don Ciotti e la perdita di umanità verso la barbarie

barbarie

Luigi Ciotti
Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti.
Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie.
Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi.
Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone.
Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.

la marcia dei poveri espressione della collera dei poveri

la collera dei poveri
 Tonio Dell’Olio
Non so se è il simbolo della rivolta di popoli o il semplice sussulto di una coscienza popolare che sente di essere titolare del diritto alla vita per sé e per i propri figli, ma la marcia che, partita con poche centinaia di persone da San Pedro Sula in Honduras strada facendo è diventata un fiume in piena con migliaia di uomini, donne e bambini provenienti anche da El Salvador e dal Guatemala, è copertina eloquente per raccontare i nostri giorni.
Perché è specchio di disuguaglianze macroscopiche che, prima o poi, qualcuno dovrà urlarci contro.
Perché lentamente diventa consapevolezza che quella folla immensa non è il frutto amaro di un destino ingrato o dell’imperscrutabile volere degli dei. Semmai è il risultato di un neocolonialismo violento e cinico che abbiamo occultato abilmente per anni e anni. Da qui la reazione stizzita del presidente Usa che, anche personalmente, ha fondato le sue fortune economiche su quel sistema.
Quella che impropriamente chiamano “carovana di migranti” e che sarebbe più corretto definire “marcia dei poveri” sembra richiamare come un’eco le parole della Populorum Progressio di Paolo VI (1967) in cui si metteva in guardia dall’ostinata avarizia dei ricchi che non potrà che suscitare «il giudizio di Dio e la collera dei poveri, con conseguenze imprevedibili» (n.49).

un bell’esempio di accoglienza e integrazione dei migranti

io faccio così #225 

i giovani migranti trovano accoglienza e lavoro negli Orti delle Case

offrire accoglienza, integrazione e lavoro partendo dalla cura della terra e delle relazioni, seguendo i principi della permacultura. A Pomino, in provincia di Firenze, è stato avviato il progetto Orti delle Case in cui l’agricoltura biologica è il campo di sperimentazione di un modello di accoglienza che mette al centro il futuro e dell’indipendenza dei giovani migranti

Zucchine, pomodori, cipolle, insalata… camminiamo tra i campi all’aperto e le serre seguendo i passi di alcuni ragazzi africani, l’entusiasmo e l’orgoglio di mostrare il frutto del proprio lavoro arriva attraverso i loro gesti e parole.

“Mi piace tutto ciò che c’è nella terra, senza la terra non si vive”, ci dirà più tardi Eddy. In questo piccolo progetto di grande qualità che ci apprestiamo a conoscere, terra, cibo e progetti di vita si intrecciano, creando qualcosa di bello (e buono) per tutti.

 

 

Siamo a Pomino nel comune di Rufina (FI), ospiti dell’associazione “Le C.A.S.E.” (Comunità per l’accoglienza e la solidarietà contro l’emarginazione) che è nata nella vicina Pelago una ventina di anni fa; un’associazione “ombrello” che unisce varie case famiglia sia nel territorio fiorentino che nel senese. Uno dei valori comuni che unisce le case è l’accoglienza, un’accoglienza di diverso tipo: donne sole con figli, bambini, migranti, che si realizza nel quotidiano, nella convivenza con il nucleo genitoriale simbolico che vive stabilmente nella casa.

La casa famiglia di Pomino, fondata da Silvano Venturin e sua moglie Graziella Pella, in particolare è nata come casa di accoglienza per madri con bambini soli nel 2001, solo nel 2008, dopo le grandi ondate migratorie, l’accoglienza si è estesa ai migranti, prima ai minori non accompagnati e poi agli adulti, prevalentemente giovani uomini provenienti dall’africa subsahariana, diventando un C.A.S., un Centro di Accoglienza Straordinaria.

“Qui l’accoglienza si realizza su piccoli numeri, per lavorare in qualità e garantire un’inclusività a tutto tondo ed effettiva – ci racconta Rachele Venturin, antropologa, figlia di Silvano e Graziella e responsabile della “scuola laboratorio” del progetto di accoglienza – offriamo strumenti di formazione, per poter pensare anche al futuro, alla costruzione di una vita in Italia”.

Tutti questi elementi si intrecciano nel progetto “Orti delle Case” in cui l’agricoltura biologica è il campo di sperimentazione di un modello di accoglienza che mette al centro il futuro e l’indipendenza dei giovani migranti.

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“Ci siamo chiesti quali potevano essere le realtà lavorative in cui inserirli all’interno di un contesto non cittadino come questo. Curare la terra è come prendersi cura di se stessi, in una situazione difficile come quella che vivono questi ragazzi, sradicati da tutto il loro mondo, ridà senso e futuro”.

Tutto è iniziato quattro anni fa con l’avvio dell’orto sociale su terreni di proprietà della diocesi prossimi alla casa famiglia, concessi in comodato d’uso. Oggi sono 5 i ragazzi a lavorare su quei campi producendo verdure biologiche che riforniscono una bottega del paese, un ristorante vicino e vengono vendute attraverso alcuni gruppi di acquisto solidale del territorio e direttamente a chi lo desidera.

Tutto questo è stato possibile grazie ad un importante lavoro sul gruppo e sulle relazioni, sia interne al gruppo che con il territorio. La “scuola laboratorio” infatti, non si limita all’insegnamento dell’italiano, essenziale per poter comunicare e conoscere, comprendere il mondo intorno.

“È un percorso di crescita personale e di gruppo. Con il contributo di Sauro Guarnieri, abbiamo introdotto il metodo permaculturale anche per curare le relazioni – prosegue Rachele – questo è importante anche per avere una buona cura degli orti. È importante per noi che i ragazzi accolti in questo percorso non siano solo degli esecutori ma che sia un processo condiviso, in cui le decisioni si prendono insieme. Oltre al lavoro nei campi abbiamo anche approfondito i temi connessi nella scuola laboratorio, facendo approfondimenti scientifici ma anche autobiografici per poter valorizzare le esperienze e le conoscenze di cui i ragazzi erano portatori”.


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La formazione sul campo è avvenuta con i contadini del luogo, un passaggio di saperi e conoscenze, relazioni che continuano a crescere e a preparare il terreno che possa permettere a questi ragazzi di prendere in mano questa piccola impresa totalmente. Già, perché l’obiettivo di questo progetto, piccolo ma di qualità, è permettere la costituzione di una cooperativa agricola autonoma attraverso la quale questi giovani uomini possano prendere in mano il proprio futuro. Intanto, non con difficoltà, l’associazione Le Case, è riuscita a far riconoscere legalmente il loro lavoro, dal 1 maggio hanno un regolare contratto, un passo verso un sogno più grande.

 

 

 

le chiese cristiane contro xenofobia, razzismo e nazionalismo populista

il “no” delle chiese cristiane

all’«idolatria dei confini nazionali»

di Luca Liverani
in “Avvenire” del 21 settembre 2018

Le chiese cristiane «sono chiamate ad essere luoghi di memoria, speranza e amore». E dunque «la protezione dei valori o delle comunità cristiane» perseguita «escludendo chi cerca un rifugio sicuro dalla violenza e dalla sofferenza è inaccettabile e mina la testimonianza cristiana nel mondo, elevando i confini nazionali a idoli»

Parole nette, rivolte innanzitutto ai cristiani e sottoscritte nel documento finale dai partecipanti alla Conferenza internazionale su «Xenofobia, razzismo e nazionalismo populista nel contesto della migrazione globale», organizzata a Roma dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e dal Consiglio Mondiale delle Chiese (Wcc), con il Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani.

A chiudere la tre giorni è stata l’udienza papale. E padre Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero, ha ricordato che «in accordo con gli insegnamenti di papa Francesco», i punti cardinali della «risposta integrale alle sfide migratorie globali» sono «quattro verbi attivi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare». «Sosteniamo l’istituzione dell’asilo – si legge dunque nel documento finale della tre giorni – per coloro che fuggono da conflitti armati, persecuzioni o calamità naturali». Allo stesso tempo «invochiamo il rispetto dei diritti per tutte le persone migranti, indipendentemente dal loro status». Al contrario, «il razzismo crea e mantiene la vulnerabilità dei membri di alcuni gruppi, negando i loro diritti e la loro esistenza, e cerca di giustificare la loro oppressione». E allora «in questo senso il razzismo è un peccato, radicalmente incompatibile con la fede cristiana». Nell’analisi del documento «il nazionalismo populista è una strategia politica che cerca di fare affidamento e promuovere le paure » al fine «di affermare la necessità di un potere politico autoritario per proteggere gli interessi del gruppo sociale o etnico dominante». È «nel nome di questa ‘protezione’ che i populisti giustificano il rifiuto di offrire rifugio, ricevere e integrare individui o gruppi di altri paesi». Ma è un rifiuto «contrario all’esempio e alla chiamata di Gesù Cristo». I partecipanti alla Conferenza quindi invitano «tutti i cristiani» a «respingere tali iniziative populiste», definite «incompatibili con i valori del Vangelo. Ciò dovrebbe ispirare la vita politica e il discorso pubblico, e informare le scelte fondamentali soprattutto al momento delle elezioni». L’invito ai mass media è di «astenersi dal diffondere idee e iniziative divisive e disumanizzanti e impegnarsi per la promozione di messaggi positivi». L’analisi non nega le problematiche: «Le preoccupazioni di molti individui e comunità che si sentono minacciate dai migranti devono essere riconosciute ed esaminate», in un dialogo «autentico con tutti coloro che le nutrono». Ma «sulla base dei principi della nostra fede cristiana e dell’esempio di Gesù Cristo, cerchiamo di innalzare una narrativa di amore e di speranza, contro la narrativa populista dell’odio e della paura». Anche le chiese cristiane devono «far crescere la coscienza critica tra i cristiani sulla complicità di alcune teologie nella xenofobia e nel razzismo».

esiste anche una Lucca ospitale

a Lucca sempre più famiglie ospitano migranti a cena

grande successo per il progetto ‘Aggiungi un posto a tavola’. Rispetto all’edizione della scorsa estate, quest’anno il numero dei partecipanti è raddoppiato

aggiungi un posto a tavola

Sempre più famiglie ospitano un migrante in famiglia. Lo dimostra il successo ottenuto dalla seconda edizione di “Aggiungi un posto a tavola”, il progetto nato per favorire l’integrazione dei migranti, ideato dalla Cooperativa sociale Odissea (gruppo Co&So) insieme all’Osservatorio per la Pace del Comune di Capannori, alla Caritas della Diocesi di Lucca e alla Cooperazione Missionaria Diocesi di Lucca. In due mesi, sono state 26 le famiglie che hanno chiesto di partecipare invitando a cena un richiedente asilo ospitato nelle strutture di accoglienza gestite da Odissea a Lucca e a Capannori.

Le cene realizzate per il momento sono state 22 (altre saranno organizzate a breve), per un totale di 25 migranti, tra i 17 e i 30 anni. Rispetto all’edizione della scorsa estate, quest’anno il numero dei partecipanti è raddoppiato, e il coinvolgimento ha fatto un decisivo salto di qualità. «Il progetto ha raggiunto anche famiglie che non gravitavano intorno alla nostra cooperativa e che sono venute a sapere dell’opportunità attraverso i social e i volantini che avevamo distribuito. Abbiamo avuto richieste non solo da Capannori, ma anche da Lucca, da Pisa e dalla Versilia» racconta Patricia Barsi di Odissea, che ha curato la parte organizzativa di “Aggiungi un posto a tavola”.

«Tanti i nuclei con figli adolescenti, che grazie al nostro progetto hanno potuto incontrare coetanei con storie molto diverse dalle loro. Inoltre, siamo stati contattati anche da alcune associazioni del territorio che desideravano fare questa esperienza insieme ai loro soci. Inoltre, ci ha fatto piacere scoprire che molte famiglie hanno continuato a coinvolgere i migranti nelle loro attività, a dimostrazione che l’integrazione è possibile e passa attraverso la conoscenza».

intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani

i cattolici alla sfida dei migranti

di Giuseppe Lupo
in “Il Sole 24 Ore”

“Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini”

È il caso di fissare bene le premesse di partenza, ma se i dati reali dovessero confermare quanto è stato annunciato dai recenti sondaggi – e cioè che l’elettorato di area cattolica simpatizzi apertamente per la linea dura del ministro Salvini sul tema degli immigrati tanto da raddoppiare i consensi all’interno di quell’area – ci sarebbe da chiedersi quanto ancora riesca a influire la presenza di una Chiesa, ufficialmente schierata su posizioni contrarie, nelle scelte di un ipotetico ritorno alle urne. Non che questo sia un discorso necessitante ai fini degli equilibri di una nazione, anzi è sempre stata negli auspici di un certo pensiero cristiano-riformista l’autonomia della politica rispetto a qualsiasi credo religioso. Qualcosa del genere, per esempio, è accaduto non tanto in occasione del referendum sull’aborto, quanto nella battaglia contro l’abrogazione della legge sul divorzio, nel 1974, anno chiave per la vicenda di un post-Sessantotto ancora tutto da digerire. In quella circostanza una certa parte dell’intellighenzia cattolica assunse posizioni non condivise dai vertici del clero e votò liberamente. Si trattò di un fenomeno le cui radici affondavano nei pronunciamenti di un cristianesimo dalle larghe vedute, ortodosso nella sostanza di fede ma disposto al dialogo con chi avesse opinioni opposte, per effetto di una temperie culturale che issava le sue bandiere nelle figure di Lorenzo Milani, Zeno Saltini, Giovanni Rossi, Ernesto Balducci, il cui apostolato trasse forza nei crismi di una testimonianza ad alto valore politico, riconoscendo nei poveri e nei sofferenti la più alta lezione evangelica. Quel che sta accadendo in queste settimane invece assomiglierebbe a una sorta di regressione rispetto ai principi di modernità a cui quelle lontane esperienze di fede ci avevano abituati. Vorrebbe dire, in altre parole, non riconoscere più il paradigma della solidarietà come forma di redenzione umana (tema sul quale Bruno Forte ha ammonito domenica su queste colonne), come veicolo attraverso cui la regola del vangelo possa approdare nel vissuto di tutti e poi, giorno dopo giorno, modificare per sempre le rotte della Storia. Sarebbe davvero un peccato che una nazione in grado di generare Cesare Beccaria cadesse nell’errore della dimenticanza. Il problema dunque va guardato alla radice, fuori dalla semplicistica verità di una cronaca che vede penalizzare soprattutto le regioni dove le questioni occupazionali diventano un dato asfissiante e dove il vissuto concreto della gente riflette uno stato di incertezza economica. Va discusso cioè in chiave etica, come effetto di un’incomprensione tra ciò che predicano i vertici della Chiesa – e anche alcuni organi di informazione come «Avvenire» e «Famiglia Cristiana» – e ciò che invece alligna in quel magma eterogeneo di persone che fa sua una contraddizione: vivere le pratiche religiose, dedicarsi a una delle tante associazione di volontariato per poi vestire i panni demagogici della paura che sfocia nell’accondiscendenza alla chiusura dei porti. Un fenomeno di questo tipo andrebbe a minare i caratteri di una nazione che ha fatto dell’accoglienza un principio riconosciuto nella propria carta morale, oltre che in quella costituzionale. L’atteggiamento degli ultimi tempi, questo regredire nella sfera del particulare, allontana i propositi di un cristianesimo che il Novecento ci aveva abituati a vivere nelle sue forme democratiche, facendolo uscire fuori dalle parrocchie e dalle sagrestie per avviarlo sulle strade di una cultura che si affidava alla matrice della carità, su cui la lezione di Paolo di Tarso poneva regole costitutive.

Penso a quanto fossero vicine alla carità le problematiche affrontate da Manzoni, il più illuminista degli intellettuali cristiani. Penso a quanto sia stato nelle profezie di un libro come Il quinto evangelio di Mario Pomilio, il cui desiderio di cercare Dio trovava realizzazione nell’indagine su un Dio ancora tutto da inseguire e da aspettare nei territori della memoria. Sembrerà strano evocare il nome di due scrittori dalla forte tempra morale in un contesto che riguarda navi cariche di uomini senza più terra, ma è proprio nelle pagine di questi autori che risiedono le risposte a quanto oggi ci indigna per la discrepanza tra l’azione di pronunciare parole vuote e subire il ricatto della paura o vivere nella malinconia del proprio tempo operando in nome di quelle stesse parole quando esse sono obbligate a diventare carne o Storia. Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini.

la logica del ‘prima i nostri’ è ipocrita essendo noi i predoni dell’Africa – parola di vescovo

 

l’arcivescovo di Palermo:

“Siamo noi i predoni dell’Africa che affamano milioni di poveri”

 

vibrante discorso alla città di monsignor Corrado Lorefice 

«La logica del “prima noi” mostra in questa Europa tutta la sua fallacia. La Chiesa non può restare in silenzio»

l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, durante “il discorso alla città” per la festa di Santa Rosalia

Non ostenta mezze misure, monsignor Corrado Lorefice, nel descrivere quelli che Giovanni XXIII definiva «i segni dei tempi». Ed è per questo che, nel suo discorso alla città di Palermo, in occasione della processione della patrona Santa Rosalia,afferma che «non è tempo di dormire, ma di stare svegli!». Con l’immagine del vascello e della navigazione – desunti simbolicamente dai festeggiamenti in onore della “Santuzza” – il presule descrive la navigazione difficile di tre «velieri»: la città di Palermo, l’Italia e l’Europa.   

Il primo vascello, quella della città di Palermo, naviga in un mare perennemente agitato, e prevale la paura, perché – afferma Lorefice – «il lavoro manca, drammaticamente e, a volte, tragicamente; perché i nostri giovani perdono la speranza e si sentono costretti a partire, privandoci della loro presenza, della loro giovinezza forte e creativa; perché nelle nostre periferie cresce il disagio, aumentano i poveri». Ma il vero pericolo non è la paura, sottolinea l’arcivescovo, bensì «la rabbia, la rassegnazione, l’evasione».    

A venticinque anni dal suo martirio, il messaggio di don Pino Puglisi deve risuonare a Palermo, afferma Lorefice: «Don Pino diceva che “è tempo di rimboccarsi le maniche”, di passare “dalle parole ai fatti”, di fare una proposta diversa rispetto alla “cultura dell’illegalità” promossa dai mafiosi, di adottare un nuovo “stile di vita”». L’arcivescovo, poi, ricorda il sacrificio di Libero Grassi e di Piersanti Mattarella:

«Ad aiutarvi nella verità – precisa – non è il politico che vi promette favori, il prete che vi raccomanda, il potente che vi chiede in contraccambio il sacrificio della vostra libertà, non è chi vi dice che risolverà in modo semplicistico e sommario i vostri problemi! Ad aiutarvi è chiunque vi ricordi la bellezza di essere giovani, chiunque abbia rispetto e fiducia in voi, chiunque sia disposto a fare un passo indietro per cedervi strada, chiunque rinnovi in voi la forza dello stare assieme».   

Al timone del” secondo vascello” c’è l’Italia, che soffre anch’essa paure e povertà, e dove si sta diffondendo, evidenzia il presule, una pericolosa illusione: «Che la chiusura, lo stare serrati, la contrapposizione all’altro siano una soluzione. Ma una civiltà che si fondi sul “mors tua, vita mea”, una civiltà in cui sia normale che qualcuno viva perché un altro muore, è una civiltà che si avvia alla fine. È questo che vogliamo?». Più volte il pastore di Palermo viene interrotto da diversi applausi, persino quelli delle autorità civili e militari presenti; nelle sue parole c’è spazio per ricordare anche il patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi, e il Papa che ne porta il nome, oltre che la sensibilità verso l’indigenza degli altri.   

Il “terzo vascello”, chiarisce ancora Lorefice, è quello dell’Europa: «La nave che tutti ci comprende in virtù di una geniale intuizione dei nostri padri. La logica del “prima noi” mostra in questa Europa tutta la sua fallacia. Rischiamo fratture insanabili proprio perché ogni Paese europeo comincia a ritenere che il suo benessere venga prima, senza capire che se la casa comune si distrugge tutti resteremo all’addiaccio, privi di un tetto. È la miopia dell’egoismo politico, propugnato da governanti e da politici europei che spesso si vantano – soprattutto nell’Est – di costruire regimi privi delle garanzie e fuori dai confini minimi della democrazia. Di fronte a tutto questo, care sorelle e cari fratelli, la Chiesa non può restare in silenzio, io non posso restare in silenzio».    

Monsignor Lorefice ricorda ancora la figura di Giorgio La Pira, siciliano d’origine, il quale «faceva delle “attese della povera gente” il suo faro e la sua guida, contro ogni esaltazione del mercato senza regole, dell’individualismo economico. E questa convinzione, animata in lui da una fede profonda nell’Evangelo, se la portò dietro a Firenze, dove fu il sindaco dei poveri, dei disoccupati, degli ultimi. Oggi La Pira ci inviterebbe a guardare alle tante navi che dirigono la loro prua verso l’Europa come alle navi della speranza».   

Da qui l’affondo finale: «Tutti dobbiamo sapere che lungo i decenni e soprattutto in questi ultimi trent’anni l’Africa – che è il continente più ricco del mondo – è stata sfruttata dall’Occidente, depredata delle sue materie prime. Ce le siamo portate via, anzi le multinazionali l’hanno fatto per noi, senza pagare un soldo. E abbiamo tenuto in vita governi fantoccio, che non fossero in grado di difendere i diritti della gente. Le potenze occidentali mantengono inoltre in Africa una condizione di guerra perenne che rende più facile lo sfruttamento e consente un fiorente commercio di armi».   

«Siamo noi i predoni dell’Africa!», tuona l’arcivescovo di Palermo, «siamo noi i ladri che, affamando e distruggendo la vita di milioni di poveri, li costringiamo a partire per non morire: bambini senza genitori, padri e madri senza figli. Un esodo epocale si abbatte sull’Europa, che ha deciso di non rilasciare più permessi per entrare regolarmente nel nostro continente. E allora questo esercito di poveri, che non può arrivare da noi in aereo, in nave, in treno, prova ad arrivarci sui barconi dei trafficanti di uomini…».   

Quelli che vengono chiamati centri di smistamento, di detenzione – sottolinea Lorefice – «quei centri che i nostri governi sollecitano e finanziano per “bloccare” il flusso migratorio, spesso richiamano i campi di concentramento. E se settant’anni fa si poté invocare una mancanza di informazione, oggi no. Non lo possiamo fare, perché ci sono le prove, nella carne martoriata di questa gente, nei filmati, nei reportage di giornalisti coraggiosi (mentre giornali e telegiornali di altra fatta parlano dei migranti sulle navi come di un “carico” alla maniera delle merci e delle banane!). Noi sappiamo, e siamo responsabili. E dobbiamo levarci!»   

«Il Vangelo non è un’utopia, ma una regola, una forma di vita, e l’Eucaristia – come ricordava Paolo VI contiene la forma vitae dei popoli», rimarca il prelato. «La stessa cosa di cui era convinto Benedetto da Norcia, patrono d’Europa. Pertanto – conclude – questo è il messaggio su cui ritornare a scommettere:

«Non è questione di accoglienza, non si tratta di essere buoni, ma di essere giusti. Non di fare opere buone, ma di rispettare e, se necessario, ripensare il diritto dei popoli. È in nome del Vangelo che ogni uomo e ogni donna hanno diritto alla vita e alla felicità». 

 

M. NASCA

anche i vescovi italiani temono l’imbarbarimento

l’accusa della Cei

sui migranti salvare la nostra stessa umanità dall’imbarbarimento

dura nota della Conferenza episcopale: ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture

Madre e bambino morti portati a bordo della Open Arms

madre e bambino morti portati a bordo della Open Arms

Da una parte la cultura dell’odio, dello sfruttamento. Del razzismo. Dall’altra una società – anche se ultimamente messa un po’ all’angolo – che non arretra all’avanzare dell’intolleranza:

“Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata”.

Lo ha detto la Cei in una dichiarazione sulla questione dei migranti.

“Rispetto a quanto accade non intendiamo né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”.

La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha aggiunto:

“Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci. Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace”.
“Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi”, sottolineano i vescovi

“Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare. Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita”, conclude la nota.

solo supplicando il perdono dei disperati potremo salvarci l’anima …

perdonaci fratello migrante

di padre Enzo Fortunato Direttore sala stampa Sacro Convento di Assisi

Fratello migrante, brucia l’acqua salata sulla tua ferita. La ferita che è stata lasciata aperta dalla carneficina del Mediterraneo, inghiottiti per sempre dall’acqua, la stessa che la fa bruciare. Anche io mi sento responsabile. Un cortocircuito d’umanità aggravato – come ha dichiarato papa Francesco nel suo primo viaggio a Lampedusa – dalla “globalizzazione dell’indifferenza che ci ha tolto la capacità di piangere”. Vorrei piangere con te, ma non basterebbe a rimarginare la ferita.
Siamo assuefatti, siamo diventati cinici e creduloni a presunte minacce di invasione, dimenticando che l’intera storia dell’uomo è stata (e lo sarà sempre) segnata da flussi migratori. Quello attuale verso l’Italia non è tra i più numerosi, ma sembra sufficiente a provocare il panico che serve da pilastro a una ininterrotta campagna elettorale. Perdonaci fratello migrante se troviamo mille scuse che ci portano a dire “prima gli italiani e poi gli altri”. Se penso che i nostri nonni ci hanno reso grandi migrando sulle coste statunitensi.
Una nave carica di persone è stata tenuta in ostaggio in mezzo al mare, impedendone l’approdo a un porto sicuro. Scatenando un tifo da stadio, esultando perché abbiamo avuto la capacità di “alzare la voce e farci sentire dall’Europa”. Non è così. Un gesto del genere è stato dimostrazione di crudeltà: abbandonare uomini, donne e bambini in balia dei flutti, in un braccio di ferro che ha stremato queste persone, non è “alzare la voce”. Perdonaci se non riusciamo più a leggere la realtà con obiettività: il rapporto fra italiani e profughi è di 2,4 stranieri ogni 100 abitanti, il più basso in tutta Europa.
Ecco perché perdiamo la nostra umanità quando non siamo più in grado di capire che i migranti, prima di essere tali, sono persone fatte “a Sua immagine”, proprio come ognuno di noi. Noi che rimbalziamo il nostro pensiero nell’etere regolato dalla comunicazione social, leggiamo quello degli altri, affidandoci a poche parole, senza andare in profondità. Perdiamo la nostra umanità quando siamo complici di questo scempio dei diritti umani che imprigiona persone in una sorta di limbo, che contribuisce a far considerare l’altro come scarto dell’umanità.
Sulle navi, in mezzo al mare, ci sono individui che si portano dietro una sequenza ininterrotta di perdite, fino a vivere il dramma di essere naufraghi. Hanno perso la patria, l’ambiente e il tessuto sociale in cui sono nati e dove si erano guadagnati il loro posto nel mondo; non riescono a ritrovarne una nuova. Sono apolidi. Vivono in una dimensione di vuoto in cui è impossibile essere classificati. Non hanno più un posto nel mondo e tra gli uomini. Descrizione che Hannah Arendt ha delineato in “Noi profughi”, testo in cui racconta la sua condizione: senza una casa, senza un lavoro, una lingua, senza parenti, ma decisa a rifarsi una vita altrove.
Quando scegliamo di chiudere i porti stiamo negando a chi già ha perso molto, quasi tutto. Quando esultiamo perché qualcuno decide di chiudere i porti stiamo negando un futuro.
La sbandierata “svolta del cambiamento” si pone ora come una soglia, un margine sottile che ci divide da una tragica perdita di umanità, in cui si potrebbe perdere di vista il valore della vita, a prescindere dal colore della pelle. Non siamo poi così diversi da quelle donne e quegli uomini che lasciamo in mezzo al mare.
Non sono numeri da gestire e condividere con gli Stati membri dell’Unione Europea, ma uomini, donne e bambini da accogliere come fratelli e sorelle insieme agli altri governi. “E chiunque verrà da loro, – san Francesco diceva ai suoi frati – amico o avversario, ladro o brigante, sia ricevuto con bontà” (Fonti Francescane). Oggi Francesco direbbe fratello migrante.
Restiamo umani, restiamo “aperti”. 

anche il vescovo di Lucca contro Salvini

il vescovo di Lucca contro la chiusura dei porti

in occasione della festa di San Paolino il vescovo di Lucca monsignor Italo Castellani ha preso una forte posizione politica per l’apertura dei porti ai clandestini

queste le sue parole:

Il ‘fenomeno migrazioni’

Devo riconoscere che Lucca e il suo territorio nel suo insieme ha risposto bene, rispetto ad altre realtà, nell’accoglienza dei migranti.

Nel ‘fenomeno migrazioni’ vedo simbolicamente e realmente ogni “periferia esistenziale, culturale, educativa” dei nostri giorni, povertà materiali e spirituali che non possiamo far finta di non vedere o voltarci dall’altra parte.

Più volte, in piena sintonia e comunione con Papa Francesco, sono ultimamente intervenuto su questi temi ‘sensibili’ al Vangelo.

A conclusione del Convegno Ecclesiale, che abbiamo celebrato l’11-12 giugno scorso, su un tema di grande attualità –“L’altro: inferno o paradiso?”– feci questo accorato appello che rinnovo in questo momento alto di vita ecclesiale e sociale. Credo che una Chiesa –la nostra Chiesa di Lucca– non possa rimanere muta di fronte a quello che sta avvenendo, con i migranti lasciati in balia del mare e con i porti del Mediterraneo chiusi, mentre coloro che hanno la guida del nostro Paese si rifiutano ostinatamente di accoglierli, aspettando che lo facciano altri. È una decisione che un cristiano non può accettare!

È di spettanza propria di chi governa maturare scelte politiche, reali percorsi d’inclusione sociale dei rifugiati, adulti e soprattutto minori non accompagnati, sino ad oggi svolti per lo più dalla Caritas diocesana e generosamente dalle nostre comunità. Chiedevo e chiedo ancora una volta di dissociarci apertamente da tali scelte e dichiarare che ogni uomo –la Persona– è al primo posto, non è un ‘numero’, a prescindere dalla sua provenienza, appartenenza sociale e culturale.

In questa sede –alla luce della Parola di Dio ascoltata– mi sta a cuore ricordare che per noi cristiani il Vangelo è l’unico criterio per le nostre scelte. Esso indica ripetutamente la via dell’accoglienza dello straniero e della condivisione dei beni con i poveri. Dice infatti Gesù: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25, 35).

Per il suo carattere universale, il Vangelo non può mai essere sottoposto ad un uso strumentale, piegato a fini propagandistici o ancor meno ridotto a segno di “esclusiva” appartenenza etnico-nazionale.

Auspico e invito tutte le nostre comunità –come viene ben sottolineato nel recente Documento Ecumenico delle Chiese cristiane di Viareggio– a vigilare sulla difesa dei diritti umani (in mare e sulla terra ferma) e ad essere aperte all’accoglienza dell’altro/a, aprendo i propri spazi e le proprie strutture per costruire progetti di accoglienza di condivisione e inclusione. Si, questo è il momento, come nelle nostre comunità sta avvenendo, del passaggio dall’accoglienza all’inclusione dei nostri fratelli immigrati, con la possibilità di apprendere la nostra lingua, aprire percorsi di studio e di lavoro, condividere la richiesta e l’incontro tra diverse culture e testimonianze di fede.

 

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