benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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il vangelo va annunciato al mondo di oggi

una chiesa che sa parlare al mondo

di Enzo Bianchi
in “Vita Pastorale” del dicembre 2025

 

In questo tempo intermedio tra la Terza assemblea sinodale della Chiesa che è in Italia, che ha approvato il Documento finale con le proposizioni da presentare ai vescovi perché attuino accurato discernimento e con l’autorità apostolica che solo a essi compete le approvino o le lascino cadere, mi sembra opportuna una riflessione sulla speranza, che papa Francesco volle non solo come motto ma come atmosfera da percepire nel Sinodo e nella Chiesa universale. Il tema è molto significativo e monsignor Rino Fisichella ha dato un ottimo contributo all’interpretazione del messaggio papale, indicando piste di cammino per esercitarsi in questa virtù teologale.
Ecco, dunque, un’ulteriore meditazione che vuole sottolineare come sia decisiva la speranza dei cristiani nel cercare una Chiesa diversa e una Chiesa che sa parlare al mondo. Nella notte oscura che stiamo attraversando, se non avessimo la speranza anche la nostra fede sarebbe fragile, debole.
Sono tramontati gli anni in cui scienza e tecnica ci promettevano di prevedere positivamente le traiettorie geopolitiche, finanziarie, democratiche, sanitarie… Noi ora facciamo la faticosa esperienza dell’impotenza rispetto alle situazioni contingenti della vita fragile, assalita dalla brama di potere e dall’avidità della ricchezza. L’azione politica si mostra oggi molto difficile oltre che confusa: c’è sfiducia generalizzata, volontà di prevaricazione, aggressività quotidiana. Sì, il nostro mondo vive un’epoca caratterizzata da instabilità, volontà politiche non convergenti e frammentarie.
Ecco perché c’è chi ha detto: «La speranza è morta!». Ma la speranza non può morire se non insieme all’umanità. E finché ci sono esseri umani ci saranno resistenti, ci saranno sentinelle e vedette notturne capaci di sperare contro ogni speranza.
Molti non capiranno ma io per leggere, conoscere e dire qualcosa della speranza cristiana resto convinto che occorre farlo a partire dal Vangelo, cioè da Gesù Cristo. Sì perché Gesù è la speranza.
È vero, noi abbiamo tanti passi del Vangelo che rimandano a parole di speranza dette da Gesù, ma non sempre abbiamo il coraggio di dire che Gesù Cristo, oltre a dire parole di speranza, è in sé stesso la speranza; più che dire parole di vita, è la vita! Ora, nei Vangeli, dove ci è consegnata in Gesù Cristo l’unica immagine senza veli di Dio, noi ci accorgiamo che lui, che è disceso dal cielo attraverso l’incarnazione e si è fatto umanissimo, uguale a noi in tutto, non ha mai ceduto alla tentazione di vivere secondo una negazione illusoria della realtà. Egli, infatti, vedeva la difficoltà che la condizione umana gli presentava senza eccezioni, tenendo una porta aperta alla possibilità di essere sospeso da un evento di bene, da una forza buona che procedeva da Dio.
La speranza è una fessura, non la si vede sempre, ma occorre credere che c’è, e che è destinata ad allargarsi, a diventare una finestra attraverso la quale passa la luce. Ovunque ci sia un uomo, una donna, la speranza non può morire, salvo che avvenga un suicidio: prima della speranza, poi del corpo! Eppure, basterebbe che una mano dall’alto o dal basso aprisse uno spiffero di luce che arrivi fin dove c’è tenebra mortale per dare ragioni per continuare a tirare il fiato.
Tra noi ebrei e cristiani, poi, non si dovrebbe dimenticare che di fronte al Mar Rosso nessuno poteva credere di poterlo attraversare a piedi asciutti, nessuno pensava di giungere all’altra riva, ma quando i figli d’Israele hanno osato mettere il piede in mare e camminare tenendosi per mano si sono trovati all’altra riva e hanno cantato pieni di gioia la Cantica del mare (cf Es 15). Ecco perché guardiamo a Cristo: «Cristo in voi, vostra speranza» (cf Col 1,27). Questa non è solo un’affermazione cristologica decisiva, ma testimonia che Gesù era la speranza di chi lo incontrava nella sua vita, lo ascoltava nella predicazione del Regno.
Basta fare riferimento al suo sguardo perché proprio nello sguardo di una persona è percepibile la presenza della speranza. L’occhio che spera è un occhio aperto, sempre vigilante. Ecco perché, dove vedeva un campo di grano maturo, Gesù percepiva l’immagine di una mietitura escatologica vicina;
là dove vedeva un gregge disperso sulle colline vedeva la sua comunità errante senza pastori; là dove altri erano abbagliati dalle pietre del tempio, Gesù ne prevedeva la distruzione; là dove avvenivano i solenni pontificali del tempio, lui vedeva una povera vedova che buttava nel tesoro del tempio tutto ciò che possedeva. Nello stesso modo, dove i sacerdoti vedevano una prostituta, lui sapeva vedere una donna capace di santità, dove gli uomini religiosi vedevano pubblici peccatori, Gesù vedeva possibili discepoli, i primi ammessi al Regno…
Quante volte Gesù a chi si reca da lui dice, rimandandolo indietro: «Va’, la tua fede ti ha salvato!». Parole di vertigine, dove la speranza nella forza dello Spirito santo rifà un uomo, una donna, quale nuova creatura. Lo sguardo di Gesù non è solo missionario, capace di elezione e di chiamata, ma soprattutto è sguardo di misericordia, che desta speranza: distrugge tutto ciò che è tenebra e prigionia. Gesù si fa “colui che mostra la strada” della speranza per tutti i suoi discepoli, e li porta a comprendere a poco a poco la speranza delle speranze, la Risurrezione!
La speranza può rendere possibile ciò che agli uomini pare impossibile. Nell’ora dell’angoscia e della
desolazione, quando si è stati calunniati e ripudiati da tutti, quando si sono allontanati gli amici e sembra che  siamo stati consegnati dai nostri compagni dell’intimità alla distruzione, magari da chi ci ha tradito, il compagno fedele che mangiava il pane con noi alla nostra tavola, possiamo protestare con Dio fino a scagliare invettive contro di lui. Vediamo il suo volto come quello di un nemico, che non ci guarda, che ci getta nelle tenebre, che ci  assale come un orso… Perché Signore? Dove sei? Chi prega così si fabbrica un’immagine perversa del volto di Dio e giustifica il suo pianto e la sua protesta. Ma proprio perché “è bene attendere in silenzio la risposta del Signore”, si deve invece imparare con pazienza a “stare fermi”, ad attendere, perché Dio interverrà. Lo dicono tutti gli oranti che sono passati attraverso la tribolazione dell’assenza di Dio. A poco a poco capiscono che non era Dio a essere muto, come essi pensavano (una bestemmia!), ma che erano loro a essere sordi alla sua Parola.
E imparano che Dio parla nel silenzio, e che nel silenzio è vicino più che mai!
Durante la salita a Gerusalemme, per tre volte Gesù annuncia ai discepoli la necessità della passione e morte, eventi strettamente legati alla Risurrezione, all’intervento del Padre, che richiamerà dai morti il suo Figlio amato: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molte cose, essere crocifisso e risorgere il terzo giorno!». Speranza che i discepoli sentivano affiorare sulle labbra di Gesù, ma per ora non comprendevano. Ma con l’alba del terzo giorno, l’annuncio Pasquale risuona per le donne discepole e da allora la speranza trionfa in un canto parallelo alla Cantica del mare: «Cristo è veramente risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24,34).
Cristo appare l’unica e vera speranza dei discepoli e del cosmo intero. È lui la sorgente della nostra speranza, che nella sua estrema impotenza è speranza della risurrezione dai morti. Se Cristo è risorto dai morti, noi tutti risorgeremo dietro a lui. Questa è la speranza cristiana: la morte sarà vinta, il Regno sarà aperto, abiteremo la Gerusalemme celeste nella comunione dei santi e Dio sarà tutto in tutti! Questa speranza che la morte non sia l’ultima parola è la differenza cristiana rispetto agli altri uomini: comunicare loro la speranza significa comunicare che l’amore da loro vissuto vince la morte; di questo devono sempre essere consapevoli.
Questo mi pare l’unico debito, l’unico messaggio che noi possiamo offrire, se lo accolgono, ai non cristiani. E offrirlo non solo annunciando l’amore, ma amando concretamente. Osiamo così poco amare! Così poco che l’amore non è credibile, e dunque è incapace di vincere la morte. Ma la speranza è il dono dello Spirito santo: nella sua kenosi nel cuore degli uomini apre una fessura di luce, apre le tenebre e lascia germinare la speranza di  risurrezione, di vita per sempre

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il commento al vangelo della domenica

BEATO IL CUORE PIENO DI NOMI
Mt 11, 2-15
il commento di E. Ronchi al vangelo della terza domenica di avvento
“Fiorisca la steppa, come fiore di narciso fiorisca” Isaia il visionario porta la primavera nel cuore dell’inverno. E Giovanni, il profeta granitico, è invece nel pieno del suo inverno.
Dal carcere manda a dire a Gesù: Sei tu, o dobbiamo aspettare un altro?
Anche il più grande tra i nati di donna dubita: ma io, a chi ho preparato la strada?
Il dubbio fa male, ma il profeta proclama qualcosa di più forte: anche se non sei tu, io comunque continuerò ad attendere, continuerò a cercare.
Perché ‘attendere’ è voce del verbo amare.
Gesù non risponde con proclami, ma chiama a raccolta la vita dolente e ferita, con l’unico scopo di farne uomini pieni e liberi. Come lui, noi “acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!” (Evangelii gaudium n. 274).
I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i sordi odono, ai poveri è annunciato il Vangelo, tutti hanno una seconda opportunità-
E tuttavia i suoi miracoli non ci hanno cambiato, i poveri sono sempre più poveri, le guerre mietono vittime come erba falciata, nessuna steppa è fiorita di gigli e l’inquinamento corrode la terra.
Il non credente che è in me, disilluso, mi contesta, dati alla mano: avete tanto pregato e la pace non è venuta.
Ma la pace ormai si è accesa in noi! Ci siamo rotolati dentro, e ne abbiamo addosso i pollini. Il mondo non è inguaribile, è un malato affidato alle nostre cure, capaci di piccoli miracoli quotidiani.
Il profeta non capisce e dubita: aiutami a comprendere. Io sono in prigione, sarò ucciso perché ho denunciato l’adulterio di Erode, e tu perdoni perfino gli adulteri colti in flagrante!
E Gesù rilancia: Beato chi non si scandalizza di questo amore scandaloso, che invece di bruciare i peccatori, come annunciava Giovanni, siede a tavola con loro.
Dov’è lo scandalo, l’inciampo? Gesù non porta il castigo di Dio, ma la sua misericordia.
Beato chi ha il coraggio di andare in cerca di ciechi, di zoppi, di perduti, di guardare negli occhi i profughi, di sostenere un germoglio di Dio sul mondo devastato. Beato chi ha il cuore pieno di volti e di nomi.
La differenza fra favola e profezia sono una mangiatoia e una croce, dove non c’è inganno, non c’è imbroglio, nessun fine nascosto.
E’ tutto così semplice, quando si ama.
Per tre volte Gesù domanda: Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Un uomo avvolto in morbide vesti?
Che cosa?
Un uomo in piedi, senza doppiezze e libero. Messaggio e messaggero in lui coincidono. Lui è ciò che dice e dice ciò che è: un credente finalmente credibile.
Gesù: un uomo solo, con un pugno di amici di fronte al mondo. Sentirlo così, ancora presente sulle frontiere della vita, goccia di fuoco che non si spegne, è l’unico miracolo di cui abbiamo bisogno.
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il commento al vangelo della domenica

PICCOLI PASSI
Mt 3, 1-12
il commento di E. Ronchi al vangelo della II domenica di Avvento 
Due Profeti, uno dalla sabbia del deserto, uno dalle acque di Galilea.
Giovanni il Battezzatore, nell’arsura del deserto di Giuda, predica: convertitevi, perché il regno è vicino. Gesù, sulle rive del lago di Cafarnao, fa rimbalzare l’identico annuncio: convertitevi perché il regno è vicino.
Tutti i profeti hanno gli occhi fissi nel sogno dal nome regno dei cieli, che è un mondo intessuto di rapporti buoni e felici. Ne percepiscono il respiro: è possibile, è ormai iniziato.
Dio è vicino, è qui, prima buona notizia: il grande Pellegrino ha camminato, ha consumato distanze e ora è vicinissimo a te.
Convertitevi, ossia osate la vita, mettetela in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza dietro cui perdere il cuore. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall’alto, ma la vicinanza del fuoco, una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo.
Convertitevi! Giratevi verso la luce, che è bella e cambia il modo di vedere gli uomini e le cose.
Se guardo con attenzione, io vedo che il mondo è più vicino al regno di Dio oggi di ieri: è cresciuta la libertà di essere se stessi, l’autenticità nelle relazioni, è cresciuta la solidarietà verso i deboli, verso i disabili c’è stata una autentica rivoluzione, sono cresciuti l’istruzione, la scienza e il rispetto per il creato e la vita.
Anche altro è cresciuto: tra il buon grano radici di guerre e inganni, solitudine e disgregazione dei legami, idolatria del denaro, della forza e dell’apparire, insofferenza verso chi chiede aiuto.
Zizzania e buon grano.
Ma io credo nella buona notizia di Isaia, di Giovanni, di Gesù.
Perché il cristiano non è ottimista, ha speranza.
L’ottimista tra due ipotesi sceglie quella positiva. Io scelgo il Regno, lo faccio per un atto di speranza: perché Dio si è impegnato con noi in questa nostra storia, con un intreccio così scandaloso da arrivare fino alla morte di croce.
Chiniamoci con attenzione e lo vedremo, nell’intimo di ciascuno, nell’umiltà dei giorni e dei segni: egli viene.
Perché viene? Perché prima ancora che un mio problema, la salvezza è un desiderio di Dio.
Con le immagini potenti della scure e del fuoco, il vangelo racconta che Dio raggiunge e tocca quella misteriosa radice del vivere che ci mantiene diritti come alberi forti, che ci permette di intravvedere germogli anche sulle macerie.
Dio viene dentro la passione d’amore, dentro la fedeltà al dovere, dentro il coraggio di sperare, la generosità di rimanere accanto, nella gioia della libertà raggiunta, quando accetto la sproporzione tra ciò che mi è promesso e ciò che stringo fra le mani, e tuttavia faccio avanzare di un passo, di un millimetro, di un niente, la bontà del mondo.
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la bestemmia di usare Dio per legittimare la guerra

papa Leone:

“troppe guerre in nome di Dio

di Redazione
in “La Stampa” del 24 novembre 2025

«In un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica comunità cristiana universale può essere
segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale
per la pace». Nell’ultimo Angelus prima della partenza per il suo primo viaggio apostolico da dove,
in Turchia, farà tappa a Nicea per i 1.700 anni dal Concilio, Papa Leone XIV pubblica una lettera
apostolica “In Unitate Fidei” che non solo guarda all’ecumenismo ma rappresenta anche una
summa del suo programma per il pontificato. E offre un mea culpa: «Oggi, per molti, Dio e la
questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che
i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera
fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. Si sono
combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un
Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce».
Inoltre, il Pontefice sostiene che «dobbiamo lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno
perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune
allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore».

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guerra giusta o pace giusta? nessuna guerra secondo il vangelo

qualche riflessione sulla pace

di Luca Baratto
in “Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del28 novembre
2025

Care ascoltatrici e ascoltatori, oggi parliamo insieme di pace.
Lo so, non è un tema su cui si possa dire una qualunque cosa intelligente nei tre minuti di questo
spazio radiofonico. Vorrei però condividere con voi alcune considerazioni che ho ricavato dalla
lettura di un bel libro, che abbiamo già presentato al “Culto evangelico” quest’estate: I cristiani, la
violenza e le armi, scritto dal professor Massimo Rubboli. Una lunga cavalcata sul tema, dal
primissimo cristianesimo fino a oggi. Dalla lettura sono emersi alcuni elementi costanti.

Il primo è che più il cristianesimo si è avvicinato al potere, o è esso stesso diventato fonte di potere,
più i cristiani hanno avallato la guerra. Nel primissimo cristianesimo, quando i cristiani sentivano di
non poter conciliare la fedeltà a Dio e quella all’Impero romano, soprattutto alla pretesa
dell’Imperatore di essere una divinità, la guerra era vista come inconciliabile con la fede – non da
tutti, naturalmente, ma da teologi di primo piano come Tertulliano. Quando Costantino ha invece
reso il cristianesimo costitutivo dell’Impero, questa inconciliabilità è pian piano svanita e la
domanda centrale non era più se a un cristiano fosse consentito combattere, quanto piuttosto come
un cristiano dovesse comportarsi in battaglia. E da allora è stato così, fino alla benedizione dei
cannoni nelle Guerre mondiali e anche nell’attuale guerra d’invasione in Ucraina, benedetta dai
vertici della Chiesa ortodossa russa.

Il secondo elemento è che, comunque si guardi la questione, non è possibile giustificare una guerra
basandosi sulle parole di Gesù.
Tutti i movimenti nonviolenti o pacifisti cristiani – dai valdesi agli anabattisti – sono partiti
dall’ascolto del sermone sul monte, quello in cui Gesù dice di non resistere al malvagio, di porgere
l’altra guancia, di amare i propri nemici. Gesù e la guerra non stanno insieme.
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Il terzo è che sebbene nel corso dei secoli siano stati più numerosi i cristiani che hanno combattuto
di quelli che hanno rifiutato la guerra, tuttavia la nonviolenza e il pacifismo sono sempre stati
presenti nel cristianesimo come un fiume carsico, a tratti sotterraneo, altre volte ben visibile.

L’ultimo elemento è che, sebbene la storia del pacifismo non costituisca un percorso lineare e che
oggi la guerra nel mondo e anche in Europa sia purtroppo una realtà concreta, tuttavia per la prima
volta nella storia si è compiuto un cambiamento concettuale considerevole: per secoli i cristiani
hanno discusso sulla guerra giusta, cioè su come definire la legittimità di un conflitto per potervi
prendere parte con buona coscienza. Oggi invece è emerso il concetto di pace giusta. Si è cioè
prima di tutto definito che i cristiani non devono primariamente riflettere e discutere di guerra, ma
che il loro tema è la pace. E non una pace qualsiasi ma una pace basata sulla giustizia, una pace
giusta.
Se volete saperne di più, vi consiglio il bel libro del professor Rubboli, I cristiani, la violenza e le
armi.

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il commento vangelo della domenica

TEMPO DI ATTESE E PROFETI
il commento di E. Ronchi al vangelo della  I domenica di Avvento
Mt 24,37-44
Tempo d’Avvento, tempo di strade, di profeti, di madri in attesa. Tempo per vivere con attenzione, perché questo mondo è una realtà germinante e porta un altro mondo nel grembo.
Avvento annuncia che Dio presiede ad ogni nascita, che interviene nella storia non con le gesta dei potenti ma con il miracolo umile e strepitoso della vita, con la danza di un grembo, in cui lievita il pane di un uomo nuovo.
Dio è colui he invece di porre la scure alla radice dell’albero, inventa cure per ogni germoglio, per ogni “hinnon” (Salmo 72,17), simbolo di Dio stesso.
Avvento non è attendere la nascita di Gesù, lui è già nato, ma attendere che Dio nasca in me, affinché io possa nascere in Dio.
Desiderarlo, come i “desiderantes”, quei soldati romani che, riferisce Giulio Cesare, attendevano sotto le stelle i compagni non ancora rientrati all’accampamento, dopo la battaglia.
Desiderio e attesa del Dio che viene nel tempo delle stelle, in silenzio, a rendere più breve la notte; ladro che non ruba niente e dona tutto, sempre straniero in un mondo e un cuore distratti.
Al tempo di Noè gli uomini mangiavano e bevevano, e “non si accorsero di nulla”, non si accorsero che quel mondo era finito. Non facevano nulla di male, la loro era la vita semplice, un semplicemente vivere e rispondere alla comune domanda di felicità. Infatti Gesù non denuncia ingiustizie, cattiverie o vizi; descrive una esistenza fatta solo di quotidiano, senza rivelazione e senza profezia.
I giorni di Noè sono i nostri, quando dimentichiamo di alzare lo sguardo, oltre e in alto, e ci accontentiamo di grandi bocconi di terra.
Due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola, uno sarà preso e uno lasciato: il Vangelo non parla della fine della vita, ma della profondità della vita.
Non dell’angelo della morte, ma di due modi diversi di abitare la vita. Uno vive in modo adulto, uno infantile. Uno ponendosi domande, aprendo le finestre ai grandi venti della storia; uno invece muore lentamente, affondando nella propria superficialità. Uno vive sull’orlo dell’infinito, uno dentro il perimetro breve della sua pelle.
Il primo è pronto all’incontro con il Signore; l’altro non si accorge di nulla.
Tenetevi pronti perché viene! E’ un fatto: viene. Pronti allora non per proteggersi da un ladro, ma per non mancare l’appuntamento con un Dio viaggiatore infaticato dei secoli e dei giorni, viaggiatore del cuore profondo. Dio cammina a piedi (Gandhi) e non sui carri dei vincitori; nella polvere delle nostre strade e non per sentieri dorati.
Avvento è il tempo per riprendere a vivere con attenzione: attenti al Signore e ai suoi richiami nell’intimo, nel gemito e nel giubilo della storia e del creato. Attenti alle sue orme nella polvere, al sussurro nel vento, a chi bussa alla porta: sono io la meta del suo viaggio.
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occhio non vede, cuore non sente …

i dispersi che il mondo non vede: migliaia di corpi palestinesi sotto le
macerie

di Eman Abu Zayed
in “il manifesto” del 26 novembre 2025

Terra rimossa Israele blocca i macchinari necessari al recupero, le famiglie sospese in un’attesa insopportabile. L’impotenza dei soccorritori, costretti a scavare a mani nude o con mezzi rudimentali

Dalla fase iniziale della guerra a Gaza, i dati del ministero della sanità indicano che oltre 7mila
persone sono presumibilmente sepolte sotto le macerie. Tra queste, circa 3.600 famiglie hanno
denunciato la scomparsa dei propri cari, una tragedia umana immensa che va ben oltre le cifre
ufficiali delle vittime.

IN MEZZO A QUESTI numeri dolorosi, porto anch’io una parte di questa tragedia. La famiglia di
mio padre è tra i dispersi sotto le macerie fin dai primi mesi della guerra. Dieci persone, tra cui
bambini, sono ancora lì, senza che abbiamo potuto salutarli. A oggi non abbiamo potuto garantir
loro una sepoltura dignitosa, né pregare su di loro; non esiste una tomba da visitare, né un luogo che
possa alleviare il peso di questa perdita. Attendere per mesi un segno, una notizia, un indizio, è un
dolore che non appare in nessuna statistica, ma che abita la vita di chiunque abbia qualcuno ancora
sotto le macerie.
Le squadre di soccorso a Gaza lavorano in una delle condizioni umanitarie più difficili al mondo.
Per raggiungere i dispersi servono macchinari pesanti per sollevare e rimuovere le macerie, ma la
maggior parte di queste attrezzature non è disponibile o è fuori uso a causa dei bombardamenti,
della mancanza di carburante e dell’assenza di pezzi di ricambio.
Molti edifici sono crollati uno sull’altro, creando strati enormi di cemento impossibili da penetrare
con strumenti rudimentali. Inoltre, le zone di ricerca vengono spesso bombardate, costringendo i
soccorritori a fermarsi o a ritirarsi per proteggere la propria vita. Il recupero dei dispersi
estremamente difficile e lento lascia migliaia di famiglie in un’attesa estenuante.
In una breve conversazione con Mohammed al-Madhoun, uno dei soccorritori, la stanchezza nella
sua voce era evidente ancora prima delle parole. Mi ha raccontato che la parte più difficile non è
solo il peso delle macerie, ma il peso del momento stesso: quando sentono la voce di un bambino
che chiede aiuto da sotto il cemento e non hanno gli strumenti adeguati per raggiungerlo
rapidamente.

MOLTE OPERAZIONI vengono svolte a mani nude o con attrezzi semplicissimi, del tutto
insufficienti rispetto alla portata della catastrofe, e nonostante ciò continuano a tentare, un passo
dopo l’altro. Mohammed mi ha parlato delle ore passate con i colleghi nelle zone bombardate,
muovendosi pur sapendo che ogni istante potrebbe essere l’ultimo. Eppure si dirigono sempre verso
i luoghi dove si pensa possano esserci dei bambini, convinti che salvare anche una sola vita valga
ogni rischio.
Mi ha descritto i suoi compagni come persone che «entrano nei siti come se entrassero nelle loro
case», senza pensare ad altro che a raggiungere quella voce, quel respiro nascosto tra le macerie. Si
sono mobilitati sforzi straordinari per recuperare i resti di ventotto israeliani, mentre migliaia di
palestinesi rimangono sotto le macerie senza squadre di soccorso, senza mezzi, senza il minimo
interesse globale. Questo divario non riflette solo un pregiudizio politico, ma un’idea gerarchica del
valore umano, in cui la vita di alcuni riceve priorità assoluta mentre altre vengono lasciate a un
destino silenzioso, percepito solo dalle loro famiglie.
Un’ingiustizia che colpisce profondamente la psiche delle persone, costrette a vivere tra perdita e
incertezza, private perfino del diritto basilare di seppellire i propri cari, come se la loro morte non
meriti riconoscimento né compassione. Lasciare migliaia di vittime sotto le macerie non è un
destino inevitabile, ma il risultato diretto dell’assenza di giustizia e della decisione del mondo di
voltarsi dall’altra parte rispetto alla sofferenza di un popolo che chiede soltanto dignità.

C’È UN BISOGNO urgente di meccanismi umanitari indipendenti e di un intervento internazionale
che ponga fine a questa disuguaglianza e che restituisca ai morti il loro diritto a essere ritrovati,
identificati e sepolti con dignità. Restituire dignità ai morti è il primo passo per restituirla ai vivi e
per costruire una memoria fondata non sulla rimozione, ma sul riconoscimento e sulla giustizia

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il commento al vangelo della domenica

Cristo Re dell’universo – regnavit a ligno Deus

il commento di Bernard al vangelo della trentaquattresima domenica del tempo ordinario

Luca 23,35-43

Quando guardo a Gesù sulla croce,
vedo la sofferenza umana
in tutta la sua profondità.
Ma se guardo più a fondo,
con sguardo consapevole,
posso vedere anche l’amore.
La croce stessa,
non è solo il luogo del dolore:
è il punto in cui la coscienza umana
incontra la sua ombra.
Il palo verticale è il movimento dello Spirito
che discende nell’umano;
il palo orizzontale è il respiro dell’umanità nel tempo.
Gesù è nel punto centrale:
il luogo in cui l’eterno tocca l’attimo.

Molti deridono Gesù: i potenti, i soldati,
perfino uno dei condannati.
Talvolta quando una persona soffre,
può perdere contatto con la propria bontà.
Chi insulta, chi deride, chi umilia,
in quel momento, è dominato dalla propria paura,
dalla propria ignoranza, dalla propria ferita.
Non sono persone cattive
ma esseri che non sono consapevoli del proprio sentire
e quindi rimangono catturati dalla propria stessa sofferenza.

Quelle voci non sono solo uomini
ma l’eco dell’anima del mondo:
l’umanità che teme ciò che non può controllare.
È la stessa energia che si solleva in me
quando mi sento incompreso, ferito o giudicato
e non sono in grado di amare e accogliere le mie ferite.

Gesù rimane radicato nella compassione.
Più aumenta la violenza attorno a lui,
più la sua mente rimane libera.
La sua compassione non è un’emozione:
è una vibrazione stabile,
la vibrazione di un campo di coscienza stabile,
centrata nell’amore ed emanante Amore,
che trascende l’umano sentire.
Questa libertà interiore
nessuna prigione gliela può togliere.

Il buon ladrone rappresenta
l’attimo in cui posso risvegliarmi.
Anche tu, amica cara, puoi,
nella tua sofferenza, riconoscere
la tua innocenza più profonda;
vedere la tua verità nel momento presente,
assumere la tua responsabilità senza giudicarti,
aprire il cuore.
Quell’attimo di chiarezza è il vero miracolo.
Non è importante ciò che sei stata
ma il tuo risveglio adesso.

Il Paradiso è promesso anche a te da Gesù:
non è solo un luogo “dopo la morte”
ma uno stato di pace
che nasce nel momento in cui smetti di combattere
la realtà e torni nella tua buona natura.
“Oggi sarai con me in paradiso”:
l’oggi non è un giorno.
È la qualità della presenza.
“Con me” non indica uno spazio,
ma una relazione, una vibrazione di unità.
Quando sei presente,
il Paradiso non è altrove:
si apre in te.

Ti auguro di non rispondere
alla violenza con violenza.
Quando gli altri ti criticano o ti feriscono,
tu possa rimanere libera dentro, come Gesù.
Puoi respirare e scegliere la compassione.

Ti auguro che ogni tua sofferenza
sia un ritorno verso il centro della croce:
quel punto in cui non sei più distratta
dal passato o dal futuro,
ma radicata nell’adesso.
Anche se talvolta hai sbagliato,
come il buon ladrone,
basta un istante di lucidità
per trasformare la tua vita.
Un solo respiro consapevole
può aprirti il Paradiso.

La vera salvezza è la consapevolezza:
Gesù non salva il buon ladrone
liberandolo dalla croce,
ma liberandolo dalla paura.
L’unica cosa che veramente muore sulla croce
è l’illusione di essere separati da Lui.
E quando l’illusione cade,
la coscienza torna a casa.

“Salva te stesso…” è la voce dell’ego,
non dello Spirito.
L’ego interpreta la salvezza come controllo,
difesa, fuga dal dolore, salvaguardia del proprio mondo egoista.

Quando il buon ladrone riconosce
la sua condizione e quella del Cristo,
apertura del cuore:
una breccia da cui entra la luce.
Per questo Gesù parla di “oggi”:
ogni risveglio avviene solo nel presente.

Non si tratta nemmeno di “salvare me stesso”.
Non c’è nulla da salvare:
c’è solo l’essere da riconoscere.
Il Paradiso non è un premio
ma la vibrazione dell’essenza riconosciuta.
Più che salvarmi, devo risvegliarmi.

Ti auguro questo risveglio:
la chiarezza di vedere ciò che sei,
distinguendo l’ego (illusione),
l’individualità (strumento)
e la coscienza (essenza).
La tua individualità non è più prigione ma danza,
una forma attraverso cui l’essere si esprime.

Cara anima, come mi scrisse un’amica:
“E noi siamo già da adesso in paradiso,
che, come dice Faggin, è il Bene,
conoscere sé stessi profondamente,
significato, amore, beatitudine…
Solo un cambiamento di prospettiva…
il paradiso è qui ed ora o mai più…”

Il Paradiso non è luogo
ma qualità della percezione.
Quando vedi con gli occhi della coscienza,
il mondo è trasfigurato.
Quando guardi con gli occhi dell’ego,
il mondo sembra croce.
La croce è reale.
Il Paradiso è reale.
Dipende da quale “sé” che guarda.

Ti auguro di scoprire
che non c’è nessun sé da salvare:
solo una realtà da riconoscere.
E allora potrai accedere finalmente alla libertà.
La libertà è il Paradiso.
E questa libertà ti è sempre disponibile, nell’adesso.
Nell’oggi del Cristo,
ti abbraccio
Bernard

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giustizia e misericordia a proposito della violenza sessuale sui minori

ipocrisia, non misericordia

di Enzo Bianchi
in “il Blog di Enzo Bianchi” – E il gallo cantò… – del 16 novembre 2025

Mai si è predicata la misericordia come negli ultimi tempi e non dimentichiamo che Papa Francesco
volle dedicare un intero anno alla contemplazione del mistero dell’inesauribile misericordia di Dio.
Eppure la mia attenta lettura della vita ecclesiale mi spinge a dire che, in verità, oggi domina troppo
spesso l’esercizio di una giustizia farisaica, di atteggiamenti ipocriti che ammorbano tutto il corpo
ecclesiale, vescovi, presbiteri, ma anche le comunità cristiane. Si cita frequentemente la
misericordia del Signore, si ricordano gli insegnamenti dati da Gesù su di essa attraverso le parabole
e gli incontri con i peccatori ma poi non si fa misericordia. Non dico che non si eserciti facilmente il
perdono verso chi ha recato personale offesa, ma non si accetta che chi ha peccato, una volta
scontata la pena e dati segni di conversione, sia giudicato capace di una nuova vita e dunque non sia
ritenuto imperdonabile.
Molti vescovi, soprattutto per paura dell’opinione pubblica e dei mass media, di fronte a delitti
come gli abusi sessuali assumono posizioni di assoluta rigidità, condannano spesso senza pietà i
loro preti e anziché pensare a itinerari di cura che aiutino il colpevole verso la redenzione lo
espellono dalla diocesi e si rifiutano di accompagnarlo come il pastore deve fare con la pecora
malata. Sì, ci sono purtroppo alcuni vescovi che rifiutano la piena integrazione nel presbiterio anche
di chi ha scontato la pena secondo la giustizia canonica e quella civile. E le comunità, sovente
influenzate non solo dalla stampa laica ma anche da quella cattolica o dai siti cattolici (che
sembrano specializzati nella caccia e nella pubblicazione di notizie circa abusi sessuali), protestano
senza rendersi conto di assomigliare in tutto a quegli scribi e farisei che accusavano l’adultera
portata davanti a Gesù e giudicata da loro degna della morte. Sì, in questi tempi talvolta le comunità
hanno atteggiamenti che gridano vendetta al cospetto di Dio.
È per la loro responsabilità che è stato accusato un uomo di Dio come il cardinal Philippe Barbarin,
già arcivescovo di Lione, successivamente assolto ma troppo tardi. Roma stessa aveva recepito quel
brusio calunnioso che ostacolava il suo ministero episcopale. Sempre le comunità hanno fatto
dimettere l’arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, per un chiacchiericcio (che comunque
non riguardava una colpa morale!) e ultimamente sono le comunità alle quali si è aggiunta anche la
Conferenza episcopale francese che biasimano l’arcivescovo di Tolosa, monsignor Guy André
Marie de Kérimel, per aver nominato cancelliere un prete giudicato e condannato vent’anni fa per
abuso sessuale. No, non sono d’accordo con questo neofariseismo che avvelena la vita ecclesiale.
Non dimentichiamo che anche alla chiesa di oggi Gesù dice: Voglio misericordia, non la giustizia da
farisei, la conoscenza di Dio piuttosto della rigidità della legge!
Gli abusi sessuali sui minori vanno certamente sanzionati dalla legge canonica e da quella civile e
occorre rendere inoffensivo chi si è macchiato di tali crimini, ma anche il peccatore più infernale ha
accesso alla misericordia di Dio che si fa carne e si fa prassi nella chiesa. Una chiesa senza
misericordia è un’assemblea settaria, non la chiesa del Signore Gesù Cristo!

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in che mani siamo!

 

Trump, re d’Israele

di Raniero La Valle
in “Prima Loro” del 17 novembre 2025

 trascriviamo qui di seguito la lettera con cui Trump il 12 novembre scorso ha chiesto a Herzog la
grazia per Netanyahu, che è sotto accusa dei tribunali israeliani, perché essa dice più di molti
discorsi sull’attuale stato del mondo:

“Caro Signor Presidente Isaac Herzog,
È un onore per me scriverle in questo momento storico, poiché insieme abbiamo appena assicurato
una pace che è stata cercata per almeno 3.000 anni. La ringrazio, e ringrazio tutti gli israeliani,
ancora una volta per la vostra ospitalità gentile e calorosa, e affronto un tema chiave del mio
discorso alla Knesset.
Mentre il Grande Stato di Israele e l’incredibile Popolo Ebraico superano i tempi terribilmente
difficili degli ultimi tre anni, la invito a concedere piena grazia a Benjamin Netanyahu, che è stato
un Primo Ministro in tempo di guerra formidabile e decisivo, e ora sta guidando Israele verso un
tempo di pace, che include il mio continuo lavoro con i principali leader del Medio Oriente per
aggiungere molti altri paesi agli Accordi di Abramo che stanno cambiando il mondo.
Il Primo Ministro Netanyahu si è mantenuto saldo per Israele di fronte a forti avversari e a
probabilità sfavorevoli, e la sua attenzione non può essere deviata inutilmente.
Pur rispettando assolutamente l’indipendenza del sistema giudiziario israeliano e le sue esigenze,
credo che questo “caso” contro Bibi, che ha combattuto al mio fianco per molto tempo, incluso
contro il nemico molto duro di Israele, l’Iran, sia una persecuzione politica e ingiustificata.
Isaac, abbiamo stabilito un grande rapporto, per il quale sono molto grato e onorato, e abbiamo
concordato fin da quando sono stato insediato a gennaio che l’attenzione deve concentrarsi
finalmente sul riportare a casa gli ostaggi e concludere l’accordo di pace.
Ora che abbiamo raggiunto questi successi senza precedenti, e stiamo tenendo Hamas sotto
controllo, è tempo di lasciare che Bibi unisca Israele concedendogli la grazia e ponendo fine alla
guerra legale una volta per tutte.
Grazie per la sua attenzione a questa questione.
Cordiali saluti,
Donald J. Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America.”

Questa lettera conferma, come avevamo scritto in un articolo per Rocca, poi non pubblicato, che il
piano di pace in 20 punti per Gaza lanciato da Trump in coppia con Netanyahu, aveva rivelato una
realtà gravida di molte implicazioni, e cioè che sta in America il vero governo dello Stato di Israele.
Si pensava fino ad allora che quella degli Stati Uniti fosse un’autorevole ma non determinante
influenza su Israele di un potente alleato: per esempio le raccomandazioni prudenziali di Biden
erano state disattese da Netanyahu dopo gli eventi del 7 ottobre. Ora invece si tratta di una vera e
propria sostituzione: Trump re d’Israele. Lo si era visto quando gli Stati Uniti, mettendosi al posto
di Israele bombardarono con i B-2 i siti nucleari iraniani, lo si è visto quando Trump ha deciso di
subentrare nel “lavoro” che Netanyahu non riusciva a finire a Gaza, pretendendo l’immediata resa
di Hamas senza nemmeno il disturbo di chiederglielo, per assumersi poi direttamente il governo di
Gaza o in alternativa per portare rapidamente a termine il genocidio e pervenire alla soluzione finale
della questione palestinese nel senso voluto da Israele; e lo si vede ora con la pretesa di una “piena
grazia a Benjamin Netanyahu”. Ma per quale reato? Per il banale reato, purtroppo frequente in
politica, di corruzione e profitto privato ossia, come dice Trump fuori onda, champagne e orologi?
Queste sono scemenze, questa è, scrive Trump, “una persecuzione politica e ingiustificata” ai danni
di uno che “è stato un Primo Ministro in tempo di guerra formidabile e decisivo, e ora sta guidando
Israele verso un tempo di pace”, insieme con me “per aggiungere molti altri paesi agli Accordi di
Abramo che stanno cambiando il mondo”.
Ebbene, la grazia che mette fuori gioco le procedure giudiziarie (e che Herzog per decenza non
poteva non opporre a Trump) è la massima espressione della “sovranità” dei Capi di Stato che
secolarizzando un concetto teologico, come dice Carl Schmitt, fa sì che essi non rispondano a
nessuno ed esercitino un’onnipotenza, su vita e morte dei sudditi, pari a quella attribuita alla grazia
di Dio. Rivendicando questo potere Trump si propone perciò come il vero sovrano d’Israele, tale da
restaurare una pace che mancando a suo dire da 3000 anni è evidentemente quella del regno biblico
di David. Ma a questo punto non è più in gioco solo la pace per Israele, gli Emirati arabi e il Medio
Oriente: è in gioco il compito, di conserva con Netanyahu, di “cambiare il mondo”, di dargli un
governo finalmente felice. Ciò, nella cultura e nella tradizione di Israele, in cui Trump si inserisce
come la vera guida lungamente attesa, vuol dire la realizzazione delle promesse messianiche, della
“Geulah” o redenzione del mondo che finora i rabbini avevano asserito dover essere opera non
mondana, ma divina, a costo di fare della vita ebraica una “vita vissuta nel differimento”. È il
sionismo della destra religiosa che ha attuato questa “forzatura” messianica nello Stato di Israele; è
questa l’elezione ufficialmente recepita e sancita nella legge fondamentale di Israele del 2018, che
riserva Gerusalemme e tutta la Palestina al solo Israele ed esclude una cittadinanza statuale e
politica (l’ “autodeterminazione”) per qualsiasi altro popolo che non sia il popolo ebraico; è questo
il sionismo politico che si è fatto le ossa col terrorismo dell’Irgun di Begin e dell’Haganah e che
Netanyahu ha fatto proprio e celebrato presentandosi all’Assemblea dell’ONU il 27 settembre
dell’anno scorso attribuendosi lo stesso compito di Mosè al suo affacciarsi alla Terra promessa,
quello di lasciare alle generazioni future la benedizione o la maledizione: cosa che il Primo ministro
israeliano fece presentando alla sbigottita assemblea delle Nazioni Unite due mappe, una con i Paesi
benedetti e l’altra con i popoli maledetti, musulmani od arabi, dall’Iran alla Siria all’Iraq,
addossando così a Dio stesso un improbabile mandato di sterminio; ed è questo il Netanyahu che “si
è mantenuto saldo per Israele” lanciando l’IDF (l’esercito di Israele) nel “lavoro” dell’eliminazione
dei palestinesi a Gaza, chiamandola “operazione carri di Gedeone”, il mitico “giudice” e
condottiero di Israele che ridusse i Madianiti in suo potere, benché non con carri (sottinteso
“armati”) ma con trombe e fiaccole, finendo poi nell’idolatria.
Dunque Trump si colloca al termine della linea messianica, ma non del messianismo sacerdotale o
profetico o apocalittico, bensì del messianismo regale e davidico, che inaugura “un tempo di pace”,
propiziato da una guerra condotta dal “grande Stato di Israele” in modo “formidabile e decisivo”,
una guerra che è un genocidio, ed è anche il vero crimine di Netanyahu per il quale è indagato dalla
Corte Penale Internazionale.
La pretesa della grazia a Netanyahu giunge dunque da parte di Trump sulle ali di una vera e propria
apologia del genocidio. E questo è il “cambiamento del mondo”, che viene annunciato: esso sta nel
passare dal “mai più” che l’umanità intera aveva proclamato dopo lo sterminio degli Ebrei, degli
Zingari e degli altri reietti compiuto dal nazismo, alla reintegrazione, normalizzazione e
omologazione del genocidio come ormai assimilato alla guerra e all’eccidio, non più come “danno
collaterale” dello stesso popolo “nemico”.
Giunti a questo punto, può la politica distrarsi, e parlare d’altro

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