un papa dalla grande “potenza semiotica” – un libro di due professori di semiologia

papa Francesco

un papa “pop” dalla grande “potenza semiotica

intervista a Paolo Peverini e Anna Maria Lorusso, curatori del libro “Il racconto di Francesco”

in anteprima alcuni dettagli sul portale unico dei media vaticani

Papa Francesco è un “Papa pop”, un “Papa leader” che “produce senso”, che comunica “semplicità”, rivelando una grande “potenza semiotica”. Jorge Mario Bergoglio, a quasi cinque anni dall’elezione al soglio di Pietro, è stato capace di “ridefinire alcune aree di senso della cristianità e forse del più generale vivere insieme”. È questo che sottolinea il libro appena pubblicato dalla Luiss University Press

“Il racconto di Francesco. La comunicazione del Papa nell’era della connessione globale”

che sarà presentato per la prima volta alla stampa giovedì 9 novembre nella sede romana della Rai, nella Sala degli Arazzi di viale Mazzini, alla presenza del presidente Rai, Monica Maggioni, e del prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede, mons. Dario Edoardo Viganò.

Il Sir ha incontrato in anteprima i due curatori del volume, i semiologi Paolo Peverini (Università Luiss “Guido Carli”, consultore per la Segreteria per la comunicazione) e Anna Maria Lorusso (Università di Bologna), che coinvolgendo altri noti studiosi – tra cui Ruggero Eugeni, Isabella Pezzini e Maria Pia Pozzato – hanno realizzato un’attenta analisi della comunicazione di Papa Francesco, offrendo una prospettiva inedita d’indagine grazie agli strumenti della Semiotica.
Tra le particolarità della pubblicazione c’è un’importante esclusiva: nel suo saggio Peverini, nell’approfondire la comunicazione del Pontefice, richiama alcuni aspetti del nuovo portale unico dei media della Santa Sede, in corso di messa a punto con la riforma, avendo potuto visionare il progetto grazie alla Segreteria per la comunicazione.

Anzitutto il libro, “Il racconto di Francesco”. Nel testo sottolineate come Papa Francesco rappresenti un’occasione particolarmente “ghiotta” per la semiotica.
Papa Francesco è dal nostro punto di vista una specie di potente “macchina semiotica”. Tutti noi, in quanto soggetti umani, siamo macchine semiotiche, nel senso che produciamo senso continuamente, inevitabilmente, talvolta inconsapevolmente, con tutto il nostro fare (non solo quando parliamo ma quando ci vestiamo, gesticoliamo, fotografiamo, etc.). In Papa Francesco, però, è come se le diverse dimensioni della comunicazione assumessero piena visibilità; la sua capacità di ridare significatività e attenzione a modi di essere spesso non marcati, percepiti come casuali (dove si abita, come si telefona, che scarpe si indossano…), è davvero straordinaria e

il modo in cui riesce a far convivere spontaneità e coerenza (quasi programmatica) potrebbero essere una lezione per tutti coloro che si chiedono, a tavolino, come si realizza una comunicazione strategica.

Di fatto il suo modo di comunicare rinnova i codici della comunicazione istituzionale e rituale quasi a ogni passo; il suo modo di restare in equilibrio fra rinnovamento continuo e riconoscibilità, fra immediatezza e carismaticità, costituisce a nostro avviso un caso piuttosto unico di comunicazione pubblica.

 

 

È molto interessante, di fatto unica, la prospettiva che offrite nel tratteggiare la comunicazione di Francesco, concentrandovi su come il Papa ridefinisce alcune aree di senso della cristianità.
La domanda da cui siamo partiti, nel riflettere su Papa Francesco, aveva sostanzialmente a che fare col suo “successo”, ovvero col fatto che fosse riuscito in poco tempo a ridare credibilità alla Chiesa, a conquistare il consenso di fasce anche non cattoliche di popolazione, che fosse riuscito a stabilire un legame “diretto” con la gente. Tutto ciò ha a che fare certamente col suo modo di comunicare, ma in un senso molto più radicale ed esteso di quanto “comunicazione pubblica” possa far intendere. Si trattava per noi di indagare il suo modo di essere tout court, anche quando apparentemente non comunica (certe scelte pragmatiche ad esempio, come indossare un determinato orologio o un certo crocifisso) o anche quando non è lui direttamente il responsabile di un certo discorso sulla Chiesa (come nella gestione dei film su di lui) o quando si affida alla sua rete mediatica vaticana. Attraverso questa riflessione a 360° ci siamo resi conto che la grandezza semiotica di Papa Francesco consiste proprio in una cifra ricorrente, che ridefinisce certi spazi, certi riti e certe pratiche della cristianità.

Papa Francesco riesce a rinnovare la Chiesa standoci dentro; ne rispetta i riti ma li reinterpreta (ad esempio, iniziando il suo primo discorso con il famoso “Buonasera!”), ne rispetta gli spazi ma preferisce percorsi marginali (Santa Marta…), sceglie di immergersi fra la gente ma conserva e anzi accresce il suo carisma. Il suo modo di rinnovare il ruolo papale ha a che fare con la sintesi degli opposti, non con l’esclusione e la frattura.

Perché Papa Francesco è considerato “pop”?
Ci sono tante ragioni per cui possiamo definire Papa Francesco “pop”. È pop perché ricorre a un linguaggio irrituale, perché è in grado di declinare contenuti complessi in forme brevi (si pensi al grande successo dei suoi messaggi su Twitter), manifesta curiosità nei confronti di forme attuali di autorappresentazione come i selfie. Privilegia il contatto diretto con l’interlocutore scegliendo il mezzo del telefono; valorizza modi di dire diretti e azioni di vita quotidiana, come l’andare nei negozi. Allo stesso tempo, tuttavia, Papa Francesco riesce a declinare il suo messaggio all’interno di grandi eventi mediali come il discorso tenuto in lingua spagnola in occasione del Super Bowl e incentrato sui valori della pace, dell’amicizia e della solidarietà.

È pop perché alla sacralità che crea distanza preferisce modi espressivi che non solo riducono le distanze ma mirano all’inclusione. È pop perché è amato dalla gente, perché la gente lo sente vicino, lo sente “uno di loro”, in una strana unione tra carisma e normalità.

In ultimo, avete avuto una straordinaria opportunità, la possibilità di visionare e studiare in anteprima il nuovo portale dell’informazione vaticana (SpC) che verrà lanciato nei prossimi mesi. Cosa ci potete svelare?
Grazie alla disponibilità della Segreteria per la comunicazione e in primo luogo del prefetto, mons. Dario Edoardo Viganò, abbiamo avuto l’opportunità preziosa di visionare in anteprima una prima versione (tuttora in fase di evoluzione) del nuovo portale dell’informazione. Da studiosi, quello che ci interessava era in primo luogo prendere in esame la correlazione tra i valori a fondamento del pontificato di Francesco e l’esordio del nuovo portale, un’operazione di portata strategica mirata per la prima volta a riunificare tutti i media della Santa Sede in un’unica struttura fondata sulle logiche dell’efficienza e della convergenza mediale. Secondo questa prospettiva, l’aspetto che ci sembra più significativo è che

il nuovo portale si fonda sul tentativo di operare una sintesi tra la dimensione “apostolica” e quella “informativa”.

Al suo fondamento ci sarebbe cioè una strategia di comunicazione volta a ridurre la distanza con il destinatario, ribadendo l’esigenza della vicinanza all’altro, del dialogo multiculturale e interreligioso. L’invito all’inclusione, all’incontro, temi centrali nell’idea di Chiesa sollecitata e prefigurata da Francesco sin dalla sua elezione al soglio di Pietro, vengono declinati in modo esplicito nel nuovo portale, assumendo un valore simbolico che trascende la dimensione dell’usabilità (i cui criteri sul piano tecnico sono stati in ogni caso ampiamente rispettati).

 

papa Francesco non è eretico – parola dei professori della Gregoriana

“dal chiodo alla chiave: la teologia fondamentale di Papa Francesco”

un libro scritto da nove professori della Gregoriana che hanno accolto la sfida del Pontefice: fare questa disciplina insieme, nella chiesa e per il mondo

la copertina del libro

di marco roncalli

Di quale teologia ha bisogno oggi la Chiesa? Di teologi che si compiacciono di un pensiero completo e concluso? No. Perché il teologo deve «trasmettere il sapere e offrirne una chiave di comprensione vitale, non un cumulo di nozioni non collegate tra loro». Perché alla Chiesa oggi non serve «una sintesi», ma «una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede». E, in quest’atmosfera, anche la teologia è chiamata a fare proprio «un movimento evangelico» che va dal centro alla periferia e viceversa «secondo la logica di Dio che giunge al centro partendo dalla periferia e per tornare alla periferia». Da qui anche un’ immagine di teologo, tanto più «fecondo ed efficace quanto più sarà animato dall’ amore a Cristo e alla Chiesa, quanto più sarà solida e armoniosa la relazione tra studio e preghiera».

Così Papa Francesco il 10 aprile 2014 rivolgendosi alla comunità della Pontificia Università Gregoriana, sede della facoltà teologica con il più alto numero di studenti, da secoli fucina di teologi per tutti i continenti. Parole che ora aprono  il volume

«Dal chiodo alla chiave. La teologia fondamentale di Papa Francesco» (LEV, pagg. 160, 10 euro)

curato da Michelina Tenace, con il contributo di nove professori del Dipartimento di Teologia Fondamentale

della Gregoriana: un libro che, raccogliendo le provocazioni lanciate ai teologi dal pontefice in questa università, ne recupera nel titolo la parola «chiodo»: pronunciata da Francesco quando il gesuita François- Xavier Dumortier, allora Rettore della Gregoriana – nell’incontro ricordato – gli presentò il Direttore del Dipartimento di teologia fondamentale. «Teologia fondamentale! È come succhiare un chiodo!», disse Bergoglio per descrivere questa disciplina spesso declinata nella presunzione di un sapere teologico chiuso su sé stesso (e magari dedotto a priori da enunciati metacronici o predizioni, per dirla con Karl Rahner), o talmente sigillato da favorire quell’aridità del cuore sempre dannosa (e fuori luogo in qualsiasi riflessione su Dio). Un’uscita estemporanea, non dimentica della propria esperienza di studente, chino su manuali dove la morale era fatta di «si può» e «non si può», «fin qui sì» e «fin qui no», alquanto estranea al discernimento. Un modo di fare teologia, avrebbe ricordato in un’altra occasione, che «ha provocato l’atteggiamento casuistico» per risolvere i problemi. «Ciò che c’era nei libri era più reale di ciò che succedeva nella vita ». E tuttavia: «La “grande scolastica”, quella del “grande Tommaso” è quella che “tiene conto della vita”…». E ancora «Quando un’espressione del pensiero non è valida? Quando il pensiero perde di vista l’umano», così Papa Francesco nel colloquio spontaneo con i Gesuiti il 24 ottobre scorso durante la loro ultima Congregazione Generale, affrontando temi diversi: dal coraggio profetico al clericalismo, dalla pace alla crisi delle vocazioni, dalla politica al discernimento delle situazioni morali in alcune delle quali solo nella preghiera si ha luce sufficiente. In realtà, come coglie nell’introduzione Michelina Tenace, «quando Francesco descrive il vero teologo, in realtà, senza volerlo, rivela sé stesso». «Perciò» – aggiunge – «osiamo dire che, oggi, la teologia fondamentale ha un maestro e un testimone affascinante: il Papa Francesco, che è il papa della teologia fondamentale per il terzo millennio». Beninteso, una volta capito che anche la teologia fondamentale va integrata con l’impegno missionario, la carità fraterna, la condivisione con i poveri, la cura della vita interiore nel rapporto con il Signore; e che – diversamente dal passato in cui si mettevano in opposizione i teologi che si occupavano di dottrina e quelli dediti alla pastorale – in realtà «l’incontro tra dottrina e pastorale non è opzionale [ma] è costitutivo di una teologia che intende essere ecclesiale» (così nel videomessaggio papale al Congresso Internazionale di Teologia presso la Pontificia Università Cattolica Argentina all’inizio del settembre 2015). E allora la teologia fondamentale ha in questo anche un suo statuto chiaro. «Si occupa di aprire un passaggio dentro alla Chiesa, fra più realtà in contatto fra di loro: fede, credenza e non credenza; credenze varie a confronto; mondi e culture in dialogo, passato e futuro in ricerca di un senso in Cristo», sintetizza Tenace. Cristo, comunque – detto con von Balthasar – chiave ermeneutica anche di tutte le esperienze dell’umano. Insomma la teologia che non ha legame con la vita e la preghiera è una scienza su Dio che rischia di diventare ideologia: che porta a vedere anche la Chiesa in modo ideologico. Ben diversa la teologia fondamentale delineata nelle pagine di questa raccolta di saggi, che diventa luogo di incontro e di dialogo. Così chiedono a gran voce i nove professori – sei gesuiti e tre professoresse – coautori di questo libro.  

Vediamoli qui in sintesi.  

L’indiano Joseph Xavier, nel suo saggio, dato risalto alla riflessione di Francesco collocandola nel solco dei predecessori, testimonia nell’esperienza di Jorge Bergoglio l’importanza del suo incontro personale con Gesù. Notando poi come Papa Francesco insista sul fatto che la fede cristiana derivi dal principio fondamentale che Dio ci ha amati per primo e che, appreso ciò, lo stile di vita del cristiano cambia, nella consapevolezza che lo Spirito Santo continua a fare da guida negli eventi quotidiani. È, a ben guardare, l’invito a un continuo discernimento. Una volta che una persona è divenuta vero discepolo di Cristo, si rende conto che la sua fede non è una teoria prestabilita, ma una prassi. La fede è un invito ad agire come Cristo. Tra i temi più ricorrenti nei testi papali Xavier si sofferma inoltre su due in particolare: la nozione di cammino e l’incapacità di farsi guidare da Dio. In tal caso, Dio è solo un’idea convenzionale, non una realtà vivente che tocca la vita d’ogni giorno. Seguendo le dinamiche di fede nel pensiero del pontefice, Xavier evidenzia infine come per Francesco quando la fede si riduce ad un bandolo di principi e dottrine senza interruzioni, può degenerare in un sistema schiavistico di regole e come essa non possa mai esistere in un assoluto isolamento, ma debba essere condivisa.. Insomma «La fede diventa realtà solo nella vita del popolo» (e qui come non riconoscere con Xavier l’influenza che arriva dalla «teologia del popolo» degli argentini Lucio Gera e Rafael Tello o delle riflessioni della Conferenza Episcopale dell’America Latina?).  

L’ungherese Ferenc Patsch descrivendo la situazione mondiale come un «tempo di transizione», dall’era industriale all’era post-industriale, indica la teologia di Francesco come la risposta più adeguata alle sfide che ne conseguono e tra le cifre del Magistero attuale sottolinea il costante riconoscimento della contestualità e della storicità («il modo di dirsi e la condizionatezza socio-culturale della verità, anche quella teologica»). A tal proposito elabora tre applicazioni concrete – la teologia morale, la missiologia, la teologia ecumenica -mostrando come si manifestano i principi individuati nel lavoro concreto del «teologare». Infine individua la vera novità del Magistero di Papa Francesco nell’«autocoscienza dei limiti», nel coraggio con cui esprime «la situazionalità storico-culturale della teologia», nella «convinzione dell’inopportunità di sostituirsi agli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche sui loro territori». È questo il contributo in cui si dilata anche il confronto con il testo di «Amoris Laetitia», nel quale per Patsch Francesco ha dimostrato un grande realismo e un atteggiamento eminentemente pastorale affrontando «in modo compassionevole» la condizione di coloro che vivono in «diverse situazioni dette “irregolari”», e pur «mantenendo il depositum fidei, ovvero salvaguardando l’indissolubilità del matrimonio voluto dallo stesso Cristo» introducendo «una nuova regolazione disciplinare (nota bene: non dottrinale!), concernente la possibilità di ammettere alla comunione eucaristica “in certi casi” i divorziati risposati, dopo un necessario discernimento personale e pastorale e senza più esigere in ogni caso l’impegno alla continenza sessuale».  

Per l’americano Andrew Downing i testi di Francesco, in particolare le encicliche sviluppano diversi aspetti di un’unica credenza di base: la fede cristiana affonda le radici nell’incontro storico con Dio; il suo compito nella situazione storica attuale e la sua speranza sono da scoprire in un futuro che Dio e il suo popolo costruiscono insieme. In questo modo, il pontefice palesa come lo stile della sua riflessione teologica sia modellato da una consapevolezza storica della realtà del presente e del passato, anche quando questa rimane aperta all’orizzonte del futuro.  

Decisamente originale il contributo del francese Nicolas Steeves che tratteggia il profilo di Francesco quale Papa tifoso delle immagini (difficile persino contare le tante metafore usate nei suoi discorsi, come pure i tanti gesti simbolici sapientemente diffusi ai media, materiale sovente motivo di critiche), interrogandosi sulla relazione di questa «tattica immaginifica» con la teologia che diviene per Francesco un vero «locus theologicus». E non a caso Steeves richiama quale prima fonte della teologia fondamentale immaginale di Francesco il pensatore Romano Guardini. Non a caso nota che questo ruolo dato alle immagini e all’immaginazione, porta inevitabilmente Francesco ad apprezzare e accogliere, nel rispetto della coerenza della Rivelazione, una certa pluralità nell’ermeneutica della Rivelazione stessa (non consentita da una teologia meramente concettuale). Conclude il gesuita: «Ovviamente, per alcuni, dalla forma mentis più nozionale o sistematica, un tale modus procedendi può disturbare. Tuttavia, bisogna notare che lo stesso Gesù di Nazareth parlava quasi sempre in parabole o con metafore…».  

Sul «metodo teologico» di Papa Francesco, tanto induttivo quanto esistenzialista, tanto lontano da visioni astratte e garantiste quanto vicino a visioni più rischiose, e segnate da consapevolezza storica, interviene l’irlandese Gerard Whelan. Pronto a ricordarci – con il cardinale Walter Kasper – la non appartenenza di Bergoglio al mondo accademico (a differenza di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), il gesuita suggerisce di guardare in ogni caso alle tre principali caratteristiche del metodo con cui Francesco fa teologia. Un metodo che affonda le sue radici nella nozione di discernimento (desunta dagli «Esercizi Spirituali » di Sant’Ignazio); adotta lo stile induttivo del metodo «Vedere-Giudicare-Agire»; mostra un’ opzione preferenziale per i poveri. Secondo Whelan dall’uso di tale metodo derivano tre conseguenze: la critica a quanto ritiene pensiero astratto o ideologico, l’appello alla cultura dell’incontro, l’opposizione nei suoi confronti da parte di alcuni ambienti. Ne emerge in sintesi, un invito a cambiare orizzonte, a considerare novità che i teologi stessi hanno il compito di spiegare ad un uditorio accademico, magari beneficiando delle indicazioni del teologo canadese Bernard Lonergan, familiare alla tesi per cui la sfida nella moderna teologia consiste nel trasformare «una mentalità classica in una consapevolezza storica». Ciò comporta, innanzitutto, una trasformazione nell’orizzonte dei teologi da «una consapevolezza differenziata teoricamente» a una «consapevolezza differenziata interiormente». Nella lettura lonerganiana, questa trasformazione era una delle vere novità del Vaticano II.   

A Papa Francesco, erede – cioè ricettore di una tradizione, e innovatore – ovvero persona che risponde creativamente a ciò che ha ricevuto, guarda da vicino lo scritto dell’irlandese James Corkery. E pur certo che del papa si possa parlare in tanti modi come è stato fatto sino ad oggi, rammentato che trattasi del primo Papa dall’America Latina, del primo gesuita, quindi del primo religioso, sottolinea il dato che Bergoglio non ha preso parte al Concilio, ha studiato teologia dopo la sua chiusura, dunque… è il primo vero Papa post-conciliare che dal suo immediato antecessore si differenzia nel metodo, nel linguaggio e nello stile specie quanto a innovazione. In cosa consista questa innovazione Corkery lo spiega così. «Per primo, si è registrato un cambiamento nell’ecclesiologia; poi, il recupero di prospettive ormai dimenticate: quella dei poveri e quella di una Chiesa in dialogo con il mondo; terzo, si è dato maggiore equilibrio alle due Costituzioni del Concilio Vaticano II sulla Chiesa, Lumen Gentium e Gaudium et Spes; quarto, operando da gesuita, ha governato in maniera innovativa e ha richiamato l’attenzione al principio che “la fede opera la giustizia”; quinto, ha fatto teologia in modo nuovo». Come? Meno esigente dal punto di vista accademico, gesuita già alla scuola della teologia kerygmatica, nella sua teologia contestuale afferma che i nostri pensieri devono avere sempre qualcosa di incompiuto. Torna il leit motiv del sistema chiuso, che, oggi, può essere considerato tutt’al più una caricatura della teologia.  

Insieme ai sei gesuiti intervengono qui tre professoresse della Gregoriana. La spagnola Carmen Aparicio Valls, autrice del saggio sulla significatività della Parola negli scritti di Francesco, ne sottolinea il costante richiamo a lasciarsi illuminare da essa «oltre le nostre previsioni e i nostri schemi». «Parlare della Parola negli scritti di Papa Francesco ha un nome: Gesù Cristo. È Lui la Parola definitiva di Dio, il compimento delle sue promesse; è la Parola che si è fatta carne e che, assumendo la nostra condizione, con il nostro linguaggio, ci dice che Dio è Padre, Figlio e Spirito». Interessante constatare in che modo la Parola di Dio chiede il nostro ascolto più fecondo: sollecitando l’abbandono dei nostri meri interessi, l’uscita dalla autoreferenzialità, invitandoci a correre il rischio dell’incontro senza discriminazioni. Scritti e gesti del pontificato inducono a riconoscere che tale rischio va corso, che è necessario tornare alla radice della fraternità. Anche questo contributo torna poi sul metodo induttivo del pontefice che – continuando una modalità inaugurata dal Concilio – prende come punto di partenza la realtà storica per leggervi «i segni dei tempi» e cercare, alla luce della Rivelazione e della Tradizione, una soluzione cristiana ai problemi in questione. Esplicitato con alcuni esempi il magistero di Bergoglio, Aparicio Valls conclude che «la teologia del Magistero di Papa Francesco non ha solo la particolarità di aggiornare la Chiesa, ma, prendendo l’iniziativa, anche di portarci a una teologia e ad una prassi cristiana che risultino appropriate per la nostra  epoca post-industriale». 

E arriviamo all’altra italiana coautrice del volume – Stella Morra – che individua nel pontefice la costante recezione creativa del principio della pastoralità della dottrina, inaugurato dal Vaticano II, e la scandaglia in chiave ecclesiologica. Quanto basta per mostrarci ancora come per Francesco la soggettività del Popolo di Dio costituisca qualcosa in più di «un riconoscimento di partecipazione da parte di un soggetto di potere verso un altro soggetto», ovvero «l’assunzione del punto di vista necessario e indispensabile per ripensare e interpretare l’esperienza stessa della Chiesa». Il punto visibile e discriminante per l’unità del popolo di Dio in quanto tale è l’atteggiamento verso i poveri. Attenzione: non si tratta tanto o solo di «aiutare i poveri», ma di «riconoscere che i poveri ci evangelizzano, cioè ci mostrano con la loro vita, che ne siano consapevoli o no, la misura della conformazione a Cristo».  

 

«Dal chiodo alla chiave: la teologia fondamentale di Papa Francesco», a cura di Michelina Tenace insieme ai professori del Dipartimento di Teologia Fondamentale della Pontificia Università Gregoriana, Libreria Editrice Vaticana, pagg. 160, euro 10  

un libro provvidenziale sull’inconciliabilità di cristianesimo e antisemitismo

“No, non è possibile ai cristiani aver parte con l’antisemitismo […]. Noi siamo spiritualmente semiti”

 

 

da ,

quanto mai opportuna l’uscita, visto il risorgente antisemitismo
sarà presto disponibile in libreria un volumetto di Valerio De Cesaris dal titolo:
“Spiritualmente semiti. La risposta cattolica all’antisemitismo” (edizione Guerini e Associati). 
E’ una riflessione storica su Chiesa cattolica e antisemitismo che si incentra su un momento di svolta, il giorno del settembre 1938 in cui Pio XI, in contrapposizione esplicita con il razzismo nazista e ormai anche fascista (del luglio è il Manifesto degli scienziati razzisti e a inizio settembre sono emanate le prime Leggi razziali riguardanti soprattutto la scuola), rivendica la “semiticità” dello stesso cristianesimo, in quanto erede diretto del popolo della Promessa.
Il 14 settembre 1938, su “La libre Belgique”, esce il resoconto dell’udienza concessa cinque giorni prima da papa Ratti ai pellegrini della Radio Cattolica Belga:
“‘L’antisemitismo non è compatibile con il pensiero e la realtà sublimi che sono espresse in questo testo [un Messale donato dai pellegrini, in cui si leggeva ‘Sacrificium patriarchæ nostri Abrahæ’]. È un movimento antipatico, un movimento con cui noi cristiani non possiamo avere alcuna parte’. Qui il papa non riesce più a trattenere la propria emozione. Non voleva lasciarsene vincere. Ma non è riuscito a farlo. È piangendo che ha citato i passi di San Paolo che mettono in luce la nostra discendenza spirituale da Abramo. ‘La promessa è stata fatta ad Abramo e alla sua discendenza. Il testo (Gal 3, 16) non dice, fa notare San Paolo, <in seminibus tamquam in pluribus, sed in semine, tamquam in uno, quod est Christus>. La promessa si realizza nel Cristo e, attraverso il Cristo, in noi che siamo le membra del suo corpo mistico. Attraverso il Cristo e nel Cristo noi siamo della discendenza spirituale di Abramo. No, non è possibile ai cristiani aver parte con l’antisemitismo. […] L’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti’”.

Francesco De Palma

il migrante Gesù di Nazareth

Gesù era un migrante

un libro per riflettere sulla vita dei migranti in rapporto alla vita cristiana
michelangelo nasca

«Migranti e immigrati sono stati per me fonte di benedizione». Una rivelazione, questa, che nell’attuale momento storico, potrebbe apparire persino blasfema, oltre che politicamente scomoda. Tuttavia, Deirdre Cornell – autrice di «Gesù era un migrante», recentemente pubblicato dal Messaggero di Padova – ne va invece molto fiera, ricordando gli anni di volontariato trascorsi in Messico insieme al marito, grata per aver «beneficiato immensamente di queste relazioni, […] per ciò che mi hanno dato e insegnato».

Il libro della Cornell – che da decenni assiste lavoratori migranti nel nord dello stato di New York, dove vive con il marito Kenny e cinque figli – si propone come principale obiettivo quello di attualizzare i racconti evangelici sul significato profondo e universale della migrazione. «Ancor prima dell’inizio di una memoria storica – scrive l’autrice – già il libro della Genesi è segnato dalle migrazioni». Nella cacciata di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, infatti, i nostri primi progenitori sono costretti all’esilio; «L’immagine della migrazione come simbolo del cammino spirituale prosegue nella figura di Abramo», tra i primi episodi destinati a crescere nei millenni di storia sacra, fino alla fuga in Egitto che fa di Gesù il primo migrante dell’era cristiana. 

Con una forma narrativa semplice e accessibile a tutti, il testo edito dal Messaggero di Padova attraversa sinteticamente l’itinerario migratorio presentato nell’Antico e nel Nuovo Testamento; grazie anche alle competenze messe a frutto dall’autrice, capace di coniugare esperienze personali, teologia e spiritualità cristiana, e riflettere sulla vita dei migranti in rapporto alla vita cristiana, e su come le tribolazioni che accompagnano il viaggio dei migranti possano anche essere fonte di benedizione, per loro stessi e per la società che li accoglie.  

I racconti e le riflessioni tratte dai Vangeli s’intrecciano con i racconti di vita vissuta dell’autrice: storie di un’umanità in fuga e alla ricerca di stabilità incontrate e accolte in seno alla propria famiglia. «La trama più fondamentale della Sacra Scrittura – precisa Deirdre Cornell – la storia della salvezza, si dipana attraverso storie di migrazione. Con tutti i suoi disagi e le sue tribolazioni, la mobilità umana funge da paradigma della fede religiosa. I cristiani credono in un Salvatore che durante la sua vita terrena ha incarnato la migrazione – e che come Signore risorto continua ad attraversare frontiere. Nella migrazione, tutti noi possiamo trovare una fonte di benedizione».

Fermamente convinta che è possibile rinnovare la propria fede, meditando sulla vita e la missione di Gesù in relazione alla migrazione, Deirdre Cornell ritiene con decisa fermezza che «a differenza delle nostre politiche, i nostri cuori possono elevarsi, purificarsi. I nostri confini possono non aprirsi… ma i nostri cuori sì. Il nostro paese continua a ricevere nuovi cittadini. Le nostre città, paesi, quartieri accolgono nuovi abitanti. Le nostre chiese e le altre comunità religiose fungono da case spirituali. Anche noi possiamo “migrare”, avvicinandoci alla visione evangelica di giustizia e pace». 

Il nostro mondo è pieno di migranti e rifugiati le cui storie drammatiche non possono essere ignorate. Questo libro su spiritualità e migrazione – lo intuisce bene l’autrice – descrive di fatto un cammino di fede, e suggerisce «passi verso Cristo presente nello straniero».

 

Deirdre Cornell, «Gesù era un migrante», Messaggero di Padova 2017, pp. 208.

papa Francesco chiede ancora perdono

«chiedo perdono per i preti pedofili»

di papa Francesco


 “Corriere della Sera” del 17 agosto 2017

papa Francesco nell’introduzione al libro ‘Mon père je vous pardonne’ di Daniel Pittet abusato da giovanissimo da un sacerdote:

Per le vittime di violenza pedofila è una sfida davvero grande prendere la parola e raccontare quanto abbiano dovuto patire, riuscire a descrivere come le esperienze traumatiche di anni addietro continuino a tormentarli anche a distanza di tempo. Per questo motivo la testimonianza di Daniel Pittet è così necessaria, preziosa e coraggiosa. Ho conosciuto Daniel Pittet in Vaticano nel 2015, anno della Vita Consacrata. All’epoca Daniel era tutto preso dalla pubblicazione di un libro dal titolo Vivere vuol dire dare tutto .

All’interno di quel libro erano state raccolte testimonianze di religiosi di ambo i sessi, sacerdoti e monaci. Che questo cristiano così fervente fosse stato oggetto di abuso sessuale proprio da parte di un sacerdote mi sembrava davvero cosa impossibile, eppure era proprio quello che mi aveva raccontato. La storia delle sue sofferenze mi ha colpito e commosso nel profondo: sono arrivato a capire quali siano i danni terribili che possono essere provocati da un abuso sessuale e quanto lungo e doloroso sia il cammino che si prospetta alle vittime. Sono felice che ora la testimonianza di Daniel sia stata resa accessibile anche ad altre persone, cosicché noi tutti ora possiamo arrivare a comprendere quanto in profondità il Male possa andare ad insinuarsi nel cuore di un servitore della Chiesa. Come potrebbe altrimenti un sacerdote, uno che si è consacrato a Cristo ed alla Sua Chiesa, arrivare al punto di provocare tali disgrazie? Come potrebbe altrimenti questa persona, uno il cui compito è quello di condurre i bambini verso Dio, andare ad attirare uno di questi bambini verso ciò che già ho avuto occasione di chiamare «sacrificio diabolico», a causa del quale non sarà soltanto il bambino a rimanerne ferito, bensì la stessa esistenza della Chiesa? Alcune delle vittime, alla fine, si sono addirittura tolte la vita. Queste morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie vorrei esprimere il mio amore ed il mio dolore, così come in tutta umiltà vorrei chiedere loro perdono. Si tratta di qualcosa di assolutamente spaventoso, di un peccato gravissimo che contraddice tutti gli insegnamenti della Chiesa. Gesù lancia parole severe contro coloro che arrecano dolore ai bambini: «Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare» ( Matteo 18, 6). Come ho ricordato nella mia Lettera Apostolica del 4 giugno 2016 «Come una madre amorevole», compito della nostra Chiesa è prendersi cura e proteggere i deboli ed i bisognosi d’aiuto. Ho dichiarato che contrasteremo con la massima severità i sacerdoti che abbiano tradito la propria missione. Questo vale anche per vescovi e cardinali che, come avvenuto ripetutamente nel passato, prendano quei sacerdoti sotto la propria tutela e difesa.

In tutta quella sua sofferenza, tuttavia, Daniel Pittet è comunque riuscito a scoprire per sé un altro lato della Chiesa. Un lato che gli ha permesso di arrivare a non dubitare degli uomini e dello stesso Dio. Mi riferisco, per esempio, alla forza della preghiera che non lo ha mai abbandonato e che lo ha sostenuto e guidato durante le ore più buie. Dopo quarantaquattro anni Daniel ha deciso di andare a rintracciare il suo aguzzino, quell’uomo che gli ha portato dolore fin nel profondo dell’anima, di guardarlo negli occhi… e di stringergli la mano! Quel bambino ferito è oggi un uomo che cammina a testa alta. Può essere ferito, ma camminerà sempre a testa alta. Le sue parole mi hanno davvero commosso: «Molte sono le persone che non riescono a capire come io possa non provare odio nei suoi confronti. Io l’ho perdonato ed ho ricostruito la mia vita sulle fondamenta di quel perdono». Io vorrei ringraziare Daniel, perché sono testimonianze come la sua che rendono possibile passare oltre il plumbeo silenzio che circonda i dolori e gli scandali, testimonianze che vanno a portare luce all’interno di tenebre spaventose che si celano nella vita della Chiesa. Sono testimonianze come questa che aprono la strada ad un adeguato risarcimento, una strada che porta alla grazia della riconciliazione. Per chi ha commesso abusi di pedofilia conducono inoltre alla presa di coscienza della spaventosa portata delle proprie azioni. Prego per Daniel e per tutti quelli che nella loro innocenza sono stati feriti. Che Dio possa aiutarli a rialzarsi ed a guarire. Possa Egli perdonarci tutti ed essere misericordioso.

contro la ‘mediocrazia’

mediocri di tutto il mondo vi siete uniti

e avete vinto

parla il filosofo canadese Alain Deneault, autore del longseller internazionale “a mediocrazia”

“l’unico antidoto è il pensiero critico”

Alain Deneault è nato a Outaouais, Quebec, nel 1970. I suoi studi si sono concentrati sulla filosofia tedesca
e francese del XIX e XX secolo, in particolare sull’opera di Georg Simmel. A Torino, al Circolo dei lettori, presenterà con Marco Revelli il suo libro ‘la mediocrazia’, edito da Neri Pozza

Il mondo è dei mediocri. Sarà che è un assunto non difficile da sperimentare – e anche consolatorio per spiegarsi certi successi o insuccessi ugualmente distanti dalle vette del genio e dagli abissi dell’indegnità – ma il saggio La mediocrazia (Neri Pozza, pp. 239, € 18) del filosofo canadese Alain Deneault a un anno dall’uscita è ormai un longseller internazionale. E dire che in centinaia di pagine, dense di pensiero e di citazioni, ne ha davvero per tutti. In politica, da Trump a Tsipras, vede solo un «estremo centro», nell’impresa la «religione del brand», il «consumatore-credente», la «dittatura del buonumore». Nel lavoro «devitalizzato» individua la skill fondamentale nel «fare propria con naturalezza l’espressione: alti standard di qualità nella governance nel rispetto dei valori di eccellenza». E, in ogni ambito, rileva certi tic verbali come «stare al gioco», «sapersi vendere», «essere imprenditori di se stessi». Insomma, dice, «non c’è stata nessuna presa della Bastiglia ma l’assalto è avvenuto: i mediocri hanno preso il potere».

 

 ha parlato al Wired Fest, il festival dell’innovazione, altra parola che non manca nel vocabolario mediocratico

 

Professor Deneault, l’ha colpita questo successo? Anche perché a molti che la leggono lei dice in faccia che sono dei mediocri…

«Mi aspettavo un’eco molto più ristretta, ma questo libro parla di un malessere sociale condiviso da molti. Detto ciò, ho cercato di evitare moralismi e di puntare il dito. Lo scopo era indicare la pressione sociale molto forte che incoraggia a restare persone “qualunque”».

Lei è stato particolarmente duro con il mondo accademico a cui appartiene. Qualcuno si è offeso?

«Sì, visto che sono stato bandito. Tengo corsi stagionali, la mia presenza è episodica. Gli ambienti universitari formano sempre meno una élite capace di gettare luce sulla strada giusta da seguire per l’uomo comune. Sono più simili a una corte d’altri tempi, vendono risultati di ricerca a dei finanziatori. Molta autocensura, molti format replicati per far piacere al potere».

Ha avuto critiche «non mediocri»?

«Nell’era della mediocrazia non si discute più… i pensieri seguono dei corridoi, si preferisce ricevere notizie che confortino».

Perché bisogna temere la mediocrazia?

«Perché fa soffrire. Chiede a persone impegnate nel servizio pubblico di gestire come si trattasse di una organizzazione privata, così si trovano in conflitto perché avevano un’etica diversa; chiede a ingegneri di progettare oggetti che si rompano in maniera deliberata perché vengano sostituiti, chiede ai medici di diagnosticare malattie che potrebbero diventare davvero pericolose a 130 anni… Senza parlare della manipolazione dei consumatori da parte del marketing».

La mediocrazia è anticamera di dittature, anche edulcorate?

«La dittatura è psicotica, la mediocrazia è perversa. Psicotica perché la dittatura non ha alcun dubbio su chi deve decidere. Hitler, Mussolini, Tito sono stati tutti personaggi ipervisibili, affascinanti, che schiacciano con le loro parole; la mediocrazia è perversa perché cerca di dissolvere l’autorità nelle persone facendo in modo che la interiorizzino e si comportino come fosse una volontà loro».

L’inglese standard è la lingua ufficiale della mediocrazia?

«L’inglese manageriale sì, e uccide l’inglese. È un suicidio linguistico parlare questa lingua quando si è anglofoni, non si può pensare il mondo nella sua complessità o qualsiasi fenomeno sociale utilizzando un vocabolario che non è utile se non alla organizzazione privata».

Tecnologia, social, colossi del web. Anche lì domina la mediocrazia?

«Dobbiamo immunizzarci da un certo lessico che parla di progresso, innovazione, eccellenza. Mi interessa che si utilizzino questi strumenti ma si deve analizzare l’impatto che hanno su pensiero, morale, politica. Un utilizzo mirato dei social media, per esempio durante le elezioni, può rendere le persone estremamente manipolabili».

Il contrario del mediocre è il superuomo, l’eroe?

«No. L’antidoto è il pensiero critico, perché smaschera l’ideologia, che è un discorso di interessi sotto la parvenza di scienza. E fa subire un trattamento critico analitico a una nozione che qualcuno ci vuole ficcare nel cervello, per esempio l’inevitabilità della vendita di armi o di una nuova autostrada».

È più ottimista sul futuro?

«Qualsiasi impegno politico è a metà tra lo scoraggiamento e la speranza. Ed è proprio quando la situazione è scoraggiante che ci vuole il coraggio».

un’altra narrazione di Francesco d’Assisi

“Francesco d’Assisi la storia negata”

recensione di Aldo Pintor

Ringraziamo la Casa Editrice Laterza perchè in questi giorni ha fatto uscire il prezioso lavoro della storica
Chiara Mercuri “Francesco D’Assisi la storia negata” (pp. 216, € 16,99)
che con una ricostruzione storica accurata ricostruisce le testimonianze dei primi compagni di Francesco d’Assisi circa questo Santo. Testimonianze che furono trascurate se non nascoste per secoli da cui esce un ritratto potente del Santo che contiene tutta l’originalità di questo grande uomo nel praticare il Vangelo. 
E dopo aver letto il libro l’immagine che avremo di Francesco sarà molto diversa da quella agiografica e sdolcinata che troppo spesso ci è stata proposta. E’ noto il legame che i primi compagni che lo seguirono ebbero con l’Assisiate. Essi stessi si definivano in latino Nos qui con ei fumus (noi che siamo stati con lui). Eppure la vicenda di San Francesco così come quella degli ordini religiosi da lui scaturiti ha subito nel tempo una mole notevolissima di interpretazioni e ricostruzioni completamente differenti tra loro. Il paziente lavoro di Chiara Mercuri ricostruisce il ritratto di questo Santo che ha fatto sognare anche persone molto distanti dalla Chiesa. Da buona storica l’autrice ci racconta anche la città che lo ha visto nascere crescere e ardere di inconsapevolezza. Dopo la morte di Francesco Bonaventura da Bagnoregio ha ordinato la distruzione di documenti dei suoi primi compagni e Chiara Mercuri in questo libro ce li mette a disposizione. I giovani che udirono il suo richiamo e lo raggiunsero alla Porziuncola e a Rivotorto, la gente di Assisi la mole del Subasio che sovrasta Assisi, i fiori della splendida primavera umbra compaiono nelle pagine della nostra storica per resituirci un’immagine di un uomo di carne e di sangue e il contesto in cui Francesco ha vissuto e operato. Certo che tanta risolutezza nel seguire il Vangelo alla lettera è sempre stata scomoda per farisei e sommi sacerdoti di tutti i tempi. La radicalità di Francesco venne combattuta nei secoli successivi creandone un’immagine che falsava la realtà. Bellissimo il ritratto di Chiara d’Assisi che troviamo in queste pagine che fu talmente risoluta nella sua scelta evangelica di seguire Francesco che pur di “condividere il privilegio della povertà” si oppose perfino al papa che le aveva imposto la clausura. E leggendo il libro apprendiamo come negli ordini religiosi medioevali, nonostante quanto si creda si differente le donne erano molto più rispettate che non nella società civile. Infatti il numero di sante appartenenti a questo periodo è piuttosto elevato. Questo libro scritto con il rigore dello storico ma con la passione per quanto ci narra ci fa quasi rivivere nelle strade e nelle piazze di Assisi per incrociare Francesco coi suoi compagni che amando e amandosi con gaiezza ci fanno battere forte il cuore in petto come accadde ai discepoli di Emmaus quando incontrarono Gesù. Da questa lettura riusciamo a scorgere una società più equa tra noi e maggiormente in armonia col Creato. E questo incontro ci apre al richiamo per l’Infinito

un libro sulla profonda teologia di papa Francesco

la teologia di papa Francesco

di Bruno Scapin
in “Settimana-News”

Alberto Cozzi – Roberto Repole – Giannino Piana,

Papa Francesco. Quale teologia?,

Cittadella Editrice, Assisi 2016, pp. 210, € 13,90.

 

 

«Tre saggi che, muovendo da prospettive diverse e con metodi diversi, offrono uno spaccato significativo della “teologia” di papa Francesco…, smentendo le critiche, talvolta aspre e preconcette, di quanti lo accusano di scarsa profondità dottrinale».

È quanto si legge al termine della Prefazione a questo volume che raccoglie i contributi di Alberto Cozzi, docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano, di Roberto Repole, docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (sezione di Torino) e presidente ATI, e di Giannino Piana, già docente di etica cristiana presso le università di Urbino e di Torino ed ex presidente ATISM. Cozzi riconosce a papa Francesco un modo originale di esprimere la sua teologia sia nel linguaggio sia nel modo di argomentare. Luogo privilegiato della teologia bergogliana è il nucleo essenziale dell’annuncio evangelico. Centrale rimane la figura di Gesù che ha assunto nella sua carne tutto l’umano. Per questo papa Francesco ama in particolare il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Accanto ad esso, gli altri due pilastri della teologia di papa Bergoglio sono il mistero della croce e il mistero trinitario. In quest’ultimo, particolare rilievo viene data alla persona del Padre come fonte di ogni tenerezza e misericordia e allo Spirito Santo come artefice di fantasia e di novità nella vita della Chiesa. La teologia di papa Francesco nell’analisi di Cozzi – si legge nella Prefazione – «è una teologia robusta, fortemente ancorata alla tradizione e legata al contesto latinoamericano, più interessata all’azione pastorale che alla speculazione teorica». Roberto Repole, nel suo contributo, sottolinea la fedeltà di papa Francesco all’ecclesiologia conciliare, della quale riprende con vigore alcuni temi, come la Chiesa “popolo di Dio” e il sensus fidelium. Accentuazioni caratteristiche del pontefice sono la Chiesa “in uscita” e la Chiesa che risponde alle urgenze della società di oggi non rifuggendo dal mondo ma incarnando, in particolare nelle “periferie esistenziali”, l’amore di Dio per l’uomo. Non vanno dimenticate altre dimensioni dell’ecclesiologia bergogliana, come la centralità delle Chiese locali e la riforma del papato e della curia in senso sinodale. Bastano questi cenni per capire come questo pontificato segni «una nuova, importante tappa nella ricezione del Concilio» (dalla Prefazione). Il terzo contributo è di Giannino Piana su un tema a lui congeniale: “Il magistero morale di papa  Francesco. Tra radicalità e misericordia”.

È chiaro come il papa attuale coniughi l’ideale con la realtà, il dato oggettivo con il dato soggettivo, tenendosi lontano sia dal rigorismo sia dal lassismo e puntando, con l’aiuto della grazia, al “bene possibile”. Al mondo dell’economia papa Bergoglio chiede di non inseguire il feticismo del denaro e la logica spietata del mercato, che generano esclusione e “inequità”. E alla politica domanda la tutela dei diritti umani, la ricerca del bene comune e l’attenzione ad un’ecologia integrale. Non poteva mancare, nelle pagine di Giannino Piana, la trattazione dei temi della famiglia e della sessualità, comprese le “situazioni irregolari”. Qui – secondo il teologo – il pontefice mostra di avere a cuore la bellezza dell’ideale evangelico declinato, però, realisticamente, sulle diversità soggettive e situazionali. Preziosa, per interpretare i testi di papa Francesco, si rivela la Postfazione firmata dal card. Ravasi. Egli, infatti, sottolinea come il pontefice ami lo stile omiletico e il linguaggio simbolico. Il primo gli permette quell’approccio dialogico e immediato che crea una relazione coinvolgente con l’ascoltatore. Il secondo (pensiamo ad alcune espressioni come “Chiesa ospedale da campo”, “l’odore delle pecore”, “la mafia (s)puzza”…) gli permette di scolpire in immagini assai efficaci il concetto che intende trasmettere. Un testo che fa giustizia delle riserve che anche qualche influente ecclesiastico ha manifestato sullo spessore e sull’ortodossia della teologia di papa Francesco.

 

un bel libro su don Milani

Barbiana

Un «miracolo» laicodon-milani

di Silvano Nistri
in “Avvenire” del 23 novembre 2016

esce, per le edizioni San Paolo, un libro di Michele Gesualdi: Don Lorenzo Milani, l’esilio di Barbiana (pp. 256, euro 16), con prefazione di Andrea Riccardi e postfazione di don Luigi Ciotti (con  stralci qui sotto, in questa stessa pagina). Sarà presentato a Firenze, nel Palazzo della Regione, il 26 novembre alle 11, presente l’arcivescovo Giuseppe Betori

don-milani1

Il giovane don Milani arrivò a Calenzano come coadiutore del vecchio proposto ma il suo impegno pastorale a tutto campo rivelava già la sua paternità e dedizione. C’è subito la scuola popolare che coinvolge i giovani, una scuola aperta dove sono invitate a parlare persone professionalmente preparate di varia estrazione, ma c’è anche l’attenzione agli orfani della Madonnina del Grappa, il recupero di una cappella in disuso, l’attenzione a famiglie in situazione di disagio; c’è il bambino che muore di tetano vegliato nella sua agonia, c’è il catechismo con il Vangelo secondo un criterio storico e adoperando il linguaggio dei ragazzi, che lo impegna tanto… E c’è anche un’attenzione a quello che avviene nel mondo. Il suo è un discorso rigoroso, affine a quello di don Mazzolari con cui è in rapporto. Lo fa con la scuola popolare, lo fa negli incontri con i preti del vicariato, lo fa in qualche occasione parlando in chiesa. A Calenzano don Lorenzo andava alla ricerca di persone preparate per parlare ai giovani della Scuola popolare, a Barbiana avviene il contrario; a questa «parrocchia di niente» sono le personalità politiche, religiose, socialmente impegnate e colte a cercarlo. Si arrampicano fin lassù per respirare quell’esperienza.don-milani2

Ci arrivano Capitini, Ingrao, Ernesto Rossi, e, seppure per interposta persona, ci arriva Fromm. Si affrontano temi fondamentali come l’obiezione di coscienza, la pace, la formazione civile e religiosa, l’ingiustizia sociale, il primato della coscienza sulla legge, lo sfruttamento nord-sud del mondo, il razzismo… Il suo direttore spirituale don Bensi indicava come segno dell’autenticità profetica di don Milani la sproporzione tra Barbiana e la sua incidenza nel mondo. E’ vero. C’è un mistero di grazia ed è impossibile non riconoscerlo.

 

prete senza etichette, dalla parte dei poveri

di Andrea Riccardiriccardi

in “Avvenire” del 23 novembre 2016

Su don Lorenzo Milani è stato scritto molto. La sua figura ha scosso in profondità tante coscienze a partire dagli anni Sessanta. Ha fatto quindi discutere e scrivere. La sua scuola è stata un modello per numerose scuole, anche se non si può dire che ci siano state repliche dell’esperienza di Barbiana. Resta però la grande domanda su chi sia stato davvero don Milani. Barbiana, quando don Milani vi fu inviato, era niente: un posto di montagna sperduto e spopolato. Oggi è ancora meno. Tuttavia oggi Barbiana resta un fatto della nostra storia, nonostante la sua piccolezza, ma anche un simbolo. Un simbolo su cui converrebbe interrogarsi di più. La dimostrazione di quanto, in condizioni impossibili, possono fare un uomo o una donna che amano e lavorano per gli altri. Torna alla mente quanto il Priore scrisse alla madre: «La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche le possibilità di fare del bene si misurano dal numero dei parrocchiani». Per tanti anni, la figura del Priore di Barbiana, con la sua scuola, si è imposta all’attenzione di molti. È apparso soprattutto un maestro o un protagonista di battaglie civili. E lo è stato effettivamente. Lettera a una professoressa è un testo su cui si sono misurati quanti si occupavano di scuola ed educazione, ma anche molti che si sono impegnati nella società civile e nelle periferie. Quel testo ne ha fatto una figura nota come educatore, ma anche attore di una pedagogia rivoluzionaria e di un’azione sociale di promozione degli ultimi. Un grande attivista sociale, che in vita è stato qualificato anche come un eversivo o un comunista. A questo avrebbero contribuito pure le sue posizioni sull’obiezione di coscienza, la guerra, l’antifranchismo e l’antifascismo. Ed anche la sua assenza di “prudenza” ecclesiastica che, allora, contraddistingueva anche non pochi preti illuminati di Firenze. Eppure non c’è solo il don Milani di Lettera a una professoressa. O meglio questo libro è il punto d’arrivo di una storia. A tante rappresentazioni della figura del Priore sfugge il cuore della sua personalità. È anche motivo della sua angoscia personale negli ultimi tempi di vita, quando domandò alla Chiesa di ereditare la sua opera. Chiese che la sua persona fosse riconosciuta con un qualche gesto dalla comunità ecclesiale. Non fu la ricerca di un viatico rassicurante o ancor meno fu carrierismo, ma rappresentò l’espressione di un sentire profondo. Non era un impegno privato il suo: «Temeva che quel clima – ha dichiarato un prete che lo conosceva – avrebbe vanificato la sua scelta di servire la Chiesa attraverso i poveri, col rischio che, agli occhi della gente di Barbiana, il suo apostolato apparisse un fatto privato». Milani è fondamentalmente un prete e un cristiano che sceglie per i poveri e per il Vangelo. Sia la sua opera che la sua personalità sono impregnate da questa sua scelta evangelica. È però significativo come il prete Milani, così prete, parli oltre i confini confessionali, rappresenti un’attrazione per i laici e un oggetto d’interesse per la stampa laica. Vuol dire che dal profondo di un’esperienza evangelica vera con i poveri c’è qualcosa che interpella il mondo laico e quello di sinistra nell’Italia degli anni Cinquanta-Sessanta e forse oltre quel periodo. Si vede come un dialogo non ideologico – anche in un tempo di muri ideologici qual era quello di don Milani – possa sempre partire dai poveri. Non è un prete di sinistra. Non è un prete a suo agio con l’intelligenza progressista. Don Lorenzo non è un cattolico contestatore come quelli degli anni postconciliari. Non è certo un clericale. Don Lorenzo non si poteva incasellare o ancor peggio utilizzare. Scandalizzava i conservatori e i tradizionalisti in un mondo in cui erano ancora forti. Scavalcava i progressisti in un tempo in cui avevano un’identità. Don Milani non si può classificare con le categorie con cui si leggono i cattolici degli anni Sessanta. Molti lo hanno fatto ed è normale. Ma non lo hanno capito.

 

La sua alta lezione: formare le coscienze

di Luigi CiottiCiotti

in “Avvenire” del 23 novembre 2016

Suona perfino scontato – a mezzo secolo dalla morte – parlare di attualità di don Milani. In questi cinquant’anni le ingiustizie e le povertà non sono certo diminuite, e la Barbiana di allora, così come apparve a don Lorenzo il 7 dicembre 1954, si riflette nelle tante Barbiane del nostro tempo: quelle dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, quelle delle zone di guerra e del Mediterraneo, dove il mare inghiotte o depone sulle spiagge i corpi delle vittime della fame, della schiavitù e dell’ingiustizia globale. Come nelle Barbiane di chi all’altra riva è approdato, senza però trovare lavoro e dignità: quelle delle baraccopoli e dei quartieri ghetto, delle case sovraffollate e dei rifugi di fortuna, quelle di chi cade in mano alle mafie del caporalato, del narcotraffico, della prostituzione. Ma don Milani è nostro contemporaneo anche per quello che è forse il cuore, il nucleo pulsante della sua opera: la scuola. C’è, irrisolta, una grande questione educativa. Perché se è vero che nel nostro Paese – ma il discorso può essere esteso ad altre democrazie “avanzate” – la povertà assoluta e relativa opprime milioni di persone, è anche vero che ci troviamo di fronte a un diffuso analfabetismo di ritorno, e che l’Italia è tra i primi posti in Europa per dispersione scolastica. Don Milani ci ha insegnato che non si può combattere la povertà materiale senza una formazione delle coscienze, senza un’educazione alla ricerca. A Barbiana, dove pure il priore si comportava da maestro severo ed esigente, era sempre l’alunno che fa più fatica a dettare il ritmo di marcia e guidare di fatto il progetto comune. Resta un’intuizione preziosa, perché solo così la scuola diventa la base di una società prospera, la cui forza si misura dalla capacità di includere e valorizzare i più fragili, così come la tenuta di un ponte dipende dal concorso di tutti i piloni a sorreggerne il peso. «Se si perde loro – è scritto nella Lettera a una professoressa – la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Questo vuoto culturale si riflette infine nel decadimento del linguaggio, un decadimento che si manifesta anche come corruzione e prostituzione della parola. Nella “società della comunicazione”, le parole tendono sempre più a diventare strumenti di potere invece che segnavia della ricerca di verità. E don Milani, che nella parola umana come strumento di conoscenza e di dignità avvertiva lo stesso eco liberante della parola di Dio, non avrebbe certo taciuto di fronte allo scempio linguistico dei discorsi che etichettano, che diffamano, che manipolano la realtà e nascondono la verità. Ecco allora che opportunamente Michele Gesualdi mette in guardia dal rischio di una memoria deferente e d’occasione, o peggio di strumentalizzazioni o appropriazioni indebite della sua eredità intellettuale e spirituale. Don Milani non va celebrato ma vissuto, così come «Barbiana era molto più di una scuola, era un vivere in comune». Non può esistere un “don Milani in pillole”, citato a seconda di circostanze e convenienze, così come il famoso passo dell’obbedienza che non è più una virtù, non deve essere interpretato come un generico invito alla ribellione, ma come un’esortazione a seguire la voce della propria coscienza, che non è mai accomodante, che sempre ci chiama a quelle responsabilità che proprio il conformismo e l’obbedienza acritica permettono di eludere. Essere consapevoli significa essere responsabili, significa mettere la nostra libertà al servizio di chi libero non è. È di questa libertà che don Milani è stato maestro. A noi spetta il compito di esserne, almeno, testimoni credibili.

drammatica migrazione dall’Italia verso la Scandinavia … e se tra non molto si realizzasse davvero?

Rifugiati climatici, non è soltanto un romanzo

bruno-arpaia-qualcosa-la-fuori-recensione-guanda-499

di Telmo Pievani

Nel suo ultimo bel libro Bruno Arpaia immagina una drammatica migrazione dall’Italia verso la Scandinavia, dovuta all’impazzimento del clima nell’ultimo quarto di questo secolo. Lo scenario e le sue fonti hanno generato un interessante dibattito con gli esperti sull’entità e sui tempi di manifestazione degli effetti del riscaldamento climatico.

Quando un problema è grande, grande come il nostro pianeta intero, si fa fatica ad affrontarlo, a prenderlo sul serio, finché all’improvviso non si manifesta. Ma quando ciò accade, la sua manifestazione è così grande, appunto, che già non c’è più niente da fare, bisogna soltanto scappare. L’ultimo appassionante romanzo di Bruno Arpaia[1] è dedicato all’impossibilità della lungimiranza, e alla speranza nonostante tutto. E’ ambientato in un futuro non troppo lontano, e dunque sufficientemente realistico, negli anni che saranno dei nostri nipoti, cioè l’ultimo quarto del XXI secolo in cui ci stiamo inoltrando. Per la precisione, è un futuro non abbastanza prossimo per fare previsioni scientificamente precise, e non abbastanza remoto per darsi alla fantascienza. Se ne sta in una dimensione temporale di mezzo, nella dimensione della possibilità.

Il problema troppo grande di cui sopra è il riscaldamento climatico, e nella finzione narrativa il peggio è già arrivato. L’Europa mediterranea è diventata invivibile e una colonna di migliaia di disperati si mette in cammino verso nord, guidata da un manipolo di guardiane armate, al soldo di una società privata che promette il miraggio di salvezze scandinave. Il mare ha sommerso la pianura padana e le città abbandonate bruciano in mano ai predoni. Dalla Lombardia trasformata in deserto, senza più laghi né fiumi, il serpentone dei nuovi migranti attraversa a fatica il confine svizzero (non prima di aver pagato salato pedaggio), scorge le residue comunità di sopravvissuti in cime alle montagne protette da milizie armate fino ai denti, si infila nello stretto corridoio umanitario che porta al deserto della Germania centrale. Tra stenti e assalti di bande assassine, l’obiettivo agognato è arrivare sulle rive del Baltico dove si torna a scorgere qualche tenue indizio di vita vegetale e animale, e fa persino capolino la pioggia…

Il protagonista è Livio Delmastro, un neuroscienziato italiano di vaglia emigrato a Stanford nel 2038, ecologista ancorché disilluso, costretto con la famiglia a rientrare a Napoli nel pieno della carriera a causa delle discriminazioni crescenti subite in suolo statunitense nel 2056. Livio studia le modalità con cui il cervello ricostruisce e talvolta ricrea a modo suo la realtà, quel “qualcosa, là fuori” (il titolo del romanzo è un omaggio al compianto storico della scienza Enrico Bellone e al suo omonimo libro[2]) che viene necessariamente filtrato e interpretato dai nostri neuroni, al punto da farci sospettare che il tempo che scorre, lo spazio tridimensionale, l’io personale, i ricordi e il mondo con i suoi colori e sapori siano soltanto illusioni narrative frutto dell’evoluzione del cervello.

E invece quel qualcosa là fuori si rivelerà a Livio in tutta la sua rocciosa e cocciuta esistenza reale. Nell’alternanza dei flashback narrativi che interrompono lo scorrere del presente post-apocalittico alla Cormac McCarthy, Arpaia racconta di come si era arrivati fino a quel punto di non ritorno, attraverso le vicende di Livio e di sua moglie Leila, figlia di rifugiati siriani, anch’ella scienziata a Stanford, fisica di grandi speranze. Dal 2015 in poi altre conferenze sul clima si erano succedute, tra speranze malriposte e fallimenti. Tutti a parole si professavano ambientalisti, e nessuno lo era per davvero. L’acqua (quella reale) diventava un bene sempre più prezioso e combattuto. Nessun politico aveva avuto il coraggio di prendere decisioni impopolari e costose, per timore di perdere le elezioni successive, in attesa che fossero sempre gli altri a fare la prima mossa. In assenza di veri statisti, le nazioni erano andate in ordine sparso difendendo i propri egoistici interessi energetici e geopolitici. Nel frattempo l’acqua (quella metaforica) in cui era immersa la rana dell’umanità era andata scaldandosi lentamente, così lentamente che alla fine la rana si era ritrovata bollita senza accorgersene.

Fu così che le peggiori previsioni si avverarono con rapidità crescente. I paesi poveri furono i più colpiti, riversando maree di profughi ambientali su tutti gli altri. Tra eventi meteorologici sempre più estremi e conflitti sociali deflagrati, gli stati delle fasce equatoriali e tropicali saltarono uno dopo l’altro. L’impatto sociale sull’Europa meridionale, già economicamente piegata dal clima inclemente, fu sempre più incontrollabile, finché l’Unione Europea non andò in frantumi. I paesi nordici crearono l’Unione europea del Nord, abbandonando quelli del sud al loro destino di anarchia, guerra civile, carestie e desertificazione. Improbabili esperimenti di ingegneria climatica peggiorarono ulteriormente la situazione. Era troppo tardi per intervenire. I paesi rimasti in piedi, i più vicini ai poli, si militarizzarono sempre di più e le paure millenariste rinfocolarono ogni sorta di fondamentalismo religioso xenofobo, al punto che venne eletto come Presidente degli Stati Uniti (nel frattempo anch’essi quasi del tutto evacuati) un predicatore integralista. Un incubo perfetto (anche se sul profilo di chi potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti già adesso non ci stupiamo più di nulla). Per sapere il resto, tocca leggere il libro.

Fatto insolito e interessante, il romanzo è stato recensito sul più autorevole sito italiano dedicato ai cambiamenti climatici (www.climalteranti.it)[3]. Pur apprezzandone le doti letterarie, gli esperti hanno criticato Arpaia perché nella finzione narrativa e poi nell’Avvertenza finale l’autore sposa la tesi secondo cui il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’ONU (IPCC) e l’agenzia europea per l’ambiente starebbero sottovalutando la gravità della situazione, non considerando le interferenze moltiplicative tra i fattori di rischio e proponendo misure di contenimento insufficienti (e per giunta comunque disattese dai più). Minimizzando i reali rischi che stiamo correndo, le agenzie internazionali starebbero fornendo un alibi per l’inazione della politica. L’ipotesi alquanto preoccupante, ventilata da alcuni scienziati più radicali in questi anni e adottata dal romanziere, è che gli effetti già presenti del riscaldamento climatico (innalzamento dei mari, scioglimento del permafrost con liberazione di gas serra, acidificazione degli oceani, versamento massiccio di acqua dolce dalle calotte polari, riduzione dell’albedo, e così via) inizino a un certo punto a interagire fra di loro moltiplicandosi a vicenda e accelerando il processo in pochi decenni. Si tratta di una dinamica di effetti di retroazione combinati che può scatenare un cambiamento critico, rapido e complessivo, impossibile da controllare una volta superata una certa soglia poiché si auto-alimenta come una valanga. Questo scenario di “criticità autorganizzata” è previsto in astratto dai modelli dei sistemi complessi e non lineari, ma non è detto che si verifichi in questo caso perché nei sistemi altamente complessi esistono altrettanto potenti inerzie e meccanismi di auto-regolazione e di omeostasi. Soprattutto, non è dato sapere quando e con che ritmi possa mai innescarsi.

Inoltre, fanno notare su Climalteranti, le previsioni più pessimistiche di un innalzamento della temperatura già a fine secolo intorno ai sei gradi, con i mari sollevati di dodici metri e gli oceani irreversibilmente acidificati, non sono suffragate da dati scientifici fondati e non compaiono nemmeno negli scenari peggiori contemplati dalla letteratura scientifica accreditata. Secondo i calcoli, aumenti di quelle entità sono possibili, se non riduciamo le emissioni climalteranti, in due o tre secoli. L’ambiguità nasce forse dal fatto che l’accusa di sottostima del rischio compare non soltanto nel romanzo, dove ovviamente è protetta dalla licenza poetica dell’autore e dalla finzione narrativa, ma anche nell’Avvertenza finale dove si citano come fonti alcuni scienziati. Ma se Arpaia avesse ambientato la sua storia tra due secoli, anziché a fine XXI secolo, avrebbe centrato anche una parte dei modelli scientifici più accreditati (quelli più pessimistici), il che non è molto consolante. Ciò che conta infatti è ricordare che anche un aumento del livello dei mari di un metro a fine secolo sarà un grande problema (soprattutto nell’area pacifica, ma non solo), e questo è previsto dai modelli correnti.

Al di là del grado specifico di attendibilità degli scenari immaginati, a riprova dell’utilità dell’esercizio di consapevolezza culturale proposto da Arpaia è giunta la notizia che il Dipartimento della Difesa statunitense considera ora ufficialmente il riscaldamento climatico, per il periodo 2015-2018, un “acceleratore di instabilità” e un “moltiplicatore di minacce” (perché produce disastri, crea instabilità e aggrava i conflitti), tanto da richiedere misure concrete di contenimento in diverse aree del mondo (soprattutto in Africa, Asia e Artico), ovviamente per tutelare gli interessi statunitensi[4]. La necessità di contrastare e di adattarsi ai cambiamenti climatici in corso è data ormai per scontata, anche se la parte più conservatrice del mondo repubblicano continua a negarne persino l’esistenza. Nel 2015 le analisi della rivista PNAS hanno confermato che il riscaldamento climatico, rendendo inusitatamente lunga e grave una siccità regionale, ha avuto il ruolo di concausa nell’inizio della guerra civile siriana[5].

Due dettagli della pregevole narrazione di Arpaia valgono da soli la lettura. Nella colonna dei migranti ambientali partita dall’Italia, con la morte per dissenteria e disidratazione sempre dietro l’angolo, si fa quanto possibile per mantenere nonostante tutto un barlume di umanità. Livio finché gli reggono le gambe tiene lezioni serali ai bambini, sudati, impolverati, stanchi ma pur sempre attenti. In molti si rifiutano di lasciar morire sul ciglio della strada i malati e i feriti. Livio si affeziona a una sua ex allieva, alla figlia di lei e ad altri compagni di viaggio. C’è qualcosa là fuori, ed è un grumo di irriducibile umanità.

Ma il punto più forte del libro è la descrizione di quanto accade sulla costa meridionale del Baltico, diventata protettorato scandinavo. Chiunque arrivi da sud è automaticamente clandestino, uno degli ultimi degli ultimi. Le ronde pattugliano le spiagge, le motovedette il mare. Quando i migranti che premono sono troppi, sparano e bombardano. In caso di cattura, per i profughi ci sono la prigione, le torture, lo sfruttamento, i lavori forzati nei campi, i respingimenti verso il nulla e la morte. A meno che non si abbia qualche soldo e un parente dall’altra parte: in tal caso si può tentare di corrompere uno scafista e provare la perigliosa traversata notturna in gommone verso la Svezia. E’ esattamente ciò che accade oggi sulla costa meridionale del Mediterraneo, dove per molti la prima “Svezia” in cui approdare si chiama Italia. In questa storia invece i migranti verso nord siamo noi, e gli svedesi proprio non ci vogliono, così il rovesciamento della prospettiva genera un catartico sentimento di immedesimazione. Al di là di quel mare livido e senza più vita, nonostante tutto, c’è un qualcosa là fuori da raccontarsi, da immaginare, da sperare.

NOTE

[1] Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori, Guanda, Milano, 2016. Dello stesso autore ricordiamo anche: L’energia del vuoto (Guanda, Milano, 2011), giallo intessuto tra le vicende di un gruppo di ricercatori del CERN di Ginevra.

[2] Enrico Bellone, Qualcosa, là fuori. Come il cervello crea la realtà, Codice Edizioni, Torino, 2011.

[3] http://www.climalteranti.it/tag/arpaia/

[4] Andrew Holland, “Prevenire le guerre del clima”, Le Scienze, n. 576, agosto 2016, pp. 75-79.

[5] Kelley, C.P. et al., 2015, “Climate change in the Fertile Crescent and implications of the recent Syrian drought”, PNAS, 112(11): 3241–3246.

(16 settembre 2016)