benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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il commento al vangelo della domenica dell’Ascensione

Ascensione

Dio con noi fino alla fine del mondo

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica della solennità dell’Ascensione (25 maggio 2020):

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

I discepoli sono tornati in Galilea, su quel monte che conoscevano bene. Quando lo videro, si prostrarono. Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne coraggiose e fedeli. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto. E ci sono tutti all’appuntamento sull’ultima montagna. Questa è la sola garanzia di cui Gesù ha bisogno. Ora può tornare al Padre, rassicurato di essere amato, anche se non del tutto capito. Adesso sa che nessuno di quegli uomini e di quelle donne lo dimenticherà. Essi però dubitarono… Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in persone che dubitano ancora. Non rimane ancora un po’, per spiegare meglio, per chiarire i punti oscuri. Ma affida il suo messaggio a gente che dubita ancora. Non esiste fede vera senza dubbi. I dubbi sono come i poveri, li avremo sempre con noi. Ma se li interroghi con coraggio, da apparenti nemici diverranno dei difensori della fede, la proteggeranno dall’assalto delle risposte superficiali e delle frasi fatte. Gesù affida il mondo sognato alla fragilità degli Undici, e non all’intelligenza di primi della classe; affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti ad andare fino agli estremi della terra, ha fede in noi che non abbiamo fede salda in lui. A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra… Andate dunque. Quel dunque è bellissimo: dunque il mio potere è vostro; dunque ogni cosa mia e anche vostra: dunque sono io quello che vive in voi e vi incalza. Dunque, andate. Fate discepoli tutti i popoli… Con quale scopo? Arruolare devoti, rinforzare le fila? No, ma per un contagio, un’epidemia di vita e di nascite. E poi le ultime parole, il testamento: Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Con voi, sempre, mai soli. Cosa sia l’Ascensione lo capiamo da queste parole. Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino di prima. Se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro. Non è andato al di là delle nubi, ma al di là delle forme. È asceso nel profondo delle cose, nell’intimo del creato e delle creature, e da dentro preme verso l’alto come forza ascensionale verso più luminosa vita: «Il Risorto avvolge misteriosamente le creature e le orienta a un destino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa» (Laudato si’, 100). Chi sa sentire e godere questo mistero, cammina sulla terra come dentro un tabernacolo, dentro un battesimo infinito.

(Letture: Atti 1,1–11; Salmo 46; Efesini 1,17–23; Matteo 28,16–20)

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“Papa Francesco” in versione clochard che, povero fra i poveri, chiede l’elemosina disteso su un cartone

papa Francesco clochard sui muri di Milano

le nuove opere di aleXsandro Palombo denuncia la povertà

https://youmedia.fanpage.it/gallery/ah/5ec66e4fe4b054fbb9e62488?photo=5ec66e88e4b054fbb9e6248e

Un’opera per porre sotto i riflettori il problema della povertà che a Milano e in molte altre grandi città è aumentata a causa del Coronavirus: la scelta di aleXsandro Palombo è stata quella di rappresentare Papa Francesco come un clochard oltre che la Madonna come una mendicante con in braccio un bambino. Le opere formano la nuova serie ‘Caritas’ e si trovano in diverse zone della città.

 

di Chiara Ammendola

Alcune opere sono comparse in questi giorni per le strade di Milano, sono la nuova fatica dell’artista aleXsandro Palombo che prendono il nome di “Caritas”: un modo per richiamare l’attenzione sull’aggravarsi della povertà durante l’emergenza coronavirus. Una ritrae “Papa Francesco” in versione clochard che, povero fra i poveri, chiede l’elemosina disteso su un cartone, un’altra ritrae la “Madonna con bambino” mentre chiede la carità ai passanti. E ancora bicchieri con il logo Coca-Cola, simbolo del consumismo di massa e del capitalismo, trasformati in bicchieri per chiedere la carità.

“Questa crisi è la più grande opportunità che abbiamo per ridisegnare e umanizzare la società. Oggi più che mai bisogna accorgersi dell’altro, di chi si trova sul nostro cammino e che sta vivendo un momento di estrema necessità – spiega l’artista – ognuno di noi può fare la differenza nell’aiutare i più fragili e tutte quelle famiglie che in questo momento sono cadute in povertà. Questo è il momento di comprendere che il futuro è generosità e solidarietà”. Obiettivo delle sue opere è spostare l’attenzione dalla pandemia sanitaria alla pandemia della povertà, una potente riflessione sul drammatico aumento dei poveri in Italia e in tutto il mondo. I murales di Papa Francesco in versione clochard si trovano in diversi luoghi della città: in piazza San Gioachino angolo via Gustavo Fara 2, all’angolo di via Leopoldo Marangoni con via Vittor Pisani, tra via Vittor Pisani e viale Tunisia e in piazzale Oberdan. Mentre il murale della ‘Madonna con bambino’ compare sul muro esterno dell’albergo diurno Venezia, in Porta Venezia.

 https://milano.fanpage.it/papa-francesco-clochard-sui-muri-di-milano-le-nuove-opere-di-alexsandro-palombo-denuncia-la-poverta/

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ripartire imparando dal corobavirus – un instant book di p. Giovanni Salonia

 

 

abitare i corpi e il presente: le parole nuove per il dopo-coronavirus
Ludovica Eugenio 

 da: Adista Documenti n° 20 del 23/05/2020

 «Il mondo non è un inferno invivibile né un paradiso intoccabile, ma rappresenta per ognuno di noi un insieme di possibilità reali poste tra desiderio e limite, uno spazio vivo e flessibile di sperimentazione e di prova. Qualcosa insomma che può essere rifatto…»

Di fronte alle sfide poste dal coronavirus e alle verità che ha portato, si avverte l’esigenza di poche parole nuove, che ci aiutino a riflettere e a cambiare»; così Antonio Sichera, nell’introduzione, spiega il senso dell’instant book di p. Giovanni Salonia, frate cappuccino, psicologo, tra i più affermati psicoterapeuti attivi nel mondo ecclesiale, Abitare i Corpi, Abbracciare la Terra. Lo sguardo della Gestalt nel tempo del coronavirus (GTK psicologia formazione ricerca, Ragusa 2020). Una sorta di percorso nel profondo a partire dalle varie tappe della pandemia, e sulla base della constatazione che il fenomeno coronavirus, afferma Salonia, «sembra essere iniziato come panico ma tende a diffondersi come terrore. L’importanza di dare un nome esatto alle cose che accadono facilita di molto il modo di affrontarle». Un’attenzione specifica viene poi riservata al vissuto dei bambini – cui è dedicata la seconda parte del libro – perché, «se gli adulti non riescono a contenere la paura dei bambini e la propria, nei più piccoli spesso si determina un vissuto di terrore e di angoscia».

Nel contributo riportato qui sotto, che guarda già al “dopo” pandemia, p. Salonia riflette sul fatto che «scopriremo che il contrarsi dei nostri corpi – riflesso condizionato dell’abbraccio trattenuto – genererà parole nuove, parole che hanno avuto il tempo di dimorare e di crescere nel corpo. E proprio perché sbocciate dal corpo, le parole sapranno creare calore e incontro».

impareremo ad abbracciare la terra…


di p.. Giovanni Salonia 

 da: Adista Documenti n° 20 del 23/05/2020

Il primo tratto di strada sembra compiuto. Adesso, a poco a poco, sgomitando, cercheremo di riprenderci la città, il mare, i campi, gli sguardi attesi, i corpi mancanti. Saranno la mascherina e la distanza sociale (oltre al telegiornale) a ricordarci però che è ancora vietato abbracciare. E sarà così per molto tempo. Dovremo vedere ancora i nipoti piangere per l’abbraccio impossibile alla nonna o alla zia, mentre gli amanti forse si diranno l’un l’altro: “Se ci amiamo dobbiamo correre qualche rischio”. Non è la passione più forte della morte? Che la dea dell’amore li protegga. Torneremo per strada e avvertiremo la paura che trasforma il distanziamento in distanza relazionale, che fa di ogni altro uomo (anche lontano un miglio) un possibile untore. Non sarà facile uscire da questa gabbia. I pessimisti parlano di qualche anno di abbracci mancati. Per non dire della depressione affettiva e – perché no – di quella economica che sembrano aspettarci al varco.

Molte preoccupazioni coesistono accanto all’entusiasmo del tornare (per chi può) a riavvicinarsi, a lavorare. E poi come non portarsi dietro il dolore, il tanto dolore di questi giorni? Nessuno potrà piangere solo il proprio pianto («d’un pianto solo mio non piango più» aveva detto il poeta). E se il mare del nostro tempo ha accumulato amaramente anche il sale delle lacrime dei fratelli annegati, come dimenticare tanti funerali mancati, tristi, solitari. Cantava Pessoa: «Il vaso prezioso è andato in pezzi, /e non valgono niente i cocci suoi, / la statua del tempio è crollata, /si è rotta. Era d’argilla. Ha perduto / i suoi fedeli. / Prova a incollare i cocci del vaso divino, /ma già non fanno un vaso». Le profezie appartengono solo ai poeti. Davvero la statua si è rotta, il vaso è in cocci. Le “malcelate verità” delle nostre sicurezze sono crollate. Non sappiamo cosa ci attende. Per restare umilmente nel qui-e-adesso forse potremmo iniziare a fare umilmente il punto: cosa abbiamo imparato in questo lungo giorno del coronavirus?

Giorni fa ci siamo riuniti: un webinar per cento terapeuti. Ci siamo chiesti: come cambieranno le sofferenze delle persone? Come è stato e come sarà per noi il prenderci cura in video chiamata? E come faremo a creare contatto malgrado distanze e mascherine? Qualche risposta è arrivata. Forse scopriremo come i sensi non sono cinque, ma sette, nove, e magari anche di più. Ci renderemo conto che si può supplire a ciò che manca amplificando quel che già si ha. Inventeremo musiche altre, diverse, ma capaci di creare contatto. Forse cominceremo rendendoci conto come a volte sia più difficile guardarsi negli occhi che abbracciarsi. E che uno sguardo può riscaldare a lungo un cuore. E il calore delle parole? Scopriremo che il contrarsi dei nostri corpi – riflesso condizionato dell’abbraccio trattenuto – genererà parole nuove, parole che hanno avuto il tempo di dimorare e di crescere nel corpo. E proprio perché sbocciate dal corpo, le parole sapranno creare calore e incontro. Non le parole divenute rituali senza forza, fatte apposta per non incontrarsi. Abbracci e parole. Meno abbracci, più sguardi profondi. Meno abbracci, più parole centrate, corporee. Gli spazi che ci separano possono farci ridurre gli spazi delle anime. Quanti abbracci dei corpi non raggiungono il cuore!

Dopo il coronavirus dovremo compilare un nuovo dizionario di parole e di gesti capaci di allargare le nostre possibilità. Forse le mamme e i papà che si prendono cura di bambini colpiti da deficit sensori potranno farci da maestri. Molte volte si sente dire: quel bambino ha dei problemi, ma la madre, il padre, il fratello lo capiscono a volo. Quante potenzialità inespresse nei nostri corpi in relazione! Quanto amore creativo inesplorato nei nostri cuori! Il punto è passare dal cogito ergo sum (penso, dunque sono) al cogito ergo sumus (penso, dunque siamo): dall’incontro con l’altro nascono i pensieri che tessono il ricamo di un’esistenza. L’altro che è il corpo. Il corpo della casa. Il corpo della città. Il corpo del creato. Perché il creato è il corpo di tutti, il “nostro” corpo. Il giorno in cui sentiremo il respiro degli alberi, la sensibilità di un fiore; il giorno in cui la bellezza della luna ci fermerà come Ciaula e ci farà cadere il peso della vita dalle spalle, o magari ci aiuterà a portarlo; in quel giorno scopriremo di essere tutti nella stessa aida, come dicono i saggi giapponesi, di essere tutti nella stessa orchestra. Compositore, direttore, ascoltatori, suonatori: di oggi e di ieri e di domani.

Ci aspetteranno altre giornate tristi, forse dovremo mangiare altre erbe amare, ma il creato addolcirà l’amaro. E se avesse avuto ragione colui che chiamava le creature “fratello”, “sorella”? Proprio lui ci aveva ammonito: la madre terra non solo ci sostenta ma ci “governa”. Ci alimenta, ma dobbiamo ubbidirle. Dobbiamo ubbidire alla terra. Forse questo tempo sarà un apprendistato. Ci servirà per imparare di nuovo ad abbracciare la terra: dimenticata, violentata, sfruttata. Forse solo quando saremo riusciti ad abbracciare la terra, ad ubbidirle, potremo tornare ad abbracciarci tra noi. “Si tratta di cogliere con grata / sorpresa minuscoli fiori di campo, / di estrarre essenze infinite / Da specie ordinarie lasciate / stupidamente a languire davanti / alla porta. Di cominciare a vivere, ecco di cosa si tratta», canta il poeta. E forse si tratta di fare del Cantico di Frate Sole la magna charta dei tempi nuovi che si stanno aprendo davanti ai nostri occhi. Il canto della terra e dei poveri. Il canto del creato che rinasce. Il canto di chi accoglie con umiltà l’altro e la vita.

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contro il pericolo di una ‘mondanità spirituale’

 papa Francesco

Dio ci difenda dalla mondanità spirituale che corrompe la Chiesa

papa Francesco ha commentato il Vangelo di Gv 15, 18-21 in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia»

Gesù – ha detto Francesco – tante volte parla del mondo, parla dell’odio contro di Lui e i suoi discepoli e prega il Padre di non togliere i discepoli dal mondo ma di difenderli dallo spirito del mondo.
Il Papa si domanda: “Qual è lo spirito del mondo? Cosa è questa mondanità, capace di odiare, di distruggere Gesù e i suoi discepoli, anzi di corromperli e di corrompere la Chiesa?”. “È una proposta di vita, la mondanità”, “è una cultura, è una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparire, del maquillage, una cultura ‘dell’oggi sì, domani no, domani sì e oggi no’. Ha dei valori superficiali. Una cultura che non conosce fedeltà, perché cambia secondo le circostanze, negozia tutto. Questa è la cultura mondana, la cultura delle mondanità”. E Gesù prega “perché il Padre ci difenda da questa cultura della mondanità. È una cultura dell’usa e getta”, secondo la convenienza. “È una cultura senza fedeltà” ed è “un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani”.
“Gesù nella Parabola del seme che cade in terra dice che le preoccupazioni del mondo”, cioè la mondanità, soffocano la Parola di Dio, non la lasciano crescere. Francesco cita un libro del padre de Lubac dove parla della mondanità spirituale, dicendo “che è il peggiore dei mali che può accadere alla Chiesa; e non esagera” descrivendo “alcuni mali che sono terribili”. La mondanità spirituale “è un’ermeneutica di vita, è un modo di vivere; anche un modo di vivere il cristianesimo. E per sopravvivere davanti alla predicazione del Vangelo, odia, uccide”. Il Papa parla dei martiri, uccisi in odio alla fede, ma non sono la maggioranza. La maggioranza sono uccisi dalla mondanità che odia la fede.
La mondanità – osserva Francesco – non è superficiale, ma ha “delle radici profonde” ed è “camaleontica, cambia”, a seconda delle circostanze, ma la sostanza è la stessa: una proposta di vita che entra dappertutto, anche nella Chiesa. La mondanità, l’ermeneutica mondana, il maquillage, tutto si trucca per essere così”.
Francesco ricorda il discorso di Paolo nell’Areopago di Atene, quando attira l’attenzione quando parla del “dio ignoto” e incomincia a predicare il Vangelo: “Ma quando arrivò alla croce e alla risurrezione si scandalizzarono e se ne andarono via. La mondanità c’è una cosa che non tollera: lo scandalo della Croce. Non lo tollera. E l’unica medicina contro lo spirito della mondanità è Cristo morto e risorto per noi, scandalo e stoltezza”.
L’Apostolo Giovanni dice che “la vittoria contro il mondo è la nostra fede”. L’unica vittoria è “la fede in Gesù Cristo, morto e risorto. E questo non significa essere fanatici”, smettere di dialogare con tutte le persone, ma sapere che la vittoria contro lo spirito mondano è la nostra fede, lo scandalo della Croce.
“Chiediamo allo Spirito Santo” – è la preghiera conclusiva di Papa Francesco – in questi ultimi giorni del tempo pasquale, “la grazia di discernere cosa è mondanità e cosa è Vangelo e di non lasciarci ingannare, perché il mondo ci odia, il mondo ha odiato Gesù e Gesù ha pregato perché il Padre ci difendesse dallo spirito del mondo”.

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il commento al vangelo della domenica

 

lo Spirito e la via della mistica aperta a tutti

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della sesta domenica di pasqua (17 maggio 2020):

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. […]

Un Vangelo da mistici, di fronte al quale si può solo balbettare, o tacere portando la mano alla bocca. La mistica però non è esperienza di pochi privilegiati, è per tutti, «il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà» (Karl Rahner). Il brano si snoda su sette versetti nei quali per sette volte Gesù ripropone il suo messaggio: in principio a tutto, fine di tutto, un legame d’amore. E sono parole che grondano unione, vicinanza, intimità, a tu per tu, corpo a corpo con Dio, in una divina monotonia: il Padre vi darà lo Spirito che rimanga con voi, per sempre; che sia presso di voi, che sarà in voi; io stesso verrò da voi; voi sarete in me, io in voi; mai orfani. Essere in, rimanere in: ognuno è tralcio che rimane nella vite, stessa pianta, stessa linfa, stessa vita. Ognuno goccia della sorgente, fiamma del roveto, respiro nel suo vento. Se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile. Non dice: dovete amarmi, è vostro preciso dovere; oppure: guai a voi se non mi amate. Nessuna ricatto, nessuna costrizione, puoi aderire o puoi rifiutarti, in totale libertà. Se mi amate, osserverete… Amarlo è pericoloso, però, ti cambia la vita. «Impossibile amarti impunemente» (Turoldo), senza pagarne il prezzo in moneta di vita nuova: se mi amate, sarete trasformati in un’altra persona, diventerete prolungamento delle mie azioni, riflesso del mio sguardo. Se mi amate, osserverete i comandamenti miei, non per obbligo, ma per forza interna; avrete l’energia per agire come me, per acquisire un sapore di cielo e di storia buona, di nemici perdonati, di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati. Non per dovere, ma come espansione verso l’esterno di una energia che già preme dentro – ed è l’amore di Dio – come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia secca dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme, di foglie, di grappoli, di fiori. Il cristiano è così: un amato che diventa amante. Nell’amore l’uomo assume un volto divino, Dio assume un volto umano. I comandamenti di cui parla Gesù non sono quelli di Mosè ma i suoi, vissuti da lui. Sono la concretezza, la cronaca dell’amore, i gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero Lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute e vedove povere, che fa dei bambini i conquistatori del suo regno, che ama per primo e fino a perdere il cuore. Non vi lascerò orfani. Io vivo e voi vivrete. Noi viviamo di vita ricevuta e poi di vita trasmessa. La nostra vita biologica va continuamente alimentata; ma la nostra vita spirituale vive quando alimenta la vita di qualcuno. Io vivo di vita donata.
letture: Atti 8,5–8.14–17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15–18; Giovanni 14,15–21

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la prenotaziione della messa a Lucca in tempo di coronavirus

 

 a Lucca un sistema di prenotazioni per le messe festive

di Lorenzo Maffei 

l’arcivescovo Paolo Giulietti ha fatto predisporre nel sito diocesano la prenotazione per la Messa domenicale, che sarà indispensabile. Attivi anche quattro numeri telefonici

Online o per telefono. Nella Diocesi di Lucca i fedeli torneranno a partecipare alle Messe festive da domenica 24 ma segnalando la propria presenza tramite una telefonata a numeri appositi oppure con un click sul sito diocesano. Lo ha annunciato l’arcivescovo Paolo Giulietti con una nota nella quale invita tutti ad accogliere la possibilità di partecipare alle celebrazioni «con gioia e responsabilità».
A partire da ogni lunedì sera, dal 18 maggio, i fedeli potranno andare sul sito www.diocesilucca.it, cercare la chiesa e gli orari disponibili e poi, compilando una scheda online saranno chiamati a lasciare nome, cognome e mail alla quale sarà inviata in automatico la prenotazione. Potranno essere fatte prenotazioni anche per nuclei familiari. Chi non ha dimestichezza con le tecnologie avrà a disposizione quattro numeri telefonici che dalla mattina di martedì 19 maggio potranno essere chiamati per dichiarare a voce la propria presenza.
Gli operatori inseriranno tutto nel sistema informatico. Tre ore prima l’inizio di ogni celebrazione il sistema blocca in automatico le prenotazioni e invia ai parroci o ai loro collaboratori la lista dei presenti. Nella nota la Diocesi specifica che «è una “prima volta” da affrontare con la necessaria pazienza, in spirito di servizio e rispetto per sé e gli altri, da cittadini e cristiani responsabili». Tutto è stato pensato nel quadro delle norme anti Covid-19. Nelle chiese gruppi di volontari, oltre a vigilare che non si creino assembramenti, verificheranno l’effettiva prenotazione e inviteranno i fedeli a disporsi all’interno della chiesa nel rispetto delle distanze di sicurezza.

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occorre rinnovare il modo di vivere la fede – Tomáš Halík: per una ripartenza del cristianesimo

«questo è il momento per prendere il largo»

di Tomáš Halík
in “Avvenire”

le chiese vuote di questa Pasqua interrogano la coscienza di noi cristiani? Hanno la capacità di dirci che presto saranno sempre così se non rinnoviamo il nostro modo di vivere la fede? Una riflessione del teologo e filosofo ceco Halík sulle risposte che richiede questo tempo

“comprendere il linguaggio di Dio negli eventi del nostro mondo richiede l’arte del discernimento spirituale, che a sua volta esige un distacco contemplativo dalle nostre emozioni e dai nostri pregiudizi sempre più forti, oltre che dalle proiezioni delle nostre paure e dei nostri desideri”

L’anno scorso, prima di Pasqua, la cattedrale di Notre–Dame a Parigi è andata in fiamme; quest’anno, in Quaresima, in centinaia di migliaia di chiese di diversi continenti, nonché in sinagoghe e moschee, non si svolgono funzioni. Da sacerdote e teologo rifletto su queste chiese vuote o chiuse come se fossero un segno e una sfida provenienti da Dio. Comprendere il linguaggio di Dio negli eventi del nostro mondo richiede l’arte del discernimento spirituale, che a sua volta esige un distacco contemplativo dalle nostre emozioni e dai nostri pregiudizi sempre più forti, oltre che dalle proiezioni delle nostre paure e dei nostri desideri. Nei momenti di calamità gli “agenti dormienti” di un Dio malvagio e vendicativo diffondono la paura e ne fanno un capitale religioso per i propri fini. La loro visione di Dio è acqua per il mulino dell’ateismo da secoli. Ma non vedo Dio, in un momento di calamità, come un regista irascibile, comodamente seduto dietro le quinte mentre gli eventi del nostro mondo precipitano, bensì come una fonte di forza operante in coloro che in tali situazioni danno prova di solidarietà e di un amore capace di sacrificio, compresi coloro, ebbene sì, le cui azioni non hanno una “motivazione religiosa”. Dio è amore umile e discreto. Non possiamo però fare a meno di chiederci se questo tempo di chiese vuote e chiuse non rappresenti una sorta di monito per ciò che potrebbe accadere in un futuro non molto lontano: fra pochi anni esse potrebbero apparire così in gran parte del nostro mondo. Non ne siamo già stati avvertiti più e più volte da quanto è avvenuto in molti Paesi, dove sempre più chiese, e il loro possibile futuro se non si compie un serio tentativo per mostrare al mondo un volto del cristianesimo completamente diverso. Abbiamo pensato troppo a convertire il “mondo” e meno a convertire noi stessi, che non significa un mero “migliorarci”, ma un radicale passaggio da uno statico “essere cristiani” a un dinamico “divenire cristiani”. La Chiesa medievale fece un eccessivo uso punitivo dell’interdetto, portando l’intera macchina ecclesiastica a una sorta di “sciopero generale” per cui non si tenevano funzioni e non si amministravano sacramenti. Come conseguenza, la gente iniziò a cercare sempre di più un rapporto personale con Dio, una fede “nuda”. Proliferarono confraternite laiche e si manifestò un’ondata di misticismo la quale contribuì senza dubbio a spianare la strada, da una parte, alla Riforma, non solo di Lutero e Calvino, ma, dall’altra, anche alla riforma cattolica legata ai gesuiti e all’espressione del misticismo spagnolo. Magari la scoperta della contemplazione potrebbe oggi contribuire al “percorso sinodale” verso un nuovo Concilio riformatore […] Agli inizi della sua storia, la Chiesa primitiva degli ebrei e dei pagani conobbe la distruzione del tempio in cui Gesù pregava e insegnava ai suoi discepoli. Gli ebrei di quei tempi trovarono una soluzione coraggiosa e creativa: sostituirono l’altare del tempio demolito con la tavola familiare, e la pratica del sacrificio con quella della preghiera privata e collettiva. Agli olocausti e ai sacrifici di sangue sostituirono il “sacrificio delle labbra”: la riflessione, la lode e lo studio della Scrittura. Più o meno nello stesso periodo il primo cristianesimo, bandito dalla sinagoga, cercò una nuova, sua propria, identità. Sulle rovine delle tradizioni, ebrei e cristiani impararono a leggere daccapo la Legge e i profeti, e diedero loro nuove interpretazioni. Non è una situazione simile a quella dei nostri giorni? Quando all’inizio del V secolo Roma cadde, ci fu chi trovò subito la spiegazione: per i pagani si trattava una punizione degli dei per l’adozione del cristianesimo, per i cristiani una punizione di Dio a Roma per avere continuato a essere la «prostituta di Babilonia».
Sant’Agostino rifiutò entrambe le interpretazioni e, in quel momento spartiacque, sviluppò la sua teologia della battaglia epocale fra due «città» contrapposte; non di cristiani e pagani, ma di due «amori » che risiedono nel cuore umano: l’amore di sé, chiuso alla trascendenza ( amor sui usque ad contemptum Dei), e l’amore che fa dono di sé e così trova Dio ( amor Dei usque ad contemptum sui). Questo nostro tempo di cambiamento a livello di civiltà non chiede forse una nuova teologia della storia contemporanea e una nuova visione della Chiesa? «Sappiamo dove la Chiesa è, ma non sappiamo dove non è», insegnava il teologo ortodosso Pavel Nikolaevic Evdokimov. Forse quello che l’ultimo Concilio ha detto sulla cattolicità e l’ecumenismo ha bisogno ora di acquisire un contenuto più profondo. È giunto il tempo per un ecumenismo più ampio, per una più audace ricerca di Dio «in tutte le cose». Possiamo naturalmente accettare questa Quaresima di chiese vuote e silenziose semplicemente come una breve misura temporanea che sarà presto dimenticata. Ma possiamo anche sfruttarla come kairós: un momento opportuno per «prendere il largo » e cercare una nuova identità per il cristianesimo in un mondo che cambia radicalmente sotto i nostri occhi. L’attuale pandemia non è certamente l’unica minaccia globale per il nostro mondo, ora e in futuro. Facciamo dell’avvicinarsi della Pasqua una sfida a cercare nuovamente Cristo. Non cerchiamo il Vivente fra i morti. Mettiamo coraggio e tenacia nel cercarlo, e non lasciamoci prendere alla sprovvista se ci appare come uno straniero. Lo riconosceremo dalle sue ferite, dalla sua voce quando ci parlerà intimamente, dallo Spirito che porta la pace e bandisce la paura.

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il commento al vangelo della domenica

la risposta è Gesù: via, verità e vita

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della quinta domenica di pasqua (10 maggio 2020):

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita» (…). Io sono la via, la verità e la vita.

Parole immense, che evadono da tutte le parti. Io sono la via, sono la strada, che è molto di più di una stella polare che indica, pallida e lontana, la direzione. È qualcosa di vicino, solido e affidabile dove posare i piedi; il terreno, battuto dalle orme di chi è passato ed è andato oltre, e che ti assicura che non sei solo. La strada è libertà, nata dal coraggio di uscire e partire, camminando al ritmo umile e tenace del cuore. Gesù non ha detto di essere la meta e il punto di arrivo, ma la strada, il punto di movimento, il viaggio che fa alzare le vite, perché non restino a terra, non si arrendano e vedano che un primo passo è sempre possibile, in qualsiasi situazione si trovino. Alla base della civiltà occidentale la storia e il mito hanno posto due viaggi ispiratori: quello di Ulisse e del suo avventuroso ritorno a Itaca, il cui simbolo è un cerchio; il viaggio di Abramo, che parte per non più ritornare, il cui simbolo è una freccia. Gesù è via che si pone dalla parte della freccia, a significare non il semplice ritorno a casa, ma un viaggio in–finito, verso cieli nuovi e terra nuova, verso un futuro da creare. Io sono la verità: non dice “io conosco” la verità e la insegno; ma “io sono” la verità. Verità è un termine che ha la stessa radice latina di primavera (ver–veris). E vuole indicare la primavera della creatura, vita che germoglia e che mette gemme; una stagione che riempie di fiori e di verde il gelo dei nostri inverni. La verità è ciò che fa fiorire le vite, secondo la prima di tutte le benedizioni: crescete e moltiplicatevi. La verità è Gesù, autore e custode, coltivatore e perfezionatore della vita. La verità sei tu quando, come lui in te, ti prendi cura e custodisci, asciughi una lacrima, ti fermi accanto all’uomo bastonato dai briganti, metti sentori di primavera dentro una esistenza. Io sono la vita. Che è la richiesta più diffusa della Bibbia (Signore, fammi vivere!), è la supplica più gridata da Israele, che è andato a cercare lontano, molto lontano il grido di tutti i disperati della terra e l’ha raccolto nei salmi. La risposta al grido è Gesù: Io sono la vita, che si oppone alla pulsione di morte, alla violenza, all’auto distruttività che nutriamo dentro di noi. Vita è tutto ciò che possiamo mettere sotto questa nome: futuro, amore, casa, festa, riposo, desiderio, pasqua, generazione, abbracci. Il mistero di Dio non è lontano, ma è la strada sottesa ai nostri passi. Se Dio è la vita, allora “c’è della santità nella vita, viviamo la santità del vivere” (Abraham Hescel). Per questo fede e vita, sacro e realtà non si oppongono, ma si incontrano e si baciano, come nei Salmi.

Letture: Atti 6,1–7; Salmo 32; 1 Pietro 2,4–9; Giovanni 14, 1–12)

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il coronavirus ci costringe ad un nuovo e più rispettoso rapporto col territorio

mai più come prima
salviamo il paesaggio 

 da: Adista Documenti n° 18 del 09/05/2020

 

l’epidemia provocata dal nuovo virus SARS-CoV-2, con il suo tragico carico di morti e miseria, serva da insegnamento

lezioni dal coronavirus: la “normalità” di prima non la vuole nessuno

qui di seguito l’appello pubblicato sul sito del forum Salviamo il paesaggio (20/4) in occasione della giornata mondiale della Terra, il 22 aprile, firmato, tra gli altri, da Mario Agostinelli, Marco Bersani, Paolo Cacciari, Alberto Castagnola, Roberto Mancini, Daniela Padoan, Tonino Perna, Gianni Tamino, Guido Viale, Alex Zanotelli

 

La Terra è un macrorganismo vivente in cui tutto si tiene: biologia, ecologia, economia, istituzioni sociali, giuridiche e politiche. La salute di ciascun individuo è interconnessa e dipendente dal buon funzionamento dei cicli vitali del pianeta.

Il susseguirsi di malattie nuove e terribili sempre più frequenti e virulente (Ebola, HIV, influenza suina e aviaria, afta, febbre gialla, dengue, solo per citare le più note) sono la conseguenza della alterazione dei delicati equilibri naturali esistenti tra le differenti specie viventi e i loro relativi habitat. L’abbattimento e gli incendi delle foreste tropicali, il consumo di suolo vergine, lo sfruttamento minerario, la caccia e il consumo di fauna selvatica, la concentrazione di allevamenti animali, l’agricoltura superintensiva, il sovraffollamento urbano e lo spostamento continuo di merci e persone sono le cause primarie dello scatenamento delle pandemie. Come aveva scritto inascoltato un attento osservatore dei microrganismi patogeni: «Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie» (David Quammen, Spillover, 2012).

Non c’è alcun “nemico invisibile”, tantomeno imprevisto e sconosciuto, che ha dichiarato guerra al genere umano. Nessuna “catastrofe naturale” e nessun “castigo di Dio” si sono abbattuti su di noi. Al contrario è il sistema economico dominante che provoca un progressivo deterioramento dei sistemi ecologici, l’estinzione di massa delle specie viventi, il surriscaldamento del clima. Tutto ciò aumenta i rischi e la vulnerabilità e abbassa le difese immunitarie degli individui. La retorica sui sacrifici necessari (a partire da quelli affrontati da medici e infermieri, spesso lasciati senza nemmeno i più elementari dispositivi di protezione individuale) non basta a coprire il tracollo del sistema sanitario.

La sottovalutazione dei fenomeni in atto, l’impreparazione e l’incompetenza delle istituzioni pubbliche ad ogni livello – laddove è prevalso il modello neoliberista – hanno indebolito i presidi socio-sanitari con definanziamenti e privatizzazioni. L’aziendalizzazione dei servizi è andata nella direzione opposta a una medicina di territorio. In particolare in Italia abbiamo dovuto constatare un tasso di letalità eccessivo, troppi contagi registrati tra gli operatori sanitari, insufficienza delle attrezzature, mancanza di scorte di strumenti di protezione, assenza di luoghi dedicati alla quarantena, inadeguatezza dei protocolli diagnostici e terapeutici e la mancanza di un piano di emergenza e prevenzione in caso di malattie epidemiche.

Per mascherare questi fallimenti – quasi fossero inevitabili – molti mass-media, politici e persino dirigenti sanitari hanno scelto di raccontare l’impegno per contenere la pandemia da coronavirus usando una terminologia bellica: “battaglie”, “armi”, “trincee”, “nemico”. Il linguaggio della medicina invece si esprime con parole di cura e di pace, non di guerra. Di salute psicofisica, di sollievo della sofferenza, di rispetto della dignità umana.

Le guerre vere, quelle che servono per accaparrare le terre e le risorse del pianeta, la cui violenza si abbatte sulla parte più debole della popolazione civile, continuano purtroppo a essere finanziate (si pensi alla costruzione dei bombardieri F35 e dei sottomarini U-212), preparate e messe in atto in molte parti del mondo causando distruzioni irreparabili all’ambiente e grandi spostamenti forzati di popolazioni. Ha dichiarato Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU: «La furia del virus mostra la follia della guerra. Per questo chiedo un cessate il fuoco mondiale».

Le ripercussioni del lockdown sull’economia globalizzata porteranno ad una crisi senza precedenti con effetti catastrofici specie nei Paesi più periferici (rimasti senza commesse), nei ceti più poveri (rimasti senza reddito), tra i precari (rimasti senza lavoro), tra le donne madri (rimaste senza reti e servizi), tra le bambine e i bambini. Le pandemie non conoscono differenze di classe, ma si ripercuotono accentuando ancor di più le disuguaglianze e le ingiustizie sociali. Per uscirne non basterà inondare il mondo con una pioggia di denaro “a debito”. Bisognerà che quel denaro serva effettivamente ad avviare una profonda conversione ecologica e solidale degli apparati produttivi e dei comportamenti di consumo.

La salute è un bene comune globale. In quanto esseri umani siamo parte della natura.

Esistiamo gli-uni-con-gli-altri, in reciproca connessione. Ogni componente organica e inorganica, dai microorganismi agli esseri umani, concorre a formare un unico complesso sistema che mantiene le condizioni della vita sulla Terra. Ognuno di noi dipende dall’aria che respira, dai cibi con cui si nutre, dal tipo di energia che usa per muoversi, riscaldarsi e comunicare, dall’organizzazione sociale in cui è inserito. Siamo parte dell’universo biogeo- fisico ed energetico.

Il 2020 è l’anno dedicato dall’Onu alla biodiversità. Secondo l’ultimo Rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, circa il 75% dell’ambiente terrestre e oltre il 60% dell’ambiente marino sono gravemente alterati. In più, come nota il Rapporto: «L’accelerazione dei cambiamenti climatici sarà probabilmente associata a un aumento dei rischi, in particolare per i gruppi vulnerabili». Il 2020 è l’anno della verifica dell’Accordo di Parigi sul clima, ma la Cop 26 prevista a Glasgow è stata rinviata al prossimo anno.

Sono già passati cinque anni dall’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile dell’Onu e molti dei target intermedi fissati al 2020, nell’ambito dei suoi 17 macro obiettivi, sono stati clamorosamente disattesi. Sono passati cinque anni anche dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, ma il suo messaggio per un’ecologia integrale è stato ignorato.

Non possiamo più fingere di non vedere. La normalità del mondo dopo-coronavirus non può essere quella di prima. Tutto e subito deve cambiare direzione, parametri di misura, valori di riferimento. Non vogliamo essere testimoni muti. Mai come oggi è evidente che se volessimo trarre qualche insegnamento dalla tragedia della pandemia dovremmo trasformare alla radice il sistema socioeconomico dominante capitalista, che sta mostrando tutta la sua carica distruttiva e autodistruttiva, nella direzione di una società mondiale giusta e sostenibile.

Speriamo che la giornata della Terra del 22 aprile possa essere il momento di uscita dall’emergenza, di ricongiungimento degli affetti, di abbraccio simbolico dei parenti con i propri cari deceduti, di cordoglio di tutta la comunità, di ringraziamento per quanti si sono assunti rischi enormi nella cura dei malati e, per tutte e tutti, di un nuovo inizio dell’impegno per:

– restituire ai dinamismi naturali almeno il 50% del suolo e delle aree marine; – proteggere e promuovere la biodiversità e il rispetto di tutte le specie viventi; – ridurre da subito le emissioni che alterano il clima;

– fermare immediatamente tutte le guerre in corso, riconvertire le produzioni belliche e liberare risorse per la cura della salute;

– contingentare, tracciare e controllare l’estrazione di materiali vergini dal sottosuolo (combustibili fossili, metalli, altri minerali);

– fermare gli allevamenti intensivi, l’agrobusiness e promuovere l’agricoltura contadina;

– potenziare la ricerca, la prevenzione, la cura e la medicina di comunità;

– applicare sistematicamente il principio di precauzione alle trasformazioni tecnologiche che producono inquinamenti o che manipolano l’autonomia e la riservatezza personale su cui si fonda la democrazia;

– riconoscere la soggettività delle donne, il diritto alla sicurezza anche in famiglia, all’indipendenza economica e all’autodeterminazione nelle scelte riproduttive (unica vera risposta alla crescita della popolazione);

– riconoscere alle comunità locali il potere di decisione sui propri destini e rispettare i saperi e le forme di esistenza delle popolazioni indigene;

– promuovere i beni comuni e le pratiche sociali di gestione comunitaria delle risorse sociali e ambientali di un territorio con modi e forme che garantiscano l’integrazione e la solidarietà tra comunità civili nazionali, continentali e planetarie;

– riconoscere immediatamente i diritti civili e di accesso ai servizi sanitari e al welfare per tutti i cittadini stranieri che si trovano, per qualsiasi motivo, in Italia o in un paese dell’Unione europea;

– anteporre la cura della vita alle leggi del mercato tutelando il lavoro di cura; – garantire le condizioni di lavoro e la sicurezza di tutti i lavoratori e le lavoratrici;

– varare misure urgenti e strutturali per garantire a ogni persona un reddito di base per una vita dignitosa;

– modificare stili di vita, consumi e produzione nel rispetto della Terra e di tutti i suoi abitanti umani e non umani;

– garantire i diritti di tutte le bambine e di tutti i bambini come rappresentanti delle generazioni future.

Questa pandemia ha toccato profondamente le nostre vite.

Poniamo la vita e la cura della vita al centro.

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la vita è un continuo ricominciare – sapremo ricominciare in modo nuovo?

ricominciare diversi da prima

di Enzo Bianchi

in “la Repubblica” del 4 maggio 2020

Sono nato alla fine di un’epoca, quella segnata dal fascismo, mentre cadevano le bombe sulle città del nord Italia; un’epoca a cui ne sarebbe presto seguita un’altra ben diversa, di ricostruzione. Per questo il verbo “ricominciare” è entrato a far parte non solo del mio vocabolario, ma è divenuto un’esigenza della mia vita interiore e sociale.
Ho scoperto presto che Gregorio di Nissa (IV secolo) definiva la vita cristiana un continuo ricominciare: un «andare di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine».

Ricominciare è una dinamica decisiva nella nostra vita. Di più, in questi giorni di passaggio a una nuova fase in rapporto al coronavirus, ricominciare è diventato un imperativo. Va fatto presto, con urgenza, da parte di tutti e di ciascuno. Ma questa fretta e questa voracità di un nuovo tempo mi interrogano, rendendomi diffidente. Non mi pare infatti che tale desiderio sia sorretto da una reale consapevolezza del fatto che ricominciare significa tralasciare comportamenti e stili, reinventarli. Significa impegnarsi nel discernimento di ciò che è nocivo per la nostra convivenza.

L’impressione è che tutti dicano: “Vogliamo ricominciare”, ma in realtà lo identifichino con un ritorno a prima dell’epidemia.
In un mondo malato credevamo di essere sani e, se non abbiamo contratto il virus oppure ne siamo guariti, pensiamo di poter essere sani in un mondo sempre malato. Secondo Enrico Quarantelli e la “sociologia dei disastri”, più grave è la crisi, migliori diventano le persone. Gli esseri umani, sotto l’urto della sventura, mostrano inattese capacità solidali e una certa attenzione al bene comune.

In verità, l’esperienza storica non ci assicura questo esito. Anzi, ci fa constatare che, se da parte di alcuni soggetti coinvolti nella sventura emerge una certa bontà, in altri crescono l’egolatria, la rabbia e la cattiveria sociale. Basterebbe peraltro guardare allo spettacolo fornito da alcuni politici in questi giorni. Nell’ora in cui si dovrebbe sentire il peso della parola “insieme” e si dovrebbe far prevalere la logica del “noi”, continua e anzi peggiora la delegittimazione reciproca. “L’un contro l’altro armati”: questo sembra lo stile assunto in un’ora in cui poveri, anziani e persone fragili sono vittime non solo di un virus ma, ben di più, di un assetto sociale che non tiene conto di loro.

Sono convinto che finché le ragioni economiche saranno più importanti di quelle della fraternità; finché il profitto conterà più delle perdite umane; finché le logiche di bassa politica prevarranno, non ci sarà possibilità di ricominciare. Ricominciare richiede una conversione, un cambiamento. Se non si diventa consapevoli della negatività di certi comportamenti, la corsa a un nuovo inizio rischia di essere uno slogan ingannevole, per indurre a continuare come prima. Lo ha ben espresso in una recente intervista Serge Latouche: «Spero che qualcosa possa cambiare, ma temo che ritorneremo al business as usual ».

fonte: sito di Bose

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