anche i vescovi italiani temono l’imbarbarimento

l’accusa della Cei

sui migranti salvare la nostra stessa umanità dall’imbarbarimento

dura nota della Conferenza episcopale: ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture

Madre e bambino morti portati a bordo della Open Arms

madre e bambino morti portati a bordo della Open Arms

Da una parte la cultura dell’odio, dello sfruttamento. Del razzismo. Dall’altra una società – anche se ultimamente messa un po’ all’angolo – che non arretra all’avanzare dell’intolleranza:

“Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata”.

Lo ha detto la Cei in una dichiarazione sulla questione dei migranti.

“Rispetto a quanto accade non intendiamo né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”.

La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha aggiunto:

“Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci. Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace”.
“Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi”, sottolineano i vescovi

“Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare. Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita”, conclude la nota.

solo supplicando il perdono dei disperati potremo salvarci l’anima …

perdonaci fratello migrante

di padre Enzo Fortunato Direttore sala stampa Sacro Convento di Assisi

Fratello migrante, brucia l’acqua salata sulla tua ferita. La ferita che è stata lasciata aperta dalla carneficina del Mediterraneo, inghiottiti per sempre dall’acqua, la stessa che la fa bruciare. Anche io mi sento responsabile. Un cortocircuito d’umanità aggravato – come ha dichiarato papa Francesco nel suo primo viaggio a Lampedusa – dalla “globalizzazione dell’indifferenza che ci ha tolto la capacità di piangere”. Vorrei piangere con te, ma non basterebbe a rimarginare la ferita.
Siamo assuefatti, siamo diventati cinici e creduloni a presunte minacce di invasione, dimenticando che l’intera storia dell’uomo è stata (e lo sarà sempre) segnata da flussi migratori. Quello attuale verso l’Italia non è tra i più numerosi, ma sembra sufficiente a provocare il panico che serve da pilastro a una ininterrotta campagna elettorale. Perdonaci fratello migrante se troviamo mille scuse che ci portano a dire “prima gli italiani e poi gli altri”. Se penso che i nostri nonni ci hanno reso grandi migrando sulle coste statunitensi.
Una nave carica di persone è stata tenuta in ostaggio in mezzo al mare, impedendone l’approdo a un porto sicuro. Scatenando un tifo da stadio, esultando perché abbiamo avuto la capacità di “alzare la voce e farci sentire dall’Europa”. Non è così. Un gesto del genere è stato dimostrazione di crudeltà: abbandonare uomini, donne e bambini in balia dei flutti, in un braccio di ferro che ha stremato queste persone, non è “alzare la voce”. Perdonaci se non riusciamo più a leggere la realtà con obiettività: il rapporto fra italiani e profughi è di 2,4 stranieri ogni 100 abitanti, il più basso in tutta Europa.
Ecco perché perdiamo la nostra umanità quando non siamo più in grado di capire che i migranti, prima di essere tali, sono persone fatte “a Sua immagine”, proprio come ognuno di noi. Noi che rimbalziamo il nostro pensiero nell’etere regolato dalla comunicazione social, leggiamo quello degli altri, affidandoci a poche parole, senza andare in profondità. Perdiamo la nostra umanità quando siamo complici di questo scempio dei diritti umani che imprigiona persone in una sorta di limbo, che contribuisce a far considerare l’altro come scarto dell’umanità.
Sulle navi, in mezzo al mare, ci sono individui che si portano dietro una sequenza ininterrotta di perdite, fino a vivere il dramma di essere naufraghi. Hanno perso la patria, l’ambiente e il tessuto sociale in cui sono nati e dove si erano guadagnati il loro posto nel mondo; non riescono a ritrovarne una nuova. Sono apolidi. Vivono in una dimensione di vuoto in cui è impossibile essere classificati. Non hanno più un posto nel mondo e tra gli uomini. Descrizione che Hannah Arendt ha delineato in “Noi profughi”, testo in cui racconta la sua condizione: senza una casa, senza un lavoro, una lingua, senza parenti, ma decisa a rifarsi una vita altrove.
Quando scegliamo di chiudere i porti stiamo negando a chi già ha perso molto, quasi tutto. Quando esultiamo perché qualcuno decide di chiudere i porti stiamo negando un futuro.
La sbandierata “svolta del cambiamento” si pone ora come una soglia, un margine sottile che ci divide da una tragica perdita di umanità, in cui si potrebbe perdere di vista il valore della vita, a prescindere dal colore della pelle. Non siamo poi così diversi da quelle donne e quegli uomini che lasciamo in mezzo al mare.
Non sono numeri da gestire e condividere con gli Stati membri dell’Unione Europea, ma uomini, donne e bambini da accogliere come fratelli e sorelle insieme agli altri governi. “E chiunque verrà da loro, – san Francesco diceva ai suoi frati – amico o avversario, ladro o brigante, sia ricevuto con bontà” (Fonti Francescane). Oggi Francesco direbbe fratello migrante.
Restiamo umani, restiamo “aperti”. 

anche il vescovo di Lucca contro Salvini

il vescovo di Lucca contro la chiusura dei porti

in occasione della festa di San Paolino il vescovo di Lucca monsignor Italo Castellani ha preso una forte posizione politica per l’apertura dei porti ai clandestini

queste le sue parole:

Il ‘fenomeno migrazioni’

Devo riconoscere che Lucca e il suo territorio nel suo insieme ha risposto bene, rispetto ad altre realtà, nell’accoglienza dei migranti.

Nel ‘fenomeno migrazioni’ vedo simbolicamente e realmente ogni “periferia esistenziale, culturale, educativa” dei nostri giorni, povertà materiali e spirituali che non possiamo far finta di non vedere o voltarci dall’altra parte.

Più volte, in piena sintonia e comunione con Papa Francesco, sono ultimamente intervenuto su questi temi ‘sensibili’ al Vangelo.

A conclusione del Convegno Ecclesiale, che abbiamo celebrato l’11-12 giugno scorso, su un tema di grande attualità –“L’altro: inferno o paradiso?”– feci questo accorato appello che rinnovo in questo momento alto di vita ecclesiale e sociale. Credo che una Chiesa –la nostra Chiesa di Lucca– non possa rimanere muta di fronte a quello che sta avvenendo, con i migranti lasciati in balia del mare e con i porti del Mediterraneo chiusi, mentre coloro che hanno la guida del nostro Paese si rifiutano ostinatamente di accoglierli, aspettando che lo facciano altri. È una decisione che un cristiano non può accettare!

È di spettanza propria di chi governa maturare scelte politiche, reali percorsi d’inclusione sociale dei rifugiati, adulti e soprattutto minori non accompagnati, sino ad oggi svolti per lo più dalla Caritas diocesana e generosamente dalle nostre comunità. Chiedevo e chiedo ancora una volta di dissociarci apertamente da tali scelte e dichiarare che ogni uomo –la Persona– è al primo posto, non è un ‘numero’, a prescindere dalla sua provenienza, appartenenza sociale e culturale.

In questa sede –alla luce della Parola di Dio ascoltata– mi sta a cuore ricordare che per noi cristiani il Vangelo è l’unico criterio per le nostre scelte. Esso indica ripetutamente la via dell’accoglienza dello straniero e della condivisione dei beni con i poveri. Dice infatti Gesù: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25, 35).

Per il suo carattere universale, il Vangelo non può mai essere sottoposto ad un uso strumentale, piegato a fini propagandistici o ancor meno ridotto a segno di “esclusiva” appartenenza etnico-nazionale.

Auspico e invito tutte le nostre comunità –come viene ben sottolineato nel recente Documento Ecumenico delle Chiese cristiane di Viareggio– a vigilare sulla difesa dei diritti umani (in mare e sulla terra ferma) e ad essere aperte all’accoglienza dell’altro/a, aprendo i propri spazi e le proprie strutture per costruire progetti di accoglienza di condivisione e inclusione. Si, questo è il momento, come nelle nostre comunità sta avvenendo, del passaggio dall’accoglienza all’inclusione dei nostri fratelli immigrati, con la possibilità di apprendere la nostra lingua, aprire percorsi di studio e di lavoro, condividere la richiesta e l’incontro tra diverse culture e testimonianze di fede.

 

aiutare migranti non è reato – c’è un giudice a Berlino!

Cedric Herrou vince la sua battaglia:

aiutare migranti non è reato

la corte costituzionale francese dà ragione all’agricoltore simbolo del sostegno ai migranti:

“l’aiuto disinteressato al soggiorno irregolare non è passibile di conseguenze giuridiche”

Cedric Herrou

Cedric Herrou

Aiutare migranti clandestini non è un reato: una vittoria per Cedric Herrou, l’agricoltore francese diventato il simbolo dell’aiuto ai migranti. E’ quanto stabilito dal Consiglio costituzionale francese, paragonabile alla nostra Corte costituzionale, sollecitato proprio da Herrou che aveva chiesto l’abolizione del “reato di solidarietà” in seguito alla sua condanna per aver offerto sostegno ad alcuni richiedenti asilo.
Herrou, 37 anni, accusato di aver fatto passare centinaia di immigrati dall’Italia alla Francia, ha sempre ripetuto che aiutarli “è un onore”. Oltre ad una multa di 3000 euro il procuratore di Nizza aveva chiesto per l’agricoltore amico dei migranti una condanna a 8 mesi con la condizionale nonché la confisca del mezzo su cui aveva trasportato numerosi sans-papiers dall’Italia alla Francia e di limitare la sua patente di guida all’esercizio della sua professione.
Ma oggi il Consiglio costituzionale francese dà ragione a Herrou stabilendo che l’aiuto disinteressato al “soggiorno irregolare non è passibile di conseguenze giuridiche”, in nome del “principio di fratellanza”. La Corte ha dato così forza a uno dei tre capisaldi della Francia repubblicana insieme alla libertà e all’eguaglianza.
Una sentenza importante che arriva in un momento di forte scontro in Europa sull’accoglienza e all’indomani della stretta sui richiedenti asilo in Italia annunciata dal ministro dell’Interno Matteo Salvini.
“Dal principio di fraternità – si legge nella decisione dei giudici francesi – deriva la libertà di aiutare gli altri, a fini umanitari, indipendentemente dalla regolarità della loro permanenza nel territorio nazionale”. Per consentire al legislatore di porre rimedio all’incostituzionalità accertata, la Corte ha rinviato al primo dicembre 2018 la data di abrogazione delle disposizioni contestate.

sembra che la ‘stupidità’ di cui parlava Bonhoeffer stia ripetendosi oggi

stupidità

di D. Bonhoeffer
(da Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere)

D. Bonhoeffer, pastore protestante e teologo, incarcerato dai nazisti e impiccato per la sua opposizione a Hitler, scrisse in carcere la riflessione sulla “stupidità”, poco prime della morte, pensando alla maggioranza dei suoi connazionali, diventati razzisti, nazionalisti, intolleranti, fanatici, entusiasti seguaci dell’antisemitismo e indifferenti se non anche sostenitori della ferocia nazista contro ogni dissenso e contro chi non era tedesco (M. Palagi)


Il nemico del bene


Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a niente. Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali semplicemente non si deve credere – in questi casi lo stupido diventa addirittura scettico – e quando sia impossibile sfuggire ad essi, possono essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti. Nel far questo lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all’attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio. Non tenteremo mai più di persuadere lo stupido: è una cosa senza senso e pericolosa.

Stupidità e potere


Se vogliamo trovare il modo di spuntarla con la stupidità, dobbiamo cercare di conoscerne l’essenza. Una cosa è certa, che si tratta essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelletto, ma l’umanità di una persona. Ci sono uomini straordinariamente elastici dal punto di vista intellettuale che sono stupidi, e uomini molto goffi intellettualmente che non lo sono affatto. Ci accorgiamo con stupore di questo in certe situazioni, nelle quali si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate situazioni gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Ci è dato osservare, inoltre, che uomini indipendenti, che conducono vita solitaria, denunciano questo difetto più raramente di uomini o gruppi che inclinano o sono costretti a vivere in compagnia. Perciò la stupidità sembra essere un problema sociologico piuttosto che un problema psicologico. E’ una forma particolare degli effetti che le circostanze storiche producono negli uomini; un fenomeno psicologico che si accompagna a determinati rapporti esterni.
Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri. Il processo secondo cui ciò avviene, non è tanto quello dell’atrofia o della perdita improvvisa di determinate facoltà umane – ad esempio quelle intellettuali – ma piuttosto quello per cui, sotto la schiacciante impressione prodotta dall’ostentazione di potenza, l’uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia così, più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano. Il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui, con lui personalmente, ma con slogan, motti, ecc. da cui egli è dominato. E’ ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito che coinvolge la sua stessa persona. Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale. Questo è il pericolo che una profanazione diabolica porta con sé. Ci sono uomini che potranno esserne rovinati per sempre.

Liberazione esteriore

Ma a questo punto è anche chiaro che la stupidità non potrà essere vinta impartendo degli insegnamenti, ma solo da un atto di liberazione. Ci si dovrà rassegnare al fatto che nella maggioranza dei casi un’autentica liberazione interiore è possibile solo dopo essere stata preceduta dalla liberazione esteriore; fino a quel momento, dovremo rinunciare ad ogni tentativo di convincere lo stupido.
In questo stato di cose sta anche la ragione per cui in simili circostanze inutilmente ci sforziamo di capire che cosa effettivamente pensi il “popolo”, e per cui questo interrogativo risulta contemporaneamente superfluo – sempre però solo in queste circostanze – per chi pensa e agisce in modo responsabile. La Bibbia, affermando che il timore di Dio è l’inizio della sapienza (Salmo 111, 10), dice che la liberazione interiore dell’uomo alla vita responsabile davanti a Dio è l’unica reale vittoria sulla stupidità.
Del resto, siffatte riflessioni sulla stupidità comportano questo di consolante, che con esse viene assolutamente esclusa la possibilità di considerare la maggioranza degli uomini come stupida in ogni caso. Tutto dipenderà in realtà dall’atteggiamento di coloro che detengono il potere: se essi ripongono le loro aspettative più nella stupidità o più nell’autonomia interiore e nella intelligenza degli uomini.

linguaggio inaccettabile e disumano nei confronti dei migranti

rifugiati:

non “turismo” ma fuga

di: Claus Pfuff

padre Claus Pfuff è il nuovo direttore del “Servizio per i rifugiati”, della Compagnia di Gesù per la Germania. In un contributo a katholisch.de, del 20 giugno, ha lamentato l’imbarbarimento del linguaggio riguardante i profughi che si è instaurato da un po’ di tempo anche in Germania.

rifugiati

Ho trascorso l’anno passato all’estero. Avevo lasciato la Germania come un paese ammirato in tutto il mondo per la sua cultura di accoglienza e che si compiaceva per la sua umanità. Ma il clima delle discussioni è cambiato.

Dopo il mio ritorno, mi spaventa la freddezza con cui si parla della sorte delle persone in fuga. Alcuni paragoni umiliano la loro dignità ed evocano un senso di minaccia – quando per esempio i profughi sono equiparati alle catastrofi della natura. Altri minimizzano le sofferenze della loro fuga.

Purtroppo, ci sono anche esponenti di primo piano dei partiti cristiani, che fanno degli slogan estremisti una componente quotidiana del nostro linguaggio. Ma un linguaggio che soffoca la nostra compassione nasconde dei pericoli per l’intera società,

Anche se i richiedenti asilo e i profughi riconosciuti come tali costituiscono solo il 2% della popolazione, tutta l’attenzione è rivolta a difendersi da loro e a criminalizzarli. Dei 68,5 milioni di persone in fuga in tutto il mondo, nello scorso anno meno, di 200 mila sono venuti in Germania – un numero ridotto per un paese così grande ed economicamente forte.

Ancora minore è il numero di coloro attorno a cui gira la disputa tra CSU e CDU: secondo i dati del governo federale, nel 2017, ai confini tedeschi le domande di asilo sono state 15.414.

Una minoranza radicale determina il clima politico

Non riesco a capire come qualche migliaio di richiedenti asilo servano da pretesto per una crisi di governo. Infatti, se un ministro degli interni costringe il governo far dipendere tutto da questo unico tema, la situazione politica va fuori controllo. In questo modo la politica sembra non avere altri compiti – parliamo di alloggi, istruzione, sicurezza pensionistica, salute, digitalizzazione e cambiamento climatico. Ma se il nazionalismo e una presunta identità unitaria, per la quale è strumentalizzata persino la croce, deve essere la risposta ai problemi del nostro tempo: allora ci incamminiamo su un sentiero scosceso. Anche perché è preoccupante che il sentimento della compassione scompaia dal dibattito pubblico.

Il patrimonio di empatia fa parte dell’essere umano: noi soffriamo quando vediamo gli altri nel bisogno, e desideriamo andare loro in aiuto. Ne abbiamo già fatto l’esperienza nell’autunno del 2015, e oggi l’impegno del volontariato nel campo dei profughi è enorme. Tuttavia, invece di favorire questa disponibilità, a decidere il clima politico è una minoranza radicale. I loro slogan entrano nella nostra vita quotidiana: sono parole che negano i bisogni esistenziali, criminalizzano degli innocenti e giustificano la durezza di cuore. Questo linguaggio coopera a far sì che il prossimo non sia più percepito come un nostro pari, ma tutto viene messo in un cassetto ed etichettato con pregiudizi minacciosi.

“Immigrazione illegale” è una di queste parole volutamente dure. Infatti, che cosa dovrebbe significare ciò in un tempo in cui non esistono più vie percorribili per le persone che sono in fuga? Anche l’etichetta “centri di ancoraggio” progettati come alloggiamenti di massa per richiedenti asilo è altrettanto fuorviante: l’àncora – simbolo cristiano di speranza – promette affidabilità e sicurezza. In realtà, questi centri di raccolta sono una beffa. I richiedenti asilo vengono isolati e anche il contatto con l’ambiente è reso difficile, così come l’accesso ai centri autonomi di consulenza.

Da alcuni giorni la parola – o meglio la non-parola – “asilo turistico” dalle pagine-marron dell’internet è entrata nel telegiornale. Nessuno ha contestato, nessuno ha commentato. Purtroppo anche questa volta è stato un politico del partito cristiano ad avanzare questo linguaggio manipolatore. Le persone che rischiano la loro vita per salvarsi, perché l’Europa continua ad essere sempre più preclusa, non sono dei vacanzieri. Anche in Europa per molti l’incubo non è ancora finito.

Il Servizio dei gesuiti per i rifugiati sostiene molti centri di asilo della Chiesa che riguardano i rimpatri all’interno dell’Europa. Una donna nera sola fu costretta alla prostituzione in Italia. Un yazidi dell’Iraq, sfuggito ai massacri dell’Isis, è fuggito verso i parenti che da molto tempo abitano a Monaco. In Bulgaria, uno studente della Siria è stato maltrattato e torturato. In Grecia, un artigiano africano ha sofferto la violenza, la fame e la mancanza di alloggio. Salvarsi da queste situazioni non è “turismo”. È fuga. Coloro che non si lasciano ingannare dal chiasso e dalle vuote parole delle campagne elettorali, ma guardano alla singola persona, vedono il bisogno e agiscono di conseguenza.

Un ulteriore deragliamento verbale degli ultimi tempi: “l’industria anti respingimenti”. È pericoloso quando un rappresentante della nostra democrazia mina un pilastro del nostro stato di diritto: la possibilità che un tribunale riveda l’operato delle autorità. In realtà, non esiste un’“industria” del genere, ma singoli avvocati impegnati o luoghi di consulenza che spesso con passione e poco denaro cercano di aiutare i richiedenti asilo nel loro diritto.

Anche il Servizio per i rifugiati dei gesuiti con il suo fondo di assistenza e la consulenza legale aiuta a far rivedere in tribunale le decisioni, spesso con successo. Ciò fa parte della nostra convinzione, che fede e giustizia devono camminare insieme.

Sul piano nazionale, nel 2017, sono state corrette dai tribunali amministrativi a favore dei richiedenti asilo 31.000 decisioni sbagliate. Ciò significa: decisioni sbagliate a carico di 31.000 persone di cui spesso era in gioco la vita! Questa notizia però non ha avuto nessun grande titolo nei media.

Siamo diventati indifferenti. Le vittime di questo abbrutimento non sono soltanto le persone in fuga. Infatti, questa mancanza di solidarietà non si ferma soltanto a un singolo gruppo di emarginati. Ha degli effetti sull’intera società. Oggi colpisce soprattutto i richiedenti asilo e le persone di fede musulmana o ritenute tali. Domani o dopodomani questa esclusione e mancanza di empatia può riguardare anche chiunque altro.

Percepire il prossimo nella sua unicità

Anziché fare della croce un simbolo di esclusione imposto dallo Stato, il riferimento all’esempio di Cristo può invece significare: avere davanti allo sguardo ogni singola persona e non lasciarsi guidare da chiusure e preconcetti. Invece di lasciaci abbagliare dalle parole, possiamo volgerci al nostro prossimo per riconoscerlo nella sua unicità – con le sue forze, esperienze, debolezze e possibilità.

So questo per esperienza: l’incontro con le persone cambia il mio modo di pensare, i sentimenti e, alla fine, anche il mio linguaggio nei suoi riguardi. Il modo di parlare può, al contrario, facilitare anche l’incontro: parlare «con calma, con attenzione e con amore» ha raccomandato ai suoi compagni, nel secolo 16°, il fondatore dell’ordine, Ignazio di Loyola, per le discussioni di politica ecclesiastica. Questa triplice raccomandazione porterebbe i suoi benefici anche nei tempi di internet e della campagna elettorale. Se i cristiani scegliessero più spesso di parlare “con calma, con attenzione e con amore”, allora anche la società potrebbe diventare più accogliente e vivibile.

non è tuo figlio quindi puoi alzare benissimo le spalle …

se fosse tuo figlio …
“Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi
di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme
a milioni
facessero da ponte
per farlo passare.

Premuroso,
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra
per non far bruciare i suoi occhi,
lo copriresti
per non farlo bagnare
dagli schizzi d’acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,
uccideresti il pescatore
che non presta la barca,
urleresti per chiedere aiuto,
busseresti alle porte dei governi
per rivendicare la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
odieresti il mondo, odieresti i porti
pieni di navi attraccate.
Odieresti chi le tiene ferme e lontane
Da chi, nel frattempo
sostituisce le urla
Con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani,
sputeresti loro addosso.
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti
vorresti spaccar loro la faccia,
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa
non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Puoi dormire tranquillo
E soprattutto sicuro.
Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell’umanità perduta,
dell’umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Dormi tranquillo, certamente
non è il tuo”

le chiese unite a favore dei migranti

l’appello di tutte le Chiese cristiane:

aprite i porti ai migranti

un manifesto firmato dalle Chiese cattoliche, valdesi e romene di Viareggio riporta le parole del Vangelo: “ero straniero e mi avete ospitato”

Il manifesto

il manifesto

Le Chiese cristiane (cattolica, valdese, ortodossa e romena) chiedono tutte insieme la riapertura dei porti ai migranti. Un manifesto pro accoglienza è stato appeso a Viareggio nei rispettivi luoghi di culto:

“Di fronte alla drammatica questione dei migranti ed al recente comportamento del governo italiano – si legge nel manifesto -, le chiese ricordano che per i cristiani il Vangelo è l’unico criterio per le loro scelte. Esso indica ripetutamente la via dell’accoglienza dello straniero e della condivisione dei beni con i poveri, dice infatti Gesù: ‘Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete ospitato'”. “Ricordiamo le parole di Papa Francesco e della Chiesa Valdese – prosegue il manifesto -, che in numerose occasioni hanno preso posizione sulla questione migranti invitando tra l’altro ad un cambiamento di mentalità”.

Rivolto anche un invito

“all’Europa e all’Occidente a farsi carico delle proprie responsabilità, ricordando che nei secoli passati hanno sfruttato il continente africano, depredandolo delle sue ricchezze e non preoccupandosi della popolazione che ha sostenuto lotte lunghe e difficili per affrancarsi dal colonialismo e dalla soggezione alle potenze europee”.

 

“Dio stesso viaggia sui barconi dei migranti”

l’arcivescovo di Agrigento:

“a venire da noi su un barcone è Dio, non accogliere è non credere”

Il cardinale Montenegro festeggia S. Calogero, santo nero venuto dall’Africa e lancia un monito

Francesco Montenegro

Durante i festeggiamenti per S. Calogero, l’arcivescovo Montenegro di Agrigento ha lanciato un commovente monito, particolarmente significativo dato che S. Calogero è un santo nero, taumaturgo della Chiesa e particolarmente amato in Sicilia e in particolare nell’agrigentino:

“I migranti, i poveri sono un termometro per la nostra fede. Non accoglierli, soprattutto chiudendo loro il cuore, è non credere in Dio. È Gesù a venire da noi su un barcone, è lui nell’uomo o nel bambino che muore annegato, è Gesù che rovista nei cassonetti per trovare un po’ di cibo. Sì, è lo stesso Gesù che è presente nell’Eucaristia. Un migrante alla fine del suo lungo viaggio, dopo aver subito violenze e visto sabbia, lacrime, paura, cadaveri … esclamò nel mattino in cui fu salvato: “Nulla è più bello al mondo del sorgere del sole”. Il sole illumina i volti di tutti gli uomini, non solo i nostri. Ogni migrante è una storia e una vita che, ci piaccia o no, s’intreccia con la nostra. I poveri e i migranti hanno un nome come noi, sognano come noi, sono pieni di paure come noi, sperano come noi, vogliono una famiglia come noi, – un minorenne mi ha detto che ciò che gli manca è la carezza della mamma – credono in qualcosa o in qualcuno come noi, osano come o più di noi, desiderano essere trattati come noi. Anche per loro, e non solo per noi, Gesù e si è lasciato inchiodare sulla croce. Lasciamoci scuotere la coscienza dal fatto che tanti bambini, uomini, donne, perdano la vita in mare. Fu un immigrato, il centurione romano, a riconoscere nel crocifisso il Figlio di Dio. Un detto ebraico dice: chi salva un solo uomo, salva il mondo intero.”

caro Matteo Salvini, caro governo italiano …

diteci come fate a dormire con un naufragio nel petto

Diteci come fate a dormire con un naufragio nel petto, come riuscite a non pensare a quei tre bambini vestiti di rosso quando mangiate una pasta al pomodoro. Diteci cosa si prova a interpretare Ponzio Pilato di fronte alla folla, senza neanche lavarsi le mani perché quelli come voi le mani non se le sporcano mai.

di Saverio Tommasi

Caro Matteo Salvini, caro governo Italiano. Vorrei sapere come si dorme con un naufragio di 100 morti che vi bussano sulla coscienza “toc, toc, toc”. Se riuscite a dare la colpa ad altri, a guardare un’altalena senza pensarci. Vorrei sapere se riuscite a dimenticarlo, per esempio davanti a una pasta al pomodoro, e se la fame vi passa quando ci pensate. Vorrei sapere se ce la fate, a non pensare a quei tre fantasmini – tre, fratellini come lo siamo su questa Terra – vestiti di rosso come la vostra pasta al pomodoro. Riuscite a evitare il pensiero? Non dev’essere semplice, ribaltare il cervello per non soccombere ai pensieri: lodare i libici e attaccare le ONG che salvano dalla morte. Vivere come il gatto, stringere la mano a Mangiafuoco e attaccare Geppetto, che “se tuo figlio è nato in una falegnameria allora devi restarci, dovevi pensarci prima, i sogni fuori non sono fatti per te, noi di problemi abbiamo già i nostri”. Come si vive delegando la vita degli altri a qualcuno che sappiamo non ha interesse a prendersi la delega?

Vorrei sapere se poi, stamani, vi siete fatti la barba, e se poi siete andati a cercarle, le foto dei tre bambini con la faccia gonfia come un bambolotto che ha bevuto l’acqua. Sembravano di porcellana quei volti lisci, a cui la barba non ha fatto in tempo a spuntare, e si sono fermati in un giorno feriale, in mezzo al mare, ma non così tanto nel mezzo da non poter essere salvati. Quanto vi costa non aprire quella porta, tenere chiuso quel porto, aver risposto “non intervenite, se ne occuperanno i libici”, come Ponzio Pilato di fronte alla folla, avete fatto “click” con la stessa disinvoltura di una chiamata a debito da un numero sconosciuto. Poi, non vi siete neanche lavati le mani, perché quelli come voi le mani non se le sporcano mai. Caro Ministro dell’Interno, caro governo Italiano, c’è forse qualcosa di più grave del morire in una volta sola, ed è morire piano piano. Lavorare al disfacimento di un Paese – la nostra bella Italia – facendo ricadere la colpa sui poveri, sugli ultimi della fila, sugli esclusi dai banchetti. Per cosa, poi? Cosa state ottenendo, in cambio della negazione dell’esistenza ad altri? Venti minuti di presidenza in più, forse, mezz’ora di poltrona in aggiunta. Tutto qui. Vorrei sapere come fate a dormire la notte, se dormite. Perché a me danno fastidio le zanzare intorno all’orecchio e non ci riuscirei mai, con un naufragio nel petto.

 

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