un’altra foto che purtroppo è destinata ad indignarci ‘a rate’

Siria
la foto del bimbo nella valigia e l’indignazione a rate

BLOG di Shady Hamadi
Il bambino, mezzo addormentato, trasportato dal padre in una valigia, quasi fosse un abito, è la nuova immagine simbolo del conflitto in Siria. Uno scatto destinato a finire nel dimenticatoio nel giro di ventiquattro ore, facendo ripiombare il consueto silenzio sulla crisi siriana che è, probabilmente, la peggiore al livello umanitario dal secondo dopoguerra a oggi. Questa immagine, come molte altre che hanno fatto il giro del web, rappresenta la routine dell’indignazione a rate: viene pubblicata una foto anomale – come quella di Houda, la bambina che alza le braccia al cielo mentre il fotografo le sta per scattare una foto, pensando che la macchina fotografica sia una pistola o lo scatto del piccolo Aylan Kurdi, riverso deceduto in una spiaggia – milioni di persone la condividono, si scrivono articoli in cui si ricorda la tragedia del Paese mediorientale, si dibatte un po’ e finisce tutto – ancora una volta – nello sgabuzzino dei ricordi.
Il problema di questa indignazione a rate è serio perché si pensa di rispondere alla voce della propria coscienza, quella che ci dice di fare qualcosa, condividendo la foto o mettendo un like. Ma questa è una amara illusione che ci spinge a fuggire dalla responsabilità morale e dall’azione concreta. Quest’ultima significa appelli; raccolta firme e costruire un dialogo fra società civili. Proprio questo punto è forse il più importante: cosa vogliono i siriani? Cosa rappresenta per loro l’immagine di quel bambino? La risposta a questa ultima domanda può essere risolta in una parola: l’esilio, cioè la costrizione all’abbandono della propria casa o terra a causa di motivazioni politiche che portano alla violenza. Dovremmo essere indignati che nel 2018 ci siano ancora popoli costretti a diventare esuli. Allora, partendo da ciò, dobbiamo anche sapere che il bambino nella foto, se arriverà in Italia, non sarà parte di un invasione ma del nostro immobilismo

occorre una nuova politica della migrazione

politica della migrazione

una mancanza che pesa

di Donatella Di Cesare
in “Corriere della Sera” del 15 marzo 2018

Il voto in Italia è la conferma della crisi che da tempo affligge la sinistra europea. Così viene giudicato dai media e dall’opinione pubblica all’estero. Numerose sono le analisi che interpretano l’esito delle elezioni mettendo l’accento sul travaso dei voti dal Pd ai 5 Stelle (che segue peraltro quello degli ex Pci passati alla Lega). La questione riguarda anche Leu e in generale tutta l’area della sinistra. Le cause indicate sono molteplici. Per lo più prevale l’idea, senz’altro vera, ma troppo sbrigativa, che la sinistra abbia abbandonato «i propri territori», che non sia stata capace di dare voce a scontenti, disoccupati, disagiati. In breve: l’emancipazione si sarebbe arrestata. Ecco il motivo — si dice — della crisi, anzi dello spegnimento della sinistra. Sennonché lo scenario è ben più complesso. Lo dimostra il ruolo giocato dal tema della migrazione prima e durante la campagna elettorale. I toni accesi, gli episodi violenti — come dimenticare Macerata? — vanno ricondotti a tale contesto. Per le strade e nel web non si parlava d’altro. O quasi. Perciò nelle analisi politiche sarebbe un grave errore non riconoscere che la migrazione è stata un punto dirimente. Contro questa frontiera della democrazia ha urtato arenandosi una sinistra che non ha saputo intervenire per tempo. Una questione globale ha potuto così essere letta nei termini di un sovranismo provinciale. È mancata una narrazione alternativa in grado di delineare la complessità in modo semplice e non semplicistico, comprensibile a tutti. Nel migliore dei casi è stata fornita quella lettura economicistica dell’immigrazione che trasforma i cittadini-lavoratori in utili risorse umane: «lasciamoli entrare, perché ci servono».

Come se non fosse proprio questo il dispositivo del mercato neoliberista che, se da un canto attrae, dall’altro respinge i migranti che sono voluti, ma non benvenuti, richiesti come lavoratori, ma indesiderati come stranieri, vittime perciò di una duplice discriminazione, di «razza» e di «classe». Il problema, che ha investito, tutta la sinistra, non solo quella italiana, si può riassumere così: la giustizia sociale funziona unicamente all’interno dei confini nazionali? Occorre farsi carico solo del benessere economico degli autoctoni, salvaguardare e incrementare i diritti dei cittadini, in particolare — è ovvio — dei più poveri? Se è cosi, si accetta la frontiera fra cittadini e stranieri. Ma proprio questa frontiera è inaccettabile per la sinistra che finisce per tradire la sua provenienza e la sua vocazione: l’ideale della solidarietà. La giustizia sociale non può fermarsi ai confini nazionali.

Non è un caso che nel contesto tedesco dove, malgrado la crisi economico-finanziaria, il welfare ha tenuto, il tema della migrazione sia stato affrontato diversamente. Perché non si tratta di addossarsi la miseria del mondo, bensì di accettare una sfida epocale e inaggirabile. «Ce la faremo», sono le parole pronunciate nell’estate del 2015 da Angela Merkel che passerà alla storia per essere stata l’unico leader europeo ad aver richiamato i cittadini a una solidarietà responsabile. Ha fallito? Difficile dirlo. Tanto più che ha spiazzato il partito socialdemocratico. Ma certo ha avuto il coraggio di tentare. Purtroppo in Italia il tema della migrazione è stato affrontato in modo schizofrenico, da una parte consegnandolo alla pur decisiva carità etico-religiosa del volontariato, dall’altra facendone una questione di sicurezza e di ordine pubblico. È mancata e manca una politica della migrazione. Ed è grave che non sia stata sviluppata dalla sinistra con categorie nuove, che non riducano la politica a governance, a mera amministrazione. Proprio il tema della migrazione prova la necessità di una cultura politica in grado di sollevare lo sguardo di chi è ripiegato su di sé e rischia di non vedere quello che avviene oltreconfine

i migranti vengono segregati, come lebbrosi, in luoghi invisibili

chiesa migrante e dei migranti

Occorre un rapido aggiornamento del linguaggio, delle sensibilità, delle opzioni e delle prassi conseguenti. Dobbiamo farci migranti, cioè itineranti, lasciando le posizioni acquisite che ci rendono immobili ed egoisti. Ed è arrivato pure il momento di togliere dalla naftalina la Buona Notizia che non è: «Ecco per te una dottrina da imparare o una religione a cui aderire», ma: «Dio sta dalla parte degli ultimi e sostiene il loro riscatto». Allontanati dal centro della città per non disturbare la compulsione al consumo dell’inciviltà occidentale, i migranti vengono segregati, come lebbrosi, in luoghi invisibili, anche se per il momento, nel caso dovesse avvicinarsi qualcuno, pare non debbano agitare campanelli e gridare: «Clandestino impuro! Clandestino impuro!» (1). I migranti annegati nel Mediterraneo rappresentano la risposta, nel concreto, all’asfittico dibattito sulle eventuali radici cristiane dell’Europa. Quei morti sono un macigno sulle nostre coscienze e scandalizzeranno le generazioni future. Il capitalismo con le sue velenose esigenze, ci ha deformato a tal punto che non riconosciamo più storie, ferite, ingiustizie ma solo provenienze, colore della pelle ed utilità. Accogliamo manodopera mica persone. Per gli schiavi un posto si trova sempre, per chi ha bisogno no. «Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (2), dice Gesù. Il cuore dell’europeo sta vicino alla sua casetta (in Italia con il mutuo incorporato), alla macchina (in Italia con le rate del prestito incorporate), ed al divertimento (in Italia: calcio, vacanze, TV) . Se da piccoli avevamo amici immaginari e parlavamo da soli, da grandi abbiamo nemici immaginari e parliamo secondo le indicazioni dei manipolatori di professione. Ma la vita, che abbiamo defraudato ai migranti, grida e le proteste dei migranti sono giunte alle orecchie del Signore (3). E se non le ascoltiamo nella storia potremmo correre il rischio di doverle ascoltare, in eterno, nell’aldilà. Abbiamo accumulato ingiustizie, adesso siamo costretti a difenderle con la violenza di una legge o di accordi stipulati con Stati che non assicurano i diritti più elementari. Se poi non risulta sufficiente abbiamo a disposizione soldati pronti ad obbedire e armi rigorosamente made in Italy. Tutto questo per garantire un benessere che produce ansia, che è capace però di attrarre, corrompere e contaminare.

(1) «Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi nel regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero!» (Giacomo 2,5-6)
(2) Vangelo Matteo 6,21

(3) «Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori grida; e le proteste sono giunte alle orecchie del Signore» (Giacomo 5, 3-4)

pubblicato da ‘altranarrazione’

papa Francesco contro la paura dello straniero

migranti

l’appello del papa

“no alla paura dello straniero”

il papa contro “chi alza nuovi muri”

“i cristiani sono fratelli di ogni uomo, serve una globalizzazione della solidarietà”

 papa Francesco torna a parlare di immigrazione e a chiedere accoglienza:
Le paure si concentrano spesso su chi è straniero, diverso da noi, povero, come se fosse un nemico“,
dice Bergoglio parlando nella basilica romana di Santa Maria in Trastevere, in occasione dei 50 anni della Comunità di Sant’Egidio

“Il mondo oggi è spesso abitato dalla paura”, aggiunge il Pontefice, “E anche dalla rabbia che è una sorella della paura. È una malattia antica. Il nostro tempo conosce grandi paure di fronte alle vaste dimensioni della globalizzazione. E allora ci si difende da queste persone, credendo di preservare quello che abbiamo o quello che siamo. L’atmosfera di paura può contagiare anche i cristiani che, come quel servo della parabola, nascondono il dono ricevuto. Se siamo soli, siamo presi facilmente dalla paura“.

Per questo Papa Francesco chiede di ripensare la globalizzazione: “Il mondo è diventato globale, l’economia e le comunicazioni si sono unificate. Ma per tanta gente, specialmente per i poveri, si sono alzati nuovi muri”, sottolinea il Capo della Chiesa,

Le diversità sono occasione di ostilità e di conflitto. È ancora da costruire una globalizzazione della solidarietà e dello spirito. Il futuro del mondo globale è vivere insieme: questo ideale richiede l’impegno di costruire ponti, di tenere aperto il dialogo, di continuare a incontrarsi. Il cristiano, per sua vocazione, è fratello di ogni uomo, specie se povero e anche se è nemico. La Chiesa è segno di unità del genere umano, tra i popoli, le famiglie, le culture. Dobbiamo creare una società in cui nessuno sia più straniero: è la missione di valicare i confini e i muri, per riunire“.

i migranti sono davvero il grande disastro italiano?

il grande male dell’Italia sono gli immigrati

A sentire questa campagna elettorale, pare che tutte le colpe del nostro disagio siano degli immigrati. E se, invece, il grande male dell’Italia fosse un altro: l’ipocrisia. La finzione, la falsità. Puntiamo – i partiti, ma anche noi cittadini – il dito altrove, contro dei poveracci indifesi e senza voce, per non affrontare i nostri mali: corruzione, mafie, evasione

Ascolti i battibecchi elettorali e ti pare che il grande, unico male dell’Italia siano gli immigrati.
Ascolti i programmi dei partiti – quasi tutti – e l’unico punto che ti rimane impresso sono gli immigrati.

Ma è proprio così? Vogliamo crederci davvero?
Nessuno nega che l’arrivo in massa di centinaia di migliaia di persone ponga problemi e richieda spese e investimenti. E, comunque, se la presenza dei migranti suscita allarme, è giusto tenere in considerazione il timore dei cittadini. Non liquidarlo con sufficienza.
Però bisogna ricordare i reali termini della questione. Affrontarla nella sua complessità, basandoci sui dati di fatto.   

Non è vero, come dicono molti, che gli immigrati sono la principale causa della crisi e dell’impoverimento del nostro Paese. Non sono il primo problema, nemmeno il secondo. E neppure il terzo. Le cifre variano, ognuno dà i numeri. L’accoglienza, secondo alcune stime, nel 2017 è costata intorno ai 5 miliardi. Tanto, certo. Mettiamo pure che ci costi il doppio, il triplo. Si potrebbe obiettare che il dovere morale di accoglienza e solidarietà nei confronti di altri essere umani (ammesso che gli immigrati vengano ancora considerati tali) possa valere questa cifra. Si potrebbe dire che i ricchi paesi occidentali posseggono tanto, troppo, e hanno l’obbligo di rinunciare a qualcosa a favore di chi ha un decimo, un centesimo di noi (il Pil pro capite dei paesi più poveri è una frazione infinitesimale del nostro). Si potrebbe ricordare che un europeo consuma anche dieci volte tanto le risorse del pianeta rispetto a un africano. Insomma, qualche sacrificio sarebbe doveroso, se volessimo accettare le nostre responsabilità di essere umani.
Ma restiamo ai dati dell’accoglienza: nello stesso 2017 l’evasione fiscale in Italia è stata quantificata in 111 miliardi. Venti volte quanto ci costa l’accoglienza. Insomma, se mancano i soldi per scuole, ospedali, assistenza sociale, sanità, infrastrutture non è colpa degli immigrati. Se volessimo essere onesti intellettualmente, dovremmo puntare il dito verso noi stessi.

Non è vero, come dice qualcuno, che dobbiamo chiudere le porte in faccia agli immigrati perché portano il crimine nel nostro Paese. E lasciamo perdere banalissime – ma doverose – considerazioni. Una per tutte: gli italiani non sono stinchi di santi. Siamo stati e siamo tra i maggiori esportatori al mondo di criminalità. Le nostre mafie hanno messo radici ovunque: America, Francia, Germania, soltanto per citare alcuni esempi. Ma atteniamoci ai numeri: nel 2016 i reati in Italia sono calati, proprio quando l’immigrazione aumentava. E’ vero che la micro-criminalità arruola manovalanza tra i disperati, quindi spesso tra i migranti. Ma, se vogliamo ancora essere onesti con noi stessi, crediamo davvero che il problema per la nostra sicurezza siano soltanto i piccoli criminali da strada?
No, la nostra sicurezza è minacciata prima di tutto dalle grandi mafie made in Italy. Che arruolano gli immigrati e li riforniscono di droga, che uccidono, corrompono, impoveriscono intere regioni del Sud, minano la salute dell’economia del Nord, si infiltrano nella politica e nell’impresa, e si mangiano ogni anno più di cento miliardi di euro. Mafia, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita sono mali di cui sono responsabili criminali italiani.
E che dire della corruzione? Ci costa oltre cento miliardi l’anno, di nuovo venti volte quanto dobbiamo investire per accogliere i migranti.  

Non è vero neanche che la piaga della disoccupazione che colpisce i giovani italiani dipenda dagli immigrati. Chi arriva fa spesso lavori che noi non accettiamo più. Non solo, come ha scritto Vladimiro Polchi su Repubblica, i contributi pagati dagli immigrati sostengono il nostro sistema previdenziale. Per non dire che decine di migliaia di stranieri tornano nei loro paesi senza prendere la pensione in Italia (quindi regalandoci miliardi di euro).

E’ vero, gli immigrati pongono dei problemi. C’è chi ci specula (ma anche tantissimi che lavorano onestamente per assistere chi soffre). E’ vero, ci costa del denaro, ma cerchiamo di essere davvero onesti: per secoli (dall’epoca delle Repubbliche Marinare al Fascismo) abbiamo depredato i paesi da cui provengono i migranti. Forse questo ci imporrebbe un dovere morale nei loro confronti. Ma se pure crediamo di non aver alcun debito nei confronti del nostro passato, guardiamo al presente: ci sono multinazionali italiane ed europee che oggi sono accusate di pagare mazzette miliardarie per sfruttare materie prime nei paesi poveri. Ci sembra giusto? Noi, se le accuse fossero confermate, diamo soldi ai governanti corrotti sottraendo ricchezze agli africani e poi facciamo le anime candide quando gli immigrati ci chiedono uno sforzo per assisterli?   

A sentire questa campagna elettorale, pare che tutte le colpe del nostro disagio siano degli immigrati. E se, invece, il grande male dell’Italia fosse un altro: l’ipocrisia. La finzione, la falsità. Puntiamo – i partiti, ma anche noi cittadini – il dito altrove, contro dei poveracci indifesi e senza voce, per non affrontare i nostri mali: corruzione, mafie, evasione. Mancanza di senso civile.
Essere un popolo, essere italiani (come si sente dire tanto spesso in tv), significa prima di tutto questo: sapere chi siamo e affrontare le nostre responsabilità. Lo facciamo davvero?

i migranti considerati ‘non persone’

dopo Macerata

la filosofa Boella:

“siamo tornati alle «non persone» di Arendt”

 
«Se negli “altri” non si vede umanità è la fine dell’empatia, che genera odio»
la studiosa di etica ricorda che oggi per i migranti si usa l’espressione «displaced persons», come per gli ebrei
Laura Boella (Foto Vito Panico)

Laura Boella 

Marina Corradi

Dopo Macerata, mentre la destra grida ai «migranti bomba sociale», e si percepisce in Italia l’ombra di un razzismo avanzante

La senatrice Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, in un’intervista ha detto una frase densa di significato: «L’indifferenza è peggio della violenza». Abbiamo chiesto di commentarla a Laura Boella, docente di Filosofia morale all’Università Statale di Milano. «Liliana Segre – osserva Boella – ricorda l’epoca della persecuzione antiebraica, quando da un giorno all’altro intere famiglie ebree scomparivano e i vicini di casa voltavano la testa dall’altra parte, e non dicevano nulla.

C’è un voltare la testa, un non voler vedere che riguarda ancora oggi molti italiani: i migranti che li circondano vengono visti come una massa anonima, non riconosciuta come pluralità di individui che hanno invece nome, un volto e una storia. Questo è un vizio di fondo nel rapporto con la realtà, e incide nell’etica quotidiana: le persone diventano numeri, categorie, ‘clandestini’, ‘vù cumprà’. È un disimpegno dal livello elementare di incontro con l’altro. Livello elementare che non va confuso con solidarietà o accoglienza, ma è almeno l’inizio di un possibile cammino. È un non mettere l’altro nel mucchio, non relegarlo nel mondo delle ‘non persone’, espressione questa di Hannah Arendt.

È significativo che oggi per i migranti si usi l’espressione displaced persons, la stessa che indicava le masse di ebrei rifiutati da Paesi ‘democratici’, privati di ogni diritto fino a diventare un niente, nei lager. Questo processo di ‘anonimizzazione’ dell’altro è un’ombra che si proietta anche sul nostro presente’.

Lei ha appena pubblicato un saggio (‘Empatia’, Raffaello Cortina editore) in cui definisce appunto l’empatia come «l’ingresso nel nostro orizzonte vitale, emotivo e cognitivo di ciò che è vissuto dall’altro». Ma come si pratica l’empatia?
La prima cosa è esercitarci a guardare chi ci sfiora per strada ricordandoci che è un uomo unico, e che ha un infinito valore. Non è nemmeno solo una vittima, è di più: è un uomo, nella sua totalità.

Per Edith Stein empatia era «essere presi dentro» dall’altro…
Un aprirsi concreto alla presenza dell’altro nella vita quotidiana. Perché fenomeni come quello di Macerata non nascono da pura follia, ma dal fatto che quegli ‘altri’ non vengono riconosciuti come uomini.

C’è quindi come un guasto collettivo della nostra capacità di empatia di fronte al fenomeno migratorio?
Sì, ribadendo che empatia non è solidarietà, ma la pura presa d’atto che l’altro esiste e ha valore. Questo riconoscimento viene a mancare perché prevale la paura dell’altro, straniero. Poi la politica e i media agiscono come un moltiplicatore, e allora «gli stranieri ci rubano il lavoro», e allora «America first’»…

Non ci può essere, nell’evitare di guardare i migranti, anche una paura della sofferenza che incontreremmo, se conoscessimo le loro storie, se ci lasciassimo coinvolgere?
Certo, ci può essere anche una incapacità di reggere il coinvolgimento emotivo. Ma bisogna sapere che è possibile passare attraverso questa difficoltà, senza chiudere del tutto la porta. È un lavoro da fare sulle proprie emozioni.

Lei è una studiosa di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz. La Hillesum scriveva che ogni grammo di odio introdotto nel mondo fa del male a tutti, mentre un solo grammo di bene si estende e si propaga.
Etty Hillesum aveva fatto una profonda esperienza su se stessa e conosceva bene l’irrigidimento e anche la depressione che gravano su chi si lascia andare all’odio. Aveva capito su di sé che per quella strada non si va da nessuna parte. Invece aveva scelto un ampliamento del cuore, un accogliere nel cuore tante persone, così che anche la sua fragilità e insicurezza cambiarono totalmente di segno.

Che cosa possiamo fare dunque davanti a questo malessere crescente in Italia, esploso a Macerata?
Lo sguardo che posiamo sull’altro è fondamentale. È un’affermazione della nostra stessa dignità e del nostro senso di umanità saper guardare, sentire, leggere l’altro nello sguardo, nel volto. In modo da non cadere negli stereotipi, negli slogan, nelle categorie che dividono ‘noi’ da una moltitudine di estranei senza nome e senza storia.

il vescovo e la provocazione: il missionario radicale o i poveri radicali?

Palermo

il vescovo Lorefice:

Biagio Conte, una provocazione per noi

oltre 4mila firme in meno di 24 ore alla petizione per i senzatetto, che nel capoluogo siciliano sono più di 400

L’arcivescovo Lorefice porge l’Eucarestia a fratel Biagio Conte

l’arcivescovo Lorefice porge l’Eucarestia a fratel Biagio Conte

Alessandra Turrisi

La Chiesa di Palermo è con Biagio Conte. In realtà lo è sempre stata, visto che la missione ‘Speranza e Carità’, che ospita da oltre 25 anni mille persone senza più nulla, è una testimonianza viva dell’amore preferenziale per i poveri.

Ma ieri questa vicinanza si è resa più visibile con l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, in ginocchio accanto al missionario laico, mano nella mano, in ascolto reciproco, in preghiera. È durato 40 minuti l’incontro tra Lorefice e Biagio sotto il colonnato delle Poste centrali di via Roma, a Palermo. Il missionario col saio verde, avvolto nelle coperte, è prostrato da sei giorni di digiuno, di veglia, di freddo e intemperie. L’arcivescovo gli ha portato l’eucaristia e Biagio si è commosso fino alle lacrime.

Nessuna parola a caldo per commentare l’insolita forma di protesta che, da quasi una settimana, ha schiaffeggiato l’indifferenza della città verso chi muore per strada da solo, chi non ha una casa, chi non ha un lavoro. «Custodiamola nel cuore», dice sulle prime l’arcivescovo. Poi, dopo aver metabolizzato i contenuti dell’incontro, don Corrado ammette l’importanza dell’azione di fratel Biagio che «pro-voca e interpella tutti, anche noi cristiani, le nostre comunità, il vescovo, non solo le istituzioni e l’amministrazione comunale. Ci vorrebbero veri cristiani e uomini e donne di buona volontà impegnati in politica unicamente per il bene comune, preparati e audaci, liberi da altri interessi come il pozzallese Giorgio La Pira, veramente determinati a guardare la città dal basso. Un piano lavoro. Un piano case. Un piano pane da condividere dignitosamente nelle famiglie. Spazi di confronto per risolvere i veri problemi lontani dalla demagogia o dalle beghe agitate per distogliere dai bisogni della gente».

La vicinanza della Chiesa a fratel Biagio non è mai mancata. La presenza continua di sacerdoti, gruppi di laici, religiose, anche l’arrivo silenzioso del cardinale Paolo Romeo, arcivescovo emerito di Palermo, sabato sera. Domenica è passato don Elisée Ake Brou, sacerdote della diocesi di Monreale che trovò proprio nella missione Speranza e Carità il primo approdo dopo la fuga dalla Costa d’Avorio, tanti anni fa. È stata lanciata una raccolta firme su Change.org per unirsi all’appello di Biagio e impegnare tutte le istituzioni a dare corso ad azioni concrete in favore di famiglie e persone senza alloggio: oltre 4 mila firme in meno di 24 ore.

Ma Biagio Conte resta lì, al freddo. I senzatetto di tutta la città hanno appreso che il missionario ha deciso di vivere come loro, disteso a terra sui cartoni, senza il minimo vitale, e lo vanno a trovare, gli raccontano le loro storie. Le critiche, anche aspre sui social, non mancano; le accuse di esibizionismo e fanatismo. Molti chiedono: ma insomma, cosa vuole ottenere questa volta Conte? Niente in particolare e tutto. Lo sintetizza uno dei volontari storici, il medico Francesco Russo: «Potremmo dire che fratel Biagio chiede che nella società e nel mondo aumentino la bontà e la tenerezza verso Dio, verso se stessi e verso il prossimo, e il mondo possa essere così un posto migliore».

«Tutti sappiamo che c’è tanta gente che dorme per strada, a Palermo sono più di 400 – dichiara il senatore di Mdp Francesco Campanella –. Biagio Conte, come usa fare, rompe gli schemi e, con il suo forte gesto di andare a dormire per strada come un senzatetto, ci mette di fronte al fatto che quelle persone sono fatte di carne e di sangue come noi. Come i nostri cari».

anche la chiesa alla scuola della misericordia secondo il segretario dei vescovi italiani

la chiesa impari di più la misericordia

di Nunzio Galantino

in “Il Sole 24 Ore” del 30 dicembre 2017

“da troppi pulpiti viene diffuso il timore che l’accoglienza metta a rischio la nostra tenuta sociale, e si propone come rimedio la logica dei muri, per elevare da ogni parte divisori invalicabili, per tenere lontano chi è più povero e ciò che è diverso, cioè quanto potrebbe scomodarci o metterci in discussione. Non va forse in questa direzione la mancata approvazione in Senato all’antivigilia di Natale della legge sul diritto di cittadinanza? Una volta di più la miopia e il calcolo impediscono alla politica di muoversi secondo giustizia, di vedere l’instabilità di un mondo abitato da evidenti disuguaglianze e di non comprendere quanto sia precario un benessere non condiviso”

Non sono uso a guardare indietro né faccio troppi calcoli sul domani: piuttosto che soppesare e prevedere preferisco, quando e come mi riesce, l’impegno concreto e appassionato di ogni giorno. Detto questo, il passaggio al nuovo anno rappresenta comunque per tutti un momento di bilancio e di rilancio. Qui cerco di farlo gettando uno sguardo al recente cammino della Chiesa italiana, cercando di intravedere gli orizzonti che la attendono e gli obiettivi da raggiungere, a partire dalle sfide che la storia ci presenta. Negli ultimi anni, la vita della Chiesa è stata positivamente sconvolta dall’elezione di Papa Francesco, della quale sta per compiersi il quinto anniversario. Siamo riconoscenti anzitutto a lui, che con il suo progetto di riforma ha spinto a rimescolare le carte della Chiesa italiana, esortandola a ripensare sempre di più ai motivi che la spingono e le coordinate del suo vivere. Sulla scia del Concilio, ci ha indicato con forza la via della solidarietà con gli ultimi e della condivisione delle vicende umane, per far sì che la testimonianza evangelica sia autentica e non solo di facciata. Lo scossone è stato e rimane forte, diciamoci la verità. Francesco costringe la Chiesa, nella sua azione pastorale, ad assumere una prospettiva ampia, che la porti a guardare sempre più fuori di se stessa, verso il mondo e i poveri, per mantenere viva la sua identità profonda, segno di quell’amore di Dio per gli uomini che abbiamo appena celebrato nel Natale. È un impegno che – se la Chiesa italiana fa suo nella vita quotidiana delle comunità – è stato messo nuovamente a fuoco in occasione della Settimana sociale dei cattolici italiani, dedicata quest’anno al tema cruciale del lavoro. Perché non resti un convegno fine a se stesso occorre davvero che tale impegno divenga ogni giorno più pressante e spinga a una revisione delle attività e delle strutture ecclesiali, nell’ottica della missione e della carità. La Chiesa, del resto, non rimane se stessa se non si immerge nelle pieghe della storia, se non condivide con i poveri e non opera in ogni modo per favorire e costruire il bene comune. In quest’ottica, non è un caso che la pace sia l’obiettivo che ci poniamo fin dal primo giorno dell’anno con la Giornata mondiale, dedicata quest’anno ai migranti e ai rifugiati, cioè a tutti coloro che “fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, povertà e degrado ambientale” (dal Messaggio di Papa Francesco). Qualcuno storcerà il naso, poi, nel vedere pochi giorni dopo – precisamente il 14 gennaio – la Chiesa celebrare anche la “Giornata mondiale del migrante e del rifugiato”, per rafforzare il nostro impegno nel tendere la mano a chi lascia la propria terra in cerca di una condizione più stabile, dignitosa e umana. Da troppi pulpiti viene diffuso il timore che l’accoglienza metta a rischio la nostra tenuta sociale, e si propone come rimedio la logica dei muri, per elevare da ogni parte divisori invalicabili, per tenere lontano chi è più povero e ciò che è diverso, cioè quanto potrebbe scomodarci o metterci in discussione. Non va forse in questa direzione la mancata approvazione in Senato all’antivigilia di Natale della legge sul diritto di cittadinanza? Una volta di più la miopia e il calcolo impediscono alla politica di muoversi secondo giustizia, di vedere l’instabilità di un mondo abitato da evidenti disuguaglianze e di non comprendere quanto sia precario un benessere non condiviso. La Chiesa non rimane alla finestra. Consapevole del suo dovere di solidarietà, e del fatto che senza inclusione non può darsi la pace, anche grazie ai fondi dell’otto per mille ha approntato anche quest’anno numerosi progetti, sia a sostegno di Paesi poveri e zone bisognose, sia al fine di realizzare una maggiore inclusione degli indigenti italiani e di quanti giungono in Italia fuggendo dalla miseria e dalla guerra. Le comunità e le associazioni sono impegnate su tutto il territorio in una quotidiana opera di assistenza, che muove migliaia di volontari e richiede mezzi ingenti. C’è da augurarsi e da lavorare perché il nuovo anno veda ridursi le chiusure egoistiche e porti un maggiore coinvolgimento da parte di tutti.
Un ultimo tema, tra i tanti che mi scorrono davanti, è quello dei giovani. Su iniziativa di Papa Francesco, l’anno che sta per iniziare vedrà impegnata la Chiesa anche in un Sinodo dedicato proprio a loro. Non si tratterà di un convegno realizzato da alcuni esperti né di un momento isolato, ma di un cammino che compiremo per i giovani e insieme ai giovani, per sintonizzarci insieme e comprendere il modo di rendere la Chiesa e la società più aperte. Attraverso queste e altre tappe, la Chiesa italiana si propone nel 2018 di crescere nella via del Vangelo e nella fedeltà alla storia. Si propone in altri termini di imparare sempre di più la misericordia, che non è un semplice sentimento, ma coinvolgimento nella sorte dell’altro, uscita da se stessi e impegno solidale. Sono queste le vie che ci proponiamo di percorrere insieme a tutta la società, in uno stile di confronto e collaborazione che ci ricordi la natura del bene comune, il quale come la tematica ambientale e gli stessi dati economici non mancano di ricordarci – non può essere raggiunto dagli uni a scapito di altri, ma nello spirito di chi cammina in cordata e avanza avendo cura di procedere insieme.

 Nunzio Galantino

Italia, comportati con gentilezza e compassione verso gli immigrati – gli auguri della cantante Noa

le parole di Noa

io, straniera innamorata, dico: Italia, resta gentile..


Noa*
che cosa ti auguro, amata Italia, per l’avvento del nuovo anno? Che tu faccia tesoro dei doni che ti sono stati dati
Io, straniera innamorata, dico: Italia, resta gentile..

È un grande onore e un piacere essere oggi qui, grazie per l’invito; il mio cuore sta battendo molto forte mentre sto parlando. Il Parlamento è un luogo di legislazione, di dibattito e di lotta politica. È un luogo deputato a dare forma al futuro. Quando impariamo dal passato e osserviamo il presente, spesso tendiamo a giudicarci severamente. Vediamo chiaramente le nostre imperfezioni, lamentiamo la nostra debolezza e viviamo in uno stato costante di insoddisfazione e di frustazione. Credo che ciò sia una parte naturale del ciclo umano, che ci dà un incentivo a migliorarci e a svilupparci … ma anche molto spesso ci rende inconsapevoli della nostra bellezza … fino a quando arriva uno straniero innamorato, e ci ricorda quanto dobbiamo essere grati.

Oggi vorrei essere io quella straniera. Per venticinque anni, ho visto questo Paese con gli occhi dell’amore. Mi sono esibita in centinaia di concerti in ogni piccolo paese e grande città, in campi, festival, cattedrali, piazze e teatri dell’opera, e ho incontrato migliaia e migliaia di Italiani, ognuno dei quali ho voluto abbracciare personalmente. Ho cantato nei vostri festival, ascoltato le vostre storie, imparato le vostre canzoni, riso e pianto con i vostri film e ho adorato la vostra arte e la vostra cultura. Ho iniziato in Sicilia, la magnifica isola del sud, la cui gente è così tenace e ricca come la sua terra e la sua storia. I miei figli si sentono a casa nelle acque cristalline che abbracciano questa grande isola e quelle intorno a essa, in particolare le splendide Eolie… questo meraviglioso mare, come nessun altro al mondo, che vi prego, guardiani di questa grande terra, di fare in modo di proteggere per le future generazioni. Ho ammirato la selvaggia e splendida Sardegna, e ho adorato Napoli e i suoi dintorni, la sua gente e la sua cultura meravigliosa che ho adottato come mia propria.

La cantante Noa mentre si esibisce nell’Aula di Montecitorio per il concerto di Natale

la cantante Noa mentre si esibisce nell’Aula di Montecitorio per il concerto di Natale

E da lì, pian piano su, su, da una splendida regione ad un’altra, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise, Lazio, Abruzzo, Umbria, Marche, Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino e alla fine, il gioiello del nord, la Valle D’Aosta. Ogni regione, con la sua cultura, il suo patrimonio, la sua storia, la sua natura e unicità, mi ha abbagliato e ispirato fino a quando mi sono del tutto persa nella bellezza. Sì… mi sono persa e sono diventata una persona nuova. Ho perso, su questa terra, molte delle mie paure e della disperazione che spesso accompagnano la vita nel mio Paese, e le ho sostituite con l’ottimismo e la speranza.

Così cosa ti auguro, amata Italia, per l’avvento del nuovo anno? Che tu faccia tesoro dei doni che ti sono stati dati. Che non dia mai per scontata la tua democrazia conquistata con fatica, poiché conosci bene la strada dolorosa che hai percorso per ottenerla. Che tu continui a mettere in guardia e ad educare contro il razzismo e il fascismo, come fai per la Festa della Liberazione e la Giornata della Memoria, in modo che non  si ripeta mai più per nessuno la tragedia accaduta al mio popolo e al tuo. Che tu ti comporti con gentilezza e compassione verso gli immigrati, ricordando quanti del tuo popolo sono emigrati da questa terra e si sono sparsi per il mondo, alla ricerca di un futuro migliore.

Che tu protegga i tuoi splendidi e fragili tesori naturali e i siti storici dagli artigli dell’avidità e dell’avarizia. Che tu ti prenda cura dei tuoi poeti, musicisti, scrittori, pittori e filosofi, poiché essi sono il tuo cuore pulsante. Questa terra mi ha dato infinite opportunità di tirare fuori il meglio di me, di cantare per la pace, di abbattere muri e costruire ponti, di mettere la musica su un piedistallo, e di inginocchiarmi umilmente dinanzi ad essa, come si farebbe dinanzi all’altare, di vivere la vita come credo debba essere vissuta: con semplicità, onestà e passione, con molte risate e infinito amore. Grazie, grazie! Dio benedica l’Italia.

*La grande cantante Noa, ebrea di origine yemenita, israeliana impegnata da anni per la pace e la convivenza tra diversi, è stata la protagonista ieri sera di un intenso e bellissimo concerto di Natale nell’Aula di Montecitorio alla presenza della presidente della Camera Laura Boldrini e nel corso del quale ha dedicato una straordinaria ‘Ave Maria’ a papa Francesco. Questo è il discorso con cui l’artista ha introdotto l’evento

il presepe sul gommone dei profughi

dov’è Cristo?

oggi è sul gommone

 

La Sacra Famiglia sul gommone: l’immagine scelta da un comune del Bolognese per rappresentare il presepe – non nuova perché molte comunità cristiane hanno scelto la stessa lettura della Natività in anni recenti –, si è accompagnata al solito stuolo di polemiche, spesso violente, che fioriscono ogni volta che si tocca il delicato tema dei migranti. E la scelta del comune è ancor più significativa, se pensiamo al recente conformismo che rende impopolare ogni forma di apertura e di empatia nei confronti dei sofferenti, siano essi rifugiati o migranti economici.

 

«Riconoscere Cristo in chi soffre» è uno dei messaggi che, nel solco della tradizione della Chiesa, sempre più frequentemente lancia papa Francesco, sfidando l’onda nera che porta con sé chiusure ed egoismi e che monta nelle nostre opulente, per quanto affannate, società occidentali. Un’onda che si sta pericolosamente alimentando della complicità di settori rilevanti del mondo cattolico, non necessariamente le correnti più estremiste che oggi contestano Francesco. Ambienti che, nel nome della difesa di presunti “principi non negoziabili”, fanno un’accurata selezione di detti principi da difendere, proclamandosi difensori della vita nascente se si parla di leggi sulla libertà di scelta della donna, ma ignorando e respingendo come minaccia la vita del bambino denutrito che approda sulle coste italiane (che dovrà rimanere straniero anche dopo anni di vita e di socializzazione in Italia!) o dell’adulto che è scampato alla morte nella sua terra o in mare.

Questi “valori”, branditi come arma e non vissuti come testimonianza, cristallizzati in forme anonime e anodine e non incarnati nella vita quotidiana, diventano strumento al servizio delle correnti più radicali della politica, innervate di razzismo e nazionalismo, che sempre hanno cercato di legittimarsi ricorrendo al linguaggio e all’immaginario religiosi, ben lungi dall’essere reali portatrici delle istanze professate. Era così negli anni Trenta.

È vero, ci sono molti poveri autoctoni. Molti che non riescono a far quadrare i conti, a dare un domani ai propri figli, a fare progetti per il futuro. Ma la povertà relativa dei nostri ultimi non è paragonabile alla miseria assoluta dei dannati della Terra, quelle mamme che devono scegliere quale figlio far sopravvivere perché non c’è spazio per tutti, quei papà che devono abbandonare la famiglia per anni per cercare il più umile dei lavori concesso dagli europei. Lo ha ricordato papa Francesco, ai cristiani e ai laici, inaugurando il Giubileo della Misericordia nella Repubblica Centrafricana e non a Scampia o a Quarto Oggiaro, chiedendoci di riprendere possesso del senso della realtà e delle proporzioni.

Lo avevano ben capito i nostri poveri e poverissimi nonni, che nelle campagne, nonostante anni di privazioni e di sofferenze dovute alla guerra fascista, nell’ora più buia non esitarono a mettere a disposizione quel poco che avevano di fronte al dolore e alla miseria più grandi che bussavano alle loro porte nelle vesti dei perseguitati in cerca di salvezza. Loro sì che avevano il senso delle proporzioni.

Oggi, Cristo, dimenticato e svuotato dai cristiani d’Europa, è su quel gommone e, prima ancora, là da dove quel gommone è partito.

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