Italia, comportati con gentilezza e compassione verso gli immigrati – gli auguri della cantante Noa

le parole di Noa

io, straniera innamorata, dico: Italia, resta gentile..


Noa*
che cosa ti auguro, amata Italia, per l’avvento del nuovo anno? Che tu faccia tesoro dei doni che ti sono stati dati
Io, straniera innamorata, dico: Italia, resta gentile..

È un grande onore e un piacere essere oggi qui, grazie per l’invito; il mio cuore sta battendo molto forte mentre sto parlando. Il Parlamento è un luogo di legislazione, di dibattito e di lotta politica. È un luogo deputato a dare forma al futuro. Quando impariamo dal passato e osserviamo il presente, spesso tendiamo a giudicarci severamente. Vediamo chiaramente le nostre imperfezioni, lamentiamo la nostra debolezza e viviamo in uno stato costante di insoddisfazione e di frustazione. Credo che ciò sia una parte naturale del ciclo umano, che ci dà un incentivo a migliorarci e a svilupparci … ma anche molto spesso ci rende inconsapevoli della nostra bellezza … fino a quando arriva uno straniero innamorato, e ci ricorda quanto dobbiamo essere grati.

Oggi vorrei essere io quella straniera. Per venticinque anni, ho visto questo Paese con gli occhi dell’amore. Mi sono esibita in centinaia di concerti in ogni piccolo paese e grande città, in campi, festival, cattedrali, piazze e teatri dell’opera, e ho incontrato migliaia e migliaia di Italiani, ognuno dei quali ho voluto abbracciare personalmente. Ho cantato nei vostri festival, ascoltato le vostre storie, imparato le vostre canzoni, riso e pianto con i vostri film e ho adorato la vostra arte e la vostra cultura. Ho iniziato in Sicilia, la magnifica isola del sud, la cui gente è così tenace e ricca come la sua terra e la sua storia. I miei figli si sentono a casa nelle acque cristalline che abbracciano questa grande isola e quelle intorno a essa, in particolare le splendide Eolie… questo meraviglioso mare, come nessun altro al mondo, che vi prego, guardiani di questa grande terra, di fare in modo di proteggere per le future generazioni. Ho ammirato la selvaggia e splendida Sardegna, e ho adorato Napoli e i suoi dintorni, la sua gente e la sua cultura meravigliosa che ho adottato come mia propria.

La cantante Noa mentre si esibisce nell’Aula di Montecitorio per il concerto di Natale

la cantante Noa mentre si esibisce nell’Aula di Montecitorio per il concerto di Natale

E da lì, pian piano su, su, da una splendida regione ad un’altra, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise, Lazio, Abruzzo, Umbria, Marche, Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino e alla fine, il gioiello del nord, la Valle D’Aosta. Ogni regione, con la sua cultura, il suo patrimonio, la sua storia, la sua natura e unicità, mi ha abbagliato e ispirato fino a quando mi sono del tutto persa nella bellezza. Sì… mi sono persa e sono diventata una persona nuova. Ho perso, su questa terra, molte delle mie paure e della disperazione che spesso accompagnano la vita nel mio Paese, e le ho sostituite con l’ottimismo e la speranza.

Così cosa ti auguro, amata Italia, per l’avvento del nuovo anno? Che tu faccia tesoro dei doni che ti sono stati dati. Che non dia mai per scontata la tua democrazia conquistata con fatica, poiché conosci bene la strada dolorosa che hai percorso per ottenerla. Che tu continui a mettere in guardia e ad educare contro il razzismo e il fascismo, come fai per la Festa della Liberazione e la Giornata della Memoria, in modo che non si si ripeta mai più per nessuno la tragedia accaduta al mio popolo e al tuo. Che tu ti comporti con gentilezza e compassione verso gli immigrati, ricordando quanti del tuo popolo sono emigrati da questa terra e si sono sparsi per il mondo, alla ricerca di un futuro migliore.

Che tu protegga i tuoi splendidi e fragili tesori naturali e i siti storici dagli artigli dell’avidità e dell’avarizia. Che tu ti prenda cura dei tuoi poeti, musicisti, scrittori, pittori e filosofi, poiché essi sono il tuo cuore pulsante. Questa terra mi ha dato infinite opportunità di tirare fuori il meglio di me, di cantare per la pace, di abbattere muri e costruire ponti, di mettere la musica su un piedistallo, e di inginocchiarmi umilmente dinanzi ad essa, come si farebbe dinanzi all’altare, di vivere la vita come credo debba essere vissuta: con semplicità, onestà e passione, con molte risate e infinito amore. Grazie, grazie! Dio benedica l’Italia.

*La grande cantante Noa, ebrea di origine yemenita, israeliana impegnata da anni per la pace e la convivenza tra diversi, è stata la protagonista ieri sera di un intenso e bellissimo concerto di Natale nell’Aula di Montecitorio alla presenza della presidente della Camera Laura Boldrini e nel corso del quale ha dedicato una straordinaria ‘Ave Maria’ a papa Francesco. Questo è il discorso con cui l’artista ha introdotto l’evento

il presepe sul gommone dei profughi

dov’è Cristo?

oggi è sul gommone

 

La Sacra Famiglia sul gommone: l’immagine scelta da un comune del Bolognese per rappresentare il presepe – non nuova perché molte comunità cristiane hanno scelto la stessa lettura della Natività in anni recenti –, si è accompagnata al solito stuolo di polemiche, spesso violente, che fioriscono ogni volta che si tocca il delicato tema dei migranti. E la scelta del comune è ancor più significativa, se pensiamo al recente conformismo che rende impopolare ogni forma di apertura e di empatia nei confronti dei sofferenti, siano essi rifugiati o migranti economici.

 

«Riconoscere Cristo in chi soffre» è uno dei messaggi che, nel solco della tradizione della Chiesa, sempre più frequentemente lancia papa Francesco, sfidando l’onda nera che porta con sé chiusure ed egoismi e che monta nelle nostre opulente, per quanto affannate, società occidentali. Un’onda che si sta pericolosamente alimentando della complicità di settori rilevanti del mondo cattolico, non necessariamente le correnti più estremiste che oggi contestano Francesco. Ambienti che, nel nome della difesa di presunti “principi non negoziabili”, fanno un’accurata selezione di detti principi da difendere, proclamandosi difensori della vita nascente se si parla di leggi sulla libertà di scelta della donna, ma ignorando e respingendo come minaccia la vita del bambino denutrito che approda sulle coste italiane (che dovrà rimanere straniero anche dopo anni di vita e di socializzazione in Italia!) o dell’adulto che è scampato alla morte nella sua terra o in mare.

Questi “valori”, branditi come arma e non vissuti come testimonianza, cristallizzati in forme anonime e anodine e non incarnati nella vita quotidiana, diventano strumento al servizio delle correnti più radicali della politica, innervate di razzismo e nazionalismo, che sempre hanno cercato di legittimarsi ricorrendo al linguaggio e all’immaginario religiosi, ben lungi dall’essere reali portatrici delle istanze professate. Era così negli anni Trenta.

È vero, ci sono molti poveri autoctoni. Molti che non riescono a far quadrare i conti, a dare un domani ai propri figli, a fare progetti per il futuro. Ma la povertà relativa dei nostri ultimi non è paragonabile alla miseria assoluta dei dannati della Terra, quelle mamme che devono scegliere quale figlio far sopravvivere perché non c’è spazio per tutti, quei papà che devono abbandonare la famiglia per anni per cercare il più umile dei lavori concesso dagli europei. Lo ha ricordato papa Francesco, ai cristiani e ai laici, inaugurando il Giubileo della Misericordia nella Repubblica Centrafricana e non a Scampia o a Quarto Oggiaro, chiedendoci di riprendere possesso del senso della realtà e delle proporzioni.

Lo avevano ben capito i nostri poveri e poverissimi nonni, che nelle campagne, nonostante anni di privazioni e di sofferenze dovute alla guerra fascista, nell’ora più buia non esitarono a mettere a disposizione quel poco che avevano di fronte al dolore e alla miseria più grandi che bussavano alle loro porte nelle vesti dei perseguitati in cerca di salvezza. Loro sì che avevano il senso delle proporzioni.

Oggi, Cristo, dimenticato e svuotato dai cristiani d’Europa, è su quel gommone e, prima ancora, là da dove quel gommone è partito.

i lager libici e lo choc dell’orrore – testimonianze di crudeltà umana

 
viaggio nei campi di sterminio dei migranti in Libia
ecco la testimonianza choc dell’orrore che non vogliamo vedere

sono stati sequestrati, torturati, imprigionati, guardati a vista da squadracce multietniche armate. Sono arrivati in Italia e hanno reso testimonianze preziose per ricostruire la storia del tormento libico. Perché nessuno possa dimenticare o girarsi dall’altra parte. Testimonianze viventi della crudeltà umana

[L’esclusiva] Viaggio nei campi di sterminio dei migranti in Libia. Ecco la testimonianza choc dell’orrore che non vogliamo vedere

Sembrano racconti del secolo scorso. Dei sopravvissuti ai campi di detenzione delle guerre etniche, razziste, di sterminio. Ma invece sono storie attuali, testimonianze di una moderna umanità sofferente che ricordano i giorni terribili vissuti in Libia, nei mesi scorsi. Sono stati sequestrati, torturati, imprigionati, guardati a vista da squadracce multietniche armate. Sono arrivati in Italia e hanno reso testimonianze preziose per ricostruire la storia del tormento libico. Perché nessuno possa dimenticare o girarsi dall’altra parte.

Testimonianze viventi della crudeltà umana. Ma anche simboli del coraggio delle vittime e della lealtà e dell’impegno di preziosi investigatori italiani che hanno riscritto la moderna Spoon River dei migranti schiavi delle mafie etniche.
Legga attentamente queste testimonianze chi attacca il governo italiano per biechi calcoli politici o per stomachevoli ipocrisie di presunti sbandieratori del rispetto dei diritti umani. L’Italia sarebbe complice dei torturatori libici mentre presta soccorso e accoglienza, e nello stesso tempo lavora per un governo dei flussi migratori? I nostri calunniatori sperano forse che tutto rimanga come prima? A loro, la lettura delle testimonianze dei sopravvissuti all’inferno libico svelerà che il nostro Paese, l’Italia, è in prima fila (temiamo da sola) nel contrasto ai trafficanti di uomini e donne. Perché queste testimonianze, come altre centinaia raccolte in questi anni, sono servite, servono e serviranno a far condannare nei nostri tribunali i trafficanti di esseri umani.

Quelle che si raccontano sono le vite di migranti vissuti in due dei tanti campi di detenzione in Libia. Uno si trova in prossimità dell’oasi di Kufra, all’estremità del sud della Libia che confina con l’Egitto, il Sudan e il Ciad. Ed è quello dove vengono reclusi e torturati i migranti del Corno d’Africa. L’altro si trova invece alle porte della capitale del Fezzan, Sebha. E qui vengono reclusi e seviziati tra gli altri i nigeriani, i nigerini, gli ivoriani, i ghanesi, i senegalesi.
Questi racconti fanno parte di fascicoli giudiziari aperti da alcune Procure della repubblica. Le indagini non sono ancora arrivate a definire processi con imputati condannati. Ma siamo a buon punto.

Prima testimonianza  –  «Ci hanno trasportati in un carcere che sorge in una zona agricola dedicata alla coltivazione dei datteri e che si erge tra Kufra ed Hedeyafa. In tale struttura costantemente vigilata da diversi uomini armati sono rimasto con il mio compagno di viaggio per un mese e otto giorni. In tale lasso di tempo io, come tutti gli altri migranti reclusi in questa struttura, sono stato più volte torturato anche da un sudanese che oggi si trova in questo centro (di accoglienza italiano, ndr), torturato per il denaro».
«Spesso mi costringevano a contattare telefonicamente i miei parenti e durante le comunicazioni venivo colpito ripetutamente con dei tubi di gomma. Disgraziatamente mio padre è un povero agricoltore perché nella nostra zona è in corso una carestia. Per tali motivi i miei familiari non erano in grado di pagare il riscatto preteso dall’organizzazione criminale, che inizialmente consisteva in 5.000 dollari. In seguito, comprendendo le precarie condizioni della mia famiglia, abbassarono le pretese a 3000 dollari. Ma mio padre non fu in grado di pagare lo stesso. Alla fine, dopo oltre un mese di torture e sevizie sono stato trasferito in un altro struttura, insieme ad altri migranti reclusi».
«Il carcere sorge in una zona agricola vicino ad una piantagione di datteri. Il carcere assomiglia a un grande capannone con un unico ingresso. Vi erano delle finestre, ma troppo alte per essere raggiunte. La struttura ospitava diverse centinaia di migranti ed era costantemente vigilata da una decina di uomini anche armati. Il capo era un sudanese e i sottoposti erano diversi uomini sudanesi e somali. Alcuni avevano dei fucili».
«Mi colpivano ripetutamente con un tubo di gomma. Ma mi reputo fortunato perché non sono mai stato percosso a petto nudo ma indossavo sempre un giubbino che riusciva a mitigare la violenza dei colpi subiti. Altri sono stati meno fortunati. Sono disposto a fare vedere e fotografare le mie cicatrici ma non credo di averne perché non sono mai stato percosso a petto nudo». Questo testimone somalo, come altri nigeriani, svelano ai nostri investigatori che nei centri di accoglienza dove si trovano in Italia, hanno riconosciuto diversi torturatori. E le loro accuse hanno già portato in alcuni casi al fermo degli aguzzini.
«In questo campo c’è Mohamed che ha fatto la traversata con noi. Mi ha picchiato almeno una decina di volte. Quando sono arrivato nel carcere, Mohamed il somalo era già nella struttura. Lui faceva parte della squadraccia dei picchiatori, di quelli che ti torturavano per costringere i tuoi congiunti a pagare. Ma le torture inflitte non si limitavano alle telefonate ma si protraevano per intimorire i reclusi».

Seconda testimonianza – «Sono partito dalla mia regione il 17 febbraio del 2017 per raggiungere l’Europa. Con mezzi pubblici abbiamo raggiunto Adis Abeba dove ci siamo uniti ad altri emigranti che avevano la nostra stessa intenzione. Quindi abbiamo conosciuto i trafficanti etiopi i quali ci assicurarono che erano nelle condizioni di poterci fare arrivare in Europa. Non ci chiesero soldi in cambio perché erano ben consapevoli che noi eravamo dei rifugiati. Ci fecero salire a bordo di un minubus e ci condussero al confine con il Sudan, dove ad attenderci trovammo i facilitatori sudanesi. Noi fummo ceduti a loro che, prima di farci salire a bordo di mezzi, ci perquisirono. Erano armati di fucili. A me presero l’equivalente di 60/70 dollari. Agli altri tolsero tutto, dai denari al cellulare ai preziosi, orologi e anelli».
«Ci fecero salire su due grossi camion. E dopo aver attraversato il deserto arrivammo al confine libico dove fummo ceduti ai facilitatori libici armati di pistole. Salimmo a bordo di una ventina di Pi-kup. E arrivammo all’interno di una struttura recintata con dei grossi e alti muri. Questa struttura era a Kufra, circondata da una piantagione di datteri. All’interno vi erano due grossi capannoni. Uno per gli eritrei, l’altro per i somali».
«Questo accampamento era chiamato Hedeyfa. Da lì non si poteva uscire se non dopo l’avvenuto pagamento. Ho visto che ogni tanto all’interno di quella prigione arrivavano i libici armati di fucili e pistole. La prigione è gestita da un sudanese». «Molti migranti hanno dovuto pagare circa 5.250 dollari. Io non ho pagato perché i miei familiari, malgrado contattati, non erano in grado di pagare. Dopo un mese fui trasferito vicino al mare. E per imbarcarmi per l’Italia ho dovuto pagare 2.500 dollari attraverso la Hawala Hargheisa (sistema informale di trasferimento di valori, ndr)».

Terza testimonianza – «I Pi-Kup su cui viaggiavamo si sono divisi in diversi gruppi. Io e altri 30 circa siamo stati condotti in una sorta di carcere dove siamo stati rinchiusi. Ricordo che sono stato catturato nel marzo 2017 e che sono stato lì rinchiuso per circa 40 giorni. Giunto in questo carcere, abbiamo capito che eravamo stati venduti a una organizzazione criminale. Infatti  iniziarono subito a torturarci per costringerci a contattare i nostri familiari affinché pagassero il riscatto. Alla mia famiglia chiesero un totale di 5.000 dollari. Mia madre non disponeva di tale somma per cui effettuò più pagamenti». «Il carcere sorge vicino a una piantagione di datteri, a Kufra. E faceva riferimento a un militare libico di nome (omissis) di circa 30 anni che veniva saltuariamente, sempre in divisa e sempre armato. La gestione giornaliera era affidata a un sudanese che si avvaleva della collaborazione di cinque somali e un sudanese».
«Sono stato torturato durante tutta la permanenza in questo carcere. Ricordo che durante il primo periodo di reclusione non riuscii a mettermi in contatto con i miei familiari per un problema di linee telefoniche. Ma nonostante questo, continuarono a seviziarmi e lo fecero anche quando arrivò l’ultima quota del riscatto che giunse otto giorni prima della mia liberazione».

Quarta testimonianza – «In cinque giorni siamo arrivati al confine tra la Somalia e il Sudan e in loco circa venti persone si sono aggregate al nostro gruppo. A bordo di un grosso camion abbiamo attraversato il deserto e siamo giunti in una sorta di prigione che si trova vicino la città di Kufra. Qui c’erano almeno duecento segregati e diverse guardie somale e sudanesi. Ma la struttura faceva capo a dei libici. Sono rimasto in questa prigione per circa un mese».

Quinta testimonianza – Questa è la storia di un campo di prigionia alle porte di Sebha. La capitale del Fezzan, del sud della Libia. Qui c’era un personaggio chiamato Rambo, nigeriano. Questa prigione nel deserto è chiamata il “Ghetto di Alī il libico”. «Sono partito dal mio paese, la Costa d’Avorio e ho attraversato il Burkina Faso per arrivare ad Agades, in Niger. Due settimane di traversata del deserto. Il Ghetto di Alì era una grande struttura recintata con dei grossi e alti muri in pietra, vigilata da diverse etnie. Tutti armati di fucili e pistole. La struttura era divisa in tre blocchi. Nel mio eravamo orientativamente duecento, di varie etnie. Mio cugino si ritrovò in un altro blocco. Il mio era vigilato da un guineiano e due ghanesi feroci, Abdulharran  e Patrick. Abdulharran era uno che spesso, in modo inaudito e sistematico, picchiava e torturava noi migranti. Dopo circa cinque mesi di lunga prigionia, e quindi di sistematiche violenze subite, mio fratello fece arrivare i soldi e mi liberarono».

Sesta testimonianza – «Sono salito su un bus per raggiungere Agades, in Niger, dalla Costa d’Avorio. Dove arrivammo dopo due giorni di viaggio. Un facilitatore del Mali propose di portarci a Tripoli. Eravamo un centinaio in un capannone dove aspettammo cinque giorni prima di salire su sette camioncini guidati da autisti del Ghana. In quattro giorni arrivammo a Sebha dove fummo imprigionati, spogliati e perquisiti». «In questo carcere c’era un muro in pietra alto tre metri. Dentro, quattro container, tre destinati agli uomini, uno alle donne. In tutto, 800 migranti. Il carcere era vigilato da guardie con fucili mitragliatori e pistole. Erano guardiani nigerini, ghanesi, del Ciad e del Gambia. È durata cinque mesi la permanenza in questo carcere».

Settima testimonianza «Ogni volta che dovevo telefonare a casa, Abdulharram mi legava e mi faceva sdraiare per terra con i piedi in sospensione. E così immobilizzato, mi colpiva ripetutamente con un tubo di gomma in tutte le parti del corpo e in particolare sotto le piante dei piedi tanto da rendermi quasi impossibile poter camminare. Ho anche assistito ad analoghe torture fatte sempre da lui ad altri migranti». «Ho inoltre visto trattamenti anche peggiori come le torture mediante l’utilizzo di cavi alimentati con la  corrente elettrica. Tale trattamento veniva però riservato ad emigranti ritenuti ribelli». «Durante la mia permanenza in quel ghetto dove era impossibile uscire, ho sentito anche che Rambo aveva ucciso un migrante».

l’accordo con la Libia va cancellato

basta finanziare gli aguzzini

cancellare l’accordo

di Francesca Chiavacci e Filippo Miraglia
in “il manifesto” del 16 novembre 2017

Nelle ultime ore gli effetti dell’accordo del nostro governo con la Libia si sono materializzati davanti a tutto il mondo. Prima i 50 morti provocati dal comportamento della guardia costiera libica. Che cerca di impedire alla nave della Ong Sea Watch di prestare soccorso. Poi la denuncia del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che accusa esplicitamente il governo e l’Unione Europea di essere corresponsabili dei crimini che vengono commessi nei lager libici. E ancora, le terribili immagini dei migranti venduti come schiavi, probabilmente dalle stesse milizie con cui ha trattato il ministro Minniti. Da ultimo, la denuncia alla Corte Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità del generale Khalifa Haftar, uno degli autorevoli interlocutori del ministro.

Un quadro terribile, che conferma la sistematica violazione dei diritti umani nel paese che l’Italia ha rifornito di armamenti e soldi per fermare i flussi migratori. Salvare i migranti da quell’inferno, interrompere i finanziamenti – trovati attingendo ai fondi per la cooperazione – è ormai un imperativo. Non ci si può dire preoccupati per le sorti di chi viene ricacciato in Libia e allo stesso tempo finanziarne gli aguzzini. In questi giorni il nostro Parlamento discute la legge di bilancio, che prevede risorse per la cooperazione allo sviluppo che in realtà vengono utilizzate per tutt’altri fini. In particolare, il Maeci (Ministero affari esteri, Cooperazione internazionale) ha istituito un fondo straordinario per l’Africa per il 2017, con una dotazione di 200 milioni di euro, volto a finanziare interventi di cooperazione allo sviluppo e di controllo e prevenzione dei flussi di migranti irregolari. Fondi che sono stati in parte finalizzati a progetti specifici nei principali paesi interessati dalla rotta del Mediterraneo Centrale – Niger, Libia e Tunisia in particolare – in parte sono invece transitati per il contenitore europeo dei Fondi Fiduciari per poi arrivare direttamente nelle casse dei Paesi africani coinvolti. Un sistema di vasi comunicanti – sia tra Italia e Europa, che tra il Maeci e il Ministero degli Interni – che rende ancora più difficile il monitoraggio del loro utilizzo. È però evidente che l’utilizzo reale del Fondo per l’Africa ha poco a che vedere con l’obiettivo dello sviluppo previsto dalla legge. Le risorse più ingenti sono infatti quelle stanziate per il contrasto all’immigrazione e il controllo delle frontiere. L’esempio più esplicito del sistema di vasi comunicanti è il fondo allocato per il Niger, con cui questo paese s’impegna a creare nuove unità specializzate necessarie al controllo dei confini. Una militarizzazione delle frontiere che obbliga i migranti a uscire dalle rotte abituali, aumentandone i rischi e trasformando così il deserto, come già il Mediterraneo, in un cimitero a cielo aperto. Il fondo per l’Africa è dunque diventato lo strumento centrale per l’esternalizzazione delle frontiere, affidando a paesi che violano sistematicamente i diritti umani l’intercettazione dei migranti per deportarli in luoghi dove sono esposti a trattamenti violenti e disumani.

L’esempio più lampante, come riportano le tante denunce documentate, è quello della Libia, per la quale il Maeci stanzia dieci milioni, gestiti dal Ministero degli Interni italiano, che si aggiungono agli altri due milioni e 500mila euro forniti per la riparazione di quattro motovedette assegnate alla guardia costiera libica perché svolga la sua violenta opera di intercettamento e respingimento. Con gli stessi obiettivi, dodici milioni sono stati destinati al governo tunisino per il pattugliamento delle zone costiere e delle frontiere terrestri. Con questo utilizzo dei fondi l’Italia viola le Convenzioni Internazionali, affidando ad altri Paesi i respingimenti sistematici di cittadini stranieri, potenziali richiedenti protezione internazionale.
Chiediamo che sia cancellato l’accordo con la Libia e che le risorse previste per la cooperazione vengano destinate all’aiuto allo sviluppo, come prevede la legge, e non utilizzate per finanziare strumenti di controllo e di militarizzazione delle frontiere africane.

* Francesca Chiavacci è presidente nazionale Arci

* * Filippo Miraglia è presidente Arcs

italiani ed europei disumani – lo dice l’ONU

“l’accordo con la Libia è disumano”

l’Onu contro la Ue

il commissario per i diritti umani Zeid Ràad al Hussei:

“la sofferenza dei migranti detenuti è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”

L’Onu giudica “disumana” la cooperazione tra l’Unione europea e la Libia per la gestione dei flussi dei migranti. “La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”, ha affermato il capo dell’agenzia Onu per i diritti umani, Zeid Ràad al Hussein. “La politica dell’Unione Europea di assistere la Guardia costiera libica nell’intercettare e respingere i migranti nel Mediterraneo è disumana”, ha aggiunto il funzionario dell’Onu.  

 

“La comunità internazionale non può continuare a chiudere gli occhi davanti agli orrori inimmaginabili sopportati dai migranti in Libia – ha detto Zeid – e pretendere che la situazione non possa essere regolata che attraverso un miglioramento delle condizioni detentive”.  

Gli osservatori dell’Onu in Libia – ha denunciato l’Alto commissario Onu per i diritti umani – “sono rimasti scioccati da ciò che hanno visto: migliaia di uomini denutriti e traumatizzati, donne e bambini ammassati gli uni sugli altri, rinchiusi dentro capannoni senza la possibilità di accedere ai servizi più basilari”.  

Di questa vergogna l’Ue e gli stati membri sono complici “per non aver fatto nulla per ridurre gli abusi perpetrati sui migranti”. Ciò nonostante “le preoccupazioni espresse dai gruppi per i diritti umani” sul destino dei prigionieri.

il messaggio ‘antirazzista’ di Gesù

 un cristiano autentico non può essere razzista

rifugiati migranti

‘ero straniero e mi avete accolto’

la grande attualità del messaggio ‘antirazzista’ di Gesù

 

L’AUTORE –Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici«G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita, Roba da preti; Nostra Signora degli eretici;Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ da poco uscito per Garzanti L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita.

 

“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.
“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.
Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7). Al tempo di Gesù vige una separazione totale tra giudei e stranieri, come riconosce Pietro: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).
In questo ambiente stupisce il comportamento del Cristo che da una parte arriva a identificarsi con gli ultimi della società (“Ero straniero e mi avete accolto”, Mt 25,35.43), e proclama benedetti quanti avranno ospitato lo straniero (“Venite benedetti del Padre mio”¸ Mt 25,34), dall’altra, Gesù accusa con parole tremende quelli che non lo fanno (“Via, lontano da me, maledetti… perché ero straniero e non mi avete accolto”, Mt 25,41.43), con una maledizione che richiama quella del primo assassino della Bibbia, il fratricida Caino (“Ora sii maledetto”, Gen 4,11). Se la risposta alle altrui necessità era un fattore di vita, la mancata risposta è causa di morte. Per Gesù negare l’aiuto all’altro è come ucciderlo.Gesù non solo si identifica nello straniero, ma nei vangeli il suo elogio va proprio per i pagani, personaggi tutti positivi (eccetto Pilato in quanto incarnazione del potere) e portatori di ricchezza. Si teme sempre cosa e quanto si debba dare allo straniero e non si riconosce quel che si riceve dallo stesso. Nella sua attività Gesù si troverà di fronte ottusità e incredulità persino da parte della sua famiglia e dei suoi stessi paesani, ma resterà ammirato dalla fede di uno straniero, il Centurione, e annuncerà che mentre i pagani entreranno nel suo regno, gli israeliti ne resteranno esclusi (Mt 8,5-13; Mt 27,54).
Nella sinagoga di Nazaret, il suo paese, Gesù rischierà il linciaggio per aver avuto l’ardire di tirare fuori dal dimenticatoio due storie che gli ebrei preferivano ignorare: Dio in casi di emergenza e di bisogno non fa distinzione tra il popolo eletto e i pagani, ma dirige il suo amore a chi più lo necessita. Così nel caso di una grande carestia che colpì tutto il paese, aiutò una straniera, una pagana, “una vedova a Sarepta di Sidone” (Lc 4,26), e con tutti i lebbrosi che c’erano al tempo del profeta Eliseo, il signore guarì uno straniero: “Naamàn, il Siro” (Lc 4,27).Prima noi? Gesù, manifestazione vivente dell’amore universale del Padre, vuole condividere i pani in terra pagana così come ha fatto in Israele (Mt 14,13-21). La resistenza dei discepoli di portare anche agli stranieri la buona notizia, viene dagli evangelisti raffigurata nell’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea (fenicia) che invoca la liberazione della figlia da un demonio (Mt 15,22). La donna, succube dell’ideologia nazional religiosa che faceva ritenere i pagani inferiori ai Giudei, si accontenterebbe di poco, anche delle briciole (“Sì, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro signori”, Mt 15,27). Nella tradizione biblica i figli di Israele sono chiamati a dominare le nazioni pagane, mentre i pagani sono destinati ad essere dominati. Non c’è uguaglianza tra gli appartenenti al popolo eletto e gli esclusi. Gli uni sono figli, e gli altri cani, animali ritenuti impuri e portatori del demonio. Per questo non si può dare il pane a quanti, per la loro condizione di pagani, sono veicolo di impurità e contaminazione.Sarà una donna, per giunta pagana, a impartire una lezione ai discepoli del Cristo. Costei ha infatti compreso che non ci sono dei figli e dei cani, quelli che meritano e gli esclusi, quelli che hanno diritto e quelli no, un prima (noi) e un dopo (gli altri), ma tutti possono cibarsi insieme, e allo stesso tempo, dell’unico pane che alimenta la vita. Essa comprende quello che i discepoli fanno fatica a capire e ad accettare, cioè, che la compassione e l’amore vanno al di là delle divisioni razziali, etniche e religiose.La reazione di Gesù è di grande ammirazione: “Allora Gesù le replicò: Donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come vuoi”. (Mt 15,28), e ai pagani Gesù non concederà le briciole, ma anche in terra straniera ci sarà l’abbondante condivisione dei pani, segni della benedizione divina (Mt 15,32-39).
L’esperienza e il messaggio di Gesù verranno poi raccolti dagli altri autori del Nuovo Testamento, in particolare da Paolo, che in occasione di un naufragio, si stupirà per la “rara umanità” con cui lui e gli altri naufraghi sono stati ospitati dai barbari di Malta (At 28,2), e arriverà a capire una verità importante: “Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11; Gal 3,28).La Chiesa ha compreso e annuncia che con Gesù non si possono innalzare barriere, ma solo abbattere tutti i muri che gli uomini hanno costruito (“Egli infatti è la nostra pace, colui che dei due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che ci divideva…”, Ef 2,14), non solo i muri esteriori (mattoni), forse i più facili da demolire, ma quelli interiori (pregiudizi), mentali, teologici, morali, religiosi, i più difficili da estirpare perché li crediamo buoni o di provenienza divina.

la campagna dei vescovi italiani a favore dei migranti

migrazioni

al via la campagna Cei

«liberi di partire, liberi di restare»


Luca Liverani 
È online il sito dell’iniziativa della Chiesa italiana per il sostegno ai migranti nei paesi di partenza, di transito e di accoglienza, finanziato con 30 milioni di euro dell’8 per mille

Alcuni dei 304 migranti salvati il 18 agosto dalla ong maltese Moas (foto Ansa - Croce Rossa Italiana)

alcuni dei 304 migranti salvati il 18 agosto dalla ong maltese Moas

Si chiama significativamente «Liberi di partire, liberi di restare» la campagna lanciata dalla Conferenza episcopale italiana per dare una risposta concreta al fenomeno, non di rado drammatico, delle migrazioni dai paesi in via di sviluppo. Una definizione che è anche l’indirizzo web dell’omonimo sito liberidipartireliberidirestare.it realizzato per seguire lo sviluppo delle iniziative. Per finanziarle la Cei ha assegnato 30 milioni di euro dell’8xmille

L’agenzia Sir, che lancia l’iniziativa, definisce la campagna «una finestra sul mondo, lo specchio di un impegno corale che va oltre i cori da stadio e l’indifferenza». Scopo del progetto è sensibilizzare la popolazione italiana sul tema, e allo stesso tempo realizzare progetti concreti nei Paesi di partenza, di transito e di accoglienza di quanti. Nei paesi cioè da cui, specialmente bambini e donne, fuggono da guerre, fame e violenza.

Perché dire «aiutiamoli a casa loro significa solo scaricare il problema». Occorre invece dare a tutti la possibilità di decidere. È questo il senso della Campagna della Cei “Liberi di partire, liberi di restare” che ha come tema centrale il diritto alla libertà, presupposto fondamentale per la pace e la giustizia. «Nessuno deve essere costretto a stare in un posto dove non può vivere una vita dignitosa o dove c’è violenza. Nello stesso tempo ognuno ha il diritto di muoversi perché la terra è di tutti, non di alcuni sì e di altri no», afferma don Leonardo Di Mauro, responsabile del Servizio degli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo, sottolineando che con questa iniziativa «vorremmo che il concetto di libertà di partire, di emigrare, valesse a 360 gradi».

Il portale accompagnerà lo svolgersi della Campagna, raccontando le storie e le testimonianze delle persone coinvolte, sia dei promotori delle attività sia dei loro beneficiari. Al momento sono 6 i paesi coinvolti attraverso 4 progetti, finanziati con 600 mila euro. La grande mappa, che campeggia sulla home page, permette di visitare virtualmente i luoghi di intervento, per scoprire cosa vi si realizza e con quante risorse. La sezione news invece aiuta ad approfondire il significato e gli ambiti di questa iniziativa straordinaria della Cei grazie alle voci dei protagonisti e di quanti – uffici Cei, associazioni, diocesi e realtà locali- vi sono impegnati. Il sito, disponibile anche in inglese e francese, raccoglie infine tutti i materiali che l’agenzia Sir, il quotidiano Avvenire, RadioinBlu e Tv2000 pubblicano a riguardo.

Tra i progetti al momento attivati c’è a Catania «Semi di accoglienza», partito a giugno con un contributo di 86 mila euro. Si tratta di un laboratorio di sartoria etnica e uno di pasta fresca per aiutare l’inserimento nel mondo del lavoro delle ragazze che hanno vissuto il dramma della tratta. Il progetto, presentato dalle suore Serve della Divina Provvidenza di Catania, ha come obiettivo la formazione professionale delle ragazze ospiti delle diverse realtà di accoglienza de “la Casa di Agata”. I fondi saranno utilizzati per potenziare le attività già in atto, migliorando la qualità delle realizzazioni di sartoria, e per creare un negozio per la vendita diretta di prodotti di pasta fresca con un canale di commercializzazione di prenotazione e consegna domiciliare.

Poi c’è «Il diritto a non fuggire», avviato a maggio con 420 mila euro, che ha come obiettivo la formazione in Italia di giovani per sviluppare in Mali progetti che possano incidere nella realtà locale, innescando un cambiamento sociale, economico e politico. Grazie al progetto promosso dall’Associazione Rondine Cittadella della Pace, sei giovani maliani frequenteranno un master di primo livello o una scuola di alta professionalizzazione sui temi della gestione dei conflitti, della riconciliazione e delle abilità di comunicazione. Per dare un contributo concreto al processo di pace in Mali, un Paese ancora caratterizzato da instabilità e insicurezza.

Con 66 mila euro infine è stato lanciato a Pozzallo in Sicilia il progetto «Tutori volontari per minori non accompagnati». L’inixiativa nasce dalla constatazione che sono stati oltre 17 mila i minori non accompagnati arrivati in Italia nel 2016. Si tratta di bambini e ragazzi vulnerabili che, per essere tutelati, hanno bisogno di un adulto che possa accompagnarli e rappresentarli legalmente negli adempimenti amministrativi. Per questo la cooperativa sociale Fo.Co, che coordina il Centro Mediterraneo di Studi e Formazione Giorgio La Pira di Pozzallo, promuove in Sicilia un progetto per sensibilizzare, informare e formare 300 tutori volontari per minori non accompagnati.

fa rabbrividire la mancanza di argine a un razzismo ormai tronfio di se stesso

“tu, migrante, non sei nulla”

le “colpe” del genocidio e dei razzismi

l’inchiesta di Lunaria analizza l’escalation del rancore

Migranti a pochi metri dall'approdo

migranti a pochi metri dall’approdo

di Delia Vaccarello

Il volto tumefatto insanguinato e bendato di Kartik Chondro, il giovane bengalese massacrato di botte a Roma a due passi da Largo Argentina, fa rabbrividire. Sei nero, ti ammazziamo: devono aver “ragionato” così i neanche ventenni che lo hanno aggredito. Fa altrettanto rabbrividire la mancanza di argine a un razzismo ormai tronfio di se stesso. Ed è l’anello di una catena che vede saldate le responsabilità politiche con quelle istituzionali, sia nazionali che europee, con la delegittimazione della solidarietà, nonché con la presenza massiccia di una ideologia del rancore.

A quel volto forse non tutti siamo sensibili. Perché il migrante termine falsamente neutro che spesso viene associato a criminale, è considerato non umano, una specie di “cosa” che però è capace di nuocere. Erba infestante.

Rimanda al concetto utile al potere di “nuda vita”. Scrive Cristiana Cimino in “La nuda vita dei migranti”: “A fronte di una concezione moderna della sacralità, o sacertà, della vita in quanto diritto imprescindibile anche in opposizione al potere sovrano, esiste una originaria e assoluta esposizione della vita al potere e alla sua uccidibilità e a quella che Agamben chiama relazione di abbandono. In quanto vita nuda e uccidibile il soggetto che ne è portatore in qualche modo è già morto, è uno zombie il cui statuto di esclusione/inclusione è necessario, tuttavia, alla costituzione del potere stesso, o meglio, della sua componente violenta”.

Dunque, anche se nel Mediterraneo sta avvenendo un genocidio, ad alcuni non sembra. Per alcuni (molti) non stanno morendo donne uomini e bambini, stanno morendo “nude vite”, cose, pezzi, zombie.

Partiamo dai numeri. Lo facciamo con il conforto del quarto libro bianco sul razzismo di Lunaria. 

Dal 1° gennaio al 22 giugno 2017 i decessi accertati lungo le tre rotte del Mediterraneo sono stati almeno 2.108, esclusi quelli lungo le rotte terrestri. Occhio, sono stime al minimo, come avverte il Missing Migrant Project, facente capo all’Oim (Organizzazione mondiale per le migrazioni). Nello stesso periodo 2.848 sono state le vittime di migrazioni ed esodi su scala planetaria. Vuol dire che tre persone su quattro che muoiono nel corso di un esodo in tutto il pianeta perdono la vita nel Mediterraneo, sotto i nostri occhi, a casa nostra. Nel mare che è nostro (2.108 corrisponde a più del 74per cento del totale mondiale).

A questi numeri vanno aggiunti i “decessi per fame, sete, disidratazione, nonché conseguenti a rapine, aggressioni, sequestri, stupri e torture fino alla morte, inflitti a migranti e rifugiati in Paesi quali la Libia. Qui – dove la “caccia al nero” è prassi abituale – le violenze, anche estreme, si compiono nei pressi dei check-point, anche da parte di uomini in divisa; nei centri di detenzione, veri e propri lager, alcuni dei quali gestiti dalle milizie, in cui vengono rinchiusi migranti, rifugiati e richiedenti-asilo: tutti considerati e trattati al pari di criminali. Per non dire delle brutalità, anche letali, compiute dalle bande che si aggirano nel deserto tra il Niger, il Mali, il Sudan e la stessa Libia: paesi con i quali, nondimeno, l’Unione Europea e l’Italia sottoscrivono accordi bilaterali”.

Che tipo di politica serve? Il governo ai tempi di Letta aveva lanciato una operazione ritenuta capace di dare sostegno e salvataggio. Il nome: Mare Nostrum (nei nomi, il senso). Peccato che per l’Unione Europea Mare Nostrum era troppo costosa. A rimpiazzarla è la missione Triton. Volta non più a salvare i naufraghi, bensì tesa a difendere i confini. E qui facciamo una domanda a coloro che ritengono che i nemici siano i migranti : difendere le frontiere dall’arrivo di disperati che scappano dai conflitti e dalla fame, dalla tortura e dalle violenze, che desiderano cambiare paese aumenta o no il numero dei morti?

Dice Lunaria: “Uno studio di Charles Heller e Lorenzo Pezzani, pubblicato il 18 aprile 2016, dimostra che la sostituzione di un’operazione di salvataggio con una di controllo e salvaguardia delle frontiere (tale è Triton) è da annoverare fra le cause del vertiginoso incremento della mortalità nel Mediterraneo”.

Il genocidio sale alle stelle perché le politiche sposano una logica semplice: il migrante è lo straniero e noi dobbiamo difendere le nostre frontiere dallo straniero. Il migrante è delinquente, se non terrorista. Non ha diritto di cambiare paese, è zombie. Noi dobbiamo fare di tutto per non lasciarlo arrivare. Secondo il quarto libro bianco sul razzismo: “A rendere i viaggi sempre più rischiosi, e spesso fatali, sono anzitutto le politiche proibizioniste europee, gli accordi con Paesi terzi tutt’altro che “sicuri”, il rifiuto di realizzare corridoi umanitari e percorsi migratori protetti e legali, nonché il mancato o maldestro soccorso in mare da parte di missioni militari quali Triton”.

Ma cosa cambia nella percezione dell’Altro? Facciamo un passo indietro. Venti anni fa vide la luce il lavoro straordinario di Giovanni Maria Bellu “I fantasmi di Porto Palo”. Storia di un naufragio di trecento migranti che si fece di tutto per dimenticare. Era il Natale 1996. Leggendo l’opera di Bellu si capì subito che stavamo assistendo all’abbassamento della percezione dell’umanità dell’Altro. Naufraghi? Meglio tacere, meglio non dire cosa tiravano su i pescherecci nei giorni dopo quel terribile Natale. Perché tiravano su pezzi di corpi. In fondo i cadaveri sono muti. Sono pezzi. Sono cose. Non sono persone ora morte e un tempo vive, con legami, patria, sogni, e qualcuno che ancora vuole sapere di loro. Abbiamo ragione di credere che questo sentimento di “deumanizzazione” dell’Altro abbia messo radici. Così dinanzi al problema delle grandi e incessanti migrazioni in atto da un lato ci si difende, dall’altro si attacca chi vuole dare una mano.

Se dobbiamo difenderci dagli sbarchi, occorre prendere le distanze da chi non lo fa. Inizia così la campagna del sospetto contro le Organizzazioni non governative, le Ong “impegnate in operazioni di ricerca e soccorso nel tratto di mare tra l’Italia e la Libia”. A far partire tale discredito è Frontex. Cioè la nuova Frontex, Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. La precedente, che ha operato fino al 2015, è stata “debole”, la nuova ha più poteri. “In un rapporto “confidenziale”, rivelato dal Financial Times il 15 dicembre 2016, Frontex accusava le Ong di agire d’intesa coi trafficanti e di contribuire in tal modo a incrementare le partenze, quindi le stragi nef Mediterraneo”.

Tale atteggiamento a livello europeo è stato rafforzato in casa nostra. Scrive il rapporto: “All’opera denigratoria hanno partecipato i più vari soggetti politici, compreso il Movimento 5 Stelle. Lo ha fatto con un editoriale su Il blog delle Stelle, tanto disinformato quanto calunnioso, che ha ricevuto una valanga di commenti apertamente razzisti; ed è stato rilanciato da Luigi Di Maio, vice-Presidente della Camera, il quale ha definito “taxi del Mediterraneo” le imbarcazioni delle Ong impegnate nell’opera di ricerca e soccorso”.

Ancora, facendo esplicito riferimento alle accuse lanciate da Frontex, il Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nei mesi scorsi annuncia di aver aperto un’inchiesta sulle presunte “collusioni” tra Ong e trafficanti libici. Dopo un po’ però, le presunte collusioni si rivelano solo ipotesi senza prove, prive di appigli. Ma le polemiche hanno lasciato il segno. Il primo pensiero che viene in mente è semplice: le Ong sono testimoni, osservatori neutri in acque “calde”, frequentate da imbarcazioni di trafficanti e da operazioni di difesa delle frontiere. Meglio che non ci siano.

E il ruolo dei media? Troppo spesso non aiutano. Nel libro bianco non mancano i casi di allarmismo e di vera e propria diffusione del razzismo. La dice lunga il modo in cui venne ricordato, dopo giorni di dimenticanza, il profilo di Faye Dame non inserito subito nella lista dei dispersi della tragedia dell’hotel Rigopiano. Era il 23 gennaio scorso, di lui chiesero con insistenza due turisti. Questo il lancio di agenzia che ne diede conto: “Aveva da poco rinnovato il suo permesso di soggiorno, presso gli uffici della Questura di Torino dove risulta residente, Faye Dame, l’immigrato senegalese al lavoro all’hotel Rigopiano quando è stato travolto dalla valanga. L’uomo, 42 anni, aveva ottenuto il rinnovo del permesso esibendo il contratto di lavoro con l’albergo. Incensurato….”. Ma di quale superstite ci siamo chiesti se fosse o meno “incensurato”?

Se fa notizia l’uomo che morde il cane, e non viceversa, qui nell’immaginario del giornalista ha fatto notizia il fatto che il povero disperso senegalese avesse la fedina penale bianca come la neve che lo ha travolto.

L’elenco dei piccoli e grandi veleni che fomentano le aggressioni come quelle ai danni di Kartik Chondro è lungo e articolato. Il quarto libro bianco sul razzismo analizza e fornisce dati e dettagli. Accennando a qualche conclusione: “Le discriminazioni istituzionali, l’allarmismo dei media, il costante amalgama fra migranti o rifugiati e terroristi, nonché la cattiva gestione dell’accoglienza, almeno in alcuni Stati-membri, non fanno che favorire ondate ricorrenti di xenofobia – che a volte assume tratti paranoidi –, alimentando anche violenza razzista “spontanea” nei confronti degli indesiderabili, spesso usati come capri espiatori”. Certo la crisi economica non aiuta, e neanche la “voragine che separa le classi super-agiate dalla moltitudine d’indigenti, disoccupati, impoveriti, declassati, salariati a basso reddito. Per non dire del peso che ha la crisi della democrazia e della rappresentanza , la quale incrementa, tra l’altro, quel senso di frustrazione, spaesamento” rabbia che facilmente s’indirizza verso capri espiatori, verso categorie fra le più deboli e vulnerabili “. Ne viene fuori un mix di reazione in crescendo, fatto di egoismo, cecità, odio, insensibilità sociale, ricerca dei facili colpevoli. Fatto di “caccia al nero”. Una miccia pronta ad accendersi, collegata a quell’esplosivo che il tempo non disinnesca e che si chiama rancore.

le tante bufale sull’immigrazione

tutto quello che sapete sull’immigrazione è sbagliato

Siete terrorizzati dagli stranieri? Pensate sia un’emergenza? Avete la sindrome dell’invasione? Tranquilli, non sta succedendo nulla di tutto questo (soprattutto se non abitate in una grande città): bastano un po’ di dati e qualche esempio

Sadiq Kahn Linkiesta

Sadiq Kahn, immigrato pakistano di seconda generazione e attuale sindaco di Londra

È lo spettro che si aggira per l’Europa, perlomeno in questo scorcio di ventunesimo secolo. Parliamo dell’immigrazione, ovviamente, un processo che sta cambiando i connotati alle agende politiche, distruggendo partiti, alzando muri – o minacciando di farlo – là dove fino a pochi mesi fa c’erano frontiere aperte. A monte di tutto, una premessa che tutti o quasi danno per scontata: che si tratti di un’emergenza e che come tale vada trattata. Che “se mettiamo un muro, o l’esercito alle frontiere smetteranno di arrivare”. O che se “li aiutiamo a crescere a casa loro, smetteranno di partire”.

Ecco: spiacenti di deludervi. Ma no, niente di tutto questo ha senso. No, le migrazioni non sono un’emergenza. No, la gente non smetterà di partire, di muoversi, di arrivare, né se gli darete il pesce, e nemmeno se gli darete la canna per pescare. E no, peraltro, l’Europa è un continente che è solo tangenzialmente interessato dalla questione migratoria. E quando lo è, in modo significativo, la soluzione ai problemi dei migranti sono anche un’opportunità di sviluppo economico e sociale, oltre che un fattore di inversione demografica non irrilevante e fondamentale, per l’unico continente al mondo la cui popolazione decresce.

A dirlo sono i numeri. Più precisamente i numeri raccolti da un rapporto del World Economic Forum pubblicato il 25 ottobre, intitolato “Migration and its impact on cities”, le migrazioni e il loro impatto sulle città. Che smonta un bel po’ di luoghi comuni. E che ha il pregio, soprattutto, di inquadrare il problema da un punto di vista globale. Un rapporto delle cui numerose evidenze che emergono ne abbiamo scelte cinque.

Le migrazioni (e non la stanzialità) sono il futuro del mondo
No, dicevamo: le migrazioni non sono un’emergenza, ma una tendenza inesorabile e inevitabile che sta cambiando il modo in cui abitiamo il pianeta. Di fatto, la rappresentazione plastica di una parola come “globalizzazione” che molto spesso pronunciamo senza saperle dare un significato preciso. Mentre state leggendo questo articolo, nel mondo ci sono più di un miliardo di persone che sono emigrate o che stanno migrando: parliamo di un settimo della popolazione globale. Nello stesso momento, 66 milioni di persone hanno in animo di migrare nei prossimi dodici mesi. E 23 milioni tra loro si stanno gia preparando per farlo.

Se pensate che l’Europa sia immune da pulsioni migratorie siete fuori strada e di molto. Un abitante su cinque dell’Unione Europea, infatti, vorrebbe migrare da dove vive, sette punti in più rispetto alla media globale, poco meno degli abitanti del Nord Africa e del Medio Oriente devastati da miseria e carestie (22%)

I migranti vogliono andare nelle metropoli, non in Occidente
Se state già preparandovi con malta, mattoni e filo spinato, vi diamo una notizia: buona parte di quei migranti non stanno venendo da voi. Almeno, questo ci dice la storia recente: del miliardo di migranti, sono solo 244 milioni quelli che sono usciti dal loro Paese. I restanti 763 milioni di migranti si sono mossi per raggiungere un’altra area della nazione in cui già vivevano E come i nostri migranti degli anni ’50, si stanno muovendo per raggiungere le grandi metropoli del loro Paese. In Africa, dove la crescita urbana è undici volte superiore a quella delle città europee. In India, dove la migrazione interna è raddoppiata tra il 2001 e il 2011. E soprattutto in Cina, nei confini della quale ci sono più di 220 milioni di migranti diretti verso le metropoli della costa pacifica, quasi quanti se ne muovono da un Paese all’altro in tutto il resto del mondo. Sydney, Londra e New York, tanto per fare tre esempi, sono città in cui un terzo della popolazione è migrante. Una percentuale che supera addirittura il 62% a Bruxelles e l’83% a Dubai.

 

Schermata 2017 10 27 Alle 14

Anche noi europei siamo migranti (o vorremmo esserlo)
Se è vero che ci si muove prevalentemente dalle campagne alle città, vuol dire che le migrazioni riguardano tutti, non solo gli abitanti dei Paesi poveri o in via di sviluppo. Quel che cerchiamo nelle metropoli ci accomuna tutti: la modernità, le opportunità economiche, l’emancipazione da un contesto culturalmente arretrato, una vita culturale più stimolante. Ad esempio, se pensate che l’Europa sia immune da pulsioni migratorie siete fuori strada e di molto. Un abitante su cinque dell’Unione Europea, infatti, vorrebbe migrare da dove vive, sette punti in più rispetto alla media globale, poco meno degli abitanti del Nord Africa e del Medio Oriente devastati da miseria e carestie (22%). Curiosità: il luogo nel quale ci sono meno persone che se ne vogliono andare – solo sette su cento – è il sud est asiatico.

 

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In Italia non c’è nessuna grande invasione
Dovreste già esserci arrivati da soli, se siete intelligenti: in Italia non ci sono molte metropoli e di conseguenza non c’è nessuna grande invasione. Per dire: la città italiana con più migranti al suo interno – interni o esterni che siano – è Milano, col 19% di popolazione che viene da fuori. Il resto è quasi ordinaria amministrazione: per i migranti che si spostano da una nazione all’altra, siamo l’undicesimo Paese di destinazione dopo gli Stati Uniti, la Germania, il Canada, il Regno Unito, la Francia, l’Australia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Russia e la Spagna. E in percentuale sul totale della popolazione hanno più migranti di noi anche Paesi come l’Ucraina, la Svizzera, il Kazakhstan, la Giordania.

 

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I migranti spaventano chi non ce li ha
In Europa i migranti si muovono nel 61% dei casi verso le grandi città e solo il restante 39% si dirige verso città medie (25%) e aree rurali (14%). In altre parole, i migranti vanno in città come Parigi, in cui il Front National prende il 5% appena. O come Londra che ha eletto come sindaco il pakistano Sadiq Kahn. Non in Polonia o in Ungheria, che nemmeno compaiono nelle classifiche di destinazione dei migranti e nemmeno in tutta l’ex Germania Est, Berlino esclusa, in cui dominano le frange più estreme di Alternative fur Deutschland. In altre parole, gli “stranieri” spaventano chi non ce li ha. Meglio ancora: chi vive in campagna o nelle valli e ha paura dei migranti è come il bambino di città che ha paura dei lupi. Basterebbe dirglielo: tranquillo, non hanno nessuna intenzione di venire a mangiarti.

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