i migranti considerati ‘non persone’

dopo Macerata

la filosofa Boella:

“siamo tornati alle «non persone» di Arendt”

 
«Se negli “altri” non si vede umanità è la fine dell’empatia, che genera odio»
la studiosa di etica ricorda che oggi per i migranti si usa l’espressione «displaced persons», come per gli ebrei
Laura Boella (Foto Vito Panico)

Laura Boella 

Marina Corradi

Dopo Macerata, mentre la destra grida ai «migranti bomba sociale», e si percepisce in Italia l’ombra di un razzismo avanzante

La senatrice Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, in un’intervista ha detto una frase densa di significato: «L’indifferenza è peggio della violenza». Abbiamo chiesto di commentarla a Laura Boella, docente di Filosofia morale all’Università Statale di Milano. «Liliana Segre – osserva Boella – ricorda l’epoca della persecuzione antiebraica, quando da un giorno all’altro intere famiglie ebree scomparivano e i vicini di casa voltavano la testa dall’altra parte, e non dicevano nulla.

C’è un voltare la testa, un non voler vedere che riguarda ancora oggi molti italiani: i migranti che li circondano vengono visti come una massa anonima, non riconosciuta come pluralità di individui che hanno invece nome, un volto e una storia. Questo è un vizio di fondo nel rapporto con la realtà, e incide nell’etica quotidiana: le persone diventano numeri, categorie, ‘clandestini’, ‘vù cumprà’. È un disimpegno dal livello elementare di incontro con l’altro. Livello elementare che non va confuso con solidarietà o accoglienza, ma è almeno l’inizio di un possibile cammino. È un non mettere l’altro nel mucchio, non relegarlo nel mondo delle ‘non persone’, espressione questa di Hannah Arendt.

È significativo che oggi per i migranti si usi l’espressione displaced persons, la stessa che indicava le masse di ebrei rifiutati da Paesi ‘democratici’, privati di ogni diritto fino a diventare un niente, nei lager. Questo processo di ‘anonimizzazione’ dell’altro è un’ombra che si proietta anche sul nostro presente’.

Lei ha appena pubblicato un saggio (‘Empatia’, Raffaello Cortina editore) in cui definisce appunto l’empatia come «l’ingresso nel nostro orizzonte vitale, emotivo e cognitivo di ciò che è vissuto dall’altro». Ma come si pratica l’empatia?
La prima cosa è esercitarci a guardare chi ci sfiora per strada ricordandoci che è un uomo unico, e che ha un infinito valore. Non è nemmeno solo una vittima, è di più: è un uomo, nella sua totalità.

Per Edith Stein empatia era «essere presi dentro» dall’altro…
Un aprirsi concreto alla presenza dell’altro nella vita quotidiana. Perché fenomeni come quello di Macerata non nascono da pura follia, ma dal fatto che quegli ‘altri’ non vengono riconosciuti come uomini.

C’è quindi come un guasto collettivo della nostra capacità di empatia di fronte al fenomeno migratorio?
Sì, ribadendo che empatia non è solidarietà, ma la pura presa d’atto che l’altro esiste e ha valore. Questo riconoscimento viene a mancare perché prevale la paura dell’altro, straniero. Poi la politica e i media agiscono come un moltiplicatore, e allora «gli stranieri ci rubano il lavoro», e allora «America first’»…

Non ci può essere, nell’evitare di guardare i migranti, anche una paura della sofferenza che incontreremmo, se conoscessimo le loro storie, se ci lasciassimo coinvolgere?
Certo, ci può essere anche una incapacità di reggere il coinvolgimento emotivo. Ma bisogna sapere che è possibile passare attraverso questa difficoltà, senza chiudere del tutto la porta. È un lavoro da fare sulle proprie emozioni.

Lei è una studiosa di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz. La Hillesum scriveva che ogni grammo di odio introdotto nel mondo fa del male a tutti, mentre un solo grammo di bene si estende e si propaga.
Etty Hillesum aveva fatto una profonda esperienza su se stessa e conosceva bene l’irrigidimento e anche la depressione che gravano su chi si lascia andare all’odio. Aveva capito su di sé che per quella strada non si va da nessuna parte. Invece aveva scelto un ampliamento del cuore, un accogliere nel cuore tante persone, così che anche la sua fragilità e insicurezza cambiarono totalmente di segno.

Che cosa possiamo fare dunque davanti a questo malessere crescente in Italia, esploso a Macerata?
Lo sguardo che posiamo sull’altro è fondamentale. È un’affermazione della nostra stessa dignità e del nostro senso di umanità saper guardare, sentire, leggere l’altro nello sguardo, nel volto. In modo da non cadere negli stereotipi, negli slogan, nelle categorie che dividono ‘noi’ da una moltitudine di estranei senza nome e senza storia.

il vescovo e la provocazione: il missionario radicale o i poveri radicali?

Palermo

il vescovo Lorefice:

Biagio Conte, una provocazione per noi

oltre 4mila firme in meno di 24 ore alla petizione per i senzatetto, che nel capoluogo siciliano sono più di 400

L’arcivescovo Lorefice porge l’Eucarestia a fratel Biagio Conte

l’arcivescovo Lorefice porge l’Eucarestia a fratel Biagio Conte

Alessandra Turrisi

La Chiesa di Palermo è con Biagio Conte. In realtà lo è sempre stata, visto che la missione ‘Speranza e Carità’, che ospita da oltre 25 anni mille persone senza più nulla, è una testimonianza viva dell’amore preferenziale per i poveri.

Ma ieri questa vicinanza si è resa più visibile con l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, in ginocchio accanto al missionario laico, mano nella mano, in ascolto reciproco, in preghiera. È durato 40 minuti l’incontro tra Lorefice e Biagio sotto il colonnato delle Poste centrali di via Roma, a Palermo. Il missionario col saio verde, avvolto nelle coperte, è prostrato da sei giorni di digiuno, di veglia, di freddo e intemperie. L’arcivescovo gli ha portato l’eucaristia e Biagio si è commosso fino alle lacrime.

Nessuna parola a caldo per commentare l’insolita forma di protesta che, da quasi una settimana, ha schiaffeggiato l’indifferenza della città verso chi muore per strada da solo, chi non ha una casa, chi non ha un lavoro. «Custodiamola nel cuore», dice sulle prime l’arcivescovo. Poi, dopo aver metabolizzato i contenuti dell’incontro, don Corrado ammette l’importanza dell’azione di fratel Biagio che «pro-voca e interpella tutti, anche noi cristiani, le nostre comunità, il vescovo, non solo le istituzioni e l’amministrazione comunale. Ci vorrebbero veri cristiani e uomini e donne di buona volontà impegnati in politica unicamente per il bene comune, preparati e audaci, liberi da altri interessi come il pozzallese Giorgio La Pira, veramente determinati a guardare la città dal basso. Un piano lavoro. Un piano case. Un piano pane da condividere dignitosamente nelle famiglie. Spazi di confronto per risolvere i veri problemi lontani dalla demagogia o dalle beghe agitate per distogliere dai bisogni della gente».

La vicinanza della Chiesa a fratel Biagio non è mai mancata. La presenza continua di sacerdoti, gruppi di laici, religiose, anche l’arrivo silenzioso del cardinale Paolo Romeo, arcivescovo emerito di Palermo, sabato sera. Domenica è passato don Elisée Ake Brou, sacerdote della diocesi di Monreale che trovò proprio nella missione Speranza e Carità il primo approdo dopo la fuga dalla Costa d’Avorio, tanti anni fa. È stata lanciata una raccolta firme su Change.org per unirsi all’appello di Biagio e impegnare tutte le istituzioni a dare corso ad azioni concrete in favore di famiglie e persone senza alloggio: oltre 4 mila firme in meno di 24 ore.

Ma Biagio Conte resta lì, al freddo. I senzatetto di tutta la città hanno appreso che il missionario ha deciso di vivere come loro, disteso a terra sui cartoni, senza il minimo vitale, e lo vanno a trovare, gli raccontano le loro storie. Le critiche, anche aspre sui social, non mancano; le accuse di esibizionismo e fanatismo. Molti chiedono: ma insomma, cosa vuole ottenere questa volta Conte? Niente in particolare e tutto. Lo sintetizza uno dei volontari storici, il medico Francesco Russo: «Potremmo dire che fratel Biagio chiede che nella società e nel mondo aumentino la bontà e la tenerezza verso Dio, verso se stessi e verso il prossimo, e il mondo possa essere così un posto migliore».

«Tutti sappiamo che c’è tanta gente che dorme per strada, a Palermo sono più di 400 – dichiara il senatore di Mdp Francesco Campanella –. Biagio Conte, come usa fare, rompe gli schemi e, con il suo forte gesto di andare a dormire per strada come un senzatetto, ci mette di fronte al fatto che quelle persone sono fatte di carne e di sangue come noi. Come i nostri cari».

anche la chiesa alla scuola della misericordia secondo il segretario dei vescovi italiani

la chiesa impari di più la misericordia

di Nunzio Galantino

in “Il Sole 24 Ore” del 30 dicembre 2017

“da troppi pulpiti viene diffuso il timore che l’accoglienza metta a rischio la nostra tenuta sociale, e si propone come rimedio la logica dei muri, per elevare da ogni parte divisori invalicabili, per tenere lontano chi è più povero e ciò che è diverso, cioè quanto potrebbe scomodarci o metterci in discussione. Non va forse in questa direzione la mancata approvazione in Senato all’antivigilia di Natale della legge sul diritto di cittadinanza? Una volta di più la miopia e il calcolo impediscono alla politica di muoversi secondo giustizia, di vedere l’instabilità di un mondo abitato da evidenti disuguaglianze e di non comprendere quanto sia precario un benessere non condiviso”

Non sono uso a guardare indietro né faccio troppi calcoli sul domani: piuttosto che soppesare e prevedere preferisco, quando e come mi riesce, l’impegno concreto e appassionato di ogni giorno. Detto questo, il passaggio al nuovo anno rappresenta comunque per tutti un momento di bilancio e di rilancio. Qui cerco di farlo gettando uno sguardo al recente cammino della Chiesa italiana, cercando di intravedere gli orizzonti che la attendono e gli obiettivi da raggiungere, a partire dalle sfide che la storia ci presenta. Negli ultimi anni, la vita della Chiesa è stata positivamente sconvolta dall’elezione di Papa Francesco, della quale sta per compiersi il quinto anniversario. Siamo riconoscenti anzitutto a lui, che con il suo progetto di riforma ha spinto a rimescolare le carte della Chiesa italiana, esortandola a ripensare sempre di più ai motivi che la spingono e le coordinate del suo vivere. Sulla scia del Concilio, ci ha indicato con forza la via della solidarietà con gli ultimi e della condivisione delle vicende umane, per far sì che la testimonianza evangelica sia autentica e non solo di facciata. Lo scossone è stato e rimane forte, diciamoci la verità. Francesco costringe la Chiesa, nella sua azione pastorale, ad assumere una prospettiva ampia, che la porti a guardare sempre più fuori di se stessa, verso il mondo e i poveri, per mantenere viva la sua identità profonda, segno di quell’amore di Dio per gli uomini che abbiamo appena celebrato nel Natale. È un impegno che – se la Chiesa italiana fa suo nella vita quotidiana delle comunità – è stato messo nuovamente a fuoco in occasione della Settimana sociale dei cattolici italiani, dedicata quest’anno al tema cruciale del lavoro. Perché non resti un convegno fine a se stesso occorre davvero che tale impegno divenga ogni giorno più pressante e spinga a una revisione delle attività e delle strutture ecclesiali, nell’ottica della missione e della carità. La Chiesa, del resto, non rimane se stessa se non si immerge nelle pieghe della storia, se non condivide con i poveri e non opera in ogni modo per favorire e costruire il bene comune. In quest’ottica, non è un caso che la pace sia l’obiettivo che ci poniamo fin dal primo giorno dell’anno con la Giornata mondiale, dedicata quest’anno ai migranti e ai rifugiati, cioè a tutti coloro che “fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, povertà e degrado ambientale” (dal Messaggio di Papa Francesco). Qualcuno storcerà il naso, poi, nel vedere pochi giorni dopo – precisamente il 14 gennaio – la Chiesa celebrare anche la “Giornata mondiale del migrante e del rifugiato”, per rafforzare il nostro impegno nel tendere la mano a chi lascia la propria terra in cerca di una condizione più stabile, dignitosa e umana. Da troppi pulpiti viene diffuso il timore che l’accoglienza metta a rischio la nostra tenuta sociale, e si propone come rimedio la logica dei muri, per elevare da ogni parte divisori invalicabili, per tenere lontano chi è più povero e ciò che è diverso, cioè quanto potrebbe scomodarci o metterci in discussione. Non va forse in questa direzione la mancata approvazione in Senato all’antivigilia di Natale della legge sul diritto di cittadinanza? Una volta di più la miopia e il calcolo impediscono alla politica di muoversi secondo giustizia, di vedere l’instabilità di un mondo abitato da evidenti disuguaglianze e di non comprendere quanto sia precario un benessere non condiviso. La Chiesa non rimane alla finestra. Consapevole del suo dovere di solidarietà, e del fatto che senza inclusione non può darsi la pace, anche grazie ai fondi dell’otto per mille ha approntato anche quest’anno numerosi progetti, sia a sostegno di Paesi poveri e zone bisognose, sia al fine di realizzare una maggiore inclusione degli indigenti italiani e di quanti giungono in Italia fuggendo dalla miseria e dalla guerra. Le comunità e le associazioni sono impegnate su tutto il territorio in una quotidiana opera di assistenza, che muove migliaia di volontari e richiede mezzi ingenti. C’è da augurarsi e da lavorare perché il nuovo anno veda ridursi le chiusure egoistiche e porti un maggiore coinvolgimento da parte di tutti.
Un ultimo tema, tra i tanti che mi scorrono davanti, è quello dei giovani. Su iniziativa di Papa Francesco, l’anno che sta per iniziare vedrà impegnata la Chiesa anche in un Sinodo dedicato proprio a loro. Non si tratterà di un convegno realizzato da alcuni esperti né di un momento isolato, ma di un cammino che compiremo per i giovani e insieme ai giovani, per sintonizzarci insieme e comprendere il modo di rendere la Chiesa e la società più aperte. Attraverso queste e altre tappe, la Chiesa italiana si propone nel 2018 di crescere nella via del Vangelo e nella fedeltà alla storia. Si propone in altri termini di imparare sempre di più la misericordia, che non è un semplice sentimento, ma coinvolgimento nella sorte dell’altro, uscita da se stessi e impegno solidale. Sono queste le vie che ci proponiamo di percorrere insieme a tutta la società, in uno stile di confronto e collaborazione che ci ricordi la natura del bene comune, il quale come la tematica ambientale e gli stessi dati economici non mancano di ricordarci – non può essere raggiunto dagli uni a scapito di altri, ma nello spirito di chi cammina in cordata e avanza avendo cura di procedere insieme.

 Nunzio Galantino

Italia, comportati con gentilezza e compassione verso gli immigrati – gli auguri della cantante Noa

le parole di Noa

io, straniera innamorata, dico: Italia, resta gentile..


Noa*
che cosa ti auguro, amata Italia, per l’avvento del nuovo anno? Che tu faccia tesoro dei doni che ti sono stati dati
Io, straniera innamorata, dico: Italia, resta gentile..

È un grande onore e un piacere essere oggi qui, grazie per l’invito; il mio cuore sta battendo molto forte mentre sto parlando. Il Parlamento è un luogo di legislazione, di dibattito e di lotta politica. È un luogo deputato a dare forma al futuro. Quando impariamo dal passato e osserviamo il presente, spesso tendiamo a giudicarci severamente. Vediamo chiaramente le nostre imperfezioni, lamentiamo la nostra debolezza e viviamo in uno stato costante di insoddisfazione e di frustazione. Credo che ciò sia una parte naturale del ciclo umano, che ci dà un incentivo a migliorarci e a svilupparci … ma anche molto spesso ci rende inconsapevoli della nostra bellezza … fino a quando arriva uno straniero innamorato, e ci ricorda quanto dobbiamo essere grati.

Oggi vorrei essere io quella straniera. Per venticinque anni, ho visto questo Paese con gli occhi dell’amore. Mi sono esibita in centinaia di concerti in ogni piccolo paese e grande città, in campi, festival, cattedrali, piazze e teatri dell’opera, e ho incontrato migliaia e migliaia di Italiani, ognuno dei quali ho voluto abbracciare personalmente. Ho cantato nei vostri festival, ascoltato le vostre storie, imparato le vostre canzoni, riso e pianto con i vostri film e ho adorato la vostra arte e la vostra cultura. Ho iniziato in Sicilia, la magnifica isola del sud, la cui gente è così tenace e ricca come la sua terra e la sua storia. I miei figli si sentono a casa nelle acque cristalline che abbracciano questa grande isola e quelle intorno a essa, in particolare le splendide Eolie… questo meraviglioso mare, come nessun altro al mondo, che vi prego, guardiani di questa grande terra, di fare in modo di proteggere per le future generazioni. Ho ammirato la selvaggia e splendida Sardegna, e ho adorato Napoli e i suoi dintorni, la sua gente e la sua cultura meravigliosa che ho adottato come mia propria.

La cantante Noa mentre si esibisce nell’Aula di Montecitorio per il concerto di Natale

la cantante Noa mentre si esibisce nell’Aula di Montecitorio per il concerto di Natale

E da lì, pian piano su, su, da una splendida regione ad un’altra, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise, Lazio, Abruzzo, Umbria, Marche, Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino e alla fine, il gioiello del nord, la Valle D’Aosta. Ogni regione, con la sua cultura, il suo patrimonio, la sua storia, la sua natura e unicità, mi ha abbagliato e ispirato fino a quando mi sono del tutto persa nella bellezza. Sì… mi sono persa e sono diventata una persona nuova. Ho perso, su questa terra, molte delle mie paure e della disperazione che spesso accompagnano la vita nel mio Paese, e le ho sostituite con l’ottimismo e la speranza.

Così cosa ti auguro, amata Italia, per l’avvento del nuovo anno? Che tu faccia tesoro dei doni che ti sono stati dati. Che non dia mai per scontata la tua democrazia conquistata con fatica, poiché conosci bene la strada dolorosa che hai percorso per ottenerla. Che tu continui a mettere in guardia e ad educare contro il razzismo e il fascismo, come fai per la Festa della Liberazione e la Giornata della Memoria, in modo che non  si ripeta mai più per nessuno la tragedia accaduta al mio popolo e al tuo. Che tu ti comporti con gentilezza e compassione verso gli immigrati, ricordando quanti del tuo popolo sono emigrati da questa terra e si sono sparsi per il mondo, alla ricerca di un futuro migliore.

Che tu protegga i tuoi splendidi e fragili tesori naturali e i siti storici dagli artigli dell’avidità e dell’avarizia. Che tu ti prenda cura dei tuoi poeti, musicisti, scrittori, pittori e filosofi, poiché essi sono il tuo cuore pulsante. Questa terra mi ha dato infinite opportunità di tirare fuori il meglio di me, di cantare per la pace, di abbattere muri e costruire ponti, di mettere la musica su un piedistallo, e di inginocchiarmi umilmente dinanzi ad essa, come si farebbe dinanzi all’altare, di vivere la vita come credo debba essere vissuta: con semplicità, onestà e passione, con molte risate e infinito amore. Grazie, grazie! Dio benedica l’Italia.

*La grande cantante Noa, ebrea di origine yemenita, israeliana impegnata da anni per la pace e la convivenza tra diversi, è stata la protagonista ieri sera di un intenso e bellissimo concerto di Natale nell’Aula di Montecitorio alla presenza della presidente della Camera Laura Boldrini e nel corso del quale ha dedicato una straordinaria ‘Ave Maria’ a papa Francesco. Questo è il discorso con cui l’artista ha introdotto l’evento

il presepe sul gommone dei profughi

dov’è Cristo?

oggi è sul gommone

 

La Sacra Famiglia sul gommone: l’immagine scelta da un comune del Bolognese per rappresentare il presepe – non nuova perché molte comunità cristiane hanno scelto la stessa lettura della Natività in anni recenti –, si è accompagnata al solito stuolo di polemiche, spesso violente, che fioriscono ogni volta che si tocca il delicato tema dei migranti. E la scelta del comune è ancor più significativa, se pensiamo al recente conformismo che rende impopolare ogni forma di apertura e di empatia nei confronti dei sofferenti, siano essi rifugiati o migranti economici.

 

«Riconoscere Cristo in chi soffre» è uno dei messaggi che, nel solco della tradizione della Chiesa, sempre più frequentemente lancia papa Francesco, sfidando l’onda nera che porta con sé chiusure ed egoismi e che monta nelle nostre opulente, per quanto affannate, società occidentali. Un’onda che si sta pericolosamente alimentando della complicità di settori rilevanti del mondo cattolico, non necessariamente le correnti più estremiste che oggi contestano Francesco. Ambienti che, nel nome della difesa di presunti “principi non negoziabili”, fanno un’accurata selezione di detti principi da difendere, proclamandosi difensori della vita nascente se si parla di leggi sulla libertà di scelta della donna, ma ignorando e respingendo come minaccia la vita del bambino denutrito che approda sulle coste italiane (che dovrà rimanere straniero anche dopo anni di vita e di socializzazione in Italia!) o dell’adulto che è scampato alla morte nella sua terra o in mare.

Questi “valori”, branditi come arma e non vissuti come testimonianza, cristallizzati in forme anonime e anodine e non incarnati nella vita quotidiana, diventano strumento al servizio delle correnti più radicali della politica, innervate di razzismo e nazionalismo, che sempre hanno cercato di legittimarsi ricorrendo al linguaggio e all’immaginario religiosi, ben lungi dall’essere reali portatrici delle istanze professate. Era così negli anni Trenta.

È vero, ci sono molti poveri autoctoni. Molti che non riescono a far quadrare i conti, a dare un domani ai propri figli, a fare progetti per il futuro. Ma la povertà relativa dei nostri ultimi non è paragonabile alla miseria assoluta dei dannati della Terra, quelle mamme che devono scegliere quale figlio far sopravvivere perché non c’è spazio per tutti, quei papà che devono abbandonare la famiglia per anni per cercare il più umile dei lavori concesso dagli europei. Lo ha ricordato papa Francesco, ai cristiani e ai laici, inaugurando il Giubileo della Misericordia nella Repubblica Centrafricana e non a Scampia o a Quarto Oggiaro, chiedendoci di riprendere possesso del senso della realtà e delle proporzioni.

Lo avevano ben capito i nostri poveri e poverissimi nonni, che nelle campagne, nonostante anni di privazioni e di sofferenze dovute alla guerra fascista, nell’ora più buia non esitarono a mettere a disposizione quel poco che avevano di fronte al dolore e alla miseria più grandi che bussavano alle loro porte nelle vesti dei perseguitati in cerca di salvezza. Loro sì che avevano il senso delle proporzioni.

Oggi, Cristo, dimenticato e svuotato dai cristiani d’Europa, è su quel gommone e, prima ancora, là da dove quel gommone è partito.

i lager libici e lo choc dell’orrore – testimonianze di crudeltà umana

 
viaggio nei campi di sterminio dei migranti in Libia
ecco la testimonianza choc dell’orrore che non vogliamo vedere

sono stati sequestrati, torturati, imprigionati, guardati a vista da squadracce multietniche armate. Sono arrivati in Italia e hanno reso testimonianze preziose per ricostruire la storia del tormento libico. Perché nessuno possa dimenticare o girarsi dall’altra parte. Testimonianze viventi della crudeltà umana

[L’esclusiva] Viaggio nei campi di sterminio dei migranti in Libia. Ecco la testimonianza choc dell’orrore che non vogliamo vedere

Sembrano racconti del secolo scorso. Dei sopravvissuti ai campi di detenzione delle guerre etniche, razziste, di sterminio. Ma invece sono storie attuali, testimonianze di una moderna umanità sofferente che ricordano i giorni terribili vissuti in Libia, nei mesi scorsi. Sono stati sequestrati, torturati, imprigionati, guardati a vista da squadracce multietniche armate. Sono arrivati in Italia e hanno reso testimonianze preziose per ricostruire la storia del tormento libico. Perché nessuno possa dimenticare o girarsi dall’altra parte.

Testimonianze viventi della crudeltà umana. Ma anche simboli del coraggio delle vittime e della lealtà e dell’impegno di preziosi investigatori italiani che hanno riscritto la moderna Spoon River dei migranti schiavi delle mafie etniche.
Legga attentamente queste testimonianze chi attacca il governo italiano per biechi calcoli politici o per stomachevoli ipocrisie di presunti sbandieratori del rispetto dei diritti umani. L’Italia sarebbe complice dei torturatori libici mentre presta soccorso e accoglienza, e nello stesso tempo lavora per un governo dei flussi migratori? I nostri calunniatori sperano forse che tutto rimanga come prima? A loro, la lettura delle testimonianze dei sopravvissuti all’inferno libico svelerà che il nostro Paese, l’Italia, è in prima fila (temiamo da sola) nel contrasto ai trafficanti di uomini e donne. Perché queste testimonianze, come altre centinaia raccolte in questi anni, sono servite, servono e serviranno a far condannare nei nostri tribunali i trafficanti di esseri umani.

Quelle che si raccontano sono le vite di migranti vissuti in due dei tanti campi di detenzione in Libia. Uno si trova in prossimità dell’oasi di Kufra, all’estremità del sud della Libia che confina con l’Egitto, il Sudan e il Ciad. Ed è quello dove vengono reclusi e torturati i migranti del Corno d’Africa. L’altro si trova invece alle porte della capitale del Fezzan, Sebha. E qui vengono reclusi e seviziati tra gli altri i nigeriani, i nigerini, gli ivoriani, i ghanesi, i senegalesi.
Questi racconti fanno parte di fascicoli giudiziari aperti da alcune Procure della repubblica. Le indagini non sono ancora arrivate a definire processi con imputati condannati. Ma siamo a buon punto.

Prima testimonianza  –  «Ci hanno trasportati in un carcere che sorge in una zona agricola dedicata alla coltivazione dei datteri e che si erge tra Kufra ed Hedeyafa. In tale struttura costantemente vigilata da diversi uomini armati sono rimasto con il mio compagno di viaggio per un mese e otto giorni. In tale lasso di tempo io, come tutti gli altri migranti reclusi in questa struttura, sono stato più volte torturato anche da un sudanese che oggi si trova in questo centro (di accoglienza italiano, ndr), torturato per il denaro».
«Spesso mi costringevano a contattare telefonicamente i miei parenti e durante le comunicazioni venivo colpito ripetutamente con dei tubi di gomma. Disgraziatamente mio padre è un povero agricoltore perché nella nostra zona è in corso una carestia. Per tali motivi i miei familiari non erano in grado di pagare il riscatto preteso dall’organizzazione criminale, che inizialmente consisteva in 5.000 dollari. In seguito, comprendendo le precarie condizioni della mia famiglia, abbassarono le pretese a 3000 dollari. Ma mio padre non fu in grado di pagare lo stesso. Alla fine, dopo oltre un mese di torture e sevizie sono stato trasferito in un altro struttura, insieme ad altri migranti reclusi».
«Il carcere sorge in una zona agricola vicino ad una piantagione di datteri. Il carcere assomiglia a un grande capannone con un unico ingresso. Vi erano delle finestre, ma troppo alte per essere raggiunte. La struttura ospitava diverse centinaia di migranti ed era costantemente vigilata da una decina di uomini anche armati. Il capo era un sudanese e i sottoposti erano diversi uomini sudanesi e somali. Alcuni avevano dei fucili».
«Mi colpivano ripetutamente con un tubo di gomma. Ma mi reputo fortunato perché non sono mai stato percosso a petto nudo ma indossavo sempre un giubbino che riusciva a mitigare la violenza dei colpi subiti. Altri sono stati meno fortunati. Sono disposto a fare vedere e fotografare le mie cicatrici ma non credo di averne perché non sono mai stato percosso a petto nudo». Questo testimone somalo, come altri nigeriani, svelano ai nostri investigatori che nei centri di accoglienza dove si trovano in Italia, hanno riconosciuto diversi torturatori. E le loro accuse hanno già portato in alcuni casi al fermo degli aguzzini.
«In questo campo c’è Mohamed che ha fatto la traversata con noi. Mi ha picchiato almeno una decina di volte. Quando sono arrivato nel carcere, Mohamed il somalo era già nella struttura. Lui faceva parte della squadraccia dei picchiatori, di quelli che ti torturavano per costringere i tuoi congiunti a pagare. Ma le torture inflitte non si limitavano alle telefonate ma si protraevano per intimorire i reclusi».

Seconda testimonianza – «Sono partito dalla mia regione il 17 febbraio del 2017 per raggiungere l’Europa. Con mezzi pubblici abbiamo raggiunto Adis Abeba dove ci siamo uniti ad altri emigranti che avevano la nostra stessa intenzione. Quindi abbiamo conosciuto i trafficanti etiopi i quali ci assicurarono che erano nelle condizioni di poterci fare arrivare in Europa. Non ci chiesero soldi in cambio perché erano ben consapevoli che noi eravamo dei rifugiati. Ci fecero salire a bordo di un minubus e ci condussero al confine con il Sudan, dove ad attenderci trovammo i facilitatori sudanesi. Noi fummo ceduti a loro che, prima di farci salire a bordo di mezzi, ci perquisirono. Erano armati di fucili. A me presero l’equivalente di 60/70 dollari. Agli altri tolsero tutto, dai denari al cellulare ai preziosi, orologi e anelli».
«Ci fecero salire su due grossi camion. E dopo aver attraversato il deserto arrivammo al confine libico dove fummo ceduti ai facilitatori libici armati di pistole. Salimmo a bordo di una ventina di Pi-kup. E arrivammo all’interno di una struttura recintata con dei grossi e alti muri. Questa struttura era a Kufra, circondata da una piantagione di datteri. All’interno vi erano due grossi capannoni. Uno per gli eritrei, l’altro per i somali».
«Questo accampamento era chiamato Hedeyfa. Da lì non si poteva uscire se non dopo l’avvenuto pagamento. Ho visto che ogni tanto all’interno di quella prigione arrivavano i libici armati di fucili e pistole. La prigione è gestita da un sudanese». «Molti migranti hanno dovuto pagare circa 5.250 dollari. Io non ho pagato perché i miei familiari, malgrado contattati, non erano in grado di pagare. Dopo un mese fui trasferito vicino al mare. E per imbarcarmi per l’Italia ho dovuto pagare 2.500 dollari attraverso la Hawala Hargheisa (sistema informale di trasferimento di valori, ndr)».

Terza testimonianza – «I Pi-Kup su cui viaggiavamo si sono divisi in diversi gruppi. Io e altri 30 circa siamo stati condotti in una sorta di carcere dove siamo stati rinchiusi. Ricordo che sono stato catturato nel marzo 2017 e che sono stato lì rinchiuso per circa 40 giorni. Giunto in questo carcere, abbiamo capito che eravamo stati venduti a una organizzazione criminale. Infatti  iniziarono subito a torturarci per costringerci a contattare i nostri familiari affinché pagassero il riscatto. Alla mia famiglia chiesero un totale di 5.000 dollari. Mia madre non disponeva di tale somma per cui effettuò più pagamenti». «Il carcere sorge vicino a una piantagione di datteri, a Kufra. E faceva riferimento a un militare libico di nome (omissis) di circa 30 anni che veniva saltuariamente, sempre in divisa e sempre armato. La gestione giornaliera era affidata a un sudanese che si avvaleva della collaborazione di cinque somali e un sudanese».
«Sono stato torturato durante tutta la permanenza in questo carcere. Ricordo che durante il primo periodo di reclusione non riuscii a mettermi in contatto con i miei familiari per un problema di linee telefoniche. Ma nonostante questo, continuarono a seviziarmi e lo fecero anche quando arrivò l’ultima quota del riscatto che giunse otto giorni prima della mia liberazione».

Quarta testimonianza – «In cinque giorni siamo arrivati al confine tra la Somalia e il Sudan e in loco circa venti persone si sono aggregate al nostro gruppo. A bordo di un grosso camion abbiamo attraversato il deserto e siamo giunti in una sorta di prigione che si trova vicino la città di Kufra. Qui c’erano almeno duecento segregati e diverse guardie somale e sudanesi. Ma la struttura faceva capo a dei libici. Sono rimasto in questa prigione per circa un mese».

Quinta testimonianza – Questa è la storia di un campo di prigionia alle porte di Sebha. La capitale del Fezzan, del sud della Libia. Qui c’era un personaggio chiamato Rambo, nigeriano. Questa prigione nel deserto è chiamata il “Ghetto di Alī il libico”. «Sono partito dal mio paese, la Costa d’Avorio e ho attraversato il Burkina Faso per arrivare ad Agades, in Niger. Due settimane di traversata del deserto. Il Ghetto di Alì era una grande struttura recintata con dei grossi e alti muri in pietra, vigilata da diverse etnie. Tutti armati di fucili e pistole. La struttura era divisa in tre blocchi. Nel mio eravamo orientativamente duecento, di varie etnie. Mio cugino si ritrovò in un altro blocco. Il mio era vigilato da un guineiano e due ghanesi feroci, Abdulharran  e Patrick. Abdulharran era uno che spesso, in modo inaudito e sistematico, picchiava e torturava noi migranti. Dopo circa cinque mesi di lunga prigionia, e quindi di sistematiche violenze subite, mio fratello fece arrivare i soldi e mi liberarono».

Sesta testimonianza – «Sono salito su un bus per raggiungere Agades, in Niger, dalla Costa d’Avorio. Dove arrivammo dopo due giorni di viaggio. Un facilitatore del Mali propose di portarci a Tripoli. Eravamo un centinaio in un capannone dove aspettammo cinque giorni prima di salire su sette camioncini guidati da autisti del Ghana. In quattro giorni arrivammo a Sebha dove fummo imprigionati, spogliati e perquisiti». «In questo carcere c’era un muro in pietra alto tre metri. Dentro, quattro container, tre destinati agli uomini, uno alle donne. In tutto, 800 migranti. Il carcere era vigilato da guardie con fucili mitragliatori e pistole. Erano guardiani nigerini, ghanesi, del Ciad e del Gambia. È durata cinque mesi la permanenza in questo carcere».

Settima testimonianza «Ogni volta che dovevo telefonare a casa, Abdulharram mi legava e mi faceva sdraiare per terra con i piedi in sospensione. E così immobilizzato, mi colpiva ripetutamente con un tubo di gomma in tutte le parti del corpo e in particolare sotto le piante dei piedi tanto da rendermi quasi impossibile poter camminare. Ho anche assistito ad analoghe torture fatte sempre da lui ad altri migranti». «Ho inoltre visto trattamenti anche peggiori come le torture mediante l’utilizzo di cavi alimentati con la  corrente elettrica. Tale trattamento veniva però riservato ad emigranti ritenuti ribelli». «Durante la mia permanenza in quel ghetto dove era impossibile uscire, ho sentito anche che Rambo aveva ucciso un migrante».

l’accordo con la Libia va cancellato

basta finanziare gli aguzzini

cancellare l’accordo

di Francesca Chiavacci e Filippo Miraglia
in “il manifesto” del 16 novembre 2017

Nelle ultime ore gli effetti dell’accordo del nostro governo con la Libia si sono materializzati davanti a tutto il mondo. Prima i 50 morti provocati dal comportamento della guardia costiera libica. Che cerca di impedire alla nave della Ong Sea Watch di prestare soccorso. Poi la denuncia del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che accusa esplicitamente il governo e l’Unione Europea di essere corresponsabili dei crimini che vengono commessi nei lager libici. E ancora, le terribili immagini dei migranti venduti come schiavi, probabilmente dalle stesse milizie con cui ha trattato il ministro Minniti. Da ultimo, la denuncia alla Corte Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità del generale Khalifa Haftar, uno degli autorevoli interlocutori del ministro.

Un quadro terribile, che conferma la sistematica violazione dei diritti umani nel paese che l’Italia ha rifornito di armamenti e soldi per fermare i flussi migratori. Salvare i migranti da quell’inferno, interrompere i finanziamenti – trovati attingendo ai fondi per la cooperazione – è ormai un imperativo. Non ci si può dire preoccupati per le sorti di chi viene ricacciato in Libia e allo stesso tempo finanziarne gli aguzzini. In questi giorni il nostro Parlamento discute la legge di bilancio, che prevede risorse per la cooperazione allo sviluppo che in realtà vengono utilizzate per tutt’altri fini. In particolare, il Maeci (Ministero affari esteri, Cooperazione internazionale) ha istituito un fondo straordinario per l’Africa per il 2017, con una dotazione di 200 milioni di euro, volto a finanziare interventi di cooperazione allo sviluppo e di controllo e prevenzione dei flussi di migranti irregolari. Fondi che sono stati in parte finalizzati a progetti specifici nei principali paesi interessati dalla rotta del Mediterraneo Centrale – Niger, Libia e Tunisia in particolare – in parte sono invece transitati per il contenitore europeo dei Fondi Fiduciari per poi arrivare direttamente nelle casse dei Paesi africani coinvolti. Un sistema di vasi comunicanti – sia tra Italia e Europa, che tra il Maeci e il Ministero degli Interni – che rende ancora più difficile il monitoraggio del loro utilizzo. È però evidente che l’utilizzo reale del Fondo per l’Africa ha poco a che vedere con l’obiettivo dello sviluppo previsto dalla legge. Le risorse più ingenti sono infatti quelle stanziate per il contrasto all’immigrazione e il controllo delle frontiere. L’esempio più esplicito del sistema di vasi comunicanti è il fondo allocato per il Niger, con cui questo paese s’impegna a creare nuove unità specializzate necessarie al controllo dei confini. Una militarizzazione delle frontiere che obbliga i migranti a uscire dalle rotte abituali, aumentandone i rischi e trasformando così il deserto, come già il Mediterraneo, in un cimitero a cielo aperto. Il fondo per l’Africa è dunque diventato lo strumento centrale per l’esternalizzazione delle frontiere, affidando a paesi che violano sistematicamente i diritti umani l’intercettazione dei migranti per deportarli in luoghi dove sono esposti a trattamenti violenti e disumani.

L’esempio più lampante, come riportano le tante denunce documentate, è quello della Libia, per la quale il Maeci stanzia dieci milioni, gestiti dal Ministero degli Interni italiano, che si aggiungono agli altri due milioni e 500mila euro forniti per la riparazione di quattro motovedette assegnate alla guardia costiera libica perché svolga la sua violenta opera di intercettamento e respingimento. Con gli stessi obiettivi, dodici milioni sono stati destinati al governo tunisino per il pattugliamento delle zone costiere e delle frontiere terrestri. Con questo utilizzo dei fondi l’Italia viola le Convenzioni Internazionali, affidando ad altri Paesi i respingimenti sistematici di cittadini stranieri, potenziali richiedenti protezione internazionale.
Chiediamo che sia cancellato l’accordo con la Libia e che le risorse previste per la cooperazione vengano destinate all’aiuto allo sviluppo, come prevede la legge, e non utilizzate per finanziare strumenti di controllo e di militarizzazione delle frontiere africane.

* Francesca Chiavacci è presidente nazionale Arci

* * Filippo Miraglia è presidente Arcs

italiani ed europei disumani – lo dice l’ONU

“l’accordo con la Libia è disumano”

l’Onu contro la Ue

il commissario per i diritti umani Zeid Ràad al Hussei:

“la sofferenza dei migranti detenuti è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”

L’Onu giudica “disumana” la cooperazione tra l’Unione europea e la Libia per la gestione dei flussi dei migranti. “La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”, ha affermato il capo dell’agenzia Onu per i diritti umani, Zeid Ràad al Hussein. “La politica dell’Unione Europea di assistere la Guardia costiera libica nell’intercettare e respingere i migranti nel Mediterraneo è disumana”, ha aggiunto il funzionario dell’Onu.  

 

“La comunità internazionale non può continuare a chiudere gli occhi davanti agli orrori inimmaginabili sopportati dai migranti in Libia – ha detto Zeid – e pretendere che la situazione non possa essere regolata che attraverso un miglioramento delle condizioni detentive”.  

Gli osservatori dell’Onu in Libia – ha denunciato l’Alto commissario Onu per i diritti umani – “sono rimasti scioccati da ciò che hanno visto: migliaia di uomini denutriti e traumatizzati, donne e bambini ammassati gli uni sugli altri, rinchiusi dentro capannoni senza la possibilità di accedere ai servizi più basilari”.  

Di questa vergogna l’Ue e gli stati membri sono complici “per non aver fatto nulla per ridurre gli abusi perpetrati sui migranti”. Ciò nonostante “le preoccupazioni espresse dai gruppi per i diritti umani” sul destino dei prigionieri.

il messaggio ‘antirazzista’ di Gesù

 un cristiano autentico non può essere razzista

rifugiati migranti

‘ero straniero e mi avete accolto’

la grande attualità del messaggio ‘antirazzista’ di Gesù

 

L’AUTORE –Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici«G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita, Roba da preti; Nostra Signora degli eretici;Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ da poco uscito per Garzanti L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita.

 

“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.
“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.
Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7). Al tempo di Gesù vige una separazione totale tra giudei e stranieri, come riconosce Pietro: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).
In questo ambiente stupisce il comportamento del Cristo che da una parte arriva a identificarsi con gli ultimi della società (“Ero straniero e mi avete accolto”, Mt 25,35.43), e proclama benedetti quanti avranno ospitato lo straniero (“Venite benedetti del Padre mio”¸ Mt 25,34), dall’altra, Gesù accusa con parole tremende quelli che non lo fanno (“Via, lontano da me, maledetti… perché ero straniero e non mi avete accolto”, Mt 25,41.43), con una maledizione che richiama quella del primo assassino della Bibbia, il fratricida Caino (“Ora sii maledetto”, Gen 4,11). Se la risposta alle altrui necessità era un fattore di vita, la mancata risposta è causa di morte. Per Gesù negare l’aiuto all’altro è come ucciderlo.Gesù non solo si identifica nello straniero, ma nei vangeli il suo elogio va proprio per i pagani, personaggi tutti positivi (eccetto Pilato in quanto incarnazione del potere) e portatori di ricchezza. Si teme sempre cosa e quanto si debba dare allo straniero e non si riconosce quel che si riceve dallo stesso. Nella sua attività Gesù si troverà di fronte ottusità e incredulità persino da parte della sua famiglia e dei suoi stessi paesani, ma resterà ammirato dalla fede di uno straniero, il Centurione, e annuncerà che mentre i pagani entreranno nel suo regno, gli israeliti ne resteranno esclusi (Mt 8,5-13; Mt 27,54).
Nella sinagoga di Nazaret, il suo paese, Gesù rischierà il linciaggio per aver avuto l’ardire di tirare fuori dal dimenticatoio due storie che gli ebrei preferivano ignorare: Dio in casi di emergenza e di bisogno non fa distinzione tra il popolo eletto e i pagani, ma dirige il suo amore a chi più lo necessita. Così nel caso di una grande carestia che colpì tutto il paese, aiutò una straniera, una pagana, “una vedova a Sarepta di Sidone” (Lc 4,26), e con tutti i lebbrosi che c’erano al tempo del profeta Eliseo, il signore guarì uno straniero: “Naamàn, il Siro” (Lc 4,27).Prima noi? Gesù, manifestazione vivente dell’amore universale del Padre, vuole condividere i pani in terra pagana così come ha fatto in Israele (Mt 14,13-21). La resistenza dei discepoli di portare anche agli stranieri la buona notizia, viene dagli evangelisti raffigurata nell’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea (fenicia) che invoca la liberazione della figlia da un demonio (Mt 15,22). La donna, succube dell’ideologia nazional religiosa che faceva ritenere i pagani inferiori ai Giudei, si accontenterebbe di poco, anche delle briciole (“Sì, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro signori”, Mt 15,27). Nella tradizione biblica i figli di Israele sono chiamati a dominare le nazioni pagane, mentre i pagani sono destinati ad essere dominati. Non c’è uguaglianza tra gli appartenenti al popolo eletto e gli esclusi. Gli uni sono figli, e gli altri cani, animali ritenuti impuri e portatori del demonio. Per questo non si può dare il pane a quanti, per la loro condizione di pagani, sono veicolo di impurità e contaminazione.Sarà una donna, per giunta pagana, a impartire una lezione ai discepoli del Cristo. Costei ha infatti compreso che non ci sono dei figli e dei cani, quelli che meritano e gli esclusi, quelli che hanno diritto e quelli no, un prima (noi) e un dopo (gli altri), ma tutti possono cibarsi insieme, e allo stesso tempo, dell’unico pane che alimenta la vita. Essa comprende quello che i discepoli fanno fatica a capire e ad accettare, cioè, che la compassione e l’amore vanno al di là delle divisioni razziali, etniche e religiose.La reazione di Gesù è di grande ammirazione: “Allora Gesù le replicò: Donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come vuoi”. (Mt 15,28), e ai pagani Gesù non concederà le briciole, ma anche in terra straniera ci sarà l’abbondante condivisione dei pani, segni della benedizione divina (Mt 15,32-39).
L’esperienza e il messaggio di Gesù verranno poi raccolti dagli altri autori del Nuovo Testamento, in particolare da Paolo, che in occasione di un naufragio, si stupirà per la “rara umanità” con cui lui e gli altri naufraghi sono stati ospitati dai barbari di Malta (At 28,2), e arriverà a capire una verità importante: “Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11; Gal 3,28).La Chiesa ha compreso e annuncia che con Gesù non si possono innalzare barriere, ma solo abbattere tutti i muri che gli uomini hanno costruito (“Egli infatti è la nostra pace, colui che dei due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che ci divideva…”, Ef 2,14), non solo i muri esteriori (mattoni), forse i più facili da demolire, ma quelli interiori (pregiudizi), mentali, teologici, morali, religiosi, i più difficili da estirpare perché li crediamo buoni o di provenienza divina.

la campagna dei vescovi italiani a favore dei migranti

migrazioni

al via la campagna Cei

«liberi di partire, liberi di restare»


Luca Liverani 
È online il sito dell’iniziativa della Chiesa italiana per il sostegno ai migranti nei paesi di partenza, di transito e di accoglienza, finanziato con 30 milioni di euro dell’8 per mille

Alcuni dei 304 migranti salvati il 18 agosto dalla ong maltese Moas (foto Ansa - Croce Rossa Italiana)

alcuni dei 304 migranti salvati il 18 agosto dalla ong maltese Moas

Si chiama significativamente «Liberi di partire, liberi di restare» la campagna lanciata dalla Conferenza episcopale italiana per dare una risposta concreta al fenomeno, non di rado drammatico, delle migrazioni dai paesi in via di sviluppo. Una definizione che è anche l’indirizzo web dell’omonimo sito liberidipartireliberidirestare.it realizzato per seguire lo sviluppo delle iniziative. Per finanziarle la Cei ha assegnato 30 milioni di euro dell’8xmille

L’agenzia Sir, che lancia l’iniziativa, definisce la campagna «una finestra sul mondo, lo specchio di un impegno corale che va oltre i cori da stadio e l’indifferenza». Scopo del progetto è sensibilizzare la popolazione italiana sul tema, e allo stesso tempo realizzare progetti concreti nei Paesi di partenza, di transito e di accoglienza di quanti. Nei paesi cioè da cui, specialmente bambini e donne, fuggono da guerre, fame e violenza.

Perché dire «aiutiamoli a casa loro significa solo scaricare il problema». Occorre invece dare a tutti la possibilità di decidere. È questo il senso della Campagna della Cei “Liberi di partire, liberi di restare” che ha come tema centrale il diritto alla libertà, presupposto fondamentale per la pace e la giustizia. «Nessuno deve essere costretto a stare in un posto dove non può vivere una vita dignitosa o dove c’è violenza. Nello stesso tempo ognuno ha il diritto di muoversi perché la terra è di tutti, non di alcuni sì e di altri no», afferma don Leonardo Di Mauro, responsabile del Servizio degli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo, sottolineando che con questa iniziativa «vorremmo che il concetto di libertà di partire, di emigrare, valesse a 360 gradi».

Il portale accompagnerà lo svolgersi della Campagna, raccontando le storie e le testimonianze delle persone coinvolte, sia dei promotori delle attività sia dei loro beneficiari. Al momento sono 6 i paesi coinvolti attraverso 4 progetti, finanziati con 600 mila euro. La grande mappa, che campeggia sulla home page, permette di visitare virtualmente i luoghi di intervento, per scoprire cosa vi si realizza e con quante risorse. La sezione news invece aiuta ad approfondire il significato e gli ambiti di questa iniziativa straordinaria della Cei grazie alle voci dei protagonisti e di quanti – uffici Cei, associazioni, diocesi e realtà locali- vi sono impegnati. Il sito, disponibile anche in inglese e francese, raccoglie infine tutti i materiali che l’agenzia Sir, il quotidiano Avvenire, RadioinBlu e Tv2000 pubblicano a riguardo.

Tra i progetti al momento attivati c’è a Catania «Semi di accoglienza», partito a giugno con un contributo di 86 mila euro. Si tratta di un laboratorio di sartoria etnica e uno di pasta fresca per aiutare l’inserimento nel mondo del lavoro delle ragazze che hanno vissuto il dramma della tratta. Il progetto, presentato dalle suore Serve della Divina Provvidenza di Catania, ha come obiettivo la formazione professionale delle ragazze ospiti delle diverse realtà di accoglienza de “la Casa di Agata”. I fondi saranno utilizzati per potenziare le attività già in atto, migliorando la qualità delle realizzazioni di sartoria, e per creare un negozio per la vendita diretta di prodotti di pasta fresca con un canale di commercializzazione di prenotazione e consegna domiciliare.

Poi c’è «Il diritto a non fuggire», avviato a maggio con 420 mila euro, che ha come obiettivo la formazione in Italia di giovani per sviluppare in Mali progetti che possano incidere nella realtà locale, innescando un cambiamento sociale, economico e politico. Grazie al progetto promosso dall’Associazione Rondine Cittadella della Pace, sei giovani maliani frequenteranno un master di primo livello o una scuola di alta professionalizzazione sui temi della gestione dei conflitti, della riconciliazione e delle abilità di comunicazione. Per dare un contributo concreto al processo di pace in Mali, un Paese ancora caratterizzato da instabilità e insicurezza.

Con 66 mila euro infine è stato lanciato a Pozzallo in Sicilia il progetto «Tutori volontari per minori non accompagnati». L’inixiativa nasce dalla constatazione che sono stati oltre 17 mila i minori non accompagnati arrivati in Italia nel 2016. Si tratta di bambini e ragazzi vulnerabili che, per essere tutelati, hanno bisogno di un adulto che possa accompagnarli e rappresentarli legalmente negli adempimenti amministrativi. Per questo la cooperativa sociale Fo.Co, che coordina il Centro Mediterraneo di Studi e Formazione Giorgio La Pira di Pozzallo, promuove in Sicilia un progetto per sensibilizzare, informare e formare 300 tutori volontari per minori non accompagnati.

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