “eccellenza” i prefetti…

Dobbiamo dirlo: sovente siamo caduti nel ridicolo, e oggi molti leggono tante ostentazioni ecclesiastiche come vuote e controproducenti; ma la cecità è tale che tutto sembra continuare come nelle corti bizantine o rinascimentali, se si esclude qualche eccezione. E invece nella comunità cristiana ogni titolo deve significare ciò che viene realmente vissuto, non deve essere un orpello onorifico. Per questo Gesù avverte i suoi discepoli: “Ma voi non così, non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro Maestro (didáskalos) e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre (patér) vostro, quello nei cieli. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida (katheghétes), il Cristo”. Il discepolo di Gesù è avvertito: rabbi e guida sono titoli che vanno applicati solo a lui, il Cristo di Dio, così come solo Dio va invocato quale Padre. Parole nette, chiare, alle quali però raramente si è rimasti fedeli, perché già nella chiesa antica si sono definiti padri quelli che hanno generato a Cristo nella fede fratelli e sorelle e sono stati chiamati maestri e guide quanti erano incaricati dell’insegnamento e del discernimento spirituale nella comunità cristiana.

Ciò che è decisivo in questo avvertimento di Gesù si trova alla fine del nostro brano: chi è più grande o chi è il primo della comunità cristiana – e ci deve essere chi è più grande, chi presiede i fratelli e le sorelle – sia servo di tutti, si abbassi e si spogli di ogni potere e arroganza, sull’esempio di Gesù, il Servo del Signore, e così sarà innalzato (cf. Fil 2,5-11). Altrimenti sarà abbassato, deposto dal trono, retrocesso nel banchetto celeste. A questo punto Gesù continua ad ammonire scribi e farisei fino alla fine di questo capitolo, pronunciando i sette “guai”, che non sono maledizioni ma avvertimenti, aspri richiami in vista della conversione, invettive e lamenti pronunciati da chi continua a sperare che i destinatari di queste parole possano fare ritorno a Dio. In ogni caso, dovremmo leggerli facendo memoria del commento di Girolamo: “Guai a noi, miserabili, che abbiamo ereditato i vizi degli uomini religiosi!”.

 

di seguito il video del commento al vangelo di p. Maggi:

il commento al vangelo della domenica

“Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” 

22 ottobre 2017 
XXIX domenica del tempo Ordinario 

Mt 22,15-21
In quel tempo i farisei consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
il commento al vangelo di E. Bianchi:

 

Negli ultimi giorni prima di essere catturato e subire la morte vergognosa di croce, a Gerusalemme Gesù si è scontrato con quelli che sarebbero stati i suoi accusatori durante il processo. Alcune di queste controversie sono testimoniate dal vangelo secondo Matteo, in dipendenza da Marco: la controversia con i farisei e gli erodiani circa il tributo a Cesare (cf. Mt 22,15-22), la controversia con i sadducei sulla resurrezione dei morti (cf. Mt 22,23-33), le controversie con i farisei sul comandamento più grande e sulla signoria del Messia rispetto a David (cf. Mt 22,34-46), e infine un attacco preciso di Gesù nei confronti di questi suoi avversari, che si estende su un intero capitolo (cf. Mt 23).

Oggi la liturgia ci propone il racconto della prima controversia, quella sul pagamento del tributo a Cesare. Non si dimentichi però che Gesù si era già trovato in precedenza di fronte a un problema analogo. Al capitolo 17 (vv. 24-27) – testo purtroppo tralasciato dal lezionario domenicale nonostante sia presente solo in Matteo – si narra che a Cafarnao si avvicinano a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli chiedono: “Il vostro maestro non paga la tassa?”. Pietro risponde: “Sì!”, perché Gesù non si sottraeva ai precetti della Torah che comandavano questo tributo (cf. Es 30,11-16). Poi, all’entrare in casa, Gesù interroga Pietro: “Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi?”. E Pietro risponde: “Dai sudditi, non dai familiari”. Allora Gesù replica: “Di conseguenza, i figli sono esenti. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te”.

È un testo importante, perché ci rivela innanzitutto che Gesù, essendo il Figlio, ed essendo i discepoli suoi fratelli, quindi anch’essi figli di Dio, non devono pagare tributi a intermediari tra Dio e loro; testimonia inoltre che Gesù non vuole mai scandalizzare, mettere inciampi, dunque compie ciò che non è male e che può essere fatto guardando al bene dell’altro. Questo racconto ci testimonia in ogni caso l’obbedienza alla Legge da parte di Gesù: egli non è un ribelle, non è un contestatore della Legge, e solo quando questa viene pervertita dagli esseri umani, sconfessando così l’intenzione del Legislatore, il Signore, e rendendo l’umanità schiava dei precetti, allora può essere fatta cadere e non obbedita. Insomma, anche qui valgono le parole di Gesù: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Mc 2,27).

Gesù paga i tributi, come Pietro aveva detto a quegli esattori. Ma qui farisei ed erodiani vogliono far cadere Gesù in un tranello, complottando contro di lui. D’altronde i partigiani di Erode, il re della Giudea posto al potere dei romani, dunque collaborazionisti con l’impero, chiedevano che i giudei pagassero le tasse a Cesare, a differenza dei farisei che su tale questione avevano un atteggiamento variegato al loro interno. Alcuni erano intransigenti e, se anche non partecipavano alla lotta armata degli zeloti, pensavano che almeno non si dovessero versare tributi all’autorità occupante e idolatrica. Altri, invece, ammettevano come male minore il sistema erariale imposto. In questo caso, seppur partendo da posizioni antitetiche, capi dei farisei ed erodiani trovano un accordo contro Gesù e inviano dei farisei anonimi a interrogarlo.

Costoro tessono un elogio di Gesù: riconoscono la sua capacità di dire la verità in ogni situazione, la sua coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, il suo non avere uno sguardo partigiano o pauroso, il suo parlare senza tenere conto dell’aspetto di alcuno. Ma ecco, dopo questa captatio benevolentiae, il tentativo di farlo cadere: “Maestro, è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. Se Gesù rispondesse negativamente, allora mostrerebbe di essere un contestatore dell’imperatore, un nemico di Roma; se, al contrario, rispondesse affermativamente, potrebbe essere collocato tra i collaborazionisti dell’impero, odiati dalla gente semplice. Ma Gesù, anziché rispondere direttamente, spiazza i suoi interlocutori: prima svela la loro malizia e ipocrisia, chiedendo per quale motivo vogliono tentarlo, poi chiede loro di mostrargli una moneta e li interroga sull’effigie stampata su di essa e sull’iscrizione. Costoro rispondono ovviamente che l’immagine e l’iscrizione sono di Cesare, allora Gesù pronuncia la famosa parola: “Restituite (verbo apodídomi) dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.

Frase lapidaria, che ha solcato i secoli e che viene spesso invocata quando sorgono tensioni tra ciò che si deve a Dio e gli obblighi verso i poteri di questo mondo. In verità, questa parola di Gesù va innanzitutto compresa in profondità e letta in primo luogo nella situazione concreta di Gesù stesso, non applicata in modo letterale all’oggi. Come non ricordare, invece, l’abuso che i cristiani hanno fatto di questo detto? È su questa parola di Gesù che è stata elaborata in occidente la “teoria delle due spade”, secondo la quale la chiesa, che detiene il potere di Dio, pur rispettando Cesare esercita una giurisdizione superiore sui poteri di questo mondo, i quali devono esserle sottomessi: è la teocrazia medievale, secondo cui la chiesa detiene il potere assoluto e il re un potere subalterno. Quanto all’oriente, si ricordi la posizione simmetrica e contraria, il cosiddetto cesaropapismo, che considera l’imperatore, il basileús, come vescovo dei vescovi e capo supremo della chiesa sulla terra.

Ora, il detto di Gesù non allude affatto a queste o simili posizioni, e quando in epoca moderna la separazione tra chiesa e stato è diventata effettiva nella società, o per imposizione dello stato o per negoziazione (i concordati), in verità il problema non è stato risolto: il potere mondano a volte vuole confinare la chiesa nello spazio del privato; altre volte la chiesa vuole diffondere la religione civile che conviene allo stato, ricevendo in cambio da esso protezione e favori. La celebre parola di Gesù va dunque sempre ricompresa a partire da alcune semplici verità. Dicendo: “Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”, Gesù si tiene lontano da una politicizzazione di Dio così come da una sacralizzazione del potere politico. Cesare non è né Dio né divino, come invece indicava l’iscrizione sulla moneta: “Tiberio Cesare figlio del divino Augusto, Augusto”; nello stesso tempo, Dio non può prendere il posto di Cesare attraverso l’istituzione religiosa. Saremmo di fronte a due forme di idolatria che sconfessano l’autentica signoria di Dio, offendendola o pervertendola. Cesare non può pretendere per sé l’adorazione, non può pretendere di legiferare contro le convinzioni del cristiano, che in questo caso ha il dovere di obbedire a Dio piuttosto che al potere politico (cf. At 5,29), ma ha un compito ben preciso: ordinare la società, affinché possa vivere nella logica della libertà e del bene comune. Potremmo dire che i doveri verso Dio sono annunciati a tutti, ovunque e sempre, ma ciò che si deve a Cesare, le tasse e i tributi, vanno assolutamente pagati. Ogni cristiano, così come ogni figlio di Israele, è in alleanza con il Signore e porta sulla propria mano l’iscrizione: “Io appartengo al Signore” (cf. Is 44,5), e tuttavia vive nella polis, riconoscendo l’autorità politica e obbedendo a essa in ciò che non contraddice la volontà e la signoria di Dio. La moneta porta impressa l’effigie di Cesare, ma l’uomo porta impressa l’immagine di Dio (cf. Gen 1,27), dunque a Dio deve “restituire” se stesso interamente e obbedire a lui; a Cesare deve invece restituire quanto gli appartiene, non il proprio cuore!

Certamente con questa parola Gesù non voleva risolvere i nostri litigi e le nostre lotte politiche, perché ciò spetta alla nostra responsabilità che nasce da un discernimento che dobbiamo operare da noi stessi, come egli stesso ha avvertito: “Perché non giudicate, non discernete da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,57). Gesù non è stato e non ha voluto essere un Messia politico; e se ha confessato di essere Re, ha subito aggiunto di esserlo non come i re di questo mondo (cf. Gv 18,36). Non è stato dunque un Cesare contro Cesare, ma ha rispettato e ha chiesto di rispettare l’autorità stabilita e di onorare i suoi diritti, in quanto autorità umana necessaria, sempre sottomessa alla complessità della realtà sociale e politica di un’epoca precisa. Per questo Paolo domanderà ai cristiani di sottomettersi alle autorità civili (cf. Rm 13,1-7; Tt 3,1), e analogamente farà anche l’apostolo Pietro: “Agite da uomini liberi,… quali servi di Dio. Onorate tutti, amati i vostri fratelli, temete Dio, rispettate il re” (1Pt 2,16-17). Queste direttive apostoliche – non lo si dimentichi – vengono date in un’epoca di persecuzione dei cristiani da parte dell’impero romano…

Il cristiano deve pertanto essere un cittadino leale e capace di onorare il suo dovere verso lo Stato, ma sarà servo di Dio, mai servo degli uomini o di poteri umani; e soprattutto, si sentirà chiamato a una cittadinanza (políteuma) nel regno di Dio, nei cieli (cf. Fil 3,20). Il cristiano sarà fedele alla terra, senza esenzioni né evasioni dalla storia, senza invocare spiritualizzazioni o fughe “angeliche”, ma opererà nel mondo secondo la volontà del Signore, cercando il bene comune, la libertà, la giustizia, la riconciliazione, la pace. Restituire a Dio ciò che è di Dio significa rendergli un’umanità che non porta solo la sua immagine indelebile ma che si è fatta a lui rassomigliante: questo restituirgli l’umanità rassomigliante è il cammino dell’umanizzazione!

Con la presente controversia si avvicina per Gesù il dramma della passione, ormai imminente, e il processo politico, quando Gesù sarà accusato di “sobillare il popolo e di impedire di pagare i tributi a Cesare” (cf. Lc 23,2). Ormai i nemici di Gesù, che non riescono a farlo cadere con un tranello, sono decisi ad accusarlo falsamente, al fine di eliminarlo per sempre.

 

di seguito il video e il commento al vangelo di p. Maggi:

 

Dopo la serie di invettive con le quali Gesù ha accusato i capi spirituali del popolo di essere ladri e assassini – ladri perché si sono impadroniti del popolo e assassini perché hanno usato la violenza – c’è ora il contrattacco da parte di questi capi, che però hanno un problema. Gesù è seguito da tanta folla allora c’è bisogno di screditarlo.

Il vangelo che leggiamo, al capitolo 22 di Matteo, versetti 15-21, è il primo di una serie di attacchi con i quali i capi religiosi, i capi spirituali tenteranno di screditare Gesù, gli tenderanno delle trappole per diffamarlo e screditarlo di fronte alla gente.
Leggiamo. Allora. L’allora collega questo episodio alla denuncia che Gesù ha fato con la parabola degli invitati alle nozze che hanno rifiutato quest’invito per motivi di interesse. La convenienza è quella che determina l’agire dei capi religiosi. Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio … questa espressione nei vangeli ha sempre un significato negativo di un complotto contro Gesù … per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi.
Quindi ora c’è una serie di trappole che vengono tese a Gesù, ma dalle quali Gesù uscirà tendendo lui a sua volta le trappole ai suoi accusatori. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, e qui c’è una sorpresa, con gli erodiani. Farisei ed erodiani si detestavano perché gli erodiani sono quelli del partito di Erode, che era un re fantoccio messo su dai romani, e i farisei detestavano questo re.
Tra di loro c’era una grande inimicizia, ma ora hanno un pericolo comune. Gesù è pericoloso sia per i farisei che per gli erodiani, allora si metono insieme in combuta per eliminarlo. A dirgli “Maestro” … atenzione a questo ttolo, nel vangelo di Mateo è sempre in bocca agli avversari di Gesù o a coloro che gli sono ostli, ma fa parte di quel linguaggio curiale usato per addolcire quello che vogliono dire. “Sappiamo che tu sei veritero e insegni la via di Dio secondo verità”.
Quest’affermazione è vera, quindi riconoscono che Gesù afferma la via di Dio secondo verità, ma perché? “Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno.” Il contraltare è che loro, invece, Gesù li ha accusati che tutto quello che fanno è per essere ammirati, ecco la diferenza. I farisei tutto quello che fanno è per essere glorificati, per essere ammirati, Gesù tutto quello che fa non è per la propria convenienza, ma per la convenienza del bene dell’uomo.
Quando si mette il valore dell’uomo come principio assoluto che regola la propria esistenza non si guarda in faccia a nessuno, non ci si cura dell’opinione della gente. Ed ecco l’insidia, “Dunque di’ a noi il tuo parere”, il termine è all’imperatvo non è una richiesta, ma un’imposizione, “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?” Cos’era il tributo a Cesare?
Da quando era stato nominato per la Giudea un procuratore romano nel VI d.C, c’era una tassazione per tutti, uomini e donne, dai 12 ai 65 anni. La domanda è tendenziosa. Perché? Perché proprio a causa del pagamento di questo tributo c’erano state tante sollevazioni. Basta pensare a quella famosa di Giuda il Galileo che si ribellò a questa tassa. Ebbene la domanda è una trappola, perché gli chiedono se è lecito o no pagare il tributo a Cesare, non dimentchiamo che siamo dentro l’area del tempio, come Gesù risponde si danneggia.
Perché se Gesù dice “Sì è lecito pagare il tributo a Cesare” va contro la legge per la quale l’unico Signore del popolo, l’unico riconosciuto come tale, è Dio. Se al contrario dice “No non paghiamo” ecco che era un sovvertitore, un ribelle, come era stato Giuda il Galileo. Siamo all’interno del tempio, ci sono le guardie e Gesù può essere subito arrestato.
Quindi Gesù come risponde si danneggia, sia che si dica favorevole, sia che si esprima contrario al pagamento di questo tributo. Ed ecco, a farisei ed erodiani che hanno teso una trappola a Gesù, tende loro a sua volta una trappola. Gesù a bruciapelo dice: “Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Ma nel tempio era severamente proibito portare monete romane, perché per la legge espressa nel libro del Deuteronomio, nei comandament, si proibisce di fare qualunque fgura umana.
Pertanto nel luogo più santo di Gerusalemme, il tempio, era assolutamente proibito portare monete, monete romane, che avevano delle efgi umane. All’ingresso del tempio c’erano dei cambiavalute che cambiavano le monete romane con le monete permesse nel tempio. Ma l’interesse – è questa la denuncia che sta facendo l’evangelista – è il vero Dio di quest farisei. Loro, che sono ossessionatidall’idea del puro e dell’impuro, che sono meticolosi, sono scrupolosi, quando si trata di denaro non vanno tanto per il sotle.
Nel tempio, nel luogo più sacro, essi portano una monete che, agli occhi della religione, è considerata impura. Ma per gli interessi, per la convenienza, passano al di sopra di tuto questo. Ecco allora la trappola di Gesù quando loro ingenuamente gli presentano un denaro. Egli domandò loro: “Quest’immagine e l’iscrizione, di chi sono?” Gli risposero: “Di Cesare”. Infat il denaro romano portava da una parte l’immagine di Tiberio con la scrita “Cesare fglio del divino Augusto, pontefce massimo”, e nel suo rovescio, c’era la madre dell’imperatore rappresentata come la dea della pace.
Comunque due fgure umane. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro… Loro hanno chiesto se è lecito pagare o no, Gesù non risponde se sia lecito o no pagare, lui usa un altro verbo che è “rendete”, cioè “resttuite”. “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare”. Se non volete la sua dominazione non dovete usare i suoi benefci, per cui questo denaro non è vostro, resttuitelo a Cesare.
Ma, ed è qui che l’evangelista vuole arrivare, “E a Dio quello che è di Dio”. Cos’è che devono restituire a Dio e che è di Dio? Gesù nella parabola dei vignaioli omicidi ha accusato i capi religiosi e i capi spirituali che per interesse si sono impadroniti della vigna del Signore, si sono messi tra Dio e il popolo, imponendo le loro tradizioni, le loro leggi, occultando e oscurando l’amore di Dio per il suo popolo. Quindi bisogna disconoscere da una parte la signoria di Cesare, ma restituire quella di Dio che è stata usurpata dai farisei.
A queste parole, commenta l’evangelista, rimasero stupiti, meravigliati, e, lasciatolo, e se ne andarono. Se ne vanno per poi tornare, infatti più avanti torneranno alla carica con uno di loro, con un esperto, con un dottore della legge. E questa è soltanto la serie degli attacchi contro Gesù che faranno farisei, erodiani, sadducei e dottori della legge.

il commento al vangelo della domenica

NON TI DICO FINO A SETTE VOLTE, MA FINO A SETTANTA VOLTE SETTE

il commento al vangelo della ventiquattresima domenica del tempo ordinario (17 settembre 2017):

 

Mt 18,21-35

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sete volte?». E Gesù gli rispose: «Non t dico fino a sete volte, ma fino a settanta volte sete.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talent. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e t restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e t restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tuto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io t ho condonato tuto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tuto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

il commento  di Ermes Ronchi:

«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. L’unica misura del perdono è perdonare senza misura. Perché il Vangelo di Gesù non è spostare un po’ più avanti i paletti della morale, ma è la lieta notizia che l’amore di Dio non ha misura. Perché devo perdonare? Perché cancellare i debiti? La risposta è molto semplice: perché così fa Dio.
Gesù lo racconta con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore, qualcosa come il bilancio di una città: un debito insolvibile. «Allora il servo, gettatosi a terra, lo supplicava..»” e il re provò compassione. Il re non è il campione del diritto, ma della compassione. Sente come suo il dolore del servo, e sente che questo conta più dei suoi diritti. Il dolore pesa più dell’oro. E per noi subito s’apre l’alternativa: o acquisire un cuore regale o mantenere un cuore servile come quello del grande debitore perdonato che, “appena uscito”, trovò un servo come lui.
“Appena uscito”: non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un’ora dopo. “Appena uscito”, ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato, appena restituito al futuro e alla famiglia. Appena dopo aver fatto l’esperienza di come sia un cuore di re, «presolo per il collo, lo strangolava gridando: “Dammi i miei centesimi”», lui perdonato di miliardi!
Eppure, questo servo “‘malvagio” non esige nulla che non sia suo diritto: vuole essere pagato. È giusto e spietato, onesto e al tempo stesso crudele. Così anche noi: bravissimi a calare sul piatto tutti i nostri diritti, abilissimi prestigiatori nel far scomparire i nostri doveri. E passiamo nel mondo come predatori anziché come servitori della vita.
Giustizia umana è “dare a ciascuno il suo”. Ma ecco che su questa linea dell’equivalenza, dell’equilibrio tra dare e avere, dei conti in pareggio, Gesù propone la logica di Dio, quella dell’eccedenza: perdonare settanta volte sette, amare i nemici, porgere l’altra guancia, dare senza misura, profumo di nardo per trecento denari.
Quando non voglio perdonare (il perdono non è un istinto ma una decisione), quando di fronte a un’offesa riscuoto il mio debito con una contro offesa, non faccio altro che alzare il livello del dolore e della violenza. Anziché annullare il debito, stringo un nuovo laccio, aggiungo una sbarra alla prigione.
Perdonare, invece, significa sciogliere questo nodo, significa lasciare andare, liberare dai tentacoli e dalle corde che ci annodano malignamente, credere nell’altro, guardare non al suo passato ma al suo futuro. Così fa Dio, che ci perdona non come uno smemorato, ma come un liberatore, fino a una misura che si prende gioco dei nostri numeri e della nostra logica.

 

il commento di p. E. Bianchi:

Terminiamo la lettura del quarto dei cinque grandi discorsi di Gesù nel vangelo secondo Matteo, detto anche discorso ecclesiale o comunitario, perché in esso sono contenuti insegnamenti riguardanti la vita dei discepoli viventi in comunità, nelle chiese. Viene innanzitutto riferito il contesto dell’insegnamento di Gesù contenuto nella sua parabola. Avendo egli enunciato le esigenze della correzione fraterna e del perdono reciproco (cf. Mt 18,15-20), Pietro solleva una questione alla quale Gesù risponde subito in modo perentorio, ma poi rivela “in proposito” (diá toûto) cosa accade nel regno dei cieli, quale comportamento l’azione di Dio ispira ai discepoli. Questa pagina è un insegnamento decisivo nella vita ecclesiale, e dobbiamo confessare che noi cristiani la leggiamo spesso e volentieri, ma poi non riusciamo a metterla in pratica quando siamo coinvolti in dinamiche analoghe.

Pietro dunque si avvicina a Gesù e gli chiede: “Signore, se il mio fratello pecca contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette (numero di pienezza e totalità) volte?”. Domanda comprensibile: si può perdonare senza tenere conto del numero di volte in cui il perdono viene rinnovato? Se uno continua a compiere lo stesso male contro di me, fino a quante volte posso perdonarlo? Certamente Pietro non dimentica che nella Torah sta scritto che Lamech, il sanguinario figlio di Caino, canta la ripetizione della vendetta fino a sette e poi fino a settanta volte sette (cf. Gen 4,23-24). Pietro è già misericordioso, perché in verità non è facile perdonare sette volte lo stesso peccato allo stesso offensore. Ma Gesù gli risponde con autorità: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, cioè sempre, all’infinito! Senza se e senza ma, il discepolo di Gesù perdona senza calcolare il numero delle volte. Di fronte a una tale dichiarazione l’ascoltatore resta stupefatto, forse anche esterrefatto, perché non è facile né comprendere né assumere questo atteggiamento. Ciò che Gesù chiede non è forse troppo? È possibile per l’essere umano perdonare sempre?

Allora Gesù spiega quelle sue parole così nette attraverso una parabola che, come sempre sulla sua bocca, è rivelazione, è un alzare il velo su Dio e sulla sua azione. Il racconto, che mette in scena un re e due servi debitori, si sviluppa in tre atti, seguiti da un commento conclusivo di Gesù(v. 35):

il re e il debitore nei suoi confronti (vv. 23-27);
il primo debitore e un fratello a sua volta debitore verso di lui (vv. 28-31);
il confronto definitivo tra il re e il primo debitore (vv. 32-34).
Un re vuole fare i conti con i suoi servi, ed ecco che gliene viene presentato uno il quale è debitore verso di lui di una cifra enorme, iperbolica: diecimila talenti, cioè cento milioni di denari (tenendo conto che un denaro corrisponde alla paga media giornaliera di un operaio), impossibile da rimborsare per un servo! Di fronte alla prospettiva della vendita dei suoi familiari come schiavi e della prigione per sé, quest’uomo si inginocchia davanti al re e lo supplica: “Sii grande di animo con me (sii paziente con me, makrothýmeson) e ti restituirò ogni cosa” (ciò che è impossibile!). Di fronte a tale disperazione e sofferenza il re, “mosso a viscerale compassione” (splanchnistheís), preso cioè da un sentimento di misericordia, lo lascia andare e gli condona il debito. Siamo in presenza di un re che esige l’osservanza della legge ma che, di fronte, a chi soffre perché non può ottemperare alla giustizia, fa regnare la misericordia e non più la legge. Egli ha un cuore capace di lasciarsi ferire dal male patito dal suo servo.

Ma ecco la scena simmetrica. Quest’uomo perdonato, radicalmente salvato insieme alla sua famiglia, esce libero, per vivere in pienezza di libertà e di relazioni; e subito incontra un suo compagno, anzi precisamente un suo con-servo (syndoúlos), debitore nei suoi confronti di una cifra modesta, cento denari, l’equivalente della paga di poco più di tre mesi di un lavoratore nella campagna. Appena lo vede, lo afferra al collo e lo soffoca intimandogli di saldare il debito. L’altro lo supplica con le medesime parole da lui usate in precedenza: “Sii grande di animo con me (sii paziente con me) e ti restituirò”. Ma egli non accetta, perciò lo fa gettare in prigione fino al momento della restituzione del debito. Nella prima scena il re perdona al servo, nella seconda il perdonato non perdona al fratello!

La differenza di comportamento tra i due creditori è messa in luce dalla terza scena. Quando il re viene a sapere dagli altri servi ciò che ha fatto il servo da lui perdonato, lo fa chiamare e lo apostrofa: “Servo cattivo, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà (eleêsai) del tuo con-servo, così come io ho avuto pietà di te?”. Ecco rivelato il fondamento di ogni azione di perdono: l’essere stati perdonati. Il cristiano sa di essere stato perdonato dal Signore con una misericordia gratuita e preveniente, sa di aver beneficiato di una grazia insperata, per questo non può non fare misericordia a sua volta ai fratelli e alle sorelle, debitori verso di lui in modo certo meno grave. In questa parabola – lo ripeto – non è questione di quante volte si deve dare il perdono, ma si tratta di riconoscere di essere stati perdonati e dunque di dover perdonare. Se uno non sa perdonare all’altro senza calcoli, senza guardare al numero di volte in cui ha concesso il perdono, e non sa farlo con tutto il cuore, allora non riconosce ciò che gli è stato fatto, il perdono di cui è stato destinatario. Dio perdona gratuitamente, il suo amore non va mai meritato, ma occorre semplicemente accogliere il suo dono e, in una logica diffusiva, estendere agli altri il dono ricevuto.

Comprendiamo così l’applicazione conclusiva fatta da Gesù. Le parole che egli pronuncia sono parallele, identiche nel contenuto, a quelle con cui chiosa la quinta domanda del Padre nostro – “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12); l’unica, non lo si dimentichi, da lui commentata.

Se voi perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi;
ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe. (Mt 6,14-15

Così anche il Padre mio che è nei cieli farà a voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello. (Mt 18,35)

Niente perdono da parte di Dio a noi, se noi non perdoniamo gli altri. O meglio, se non siamo ministri di questa misericordia ricevuta da Dio, che ci perdona sempre e ci ha perdonati una volta per tutte attraverso Gesù Cristo, egli ritira il suo perdono, come l’ha ritirato al servo inizialmente perdonato. Sarebbe una smentita del Dio che si professa e si proclama, l’essere da lui perdonati e poi non perdonare gli altri… La chiesa è una comunità di perdonati che perdonano, per questo al suo cuore c’è l’eucaristia, in cui si vive la remissione dei peccati a parte di Dio affinché siamo a nostra volta ministri di perdono e di misericordia nella chiesa stessa e nella compagnia degli uomini, nel mondo.

Da questa pagina il cristiano deve innanzitutto imparare a discernere il vero volto di Dio, quello che Gesù ci ha narrato (exeghésato: Gv 1,18), e saper sovrapporre questo volto ultimo e definitivo sugli altri che le Scritture stesse ci hanno consegnato. Non bisogna infatti nascondere che talvolta nelle Scritture appare tratteggiato un Dio che castiga e non esaudisce chi chiede pietà, un Dio che non reitera il perdono. Un esempio su tutti, che è una smentita letterale del Nome del Signore consegnato a Mosè (cf. Es 34,6-7), si trova all’inizio della profezia di Naum: “Un Dio geloso e vendicatore è il Signore, vendicatore è il Signore, pieno di collera. Il Signore si vendica degli avversari e serba rancore verso i nemici. Il Signore è lento all’ira, ma grande nella potenza e nulla lascia impunito” (Na 1,2-3).

Ma Gesù ci consegna l’ultima e definitiva narrazione di Dio. Per noi cristiani la misericordia di Dio è il tratto essenziale per conoscerlo ed è l’azione con cui Dio stesso ci mette in comunione con sé: è il modo in cui Dio rivela la sua onnipotenza! Non è facile accettare questo volto di Dio, perché tutte le religioni hanno sempre predicato un Dio che fa giustizia, che punisce il male commesso, che nella sua onnipotenza castiga. Non è facile perché noi umani abbiamo dentro di noi un concetto di “giustizia umana” e pretendiamo di proiettarlo su Dio. Ma Gesù ci ha rivelato il volto di Dio come volto di colui che

ci ha amati mentre gli eravamo nemici,
ci ha perdonati mentre peccavamo contro di lui,
ci è venuto incontro mentre noi lo negavamo (cf. Rm 5,8.10).

Ecco perché Gesù ci chiede addirittura l’amore verso i nemici (cf. Mt 5,43-47), novità del comandamento dell’amore del prossimo (cf. Mt 19,19; 22,39; Lv 19,18) esteso fino al nemico. In obbedienza al Signore Gesù, dunque, l’amore e il perdono del cristiano siano gratuiti, senza calcoli né restrizioni, “di cuore”. Se il cristiano perdona facendo calcoli, svaluta quel perdono che proclama a parole. Perdonare l’imperdonabile: questa l’unica misura del perdono cristiano!

 
in video il commento  di p. Maggi:

 

doveroso ‘restare umani’

i migranti e il dovere di restare umani

di Enzo Bianchi

in “la Repubblica” dell’11 agosto 2017

L’invito del presidente della Cei, cardinal Bassetti, ad affrontare il fenomeno dei migranti «nel rispetto della legge» e senza fornire pretesti agli scafisti è un richiamo all’assunzione di responsabilità etica ad ampio raggio nella temperie che Italia e Europa stanno attraversando. Un richiamo quanto mai opportuno perché ormai si sta profilando una “emergenza umanitaria” che non è data dalle migrazioni in quanto tali, bensì dalle modalità culturali ed etiche, prima ancora che operative con cui le si affrontano. Non è infatti “emergenza” il fenomeno dei migranti — richiedenti asilo o economici — che in questa forma risale ormai alla fine del secolo scorso e i cui numeri sia assoluti che percentuali sarebbero agevolmente gestibili da politiche degne di questo nome. E l’aggettivo “umanitario” non riguarda solo le condizioni subumane in cui vivono milioni di persone nei campi profughi del Medioriente o nei paesi stremati da conflitti foraggiati dai mercanti d’armi o da carestie ricorrenti, naturali o indotte.

L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea e della “millenaria civiltà cristiana”, così connaturale al nostro paese. È un impoverimento del nostro essere umani che si è via via accentuato da quando ci si è preoccupati più del controllo e della difesa delle frontiere esterne dell’Europa che non dei sentimenti che battono nel cuore del nostro continente e dei principi che ne determinano leggi e comportamenti. È un imbarbarimento che si è aggravato quando abbiamo siglato un accordo per delegare il lavoro sporco di fermare e respingere migliaia di profughi dal Medioriente a un paese che manifestamente vìola fondamenti etici, giuridici e culturali imprescindibili per la nostra “casa comune”.

Ora noi, già “popolo di navigatori e trasmigratori”, ci stiamo rapidamente adeguando a un pensiero unico che confligge persino con la millenaria legge del mare iscritta nella coscienza umana, e arriva a configurare una sorta di “reato umanitario” o “di altruismo” in base al quale diviene naturale minare sistematicamente e indistintamente la credibilità delle ong e perseguirne l’operato, affidare a un’inesistente autorità statale libica la gestione di ipotetici centri di raccolta dei migranti che tutti gli organismi umanitari internazionali definiscono luoghi di torture, vessazioni, violenze e abusi di ogni tipo, riconsegnare a una delle guardie costiere libiche quelle persone che erano state imbarcate da trafficanti di esseri umani con la sospetta connivenza di chi ora li riporta alla casella-prigione di partenza. Ora questa criticità emergenziale di un’umanità mortificata ha come effetto disastroso il rendere ancor più ardua la gestione del fenomeno migratorio attraverso i parametri dell’accoglienza, dell’integrazione e della solidarietà che dovrebbero costituire lo zoccolo duro della civiltà europea e che non sono certo di facile attuazione. Come, infatti, in questo clima di caccia al “buonista” pianificare politiche che consentano non solo la gestione degli arrivi delle persone in fuga dalla guerra o dalla fame, ma soprattutto la trasformazione strutturale di questa congiuntura in opportunità di crescita e di miglioramento delle condizioni di vita per l’intero sistema paese, a cominciare dalle fasce di popolazione residente più povere? E, di conseguenza, come evitare invece che i migranti abbandonati “senza regolare permesso” alimentino il mercato del lavoro nero, degli abusi sui minori e della prostituzione? L’esperienza di tante realtà che conosco e della mia stessa comunità, che da due anni dà accoglienza ad alcuni richiedenti asilo, mostra quanto sia difficile oggi, superata la fase di prima accoglienza e di apprendimento della lingua e dei diritti e doveri che ci accomunano, progettare e realizzare una feconda e sostenibile convivenza civile, un proficuo scambio delle risorse umane, morali e culturali di cui ogni essere umano è portatore. Non può bastare, infatti, il già difficilissimo inserimento degli immigrati accolti nel mondo del lavoro e una loro dignitosa sistemazione abitativa: occorrerebbe ripensare organicamente il tessuto sociale di città e campagne, la rivitalizzazione di aree depresse del nostro paese, la protezione dell’ambiente e del territorio, la salvaguardia dei diritti di cittadinanza. Questo potrebbe far sì che l’accoglienza sia realizzata non solo con generosità ma anche con intelligenza e l’integrazione avvenire senza generare squilibri. Sragionare per slogan, fomentare anziché capire e governare le paure delle componenti più deboli ed esposte della società, criminalizzare indistintamente tutti gli operatori umanitari, ergere a nemico ogni straniero o chiunque pensi diversamente non è difesa dei valori della nostra civiltà, al contrario è la via più sicura per piombare nel baratro della barbarie, per infliggere alla nostra umanità danni irreversibili, per condannare il nostro paese e l’Europa a un collasso etico dal quale sarà assai difficile risollevarsi. Anche in certi spazi cristiani, la paura dominante assottiglia le voci — tra le quali continua a spiccare per vigore quella di papa Francesco — che affrontano a viso aperto il forte vento contrario, contrastano la «dimensione del disumano che è entrata nel nostro orizzonte» e si levano a difesa dell’umanità. Purtroppo, stando “in mezzo alla gente”, ascoltandola e vedendo come si comporta, viene da dire che

stiamo diventando più cattivi e la stessa politica, che dovrebbe innanzitutto far crescere una “società buona”, non solo è latitante ma sembra tentata da percorsi che assecondano la barbarie.

Eppure è in gioco non solo la sopravvivenza e la dignità di milioni di persone, ma anche il bene più prezioso che ciascuno di noi e la nostra convivenza possiede: l’essere responsabili e perciò custodi del proprio fratello, della propria sorella in umanità.

la chiesa non straparli in nome di Gesù

Enzo Bianchi

“Gesù non ha mai parlato dei gay, la Chiesa taccia. Sì alle unioni civili”

Enzo BianchiIl priore di Bose Enzo Bianchi sostiene le ragioni del riconoscimento delle unioni civili tra persone omosessuali ed anche la separazione tra coniugi che non vanno più d’accordo. Lo ha affermato nel corso di una assemblea pastorale diocesana tenutasi a Trento, secondo quanto riporta L’Adige. «La Chiesa non può avvallare il divorzio, ma se due persone non stanno bene assieme, e si avvelenano reciprocamente l’esistenza, è meglio che si separino. – scrive il quotidiano trentino – Diversamente, se due persone dello stesso sesso si vogliono bene e sono propense ad aiutarsi ed a sostenersi reciprocamente è giusto che lo Stato preveda una regolarizzazione del loro rapporto». Il priore della comunità monastica di Bose ha tenuto una lezione magistrale dedicata interamente al valore cristiano della misericordia, poi ha risposto alle domande dei presenti.

«Dobbiamo chiedere scusa – ha detto Bianchi – alle famiglie per la presunta superiorità mostrata dai religiosi nei tempi passati: la vita di coppia è molto difficile, e noi dobbiamo essere in grado di riconoscere il grande merito di chi sceglie di costruire un nucleo famigliare. Tuttavia, in una realtà in cui tutto è precario, dal lavoro alle relazioni, non possiamo aspettarci che l’amore o la famiglia non lo sia. Su questo, però, non possiamo permetterci in alcun modo di giudicare, né, tantomeno, di escludere» riporta ancora l’Adige.

 Enzo Bianchi ha spiegato che «se Cristo nel Vangelo parla del matrimonio come unione indissolubile nulla dice in merito all’omosessualità. L’onestà, quindi, ci obbliga ad ammettere l’enigma, a lasciare il quesito senza una risposta. Su questo, io vorrei una Chiesa che, non potendo pronunciarsi, preferisca tacere. Che la Chiesa faccia il matrimonio per persone dello stesso sesso – ha concluso – è una cosa senza senso. Tuttavia, se lo Stato decide di regolarizzare una realtà affettiva, lasciamo fare, applicando la misericordia come vuole il Vangelo, non come la vogliamo noi».

i segni distintivi del pontificato di papa Francersco

una riforma spirituale

  di Enzo Bianchi

in “L’Osservatore Romano” del 30 dicembre 2016

Papa Francesco, appena varcata la soglia degli ottant’anni, ha segnato con la serenità che lo contraddistingue i momenti tradizionalmente legati alla fine di un anno civile: l’incontro con la curia romana e i messaggi di Natale e per la giornata mondiale della pace di Capodanno.

Vigilante e visionario, il Pontefice appare un uomo forte, in buona salute, un cristiano che si nutre di fede convinta, un pastore che conosce la sollecitudine per ogni pecora a cominciare da quella smarrita, per la Chiesa che presiede, per le Chiese cristiane tutte. Presto si compiranno quattro anni dall’inizio del suo servizio papale e forse possiamo decifrare cosa abbia significato e significhi nella Chiesa e nel mondo la successione all’apostolo Pietro di un vescovo che proviene non solo, come si ripete, dalle periferie del mondo, ma anche e soprattutto dagli interiora ecclesiae.

Occorre ascolto del suo magistero, ascolto della società e della storia nella consapevolezza che gli effetti di un pontificato sono la conseguenza non solo del Papa, ma anche dei collaboratori, chiamati a corrispondere alle sue intenzioni profonde. Il primo elemento sottolineato da molti è che, con l’avvento di Francesco, si è sviluppato un clima nuovo, nel quale si sono sopite paure e inibizioni, un clima di maggiore libertà, come aveva auspicato Paolo VI nell’udienza generale del 9 luglio 1969:

«Avremo quindi un periodo nella vita della Chiesa, e perciò in quella d’ogni suo figlio, di maggiore libertà, cioè di minori obbligazioni legali e di minori inibizioni interiori. Sarà ridotta la disciplina formale, abolita ogni arbitraria intolleranza, ogni assolutismo; sarà semplificata la legge positiva, temperato l’esercizio dell’autorità, sarà promosso il senso di quella libertà cristiana, che tanto interessò la prima generazione cristiana».

In anni non lontani, e spesso in Italia, si registrava una situazione dove prosperavano, determinando contrapposizioni e divisioni, quanti arrivavano ad accusare altri fedeli di scarsa fede cattolica, di eresia, in una logica sempre più esclusivista. Un clima che inibiva chi, avendo opinioni diverse, non aveva il coraggio di parlare. Questo clima è ormai memoria del passato. Papa Francesco non fa nulla che possa ispirarsi a una logica di contrapposizione ma, al contrario, cerca instancabilmente di destare comunione. Esistono sì gruppi e componenti della Chiesa che non si limitano a una critica rispettosa, ma si spingono fino a delegittimare il Pontefice con accuse grottesche e polemiche insistenti. Tuttavia non intaccano il clima generale che favorisce quella “opinione pubblica” nella Chiesa di cui già Pio XII nel 1951 lamentava la mancanza, clima che stimola il confronto e rende la Chiesa una comunione rispettosa delle diversità, e per questo spiritualmente più ricca, e vi è maggiore libertà teologica e pastorale nell’annuncio dell’unico Vangelo.

Questa diversità di doni è più evidente anche grazie alla mutata posizione dei movimenti nella Chiesa, favorita da Papa Francesco. Di alcuni si constatava una certa aggressività, narcisismo e autoreferenzialità che portavano a giudicare gli altri cristiani come mediocri e a percepirsi come la parte migliore della Chiesa: una realtà carismatica, che tuttavia rischiava di favorire posizioni da Chiesa parallela. La stessa Pentecoste, compimento del mistero pasquale, sembrava declassata a festa dei movimenti. Il Pontefice, senza alcun gesto di ostilità, ha accolto queste nuove realtà non chiedendo loro se non di resistere alle tentazioni del proselitismo, della testimonianza muscolare, del volersi contare, del professare la fede “contro”, ma di porsi invece nella sinfonia ecclesiale, proprio in obbedienza allo Spirito santo che li ha suscitati. Così la Chiesa si mostra oggi più che mai “popolo di Dio”, espressione cara a Francesco non solo per la matrice conciliare, ma perché capace di indicare la qualità quotidiana, “popolare”, non elitaria della comunità cristiana.

Ma ciò che in modo più evidente è accaduto in questo pontificato è il nuovo slancio conferito  all’ecumenismo. Pareva stagnante, al punto che alcuni parlavano di “inverno ecumenico”, ma il Papa, con gesti inattesi e impensabili più ancora che con parole, ha ridestato quel desiderio di unità che aveva accompagnato la stagione postconciliare nella Chiesa cattolica e parallelamente nelle altre Chiese. Mosso dalle convinzioni, ribadite più volte, che l’ecumenismo si fa innanzitutto camminando insieme e che il martirio di tanti fratelli e sorelle cristiani realizza un “ecumenismo del sangue”, il Pontefice ha fatto dei suoi viaggi delle pietre miliari del dialogo con le altre Chiese. A Torino ha voluto incontrare la comunità valdese, sempre rimasta nel cono d’ombra dell’ecumenismo cattolico. Cuba è stata la tappa imprevista e irrituale che ha coronato la sua tenacia nel ricercare l’incontro, come fratello, con Cirillo, patriarca di Mosca. La visita in Georgia si è rivelata capace di superare anche la non reciprocità nell’accoglienza ecclesiale. La presenza a Lund ha significato fare memoria, con le comunità protestanti, dei cinque secoli della Riforma: non per festeggiare una rottura della comunione ecclesiale, ma per rileggere quegli eventi cercando di evidenziarne le intenzioni evangeliche e per riconoscere di fronte all’unico Signore le rispettive colpe. Nessun Papa dopo Paolo VI ha osato quanto Francesco nell’andare incontro a un’altra Chiesa, a costo di umiliarsi nella propria persona purché il servizio papale potesse essere vissuto come un misericordioso presiedere nella carità. Va poi evidenziato lo sforzo di Francesco per portare a compimento il concilio Vaticano II nel suo progetto di dialogo con il mondo e la modernità.

La Chiesa è stata sovente tentata di esercitare il ministero della condanna, dell’intransigenza per il bene delle anime cattoliche; il Pontefice, per il bene di tutti, cristiani o meno, vuole instaurare una cultura del dialogo, un esercizio dell’ascolto della società e della storia, un discernimento per poter camminare insieme. Ecco perché la Chiesa è stata invitata con l’anno della misericordia, sigillo dei due sinodi, a essere inclusiva e non escludente, ad andare incontro a chi ha peccato, accordandogli il perdono di Dio e annunciando la misericordia senza confini. Ma è significativo che proprio sullo stile e la prassi della misericordia il Papa abbia conosciuto e conosca l’opposizione più dura, una vera contestazione. Non si può tacere che ciò avvenne anche nei confronti di Gesù, come testimoniano i vangeli. Cosa lo ha portato alla condanna? L’annuncio del volto misericordioso di Dio, null’altro: Gesù non ha contraddetto la Torah, ma l’ha posta sotto il primato dell’amore fraterno e della misericordia di Dio. Sempre all’insegna della misericordia, “cuore per i miseri”, va compresa la sua passione per i poveri, gli ultimi, gli scartati della storia, le vittime della società: tutti figli di Dio, con la stessa dignità. Una «Chiesa povera e per i poveri» e dunque una Chiesa di “beati” secondo il Vangelo: questo desidera Francesco ed è ciò a cui si sente impegnato dal nome del santo di Assisi che ha voluto assumere. I suoi viaggi nel Mediterraneo, attraversato da migranti, la sua sollecitudine per loro anche nell’ammonire i potenti e i governanti del mondo svelano cosa gli brucia nel cuore.

Ora, se questi sono i segni distintivi del pontificato di Francesco, cosa attende ancora il popolo di Dio ascoltando le sue parole? Attende che la riforma della Chiesa, in capite et in membris, continui e si manifesti con chiarezza.

Di riforma della Chiesa si parla da quasi dieci secoli e la Chiesa è semper reformanda. Il Papa è animato da questa intenzione e lo dichiara sovente: anche nel quarto discorso natalizio alla curia romana ha ribadito questo impegno. Ma, come monaco che legge spesso il De consideratione di san Bernardo, mi permetto di avanzare alcune osservazioni. Innanzitutto non ci può essere riforma della curia senza riforma della Chiesa e, in primo luogo, della vita dei presbiteri e dei vescovi: è un rinnovamento urgente che tuttavia richiede molto tempo. Francesco ha ragione quando dice che la riforma della curia non può essere ridotta a rimozioni e sostituzioni di persone, ma deve essere conversione personale, cambiamento spirituale, fede in Gesù Cristo che è il Vangelo. Per questo una riforma della curia darà frutti duraturi solo se il Papa riuscirà ad attuarla con la curia stessa e la curia con il Papa, altrimenti non sarà possibile operare mutamenti efficaci in una realtà così complessa. Riforma della Chiesa  significa una Chiesa meno mondana, che sa opporre resistenza alle tentazioni del potere, della ricerca del successo, che sa non solo servire i poveri ma anche imparare dalla loro cattedra. Francesco, come riconoscono tutti, ha destato molte speranze e anche entusiasmi nelle Chiese, di cui non possiamo che rallegrarci. Ma bisogna ricordare ancora una volta che più la Chiesa brilla della luce del risorto più si scatenano le potenze demoniache che si rivoltano contro di essa, più la Chiesa è Vangelo vissuto e più troverà opposizione e persecuzione, come il suo Signore. Quando ascolto tanti semplici fedeli raccolgo la speranza che il Papa riformi poche cose essenziali, ma tali che non si possa tornare indietro.

“Amate il gher (lo straniero) perché foste gherim, stranieri!” Dt 10,19; 24,17

“io sono stato straniero”

di Enzo BianchiBianchi

in “la Repubblica” del 2 ottobre 2016

un estratto del discorso che Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, pronuncerà in Senato in occasione della Giornata nazionale per la memoria delle vittime dell’immigrazione

Il titolo assegnato a questo mio intervento riecheggia una parola indirizzata a più riprese nella Bibbia al popolo di Israele: “Ricorda che sei stato straniero nel paese di Egitto”, oppure: “Tu agirai così perché anche tu sei stato straniero!”. Parole che sono un invito a sentirsi stranieri e assumere la responsabilità verso gli stranieri che giungono a noi nella loro irriducibile e di primo acchito insondabile diversità.

Per questo risuona il comandamento: “Amate il gher (lo straniero) perché foste gherim, stranieri!” (Dt 10,19; 24,17; Esodo 22,20; 23,9; Lev 19,34). Ecco il paradigma: ciascuno di noi è straniero rispetto ad altri e proprio per questo può comportarsi rispetto allo straniero come lui vorrebbe che altri si comportassero nei suoi confronti. Ma vorrei affrontare questo tema usando come chiave interpretativa il testo attribuito a Shakespeare che ci invita a “vedere gli stranieri”. Rievocando la minaccia di espulsione dal paese di persone “diverse” per religione e nazionalità, il Bardo invita a interrogarsi sui motivi di questa migrazione, poi esorta a immedesimarsi nei fuggiaschi per trarne le conseguenze a livello di comportamento etico. “Vedere gli stranieri” può allora declinarsi in diverse modalità — vederli da lontano, vedere se stessi, vederli da vicino, vederli come concittadini — e sfociare in una dimensione inattesa: gli stranieri come dono.

1. Vedere gli stranieri da lontano: la lungimiranza. Di fronte al fenomeno migratorio — antico quanto il mondo — e alla connotazione assunta in Italia appare fuorviante definirlo “emergenza”. Sarebbe più sensato considerarlo un’inevitabile conseguenza di fattori legati ai nostri comportamenti, a cominciare da guerre, sete di potere e sfruttamento iniquo delle risorse del pianeta. Da sempre è la fame che va verso il pane, non viceversa, e non ci sono né muri né mari capaci di fermare chi è talmente disperato da considerare un viaggio senza speranza preferibile alla certezza di una morte atroce nella propria terra. O pensiamo che se uno avesse un’aspettativa di sopravvivenza “a casa sua”, metterebbe a repentaglio la vita in un’avventura bestiale? “Vedere gli stranieri” da lontano significa lungimiranza sulle cause che li muovono. Significa capacità di pensare in grande per agire “politicamente” in senso forte e responsabile, così da colpire poteri e persone che prosperano sulla morte degli altri, dai trafficanti di armi a quelli di esseri umani.

2. Vedere se stessi negli stranieri: immedesimazione e identità. Non dovrebbe essere difficile per noi applicare questo paradigma, la nostra “stranierità” è ancor oggi riscontrabile e vissuta. Lo straniero è lo specchio della stranierità che ci abita, è la faccia nascosta della nostra identità. Riconoscendo la stranierità in noi, possiamo compiere un cammino che non rimuove, non teme, non demonizza il forestiero. Scrive Julia Kristeva: “Lo straniero ci abita: è la faccia oscura della nostra identità. Riconoscendo lo straniero in noi, possiamo non detestarlo in lui”. E Edmond Jabès: “Lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero”. Questo atteggiamento eviterebbe il rischio di assolutizzare la propria identità, con arroccamenti difensivi dei valori. L’identità, sia personale che comunitaria, si costruisce attraverso l’incontro e la relazione con gli altri, diversi e stranieri. L’identità non è statica ma un divenire, non è monolitica ma plurale. I risorgenti localismi generano spinte xenofobe e razziste, tendono all’esclusione dell’altro. Lo straniero invece è portatore di una relazione che riguarda il nostro essere più profondo e ci fa cogliere il significato del monito biblico: “Ama lo straniero perché tu sei stato straniero” e continui ad esserlo rispetto a un orizzonte che non hai ancora attraversato.

3. Vedere gli stranieri da vicino: vincere le paure. Giunto da lontano, lo straniero è radicalmente altro. È altro da me: era lontano e ora mi è vicino. Ora compete a me farmi suo prossimo, avvicinarmi a lui. Ma proprio in questo incontro emerge la paura. Anzi, due paure: la mia paura e quella dello straniero. Innanzitutto la sua paura, quella di chi è venuto in un mondo a lui estraneo, dove non è di casa e non ha casa. La mia paura, invece, è quella di ritrovarmi di fronte a uno sconosciuto entrato nella “mia” terra. Due paure a confronto. La paura va superata, ma per farlo è necessario affrontarla e non rimuoverla. Lasciata nelle mani degli imprenditori della paura, essa lievita fino a paralizzare ogni azione e a sprigionare mostri. Se la si nega, si rischia di idealizzare la differenza dello straniero. La paura va razionalizzata, assunta, così da trasformarla in stimolo e in ingrediente per soluzioni.

4. Vedere gli stranieri come concittadini. La razionalizzazione delle paure richiede che ci si interroghi su quali modelli di incontro tra stranieri e italiani attuare. Potremmo identificare quattro modelli: assimilazione, inserimento, integrazione, cittadinanza. Con una domanda di fondo: quando e fino a quando una persona è considerata straniera? È straniero l’immigrato giunto come tale, anche se infante, e lo rimane per tutta la vita? La con-cittadinanza è lo spazio comune in cui diviene impossibile continuare a parlare di “noi” e “loro” e in cui la logica dell’uguaglianza attiva diviene abito mentale e culturale dell’insieme della società.

5. Vedere gli stranieri per quello che portano in dono: la relazione. Ogni essere umano è razionale e relazionale, ed è grazie alle relazioni che può costruire se stesso e diventare un soggetto. Ma la relazione con gli altri non va da sé: si tratta di assumere comportamenti che rendano possibile l’incontro nel riconoscimento della dignità dell’altro. Il cammino è esigente e faticoso, ma senza l’altro non è possibile avanzare nella propria umanizzazione. Riconoscere l’altro nella sua differenza significa ammetterlo e, quindi, accettarlo. Il dialogo non può avere come fine l’uniformità, ma il fare cammino insieme, il ricercare un “consenso”, un senso condiviso a partire da presupposti differenti. Nel dialogo si modificano i pregiudizi che abbiamo degli altri e di noi stessi. Senza affermare e vivere in primo luogo la fraternità, anche la libertà e l’uguaglianza sono fragili. Vedere gli stranieri come compagni di umanità restituisce pienezza al meglio di noi stessi e della società. Conclusione. In uno splendido libro sui lavoratori immigrati in Europa uscito negli anni ‘70, John Berger afferma: “Per mostrare la vita dei lavoratori ci occorrevano soprattutto le fotografie”. La fotografia è un mezzo potente per metterci di fronte al dolore degli altri. Ricordo una foto del 2009 su Paris Match: un immigrato respinto in Libia, inginocchiato, afferra implorante con le mani nude la mano coperta da un guanto azzurro di chi lo sta riportando là da dove lui voleva andarsene, foto che contiene più verità di ogni ragionamento. Ecco la verità che non andrebbe mai dimenticata, ecco il momento applicativo di una politica di respingimento colto nella fisicità del “no” a un disperato. Le affermazioni di principio devono confrontarsi con un volto preciso, entrare in un faccia a faccia con una persona che chiede asilo, futuro, accoglienza. Dietro alle decisioni sull’immigrazione vi è la sfida che il corpo del povero porta con sé: e la nostra risposta non può essere un piede che schiaccia la mano appesa a un barcone. La fotografia coglie l’elementare verità che sta dietro a ogni decisione: che interferirà con il corpo di un uomo, con il suo volto, dunque con la sua anima, la sua storia, la sua famiglia. Fino al punto di aiutare la vita o di farsi complice della morte. Scrive Edmond Jabès: “Avvicìnati, dice lo straniero. A due passi da me sei ancora troppo lontano. Mi vedi per quello che sei tu e non per quello che io sono”. Stiamo parlando di vedere gli stranieri, ma l’unica cosa seria è incontrarli nel faccia a faccia, ascoltare direttamente le loro storie, vederli nell’occhio contro occhio.