benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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il teologo Tamayo fa il bilancio dei 4 anni di papa Francesco

 

Francesco quattro anni dopo. Economia, ecologia, riforma della Chiesa e patriarcato

Francesco quattro anni dopo

Economia, ecologia, riforma della Chiesa e patriarcato

da: Adista Segni Nuovi n° 13 del 01/04/2017
 

I tempi storici nella Chiesa cattolica sono lunghi, molto lunghi, quasi eterni. La storia sembra indugiare, la tendenza è a dare risposte del passato a domande del presente. I cambiamenti però sono lenti e, quando si producono, hanno un percorso breve e una breve durata. Così è successo con il Concilio Vaticano II (1962-1965), convocato da Giovanni XXIII per riformare la Chiesa che era ancorata al Medioevo. Quella primavera ecclesiale è durata appena un lustro ed è stata seguita da un lungo periodo invernale. Francesco, tuttavia, sembra aver interrotto la stasi del tempo ecclesiastico. Non è passato un lustro dalla sua elezione – il suo pontificato è iniziato il 13 marzo del 2013 – e già si può parlare di vera rivoluzione – incruenta, beninteso – o di cambio di paradigma.

Le priorità del papa argentino distano molto da quelle dei suoi predecessori. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (prima come capo dell’onnipotente Congregazione per la Dottrina della Fede e poi come papa) hanno dato priorità, fino all’ossessione, alla dottrina, alla morale e alla disciplina ecclesiastica. La dottrina è stata formulata dogmaticamente nel Catechismo della Chiesa cattolica con la conseguente condanna delle teologhe e dei teologi che deviano dall’ortodossia. È stato uno dei periodicon maggior numero di sanzioni teologiche del secolo XX.

La disciplina è stata fissata nel “nuovo” Codice di Diritto Canonico con sanzioni e pene per i trasgressori del rigido ordine ecclesiastico (ma non per i pedofili, che in molti casi hanno continuato ad esercitare le loro funzioni pastorali con totale impunità, con un semplice cambio di attività). La morale imposta dai papi non si è retta sull’etica radicale della sequela di Gesù, ma è stata ridotta a “moraluccia” repressiva della sessualità, negatrice delle differenti identità sessuali che non coincidono con la concezione binaria e con la condanna del divorzio, dell’aborto, dell’omosessualità, dei metodi contraccettivi, delle relazioni prematrimoniali, della fecondazione in vitro, ecc.

Le priorità di Francesco vanno in altra direzione e sono l’economia, l’ecologia e la riforma della Chiesa. All’economia ha dedicato l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, secondo me la più severa condanna dell’attuale modello sociale ed economico, che definisce ingiusto alla radice, mentre considera l’iniquità origine dei mali sociali e generatrice di violenza. Evangelii gaudium è in piena sintonia con i movimenti popolari mondiali, con i quali Francesco si è riunito in tre occasioni, identificandosi con le loro rivendicazioni di Terra, Lavoro e Casa (rivendicazioni che Francesco ha riassunto nelle tre T: Tierra, Trabajo y Techo, ndt). A dir la verità, anche Giovanni Paolo II si espresse in modo molto critico nei confronti del neoliberismo nelle sue encicliche sociali.

L’orizzonte etico di Francesco è l’opzione per i poveri, marchio d’identità della Teologia della Liberazione, la solidarietà che decide di devolvere ai poveri quello che è stato loro rubato. L’etica porta a condividere, giacché, secondo Giovanni Crisostomo, «non condividere con i poveri i propri beni equivale a derubarli e a sottrar loro la vita. Non sono nostri i beni che abbiamo, ma loro». Il papa propone come alternativa il «ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano».

Francesco è il primo papa che ha dedicato un’enciclica all’ecologia, con il titolo Laudato si’. Nell’attenzione alla Casa comune, con la critica all’«antropocentrismo dispotico» e alle diverse forme di potere distruttivo della tecnologia tanto della natura come delle relazioni sociali, difende una visione olistica del cosmo del quale gli esseri umani fanno parte, crede necessario armonizzare l’attenzione alla Terra e agli esseri umani, soprattutto i più vulnerabili, colloca alla pari la giustizia economica e la giustizia ecologica e dichiara il diritto della Terra ad essere felice.

La terza priorità nella quale papa Francesco ha posto uno speciale impegno è la riforma della Chiesa. Lo ha fatto dal principio con la sua proposta di una Chiesa povera e dei poveri e lo va esemplificando con il suo stile di vita austero e la sua denuncia delle patologie della Curia, del corpo episcopale e del clero quando deviano dalla testimonianza evangelica. La riforma ecclesiale è in contiguità con l’aggiornamento di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, che contrasta con il modello controriformista e restaurazionista di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

Tuttavia, è nell’ambito della riforma interna della Chiesa cattolica che si stanno producendo le maggiori resistenze e i minori avanzamenti. Le resistenze provengono da vari fronti: dalla Curia e, all’interno di essa, dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dal card. Gerhard Müller, nominato da Benedetto XVI poco prima delle sue dimissioni per assicurare che il deposito della fede rimanesse incolume; da un settore importante dell’episcopato, che resiste a seguire il solco segnato da Francesco; e dai movimenti cristiani neoconservatori, che continuano a rimanere ancorati al paradigma ecclesiale dei papi precedenti.

Lo stesso Francesco, credo, non ci ha indovinato con la creazione di una Commissione di cardinali che lo assistano nella riforma ecclesiale. Sono tutti maschi, membri dell’alto ordine ecclesiale, “principi della Chiesa”. Non ci sono laici – né uomini, né donne -, né teologhe né teologi, né rappresentanti di Comunità ecclesiali di base, né membri di congregazioni religiose. Altro errore è stato nominare membro e coordinatore della suddetta Commissione l’arcivescovo dell’Honduras, card. Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, che appoggiò il colpo di Stato del 28 giugno del 2009 contro il presidente Manuel Zelaya e riconobbe il governo di Roberto Micheletti nato dal golpe. Come può appoggiare la democratizzazione della Chiesa universale una persona che ha contribuito alla defenestrazione di un presidente eletto democraticamente nel suo Paese?

A parte alcune dichiarazioni in favore dell’uguaglianza di uomini e donne e di alcuni tentativi di inserire le donne in posti subalterni, credo che nella Chiesa cattolica si continui a mantenere il patriarcato allo stato puro, cioè come sistema di dominio sulle donne, basato sulla mascolinità sacra («Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio», diceva Mary Daly). (Mary Daly fu filosofa e teologa statunitense femminista, di estrazione cattolica, autrice nel 1968 de La Chiesa e il secondo sesso, ndt). Un patriarcato che si traduce nell’esclusione delle donne dal ministero ecclesiale, dall’accesso diretto al sacro, dalle funzioni direttive, dall’elaborazione della dottrina teologica e morale, e nella negazione dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

La Chiesa cattolica continua ad essere configurata, anche oggi, come una patriarchia. Fino a che non si conformerà come una comunità egualitaria – non clonica – di uomini e donne, ogni tentativo di riforma finirà con un pieno fallimento.

* Juan José Tamayo è direttore della Cattedra di Teologia e Scienze delle Religioni “Ignacio Ellacuría”, Università Carlos III di Madrid

* Foto di Jeffrey Bruno tratta da Wikimedia Commons, licenza e immagine originale

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il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

 

ANDÒ, SI LAVÒ E TORNÒ CHE CI VEDEVA

commento al vangelo della domenica quarta di quaresima (26 marzo 2017) di p. Alberto Maggi:

Gv 9,1-41

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè  ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Il capitolo 9 del vangelo di Giovanni contiene un severo atto di accusa contro la cecità di un’istituzione religiosa, per la quale il bene della dottrina è più importante del bene dell’uomo. Il contesto, Gesù esce, o meglio scappa dal tempio, dopo un tentativo di lapidazione, ma, uscendo dal tempio, incontra le persone che non possono entrare nel tempio, gli esclusi. Leggiamo il capitolo 9 di Giovanni. “…passando vide un uomo cieco dalla nascita”, la cecità non era considerata un’infermità, ma un castigo, una maledizione inviata da Dio per le colpe degli uomini. Per discolpare Dio dei mali, si accusava l’uomo. Perché esiste il male? Perché l’uomo ha commesso un peccato, e il Signore lo castiga. “…e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?»”, quindi che la cecità sia una conseguenza del peccato, era indubbio, il problema era sapere se aveva peccato già l’individuo, o i suoi genitori. Gesù esclude tassativamente alcun rapporto tra il male, il peccato e il castigo divino. Dice: non “ha peccato né lui, né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Gesù continua l’azione creatrice del Padre e, a questo individuo, dopo aver detto che lui è la luce del mondo, “fece del fango con la saliva, lo spalmò sugli occhi”, sono gli stessi gesti che ha fatto il creatore, nella creazione del primo uomo, Gesù continua la sua azione creatrice. Poi lo manda nella piscina di Siloe, questa piscina importante di Gerusalemme, che significa, sottolinea l’evangelista, l’“Inviato”, perché? Andando verso l’inviato, Gesù, che ha detto di sé: sono la luce del mondo, si recupera la vista. Infatti “Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. Ma cominciano i problemi per questo individuo, che non viene riconosciuto, non viene riconosciuto dai vicini, alcuni dicono: è lui, non è lui, ma come fanno a non riconoscerlo? Non è che gli sono cambiati i connotati, prima non aveva la luce degli occhi, ora è tornato a vedere, ha recuperato la vista. Perché non viene riconosciuto? Perché quando si incontra Gesù, si acquista una libertà, una dignità tale che si è come prima, ma si è completamente diversi. E lui, l’ex cieco, risponde non sono io, ma “io sono!”, rivendica per sé il nome divino, il nome esclusivo che, nella Bibbia, è adoperato per Dio, e, nei vangeli, per Gesù. Perché? Come è scritto nel prologo di Giovanni, a quanti lo hanno accolto, a Gesù, ha dato la capacità  di diventare i figli di Dio. Allora incomincia una serie di interrogatori, e, per la prima volta, ben sette volte sarà ripetuto, gli chiedono: ”«In che modo ti sono stati aperti gli occhi?»” È questo il tema di questo brano: aprire gli occhi era un segno della liberazione che il messia avrebbe portato de(a)ll’oppressione del popolo. C’è un cieco che ha recuperato la vista, è una cosa buona, ma il popolo non può avere un’opinione, il popolo deve essere sempre sottomesso a quello che pensa(no) le autorità religiose, sono loro che gli dicono se è bene e male, o no. Allora lo portano  dai farisei, leader spirituali del popolo, quello che era stato cieco, ed ecco il problema qual era: era un sabato. Di sabato bisogna osservare quello che è considerato il comandamento più importante, c’è una serie di lavori, ben 1521 azioni che sono proibite e, tra queste, c’è fare del fango e curare gli ammalati, quindi qui c’è stata una trasgressione, una violazione del sabato. E i farisei di nuovo gli chiedono come ha recuperato la vista, e danno una sentenza: “quest’uomo”, Gesù, “non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. Per loro venire o no da Dio, dipende dall’osservanza o meno della legge. Per Gesù venire o no da Dio, invece, dipenderà dall’atteggiamento che si ha nei confronti dell’uomo, ma, per loro, l’unico criterio di giudizio è l’osservanza della legge. Però c’è dissenso, altri gli chiedono: ma come può un peccatore compiere qualcosa del genere? Lo chiedono di nuovo al cieco, e qui c’è l’ironia dell’evangelista, i farisei ambivano al titolo di guide dei ciechi, e sono ciechi, invece quello che era stato cieco, ora ha riacquistato la vista, lui dice “è un profeta”, loro hanno detto “non viene da Dio”, lui dice è un profeta, quindi viene da Dio. Entrano in campo le massime autorità  religiose, i Giudei, che in questo vangelo non indica(no) con questo termine il popolo, ma i capi religiosi, che non vogliono credere che fosse stato cieco. Per difendere la loro dottrina, negano l’evidenza: le autorità religiose, di fronte ai nuovi avvenimenti della vita, non avendo risposte da dare, si intrecciano nell’assolutismo della loro dottrina, negano l’evidenza, pur di non trovare contraddizioni nella loro dottrina, e lo intimidiscono. Intimidiscono i genitori con un interrogatorio, nel quale mettono in dubbio che sia loro figlio, che sia nato cieco, e i genitori rispondono in una maniera, che sembra codarda: noi non lo sappiamo, lui c’ha la sua età, chiedetelo a lui. Perché rispondono così? Lo dice l’evangelista: “questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei”, i capi religiosi, che “avevano già  stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come il Cristo, venisse  espulso dalla sinagoga”. Essere espulsi dalla sinagoga non significa essere cacciati da un luogo di culto, il che non sarebbe poi un gran danno, ma significava l’esclusione dalla vita civile, dalla vita sociale. Con gli espulsi dalla sinagoga occorreva tenere una distanza di ben 2 metri, non si poteva né comprare, né vendere nulla, e quindi era la morte civile. “Di nuovo chiamarono l’uomo”, che, da  miracolato, passa ad imputato, e gli dissero: “dà gloria a Dio!”, questa è una formula, un’espressione che significa riconoscere, confessa la verità, anche se viene a tuo svantaggio, a tuo scapito. E la sentenza. Mentre i farisei erano divisi tra chi diceva che era un peccatore e chi diceva ma come fa un peccatore, loro non hanno dubbi: le autorità  religiose non hanno mai dubbi, per loro è tutto chiaro: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”, ed ecco qui entra tutta l’ironia dell’ex cieco, che risponde praticamente dicendo: sentite, io di teologia non so niente, io parlo della mia esperienza, e infatti dice “se sia un peccatore non lo so”, questo è affare vostro se sia un peccatore o meno, “una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo”, lui parla in base alla propria esperienza, voi dite che è un peccatore, a me non interessa, la mia esperienza dice che per me questo è positivo. L’evangelista qui sta dicendo che il primato della coscienza è il più importante di qualunque dottrina, fosse pure una legge divina: il bene e il male lo decide l’uomo in base alla propria esperienza, non in base a una dottrina, che decreta quello che è bene o quello che è male. Quindi lui dice: io in campo teologico non mi ci metto, parlo della mia esperienza. E di nuovo, per la quinta volta, per ben sette volte gli chiederanno “come ti ha aperto gli occhi?”, è questa la preoccupazione delle autorità  religiose, perché se il popolo apre gli occhi, per loro è finita, è la fine di tutto. E, sempre con ironia, quello che era stato cieco, chiede: “ma volete diventare discepoli anche voi?”. Quando le autorità religiose non sanno come rispondere, come ribattere, passano alla violenza, violenza verbale prima, e, se possibile, anche quella fisica, “lo insultarono”, dice tu sarai il discepolo, noi siamo i discepoli di Mosè, loro non seguono Gesù vivente, ma un morto, Mosè, “noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio”, e, poi, con un termine dispregiativo – nei vangeli i capi, i farisei non nomineranno mai Gesù, ma sempre useranno questa espressione – “questo non sappiamo di dove sia”.
E qui entra il buon senso dell’ex cieco nato: il buon senso della gente è più vero e più importante dei valori della dottrina, e lui fa un ragionamento molto semplice: ma non si è mai sentito dire che un cieco nato abbia recuperato la vista, se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla. È talmente chiaro, come fanno le autorità religiose a non comprendere questo? Non sapendo come controbattere, gli replicano con violenza: “sei nato tutto nei peccati e insegni a noi”, loro non desiderano apprendere, loro sono quelli che insegnano, “e lo cacciarono fuori”. Il povero ex cieco nato dovrebbe tornare ad essere cieco, per dare loro ragione. Aver riacquistato la vista è un male, perché questa vista l’ha riacquistata attraverso un peccatore. Ma, cacciato dalla religione, non è un danno, perché trova la fede, trova Gesù che lo accoglie, lui dà adesione a Gesù, e il brano termina con una sentenza molto severa di Gesù ai farisei, che ambivano al titolo di guide dei ciechi. Gesù dice loro: “«Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane»”. Qual è la cecità? Quando si mette il bene della dottrina della legge al primo posto, prima ancora del bene degli uomini, questa è la cecità che impedisce di leggere gli avvenimenti della storia.

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riformulare l’evento cristiano oltre il linguaggio mitico

 

oltre il mito

per una nuova interpretazione del messaggio cristiano

una riflessione di

Andrés Torres Queiruga 

 
da: Adista Documenti n° 12 del 25/03/2017
 
 Non è sicuramente un problema nuovo quello legato alla necessità di tradurre il messaggio cristiano in un linguaggio che possa ancora risultare comprensibile all’uomo e alla donna contemporanei: già nel 1948, infatti, il grande esegeta cristiano Rudolf Bultmann richiamava  l’attenzione sull’urgenza di avviare quella che egli chiamava la «demitizzazione» della fede cristiana, evidenziando come il linguaggio mitico dei Vangeli risultasse ormai anacronistico nel mondo moderno.

Una questione che oggi, in piena età postmoderna, si è fatta ancor più pressante, come emerge, in particolare, dalla ricerca di teologi come il vescovo episcopaliano John Shelby Spong, con la sua rilettura post-teista del cristianesimo (oltre, cioè, il concetto di Dio come un essere onnipotente che dimora al di fuori e al di sopra di questo mondo e che da “lassù” interviene nelle questioni umane) o come il gesuita belga Roger Lenaers, con la sua proposta di riformulazione della fede nel linguaggio della modernità, o come il teologo clarettiano José María Vigil, con la sua riflessione sulla necessità di elaborare, a fronte delle rivoluzionarie trasformazioni epistemologiche in atto, nuovi paradigmi teologici (da quello pluralista a quello ecologico, da quello post-religionale a quello archeologico-biblico).

Ma è del resto una parte sempre più rilevante del mondo teologico (e non solo) ad avvertire la serietà della sfida, sottolineando l’importanza di una revisione di ogni aspetto del catechismo cattolico (a cominciare dalla liturgia; v. Adista Documenti n. 8/2017) sulla base di nuove idee e di nuove parole. Una sfida assai presente, per esempio, nella ricerca teologica dello spagnolo André Torres Queiruga –  già autore di importanti studi sulla necessità di ripensare la santità (v. Adista Documenti n. 33/2013), la Provvidenza (v. Adista Documenti n. 35/2013) e la Teodicea (v. Adista Documenti n. 31/2016) -, il quale proprio sul tema della demitizzazione del linguaggio religioso come conseguenza della profonda mutazione culturale in atto si sofferma in un articolo apparso in gallego sul numero 198 della rivista Encrucillada (maggio-giugno 2016) e in castigliano sul portale teologico latinoamericano Koinonía (febbraio 2017).

di seguito, in  traduzione dal castigliano, ampi stralci del suo articolo:

il linguaggio religioso

demitizzazione e cambiamento culturale

 
da: Adista Documenti n° 12 del 25/03/2017

 

1. L’ALLARME DELLA “DEMITIZZAZIONE”

1.1 La necessità del cambiamento

«Non si può usare la luce elettrica e l’apparecchiatura radio, o ricorrere ai moderni mezzi clinici e medici in caso di malattia, e allo stesso tempo credere nel mondo degli spiriti e dei miracoli del Nuovo Testamento» (Rudolf Bultmann, Neues Testament und Mythologie).

Questa frase, che impressiona per la sua efficacia, non è stata scritta ieri da un esponente del nuovo ateismo, ma ormai parecchi anni fa, nel 1948, da uno dei grandi esegeti cristiani, il tedesco Rudolf Bultmann. E non la scrisse per attaccare la fede cristiana, ma per difenderne la validità, benché, questo sì, invocando una necessaria e urgente attualizzazione nel modo di comprenderla e di annunciarla. Che è quello che egli chiamò il problema della “demitizzazione”. Non è importante essere d’accordo su tutto ciò che dice Bultmann, troppo condizionato da un forte radicalismo esegetico e da un chiaro riduzionismo teologico (…), per  comprendere la serietà della sfida e la correttezza della sua messa in guardia.

Nell’acuto e profondo prologo alla traduzione francese del piccolo e influente libro di Bultmann su Gesù, Paul Ricoeur ne evidenziò assai bene i limiti, ma anche i meriti irrinunciabili, operando una distinzione, tanto ovvia quanto fondamentale, tra due livelli. Quando la lettura invade i dominii della scienza, conferendo valore di soluzione scientifica alla cosmologia primitiva della cultura biblica – la «concezione di un mondo stratificato su tre piani, cielo, terra, inferno, popolato da poteri soprannaturali che discendono qui in basso da lassù» –, il mito deve essere «puramente e semplicemente eliminato» (“Préface à Bultmann”, in Le conflit des interprétations, Parigi, 1969). Ma il mito è «qualcosa di diverso da una spiegazione del mondo, della storia e del destino; esprime, in termini di mondo, o piuttosto di ultra-mondo o secondo mondo, la comprensione che l’essere umano ha di se stesso in relazione al fondamento e al limite della sua esistenza». Per questo, dinanzi al mito, ciò di cui veramente deve trattarsi è di interpretarne l’intenzione genuina, eliminando le spiegazioni oggettivanti e guardando invece a cosa esso rivela riguardo al significato ultimo dell’esistenza.

Di fronte allora al rivestimento mitico con cui a volte viene presentato il messaggio del Nuovo Testamento, è necessario prendere in seria considerazione la necessità di una traduzione che vada al fondo di ciò che lì ci viene rivelato. Nulla sarebbe più lontano da questo di una banalizzazione che, senza uno studio serio né una meditazione profonda, si fermasse a un livello superficiale, non importa se disprezzando tutto e gettando il bambino con l’acqua sporca, o con un accomodamento puramente formale, fino al limite espresso da un aneddoto che ho già avuto occasione di raccontare: una volta ho ascoltato per caso un conduttore radiofonico che, allo scopo di “modernizzare” il messaggio dell’Ascensione, ha avuto la brillante idea di descrivere Cristo come “il divino astronauta”.

1.2 La serietà della sfida

Dinanzi a espressioni come questa, allorché si cade in una certa e irrimediabile sensazione di ridicolo, sorge subito il sospetto che si stia di fronte a un problema molto grave. L’esempio dimostra, in effetti, come l’urgenza della reinterpretazione nella comprensione e nell’espressione della fede sia legata all’enorme cambiamento culturale che, a partire dall’avvento della Modernità, ha scosso le radici più profonde del pensiero e dell’espressione dell’esperienza cristiana.

Perché risulta evidente che la descrizione neotestamentaria non si adatta alla nuova visione di un mondo che non ha un sopra né un sotto, che non presenta una dimensione terrena (imperfetta, mutevole e  corrotta) opposta a una dimensione sovralunare o celestiale (incontaminata, circolare, perfetta e divina). Per questo, tentare, come nell’aneddoto, di forzare l’adattamento mediante una superficiale rivisitazione linguistica appare un’assurdità; e, quel che è peggio, conferma l’accusa, così estesa, di chi ritiene che la religione appartenga irrimediabilmente a una mitologia passata.

E, una volta messi in guardia, basta un semplice sguardo per comprendere che non si tratta di un caso isolato, ma che il problema investe profondamente il quadro stesso delle formulazioni in cui trovano espressione le grandi verità della nostra fede. Chi è che, di fronte ai dati offerti dalla storia umana e dall’evoluzione biologica, potrebbe oggi pensare all’origine dell’umanità a partire da una coppia perfetta, in un paradiso senza belve feroci e senza fame, senza malattie e senza morte? Più grave ancora: chi è che, non essendo in grado, come qualsiasi persona normale, di colpire un bambino per punire l’offesa di suo padre, potrebbe credere in un “dio” capace di castigare per millenni miliardi di uomini e donne solo perché i  loro “primi antenati” non hanno obbedito al suo ordine mangiando il frutto proibito?

Potrebbe sembrare una caricatura, e in realtà lo è; ma tutti sappiamo che fantasmi uguali o simili popolano in maniera assai efficace l’immaginario religioso della nostra cultura. E l’enumerazione potrebbe continuare rispetto a questioni anche più gravi. Così, per esempio, si continua a parlare con troppa facilità di un “dio” che punirebbe per tutta l’eternità e con tormenti infiniti colpe di esseri tanto piccoli e fragili, come, in definitiva, siamo tutti noi esseri umani. O che ha preteso la morte di suo Figlio per concedere il perdono dei nostri peccati; un tema a proposito del quale grandi teologi, da Karl Barth a Jürgen Moltmann e Hans Urs von Balthasar, non esitano a pronunciare affermazioni che ricordano eccessivamente quelle teologie e quella predicazione che parlavano della croce come del castigo con cui Dio ha scaricato su Gesù la sua “ira” verso di noi…

Sappiamo bene che sotto queste espressioni palpita una profonda esperienza religiosa e anche che, con sforzo e buona volontà, risulta possibile arrivare a intenderle in maniera più o meno corretta. Però sarebbe pastoralmente e teologicamente suicida chiudere gli occhi sul fatto che il messaggio che arriva veramente alla gente normale è quello suggerito dal significato diretto di queste espressioni, considerando che le parole assumono il loro significato all’interno del contesto culturale in cui vengono pronunciate e ricevute.

D’altro canto, il rischio è di incorrere in quello che giustamente qualcuno ha definito “tradimento semantico” (P. Fernández Castelao), finendo per rendere inutile e anche contraddittorio il ricorso a procedimenti ermeneutici, artifici oratori o raffinatezze teologiche per ottenere una significatività attuale, pretendendo allo stesso tempo di conservare parole ed espressioni che sono debitrici del contesto precedente. Come per quelle dighe la cui struttura ha ceduto ormai alla pressione della piena, i muri di contenimento e i rimedi provvisori sono incapaci di arrestare l’emorragia di senso provocata dalle numerose e crescenti rotture del contesto tradizionale. Per cui o si rinnova la struttura, o il risultato potrà essere solamente lo straripamento e la catastrofe.

Come già evidenziato, sarebbe un peccato che, per colpa di certe esagerazioni da parte di Bultmann e di certi lambiccamenti teologici di molti critici, si ignorasse il suo grido di allarme. Teniamo presente che, per quanto il libro di Giosuè possa ripeterlo, nessuno di noi può oggi credere che il sole si muova intorno alla terra e, se accanto a noi qualcuno cadesse per terra per un attacco epilettico, non potremmo credere che la causa sia stato un demonio, per quanto così si pensasse al tempo di Gesù, o, addirittura, per quanto così lo dicesse, dal punto di vista culturale, naturalmente, lo stesso Gesù.

Affermare questo non implica in nessun modo negare il contenuto religioso né il valore simbolico (Bultmann parlava di “significato esistenziale”) di queste narrazioni. Quello che si mette in discussione non è il significato, ma l’adeguatezza di quelle espressioni per veicolarlo nel nuovo contesto.

Diciamolo con un esempio concreto: la creazione dell’essere umano nel secondo capitolo della Genesi continua a conservare tutto il suo valore religioso e tutta la sua forza esistenziale per una lettura che cerchi di cogliervi la relazione unica, intima e amorevole di Dio con l’uomo e con la donna, diversa da quella mantenuta con le altre creature. Ma, per farlo, risulta indispensabile andare oltre la lettera di quelle espressioni. Al contrario, se insistiamo a voler leggere in quei testi, di evidente carattere mitico, una spiegazione scientifica del funzionamento reale del processo evolutivo della vita, tutto si traduce in uno sproposito. Di fatto, sappiamo molto bene che, per quasi un secolo, in questo caso concreto, la fedeltà alla lettera è diventata una terribile fabbrica di ateismo, trasformando in realtà l’avvertimento paolino che «la lettera uccide, lo Spirito dà vita» (2 Cor 3,6).

2. LA MODERNITÀ COME CAMBIAMENTO  DI PARADIGMA CULTURALE

Ridurre tuttavia il problema alla demitizzazione significherebbe minimizzarlo, in quanto tale questione si inscrive nel processo più ampio e profondo di cambiamento di paradigma culturale, che, investendo l’insieme della cultura, modifica profondamente la funzione del linguaggio. Risulta ovvio che ciò porta con sé l’urgenza di un rimodellamento e di una ri-traduzione dell’insieme di concetti ed espressioni in cui culturalmente si incarna la fede.

2.1 La profondità e la trascendenza della mutazione culturale

L’affermazione precedente è grave e impegnativa. Non è possibile ignorare il fatto che prenderla sul serio implica per il cristianesimo una riconfigurazione profonda – molte volte scomoda e persino dolorosa – delle abitudini mentali, degli usi linguistici e dei modelli di devozione. Basti pensare a un dato semplice ed evidente: l’immensa maggioranza dei concetti e buona parte delle espressioni in cui è stata verbalizzata la fede – nella devozione e nella liturgia, nella predicazione e nella teologia – appartengono al contesto culturale precedente all’Illuminismo. Affondano pertanto le loro radici vitali nel mondo biblico, sono stati riconfigurati culturalmente durante i primi cinque o sei secoli della nostra era e hanno ricevuto la loro formulazione più stabile nel corso del Medioevo. Successivamente ci sono state, certamente, delle attualizzazioni, ma – soprattutto nel cattolicesimo, a causa del maggiore controllo magisteriale – hanno avuto in generale un marcato carattere restaurazionista (la neo-scolastica del Barocco e del XIX secolo, il neo-tomismo e la reazione antimodernista).

La situazione si è ulteriormente aggravata per il fatto che il cambiamento moderno non si è prodotto nell’evoluzione pacifica data da un avanzamento lineare, bensì come una transizione violenta. La caduta della cosmovisione antica ha generato in molti la sensazione di essere stati ingannati, la convinzione che fosse necessario ricostruire tutto di nuovo. Le reazioni sono state molte volte senza dubbio eccessive, ma hanno indicato un compito ineludibile: la cultura, e per ciò stesso la religione, nella misura in cui era solidale con essa, non potevano continuare a parlare lo stesso linguaggio. Non era possibile andare avanti né con la lettura letteralista della Bibbia né con la concezione astorica del dogma.

Per la teologia, il compito appariva così immenso che non possono sorprendere le reazioni difensive e lo stile maggioritariamente restaurazionista. Il risultato è stato un chiaro ritardo storico, che rende più grave la situazione. Per fortuna, il Vaticano II, proclamando l’urgenza dell’aggiornamento, ha riconosciuto la necessità di un rinnovamento e aperto ufficialmente le porte per metterlo in pratica. Ciononostante, il peso delle difficoltà si è fatto sentire, e la paura del nuovo ha frenato molte iniziative. Fortunatamente, benché a breve o medio termine non ci si possano ancora attendere soluzioni sufficientemente soddisfacenti, il nuovo pontificato di Francesco riprende con vigore evangelico la feconda semina del Concilio. Se fino ad allora poco si parlava di inverno ecclesiale, tutto indica che, come per il fico del Vangelo, si annuncia una nuova primavera.

2.2 La possibilità di cambiamento

Per questo oggi apparirebbe fuori luogo un atteggiamento rassegnato e pessimista. Quando da una certa prospettiva si pensa ai profondi cambiamenti avvenuti soprattutto a partire dal Concilio, se si fa attenzione ai processi di fondo che si vanno delineando nella vita ecclesiale e si tocca con mano l’accoglienza cordiale e colma di speranza suscitata dal nuovo papa, non risulta difficile cogliere passi avanti di grande rilevanza. Resta molto da fare, certamente, ma la percezione profonda di questa mutazione fondamentale e la necessità di portarla avanti rappresentano già un elemento forte nell’ambiente generale.

Le resistenze sono notevoli, anche da parte di personalità ecclesiastiche, che invece dovrebbero essere le prime a puntare al rinnovamento. Ma lo stesso sconcerto che produce la loro mancanza di coerenza – considerando la loro rigida fedeltà al magistero papale quando tutto sembrava scorrere in sintonia con la loro ideologia religiosa – e, d’altro lato, la mobilitazione ecclesiale che si sta generando negli ambienti più sani del cristianesimo indicano come tali resistenze abbiano perso protagonismo e remino contro il vento dello Spirito. Anche in questo caso si realizza il principio enunciato da Hölderlin secondo cui «dove è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza». Per due ragioni fondamentali: perché la percezione di uno scompenso obbliga alla chiarezza e perché la nuova situazione porta con sé possibilità specifiche che solo a partire da essa diventano percepibili e realizzabili.

L’entità del cambiamento, in effetti, consente di vedere meglio la struttura del problema: è esattamente la stessa mutazione culturale che ci impedisce di prendere alla lettera il racconto dell’Ascensione quella che ci consente di liberare dalla sua schiavitù letterale il significato permanente dato dal suo senso profondo. L’impossibilità di leggere il racconto come un’ascensione materiale ci lascia liberi di ricercare il suo intento autenticamente religioso.

Operazione non facile né semplice, certamente, dal momento che tra la forma e il contenuto non esiste una relazione estrinseca, neppure come quella che si dà tra il corpo e il vestito. Il significato non esiste mai nudo, “in uno stato puro”, ma è sempre tradotto in una forma concreta: non vedere l’Ascensione come una salita al cielo significa necessariamente leggerla già nel quadro di un’altra interpretazione. Ciononostante, la distinzione risulta possibile, ed è molto importante comprenderla e affermarla, in quanto è unicamente da qui che nasce la legittimità del cambiamento e la libertà per intraprenderlo.

Vale la pena chiarirlo con un esempio, prendendo come riferimento l’acqua e la sua figura (non la sua formula), al posto del corpo e del suo vestito. Non esiste mai la possibilità di avere la figura dell’acqua “allo stato puro”: avrà sempre la forma del recipiente – bicchiere o bottiglia, brocca o catino – che la contiene. Se non ci piace una figura, possiamo cambiarla, ma solo a condizione di sostituirla con un’altra: quella imposta dal nuovo recipiente. Tuttavia, distinguiamo con facilità l’acqua dalle sue figure; e comprendiamo che si può cambiare recipiente senza che con ciò si debba cambiare l’identità dell’acqua. Certamente, in ogni travaso esiste sempre il rischio di perdite e di fuoriuscite, ma, se non vogliamo che l’acqua ristagni e si rovini, l’alternativa non è quella di conservarla sempre nello stesso posto, ma di fare attenzione che il travaso avvenga senza perdere nulla del contenuto del recipiente.

Con le limitazioni proprie di ogni esempio, qualcosa di simile succede con la fede e con le sue espressioni. La fede non esiste mai allo stato puro, ma sempre all’interno di un’interpretazione determinata. Tuttavia, se deve vivere nella storia, non può ristagnare in un tempo determinato, ma deve attraversarli tutti, adattandosi alle loro necessità e approfittando delle loro possibilità. Il che implica al tempo stesso libertà e modestia. Modestia, perché appare chiaro che nessuna epoca può pretendere che la propria interpretazione sia unica o definitiva, e neppure la migliore: le nostre attualizzazioni sono sempre provvisorie. Ma anche libertà, perché, proprio per questo, ogni epoca ha il diritto alla propria interpretazione. Esattamente perché la fede vuole essere “acqua viva”, la migliore maniera di conservarla non è richiuderla in un deposito morto, bensì costruire – con affetto e rispetto, perché nulla si perda, ma anche con coraggio e creatività, perché non ristagni e non si corrompa – canali sempre nuovi attraverso cui possa scorrere, fecondando i tempi e le culture.

2.3 I cammini del cambiamento

La questione è così seria da rompere di per sé la sacralizzazione di qualunque configurazione della fede, compresa quella iniziale, per non parlare di quella medievale. Neppure nella Scrittura possiamo incontrare l’esperienza cristiana allo stato puro, bensì la vediamo già tradotta negli schemi culturali del suo tempo e nelle “teologie” dei diversi autori o comunità: lo stesso Gesù parlava e pensava all’interno del suo quadro temporale, che non è né può essere il nostro. In effetti, l’inevitabilità di questo fatto si è fatta notare, in maniera francamente impressionante, già nelle stesse origini. Perché, quando ci si ferma un po’ a riflettere, non risulta difficile comprendere l’entità della trasformazione che ha comportato la traduzione non solo nella lingua, ma anche nella cultura greca, carica di intellettualismo filosofico, del messaggio evangelico, formulato in aramaico e sorto all’interno di una mentalità simbolica e decisamente funzionale.

Nell’attualità, la rivoluzione esegetica, superando la prigione fondamentalista del letteralismo biblico e il rinnovamento patristico, mostrando la storicità del dogma e gli ampi margini di legittimo pluralismo teologico, ha rivelato in maniera irreversibile l’apertura intrinseca della comprensione della fede. Quel che è certo è che, malgrado le profonde resistenze restaurazioniste, si sono aperte grandi possibilità non soltanto per la rottura di schemi obsoleti, ma anche per la ricerca di nuove formule ed espressioni. La fioritura della teologia che è seguita al Concilio, imprevedibile e quasi inimmaginabile appena poco tempo prima, indica come la fecondità della Parola resti viva e in grado di fecondare il futuro.

Inizialmente, il cambiamento richiesto dalla nuova cultura non è risultato, né poteva risultare, facile. Di fatto, ha provocato una delle crisi più gravi nella storia del cristianesimo. Affrontarla ha comportato, malgrado resistenze, fastidi e repressioni, un coraggio di tale portata da indurre Paul Tillich, sulla scia di Albert Schweitzer, ad affermare che «forse nel corso della storia umana nessun’altra religione ha avuto la stessa audacia né ha assunto simili rischi». Per questo, non celebreremo mai abbastanza l’aria fresca entrata grazie al Concilio nella Chiesa. E non c’è nessun ringraziamento migliore che quello di portare avanti l’impresa, cercando di condurla alla sua piena realizzazione. Quello che in definitiva ci viene chiesto, per stretta fedeltà al dinamismo della fede, è lavorare alla ricerca di un’interpretazione e del suo relativo linguaggio che, rompendo modelli culturali che non sono più i nostri, rendano trasparente il significato originario per gli uomini e le donne di oggi.

La nuova situazione non si limita a fare luce sul problema, ma offre anche nuove possibilità per affrontarlo. La stessa coscienza della necessità del cambiamento presuppone già un enorme passo avanti, in quanto invoca l’utilizzo di tutte le risorse dell’ermeneutica moderna. Non per niente ci troviamo nell’“età ermeneutica” della teologia (cfr J. Greisch, L’âge herméneutique de la raison, Parigi, 1985; C. Geffré, El cristianismo ante el riesgo de la interpretación. Ensayos de hermenéutica teológica, Madrid, 1984) e non come risorsa occasionale, bensì per profonda convinzione, considerando che l’esperienza religiosa, proprio per la difficoltà che offre la trascendenza dei suoi riferimenti, chiede di approfondire al massimo l’esercizio dell’interpretazione. (…).

La nuova cultura non offre soltanto lo strumento formale dell’ermeneutica, come mezzo per l’interpretazione rinnovata di quanto è stato ricevuto. Offre ugualmente qualcosa di forse ancora più importante: aprendo campi inediti alla comprensione umana, amplia lo spazio dell’intellectus fidei (la comprensione della fede) e aumenta le risorse per esprimerlo e per renderlo accessibile alla sensibilità attuale.

Pensiamo, per esempio, alle brecce aperte da teologie come quelle della speranza, della politica e della liberazione, grazie al fatto che hanno saputo approfittare dei mezzi offerti dall’analisi sociale. E, in un altro senso, vale la pena valorizzare anche il contributo derivante dalla scienza psicologica: il fatto che molte volte il suo ingresso risulti conflittuale, come nel caso di Jacques Pohier o di Eugen Drewermann, non toglie validità alla constatazione, ma piuttosto la conferma, in quanto mostra di toccare punti sensibili e decisamente reali. È a partire da qui che può ricevere aiuti fecondi e purificatori un campo così sensibile e importante come quello della morale, che, sempre più cosciente della sua autonomia, ha davanti a sé l’urgente e delicato compito di chiarire la sua vera relazione con la teologia e, in definitiva, con la religione.

In generale, è importante imparare a valorizzare sempre più il fatto che l’autentico progresso culturale, lungi dal costituire una minaccia per la fede, rappresenti un forte arricchimento. Di fatto, la storia recente mostra chiaramente come un’alleanza critica con quella parte della cultura impegnata a perseguire l’autenticamente umano (e per ciò stesso “divino”) sia sempre stata benefica per le Chiese: si pensi, per esempio, alla tolleranza, alla democrazia o alla giustizia sociale.

In una parola, se dinanzi alla questione strutturale del linguaggio religioso bisogna perseguirne il rinnovamento attingendo soprattutto alle profonde risorse della tradizione biblica, del dialogo delle religioni e dell’esperienza religiosa e anche mistica, per quel che riguarda la sfida culturale è principalmente delle scienze umane che bisogna approfittare. E non c’è dubbio che un’apertura generosa e un utilizzo al tempo stesso critico e coraggioso offrano ricche possibilità per affrontare il difficile ma irrinunciabile compito di una ri-traduzione del cristianesimo come quella che richiede la nostra situazione culturale.

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necessità di silenzio – la nostra tragica assenza di silenzio

l’incapacità di stare in silenzio nel tempo del caos e del rumore

di Fabrizio D’Esposito
in “il Fatto Quotidiano” del 20 marzo 2017

Il 17 marzo scorso, terzo venerdì di Quaresima, cioè del periodo cristiano che precede la Pasqua di Resurrezione, papa Bergoglio si è confessato come un comune credente durante la tradizionale liturgia penitenziale nella basilica di San Pietro, intitolata “Ventiquattro ore per il Signore”. Come ha però notato Vatican Insider, il sito “vaticanista” della Stampa, il pontefice ha rinunciato a pronunciare un’omelia, rispetto alle passate Quaresime. Francesco è rimasto volutamente in silenzio “in un momento di tanti e continui rumori”. Un silenzio per Dio, un silenzio spirituale nel segno della Misericordia. Già, il silenzio. Non solo in chiave religiosa. Viene in mente la battuta finale del felliniano La voce della luna, tratto dal Poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni, protagonisti Roberto Benigni e Paolo Villaggio. È quando Benigni alias Ivo Salvini dice: “Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”. In questi giorni, per Einaudi, è uscito Il silenzio di Erling Kagge (112 pagine, 12), venduto in venti Paesi. Norvegese di Oslo, Kagge è un esploratore solitario che ha cercato il silenzio in tre posti remotissimi: il Polo Sud, il Polo Nord, una cima dell’Everest. Kagge descrive la sua esperienza di silenzio laico: “Il silenzio arricchisce di suo. Possiede questa qualità intrinseca, esclusiva e preziosissima. È una chiave che ci consente di accedere a nuovi modi di pensare. Per me il silenzio non è un abbandono, non è qualcosa di spirituale, bensì uno strumento pratico per arricchire la vita”. Solo che viviamo un tempo di caos, di rumore senza sosta, soprattutto a causa dell’innovazione tecnologica. Qui, Kagge, declina la celebre frase di Blaise Pascal: “La disgrazia degli uomini proviene dal non saper starsene tranquilli in una camera”. È l’incapacità non solo di stare in solitudine ma di non riuscire a sopportare il silenzio. L’esploratore scandinavo cita i risultati di un’inquietante ricerca universitaria della Virginia e di Harvard: in pochissimi, tra i 18 e i 77 anni, sono stati capaci di rimanere chiusi in una camera dai 6 ai 15 minuti, senza aver accesso a uno smartphone. È la tragica assenza del silenzio.

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un’altra narrazione di Francesco d’Assisi

“Francesco d’Assisi la storia negata”

recensione di Aldo Pintor

Ringraziamo la Casa Editrice Laterza perchè in questi giorni ha fatto uscire il prezioso lavoro della storica
Chiara Mercuri “Francesco D’Assisi la storia negata” (pp. 216, € 16,99)
che con una ricostruzione storica accurata ricostruisce le testimonianze dei primi compagni di Francesco d’Assisi circa questo Santo. Testimonianze che furono trascurate se non nascoste per secoli da cui esce un ritratto potente del Santo che contiene tutta l’originalità di questo grande uomo nel praticare il Vangelo. 
E dopo aver letto il libro l’immagine che avremo di Francesco sarà molto diversa da quella agiografica e sdolcinata che troppo spesso ci è stata proposta. E’ noto il legame che i primi compagni che lo seguirono ebbero con l’Assisiate. Essi stessi si definivano in latino Nos qui con ei fumus (noi che siamo stati con lui). Eppure la vicenda di San Francesco così come quella degli ordini religiosi da lui scaturiti ha subito nel tempo una mole notevolissima di interpretazioni e ricostruzioni completamente differenti tra loro. Il paziente lavoro di Chiara Mercuri ricostruisce il ritratto di questo Santo che ha fatto sognare anche persone molto distanti dalla Chiesa. Da buona storica l’autrice ci racconta anche la città che lo ha visto nascere crescere e ardere di inconsapevolezza. Dopo la morte di Francesco Bonaventura da Bagnoregio ha ordinato la distruzione di documenti dei suoi primi compagni e Chiara Mercuri in questo libro ce li mette a disposizione. I giovani che udirono il suo richiamo e lo raggiunsero alla Porziuncola e a Rivotorto, la gente di Assisi la mole del Subasio che sovrasta Assisi, i fiori della splendida primavera umbra compaiono nelle pagine della nostra storica per resituirci un’immagine di un uomo di carne e di sangue e il contesto in cui Francesco ha vissuto e operato. Certo che tanta risolutezza nel seguire il Vangelo alla lettera è sempre stata scomoda per farisei e sommi sacerdoti di tutti i tempi. La radicalità di Francesco venne combattuta nei secoli successivi creandone un’immagine che falsava la realtà. Bellissimo il ritratto di Chiara d’Assisi che troviamo in queste pagine che fu talmente risoluta nella sua scelta evangelica di seguire Francesco che pur di “condividere il privilegio della povertà” si oppose perfino al papa che le aveva imposto la clausura. E leggendo il libro apprendiamo come negli ordini religiosi medioevali, nonostante quanto si creda si differente le donne erano molto più rispettate che non nella società civile. Infatti il numero di sante appartenenti a questo periodo è piuttosto elevato. Questo libro scritto con il rigore dello storico ma con la passione per quanto ci narra ci fa quasi rivivere nelle strade e nelle piazze di Assisi per incrociare Francesco coi suoi compagni che amando e amandosi con gaiezza ci fanno battere forte il cuore in petto come accadde ai discepoli di Emmaus quando incontrarono Gesù. Da questa lettura riusciamo a scorgere una società più equa tra noi e maggiormente in armonia col Creato. E questo incontro ci apre al richiamo per l’Infinito
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le parole convincenti per farlo papa

 

 ecco il discorso di Bergoglio che convinse i cardinali ad eleggerlo
“la chiesa deve uscire da se stessa”
Ecco il discorso di Bergoglio che convinse i cardinali ad eleggerlo: "Chiesa deve uscire da se stessa"

reso pubblico dal cardinal Ortega

fu pronunciato alla congregazione generale, alla vigilia del conclave che elesse Francesco

di PAOLO RODARI

Il cardinale cubano Jaime Ortega, dopo che i contenuti erano già stati resi noti in passato, ha chiesto a Francesco una copia del testo originale ricevendo anche l’ok per la pubblicazione. Diramati in queste ore, a quattro anni di distanza dall’elezione, gli appunti ridestano stupore. In particolare, come scrive “Il sismografo”, il quarto punto. Bergoglio dice la sua sul futuro Papa, un uomo che, attraverso la contemplazione di Gesù e l’adorazione di Gesù, aiuti la Chiesa “a uscire da se stessa verso le periferie esistenziali, che la aiuti a essere la madre feconda che vive della dolce e confortante gioia dell’evangelizzare”.

Ecco il discorso di Bergoglio che convinse i cardinali ad eleggerlo: "Chiesa deve uscire da se stessa"

Francesco spiega cosa significa evangelizzare. Implica “zelo apostolico” e “presuppone nella Chiesa la ‘parresìa’ di uscire da se stessi”, per andare “verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria”.

Bergoglio ricorda anche i mali che affliggono la Chiesa, in particolare l’autoreferenzialità, il “narcisismo teologico”. Il futuro Papa ricorda l’Apocalisse, dove è scritto che Gesù sta sulla soglia e chiama.

Evidentemente il testo si riferisce al fatto che “Lui sta fuori dalla porta e bussa per entrare…”. Però a volte “penso che Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire”.

E ancora: “La Chiesa, quando è autoreferenziale, senza rendersene conto, crede di avere luce propria; smette di essere il ‘mysterium lunae’ e dà luogo a quel male così grave che è la mondanità spirituale (secondo De Lubac, il male peggiore in cui può incorrere la Chiesa): quel vivere per darsi gloria gli uni con gli altri. Semplificando, ci sono due immagini di Chiesa: la Chiesa evangelizzatrice che esce da se stessa; quella del ‘Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans’ – La Chiesa che religiosamente ascolta e fedelmente proclama la Parola di Dio -, o la Chiesa mondana che vive in sé, da sé, per sé. Questo deve illuminare i possibili cambiamenti e riforme da realizzare per la salvezza delle anime”.

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la battaglia contro il populismo si vince solo ripartendo dagli ultimi

Jürgen Habermas

“il populismo? si vince tornando vicino agli ultimi”

Il filosofo tedesco intervistato su “MicroMega” invita la sinistra europea a ripartire riscoprendo le battaglie delle origini

 

Dopo il 1989 si è parlato di una “fine della storia” nella democrazia e nell’economia di mercato, oggi assistiamo a un nuovo fenomeno: l’emergere – da Putin ed Erdogan fino a Donald Trump – di forme di leadership populiste e autoritarie. È ormai evidente che una nuova “internazionale autoritaria” riesce a determinare sempre di più il discorso pubblico.

Aveva ragione allora il suo coetaneo Ralf Dahrendorf quando prevedeva un XXI secolo sotto il segno dell’autoritarismo? Si può o si deve già parlare di una svolta dei tempi?

“Quando, dopo la svolta dell’89-90, Fukuyama riprese lo slogan della “po – Dst-storia” – che originariamente era legato a un feroce conservatorismo – questa sua reinterpretazione del concetto dava espressione al miope trionfalismo di élite occidentali che si affidavano alla fede liberale nell’armonia prestabilita tra democrazia ed economia di mercato. Questi due elementi plasmano la dinamica della modernizzazione sociale, ma sono connessi a imperativi funzionali che tendono continuamente a entrare in conflitto. Solo grazie a uno Stato democratico degno di questo nome è stato possibile conseguire un equilibrio tra crescita capitalistica e partecipazione della popolazione alla crescita media di economie altamente produttive: una partecipazione, questa, che veniva accettata, anche se solo in parte, in quanto socialmente equa. Storicamente, tuttavia, questo bilanciamento, che solo può giustificare il nome di “democrazia capitalistica”, è stato più l’eccezione che la regola. Già solo per questo si capisce come l’idea che il “sogno americano” si potesse consolidare su scala globale non fosse che un’illusione. Oggi destano preoccupazione il nuovo disordine mondiale e l’impotenza degli Stati Uniti e dell’Europa di fronte ai crescenti conflitti internazionali, e logorano i nostri nervi la catastrofe umanitaria in Siria o nel Sudan del Sud e gli atti terroristici di matrice islamista. E tuttavia, nella costellazione evocata nella domanda, non riesco a scorgere una tendenza unitaria diretta verso un nuovo autoritarismo: solo diverse cause strutturali e molte casualità. L’elemento unificante è il nazionalismo, che nel frattempo però abbiamo anche a casa nostra. Anche prima di Putin ed Erdogan, la Russia e la Turchia non erano certo “democrazie ineccepibili”. Con una politica occidentale solo un po’ più accorta forse avremmo potuto impostare relazioni diverse con questi paesi: saremmo forse riusciti a rafforzare anche le forze liberali presenti nelle popolazioni di questi paesi”.

Non si sopravvalutano così retrospettivamente le possibilità che erano in mano all’Occidente?

“Chiaramente per l’Occidente, già solo a causa dei suoi interessi divergenti, non era facile confrontarsi, in modo razionale e nel momento opportuno, con le pretese geopolitiche della retrocessa superpotenza russa oppure con le aspettative di politica europea dell’irascibile governo turco. Molto diversa è invece la situazione per quanto riguarda l’egomane Trump, un caso significativo per l’intero Occidente. Con la sua disastrosa campagna elettorale Trump ha portato alle estreme conseguenze una polarizzazione che i repubblicani, a tavolino e in modo sempre più sfacciato, hanno alimentato fin dagli anni Novanta; lo ha fatto però in una forma tale da far sì che questo stesso movimento alla fine sfuggisse totalmente di mano al Grand Old Party, che è pur sempre il partito di Abraham Lincoln. Questa mobilitazione del risentimento ha espresso anche le tensioni sociali che attraversano una superpotenza politicamente ed economicamente in declino. Ciò che trovo inquietante, quindi, non è tanto il nuovo modello di un’internazionale autoritaria, a cui si faceva riferimento nella domanda, quanto la destabilizzazione politica in tutti i nostri paesi occidentali. Nel valutare il passo indietro degli Stati Uniti dal ruolo di gendarmi globali sempre pronti a intervenire, non dobbiamo perdere di vista qual è il contesto strutturale in cui ciò avviene, contesto che concerne anche l’Europa. La globalizzazione economica, messa in moto negli anni Settanta da Washington con la sua agenda politica neoliberista, ha avuto come conseguenza un declino relativo dell’Occidente su scala globale rispetto alla Cina e agli altri paesi Brics in ascesa. Le nostre società devono elaborare la percezione di questo declino globale e insieme a ciò la complessi- tà sempre più esplosiva della nostra vita quotidiana, connessa agli sviluppi tecnologici. Le reazioni nazionalistiche si rafforzano negli strati sociali che non traggono alcun beneficio – o non ne traggono abbastanza – dall’aumento del benessere medio delle nostre economie”.

Stiamo assistendo a una sorta di processo di irrazionalizzazione politica dell’Occidente? C’è una parte della sinistra che ormai si professa a favore di un populismo di sinistra come reazione al populismo di destra.

“Prima di reagire in modo puramente tattico bisogna sciogliere un enigma: come è stato possibile giungere a una situazione nella quale il populismo di destra sottrae alla sinistra i suoi stessi temi?”.

Quale dovrebbe essere allora la risposta di sinistra alla sfida della destra?

“Ci si deve chiedere perché i partiti di sinistra non vogliono porsi alla guida di una lotta decisa contro la disuguaglianza sociale, che faccia leva su forme di coordinamento internazionale capaci di addomesticare i mercati non regolati. A mio avviso, infatti, l’unica alternativa ragionevole tanto allo status quo del capitalismo finanziario selvaggio quanto al programma del recupero di una presunta sovranità dello Stato nazionale, che in realtà è già erosa da tempo, è una cooperazione sovranazionale capace di dare una forma politica socialmente accettabile alla globalizzazione economica. L’Unione europea una volta mirava a questo – l’Unione politica europea potrebbe ancora esserlo”.

Oggi tuttavia sembra essere persino peggio del populismo di destra in sé il “pericolo di contagio” del populismo nel sistema dei partiti tradizionali, in tutta Europa.

“L’errore dei vecchi partiti consiste nel riconoscere il fronte che definisce il populismo di destra: ossia “Noi” contro il sistema. Solo una marginalizzazione tematica potrebbe togliere l’acqua al mulino del populismo di destra. Si dovrebbero quindi rendere di nuovo riconoscibili le opposizioni politiche, nonché la contrapposizione tra il cosmopolitismo di sinistra – “liberale” in senso culturale e politico – e il tanfo etnonazionalistico della critica di destra alla globalizzazione. In breve: la polarizzazione politica dovrebbe cristallizzarsi di nuovo tra i vecchi partiti attorno a opposizioni reali. I partiti che riservano attenzione al populismo di destra, piuttosto che disprezzarlo,  non possono aspettarsi poi che sia la società civile a mettere al bando slogan e violenze di destra”.

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il panzer-cardinale bugiardo sbugiardato dalla signora Marie Collins

l’incoerenza e la memoria corta del card. Müller

Marie Collins attacca il prefetto della Cdf

Ludovica Eugenio 

da: Adista Notizie n° 12 del 25/03/2017

 

«Ci sono alcune cose che Lei afferma alle quali sento il bisogno di rispondere»

con un tono solo apparentemente pacato Marie Collins, la vittima di abusi e attivista irlandese recentemente dimessasi da membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori per contestare il boicottaggio della Commissione stessa in particolare da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede (v. Adista Notizie n. 10/17), ha replicato al tono vagamente sprezzante e liquidatorio usato nei suoi confronti dal card. Gerhard Müller, prefetto della Congregazione. Müller, in un’intervista al Corriere della Sera del 5 marzo scorso, aveva rispedito al mittente tutte le obiezioni della Collins, mettendone in dubbio la veridicità (v. Adista Notizie n. 11/17). E così l’irlandese ha preso metaforicamente carta e penna e ha ribattuto attaccando e smentendo con grande forza, frase per frase, a tratti con sarcasmo, le affermazioni del cardinale in una lunga lettera aperta pubblicata in esclusiva dal settimanale statunitense National Catholic Reporter (14/3).

Ma quale collaborazione?

«Non posso capire che si parli di mancanza di collaborazione», aveva affermato Müller. «Forse un esempio può essere d’aiuto», ribatte pronta la Collins. «Nel 2015, alcuni gruppi di lavoro della Commissione invitarono la sua Congregazione a far partecipare un suo rappresentante agli incontri in programma a Roma per discutere questioni di comune interesse. Ma l’invito venne declinato, e i membri vennero informati dal Segretario della Commissione, mons. Robert Oliver, che tali incontri non sarebbero stati possibili e che non era possibile altra comunicazione se non per iscritto. Certo, le cose poi sono cambiate, ma c’è voluto più di un anno. Era settembre 2016 quando un rappresentante della Cdf ha partecipato agli incontri del gruppo di lavoro della Commissione».

A sentire Müller, poi, negli ultimi anni «c’è stato un contatto permanente» tra Cdf e Commissione: «Non so che forma abbia assunto questo contatto permanente», replica la Collins. «Tutto ciò che posso dire è che i membri della Commissione non hanno ricevuto resoconti formali né vi è stato alcun risultato positivo generato da tale contatto».

«Uno dei nostri collaboratori fa parte» della Commissione, insisteva il cardinale: certo, ne faceva parte, «ma è sorprendente, dato che lei afferma di essere sempre stato in contatto con la commissione – nota sarcastica la Collins – che non sapesse che questo membro, Claudio Papale, ha concluso il suo coinvolgimento attivo nella Commissione nel 2015 (anche se i membri lo hanno saputo solo a maggio 2016)».

Il tribunale per i vescovi negligenti è stato silurato

Riguardo poi al nuovo tribunale per i vescovi negligenti nella gestione dei casi di pedofilia, Müller, nell’intervista con il Corriere, aveva parlato di un «dialogo intenso fra vari Dicasteri coinvolti nella lotta contro la pedofilia nel clero» che avrebbe avuto luogo, e che tale tribunale sarebbe stato solo un «progetto»: «Era solo un progetto, dice?», attacca l’irlandese. «A rileggere l’annuncio pubblico del 10 giugno 2015, sembra molto di più. Azioni molto precise erano già state approvate e dotate di risorse dal Santo Padre», come la creazione di una nuova sezione giudiziaria nella Cdf, la nomina di personale per il Tribunale e la nomina di un segretario per i rapporti tra prefetto e tribunale. «Nonostante la stretta collaborazione con la Commissione di cui lei parla, questa non si estendeva alla discussione tra dicasteri vaticani».

Ma il tribunale, secondo il prefetto, non era necessario, dal momento che qualsiasi negligenza poteva essere trattata con «la competenza», «gli strumenti» e i «mezzi giuridici» già in opera nella Congregazione per i vescovi; e se in qualche “caso speciale” ciò non fosse stato sufficiente, il papa avrebbe sempre potuto affidarlo, sosteneva Müller, alla Cdf. «Quindi non era necessario alcun cambiamento e non venne realizzato nulla. La ringrazio, Cardinale, per aver confermato, con le sue parole, che quello che avevo detto sul tribunale era vero», incalza la Collins. «La Commissione lo aveva raccomandato, il Consiglio dei cardinali e il papa lo avevano approvato, e poi è stato rigettato dalla sua congregazione». Ma se è vero che sono stati messi in opera tutti i mezzi necessari per trattare il caso di un vescovo negligente, perché allora «nessun vescovo è stato ufficialmente e pubblicamente sanzionato o rimosso per la sua negligenza? Se non è per mancanza di leggi, allora si tratta di mancanza di volontà? Sono certa, cardinale, che molte vittime, me compresa, sono interessate alla risposta a questa domanda».

Incoerenza e freddezza burocratica

La Collins prosegue con l’affermazione di Müller di non sapere nulla dei due “incidenti” – per non dire boicottaggi – da lei citati: il rifiuto della Cdf di collaborare sul fronte delle linee guida per la tutela dei minori e di rispondere alla corrispondenza inviata dalle vittime: «Se ha dubbi sulla natura di questi “incidenti” – afferma incastrandolo – può rinfrescarsi la memoria guardando la lettera formale di risposta inviata dalla sua Congregazione alla Commissione il 15 dicembre 2016. Nel primissimo paragrafo, la lettera cita esplicitamente le due richieste». Per quanto riguarda la seconda, ossia la richiesta a tutti i dicasteri di rispondere sempre alle lettere inviate dalle vittime, essa era già stata approvata dal papa e il rappresentante ufficiale della Cdf si era detto d’accordo, in un incontro del settembre 2016: «Invece, due mesi dopo, nella risposta formale della sua Congregazione, è stata rifiutata». «È difficile lavorare con un organismo – conclude la Collins – incoerente nel suo approccio, che non si sa dove si colloca in ogni momento specifico». Il cardinale aveva motivato questo rifiuto con il rispetto della sussidiarietà, ma ciò indica che «nella Chiesa il rispetto del sistema gerarchico ha ancora la meglio sul rispetto per l’individuo. Mi hanno insegnato che nella Chiesa tutti sono uguali, ma qui sembra che nella sua Congregazione non sia così, quando si tratta di un vescovo e di una vittima. Sembra che per lei la preoccupazione che il vescovo possa sentirsi scavalcato superi quella di non rispettare il sopravvissuto», e si tratta di considerazioni «anacronistiche, burocratiche, riguardanti la gerarchia». E se il punto è che la Cdf non vuole ingerenze di esperti “esterni” in un campo che ritiene di propria competenza, se ne può discutere. O no?

Penultimo punto affrontato dalla Collins: Müller afferma che vi sarebbe un fraintendimento sul ruolo della Cdf: «Come ex membro della Commissione, conosco molto bene la funzione della Cdf», ribatte; d’altronde, la Cdf avrebbe dovuto solo fare lo sforzo di confermare l’avvenuta recezione della lettera, trasmettendo così allo scrivente il messaggio che la sua storia non veniva ignorata, che sarebbe stata affrontata.

Mancanza di memoria o disfunzione? 

Infine, la Collins contesta l’affermazione di Müller che la riguarda: «Non ho mai avuto l’occasione di incontrarla», aveva affermato sul Corriere il prelato. «Cardinale, sembra che lei abbia scordato la serata trascorsa insieme, seduti a cena a Dublino dopo la mia nomina alla Commissione», attacca. «Durante la cena abbiamo discusso della nuova Commissione, della mia nomina e in generale dell’abuso nella Chiesa. Erano presenti altri rappresentanti della Cdf, tra cui mons. John Kennedy e l’allora p. Robert Oliver, che prima della nomina alla Commissione era promotore di giustizia alla Cdf».

La Collins chiude con una considerazione colma di amarezza: «Con tutto il rispetto, cardinale, non capisco il motivo delle difficoltà opposte alla Commissione. Tutto ciò che vuole è proteggere maggiormente minori e adulti vulnerabili là dove la Chiesa cattolica è presente. Se vi sono dei problemi, non si guadagna nulla a far finta che tutto vada bene. Vorrei che, quando viene espressa una critica come la mia, invece di ricadere nella posizione tipica della Chiesa di negazione e offuscamento – continua – si desse al popolo della Chiesa la risposta che merita di avere. Abbiamo diritto a trasparenza, onesta e chiarezza. La disfunzione non può più essere nascosta dietro porte chiuse istituzionali. Ciò accade soltanto quando chi conosce la verità vuole restare zitto».

*immagine di Presse.Nordelbien, tratta da Flickr, licenza e immagine originale.

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il commento di p. Maggi al vangelo della domenica

SORGENTE DI ACQUA CHE ZAMPILLA PER LA VITA ETERNA

commento al vangelo della terza domenica di quaresima (19 marzo 2017) di p. Alberto Maggi:

Gv 4,5-42

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i  campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Il capitolo quarto del vangelo di Giovanni contiene l’episodio dell’incontro di Gesù con la samaritana, episodio esclusivo di questo evangelista. Il brano è molto lungo, ma vediamo almeno gli aspetti principali. L’evangelista ambienta questo incontro in una città  della Samarìa, la Samarìa era la regione che stava al centro, tra la Giudea, la regione santa, ed il nord della Galilea, ed era una regione che era stata colonizzata da popolazioni straniere, e quindi il popolo era meticcio, e per questo era disprezzato. “…vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un”, ed è importante qui la terminologia che l’evangelista usa in maniera molto accurata, non è un “pozzo”, ma è la sorgente “di Giacobbe”. Poi l’evangelista dirà che Gesù ha faticato per il viaggio, “sedeva” non presso il pozzo, ma sedeva “sul pozzo”, è un’espressione inusuale, ma per dire che Gesù si impossessa, possiede questa sorgente. Perché è importante questa terminologia ? Perché l’evangelista si rifa al lamento di Dio, contenuto nel profeta Geremia al capitolo 2, quando il Signore dice: “hanno abbandonato me, sorgente d’acqua viva”, è lo stesso termine sorgente, “per scavarsi cisterne screpolate che non contengono l’acqua”. Quindi l’evangelista ambienta Gesù come la vera sorgente, che offre l’acqua, l’acqua dello Spirito. Sottolinea Giovanni l’ora, “era circa mezzogiorno”, e dice che c’è una donna samaritana, che va ad attingere acqua. Non è possibile quell’ora, al pozzo si andava o al mattino presto, all’alba, o alla sera al tramonto. non era mezzogiorno l’ora adatta. Perché l’evangelista ci mette questo dato? Perché mezzogiorno è l’ora, in questo vangelo, della condanna a morte di Gesù. L’evangelista vuol far vedere i frutti della morte, della resurrezione di Gesù. La donna è samaritana, e, come vedremo, è una donna adultera, è anonima, e rappresenta la Samarìa, e qui l’evangelista ci presenta Gesù come lo sposo, che va a riconquistare la sposa adultera, e non la riconquista attraverso minacce, attraverso castighi, ma attraverso un’offerta di un amore ancora  più grande. E infatti Gesù, a questa donna, che rappresenta la Samarìa, le dice: “se tu conoscessi il dono di Dio”, lei è andata ad attingere l’acqua, conosce lo sforzo per attingere l’acqua al pozzo, e Gesù invece le vuole offrire qualcosa di diverso, una relazione con Dio che non è più basata sullo sforzo umano, sulle virtù umane, ma sull’accoglienza del suo amore. Dice Gesù: “se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”, ecco la differenza tra la sorgente, dove c’è l’acqua viva, e l’acqua del pozzo. E la replica della donna, gli dice la donna, che già lo chiama “Signore”, quindi c’è già un progresso, “non hai un secchio e il pozzo è profondo”, ecco il contrasto tra la sorgente e il pozzo, “da dove prendi dunque questa acqua viva?”. Ed ecco l’espressione di Gesù: “chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete”, un rapporto con Dio basato sull’osservanza della legge, il pozzo, nella simbolica ebraica, rappresentava la legge divina, un rapporto con Dio, basato sull’osservanza della legge, è sempre un rapporto che lascia l’uomo insoddisfatto, perché non sa mai se ha osservato abbastanza, se ha compiuto le regole, se è a  posto o no con Dio. Gesù viene a proporre una nuova relazione con il Padre, e le dice: “ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna»”. L’accoglienza, da parte dell’uomo, dell’amore di Dio, si trasforma nell’individuo in una sorgente zampillante, quindi l’uomo non deve andare più a procurarsi col proprio sforzo l’acqua, quella che dà la vita, ma quest’acqua è interiore, è l’esperienza di un amore comunicato e un amore ricevuto. Quando la persona fa l’esperienza di sentirsi amato generosamente, scopre dentro di sé la forza, l’energia di amare generosamente. La donna si dichiara disponibile ad accogliere quest’acqua, e qui Gesù le chiede di andare a chiamare il marito. Lei replica che non ha marito e Gesù, e qui non è che Gesù fa il moralista, è qualcosa di diverso quello che l’evangelista ci sta presentando, dice: “Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito”. Gesù si rifa alla storia della Samarìa: abbiamo detto che i Samaritani erano una popolazione meticcia, erano stati dei coloni importati dagli Assiri, si erano mescolati con la popolazione presente, per cui adoravano il Dio d’Israele sul monte Garizim, ma poi, su altri cinque monti o colli, avevano eretto cinque templi ad altre divinità. Ecco chi sono questi mariti, il termine marito e signore nella lingua ebraica, aramaica, è identico. Quindi Gesù, a questa donna che si dichiara disposta ad accogliere quest’acqua, le fa presente che però questo non è possibile, se lei rimane nell’idolatria. E gli replica la donna: “Signore vedo che tu sei un profeta”, prima l’ha visto come un giudeo, poi come il signore, come un profeta, e lei si rifa alla tradizione, “i nostri padri hanno adorato su questo monte”, il monte Garizìm, “voi invece dite che è Gerusalemme”, nel luogo del tempio, “il luogo in cui bisogna adorare”, ed ecco l’importante rivelazione di Gesù: è finita l’epoca dei tempi. Il Dio di Gesù non sta più in un tempio, dove gli uomini devono andare, ma l’uomo diventa questo tempio, in cui Dio manifesta la sua santità. E dice Gesù: “credimi”, e la chiama “donna”, che significa sposa. Gesù si è riferito, con questo termine, alla madre, ora si rivolge alla samaritana. La madre rappresenta la sposa fedele, quella alla quale mai è mancato il vino dell’amore; la samaritana è la sposa adultera, che lo sposo riconquista con un’offerta d’amore ancora più grande. “«Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte”, quindi né sul Garizìm, “né a Gerusalemme adorerete il Padre”. Lei si è rifatta ai padri, alla tradizione, Gesù parla di Padre: mentre Dio ha bisogno di un tempio e dei fedeli, il Padre ha bisogno di figli, che lo imitino nel suo amore. E poi continua Gesù: “viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”, spirito e verità è un’espressione che indica l’amore che è fedele, “infatti il padre vuole che siano”, letteralmente l’evangelista traduce: il padre cerca tali adoratori, “Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. Il vero culto, che Gesù propone, non è un culto che parte dall’uomo verso Dio, in cui l’uomo deve privarsi di quello che ha per offrirlo a Dio, ma il nuovo culto è quello che parte da Dio verso l’uomo, una comunicazione d’amore che l’uomo accoglie, e il nuovo culto che Gesù richiede, è il prolungamento dell’azione creatrice del Padre. Mentre l’antico culto diminuisce l’uomo, il nuovo culto lo potenza, anzi più manifesta questo amore e più si rende assomigliante al Padre. Quindi adorare in spirito e verità, significa collaborare all’azione creatrice del Padre. Ebbene la donna si dichiara ancora una volta in sintonia, ed è a lei, ad una donna adultera, una donna considerata impura, che, per la prima volta, Gesù si manifesta nella sua condizione divina e come il messia. Le dice Gesù: “io sono”, io sono è la rivendicazione del nome divino. La conclusione di questo lungo episodio, è che poi la donna va a chiamare, lascia la brocca, ha capito che quest’acqua, questa brocca non le serve più, perché non c’è più il pozzo dove deve attingere l’acqua, ma c’ha questa sorgente, che Dio, attraverso Gesù, le ha offerto dentro di lei, va a divulgare la notizia al popolo, ed ecco il finale, i samaritani che dicono alla donna: “non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente”, ed ecco la rivelazione, “il salvatore del mondo”. Mentre gli ebrei aspettavano in  salvatore d’Israele, gli eretici, i meticci, gli impuri samaritani hanno compreso la vera identità di Gesù, il salvatore del mondo.

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internet ci toglie il senso critico

Lucca

lo studio rivela:

“addio pensiero critico, su Internet cerchiamo solo ciò che ci piace”

l’analisi condotta su 376 milioni di utenti Facebook:

“si rafforzano le proprie opinioni, senza mai metterle in discussione”

 

Quello che appare “sempre più chiaro è che su internet e sulle bacheche dei nostri profili social cerchiamo e troviamo solo le notizie che ci aspettiamo, ottenendo (quasi) esclusivamente conferme della nostra posizione, senza alcuna possibilità di confronto e scambio di opinioni”.

Lo sostiene uno studio condotto alla Scuola IMT Alti Studi di Lucca, dal laboratorio di Computational Social Science guidato da Walter Quattrociocchi. È di questi giorni la pubblicazione di un’importante ricerca su Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America), una delle testate scientifiche più note a livello internazionale.

“Per la prima volta, attraverso l’analisi di 920 agenzie di stampa e 376 milioni di utenti, abbiamo esplorato l’anatomia del consumo di notizie su Facebook su scala globale – spiega Quattrociocchi – Questi numeri ci hanno dimostrato che gli utenti tendono a focalizzare la loro attenzione su un numero limitato di pagine, andando a selezionare un gruppo ristretto di media da cui attingere informazioni e rafforzando così le proprie opinioni, senza mai metterle in discussione. Di fatto, si chiudono nella loro bolla”.

Alla radice di questo fenomeno, secondo gli autori, sta la rottura della struttura del sistema informativo. Oggi sono le testate giornalistiche che in un certo senso “inseguono” i social e l’informazione. Come conseguenza, l’informazione viene prodotta o almeno grandemente influenzata dai processi di massa e questo accade indistintamente con ogni tipo di contenuto, che si tratti di cronaca, di scienza o di cultura.

Lo studio condotto da Quattrociocchi, insieme a Ana Lucía Schmidt, Fabiana Zollo, Michela Del Vicario, Alessandro Bessi, Antonio Scala, Guido Caldarelli e Eugene Stanley, dimostra come la ricerca di una specifica linea di informazione e l’arroccamento su di essa siano ormai una tendenza globale.

“La soluzione? – conclude Quattrociocchi -. Sviluppare l’abitudine al pensiero critico, partendo dagli studenti per arrivare agli adulti, e rifondare il sistema informativo, in modo che sia il più possibile libero dalla polarizzazione che oggi lo attanaglia”.

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