benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.

ascoltare è migliorare

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il ‘festival francescano’ alla sua seconda edizione

il perdono in versione francescana

di Maria Teresa Pontara Pederiva
in “La Stampa-Vatican Insider”

festival-francescano
Al via venerdì 23 settembre a Bologna la seconda edizione del Festival Francescano all’indomani del grande incontro ecumenico di Assisi e nel contesto del Giubileo della Misericordia.
Prenderà il via in Piazza Maggiore a Bologna venerdì 23 settembre la 2° edizione del Festival Francescano, un’iniziativa congiunta delle famiglie francescane che al suo debutto, lo scorso anno, ha subito incontrato l’interesse di un vasto pubblico.

Forse ancora più imponente lo sforzo rispetto all’edizione precedente che ha ormai inaugurato una tradizione: saranno infatti oltre 150 gli appuntamenti per intercettare età e sensibilità diverse, ma unico è ancora una volta il filo rosso che li intreccia all’insegna del tema «Per forza o perdono». Un evento che viene a cadere esattamente all’indomani del grande incontro ecumenico di Assisi a 30 anni da quello del 1986, nell’anno dell’8° centenario del Perdono di Assisi e nel contesto dell’Anno giubilare della Misericordia.

festval-franc Singolari coincidenze che conferiscono al Festival una responsabilità inedita: forte di una riflessione a 360°, costituire un luogo dove religioni e culture si mettono in dialogo nell’ottica della forza del perdono. Ad ampio raggio anche le collaborazioni tra le quali spiccano la Diocesi e il Comune di Bologna. «Lavoriamo su questo programma da molti mesi – hanno spiegato gli organizzatori del Movimento Francescano dell’Emilia-Romagna alla conferenza stampa della vigilia – Mai avremmo pensato che le questioni che affronteremo al Festival, ovvero il dialogo interreligioso, la giustizia sociale, l’economia civile, fossero così urgenti alla luce dei tragici fatti di cronaca che hanno segnato gli ultimi tempi». Il sipario verrà alzato venerdì mattina con un momento di spiritualità e l’esposizione delle reliquie di tre santi francescani: Leopoldo Mandić, Massimiliano Kolbe e Pio da Pietrelcina, cui seguirà un percorso di natura letteraria con la poesia di Davide Rondoni. Nel corso delle tre giornate, fitte di appuntamenti, si alterneranno singole conferenze, tavole rotonde (Giancarlo Caselli e Giovanni Nicolini su «Giustizia e pace si baceranno»), testimonianze e presentazioni di libri-novità, e ancora percorsi espositivi (come quello su «Le opere di misericordia» nel Cortile d’onore di Palazzo d’Accursio), workshop esperienziali o psicologici, laboratori manuali, proiezioni di documentari e film e pièce teatrali (lo storico Alberto Melloni affiancato dalla Compagnia teatro di Camelot). Si intensifica quest’anno anche l’attenzione ai più piccoli (0-12 anni) con la collaborazione dell’Antonianum di Bologna (con il Piccolo Coro Mariele Ventre) che presenterà l’11° edizione della Città dello Zecchino d’Oro con attività sportive e laboratori artistici e teatrali e un laboratorio di giornalismo per ragazzi a cura della redazione de Il Messaggero dei Ragazzi sul tema «Ti perdono!» (iscrizioni già chiuse, e in anticipo, per esaurimento posti).

francescoDecisamente nutrita la presenza dei libri, e relative Case editrici e incontri con gli autori, a partire dalle Edizioni del Messaggero di Padova (francescani conventuali, direttore editoriale Fabio Scarsato) che offriranno tre novità appena giunte sugli scaffali delle librerie con l’intervento di alcune firme: il 3° volume della (originale e fortunata) collana Punti di incontro dal titolo «L’ospitalità di Abramo» di Claudio Monge, Gadi Luzzatto Voghera, Laura Mulayka Enriello e Ritanna Armeni (il 1° volume «Il padre misericordioso» era stato presentato all’ultimo Salone del Libro di Torino, mentre il 2° «La pace» al Festival Biblico di Vicenza); un piccolo saggio a più mani per riflettere sull’enciclica Laudato Si’ «Con tutte le Tue creature» con contributi di Vincenzo Balzani, Enrico Galavotti, Romano Prodi, Ugo Sartorio, Andrea Segrè e Alex Zanotelli e, della  stessa collana «Sorella Terra.alex

Il cantico di san Francesco» a cura di Alberto Melloni, Massimo Cacciari, Paolo Curtaz, Jacques Dalarun, Chiara Francesca Lacchini. Sempre per il settore letterario è da segnalare l’evento con cui la Pontificia Facoltà Teologica «San Bonaventura» Seraphicum (che edita la rivista scientifica Miscellanea Francescana assieme al mensile San Bonaventura informa) parteciperà, per il quarto anno consecutivo, al Festival francescano: la presentazione ufficiale dell’atteso volume su fra Tommaso da Celano: «La vita ritrovata. Un dono-per conoscere meglio san Francesco e il suo primo biografo Tommaso da Celano». A fianco di Jacques Dalarun – scopritore nel 2015 del manoscritto, finora sconosciuto, del frate biografo – sarà fra Domenico Paoletti, teologo e promotore del convegno internazionale su Tommaso, svoltosi a gennaio al Seraphicum, e fra Emil Kumka, docente di francescanesimo e curatore della pubblicazione che raccoglie gli atti del convegno insieme a nuovi e importanti elementi sul frate abruzzese che, con la sua opera, ha permesso di conoscere la vita di Francesco di Assisi. Molti anche quest’anno, oltre a quelli già ricordati, i volti noti che offriranno testimonianze sull’unico tema del perdono, tra questi l’arcivescovo della diocesi mons. Matteo Zuppi (intervistato da Lorenzo Fazzini direttore della casa Editrice Missionaria) gli economisti Stefano Zamagni e Luigino Bruni, i medievisti Roberto Lambertini e Maria Giuseppina Muzzarelli, i sociologi della Cattolica, e coniugi, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti (sulla riconciliazione nelle relazioni familiari) e poi ancora i filosofi Massimo Cacciari e Roberto Mancini, lo storico Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, Glauco Cantarella, Anna Pia Viola («Misericordia, femminile singolare»), sul versante dell’ecumenismo Brunetto Salvarani, Adel Jabbar e Bruno Segre, mentre su quello musicale fra Alessandro Brustenghi «la voce di Assisi» e Francesco Gabbani, vincitore della sezione Giovani all’ultimo Festival di Sanremo

giovedì 22 settembre
C 14:00 – 18:30 Le parole imperdonabili| Palazzo d’Accursio, Cappella Farnese
venerdì 23 settembre
C 9:30 Davide Rondoni, “Perdonare è una parola”| Piazza aggiore
C 10:15 Glauco Cantarella, “Penitenza e perdono, Canossa e qualche papa”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 11:00 Gian Carlo Caselli e Giovanni Nicolini, “Giustizia e pace si baceranno?”| Piazza Maggiore
C 15:30 Anna Pia Viola, “Misericordia: femminile, singolare”| Piazza Maggiore
C 16:30 Inaugurazione di Festival Francescano alla presenza delle autorità| Piazza Maggiore
C 17:00 Jacques Dalarun, Emil Kumka e Domenico Paoletti, “La vita ritrovata. Un dono-per conoscere meglio san Francesco e il suo primo biografo Tommaso da Celano”| Palazzo d’Accursio, Cappella Farnese
sabato 24 settembre
C 9:30 Alberto Melloni e Teatro di Camelot, “La rivoluzione della misericordia”| Piazza Maggiore
C 10:00 Roberto Mancini, “La scoperta della misericordia”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 10:00 – 12:15 Tra perdono e solidarietà. Le origini dei Monti di Pietà e la predicazione francescana| Oratorio di San Filippo Neri
C 11:00 Matteo Maria Zuppi, “Quando perdonare è difficile”| Piazza Maggiore
C 11:15 Marco Riccòmini, “Il perdono in età barocca: quadri a Bologna”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 15:00 Brunetto Salvarani, Adel Jabbar e Bruno Segre, “Pace fra le religioni: solo un’utopia?”| Piazza Maggiore
C 15:30 Elena Buia Rutt, “Dio sul pianerottolo. Il perdono come affidamento”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 15:30 – 17:30 La mediazione sociale e del conflitto come strumento del perdono| Oratorio di San Filippo Neri
C 16:30 Luigino Bruni, “Perdono e condono dei debiti”| Piazza Maggiore
C 17:00 Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, “Dal risentimento alla riconciliazione”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
domenica 25 settembre
C 11:30 Massimo Cacciari, “Beati quelli che perdonano per lo tuo amore”| Piazza Maggiore
C 14:30 Ritanna Armeni, Laura Mulayka Enriello, Gadi Luzzatto Voghera, Claudio Monge e Fabio Scarsato, “L’ospitalità: Abramo alle querce di Mamre”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 15:00 Giovanni Salonia, “Io mi perdono, tu mi perdoni?”| Piazza Maggiore
C 15:30 Luciano Lotti, “I santi della misericordia”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 16:30 Andrea Riccardi, “Lo spirito di Assisi”| Piazza Maggiore
C 17:00 Rosanna Virgili, “Occhio per occhio, ma io vi dico” | Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari

 

 

 

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all’inizio non era il clero … per una chiesa declericalizzata

 

la sfida del sacerdozio universale

per liberare la Chiesa dalla malattia del clericalismo

da: Adista Documenti n° 33 del 01/10/2016
Guarire dalla malattia del clericalismo, ritornando al messaggio originale di Gesù. È questa la grande sfida che la Chiesa è chiamata oggi a raccogliere, tornando al passato per proiettarsi nel futuro, superando chiusure e tentazioni autoreferenziali in maniera da aprirsi con fiducia alla modernità. Una sfida la cui importanza è stata chiaramente colta da Iglesia Viva, rivista trimestrale spagnola “di pensiero cristiano” e riflessione militante, che ha deciso di dedicare a questo tema il suo ultimo numero (il 266), dal titolo “Per una Chiesa declericalizzata”, proprio nella consapevolezza, evidenziata nella presentazione da Bernardo Pérez Andreo, che nessun rinnovamento sarà possibile senza estirpare definitivamente quello che è «il male per eccellenza della Chiesa», quel clericalismo che «pietrifica la fede» e la trasforma in un «pesante fardello sulle spalle della gente». Esattamente il contrario di ciò che intendeva Gesù, il quale, come sottolinea il teologo spagnolo Xabier Pikaza in uno degli interventi del numero, ripreso poi in un articolo pubblicato sul suo blog, non aveva altro fine che proclamare e instaurare il Regno di Dio, un Regno di «perdono e concordia universale», a partire «dagli infermi, dagli emarginati e dagli esclusi di Israele». Un progetto, questo, che avrebbe dovuto tenere la comunità cristiana al riparo da ogni struttura clericale e da ogni lusinga del potere, ma a cui la Chiesa ha finito per voltare le spalle, trasformandosi in un’istituzione patriarcale di tipo gerarchico alleata con il sistema dominante. Ed è così che quelli che erano stati pensati appena come servizi funzionali all’organizzazione comunitaria – quelli dei servitori (diaconi), degli anziani (presbiteri) e dei supervisori (vescovi) – nel quadro del sacerdozio universale dei fedeli hanno dato vita a un potere sacro, stabilendo una divisione non evangelica tra clero e laici.

di seguito l’articolo di Pikaza pubblicato in tre parti sul suo blog (http://blogs.periodistadigital.com/xpikaza.php; 24, 27 e 29 agosto):


Una Chiesa declericalizzata

per una chiesa declericalizzata

 

(…). Gesù era un laico, non un sacerdote. Non voleva riformare le antiche istituzioni sacre, né crearne di nuove, bensì potenziare i valori della vita partendo dagli esclusi, in una linea di gratuità, fino alle estreme conseguenze. I suoi seguaci credettero in lui e fondarono comunità per preservarne la memoria, sulla base del messaggio del Regno, del perdono e del pane condiviso, creando così diversi ministeri (…) sorti dalla stessa natura laica e messianica del Vangelo.

Successivamente, per esigenze culturali e pressioni ambientali, i cristiani trasformarono questi ministeri in istituzioni patriarcali di tipo gerarchico/clericale. Ma il tempo di questo dominio clericale sta volgendo al termine e dalla radice del Vangelo dovrà sorgere, nelle stesse comunità, un ministero evangelico in una linea non gerarchica. Non si tratta di sopprimere ministeri, ma di dare loro maggiore forza missionaria ed evangelica, per recuperare il messaggio e il cammino del Regno. (…).

AL PRINCIPIO NON ERA COSÌ

(…). Gesù non assunse titoli sacerdotali né rabbinici, ma operò come un comune essere umano (…). 

Era stato per un certo tempo discepolo del Battista (…). Ma, dopo l’assassinio di Giovanni, Gesù ebbe la certezza che Dio lo spingesse a proclamare e instaurare il suo Regno (di perdono e concordia universale), cominciando dagli infermi, dagli emarginati e dagli esclusi di Israele (…).

Animato da questa certezza, lasciò il deserto e cominciò a instaurare il Regno di Dio in Galilea, senza titoli né sigilli sacri che lo accreditassero, semplicemente come un israelita cosciente della propria identità e della propria missione. (…). Convinto che Dio fosse il Padre di tutti, promosse un movimento centrato sulla saggezza popolare, sulla cura e sulla comunione tra gli emarginati, che egli risollevò, accompagnò e animò, come destinatari ed eredi del Regno di Dio (cfr Mt 5,3; 11,5; Lc 6,20; 7,22). (…). Aveva la certezza che solo ai margini (fuori dal sistema dominante) si potesse edificare l’opera di Dio, e non certo in un’ottica di potere. Non utilizzò mezzi di reclutamento e di discriminazione classisti (…) propri dei gruppi di potere. Non addestrò un gruppo di combattenti (zeloti), né fondò una compagine di puri (farisei), né optò per un pugno di prescelti in mezzo a una massa di gente perduta. Non fece ricorso al denaro, né alle armi, né coltivò un vivaio di funzionari super competenti.

Non ebbe bisogno di edifici, né di dipendenti, ma proclamò e instaurò il Regno di Dio, senza mediazioni gerarchiche. Parlò con parabole che tutti potevano capire (…) e realizzò gesti che tutti potevano assumere, aprendo canali personali di solidarietà tra esclusi e bisognosi, come guaritore ed esorcista (…) e, soprattutto, come amico dei poveri. Accolse (perdonò) gli esclusi e condivise la mensa con chi veniva da lui, in cerca di salute, di compagnia o di speranza, prendendosi cura in maniera speciale dei bambini, degli infermi e di coloro che venivano espulsi dalla società. (…). 

Minacciati dal suo progetto, lo condannarono i sacerdoti di Gerusalemme, dove era andato a presentare la sua proposta, dopo aver trasmesso il suo messaggio e la sua solidarietà, nelle strade e nei paesi della Galilea, a uomini e donne, sani e malati, bambini e adulti. Non si era recato nelle città (Seforis, Tiberiade, Tiro, Gerasa), rifuggendo probabilmente le strutture urbane dominate da un’organizzazione classista, sotto la dominazione di Roma, e volendo diffondere un messaggio universale a partire dalle zone contadine in cui abitavano gli umili e gli esclusi della società (…), in maniera da includere tutti, al di sopra delle leggi di discriminazione sociale o religiosa della cultura dominante.

I primi destinatari del suo progetto erano i poveri, i pubblicani e le prostitute, gli affamati e gli infermi, chi era espulso dal sistema. A questi dedicò la sua vita, da questi volle far partire il suo movimento (…). Ma anche nella società dominante aveva simpatizzanti e amici, ai quali chiese che si lasciassero “curare” dai poveri, ponendosi al servizio della comunione del Regno.

Si circondò di seguaci e amici, alcuni dei quali lasciarono case e proprietà per accompagnarlo, e con essi si spostava, dando inizio al suo movimento. In questa linea, convocò i Dodici, scelti come rappresentanti e messaggeri del nuovo Israele (le dodici tribù), che inviò a predicare il messaggio, senza autorità amministrativa o sacrale (non erano sacerdoti né scribi), solo con l’autorità della vita. (…).

Morì per il delitto di aver annunciato un Regno universale, che risultava pericoloso per l’Impero e per il Tempio. (…). Morì, ma alcuni dei suoi seguaci, donne e uomini, lo scoprirono vivo (risorto) e ripresero il suo progetto.

Non tracciarono un unico camino, ma vari. Non erano pronti (pensavano che il Regno stesse per arrivare e che tutto si sarebbe risolto), né sapevano come si sarebbe dovuto organizzare il movimento, ma andarono avanti, perché il ricordo di Gesù e l’impulso dello Spirito (…) davano loro forza. (…). Inizialmente non sapevano in che modo, né fissarono un incontro istitutivo per definirne le strutture; ma il carisma e la libertà di Gesù li andò guidando nella creazione di gruppi di amici e seguaci, vincolati al suo ricordo e alla sua presenza (…).

I cristiani non avevano ministeri uguali in tutti i luoghi, ma operavano in modi diversi, in base ai gruppi e alle circostanze. Non ricrearono il sacerdozio sacro, in quanto tutti si sentivano sacerdoti, senza bisogno di un tempio come quello di Gerusalemme. A loro importava più il messaggio che l’organizzazione, più il carisma che la struttura, più la missione che il conto dei convertiti. (…). Solo più tardi, a consolidamento avvenuto, mirarono a un’unificazione dei ministeri.

Esistevano vari gruppi di cristiani, ebrei ed ellenisti, a Gerusalemme, in Galilea e nella diaspora, come fiumi che unendosi andavano a formare la Grande Chiesa, ma senza che nessuno dominasse sugli altri. Per questo, al principio non c’era uniformità, bensì diversi gruppi semi-indipendenti, vari modi di intendere l’unità e i ministeri (…).

Il Nuovo Testamento (completato verso il 150 d.C.) non conosce ministeri ordinati fissi, che sorgeranno più tardi, alla fine del II d.C. (…): «Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6). (…). 

La Chiesa è pertanto un corpo centrato sulla comunione di tutti e non una gerarchia (gli uni sopra, gli altri sotto), secondo una linea di reciprocità, partendo da coloro che sono più in basso e ricevono meno onori, che, in base alla tradizione, sono i più importanti (Mc 9,33-37; 10,35-45; 1Cor 12,12-26). (…).

LA NASCITA DEL CLERO

Dopo due sconfitte (67-70 e 132-135 d.C.), gli ebrei accettarono in modo consapevole la fine del tempio (…) piangendo la propria condizione di orfani dinanzi al Muro del Pianto, per organizzarsi come federazione di sinagoghe libere, senza sacerdoti. I cristiani, invece, pur mantenendo il sacerdozio universale di tutti i credenti, “recuperarono” successivamente alcuni simbolismi sacri e gerarchici più propri dell’Antico Testamento e della politica romana che del messaggio di Cristo.

Il tema si impose a partire dal 150, quando diversi gruppi di tipo semi-gnostico (…) cercarono di separare il cristianesimo dalla sua base ebraica, per trasformarlo in una religione intimista (…). A ciò si oppose la Grande Chiesa  conservando l’origine ebraica e rafforzando alcuni elementi sacri dell’istituzione sacerdotale di Gerusalemme (…); nonché consolidando la propria indipendenza, con l’introduzione nella Scrittura di testi propri (Nuovo Testamento) e la riorganizzazione della vita e della liturgia a partire dall’Eucarestia o Memoria della Cena di Gesù, intesa in forma sacrificale, in una prospettiva che combinava elementi ebraici ed ellenisti, secondo un processo già in corso a partire del 200 d.C. (…).

Un processo, questo, che evitò il rischio di dissoluzione gnostica del cristianesimo, ma a costo di mettere a tacere importanti elementi del Vangelo, come la sacralità universale ed egualitaria di tutti i credenti. (…). Alla radice, il cristianesimo continuò a essere quello che era (…), ma accettò e sacralizzò di fatto la distinzione dei credenti su due livelli (ordini) all’interno della Chiesa.

Tale divisione, con cui le donne restarono escluse dalla gerarchia, si vincolò inoltre alla forma di celebrazione dei due grandi “sacramenti” cristiani: l’eucarestia (che doveva essere presieduta dal vescovo o da un suo delegato) e la riconciliazione o riammissione dei peccatori ufficiali nella Chiesa (che restò riservata al vescovo). E così:

– sorse il clero, formato da vescovi, presbiteri e diaconi maschi, elevati al di sopra del resto della Chiesa, come rappresentanti di Gesù, con autorità sacra: un ordine sacerdotale, come se la “grazia” di Dio passasse per loro tramite al resto dei fedeli. La Chiesa (…) si trasformò in un’istituzione di potere sacro, al servizio dei poveri, ma al di sopra di essi.

– E, dall’altra parte, restò il popolo, formato da laici: cristiani destinati ad ascoltare la parola e a ricevere i sacramenti offerti loro dal clero (…).

Questa divisione, pur non essendo evangelica, svolse una sua funzione, assicurando stabilità alla Chiesa, come organizzazione unitaria ed efficiente (sottosistema sacrale), in un mondo gerarchico. È questo il paradosso: i cristiani, che avevano rifiutato la gerarchia religiosa dell’Impero, venendone perseguitati, finirono per assumere, nel corso di un processo affascinante (e pericoloso) di rifondazione, molti dei suoi tratti sacri. (…). 

FARE RITORNO ALLE ORIGINI PER CREARE QUALCOSA DI NUOVO

Benché al principio le cose non stessero così, questa nuova situazione si consolidò a partire dal IV secolo d.C. (Costantino) e soprattutto dall’XI (Riforma Gregoriana), quando la Chiesa si trasformò in una gerarchia feudale, dipendente dal papa e dai vescovi. Il Vaticano II provò a tornare alle origini, ma non riuscì a farlo in modo coerente, dando spazio nei suoi documenti a due ecclesiologie:

– a livello teorico, predomina l’ecclesiologia di comunione, la Chiesa come Popolo di Dio, comunità di credenti, con ministeri che fioriscono dalla comunità. (…); 

– nei fatti, dominano le formulazioni giuridiche e pratiche dell’ecclesiologia gerarchica. (…). I dirigenti detengono il potere sacro, che esercitano al servizio del popolo, ma al di sopra di esso. Un’ecclesiologia rafforzatasi sul piano pratico dopo il Vaticano II, (…) ma che è messa in crisi dai tentativi di rinnovamento portati avanti da papa Francesco.

È una situazione schizofrenica: si parla di comunione (…), ma continua a dominare un’ecclesiologia del sacerdozio gerarchico, con l’avallo del nuovo Diritto Canonico (1983) e del Catechismo (1993) (…). Ciò di cui c’è bisogno non è una nuova facciata, qualche ritocco cosmetico in questioni controverse (celibato, crisi di “vocazioni”, ministeri femminili, esclusione delle donne, pedofilia…), ma un recupero in termini di identità.

Tornare al Vangelo, al sacerdozio dei poveri 

Dopo secoli di inerzia clericale (…), dobbiamo rompere la struttura clericale della gerarchia (…). Il modello sacerdotale dei ministeri è entrato in crisi, a causa della coscienza moderna di uguaglianza/fraternità e soprattutto per esigenza evangelica. (…). Vescovi e presbiteri sono ministri di una Chiesa di cui sono al servizio e da cui ricevono (con cui condividono) la Parola e il Sacramento di Gesù, nella consapevolezza che il sacerdozio appartiene all’insieme dei fedeli, in modo speciale ai poveri e agli emarginati (…). L’unità e l’autorità ecclesiale non risiedono in un potere unificato, né in un’organizzazione centrale, bensì nella comunione multiforme dei credenti, che diffondono e condividono la parola e il pane, a partire dagli esclusi.

Non si tratta di ottenere potere 

Il Vangelo non vuole conquistare il potere, ma superarlo. Il punto non è che i poveri lo assumano per governare meglio dei ricchi, ma che sconfiggano il potere (…) per creare forme distinte di legami sociali per tutti gli esseri umani. La conversione cristiana è una meta-noia (cambiamento di pensiero: Mc 1,15) e implica il superamento di un potere sociale di comando (cfr. Mc 10,41-45). Le Chiese devono creare altre forme di presenza e comunicazione che non siano in una linea di potere. Non si tratta del fatto che il papa, i vescovi e i presbiteri deleghino funzioni, concedendo alle comunità cristiane maggiore autonomia: non possono, infatti, dare quello che non è loro, bensì operare al di là del potere, (…) in maniera che le Chiese si espandano e si organizzino autonomamente, a partire dalla Vita e dalla Memoria di Gesù, per unirsi (al tempo stesso) in comunione e in dialogo, creando ministeri evangelici. È comprensibile che alcuni, in questa fase di cambiamenti, auspichino un nuovo concilio (…). Vorrebbero creare nuove strutture, risolvendo dall’alto questioni come il celibato, l’ordinazione delle donne, il potere dei vescovi, la celebrazione dell’eucarestia e la confessione. Però:

– forse non è il momento adatto per un concilio di vescovi, dal momento che la maggior parte delle nomine risponde a un principio di sacralità e persino di fondamentalismo: un Vaticano III a cui partecipassero solo loro sarebbe poco rappresentativo della Chiesa e della dinamica del Vangelo. (…).

– Bisogna cominciare dalla vita. Più che un concilio è importante che le Chiese esplorino e ricerchino cammini evangelici, in comunione mutua, senza attendere soluzioni dall’esterno. Per questo sembra necessario prendersi un tempo per la ricerca, per condividere la sofferenza degli emarginati e aprire insieme ad essi un cammino di libertà. Nessuno (dentro o fuori la Chiesa) deve dare ai cristiani l’autorità per pensare e celebrare, organizzarsi e decidere, in quanto loro stessi sono autorità (cfr. Mt 18,15-20), concilio permanente.

– Occorre superare l’endogamia. Un concilio centrato su temi ecclesiastici sarebbe un segno di egoismo, come dice papa Francesco. L’importante sono i poveri, più che le questioni di Chiesa. (…). L’autentico concilio è la vita quotidiana delle Chiese, in cui si creino forme concrete e impegnate di presenza e di servizio ai poveri, in comunione di vita.

Oltre quello che c’è. La grande utopia

(…). Sta trionfando in tutto il mondo un capitalismo anti-divino, opposto a ciò che dovrebbe essere la Chiesa: alcuni hanno addirittura proclamato l’avvento del Regno Finale del Capitale (F. Fukuyama, La fine della storia, 1992). Contro tale affermazione, continuiamo a camminare nella storia, verso la cattolicità cristiana della grazia che si esprime a partire dai poveri. Così, per coerenza storica e spirito evangelico, i ministri delle Chiese (tutti i credenti!) devono tornare al luogo in cui stava Gesù (e i primi cristiani: Maddalena, Pietro, Paolo…), tra gli affamati e gli emarginati dell’antico Impero, per riscoprire e ricreare la cattolicità del Vangelo. (…). Ciò presuppone che il sacerdozio di Gesù torni a far parte della vita delle Chiese, in quanto il battesimo, l’eucarestia e il perdono non sono un diritto di vescovi e presbiteri, ma un elemento essenziale delle comunità (…). Non è la gerarchia a creare l’eucaristia, ma il contrario: è l’eucarestia, celebrata dalla comunità, riunita nel nome di Gesù, a rendere possibile il sorgere di una comunità in cui i credenti abbiano doni e ministeri diversi, al servizio del corpo ecclesiale (cfr. 1Cor 12-14). (…). 

Ironia della storia: come delegati di Dio, alcuni sacerdoti di Gerusalemme (…), alleati con il sistema imperiale romano, condannarono Gesù (…), ma molti seguaci di quel Gesù, combattuto dal potere religioso e militare, ristabilirono una gerarchia simile, scendendo a patti con i nuovi soldati del mondo. (…).

Sacerdozio comune, ministeri nuovi 

(…). Non c’è niente e nessuno al di sopra dei fedeli, in quanto è il loro stesso amore reciproco, in comunione di Parola e Pane, a presentarsi come verità definitiva. In questo senso, tutti i cristiani possono e devono ascoltare e diffondere il Vangelo, in modi appropriati, con gesti distinti, come vuole 1Cor 12-14 e tutto il Nuovo Testamento.

Per questo, la prima cosa è potenziare il sacerdozio comune (…), in modo tale che nella Chiesa non vi sia posto per consacrati speciali, né sante sedi, né persone o luoghi santi (…). Non esiste per Gesù un mondo di Dio lassù, come sfera superiore di sacralità platonica, in quanto è questo mondo quaggiù (specialmente quello dei poveri e degli emarginati) a essere presenza di Dio.

(…). Tutto nella Chiesa è profano (laico), pur essendo al tempo stesso sacro, prossimo a Dio, espressione del suo mistero. Per questo, la missione cristiana non è creare un tras-mondo di santità, ma coltivare la vita di Dio in Cristo in questo mondo. Per essere quello che è e fare/dire quello di cui Gesù l’ha incaricata, la Chiesa non ha bisogno di una gerarchia sacra nello stile antico, né di strutture di potere (…). Bastano la Parola e l’Amore mutuo di Gesù, in modo che tutti i suoi fedeli ascoltino e dicano, condividano e celebrino la Parola, il Perdono e il Pane.

(…). In questa linea, il sacerdozio è la stessa vita cristiana, ed è solo sulla base di questo sacerdozio comune che si può e si deve parlare di ministeri speciali, al servizio della missione e della comunione cristiana. (…). 

Attualmente, l’eucarestia ufficiale dipende da un rituale complesso, presieduto da un ministro ordinato maschio (…), cosicché i battezzati non possono autonomamente proclamare e condividere la Parola e consacrare (benedire) il Pane di Gesù (…). Tale situazione contraddice la parola di Gesù («dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro», Mt 18,20) e lo scopo fondamentale del Vangelo, che è quello di scoprire e celebrare la Vita di Dio nella vita stessa degli esseri umani.

La tradizione dell’ordine gerarchico (in base a cui non esiste eucarestia senza un ministro ordinato dall’alto, celibe e maschio) ha stravolto l’esperienza di Gesù e della Chiesa primitiva, che partiva dalle comunità, le quali nominavano i propri ministri, in comunione (come è logico) con le comunità circostanti. Ma è giunto il momento di ricapovolgere tale situazione, tornando alla radice del Vangelo, in maniera che l’insieme della Chiesa recuperi la sua libertà creativa, il suo sacerdozio di base, superando l’attuale dicotomia tra clero e laici.

La prima cosa è allora il sacerdozio di base. Ogniqualvolta un gruppo di cristiani si riunisce, in buona fede, nel nome di Gesù, ascolta la sua parola e ne fa memoria nel pane e nel vino condivisi, possiamo e dobbiamo affermare che esiste eucarestia (…). Il modello attuale di Chiesa gerarchico/burocratico, con un vertice sacro a garantirne unità e missione, è secondario, successivo, e deve essere superato, così da recuperare la libertà delle prime Chiese che celebravano autonomamente l’eucarestia, in comunione con altre Chiese.

Su questa linea, la Grande Chiesa è comunione di comunità autonome, che apprendono a celebrare da sé, scegliendo a tale scopo i loro ministri. (…). 

Il sistema politico-sociale-economico è spietato con chi non gli è utile, escludendolo e negandogli i suoi benefici. Proprio tra questi emarginati la Chiesa deve edificare le sue comunità, scoprendo e celebrando la Vita a partire dall’esistenza minacciata degli esseri umani, al fine di esprimere il senso della creazione di un Dio che entra nella storia, manifestando il suo amore gratuito nell’amore che gli esseri umani provano e condividono.

Questioni aperte

(…). Non si tratta, allora, di sopprimere i ministeri, ma di far sì che abbiano più forza missionaria ed evangelica. Non sarà il vertice ecclesiale a promuovere e guidare in maniera efficiente questa ricreazione dei ministeri (…), per quanto sia auspicabile che esso partecipi, rompendo la macchina burocratica della curia romana e di altre curie episcopali per porsi al servizio del Vangelo.

Il cambiamento è iniziato già (come granello di senape) e andrà avanti per opera di persone e gruppi che assumano il Vangelo con nuovo spirito creativo, creando comunità di servizio mutuo e di contemplazione attiva. (…). 

(…). Non si tratta di trasformare alcune istituzioni, sopprimendo le vecchie e creandone di nuove, più moderne e democratiche in senso esteriore, né di sostituire le persone che oggi governano con altre migliori (cosa difficile e inutile, se si conservano le stesse strutture). Si tratta, piuttosto, di superare, partendo dal Vangelo, l’istituzione gerarchico/clericale, non per abbandonare i credenti all’improvvisazione o per condannare la comunità cristiana all’anarchia, ma per sperimentare e promuovere a partire da Gesù spazi umani in termini di affetti, di incoraggiamento, di perdono, di pane.

La risposta è tornare alle origini del messaggio di Gesù, alla sua esperienza del Regno, con lo stesso animo dei primi gruppi ecclesiali sorti per opera dello Spirito, per esplorare nuovi cammini in direzione del Vangelo. Tre sono, a mio giudizio, le questioni aperte.

– Proclamazione della Parola. (…). Non si tratterà di una Parola interpretata solo in forma privata (…), ma di una Parola ascoltata, condivisa e proclamata in nome dell’intera comunità.

– Impegno di conversione. (…). Per promuovere la conversione e affermare/celebrare il perdono devono sorgere ora ministeri che, pur non essendo gerarchico-clericali, siano profondamente efficaci, in quanto senza conversione sociale e perdono non c’è Chiesa.

– Celebrazione del Pane Condiviso, Eucarestia. Non c’è Chiesa senza memoria di Gesù e presenza di Dio nel pane concreto, pane dei poveri reali e di comunione universale, che si celebra, si vive e si canta. (…). 

 
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il commento di p. Bianchi al vangelo della domenica


25 settembre 2016 
XXVI domenica del tempo Ordinario anno C  
commento al Vangelo 
di ENZO BIANCHI Bianchi


Lc 16,19-31

In quel tempo Gesù diceva ai discepoli: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento». Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».

Dopo la parabola dell’economo ingiusto ascoltata domenica scorsa (cf.Lc 16,1-8), oggi ci viene proposta una seconda parabola di Gesù sull’uso della ricchezza, contenuta sempre nel capitolo 16 del vangelo secondo Luca: la parabola del ricco e del povero Lazzaro.

“C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e bisso, banchettando splendidamente ogni giorno”. Di costui non si dice il nome, ma viene definito dal suo lusso e dal suo comportamento. I ricchi devono farsi vedere, devono imporsi e ostentare: da allora fino a oggi non è cambiato nulla, e chi pensa di essere potente e ricco, anche nella chiesa, vuole esibire i segni del potere e osa addirittura affermare che la porpora è indossata per dare gloria a Dio…

L’altra dimensione con cui i ricchi nell’antichità si facevano vedere era il loro banchettare con ostentazione. Per gli altri uomini la festa è un’occasione rara, per i poveri è impossibile, mentre per i ricchi ogni giorno è possibile festeggiare. Ma festeggiare cosa? Se stessi e la loro situazione privilegiata, senza mai pensare alla condivisione. Questo ricco, in particolare, mai aveva invitato i poveri, mai si era accorto del povero presente davanti alla sua porta, e dunque mai aveva praticato quella carità che la Torah stessa esigeva. Ma qual è la malattia più profonda di quest’uomo? Quella che papa Francesco, in una sua omelia mattutina, ha definito mondanità: l’atteggiamento di chi “è solo con il proprio egoismo, dunque è incapace di vedere la realtà”.

Accanto al ricco mondano, alla sua porta, sta un altro uomo, “gettato” là come una cosa, coperto di piaghe. Non è neanche un mendicante che chiede cibo, ma è abbandonato davanti alla porta della casa del ricco. Nessuno lo guarda né si accorge di lui, ma solo dei cani randagi, più umani degli esseri umani, passandogli accanto gli leccano le ferite. Questo povero ha fame e desidererebbe almeno ciò che i commensali lasciano cadere dalla tavola o buttano sul pavimento ai cani (cf. Mc 7,28; Mt 15,27). La sua condizione è tra le più disperate che possano capitare a quanti sono nella sofferenza. Eppure Gesù dice che costui, a differenza del ricco, ha un nome: ‘El‘azar, Lazzaro, cioè “Dio viene in aiuto”, nome che esprime veramente chi è questo povero, un uomo sul quale riposa la promessa di liberazione da parte di Dio.

In ogni caso, sia il ricco sia il povero condividono la condizione umana, per cui per entrambi giunge l’ora della morte, che tutti accomuna. Un salmo sapienziale, già citato altre volte, presenta un significativo ritornello: “L’uomo nel benessere non comprende, è come gli animali che, ignari, vanno verso il mattatoio” (cf. Sal 48,13.21). Il ricco della parabola non ricordava questo salmo per trarne lezione e neppure ricordava le esigenze di giustizia contenute nella Torah (cf. Es 23,11; Lv 19,10.15.18, ecc.) né i severi ammonimenti dei profeti (cf. Is 58,7; Ger 22,16, ecc.). Di conseguenza, era incapace di responsabilità verso l’altro, di condivisione. Il vero nome della povertà è condivisione, al punto che Gesù si è spinto fino ad affermare: “Fatevi degli amici con il denaro ingiusto, perché, quando questo verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9). Ma questo ricco non l’ha capito…

Quando muore Lazzaro, il suo nome mostra tutta la sua verità, perché il funerale del povero (che forse non c’è stato materialmente, perché l’avranno gettato in una fossa comune!) è officiato dagli angeli, che vengono a prenderlo per condurlo nel seno di Abramo. La vita di Lazzaro non si è dissolta nel nulla, ma egli è portato nel regno di Dio, dove si trova il padre dei credenti, di cui egli è figlio: colui che era “gettato” presso la porta del ricco, ora è innalzato e partecipa al banchetto di Abramo (cf. Mt 8,11; Lc 13,28). Il ricco invece ha una sepoltura come gli si conviene, ma il testo è laconico, non precisa nulla di un suo eventuale ingresso nel Regno.

Ecco infatti, puntualmente, una nuova situazione, in cui i destini dei due uomini sono ancora una volta divergenti, ma a parti invertite. Ciò che appariva sulla terra viene smentito, si mostra come realtà effimera, mentre ci sono realtà invisibili che sono eterne (cf. 2Cor 4,18) e che dopo la morte si impongono: il povero ora si trova nel seno di Abramo, dove stanno i giusti, il ricco negli inferi. Alla morte viene subito decisa la sorte eterna degli esseri umani, preannuncio del giudizio finale, e le due vie percorse durante la vita danno l’esito della beatitudine oppure quello della maledizione. A Lazzaro è donata la comunione con Dio insieme a tutti quelli che Dio giustifica, mentre al ricco spetta come dimora l’inferno, cioè l’esclusione dal rapporto con Dio: egli passa dall’avere troppo al non avere nulla.

Nelle sofferenze dell’inferno, il ricco alza i suoi occhi e “da lontano” vede Abramo e Lazzaro nel suo grembo, come un figlio amato. Egli ora vive la stessa condizione sperimentata in vita dal povero, ed è anche nella stessa posizione: guarda dal basso verso l’alto, in attesa… Non ha potuto portare nulla con sé, i suoi privilegi sono finiti: lui che non ascoltava la supplica del povero, ora deve supplicare; si fa mendicante gridando verso Abramo, rinnovando per tre volte la sua richiesta di aiuto. Comincia con l’esclamare: “Padre Abramo, abbi pietà di me”, grido che durante la vita non aveva mai innalzato a Dio, “e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché sono torturato in questa fiamma”. Chiede insomma che Lazzaro compia un gesto di amore, che lui mai aveva fatto verso un bisognoso.

Ma Abramo gli risponde: “Figlio, durante la tua vita hai ricevuto i tuoi beni, mentre Lazzaro i suoi mali; ora egli qui è consolato, tu invece sei torturato”. Un modo schematico ma efficace per esprimere come il comportamento vissuto sulla terra abbia precise conseguenze nella vita oltre la morte: il comportamento terreno è già il giudizio, da esso dipendono la salvezza o la perdizione eterne (cf. Mt 25,31-46). Così la beatitudine rivolta da Gesù ai poveri e il “guai” indirizzato ai ricchi (cf. Lc 6,20-26) si realizzano pienamente. Poi Abramo continua servendosi dell’immagine dell’“abisso grande”, invalicabile, che separa le due situazioni e non permette spostamenti dall’uno all’altro “luogo”: la decisione è eterna e nessuno può sperare di cambiarla, ma si gioca nell’oggi…

Qui il racconto potrebbe finire, e invece il testo cambia tono. Udita la prima risposta di Abramo, il ricco riprende la sua invocazione. Non potendo fare nulla per sé, pensa ai suoi famigliari che sono ancora sulla terra. Lazzaro potrà almeno andare ad avvertire i suoi cinque fratelli, ad ammonirli prospettando loro la minaccia di quel luogo di tormento, se vivranno come l’uomo ricco. Ma ancora una volta “il padre nella fede” (cf. Rm 4,16-18) risponde negativamente, ricordandogli che Lazzaro non potrebbe annunciare nulla di nuovo, perché già Mosè e i Profeti, cioè le sante Scritture, indicano bene la via della salvezza. Le Scritture contenenti la parola di Dio dicono con chiarezza come gli uomini devono comportarsi nella vita, sono sufficienti per la salvezza. Occorre però ascoltarle, cioè fare loro obbedienza, realizzando concretamente quello che Dio vuole!

Ma il ricco non desiste e per la terza volta si rivolge ad Abramo: “Padre Abramo, se qualcuno dai morti andrà dai miei fratelli, saranno mossi a conversione”. Abramo allora con autorità chiude una volta per tutte la discussione: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neppure se qualcuno risorge dai morti saranno persuasi”. Parole definitive, eppure ancora oggi molti cristiani faticano ad accoglierle, perché sono convinti che le Scritture non siano sufficienti, che occorrano miracoli straordinari per condurre alla fede…

No, i cristiani devono ascoltare le Scritture per credere, anche per credere alla resurrezione di Gesù, come il Risorto ricorderà agli Undici: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). Egli stesso, del resto, poco prima aveva detto ai due discepoli in cammino verso Emmaus: “‘Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i Profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’. E, cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,25-27). Non a caso anche nella professione di fede il cristiano confessa che “Cristo morì secondo le Scritture, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,3-4). Le Scritture testimoniano ciò che si è compiuto nella vita e nella morte di Gesù Cristo, testimoniano la sua resurrezione. Se il cristiano prende consapevolezza delle parole di Gesù (cf. Lc 24,6-7) e ascolta le Scritture dell’Antico Testamento, giunge alla fede nella sua resurrezione.

Questa parabola ci scuote, scuote soprattutto noi che viviamo nell’abbondanza di una società opulenta, che sa nascondere così bene i poveri al punto di non accorgersi più della loro presenza. Ci sono ancora mendicanti sulle strade, ma noi diffidiamo delle loro reale miseria; ci sono stranieri emarginati e disprezzati, ma noi ci sentiamo autorizzati a non condividere con loro i nostri beni. Dobbiamo confessarlo: i poveri ci sono di imbarazzo perché sono “il sacramento del peccato del mondo” (Giovanni Moioli), sono il segno della nostra ingiustizia. E quando li pensiamo come segno-sacramento di Cristo, sovente finiamo per dare loro le briciole, o anche qualche aiuto, ma tenendoli distanti da noi. Eppure nel giorno del giudizio scopriremo che Dio sta dalla parte dei poveri, scopriremo che a loro era indirizzata la beatitudine di Gesù, che ripetiamo magari ritenendola rivolta a noi. Siamo infine ammoniti a praticare l’ascolto del fratello nel bisogno che è di fronte a noi e l’ascolto delle Scritture, non l’uno senza l’altro: è sul mettere in pratica qui e ora queste due realtà strettamente collegate tra loro che si gioca già oggi il nostro giudizio finale.

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un altro rom laureato

  giovane Rom cosentino consegue la laurea

fiore-manzo

“il risultato ottenuto dallo studente è motivo di orgoglio per tutta la città di Cosenza”

 

Festa grande per la comunità rom cosentina. Tanti sacrifici culminati in una tesi che li vede protagonisti dal titolo: Gli stanziali. Modelli di insediamento dei Rom a Cosenza. Uno studio che il dottor Manzo ha compiuto da vicino attraverso un’analisi che solo chi conosce la vita all’interno della comunità Rom cosentina avrebbe potuto svolgere con così tanta dovizia di particolari. Non è il primo Rom cosentino a diventare dottore, almeno in cinque lo hanno preceduto. Ma oggi anche Palazzo dei Bruzi, dopo aver esiliato in un parcheggio di cemento nei pressi della stazione per un’intera estate l’intera popolazione che abitava lungo il Crati, augura il meglio al neodottore della comunità Rom. “La laurea in Scienze dell’Educazione conseguita dal giovane Fiore Manzo è motivo di orgoglio non soltanto per la comunità Romanes di Cosenza ma per tutta la nostra città che, storicamente, ha fatto dell’integrazione e dell’inclusione i suoi cardini sociali”. Il sindaco Mario Occhiuto esprime le più sentite congratulazioni al neo laureato rom che è nato nella baraccopoli del quartiere Gergeri e che ha raggiunto oggi un importante traguardo, “un traguardo personale – afferma Occhiuto – che assume un significato collettivo contro ogni forma di pregiudizio. “I miei complimenti – aggiunge ancora il Sindaco – giungano a Fiore, alla sua famiglia e a tutti gli attivisti dell’associazione Lav Romanò per l’esempio di condivisione di un risultato che trasmette una palpabile fiducia nel futuro”.

da Cosenza.it

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il commento di p. Maggi al vangelo della domenica

NELLA VITA, TU HAI RICEVUTO I TUOI BENI, E LAZZARO I SUOI MALI; MA ORA LUI E’ CONSOLATO, TU INVECE SEI IN MEZZO AI TORMENTI 

commento al vangelo della domenica ventiseiesima del tempo ordinario (25 settembre 2016) di p. Alberto Maggi:Maggi

Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:  «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Gesù lo ha dichiarato in maniera chiara e radicale. E’ più facile che un cammello entri dentro la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli, cioè nel regno di Dio.  Perché questo? Nel regno di Dio c’è posto per i signori ma non per i ricchi. Qual è la differenza? Il ricco è colui che ha e trattiene per sé, il signore è colui che dà e condivide generosamente con gli altri. Quindi Gesù esclude tassativamente i ricchi. I ricchi, nel vangelo di Luca, sono considerati malati terminali di egoismo per i quali non c’è alcuna speranza. Sentiamo allora questa parabola al capitolo 16 di Luca, dal versetto 19, la parabola di Lazzaro e del ricco che Gesù rivolge ai farisei. Quei farisei che quando Gesù aveva detto “non si può servire Dio e la ricchezza” lo deridevano, sghignazzavano alla sue spalle.
Dice Gesù:  “C’era un uomo ricco”. E’ la terza volta che appare un uomo ricco in questo vangelo e l’immagine è’ sempre negativa.  Ed ecco la pennellata fantastica con la quale l’evangelista descrive l’uomo ricco. “Che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo”. Oggi avrebbe detto “vestiva firmato da capo a piedi”, “E ogni giorno si dava a lauti banchetti”. Frequentava i migliori ristoranti. In questo unico versetto c’è una descrizione psicologica del ricco di straordinaria importanza. E’ povero interiormente, allora ha bisogno di mostrare la ricchezza esteriormente, ecco perché veste firmato da capo a piedi. E quanta fame ha! Ogni giorno si dà a lauti banchetti, ha dentro una fame interiore insaziabile, che crede di calmare ingurgitando cibo. Non capisce che invece questa fame interiore si sazia dando agli altri.
Quindi una povertà interiore alla quale corrisponde un lusso esteriore. Poi c’è un povero, “di nome Lazzaro”. E’ l’unico personaggio delle parabole che ha un nome. Lazzaro significa “Dio aiuta”. “Stava alla sua porta, coperto di piaghe”. Il fatto che sia coperto di piaghe, secondo la mentalità dell’epoca, significa che è stato castigato da Dio, quindi è un peccatore che è stato castigato, uno che è andato in cerca della sua disgrazia.
“Bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani …” I cani erano considerati animali impuri, “… che venivano a leccare le sue piaghe.” Gli animali impuri sono gli unici che si avvicinano ad un essere considerato impuro. In questa descrizione non si parla di cattiveria da parte del ricco nei confronti di Lazzaro, vivono due mondi diversi, due mondi separati. Il ricco, come vedremo, viene rimproverato e condannato non perché si è comportato male nei confronti del povero Lazzaro, ma semplicemente perché lo ha ignorato.
Erano vicini fisicamente (sedeva alla sua porta), ma erano due mondi diversi, c’era un abisso tra di loro.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Gesù non sta rivolgendo questo insegnamento ai suo discepoli, ma ai farisei, e usa categorie teologiche proprie dei farisei. Nel mondo farisaico era in auge un libro apocrifo, chiamato il libro di Enoch, in cui la vita dopo la morte è rappresentata come un’enorme caverna, chiamata appunto “il seno di Abramo”, dove, nella parte più profonda, quindi quella più buia, più scura, ci stavano le persone che si erano comportate male, nella parte più alta, quindi più vicina alla luce, le persone che si erano comportate bene. Ebbene il povero muore e viene portato accanto ad Abramo, cioè nella parte più luminosa.
Lui che era considerato un castigato invece viene presentato come un benedetto.
“Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi…” Finalmente con la nuova traduzione della Bibbia della CEI del 2008 è stato corretto l’errore, presente nelle edizioni precedenti, in cui si traduceva il termine greco “ade” con “inferno”. Non si tratta di inferno, ma di inferi, cioè la parte inferiore della terra.
“Tra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui.” Adesso finalmente, nel momento del bisogno, il ricco si accorge di quello che aveva ignorato per tutta la sua esistenza, Lazzaro.
“Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me …”.  I ricchi sono sempre gli stessi, a loro tutto è dovuto. Non pensano mai di dare, ma pretendono. E qui usa l’imperativo “manda!” Comanda! Adesso che si è accorto di Lazzaro è soltanto per usarlo per i suoi scopi.
 “Manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.  Adesso finalmente si è accorto di Lazzaro, ma lo vede soltanto per il suo bisogno. Non supplica, pretende. Non chiede, comanda, che è l’atteggiamento tipico dei ricchi.
“Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali”, cioè tu non hai condiviso i tuoi beni con Lazzaro. “Ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso”, cioè lo stesso mondo differente, lo stesso abisso che c’era in terra tra il ricco, che viveva a un livello tale in cui non si accorgeva del povero, c’è ora dopo la morte. “…Coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre …”, notiamo… malati terminali di egoismo i ricchi. Ora che è nel bisogno non pensa alla popolazione, alla gente, ma soltanto a se stesso ed eventualmente al suo clan familiare.. “Ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli”. Si interessa soltanto della sua famiglia, non dice “mandalo a tutto il paese”. “Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”.
Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. Mosè e i profeti hanno scritto a favore dei poveri. In  Mosè si legge che la volontà è che nel suo popolo nessuno sia bisognoso. E i profeti hanno tuonato contro i ricchi, che si alimentano dei beni dei poveri.
E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Ed ecco la sentenza finale di Gesù ai farisei. “Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti”, proprio i farisei che si rifanno sempre a Mosè e ai profeti, Gesù denuncia che in realtà non li ascoltano, “non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.
Perché Gesù afferma questo, che neanche alla resurrezione dei morti saranno persuasi? Perché quanti sono incapaci di condividere il loro pane con l’affamato, non riusciranno mai a credere nel risorto, nel Cristo risuscitato, che è riconoscibile, come in questo vangelo nell’episodio di Emmaus, soltanto nello spezzare il pane. Soltanto chi è generoso in vita potrà poi fare l’esperienza del Cristo risuscitato nella sua esistenza.

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l’amore per la politica: riaffermare la corresponsabilità, la centralità delle persone e del legame sociale

Ciotti

“le mafie sono forti in una società diseguale, dove i privilegi hanno preso il posto dei diritti e le persone più fragili vengono lasciate ai margini, quando non colpevolizzate e penalizzate

 

“una cosa è certa: non si possono contrastare le mafie se, contestualmente, non si rafforza lo Stato sociale; se non vengono promosse forti politiche sul lavoro; se non vengono costruite opportunità per le persone più deboli, per le famiglie più bisognose, se non si dedica un’attenzione autentica ai giovani.”

Costruire insieme: per interrogarci e interrogare, nel rispetto reciproco, nell’attenzione alle parole. Le parole sono importanti. Possono avvicinare o allontanare, incoraggiare o ferire, accogliere o emarginare. È importante allora parlare, anche denunciare, ma con rigore, competenza, spirito costruttivo.

Non per colpire le persone ma per rafforzare la ricerca di verità. Guai ad alimentare il disorientamento, la rassegnazione. Nel nostro cammino contano anche lo stile e il metodo.

La credibilità e l’autorevolezza di un progetto non vengono misurate dalla risonanza pubblica o dall’attenzione mediatica, ma dalla capacità di lasciare un segno duraturo nel tempo.

C’è un’Italia che ha compreso come il fenomeno mafioso sia un problema nazionale, non solo: internazionale. Da affrontare certo con l’intervento dei magistrati e delle forze dell’ordine. Ma che pretende, per essere risolto, una mobilitazione collettiva, un investimento educativo e culturale.

Ce lo ricordava sempre anche il caro Nino Caponnetto quando diceva: «La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa». Educazione, cultura, informazione. Sono da sempre i pilastri del nostro impegno contro l’individualismo insofferente delle regole, l’indifferenza al bene comune, la crescita della corruzione, degli abusi, dell’illegalità.

Le mafie sono forti in una società diseguale, dove i privilegi hanno preso il posto dei diritti e le persone più fragili vengono lasciate ai margini, quando non colpevolizzate e penalizzate. Essere contro le mafie significa soprattutto riaffermare la corresponsabilità, la centralità delle persone e del legame sociale.

Significa esserci per riaffermare che l’io è per la vita, non la vita per l’io.  Sono i valori della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, della Carta dei diritti del fanciullo. Sono i valori della nostra Costituzione.

Noi questo “dovere” lo abbiamo preso sul serio. […] la nostra Costituzione va vissuta e fatta vivere. Quei doveri e quei diritti non possono restare sulla carta, devono diventare “carne”, vita concreta delle persone.

«Una democrazia si fonda su buone leggi e buoni costumi» diceva un grande filosofo della politica, Norberto Bobbio. Noi abbiamo bisogno di buone leggi, quindi abbiamo bisogno di una buona politica. Una politica vicina ai bisogni fondamentali delle persone, capace di dare dignità e opportunità a tutti, di non lasciare indietro nessuno. Una politica consapevole che solo includendo – riconoscendo e valorizzando le diversità – si costruisce un mondo più sicuro, più giusto, più umano. Una politica che sappia incontrare la partecipazione dei cittadini e farsene arricchire. Nella cittadinanza ci deve essere sempre più politica e nella politica sempre più cittadinanza.

Una cosa è certa: non si possono contrastare le mafie se, contestualmente, non si rafforza lo Stato sociale; se non vengono promosse forti politiche sul lavoro; se non vengono costruite opportunità per le persone più deboli, per le famiglie più bisognose, se non si dedica un’attenzione autentica ai giovani.

Non si può fare lotta alle mafie senza veri interventi economici mirati alla diffusione e alla tutela dei diritti, senza un’efficace tutela dell’ambiente contro chi lo inquina e lo saccheggia.

Vorrei fosse chiaro che muoviamo questi rilievi non “contro” la politica ma per amore della politica. Perché intendiamo spenderci per una politica migliore insieme a chi la vive nel senso più alto del termine: come servizio agli altri, come contributo al bene comune, come doppia istanza etica che lega l’impegno verso la propria coscienza a quello verso la collettività, nella coerenza tra comportamenti pubblici e comportamenti privati.

da “www.liberainformazione.org”

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drammatica migrazione dall’Italia verso la Scandinavia … e se tra non molto si realizzasse davvero?

Rifugiati climatici, non è soltanto un romanzo

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di Telmo Pievani

Nel suo ultimo bel libro Bruno Arpaia immagina una drammatica migrazione dall’Italia verso la Scandinavia, dovuta all’impazzimento del clima nell’ultimo quarto di questo secolo. Lo scenario e le sue fonti hanno generato un interessante dibattito con gli esperti sull’entità e sui tempi di manifestazione degli effetti del riscaldamento climatico.

Quando un problema è grande, grande come il nostro pianeta intero, si fa fatica ad affrontarlo, a prenderlo sul serio, finché all’improvviso non si manifesta. Ma quando ciò accade, la sua manifestazione è così grande, appunto, che già non c’è più niente da fare, bisogna soltanto scappare. L’ultimo appassionante romanzo di Bruno Arpaia[1] è dedicato all’impossibilità della lungimiranza, e alla speranza nonostante tutto. E’ ambientato in un futuro non troppo lontano, e dunque sufficientemente realistico, negli anni che saranno dei nostri nipoti, cioè l’ultimo quarto del XXI secolo in cui ci stiamo inoltrando. Per la precisione, è un futuro non abbastanza prossimo per fare previsioni scientificamente precise, e non abbastanza remoto per darsi alla fantascienza. Se ne sta in una dimensione temporale di mezzo, nella dimensione della possibilità.

Il problema troppo grande di cui sopra è il riscaldamento climatico, e nella finzione narrativa il peggio è già arrivato. L’Europa mediterranea è diventata invivibile e una colonna di migliaia di disperati si mette in cammino verso nord, guidata da un manipolo di guardiane armate, al soldo di una società privata che promette il miraggio di salvezze scandinave. Il mare ha sommerso la pianura padana e le città abbandonate bruciano in mano ai predoni. Dalla Lombardia trasformata in deserto, senza più laghi né fiumi, il serpentone dei nuovi migranti attraversa a fatica il confine svizzero (non prima di aver pagato salato pedaggio), scorge le residue comunità di sopravvissuti in cime alle montagne protette da milizie armate fino ai denti, si infila nello stretto corridoio umanitario che porta al deserto della Germania centrale. Tra stenti e assalti di bande assassine, l’obiettivo agognato è arrivare sulle rive del Baltico dove si torna a scorgere qualche tenue indizio di vita vegetale e animale, e fa persino capolino la pioggia…

Il protagonista è Livio Delmastro, un neuroscienziato italiano di vaglia emigrato a Stanford nel 2038, ecologista ancorché disilluso, costretto con la famiglia a rientrare a Napoli nel pieno della carriera a causa delle discriminazioni crescenti subite in suolo statunitense nel 2056. Livio studia le modalità con cui il cervello ricostruisce e talvolta ricrea a modo suo la realtà, quel “qualcosa, là fuori” (il titolo del romanzo è un omaggio al compianto storico della scienza Enrico Bellone e al suo omonimo libro[2]) che viene necessariamente filtrato e interpretato dai nostri neuroni, al punto da farci sospettare che il tempo che scorre, lo spazio tridimensionale, l’io personale, i ricordi e il mondo con i suoi colori e sapori siano soltanto illusioni narrative frutto dell’evoluzione del cervello.

E invece quel qualcosa là fuori si rivelerà a Livio in tutta la sua rocciosa e cocciuta esistenza reale. Nell’alternanza dei flashback narrativi che interrompono lo scorrere del presente post-apocalittico alla Cormac McCarthy, Arpaia racconta di come si era arrivati fino a quel punto di non ritorno, attraverso le vicende di Livio e di sua moglie Leila, figlia di rifugiati siriani, anch’ella scienziata a Stanford, fisica di grandi speranze. Dal 2015 in poi altre conferenze sul clima si erano succedute, tra speranze malriposte e fallimenti. Tutti a parole si professavano ambientalisti, e nessuno lo era per davvero. L’acqua (quella reale) diventava un bene sempre più prezioso e combattuto. Nessun politico aveva avuto il coraggio di prendere decisioni impopolari e costose, per timore di perdere le elezioni successive, in attesa che fossero sempre gli altri a fare la prima mossa. In assenza di veri statisti, le nazioni erano andate in ordine sparso difendendo i propri egoistici interessi energetici e geopolitici. Nel frattempo l’acqua (quella metaforica) in cui era immersa la rana dell’umanità era andata scaldandosi lentamente, così lentamente che alla fine la rana si era ritrovata bollita senza accorgersene.

Fu così che le peggiori previsioni si avverarono con rapidità crescente. I paesi poveri furono i più colpiti, riversando maree di profughi ambientali su tutti gli altri. Tra eventi meteorologici sempre più estremi e conflitti sociali deflagrati, gli stati delle fasce equatoriali e tropicali saltarono uno dopo l’altro. L’impatto sociale sull’Europa meridionale, già economicamente piegata dal clima inclemente, fu sempre più incontrollabile, finché l’Unione Europea non andò in frantumi. I paesi nordici crearono l’Unione europea del Nord, abbandonando quelli del sud al loro destino di anarchia, guerra civile, carestie e desertificazione. Improbabili esperimenti di ingegneria climatica peggiorarono ulteriormente la situazione. Era troppo tardi per intervenire. I paesi rimasti in piedi, i più vicini ai poli, si militarizzarono sempre di più e le paure millenariste rinfocolarono ogni sorta di fondamentalismo religioso xenofobo, al punto che venne eletto come Presidente degli Stati Uniti (nel frattempo anch’essi quasi del tutto evacuati) un predicatore integralista. Un incubo perfetto (anche se sul profilo di chi potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti già adesso non ci stupiamo più di nulla). Per sapere il resto, tocca leggere il libro.

Fatto insolito e interessante, il romanzo è stato recensito sul più autorevole sito italiano dedicato ai cambiamenti climatici (www.climalteranti.it)[3]. Pur apprezzandone le doti letterarie, gli esperti hanno criticato Arpaia perché nella finzione narrativa e poi nell’Avvertenza finale l’autore sposa la tesi secondo cui il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’ONU (IPCC) e l’agenzia europea per l’ambiente starebbero sottovalutando la gravità della situazione, non considerando le interferenze moltiplicative tra i fattori di rischio e proponendo misure di contenimento insufficienti (e per giunta comunque disattese dai più). Minimizzando i reali rischi che stiamo correndo, le agenzie internazionali starebbero fornendo un alibi per l’inazione della politica. L’ipotesi alquanto preoccupante, ventilata da alcuni scienziati più radicali in questi anni e adottata dal romanziere, è che gli effetti già presenti del riscaldamento climatico (innalzamento dei mari, scioglimento del permafrost con liberazione di gas serra, acidificazione degli oceani, versamento massiccio di acqua dolce dalle calotte polari, riduzione dell’albedo, e così via) inizino a un certo punto a interagire fra di loro moltiplicandosi a vicenda e accelerando il processo in pochi decenni. Si tratta di una dinamica di effetti di retroazione combinati che può scatenare un cambiamento critico, rapido e complessivo, impossibile da controllare una volta superata una certa soglia poiché si auto-alimenta come una valanga. Questo scenario di “criticità autorganizzata” è previsto in astratto dai modelli dei sistemi complessi e non lineari, ma non è detto che si verifichi in questo caso perché nei sistemi altamente complessi esistono altrettanto potenti inerzie e meccanismi di auto-regolazione e di omeostasi. Soprattutto, non è dato sapere quando e con che ritmi possa mai innescarsi.

Inoltre, fanno notare su Climalteranti, le previsioni più pessimistiche di un innalzamento della temperatura già a fine secolo intorno ai sei gradi, con i mari sollevati di dodici metri e gli oceani irreversibilmente acidificati, non sono suffragate da dati scientifici fondati e non compaiono nemmeno negli scenari peggiori contemplati dalla letteratura scientifica accreditata. Secondo i calcoli, aumenti di quelle entità sono possibili, se non riduciamo le emissioni climalteranti, in due o tre secoli. L’ambiguità nasce forse dal fatto che l’accusa di sottostima del rischio compare non soltanto nel romanzo, dove ovviamente è protetta dalla licenza poetica dell’autore e dalla finzione narrativa, ma anche nell’Avvertenza finale dove si citano come fonti alcuni scienziati. Ma se Arpaia avesse ambientato la sua storia tra due secoli, anziché a fine XXI secolo, avrebbe centrato anche una parte dei modelli scientifici più accreditati (quelli più pessimistici), il che non è molto consolante. Ciò che conta infatti è ricordare che anche un aumento del livello dei mari di un metro a fine secolo sarà un grande problema (soprattutto nell’area pacifica, ma non solo), e questo è previsto dai modelli correnti.

Al di là del grado specifico di attendibilità degli scenari immaginati, a riprova dell’utilità dell’esercizio di consapevolezza culturale proposto da Arpaia è giunta la notizia che il Dipartimento della Difesa statunitense considera ora ufficialmente il riscaldamento climatico, per il periodo 2015-2018, un “acceleratore di instabilità” e un “moltiplicatore di minacce” (perché produce disastri, crea instabilità e aggrava i conflitti), tanto da richiedere misure concrete di contenimento in diverse aree del mondo (soprattutto in Africa, Asia e Artico), ovviamente per tutelare gli interessi statunitensi[4]. La necessità di contrastare e di adattarsi ai cambiamenti climatici in corso è data ormai per scontata, anche se la parte più conservatrice del mondo repubblicano continua a negarne persino l’esistenza. Nel 2015 le analisi della rivista PNAS hanno confermato che il riscaldamento climatico, rendendo inusitatamente lunga e grave una siccità regionale, ha avuto il ruolo di concausa nell’inizio della guerra civile siriana[5].

Due dettagli della pregevole narrazione di Arpaia valgono da soli la lettura. Nella colonna dei migranti ambientali partita dall’Italia, con la morte per dissenteria e disidratazione sempre dietro l’angolo, si fa quanto possibile per mantenere nonostante tutto un barlume di umanità. Livio finché gli reggono le gambe tiene lezioni serali ai bambini, sudati, impolverati, stanchi ma pur sempre attenti. In molti si rifiutano di lasciar morire sul ciglio della strada i malati e i feriti. Livio si affeziona a una sua ex allieva, alla figlia di lei e ad altri compagni di viaggio. C’è qualcosa là fuori, ed è un grumo di irriducibile umanità.

Ma il punto più forte del libro è la descrizione di quanto accade sulla costa meridionale del Baltico, diventata protettorato scandinavo. Chiunque arrivi da sud è automaticamente clandestino, uno degli ultimi degli ultimi. Le ronde pattugliano le spiagge, le motovedette il mare. Quando i migranti che premono sono troppi, sparano e bombardano. In caso di cattura, per i profughi ci sono la prigione, le torture, lo sfruttamento, i lavori forzati nei campi, i respingimenti verso il nulla e la morte. A meno che non si abbia qualche soldo e un parente dall’altra parte: in tal caso si può tentare di corrompere uno scafista e provare la perigliosa traversata notturna in gommone verso la Svezia. E’ esattamente ciò che accade oggi sulla costa meridionale del Mediterraneo, dove per molti la prima “Svezia” in cui approdare si chiama Italia. In questa storia invece i migranti verso nord siamo noi, e gli svedesi proprio non ci vogliono, così il rovesciamento della prospettiva genera un catartico sentimento di immedesimazione. Al di là di quel mare livido e senza più vita, nonostante tutto, c’è un qualcosa là fuori da raccontarsi, da immaginare, da sperare.

NOTE

[1] Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori, Guanda, Milano, 2016. Dello stesso autore ricordiamo anche: L’energia del vuoto (Guanda, Milano, 2011), giallo intessuto tra le vicende di un gruppo di ricercatori del CERN di Ginevra.

[2] Enrico Bellone, Qualcosa, là fuori. Come il cervello crea la realtà, Codice Edizioni, Torino, 2011.

[3] http://www.climalteranti.it/tag/arpaia/

[4] Andrew Holland, “Prevenire le guerre del clima”, Le Scienze, n. 576, agosto 2016, pp. 75-79.

[5] Kelley, C.P. et al., 2015, “Climate change in the Fertile Crescent and implications of the recent Syrian drought”, PNAS, 112(11): 3241–3246.

(16 settembre 2016)

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‘fede’ e ‘dubbio’ fanno sempre a pugni?

Quel patto segreto tra fede e dubbio che ci rende umani

di Vito Mancuso

in “la Repubblica” del 17 settembre 2016

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Comunemente si ritiene che fede e dubbio siano opposti, nel senso che chi ha fede non avrebbe dubbi e chi ha dubbi non avrebbe fede. Ma non è per nulla così. L’opposto del dubbio non è la fede, è il sapere: chi infatti sa con certezza come stanno le cose non ha dubbi, e neppure, ovviamente, ha bisogno di avere fede.

Così per esempio affermava Carl Gustav Jung a proposito dell’oggetto per eccellenza su cui si ha o no fede: «Io non credo all’esistenza di Dio per fede: io so che Dio esiste» (da “Jung parla”, Adelphi, 1995). Chi invece non è giunto a un tale sapere dubita su come stiano effettivamente le cose, non solo su Dio ma anche sulle altre questioni decisive: avrà un senso questa vita, e se sì quale? La natura persegue un effettivo incremento della sua organizzazione? Quando diciamo “anima” nominiamo un fenomeno reale o solo un arcaico concetto metafisico? Il bene, la giustizia, la bellezza, esistono come qualcosa di oggettivo o sono solo provvisorie convenzioni? E dopo la morte, il viaggio continua o finisce per sempre? Dato che i più su tali questioni non hanno un sapere certo, generalmente si risponde “sì” all’insegna della fede oppure “no” all’insegna dello scetticismo, in entrambi i casi privi di sapere, al massimo con qualche indizio interpretato in un modo o nell’altro a seconda del previo orientamento assunto. Così, sia coloro che hanno fede in Dio sia coloro che non ce l’hanno, fondano il loro pensiero sul dubbio, cioè sull’impossibilità di conseguire un sapere incontrovertibile sul senso ultimo del mondo e della nostra esistenza. La fede, in altri termini, positiva o negativa che sia, per esistere ha bisogno del dubbio. La tradizionale dottrina cattolica però non la pensa così. Per essa la fede non si fonda sul dubbio ma sul sapere che scaturisce da una precisa rivelazione divina mediante cui Dio ha comunicato se stesso e una serie di ulteriori verità dette “articoli di fede”. Tale rivelazione costituisce il depositum fidei, cioè il patrimonio dottrinale custodito e trasmesso dalla Chiesa. Esso conferisce un sapere denominato dottrina che illumina quanti lo ricevono su origine, identità, destino e morale da seguire. Non solo; a partire da tale dottrina si configura anche una precisa visione del mondo: l’impresa speculativa delle Summae theologiae medievali, di cui la più nota è quella di Tommaso d’Aquino, vive di questa ambizione di possedere un sapere certo su fisica, metafisica ed etica, di essere quindi generatrice di filosofia. Tale impostazione regnò per tutto il medioevo ma venne combattuta dalla filosofia moderna e dalla rivoluzione scientifica. Il fine non era negare la fede in Dio bensì il sapere filosofico e scientifico che si riteneva discendesse da essa, per collocare la fede su un fondamento diverso, senza più la presunzione che fosse oggettivo: Kant per esempio scrive di aver dovuto «sospendere il sapere per far posto alla fede» ( Critica della ragion pura, Prefazione alla seconda edizione, 1787), mentre più di un secolo e mezzo prima Galileo aveva dichiarato che «l’intenzione dello Spirito Santo è d’insegnarci come si vada al cielo, e non come vada il cielo » (Lettera a Cristina di Lorena del 1615). Non furono per nulla atei i più grandi protagonisti della modernità, tra cui filosofi come Bruno, Cartesio, Spinoza, Lessing, Voltaire, Rousseau, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, o scienziati come Copernico, Galileo, Keplero, Newton. Il loro obiettivo era piuttosto di ricollocare la religiosità sul suo autentico fondamento: non più un presunto sapere oggettivo, ma la soggettiva esperienza spirituale. A tale modello di fede non interessa il sapere, e quindi il potere che ne discende, ma piuttosto il sentire, e quindi l’esperienza personale. Non è più l’obbedienza a una dottrina dogmatica indiscutibile a rappresentare la sorgente della fede, ma è il sentimento di simpatia verso la vita e i viventi. In questa prospettiva, ben prima di creden- za, fede significa fiducia. Quando diciamo che una persona è “degna di fede”, cosa vogliamo dire? Quando alla fine delle nostre lettere scriviamo “in fede”, cosa vogliamo dire? Quando un uomo mette l’anello nuziale alla sua donna e quando una donna fa lo stesso con il suo uomo, cosa vogliono dirsi? C’è una dimensione di fiducia che è costitutiva delle relazioni umane e che sola spiega quei veri e propri patti d’onore che sono
l’amicizia e l’amore. Se non ci fosse, sorgerebbero solo rapporti interessati e calcolati: nulla di male, anzi tutto normale, ma anche tutto ordinario e prevedibile. Solo se c’è fiducia-fede nell’altra persona può sorgere una relazione all’insegna della gratuità, creatività, straordinarietà, e può innescarsi quella condizione che chiamiamo umanità. E la fede in Dio? Quando si ha fiducia-affidamento nella vita nel suo insieme, percepita come dotata di senso e di scopo, si compie il senso della fede in Dio (a prescindere da come poi le singole tradizioni religiose concepiscano il divino). Nessuno veramente sa cosa nomina quando dice Dio, ma credere nell’esistenza di una realtà più originaria, da cui il mondo proviene e verso cui va, significa sentire che la vita ha una direzione, un senso di marcia, un traguardo. Credere in Dio significa quindi dire sì alla vita e alla sua ragionevolezza: significa credere che la vita proviene dal bene e procede verso il bene, e che per questo agire bene è la modalità migliore di vivere. Ma questa convinzione è razionalmente fondabile? No. Basta considerare la vita in tutti i suoi aspetti per scorgere di frequente l’ombra della negazione, con la conseguenza che la mente è inevitabilmente consegnata al dubbio. In tutte le lingue di origine latina, come anche in greco e in tedesco, il termine dubbio ha come radice “due”. Dubbio quindi è essere al bivio, altro termine che rimanda al due: è vedere due sentieri senza sapere quale scegliere, consapevoli però che non ci si può fermare né tornare indietro, ma che si è posti di fronte al dilemma della scelta. Ha affermato il cardinale Carlo Maria Martini: «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande pungenti e inquietanti l’un l’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa» (dal discorso introduttivo alla Cattedra dei non credenti). Ragionando si trovano elementi a favore della tesi e dell’antitesi, e chi non è ideologicamente determinato è inevitabilmente consegnato alla logica del due che genera il dubbio. Il dubbio però paralizza, mentre nella vita occorre procedere e agire responsabilmente. Da qui la necessità di superare il dubbio. Il superamento però non può avvenire in base alla ragione che è all’origine del dubbio, ma in base a qualcosa di più radicale e di più vitale della ragione, cioè il sentimento che genera la fiducia che si esplicita come coraggio di esistere e di scegliere il bene e la giustizia. Ma perché alcuni avvertano in sé questo sentimento di fiducia verso la vita e altri no, rimane per me un mistero inesplicabile.

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in preparazione al 50° anniversario della pubblicazione dell’enciclica Humanae Vitae

È tempo di rivedere l’Humanae Vitae. Un appello dal mondo teologico e accademico

è tempo di rivedere l’Humanae Vitae

un appello dal mondo teologico e accademico

 
da: Adista Notizie n° 31 del 17/09/2016

«Né la Bibbia né le leggi biologiche che regolano la riproduzione umana offrono alcuna prova che i rapporti sessuali debbano essere aperti in tutte le occasioni alla procreazione, o che usare contraccettivi “artificiali” sia sempre immorale o “intrinsecamente sbagliato”. Al contrario, prove abbondanti dalla Bibbia stessa, dalla biologia evolutiva e dalla sociologia indicano che le persone si impegnano in un rapporto sessuale per una varietà di motivi e scopi legittimi, di cui la procreazione è solo uno, e che né la capacità biologica, né l’intenzione di procreare sono intrinseche a ogni atto sessuale. Di conseguenza, l’uso di contraccettivi per la pianificazione familiare o a uso profilattico può essere una scelta di responsabilità»

È questo, in sintesi, il nucleo del documento redatto da un nutrito gruppo di teologi e studiosi su sollecitazione del John Wijngaards Catholic Research Centre (fondato nel 1983 dal teologo inglese John Wijngaards al fine di promuovere la «formazione a una fede adulta») che, in preparazione al 50° anniversario della pubblicazione dell’enciclica Humanae Vitae, ha voluto riunire una task force interdisciplinare di esperti allo scopo di rivedere la dottrina in materia di contraccezione e di «incoraggiare la gerarchia cattolica a modificare la sua posizione sui cosiddetti contraccettivi “artificiali”». Diffuso in forma ridotta nel mese di agosto e aperto alla sottoscrizione (già un centinaio le firme aggiunte in calce), il documento sarà presentato ufficialmente a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, il 20 settembre prossimo.

La legge naturale

«Il divieto di usare contraccettivi “artificiali” nell’ottica di una pianificazione familiare si basa sugli argomenti contenuti nella Humanae Vitae di papa Paolo VI», ricorda il documento in apertura. «Argomentazioni ripetute spesso, e mai sostanzialmente modificate, in successivi pronunciamenti magisteriali degli ultimi 50 anni. Questa dichiarazione – annunciano i firmatari – valuta la loro correttezza».

Riguardo agli argomenti fondati sulla legge naturale – la quale, stabilita da Dio, vuole che ogni atto sessuale abbia un “significato” procreativo e che quindi sia «intrinsecamente sbagliata» qualsiasi azione volutamente contraccettiva – i teologi non hanno dubbi: «Non sono supportati da prove rilevanti». «L’argomentazione contenuta nell’Humanae Vitae è che, poiché le leggi biologiche del concepimento rivelano che il rapporto sessuale ha una “capacità di trasmettere la vita”, ogni rapporto sessuale ha un significato e una finalità procreativa e un’intrinseca relazione con la procreazione. Ma ciò travisa le prove biologiche. La relazione causale tra l’inseminazione e la fecondazione, l’impianto, e, infine, la procreazione è statistica, ma non necessaria. La stragrande maggioranza dei rapporti sessuali non ha la capacità biologica, né l’intenzione, di procreare. Non è quindi corretto affermare che ogni singolo atto del rapporto sessuale debba sempre “significare” o intendere la procreazione, o che le persone impegnate in un rapporto sessuale debbano essere sempre aperte alla procreazione per agire in modo morale».

Inoltre, per i firmatari, affermare «che gli esseri umani non possono interferire con le leggi biologiche che regolano la riproduzione umana perché sono state stabilite da Dio è in contraddizione con l’evidenza empirica di come gli esseri umani interagiscono con l’ordine creato»: «Gli esseri umani hanno una capacità unica di modificare intenzionalmente il calendario delle probabilità inerenti le leggi biologiche, fisiche e chimiche della natura. Questa è una realtà della vita quotidiana: per esempio, qualsiasi tipo di intervento medico, da qualcosa di così insignificante come prendere un antidolorifico a qualcosa di importante come un intervento di chirurgia cardiovascolare, influenza le probabilità di guarigione, di sopravvivenza, di morte, ecc. Inoltre, anche la decisione di non intervenire nei processi naturali influenza quelle probabilità, così come la scelta di intervenire. La questione morale – è l’opinione dei firmatari – non riguarda il modificare o meno il calendario delle probabilità all’interno dei processi naturali, ma piuttosto se, quando e come farlo conduce o meno alla prosperità umana e al fiorire di tutta la creazione».

L’infallibilità del magistero

Un’altra argomentazione che il documento smonta è quella fondata sull’immodificabilità della dottrina in materia. «Secondo la teologia cattolica, affinché una dottrina, anche morale, possa essere definita infallibile e quindi irriformabile, è necessario che sia rivelata o indispensabile per la difesa o la spiegazione della verità rivelata. Se non lo è, allora non può essere definita infallibile. L’insegnamento che l’utilizzo della contraccezione “artificiale” è un male intrinseco sempre e comunque non è rivelato, né è stato mai dimostrato che sia essenziale per la verità della rivelazione cristiana. Di conseguenza, non può essere definito infallibile». Quindi, concludono i teologi, «l’appello a una presunta costante tradizione di insegnamento magisteriale sul tema non può da sola risolvere la questione e chiudere la discussione perché i requisiti per la definizione di infallibilità non sono soddisfatti».

Considerazioni morali

«La moralità di ogni azione umana è determinata dalle motivazioni e dalle intenzioni di chi la pone in essere, dalle circostanze e dalle conseguenze di tale azione», prosegue il documento. «L’utilizzo di contraccettivi moderni ha molti vantaggi comprovati: tra le altre cose, rende molto più facile per gli uomini e le donne la pianificazione di una famiglia e riduce notevolmente la mortalità materna e infantile nonché il ricorso all’aborto. L’evidenza suggerisce anche che la pianificazione familiare comporta miglioramenti sostanziali in materia di istruzione e di contributo al bene comune delle donne». «A causa della eccezionale ampiezza dei suoi potenziali benefici – ricordano poi i firmatari – la promozione della pianificazione familiare attraverso contraccettivi moderni è stata considerata come un elemento essenziale per tutti gli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio» stabiliti dall’Onu. «La decisione di utilizzare contraccettivi moderni – concludono – può quindi essere presa per una serie di motivi moralmente degni e può quindi essere etica».

Quanto poi all’uso di contraccettivi fisici a scopo profilattico – vale a dire al fine di ridurre la probabilità di diffusione del virus HIV o di altre malattie sessualmente trasmissibili – questa, secondo i firmatari, «può essere non solo una scelta responsabile, ma anche un imperativo morale».

E quindi?

Insomma, concludono i teologi, «non ci sono motivi per sostenere l’attuale insegnamento della Chiesa cattolica in materia». Per questo il documento, data l’entità dell’epidemia di HIV/AIDS e considerato che il 25% delle scuole e dei centri sanitari a livello mondiale è costituito da strutture cattoliche, raccomanda alle competenti autorità di invertire la rotta emanando un documento magisteriale in cui si affermi che «l’uso di contraccettivi moderni non abortivi per uso profilattico può essere moralmente legittimo e persino moralmente obbligatorio». Di più: «La dichiarazione – prosegue il documento – potrebbe includere una esplicita disposizione che consenta la distribuzione di tali contraccettivi moderni per fini profilattici da parte delle strutture sanitarie cattoliche».

Circa l’uso dei sistemi contraccettivi a scopo di pianificazione familiare, i firmatari raccomandano alla Chiesa di porsi in ascolto dei teologi cristiani esperti in materia. «Si consiglia inoltre – proseguono – di richiedere il loro parere su altri aspetti di etica sessuale cattolica, che saranno probabilmente interessati da una revisione dell’attuale insegnamento sull’uso di contraccettivi per la pianificazione familiare, vale a dire la valutazione negativa della masturbazione, dei rapporti omosessuali e della fecondazione in vitro».

«Qualora le prove e gli argomenti addotti nella presente relazione siano accettati, il documento magisteriale ufficiale raccomandato dovrebbe revocare il divieto assoluto di uso di contraccettivi “artificiali” e consentire l’uso di contraccettivi non abortivi moderni per scopi sia di pianificazione familiare che profilattici. In seguito, non appena possibile, le Conferenze episcopali nazionali dovrebbero raccomandare che le strutture di assistenza sanitaria a conduzione cattolica rendano disponibili tali contraccettivi». «L’accettazione dell’Humanae Vitae come prova di ortodossia – proseguono – deve essere cancellata da tutte le procedure di selezione, compresa quella dei vescovi e del personale docente delle istituzioni accademiche cattoliche. Ove possibile, i danni alla carriera di studiosi cattolici che sono stati censurati per aver parlato in difesa dell’uso etico dei contraccettivi moderni dovrebbero essere annullati».

Autorità e verità

Non è la prima volta che il John Wijngaards si fa promotore di iniziative di questo tipo. Già nel 2013, in vista del Sinodo dei vescovi sulla famiglia indetto da papa Francesco per l’anno successivo, il Centro di ricerca teologico aveva diffuso un manifesto in cui evidenziava come l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e la sessualità sia basato sulle «nozioni astratte e ormai superate della legge naturale» o su concezioni non fondate scientificamente, risultando quindi incomprensibile alla maggioranza dei fedeli (v. Adista Documenti n. 45/13).

Anche stavolta, come avvenuto tre anni fa, il documento ha raccolto numerose adesioni di personalità del mondo teologico e accademico: da Maria Pilar Aquino, docente della San Diego University e cofondatrice dell’Academy of Catholic Hispanic Theologians, a Gregory Baum, della McGill University di Montreal; da Tina Beattie, docente all’University of Roehampton di Londra, a John F. Haught, del Woodstock Theological Center della Georgetown University; dal teologo di origine vietnamita Peter Phan al vescovo emerito di Sidney Geoffrey Robinson, per finire con Charles E. Curran, già docente di Teologia Morale alla Catholic University of America.

«Il documento – spiega quest’ultimo nella sua dichiarazione di sostegno – mostra in modo chiaro, conciso e convincente perché la contraccezione artificiale allo scopo di pianificazione familiare può essere una scelta moralmente buona e finanche obbligatoria per le coppie. Si riconosce il ruolo del Magistero gerarchico nella Chiesa cattolica, ma con precisione si sottolinea che l’insegnamento che condanna la contraccezione artificiale non è un insegnamento infallibile. La dichiarazione – prosegue Curran – si basa implicitamente sull’approccio di Tommaso d’Aquino alla comprensione del rapporto tra autorità e verità. Aquino sollevò la questione: è qualcosa di buono perché è comandato o è comandato perché è buono? Per Tommaso d’Aquino, qualcosa è comandato perché è buono. L’autorità – conclude – deve conformarsi a ciò che è buono».

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