benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

chi accoglie e abbraccia un bambino accoglie Dio


Chi accoglie e abbraccia un bambino accoglie Dio
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della XXV domenica tempo ordinario – Anno B

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». […] Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. […]

Un’alternanza di strade e di case: i tre anni di Galilea sono raccontati così da Marco. Sulla strada si cammina al ritmo del cuore; si avanza in gruppo; qualcuno resta un po’ indietro, qualcun’altro condivide chiacchiere leggere con un amico, lasciando fiorire parole autentiche e senza maschere. Gesù ha lasciato liberi i discepoli di stare tra loro, per tutto il tempo che vogliono, con i pensieri che hanno, con le parole che sanno, senza stare loro addosso, controllare tutto, come un genitore ansioso. Poi il Vangelo cambia ambientazione: giungono in casa, e allora cambia anche la modalità di comunicazione di Gesù: sedutosi, chiamò i dodici e disse loro (sedette, chiamò, disse sono tre verbi tecnici che indicano un insegnamento importante): di cosa stavate parlando? Di chi è il più grande. Questione infinita, che inseguiamo da millenni, su tutta la terra. Questa fame di potere, questa furia di comandare è da sempre un principio di distruzione nella famiglia, nella società, nella convivenza tra i popoli. Gesù si colloca a una distanza abissale da tutto questo: se uno vuol essere il primo sia il servo. Ma non basta, c’è un secondo passaggio: “servo di tutti”, senza limiti di gruppo, di famiglia, di etnìa, di bontà o di cattiveria. Non basta ancora: «Ecco io metto al centro un bambino», il più inerme e disarmato, il più indifeso e senza diritti, il più debole e il più amato! Proporre un bambino come modello del credente è far entrare nella religione l’inaudito. Cosa sa un bambino? Il gioco, il vento delle corse, la dolcezza degli abbracci. Non sa di filosofia, di teologia, di morale. Ma conosce come nessuno la fiducia, e si affida. Gesù ci propone un bambino come padre nella fede. «Il bambino è il padre dell’uomo» (Wordsworth). I bambini danno ordini al futuro, danno gioia al quotidiano. La casa ha offerto il suo tesoro, un cucciolo d’uomo, parabola vivente, piccola storia di vita che Gesù fa diventare storia di Dio: Chi lo abbraccia, abbraccia me! Gesù offre il suo tesoro: il volto di un Dio che è non onnipotenza ma abbraccio: ci si abbraccia per tornare interi (A. Merini), neanche Dio può stare solo, non è “intero” senza noi, senza i suoi amati. Chi accoglie un bambino accoglie Dio! Parole mai dette prima, mai pensate prima. I discepoli ne saranno rimasti sconcertati: Dio come un bambino! Vertigine del pensiero. L’Altissimo e l’Eterno in un bambino? Se Dio è come un bambino significa che devi prendertene cura, va accudito, nutrito, aiutato, accolto, gli devi dare tempo e cuore (E. Hillesum). Non puoi abbandonare Dio sulla strada. Perché Dio non sta dappertutto, sta soltanto là dove lo si lascia entrare (M. Buber).

(Letture: Sapienza 2,12.17-20; Salmo 53; Lettera di san Giacomo 3,16-4,3; Marco 9,30-37)

image_pdfimage_print

‘oltre il campo’ per i rom ei sinti? un convegno della ‘migrantes’

Rom e Sinti

percorsi di inclusione, per andare “oltre il campo”

il convegno organizzato da Fondazione Migrantes e Associazione 21 luglio, con la diocesi di Roma

il vescovo Ambarus: «È fondamentale la comunità»

la testimonianza di Hanifa e Marijo. Loukarelis (Unar): «Non si può lasciare nessuno indietro. Ne va della qualità della democrazia»

Passare da un campo rom a un appartamento è possibile. Desiderare un futuro diverso per i propri figli, permettere loro di vivere in modo decoroso in un luogo dove ci sono l’acqua e la corrente elettrica non è un’utopia. Sognare di avere un lavoro non è un’illusione. Lo hanno testimoniato Hanifa e Marijo che ieri sera, 13 settembre, hanno preso la parola durante il convegno “Oltre il campo. Superare i campi rom in Italia: dalle sperimentazioni di ieri alle certezze di oggi”, organizzato da Fondazione Migrantes e Associazione 21 luglio in collaborazione con la diocesi di Roma. Un incontro che non ha messo in luce la vita nei campi «in maniera pietistica ma ha mantenuto lo sguardo sulla dignità delle persone, che va salvaguardata aiutando i rom a non sentirsi schiacciati», ha affermato il vescovo Benoni Ambarus, ausiliare della diocesi di Roma che ha anche la delega alla pastorale dei Rom e Sinti.

Marijo si trasferì con la famiglia in un insediamento abusivo a Tor di Valle quando aveva 4 anni. Hanifa ha abitato in un campo per dieci anni. «Vivere in un campo rom è un disastro – ha detto -. Non hai pace ma solo immondizia ovunque». Entrambi da poco più di un anno si sono trasferiti in appartamenti con le rispettive famiglie. Hanifa sogna di lavorare per i diritti umani, Marijo di aprire un salone di parrucchiere per garantire un futuro ai figli e ad altri rom. Vive a Torre Gaia dove è stato «accolto bene», i figli vanno a scuola e hanno fatto nuove amicizie. Sul concetto di accoglienza si è soffermato monsignor Ambarus che tirando le fila del convegno ha spiegato che «non basta una casa, non c’è bisogno di un approccio puramente economico che porta a chiudere un campo perché si spende meno e il criterio non deve essere solo la sicurezza. È fondamentale la comunità, termine abusato ma che si fatica a vivere. Comunità significa essere consapevoli che tutti sono esseri umani». A tal proposito ha ricordato che come diocesi di Roma l’auspicio è quello di «vivere il superamento di campi rom facilitando la creazione di legami di comunità tra parrocchie, associazionismo, istituzioni e tutte le realtà di un determinato territorio. Una sfida che non si può declinare solo a parole».

Anche don Giovanni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes, ha rimarcato che come Chiesa si deve rivendicare «la difesa della dignità di ogni essere umano in un momento in cui purtroppo alcuni, con sfrontatezza, ritengono che ci siano essere umani di serie A ed esseri umani che sono inferiori. Persone a cui spetta tutto, anche il superfluo, e altre per cui non c’è neanche l’indispensabile. La casa non è qualcosa di superfluo ma di essenziale».

Durante il convegno è stata illustrata una ricerca dell’Associazione 21 luglio pubblicata da Fondazione Migrantes che traccia un’analisi comparativa degli interventi messi in atto in dieci città italiane, con esempi virtuosi di comuni come Moncalieri, Palermo e Sesto Fiorentino, dove i campi rom sono stati chiusi favorendo percorsi di inclusione. La ricerca, per Triantafillos Loukarelis, direttore dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) presso la presidenza del Consiglio dei ministri, «indica una possibilità e un nuovo trend da parte delle amministrazioni locali, che hanno compreso finalmente che non si può lasciare nessuno indietro perché ne va della qualità della democrazia. È la dimostrazione che l’esclusione delle persone non ha nessun senso logico se non quella di una visione distorta della società».

Illustrando le linee guida per superare i campi rom e costruire percorsi di inclusione, che a Roma riguardano 400 persone, Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, ha spiegato che tra le azioni da compiere una volta individuati gli interventi e definite le risorse è imperativo che si prendano in carico tutte le famiglie dell’insediamento. «Non si tratta di una sola questione etica – ha detto – è anche e soprattutto un parametro di efficacia. È fondamentale prevedere interventi di inclusione condivisi e negoziati con ogni singola famiglia».

image_pdfimage_print

nata dietro le sbarre in una cella del carcere, una piccola rom

la piccola rom nata in carcere per colpa di una email

di Gad Lerner
in “il Fatto Quotidiano” del 14 febbraio 2021

Non ha trovato che minimo spazio una notizia che, in un Paese civile, avrebbe dovuto finire in prima pagina. La notte dello scorso 3 settembre nel carcere di Rebibbia, cioè nella Capitale d’Italia, una bambina è venuta al mondo dietro le sbarre di una cella. Non dico in infermeria. Proprio in cella l’ha partorita sua madre Amra, una rom di 23 anni arrestata per furto a fine luglio scorso. L’unica assistenza le è giunta dalla compagna di detenzione Marinela, a sua volta incinta al quinto mese, che poi ha avvolto la neonata in un asciugamano e, gridando, è finalmente riuscita a richiamare  l’attenzione delle guardie. Questo infame luogo di nascita la bimba non se lo troverà inscritto sulla carta d’identità, ma rimane il marchio di un destino segnato: nata in galera, perché nessuno ha risposto a una email della Garante dei detenuti, Gabriella Stramaccioni, che il 17 agosto chiedeva di trasferire la donna nell’apposita casa famiglia protetta, di cui forniva nome, indirizzo e disponibilità. Mi piacerebbe poter sperare che almeno uno dei quattro candidati sindaci di Roma voglia assumersi l’impegno di un risarcimento, affinché la vita futura di questa creatura, e della sua giovane madre che ha già altri tre figli, non si riduca a un entra/esci dalla prigione ma – pur con tutte le difficoltà del caso – segua un percorso di reinserimento sociale. Trattandosi di rom, temo che sia un’illusione.
Viene riversata su queste donne l’accusa di farsi mettere incinte apposta per poter continuare a delinquere, il che giustificherebbe la loro detenzione. In realtà si tratta di pochissimi casi. Del resto,  fino a cinquant’anni fa, in Svizzera ne era contemplata la sterilizzazione forzata. Quelli del“rinchiudiamoli e buttiamo via la chiave” devono mettere per forza nel conto anche i bambini in carcere. Magari fin dal primo respiro

 

nascere in carcere nel 2021, in Italia

di Giusi Fasano
in “Corriere della Sera” del 13 settembre 2021

«Dove sei nata?», le chiederanno chissà quante volte nella vita. «In carcere», risponderà lei. È venuta al mondo l’altra notte, nella casa circondariale di Rebibbia. Non sappiamo come si chiami ma certo sappiamo quale nome sarebbe di buon augurio, date le circostanze. Libera sarebbe il suo nome perfetto. Sua madre ha più guai che anni e lei, che è la quarta figlia, avrebbe dovuto proteggerla dall’arresto perché lo sanno tutti (o quasi) che una donna incinta non dovrebbe finire in cella. Invece no. La legge stavolta ha scelto la «misura di maggior rigore», come ha scritto la giudice che ha deciso di tenerla in cella temendo che la detenuta potesse tornare a «commettere fatti analoghi», cioè furti. Italiana di origini bosniache, 23 anni, senza lavoro, residente in un campo rom e con il compagno disoccupato, la mamma di Libera non aveva credibilità da offrire in pegno al sistema Giustizia italiano. Ma aveva il pancione, quello sì. E davanti a quella condizione sarebbe                     
toccato al sistema Giustizia garantirle un modo migliore per mettere al mondo la piccola. Dopo le prime contrazioni l’ha aiutata la sua compagna di cella, sono intervenuti medico e infermiera ma non c’è stato il tempo di portarla in ospedale. E sì che il suo legale aveva insistito per la revoca della carcerazione, la ragazza era stata anche ricoverata al Pertini di Roma per una minaccia di aborto pochi giorni prima di partorire. Ma niente: era rientrata in cella. La garante dei detenuti di Roma aveva scritto al tribunale proponendo di trasferirla in una casa rifugio per detenute con figli piccoli. Zero risposte. Così nascere in carcere, per Libera, è diventato di fatto un «danno collaterale» del curriculum penale di sua madre. Stanno bene, mamma e bimba, ma la storia in sé fa una tristezza infinita, come fanno tristezza i 25 bambini da zero a sei anni attualmente «detenuti» assieme alle loro madri nelle carceri italiane o negli Icam, gli istituti di custodia attenuata. Piccoli prigionieri degli errori degli adulti. Qualunque sia il crimine commesso dalle loro madri, i bambini dietro le sbarre sono una sconfitta per tutti. E sarebbe meraviglioso se con l’eco della sua storia la nostra piccola Libera facesse così tanto rumore da farli uscire tutti. Allora sì, nascere in carcere sarebbe almeno servito a qualcosa.

image_pdfimage_print

il bellissimo libro di C. Molari – ripensare il cristianesimo nell’attuale paradigma evolutivo

Il cammino spirituale secondo Molari. Rileggere il cristianesimo «nel nuovo orizzonte planetario»

il cammino spirituale secondo Molari

rileggere il cristianesimo «nel nuovo orizzonte planetario»

Chi avverte la necessità di una nuova immagine di Dio, de-antropomorfizzata, de-patriarcalizzata e maggiormente in linea con le acquisizioni scientifiche, pur senza voler rinunciare al suo carattere trascendente, provvidente e personale – senza cioè varcare la soglia del post-teismo al centro dei quattro volumi della serie “Oltre le religioni” – potrà trovare spunti di grande rilevanza nel libro del teologo Carlo Molari, pubblicato anche questo dalla Gabrielli editori, dal titolo Il cammino spirituale del cristiano. La sequela di Cristo nel nuovo orizzonte planetario(pp. 560, 28 euro, info@gabriellieditori.it).

Un libro, come spiega nell’introduzione il curatore del volume Francesco Nicastro, prevalentemente tratto dalle centinaia di pagine trascritte, e riviste dall’autore, dalle registrazioni dei corsi da lui tenuti a Camaldoli nel periodo 2012-2019, ogni anno su un tema specifico, e dedicato ai temi centrali del pensiero del teologo: le dinamiche della vita spirituale e di fede con le relative motivazioni di carattere concettuale e teorico. Ma anche un testo essenzialmente pratico sul come vivere la vita spirituale e giungere a quella pienezza a cui l’essere umano non può fare a meno di aspirare, con tanto di indicazioni sul lavoro interiore da svolgere a livello personale per aprirsi ai doni di amore, di giustizia, di condivisione, di solidarietà che l’azione di Dio fa fiorire nella storia. È un pensiero, quello di Molari, che si pone all’interno della prospettiva evolutiva abbracciata già dal gesuita antropologo Pierre Teilhard de Chardin, attingendo abbondantemente ai dati offerti dalle nuove scienze: dagli studi sul cervello a quelli sul tempo, dalla fisica del cosmo alla fisiologia, dall’antropologia agli studi storico-linguistici. Come spiega Nicastro, per Molari la vita e l’intero creato sono sospinti dall’evoluzione verso livelli sempre maggiori di complessità e di perfezione, la quale si colloca così non agli inizi della creazione ma alla fine di un percorso che, per l’essere umano, «chiama in causa preminentemente la dimensione spirituale». 

In questo processo, in cui il male è ineliminabile perché ricondotto alla natura di per sé limitata e incompiuta del creato – «quattordici miliardi di anni sono stati appena sufficienti per far emergere la libertà e la consapevolezza nell’essere umano» – l’azione di Dio si manifesta «secondo il concetto della creazione continua», già presente in Tommaso: non «un’attività che aggiunge qualcosa alla realtà che è in processo», precisa Molari, ma un’azione che «alimenta, sostiene, offre possibilità»: «non sostituisce mai le creature, non aggiunge qualcosa alle creature, ma fa fiorire dal di dentro».

E se non ci è dato conoscerla, in quanto posta fuori dal tempo e dallo spazio, e dunque inaccessibile alle nostre categorie mentali, possiamo però farne esperienza attraverso l’apertura al «dono di vita che continuamente ci viene offerto, ci alimenta e ci apre, nonostante limiti, difficoltà, sofferenze e fallimenti, a sempre nuove qualità di amore e di conoscenza», come ci ha insegnato Gesù nella sua esistenza storica, accogliendo e manifestando l’azione creatrice e misericordiosa di Dio nel tempo e diventando così paradigma di umanità piena e pienamente compiuta.

Qui, per gentile concessione della casa editrice, alcuni stralci tratti dalla seconda parte del libro, dedicata ai «nuovi orizzonti interpretativi»

 

Una forza creatrice che offre possibilità

una forza creatrice che offre possibilità

 da: Adista Documenti n° 31 del 11/09/2021

L’AZIONE DI DIO

(…). L’assunzione della prospettiva evolutiva comporta una conseguenza ben chiara nel modo di concepire l’azione creatrice di Dio. Io cito spesso Teilhard di Chardin, gesuita antropologo, perché già dagli anni ‘20 del secolo scorso, riferendosi al problema del male, precisava con insistenza la necessità di modificare e semplificare il modo di concepire l’azione creatrice, cioè l’attività di Dio in noi, nel senso che l’azione di Dio è una forza creatrice che continua a operare e alimenta il processo evolutivo, ma non si sostituisce mai alle creature.

È così che dobbiamo abituarci a pensare alla presenza di Dio e alla sua azione nella nostra vita; non perché questa sia una formulazione assoluta e definitiva, ma per superare quel dualismo che abbiamo visto essere conseguenza della prospettiva statica con la quale si guardava alla creazione e a tutta la realtà nella quale siamo immersi. Nel considerare l’azione di Dio dobbiamo dunque evitare di concepirla come un’attività che aggiunge qualcosa alla realtà che è in processo: l’azione di Dio non aggiunge ma alimenta, sostiene, offre possibilità, non sostituisce mai le creature, non aggiunge qualcosa alle creature, ma fa fiorire dal di dentro; proprio per questo è azione creatrice.

Creazione continua: «dal grembo stesso delle cose»

Questa prospettiva è presentata in modo veramente esemplare da papa Francesco in un preciso passaggio dell’enciclica Laudato si’ del 24 maggio 2015 in cui dice: «[Dio] ha voluto limitare se stesso – questa è una formula un po’ discutibile – creando un mondo bisognoso di sviluppo, dove molte cose che noi consideriamo mali, pericoli o fonti di sofferenza fanno parte in realtà dei dolori del parto, che ci stimolano a collaborare con il Creatore. Egli è presente nel più intimo di ogni cosa senza condizionare l’autonomia della sua creatura, e anche questo dà luogo alla legittima autonomia delle realtà terrene. Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere, “è la continuazione dell’azione creatrice”. Lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo».

Voglio sottolineare due passaggi di questo testo di papa Francesco. «Egli è presente nel più intimo di ogni cosa senza condizionare l’autonomia della sua creatura». «Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere, “è la continuazione dell’azione creatrice”». Quest’ultima citazione del papa è tratta da S. Tommaso d’Aquino e indica proprio l’operare di Dio che chiamiamo azione creatrice e che, nell’orizzonte evolutivo, ha acquistato un significato molto più chiaro rispetto al passato, perché è così che l’umanità è evoluta nella specie di vita più complessa che noi conosciamo sulla Terra. Davvero un cambiamento di prospettiva profondo avvenuto in pochi secoli, questo dell’orizzonte evolutivo, uno sviluppo che incide profondamente sulla nostra modalità di vivere il rapporto con Dio. (…). Dal grembo stesso delle cose germoglia una novità. Questo è il modello della creazione continua che S. Tommaso d’Aquino aveva affermato, e a cui già S. Agostino aveva fatto cenno, perché è un modo molto coerente di pensare alla forza creatrice che offre possibilità facendo fiorire la perfezione. (…). Il modello della creazione continua è, dunque, un modello di per sé antico che in questa prospettiva acquista un’importanza notevole. Si tratta, infatti, di concetti che oggi riusciamo a capire meglio di quando S. Agostino e S. Tommaso scrivevano, dato che ora comprendiamo bene il senso delle strutture accoglienti che richiedono tempo per essere in grado di accogliere la perfezione e di farla fiorire.

Di qui la necessità della evoluzione, perché la creatura deve diventare il principio, essa stessa, della perfezione, per cui deve sviluppare le strutture accoglienti corrispondenti alla perfezione nuova. In questo senso possiamo dire che la creazione non è ancora finita, perché quasi quattordici miliardi di anni, l’età del nostro universo, non sono stati sufficienti a far sì che tutta la ricchezza contenuta nella perfezione divina e offerta all’umanità giungesse a pienezza nelle creature. Quattordici miliardi di anni sono stati appena sufficienti per far emergere la libertà e la consapevolezza nell’uomo. O in chi, nell’universo, esiste in forma libera e consapevole, almeno secondo le modalità che conosciamo qui sulla Terra. Come ho già accennato, io credo che sia molto plausibile che in altre parti dell’universo ci siano persone intelligenti e libere; anzi, credo che questo sia probabilissimo, se non sicuro, perché è impensabile che la forza creatrice si esprima in questo modo solo nel piccolo frammento dell’universo che è la nostra Terra, ai margini di una galassia che non è neppure particolarmente grande fra quelle esistenti. Certamente la forza creatrice, che è in azione, ha suscitato anche altrove forme di vita intelligente. Indipendentemente da queste considerazioni, è importante che ci rendiamo conto che la creazione non è ancora finita e sta continuando il suo processo, per cui possiamo attendere delle qualità umane nuove e anche forme nuove di fraternità, di giustizia, di organizzazione sociale, perché a queste corrispondono delle qualità spirituali che ancora non sono sorte ma che stanno sviluppandosi.

(…) Dio non fa il progetto, Dio offre alle cose di farsi il progetto, offre potenzialità, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Certo il fine è indotto (vedremo il significato della “causa finale” che orienta verso un determinato fine) ma sono le cose stesse che si muovono verso questo fine. Il concetto di creazione è chiarito molto bene da questa definizione: non è come il fare le cose, ma come l’offrire alle cose di farsi. Ovvero, per riprendere il testo del papa, non è che Dio fa germogliare, ma è dal grembo delle cose che germoglia qualcosa di nuovo proprio in virtù di questa forza che alimenta, di questa energia che sostiene, di questo amore che avvolge, diciamo in termini cristiani. Così si è affinato il concetto di creazione, come l’offrire alle cose di farsi: questa è la potenza creatrice, non il fare le cose, ma l’offrire loro di diventare. (…).

Alcuni anni fa ci furono risonanze sulla stampa di un intervento di Stephen Hawking, lo scienziato che ha studiato i buchi neri, il quale diceva, appunto, che non è necessario alcun intervento divino, perché gli scienziati, come tali, possono individuare sempre tutti i meccanismi attraverso i quali gli eventi accadono, anche gli eventi iniziali. Perché c’è un meccanismo e un principio interno agli eventi per cui è sempre possibile individuare una causa. Anzi è necessario, e gli scienziati devono farlo. Questo è importante per noi credenti perché se anche la scienza arrivasse a dimostrare che l’energia è sempre esistita (teoria dei multiversi opposta all’universo), questo non sarebbe incompatibile con il concetto del Dio creatore, dato che resterebbe la dipendenza totale del creato da una forza superiore. La scienza può sviscerare tutti i segreti della creazione senza mai incontrare Dio, perché si muove solamente nell’ambito delle creature e del tempo; e così può arrivare a individuare le leggi del big bang perché sono sempre leggi interne al creato e, dunque, al tempo. (…).

La creazione come dipendenza, non come inizio nel tempo

Da quanto detto risulta come, a differenza del pensiero tradizionale che poneva la creazione all’inizio del tempo per un’azione di Dio e faceva di questo atto di Dio l’elemento costitutivo stesso della creazione, già nella riflessione teologica del medioevo S. Tommaso d’Aquino sosteneva che, di per sé, l’inizio non faceva parte della creazione, nel senso che sarebbe stata possibile anche una creazione che non avesse avuto un inizio. Si può dunque pensare, sosteneva S. Tommaso, che non sia l’inizio che determina la condizione creata, bensì la dipendenza delle cose create dal creatore. (…).

Nella prospettiva secondo cui non è l’inizio che è significativo ma la dipendenza, viene meno la rilevanza della considerazione temporale ai fini della creazione: infatti se è il nostro dipendere, la nostra dipendenza totale – e noi dipendiamo totalmente da Dio, dice S. Tommaso – che ci fa creature, allora questa condizione può darsi da sempre, anche in tutto il tempo e per tutto il tempo. Dal punto di vista logico, dunque, se non è l’origine la condizione che ci fa creature, ma la dipendenza, non è contraddittorio pensare una creatura che è sì da sempre, ma da sempre è creatura nel senso che da sempre dipende.

(…) Per tradurre questa condizione di dipendenza, questo esistere come dipendere totalmente, possiamo dire che l’azione creatrice avvolge le creature totalmente da sempre. Questo è un punto importante su cui riflettere: il nostro affidarci all’azione creatrice di Dio è legato all’esperienza della dipendenza, non all’origine; quando diciamo che dipendiamo, vuol dire che c’è un Principio, il principio che ci costituisce, la fonte della nostra vita. (…). Possiamo così concludere che l’esperienza che sta al fondo del nostro sentirci creature non è l’esperienza di aver vissuto un inizio, di questo non ricordiamo e non sappiamo neppure nulla, ma il cogliere la nostra totale dipendenza da forze più grandi di noi. Questo a tutti i livelli, fisico, biologico, psichico e spirituale, per chi ha esperienze spirituali: noi dipendiamo totalmente. E più la vita cresce e si sviluppa, e più la perfezione cresce, più la nostra dipendenza diventa profonda e coinvolgente. (…).

Questo ha un riflesso molto profondo nella nostra esperienza spirituale, quindi nel vivere il rapporto col Principio. Per Dio non ci sono interventi-eventi, Egli agisce su di noi come una forza che continua sempre, non può mai venire meno, c’è tutto da sempre, assieme al tempo che ha un inizio per l’uomo, ma non per Dio. (…). Il senso di dipendenza dal divino è (…) universale, di ogni tempo, religione e cultura. Per noi si tratta di purificare questa consapevolezza della dipendenza dalla forza creatrice non mettendola in relazione solamente all’atto creativo dell’inizio, ma vedendola come una dipendenza strutturale, continua. Questo perché noi non siamo ancora viventi, siamo un tentativo di vita che la Vita fa. La Vita vuole renderci viventi, ma per ora siamo come feti che dipendono dalla madre. Questa consapevolezza è essenziale per la vita spirituale, altrimenti non viviamo in modo autentico, che è quello di essere consapevoli della nostra condizione di creature, di dipendenza totale nel nostro operare e nel nostro esistere.

Due modelli: intervento divino o azione di creature

(…). Questo è il passaggio importante da chiarire bene: noi non chiediamo a Dio che faccia qualcosa al nostro posto. Certo, la fonte originale di tutto è sempre l’azione di Dio, ma Dio non fa nulla in più di quello che facciamo noi, e noi lo facciamo perché ci apriamo alla sua azione, accogliamo quella forza di vita che viene da lui; ma siamo noi che dobbiamo operare. È un concetto molto semplice, di per sé, ma si tratta di un modo di concepire l’azione di Dio che ha conseguenze notevoli, per cui richiede che purifichiamo l’idea che abbiamo dell’azione di Dio sulle creature. (…).

Creazione non vuol dire che Dio ha fatto le cose, ma che ha offerto alle cose di farsi per cui la realtà è diventata; il che è molto diverso: la realtà non è stata fatta, la realtà è stata alimentata al punto di farsi. È la realtà che realmente diventa, procede nel divenire e si sviluppa nel tempo. Dobbiamo capire bene la differenza: questa è l’azione con cui Dio crea e, in questa prospettiva, non c’è nessun momento in cui si coglie, di per sé, l’azione creatrice di Dio distinta dal divenire delle creature, perché l’azione creatrice è il divenire delle creature. (…).

Possiamo sintetizzare come segue le modalità con cui è stata concepita l’azione creatrice da parte di Dio.

I. Il modello della creazione iniziale attribuisce a Dio ab initio l’atto creatore con cui affida un’energia alla creazione e si riserva di controllare, intervenire e guidarne lo sviluppo nel corso della storia e del suo compimento. (…). Questa è stata la visione iniziale che alcuni presentano in modo ancora più radicale. Fra gli ebrei del 1500 è sorta la teoria dello tzimtzum che si diffuse nell’ambito della Cabala ebraica nel 1600-1700 e che alcuni hanno ripreso anche ai nostri tempi (…) per spiegare il male esistente nella creazione. Questo modello partiva da una concezione di Dio che prima occupava tutto lo spazio del cosmo e che all’inizio, all’origine della creazione, per dare lo spazio alle creature si è ritirato da un ambito e ha lasciato un vuoto in cui immetterle. “Si ritirava”, questo vuol dire tzimtzum, ritrarsi e lasciare lo spazio perché le creature possano esistere. (…).

Nella prospettiva cristiana che è stata ancora conservata nel Catechismo della Chiesa Cattolica c’è, in più, l’intervento diretto di Dio nella storia della creazione. Io credo che questo sia ancora un residuo delle visioni precedenti, per cui il modello evolutivo non è stato assunto completamente; lo si è assunto, cioè, con delle riserve per cui si continuano ad attribuire a Dio interventi in determinati passaggi del processo evolutivo.

II. Nella visione evolutiva non c’è nessun intervento di Dio; l’azione creatrice continuamente alimenta, offre possibilità alle creature – questo è il senso dell’azione creatrice – ma non si sostituisce mai alle creature. Anche i miracoli, in questa prospettiva, sono le creature che li compiono; sono sempre le creature, in virtù del loro rapporto con Dio, dell’apertura, della preghiera, della connessione profonda fra di noi, che operano anche i miracoli: sono eventi straordinari che richiedono una particolare intensità nell’accoglienza dell’azione di Dio, e quindi anche nella preghiera.

Si vede quindi bene la differenza tra i modelli. Il modello dell’azione creatrice tutta posta all’inizio, per cui Dio dà l’impulso riservandosi particolari interventi in determinate occasioni, con l’impulso affidato alle creature e il riserbo dello tzimtzum, il ripiegamento di Dio, per spiegare la libertà d’azione delle crea ture e il male nella creazione. Il modello evolutivo nel quale tutto questo non trova posto, né l’azione creatrice di Dio che interviene, né lo tzimtzum, il suo ritirarsi: la forza creatrice è continuamente all’opera e offre possibilità, ma non determina mai le creature. È necessario riflettere bene su come interpretare l’azione di Dio, perché c’è il rischio di cadere in una interpretazione di tipo magico o interventista, come se Dio fosse là a guardare e a dire “qui devo fare qualcosa in più, lì devo operare”. È un modo molto infantile di pensare all’azione di Dio, a questo Dabàr, a questa forza di vita che sta al fondo e che possiamo verificare proprio perché, abbandonandoci con fiducia, scopriamo di poter pervenire a forme nuove, a capacità nuove di amore, di misericordia, di perdono e così via. (…).

Occorre allora avere un modello ben chiaro dell’azione di Dio: Dio è sempre e solo creatore. In questo senso Dio non fa le cose ma offre alle cose di divenire; oppure, secondo la formula di Teilhard de Chardin, Dio non fa le cose ma fa sì che le cose si facciano. Ne consegue ciò che, per noi, implica il lavoro spirituale: aprirci all’azione di Dio ma decidere noi, operare noi, perché è a questo che il Signore ci chiama. (…).

Sovrabbondanza dell’offerta, libertà, casualità e chiamata dal nulla delle cose

Per questo c’è anche il caso: anche la casualità fa parte dell’azione di Dio la quale, in realtà, ci offre contemporaneamente molte possibilità. Per cui non dobbiamo pensare che Dio ci imponga qualcosa o ci faccia diventare quello che vuole Lui: Dio ci offre molte possibilità per diventare quello che possiamo essere. In questo senso parlare di un “disegno di Dio” su ciascuno di noi in un senso rigido, determinato, non è esatto e si presta ad ambiguità, a equivoci forti, come se noi dovessimo seguire solo una strada che ci è imposta. No. Dio ci offre molte possibilità, possiamo diventare tante cose: sempre immagini di Dio, sempre figli suoi, ma con modalità molto diverse. (…).

La possibilità, dunque, è sempre data, per quanto sempre attraverso il limite e le imperfezioni delle creature; limiti e imperfezioni che fanno sì che nel creato ci siano processi casuali e processi che falliscono nel diventare. Il cammino verso il compimento della creazione non è un processo deterministico: contiene delle componenti casuali, eventi che accadono e che ostacolano il processo stesso. Il caso non è sempre favorevole, ci sono sviluppi che bloccano il divenire e c’è involuzione proprio perché le creature sono imperfette e non compiute. (…)

Questo è il modo di interpretare l’azione di Dio nella storia: Dio offre possibilità, non le impone; è creatore, non ci sostituisce mai. (…). Dio non può sostituire mai le creature, ma offre loro le possibilità per giungere al traguardo definitivo. Anche il miracolo: sono sempre creature che lo fanno; certo perché si aprono all’azione di Dio in modo più profondo, ma sono sempre le creature che operano il miracolo. (…).

Creazione e creazionismo, l’intelligent design

A completamento di questa riflessione voglio evidenziare l’infondatezza delle polemiche tra scienza e fede che sono sorte, negli ultimi decenni del secolo scorso, sul modello dell’azione di Dio. Infatti, se polemiche di questo tipo in altri ambiti sono giustificate, non hanno senso in ordine alla creazione e all’evoluzione. Coerentemente a questo modo di pensare che si colloca nella prospettiva evolutiva (…), tutto ciò che accade nella natura e nella storia umana, tutto, ha una causa intrinseca: tutti gli eventi, anche quelli di cui gli scienziati non sanno ancora spiegare le dinamiche e le ragioni, hanno sempre un principio interno. Non bisogna mai ricorrere a Dio per spiegare un’emergenza di qualità nuove di vita, di forme nuove, di perfezione nuova. Cose che, invece, molti teologi del passato, e alcuni anche oggi, spiegano attraverso interventi divini, come se Dio aggiungesse qualcosa al processo della creazione: così il sorgere della vita e così l’origine dell’uomo. Ma se accettiamo realmente questo concetto di creazione nel senso più radicale, noi non dobbiamo supporre nessun intervento perché la forza creatrice è sempre presente e non deve aggiungere nulla; è la creatura che evolvendo rende possibile l’emergere di una perfezione nuova, di una qualità nuova che era già contenuta nella forza creatrice, ma che per emergere richiedeva del tempo (…).

I sostenitori del “progetto intelligente”, intelligent design (…), ammettono, almeno in parte, il processo evolutivo, ma sostengono che questo avviene seguendo un progetto ben determinato. Fra questi ci sono diversi credenti, anche cattolici, fra cui il cardinale di Vienna Schönborn, che nel 2007 scrisse un articolo sul New York Times per difendere questa posizione, suscitando la reazione di molti scienziati, anche di parte cattolica, che invece negano questa necessità. (…).

Il miracolo: «la tua fede ti ha guarito»

In questa prospettiva, nemmeno il miracolo è un’aggiunta che Dio fa all’azione delle creature: sono sempre le creature che operano il miracolo quando vivono la fede al punto da realizzare qualcosa di straordinario, quegli eventi fuori dall’ordinario che possono accadere. (…). In questo senso si capisce anche perché Gesù stesso, quando guariva, diceva sempre: la tua fede ti ha salvato e non “Dio ti ha guarito”. (…).

La preghiera è proprio l’espressione di questa accoglienza della forza della vita per poterla esprimere a beneficio degli altri e nostro: noi diventiamo realmente per il dinamismo della creazione che investe le creature che si aprono alla forza creatrice con atteggiamento di fede, con atteggiamento di accoglienza più profonda. (…).

La vita così come si è espressa sulla Terra – in altri luoghi, nel futuro, altre cose potranno essere scoperte a questo proposito – ha conosciuto uno sviluppo lentissimo delle qualità vitali: prima che sorgesse il pensiero, la consapevolezza, ci sono voluti, appunto, miliardi di anni, e la ricchezza della vita è tale che non possiamo escludere possibilità nuove che oggi ci sembrano impossibili. (…).

Se crediamo in Dio questo è pacifico: la vita è molto più grande delle forme limitate che ha assunto sulla Terra, per cui anche le manifestazioni che oggi possono sembrare straordinarie, possono diventare ordinarie. La vita è più grande di noi e può esprimersi in noi solo se accogliamo, se restiamo collegati con la Fonte. (…).

NOI SIAMO TEMPO: COSÌ ACCOGLIAMO L’AZIONE CREATRICE

(…) La prospettiva evolutiva implica un cambiamento profondo nel considerare la nostra identità, cioè quella pienezza di vita alla quale siamo chiamati e per la quale, in questa prospettiva, il traguardo è alla fine: noi andiamo verso la nostra identità, siamo chiamati a diventare, per raggiungere la pienezza di figli di Dio. Non partiamo già realizzati, partiamo con molte possibilità aperte davanti a noi che, però, un po’ alla volta noi veniamo determinando con le nostre scelte.

Il succedersi di frammenti di novità costituisce la realtà del tempo

È per questo che la prospettiva evolutiva mette in luce un dato che risulta in modo evidente dalla riflessione sulla nostra condizione di creature: cioè il fatto che noi siamo tempo, e quindi dobbiamo necessariamente imparare a vivere questa nostra condizione secondo le tre dimensioni del tempo: il passato, il presente, il futuro. La ragione del nostro essere tempo può essere espressa così: noi non possiamo accogliere quel flusso di vita che ci costituisce, quella forza che alimenta la nostra esistenza, in modo compiuto in un istante, ma solo attraverso una molteplicità di situazioni e di esperienze. Noi non abbiamo inizialmente gli spazi necessari per interiorizzare tutto il dono, tutta la ricchezza che ci è necessaria. Non possiamo, per fare un esempio, respirare o mangiare all’inizio dell’anno per tutto l’anno, abbiamo bisogno di una continuità di accoglienza perché non abbiamo gli spazi necessari. Anche le informazioni che ci sono necessarie per vivere le possiamo accogliere e interiorizzare a frammenti, l’una dopo l’altra, nelle diverse situazioni. Questa dipendenza, questa sintonia e questa accoglienza si sviluppano nel tempo perché abbiamo bisogno di allargare gli spazi di interiorità. Dalle creature sempre può germogliare qualcosa di nuovo, per cui ogni giorno noi siamo chiamati a interrogarci: “Che cosa di nuovo oggi l’azione creatrice mi offre? Che cosa di nuovo la vita oggi mi offre, che finora non ho accolto, anche nei miei rapporti con gli altri?”. Non semplicemente per la mia pigrizia, c’è anche questo a volte, ma proprio perché il tempo è il grembo fecondo dell’azione creatrice. (…).

Dio non è tempo. È, invece, il nostro sviluppo come creature che richiede tempo, perché non possiamo essere immediatamente il tutto, non possiamo accogliere tutta la perfezione in un istante: noi abbiamo bisogno di frammenti che si succedono a frammenti del diventare. Noi diventiamo, siamo in questo processo del diventare; ed è importante che ci rendiamo conto delle condizioni per diventare: Dio non aggiunge qualcosa a quello che noi siamo, ma ci offre la possibilità di diventare e questo diventare si realizza attraverso i gesti che compiamo, i pensieri che sviluppiamo, i rapporti che viviamo, tutto ciò che fa parte della nostra vita. È per questo che qualcosa di nuovo può sempre fiorire dal nostro cuore, dall’interiorità, ed è proprio in questa prospettiva che ci esercitiamo per sviluppare la nostra vita spirituale: per diventare. (…).

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

la domanda di Gesù che interroga il mio cuore


La domanda di Gesù che interroga il mio cuore
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della ventiquattresima  domenica del tempo ordinario – Anno B

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. (…)

E per la strada interrogava: un’azione continuativa, prolungata, uno stile di vita: strada e domande. Gesù non è la risposta, lui è la domanda; non il punto di arrivo, ma la forza che fa salpare la vita, smontare le tende al levar delle sole. Le tante domande del vangelo funzionano come punto di incontro tra lui e noi. La gente, chi dice che io sia? Non un semplice sondaggio per misurare la sua popolarità, Gesù vuole capire che cosa del suo messaggio ha raggiunto il cuore. Si è accorto che non tutto ha funzionato nella comunicazione, si è rotto qualcosa in quella crisi galilaica che tutti gli evangelisti riferiscono. Infatti, la risposta della gente, se può sembrare gratificante, rivela invece una percezione deformata di Gesù: per qualcuno è un maestro moralizzatore di costumi (“dicono che sei Giovanni il Battista”); altri hanno percepito in lui la forza che abbatte idoli e falsi profeti (“dicono che sei Elia”); altri ancora non colgono nulla di nuovo, solo l’eco di vecchi messaggi già ascoltati (“dicono che sei uno dei profeti”). Ma Gesù non è niente fra le cose di ieri. È novità in cammino. E il domandare continua, si fa diretto: ma voi chi dite che io sia? Per far emergere l’ambiguità che abita il cuore di tutti, Gesù mette in discussione se stesso. Non è facile sottoporsi alla valutazione degli altri, costa molta umiltà e libertà chiedere: cosa pensate di me? Ma Gesù è senza maschere e senza paure, libero come nessuno. Tu sei il Cristo, si espone Pietro, il senso di Israele, il senso della mia vita. A questo punto il registro cambia e il racconto si fa spiazzante: Gesù cominciò a insegnare che il Cristo doveva molto soffrire e venire ucciso e il terzo giorno risorgere. Come fa Pietro ad accettare un messia perdente? «Tu sei il messia, l’atteso, che senso ha un messia sconfitto?». Allora lo prende in disparte e comincia a rimproverarlo. Lo contesta, gli indica un’altra storia e altri sogni. E la tensione si alza, il dialogo si fa concitato e culmina in parole durissime: va dietro di me, satana. Il tuo posto è seguirmi. Pietro è la voce di ogni ambiguità della vita, questo fiume che trasporta tutto, fango e pagliuzze d’oro, e attraversa macchie di sole e zone d’ombra; dà voce a quell’ambiguità senza colpa (G. Piccolo), per cui le cose non ci sono chiare, per cui nelle nostre parole sentiamo al tempo stesso il suono di Dio (non la carne o il sangue te l’hanno rivelato) e il sussurro del male (tu pensi secondo il mondo). La soluzione è quella indicata a Pietro («va dietro di me»). Gesù ha dato una carezza alle mie ferite, ha attraversato le mie contraddizioni e mi fa camminare proprio lì, lungo la «linea incerta che addividi la luci dallo scuru» (A. Camilleri).

(Letture: Isaia 50,5-9a; Salmo 114; Lettera di Giacomo
2,14-18; Marco 8,27-35)

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

«Effatà»

quando apri la tua porta la vita viene


«Effatà»: quando apri la tua porta la vita viene
Ermes Ronchi ventitreesima domenica tempo ordinario Anno B 
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente (…).
Portarono a Gesù un sordomuto. Un uomo prigioniero del silenzio, una vita senza parole e senza musica, ma che non ha fatto naufragio, perché accolta dentro un cerchio di amici che si prendono cura di lui: e lo condussero da Gesù. La guarigione inizia quando qualcuno mette mano all’umanissima arte dell’accompagnamento.
E lo pregarono di imporgli la mano. Ma Gesù fa molto di più, non gli basta imporre le mani in un gesto ieratico, vuole mostrare l’eccedenza e la vicinanza di Dio: lo prese in disparte, lontano dalla folla: «Io e te soli, ora conti solo tu e, per questo tempo, niente è più importante di te». Li immagino occhi negli occhi, e Gesù che prende quel volto fra le sue mani.
Seguono gesti molto corporei e delicati: Gesù pose le dita sugli orecchi del sordo. Le dita: come lo scultore che modella delicatamente la creta che ha plasmato. Come una carezza. Non ci sono parole, solo la tenerezza dei gesti.
Poi con la saliva toccò la sua lingua. Gesto intimo, coinvolgente: ti do qualcosa di mio, qualcosa che sta nella bocca dell’uomo, insieme al respiro e alla parola, simboli della vita.
Vangelo di contatti, di odori, di sapori. Il contatto fisico non dispiaceva a Gesù, anzi. E i corpi diventano luogo santo d’incontro con il Signore, laboratorio del Regno. La salvezza non è estranea ai corpi, passa attraverso di essi, che non sono strade del male ma «scorciatoie divine» (J.P.Sonnet),
Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro. Un sospiro non è un grido che esprime potenza, non è un singhiozzo, ma il respiro della speranza, calma e umile, il sospiro del prigioniero (Sal 102,21), e Gesù è anche lui prigioniero con quell’uomo.
E gli disse: Effatà, apriti! In aramaico, nel dialetto di casa, nella lingua della madre, ripartendo dalle radici: apriti, come si apre una porta all’ospite, una finestra al sole, le braccia all’amore. Apriti agli altri e a Dio, anche con le tue ferite, attraverso le quali vita esce e vita entra. Se apri la tua porta, la vita viene.
Una vita guarita è quella che si apre agli altri: e subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. Prima gli orecchi. Perché il primo servizio da rendere a Dio e all’uomo è sempre l’ascolto. Se non sai ascoltare, perdi la parola, diventi muto o parli senza toccare il cuore di nessuno. Forse l’afasia della chiesa dipende oggi dal fatto che non sappiamo più ascoltare, Dio e l’uomo. Dettaglio eloquente: sa parlare solo chi sa ascoltare. Dono da chiedere instancabilmente, per il sordomuto che è in noi: donaci, Signore, un cuore che ascolta (cfr 1Re 3,9). Allora nasceranno pensieri e parole che sanno di cielo.
(Letture: Isaia 35, 4-7; Salmo 145; Giacomo 2,1-5; Marco 7, 31-37)
image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

il segreto per avere più amore e più libertà


Il segreto per avere più amore e più libertà
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della ventiduesima domenica tempo ordinario – Anno B

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate […] lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». […]

Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano. Gesù indirizza oggi la nostra attenzione verso il cuore, quegli oceani interiori che ci minacciano e che ci generano; che ci sommergono talvolta di ombre e di sofferenze ma che più spesso ancora producono isole di generosità, di bellezza e di luce: siate liberi e sinceri. Gesù veniva dai campi veri del mondo dove piange e ride la vita, E ora che cosa trova? Gente che collega la religione a macchioline, mani e piatti lavati, a pratiche esteriori. Gesù, anziché scoraggiarsi, diventa eco del grido antico dei profeti: vera religione è illimpidire il cuore a immagine del Padre della luce (prima Lettura, Gc 1,17): è dal cuore degli uomini che escono le intenzioni cattive… È la grande svolta: il ritorno al cuore. Passando da una religione delle pratiche esteriori a una religione dell’interiorità, perché l’io esiste raccogliendosi non disperdendosi, e perché quando ti raccogli fai la scoperta che Dio è vicino: «Fuori di me ti cercavo e tu eri dentro di me» (sant’Agostino). Ritorna al tuo cuore: per quasi mille volte nella Bibbia ricorre il termine cuore, che non indica la sede dei sentimenti o dell’affettività, ma è il luogo dove nascono le azioni e i sogni, dove si sceglie la vita o la morte, dove si è sinceri e liberi, dove fa presa l’attrazione di Dio, e seduce e brucia, come a Emmaus. Il ritorno al cuore è un precetto antico quanto la sapienza umana («conosci te stesso» era scritto sul frontone del tempio di Delfi), ma non basta a salvare, perché nel cuore dell’uomo c’è di tutto: radici di veleno e frutti di luce; campi di buon grano ed erbe malate. L’azione decisiva sta nell’evangelizzare il cuore, nel fecondare di Vangelo le nostre zolle di durezza, le intolleranze e le chiusure, i desideri oscuri e i nostri idoli mascherati… Gesù, maestro del cuore, esegeta e interprete del desiderio, pone le sue mani sante nel tessuto più profondo della persona, sul motore della vita, e salva il desiderio dalle sue pulsioni di morte: dal di dentro, cioè dal cuore dell’uomo escono le intenzioni cattive: prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità… e segue un elenco impressionante di dodici cose cattive, che rendono impura e vuota la vita. Ma tu non dare loro cittadinanza, non legittimarle, non farle uscire da te, non permettere loro di galoppare sulle praterie del mondo, perché sono segnali di morte. Evangelizzare significa poi far scendere sul cuore un messaggio felice. L’annuncio gioioso che Gesù porta è questo: è possibile vivere meglio, per tutti, e io ne conosco il segreto: un cuore libero e incamminato, che cresce verso più amore, più coscienza, più libertà.
(Letture: Deuteronomio 4,1-2.6-8; Salmo 14; Giacomo 1,17-18.21-22.27; Marco 7,1-8.14-15.21-23)

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

Dio

non c’è nessun altro a cui affidare la nostra vita


Dio, non c'è nessun altro a cui affidare la nostra vita
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della XXI domenica del tempo ordinario – Anno B:

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». […]

 

Giovanni mette in scena il resoconto di una crisi drammatica. Dopo il lungo discorso nella sinagoga di Cafarnao sulla sua carne come cibo, Gesù vede profilarsi l’ombra del fallimento: molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. E lo motivano chiaramente: questa parola è dura. Chi può ascoltarla? Dura era stata anche per il giovane ricco: vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri. Dure le parole sulla montagna: beati i perseguitati, beati quelli che piangono. Ma ciò che Gesù ora propone non è una nuova morale, più ardua che mai, ma una visione ancora più rivoluzionaria, una fede ancor più sovversiva: io sono il pane di Dio; io trasmetto la vita di Dio; la mia carne dà la vita al mondo. Nessuno aveva mai detto “io” con questa pretesa assoluta. Nessuno aveva mai parlato di Dio così: un Dio che non versa sangue, versa il suo sangue; un Dio che va a morire d’amore, che si fa piccolo come un pezzo di pane, si fa cibo per l’uomo. Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione dell’essere una cosa sola con Dio: io in Lui, Lui in me. La svolta del racconto avviene attorno alle parole spiazzanti di Gesù: volete andarvene anche voi? Il maestro non tenta di fermarli, di convincerli, non li prega: aspettate un momento, restate, vi spiego meglio. C’è tristezza nelle sue parole, ma anche fierezza e sfida, e soprattutto un appello alla libertà di ciascuno: siete liberi, andate o restate, ma scegliete! Sono chiamato anch’io a scegliere di nuovo, andare o restare. E mi viene in aiuto la stupenda risposta di Pietro: Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. Tu solo. Dio solo. Un inizio bellissimo. Non ho altro di meglio. Ed esclude un mondo intero. Tu solo. Nessun altro c’è cui affidare la vita. Tu solo hai parole: Dio ha parole, il cielo non è vuoto e muto, e la sua parola è creativa, rotola via la pietra del sepolcro, vince il gelo, apre strade e nuvole e incontri, apre carezze e incendi. Tu solo hai parole di vita. Parole che danno vita, la danno ad ogni parte di me. Danno vita al cuore, gli danno coraggio e orizzonti, ne sciolgono la durezza. Danno vita alla mente perché la mente vive di libertà e di verità, e tu sei la verità che rende liberi. Vita allo spirito, a questa parte divina deposta in noi, a questa porzione di cielo che ci compone. Parole che danno vita anche al corpo perché in Lui siamo, viviamo e respiriamo; e le sue parole muovono le mani e le fanno generose e pronte, seminano occhi nuovi, luminosi e accoglienti. Parole di vita eterna, che portano in dono l’eternità a tutto ciò che di più bello abbiamo nel cuore. Che fanno viva, finalmente, la vita.
(Letture: Giosuè 24,1-2.15-17.18; Salmo 33; Efesini 5,21-32; Giovanni 6,60-69)

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

Magnificat

una finestra aperta sul futuro


Magnificat, una finestra aperta sul futuro
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della  solennità dell’Assunta
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo» (…)

Luca ci offre, in questa festa dell’Assunzione di Maria, l’unica pagina evangelica in cui protagoniste sono le donne. Due madri, entrambe incinte in modo «impossibile», sono le prime profetesse del Nuovo Testamento. Sole, nessun’altra presenza, se non quella del mistero di Dio pulsante nel grembo. Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! Elisabetta ci insegna la prima parola di ogni dialogo vero: a chi ci sta vicino, a chi condivide strada e casa, a chi mi porta luce, a chi mi porta un abbraccio, ripeto la sua prima parola: che tu sia benedetto; tu sei benedizione scesa sulla mia vita!. Elisabetta ha introdotto la melodia, ha iniziato a battere il ritmo dell’anima, e Maria è diventata musica e danza, il suo corpo è un salmo: L’anima mia magnifica il Signore!. Da dove nasce il canto di Maria? Ha sentito Dio entrare nella storia, venire come vita nel grembo, intervenire non con le gesta spettacolari di comandanti o eroi, ma attraverso il miracolo umile e strepitoso della vita: una ragazza che dice sì, un’anziana che rifiorisce, un bimbo di sei mesi che danza di gioia all’abbraccio delle madri. Viene attraverso il miracolo di tutti quelli che salvano vite, in terra e in mare. Il Magnificat è il vangelo di Maria, la sua bella notizia che raggiunge tutte le generazioni. Per dieci volte ripete: è lui che ha guardato, è lui che fa grandi cose, che ha dispiegato, che ha disperso, che ha rovesciato, che ha innalzato, che ha ricolmato, che ha rimandato, che ha soccorso, che si è ricordato….è lui, per dieci volte. La pietra d’angolo della fede non è quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me; la salvezza è che lui mi ama, non che io lo amo. E che io sia amato dipende da lui, non dipende da me. Maria vede un Dio con le mani impigliate nel folto della vita. E usa i verbi al passato, con uno stratagemma profetico, come se tutto fosse già accaduto. Invece è il suo modo audace per affermare che si farà, con assoluta certezza, una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo quanto il passato, che questo mondo porta un altro mondo nel grembo. Pregare il Magnificat è affacciarsi con lei al balcone del futuro. Santa Maria, assunta in cielo, vittoriosa sul drago, fa scendere su di noi una benedizione di speranza, consolante, su tutto ciò che rappresenta il nostro male di vivere: una benedizione sugli anni che passano, sulle tenerezze negate, sulle solitudini patite, sul decadimento di questo nostro corpo, sulla corruzione della morte, sulle sofferenze dei volti cari, sul nostro piccolo o grande drago rosso, che però non vincerà, perché la bellezza e la tenerezza sono, nel tempo e nell’eterno, più forti della violenza.

(Le letture Messa del giorno: Apocalisse 11,19a; 12,1–6a.10ab; Salmo 44; Prima Lettera ai Corinzi 15,20–27a; Luca 1,39-56)

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

così Gesù è pane di vita e forza d’attrazione


Così Gesù è pane di vita e forza d'attrazione
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della  19 domenica del tempo ordinario – Anno B


In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». […]

Io sono il pane disceso dal cielo. In una sola frase Gesù raccoglie e intreccia tre immagini: pane, cielo, discendere. Potenza della scrittura creativa dei Vangeli, e prima ancora del linguaggio pieno di immaginazione e di sfondamenti proprio del poeta di Nazaret. Io sono pane, ma non come lo è un pugno di farina e di acqua passata per il fuoco: pane perché il mio lavoro è nutrire il fondo della vita. Io sono cielo che discende sulla terra. Terra con cielo è giardino. Senza, è polvere che non ha respiro. Nella sinagoga si alza la contestazione: ma quale pane e quale cielo! Sappiamo tutto di te e della tua famiglia…
E qui è la chiave del racconto. Gesù ha in sé un portato che è oltre. Qualcosa che vale per tutta la realtà: c’è una parte di cielo che compone la terra; un oltre che abita le cose; il nostro segreto non è in noi, è oltre noi. Come il pane, che ha in sé la polvere del suolo e l’oro del sole, le mani del seminatore e quelle del mietitore; ha patito il duro della macina e del fuoco; è germogliato chiamato dalla spiga futura; si è nutrito di luce e ora può nutrire. Come il pane, Gesù è figlio della terra e figlio del cielo. E aggiunge una frase bellissima: nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato. Ecco una nuova immagine di Dio: non il giudice, ma la forza di attrazione del cosmo, la forza di gravità celeste, la forza di coesione degli atomi e dei pianeti, la forza di ogni comunione. Dentro ciascuno di noi è al lavoro una forza instancabile di attrazione divina, che chiama ad abbracciare bellezza e tenerezza. E non diventeremo mai veri, mai noi stessi, mai contenti, se non ci incamminiamo sulle strade dell’incanto per tutto ciò che chiama all’abbraccio. Gesù dice: lasciate che il Padre attiri, che sia la comunione a parlare nel profondo, e non il male o la paura. Allora sì che “tutti saranno istruiti da Dio”, istruiti con gesti e parole e sogni che ci attraggono e trasmettono benessere, perché sono limpidi e sani, sanno di pane e di vita. Il pane che io darò è la mia carne data per la vita del mondo. Sempre la parola “vita”, martellante certezza di Gesù di avere qualcosa di unico da dare affinché possiamo vivere meglio. Ma non dice il mio “corpo”, bensì la mia “carne”. Nel Vangelo di Giovanni carne indica l’umanità originaria e fragile che è la nostra: il verbo si è fatto carne. Vi do questa mia umanità, prendetela come misura alta e luminosa del vivere. Imparate da me, fermate l’emorragia di umanità della storia. Siate umani, perché più si è umani più si manifesta il Verbo, il germe divino che è nelle persone. Se ci nutriamo così di vangelo e di umanità, diventeremo una bella notizia per il mondo.

(Le letture: Primo Libro dei Re 19,4-8; Salmo 33; Lettera agli Efesini 4,30-5,2; Giovanni 6,41-51)

image_pdfimage_print

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi