l’omsessualità come dono – parola di vescovo

monsignor Antonio Carlos Cruz Santos:

«l’omosessualità è un dono di Dio»

 

«Considerato il fatto che l’omosessualità non è una scelta, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non lo considera più come una malattia, nella prospettiva della fede noi abbiamo solo una risposta: se non è una scelta, se non è una malattia, nella prospettiva della fede solo può essere un dono, e un dono è dato da Dio. Non c’è verso, se non è scelta, non è malattia, è dono, è dono dato da Dio; ma forse i nostri preconcetti non permettono di comprenderlo come dono di Dio. Così come i preconcetti nei confronti dei neri, e si diceva che i neri non avevano l’anima, il nostro preconcetto non permette di percepire questo dono».

È quanto affermato da monsignor Antonio Carlos Cruz Santos, vescovo di Caicó (Brasile).

Pare dunque in costante crescita il numero di vescovi che contestano l’integralismo di chi difende il mero pregiudizio, spesso con modalità che li dovrebbe portare a sostenere che se un tempo la Chiesa si diceva certa che la Terra fosse piatta, il buon cristiano dovrebbe continuare rifiutarsi di accettare che sia sferica.

le religioni si aprono ad una nuova conprensione della sessualità

gay e credente, ora si può

i monoteismi cambiano (il) sesso

nel mondo sembra cambiare l’approccio delle religioni nei confronti dell’omosessualità, con conseguenze rivoluzionarie: i monoteismi, ormai, non sono più intenti a dare regole sessuali e a definire i ruoli maschili e femminili, ma sono impegnati a definire, di volta in volta, il rapporto tra il fedele e le innovazioni tecnologiche, sociali, culturali e ambientali.

di Sara Hejazi

Negli Stati Uniti, secondo i dati statistici raccolti dal Pew Research Center nel giugno del 2017, gli ultimi quindici anni hanno visto un forte aumento del favore con cui l’opinione pubblica accoglie, immagina e pensa alle unioni tra persone dello stesso sesso. Questa apertura è stata indagata anche in base all’appartenenza religiosa degli intervistati. L’84% dei buddhisti era a favore delle unioni omosessuali, seguiti dal 77% degli ebrei, dal 68% degli hinduisti, dal 57% dei cristiani cattolici e dal 42% dei musulmani.

A New York, la MCCNY (Metropolitan Community Church of New York) è solo una delle tante comunità religiose LGBTQ, la cui chiesa, durante i sermoni delle domenica tenuti dal reverendo Edgar che si autodefinisce “queer”, è gremita di fedeli.

Questo significa che negli ultimi due decenni l’omofobia è – in genere e in certe aree del Nord America e dell’Europa – diminuita a favore di una maggiore accettazione delle differenze negli orientamenti sessuali. La tendenza si riflette anche nella sfera del religioso, dove le comunità confessionali di fedeli LGBTQ sono strutturate in modo da adempiere tutte le funzioni sociali tradizionalmente svolte dalla parrocchia di quartiere: si prega, si interpretano le scritture, si dona cibo, si accolgono i rifugiati, si dà una mano a chi perde il lavoro e infine si celebrano matrimoni omosessuali secondo il rito religioso della tradizione.

Ma cos’è una comunità religiosa LGBTQ?

E’ un gruppo di persone che frequenta una chiesa, un tempio o una sinagoga e – in minor misura una sala di preghiera islamica – non solo in base al proprio credo, ma anche al proprio orientamento sessuale. Sono due, insomma, le identità a cui si fa riferimento: quella sessuale e quella spirituale.

Il binomio “religione e omosessualità” un tempo costituito da due termini in opposizione, si sta insomma, trasformando in qualcosa di nuovo: si può essere LGBTQ e praticanti, anche rimanendo dentro ai monoteismi tradizionalmente omofobi, come il Cristianesimo, l’Ebraismo e persino – seppur in forma minore- l’Islam, perché le religioni, che non sono sistemi fissi, cambiano come cambiano le culture.

1. Confini che si spostano. Religioso e secolare, pubblico e privato, monoteista e LGBTQ.

Cosa determina questo cambiamento? Il fatto che né la monogamia, né l’eterosessualità sono oggi comportamenti rilevanti economicamente e culturalmente per i nostri sistemi sociali complessi, nonostante lo siano stati per circa tredicimila anni, dalla rivoluzione del Neolitico in poi.

Antropologicamente parlando, la nostra è una specie promiscua per natura e nella preistoria la promiscuità è servita a tenere insieme le orde di ominidi prima ancora che fosse sviluppato un vero e proprio pensiero religioso.

Dal Neolitico in poi, la cui grande innovazione fu la nascita della proprietà privata insieme all’agricoltura, divenne strategico anche organizzarsi per mantenere, trasmettere e regolare questa proprietà: così nacquero le norme sessuali e sociali che regolavano il sesso; si assegnarono le persone ai generi, si assegnò ai generi un ruolo e una gerarchia precisa (gli uomini furono posizionati generalmente più in alto rispetto alle donne), i gruppi furono stratificati in classi sociali (guerrieri, sacerdoti e re furono posizionati più in alto rispetto a contadini e schiavi), progressivamente prese forma l’idea di una gerarchia divina e infine di un unico Dio sopra tutti, cioè il monoteismo.

Questa idea rispondeva a una serie di necessità materiali e immateriali delle società umane in quella precisa fase evolutiva:

– Quella di trovare un senso trascendentale a un’esistenza limitata economicamente, temporalmente, geograficamente.

– Quella di giustificare con la promessa di giustizia nell’Aldilà e nel divino le ingiustizie subite in vita, e in particolare le differenze di classe sociale e di genere, imprescindibili per mantenere l’agricoltura e la proprietà privata.

– Quella di addomesticare una natura altrimenti caotica attraverso norme, regole, discipline che derivavano dal sapere religioso ma che servivano per rendere omogenee e unite le società, scongiurando i conflitti interni.
Questo spiega perché, pur nascendo in contesti dove i rapporti omosessuali erano ampiamente praticati, i tre monoteismi hanno posto l’accento sul divieto di unirsi carnalmente a persone dello stesso sesso: l’omo-erotismo avrebbe rappresentato un problema di “sconfinamento” in società religiose che dei confini hanno fatto le proprie fondamenta: confini di genere, ma anche degli spazi. Confini tra sacro e profano, ma anche tra ciò che è giusto e sbagliato, tra ciò che è “halal”, “kosher”, “santo”, e ciò che invece è proibito, abominevole, diabolico.

Così, in ambito ebraico il Levitico ammoniva esplicitamente di “Non giacere con un uomo come faresti con una donna. E’ una cosa abominevole” (18:22); e ancora “Se un uomo giace con un altro uomo come farebbe con una donna, i due compirebbero un abominio. Dovrebbero sicuramente essere messi a morte e che il sangue si riversasse su di loro” (20:13).

Il Vangelo di Matteo è chiaro rispetto ai rapporti di coppia, che devono essere rigorosamente eterosessuali e per di più indissolubili:

Alcuni Farisei vennero da lui per metterlo alla prova. Chiesero “E’ corretto per un uomo divorziare dalla propria moglie per una ragione qualsiasi?”

“Non sapete,” rispose, “che all’inizio il creatore creò l’Uomo e la Donna e disse: per questa ragione un uomo lascerà suo padre e sua madre e sarà unito a sua moglie e i due diventeranno un’unica carne?’ Così essi non sono più due, ma uno. Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito”(19:3-6)

Nel Corano ci sono diverse allusioni all’omosessualità: la più esplicita è quella in cui si parla della città di Lot sulla quale Dio fece piovere fuoco, proprio perché trattavasi di un popolo dedito all’omosessualità.

“Così abbiamo portato lui e i suoi seguaci, tranne sua moglie, che era tra quelli che rimasero indietro. E gli abbiamo piovuto addosso il fuoco; considera dunque che fine fece il colpevole” (7:84)

Le religioni, come le culture, sono in costante fermento. Se negli Stati Uniti i monoteismi sembrano essere ormai in grado di esprimersi anche attraverso un linguaggio apertamente LGBTQ, questo non significa che non vi sia chi contrasta fortemente l’innovazione culturale nella religione. In questa sede, però, non interessa tanto la diatriba sulla legittimità dell’omosessualità nei monoteismi, che lasciamo agli addetti ai lavori: Rabbini, Vescovi e Imam in primis. Piuttosto, è interessante notare una rivoluzione di termini e di posizionamento del discorso sessuale nello spazio pubblico e in quello religioso.

2. Rivoluzioni sessuali.

La percezione che l’opinione pubblica ha delle sessualità si è completamente stravolta negli ultimi 20-30 anni. Che cosa è successo? Per prima cosa, la morale sessuale – che un tempo fu pubblica- si è privatizzata. Chi non si ricorda, per esempio, l’importanza pubblica delle verginità femminile? La verginità (o la sua assenza) avrebbe avuto un tempo il potere di destabilizzare intere comunità.

Allo stesso modo, però, se la condotta sessuale delle persone non è più affare della comunità, gli orientamenti sessuali entrano invece, con forza, nel discorso pubblico. Diventano, cioè, politici.

Questo succede anche alle religioni: da un lato esse si privatizzano, trasformandosi in questioni non più collettive ma strettamente intime e personali; si può scegliere una religione come in quello che Rodney Stark ha chiamato “supermarket delle fedi”; si può appartenere a una comunità religiosa senza credere, e viceversa credere senza appartenere, come ha fatto notare brillantemente Grace Davie; si possono praticare varie forme sincretiche di religione, oppure si può scegliere beatamente di essere atei.

Dall’altro lato, però, alcune forme identitarie legate alla religione diventano tratti da portare nella sfera pubblica, con una certa dose di violenza. Religione e sessualità stanno dunque facendo un percorso simile. Si privatizzano come scelte personali, tra le tante possibili; ma diventano politiche, non appena entrano nella sfera pubblica. Hanno insomma perso il loro ruolo tradizionale di tenere insieme le persone e lo hanno sostituito con un ruolo più marcatamente ideologico e politico di rappresentazione.

E qui, in questo percorso parallelo, si inserisce un’altra novità: fino a qualche decennio fa esisteva una critica omosessuale ai monoteismi intesi come sistemi patriarcali; questo faceva sì che i movimenti LBGTQ si schierassero contro le istituzioni religiose e si posizionassero sul versante del secolare, portando avanti un pensiero critico e introspettivo sul proprio rapporto con la fede, come fecero, per intenderci, intellettuali del calibro di Pier Paolo Pasolini o di Michel Foucault.

Oggi questo avviene sempre meno. I movimenti LGBTQ auspicano al contrario la riconciliazione con il monoteismo, che non è messo in discussione, ma ri-aggiustato e modellato proprio nei suoi confini: non è più l’omosessualità a escludere la religione patriarcale dal proprio orizzonte identitario, ma è la religione patriarcale a includere l’omosessualità tra i suoi possibili tratti identitari.

3.Scontri di civiltà o scontri di sessualità?

Per questa constante oscillazione tra pubblico e privato, sessualità e religione giocano una partita fondamentale ai giorni nostri: sono, in fondo, indicatori di quanto un Paese è democratico o meno. Più le identità possono fare riferimento a orientamenti sessuali LBGTQ che vengono inclusi nelle religioni monoteiste, più una società si considera ed è considerata democratica.

In altre parole, la linea che divide i contemporanei “scontri di civiltà”, come avrebbe voluto Samuel Huntington, per esempio tra gli immaginari spazi di “Oriente” / “Occidente”, non è formata dagli atteggiamenti che le culture religiose hanno nei confronti della democrazia, ma quello che esse hanno nei confronti degli orientamenti sessuali e delle relazioni di genere.

Così la cittadinanza democratica contemporanea si crea ed è creata anche secondo una crescente “tolleranza della diversità sessuale”, che d’altronde segue la tradizione democratica inclusivista della diversità tout court, a seconda di chi e cosa è “diverso” o è “minoranza” in un dato spazio e tempo: per esempio, il movimento delle minoranze afro americane segnò gli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, poi ci fu quello femminista, quello indigeno, e via dicendo, fino a quello LGBTQ dei giorni nostri.

Per diventare politiche, queste identità hanno dovuto nel tempo costruirsi e definirsi in base a caratteristiche immediatamente riconoscibili pubblicamente.

Il Diciannovesimo secolo, come ha fatto notare proprio Foucault, ha creato la categoria sociale e culturale dell’”omosessuale” distinguendola dalle altre. Lo stesso processo hanno subito le categorie sociali “nuove” per la modernità quali appunto “le donne”, “i neri” ecc.

Oggi quella dell’orientamento sessuale è una categoria facilmente assimilabile all’“etnia”: per questa ragione si trovano chiese, sinagoghe, moschee connotate etnicamente, e altre invece connotate sessualmente.

L’identità nazionale sembra però aver perso terreno rispetto a quella sessuale. Le società complesse, come avrebbe detto il filosofo Edgar Morin, sono in fondo il risultato di forze identitarie centripete e centrifughe che lottano, dialogano, negoziano, si alleano o si scontrano tra loro. Sempre più nuove comunità vengono immaginate su base sessuale e locale, invece che etnico e nazionale, come accadeva nel secolo scorso.

E’ il caso della Congregation Beit Simchat Torah (CBST), la sinagoga queer, sempre a New York, che si autodefinisce “una voce progressista all’interno dell’ebraismo” per l’inclusione delle minoranze sessuali. Se tra i punti della sua “mission” si trova solo all’ultimo posto il richiamo allo stato di Israele, al primissimo posto c’è l’offerta di servizi sia “tradizionali” sia “liberali”. Cosa significa? Che si tratta di uno spazio sia prettamente religioso, sia puramente sociale, dove si può – per esempio- pregare, e al contempo ricevere assistenza psicologica.

I matrimoni omosessuali tra fedeli musulmani sono più frequenti di quello che si pensa, specie in gran Bretagna, dopo che le unioni civili sono diventate legali nel 2014. L’attivista britannica transgender Asifa Lahore spiega di aver assistito a centinaia di unioni omosessuali con rito religioso islamico, negli ultimi anni.

Per le comunità musulmane, tuttavia, vere e proprie sale di preghiera connotate come LGBTQ sono una questione più controversa anche negli Stati Uniti, rispetto agli altri due monoteismi.

Una delle ragioni di questo è, di nuovo, la narrazione di “scontro di civiltà” che fa da cornice nella costruzione della religione islamica nei Paesi Occidentali. In questo contesto è già difficile per i musulmani creare spazi di preghiera e culto nelle città. Ancora più complesso sarebbe creare luoghi ad hoc per i fedeli LGBTQ.

All’interno della religione islamica poi, l’omosessualità non è solo letta come “peccato” in termini di condotta del fedele musulmano; è anche, e forse soprattutto, un peccato di ordine culturale: l’omosessualità è spesso associata ad una deriva da contatto con l’Occidente per l’immigrato musulmano: una sorta di corruzione culturale post-colonialista.

4. I monoteismi del futuro saranno gay-friendly?I monoteismi del futuro saranno altamente frammentati, più che gay-friendly. Questo è un passaggio evolutivo cruciale per la nostra specie. Man mano che più persone avranno accesso ai saperi religiosi che – ricordiamo- un tempo erano materia per pochissimi eletti, le religioni diverranno sistemi adattabili e flessibili su misura di ogni singolo fedele. Saranno dunque gay- friendly o estremamente omofobi; saranno inclusivisti o estremamente chiusi; sposeranno le cause più disparate; inneggeranno alla pace così come alla violenza. Smetteranno però – nei prossimi decenni- di essere ancorate ai generi sessuali come lo sono state per millenni.

Se, come dice Anna Rosin, l’era del maschio è finita, anche l’era della femmina non sta andando granché bene. Inizierà dunque un’Era religiosa a-sessuata, dove i monoteismi non saranno più intenti a dare regole sessuali e a definire i ruoli maschili e femminili, ma saranno piuttosto impegnati a definire, di volta in volta, il rapporto tra il fedele e le innovazioni tecnologiche, sociali, culturali, ambientali che sempre più si presenteranno come un’emergenza per la nostra specie.

(26 luglio 2017 MICROMEGA)

parola di cardinale: un nuovo rispetto nella chiesa verso i gay

Il cardinale Cupich

“nella chiesa dire persone gay, lesbiche o LGBT è un segno di rispetto”

Il cardinale di Chicago Blase Cupich  è entrato nel dibattito relativo al modo in cui la Chiesa cattolica dovrebbe interagire con i gay e le lesbiche, parlando alla platea di Chicago ha detto che si dovrebbero usare le stesse parole che le persone LGBT  utilizzano per definirsi.

“Iniziamo come sempre la conversazione affermando con certezza che tutte le persone hanno valore, che la loro vita deve essere rispettata e  che noi dovremmo rispettarle“, ha affermato il Cardinale Cupich in risposta ad una domanda dopo un discorso tenuto al City Club di Chicago il 17 luglio.

“Ecco perché penso che i termini gay, lesbiche,  LGBT e tutte quelle espressioni che le persone ritengono essere in sintonia col proprio essere, dovrebbero essere rispettate“, continua il cardinale di Chicago. “Le persone dovrebbero essere chiamate come desiderano essere chiamate piuttosto che uscirsene con termini che forse mettono a proprio agio solo noi. Quindi iniziamo a farlo“.

I commenti del cardinale arrivano in un momento in cui alcuni vescovi cattolici stanno prendendo in considerazione come impegnarsi verso la comunità LGBT. Lo scrittore americano James Martin, SJ, afferma nel suo nuovo libro “Guilding a bridge” che i gay e le lesbiche dovrebbero essere chiamati con queste medesime espressioni, notando che lo stesso papa Francesco ha usato il termine gay.

Ma i critici hanno affermato che l’uso di questi termini in sostituzione di frasi come “persone che sperimentano attrazione verso lo stesso sesso” suonerebbe come una sconfitta di fronte alla secolarizzazione.

Il Cardinale Cupich, che ha voluto sottolineare un approccio pastorale a questioni di moralità sessuale che rispecchia la visione di Papa Francesco, ha affermato che la chiesa insegna che il matrimonio è unione tra un uomo e una donna, un sacramento che porta nuova vita nel mondo e che “la società ha il compito, mi pare di poter dire di sostenerla in modo differente e qualificante.”

Più tardi quella sera il Cardinale Cupich, intervenuto alla “Chicago Tonight ” della WTTW per discutere della violenza di gang armate in città, si è rifiutato di commentare un  documento promulgato nella vicina diocesi di Springfield in cui, il vescovo Thomas Paprocki, ha detto ai sacerdoti che i gay e le lesbiche sposati non possono ricevere la comunione o avere dei funerali cattolici.

“Questa non è la nostra politica”, ha affermato il Cardinale Cupich, aggiungendo, “è prassi comunque non commentare le scelte politiche di altre diocesi” (…).

articolo di Michael J. O’Loughlin pubblicato sul sito della rivista cattolica America (USA) il 18 luglio 2017, libera traduzione di Pietro P.

 

se non è un miracolo ci si avvicina …

“miracolo” nella chiesa Usa

il cardinale Tobin accoglie i cattolici Lgbt in cattedrale

articolo di Ludovica Eugenio pubblicato sul settimanale Adista Notizie n° 23 del 24 giugno 2017,  pp.12-13

È davvero un passo nuovo l’accoglienza che l’arcivescovo di Newark (New Jersey) card. Joseph Tobin, religioso redentorista, ha riservato, il 21 maggio scorso, ad alcuni gruppi di cattolici Lgbt di parrocchie del New Jersey nella cattedrale della città. Con un gesto assolutamente inedito per la Chiesa statunitense (basti ricordare i divieti opposti nel passato ai partecipanti della New York Parade a entrare nella cattedrale di St. Patrick), il cardinale ha infatti dato vita, insieme a un altro religioso redentorista, p. Francis Gargani, che si occupa di pastorale Lgbt nell’arcidiocesi, all’ultimo atto di una collaborazione attuata con un gruppo omosessuale parrocchiale. L’evento è consistito nella celebrazione di una messa, di una visita della cattedrale, e di una cena comunitaria, aperte a tutte le persone Lgbt che volessero parteciparvi.

«Sono contento che tu e i fratelli e sorelle Lgbtq abbiate in programma di visitare la nostra splendida cattedrale», aveva detto il vescovo a Gargani, aggiungendo: «Sarete i benvenuti! Il volantino è bello, fatelo circolare». Si trattava di un volantino nel quale, per la prima volta, l’acronimo Lgbt veniva utilizzato in relazione ad una istituzione cattolica del New Jersey, con la benedizione del cardinale. P. Gargani, in una recente intervista al settimanale National Catholic Reporter, ha spiegato  il senso dell’iniziativa: «Ho avuto il privilegio di collaborare, di recente, con un gruppo di spessore  che ha organizzato un giorno di preghiera e riflessione per la comunità Lgbt del New Jersey e lo ripeterà in occasione di un prossimo ritiro a giugno».
Il tono con il quale Tobin ha parlato al gruppo Lgbt, durante la messa – concelebrata anche dal vescovo ausiliare e rettore della cattedrale mons. Manuel Cruz – è stato molto caloroso: «Sono Joseph, vostro fratello. Sono vostro fratello, in quanto discepolo di Gesù. Sono vostro fratello, un peccatore che trova misericordia presso Dio». Ma i gesti contano più delle parole e il fatto che i fedeli omosessuali presenti, alcuni dei quali sposati, abbiano potuto fare la comunione al centro della cattedrale, non ha prezzo.

La percezione della novità

«È stato come un miracolo», ha detto un responsabile cattolico gay di New York, Ed Poliandro. «È stato un miracolo sentir dire dai vertici della Chiesa: “Siete benvenuti, appartenete alla Chiesa”. E dopo un lungo tempo di lotte, mi sono sentito a casa».  «Ci ha portato papa Francesco – ha commentato Thomas M. Smith, diacono della cattedrale di Newark. «Erano 25 anni che aspettavo. Sono un diacono e ho dovuto essere cauto, ho avuto paura».

Commenti positivi anche dal direttore esecutivo di New Ways Ministry, l’organizzazione che da decenni si occupa di cattolici Lgbt: «Negli ultimi 40 anni – ha detto, secondo quanto si legge sul sito dell’organismo  – i vertici della Chiesa sono semplicemente stati in silenzio, non disponibili al dialogo e a pregare con i cattolici Lgbt e questo, benché non sia un passo definitivo, è un primo passo. L’accoglienza di un gruppo di persone apertamente gay alla messa da parte di un’autorità della statura del card. Tobin in questo Paese sarebbe stata impensabile cinque anni fa. Ma Tobin, nominato da papa Francesco a Newark l’anno scorso, fa parte di un piccolo ma sempre più consistente gruppo di vescovi che sta cambiando il modo di relazionarsi della Chiesa statunitense con i fedeli omosessuali. Stanno cercando di essere più inclusivi e di indicare ai preti loro sottoposti di fare lo stesso».
Alcuni esempi:  il recente permesso accordato agli studenti trans-gender di frequentare scuole cattoliche nella diocesi di Jefferson City; un sinodo diocesano, indetto dal vescovo di San Diego mons. Robert McElroy, nel quale si è parlato di iniziative a favore dell’accoglienza di cattolici omosessuali; le affermazioni di mons. John Stowe di Lexington, Kentucky, a un convegno di New Ways Ministry, durante il quale ha detto di ammirare i cattolici omosessuali, bisessuali e transgender per la loro fedeltà alla Chiesa nonostante la sua freddezza.

Qualcosa si muove davvero nella Chiesa Usa

Tobin, peraltro, è stato tra i primi a esprimere elogi ad un recente libro, molto avanzato, sull’accoglienza delle persone Lgbt nella Chiesa del noto gesuita p. James Martin, columnist del settimanale dei gesuiti America, dal titolo “Building a Bridge: How the Catholic Church and the LGBT Community Can Enter into a Relationship of Respect, Compassion, and Sensitivity”.
«Il nuovo libro di p. Martin, coraggioso, profetico e ispirante, segna un passo essenziale nell’invitare i responsabili della Chiesa ad amministrare con maggiore compassione e nel ricordare ai cattolici Lgbt che fanno parte della nostra Chiesa come qualsiasi altro cattolico», era stato il suo commento. Tobin è stato anche tra i prelati a criticare pubblicamente i quattro cardinali che hanno espresso dubbi sull’ortodossia del documento post-sinodale di papa Francesco Amoris Laetitia, definendo la loro opposizione «nella migliore delle ipotesi naif».
Lanciando il libro, Martin ha spiegato, in un articolo pubblicato il 31 maggio scorso sul Washington Post, il perché della decisione di scrivere un libro su questo tema: «Nell’estate 2016, un uomo armato ha fatto irruzione in un night club popolare nella comunità gay di Orlando e ha ucciso 49 persone, la più grave sparatoria della storia degli Stati Uniti», esordisce. «Milioni di persone nel Paese hanno manifestato il loro dolore e supporto alla comunità Lgbt. Ma mi sono inquietato per ciò che non ho sentito. Anche se molti rappresentanti della Chiesa hanno espresso il loro cordoglio e orrore, solo una manciata dei più di 250 vescovi cattolici hanno usato il termine gay o Lgbt»: il card. Blase Cupich di Chicago;  mons. Robert Lynch di St. Petersburg, Florida;  mons. David Zubik di Pittsburgh, oltre a McElroy e John Stowe. «Molti altri, poi, sono rimasti in silenzio», commenta Martin, spiegando come tutto ciò sia stata una rivelazione: «Il fatto che soltanto pochi vescovi abbiano riconosciuto la comunità Lgbt o abbiano usato il termine “gay” mostrava che la comunità Lgbt è ancora invisibile in molti settori della Chiesa. Persino nella tragedia». Di qui la sua conclusione, che è stato il punto di partenza per la scrittura del libro: «il lavoro del Vangelo non può essere compiuto se una parte della Chiesa è sostanzialmente separata dal resto. Tra i due gruppi, la comunità Lgbt e la Chiesa istituzionale, si è formata una frattura, una separazione, per superare la quale va costruito un ponte».
Ad aiutare Martin sono stati la sua lunga esperienza pastorale anche con cattolici Lgbt e i suoi contatti con i vertici della Chiesa. Il suo operato è stato riconosciuto da New Ways Ministry, che l’anno scorso gli ha tributato il “Bridge Building Award»: «Il nome di questo premio mi ha ispirato nell’abbozzare l’idea di un “ponte a due sensi” che potesse unire la Chiesa istituzionale e la comunità Lgbt». «In questi tempi – conclude – la Chiesa deve essere segno di unità. Anzi, in ogni tempo. Eppure per molti la chiesa contribuisce alla divisione, nel momento in cui alcuni responsabili mettono dei paletti tra un “noi” e un “loro”. Ma la Chiesa lavora al suo meglio quando incarna rispetto, compassione e sensibilità. Perché in definitiva, per Gesù non c’è un “noi” e un “loro”. Per Gesù c’è solo un “noi”».

la chiesa non straparli in nome di Gesù

Enzo Bianchi

“Gesù non ha mai parlato dei gay, la Chiesa taccia. Sì alle unioni civili”

Enzo BianchiIl priore di Bose Enzo Bianchi sostiene le ragioni del riconoscimento delle unioni civili tra persone omosessuali ed anche la separazione tra coniugi che non vanno più d’accordo. Lo ha affermato nel corso di una assemblea pastorale diocesana tenutasi a Trento, secondo quanto riporta L’Adige. «La Chiesa non può avvallare il divorzio, ma se due persone non stanno bene assieme, e si avvelenano reciprocamente l’esistenza, è meglio che si separino. – scrive il quotidiano trentino – Diversamente, se due persone dello stesso sesso si vogliono bene e sono propense ad aiutarsi ed a sostenersi reciprocamente è giusto che lo Stato preveda una regolarizzazione del loro rapporto». Il priore della comunità monastica di Bose ha tenuto una lezione magistrale dedicata interamente al valore cristiano della misericordia, poi ha risposto alle domande dei presenti.

«Dobbiamo chiedere scusa – ha detto Bianchi – alle famiglie per la presunta superiorità mostrata dai religiosi nei tempi passati: la vita di coppia è molto difficile, e noi dobbiamo essere in grado di riconoscere il grande merito di chi sceglie di costruire un nucleo famigliare. Tuttavia, in una realtà in cui tutto è precario, dal lavoro alle relazioni, non possiamo aspettarci che l’amore o la famiglia non lo sia. Su questo, però, non possiamo permetterci in alcun modo di giudicare, né, tantomeno, di escludere» riporta ancora l’Adige.

 Enzo Bianchi ha spiegato che «se Cristo nel Vangelo parla del matrimonio come unione indissolubile nulla dice in merito all’omosessualità. L’onestà, quindi, ci obbliga ad ammettere l’enigma, a lasciare il quesito senza una risposta. Su questo, io vorrei una Chiesa che, non potendo pronunciarsi, preferisca tacere. Che la Chiesa faccia il matrimonio per persone dello stesso sesso – ha concluso – è una cosa senza senso. Tuttavia, se lo Stato decide di regolarizzare una realtà affettiva, lasciamo fare, applicando la misericordia come vuole il Vangelo, non come la vogliamo noi».

nei confronti delle persone lgbt non tutti i vescovi sono uguali

viaggio tra i vescovi cattolici che sostengono apertamente l’inclusione delle persone lgbt

Articolo pubblicato sul blog Cristianos Gay (Spagna) il 13 ottobre 2016, liberamente tradotto da Sara C.

Tra i vescovi cattolici spicca il Vescovo Johan Bonny che si fa notare ancora una volta per la sua posizione a favore delle persone LGBT.
Lo fa attraverso un libro che è stato pubblicato l’11 ottobre scorso in Belgio e che raccoglie una serie di interviste con il teologo Roger Burggraeve e la giornalista Isle Van Halst, della rivista fiamminga Kerk & Leven. Il titolo evoca una celebre dichiarazione di Papa Francesco sulle tre parabole dedicate alla famiglia: “Posso? Grazie. Mi spiace. Dialoghi audaci sulla relazione, sul matrimonio e sulla famiglia” (Mag ik? Dank je. Sorry. Vrijmoedige dialoog over relaties, huwelijk en gezin).

In questo libro, come riportato nel quotidiano La Libre Belgique (tradizionalmente vicino al Cattolicesimo Belga), il Vescovo Johan Bonny afferma il primato del matrimonio eterosessuale e respinge l’equiparazione con quello tra le persone dello stesso sesso e le unioni civili. Tuttavia, il Vescovo Johan Bonny afferma che essi e le loro unioni debbano trovare posto all’interno della comunità cattolica mediante la liturgia. Proprio a questo proposito fa la sua proposta più audace: l’introduzione di un rituale di benedizione per le coppie di fatto (diverso dal sacramento del matrimonio inteso come unione di due persone eterosessuali) che abbracci anche le persone dello stesso sesso.

Il Vescovo di Anversa e le sue dichiarazioni a favore delle persone LGBT

Questa non è la prima volta che il vescovo d’Anversa si distingue per le sue dichiarazioni circa le persone LGBT, già nel settembre del 2014 ha indirizzato una lettera al Vaticano, durante la celebrazione del Sinodo straordinario sulla Famiglia, chiedendo maggior rispetto e un linguaggio più armonioso di fronte a quelle realtà considerate “diverse”; sostenendo, inoltre, che la Chiesa cattolica dovrebbe “abbandonare il suo atteggiamento difensivo” su questioni come l’accettazione degli omosessuali, divorziati e risposati o sui giovani che vivono con un partner senza essere uniti in matrimonio, sottolineando che queste situazioni “meritano maggiore rispetto e un giudizio meno duro”.

Qualche mese dopo, dicembre 2014 , lo stesso Vescovo ha sostenuto la necessità di un riconoscimento liturgico delle coppie omosessuali, atteggiamento che gli è costato l’opposizione dei settori fondamentalisti . “Dobbiamo trovare nel seno della Chiesa un riconoscimento formale per la relazione intesa come unione sia delle persone omosessuali sia di quelle eterosessuali. Come nella società esistono dei riconoscimenti giuridici per le coppie  altrettanto dovrebbero esistere all’interno della Chiesa stessa”, ha affermato senza però specificare se questo “riconoscimento formale” dovrebbe avere o meno carattere liturgico.

Un piccolo e insistente gruppo di vescovi aperturisti

La verità è che il Vescovo Bonny non è del tutto solo ma fa parte di un gruppo di vescovi che hanno avanzato diverse posizioni sulle persone LGTB, rispetto alla maggior parte della gerarchia cattolica. Si tratta di un piccolo ma notevole gruppo in quanto sta mantenendo la stessa linea ormai da diversi anni. Tra di loro troviamo il Vescovo di Osnabrück (Germania), Franz-Josef Bode, il quale, nel mese di settembre 2015, si mostrò favorevole a benedire, in privato e non attraverso una cerimonia pubblica, le coppie omosessuali unite da una relazione stabile.

Tra di loro, spicca anche il cardinale  Reinhard Marx , presidente della Conferenza Episcopale Tedesca nonché arcivescovo di Monaco e Frisinga e stretto collaboratore di Papa Francesco. È stato lui il primo ad affermare che la Chiesa cattolica dovrebbe chiedere scusa per come ha trattato gli omosessuali, dando così origine alle dichiarazioni che il Papa stesso fece a tal proposito. Il Cardinale affermò che “La storia degli omosessuali nella nostra società è una storia terribile; li abbiamo emarginati e pertanto dobbiamo chiedere loro perdono, sia come Chiesa sia come società”. Il cardinale tedesco ha anche osservato che il rapporto di fedeltà tra le persone dello stesso sesso deve valorizzarsi positivamente: “Dobbiamo rispettare le decisioni degli individui. Come ho già affermato nel primo Sinodo – dove alcuni sono stati costernati, ma penso che sia normale – non si può dire che una relazione fedele tra due uomini o due donne non sia nulla, che non abbia alcun valore”.

Anche prima del pontificato di Papa Francesco, nel 2012, il Cardinale Rainer Woelki, Arcivescovo di Berlino, chiamò la Chiesa a riflettere sulla propria posizione nei confronti delle coppie omosessuali affermando, a questo proposito, che dovrebbero essere considerate come analoghe a quelle eterosessuali. Allo stesso modo, durante un’intervista avvenuta in seguito, ha denunciato il ” falso perfezionismo ” che, a parer suo, prevale nel seno della Chiesa. Tuttavia, poco dopo ha chiarito la sua posizione in modo curioso affermando, da un lato, che “dove ci sono individui inclini e disposti gli uni verso gli altri, questi meritano un riconoscimento” mentre, dall’altro, ha aggiunto che gli “atti”  omosessuali vanno “contro la legge naturale e quindi non possono essere accettati dalla Chiesa.”

A tal proposito, va menzionato il Vescovo di Saltillo (Messico), Raul Vera, che da anni si sta distinguendo per la difesa delle persone LGBT. Nel 2011 aveva sostenuto l’organizzazione del Forum sulla diversità sessuale, familiare e religiosa  da parte della Comunità di San Elredo (gruppo di cristiani LGBT) affermando che: “la società messicana non è ancora stata in grado di liberarsi dai pregiudizi, dall’intolleranza e dall’ostilità nei confronti delle persone gay, generando così atti di violenza e un rifiuto sociale e familiare”. Nel 2014, lo stesso Vescovo battezzò la figlia nata da una coppia di due donne che avevano contratto matrimonio nel Distretto Federale del Messico, primo territorio messicano ad approvare il matrimonio omosessuale.

Cattolicesimo tedesco, punta di diamante

Non deve sorprendere che la maggior parte degli esempi appena menzionati provengano proprio dalla Germania, Paese nel quale è presente una delle comunità cattoliche più aperte nei confronti delle persone LGTB. Nonostante tutto, però, le dichiarazioni di questi vescovi tedeschi sembrano timide in confronto a quelle dei laici. Nel dicembre 2015, la divisione locale della Confederazione Cattolica della Gioventù Tedesca (Bund der Deutschen Jugend Katholischen -BDK-) approvò un documento intitolato “Tutti sono i benvenuti”, in cui affermava che “l’amore di Dio non fa distinzioni” e ha riconosciuto che “le persone omosessuali” possono “vivere il sesso in modo responsabile”. Un altro esempio eloquente è stato il documento firmato nel 2011 da 144 teologi cattolici tedeschi (circa un terzo del totale), nel quale si sosteneva la necessità di una profonda riforma da parte della Chiesa stessa che comprendeva, tra le altre cose, la fine del “rigore morale” che condanna all’ostracismo le coppie omosessuali e le coppie di persone divorziate unite in seconde nozze.

A questa apertura corrisponde un atteggiamento progressista da parte del cattolicesimo tedesco su questioni come la contraccezione e il divorzio; temi sui quali la Germania già marcava differenze con i pontefici precedenti, in particolare con il tedesco Joseph Ratzinger.

In definitiva, all’interno delle dinamiche della Chiesa cattolica di alternare passi in avanti con altrettanti in dietro (come si è potuto ben notare dalle più recenti dichiarazioni del Papa), esiste un gruppo di vescovi che sembra premere in modo insistente. Non c’è bisogno di ricordare, purtroppo, in che posizione si trovino le voci dell’episcopato spagnolo, con qualche eccezione come il vescovo Vera. Sembra, comunque, che ai vescovi del Nord Europa vada aggiudicato ancora una volta il riconoscimento di avere una visione avanguardista su tal questione.

la “questione omosessualità” è una delle grandi sfide teologiche e pastorali della Chiesa di questo secolo

 

Nuove frontiere della pastorale e della teologia Lgbt

nuove frontiere della pastorale e della teologia Lgbt

Damiano Migliorini  

da: Adista Documenti n° 43 del 10/12/2016
È sotto gli occhi di tutti, ormai, che la “questione omosessualità” è una delle grandi sfide teologiche e pastorali della Chiesa di questo secolo. Basti pensare all’acceso dibattito del Sinodo 2014-2015 sulla famiglia, che ha visto emergere una realtà ecclesiale divisa a tutti i livelli, o almeno decisamente “in cammino”. È la questione, d’altro canto, che crea maggiori incomprensioni tra Chiesa, laici e società civile (incline a legittimare per via legislativa le unioni omoaffettive), ben più di altre, come la contraccezione o il sacerdozio femminile, che avevano acuito lo scontro nei decenni passati.
Sugli esiti del Sinodo e i suoi silenzi è stato detto molto
1. Amoris Laetitia è un testo – su questa tematica – sostanzialmente conservatore
2. ma l’accidentato percorso sinodale «ci ha mostrato la necessità di continuare ad approfondire con libertà alcune questioni dottrinali, morali, spirituali e pastorali»
3. L’amore omosessuale è uno di questi, lo si voglia o no. E se non è cambiata la dottrina, è almeno cambiato il metodo con cui affrontare le controversie su alcuni temi. Il che fa ben sperare.
Questo articolo s’inserisce nella consapevolezza di questo nuovo atteggiamento e in questa sfida: tratteggerò lo “stato dell’arte” a livello teologico, per poi focalizzarmi sulla pastorale. Procedo per punti.

Stato d’avanzamento in esegesi e teologia

Se l’esegetica ha sciolto buona parte delle difficoltà legate all’interpretazione intransigente dei versetti biblici, più complessa è la situazione della sistematizzazione teologica. L’antropologia cristiana fatica ancora a confrontarsi con il concetto di orientamento sessuale (o.s.), ed è per questo motivo che le istanze del mondo omosessuale sono diventate un problema test per la teologia cattolica (e per la filosofia4), poiché implicano di andare alle radici dei propri dispositivi teologici in morale sessuale. Senza pretendere di fare un resoconto delle questioni aperte5, è noto, ad esempio, che il conflitto con il paradigma scientifico – e la conseguente cultura sessuale – nasce dall’acquisizione moderna secondo cui l’o.s. non ha a che fare solo con la funzionalità degli organi, ma col desiderio, un fenomeno psicologico la cui evoluzione non è intrinsecamente eterosessuale, perché non è orientata (primariamente) alla procreazione6.

Accettare l’esistenza di un o.s. che si scopre (non si sceglie), allora, costringe a rivedere in parte l’insieme delle inclinazioni naturali che ci permettono di individuare i beni che rientrano nella legge morale naturale. Il fine (o bene) procreativo necessita o di un’interpretazione più ampia o di essere esigito solo in determinati contesti.

La difficoltà di pensare a uno sviluppo diverso da quello lineare “sesso biologico-identità di genere-orientamento eterosessuale-procreazione” sta dunque alla base dell’incapacità di concepire l’esistenza di più identità sessuali, di varianti sane della sessualità; e risiede in una rigida interpretazione teleologica, nella quale il desiderio sessuale (e quindi l’uso degli organi genitali) ha come unico fine la procreazione biologica7. Ecco perché, come si diceva in apertura, oggi il “tema omosessualità” è diventato il punctum dolens della teologia, ed è percepito dai più – a ogni di livello di discussione – come “la questione” con cui la Chiesa dovrà fare i conti se vorrà, finalmente, chiudere con un passato di modelli teologici carichi di pregiudizi e di pre-comprensioni pseudo-scientifiche, oltre che inserirsi in un modello democratico laico e liberale.

Nonostante le difficoltà teologiche (e disciplinari), non sono poche ormai le proposte interne al mondo cattolico che cercano d’armonizzare le acquisizioni scientifico-culturali con la morale sessuale cristiana8 (anche di solida impostazione tommasiana9). Certo, ciascuno può esprimere le sue perplessità, ma senza dubbio, pensare teologicamente l’orientamento sessuale è il compito dell’attuale “teologia delle sessualità”. Sforzo che si traduce nel comprendere perché il disegno di Dio preveda che ci siano minoranze sessuali (sarà necessario formulare una fenomenologia dell’amore omosessuale) e quale sia il Suo progetto su tanta diversità: forse è più ampio del previsto, forse rimarrà un mistero.

Se abbiamo l’umiltà di riconoscerlo, sarà fondamentale sondare se la recente teologia dell’unità duale, dell’una caro, il mistero nuziale e la teologia della famiglia come immagine della Trinità siano realmente consistenti10. La mia ipotesi è che ciascuna di esse sia valida (con non pochi accorgimenti!) quando è utilizzata per descrivere la bellezza di una realtà e non – come avviene oggi – per screditarne un’altra11. Le teologie che nascono “contro” qualcuno, raramente sono equilibrate. Faccio un esempio spicciolo: considerare il mistero nuziale come un destino all’eterosessualità riproduttiva – e considerare ogni azione che non attui quel destino come una negazione del mistero-progetto trinitario di Dio – crea dei cortocircuiti teologici, soprattutto riguardo alla scelta di vivere la sessualità in forma celibataria.

Come avanzare ancora?

Se la precarietà teologica (attuale) e l’approvazione ecclesiale (futura) hanno tempi di maturazione lunghi, quelli della vita reale sono brevi: che fare, dunque nel frattempo? Un’operazione che può sembrare banale – ma non lo è affatto – è cominciare a conoscere questa diversità: incontrandola, per sperare di comprenderla. Va bene l’ideale, ci ricorda papa Francesco, ma questo non può renderci ciechi di fronte alla realtà. E quest’ultima, oggi, è fatta anche della quotidianità degli amori delle minoranze sessuali. I teologi non possono più far finta che non esistano, pena il vivere in un mondo avulso da quello dei fedeli. Del resto, i ritardi nella teologia sono dovuti proprio a un “non voler vedere”, un “non voler incontrare”. Ecco perché scorgo all’orizzonte – nell’era di (più) libera discussione aperta da Francesco – due sfide per i cristiani Lgbt.

La prima è di contribuire al rinnovamento dottrinale: le persone omosessuali desiderano restare nella Chiesa, e questo prezioso legame con l’istituzione è espresso proprio nella richiesta di riconoscimento, non di semplice compassione. Le coppie cristiane Lgbt credono fermamente che in una razionalità condivisa possa trovare una sistemazione (teo)logica anche il proprio amore; ecco perché sostengono un rinnovamento dottrinale che non passi per l’abbandono di tutte le categorie etiche.

La seconda è quella della testimonianza: è il compito primario di andare dai pastori delle proprie Chiese e porsi in dialogo con loro. Consapevoli che per la maggioranza dei presbiteri, dei vescovi, l’omosessualità è un tema lontano, che li imbarazza e li mette in seria difficoltà pastorale (dovuta anche allo strabismo dottrinale); in pochi hanno la fortuna di parlare con credenti omosessuali che mostrino loro un percorso di fede e di amore; e se la verità si coglie nelle relazioni12, non possiamo sottrarci dal compito d’instaurarle con parresia e apertura di cuore. Questa è la pastorale che le persone omosessuali possono svolgere nei confronti della Chiesa13, sapendone accettare con pazienza e tenerezza le lentezze.

Come alcuni autori testimoniano nelle pagine seguenti, i cristiani Lgbt italiani stanno promuovendo ottime campagne di sensibilizzazione. E bisogna riscontrare una nuova sensibilità da parte dei media cattolici moderati; per la prima volta dopo secoli di silenzio, il mondo dei cristiani Lgbt trova la possibilità di testimoniare fiduciosamente la propria esistenza, positiva in quanto esistenza, comunità di persone raccolte nel nome di Gesù. Seppur con delle riluttanze interne, la Chiesa italiana sta trovando la forza di mettersi in ascolto (fa parte del suo compito, della sua essenza!) e va sostenuta in questo cammino; i frutti di bene non tarderanno a venire.

L’approfondimento proposto da Adista va in questa direzione narrando storie e progetti. Un incontro vivo con la diversità: gli autori testimoniano percorsi molto differenti, fatti di fatiche e gioie, protesta e proposta, cedimenti e rilanci. Ascoltiamoli senza pretendere di giudicarli, e sappiamone cogliere la buona volontà che li ha spinti a mettersi in gioco, qui come nella vita di tutti i giorni.

Le esigenze pastorali

In attesa di una visione teologica d’insieme è importante offrire alle persone omosessuali, qui e ora, un realistico percorso di vita (anche di coppia) cristiana – spirituale14 – conforme al bene possibile nella condizione data. Amoris Laetitia, da questo punto di vista, dà un piccolo segnale: quando si parla di famiglia bisogna parlare della possibilità che al suo interno vi siano persone gay. È una situazione comune, e perché tale va presa in considerazione con una certa serenità. Un genitore che legge AL è messo di fronte (si “prefigura”) alla possibilità di avere un figlio (o un parente) omosessuale, e la strada indicata è una sola: accoglienza serena prima di tutto, e poi discernimento. Riuscirà, questo, a ridurre i drammi di rifiuto che oggi si consumano nelle famiglie? Ho fiducia che la risposta possa essere affermativa. Da AL emerge che il figlio Lgbt non è (più) un lebbroso15, né una catastrofe: è un dono di Dio che può compiere la sua vita cristiana.

Questa accoglienza, a livello di comunità ecclesiale, saprà tradursi in azioni concrete volte a smontare cognitivamente i pregiudizi, attraverso processi di formazione in parrocchia? La speranza è che la risposta sia di nuovo affermativa; sarebbe la più coerente con l’invito generico all’inclusione di AL. C’è davvero un urgente bisogno di una nuova narrazione delle minoranze sessuali (e dei loro amori) nelle Chiese, con un linguaggio e una concettualità che la sappia “dire” con rispetto, superando quella latente omofobia che ancora c’impedisce un incontro sincero. È la speranza che – nonostante le nostre comunità non perderanno mai il vizio atavico d’escludere il presunto peccatore – Gesù tornerà continuamente a ricordarci che «anche lui», come Zaccheo, «è figlio di Abramo» (Lc 19,9).

Per concludere con uno sguardo di contesto: oggi assistiamo alla lenta e faticosa attuazione della rivoluzione dolce del Vangelo, riguardo alla visione della donna, della laicità, della democrazia, delle minoranze religiose, etniche e sessuali. Tolleranza, libertà e uguaglianza di dignità sono i Suoi frutti, che le nostre comunità stanno ora facendo maturare, assieme alle energie della società civile. Allora forza, «sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?» (Lc 12,54-59).

Le testimonianze raccolte ci aiutano a guardare a questo tempo presente, con sguardo critico, accettando “il dolce gioco” dell’imprevedibilità della diversità. Per poterlo giudicare con ponderatezza non c’è davvero una via migliore. Prima o poi, ne sono convinto, si passerà dai silenzi al canto (Sal 30,13). Con coraggio, Adista cerca di aggiungere qualche nota allo spartito che si va via via componendo.

Note

1 L. Eugenio, “Le parole che non ti ho scritto”, in Adista Notizie 38/2015; D. Migliorini, “Sinodo, sull’omosessualità un silenzio rumoroso”, in Micromega-online, 2015.

2 Una mia più articolata analisi: “Amoris Laetitia e pastorale per le persone omosessuali”, in Confronti.net, 2016.

3 Amoris Laetitia, n. 2.

4 Per uno sguardo filosofico: J. Finnis e M. Nussbaum, “Is Homosexual Conduct Wrong?”, in The New Republic, 15\11\1993; M.J. Perry, “The Morality of Homosexual Conduct”, in Notre Dame Journal of Law 41 (1995), 41-74; J. Corvino ed., Same Sex: Debating The Ethics, Rowman-Littlefield 1997; J. Corvino e M. Gallagher, Debating Same-Sex Marriage, Oxford Univ. Press 2012; E. Feser, Michael Rea Owes Swinburne An Apology, in edwardfeser.blogspot.com, 26\09\2016.

5 Cf. A. Autiero, “Omosessualità: uno sguardo nuovo?”, Il Regno Doc, 32 (2015), 12-18.

6 N. Bonetti, “Intervista al moralista Schockenhoff”, in Ilregno-blog.blogspot.it, 2015; X. Thévenot, “Nuovi sviluppi in morale sessuale”, in Concilium 10 (1984) 3, 148-159.

7 Di qui la persistenza, nella Chiesa, della promozione delle “teorie riparative” (cf. P. Rigliano et al., Curare i gay?, Cortina 2012).

8 Oltre al nostro libro, qualche altro titolo: S.L. Cahill, Sesso, genere ed etica cristiana, Queriniana 2003; E. Chiavacci, “Omosessualità. Cercare ancora”, in Vivens Homo 11 (2000) 2, 423-457; K. Mertes, “La rimozione dell’omofobia nella Chiesa”, in Gionata.org, 2016; M. Vidal, Omosessualità, scienza e coscienza, Cittadella 1983; V. Tombolato, Omosessualità. Un oggettivo disordine morale?, Brigo 2008; C. Demur e D. Müller, L’omosessualità. Un dialogo teologico, Claudiana 1995; J. Gafo, Omosessualità, un dibattito aperto, Cittadella 2000; Aa.Vv., “Le omosessualità”, in Concilium 1 (2008), 13-147; G. Piana, Omosessualità. Una proposta etica, Cittadella 2010; G. Robinson, Le strade dell’amore, Piagge 2015; T. Salzman e M. Lawler, The Sexual Person, Georgetown Univ. Press 2008; M. Farley, Just Love, Bloomsbury 2006; P. Gamberini, “Coppie omosessuali”, in Il Regno Attualità 2 (2015) pp. 129-13. Più dirompente: M. Althaus-Reid, Il Dio Queer, Claudiana 2014.

9 A. Oliva, L’amicizia più grande, Nerbini 2015.

10 Tra le poche voci critiche, segnalo: S. A. Ross, “The Bride of Christ and the Church Body Politic”, in Verifiche 42 (2013) 1-3, 215-230.

11 Mi sembra questo il vizio di fondo, ad es., di S. Belardinelli e L. Melina (eds.), Amare nella differenza, Cantagalli 2012; cf.: S. Girgis et al., “Che cos’è il matrimonio?”, Vita&Pensiero 2015.

12 Consiglio: G. Findlay, “Wolterstorff Says ‘Yes’ To Same-Sex Marriage”, 2016, in www.calvin.edu.

13 Ho proposto questa prospettiva al IV Forum dei Cristiani Lgbt (Cf. “Omosessualità. Pensare e sognare una pastorale per la Chiesa”, 2016, in Gionata.org). È il messaggio anche del documento finale, “In cammino nella Chiesa” (Gionata.org, 6 nov. 2016).

14  J. McNeill, Scommettere su Dio. Teologia della liberazione omosessuale, Sonda 1994; F. Barbero et Al., Il posto dell’altro, La Meridiana 2000; J. Gramick e R. Nugent, Anime gay, Ed. Riuniti 2003; J. Alison, Fede oltre il risentimento, Transeuropa 2007; Lorenzetti e Rossi in Presbyteri 30 (1996) 2; rimando alla parte pastorale del nostro libro (pp. 347-408).

15 L. Ciotti, “I ‘nuovi’ lebbrosi”, in Aa.Vv., Francesco un “pazzo” da slegare, Cittadella 1983, 243-259.

Damiano Migliorini è filosofo e autore, insieme a Beatrice Brogliato, del libro L’amore omosessuale. Saggi di psicoanalisi, teologia e pastorale, Cittadella 2014

* Foto di William Murphy, tratta dal sito Flickr, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

le scuse che i cristiani devono chiedere ai gay parola di papa Francesco

“Serve un’Europa che non litighi più e ritrovi l’unità”

intervista a papa Francesco

a cura di Andrea Tornielli
in “La Stampa” del 27 giugno 2016

le parole dette durante le conferenze stampa che vengono improvvisate durante i viaggi pastorali del papa vanno accolte con attenzione, ma non possono nemmeno essere enfatizzate al di là del loro significato specifico. La dottrina non cambia certamente, ma il fatto che il papa abbia ammesso che anche ai gay la chiesa debba chiedere scusa per le tante sofferenze che hanno dovuto patire per causa sua, è senz’altro un fatto molto positivo

sul volo Yerevan-Roma   papa genocidio

«Per me l’unità è sempre superiore al conflitto, ma ci sono diverse modi di stare insieme. C’è qualcosa che non va nella Unione Europea, ci vuole creatività. Serve una nuova Unione». Lo ha detto Francesco dialogando con i giornalisti sul volo di ritorno dall’Armenia.

Credo che la Chiesa, o meglio i cristiani – perché la Chiesa è santa – non solo devono chiedere scusa (ai gay) ma devono farlo anche con i poveri, le donne sfruttate, devono chiedere scusa di aver benedetto tante armi, di non aver accompagnato tante famiglie. Come cristiani, dobbiamo chiedere tante scuse, non solo su questo. Perdono Signore!

Come Giovanni Paolo II lei sembra sostenere l’Unione Europea. È preoccupato che Brexit possa portare alla disintegrazione dell’Europa e anche alla guerra?

«La guerra già c’è in Europa. Poi c’è un’aria di divisione, non solo in Europa. La Catalogna, l’anno scorso la Scozia… Queste divisioni non dico che siano pericolose, ma bisogna studiarle bene e prima di fare un passo verso la divisione, bisogna parlare e cercare soluzioni percorribili. Non ho studiato quali siano i motivi per cui il Regno Unito abbia voluto prendere questa decisione. Ci sono decisioni che si fanno per emanciparsi: ad esempio tutti i nostri Paesi latinoamericani o quelli africani, si sono emancipati dalle colonie. Invece la secessione di un Paese – non sto parlando qui del Regno Unito – può portare a una “balcanizzazione”, come la chiamano i politici. Per me sempre l’unità è superiore al conflitto, ma ci sono diverse modi di stare insieme. La fratellanza è migliore delle distanze. I ponti sono migliori dei muri. Tutto questo ci deve far riflettere: un Paese può dire sono nell’unione europea, voglio avere certe cose che sono mia cultura. Il passo che la Ue deve dare per ritrovare la forza delle sue radici è un passo di creatività e anche di sana “disunione”, cioè dare più indipendenza e più libertà ai paesi dell’Unione, pensare a un’altra forma di unione. Bisogna essere creativi nei posti di lavoro, nell’economia: in Italia il 40 per cento dei giovani dai 25 anni in giù non ha lavoro. C’è qualcosa che non va in quell’Unione massiccia. Ma non buttiamo il bambino con l’acqua sporca e cerchiamo di ricreare. Creatività e fecondità sono le due parole chiave per l’Unione europea».

Perché ha deciso di aggiungere la parola «genocidio» nel suo discorso al palazzo presidenziale?

«In Argentina quando si parlava di sterminio armeno sempre si usava la parola genocidio. Quando arrivo a Roma mi dicono che genocidio è una parola offensiva. Io sempre ho parlato dei tre genocidi del secolo scorso: quello armeno, quello di Hitler e quello di Stalin. Alcuni dicono che non è vero, che non è stato un genocidio. Un legale mi ha detto che è un parola tecnica, che non è sinonimo di sterminio. Dichiarare un genocidio comporta azioni di riparazione. L’anno scorso, quando preparavo il discorso per la celebrazione in San Pietro, ho visto che san Giovanni Paolo II ha usato la parola, e io ho citato tra virgolette ciò che lui aveva detto. Non è stato ricevuto bene, c’è stata una dichiarazione del governo turco che ha richiamato in pochi giorni l’ambasciatore ad Ankara. È tornato alcuni mesi fa. Tutti hanno diritto alla protesta. Non c’era la parola nel testo preparato, ma dopo aver sentito il tono del discorso del presidente armeno, e per il mio uso precedente della parola, sarebbe suonato molto strano non dire ciò che avevo già detto l’anno scorso. Volevo però sottolineare un’altra cosa: in questo genocidio, come negli altri due, le grandi potenze internazionali guardavano da un’altra parte. Durante la Seconda Guerra mondiale, alcune potenze avevano la possibilità di bombardare le ferrovie che portavano ad Auschwitz, e non l’hanno fatto. Nel contesto dei tre genocidi si deve fare questa domanda: perché non avete fatto qualcosa? Non so se è vero, ma si dice che Hitler quando perseguitava gli ebrei, avesse detto: “Chi si ricorda oggi degli armeni? Facciamo lo stesso con gli ebrei”. Ma la parola genocidio mai io l’ho detta con l’animo offensivo, ma oggettivamente».

C’è il Papa e c’è il Papa emerito. Mons. Georg Gänswein è sembrato suggerire l’idea che ci sia un ministero petrino «condiviso». Ma allora ci sono due Papi? 

«C’è stata un’epoca in cui ce n’erano tre! Benedetto XVI è Papa emerito, lui ha detto chiaramente
quell’11 febbraio che dava le sue dimissioni a partire dal successivo 28 febbraio. Che si ritirava ad aiutare la Chiesa con la preghiera. Lui per me è il nonno saggio, è l’uomo che mi custodisce le spalle con la sua preghiera. Non dimentico quel discorso fatto ai cardinali il 28 febbraio quando disse: “Tra voi c’è il mio successore: prometto obbedienza a lui”. E lo ha fatto! Poi ho sentito, non so se è vero, una diceria su alcuni che sarebbero andati da lui a lamentarsi per il nuovo Papa. E li avrebbe cacciati via con il suo stile bavarese. Se non è vero, è ben trovato, perché è un uomo di parola, è retto. C’è un solo Papa, l’altro è emerito. Forse in futuro potranno essercene due o tre, ma emeriti. Benedetto è grande uomo di preghiera e di coraggio. È l’emerito, non il “secondo Papa”».

Il cardinale Marx ha detto che la Chiesa cattolica deve chiedere scusa alla comunità gay per aver marginalizzato queste persone. Che cosa ne pensa?gay

«Ripeto con il Catechismo che queste persone non vanno discriminate, devono essere rispettate e accompagnate pastoralmente. Credo che la Chiesa, o meglio i cristiani – perché la Chiesa è santa – non solo devono chiedere scusa come ha detto quel cardinale “marxista”… ma devono farlo anche con i poveri, le donne sfruttate, devono chiedere scusa di aver benedetto tante armi, di non aver accompagnato tante famiglie. Come cristiani, dobbiamo chiedere tante scuse, non solo su questo. Perdono Signore! Tutti noi siamo santi, perché abbiamo lo Spirito Santo, ma siamo tutti peccatori, io per primo».

su Vaticaninsider.it l’integrale dell’intervista

dopo la strage di Orlando un giovane gay scrive a papa Francesco

dopo la strage di Orlando

lettera a papa Francesco di un giovane gay cattolico

gay

lettera aperta a Papa Francesco

di Mario

un giovane gay cattolicopapa Lesbo1

Caro Papa Francesco, sono Mario, un ragazzo omosessuale di quasi 21 anni, e mi reputo credente. Ogni mattina e ogni notte prego Dio con la preghiera di ringraziamento di Santa Faustina Kowalska; poi, prego il Cuore Divino di Gesù (pardon, ma mi piace poco la parola “sacro” perché trovo il suono troppo aspro, specialmente alla sera), affinché i suoi battiti diffondano il Suo amore, quello del Padre e dello Spirito, e la Loro vita. Visto che cerco l’amore di un ragazzo, con cui costruire una vita assieme, non so se considerarmi perfettamente cattolico, ma cristiano sì.
Come cristiane sono quelle persone che, accumunate dall’amore per Cristo, combattono perché la Chiesa apra gli occhi sull’omosessualità. E anche per molte altre questioni di cui non si può parlare liberamente in chiesa, perché si è condannati come eretici dai nuovi custodi della fede.

Ho deciso di scriverle, Santo Padre, perché penso che quelle poche, striminzite e povere righe che lei ha scritto su noi LGBT, nella sua ultima enciclica, non possono comunque rimanere lettera morta. Per quanto siano vaghe, e lascino trasparire il messaggio che noi siamo una disgrazia per tante famiglie, e non motivo di gioia (io non sono dichiarato in famiglia, anche se prendo posizione su questi temi, arrivando a litigare aspramente, ma solo con i miei amici, che mi hanno veramente salvato), possono essere un punto di partenza per arrivare veramente a rispettare tutti.

Perché l’attacco a Orlando, nel quale è parsa manifesta la violenza di chi si maschera dietro Dio per giustificare la propria omofobia (che Lei, mi duole dirlo, non ha menzionato nel suo messaggio sulla strage), è un problema che riguarda anche la Chiesa cattolica.
Mi riferisco a don Massimiliano Pusceddu, parroco del paese sardo Decimuputzu, e alla sua orribile omelia del 28 maggio (2016) di quest’anno, diffusa in internet e che ha trovato il sostegno dei suoi parrocchiani (veda ciò che è apparso in “Riscossa cristiana”); mi riferisco a cardinali e agli arcivescovi (Scola, Bagnasco) che hanno sostenuto le vergognose e false terapie riparative, le quali hanno provocato sofferenze e suicidi, e il legame tra omosessualità e pedofilia; mi riferisco a ciò che sedicenti voci cattoliche urlano contro di noi, come “La Nuova Bussola Quotidiana”, che ha attaccato senza riguardi “Avvenire” e “TV2000” per aver parlato delle realtà dei cristiani omosessuali e transessuali.

Ma parlo anche dell’ignoranza dei fedeli che lottano contro il “gender”, che parlano senza aver studiato nulla. Purtroppo, parlo anche del suo sorriso in occasione del Sinodo, che sembra non essere riuscito a trattenere, a detta dell’articolo apparso “«Omofobia o cibofobia?» Alla fine anche il Papa sorrise” in “Avvenire” il giorno 07 ottobre 2015. Quell’episodio ha fatto soffrire tanto me e persone a me vicine.

Quello che le chiedo con tutto il cuore, caro Papa (nonostante tutto), è che dia contenuto a quello che il catechismo chiama “ingiusta discriminazione” verso di noi, figlie e figli di Dio tanto quanto Lei, e forse perseguitati più di Lei.
Che impedisca, con qualcosa di chiaro, a preti come don Pusceddu di dire che meritiamo la morte, e che dobbiamo essere curati, perché è impossibile. Perché stragi come quella di Orlando potranno vantare l’indifferenza dei cristiani. O perché casi come quello del ragazzo suicidatosi a Bari, perché rifiutato dalla sua “famiglia”, continueranno. Nel giornale dei vescovi italiani non si è mai parlato una sola volta dell’omofobia, e dei ragazzi omosessuali uccisi dall’Isis, e dell’esultanza di tanti sedicenti cristiani in Facebook.
La prego, dia delle vere linee vincolanti! Costa così tanto difendere la vita degli esseri umani? Oppure si possono difendere i diritti (penso alle donne, e al razzismo), solo quando il senso comune è diventato contrario alle discriminazioni? Bisogna aspettare sempre il sangue versato? E chi è contrario a difendere la nostra vita, è un vero cristiano? Bisogna dar loro sempre più credito rispetto a quelli che hanno la pelle ferita per il loro odio?

La prego, Santo Padre, non ignori questo appello! La Chiesa, per le sue posizioni su cose che non riguardano la fede (Dio non ha mai parlato dell’orientamento sessuale di una persona, e nella Bibbia i modelli famigliari sono molto diversi dalla moderna famiglia mononucleare eterosessuale!), soffre. Essere cristiani e cristiane vuol dire accettare l’amore salvifico di Dio, e la Chiesa sta escludendo tante persone che nel loro cuore hanno accettato quell’amore, e accolgono quel dono ogni giorno!

Un ultima cosa, caro Papa, poi termino. Al santuario dei martiri dell’Uganda, se ricorderà San Carlo Lwanga e i suoi dodici compagni martiri, non parli dell’omosessualità. Parli dello stupro, invece! Non esiste solo Sodoma (che Ezechiele 16, 29-50 ci insegna non essere il simbolo dell’amore omosessuale), ma anche la storia di Gaaba, nella parte finale del capitolo 19 del libro dei Giudici! Quella violenza sulla povera concubina non vale niente? Lo stupro viola la dignità dell’essere umano, non un rapporto d’amore (sì, anche di amore erotico, fisico!) tra due persone che si amano, siano di sesso diverso o dello stesso sesso.

Per favore, tolga il sesso omosessuale dai peccati che gridano vendetta contro Dio, e metta lo stupro! Possibile che, se faccio l’amore con un ragazzo, io offenda Dio in misura maggiore rispetto a chi stupra una ragazza, o un ragazzo?

Perché sì, esiste lo stupro maschile, solo che in tanti paesi, specialmente africani o mediorientali, non lo si vuole ammettere! L’Isis ha ucciso un ragazzino perché era stato stuprato, e ed era stato perciò il “passivo”. Parli della violenza sessuale, non dell’amore omosessuale!

La prego, Papa Francesco, non ignori questa mia preghiera. Ne va del futuro di tante persone, me compreso. Ne va della credibilità della Chiesa, che sta sbiadendo sempre di più.

Ogni gesto d’amore che avrà fatto ai fratelli e alle sorelle indifese di Cristo, le avrà fatte a Dio stesso.

AugurandoLe ogni bene e promettendo di pregare per Lei, la saluto.

il vescovo Tardelli risponde – ancorché in modo un po’ abbottonato – alle lettera dei cristiani omosessuali

Omosessualità. Lettera aperta alla Chiesa di Pistoia

omosessualità

lettera aperta alla Chiesa di Pistoia

Siamo un gruppo di donne e di uomini cristiani omosessuali che da quattro anni hanno dato vita ad una esperienza pastorale presso la comunità parrocchiale di Vicofaro (Pt). Con la guida di don Massimo Biancalani ci incontriamo per camminare insieme, per conciliare due dimensioni fondamentali e irrinunciabili della nostra vita: la fede in Gesù Cristo e l’omosessualità

https://www.youtube.com/watch?v=mkxUbJF6HX0&feature=youtu.be

Sollecitati e incoraggiati dal magistero di papa Francesco e da una nuova stagione di apertura e dialogo della Chiesa, vogliamo far giungere alla nostra comunità diocesana un appello: che tra i credenti e nelle comunità si compia uno sforzo per superare ataviche diffidenze, storici pregiudizi e talvolta atteggiamenti discriminatori nei confronti delle persone omosessuali ma soprattutto ci si impegni ad ascoltarle e accoglierle. Ai feriti e ai delusi dalla Chiesa, come spesso si sentono le persone omosessuali, la comunità cristiana non offra semplicemente una “dottrina sull’omosessualità” ma prima di tutto disponibilità all’ascolto, misericordia e soprattutto la disponibilità a fare un cammino insieme.

Conosciamo molto bene ciò che le persone omosessuali vivono, in termini di frustrazioni e immotivati sensi di colpa, in rapporto alla vita nella Chiesa e al personale cammino di fede. Comprendiamo anche che certe “durezze” di un insegnamento antico di secoli non possono essere riviste in un giorno. Accogliamo positivamente il recente appello dei padri sinodali e di papa Francesco, i quali ribadiscono «che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione». Anche questa è dottrina! Rimaniamo dunque convinti che la Chiesa non cesserà mai di essere in cammino per raggiungere «verità sempre più grandi».

Vogliamo essere fratelli e sorelle attivi protagonisti in una Chiesa che non sappia dire soltanto dei “no”, che non si chiuda dietro antiche sicurezze, paralizzata da tante paure, trincerata dietro supposti “principi non negoziabili” ma che sappia invece leggere i “segni dei tempi”. Riteniamo doveroso chiedere che le nostre comunità si aprano ad una pastorale rivolta agli omosessuali e ai transessuali: ciò aiuterebbe molte persone a sentirsi finalmente accolte, per quello che sono, nella Chiesa, abbattendo quel muro di diffidenza e incomprensione.

La nostra esperienza pastorale con e per le persone omosessuali si esprime come un gruppo aperto ed ecumenico. Molti di noi sono impegnati nella società e nella Chiesa, alcuni come catechisti, operatori pastorali e della carità. Tutti siamo passati attraverso il dolore della solitudine e  della incomprensione da parte delle persone più care, attraverso la paura di aprirsi, per condividere i propri sentimenti e le proprie angosce.

Rivolgiamo un appello alla nostra Chiesa, al vescovo, ai presbiteri, ai diaconi, alle religiose e ai religiosi, ai consigli pastorali, alle comunità parrocchiali: incontriamoci! Il dialogo e la conoscenza reciproca possono fare tanto per far crescere la nostra Chiesa nel suo intento di condividere «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi».

Spesso ci siamo detti o ci siamo sentiti dire: “Tu non puoi essere così, Dio non può volere questo”. Oggi, dopo anni di sofferenze, sappiamo che negare a se stessi o ad altri di essere ciò che nel profondo siamo, può fare più male di un’ingiusta discriminazione.

Siamo certi che Dio ci ama così come siamo, come ama l’umanità intera e che siamo chiamati a mettere a frutto la nostra capacità di amare pienamente come persone. È con questo intento colmo di speranza nel futuro che continueremo a camminare insieme.

La risposta del vescovo di Pistoia, mons. Fausto TardelliTardelli

La lettera inviatami è un invito alla riflessione e come tale la prendo.

Per ora posso dire che ogni persona, qualsiasi siano le sue tendenze sessuali, deve essere rispettata e accolta e sono assolutamente inaccettabili e condannabili tutti i tipi di offesa e tanto più gli atti di violenza.

Gli omosessuali come gli eterosessuali, come ogni persona che voglia essere cristiano d’altra parte, devono sforzarsi di vivere secondo gli insegnamenti di Cristo trasmessi dalla Chiesa.Tardelli1

Tutte le proposte pastorali, anche auspicabili, della Chiesa pistoiese non possono che muoversi su questa duplice linea.

+ Fausto Tardelli

* Immagine di Trishhhh, tratta dal sito Flickr, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite