gli scarti umani segno di disumanizzazione di una società

gli ‘scartati’

la denuncia di papa Francesco

da Altranarrazione’

Il capitalismo genera esclusione e povertà concentrando la ricchezza nelle mani di pochi

introduzione:

La reificazione (vedi Marx e G. Lukacs) è una delle conseguenze più inquietanti del modo di produzione capitalistico. Non solo si determina lo spostamento di valore dalle persone alle cose ma i singoli stessi si valutano secondo parametri di utilità funzionale o produttiva.  Chi è in esubero secondo le esigenze del capitale, chi non può produrre o semplicemente non raggiunge risultati quantificabili in termini economici non serve e quindi può essere scartato. Questa visione antropologica, ad altissima capacità di propagazione, riduce e uccide. Fa leva sugli istinti peggiori quelli cioè che sembrano realizzare l’uomo ed invece lo deformano. Riuscire a far parte di un sistema lasciando morti e feriti dietro il proprio passaggio appaga solo il delirio di onnipotenza ed innesca un inarrestabile processo di svuotamento dei contenuti essenziali.

testo di papa Francesco:

…è inaccettabile, perché disumano, un sistema economico mondiale che scarta uomini, donne e bambini, per il fatto che questi sembrano non essere più utili secondo i criteri di redditività delle aziende o di altre organizzazioni. Proprio questo scarto delle persone costituisce il regresso e la disumanizzazione di qualsiasi sistema politico ed economico: coloro che causano o permettono lo scarto degli altri – rifugiati, bambini abusati o schiavizzati, poveri che muoiono per la strada quando fa freddo – diventano essi stessi come macchine senza anima, accettando implicitamente il principio che anche loro, prima o poi, verranno scartati – è un boomerang questo! Ma è la verità: prima o poi loro verranno scartati – quando non saranno più utili ad una società che ha messo al centro il dio denaro”.

(dal Discorso di Papa Francesco alla Delegazione della “Global Foundation“, 14/01/2017)

il ‘sovranismo del dolore’ che ci rende ‘duri come sassi’ – un grido che provoca alla reazione

150 morti in mare, ma non ce ne frega niente

benvenuti nell’epoca del sovranismo del dolore

di Giulio Cavalli

Ci si indigna giustamente per la questione Rackete, ma ogni volta che muoiono i migranti pochi chilometri oltre le nostre acque territoriali nessuno dice nulla. Ecco come siamo diventati sovranisti del dolore

Ma che ce ne fotte dei centocinquanta che sono morti ieri su un barcone al largo delle coste libiche. Che poi, se ci pensate, centocinquanta è un numero arrotondato, più o meno all’incirca, perché quei morti lì si arrotondano come se fossero prosciutto al bancone della salumeria – “signora sono un etto e mezzo che faccio, lascio”? E che ce ne fotte di quegli altri centocinquanta che invece si sono salvati (forse, non si sa, si presume, come al solito) e sono state riportati in Libia dove se vengono ammazzati non vengono nemmeno contabilizzati, spariscono, semplicemente? Nulla, non ce ne fotte nulla.   

Chissà cosa ci si è conficcato nel cuore per insegnarci così bene a preoccuparci dei morti solo quando sono prossimi a noi, una sorta di sovranismo del dolore per cui se accade a più di qualche chilometro riusciamo a viverlo con la leggerezza di un safari. Chissà perché (giustamente) ci indigniamo per gli accaldati che stavano sulla nave di Carola Rackete e invece gli annegati riusciamo a scavalcarli come se fossero un semplice starnuto.  

Ci indigniamo per gli accaldati che stavano sulla nave di Carola Rackete e invece gli annegati riusciamo a scavalcarli come se fossero un semplice starnuto

Centocinquanta morti (se sono veramente centocinquanta) sarebbero la peggiore tragedia di quest’anno nel Mediterraneo, roba da pelle d’oca, roba che dovrebbe rizzare i capelli a tutti e invece finisce nelle colonnine dei giornali dove si discute delle inezie. I politici, pronti a salire su una nave attraccata, non riescono a vederci nessuna opportunità nel farsi fotografare mentre parlano di Libia: non tira, non funziona, non va.

E allora tutti a convergere su questo infeltrimento generale, tutti a restringersi un po’ in un nuovo sovranismo emozionale che ci impone di occuparsi solo delle cose più vicine, dei nostri figli, dei nostri parenti più prossimi, della nostra famiglia, al massimo dei nostri vicini, tutti ad accontentarsi che la nostra regione sia tranquilla, che ce ne fotte del Paese, che la nostra città sia potabile, che il nostro quartiere sia edibile, che il nostro condominio sia sereno o addirittura che il nostro pianerottolo non ci dia troppi pensieri. Tutti chiusi come isole, senza nemmeno bisogno del Mediterraneo intorno, che al massimo cozzano tra di loro per un secondo nel lavoro o nella quotidianità, si frastagliano, si usurano. Sarebbe da capire come sia successo che non riusciamo più a sentire un lutto oltre a una certa distanza: siamo noi i naufraghi, quelli che hanno bisogno di essere asciugati.

Centocinquanta morti (se sono veramente centocinquanta) sarebbero la peggiore tragedia di quest’anno nel Mediterraneo

Chissà quando riusciremo ad avere occhi per leggere i numeri, quei numeri che qui vengono violentati, anche loro, dalla propaganda che serve per rassicurare i biliosi in un gioco perverso che calpesta i cadaveri per aspirare voti: dice il ministro dell’interno (minuscolo) Matteo Salvini che quest’anno sono stati recuperati solo due corpi nel Mediterraneo, l’ha detto con un sorriso sardonico da Bruno Vespa che sardonico mimava un’intervista, e invece Missing Migrants (fonte ritenuta affidabile da tutta la comunità internazionale) parla di seicentoottantasei morti nel Mediterraneo – più centocinquanta, circa, quando saranno contabilizzati – 486 dei quali (più centocinquanta) nella rotta libica, alla faccia di chi racconta che senza le Ong non parte più nessuno. Alla faccia di chi pensa che bastino le spacconate di Salvini a fermare i fenomeni migratori. Chissà come abbiamo fatto a cedere alla propaganda che lucra sui morti come si rubano i soldi agli anziani distratti sull’uscio di casa.

Ma quei morti, no, non contano perché in fondo i morti che non arrivano cadaveri sulle nostre coste, che non vengono fotografati, in fondo sono morti che non lasciano macchie sul tappeto del nostro salotto e quindi si possono anche non contare. E non è questione solo di questo governo, no: rinchiudere i morti nel sacchetto dell’umido che chiamiamo Libia (e le sue coste e le sue porzioni di mare) è una pratica che funziona da anni qui da noi, dove ci illudiamo che i cadaveri conti o solo se ne sentiamo l’odore, ne vediamo gli occhi di vetro o ce ne commuoviamo mentre ci interrompono l’aperitivo vacanziero sulla spiaggia.

E continuiamo a scrivere di un mondo giusto ma non sappiamo nemmeno guardare un poi più in là del cancellino del nostro giardino

Chissà se in fondo il sovranismo non sia solo un provincialismo sentimentale che ci impedisce di vedere il mondo, il resto del mondo, e ci consente di rimanere tranquilli per i morti che possiamo mettere in carico agli altri, mica nostri.

Ieri sono morte (circa, che è una parola che taglia come una lama) centocinquanta persone e noi non abbiamo detto beh, concentrati com’eravamo sui capezzoli di Carola che sono avvenuti a casa nostra e quindi ferocemente ci riguardano. E continuiamo a scrivere di un mondo giusto ma non sappiamo nemmeno guardare un poi più in là del cancellino del nostro giardino. Beati noi che abbiamo imparato a disinfettarci dal dolore. Duri come sassi.

la via crucis contro la chiusura ai migranti e contro la donna ‘usa e getta’

Via Crucis

suor Bonetti

Mediterraneo tomba d’acqua mentre i governi discutono


Luca Liverani 
Le meditazioni della Passione scritte dalla religiosa che da anni salva dal marciapiede le ragazze costrette a prostituirsi. «Nelle vittime di tratta Gesù crocifisso di nuovo sulla strada»

Foto archivio Ansa

«Porterò nella Via Crucis al Colosseo la sofferenza e la Passione di tante donne. Tante minorenni senza volto e senza speranze, donne usa e getta».

Suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, da vent’anni lotta per liberare tante donne dalla schiavitù dello sfruttamento sessuale. Ed è a lei che il Papa, tramite il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio per la Cultura, ha chiesto di scrivere le meditazioni della Via Crucis che viene guidata come ogni anno dal Papa davanti al Colosseo. «Cristo muore ancora sulle nostre strade, ma per fortuna ci sono anche tante Veroniche che ne asciugano le lacrime, tante Marie che le sostengono nelle loro sofferenze», ha detto la religiosa, incontrando gli operatori dei media nella Sala Stampa della santa Sede.

Suor Bonetti

Suor Bonetti

Suor Eugenia racconta sorridendo di quando il cardinale Ravasi all’inizio di marzo le ha chiesto di scrivere le meditazioni: «Mi ha lasciato di stucco, non avevo idea di cosa scrivere. Mi ha detto: «Le do tempo per dirmi di sì, ma non mi dica di no». Dopo 24 anni in Kenya, suor Eugenia viene mandata a Torino in un centro di ascolto per stranieri. Ed è un incarico in cui inizialmente si trova a disagio.

«Lì non ci volevo stare – racconta la missionaria – chiedevo di tornare in Africa, non conoscevo nulla del problema, mi facevano rabbia quelle “statuette” di ebano per strada, che avevo lasciate in Africa piene di vita. Poi, un giorno, ho capito».

È Maria, una ragazza africana che le chiede aiuto per un problema di salute ad aprile gli occhi. Non c’era tempo per un conversazione nel centro d’ascolto, suor Eugenia deve andare a messa e invita la ragazza ad accompagnarla. La passeggiata sotto la pioggia per le vie di Torino non passa inosservata: sotto lo stesso ombrello una suora e una prostituta. «L’avevo etichettata, per me non era una persona, era solo una prostituta. In chiesa mi siedo davanti, la ragazza si mette più dietro e la sento piangere. Ho rivisto la scena del Vangelo di quello che dice “io non sono come lui”… Lei è uscita perdonata, io sono uscita stravolta. La notte non ho dormito: il Signore mi stava dicendo che doveva essere quello il mio nuovo compito. Avrei aiutato queste donne. Mi hanno raccontato l’orrore e la paura, quante lacrime ho asciugato!». Da allora lavora ogni giorno per «spezzare le catene che imprigionano queste donne: mai più schiave».

LE MEDITAZIONI

(a cura di Tiziana Campisi, da Vatican News)

La Via Crucis, la religiosa presidente dell’Associazione “Slaves no more”, l’ha voluta idealmente percorrere “insieme a tutti i poveri, agli esclusi dalla società e ai nuovi crocifissi della storia di oggi, vittime delle nostre chiusure, dei poteri e delle legislazioni, della cecità e dell’egoismo, ma soprattutto del nostro cuore indurito dall’indifferenza”.

Tra loro anche le 26 giovani nigeriane i cui funerali sono stati celebrati a Salerno, e la loro connazionale Favour, di 9 mesi, che ha perso i genitori in mare.

La piccola Favour

la piccola Favour

Nella prima stazione, la figura di Pilato ha ispirato la preghiera “per coloro che ricoprono ruoli di responsabilità, perché ascoltino il grido dei poveri” e “di tutte quelle giovani vite, che in modi diversi, sono condannate a morte dall’indifferenza generata da politiche esclusive ed egoiste”. In Gesù che prende la croce, c’è invece l’invito a riconoscere “i nuovi crocifissi di oggi: i senza fissa dimora, i giovani senza speranza, senza lavoro e senza prospettive, gli immigrati costretti a vivere nelle baracche ai margini della nostra società, dopo aver affrontato sofferenze inaudite”. Ma il pensiero va anche ai bambini “discriminati a causa della loro provenienza, del colore della loro pelle o del loro ceto sociale”. Di fronte a tutto ciò l’esempio da seguire è quello di Cristo che parlava di servizio, perdono, rinuncia e sofferenza, manifestando con la sua vita “l’amore vero e disinteressato verso il prossimo”.

Nelle tappe di Gesù verso il Calvario, suor Eugenia Bonetti riconosce diversi episodi di cui è stata testimone; nell’incontro con Maria intravede le “troppe mamme che hanno lasciato partire le loro giovani figlie verso l’Europa nella speranza di aiutare le loro famiglie in povertà estrema, mentre hanno trovato umiliazioni, disprezzo e a volte anche la morte”; in Gesù che cade per la prima volta, fragilità e debolezza umana sono spunto per ricordare i samaritani di oggi che si chinano “con amore e compassione sulle tante ferite fisiche e morali di chi ogni notte vive la paura del buio, della solitudine e dell’indifferenza”. “Purtroppo molte volte oggi non sappiamo più scorgere chi è nel bisogno, vedere chi è ferito e umiliato – scrive la religiosa della Consolata –. Spesso rivendichiamo i nostri diritti e interessi, ma dimentichiamo quelli dei poveri e degli ultimi della fila”. È allora che c’è da chiedere a Dio di aiutarci ad amare e a non essere insensibili al pianto, alle sofferenze e al grido di dolore altrui.

E come non vedere nella Via Crucis i tanti “bambini, in varie parti del mondo, che non possono andare a scuola”, “sfruttati nelle miniere, nei campi, nella pesca, venduti e comperati da trafficanti di carne umana, per trapianti di organi, nonché usati e sfruttati … da molti, cristiani compresi”. Sono i minori “privati del diritto a un’infanzia felice”, “creature usate come merce di poco valore, vendute e comperate a piacimento”. Ma al centro delle meditazioni di suor Eugenia Bonetti, che da anni si batte contro il traffico di esseri umani, ci sono i migranti e le vittime della tratta. Il richiamo a “crescere nella consapevolezza che tutti siamo responsabili del problema” e che “tutti possiamo e dobbiamo essere parte della soluzione” si legge nell’ottava stazione, “Gesù incontra le donne”. E soprattutto alle donne “è richiesta la sfida del coraggio”, “di saper vedere e agire”, di considerare “il povero, lo straniero, il diverso non … come un nemico da respingere o da combattere ma, piuttosto come un fratello o una sorella da accogliere e da aiutare”.

Nella nona stazione, a Gesù che cade la terza volta, “sfinito e umiliato sotto il peso della croce”, vengono accostate le “tante ragazze, costrette sulle strade da gruppi di trafficanti di schiavi, che non reggono alla fatica e all’umiliazione di vedere il proprio giovane corpo manipolato, abusato, distrutto, insieme ai loro sogni”. Sono il frutto della cultura usa e getta. A ridestarcene è la scomoda domanda di Dio – “Dov’è tuo fratello? Dov’è tua sorella?” – che deve “aiutare a condividere la sofferenza e l’umiliazione di tante persone trattate come scarto”.Denaro, benessere e potere gli idoli di ogni tempo

L’immagine del corpo spogliato di Cristo, paragonabile a quello dei minorenni, oggetto di compravendite, lascia riflettere sugli idoli di ogni tempo: denaro, benessere e potere che hanno reso tutto acquistabile. È venuta meno “la centralità dell’essere umano, la sua dignità, bellezza, forza”. Ma c’è chi ancora rischia la propria vita per salvarne altre, soprattutto nel Mediterraneo, dove in tanti hanno aiutato “famiglie in cerca di sicurezza e di opportunità”, “esseri umani in fuga da povertà, dittature, corruzione, schiavitù”; tutte persone di cui bisogna riscoprire la bellezza e ricchezza, “dono unico e irripetibile” di Dio “da mettere a servizio della società intera e non per raggiungere interessi personali”.

L’ultima stazione, che conduce al sepolcro di Gesù, infine, fa pensare ai “nuovi cimiteri di oggi”: il deserto e i mari, dove oggi trovano dimora eterna “uomini, donne, bambini che non abbiamo potuto o voluto salvare”. “Mentre i governi discutono, chiusi nei palazzi del potere – scrive suor Eugenia Bonetti – il Sahara si riempie di scheletri di persone che non hanno resistito alla fatica, alla fame, alla sete” e il mare si è trasformato in una “tomba d’acqua”. E allora l’auspicio è che la morte di Cristo possa “donare ai capi delle Nazioni e ai responsabili delle legislazioni la consapevolezza del loro ruolo a difesa di ogni persona” creata a immagine e somiglianza di Dio, e che la sua resurrezione “sia faro di speranza, di gioia, di vita nuova, di fratellanza, di accoglienza e di comunione tra i popoli, le religioni e le leggi”.

“non sono razzista ma … ” a proposito di migranti, un problema divisivo che ci fa riscoprire razzisti

Italiani brava gente. «Non sono razzista, ma...»

italiani brava gente

«non sono razzista, ma…»

 da: Adista Segni Nuovi n° 4 del 01/02/2019

Oggi porre il tema dell’immigrazione risulta essere divisivo. È paradossale come l’immagine di persone che lasciano il loro Paese e attraversano una condizione disperata e situazioni terrificanti, invece di suscitare unità e canalizzare energie e risorse in spirito di umanità, riesca a creare divisioni, fazioni contrapposte, ideologie che usano proprio quella situazione di fragilità per osteggiarsi se non addirittura combattersi, facendo emergere beceri razzismi o giudizi taglienti.

Se è vero che da un lato sembra continuare una sorta di comune denominatore che è un certo sentimento di insofferenza e razzismo, dall’altro tutto il resto è in continuo mutamento: punti di arrivo, circolari ministeriali, discussioni pubbliche, vissuti dei migranti. Pertanto ogni tentativo di semplificazione risulta essere fuorviante e ingiusto. Da una parte c’è una negazione netta e radicale all’arrivo dei migranti. Esagerazioni di numeri, di messaggi mediatici, la categorizzazione in stupratori o terroristi, la divisione in migranti economici e politici, fanno da contraltare invece all’uso dei migranti nella prostituzione e nel caporalato.

L’immigrazione oggi è sempre più un fenomeno complesso e come tutti i fenomeni complessi richiede analisi, percorsi, interpretazioni strutturate. Come il liquido di contrasto nelle analisi cliniche, il fenomeno migratorio riesce, con lucidità, a mettere in evidenza alcune criticità della nostra società. Ad esempio ha svelato spesso con brutale forza che l’argomento razzismo non può certo dirsi risolto pur a decenni di distanza dalle leggi razziali o dopo le esperienze di Martin Luther King o Nelson Mandela. Ci riscopriamo essere un popolo razzista. Certo cerchiamo sempre e subito di giustificare dicendo “Non sono razzista, ma..”. Basta andare davanti a un ufficio postale, davanti a un supermercato e osservare. Lì in un angolo appoggiato al muro un immigrato che chiede uno spicciolo, magari in cambio di un aiuto per portare la spesa e quella presenza genera commenti, giudizi, appellativi e nomignoli che hanno tutto il sapore del becero razzismo di piazza. Credo che la questione razzistica non sia affatto risolta, e l’afflusso, oggettivamente consistente, di persone provenienti da culture, lingue e religioni diverse abbia accentuato l’atteggiamento di chiusura, inacerbendo le menti, anziché promuovere un’occasione per sviluppare un multiculturalismo già presente da decenni nelle grandi metropoli europee. Così, credo, quest’aria di intolleranza del “diverso” in fondo renda noi “diversi”: incapaci di accogliere, incapaci di interagire con culture differenti, con l’atavica e infantile paura “dell’uomo nero”. Questo rivela che abbiamo ancora molta, moltissima strada da fare.

Altra criticità che emerge con virulenza è certamente la discrepanza all’interno del mondo cristiano, dove incontriamo sempre più frequentemente persone che si identificano con il messaggio cristiano e contemporaneamente aderiscono a forme politiche o di comune sentire che vanno in direzione diametralmente opposta. Così non è raro vedere persone che in chiesa pregano per i profughi e fuori firmano al banchetto di raccolta firme contro l’arrivo degli stessi in quartiere. Questa che chiamo schizofrenia religiosa è presente più di quanto pensiamo e rischia di scindere il nostro essere religiosi e credenti: «La grande tentazione è quella di diventare praticanti di pratiche religiose. Accendere candele e sostare un paio di minuti a mani giunte, per poi uscire di chiesa lasciando lì dentro le cose di Dio… È una sorta di dissociazione dell’anima, in cui con abilità sappiamo vestire mille facce tutte belle e tutte pronte all’occorrenza. Apriamo l’armadio e indossiamo l’abito più opportuno» (Luca Favarin, Animali da circo. I migranti obbedienti che vorremmo, ed. San Paolo, 2018 p. 112).

Infine, una terza criticità che mi sembra emergere chiaramente è che si continua a gestire, ma ancora prima a concepire e leggere, il fenomeno migratorio come un fatto emergenziale. È fallimentare considerare emergenziale ciò che è epocale. La gente si sposta perché dove si trova non sta ben. Lo fa perché è nella natura umana cercare soluzioni migliori per sé e per la propria famiglia. La migrazione trova giustificazione nell’animo umano. E in fondo è la stessa identica motivazione che spinge un giovane europeo a fare le valigie e tentare la fortuna in una grande metropoli occidentale.

In quest’ottica è fuorviante e, ridicolo, continuare ostinatamente a dividere i migranti in politici ed economici, come se dicessimo “Tu che scappi dalla guerra e dalle bombe vieni, ti accolgo, sei il benvenuto” e invece “Per te che scappi dalla miseria, dalla fame, dalla desertificazione e dalla deforestazione non c’è posto”. È una distinzione illusoria che non porta a nulla. Come vane restano le promesse e gli annunci che garantiscono rimpatri. A parte due o tre messe in scena il rimpatrio richiede una gestione che tra accordi bilaterali con ogni Paese, gestione dei transiti e personale necessario risulta essere fisicamente irrealizzabile.

C’è poi l’accoglienza che chiede di essere declinata: non è semplice gestione di strutture e servizi, significa avere a che fare con persone, con la loro storia, è chiamata a declinare una progettualità. E questo significa fare i conti con sogni, a volte sogni infranti o feriti, aspettative e desideri.

Ecco perché è più corretto parlare di “gestione” dell’accoglienza più che di “fare” accoglienza. Questa gestione dell’accoglienza richiede una professionalità di saperi, di pratiche, di metodologie. L’approccio che in questi anni stiamo sperimentando è un approccio olistico. Operatori con competenze e laurea diverse ci permettono di leggere in maniera più completa un fenomeno complesso. La storia del migrante e, soprattutto, il suo accompagnamento richiedono una molteplicità di conoscenze. Il lavoro di una buona équipe è essenziale. Il prendersi cura di colui che arriva dal Mediterraneo richiede grande umanità e professionalità. Un operatore in questo campo deve essere posto anche in continua formazione.

Sull’accoglienza, in Italia, si è fatto molto. Troppo, a mio avviso, guidati da una logica emergenziale. Le sbavature pesanti in termini di eticità dell’accoglienza che abbiamo visto a livello nazionale in più occasioni hanno rischiato di inficiare il lavoro di tutti. Come spesso avviene dove non si approfondisce, bastano gli errori di pochi per compromettere il buon lavoro dei molti. Certo è che la narrazione pesante, offensiva e volgare, distruttiva e maligna che viene fatta sulle ONG o sulle organizzazioni umanitarie non ha precedenti nella storia del nostro Paese. E offende tutti coloro che rimboccandosi le maniche ogni giorno e ogni notte si occupano di anziani, disabili, poveri, emarginati, immigrati, persone senza dimora e molto altro. Ogni organizzazione di servizio o di volontariato si occupa di un “piccolo pezzo di umanità”: lo fa con cura, con amore.

Lo Stato è chiamato a occuparsi del tutto. Sarebbe bello che le istituzioni ai massimi livelli invece di offendere, denigrare, screditare le organizzazioni, semplicemente le ringraziassero perché, liberamente e per amore, si occupano di umanità. Quella che a volte, sembra, abbiamo smarrito e che fatichiamo a ritrovare.

* Luca Favarin è prete di Padova, ha realizzato numerosi progetti in diversi Paesi africani, nonché con vittime di tratta, persone senza dimora e carcerati. Ha fondato ed è presidente di Percorso Vita onlus, organizzazione che si occupa di migranti, minori e forme estreme di povertà

* Parte superiore del libro di Luca Favarin, Animali da circo. I migranti obbedienti che vorremmo

“beati i migranti … ” secondo il vangelo

Beatitudini dei migranti

Beatitudini dei migranti

 da: Adista Segni Nuovi n° 4 del 01/02/2019

Beati voi, migranti, che sul mare, in gusci di noce, fuggite dalla fame e dalla guerra, perché vostra è la terra del bene e dei beni.

Beati voi, migranti, bagnati di lacrime e imbevuti di lungo dolore, perché vi consoleremo in quella terra.

Beati voi, migranti, che in mezzo al mare in tempesta tremate di freddo e terrore, perché vi asciugheremo nelle nostre case calde e vi faremo bere infusi di buone erbe.

Beati voi, che soffrite continua ingiustizia, perché otteremo con voi, sempre, finché avrete finalmente giustizia.

Ma…

Guai a voi, politici e popoli, che respingete quei migranti, perché sarete respinti dagli stessi vostri figli e dai figli dei vostri figli.

Guai a voi, che decretate la chiusura dei porti mentre dite che il vostro cuore è aperto: ipocriti! Non conta quello che voi dite ma quello che voi fate: il vostro cuore sarà il vostro inferno nel petto vostro.

Guai a voi che votate quei politici, diventando loro complici: piangerete e griderete perché non otterrete quel che volete e perderete tutto quello che ora avete.

 

* Carlo Sansonetti è co-fondatore e attuale presidente dell’Associazione Sulla Strada

* * Il discorso della Montagna, dipinto di Carl Bloch

“la storia ci condannerà!” così p. Zanotelli

padre Zanotelli accusa ancora:

“sui migranti saremo giudicati come i nazisti”

parla il religioso attaccato dai leghisti:

“Il Vangelo parla di perdono, di accoglienza, se siete cristiani non potete scegliere chi si regge sull’odio o sul disprezzo”. Come Salvini

Padre Alex Zanotelli

di Stefano Miliani

“Il Vangelo parla di perdono, di accoglienza dell’altro, se siete cristiani e lo scegliete non potete scegliere Salvini. La Storia ci giudicherà come noi oggi giudichiamo i nazisti”. Padre Alex Zanotelli, missionario, critica con forza e coerenza la politica anti-immigratoria sbandierata dal vicepremier che ama indossare divise militari e la Lega ricambia attaccandolo e screditando la sua figura religiosa. Direttore per anni di “Nigrizia”, l’80enne padre Zanotelli della comunità comboniana è autore del recente pamphlet pubblicato da Chiarelettere Prima che gridino le pietre (leggi qui un estratto).

Volgarità leghiste contro padre Zanotelli: uno pseudo-prete che vuole chiese-moschee

Padre, il leghista Alessandro Pagano si è riferito a lei dicendo che “di questi pseudo preti non abbiamo bisogno” perché, a parere dell’esponente della Lega, “il suo unico chiodo in testa è attaccare #Salvini”.

Prima di tutto non voglio attaccare nessuno, non mi interessa e men che meno mi interessa Salvini. Il problema non sono i leghisti. Ho invece sempre detto con chiarezza che ognuno deve decidersi nella vita e ho parlato ai cristiani.

Decidersi su cosa?

Se siete cristiani potete naturalmente scegliere qualunque politica, ognuno è libero, però dovete fare i calcoli con vostra coscienza. Il Vangelo parla di perdono, di accoglienza dell’altro e se lo scegliete non potete scegliere il Vangelo di Salvini che si regge sull’odio o sul disprezzo dell’altro. Mi meravigliano però tanti cristiani.

Perché?

Non c’è coerenza con quello che credono e dicono. Faccio perciò appello ai cristiani leghisti. A loro dico: provate a chiedervi che cuore avete. Un uomo se è un uomo si commuove davanti a certe realtà. Fin da tempi più antichi far fuori un bambino o trucidare qualcuno faceva scattare qualcosa nel cuore. Come è possibile che noi che ci dichiariamo umani siamo diventanti così insensibili?

Intende i migranti che affogano nel Mediterraneo e che non vediamo?

Certo: se non vediamo non sentiamo. Per questo hanno messo il cordone sanitario intorno alla Libia: se non si vedono la gente non reagisce quando, come ieri, periscono in mare 117 persone e altri 60 sono morti davanti al Marocco. Se sappiamo i dettagli, un bambino che aveva due anni, una donna affogata, allora sentiamo qualcosa. Invece è possibile diventare così bestie da non sentire? Da non avere un sentimento? Non giudico ma chiedo: siete uomini o bestie? Decidetelo. Persino la bestia è più tenera in certe situazioni. Ne sono certo: i nostri nipoti diranno di noi le stesse cose che diciamo noi dei nazisti e di Auschwitz. L’Europa dovrà rispondere davanti alla storia. Un giorno non ci sarà più la tribù bianca che governa il mondo e allora verremo portati davanti alla storia per questi che sono delitti come lo sono stati il colonialismo e il neocolonialismo. La storia ce lo rinfaccerà.

Dalla Lega lei è stato definito “globalista” e il termine vuole essere dispregiativo.

Non parlo in chiave politica. Non sono un globalista se non nel senso che siamo un unico mondo, che siamo tutti su un’unica barca e quindi o ci salviamo insieme o periremo tutti insieme: se il pianeta va incontro al disastro ecologico la pagheremo tutti, se saltiamo in aria per una bomba atomica saltiamo per aria tutti. Pertanto dobbiamo fare i conti a livello globale, non è possibile che gli otto uomini più ricchi della Terra abbiano quanto miliardi di persone e che quattro miliardi di persone vivano con due dollari al giorno. È allora globalismo pensare che tutti hanno diritto a un minimo di vita: queste sono le domande che dobbiamo porci, sono i ragionamenti che dobbiamo fare.

“non ci farete mai a vostra immagine e somiglianza” a proposito di emigrazioni sicure, ordinate e regolate

l’ordine migrante dei ‘figli di sabbia’


L'ordine migrante dei figli di sabbia
Mauro Armanino
Il patto globale pensato per le migrazioni le vuole proprio così: sicure, ordinate e soprattutto regolate. La dottrina dell’Oim è stata dunque fatta propria dalle Nazioni Unite e da buona parte dei Paesi che l’hanno assunta. Ma a noi, figli di sabbia del Sahel, come altrove nel Sud del mondo, la sicurezza che interessa è quella alimentare, quella di curarsi quando malati e quella di pagare l’affitto a fine mese. Ci preme la sicurezza che i figli possano terminare l’anno scolastico e che le piogge arrivino puntuali all’appuntamento desiderato. Ci affascina la sicurezza che dovrebbe accompagnare chi ha scelto di viaggiare. La sicurezza di chi osa tradurre la mobilità in frontiere che, strada facendo, si trasformano in passerelle. La sicurezza che imponete è diventata, qui come nel Nord del mondo, fatto dei militari e appannaggio delle ditte che ne hanno fatto uno dei business più lucrativi. Se “migrazioni sicure” significano per voi “migrazioni scelte” allora è inevitabile la domanda su chi abbia il diritto di scegliere. Noi vorremmo essere sicuri di arrivare a destinazione e di essere trattati come soggetti di diritti umani. Vorremmo da voi la sicurezza di non essere detenuti e poi rispediti di forza alla sabbia da cui veniamo.
Quanto poi alle migrazioni ordinate che esigete, suonano come un’illusione di cattivo gusto. Fate di tutto per disordinare l’economia, la politica, il commercio, la cultura, la democrazia, i nascituri e il clima. Avete colonizzato una parte del mondo e con la globalizzazione, da voi gestita e imposta, la perpetuate a piacimento. Avete fatto di tutto per disordinare il mondo e con le migrazioni, invece, vorreste ordinarlo. L’unico ordine che vi interessa è quello che mantiene le cose come stanno e che il mondo, così com’è, non cambi affatto. Chiunque osi mettere in discussione il disordine che avete volutamente creato è tacciato di ribelle, sovversivo e terrorista. Siete riusciti a fare dei migranti dei criminali che infrangono, con vostro disappunto, l’ordine del mondo che la voluta disuguaglianza rende funzionale ai vostri interessi di potere. Il vostro ordine non ci riguarda e le migrazioni non saranno mai assimilate ai vostri progetti. Ci arroghiamo il diritto di disordinare le vostre arroganti pretese di conservazione dei privilegi. L’ordine che proponete si trova coerentemente realizzato nei campi di detenzione dei sogni più belli che la nostra epoca abbia mai prodotto.
Se intendete, infine, patteggiare la regolarità delle migrazioni con la nostra dignità allora vi sbagliate. Non riuscirete mai a modellarci secondo i vostri sistemi di omologazione economica. Ci avete definito dapprima “clandestini” e in seguito “illegali”, occultando che queste parole non sono che il frutto delle vostre scelte politiche e soprattutto etiche. La regolarità che preconizzate è quella dei cimiteri e dei supermercati che sono ormai le vostre cattedrali preferite. Preferiamo ancora la nostra vecchia e cara sabbia, così fedele a se stessa perché irregolare come le stagioni del Sahel. La vostra regolarità invece non ci interessa. Ripetete la stessa storia da anni, fabbricate armi, guerre e paci senza pudore e poi arrivate come gli angeli custodi dell’armonia universale quando Natale si avvicina. Utilizzate i droni armati per regolare a modo vostro le contese e se questo non bastasse costruite muri che terranno lontano coloro che non si riconoscono nel vostro mondo. Perché mai dovremmo adeguarci alle vostre regole, dittature mascherate dell’unico pensiero che ancora vi interessi. Le merci da produrre, vendere e poi buttare dopo l’uso, esattamente come per i migranti. Non ci farete mai a vostra immagine e somiglianza, lo sapete bene. Siamo fedeli alla sabbia di cui siamo fieri di essere figli.

il clima di ostilità verso i migranti e la responsabilità dei media

 

il ministro dell’interno Matteo Salvini durante un talk show televisivo, 20 giugno 2018

Il ruolo di giornali e tv rispetto al razzismo in Italia

“Qual è la responsabilità dei mezzi d’informazione rispetto al crescente clima di ostilità verso immigrati e rifugiati in Italia?”

a questa domanda risponde il prezioso rapporto dell’associazione Carta di Roma, che da anni monitora i toni usati da giornali e tv per parlare del fenomeno migratorio. Lo studio aiuta a capire come sia stato possibile passare rapidamente da un contesto accogliente verso i rifugiati, i migranti e i richiedenti asilo a un atteggiamento diffuso di paura e ostilità. L’ultimo rapporto, Notizie di chiusura, scritto insieme all’Osservatorio di Pavia, è stato presentato l’11 dicembre alla camera dei deputati e offre un’analisi del ruolo che i mezzi d’informazione hanno giocato nell’ultimo anno (l’analisi è aggiornata al 31 ottobre del 2018).

Il legame troppo stretto tra mezzi d’informazione e politica è uno dei principali indiziati in un momento storico in cui la campagna elettorale è perenne e gli immigrati sono diventati protagonisti dei programmi politici di alcuni partiti. Sempre più spesso i politici rilasciano interviste senza contraddittorio, soprattutto in tv: “Una delle principali caratteristiche della tematizzazione della questione migratoria nel 2018 è certamente la politica, protagonista a tutti i livelli, italiano, interstatale ed europeo”.

Secondo il rapporto di Carta di Roma, nel 2018 il 43 per cento delle notizie sull’immigrazione contiene un riferimento esplicito a una dichiarazione o a un’azione politica e in alcuni mesi, come luglio e agosto, la percentuale raggiunge il 53 per cento. “Se si guarda all’agenda dei notiziari nel loro complesso, la politica è presente in media nel 21 per cento delle notizie. Dato che suggerisce la sovrapposizione dell’agenda politica con quella dell’immigrazione e viceversa”, si legge nel rapporto. Come spiega Ilvo Diamanti nella prefazione, la questione migratoria è diventata “il tema principale” dei discorsi dei politici, determinando una polarizzazione e uno scontro nel dibattito pubblico:

I migranti sono al centro di un confronto, o meglio, uno scontro politico e di valori. Che spinge sulla leva delle emozioni. Anche per questo il tema risulta meno frequente e frequentato sui giornali di carta. Non solo, cioè, perché i giornali di carta hanno subìto un pesante ridimensionamento, negli ultimi anni. E, dunque, sono meno utili sul piano della risonanza e della propaganda. Ma soprattutto perché, per suscitare emozioni, funziona molto meglio la televisione. Che, come ha rilevato l’Osservatorio di Demos-Coop nelle scorse settimane, continua a essere il medium più seguito dagli italiani, per informarsi quotidianamente: 87 per cento (mentre i giornali di carta sono consultati, regolarmente, da meno del 20 per cento dei cittadini). Così, mentre nel corso degli ultimi mesi sulle prime pagine dei giornali l’immigrazione ha occupato uno spazio minore rispetto all’anno precedente, nei telegiornali e nei notiziari di prima serata sono divenuti un tema ricorrente.

L’influenza della tv
Il rapporto ha rilevato che l’attenzione sul fenomeno migratorio è stata maggiore in tv e minore sulla carta stampata. Sulle prime pagine dei principali quotidiani nazionali, si è assistito a una riduzione delle notizie sul tema rispetto agli anni precedenti: nel 2018 sono state 834, contro le 1.006 dello stesso periodo nel 2017. Invece nei telegiornali di prima serata delle reti Rai, Mediaset e La7 è aumentato il numero delle notizie sull’immigrazione: 4.058 nei primi dieci mesi del 2018, il 10 per cento in più rispetto all’anno precedente.

La questione dei flussi migratori è stata preponderante mentre sono diminuiti gli articoli e le notizie sul tema dell’accoglienza

I due quotidiani che hanno dedicato più notizie al tema dell’immigrazione nel 2018 sono Avvenire (251) e Il Giornale (190). La Stampa, la Repubblica e il Corriere della Sera hanno pubblicato un numero di notizie in prima pagina simile, che oscilla dalle 137 della Stampa alle 123 del Corriere della Sera. La significativa diminuzione degli arrivi di migranti nella seconda metà del 2017 e nel 2018 non ha coinciso con una riduzione del numero di titoli giornalieri e di notizie sul tema. Se nel 2015 c’è stato in media un titolo ogni otto migranti arrivati sulle coste italiane, nel 2018 questo rapporto è diventato di un titolo ogni due migranti.

Allarmismo
Se si analizzano i temi maggiormente trattati, emerge che la questione dei flussi migratori è stata preponderante (dal 23 per cento del 2015 al 47 per cento del 2018), mentre sono diminuiti gli articoli e le notizie sul tema dell’accoglienza (dal 54 per cento del 2015 al 17 per cento del 2018). Nel 2018 si è registrata una diminuzione dei toni allarmistici. Circa un quarto delle notizie (24 per cento) ha avuto toni allarmistici, rispetto al 46 per cento dell’anno precedente. I titoli rassicuranti sono passati dal 5 per cento del 2017 al 12 per cento del 2018.

Le categorie tematiche più sensibili ai toni allarmistici sono quelle che riguardano la criminalità e 
la sicurezza (56 per cento) e il terrorismo (55 per cento). Un certo allarmismo è stato registrato anche nella voce che riguarda i flussi migratori (19 per cento), per l’uso reiterato dei termini “invasione”, “allarme”, “emergenza” e la presenza di toni aspri e preoccupati sull’intensificazione degli scontri tra paesi europei, l’assenza di soluzioni condivise, il caos alle frontiere nazionali nel cuore dell’Europa.

Il rapporto di Carta di Roma ha studiato anche l’uso delle parole chiave nel corso degli ultimi anni, e il filo conduttore rimane sempre l’emergenza: “Nel 2013 la parola simbolo dell’anno è stata Lampedusa, la cornice era quella della crisi umanitaria. Il termine simbolo dell’anno successivo, il 2014, è stato Mare nostrum, la crisi si ampliava e diventava inarrestabile. Nel 2015 la parola simbolo è stata Europa e la cornice ha assunto i caratteri di una crisi politica. Il termine simbolo del 2016 è stato muri, quelli reali e quelli simbolici alzati ai confini e nel cuore dell’Europa, la cornice è diventata quella di una crisi sistemica dell’Unione europea. La parola simbolo del 2017 è stata ong e la cornice è diventata crisi di rigetto. Nel 2018, la parola simbolo è stata Salvini, protagonista di 865 titoli, la cornice è diventata quella dello scontro di valori, per l’inasprirsi del confronto politico europeo e lo sfaldamento del tessuto condiviso di valori comunitari”.

“Pacchia, crociera, clandestino, la paghetta dei 35 euro, invasione, sono le parole con cui la politica ha fatto la sua propaganda, ma che sono rimbalzate su tutti i giornali e su tutti i telegiornali, senza contraddittorio”

ha detto durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto Valerio Cataldi, presidente dell’associazione Carta di Roma. Come a dire che la politica è da sempre anche propaganda, ma il ruolo dell’informazione sarebbe quello di verificare e sottoporre a contraddittorio gli slogan dei politici. Se nell’anno che verrà avremo un’immagine più realistica del fenomeno migratorio molto dipenderà dall’accuratezza e dall’indipendenza dei giornalisti che sulla carta stampata e in tv si occuperanno di questo tema.

una ostilità immotivata e razzista contro i migranti

migranti

gli sbarchi si riducono, l’ostilità aumenta

di Andrea Federica de Cesco
in “Corriere della Sera” del 5 dicembre 2018

«Nel corso del 2018 abbiamo vissuto un paradosso: a fronte di una drastica riduzione degli sbarchi (dell’80%), c’è stata una drammatizzazione e strumentalizzazione del fenomeno migratorio, che si sta traducendo in un’aperta ostilità verso gli stranieri»

Vincenzo Cesareo, segretario generale della Fondazione Ismu (iniziative e studi sulla multietnicità), ha aperto così la mattinata dedicata al ventiquattresimo rapporto dell’ente di ricerca scientifica indipendente, che dal 1993 è impegnato nello studio e nella diffusione di una corretta conoscenza dei fenomeni migratori.

Il testo, edito da FrancoAngeli, è stato presentato  all’Università degli Studi di Milano, con il vicedirettore del Corriere Venanzio Postiglione in veste di moderatore e con il politologo Nicola Pasini ad aprire il dibattito.

Il responsabile del settore Statistica della Fondazione Ismu Gian Carlo Blangiardo ha poi messo in luce alcuni dei numeri raccolti nel volume, a partire da quelli sulla presenza di stranieri in Italia: al primo gennaio scorso erano 6 milioni e 108 mila; considerando che la popolazione italiana conta 60 milioni e 484 mila residenti, ciò significa che è stata superata la soglia simbolica di uno straniero ogni 10 abitanti. «Rispetto al 2017 c’è stato un incremento del 2,5% degli stranieri presenti in Italia. Tale aumento è trascinato in particolare da quello dell’8,6% degli irregolari», ha detto Blangiardo, che è a un passo dalla guida dell’Istat.

Un altro tema centrale è la formazione dei giovani stranieri e l’intercultura come pratica educativa, su cui si è concentrata la responsabile Ismu del settore Educazione Mariagrazia Santagati, mentre il direttore generale della Cooperazione internazionale e dello sviluppo della Commissione europea Stefano Manservisi ha evidenziato l’importanza di facilitare gli investimenti privati nei Paesi africani e anche le rimesse dei migranti. Nello stesso contesto il Centro sportivo italiano di Milano ha ricevuto il riconoscimento della Fondazione Cariplo e della Fondazione Ismu 2018 per il progetto «Sport Inside», che promuove i percorsi d’integrazione sociale e di inserimento per i giovani stranieri che chiedono la protezione internazionale

un presepe in solidarietà ai migranti che fa discutere

Acquaviva

bufera sul presepe pro migranti

il sindaco: «È un’opera d’arte»

si tratta di una rappresentazione davvero singolare della Natività dove san Giuseppe e la Madonna sono raffigurati da due manichini-migranti che rischiano di affondare in un mare di bottiglie di plastica, con un Gesù Bambino di colore su un salvagente

Graziana Capurso

Il cartello che accompagna l’installazione recita: «Il bambino nasce nel mare, dove con Giuseppe e Maria, profughi, non accolti da nessuno vive l’esperienza che molti migranti affrontano nel nostro Mar Mediterraneo. E il mare di plastica a fare da sfondo alla Natività è un grido dall’allarme contro l’inquinamento». L’opera, realizzata dal comitato Feste patronali e con il sostegno dell’amministrazione comunale, vuole essere una denuncia contro i “tradizionalisti”, che sui social e sul quotidiano “Il Giornale” l’hanno descritta come “ridicola”.

A queste polemiche il sindaco Davide Carlucci ha commentato: «Vi sarebbe piaciuto vietare questa installazione, vi sarebbe piaciuto dare sfogo ai vostri pruriti fascistoidi: “Questo non si fa, questo non si può..” E invece no. Ad Acquaviva c’è ancora la libertà, c’è ancora la democrazia. Fatevene una ragione! Quando l’arte fa scandalo e quando anche il messaggio religioso è (per dirla con don Tonino Bello) “scandaloso” – aggiunge Carlucci – vuol dire che l’obiettivo è stato raggiunto. Scuotere la nostra visione del mondo “pacificata”, insinuare il dubbio, farci reagire. E da questo punto di vista l’installazione di piazza dei Martiri ha centrato in pieno l’obiettivo».

Pioggia di critiche sui social, che ancora una volta si dividono tra chi è a favore e chi è contro l’installazione della “discordia”: «Che brutta fine che stiamo facendo. Non riusciamo più nemmeno a rispettare quelle 2 tradizioni che ci sono rimaste». «Quest’opera prende origine da un clamoroso falso ideologico: Giuseppe e Maria, non erano profughi. La Sacra Famiglia – commentano su Facebook – si era mossa non spinta da motivi di migrazione, ma per rispondere al censimento, farsi registrare e pagare il tributo previsto e non trovava posto nelle strutture della piccola Betlemme. Il Vangelo è chiaro». «Si tratta della solita pagliacciata». «Ben venga l’idea di stimolare la riflessione dell’opinione pubblica su tematiche ambientali e sui flussi migratori, ma è irrispettoso strumentalizzare e politicizzare la Natività per questi scopi, questo non è un presepe», tuonano su Facebook. E ancora: «Oggi, il presepe non può che essere così: senza cometa e senza Magi. Un presepe di paura e di dolore. Ma il bambino è sempre una speranza». «Onore al sindaco, quest’opera è meravigliosa, evidentemente la verità fa male».

L’iniziativa si colloca all’interno di una serie di eventi organizzati per celebrare il Natale nel paese: il “Natale Acquavivese” iniziato l’8 dicembre, si concluderà il 6 gennaio: in questo periodo ad arricchire la cittadina una serie di concerti, balli, presentazioni di libri, street band, zampognari, la Casa di Babbo Natale nel centro storico e vari mercatini natalizi.

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