la grande pocrisia di troppi ‘cristiani’

MONITO ALL’OCCIDENTE

«dirsi cristiani e cacciare i rifugiati è pura ipocrisia»

 il papa riceve in udienza i Luterani in pellegrinaggio a Roma. E invita tutti a cercare una unità basata sulla misericordia, sulla carità, sull’aiuto ai più bisognosi. Poi, rispondendo a una domanda, graffia certi atteggiamenti che di religioso hanno solo la facciata, ma sono lontani dal Vangelo…

«Il proselitismo è il veleno più forte contro il cammino ecumenico».

Papa Francesco ne aveva già parlato nel corso del suo viaggio in Georgia affrontando il tema dei rapporti tra cattolici e ortodossi. E ripete quasi le stesse frasi anche ricevendo in udienza il pellegrinaggio dei luterani. In attesa di incontrarli in Svezia, a  fine mese, dove parteciperà alle celebrazioni per i 500 anni della riforma, Bergoglio invita tutti a cercare quello che ci unisce e non quello che ci divide, a lasciare a teologi ed esperti il dialogo su questioni dottrinali e a vivere, intanto, da fratelli nella prassi concreta della carità e della condivisione. Sapendo che «è la misericordia di Dio ciò che ci unisce».  Il Papa ringrazia per il cammino fatto, «perché oggi, luterani e cattolici, stiamo camminando sulla via che va dal conflitto alla comunione. Abbiamo percorso insieme già un importante tratto di strada. Lungo il cammino proviamo sentimenti contrastanti: dolore per la divisione che ancora esiste tra noi, ma anche gioia per la fraternità già ritrovata. La vostra presenza così numerosa ed entusiasta è un segno evidente di questa fraternità, e ci riempie della speranza che possa continuare a crescere la reciproca comprensione».

Ripete, come già aveva fatto nella messa a Santa Marta, l’identikit del cristiano che è scelto, perdonato e che è in cammino. E chiama protestanti e cattolici a sentire che, come dice l’Apostolo Paolo «in virtù del nostro battesimo, tutti formiamo l’unico Corpo di Cristo».

Rispondendo alle domande dei presenti che chiedevano cosa non piace al Papa dei luterani e quali siano secondo lui i più grandi riformatori Bergoglio ha chiarito che «non mi piacciono i luterani tiepidi come non mi piacciono i cattolici tiepidi» e che  «i più grandi riformatori della Chiesa sono i santi, cioè gli uomini e le donne che seguono la parola del Signore e la praticano. Questo riforma la Chiesa, Forse non sono teologi, forse non hanno studiato, sono gente umile o sono grandi, questi che hanno l’anima bagnata, che sono pieni del Vangelo questi riformano la Chiesa».

E ancora ha ricordato che «non è lecito convincere della propria fede, bisogna dare testimonianza. La testimonianza inquieta il cuore e dall’inquietudine nasce la domanda e lo Spirito Santo agisce».

E «la testimonianza che il mondo si aspetta da noi è soprattutto quella di rendere visibile la misericordia che Dio ha nei nostri confronti attraverso il servizio ai più poveri, agli ammalati, a chi ha abbandonato la propria terra per cercare un futuro migliore per sé e per i propri cari. Dunque, l’unione delle due Chiese si riflette innanzitutto nella carità e nel mettersi a servizio dei più bisognosi». Il Papa ha incoraggiato i giovani a continuare «a cercare con insistenza occasioni per incontrarvi, conoscervi meglio, pregare insieme e offrire il vostro aiuto gli uni agli altri e a tutti coloro che sono nel bisogno. Così, liberi da ogni pregiudizio e fidandovi solo del Vangelo di Gesù Cristo, che annuncia la pace e la riconciliazione, sarete veri protagonisti di una nuova stagione di questo cammino, che, con l’aiuto di Dio, condurrà alla piena comunione».

Graffiando l’Occidente dei muri e delle muove frontiere, sempre più vittima della paura,  chiuso al prossimo, Jorge Mario Bergoglio ha detto tra l’altro:

 «La malattia o, possiamo dire, il peccato che Gesù condanna di più è l’ipocrisia. E’ un atteggiamento ipocrita dirsi cristiani e cacciare via un rifugiato, uno che cerca aiuto, un’affamato, un assetato, cacciare via quello che ha bisogno del mio aiuto»

il migrante Gesù di Nazareth

Gesù era un migrante

un libro per riflettere sulla vita dei migranti in rapporto alla vita cristiana
michelangelo nasca

«Migranti e immigrati sono stati per me fonte di benedizione». Una rivelazione, questa, che nell’attuale momento storico, potrebbe apparire persino blasfema, oltre che politicamente scomoda. Tuttavia, Deirdre Cornell – autrice di «Gesù era un migrante», recentemente pubblicato dal Messaggero di Padova – ne va invece molto fiera, ricordando gli anni di volontariato trascorsi in Messico insieme al marito, grata per aver «beneficiato immensamente di queste relazioni, […] per ciò che mi hanno dato e insegnato».

Il libro della Cornell – che da decenni assiste lavoratori migranti nel nord dello stato di New York, dove vive con il marito Kenny e cinque figli – si propone come principale obiettivo quello di attualizzare i racconti evangelici sul significato profondo e universale della migrazione. «Ancor prima dell’inizio di una memoria storica – scrive l’autrice – già il libro della Genesi è segnato dalle migrazioni». Nella cacciata di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, infatti, i nostri primi progenitori sono costretti all’esilio; «L’immagine della migrazione come simbolo del cammino spirituale prosegue nella figura di Abramo», tra i primi episodi destinati a crescere nei millenni di storia sacra, fino alla fuga in Egitto che fa di Gesù il primo migrante dell’era cristiana. 

Con una forma narrativa semplice e accessibile a tutti, il testo edito dal Messaggero di Padova attraversa sinteticamente l’itinerario migratorio presentato nell’Antico e nel Nuovo Testamento; grazie anche alle competenze messe a frutto dall’autrice, capace di coniugare esperienze personali, teologia e spiritualità cristiana, e riflettere sulla vita dei migranti in rapporto alla vita cristiana, e su come le tribolazioni che accompagnano il viaggio dei migranti possano anche essere fonte di benedizione, per loro stessi e per la società che li accoglie.  

I racconti e le riflessioni tratte dai Vangeli s’intrecciano con i racconti di vita vissuta dell’autrice: storie di un’umanità in fuga e alla ricerca di stabilità incontrate e accolte in seno alla propria famiglia. «La trama più fondamentale della Sacra Scrittura – precisa Deirdre Cornell – la storia della salvezza, si dipana attraverso storie di migrazione. Con tutti i suoi disagi e le sue tribolazioni, la mobilità umana funge da paradigma della fede religiosa. I cristiani credono in un Salvatore che durante la sua vita terrena ha incarnato la migrazione – e che come Signore risorto continua ad attraversare frontiere. Nella migrazione, tutti noi possiamo trovare una fonte di benedizione».

Fermamente convinta che è possibile rinnovare la propria fede, meditando sulla vita e la missione di Gesù in relazione alla migrazione, Deirdre Cornell ritiene con decisa fermezza che «a differenza delle nostre politiche, i nostri cuori possono elevarsi, purificarsi. I nostri confini possono non aprirsi… ma i nostri cuori sì. Il nostro paese continua a ricevere nuovi cittadini. Le nostre città, paesi, quartieri accolgono nuovi abitanti. Le nostre chiese e le altre comunità religiose fungono da case spirituali. Anche noi possiamo “migrare”, avvicinandoci alla visione evangelica di giustizia e pace». 

Il nostro mondo è pieno di migranti e rifugiati le cui storie drammatiche non possono essere ignorate. Questo libro su spiritualità e migrazione – lo intuisce bene l’autrice – descrive di fatto un cammino di fede, e suggerisce «passi verso Cristo presente nello straniero».

 

Deirdre Cornell, «Gesù era un migrante», Messaggero di Padova 2017, pp. 208.

Europa genocida – parola di Leoluca Orlando

il sindaco di Palermo 

“denuncerò la Ue per genocidio”

l’Europa riconosce il diritto all’asilo dei siriani, ma poi non li mette in condizione di raggiungere le nostre terre

Leoluca Orlando

Leoluca Orlando

migranti trattati violenza – così il segretario dei vescovi

monsignor Galantino

il tema dell’immigrazione trattato con violenza

Il segretario della Cei al G7 dell’agricoltura punta l’indice contro un sistema che crea diseguaglianze

Monsignor Nunzio Galantino

monsignor Nunzio Galantino

Il segretario della Cei mette il dito nella vera piaga: un sistema che crea ineguaglianze, arricchisce pochi e fa vivere nella fame molti.
Perché nessuno accusa questo sistema e inveisce solo contro chi fugge dalla miseria?

Lui – e non poteva essere altrimenti – è sulla stessa linea di Papa Francesco: “Togliamoci dalla testa l’immagine macchiettistica di una Chiesa che dice venite tutti. Sta solo nella testa malata di qualche politico”. Lo ha detto al G7 Agricoltura a Bergamo il segretario generale della Cei, Nunzio Galantino.
Secondo Galantino, nella società contemporanea e nel dibattito politico il tema immigrazione è “affrontato con violenza”. Il segretario generale della Cei ha parlato della “devastane contraddizione” alla base dei trattati internazionali che regolano gli scambi commerciali. “Da un lato ci si impegna a raggiungere obiettivi importanti, come quello della sostenibilità nella produzione – ha detto -, ma in ossequio al libero commercio si fanno accordi che provocano guerre commerciali, dove solo il prezzo detta legge”.
Secondo monsignor Galantino questa “è una logica perversa che può essere invertita solo con accordi non di piccolo cabotaggio, ma con regole alte. Serve un nuovo modello di sostenibilità ambientale e sociale, di prossimità che parte dalla famiglia e mette al centro il ruolo del contadino agricoltore”. Un modello “non utopico – ha concluso – in cui il cibo rimanga tale e non sia commodity che crea scarto e diseguaglianze inaccettabili”.

per papa Francesco i migranti sono ‘lottatori di speranza’

l’abbraccio del papa ai migranti

“siete lottatori di speranza. Bologna non abbia paura”

L'abbraccio del Papa ai migranti: "Siete lottatori di speranza. Bologna non abbia paura"

“Siete lottatori di speranza. Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé”

Comincia con queste parole, pronunciate al centro di accoglienza per i migranti di via Mattei, la visita del Papa a Bologna, tra gli ospiti dell’hub in festa che gli danno il benvenuto urlando e chiamandolo per nome, le magliette con la scritta “Welcome” e i cartelli.

Tra le tante tappe di Francesco, l’Angelus in piazza Maggiore, dove ha incontrato il mondo del lavoro (“I disoccupati non sono numeri”) e i familiari delle vittime delle stragi, tra cui Marina Orlandi, vedova di Marco Biagi. Poi il pranzo con i poveri in San Petronio. Code per la messa allo stadio, dove sono andate 40mila persone. Dal punto di vista della sicurezza, la situazione è stata costantemente monitorata in prefettura da un’unità di crisi. In mattinata Bergoglio ha parlato in piazza a Cesena, dove ha lanciato un monito alla politica contro la corruzione.

 “BOLOGNA NON ABBIA PAURA”

Francesco ha lodato Bologna, “città da sempre nota per l’accoglienza, dove qualcuno ha trovato un fratello da aiutare o un figlio da far crescere. Come vorrei che queste esperienze si moltiplicassero, la città non abbia paura di donare i cinque pani e i due pesci. Tutti saranno saziati. Bologna è stata la prima città in Europa, 760 or sono, a liberare i servi della schiavitù. Erano 5.855, tantissimi, eppure non ebbe paura, vennero riscattati dal Comune, dalla città. Forse lo fecero anche per ragioni economiche, perché la libertà aiuta tutti e a tutti conviene. Non ebbero timore di accogliere quelli che allora erano considerate non persone e riconoscerli come essere umani. Scrissero in un libro i loro nomi, come vorrei succedesse anche con i vostri nomi”, ha detto ai migranti che lo ascoltavano.

 

promuovere migrazioni sicure, ordinate e regolari per assestare un colpo coordinato ai trafficanti

riumanizzare le migrazioni

di Yuri Fedotov*
in “Avvenire” 

«Quando mi sono rifiutata di vendere il mio corpo mi hanno venduta a un altro bordello».

È la sconvolgente testimonianza di Skye, una tredicenne nepalese mercanteggiata dalla famiglia in India. La sua è una delle poche storie a lieto fine. Insieme alla sorella, Skye è fuggita dal bordello, è tornata a scuola, e lavora ora per Shakti Samuha, l’organizzazione nepalese che l’ha salvata. Tuttavia, per ogni singolo scampato come Skye, migliaia di altri soffrono, ridotti al silenzio dalla minaccia della violenza e del ricatto. Sono quelli che lavorano in fabbriche e fattorie, schiavi del commercio sessuale, o imbarcati su navi da pesca. La gamma di attività forzate è vasta quanto il numero di luoghi dove si trovano le vittime. Occorre fare attenzione, oggi, ai segnali del moderno commercio di schiavi: donne e ragazze sfruttate sessualmente e brutalizzate; bambini impauriti che elemosinano in strada; masse di lavoratori sottopagati che sopravvivono in maniera squallida nei loro luoghi di lavoro. Sono questi gli amari segni di un crimine che incombe su tutte le nostre società. Come siamo arrivati a questo, all’inizio del XXI secolo? Molte vittime sono intrappolate in un circolo vizioso, quello di migranti oggetto di traffici. Un crimine alimentato da instabilità e mancanza di sicurezza. I conflitti in Iraq e Siria, così come le crisi economiche altrove, hanno prodotto una disperata marea umana che ha investito il Medio Oriente, il Nord Africa e il Mediterraneo. Si tratta di individui che cadono nelle mani dei trafficanti mentre sono alla ricerca di un rifugio, di protezione. Migliaia di loro muoiono. Lo scorso anno, la Dichiarazione di New York ha efficacemente sancito che rifugiati e migranti hanno bisogno di tutela e assistenza. I Paesi membri hanno convenuto di tornare a New York nel 2018 per adottare un Global Compact sulla migrazione, il primo accordo negoziato dai governi per coprire ogni aspetto delle migrazioni internazionali. Le migrazioni sono un fenomeno dei nostri tempi, e occorre andare alle loro cause, quali i conflitti.

Possiamo comunque concordare che rifugiati e migranti non possono essere trattati come criminali. Ecco perché il Compact è in grado di rappresentare un punto di riferimento da seguire; gli Stati possono dare il loro contributo adottando e dando attuazione alla Convenzione Onu contro il crimine organizzato transnazionale e i protocolli annessi sul traffico di persone e migranti. Abbiamo gli strumenti per sradicare le reti criminali organizzate grazie alla condivisione di informazioni sensibili, a operazioni congiunte, a indagini finanziarie, e il coordinamento attraverso frontiere locali e regionali. Per questo occorrono risorse e un impegno incrollabile. I criminali sfruttano lacune nel nostro sistema internazionale, che espongono le persone indifese e vulnerabili a violenza e schiavitù. La nostra risposta deve fondarsi su stato di diritto, cooperazione, condivisione di responsabilità e consapevolezza che si può e si deve fare di più per porre fine alla sofferenza umana. L’Ufficio dell’Onu su droga e crimine (Unodc) promuove un Fondo fiduciario per le vittime dei traffici che ha aiutato migliaia di sopravvissuti in tutto il mondo. La nostra Blue Heart Campaign (la Campagna Cuore Blu) sostiene il Fondo, e rappresenta un efficace strumento per amplificare il messaggio che tutti noi dobbiamo agire, se vogliamo che i criminali siano definitivamente sconfitti.
Sono sforzi cruciali. In Messico, la campagna di Unodc #AQUIESTOY («Sono qui»), appoggiata dal governo, dà voce alle vittime e mostra che il traffico di esseri umani non avviene in qualche landa sperduta, ma proprio qui, tra noi. Qualora fosse adottato nel 2018, il Global Compact ha l’enorme potenziale di promuovere migrazioni sicure, ordinate e regolari, e di assestare un colpo coordinato ai trafficanti. Si tratta di un’opportunità unica per aiutare ogni essere umano a vivere con dignità. Cogliamola.

*Direttore esecutivo Ufficio Onu su droga e crimine (Unodc)

come aiutare efficacemente i migranti senza perdere umanità e pietà

noi e i migranti, due alibi da sfatare

aiutiamoli, a iniziare da casa nostra


Francesco Gesualdi

Ci sono due modi di affrontare la questione immigrati: o ponendoci l’obiettivo di toglierceli dai piedi o volendoli aiutare a vivere meglio. In un caso pensiamo solo per noi. Nell’altro ci preoccupiamo di loro. Ad oggi sembra prevalere l’egocentrismo. Ma, sotto sotto, non ci sentiamo a posto e ci siamo fabbricati degli alibi per mettere a tacere la nostra coscienza. La prima giustificazione che ci siamo creati è che l’obbligo di accoglienza vale solo per i rifugiati politici, mentre abbiamo il diritto di respingere i migranti economici, coloro, cioè, che sono in cerca di migliori condizioni di vita.

L’assurdo è che noi stessi siamo terra di emigranti e se questa regola venisse applicata nei nostri confronti dovremmo aspettarci l’espulsione di ben quattro milioni di connazionali sparsi per il mondo. Da sempre abbiamo considerato la libertà di movimento un diritto inalienabile e se volessimo negarlo proprio oggi che abbiamo messo merci e capitali in totale libertà, dimostreremmo di tenere in maggior considerazione le cose delle persone. Ma forse il punto è proprio il sovvertimento dei valori: la ricchezza ci ha accecato a tal punto da avere inaridito la nostra umanità. L’attenzione tutta rivolta alla roba, abbiamo perso il senso del rispetto e della giustizia, la capacità di compassione, perfino di pietà.

E non ci rendiamo conto che più sbarriamo le porte, più inneschiamo situazioni perverse che ci sfuggono di mano. Diciamocelo: i migranti che scelgono la via del deserto non sono né masochisti, né amanti dell’illegalità. Sono dei forzati alla clandestinità perché le vie di ingresso ufficiali sono precluse. Se potessero arrivare in aereo con regolare passaporto, sarebbero ben felici di farlo. E se in Italia non trovassero lavoro, non ci rimarrebbero. Se ne andrebbero dove il lavoro c’è, perché la loro vocazione non è né quella dell’accattonaggio, né del brigantaggio. Sono persone in cerca di un lavoro per mantenere le famiglie rimaste a casa. Che le cose stiano così lo sappiamo molto bene anche noi, tant’è che il secondo alibi che ci siamo creati è che dobbiamo aiutarli a casa loro. E se lo diciamo è perché abbiamo ben chiaro che nessuno di loro affronta un viaggio così pericoloso per fare una passeggiata, ma per sfuggire a un destino crudele ora dovuto alle guerre, ora alla repressione politica, ora alla mancanza di prospettiva di vita.

Ciò che non diciamo è che questa situazione l’abbiamo creata noi attraverso 500 anni di invasioni, massacri, ruberie. La storia, alla fine presenta sempre il suo conto. L’emigrazione africana non è figlia di una sciagura transitoria, ma di un sistema di saccheggio di cui siamo stati e siamo ancora parte attiva, addirittura i suoi artefici. Per risolverla, dunque, è da qui che dobbiamo partire: dal nostro assetto produttivo e di consumo, dai nostri obiettivi economici, dai nostri rapporti commerciali, dal nostro assetto finanziario, dal nostro sostegno ai sistemi corruttivi e di rapina. Lo slogan giusto è «cambiamo le cose qui affinché cambino là». Per partire dovremmo porre uno stop serio alla vendita di armi e subito dopo dovremmo avviare nuovi rapporti economici.

Dovremmo stipulare accordi commerciali che garantiscono prezzi equi e stabili ai produttori, dovremmo imporre stabili divieti alla finanza speculativa sulle materie prime, dovremmo smetterla con accordi che autorizzano le nostre imprese a razziare i loro mari e a prendersi le loro terre, dovremmo punire le nostre imprese che non garantiscono salari dignitosi nelle loro filiere globali, dovremmo smetterla di imporre accordi commerciali che favoriscono i nostri prodotti e distruggono le loro economie, dovremmo vigilare da vicino gli investimenti esteri delle nostre imprese per impedire comportamenti corruttivi a vantaggio di pochi capi locali che accumulano fortune nei paradisi fiscali. Delle 181mila persone disperate sbarcate sulle nostre coste nel 2016, il 21% erano nigeriani.

Eppure, grazie al petrolio, la Nigeria è una delle più grandi economie africane. Ma anche una delle più corrotte. Secondo Lamido Sanusi, già governatore della Banca centrale nigeriana, nei soli anni 2012-13 sono stati sottratti alle casse pubbliche 20 miliardi di dollari provenienti dalla vendita di petrolio alle compagnie internazionali, Eni compresa. Quei soldi sottratti ai nigeriani sono finiti sui conti cifrati aperti da personalità di governo in Svizzera, a Londra e in vari paradisi fiscali. Con la complicità di grandi banche internazionali. E non solo. Anche di Stati e Governi poco vigilanti, e l’Italia non è affatto esclusa. È proprio il caso di dire «aiutiamoli cominciando a cambiare a casa nostra».

l’Europa si deve vergognare di fronte ai migranti

migranti

il disonore dell’Europa

Dan Kitwood via Getty Images

Porti chiusi, muri alzati, frontiere blindate, quote disattese, risorse finanziarie lesinate. Europa e onore sul fronte migranti è un ossimoro. Tragico perché riguarda la vita e la morte di centinaia di migliaia di profughi. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker rende omaggio per l’impegno praticato nel salvataggio e nell’accoglienza dei migranti. Un atto dovuto, meritato. Ma l’Italia non ha potuto salvare l’onore dell’Europa, perché esso non esiste.  

L’Europa degli Orban, del “fronte dell’Est” che in ogni vertice ha sempre remato contro ogni proposta che avesse anche una lontana parvenza con principi quali solidarietà, condivisione, inclusione. Il vento dell’Est, e del Nord, ha spazzato via ogni politica europea che ponesse al proprio centro il superamento degli aspetti più anacronistici del Trattato di Dublino e ponesse all’ordine del giorno, come più volte richiesto dall’Italia, il tema del diritto d’asilo europeo.  

L’Europa non ha onore da salvare ma solo vergogna da manifestare se i suoi leader fossero capacità di una sana autocritica. Così non è. E ciò non riguarda solo gli ultranazionalisti alla Orban. Perché la mancanza di onore, e di solidarietà, si sono manifestati anche da chi sembrava voler incarnare un rinnovato europeismo.  

Un esempio: Emmanuel Macron. Al di là degli inni alla gioia e alle dichiarazioni di principio, nei fatti, che poi sono quelli che contano, il giovane inquilino dell’Eliseo, in caduta libera nei sondaggi, ha mantenuto un atteggiamento quanto meno ambiguo nei confronti dell’emergenza che ha investito l’Italia. Appena insediato all’Eliseo, il neopresidente aveva promesso che non avrebbe lasciato soli i vicini di casa. Nei fatti, non solo ha negato l’approdo nei suoi porti delle navi delle Ong ma come il suo predecessore Hollande esercita un rigido controllo sulla frontiera di Ventimiglia, rispedendo quotidianamente in Italia decine di stranieri che tentano di entrare in Francia di soppiatto.  

Parigi si attiene infatti a due accordi. Il primo è quello di Dublino sottoscritto nel 2003 anche dall’Italia, in base al quale le domande di asilo devono essere esaminate dal Paese su cui il migrante mette piede. Dunque dall’Italia; l’altra è il già citato accordo sui ricollocamenti, che riguarda appunto chi ha diritto alla protezione internazionale e non tutti i migranti indistintamente. Al tirar delle somme il criterio è: sì a più fondi all’Italia ma no all’accoglienza di migranti sul suolo francese.

Lo spettro che Parigi vuole tenere alla larga è quello di una nuova Calais, la sterminata baraccopoli dove vivevano i migranti decisi a passare in Gran Bretagna. Un passo indietro nel tempo. Venticinque giugno 2015. È stato uno scontro “violento”, secondo chi vi ha assistito. Durante il dibattito al Consiglio europeo sulla nuova politica Ue dell’immigrazione, (l’allora) presidente del Consiglio Matteo Renzi avrebbe duramente attaccato i colleghi che si sono espressi contro l’obbligatorietà della ripartizione dei richiedenti asilo da Italia e Grecia.

“Se non siete d’accordo sui 40 mila non siete degni di chiamarvi Europa”, avrebbe detto il premier, secondo quanto si apprende da una fonte, per poi aggiungere “se questa è la vostra idea di Europa, tenetevela. O c’è solidarietà, o non fateci perdere tempo”.

“Non accettiamo nessuna concessione: o fate un gesto anche simbolico oppure non preoccupatevi: l’Italia può permettersi di fare da sola. È l’Europa che non può permetterselo”, è l’atto di accusa di Renzi ai leader europei.

Il premier ha poi continuato: “Mi emoziono davanti all’Europa. Sono figlio di questa storia. Mi emoziono pensando che domani sarà qui Delors. Ma non accetterò mai che questa discussione sia così meschina e egoista. Abbiamo fondato l’Europa perché avevano ideali. Ho pianto per il muro di Berlino, ho pianto per Srebrenica. Credo in un ideale. Non accetterò mai un compromesso al ribasso”, ha affermato il premier stando a quanto riferisce chi era presente all’incontro e che parla anche di un durissimo scontro con la presidente lituana Grybausakaite.

Di tempo se n’è perso d’allora, mentre a crescere è stato il bilancio delle vittime affogate nel Mediterraneo o morte nel deserto o sulla rotta balcanica. Due anni dopo, e tanti inutili vertici Ue, il ricorso contro le “quote” sui richiedenti asilo da ospitare è stato bocciato dalla Corte di Giustizia europea. Un sistema che consisteva nel trasferimento di circa 160mila richiedenti asilo da Italia e Grecia in Europa, in base a una quota rispetto alla popolazione e alla situazione economica di ogni paese. Tra coloro che avevano partecipato al ricorso c’erano Ungheria, Slovacchia e Polonia che hanno accolto pochissimi richiedenti e ora rischiano di essere multati. Non ha funzionato granché dunque il programma di relocation, dato che nell’arco di due anni sono stati trasferiti solo il 16,6% della quota prevista.

L’Italia avrà pure “salvato l’onore dell’Europa”, ma di certo l’Europa ha sbattuto i porti in faccia all’Italia. Tallinn, 6 luglio 2017, vertice dei ministri dell’Interno dei Paesi Ue. Proprio il Belgio dice no all’accoglienza dei migranti con una dichiarazione diTheo Francken, ministro per l’Asilo e politica migratoria belga: “Non credo che apriremo i nostri porti”. Lo stesso vale per l’Olanda che si defila dichiarando che aprire i porti non risolve il problema.

Siamo alla fiera delle ipocrisie. Per la verità storica, un atto unitario l’Europa l’ha compiuto. Ma di onorevole in esso non c’è proprio nulla. È l’accordo con la Turchia del presidente-autocrate Recep Tayyp Erdogan.

“L’accordo fra Ue e Turchia ha portato migliaia di rifugiati e migranti a vivere in condizioni squallide e pericolose, e non deve essere riprodotto con altri Paesi”. È il giudizio con cui Amnesty International condanna il patto fra Ankara e Bruxelles che il 16 marzo 2017 ha compiuto un anno.

Uno semplice scambio: per garantire i controlli sulle coste dell’Egeo da parte della Guardia Costiera turca, il governo di Erdogan avrebbe ricevuto 3 miliardi di euro per accogliere i migranti prima che potessero arrivare in Europa e altri 3 miliardi di euro se i primi non fossero stati sufficienti.

E così è stato:

“Nel 2015 circa 800.000 rifugiati sono arrivati sulle isole greche, mentre nei dieci mesi trascorsi dall’accordo il numero è sceso a 27.000”, dice l’autrice del rapporto di Amnesty Irem Arf . “Il problema è che mentre prima del patto i migranti venivano immediatamente trasferiti dalle isole greche alla terraferma, ora rimangono bloccati come in un limbo in attesa di un ritorno in Turchia. Le isole Lesbos, Samos e Kos sono particolarmente sovraffollate”.

Dalla Grecia sono state spostati in altri Paesi europei solo 9.610 profughi dei 160mila previsti dal programma di ricollocamento dell’Agenda europea sull’immigrazione del maggio del 2015. Da Amnesty a Medici Senza Frontiere.

Il rapporto di MSF:

“A un anno dall’accordo UE-Turchia: sfidare i ‘fatti alternativi ‘dell’UE sfata, sulla base della realtà dal campo, tre grandi “fatti alternativi” (o false verità) che l’UE attribuisce all’accordo, ovvero che offre ai migranti un’alternativa per non rischiare la vita, che le condizioni delle isole greche sono abbastanza accettabili per sostenere l’attesa della procedura di asilo, che l’accordo rispetta i principi fondamentali dei diritti umani. In realtà le condizioni e le conseguenze dell’accordo, che ricompensa la Turchia perché “blocchi l’afflusso” di migranti e rifugiati e accetti le persone respinte dalle coste greche, sono ben diverse, come le nostre équipe testimoniano ogni giorno in Grecia e sulla rotta balcanica. Dopo un anno dalla sua entrata in vigore, uomini, donne e bambini sono bloccati in zone non sicure al di fuori dell’Europa da cui non possono scappare, costretti a rotte sempre più pericolose per raggiungere il continente o intrappolati in hotpsot sovraffollati sulle isole greche, dove vivono in condizioni inadeguate. “L’accordo sta avendo un impatto diretto sulla salute dei nostri pazienti, molti di loro sono sempre più vulnerabili”, afferma Jayne Grimes, psicologa di MSF a Samo. “Queste persone sono scappate da situazioni di violenza estrema, tortura e guerra e sono sopravvissute a viaggi molto pericolosi. Hanno subito violenze e sofferenze alle frontiere dell’Europa. E il loro stato psicologico è aggravato dalle precarie condizioni di vita e dalla mancanza di informazioni sul loro status giuridico. Stanno perdendo qualunque speranza di trovare un futuro più sicuro, migliore di quello da cui sono scappati”.

E il brutto è che l’Europa ha intenzione, dichiarata, di moltiplicare questo “modello”, in Libia ad esempio. Davvero di male in peggio. “Chiedere l’eliminazione della detenzione dei bambini” migranti in Libia, è un punto su cui l’Ue dovrebbe battere nei suoi negoziati con le autorità del Paese. “Un primo passo, a cui farne poi seguire altri”. La richiesta proviene dal direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) Eugenio Ambrosi al lancio del rapporto “Viaggi strazianti“, condotto in collaborazione con l’Unicef, che contiene le testimonianze di 22mila migranti, di cui 11mila minori.

L’Unicef critica le misure per contenere i flussi dei migranti verso l’Europa, fermandoli in Libia. Sono “inaccettabili” secondo Sandie Blanchet, direttrice dell’ufficio Unicef di Bruxelles, che, rispondendo alla conferenza stampa per il lancio del rapporto, aggiunge: “è chiaro che non si tratta di un luogo sicuro per i bambini e le loro famiglie”.

Juncker si è guardato bene, infine, da dare una risposta, anche un accenno, alla lettera aperta inviata il 6 settembre da MSF leader degli Stati membri e alle istituzioni dell’Unione Europea per denunciare leatroci sofferenze che le loro politiche sulla migrazione stanno alimentando in Libia.

“La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa. Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un’attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni” sottolinea un passaggio della lettera aperta di MSF, firmata dalla dott.ssa Joanne Liu, presidente internazionale di MSF, e da Loris De Filippi, presidente di MSF in Italia “Le persone sono trattate come merci da sfruttare. Ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. La loro disperazione è sconvolgente”. E ancora: “La Libia è solo l’esempio più recente ed estremo di politiche migratorie europee che da diversi anni hanno come principale obiettivo quello di allontanare le persone dalla nostra vista. Tutto questo toglie qualunque alternativa alle persone che cercano modi sicuri e legali di raggiungere l’Europa e le spinge sempre più in quelle reti di trafficanti che i leader europei dichiarano insistentemente di voler smantellare. Vie legali e sicure perché le persone possano raggiungere Paesi sicuri sono l’unico modo per proteggere i diritti delle persone in fuga, assicurare un controllo legale delle frontiere europee e rimuovere quei perversi incentivi che consentono ai trafficanti di prosperare”.

Per MSF:

“Le persone intrappolate in queste ben note condizioni da incubo hanno disperato bisogno di una via di uscita. Devono poter accedere a protezione, asilo e quando possibile a migliori procedure di rimpatrio volontario. Hanno bisogno di un’uscita di emergenza verso la sicurezza, attraverso canali sicuri e legali”.

Canali umanitari, diritto d’asilo europeo, una vera politica di cooperazione con i Paesi africani di origine e di transito dei migranti. Una politica fondata sul rispetto dei diritti umani e della dignità della persona… Questo significherebbe per l’Europa “salvare l’onore”. Ma più che una speranza, è una illusione se l’onore è affidato a quanti questo “onore” hanno calpestato.

il business della sofferenza in Libia e i governi europei

lettera aperta di Medici senza Frontiere

i governi europei alimentano il business della sofferenza in Libia

Lettera aperta di Medici senza Frontiere: i governi europei alimentano il business della sofferenza in Libia

MSF ha inviato oggi una lettera aperta ai leader degli Stati membri e alle istituzioni dell’Unione Europea per denunciare le atroci sofferenze che le loro politiche sulla migrazione stanno alimentando in Libia.

Nella lettera, inviata anche al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, MSF denuncia la determinazione dell’Europa nel bloccare le persone in Libia a qualunque costo e chiede che gli inaccettabili abusi contro le persone trattenute arbitrariamente nei centri di detenzione cessino al più presto.

Un sistema criminale di abusi

“Il dramma che migranti e rifugiati stanno vivendo in Libia dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa” si legge nella lettera, firmata dalla dott.ssa Joanne Liu, presidente internazionale di MSF e da Loris De Filippi, presidente di MSF in Italia. “Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi.”

MSF assiste le persone nei centri di detenzione di Tripoli da più di un anno e ha visto con i propri occhi questo schema di detenzione arbitraria, estorsioni, abusi fisici e privazione dei servizi di base che uomini, donne e bambini subiscono in questi centri.

“La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa. Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un’attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni” continua la lettera aperta di MSF. “Le persone sono trattate come merci da sfruttare. Ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. La loro disperazione è sconvolgente.”

La complicità dell’Europa

La riduzione delle partenze dalle coste libiche è stata celebrata come un successo nel prevenire le morti in mare e combattere le reti di trafficanti. Ma per MSF questa celebrazione è da considerarsi nella migliore delle ipotesi pura ipocrisia o, nella peggiore, cinica complicità con il business criminale che riduce gli esseri umani a mercanzia nelle mani dei trafficanti.

“Chi è davvero complice dei trafficanti: chi cerca di salvare vite umane oppure chi consente che le persone vengano trattate come merci da cui trarre profitto?” si domanda nella lettera di MSF. “La Libia è solo l’esempio più recente ed estremo di politiche migratorie europee che da diversi anni hanno come principale obiettivo quello di allontanare le persone dalla nostra vista. Tutto questo toglie qualunque alternativa alle persone che cercano modi sicuri e legali di raggiungere l’Europa e le spinge sempre più in quelle reti di trafficanti che i leader europei dichiarano insistentemente di voler smantellare.”

Per MSF, vie legali e sicure perché le persone possano raggiungere paesi sicuri sono l’unico modo per proteggere i diritti delle persone in fuga, assicurare un controllo legale delle frontiere europee e rimuovere quei perversi incentivi che consentono ai trafficanti di prosperare: “Le persone intrappolate in queste ben note condizioni da incubo hanno disperato bisogno di una via di uscita. Devono poter accedere a protezione, asilo e quando possibile a migliori procedure di rimpatrio volontario. Hanno bisogno di un’uscita di emergenza verso la sicurezza, attraverso canali sicuri e legali.”

“Non possiamo dire che non sapevamo quello che stava accadendo. Non possiamo continuare a tollerare questo vergognoso accanimento sulla miseria e la sofferenza delle persone in Libia” conclude la lettera di MSF. “Permettere che esseri umani siano destinati a subire stupri, torture e schiavitù è davvero il prezzo che, per fermare i flussi, i governi europei sono disposti a pagare?”

gli scemi e i furbi – dove porterà la logica del ‘mica siamo scemi!”?

gli scemi del mediterraneo

 Renato Sacco

(coordinatore Nazionale di Pax Christi)

“non siamo gli scemi del Mediterraneo, dobbiamo difendere i nostri interessi in Egitto e anche in Libia, investimenti italiani compresi”

Questi in sintesi i concetti espressi da Alfano, Cicchitto, Casini durante l’audizione dello scorso 4 settembre, davanti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato sul ritorno del nostro Ambasciatore in Egitto, dopo l’uccisione di Giulio Regeni.
Mica siamo scemi, dobbiamo pensare ai nostri interessi. E quindi all’Egitto continuiamo a vendere armi, e con la Libia facciamo accordi anche se sappiamo di fosse comuni con migranti torturati e uccisi, come scrive Nello Scavo sull’Avvenire di oggi.
Ma noi mica siamo gli scemi del Mediterraneo.
E a Regeni, che non era in Egitto per studiare !! (come sostiene il deputato Pini) possiamo dedicare una scuola, dice il ministro Alfano.  
            Mica sono scemo, potrà allora dire tranquillamente il figlio ai genitori che gli fanno le raccomandazioni, adesso che inizia la scuola: io penso ai fatti miei. 
            Mica sono scemo, risponderanno gli alunni agli insegnanti che a scuola cercheranno di educare alla Costituzione, ad alcuni valori fondamentali della vita.
E così potremmo andare avanti: mica sono scemo a pagare le tasse;  mica sono scemo a fare la pace, possono dire Trump, Putin, Assad o il Coreano Kim Jong-un.
            E così la politica, invece di trasmetterci i grandi ideali su cui fondare la convivenza umana, ci trasmette la logica del mica sono scemo.
Dove ci porta questa strada?
Domenica scorsa abbiamo pregato per Giulio, a 19 mesi dalla sua morte, e per lui continuiamo a chiedere verità; non vorremmo aver scoperto un’altra tragica verità su cui si poggia certa politica, quella del mica sono scemo.

no. non ci rassegniamo a questa logica.
a costo di passare per scemi.

 

 

 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi