il discorso di p. E. Bianchi per il premio del suo ecumenismo

l’orizzonte della condivisione

di Enzo Bianchi

 
l’intervento del priore di Bose in occasione del conferimento del Premio intitolato a Emmanuel Heufelder (1898-1982) per l’impegno ecumenico

Icona dello Spirito Santo,

il monachesimo è una vivente epiclesi ecumenica.

(Paul Evdokimov)

 
Introduzione
 
Vorrei innanzitutto esprimere il ringraziamento più vivo per questo premio che viene oggi conferito a me e alla comunità monastica di Bose, di cui davvero non siamo degni, e la mia profonda gioia di essere qui in mezzo a voi!
 
Mi sono chiesto a lungo quale argomento trattare in questa felice occasione, mi sono consultato con alcuni di voi, amici da anni del Monastero di Bose, e penserei di proporvi, con umiltà, alcune riflessioni sul rapporto tra monachesimo e dialogo ecumenico.
 
Per analizzare il rapporto tra monachesimo e dialogo ecumenico, è necessario innanzitutto riconoscere che proprio il monachesimo – questa via radicale di sequela di Cristo per ducatum evangelii (Regula Benedicti Prologo 21), «sotto la guida del Vangelo», questa via che è stata definita «di perfetta carità» – in verità fino ai tempi recenti è stato spesso una contraddizione a ogni possibile rappacificazione tra cristiani e tra chiese.
Solo dalla fine del XIX e soprattutto dall’inizio del XX secolo, da quando cioè l’ecumenismo è apparso come una possibile via di comunicazione e riconciliazione tra le chiese, anche i monaci hanno iniziato ad assumerlo come un segno dei tempi, lasciando che la prospettiva ecumenica ispirasse la struttura, la preghiera e la vita spirituale delle loro comunità. Oggi, a distanza di oltre un secolo da questi inizi, c’è la chiara coscienza che monachesimo e dialogo ecumenico non possono essere letti e compresi l’uno senza l’altro: si fa dunque sempre più evidente che nel cammino di riconciliazione tra chiese proprio il monachesimo costituisce una via privilegiata, perché consente addirittura una vita comune in cui è possibile non solo la conoscenza ma il vivere insieme riconciliati, in attesa e nella ricerca paziente dell’unità piena in una chiesa plurale, una chiesa di chiese capaci di riconoscersi in un’unica confessione di fede.
 Bianchi
1. La vita monastica come luogo ecumenico
 
Una premessa si impone: il monachesimo costituisce un fenomeno umano prima ancora che cristiano. Presente in tutte le grandi religioni, anche in quelle come l’islam che hanno cercato di negarlo di fatto, si nutre di un’antropologia propria: il celibato, la vita interiore in comune o nella solitudine, la ricerca dell’assoluto, l’ascesi nelle differenti forme sono tutti elementi di una vita così segnata nella carne, nel corpo, in tutta la persona, che di fatto inducono alla consapevolezza di una somiglianza, di una «monotropia» (cf. Sal 67 [68],7 LXX) tra quelli che li vivono pur in contesti religiosi differenti.
 
Proprio per questo il dialogo interreligioso è praticato soprattutto nei monasteri, e a partire dalla seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso cresce e si intensifica in modo poco appariscente ma intenso e profondo, soprattutto attraverso la pratica dell’accoglienza reciproca e delle soste nei monasteri, fino alla condivisione della vita quotidiana e di alcune pratiche ascetiche. Questa qualità di fenomeno antropologico non andrebbe dunque minimizzata o tralasciata, perché è anche grazie ad essa che il monachesimo appare un fenomeno pan-cristiano: essendo nuovamente presente in tutte le chiese, costituisce già di per sé una realtà condivisa, dotata di una vocazione a unire e non a dividere.
 
Ma ci sono anche altre ragioni che rendono il monachesimo un eminente luogo ecumenico.
 
a) Innanzitutto il monachesimo risale a monte delle divisioni della chiesa …
 Di conseguenza nel monachesimo restano come impressi indelebilmente i caratteri della chiesa indivisa, caratteri teologico-patristici, liturgici ed ecclesiologici. Come dimenticare che la testimonianza carismatica del monachesimo nei tempi della chiesa indivisa era inserita nella koinonía della chiesa locale, il cui cuore era l’eucaristia presieduta dal vescovo? E come dimenticare che la vita monastica era vita di semplici battezzati, vita laicale, nient’altro che una diaconia tra le numerose presenti in una determinata chiesa, una diaconia i cui membri si professavano impegnati semplicemente a vivere e sviluppare in modo «altro» la vocazione battesimale? Finché c’è stata unità delle chiese, uno è stato il monachesimo, e la sua espressione occidentale ha sempre riconosciuto la propria fonte nel monachesimo orientale dei padri del deserto, di Pacomio, di Basilio, percependolo come sua radice e come «orientale lumen» (cf. Guglielmo di Saint-Thierry, Lettera d’oro 1,1).
 
Esiste dunque questa prima ragione per fare del monachesimo un luogo ecumenico, ed è una ragione inscritta nella sua origine, una ragione che porta ogni comunità a dire alla chiesa unita: «In te le nostre fonti!» (Sal 87,7). …
b) In secondo luogo, il monachesimo è sorto in vista di una radicale sequela di Cristo, dunque come via di santità, ed è certo che la santità perseguita nella vita monastica, anche se in confessioni diverse, è azione di unità; anzi, usando l’espressione coniata da san Bonaventura nel suo Itinerarium mentis in Deum, è «sursum actio» (I,1,14), è l’azione per eccellenza, quella più efficace in vista dell’unità. …
La coscienza che la santità unisce al di là delle barriere confessionali è condivisa da tutte le chiese, e tutti sottoscriverebbero le parole del metropolita ortodosso Evloghij (Georgevskij, 1868-1946): «Uomini come san Francesco d’Assisi e san Serafim di Sarov nella loro vita hanno già realizzato l’unità della chiesa», o di p. Porfyrios di Kafsokalìvia: «Raggiungeremo certamente l’unità dei cristiani quando avremo vinto l’egoismo dentro di noi, per non amare altri che il Signore Gesù, e in lui i nostri fratelli». Di fronte alla santità ci si accorge che i muri confessionali non salgono fino al cielo e che la parádosis del carisma monastico, vera trasmissione dello Spirito santo, è passata nelle diverse chiese. Oggi poi, dopo l’esperienza del XX secolo, siamo consapevoli della santità manifestata dai martiri – non pochi dei quali erano monaci – che sotto i regimi totalitari hanno dato la vita per Cristo e per i fratelli perseverando nella fede. Sì, è stata vissuta nel martirio una comunione più profonda di quella visibile!
 Bianchi
L’“ecumenismo del sangue” (laddove sono oggetto di persecuzione, i cristiani lo sono insieme!) non è un ecumenismo minimalista (come alcuni suoi critici ritengono), poiché l’esperienza del martirio è l’esperienza suprema che esprime il cuore della fede cristiana, che impone ai cristiani di convertire il proprio modo di pensare l’ecumenismo e l’unità (all’ecumenismo del sangue, come ha ricordato il patriarca Yuhanna di Antiochia, deve essere associato un ecumenismo del pentimento e della conversione: conversione che significa orientamento della mente e del cuore a ciò che Dio fa e vuole fare). Nel martirio infatti vediamo come l’unità non sia qualcosa che costruiamo noi, con le nostre forze: è Dio che l’ha già realizzata nei martiri per mezzo del suo Spirito; riconoscere il martirio dell’altro (dell’altra chiesa) significa de facto riconoscere lo Spirito “che soffia dove vuole”, al di là dei confini visibili della propria chiesa. Di questo occorre essere maggiormente consapevoli e trarne le conseguenze per il cammino ecumenico. Si tratta di convertirsi da un ecumenismo che pretende di costruire l’unità a partire dalle divisioni, a un ecumenismo che accoglie l’unità dal futuro di Dio per superare le divisioni che noi uomini abbiamo realizzato nel passato!
 
Santità dunque come forza di convergenza, di comunione e testimonianza comune: chi può dimenticare, per es., ciò che rappresenta oggi in occidente – nell’occidente cattolico e riformato – un santo come il monaco ortodosso Silvano dell’Athos? E come dimenticare che nella chiesa ortodossa della Panaghìa di Kritsa a Creta si può ammirare un antico affresco raffigurante Francesco d’Assisi con la scritta Ho Haghios Frankìskos? Se i monaci e le monache rispondono davvero alla loro vocazione di unificazione interiore, di comunione vissuta, di riconciliazione sempre rinnovata, di misericordia continua – solo di questo infatti si dovrebbe nutrire la loro vita quotidiana! –, allora saranno servitori di unità, ministri e servi della comunione anche ecclesiale. «I santi – diceva ancora il metropolita Evloghij – sono cittadini della chiesa una e universale e abbattono i muri di separazione eretti da cristiani non fedeli al comandamento nuovo»…
 
c) Un’altra ragione che fa del monachesimo un luogo ecumenico, è il dato che la vita monastica si vuole in ogni tempo vita di conversione, di ritorno alle fonti, al Vangelo. Non è un caso che si attribuisca al padre dei monaci, Antonio, ormai anziano di anni e di vita monastica, un apoftegma in cui egli afferma: «Oggi stesso io ricomincio!», cioè: «Anche oggi provo nuovamente a convertirmi, a ritornare al Signore!». Proprio per questa dinamica la vita monastica, in oriente come in occidente, è caratterizzata dal sopraggiungere di «riforme», come se la sua profonda dinamica consistesse in una successione di riforme senza fine. Conversione e riforma fanno parte del cammino personale e comunitario del monachesimo, sicché questo deve essere costantemente rinnovato. È vero che l’adagio suona «ecclesia semper reformanda», ma questo si è concretizzato poche volte nella storia della chiesa, e talora con una lentezza tale da vanificare gli sforzi. Nella vita monastica invece si può dire che ogni secolo – e a volte addirittura ogni generazione – ha conosciuto una riforma in cui si è cercato di ripartire da capo, di ricominciare in un’obbedienza e in una fedeltà al Vangelo più profonde.
 
Davvero nel monachesimo, nonostante le contraddizioni dei suoi membri, lavora il fermento della parola di Dio, e così, di riforma in riforma, la diaconia della vita monastica accompagna la chiesa. …
 
d) Infine, scorgo un’altra ragione che fa del monachesimo un luogo ecumenico, ed è quella dell’essere un’epiclesi, un’invocazione continua dello Spirito, vissuta nelle chiese. Questa definizione di monachesimo come «epiclesi» è propria di Paul Evdokimov, ma sovente la si ritrova sotto la penna di Olivier Clément: vita assunta per ispirazione dello Spirito santo, è vita che può essere vissuta solo con il suo continuo aiuto e nel suo incessante dinamismo. Per questo la vita del monaco è ritmata dal ruminare la parola di Dio durante il giorno e la notte, e la comunità monastica appare innanzitutto come un luogo di ascolto: la stessa Regula Benedicti non si apre forse con «Obsculta, o fili…» e con l’invito all’ascolto della voce di Dio e di ciò che lo Spirito dice alle chiese (Prol. 1-13; cf. Sal 95,8; Ap 2,7.11.17.29; 3,6.13.22)? La vita monastica è veramente epiclesi in atto, invocazione della discesa dello Spirito santo che nella Pentecoste è stato forza di unità plurale, comunione nella distinzione dei doni e nella differenza delle energie (cf. At 2,1-13).
 
In questa epiclesi – che è anche invocazione perché tutti i fratelli e le sorelle ricevano lo Spirito per essere più fedeli a Cristo e raggiungere la statura del cristiano maturo (cf. Ef 4,13) – l’anelito, il desiderio di comunione non può essere assente. E se il monachesimo è «accoglienza di Cristo che viene» (Olivier Clément), questa non si esaurisce in una dimensione soltanto escatologica, ma si invera nell’accoglienza di colui che viene: «ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35). Accoglienza di chi giunge anche inaspettato, non annunciato, accoglienza di chi diventa fratello anche se per la sua provenienza fosse ostile, accoglienza che non chiede la confessione di appartenenza… I monasteri dovrebbero avere impresse sulle loro porte e nei cuori dei loro membri le parole scritte da Angelo Roncalli nel 1934, quando era nunzio in Bulgaria: «Se qualcuno passa dinanzi alla mia casa di notte, costui troverà alla mia finestra un lume acceso: bussa, bussa! Non ti domanderò se sei cattolico o ortodosso, fratello: entra! Due braccia fraterne ti accoglieranno, un cuore caldo di amico ti farà festa». In quegli anni di inizio secolo pochissimi erano sentinelle vigilanti, ma Dio preparava un’ora, quella del Concilio, in cui li avrebbe svegliati e invitati a scorgere i nuovi segni dei tempi attraverso papa Giovanni!
 
Accoglienza dell’altro, del diverso, dello sconosciuto, e riconoscimento della sua qualità di fratello nella fede quando è cristiano sono attestati ovunque oggi nella vita monastica. …
 
Davvero quando dei monaci di diverse confessioni si incontrano in fraternità, sovente accade l’evento della comunione, anzi dell’intercomunione vera, profonda, non sacramentale ma nello Spirito santo: ci si sente uno, non esistono più barriere confessionali, ci si sente monaci fratelli che condividono la stessa esperienza e si riconoscono, nel senso forte del termine, in una stessa grazia, in uno stesso spirito, in una stessa ricerca con un unico fine: l’acquisizione dello Spirito santo per essere trasfigurati in Cristo e prendere parte al Regno di Dio.
 
2. La profezia dell’ecumenismo nel monachesimo
 
Sovente oggi si parla con estrema facilità di ecumenismo come profezia della vita monastica. Su questo tema voglio restare discreto e usare poche parole, perché con troppa enfasi in questi ultimi decenni si invoca tale qualità profetica per ritrovare un’identità in molti casi smarrita. I monaci non hanno qualità profetica ex officio, ma la loro testimonianza può diventare profetica se è radicale obbedienza al Vangelo e ai segni dei tempi. Quando i monaci non pretendono di camminare alla luce della visione ma sanno vivere nella fede (cf. 2Cor 5,7); quando riguadagnano la consapevolezza della provvisorietà e dell’incompletezza di ogni forma vitae; quando hanno l’audacia di far prevalere sempre l’agape e la riconciliazione nei conflitti in cui sono coinvolti; quando accettano la loro marginalità e la loro debolezza come un dono e non come una perdita da colmare al più presto, allora appare anche in loro la profezia.
 
Paolo VI nella Evangelii nuntiandi (nr. 69) indicava nell’incarnazione radicale delle beatitudini il carattere profetico della vita monastica e religiosa, ma questo significa vita povera, umile, mite, affamata di giustizia, operatrice di pace, financo perseguitata e osteggiata a causa di Cristo (cf. Mt 5,3-12)… E Giovanni Paolo II ha chiesto come profezia ai religiosi «l’esplorazione di vie nuove per mettere in pratica il Vangelo nella storia in vista del regno di Dio» (Vita consecrata 84), arrivando ad affermare che la stessa vita fraterna, la vita comune vissuta in un unico intento «è profezia in atto» (ibid. 85). Occorre essere chiari: la vita monastica può ricevere e vivere il dono della profezia come tutte le altre vocazioni ecclesiali: sta a ciascuno dei suoi membri accoglierlo e viverlo attraverso la conversione quotidiana. Certo, una vita contrassegnata dal radicalismo evangelico, dal celibato che annuncia che questo mondo passa e dalla vita comune che dà un segno della comunione del Regno può avere qualità escatologica e dunque profetica: ma il dono della profezia è grande e fragile!
 
Anziché vantare una qualità della vita monastica, preferisco mettere in evidenza un dato di fatto: nel XX secolo l’ecumenismo è certamente stato profezia in alcune forme di vita monastica nate per la risposta obbediente a Dio e ai segni dei tempi da parte di alcuni uomini e donne che, da vere sentinelle, hanno atteso, spiato, destato l’aurora. Non posso far altro che pronunciare nomi e nulla più, ma il semplice nominare questi testimoni significa renderli presenti in mezzo a noi: essi sono nella comunione dei santi e con essi noi viviamo l’ecumenismo. Senza di loro il dialogo ecumenico praticato oggi tra le chiese sarebbe certamente meno audace e più povero. Ascoltiamo pertanto i loro nomi … sì, noi siamo «avvolti da una grande nube di testimoni» (Eb 12,1) ecumenici che hanno rinnovato la vita monastica, semper reformanda, ascoltando i segni dei tempi che chiedevano riconciliazione.
 
Conclusione
 
A conclusione di questo breve intervento, non posso non indicare un orizzonte profetico per la vita monastica, un orizzonte tanto più urgente quanto più «invernale» si è fatta la situazione ecumenica: è l’orizzonte della condivisione di vita da parte di appartenenti a confessioni cristiane diverse non ancora riconciliate. Per questo sono necessari sì tanto coraggio, audacia evangelica, parrhesia, ma anche tanta capacità di spogliarsi delle ricchezze confessionali non essenziali alla sequela Christi, molta sottomissione reciproca, capacità di fare due miglia con chi ci chiede di farne uno (cf. Mt 5,41); ci vuole il fuoco interiore, la passione della comunione che cerca l’unità plurale, indicando in avanti un’unità che va raggiunta insieme.
 
In ambito cattolico, qua e là questa vita monastica interconfessionale inizia a mostrare un volto in cui l’ecumenismo ridiventa profezia del monachesimo in una nuova forma: vivere insieme la stessa vocazione, lo stesso ministero, anche se le chiese cui si appartiene non vivono ancora la comunione visibile… Per lo Pseudo-Dionigi, il monaco «è colui che è unificato o in via di unificazione». Cercando di ritrovare in sé l’unità perduta a causa del peccato, il monaco è predisposto a cercare l’unità con gli altri. Non c’è infatti possibilità di unità tra fratelli e tra chiese se non c’è unità interiore.
 
Che lo Spirito santo, lui che è la comunione (cf. 2Cor 13,13), susciti questa nuova Pentecoste per il monachesimo: allora ci sarà realmente profezia per la chiesa e per il mondo!

l’incontro storico di papa Francesco coi luterani in Svezia a 500 anni dalle ‘tesi’ diLutero

il papa dai luterani in Svezia


Riccardo Maccioni

piccola guida al viaggio «ecumenico» di Francesco, in programma il 31 ottobre e il 1° novembre

cosa significa? È davvero una visita storica?

una riflessione di E. Bianchi

Ritratto di Martin Lutero di Lucas Cranach (1529)

ritratto di Martin Lutero di Lucas Cranach (1529)

Perché il Papa va in Svezia?
La visita di Francesco nel Paese scandinavo sarà molto breve, un giorno e mezzo appena. Toccherà due località, peraltro molto vicine l’una all’altra, cioè Lund e Malmö. A Lund in particolare il Papa parteciperà a una commemorazione “ecumenica” congiunta per l’avvio delle celebrazioni per il 500° anniversario, che cadrà nel 2017, della Riforma di Lutero. La principale ragione del suo viaggio è proprio questa.il papa

Perché la data del 31 ottobre?
Il 31 ottobre è un giorno che simbolicamente ogni anno richiama la nascita della Riforma, l’avvio dello strappo di Lutero. Si ricorda infatti il 31 ottobre 1517 quando il monaco agostiniano affisse le famose 95 Tesi sul portale della chiesa del castello di Wittenberg, in Germania. In realtà non è certo che i fatti siano andati esattamente così. Molti storici ritengono infatti che Lutero abbia mandato le sue Tesi al vescovo locale e che la sua pubblicazione fosse stata pensata per avviare una discussione.

Leggi il PROGRAMMA del viaggio

Cosa voleva Lutero?
Alla base della sua decisione c’era la critica verso una Curia Romana ritenuta corrotta e troppo legata ai beni materiali. L’occasione dello strappo, il “casus belli” si potrebbe dire, fu il cosiddetto “commercio” delle indulgenze. Ai fedeli veniva infatti assicurato che, grazie a una donazione in denaro o in un’opera religiosa, si potesse ottenere la remissione parziale o totale delle “pene temporali” per i peccati «già rimessi quanto alla colpa», vale a dire confessati. Lutero vedeva in questo un mercanteggiamento della grazia di Dio, la diffusione dell’idea che fosse possibile “comprarsi la salvezza”, e per dir di più a buon mercato.

La Riforma è nata in Germania, perché il Papa va a Lund?
Perché la Federazione luterana mondiale, che riunisce la maggior parte delle Chiese luterane, quelle che si ispirano direttamente a Lutero, fu fondata settant’anni fa proprio a Lund. La “scelta svedese” vuol essere anche il segno, il riconoscimento che la ricerca di unità tra le diverse confessioni cristiane non è legata solo a un passato da riconciliare ma guarda avanti. La scelta di Lund dimostra che la Chiesa luterana non esiste solo in Germania ma è una realtà globale.

Il Papa in Svezia vedrà anche i cattolici?
Certamente, e non potrebbe essere altrimenti. L’attenzione alla piccola comunità cattolica locale sarà un elemento costante della visita in terra scandinava. In particolare, Francesco, che è il secondo Papa a visitare la Svezia dopo Giovanni Paolo II nel 1989, il 1° novembre celebrerà la Messa nello Swedbank Stadion di Malmö.

La scelta del Papa di andare in Svezia è un evento isolato?
Molti, luterani e non solo, hanno visto nella decisione di Francesco un gesto profetico. Tuttavia pur essendo estremamente coraggioso e significativo, questo viaggio non sarebbe stato possibile, senza un lungo cammino di riavvicinamento tra cattolici e luterani. Un itinerario di riconciliazione che ha avuto il suo momento centrale nella firma, era il 1999, della Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione. È datato invece 2013 il documento, anche questo preparato insieme, “Dal conflitto alla comunione”. Durante la celebrazione ecumenica svedese inoltre, i partecipanti seguiranno la “Common prayer” (“Preghiera comune”), una guida liturgica cattolico-luterana di recente pubblicazione.

Il viaggio del Papa è definito ecumenico. Cosa significa?
Con il termine ecumenismo, da cui “ecumenico”, si intenda la ricerca di unità tra chi, pur professando la comune fede in Cristo, appartiene a confessioni e Chiese differenti. Diversità che in alcuni casi significano posizioni dottrinali anche molto distanti tra loro. Comunemente si data l’avvio dell’impegno ecumenico, e fu in ambito protestante, all’inizio del XX secolo, nel 1910. La Chiesa cattolica ha fatto il suo ingresso ufficiale nel movimento ecumenico con il Concilio Vaticano II. In particolare il decreto sull’ecumenismo, l’Unitatis redintegratio, è del 1964.

il viaggio di Francesco e la cultura dell’incontro

di Enzo BianchiBianchi

Cinque secoli sono passati da quel giorno in cui un monaco agostiniano affisse sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg il suo “manifesto” che chiedeva una riforma della vita e della dottrina allora dominante nella chiesa cattolica. Iniziava in quel giorno una “protesta” che aveva come fine il ritorno al vangelo: Martin Lutero — un uomo “morsicato” da Dio e assetato di una salvezza misericordiosa — scoperto che l’amore di Dio non deve mai essere meritato, diventò la voce possente, tesa a ridare il primato alla Scrittura, alla grazia-amore gratuito di Dio e a Cristo, Signore della sua chiesa.

Il bisogno di una riforma della vita della chiesa romana era da decenni avvertito con dolore e manifestato anche da alti rappresentanti della curia romana — quali i cardinali Chieregati, Pole e Contarini — oltre che da molti umanisti come Erasmo e altri testimoni presenti nelle diverse aree europee, tuttavia avevano sempre prevalso una sordità e una mancanza di volontà nel mutare atteggiamenti e costumi, soprattutto nella vita dei prelati e del clero. E così, a poco a poco, accadde l’irreparabile: lo scisma della cristianità occidentale tra cattolici e protestanti, il dramma più lacerante nella storia della cristianità occidentale perché ben presto la chiesa cattolica si vide privata di molte membra nel Nord Europa. Lutero non prevedeva né voleva quella frattura, ma la sordità di Roma e soprattutto gli interessi della politica dei regnanti portarono in modo accelerato all’elaborazione di due vie cristiane diverse, non nella confessione battesimale trinitaria di Cristo Signore, ma nella forma della chiesa. Sono passati cinque secoli e non possiamo tacere la tragedia, fatta non solo di scomuniche reciproche, ma anche di guerre, di roghi e di torture che manifestarono come quelle chiese, pur di difendere la propria verità, facessero ricorso a mezzi in contraddizione radicale con quel vangelo che ciascuna di esse professava di voler difendere e conservare puro. Cinque secoli di cammino percorso gli uni senza gli altri, con sviluppi teologici e anche violenze concrete gli uni contro gli altri, con concorrenza missionaria e permanente ostilità, sicché il cristianesimo in Occidente appare da allora irrimediabilmente lacerato. Solo all’inizio del secolo scorso, a motivo degli ostacoli incontrati nella missione delle chiese nei Paesi coloniali, dovuti alla divisione, si è cominciato a percepirne lo scandalo. Da allora si è intrapreso un lungo cammino, accelerato per i cattolici dal concilio Vaticano II. E oggi, a che punto siamo nei rapporti tra i cattolici e i “protestanti”, cioè i cristiani nati dalla riforma e distinti in chiese e comunità ecclesiali? Va riconosciuto che papa Francesco, proprio nei confronti dei protestanti, ha segnato un atteggiamento nuovo anche rispetto alle proprie posizioni del passato, un atteggiamento peraltro non condiviso da una parte dei cattolici stessi. Non a caso la sua partecipazione alla “commemorazione” della riforma ha posto e pone dei problemi. Se infatti la celebrazione era prevista da anni nel mondo protestante ed è stata preparata anche da un documento redatto da una commissione teologica bilaterale cattolico-luterana che invita a passare “Dal conflitto alla comunione”, ci si è tuttavia interrogati fino allo scorso anno sulla possibilità e l’opportunità che anche la chiesa cattolica partecipasse a tale evento. È infatti pensiero consolidato nel mondo cattolico che i protestanti hanno abbandonato la chiesa cattolica per altre vie e che, di conseguenza, non hanno conservato la tradizione della chiesa universale. Si può festeggiare insieme un evento che è stato inimicizia tra fratelli, rottura, divisione, contraddizione alla volontà dell’unico Signore? Ma papa Francesco, con la sua capacità di porre gesti profetici, ha manifestato la volontà di prendere parte oggi alla memoria celebrata a Lund in Svezia dove cinquant’anni fa iniziarono i dialoghi di riconciliazione tra chiesa luterana e chiesa cattolica. Alla sua audacia ha risposto l’altrettanto sofferta e coraggiosa decisione della Federazione luterana mondiale di accogliere l’inattesa richiesta e invitare formalmente il papa. E così l’apparentemente impossibile, con papa Francesco è diventato possibile: cattolici e protestanti possono stare insieme davanti al Signore, confessare la fede nella sua qualità di Risorto vivente e salvatore del mondo, ringraziarlo perché ha
dato oggi ai suoi discepoli di comprendere insieme che il vangelo ha il primato nella vita di ogni cristiano e che la chiesa abbisogna sempre di essere riformata per essere il corpo di Cristo nella storia. Le divisioni per ora permangono e paiono lontane dalla ricomposizione, anche perché nel frattempo cattolici e protestanti hanno elaborato aspettative e forme diverse dell’unità ricercata. Se molti protestanti pensano alla comunione tra le chiese come diversità che si accettano reciprocamente, la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa conservano dell’unità il concetto tradizionale: unità non solo nel battesimo, ma anche nella fede e nella celebrazione eucaristica, unità sinfonica plurale sì, ma compaginata dai vescovi successori degli apostoli e presieduta nella carità dal vescovo di Roma, successore di Pietro. Oggi siamo tutti convinti che l’elemento decisivo resta il battesimo, la vita di fede conforme al vangelo: e questo lo possiamo affermare insieme. Le diffidenze reciproche ancora esistono e sono sovente alimentate ed espresse soprattutto dove e quando si accende un conflitto di etiche. Per molti aspetti, infatti, il fossato tra cattolici e protestanti si è fatto più profondo in questi anni, proprio sui temi della morale sessuale. Ma nell’approfondimento della fede ci sono stati passi significativi di profonda convergenza su alcune verità, come la giustificazione attraverso la fede, cioè il riconoscimento che Dio rende giusto il peccatore gratuitamente, per l’abbondanza del suo amore che non va mai meritato. Questo, unitamente alla forza dirompente dell’“ecumenismo del sangue”, cioè la testimonianza offerta dai martiri di ogni chiesa, ha reso possibile ciò che fino a pochi decenni fa pareva utopia: il volto di Dio testimoniato insieme dai cristiani risplende di luce evangelica, meno deformato dalle antiche rivalità tra confessioni contrapposte. In ogni caso papa Francesco pratica testardamente la cultura dell’incontro, del dialogo, della vicinanza concreta all’altro e li rinnova ogni giorno in questo mondo sempre più segnato da scontri, distanze, innalzamenti di muri, esclusione del diverso.

oggi un family day non proprio evangelico …

unioni civili

oggi il ‘family day’

ma p. E. Bianchi chiede di non interferire con la politica

Il priore di Bose, Enzo Bianchi

oggi si scende nelle piazze, si pronosticano un milione o due di partecipanti: ma il mondo cattolico è tutt’altro che unito, a acominciare dai vescovi che sembrano uniti come un qualsiasi partito italiano; l’Azione Cattolica e altre associazioni non saranno presenti considerando la giornata troppo fanaticamente politicizzata nel senso di frontale contrapposizione e negazione di tutto ciò che non si modelli sulla inesistente ‘famiglia naturale cristiana’ 

ma nei mesi scorsi Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose e consultore del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha preso una posizione decisamente laica e più evangelica:

«dobbiamo chiedere scusa alle famiglie per la presunta superiorità mostrata dai religiosi nei tempi passati: la vita di coppia è molto difficile, e noi dobbiamo essere in grado di riconoscere il grande merito di chi sceglie di costruire un nucleo famigliare. […] se Cristo nel Vangelo parla del matrimonio come unione indissolubile nulla dice in merito all’omosessualità. L’onestà, quindi, ci obbliga ad ammettere l’enigma, a lasciare il quesito senza una risposta. Su questo, io vorrei una Chiesa che, non potendo pronunciarsi, preferisca tacere».

un po’ più di silenzio non guasterebbe

Enzo Bianchi:

“Gesù non ha mai parlato dei gay

la Chiesa taccia

sì alle unioni civili”

Enzo BianchiIl priore di Bose Enzo Bianchi sostiene le ragioni del riconoscimento delle unioni civili tra persone omosessuali ed anche la separazione tra coniugi che non vanno più d’accordo. Lo ha affermato nel corso di una assemblea pastorale diocesana tenutasi a Trento, secondo quanto riporta L’Adige. «La Chiesa non può avvallare il divorzio, ma se due persone non stanno bene assieme, e si avvelenano reciprocamente l’esistenza, è meglio che si separino. – scrive il quotidiano trentino – Diversamente, se due persone dello stesso sesso si vogliono bene e sono propense ad aiutarsi ed a sostenersi reciprocamente è giusto che lo Stato preveda una regolarizzazione del loro rapporto». Il priore della comunità monastica di Bose ha tenuto una lezione magistrale dedicata interamente al valore cristiano della misericordia, poi ha risposto alle domande dei presenti.

«Dobbiamo chiedere scusa – ha detto Bianchi – alle famiglie per la presunta superiorità mostrata dai religiosi nei tempi passati: la vita di coppia è molto difficile, e noi dobbiamo essere in grado di riconoscere il grande merito di chi sceglie di costruire un nucleo famigliare. Tuttavia, in una realtà in cui tutto è precario, dal lavoro alle relazioni, non possiamo aspettarci che l’amore o la famiglia non lo sia. Su questo, però, non possiamo permetterci in alcun modo di giudicare, né, tantomeno, di escludere» riporta ancora l’Adige.

Enzo Bianchi ha spiegato che «se Cristo nel Vangelo parla del matrimonio come unione indissolubile nulla dice in merito all’omosessualità. L’onestà, quindi, ci obbliga ad ammettere l’enigma, a lasciare il quesito senza una risposta. Su questo, io vorrei una Chiesa che, non potendo pronunciarsi, preferisca tacere. Che la Chiesa faccia il matrimonio per persone dello stesso sesso – ha concluso – è una cosa senza senso. Tuttavia, se lo Stato decide di regolarizzare una realtà affettiva, lasciamo fare, applicando la misericordia come vuole il Vangelo, non come la vogliamo noi».

si aprono le porte, devono cadere i muri

la caduta di un muro

a proposito dell’apertura della ‘porta santa’ all’inizio del giubileo

di Enzo Bianchi
in “la Repubblica”

Bianchi

il gesto di apertura della porta chiusa è stato compiuto da papa Francesco innanzitutto in Africa, tra i poveri della terra, e ieri anche a Roma, nella basilica di San Pietro. In Vaticano, dove egli esercita il suo ministero di servo della comunione nella chiesa e tra le chiese e di annunciatore della buona notizia a tutta l’umanità. In un’epoca in cui si sono ricostruiti muri e si sono di nuovo innalzate barriere di filo spinato, in cui molti vorrebbero chiudere le frontiere, e alcuni le chiudono, infondendo nella gente ansia e paura, papa Francesco fa il gesto così semplice, quotidiano, umano di aprire una porta chiusa

Purtroppo temo che molti di quelli che passeranno per le porte sante aperte nelle chiese non arriveranno neppure a pensare che potrebbero aprire o tenere aperta la porta della propria casa: aperta per chi giunge inaspettato, straniero o povero, conosciuto o sconosciuto, aperta per un atto di fede-fiducia fatto nei confronti degli altri umani, tutti legati dalla fraternità, valore per il quale pochi oggi combattono, ma senza il quale anche la libertà e l’uguaglianza diventano fragili e non sono concretamente instaurabili. Papa Francesco ha compiuto lo stesso atto in un microcosmo come quello di Bangui, dove sono in atto violenza, intolleranza, scontro di religioni, e a Roma, dove per ora è lontana la violenza dello scontro culturale; potrebbe però essere più vicina di quanto pensiamo, e non perché i terroristi vengono da noi, ma perché alcune forze nostrane continuano ad alimentare diffidenza, odio, non accoglienza, atteggiamenti che possono solo trasformarsi in risentimento, humus su cui crescono risposte all’insegna della violenza. Aprire e tenere aperta una porta è invece una decisione umanizzante, un’azione antropologica che non dovrebbe essere così estranea a cristiani e a non cristiani. Ma per giungere a tale comportamento occorre con urgenza che la convinzione e la prassi di misericordia, compassione e perdono siano inoculate come diastasi nelle nostre società, dando vita a un’ospitalità culturale reciproca che ci permetta di far cadere pregiudizi e di conoscerci meglio. Nell’omelia di apertura del giubileo papa Francesco ha chiesto che questo sia «un anno in cui crescere nella convinzione della misericordia». Sì, il primo passo è essere convinti della misericordia, così come la Scrittura ce la propone quale nome di Dio, e diventarne realizzatori nelle nostre società, a livello personale, ma anche comunitario, economico e politico. Per i credenti tutto nasce dall’immagine di Dio che hanno, perché questa plasma la loro fede e il comportamento. Secoli di storia cristiana testimoniano che la misericordia di Dio non è compresa, scandalizza i credenti stessi, sembra un eccesso che va temperato con le nozioni di verità e giustizia. Il papa lo sa bene e lo denuncia con forza: «Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto » — e solo i cristiani possono pronunciarlo — «che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza invece affermare prima che sono perdonati dalla sua misericordia… Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia», perché «la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (Giacomo 2,13). Poche parole, eppure parole di grande rottura con una certa vulgata cattolica, attestata soprattutto negli ultimi secoli, secondo la quale è doverosa l’intransigenza, è necessario l’esercizio del ministero di condanna: secoli in cui l’immagine prevalente di Dio era quella del Dio irato e giudice, del “Dio ti vede”, quale occhio in un triangolo ovunque presente, del Dio che castiga, che va placato con sofferenze e fatiche a lui offerte affinché arresti il braccio della sua giustizia divina. Papa Giovanni diede inizio a una nuova stagione della chiesa non innovando la dottrina, ma proclamando: «Oggi la sposa di Cristo, la chiesa, preferisce ricorrere alla medicina della misericordia piuttosto che brandire le armi della severità» (11 ottobre 1962, Allocuzione di apertura del concilio Vaticano II). E Papa Francesco manifesta l’urgenza della misericordia come la sua più intima convinzione: «Questo nostro tempo è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro… Noi stiamo vivendo in tempo di misericordia » (6 marzo 2014, Discorso ai parroci di Roma).
Lo stesso Francesco ha esplicitato a più riprese che la misericordia, la compassione, la tenerezza e il perdono di Dio non sono da intendersi come un correttivo della giustizia divina, non sono in tensione con il suo giudizio, ma semplicemente sono la giustizia di Dio messa in atto verso l’essere umano. In Dio c’è un prevalere della misericordia sulla giustizia, se così possiamo dire. Addirittura, secondo il profeta Osea, la misericordia è la manifestazione della santità di Dio, il quale è Santo, cioè è differente, altro dall’uomo proprio nel giudicare e nel sentire la giustizia. Osea arriva a dire che nel cuore di Dio c’è una sorta di “rivolta” del sentimento di misericordia contro la volontà di giustizia: questo sentimento impedisce a Dio di castigare secondo l’alleanza, di andare in collera contro chi ha peccato (cf. Osea 11,8-9). Gesù sottolinea questo prevalere in Dio della misericordia sulla giustizia citando per ben due volte un’altra parola dello stesso profeta: “Andate a imparare che cosa vuol dire: voglio misericordia e non sacrifici (Osea 6,6)” (Matteo 9,13 e 12,7). Con i suoi incontri e con le sue parole, in particolare con le parabole, Gesù attesta che la giustizia di Dio è oltre la giustizia umana, trascende la giustizia della legge, perché non è “giustizia bendata” (Adriano Prosperi) ma vede, discerne, guarda in volto ogni umano; per questo non è retributiva, né punitiva, né meritocratica, secondo i concetti della “nostra” giustizia umana che proiettiamo in Dio. La giustizia di Dio proclamata nella Bibbia attesta che Dio non è indifferente al male compiuto dagli umani, perciò, anche quando va in collera, tale comportamento è l’altra faccia della compassione. Di fronte a questa verità molti cristiani continuano a chiedersi: «Ma allora che ne è della giustizia, della responsabilità umana?». Ha risposto bene il cardinale Pietro Parolin: «La misericordia esercitata non è buonismo, non è timidezza di fronte al male, ma è esercizio di responsabilità». Il segretario di Stato, con la sua profonda consonanza con papa Francesco, arriva a parlare di «misericordia necessaria, prima ancora dei trattati, per poter spianare i terreni di pace e le tante vie degli esodi forzati che stanno mutando il mondo», perché anche a livello economico, politico e giuridico la misericordia e il perdono devono trovare realizzazioni che aprano a una convivenza buona tra i popoli e le genti. È la stessa convinzione alla quale era giunto papa Giovanni Paolo II che, nel messaggio per giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2002, arrivò a chiedere che il perdono, negando la giustizia punitiva, trovasse realizzazione in «una politica del perdono espressa in atteggiamenti sociali e in istituti giuridici» e non fosse relegato nella coscienza del privato cittadino. Davvero, come recita il titolo di quel messaggio profetico, «non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono »: giustizia e perdono sono immanenti l’una all’altra. E all’Angelus di ieri papa Francesco con una delle sue frasi, aforismi che colpiscono, ha detto: «Non si può capire un cristiano che non sia misericordioso, come non si può capire Dio senza misericordia». Di fronte a questo cammino percorso dalla chiesa cattolica e all’insegnamento di papa Francesco non si possono più elevare accuse di spiritualismo o di evasione dalla storia. Questo è il cammino storico fatto dal Vaticano II a oggi. Con il concilio «si sono spalancate al mondo le porte chiuse… per un autentico incontro tra la chiesa e gli uomini del nostro tempo», ha detto papa Francesco. E ha anche chiesto che il giubileo in corso «non trascuri lo spirito emerso dal Vaticano II», lo spirito di una chiesa che si piega verso l’uomo sofferente, sull’esempio del samaritano il quale, secondo il vangelo, “ha fatto misericordia”. Questo è semplicissimo, è umanissimo. Priore della comunità monastica di Bose

l’unica preghiera da fare immersi in questa grande violenza

«Disarmali e disarmaci» sia la nostra rivolta

di Enzo Bianchi

Bianchi

 

«Signore, disarmali! Signore disarmaci!».

così pregavano al cuore della bufera algerina i monaci trappisti di Tibhirine. E, in chi crede, tale preghiera sorge spontanea di fronte a efferatezze che di umano hanno solo il raziocinio con cui vengono progettate e realizzate

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È un nuovo pezzo incandescente di quella «terza guerra mondiale» parcellizzata nella quale non si riesce a capire – o i pochi non vogliono che i molti capiscano – chi arma chi e a che scopo.

Disarmare chi uccide senza pietas pare al di là delle nostre forze, come pure supera le nostre capacità il disarmare i nostri sentimenti e renderli degni di quell’umanità che non riconosciamo nell’altro quando assume i tratti del carnefice. Per questo l’autentico disarmo, interiore ed esteriore, è da invocare da Dio come dono ed è da ricercare con le nostre forze come profezia. Disarmati, potremmo forse trovare il tempo e la lucidità per porci interrogativi che oggi l’angoscia e il pianto soffocano nella rabbia dell’impotenza. Siamo di fronte a disperati che seminano disperazione? Oppure cinici burattinai stanno giocando al massacro in una lotta di potere che gli uni rivestono di un manto religioso sempre più abusato e falso e gli altri abbelliscono con richiami ipocriti a valori negati nei comportamenti verso gli altri?

Purtroppo solo il terrorismo sembra capace di causare l’insurrezione delle nostre coscienze, ma noi non vogliamo vederne le cause, né assumerci le responsabilità per tutte le situazioni che lo hanno favorito o che ne diventano l’humus. La rivolta delle nostre coscienze dovrebbe avvenire non solo quando siamo colpiti nella nostra Europa, ma sempre, quando si scatena la barbarie e uomini, donne e bambini ne sono vittime: si pensi a quanto avviene quotidianamente in Siria o in Iraq… Ovunque un essere umano è ucciso, l’umanità intera dovrebbe sentirsi ferita.

Parlare di tragica spirale di violenza non è figura retorica: quando ci si lascia trascinare nel vortice della morte e si cerca di venirne fuori con armi speculari e contrapposte, quando si vede il turbine montare e ci si avvita a ritroso per incolpare gli uni o gli altri di averne innescato il moto, allora la velocità stessa del vortice accelera, fino a travolgere tutto: i fini perversi come le buone intenzioni, i torti e le ragioni, i giusti e i malvagi, i sommersi e i salvati.

«Non c’è giustificazione né religiosa né umana» per simili atti, ha proclamato con voce rotta papa Francesco.

Perché la religione non implica guerra e morte violenta, mentre la ragione umana è contraddetta alla radice dalla negazione dell’umanità del proprio simile. Rispondere da esseri umani e da credenti a gesti disumani e contrari alla religione implica allora il ripudio dell’«occhio per occhio» e il fondare i nostri gesti su ciò che è giusto e retto, su ciò che la dignità dell’uomo e la volontà di Dio mostrano al nostro intimo come fonte di shalom, di pace e vita piena. E non cedere alla logica della morte che invoca altra morte.

Il giorno dello scoppio della seconda guerra mondiale, così scriveva il poeta Wystan Auden: «Senza difesa il nostro mondo / giace sotto la notte attonito; / eppure, accesi ovunque, / ironici punti di luce / lampeggiano là dove i Giusti / si scambiano i loro messaggi: / oh, che io possa, composto come loro / d’Eros e di polvere, / assediato dalla medesima / negazione e disperazione, / mostrare una fiamma affermativa».

Ecco, possano i nostri silenzi oranti, le nostre parole accorate, le nostre azioni meditate, le nostre vite donate mantenere acceso un lucignolo affermativo, così che altri possano a loro volta mostrare una fiamma di speranza. «Se questo è un uomo», invitava a chiederci Primo Levi nel baratro del disumano: non rassegniamoci a ripetere la stessa domanda dopo settant’anni e altri milioni di morti di una tragica guerra a puntate.

“migranti e rifugiati ci interpellano”

 la profezia della giustizia sociale

La Stampa, 23 Agosto 2015
di ENZO BIANCHI

Bianchi

ancora una volta papa Francesco ha mostrato come per lui il Vangelo sia non solo una buona notizia «spirituale», ma un annuncio che coinvolge tutta l’umanità nella sua condizione debole, fragile, limitata, segnata dalla sofferenza e dal male.

Così, proprio per vivere adeguatamente e in verità l’anno della misericordia proclamato, Francesco nel messaggio per la Giornata del rifugiato del prossimo 17 gennaio ha ricordato che vivere la misericordia da cristiani significa innanzitutto «fare misericordia», secondo il linguaggio del Vangelo, che con questo termine indica l’azione del samaritano verso l’uomo caduto vittima dei briganti sulla strada di Gerico.

 Chi ha sperimentato la misericordia di Dio nei propri confronti deve «fare» misericordia verso l’altro a qualunque popolo, cultura, religione, condizione sociale appartenga. Chi è cristiano dovrebbe sentirsi per così dire «obbligato» a questo atteggiamento perché ha conosciuto nella propria carne la misericordia usatagli da Dio, ma anche chi non è cristiano può in ogni caso sapere che l’essere umano che sta di fronte a lui ha gli stessi suoi diritti, chiede lo stesso rispetto della propria dignità: così nasce la responsabilità di aiutare l’altro, di riconoscerlo, di fargli del bene, di liberarlo dalla condizione di sofferenza in cui giace.

Ecco perché papa Francesco afferma che «migranti e rifugiati ci interpellano»: sono nostri fratelli e sorelle in umanità, vittime della guerra, della violenza, del potere tirannico o della fame e della precarietà delle loro vite. Oggi sono in molti quelli che, anche se non cristiani, comprendono e denunciano come sia venuta meno nella nostra cultura e nel tessuto della nostra vita sociale la «fraternità», questa virtù senza la quale anche l’uguaglianza e la libertà restano parole vuote. Se non c’è la ricerca laboriosa e a volte faticosa della fraternità, allora l’altro, gli altri risultano soltanto realtà cosificate, valutate solo in base ai nostri interessi, alla loro utilità per noi, alla loro incidenza positiva o negativa sul nostro benessere individuale, al loro essere ostacoli sulla via della nostra felicità.

In una situazione come quella vissuta nei Paesi del benessere, seppur attraversati da crisi economiche patite dai più poveri e dai senza dignità, i cristiani e dunque la chiesa hanno innanzitutto il compito di mostrare, con il loro comportamento, e il loro contributo all’edificazione della polis, che si oppongono alla barbarie che avanza a grandi passi soprattutto da due decenni, in Europa e nella nostra Italia. Com’è possibile che il veleno della xenofobia abbia ammorbato le nostre popolazioni che più di altre hanno conosciuto in passato la sofferenza dell’emigrazione, la fuga da una terra incapace di dar loro lavoro e nutrimento? Com’è possibile che una lunga tradizione cattolica, vanto e orgoglio della chiesa negli ultimi decenni, si mostri così facilmente contraddetta in valori a lungo professati come quello dell’accoglienza e dell’ospitalità? Com’è possibile che godendo di condizioni migliori sul piano economico, tecnologico, culturale ci sentiamo minacciati dai poveri che bussano alle nostre frontiere? Non si tratta di accogliere tutti – perché questo non è possibile, prima ancora che per l’insostenibilità economica, a motivo della nostra stessa condizione umana segnata dal limite – ma almeno di tentare di regolare i flussi migratori in un’ottica di solidarietà europea, di fare terra bruciata attorno agli interessi economici e geopolitici che fomentano le guerre e le sopraffazioni, di favorire condizioni che permettano a quei popoli di restare nelle loro terre e di non essere costretti a intraprendere, al prezzo della vita, esodi attraverso il deserto e il Mediterraneo. La vita di una persona non ha forse lo stesso valore indipendentemente dalla terra in cui viene alla luce? I diritti, prima di essere quelli di un cittadino di una determinata nazione devono essere riconosciuti come «diritti dell’uomo» in quanto tale.

È in questa situazione disperata che papa Francesco, ma anche diversi esponenti della chiesa italiana, fanno sentire la loro voce in modo forte e anche critico, ma in obbedienza alle istanze del vangelo: sbattere la porta in faccia a chi sta morendo nel «mare nostro» o respingere chi si avvicina al nostro territorio è «uccidere il fratello», negargli il diritto a vivere. E se è vero che non si possono accogliere tutte le miserie del mondo, ciascuno tuttavia superi se stesso e i propri egoismi nell’accogliere chi nella sua miseria rischia la morte.

Chi dice che l’intervento della chiesa in questi giorni genera confusione o chi giudica le parole dei vescovi un’invasione nel campo della politica vuole semplicemente mettersi al riparo da parole profetiche scomode e giustificare l’attuale esercizio del potere politico e finanziario. È vero che la chiesa e la politica hanno compiti diversi, ma in un’autentica democrazia anche le parole della chiesa, come quelle dei cittadini possono essere contestazione dell’esercizio del potere politico ed economico e contribuire a renderlo più giusto. La verità è che negli ultimi due decenni in Italia ci eravamo abituati a una presenza di chiesa silente sui temi della giustizia sociale concreta o a volte addirittura a una presenza ecclesiastica che accettava di fornire un supporto al potere, intonacando il muro cadente di una politica corrotta e senza rispetto degli ultimi e dei poveri.

Sì, da un’ipotesi di «cattolicesimo quale religione civile» siamo ritornati a un cristianesimo profetico che sa dire la verità a caro prezzo, anche di fronte ai potenti. Ed è significativo che chi oggi si oppone maggiormente alle parole profetiche della chiesa non siano tanto atei devoti o irreligiosi, ma sovente proprio dei cattolici, che si mostrano «cristiani del campanile» e non del Vangelo, arrivando anche a chiamarsi «cattolici adulti» di fronte alla semplice denuncia evangelica dei vescovi. Costoro non conoscono nemmeno cosa significhi autonomia dei cattolici in politica, conquistata a caro prezzo già dai padri costituenti, e confondono l’essere cattolici con il semplice richiamo verbale urlato a riti e tradizioni svuotate del nerbo e della mitezza evangelica che le avevano suscitate. Criticare un uso distorto del potere non significa alimentare la sfiducia verso la politica bensì ricordare nel concreto delle azioni quotidiane che «merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto».

Se oggi constatiamo qualunquismo, diffidenza, sfiducia verso le istituzioni nazionali e sovrannazionali, i primi che si dovrebbero interrogare sulle cause sono proprio quelli che esercitano il potere politico: si chiedano se per loro la politica è servizio verso gli ultimi e i meno muniti, se hanno il senso del bene comune e, qualora si dicano cristiani, si confrontino concretamente con il Vangelo e le sue esigenze e non con gli appetiti del loro piccolo campanile. Anche su questo, migranti e rifugiati ci interpellano.

macché proclama politico si tratta solo di un grido di umanità

un grido di umanità

Barca di migranti

barca di migranti

La Repubblica, 13 Agosto 2015
di ENZO BIANCHI

“Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”

Queste parole di Helder Camara oggi suonano al contempo attualissime e superate: almeno in Italia, ormai sono pochissimi quelli che chiamano “santo” chi sfama i poveri – al massimo è un buonista – mentre, con il trionfo del pensiero unico neo-liberista, l’epiteto “comunista” è usato solo da alcuni ambienti della destra americana nei confronti di papa Francesco.

Eppure, con il fenomeno dell’immigrazione siamo di fronte a un paradosso simile: chi ha responsabilità di governo e chi dall’opposizione confida di averne a breve continua a parlare di “emergenza” per un fenomeno che ormai risale ad almeno una ventina d’anni – o abbiamo già dimenticato le navi stracolme di albanesi che approdavano in Puglia? – e a latitare in azioni politiche a medio e lungo termine, confidando che il tessuto sociale e le reti della solidarietà umana suppliscano alle loro carenze. La chiesa e molti cristiani – realtà ben più ampia sia della CEI che del Vaticano – sono da sempre in prima linea in questa carità attiva sul territorio e cercano di porsi di fronte all’umanità ferita senza chiedere passaporti né badare a identità etniche o culturali. Eppure quando si occupano dei poveri di cittadinanza italiana passano inosservati, come se la loro azione fosse dovuta e scontata, mentre quando si chinano su fratelli e sorelle in umanità di altri popoli e paesi, vengono sprezzantemente invitati a farsi carico dei disoccupati di “casa nostra”.

Purtroppo in Europa abbiamo perso il valore della fraternità, valore generato dal cristianesimo e conquistato anche a livello politico nella modernità. Siamo tutti fratelli perché tutti esseri umani e come tali portatori di diritti che, nella loro stessa definizione, sono quelli “dell’uomo”. Noi invece siamo giunti a considerarli tali solo per i “cittadini”, escludendone gli “stranieri” come se non ne fossero degni. Sì, quando la fraternità viene meno, cresce la paura dello straniero, dello sconosciuto, del diverso: una paura che va presa sul serio ma che non va alimentata per farne uno strumento di propaganda politica. Va invece razionalizzata, contenuta e placata con un’autentica governance dell’immigrazione, con un volontà fattiva di collaborazione con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, con una politica che sappia interagire con i paesi da cui hanno origine i flussi più intensi di emigrazione. Certo, non possiamo accogliere tutti, ma la solidarietà umana ci spinge a superare i limiti delle nostre comodità e ad accogliere l’altro per quello che siamo capaci, senza innalzare muri.

Questa “emergenza” non è tale: è un fenomeno che durerà a lungo ed è contenibile nei suoi effetti solo con uno sforzo di solidarietà. La sua portata, del resto, è tale che mette in crisi ogni tentativo di respingerlo con la forza. L’Europa sembra in piena confusione, non più sicura dei suoi valori umanistici, delle sue lotte secolari per il riconoscimento dei diritti di ogni essere umano, in qualsiasi situazione si trovi. Ritrovare questi principi decisivi non è questione solo cristiana, è innanzitutto umana e, proprio per questo, cristiana: l’accoglienza è una responsabilità umana perché l’altro è uguale a me in dignità e diritti.

Su queste tematiche a volte la chiesa suscita ostilità quando parla e agisce con la parresia dei profeti e di Gesù di Nazareth. Il Vangelo per molti sarà utopia irrealizzabile, ma non pone condizioni o limiti al comandamento di servire affamati, assetati, stranieri, carcerati, ignudi, ammalati… Parla invece di “farsi prossimo”, di andare incontro a chi è nel bisogno, fino al paradosso di “amare i nemici”. Queste esigenze radicali poste da Gesù possono dar fastidio a molti, ma chi professa di essere suo discepolo non può fare a meno di sentirle come appelli ineludibili rivolti proprio a se stesso. Il cristiano si saprà sempre inadeguato nel mettere in pratica queste parole, sovente dovrà riconoscere che il proprio comportamento quotidiano le contraddice, ma non potrà mai accettare che carità fraterna, solidarietà, accoglienza siano variabili da sottomettere alle necessità della realpolitik.

Così un cristiano, di fronte al dramma di milioni di esseri umani vittime della guerra, della fame, della violenza, della cecità anonima della finanza e del mercato, della “politica” di potere, proverà vergogna per non riuscire a far nulla nemmeno per quelle poche migliaia di disgraziati che giungono fino al suo paese, ma non potrà tacere e non gridare “vergogna” a chi chiude gli occhi di fronte al proprio fratello in umanità che soffre e muore, tanto più se chi si astiene dall’agire ha responsabilità, onori e oneri di governo.

Sì, come ha detto papa Francesco, “respingere gli immigrati è un atto di guerra!”. Questo non è un proclama politico: piaccia o meno, è un grido di umanità.

viviamo in tempi brutti e governati da barbari: parola di E. Bianchi

«questo governo mi sembra cristiano solo di nome»

intervista a Enzo Bianchi

Bianchi

 

 

a cura di Vittorio Zincone
in “Sette” – Corriere della Sera –  del 3 luglio 2015

Bose, colline del Canavese. Piemonte. Una vecchia cascina ristrutturata con accanto una chiesa nuova da cui riecheggia una preghiera melodiosa intonata dai monaci. Uno di loro mi viene incontro. Indica una spianata verde. Dice: «Vorrei essere degno di quel prato». Silenzio. Dopo qualche minuto il priore Enzo Bianchi, 72 anni, occhi azzurri e barba bianchissima, mi raggiunge in una stanzetta spoglia. La sua Comunità monastica sta per compiere cinquant’anni. E lui da mezzo secolo predica un Cristianesimo fatto di amore e misericordia. Ha sempre rifiutato di essere ordinato sacerdote e forse anche per questo una parte della Chiesa cattolica lo capisce poco e lo detesta. Bianchi, Premio Artusi 2014 (riservato ai teorici del cibo sublime), mentre mi porge un vassoio di crostini con alici cantabriche, spiega che la Comunità accoglie tutti: non solo cristiani, ma anche ebrei, ortodossi, buddisti, atei. Negli anni Settanta ci capitò pure un latitante delle Br. Racconta: «Gli trovammo un mitra nella stanza. Lo facemmo sparire. Poco dopo il brigatista se ne andò». Il priore è un paladino del dialogo tra le religioni, un promotore dell’unità dei cristiani. È anche un po’ compagno: cita l’Omnia sunt communia dei padri della chiesa e di Thomas Müntzer. È un naturale abbattitore di barriere e ha pubblicato decine di libri. L’ultimo, Raccontare l’amore (Rizzoli), è un’esegesi appassionata di quattro parabole evangeliche: “Il buon samaritano”, “Il figliol prodigo”, “Il ricco e il povero Lazzaro” e “Il fariseo e il pubblicano”. Gli faccio notare che molte delle sue pagine hanno una incredibile somiglianza con il messaggio dell’Enciclica Laudato Si di Papa Francesco: l’attenzione agli ultimi e il rispetto per gli esseri umani. C’è anche una condanna all’idolatria del denaro. Sorride: «Non ho mai trovato nessuno con una simile consonanza di idee. Con Francesco abbiamo in comune il cristocentrismo, l’importanza del Vangelo, che viene prima della dottrina e prima dei dogmi. Il non aver paura di dire le cose con forza e allo stesso tempo la condanna della violenza delle parole. Anche lui cerca un antidoto contro la barbarie verbale». Sono tempi barbari? «Barbari e poco cristiani. C’è chi parla di ruspe, chi offende i musulmani, chi sventola forconi contro gli immigrati. Ogni ragionamento ormai parte dalle differenze, dai propri convincimenti. Si è persa di vista la base necessaria per un qualsiasi dialogo, e cioè il fatto che siamo tutti uomini». Il leader della Lega, Matteo Salvini, parlando dell’accoglienza, ha detto: «Sono cristiano, ma non autolesionista». «Si reputano cristiani cattolici perché la Chiesa cattolica glielo ha permesso. Dicono di avere una cultura cattolica perché hanno un campanile nella piazza del paese». Le responsabilità della Chiesa cattolica… «Negli anni Ottanta tutte le religioni si sono ripiegate su se stesse. E a partire dagli anni Novanta la Chiesa italiana ha cavalcato questo identitarismo, fatto di crocifissi in classe e feste comandate. Pensi al Veneto, zona bianca, molto cattolica: oggi esplodono polemiche cristianamente inaccettabili sull’accoglienza degli ultimi. Questa identità posticcia ha svuotato dal di dentro la fede cristiana. I vescovi avrebbero dovuto dire che il Vangelo è un’altra cosa. E che non va annunciato o sventolato come un’arma, ma vissuto. Bisogna imparare prima a essere uomini». La gestione della Conferenza episcopale da parte di Camillo Ruini non è stata la sua preferita. «Certamente no. In quel periodo la Chiesa italiana è stata tentata di diventare religione civile. Ha appoggiato una guerra, quella del Golfo, che lo stesso papa Wojtyla aveva condannato. E invece si sarebbe dovuta concentrare sugli ultimi. Io li incontro: malati, anziani. Hanno bisogno di fraternità. Gli italiani hanno inseguito e conquistato l’individualismo libertario, ma hanno perso ogni orizzonte comunitario sociale. Anche la sinistra lo ha perso». Il governo di Renzi è cattolico e di sinistra.
«Mi sembra che ci sia molto cristianesimo nominativo. Non mi pare che gli obiettivi di questa politica siano la giustizia sociale, l’equità, il favorire le relazioni tra gli uomini e farli uscire dall’isolamento. I cattolici in politica sono afoni». In realtà parlano ogni giorno: contro i matrimoni gay, contro il testamento biologico… «Sono cristianamente afoni. Non esistono più. Sono addirittura ridicoli. Non pronunciano mai una parola ispirata dal Vangelo». È vero che lei da giovane ha fatto politica con la Dc? «Ero nel movimento giovanile democristiano. Area fanfaniana. Nel 1968, quando ero qui a Bose già da tre anni, mi proposero di candidarmi alla Camera. Rifiutai». A cena col nemico? «Non considero nessuno un nemico. Uno molto distante è… Fabrizio Corona! Lo inviterei volentieri a cena. Una volta in treno ho sentito dei ragazzi dire: “Vorrei essere come Corona”. Parlavano della sua ricchezza, della vita scintillante…». Lei ha un clan di amici? «Ho molti amici. Ne cito due: Massimo Cacciari e Michelina Borsari». Qual è l’errore più grande che ha fatto? «Essere diventato una persona a cui molti fanno riferimento. Un po’ mi imbarazza. Anche perché io non ho visto grandi luci e Dio non mi parla. Qualche volta mi domando persino se sono davvero credente. Tutta questa grandezza non l’ho scelta». Lei ha scritto decine di libri. Le è capitato di andare in tv. Questa “mondanità” le viene rimproverata. «Ma noi non siamo monaci separati dalla società, la nostra non è una fuga mundis, dall’umanità. Noi siamo nel mondo. Il nostro è il monachesimo ospitale di san Basilio, è l’esempio di Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano della Resistenza”. Qual è la scelta che le ha cambiato la vita? «Decidere di trascorrere alcuni mesi a Rouen con l’abbé Pierre. Lì ho conosciuto un altro Cristianesimo. C’erano ex legionari, ex alcolizzati, gli ultimi della terra. Un giorno Pierre mi sorprese mentre leggevo la Bibbia, al sole. Mi disse: “Non è il caso che gli altri ti vedano fare questa lettura. Tu non sei qui per spiegare la dottrina e non sei qui per fare la carità. Cerca solo di vivere da uomo cristiano in mezzo agli uomini”. Rientrato in Italia decisi di lasciare tutto e di venire a Bose». Per tre anni lei restò isolato dal mondo. In solitudine. «C’era un vicino anziano con sua madre. Mi diede in affitto un casale per tre anni». Come pagava l’affitto? «Sradicando vecchie viti. Piantando pini. E ogni tanto facendo qualche traduzione dal francese. Non c’era elettricità e nemmeno acqua corrente. Il primo altare l’ho ricavato da un vecchio frantoio di pietra. Lo illuminai con un candelabro forgiato unendo alcuni ferri da camino». Sapeva lavorare il ferro? «Mio padre era stagnino. Quando è morta mia madre, avevo 8 anni e cominciai a seguirlo sul lavoro. A casa cucinavo io. In quel periodo due donne fantastiche, Norma ed Elvira, la maestra e la postina del paese, si presero cura della mia formazione. Mi donarono i testi di san Basilio e mi permisero di acquistare molti libri». Il libro preferito? «Il potere e la gloria di Graham Greene». Il film? «Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Ho conosciuto Pasolini ad Assisi. Era burbero, ma sapeva sciogliersi in dolcezza». La canzone? «Ne me quitte pas di Jacques Brel. L’amore e l’abbandono”. Lei ha raccontato di aver avuto una fidanzata. «La lasciai per venire a Bose. Ogni tanto ci sentiamo. Mi ha scritto una lettera di auguri bellissima per i miei settant’anni».
È vero che compiuti i 50 le è venuta voglia di paternità? «Ho sentito come una mancanza il non avere un figlio. Quando la sera sono nel mio eremo, da solo nel bosco, a qualche minuto dalla Comunità, ogni tanto mi viene un po’ di malinconia. La voglia di una relazione intima. Di un “tu”. Noi monaci il “tu” lo diciamo solo a Gesù, ma Gesù non lo abbiamo mai visto». Lei conosce i confini della Libia? «Sono stato in Tunisia, Egitto, Sudan». Sa quanto costa un pacco di pasta? «Un euro e mezzo? Ogni tanto mi infilo nei supermercati. Osservo le persone e la barbarie a cui sono costrette». La barbarie? «Per un piemontese comprare delle alette precotte e caramellate è una barbarie. Solo una crisi profonda ti può portare a mangiare quella roba». Conosce l’articolo 3 della Costituzione? «Nel 2009 mi hanno conferito il premio “Articolo 3”. Purtroppo però di fronte alla legge non siamo tutti uguali. Ci sono politici che vivono nell’illegalità e che vengono continuamente riciclati nelle istituzioni». Sul Fatto Quotidiano, lei ha criticato Vincenzo De Luca, condannato per abuso di ufficio ed eletto presidente della Campania. «Provo vergogna. In Italia è così difficile dire che la legalità va rispettata?». Tutti sostengono che De Luca sia un ottimo amministratore. «Non lo metto in dubbio. Ma l’uomo farà sempre cose cattive se non gli nuocciono o se sa di farla franca. Per evitare che si comporti male serve un supporto culturale, una linea etica, un esempio. E se la politica non dà l’esempio…».

la maggiore cautela che i cristiani dovrebbero usare

la tentazione della “buona risposta”

di Enzo Bianchi
in “Jesus” del maggio 2015

Bianchi

 

 

Da secoli noi cristiani pensiamo di dover dare una “buona risposta” su tutto. In questa ansia – oggi causa di sempre maggior fastidio nei non cristiani – finiamo a volte per dare risposte preconfezionate, incuranti della realtà mutevole e sfaccettata né della diversità delle persone e del mistero che ciascuna di loro racchiude. Occorrerebbe un serio esame di coscienza: e se l’altro ci trattasse come noi trattiamo lui? E se ciò che diciamo con sicurezza all’altro fosse anche un giudizio su di noi? Ci ricordiamo dell’avvertimento di Gesù: “Con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi” (Mt 7,2)? E ci ricordiamo che Gesù era maestro anche nell’arte del non dire tutto? Come non ammettere che nella chiesa sovente i rigoristi che giudicano con severità alcuni peccati commessi dagli altri, sono in realtà i primi a commettere quegli stessi peccati? E piuttosto di condannare se stessi, infieriscono sugli altri: come ha detto recentemente papa Francesco, “puniscono negli altri quello che nascondono nella loro anima”… In questi giorni nelle nostre chiese d’occidente emerge costantemente la questione dell’orientamento sessuale, del gender e degli statuti che questo può richiedere. Possiamo, come cristiani, dire alcune parole in proposito, e dirle umilmente, fornendo indicazioni per cercare ancora? Innanzitutto dovremmo evitare di parlare semplicisticamente di omosessuali, eterosessuali, bisessuali o transessuali perché le persone non possono essere definite dai loro comportamenti o a essi ridotte. Occorre inoltre ammettere che l’orientamento sessuale appare come un enigma (attenzione: un enigma, non un mistero): non è una scelta dell’individuo né sta nello spazio delle patologie; emerge in diverse situazioni; persino di fronte agli stessi cammini educativi e allo stesso “venire al mondo” l’orientamento può manifestarsi come eterosessuale, omosessuale, o con altre varianti al di là delle libere scelte. Perché? Per ora non abbiamo una risposta: non dobbiamo però avere paura dell’enigma, ma prenderlo sul serio perché parte della realtà complessa dell’umano. Là dove ci sono “storie d’amore”, c’è l’amore sempre vulnerabile, la necessità del perdono, della fiducia sempre da rinnovare, la fatica della fedeltà, mai piena. L’amore, che è il fine della relazione, è più grande della condizione in cui si è abilitati ad amare. Da questo dovrebbe discendere molta cautela nel dare giudizi o nel richiedere alle persone di essere ciò che non possono essere: si deve guardare alla relazione, all’amore vissuto e tentato dai partner, alla loro sincerità, astenendosi dal giudicare le persone. È vero, i comportamenti omosessuali sono severamente esecrati dall’Antico e dal Nuovo Testamento – anche se i vangeli non registrano parole esplicite di condanna da parte di Gesù – ma il peccato resta una realtà presente anche in tutti i comportamenti sessuali e in ogni azione da noi compiuta assecondando l’egoismo, la violenza, l’arroganza del potere sull’altro. Uomini e donne, qualunque orientamento sessuale abbiano, sono sempre creature amate da Dio; nella chiesa sono cristiani nati dal battesimo, conformati a Cristo e dotati di una capacità di testimonianza e di missione nel mondo; e in quanto battezzati sono sacerdoti, profeti e re (cf. Lumen gentium 34-36), tutti partecipi del corpo di Cristo. A tutti, nessuno escluso, la chiesa deve chiedere di tentare di vivere il Vangelo, tutti deve amare come si amano le membra del corpo di Cristo, e tutti deve aiutare a vivere l’amore con gli enigmi che esso contiene. La chiesa non è stata chiamata a condannare il mondo ma a indicare al mondo vie di salvezza, e queste stanno sempre in cammini di umanizzazione. Nessuna ingenuità e nessuna resa: a tutti la chiesa chiede responsabilità nei comportamenti; chiede lotta contro la philautía, l’amore egoistico di se stessi; chiede di non cedere al facile e conformista “così fan tutti”; chiede di combattere i nuovi idoli dominanti, tra cui spicca l’individualismo esasperato, in base al quale i desideri devono diventare diritti. Non tutto è possibile e non tutto può essere un diritto! Chiediamoci in ogni circostanza qual è il cammino di umanizzazione più fecondo e felice per ciascuno, senza aver la pretesa di possedere a priori l’unica risposta possibile.