benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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il commento al vangelo della domenica

TERRA DI DIO E’ IL FUTURO
Gv 4,5-42
il commento di E. Ronchi al vangelo della terza domenica di quaresima
Gesù siede stanco al pozzo, attende qualcuno, attende me.
Giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. Dammi da bere.
Dio ha sete, ma non di acqua. Ha sete di essere amato. Dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui.
Quella donna che proviene dal popolo di Samaria, rappresenta tutta l’umanità, è la sposa che se n’è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare.
Gesù le dice: Se tu conoscessi il dono di Dio…
Ecco il corteggiamento di Dio.
Ti darò un’acqua che diventa sorgente. Ci insegna che c’è un mezzo, uno soltanto, per raggiungere il cuore profondo di ciascuno. E non è il rimprovero, la critica, l’accusa, ma far gustare un di più di bellezza, un di più di bontà, di vita, di primavera,
Una sorgente è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo, senza sforzo. Esuberante ed eccessiva. Non sgorga per sé, ma per gli altri.
E così fa Dio, venuto a sedersi allo stesso tuo muretto.
Quando parla con le donne Gesù va dritto al cuore, conosce il loro linguaggio, infatti le dice: Vai a chiamare tuo marito, chiama colui che ami.
Va diritto al centro. Perché su questo, sul dare e ricevere amore, si pesa la beatitudine della vita. “Non ho marito”. E qui appare il messia di suprema delicatezza, che trova verità e bene anche in quella vita accidentata, fra storie andate in frantumi. Vede la sincerità del cuore ed è su questo frammento d’oro che si appoggia il resto del dialogo.
Si interessa del passato solo per dirle, per due volte: Sei sincera, bene. Non ci sono rimproveri, giudizi o critiche, neppure consigli, tipo “vai prima a sistemare la situazione e poi torna qui”. La domanda che il Maestro rivolge a tutti non è mai: Da dove vieni, o: Che cosa hai fatto?
Ma sempre: Verso dove sei diretto?
Non il passato è la terra di Dio, ma il futuro.
Allora la donna non si ritrae ma continua il dialogo. Su di un problema di fede. Dove andremo, dice, per adorare Dio? Sul nostro monte o sul vostro, a Gerusalemme? La risposta è capovolgente: non su un monte, non nel tempio, ma dentro. E dovunque.
Sei tu il Tempio, dove vive Dio.
Gesù rompe barriere tra razze, sesso, fedi, culture, e dice a quella donna, che è straniera, che è eretica, che è stata tradita e forse ha tradito: Dio lo possiamo cercare oltre la foresta dei riti e delle formule, cercando in spirito e verità.
E la donna lasciata la sua anfora, corre in città. C’è uno che mi ha detto tutto di me… Il suo passato, che era la sua debolezza, diventa adesso la sua forza, le ferite di ieri sono feritoie di energia e speranza. Proprio sopra la fragilità costruisce la sua testimonianza.
Un messaggio per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Non nasconderle, sono la tua verità. A due mani con Lui , il peggio che hai avuto può diventare il meglio che hai, per dissetare altri.
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il commento al vangelo della domenica

QUEL FILO DI LUCE CHE LEGA TUTTO
Mt 17,1-9
il commento di  E. Ronchi al vangelo della seconda domenica di quaresima
La Quaresima ci sorprende con un Vangelo pieno di sole e di luce. Gesù prese con sé tre dei suoi e salì su di un monte alto, e là si trasfigurò davanti a loro, il suo volto brillò come il sole.
Gesù con il volto di sole è una immagine da conservare e custodire per il giorno più buio, quando il suo volto sarà colpito, oltraggiato, umiliato, non più trasfigurato, ma sfigurato. Quella visione dovrà restare viva e pronta nel cuore dei discepoli.
Un filo di luce collega il monte della trasfigurazione all’orto degli Ulivi. È la sfida che Pietro, Giacomo e Giovanni debbono raccogliere. Essi sono chiamati a cucire di fede e di speranza quella distanza lunghissima tra il Tabor e il Calvario, divario tra la luce sfolgorante e il buio più totale, fra quel volto bellissimo di Gesù trasfigurato e il volto sfigurato di un crocefisso.
È la sfida quotidiana che ogni credente è chiamato a raccogliere quando dinanzi a ciò che è brutto e inaccettabile, come la malattia, la solitudine, la violenza, la morte, è chiamato a credere e ad “amare sino alla fine”, a consegnare se stesso, a non aver paura di perdere la propria vita, contraendo legami di amore che vadano sino in fondo.
Guardiamo Pietro e il suo stupore: È bello qui, è bellissimo, non andiamo via…
Pietro ci fa capire che la fede per essere viva deve discendere da uno stupore, da un “che bello!” gridato a pieno cuore.
Perché io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato.
E mi fa affermare che è bello stare su questa terra, su questo pianeta minuscolo e bellissimo. È bello abitare questo nostro tempo, che è unico e pieno di potenzialità. È bello essere uomini: non è la tristezza, non è la delusione la nostra verità. È bello stare con Cristo, che è luce da luce, come diciamo nel Credo.
Paolo oggi scrive al suo amico Timoteo una frase di emozionante bellezza: Cristo Gesù ha fatto risplendere la vita (2Tm 1,10). Gesù ha fatto splendida l’esistenza e non solo sul suo volto e sulle sue vesti sul monte, non solo il futuro o i desideri, ma la vita qui e adesso, la vita di tutti, la vita segreta di ogni creatura. Ha riacceso la fiamma delle cose, ha fatto risplendere l’amore, ha dato splendore agli incontri e bellezza alle vite, sogni nuovi e bellissime canzoni al nostro sangue. «E i sensi sono divine tastiere» (D. M. Turoldo) che provano gli accordi di una sinfonia che parla di alleanza gioiosa con tutto ciò che vive, perché nelle vene del mondo già corrono frantumi di stelle.
E beati coloro che hanno il coraggio di essere ingenuamente luminosi nello sguardo, nel giudizio, nel sorriso. Davanti a loro puoi dire: è bello per me stare qui, accanto a te, insieme a voi, insieme a Dio che ha fatto risplendere la vita spalancando per me finestre sul cielo.
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le forme dell’uso guerrafondaio e blasfemo di Dio

 

un altro Evangelo?

di Fulvio Ferrario
in “Confronti” del marzo 2026

Gli ultimi anni hanno visto il moltiplicarsi di dichiarazioni e comportamenti, tra loro molto
eterogenei per natura e modalità, che però convergono in ciò che possiamo definire “ecumenismo
parafascista”, cioè l’invocazione o la menzione del nome di Dio, da parte di esponenti delle diverse
confessioni cristiane, per articolare ideologie reazionarie.
Il caso più eclatante è probabilmente la proclamazione della “guerra santa” da parte del patriarca di
Mosca Kyrill, dove la “santità” risiederebbe nel carattere antioccidentale e antiliberale della politica
di aggressione dell’autocrate al governo della Federazione russa.
La Chiesa di Kyrill è la più consistente, quanto a numeri, tra quelle membro del Consiglio
ecumenico delle Chiese. Difficile non immaginare che tale fattore abbia svolto un ruolo di rilievo
nell’Assemblea generale di Karlsruhe (2022), la quale si è sì distanziata dalle dichiarazioni più
brutali del gerarca ortodosso, ma lo ha fatto, per dirla benevolmente, in termini piuttosto articolati.
La cricca di Kyrill continua in ogni caso a essere rappresentata nelle istanze ecumeniche, comprese
quelle che dicono di pregare per la pace in Ucraina.
Negli Stati Uniti, le inchieste demoscopiche che accompagnano le numerose imprese di Trump,
ormai giunte all’omicidio di Stato, dicono che la base “evangelica” del suo elettorato resta
fortissima ed entusiasta. Per la verità, il “Cristianesimo” trumpiano è ampiamente ecumenico, come
testimoniano figure (o più propriamente: “figuri”) come il vicepresidente J.D. Vance o il
governatore della Florida Ron DeSantis (il boia più solerte degli Usa, che costantemente frantuma
record di frequenza delle esecuzioni capitali), sempre pronti a sbandierare la loro appartenenza
cattolico-romana.
È un fatto, però, che lo zoccolo duro trumpiano nell’America profonda ha salde radici evangeliche,
non solo nelle Chiese pentecostali ed “evangelicali”, ma anche in ampi settori delle Chiese
“classiche”.
In Italia, il Cristianesimo fascistoide tende, per ragioni evidenti, a esprimersi in termini “cattolici”,
che vanno dal presepe come elemento identitario alla rilettura di Francesco d’Assisi in termini di
nazionalismo italiota.
Non sono a conoscenza di studi empirici che quantifichino la presenza di queste correnti nella
pancia del Cattolicesimo praticante, ma certamente, e non solo nella base cattolica ma anche in
settori dell’episcopato, le sirene della Destra (se non proprio vannacciana, almeno meloniana)
incontrano vivaci simpatie.
Di per sé, il pluralismo politico nelle Chiese è fisiologico. In ambito protestante, è da sempre
considerato normale; in casa cattolica, dopo essere stato aspramente osteggiato da papi e vescovi
nella lunga stagione democristiana, ha costituito una conquista preziosa e non ci sono motivi per
perorare il ritorno a unanimismi anacronistici ed ecclesialmente problematici.
Ciò, però, non dovrebbe rimuovere una domanda cruciale: l’attuale dissenso, non tanto tra le
Chiese, bensì al loro interno, ha ancora un carattere “semplicemente” politico, oppure riguarda
visioni complessive della realtà, e dunque anche della fede? Personalmente, sospetto che quello
delle Destre di tipo trumpianoputiniano sia “un altro Evangelo”, nel senso inteso dall’apostolo
Paolo in Galati 1,8: cioè un’interpretazione radicalmente diversa del messaggio di Gesù rispetto a
quella della grande tradizione cristiana.
Mentre le Chiese “ufficiali” dicono di fare ecumenismo discutendo, alla faccia del parere del
Signore, su chi comanda nella comunità (il tema pudicamente, o ipocritamente, detto del
“ministero”, cioè del “servizio”) e su altre quisquilie fuori dal tempo e dalla realtà, si è formata una
specie di “anti-Chiesa”, ampiamente interconfessionale, nella quale nostalgici di Pio IX, alcune
frange pentecostali e alcuni capi ortodossi rinchiusi nei loro esoscheletri liturgici proclamano, più o
meno d’amore e d’accordo, un’ideologia premoderna e antiliberale spacciata per Cristianesimo.
Reduci dalle celebrazioni un po’ esoteriche del Concilio di Nicea, le Chiese cristiane si ritrovano
oggi di fronte alla domanda da sempre posta loro da Gesù, in termini classici e nuovi al tempo
stesso: «Voi, chi dite che io sia?».

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guerra: lo spettacolo agghiacciante del non-umano

RESTIAMO UMANI
di Andrea Pio Cristiani – iniziatore Movimento Shalom
La bestia che è in noi si scatena dietro l ‘effetto degli stimoli non controllati della bramosia, del potere incontrastato, dell’ambizione più assurda, dell’istinto più feroce.
Oggi si assiste allo spettacolo agghiacciante del non-umano, al quale ci stiamo drammaticamente assuefacendo. Di fatto l’orrore sta diventando normalità, una prassi di vita. Film horror e realtà sono di fatto indistinguibili. Testate nucleari esibite insieme ai carri armati di ultima generazione, sono pubblicizzati come abiti di alta moda. Il prezzario degli strumenti di morte è incalcolabile, gli interessi folli, anzi, tutto è folle. C’è chi è giunto a dire che una fiaccolata nella notte per chiedere il disarmo globale sia da malati di mente. Il nostro pensiero è l’esatto contrario: i pazzi da internare sono esattamente i produttori di armi, i mercanti, i sanguinari clienti e i consumatori.
Senza considerare che una guerra “seria” oggi non si combatte con le armi convenzionali, basta un’atomica o una fiala di virus letale e ….
La corruzione e la menzogna imperversano ovunque, dalla politica all’ economia. Larga parte dell’informazione è asservita al potere e dunque impunemente diffonde macroscopiche balle.
I social sono il marcatore della cattiveria e superficialità dilagante. Basta leggerli e si capisce subito di che cosa è capace il cervello umano, abitato dalla menzogna e dalla malvagità carica di invidia e di odio verso chiunque la pensa diversamente.
Inguardabili e inudibili dibattiti pieni di insulti e intolleranze distruttive, talvolta false e tendenziose, con linguaggi triviali. Il carico d’odio e di violenza ha raggiunto livelli da Shoah.
Insensibilità e razzismo feroce imperversano senza pudore. Si può uccidere nel branco adolescenti un compagno, per il gusto di uccidere, per la curiosità di veder morire nel sangue. E poi andare al solito bar a bere una birra, prima della partita di calcetto.
Più sconcertante chi si dice cristiano e grida legittimamente contro l’eutanasia e l’aborto, ma tace di fronte alle migliaia di disperati morti nel Mediterraneo.
Taccio sui grandi traffici di droga, il consumo della quale è in crescita e coinvolge sempre più giovani.
Ci vuole un patto serrato per recuperare un’etica comune, partendo da valori fondamentali che sono indispensabili per risorgere, iniziando dalle famiglie, dalla scuola, dalla politica, dalle associazioni, dalle religioni, dallo sport.
Possiamo a mio avviso contare su tanta gente apparentemente silenziosa e invisibile, da cercare e coinvolgere. Credo che siano tanti a dissentire dalla cultura effimera del nulla, della morte, dell’avidità omicida, dell’egoismo, del cinismo, del fanatismo religioso e nazionalista, della crudeltà violenta, fatta di parole e di azioni. Credo che siamo ancora molti, ma purtroppo ancora troppo silenziosi e intimoriti. Dobbiamo fare “chiasso” mobilitarsi uniti, a prescindere da tutte le diversità che ci qualificano, in un’unica visione di mondo dove nessuno è escluso, entrare nel “villaggio globale” di cui Shalom si fa architetto e archetipo da mezzo secolo. In effetti da tempo noi lo abitiamo, nella consapevolezza che c’è già in noi e in chiunque ha scelto di rimanere Umano.
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fare guerra è farsi pluriassassini, è dimissioni dall’umano,

la guerra, 1 marzo 2026

di Enrico Peyretti
in “www.finesettimana.org” del 2 marzo 2026

fare guerra, è farsi pluriassassini, dimissioni dall’umano, maledire la grande vita per farsene padroni. Nulla di peggio. Le contese umane sono varietà naturale e positiva. Farne un assoluto distruttivo è tradimento cosmico. Questo è da dire e da vivere. Solo questo è politica umana.

Tutte le guerre sono azioni di assassini. I russi hanno fatto male ad invadere l’Ucraina, ma sono stati
anche molto provocati dalla Nato, fino dal 1989. Una catena maledetta. Abbiamo ragione a
condannarli. Ma il male è anche mistero profondo e orrendo. Nessuno ne è puro, noi compresi,
ognuno compreso. I poveri sono i più puri. Anche l’antidoto al male è mistero alto, da invocare.
Riguarda il bisogno di Dio, il Vivente, per poter vivere da essere umani.
La guerra toglie significato alla nostra esistenza. Impossibile farla rientrare nell’umano, perché
demolisce l’umano, il reciproco riconoscimento: le vittime innocenti, i bambini, sono testimoni di
questo nulla che violenta l’essere. Fragile argine è la legge, quando non è usata dalla forza bruta.
Oggi, peggio che usata, è negata.
Trump che ha meno pudore degli altri lo dichiara: la legge sono io. Fa male non solo ammazzando,
in più sopprimendo l’ultimo pudore di legge. Mi hanno colpito le parole di papa Leone domenica 1
marzo, sul pericolo vertiginoso. Il mistero chiama mistero. Ma impegna anche nel concreto:
Costituzione Terra (da tempo Ferrajoli, oggi su il manifesto; i movimenti nonviolenti).
Oggi gli iraniani a Torino, molti studenti, ne ho conosciuti, hanno festeggiato nei parchi la morte
(uccisione) di Khamenei. Comprenderli? Mi è difficile. Proprio perché la realtà è ambigua, bisogna
scegliere direzioni più chiare. Trump uccide Khamenei, un potente malvagio, o impera sull’Iran, e
dove vuole? La vera forza umana è nonviolenta, è reciproco riconoscimento.
La questione è sostanza. Non si tratta affatto di “scusare Putin , condannare Trump”, né il perfetto
viceversa. Non immiserire la tragedia umana. Fare guerra, è farsi pluriassassini, dimissioni
dall’umano, maledire la grande vita per farsene padroni. Nulla di peggio. Le contese umane sono
varietà naturale e positiva. Farne un assoluto distruttivo è tradimento cosmico. Questo è da dire e da
vivere. Solo questo è politica umana.
Poi vengono le scelte e azioni particolari, col loro peso di incertezza e fallibilità. Ma chi fa guerra fa
sempre guerra all’umanità. Dopo il 1945 l’umanità ha cominciato a costruire la legge internazionale,
sopra le potenze sovrane, traditrici dell’umanità. Oggi il compito unico è riaffermare il diritto
internazionale, senza sconti per nessuno. Ogni guerra è assassinio. Rispondere alla guerra con la
guerra, è farne regola disperata. Cominciare una guerra è tradimento di tutto l’umano. Trump si
vanta di avere la massima potenza: cioè la massima colpa. I folli come lui lo imitano.
Il giudizio finale, annunciato da Cristo (Matteo 25), intuito in ogni spiritualità umana, è che non
vivrà chi non aiuta a vivere, ma dispiega inimicizia, dominio e guerra, e vivrà chi aiuta altri a
vivere.

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la disumanità italiana nei confronti dei migranti

“Italia disumana coi migranti”

parola di mons. Lorefice

di Fabrizio Mastrofini
in “l’Unità” del 26 febbraio 2026

I vescovi si svegliano contro le politiche migratorie del governo? Vale per mons. Corrado Lorefice,
arcivescovo di Palermo, duramente attaccato sui social per la sua ferma denuncia dei troppi morti in
mare. Che le onde, dopo il maltempo di queste settimane, riversano a decine sulle coste anche della
Calabria. E anche questi vescovi si fanno sentire.
Mons. Lorefice ha avuto frasi inequivocabili. Siamo, ha scritto, “narcotizzati da scelte politiche che
pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace,
forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità”. E aggiunge: “Queste vittime – questi
volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa
e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come
criminali quanti prendono il largo come «pescatori di uomini e di donne» in balia delle onde. Questi
corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda
populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi”. Di più: “Non li abbiamo accolti. Non
siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in
testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare
certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che,
dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari”. Tanto è bastato per scatenare i social: “i preti non
dovrebbero fare i politici”; “La chiesa mi fa sempre più schifo” e c’è chi ha attaccato Bergoglio,
dicendo che Lorefice “se non era comunista come Francesco non sarebbe in questo ruolo”. Un
messaggio di solidarietà all’arcivescovo arriva dal deputato del Pd Peppe Provenzano: “Sono parole
piene di umanità quelle di don Corrado Lorefice, che denunciano la strage di migranti che si
consuma nel Mediterraneo, l’indifferenza di chi avrebbe la responsabilità politica, in Italia e in
Europa, di fermare questa sistematica omissione di soccorso verso i naufraghi”. “Le parole
sprezzanti e cariche di odio rivolte all’arcivescovo Lorefice sottolineano Ramon La Torre e Barbara
Evola di Rifondazione comunista Palermo devono farci riflettere sulla determinazione di coloro che
hanno una visione del paese che trova nel suprematismo, nella sopraffazione e nelle ragioni della
forza gli elementi chiave per costruire un assetto sociale ben diverso rispetto a quello che
perseguiamo”. Il segretario della Cgil Palermo, Mario Ridulfo, osserva che “aver richiamato la
politica e i governi alla responsabilità del soccorso e dell’accoglienza, invece che la pietas umana
provoca gli insulti”.
Poi ci sono i vescovi della Calabria.
“Il mare ci chiede conto”, scrivono in un appello accorato a non fare finta di niente. “Da Scalea ad
Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: le coste della nostra terra e della Sicilia
hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo
dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le
organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio.
Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa
guardava altrove”. E aggiungono: “Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi
anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo
diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo
consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata”. I dati sono implacabili.
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti
sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi,
più morti. “Il nostro primo pensiero e la nostra preghiera di pastori, aggiungono i vescovi, sono
rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo”. Ma ce ne è
per tutti. “Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo
trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde
per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa
umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi
di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore”. Poi alla politica: “Chiediamo
alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro
paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in
difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per
chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria”. Quindi alla magistratura: “Chiediamo che le procure di
Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato
restituito dal mare e per accertare le responsabilità”. E infine una stilettata per tutti: “chiediamo che
si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza
considerare chi muore”. L’arcidiocesi di Palermo e le diocesi della Calabria hanno avuto il coraggio
di alzare la voce. Ieri si è aggiunto mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente dei
vescovi siciliani, in solidarietà con Lorefice. “Da custode del Vangelo mons. Lorefice ha difeso il
valore dell’umanità in quanto tale, la dignità di ogni persona umana, con i suoi fondamentali diritti,
per altro sanciti e riconosciuti dagli organismi internazionali”, scrive Raspanti. E poi ancora:
“Possiamo ignorare, per altro, che molti legislatori vogliono contenere e abbandonare piuttosto che
soccorrere, accogliere e predisporre condizioni umane per chi è uomo e donna come noi? Mi
sembra un campanello di allarme che si reagisca con aggressività dinanzi a un richiamo al senso di
umanità, alla fraternità e alla libertà. È proprio vero che ogni corpo restituito dal mare è una ‘chiara
denuncia’ contro la propaganda che calpesta l’umanità”. È ancora presto per dire se modificheranno
la linea prudente dell’intera Conferenza episcopale italiana. Ma è un segnale. E non da poco

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il vero significato della ‘giornata del malato’

compassione proclamata, sistema immutato

il paradosso ecclesiale davanti alla sofferenza

di Gianni Urso
in “Facebook” del 14 febbraio 2026

Il recente messaggio di papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato, con il suo invito a
trovare pace nella carità di Dio e con l’ennesima esortazione alla vicinanza verso chi soffre, si
colloca perfettamente dentro una tradizione retorica secolare della Chiesa cattolica: parole alte,
spiritualmente suggestive, pastoralmente ineccepibili – e tuttavia drammaticamente incapaci di
incidere sulle strutture reali che producono sofferenza, esclusione, abbandono.
Qui si apre il primo nodo critico.
La compassione, quando rimane linguaggio spirituale e non diventa prassi storica trasformativa,
rischia di funzionare come anestetico morale. Non libera i poveri, non cambia i sistemi sanitari
diseguali, non rompe le logiche economiche che trasformano la cura in merce. Consola, sì – ma
consola dentro l’ordine esistente.
Ed è proprio questo il punto teologico-politico decisivo: una Chiesa che consola senza trasformare
finisce, anche involontariamente, per legittimare ciò che dovrebbe profeticamente contestare.
La tradizione evangelica, se presa sul serio e non ridotta a devozione intimista, è tutt’altro che
neutra.
Il Gesù dei vangeli non si limita a dire parole di conforto ai malati: guarisce, tocca gli impuri,
infrange barriere religiose, denuncia poteri che opprimono. La guarigione è gesto sociale prima
ancora che miracolo spirituale. È restituzione di dignità, è inclusione comunitaria, rottura di un
sistema di esclusione.
Trasferire questo paradigma nel presente significherebbe per la Chiesa assumere una posizione
strutturalmente conflittuale verso modelli economici e politici che producono malattia sociale:
povertà sanitaria, disuguaglianze territoriali, privatizzazione della cura, solitudine degli anziani.
Eppure, nei documenti ufficiali contemporanei questa radicalità evangelica appare spesso attenuata.
La sofferenza viene spiritualizzata. Il dolore diventa luogo teologico più che problema politico.
Si parla di carità, raramente di giustizia. Si invoca la vicinanza, meno frequentemente la
trasformazione delle cause.
È uno slittamento decisivo: dalla liberazione alla consolazione. Dalla profezia alla pastorale
dell’accompagnamento. Dal conflitto evangelico alla compatibilità con l’ordine costituito.
Questo non significa negare il valore umano e spirituale della compassione cristiana. Al contrario:
proprio perché la compassione è centrale, essa non può essere ridotta a sentimento. Deve diventare
struttura. Sistema. Politica della cura.
Una Chiesa fedele al Vangelo non dovrebbe limitarsi a invitare i fedeli a stare accanto ai malati, ma
dovrebbe esporsi istituzionalmente contro tutto ciò che produce malattia evitabile.
Dovrebbe parlare di sanità pubblica, di diritti universali, di disuguaglianze globali, di sfruttamento
che consuma i corpi. Dovrebbe disturbare i potenti, non solo confortare i sofferenti.
Qui emerge il secondo paradosso: la Chiesa possiede una delle più vaste reti sanitarie del mondo,
ma raramente usa questa forza come leva profetica contro i sistemi ingiusti.
Spesso supplisce allo Stato, ma senza mettere radicalmente in discussione le cause strutturali che
rendono necessaria quella supplenza.
La carità sostituisce la giustizia. L’opera buona prende il posto della trasformazione sociale. È la
tensione irrisolta tra istituzione e Vangelo, tra gestione del presente e annuncio del Regno.
Infine, c’è una questione ecclesiologica più profonda.
Finché la parola sulla sofferenza resta monopolio verticale della gerarchia, la voce reale dei malati
rimane marginale.
Una Chiesa davvero evangelica dovrebbe lasciare parlare i corpi feriti, non solo parlare su di essi.
Dovrebbe riconoscere nei malati non destinatari di cura pastorale, ma soggetti teologici, portatori di
rivelazione.
Questo implicherebbe una conversione radicale del potere ecclesiale: meno magistero dall’alto, più
ascolto dal basso; meno dottrina sulla sofferenza, più condivisione reale della vulnerabilità.
Il messaggio papale, dunque, pur animato da sincera intenzione pastorale, rivela ancora una volta il
limite storico del cattolicesimo istituzionale contemporaneo: la difficoltà di passare dalla spiritualità
della compassione alla politica evangelica della liberazione.
Finché questo passaggio non avverrà, la Chiesa continuerà a essere percepita come madre
consolante ma non come forza trasformativa della storia.
E il Vangelo, che nasce come annuncio di liberazione concreta per i poveri e i sofferenti, resterà
parzialmente disinnescato dentro un linguaggio religioso che cura le ferite senza interrogare chi le
produce.
La Chiesa che vorremmo inizia esattamente qui: nel rifiuto di una compassione che non cambia il
mondo e nella scelta di una carità che diventa giustizia storica.
Non una Chiesa che accompagna la sofferenza rendendola sopportabile, ma una Chiesa che lotta
perché quella sofferenza – quando è ingiusta e evitabile – semplicemente non esista più.

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basta armi!

export di armi, commercio di morte

di Tonio Dell’Olio
in “www.mosaicodipace.it” del 24 febbraio 2026

“Basta favori ai mercanti di armi” non è solo uno slogan: è un appello che torna a farsi respiro
collettivo. Attorno alla legge 185/90, nata da una grande spinta dal basso per portare luce sul
commercio di armamenti, si è riaccesa una mobilitazione. La Rete Italiana Pace e Disarmo ha
rilanciato la campagna per difenderla, affiancata da oltre duecento realtà del mondo associativo e
cattolico, tra cui Libera, le Acli, Pax Christi… Il timore è che, tra cancellazioni e silenzi, si incrini la
trasparenza: spariscano i nomi delle “banche armate”, si affievolisca il riferimento ai diritti umani,
si sposti il baricentro dalle valutazioni tecniche a scelte politiche opache. Così l’argine rischia di
abbassarsi, mentre cresce la produzione e il mercato cerca nuovi sbocchi. Non è solo una norma da
difendere, ma una promessa di controllo democratico. Per questo la campagna non resterà nei
palazzi: attraverserà territori e coscienze, chiedendo che l’economia non smarrisca la pace come
orizzonte. Insomma oggi più che mai è necessario fare qualcosa. Tutte e tutti. Insieme.

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il commento al vangelo della domenica

AMA LA VITA PICCOLA

 Mt 5,17-37

il commento di E. Ronchi al vangelo della sesta domenica del tempo ordinario

Gesù ha appena annunciato le beatitudini e la delusione degli ascoltatori è totale. L’attesa era che Israele diventasse una potenza, conquistando terre e popoli e invece hanno ascoltato Gesù dire: Beati i poveri!

E ancora: Non sono venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento. Non si riferisce alle centinaia di precetti della legge mosaica, ma alla salvaguardia del cuore della legge, portato alla sua piena fioritura. Gesù non demolisce, ma riassume tutto in uno strabiliante comando nuovo.

Nuovo e antico: tu amerai.

Senza trascurare i dettagli, senza dimenticare i piccoli gesti, amando la vita piccola.

Gesù porta avanti la storia dell’uomo su due linee di fondo: la linea del cuore e la linea della persona.

La linea del cuore: Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, cioè chiunque alimenta dentro di sé rabbie e rancori, è già in cuor suo un omicida. Ritorna al tuo cuore e guariscilo, solo dopo potrai curare tutta la tua vita.

Va’ alla sua radice.

Chi non ama suo fratello è omicida (1Gv 3,15). Significa che non serve uccidere per togliere la vita, basta non amare; non amare è un lento morire, che si propaga. E se tu disprezzi il fratello, il tuo futuro sarà la Geenna, l’immondezzaio di Gerusalemme, cioè tu fai spazzatura della tua vita, la butti nell’immondizia. E’ l’intera tua umanità che marcisce e va in fumo.

La linea della persona: Se tu guardi una donna per desiderarla sei già adultero. Non dice: se tu desideri qualcuno. Non è il desiderio a essere condannato, ma quel “per”, vale a dire quando tu metti in moto gesti e parole con lo scopo di sedurre e possedere, tu pecchi contro la bellezza e l’integrità di quella persona. È un peccato di adulterio nel senso originario del verbo adulterare: tu alteri, falsifichi, manipoli, immiserisci la persona. Le rubi il sogno e l’immagine di Dio.

 

Lo scopo della legge morale non è altro che custodire, coltivare, far fiorire l’umanità dell’uomo. La sua convinzione, che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato, lo perderà sulla croce. Per aver messo la persona prima della legge di Mosè, per questa bestemmia Gesù sarà condannato a morte.

Ma chi potrà osservare questi vangeli impossibili? Se la rabbia è già omicidio o se uno sguardo può essere già adulterio? Eppure queste inquietanti pagine del Vangelo sono anche le più umane, qui ritroviamo la radice della vita buona, torniamo a bere alla sorgente del cuore.

Dice la Bibbia: Custodisci il tuo cuore perché in esso è la sorgente della vita.

Allora il Vangelo è facile, umanissimo, felice, anche quando dice parole che danno le vertigini. Non aggiunge fatica, non cerca eroi, ma uomini e donne veri. C’è da guarire il cuore, per poi guarire la vita.

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tutti a tappare la bocca a Francesca Albanese

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l’ultima voce per la Palestina

di Raniero La Valle
in “Prima Loro” del 12 febbraio 2026

La richiesta ufficiale formulata dal governo francese di revocare all’ambasciatrice Francesca
Albanese il ruolo di relatrice speciale dell’ONU per il popolo palestinese è di una gravità
sconsiderata perché vuol dire togliere al popolo palestinese l’ultimo filo di voce che ancora ne
raccontava l’esistenza sulla terra.
Non crediamo che l’ONU, ovvero le potenze che la gestiscono, arriveranno a tale nefandezza dopo
che l’ONU ha visto ignorate e contradette innumerevoli sue pronunzie e prescrizioni per la
soluzione della questione palestinese, dopo essere stata accusata da Netanyahu di essere una palude
dell’antisemitismo e dopo aver assistito senza intervenire e fare alcunché per fermare il genocidio
del popolo palestinese a Gaza. Tuttavia la richiesta francese, alla quale pare che anche l’Italia non si
opponga, è uno scandalo che denuncia ancora una volta la decadenza di questa Europa che si
prepara a spaccarsi sempre di più, non solo nel conflitto contro la Russia, ma anche nella nuova
contrapposizione tra Francia e Germania, ora anche legata dall’”asse” con Roma.
L’accusa alla relatrice speciale Albanese è quella di denunciare il genocidio in corso contro il
popolo palestinese. Tutti, però, ormai riconoscono che, si usi o no la parola, tale genocidio è in atto
e proprio in questi giorni esso è confermato dallo stesso Netanyahu, che è andato a Washington oltre
che per sbrigare la pratica con l’Iran, per firmare la propria adesione e il proprio ingresso nel Board
voluto e presieduto da Trump, per avviare la grandiosa speculazione edilizia su Gaza e trasformare
Gaza da un cumulo di macerie, di morti e di tragicamente sopravvissuti, in un paradiso di letizie e in
un paradiso fiscale. Ma Netanyahu è andato a Washington anche per avanzare un’istanza di
indiscutibile coerenza, e dice a Trump: “non possiamo avviare questa meravigliosa operazione
mediterranea se prima non mi lasci finire il lavoro della soppressione degli abitanti palestinesi”,
adempimento finale a cui l’esercito israeliano si è già preparato. Pertanto, che un relatore dell’ONU
sulla Palestina giri gli occhi da un’altra parte e non parli di tale genocidio, è impossibile a pensarsi e
a credersi.
Dunque non per questo l’Albanese dovrebbe essere rimossa. Ma perché nel denunciare che chi fa
questo non è solo un nemico del popolo palestinese, ma è anche un nemico dell’umanità farebbe
una professione di antisemitismo, metterebbe in causa la fede di Israele e tutto il popolo ebraico
anche fuori di Israele. Ma la stessa coerenza per cui si ammette che non si può ricostruire Gaza se
prima non lo si ripulisce della presenza dei suoi attuali abitanti, dovrebbe far riconoscere anche alla
Francia che non è colpa di Francesca Albanese se l’autore di questo genocidio è il governo dello
Stato di Israele e se lo Stato di Israele è oggi quale è governato, rappresentato e teorizzato dinnanzi
a tutto il mondo da un capo politico, di religione ebraica che alla definitiva realizzazione della sua
idea di che cosa siano l’ebraismo, lo Stato di Israele e la soluzione definitiva della questione
palestinese (con l’assoluta esclusione dei due Stati) ha fatto la ragione non solo della sua carriera
politica, ma di tutta la sua vita.
Il problema sta dunque nel fatto che il soggetto che rivendica queste azioni si presenta esso stesso
come la vera e tendenzialmente intera espressione della tradizione di Israele, della sua fede e del
popolo ebraico anche della diaspora.
È chiaro che tutto questo l’Occidente lo capisce poco perché è ormai secolarizzato, si crede laico e
pensa d’istinto che una cosa è la politica e un’altra la religione, che una cosa è lo Stato e altra cosa
sono la Sinagoga e la Chiesa, che una cosa è lo Stato di Tel Aviv (col suo nome nobilissimo: Israele)
e un’altra cosa sono l’esercito di Israele, i Servizi Segreti di Israele, il governo di Israele e i progetti
di Israele per il futuro del Medio Oriente e di quella parte del mondo che esso include nell’area
della “Benedizione”.
Però l’Occidente potrebbe, se non vuole giudicare da sé, semplicemente ascoltare quello che lo
Stato di Israele, versione Netanyahu, dice di se stesso e che ha detto proprio in quella sede
dell’ONU da cui oggi dovrebbe essere rigettata la relatrice speciale della Palestina.
Nell’ultimo discorso fatto da Netanyahu all’assemblea generale dell’ONU il 27 settembre 2024, il
premier israeliano aveva annunciato la sua decisione di combattere fino alla “vittoria totale”,
affermando che non c’è nessun posto in Iran, ma nemmeno in Medio Oriente, che non possa cadere
sotto i colpi dell’esercito di Israele e aveva presentato la carta del mondo divisa in due mappe, una
della “Benedizione” e un’altra della “Maledizione” a seconda del rapporto di ciascuna di queste due
parti con Israele. E, ancora più importante, aveva rivendicato il fondamento indiscutibile di questa
pretesa di predominio che risalirebbe a migliaia di anni fa, e deriva da una lettura fondamentalista,
integralista, letterale della Bibbia di fronte a cui l’Occidente che ormai ignora queste categorie e
non sa leggere la Bibbia è disarmato e non può entrare in dialogo con i suoi assertori.
In quella occasione Netanyahu, rivolgendosi agli iraniani, li aveva chiamati il “popolo persiano”,
quello di Ciro, accomunandolo al popolo ebraico, come due popoli che hanno millenni di storia alle
spalle; aveva invocato il precedente biblico di Mosè, ripetendo ciò che aveva detto l’anno
precedente nella stessa sede delle Nazioni Unite, e cioè che “ci troviamo di fronte alla stessa scelta
senza tempo che Mosè pose al popolo di Israele migliaia di anni fa quando stavamo per entrare
nella Terra Promessa. Mosè ci disse che le nostre azioni avrebbero determinato se avremmo lasciato
in eredita alle generazioni future una benedizione o una maledizione”. E aveva citato a testimone re
Salomone, e Samuele che aveva proclamato: “l’eternità di Israele non vacillerà”, e aveva detto che
“Israele ha sempre eseguito il comando di Mosè”, che “l’antica promessa è stata sempre
mantenuta”. Si tratta di una interpretazione mondana e politica del messianismo ebraico certo
presente nel sionismo, ma contestata dai più avvertiti intellettuali e rabbini ebrei e che è penetrata
anche al di fuori del mondo ebraico fino a ispirare un certo messianismo americano che ora in
Trump non si sa più dove vada.
Sono temi difficili e tutti da approfondire, ma oggi la selvaggia politica che ci sta investendo ci
costringe a uno sforzo di comprensione fuori dell’ordinario

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