un pogrom culturale ingiustificato contro i rom

i rom sono antipatici a quasi tutti

«ed è indubbio che una parte di essi vive nella illegalità»

dice una lettera di Luigi Manconi e altri che chiede:

«questo giustifica un pogrom culturale?»

BULGARIA-MINORITY-ROMA-MARRIAGE-CUSTOMS

Luigi Manconi, sociologo, esperto di diritti umani e parlamentare del Partito Democratico, ha scritto (con altri) una lettera preoccupata sul livello che il razzismo e l’insofferenza nei confronti dei cittadini rom stanno raggiungendo in Italia, per raccogliere adesioni intorno a questa preoccupazione.

I rom sono antipatici a (quasi) tutti: ed è indubbio che una parte di essi vive nella illegalità, commette reati e induce i propri figli all’accattonaggio. Per molti italiani i rom costituiscono il primo motivo di allarme sociale. Tutto ciò può giustificare l’aggressiva mobilitazione anti-zingari oggi in corso nel nostro paese? Una sorta di pogrom culturale ai loro danni? Una minoranza di circa 180mila persone per metà cittadini italiani e per il 60% residenti in abitazioni rischia di rappresentare il capro espiatorio delle ansie collettive, delle frustrazioni sociali e dell’inquietudine per la propria sicurezza.
Oggi i rom, quelli buoni e quelli cattivi, sono tragicamente soli: nessuno sta dalla loro parte e nessuno sembra ricordare che i diritti sono indivisibili. E che negare ai rom le garanzie e le risorse della cittadinanza vuol dire accettare che quelle stesse garanzie e quelle stesse risorse possano venire limitate e compresse nei confronti di noi tutti. Consentire che i rom diventino l’oggetto dell’ostilità sociale e il bersaglio di un vero e proprio meccanismo di degradazione morale significa contribuire a far sì che la nostra società sia sempre più cattiva e ingiusta. Assistere in silenzio a questa mobilitazione dell’odio equivale alla resa verso chi vuole criminalizzare tutta una minoranza per poterla mettere al bando.

Luigi Manconi , Alessandro Bergonzoni, Anna Foa, Gad Lerner, Ermanno Olmi, Moni Ovadia, Santino Spinelli
Per aderire abuondiritto@abuondiritto.it

(Foto: NIKOLAY DOYCHINOV/AFP/Getty Images)

il grido di Gad Lerner, il grido di ciascuno di noi

Non perdete tempo: ci vogliono i traghetti, ci vuole pietà

Immigrazione: barcone in difficoltà, persone in mare

Continuano a morire in mezzo al mare, dopo essersi spogliati di ogni loro avere per pagare cifre assurde agli scafisti che organizzano il viaggio. Ieri notte altri 50 annegati al largo di Malta, e fra loro 10 bambini. Vero è che stavolta l’intervento è stato tempestivo, consentendo il salvataggio di circa 250 migranti. Ma è chiaro che il pattugliamento da solo non basta, svolge una funzione meramente contenitiva, del tutto inadeguata. Ci vogliono i traghetti per far viaggiare le persone al sicuro. Traghetti e voli charter. Istituendo postazioni dell’Onu e dell’Ue nei principali porti di partenza in Libia, Egitto e Tunisia, per identificare e dotare di documenti provvisori i profughi, Non si può perdere altro tempo, se abbiamo un minimo di pietà.

 

Le tre cose da fare per poterci dire umani (Gad Lerner).

 

povertà

in piena tragedia delle centinaia di morti e dispersi di migranti e davanti alla loro lunga fila di bare per i cadaveri recuperati dalle onde e risuonando in noi e ancora nelle nostre orecchie il rimprovero papale: ‘vergogna!’, vengono alla mente alcuni pensieri per non perdere la nostra umanità: di seguito una lucida riflessione di Gad Lerner:

TRAGHETTI.

La prima cosa che ci vuole sono traghetti sicuri verso porti accoglienti, quand’anche i politici non possano dirlo apertamente.

È questa la prima ovvia necessità se si vuole evitare che il Canale di Sicilia si trasformi in una nuova Fossa delle Marianne. Quel tratto di mare non è di per sé insidioso per la navigazione; diventa tale quando lo solcano barche malconce e stipate all’inverosimile. Peggio dei vagoni merci diretti a Auschwitz esattamente settant’anni fa, se proprio vogliamo fare il calcolo del numero di persone ammucchiate in una superficie più o meno analoga. La differenza è che ad Auschwitz ci si andava deportati a morire, contro la propria volontà. Mentre sulle carrette del mare le persone si imbarcano volontariamente, pagando cifre con cui sugli aerei si viaggia in business class, nella speranza di vivere. Per questo la prima urgenza sono i traghetti che garantiscano un trasporto civile e sicuro dalle coste africane verso porti europei attrezzati. Non solo perché lo impone il codice fondamentale dell’umanità. Ma anche perché il metodo inverso dei respingimenti in mare, dopo quattro anni di applicazione e dopo migliaia di morti, non è risultato dissuasivo. Sono disperati ma non certo stupidi i fuggiaschi dalla Siria, dall’Eritrea, dalla Somalia. Se continuano a partire assumendosi una così elevata percentuale di rischio, significa che lo considerano il male minore. Probabilmente hanno ragione. Hanno conosciuto ben altra ferocia che non la voce grossa di qualche politicante italiano. Hanno già visto morire troppa gente per tornare indietro dopo un naufragio. Organizzando un adeguato servizio di navigazione per i migranti in fuga dalla guerra e dalla miseria — che resteranno peraltro una quota esigua rispetto al totale dei milioni di profughi accampati in attesa di fare ritorno alle loro case — le Nazioni Unite e l’Unione Europea infliggerebbero un duro colpo alle organizzazioni criminali degli scafisti. Esse lucrano enormi profitti, grazie ai quali diventano sempre più forti e pericolose. Fino ad impadronirsi di intere regioni e fino a sottomettere le istituzioni locali, com’è già avvenuto con i trafficanti d’armi e di droga. Illudersi di risolvere questo problema per via mi-litare, rafforzando — come pure è necessario — il monitoraggio del canale di Sicilia con altre motovedette italiane o europee, è pura demagogia. La seconda cosa da fare è restituire ai profughi il fondamentale diritto perduto: uno status giuridico certificato. Documenti d’identità validi. La convenzione di Ginevra del 1954 è superata. Oggi il diritto internazionale può avvalersi di una rete di codificazione informatica ben più efficiente, in grado di tutelare e sorvegliare le moltitudini di persone costrette alla mobilità. Se siamo stati capaci di organizzare il monitoraggio sistematico delle merci, cui viene garantita la libera circolazione, non si vede perché lo stesso non possa avvenire per gli esseri umani. È questione sovranazionale di volontà politica, ma anche di civiltà giuridica: la condizione di profugo ridotto all’apolidia, cioè deprivato di un passaporto valido e quindi impedito sia nel diritto a un lavoro regolare sia nel diritto alla mobilità regolare, ormai riguarda decine di milioni di persone. Va regolamentata prima che dia luogo a guerre di nuovo tipo. Non bastano le sanatorie, come quella promulgata dal governo Berlusconi nell’aprile 2011 in seguito alle primavere arabe. Anche se vale la pena ricordare che quella sanatoria riguardò in tutto 22 mila fuggiaschi, e che in quell’anno fatidico sbarcarono sulle nostre coste meno di 50 mila profughi. Fate voi la proporzione: 50 mila profughi in un paese di 60 milioni di abitanti. Restiamo sempre ben al di sotto delle cifre allarmistiche sparate dagli imprenditori politici della paura. Occorrerà certo attrezzarsi per accogliere e smistare un flusso in crescita dalla sponda sud del Mediterraneo, ma per favore non ci si venga a parlare di invasione. La terza cosa da fare è una modifica della legge Bossi Fini del 2002 che ha di fatto irrigidito la normativa per il riconoscimento degli aventi diritto all’asilo politico. Sembra incredibile, ma ne ospitiamo una quota infima rispetto ai nostri partner europei, il che oggi ci rende poco credibili quando chiediamo aiuto a Bruxelles. Tanto più dopo l’introduzione del reato di clandestinità nel 2009, rivelatosi utile solo a “legittimare” la pratica illegale dei respingimenti in mare. È giusto pretendere che l’Europa non si volti dall’altra parte e che, potenziando le strutture comunitarie di Frontex, partecipi all’opera di accoglienza e monitoraggio dei profughi. Purché tale richiesta sia preceduta da un doveroso ripasso della storia e della geografia. La forma allungata della nostra penisola che si protende grazie a migliaia di chilometri di coste verso la sponda sud del Mediterraneo, ne determina una vocazione naturale; che i nostri antenati hanno saputo trasformare più volte in supremazia culturale, commerciale, finanziaria. Ciò che è valso per il passato, vale anche per il futuro: non c’è crescita, non c’è progresso italiano che non si avvalga di una relazione armoniosa con l’insieme del bacino Mediterraneo. Oggi la sponda sud è in fiamme, ma nel mare non si possono costruire dighe. E la penisola non può rattrappirsi. Il lutto nazionale proclamato ieri dal nostro governo deve quindi essere valorizzato nel suo significato più profondo, che va oltre l’umana pietà: gli uomini, le donne e i bambini che muoiono nel tentativo di approdare sulle nostre coste appartengono alla nostra comunità, abbiamo un destino condiviso.

Da La Repubblica del 05/10/2013.

Gad Lerner scrive al sindaco Marino sugli sgomberi

Una lettera al sindaco Marino sullo sgombero dei rom di via Salviati

carovane di rom

 

Insieme a Luigi Manconi, Moni Ovadia e Santino Spinelli, dopo lo sgombero del campo rom di via Salviati a Roma, ho sottoscritto la seguente lettera aperta al sindaco Ignazio Marino.

Le ragioni e le modalita’ dello sgombero del campo rom di Via Salviati a Roma avvenuto questa mattina ci preoccupano. Secondo Amnesty International, l’Associazione 21 luglio e il Centro Europeo per i Diritti dei Rom, l’operazione e’ stata effettuata senza rispettare ‘gli standard e le garanzie procedurali previsti dalla normativa internazionale’.
Noi pensiamo che la valutazione di tre associazioni cosi’ autorevoli non possa essere ignorata. Tanto meno da parte di una amministrazione come quella guidata dal sindaco Ignazio Marino che ha la nostra simpatia e il nostro sostegno. Anche per questa ragione chiediamo che si trovi una soluzione, la piu’ urgente possibile e quella che maggiormente tuteli la salute e rispetti i diritti fondamentali delle persone sgomberate. E chiediamo che immediatamente si riprenda il confronto con una rappresentanza dei nuclei familiari interessati. Cio’ al fine di predisporre dei seri percorsi di integrazione che rispondano alla Strategia nazionale di inclusione dei rom, sinti e camminanti adottata dal governo italiano in attuazione della Comunicazione della Commissione europea che sottolinea la necessita’ di superamento del modello ‘campo’.
Gad Lerner, Luigi Manconi, Moni Ovadia, Santino Spinelli

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