benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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il commento al vangelo della domenica

DISUBBIDIRE ALLA TRISTEZZA
il commento di E. Ronchi al vangelo delle terza domenica di pasqua
Lc 24,13-35
Gesù amava la strada, perché è dove si è più liberi. E amava la casa, perché è dove si è più veri.
Ed ecco che il vangelo propone una storia di strada e di casa. Due discepoli hanno lasciato la città santa, quel loro gruppo chiuso e impaurito, e si sono messi in strada. Loro si allontanano e Gesù si avvicina. Non per correggere il passo o dettare il ritmo, no: per dar loro tutto il tempo di esprimersi, perché se hai fretta, non ascolti.
“Che cosa sono questi discorsi?” E gli raccontano di Gesù. Di come lo hanno seguito, amato, sperato che fosse lui. E si fermarono ‘con il volto triste’, dettaglio importante. Cosa ci indica? Che tutto questo riguarda qualcuno cui volevano molto bene. Davvero tutto finito? Forse no, perché poi le donne hanno sconvolto tutti: la tomba c’era ma lui no!
Allora Gesù li scuote con due parole dirette: stolti e lenti di cuore. Il problema non è ciò che è successo, ma il vostro cuore lento che non vi permette di vedere. Avete davanti tutti i pezzi della storia, ma non sapete rimontarli al posto giusto. Gli occhi sono legati, ma il modo di vedere dipende dal cuore. Se il cuore si apre tutta la storia cambia colore, lo sappiamo per esperienza. Se il cuore si chiude, gli occhi sono ciechi sulle persone, vedono solo i difetti.
Anche il cuore dei due discepoli è chiuso, ma non del tutto: “non ci bruciava forse il cuore lungo la strada, mentre ci spiegava la bibbia e la vita?”. Il dono favoloso dell’accensione del cuore, quando brucia di riconoscenza.
E allora: “Resta con noi perché si fa sera”. Hanno fame di parole, di compagnia, di casa. Gesù entra in una casa della quale non è detto niente, proprio perché possa essere la nostra, la casa di tutti.
Un maestro dei chassidim un giorno chiese ai discepoli: Dove sta Dio? Ma come, rabbi, ci hai sempre insegnato che Egli è in cielo, in terra, in ogni luogo… Mi sbagliavo, Dio sta soltanto là dove lo si lascia entrare.
E Lo riconobbero nello spezzare il pane. Come mai? Ogni padre spezzava il pane di casa. Ma tre giorni prima Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato: prendete e mangiate, questo è il mio corpo.
Lo riconobbero da questo, perché prendere qualcosa di proprio, (almeno un po’, o molto, o tutto…) e darlo agli altri contiene il segreto dell’intero Vangelo. Dio che si dona, nutre, alimenta, e scompare.
Prendete: è per voi. Questo “per voi” è il miracolo grande. Sono venuto perché abbiate la vita, perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Perché disubbidiate alla tristezza, questa la vostra missione: tenere al laccio la delusione. Dicendole: tu non mangerai nel mio piatto, non spezzerò il mio pane con te.
Il segreto buono della vita è quello stesso di Gesù: non andarcene da questa terra, da questa Emmaus infinita, senza essere prima diventati pezzo di pane buono per la fame e la pace del mondo.
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il commento al vangelo della domenica

la pace è qui, sulle vostre paure
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica ‘in albis’
Gv 20,19-31
I discepoli erano chiusi in casa per paura. Paura dei Giudei, delle guardie, della folla, dei soldati romani. E anche per paura di se stessi.
E tuttavia Gesù viene. In quella casa dove sono allo stretto, in quella stanza dove manca l’aria, Gesù viene.
Otto giorni dopo sono ancora tutti lì. Venne Gesù a porte chiuse e stette in mezzo a loro… (Gv 20,26). Non a distanza, non sopra, ma ‘in mezzo a loro’.
Otto giorni dopo, secoli dopo è ancora qui, davanti alle mie porte chiuse. Li aveva inviati per le strade, e li ritrova ancora tutti chiusi in quella stanza.
E dice: Pace a voi. Non si tratta di un augurio o una promesse, ma di una affermazione: la pace è, è qui.
È pace sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulle insoddisfazioni che scolorano i giorni. I miei dubbi non fermano il Signore; se ha trovato chiuso, non se n’è andato, ha continuato il suo assedio per me, e questo mi consola. Gesù si consegna ancora ai discepoli facili alla viltà e alla bugia, senza stancarsi di noi.
Qualcuno però va e viene da quella stanza: Tommaso, il coraggioso. Quello che aveva sfidato la città, che era uscito. Tommaso con i piedi per terra: “se non vedo e non tocco, non crederò”. Gesù stesso l’aveva formato alla libertà e alla ricerca. Gesù e Tommaso si cercano.
Tommaso non si era accontentato delle parole degli altri dieci; non di un racconto aveva bisogno, ma di un incontro con il suo Signore. Vuole delle garanzie e ha ragione, perché se Gesù è vivo tutta la sua vita ne sarà sconvolta.
“Guarda, tocca metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”. Gesù rispetta la fatica e i dubbi di Tommaso; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Non vuole umiliarlo, ma lo spinge allo stupore, si espone con la meraviglia di quelle ferite aperte da cui non sgorga più sangue ma luce.
La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi. Perché la morte di croce non è un semplice incidente di percorso da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, e allora resteranno aperte per l’eternità.
Toccami! Il Vangelo non dice che Tommaso abbia davvero toccato e messo il dito nel foro. A lui è bastato quel Gesù che si propone, ancora una volta, con questa umiltà, con questa libertà, che non si stanca di venire incontro, che non molla i suoi neppure se loro l’hanno abbandonato.
È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare: “mio Signore e mio Dio”. Tommaso passa dall’incredulità all’estasi. E ripete quel piccolo “mio” che cambia tutto, che non indica possesso, ma legame.
“Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” Una beatitudine per noi che non vediamo, che cerchiamo a tentoni e facciamo fatica; ma che finalmente sento mia, col rischio di essere felice.
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il commento al vangelo della domenica

NON SAPEVANO COME DIRLO
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica di Risurrezione
Gv 20,1-9
Il giorno che precedette la Pasqua fu un sabato diverso da tutti gli altri. Le donne di Galilea in segreto preparavano aromi, ma era buio nel cuore. Anche la Madre attendeva in silenzio, addolorata, forte, fedele.
È il sabato del silenzio di Dio. Per ogni credente, seduto in faccia al sepolcro.
Maria di Magdala esce di casa quando è ancora notte. Non ha niente tra le mani, porta solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.
Si reca al sepolcro perché si ribella all’assenza di Gesù. E vide che la pietra era stata tolta: il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell’alba!
Gli evangelisti non sapevano come dirlo, non avevano parole, e allora le hanno prese in prestito dalle nostre piccole resurrezioni quotidiane, con i verbi alzarsi e svegliarsi. Ed è così bello pensare che Pasqua, l’inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino.
Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno è quel giorno, dopo la notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile, dove geme e piange un pugno di uomini e donne totalmente disorientati.
Notte della Risurrezione in cui la carne indossa una tunica di luce. Il primo segno di Pasqua è così semplice, solo una assenza. Manca un corpo. È poco, è confuso, ma basta a mettere in moto la storia.
Maria di Magdala corre via, corre da Pietro per denunciare un furto, un altro dolore. “Non abbiamo più neanche un corpo per piangere”. Tutti corrono in quel mattino, a perdifiato! Non si corre così per un lutto, ma perché spunta qualcosa di immenso. Gesù non merita prudenza, merita la fretta dell’amore che non sopporta indugi, che è sempre in ritardo sugli abbracci. Quella corsa non è ancora fede, ma una speranza antica, un’ansia illogica. L’aveva detto: Io sono la Risurrezione e la vita.
Il Vangelo di Pasqua ci racconta che nella vita è nascosto un segreto e Gesù è venuto a sussurrarcelo. Per ogni uomo che uccide ce ne sono cento che amano e mille ciliegi che continuano ostinatamente a fiorire.
Ma la Pasqua è difficile. Da qualsiasi parte la si affronti, presenta un passaggio obbligato: quell’impasto durissimo di violenza, dolore e morte che è la croce. Bisogna passare per forza di là. Colui che risorge è il crocifisso.
Che è disceso agli inferi. E scende ancora adesso nei sotterranei della storia, presso i dannati della terra. E dalle profondità della materia preme verso più luminosa vita,
Andate, vi precede! Il nostro è un Dio migratore che ama gli spazi aperti, che apre cammini. Attraversa muri e spalanca porte.Cristo non solo è il Risorto, al passato, ma è colui che risorge oggi, qui e ora, e continua a rotolare via i massi dall’imboccatura del cuore, circondando ogni essere con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce.
Per tutti noi dolore è a un passo, ma è a un passo anche l’amore, vivo per sempre
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il commento al vangelo della domenica

LA COSA PIU’ BELLA DA FARE
il commento di E. Ronchi al vangelo della Domenica delle Palme 
Mt 26,14 – 27,66
Entriamo nella santa Settimana, nei giorni supremi della storia e della fede.
Qui la liturgia rallenta, ci accompagna con calma, quasi ora per ora, negli ultimi giorni di Gesù: dall’entrata in Gerusalemme fino alla corsa di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, quando anche la pietra si veste di angeli e di luce.
La cosa più bella da fare in questi giorni è stare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza (D. Bonhoeffer).
Gesù entra nella morte e sale sulla croce per essere con me e come me. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo crocifisso. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte. La croce è l’abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.
Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.
Solo la croce toglie ogni dubbio.
Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato una falsa idea di Dio. L’amore scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna. Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento.
Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, come il centurione, come il ladro buono, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio.
Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo. Qualsiasi uomo, potendolo, scenderebbe dalla croce.
Gesù, no. Non scende perché i suoi figli non lo possono fare.
L’ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: Costui era figlio di Dio.
Che cosa l’ha conquistato? Che cosa ha visto? L’uomo di guerra ha visto il capovolgimento del mondo, di un mondo dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, del suo disarmato amore; che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire. Ha visto sulla collina un altro modo di essere uomini.
Come quell’uomo esperto di morte, anche noi, disorientati e affascinati, sentiamo che nella Croce c’è attrazione, e seduzione e bellezza e vita. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d’amore.
Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo. La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo. E a Pasqua il Risorto mi assicura che un amore così non può andare perduto.
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il desiderio di un pacifismo più incisivo e di una chiesa più profetica

Enzo Bianchi: “Il movimento pacifista si è indebolito.

da Papa Leone XIV avrei voluto una parola….”

intervista a Enzo Bianchi a cura di Alex Corlazzoli
in “il Fatto Quotidiano” del 24 marzo 2026

Il fondatore della Comunità di Bose e della nuova fraternità ad Albiano d’Ivrea: “I grandi media non parlano dei conflitti nelle periferie del mondo”
“Per la pace è tempo di creare nuove forme di protesta, più efficaci dei cortei. In Palestina si continua a morire ma più nessuno protesta. È vergognoso!”.

Nell’ultimo mese ha rischiato la vita a causa dei gravi problemi di salute che lo accompagnano ma all’indomani di una giornata dedicata a padre David Maria Turoldo, organizzata a Casa della Madia, è di nuovo ai fornelli. Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità di Bose e della nuova fraternità ad Albiano d’Ivrea, 83 anni compiuti lo scorsi tre marzo, passa la giornata tra la cucina (la sua grande passione) e la sua cella dove studia, prega, legge attentamente i quotidiani e ha contatti con amici credenti e non, di ogni parte del mondo. Maglione rosso, giacca con la penna rigorosamente nel taschino, scarpe comode, barba bianchissima stile stubble ben curata, lo si riconosce dall’inconfondibile voce: “Oggi sto preparando del gulasch che ho imparato a fare in Ungheria sul lago Balaton. Senta, senta che profumo…”. Sul tavolo la paprika, cumino, aglio, pomodoro e i quotidiani. “Sabato scorso ho cucinato turco, spesso preparo piatti indiani, cinesi: mangiare diversificato secondo gli incontri che ho fatto con le genti arricchisce, offre la possibilità di dialogo”.
Fratel Enzo, assistiamo da giorni a nuovi conflitti, ma non si vedono reazioni. Che fine ha
fatto il pacifismo?
Si è molto indebolito. Purtroppo il movimento pacifista segue sempre delle ondate di entusiasmo
che si accendono di fronte ai fatti di cronaca ma poi cade nell’oblio. Pensi alla Palestina: di fronte al
genocidio di Gaza c’è stato un coro di proteste ma ora più nulla. La mia generazione e quella degli
anni Settanta erano abituate ai cortei ma forse ci si è stancati di queste forme. Chiediamoci: queste
manifestazioni generano educazione alla pace, alla non violenza? Non mi sembra.
C’è anche molta ignoranza. Quanto si sa delle guerre in Congo, tra Pakistan e Afghanistan, in
Sudan? Non se ne parla.
I grandi giornali italiani soffrono di glaucoma perché vedono con un campo visivo sempre più
ristretto, non riescono a mettere gli occhi sulle periferie del mondo. Ci sono conflitti che –
nonostante le barbarie siano le stesse di quelle tra Russia e Ucraina o Israele, Usa e Iran – non
interessano a molti media. Papa Francesco spesso mi diceva: “Fratel Enzo, perché nessuno parla
delle periferie?
Ha citato Bergoglio. In questo momento storico si sarebbe aspettato una diversa presa di
posizione di Papa Leone XIV?
Sì, avrei voluto una parola più chiara, sia sul conflitto palestinese sia ora sull’Iran. Siamo davanti ad
un’aggressione da parte degli Stati Uniti. Prevost si è espresso più volte per la pace e la fine della
guerra tra i contendenti ma noi abbiamo a che fare solo con un assalitore: Donald Trump.
Gli ultimi conflitti stanno alimentando una retorica religiosa. Stiamo assistendo ad una lotta
tra gli estremismi cristiani, ebrei e islamici?
Sì, sarà una guerra religiosa con dosi di cristianesimo americano non di cattolicesimo e di ebraismo
religioso. Papa Giovanni Paolo II, già ai tempi della guerra del Golfo, fece di tutto, perché non fosse
il cristianesimo uno dei contendenti verso l’Islam. Non dimentichiamo che Ronald Reagan parlava
di crociata cristiana mentre altri di crociata anticristiana. Giovanni Paolo II ha impedito questo
scontro e da allora la Santa Sede non può tornare indietro.
Domenica 15 marzo, in Italia, è arrivato Peter Thiel a tenere una lezione sull’Anticristo. È
preoccupato per queste iniziative?
Sì, ma sono sicuro che non lasceranno traccia e non avranno possibilità di allargarsi. È una specie di
grido folle, forsennato che vorrebbe in qualche misura che il cristianesimo fosse altro, che ci fosse
un altro Vangelo.
Lei, fratel Enzo, va spesso a fare la spesa al supermercato. Il caro petrolio rischia di
contagiare il carrello della spesa. Lo vede con i suoi occhi.
Guardo ciò che compra la gente non per curiosità ma per comprendere cosa mangiano. Osservo che
acquistano prodotti sempre più scadenti, di scarsa qualità perché sono costretti a causa della
mancanza di denaro. Ad avere problemi sono il ceto basso e medio. Per i ricchi non è cambiato
nulla. Sono stato appositamente a Milano e a Torino in due negozi dove vendevano cinque acciughe
a venticinque euro: c’è chi le compra e le serve come antipasto!
A chi passa alla Madia, ai nostri lettori cosa suggerisce di fare?
Bisogna vivere la pace nel quotidiano, in famiglia imparando a non usare violenza nel nostro
parlare, nei pensieri. La letteratura sulla pace in Italia non manca, penso ad Aldo Capitini, a Ernesto
Balducci. Servirebbe che nelle nostre biblioteche si organizzassero letture sul tema, seminari.
So che il gulasch la richiama, ma mi conceda un’ultima domanda.
Prego.
Lei stesso l’ha confidato: nelle ultime settimane è stato ricoverato d’urgenza ed è stato ad un
passo dalla morte. Cosa ha pensato in quelle ore?
Ho avuto paura della sofferenza. Ho terrore del dolore. Il medico è stato chiaro specificando che per
la mia età e la mia condizione fisica avrei potuto non farcela.
Con franchezza mi ha detto: “Se ha qualcosa da dire ai suoi cari lo faccia”. Da quel momento sono
entrato in uno stato di pace. Ho guardato alla mia esistenza: sono contento di aver vissuto così, son
felice di ciò che ho fatto. Non mi importava più di morire. Mi son detto: “È arrivato il tempo del
riposo”. È stato un viaggio in cui non mi sono sentito solo ma accompagnato dalla fede, dal Signore
che ho sentito accanto. Mi è solo spiaciuto pensare che stavo per lasciare un mondo peggiore
rispetto a quando sono nato.
Il profumo delle cipolle, della paprika (“dolce e piccante”, precisa fratel Bianchi), del cumino, della
carne prende il posto delle parole. Fratel Maurizio, sfuma il tutto con un mestolo ma a dire l’ultima
parola è Enzo, come lo chiamano i suoi compagni di viaggio: “Mi raccomando, aggiungiamo brodo
man mano che si asciuga. Dovete imparare a farlo…”.

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il commento al vangelo della domenica

PRIMA LA LIBERAZIONE
Gv 11,1-45
il commento di E. Ronchi al vangelo della quinta domenica di quaresima
Di Lazzaro sappiamo poche cose: la sua casa è ospitale, è amato da molti, amico speciale di Gesù. Ma il suo nome più vero è quello coniato dalle sorelle: “Colui-che-Tu-ami” …
“Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto”. Quante volte anche noi abbiamo pregato: se Tu sei con noi la morte non verrà…
“Vostro fratello risorgerà”. Lo sappiamo bene, ma quel giorno è così lontano da questo dolore.
E seguono parole tra le più importanti del Vangelo: Io sono la risurrezione e la vita. Lo sono adesso. Notiamo la disposizione delle parole. Prima viene la risurrezione e non la vita. Per Gesù prima viene la liberazione e poi la vita autentica.
Vivere è il risultato di molte risurrezioni: dalla paura, dalla disperazione, dalla violenza, dalla solitudine. Risorgere è faccenda di adesso, di questo momento: risorgere dalle vite sedute e mediocri, dalle vite senza sogno.
Quanti amici attorno a Lazzaro, quante lacrime: piangono Marta e Maria, i giudei, Gesù. È l’umanità di Dio. Tutti i presenti quel giorno a Betania se ne rendono conto: Guardate come lo amava, dicono stupiti. Dove sta il perché ultimo della risurrezione di Lazzaro? Sta nelle lacrime di Gesù. Piangere è amare con gli occhi. Lazzaro risorge non per la potenza di un Dio, ma per l’amore di un amico. Io invidio Lazzaro, non perché ritorna in vita una seconda volta, ma perché vive in un mondo pieno di amici.
Amo Betania e la ribellione di Gesù contro la morte, che si snoda in tre momenti:
1. Togliete la pietra! Via le macerie dei fallimenti del passato, sotto i quali vi siete seppelliti con le vostre mani; via i sensi di colpa, l’incapacità di perdonare se stessi e gli altri; via la memoria del male ricevuto, che ci inchioda ai nostri ergastoli interiori.
2. Lazzaro, vieni fuori! Fuori nel sole. E lo dice a me: vieni fuori dalla stanza buia dove guardi solo a te stesso, dal tuo piccolo angolo, fosse pure arredato con cura; fuori c’è il mondo. Esci, ripete alla farfalla chiusa dentro il bruco che credo di essere.
3. Liberatelo e lasciatelo andare! Liberatevi tutti dall’idea che la morte sia la fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele al vento, come si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso, liberatelo dalla zavorra che impedisce il volo. E lasciatelo andare, dategli una strada, e amici con cui camminare.
Che senso di futuro e di libertà emana da questo Rabbi che sa piangere e gridare e aprire sentieri nel cuore. E capisco che Lazzaro sono io. Il mio nome è: Colui-che-tu-ami, e non mi lascerà finire nel nulla della morte. Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. Chi dice Padre, dice risurrezione. Dio è padre solo se ha dei figli vivi! Io morirò, ma non per sempre.
Ormai so che il tempo dell’Amore è più lungo del tempo della vita.
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siamo ancora alle guerre di religione

tutti all’inferno appassionatamente

di Michele Serra
in “la Repubblica” del 18 marzo 2026

L’inferno esiste solo per chi ne ha paura, cantava De André. Lettura poetica e profonda non
dell’inferno, che non esiste se non come luogo immaginario e letterario, ma degli uomini: che
esistono eccome, e l’inferno se lo somministrano l’uno con l’altro nel corso della vita (a volte anche
il paradiso, ma sono momenti molto più rari).
Ecco dunque il ministro israeliano Katz annunciare ufficialmente che gli ulteriori leader iraniani
uccisi dagli attacchi dell’Idf sono finalmente stati spediti «nel profondo dell’inferno». Il pensiero è
identico a quello degli uccisi, che uguale destinazione amano augurare agli «infedeli»: a conferma
del fatto che questa è anche una guerra di religione, o quantomeno di religiosi, con i reverendi
americani benedicenti Trump, gli invasati biblici al governo di Israele, gli islamisti fanatici che
hanno messo in catene l’Iran. E tutti che tirano in ballo Dio per ogni loro nefandezza, per ogni loro
delitto contro la vita, per ogni loro anatema contro chi non recita i loro stessi salmi, versetti,
giaculatorie.
Katz si rassegni. Si capisce che essere semplicemente un assassino di assassini non gratifica quanto
essere un esecutore della volontà divina. Ma i suoi nemici, esattamente come capiterà a lui e a
ciascuno di noi, non sono all’inferno. Più semplicemente sono morti, scomparsi per sempre,
condizione che da sé sola basterebbe a dire l’enormità della fine e a sconsigliare di affrontare quella
enormità con le turpi piccolezze del fanatismo religioso. Chi non rispetta la morte non rispetta la
vita, questa forse la può capire perfino Katz.

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un’altra difesa è possibile – un nuovo modello di difesa

 

 

«civile, non armata e nonviolenta»:

la proposta di un nuovo modello di
difesa

di Redazione
in “il manifesto” del 17 marzo 2026

È stata depositata ieri in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare «Un’altra difesa è
possibile», promossa dalla Conferenza nazionale degli enti di servizio civile (Cnesc), Rete italiana
pace e disarmo e Sbilanciamoci.
Il testo, nato dall’aggiornamento di una precedente versione già depositata nel 2015, mira alla
costituzione di un «Dipartimento per la difesa civile, non armata e non violenta» presso Palazzo
Chigi. Il compito del Dipartimento sarebbe quello di attuare le politiche pubbliche del settore
avvalendosi dei Corpi civili di pace e di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, finanziato
attraverso il Fondo nazionale per la difesa civile.
L’obiettivo è quello di «aprire un dibattito serio sulla difesa, che non riguarda esclusivamente le
Forze armate» spiega Mao Valpiana, presidente del Movimento non violento. «Tutti devono
contribuire alla pace, non solo le Forze armate in modo esclusivo: l’art. 11 della Costituzione
sancisce il ripudio della guerra mentre l’art. 52 affida infatti a tutti i cittadini la difesa della patria.
Vogliamo valorizzare tutti gli strumenti non militari e nonviolenti già presenti nel nostro
ordinamento» conclude. Tra gli obiettivi del Dipartimento figurerebbero la promozione dei diritti
fondamentali e la tutela delle istituzioni democratiche; l’aggiornamento dei programmi di difesa
civile; la promozione di iniziative di mediazione in particolare nelle aree di crisi.
«Il ‘si vis pace para bellum’ rilanciato dal governo Meloni dispiace perché quando sono state messe
in campo azioni di dialogo vero, la guerra è stata scongiurata. Non è utopia, ma realismo, per
garantire un futuro sostenibile alle future generazioni» aggiunge Giulio Marcon di Sbilanciamoci. Il
Fondo per la difesa civile verrebbe alimentato da risorse ordinarie stanziate in legge di bilancio e da
una nuova forma di «opzione fiscale», ovvero la possibilità di destinare il 6×1000 del proprio Irpef
al Fondo stesso. Uno strumento che, secondo i promotori, richiama all’obiezione di coscienza al
servizio militare, permettendo di scegliere a quale modello di difesa e sicurezza affidarsi.
Il testo dovrà raggiungere le 50mila firme necessarie per potere essere depositato in Parlamento.
«Questa è una proposta di iniziativa popolare, se i partiti vorranno sostenerla, ben venga» conclude
Francesco Vignarca della Rete pace e disarmo.
Il testo della proposta di legge e la raccolta firme sono disponibili sul sito dell’iniziativ

 

un’altra difesa è possibile

di Tonio Dell’Olio
in “www.mosaicodipace.it” del 17 marzo 2026

Con l’aria che tira sembrava un controsenso, un’iniziativa anacronistica, un paradosso… Questo è il tempo della retorica bellica in cui, come dice Papa Leone, “la guerra torna di moda”. Eppure c’è una proposta che prova a cambiare prospettiva: non negare la difesa, ma ridefinirla affiancando
quella armata. Ieri le reti della campagna “Un’altra difesa è possibile” hanno depositato in
Cassazione la proposta di legge per l’istituzione del Dipartimento della difesa civile, non armata e
nonviolenta. Il cuore del progetto è chiaro: riconoscere la difesa civile come componente del
sistema nazionale, dotarla di un dipartimento dedicato e di risorse proprie, anche attraverso un
innovativo meccanismo di partecipazione come il 6xmille. Non si tratta di un’utopia, ma di un
valore cucito a ricamo nel dettato costituzionale: l’articolo 11 ripudia la guerra, mentre l’articolo 52
affida a tutti i cittadini la difesa della patria. La proposta si inserisce in un percorso lungo oltre un
decennio, fatto di raccolte firme, mobilitazioni e interlocuzioni istituzionali mai interrotte. Oggi – si
capisce! – torna con rinnovata urgenza. E proprio per questo acquista valore: perché indica una via
alternativa, fondata sulla prevenzione, sulla partecipazione e sulla tutela dei diritti. In nome delle
vittime di tutte le guerre

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Non basta essere a favore della pace. Dobbiamo essere contro la guerra

la guerra non può essere umanizzata: deve essere abolita

di Leonardo Boff
in “Religión Digital” del 16 marzo 2026

 


La frase del titolo non è mia; appartiene a Bertrand Russell e ad Albert Einstein nel loro manifesto del 9 luglio 1955, contro i pericoli della guerra nucleare e a favore della pace. Questo è il grande desiderio dell’umanità: sempre frustrato e sempre rinnovato. Non possiamo mai smettere di
perseguire quest’utopia, per la quale lottiamo perché sia realizzabile, perché farlo sarebbe un atto di cinismo nei confronti delle vittime della guerra e una rinuncia a ogni senso etico.
Ogni guerra sacrifica migliaia, persino milioni, di persone. Perpetua il gesto di Caino, che uccise
suo fratello Abele.
Max Born, premio Nobel per la fisica nel 1954, denunciò l’elevato numero di vittime civili nei
conflitti moderni. Nella prima guerra mondiale solo il 5% dei morti erano civili; nella seconda il
50%; nelle guerre di Corea e del Vietnam l’85%. Dati più recenti dimostrano che nelle guerre contro
l’Iraq e nell’ex Jugoslavia il 98% delle vittime erano civili. Qualcosa di simile sta accadendo oggi
nella guerra condotta da Benjamin Netanyahu contro i palestinesi nella Striscia di Gaza: sono stati
uccisi più di 18.000 bambini, che non avevano nulla a che fare con il conflitto.
Non basta essere a favore della pace. Dobbiamo essere contro la guerra.
Ogni guerra, di per sé, uccide altre vite, quelle dei nostri simili. Caino non può trionfare.
Il fenomeno della guerra si presenta come qualcosa di talmente complesso che nessuna singola
risposta lo spiega completamente o è sufficiente a spiegarlo. Ciò non ci esime, tuttavia, dal riflettere
sulla realtà della guerra e sulle sue perverse conseguenze umane e materiali.
Ad esempio, se un paese viene aggredito da un altro, cosa dovrebbe fare? Ha il diritto di difendersi
con forze difensive? Dovrebbe esserci proporzionalità? Come dovrebbero comportarsi i leader delle
nazioni quando assistono a un genocidio a cielo aperto, come nella Striscia di Gaza? O di fronte alla
pulizia etnica delle minoranze perpetrata nell’ex Jugoslavia, in Kosovo e in Bosnia da soldati
assetati di sangue che violavano sistematicamente anche diritti umani fondamentali? È lecito
invocare il principio di non intervento negli affari interni di Stati sovrani e assistere passivamente a
crimini contro l’umanità? Quale è il limite della sovranità? È assoluta? È al di sopra dell’umano,
che può essere sacrificato?
Come reagire al diffuso fenomeno del terrorismo, che potrebbe potenzialmente procurarsi materiale
atomico, minacciare un’intera città e metterla in ginocchio? E se una di queste armi venisse
lanciata, renderebbe l’intera città inabitabile a causa della radioattività. In tale contesto una guerra
preventiva è legittima?
Si tratta di questioni etiche che occupano menti e cuori ai nostri giorni. Per evitare la disperazione,
dobbiamo riflettere. E lo dobbiamo fare in tutto il mondo, data la strategia dell’attuale presidente
degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha affermato – e lo sta mettendo in pratica – che la pace si
raggiungerà non attraverso il dialogo ma con la forza. Questa non sarà mai una vera pace, bensì una
pacificazione forzata e imposta. È un tema ricorrente in tutti i presidenti, anche in Barack Obama,
affermare che gli Stati Uniti hanno interessi globali e possono intervenire quando questi sono
minacciati, anche con la forza.
Di fronte a questi problemi menzionati, si presentano diverse opzioni.
Un nutrito gruppo sostiene che, data la devastante capacità della guerra moderna con armi chimiche,
biologiche e nucleari, che potrebbe mettere a repentaglio il futuro della specie e dell’intera
biosfera, non esiste più una guerra giusta («ius ad bellum»). La vita, nelle sue diverse forme, sta al
di sopra di tutto.
Un altro gruppo sostiene che possa esistere una guerra giusta, l’«intervento umanitario», ma
limitato per impedire l’etnocidio e i crimini di lesa umanità.
Un altro gruppo, che rappresenta l’establishment globale, ribadisce che si deve recuperare la guerra
giusta come autodifesa, come punizione per i paesi dell’«asse del male» e come prevenzione di
attacchi con armi di distruzione di massa.
Esprimiamo un giudizio etico su queste posizioni: nelle condizioni attuali ogni guerra rappresenta
un rischio altissimo, poiché possediamo una macchina di morte capace di distruggere l’umanità e la
biosfera. La guerra è un mezzo ingiusto, per il fatto di essere globalmente letale.
Nell’ambito di una politica realistica, un «intervento umanitario» limitato è teoricamente
giustificabile, a due condizioni: non può essere deciso da un singolo paese, ma dalla comunità delle
nazioni (l’ONU) e deve rispettare due principi fondamentali («ius in bello», ovvero i diritti nel
corso della guerra): l’immunità della popolazione civile e l’adeguatezza dei mezzi (che non possono
causare più danni che benefici).
La forza usata per autodifesa non la trasforma in qualcosa di buono, ma può essere giustificata entro
un rigoroso limite di proporzionalità dei mezzi.
La guerra punitiva, come quella condotta contro l’Afghanistan o contro il sud del Libano dove
opera Hamas, si basa sulla vendetta ed è indifendibile. Alimenta solo rabbia e risentimento, terreno
fertile per futuri conflitti.
La guerra preventiva, come quella condotta contro l’Iraq sulla falsa supposizione che possedesse
armi di distruzione di massa, era illegittima perché basata su analisi errate e su qualcosa che ancora
non esisteva e che avrebbe potuto non essersi verificato. Nessun diritto, di qualsiasi natura, le
conferisce legittimità, poiché è soggettiva e arbitraria.
Tutto ciò vale in teoria, poiché è importante chiarire le posizioni. Tuttavia, nella pratica si è
dimostrato che tutte le guerre, anche quelle definite «interventi umanitari», non rispettano i due
criteri fondamentali: l’immunità della popolazione civile e l’adeguatezza dei mezzi impiegati. Non
viene fatta alcuna distinzione tra combattenti e non combattenti.
Per indebolire il nemico, le sue infrastrutture vengono distrutte, causando la morte di numerose
vittime civili innocenti. Le conseguenze della guerra durano anni, come nel caso dell’uranio
impoverito utilizzato dall’esercito statunitense, che ha provocato malattie nelle popolazioni colpite.
La guerra non è la soluzione a nessun problema. Dobbiamo cercare un nuovo paradigma, alla luce
di Francesco di Assisi, di Lev Tolstoj, del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King Jr., se non
vogliamo autodistruggerci: la pace come meta e come metodo.
Se vuoi la pace, preparati alla pace.
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Articolo pubblicato il 16.3.2026 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.org)

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il commento al vangelo della domenica

CAREZZE DI LUCE
​​​​Gv 9,1-41
il commento di E. Ronchi al vangelo della quarta domenica di quaresim
Gesù sta uscendo dal tempio e vede un uomo cieco dalla nascita, un disabile che, per legge, non può entrarvi.
Vede l’invisibile.
E si ferma, senza essere chiamato, senza essere pregato.
Amici e nemici si perdono a cercare colpe in quell’uomo, tutti insieme a sbagliarsi su Dio. Gesù non ci sta, fugge da quella logica: né lui né i suoi genitori hanno peccato. Il male non viene da Dio. E allora, da dove? Una domanda alla quale né la bibbia nè Gesù stesso danno risposte.
Gesù non vede in quell’uomo nato cieco un punto di arrivo, ma un punto di partenza, di nascita. E senza che il cieco gli chieda niente stende un petalo di fango e saliva su quelle palpebre che coprono il nulla.
Ecco il mio Gesù! È Dio che si sporca le mani con l’uomo, ed è al tempo stesso un uomo che viene contaminato di cielo, contagiato di luce.
Vai a lavarti alla piscina di Siloe… Il cieco si affida al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto. Si affida quando il miracolo non c’è ancora, quando c’è solo buio intorno.
Andò alla piscina e tornò che ci vedeva. Non si appoggia più al suo bastone; non siederà più a terra a invocare pietà, ma ritto in piedi cammina con la faccia nel sole, finalmente libero.
Finalmente uomo nuovo. Infatti la gente ora non lo riconosce più. È lui, dicono alcuni. No, non è lui. E accade così davvero: uno incontra il Signore e cambia dentro. Si aprono finestre di luce.
Per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. E invece del canto di gioia entra nel Vangelo un’infinita tristezza. Perfino i genitori del cieco sembrano vili. Ai farisei non interessa la vita ritornata in quegli occhi, ma la “sana” dottrina. E avviano un processo per eresia. Per difendere la dottrina negano l’evidenza. Ma che religione è questa che non guarda al bene dell’uomo ma solo a se stessa e alle sue regole?
I farisei vorrebbero che il cieco tornasse cieco, per avere ragione loro. Ma il cieco è diventato libero, è diventato forte, tiene testa ai sapienti: io non so di teologia, io sto con la vita, coi fatti: ora ci vedo!
Gesù unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l’uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.
Per i farisei Gesù, “non viene da Dio, perché non osserva il sabato”; per loro venire da Dio dipende dall’osservanza della legge; per Gesù venire da Dio, dipende da come abiti la terra, se lo fai come Dio che ti prende là dove sei, rotto come sei, e si fa mano viva che aggiusta, che tocca gli occhi e li illumina, che fa ripartire la vita.
Gesù è venuto a portare non il perdono dei peccati, ma molto di più, a portare se stesso. “Io sono la luce del mondo”: luce che accarezza, bellezza che risana, sguardo che consola, forza che fa ripartire la vita.
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