benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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il commento al vangelo della domenica

l’amore di Cristo fa sbocciare la speranza


L'amore di Cristo fa sbocciare la speranza
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della quinta domenica del tempo di Pasqua – Anno C

(…) «Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Se cerchiamo la firma inconfondibile di Gesù, il suo marchio esclusivo, lo troviamo in queste parole. Pochi versetti, registrati durante l’ultima cena, quando per l’unica volta nel vangelo, Gesù dice ai suoi discepoli: «Figlioli», usa una parola speciale, affettuosa, carica di tenerezza: figliolini, bambini miei.
«Vi do un comandamento nuovo: come io ho amato voi così amatevi anche voi gli uni gli altri». Parole infinite, in cui ci addentriamo come in punta di cuore, trattenendo il fiato.
Amare. Ma che cosa vuol dire amare, come si fa?
Dietro alle nostre balbuzie amorose c’è la perdita di contatto con lui, con Gesù. Ci aiuta il vangelo di oggi. La Bibbia è una biblioteca sull’arte di amare. E qui siamo forse al capitolo centrale. E infatti ecco Gesù aggiungere: amatevi come io ho amato voi.
L’amore ha un come, prima che un ciò, un oggetto. La novità è qui, non nel verbo, ma nell’avverbio. Gesù non dice semplicemente «amate». Non basta amare, potrebbe essere solo una forma di dipendenza dall’altro, o paura dell’abbandono, un amore che utilizza il partner, oppure fatto solo di sacrifici. Esistono anche amori violenti e disperati. Amori tristi e perfino distruttivi.
Come io ho amato voi. Gesù usa i verbi al passato: guardate a quello che ho fatto, non parla al futuro, non della croce che pure già si staglia, parla di cronaca vissuta. Appena vissuta. Siamo nella cornice dell’Ultima Cena, quando Gesù, nella sua creatività, inventa gesti mai visti: il Maestro che lava i piedi nel gesto dello schiavo o della donna. Offre il pane anche a Giuda, che lo ha preso ed è uscito. E sprofonda nella notte. Dio è amore che si offre anche al traditore, e fino all’ultimo lo chiama amico. Non è amore sentimentale quello di Gesù, lui è il racconto inedito della tenerezza del Padre; ama con i fatti, con le sue mani, concretamente: lo fa per primo, in perdita, senza contare.
È amore intelligente, che vede prima, più a fondo, più lontano. In Simone di Giovanni, il pescatore, vede la Roccia; in Maria di Magdala, la donna dei sette demoni, intuisce colei che parlerà con gli angeli; dentro Zaccheo, il ladro arricchito, vede l’uomo più generoso di Gerico.
Amore che legge la primavera del cuore, pur dentro i cento inverni! Che tira fuori da ciascuno il meglio di ciò che può diventare: intere fontane di speranza e libertà; tira fuori la farfalla dal bruco che credevo di essere. In che cosa consiste la gloria, evocate per cinque volte in
due versetti, la gloria per ciascuno di noi? La gloria dell’uomo, e la stessa gloria si Dio consistono nell’amare. Non c’è altro di cui vantarsi. È lì il successo della vita. La sua verità.
«La verità rivelata è l’amore» (P. Florenski).

(Letture: Atti 14,21b-27; Salmo 144; Apocalisse 21,1-5a; Giovanni 13,31-33a.34-35)

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cristianesimo, cristianità, post cristianesimo

quale cristianesimo dopo la cristianità?


diArmando Savignano 
in Europa, dove la religione è “in agonia” va riscoperto l’impegno e la lotta, senza cedere alla tentazione dello scontro. Un tema già al centro del pensiero sulla fede in Unamuno, Mounier e Zambrano

Una chiesa abbandonata in Europa

Gli accorati appelli di Papa Francesco sul tramonto della civiltà europea ormai scristianizzata suonano come l’ennesimo campanello di allarme contro l’individualismo ed il nichilismo occidentali. Viviamo una profonda inquietudine e una crisi non solo di credenze ,ma anche di fede, per cui molti si interrogano sul futuro del cristianesimo. Come ha dichiarato il cardinale Matteo Zuppi:

«La Chiesa rischia di essere irrilevante anche se le statistiche sui credenti non sono tutto. Alcune scelte di papa Francesco sono importanti per i cattolici, e per tutti. La cristianità è finita, ripartiamo dall’essere evangelici, dal parlare con tutti, dal riprendere le relazioni con tutti. Essere una minoranza creativa che parla di futuro. Non difendiamo i bastioni, abbiamo tanto da lavorare per superare le difficoltà della Chiesa».

Nel libro Il gregge smarrito (Rubbettino 2021) si fa una diagnosi dei problemi della Chiesa al tempo della pandemia con lo sguardo rivolto al futuro e a possibili soluzioni per uscire dalla crisi confrontandosi con le sfide della post-modernità. A tal fine ci si richiama al costante appello del Papa: «Nell’ovile abbiamo soltanto una pecora e voi dovete andare fuori a trovare le altre novantanove ». Certamente non mancano le azioni sociali della cattolicità, «ma senza che esista una sintesi ed una rappresentazione comune: il risultato è una Chiesa che parla senza contare e che agisce senza parlare». Occorre rifuggire – è la proposta del libro dal fondamentalismo, ma non occorre neppure barricarsi sui valori non negoziabili, poiché «si viene marginalizzati» e si rinuncia così al «dialogo costruttivo con il resto della società».

È ineludibile praticare la via del dialogo, poiché «la vita della Chiesa è nella relazione»; perciò «mettere un piede fuori dal suo recinto l’aiuterà a non cadere e permetterà alla società di riconoscerla ». Insomma, dovrà resistere alle tentazioni politiche per assumere «un ruolo profetico nella società».

Già nel libro di Andrea Riccardi La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo (Laterza, 2021) si sostiene che il cristianesimo è vivo solo se lotta, ovvero vive agonicamente, come aveva già sostenuto Miguel De Unamuno. Nonostante si abbia la percezione di un declino quasi inarrestabile osserva Riccardi – agonia, nel senso più profondo, è lotta, non rassegnazione. La lotta di oggi è essere a contatto con l’indifferenza, il discredito al massimo grado, il ridimensionamento nei fatti e nelle esistenze. Per i cristiani è facile non lottare: si è tollerati come nicchia. Del resto non si tratta di una lotta contro qualcuno o qualcosa, che scomunica, scredita, aggredisce. Tante volte la Chiesa è tentata dagli scontri frontali. È un modo di far sentire che si è vivi. Non si tratta di conquistare, perché la sua esistenza è fondata sulla gratuità. Queste importanti riflessioni e dibattiti erano già emersi in altre epoche storico- sociali, alle quali forse non è inutile riferirci sia pure sommariamente per trarre lumi per il presente e soprattutto per il futuro dei cristiani nel mondo.

Tra i saggi che compongono Feu la Chrétienté, di particolare interesse risulta quello su Agonie du Christianisme, apparso originariamente su “Esprit” (1946), dove Emmanuel Mounier in dialogo con il celebre libro di Miguel de Unamuno, Agonia del cristianesimo, affronta la delicata questione delle sorti della cristianità senza peraltro rinnegare la fedeltà alla Chiesa. Quello di Unamuno – riconosce Mounier – è uno scritto paradossale quanto provocatorio. Pochi conoscono abbastanza l’etimologia greca da comprendere che l’autore spagnolo «evoca un combattimento e non una fine, o abbastanza il dogma da ricordarsi che il Cristo e la sua Chiesa sono in agonia fino alla fine dei tempi».

Mounier si scaglia contro quanti guardano con perplessità al processo di laicizzazione del cristianesimo, non comprendendo appieno i risvolti profondi. Occorre invece guardare al mondo laico con lo sguardo attento ai valori di cui è portatore. In ordine alla delicata questione del rapporto tra cristianesimo, cultura e valori laici, Mounier mostrava l’esigenza di assumere un atteggiamento critico nei confronti di tali valori per purificarli e poi incarnarli, rilevando nel contempo la carenza di impegno da parte dei cristiani nel ricercare elementi comuni con i valori propugnati dalla modernità. Di qui la denuncia di una grave conseguenza: «Il mondo attuale non incontra più il cristianesimo». Irreprensibili sul piano dottrinale, i cristiani, proprio attraverso i loro comportamenti piccolo borghesi, operano il tradimento del Vangelo rimanendo praticamente chiusi agli stessi ideali della modernità su cui si basa il pensiero laico. «Si può rigettare, condannare, estirpare un errore o un’eresia. Non si rigetta un dramma, e la cristianità, nella sua pace di superficie, è di fronte oggi al più temibile dei drammi nei quali sia mai stata impegnata. Il cristianesimo non è minacciato di eresia: non si appassiona più per questo. È minacciato da una sorta di apostasia silenziosa costituita dall’indifferenza intorno ad essa e dalla propria distrazione. Questi segni non ingannano: la morte si avvicina. Non la morte del cristianesimo, ma la morte della cristianità occidentale, feudale e borghese. Una cristianità nuova nascerà domani, o dopodomani, da nuovi strati sociali e da nuovi innesti extraeuropei. Purché noi non lo soffochiamo con il cadavere dell’altra».

Allorchè scrisse Agonie du Christianisme Mounier era ancora convinto che altre forme di cultura innervassero e rinnovassero l’esperienza storica della cristianità europea. Tre anni dopo non sembra più riporre soverchie speranze in tale possibilità come emerge da Feu la Chrétienté, dove mostra che un certo rapporto tra fede e storia così come è venuto configurandosi nell’Occidente europeo è ormai definitivamente alle nostre spalle ed è pertanto improponibile.

È interessante rilevare che nei frammenti che compongono il libro su La agonía de Europa (1945) Maria Zambrano – richiamandosi alla dialettica hegeliana, senza peraltro condividerne la filosofia della storia, e anche lei all’opera di Unamuno, di cui fa proprio lo spirito di lotta per la civiltà europea – è alla ricerca una soluzione in chiave spirituale per superare lo scacco prodotto dalla morte di Dio e dal nichilismo.

Di qui l’interrogativo se «ciò che l’Europa ha realizzato come sua religione sia stato il cristianesimo. Invero basta sentirsi anche minimamente cristiano per presentire e intravedere che no, che ciò che l’Europa ha realizzato non è stato il cristianesimo, ma, al più, la sua versione, la versione europea del cristianesimo. Ne è possibile un’altra, che sia ancora europea e, soprattutto, che sia cristianesimo? ». L’enigma europeo risiede nella violenza che ha originato il totalitarismo; infatti «la tragedia dell’Europa è la tragedia della violenza, che alla fine ha installato ». La risurrezione dell’Europa si attuerà solo richiamandosi al Dio misericordioso cristiano, insomma ritornando alla radici cristiane dell’Europa.

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il commento al vangelo della domenica

le parole di Gesù: voce soave e mano forte


Le parole di Gesù: voce soave e mano forte
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della quarta domenica del tempo di pasqua – Anno C

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Le mie pecore ascoltano la mia voce. Non comandi da eseguire, ma voce amica da ospitare. L’ascolto è l’ospitalità della vita. Per farlo, devi “aprire l’orecchio del cuore”, raccomanda la Regola di san Benedetto. La voce di chi ti vuole bene giunge ai sensi del cuore prima del contenuto delle parole, lo avvolge e lo penetra, perché pronuncia il tuo nome e la tua vita come nessuno. È l’esperienza di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, di ogni bambino che, prima di conoscere il senso delle parole, riconosce la voce della madre, e smette di piangere e sorride e si sporge alla carezza.
La voce è il canto amoroso dell’essere: Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline (Ct 2,8). E prima ancora di giungere, l’amato chiede a sua volta il canto della voce dell’amata: la tua voce fammi sentire (Ct 2,14)…
Perché le pecore ascoltano? Non per costrizione, ma perché la voce è bellissima e ospita il futuro. Io do loro la vita eterna!(v.28). La vita è data, senza condizioni, senza paletti e confini, prima ancora della mia risposta; è data come un seme potente, seme di fuoco nella mia terra nera. Linfa che giorno e notte risale il labirinto infinito delle mie gemme, per la fioritura dell’essere.
Due generi di persone si disputano il nostro ascolto: i seduttori e i maestri. I seduttori, sono quelli che promettono vita facile, piaceri facili; i maestri veri sono quelli che donano ali e fecondità alla tua vita, orizzonti e un grembo ospitale.
Il Vangelo ci sorprende con una immagine di lotta: Nessuno le strapperà dalla mia mano (v.28). Ben lontano dal pastore sdolcinato e languido di tanti nostri santini, dentro un quadro bucolico di agnellini, prati e ruscelli. Le sue sono le mani forti di un lottatore contro lupi e ladri, mani vigorose che stringono un bastone da cammino e da lotta.
E se abbiamo capito male e restano dei dubbi, Gesù coinvolge il Padre: nessuno può strapparle dalla mano del Padre (v.29). Nessuno, mai (v.28). Due parole perfette, assolute, senza crepe, che convocano tutte le creature (nessuno), tutti i secoli e i giorni (mai): nessuno ti scioglierà più dall’abbraccio e dalla presa delle mani di Dio. Legame forte, non lacerabile. Nodo amoroso, che nulla scioglie.
L’eternità è la sua mano che ti prende per mano. Come passeri abbiamo il nido nelle sue mani; come un bambino stringo forte la mano che non mi lascerà cadere.
E noi, a sua immagine piccoli pastori di un minimo gregge, prendiamo schegge di parole dalla voce del Pastore grande, e le offriamo a quelli che contano per noi: nessuno mai ti strapperà dalla mia mano.
E beato chi sa farle volare via verso tutti gli agnellini del mondo.
(Letture: Atti 13,14.43-52; Salmo 99; Apocalisse 7,9.14b-17; Giovanni 10,27-30)

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il commento al vangelo della domenica

sorpresi da Gesù

«mi ami più di tutti?»


Sorpresi da Gesù: «Mi ami più di tutti?»
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della terza domenica del tempo di pasqua Anno C

(…) Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. (…)

Un’alba sul lago di Galilea. Quante albe nei racconti pasquali! Ma tutta «la nostra vita è un albeggiare continuo (Maria Zambrano), un progressivo sorgere della luce. Pietro e gli altri sei compagni si sono arresi, sono tornati indietro, alla vita di prima. Chiusa la parentesi di quei tre anni di strade, di vento, di sole, di parole come pane e come luce, di itineranza libera e felice, conclusa nel modo più drammatico. E i sette, ammainata la bandiera dei sogni, sono tornati alla legge del quotidiano. «Ma in quella notte non presero nulla». Notte senza stelle, notte amara, in cui in ogni riflesso d’onda pare loro di veder naufragare un sogno, un volto, una vita. In quell’albeggiare sul lago il miracolo non sta nel ripetersi di un’altra pesca straordinaria, sta in Pietro che si butta in acqua vestito, che nuota più forte che può, nell’ansia di un abbraccio, con il cuore che punta diritto verso quel piccolo fuoco sulla riva. Dove Gesù, come una madre, ha preparato una grigliata di pesce per i suoi amici. Poteva sedersi, aspettare il loro arrivo, starsene ad osservare, arrivare dopo, invece no, non trattiene la cura, non frena le attenzioni per loro: fuoco, braci, pesce, il tempo, le mani, il cibo. Si preoccupa di accoglierli bene, stanchi come sono, con qualcosa di buono.
Gli incontri pasquali sono veri, è davvero Gesù, perché quelli che compie sono solo gesti d’amico! Sulla spiaggia, attorno a pane e pesce alla griglia, il più bel dialogo del mondo. Tre brevissime, fulminanti domande, rivolte a un pescatore bagnato come un pulcino, e l’alba è fredda; a Pietro che trema vicino alle braci di un fuocherello, trema per il freddo e per la domanda bruciante: Simone di Giovanni, mi ami più di tutti?
Gesù non si interessa di aspetti dottrinali (hai capito il mio messaggio? ti è chiara la croce?), per lui ciò che brucia sono i legami interpersonali. Vuol sapere se dietro di sé ha lasciato amore, solo allora può tornare dal Padre. Teresa d’Avila, in un’estasi, sente: «Per un “ti amo” detto da te, Teresa, rifarei da capo l’universo». «Simone, mi ami?». Gesù vuol rifare Pietro da capo, lui non si interessa di rimorsi, di sensi di colpa, di pentimenti, ma di cuori riaccesi di nuovo.
E Gesù abbassa le sue richieste e si adegua alla fragilità di Pietro, contento di quel piccolo: «ti sono amico», di quella briciola di «ti voglio bene». Non vuole imporsi, Gesù, vuole vedere il mondo con gli occhi di Pietro, vederlo con il cuore del debole, con gli occhi del povero, da incarnato, o non cambierà mai niente. Non dall’alto di un trono, ma all’altezza della canzone che cantano gli occhi dell’apostolo stanco. E ogni cuore umano è stanco.
(Letture: Atti degli Apostoli 5,27b-32.40b-41; Salmo 29; Apocalisse 5,11-14; Giovanni 21,1-19)

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il commento al vangelo della domenica

pasqua di risurrezione

la tomba vuota segno di ripartenza per ognuno


La tomba vuota segno di ripartenza per ognuno
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della Domenica di Pasqua

Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.

Pasqua ci viene incontro con un intrecciarsi armonioso di segni cosmici: primavera, plenilunio, primo giorno della settimana, prima ora del giorno. Una cornice di inizi, di cominciamenti: inizia una settimana nuova (biblica unità di misura del tempo), inizia il giorno, il sole è nuovo, la luce è nuova.
Il primo giorno, al mattino presto, esse si recarono al sepolcro. Luca si è dimenticato il soggetto, ma non occorre che ci dica chi sono, lo sanno tutti che sono loro, le donne, le stesse che il venerdì non sono arretrate di un millimetro dal piccolo perimetro attorno alla croce. Quelle cui si è fermato il cuore quando hanno udito fermarsi il battito del cuore di Dio. Quelle che nel grande sabato, cerniera temporale tra il venerdì della fine e la prima domenica della storia, cucitura tra la morte e il parto della vita, hanno preparato oli aromatici per contrastare, come possono, la morte, per toccare e accarezzare ancora le piaghe del crocifisso. Le donne di Luca sono una trinità al femminile (R. Virgili): vanno a portare al Signore la loro presenza e la loro cura. Presenza: l’altro nome dell’amore.
Davanti alla tomba vuota, davanti al corpo assente, è necessaria una nuova annunciazione, angeli vestiti di lampi: perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui. È risorto. Una cascata di bellezza. Il nome prima di tutto: “il Vivente”, non semplicemente uno fra gli altri viventi, ma Colui che è la pienezza dell’azione di vivere. E poi: “non è qui”! Lui c’è, ma non qui; è vivo e non può stare fra le cose morte; è dovunque, ma non qui. Il Vangelo è infinito proprio perché non termina con una conclusione, ma con una ripartenza.
Pasqua vuol dire passaggio: abbiamo un Dio passatore di frontiere, un Dio migratore. Non è festa per residenti o per stanziali, ma per migratori, per chi inventa sentieri che fanno ripartire e scollinare oltre il nostro io.
Ed esse si ricordarono delle sue parole. Le donne credono, perché ricordano. Credono senza vedere; per la parola di Gesù, non per quella degli angeli; ricordano le sue parole perché le amano. In noi resta vivo solo ciò che ci sta a cuore: vive ciò che è amato, vive a lungo ciò che è molto amato, vive per sempre ciò che vale più della vita stessa. Anche per me, credere comincia con l’amore della Parola, di un Uomo.
Quello che occorre è un uomo / un passo sicuro e tanto salda / la mano che porge, che tutti / possano afferrarla (C. Bettocchi). Quello che occorre è l’umanità di Dio, che non se ne sta lontano, me entra nel nostro panico, nel nostro vuoto, visita il sepolcro, ci prende per mano e ci trascina fuori. E fuori è primavera.
Ecco il cuore di Pasqua: il bene è più profondo del male.

(Letture Messa del giorno: Atti 10,34a.37-43; Salmo 117; Prima Lettera Corinzi 5, 6-8; Giovanni 20,1-9
La riflessione è sul Vangelo di Luca 24,1-12 della Veglia pasquale nella Notte Santa)

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la croce di Cristo e le vittime di tutta la storia umana

dalla parte delle vittime

di Enzo Bianchi
in “la Repubblica” del 11 aprile 2022

Per i cristiani d’Occidente è già iniziata la settimana della Passione di Gesù Cristo, mentre per gli ortodossi le celebrazioni inizieranno alla fine di questi giorni che vogliono essere per tutte le Chiese memoria triste e dolorosa della morte del Signore. Per tutti queste sono settimane di guerra feroce e assassina, prevedibile ed evitabile, ma che continuavamo a rimuovere dai nostri pensieri e nelle relazioni tra popoli europei.
Questa è una guerra che continuerà ancora. E ogni giorno assistiamo alla “passione” di uomini e donne, vecchi e bambini vittime dei bombardamenti e di violenze, torture, eccidi. Ormai conosciamo i racconti di passione e morte che sembrano non avere limite. Gli uomini che si combattono e muoiono appartengono a una stessa storia, sono tutti cristiani che hanno come prima vocazione la fraternità. Eppure siamo giunti a ciò che pareva impossibile, ciò per cui le Chiese avevano chiesto perdono a Dio, promettendo di non ricorrere “mai più” al suo nome per associarlo a uno schieramento in guerra. Invece il “Dio con noi” è risuonato da un esercito contro l’altro, e accanto agli eserciti le Chiese, una stessa Chiesa da una parte e dall’altra che ha benedetto le armi e i soldati e maledetto gli avversari. Un odio che è diventato odio tra la gente, i due popoli, e ha dominato la preghiera. E mentre in una chiesa si brucia incenso, si implora la vittoria, nell’altra si
compiono gli stessi riti e ciascuno invoca la vittoria sul nemico. Una guerra diventata non solo “giusta”, come la definisce la dottrina classica in Occidente, ma santa e benedetta da Dio. Siamo riusciti a evitare uno scontro di civiltà con l’Islam, ma oggi siamo arrivati a combattere una guerra che è uno scontro di civiltà tra l’Occidente delle democrazie e l’Oriente delle autocrazie. In questo inferno il credente si sente smarrito e si chiede: ma Dio dove sta? Dov’è?
Non è una domanda nuova, ma oggi non riguarda solo il fatto che Dio non interviene ed è muto, ma risuona come straziante interrogativo sui cristiani: com’è possibile che si ammazzino in una guerra così spietata invocando Dio gli uni contro gli altri? Che Dio è mai questo? Che forza vincolante ha il Vangelo sui cristiani? Nessuna forza, occorre rispondere con cuore lacerato. Com’è possibile un tale tradimento del Vangelo? Non ci sono spiegazioni, occorre solo fare silenzio e andare alla Passione di Gesù che nella Settimana santa viene letta e meditata. Gesù, un uomo giusto, che ha operato il bene e non il male ma che è stato giudicato un bestemmiatore dai rappresentanti di Dio in terra, è arrestato, torturato, condannato senza un processo, è oggetto di violenza e disprezzo, ed è ucciso appeso a un legno. Ed era il Figlio di Dio, era Dio. Ecco Dio dove sta. Ieri come oggi, dove ci sono vittime innocenti occorre cercare Dio e individuare da che parte sta. È paradossale ma è così. A Pasqua i cristiani dovrebbero riconoscere che l’immagine del loro Dio è un agnello afono ucciso dalla fondazione del mondo fino ad oggi.

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il commento al vangelo della domenica

i piedi di Dio percorrono la strada della storia

il commento di E-Ronchi al vangelo della  domenica delle Palme Anno C

Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finchè essa non si compia nel regno di Dio». (…)

Sono i giorni supremi, e il respiro del tempo profondo cambia ritmo; la liturgia rallenta, prende un altro passo, accompagna con calma, quasi ora per ora, gli ultimi giorni di Gesù: dall’ingresso in Gerusalemme, alla corsa di Maddalena nel giardino, quando vede la pietra del sepolcro vestirsi di angeli
Per quattro sere di seguito, Gesù lascia il tempio e i duri conflitti e si rifugia a Betania: nella casa dell’amicizia, nel cerchio caldo degli amici, Lazzaro Marta Maria, quasi a riprendere il fiato del coraggio. Ha bisogno di sentirsi non solo il Maestro ma l’Amico. L’amicizia non è un tema minore del Vangelo. Ci fa passare dall’anonimato della folla a un volto unico, quello di Maria che prende fra le sue mani i piedi di Gesù, li tiene vicini a sé, stretti a sé, ben povero tesoro, dove non c’è nulla di divino, dove Gesù sente la stanchezza di essere uomo.
Carezze di nardo su quei piedi, così lontani dal cielo, così vicini alla polvere di cui siamo fatti: con polvere del suolo Dio fece Adamo. Piedi sulle strade di Galilea, piedi che mi hanno camminato sul cuore, che mi hanno camminato nel profondo, là dove io sono polvere e cenere. Una carezza sui piedi di Dio. Dio non ha ali, ma piedi per perdersi nelle strade della storia, per percorrere i miei sentieri.
Nell’ultima sera, Gesù ripeterà i gesti dell’amica, in ginocchio davanti ai suoi, i loro piedi fra le sue mani. Una donna e Dio si incontrano negli stessi gesti inventati non dall’umiltà, ma dall’amore. Quando ama, l’uomo compie gesti divini. Quando ama, Dio compie gesti molto umani. Ama con cuore di carne.
Poi Gesù si consegna alla morte. Perché? Per essere con me e come me. Perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce. L’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere insieme con l’amato, è “passione d’unirsi” (Tommaso d’Aquino).
Dio entra nella morte perché là va ogni suo figlio. La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante. E ci trascinerà fuori, in alto, con la sua pasqua.
È qualcosa che mi stordisce: un Dio che mi ha lavato i piedi e non gli è bastato, che ha dato il suo corpo da mangiare e non gli è bastato, lo vedo pendere nudo e disonorato, e devo distogliere lo sguardo.
Poi giro ancora la testa, torno a guardare la croce e vedo uno a braccia spalancate che mi grida: ti amo. Proprio me? Sanguina e grida, o forse lo sussurra, per non essere invadente: ti amo.
Entra nella morte e la attraversa, raccogliendoci tutti dalle lontananze più sperdute, e Dio lo risuscita perché sia chiaro che un amore così non può andare perduto, e che chi vive come lui ha vissuto ha in dono la sua vita indistruttibile.

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non esistono crimini di guerra, la guerra è un crimine

il crimine della guerra
di Tonio Dell’Olio in ‘Mosaico dei giorni’
Lo “ius in bello” è l’insieme delle leggi che regolano il corretto svolgimento dei conflitti come se la guerra fosse una nobile arte cavalleresca che necessita solo di un arbitro. Il Tribunale penale internazionale dell’Aja, tanto invocato in questi giorni, è previsto dallo Statuto di Roma. Basta però scorrere la lista dei Paesi aderenti allo Statuto di Roma per rendersi conto che nessuno dei protagonisti della guerra in corso in Europa vi ha aderito. Né Russia, né Ucraina e nemmeno Usa. Ma il problema serio è che il compito della Corte sarebbe di perseguire i “crimini di guerra” come se la stessa guerra non fosse un crimine, un genocidio, una strage continua di civili. E facciamo bene a indignarci e ad alzare la voce contro ciò che è stato provocato a Bucha ma in questo modo passa in secondo piano che la guerra è tutta un crimine. Come si fa a condannare quelle morti e quelle torture e a tollerare i bombardamenti delle città con la morte conseguente di un numero altissimo di persone? È tollerabile solo perché ci viene mostrato come un obiettivo inquadrato nel mirino o come il crollo di un palazzo? I fatti di Bucha dovrebbero costituire una sorta di esame istologico per verificare l’estensione delle metastasi del crimine, ovvero condannare la guerra e non solo gli autori del crimine di Bucha. Non esistono crimini di guerra, la guerra è un crimine. E come tale deve essere dichiarata fuorilegge, espulsa dalla storia, non considerata tra le possibilità da praticare, ripudiata.
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una grande domanda: Dio è coinvolto nella nostra storia?

 Copertina del libro di Santi Grasso pubblicato da Città Nuova Editricecopertina del libro di Santi Grasso pubblicato da Città Nuova Editrice 

ma Dio interviene nella storia?

in un libro le risposte ad una domanda quanto mai attuale

 

Come spiegare l’azione di Dio di fronte al male che colpisce l’umanità? Un interrogativo presente da sempre e a cui l’uomo ha cercato di rispondere ricorrendo all’idea del fato o all’immagine di un Dio che punisce il peccato dell’uomo o che regola le vicende del mondo facendo il bello e il cattivo tempo. Il volume di Santi Grasso propone l’autentica visione cristiana che vede l’umanità protagonista della sua storia e in grado di costruire il bene quando si apre allo Spirito
Adriana Masotti – Città del Vaticano

Avvenimenti drammatici o dolorosi come le guerre, le calamità naturali, la sofferenza dei bambini e degli innocenti, fanno riemergere con forza, di volta in volta, un interrogativo che da sempre l’uomo si è posto e cioè se e in quale modo Dio agisce di fronte al male. E’ una domanda che in modo particolare ritorna in questi giorni sconvolti dalla guerra in Ucraina e che implica il tema della relazione tra Dio e il mondo, tra Dio e le sue creature. Per i credenti l’interrogativo è anche come conciliare la fede nell’amore e nella paternità di Dio con quanto si sperimenta nella propria quotidianità. “Quanto avvenuto nella storia del Novecento, si legge nell’Introduzione al volume, ha sicuramente messo in crisi una certa visione tradizionale, suscitando domande del tipo: dov’era Dio ad Auschwitz?”. Quella tragedia ha provocato uno “sconvolgimento” nella teologia cristiana, ma per primo l’ebraismo si è interrogato sul perchè Dio non fosse intervenuto per fermarla.

La presenza di Dio secondo la fede cristiana

Nel libro edito di recente da Città Nuova “Ma Dio interviene nella storia?”, l’autore Santi Grasso offre una risposta efficace alla questione attraverso la lettura di alcune pagine bibliche, spesso interpretate in modo approssimativo e qualche volta anche pericoloso, proponendo un viaggio nell’autenticità della fede cristiana che si presenta lontana da quel certo miracolismo o eccesso di irrazionalità con cui a volte, anche oggi, si esprime. E lontana anche dalla visione di causa-effetto che da sempre ha cercato di spiegare il male interpretandolo come la punizione divina provocata dal peccato dell’uomo. Uno schema messo in crisi da Gesù, in particolar modo con la sua morte, lui innocente, in croce.

L’azione di Dio e la responsabilità dell’uomo

Santi Grasso, è professore di esegesi del Nuovo Testamento presso la Facoltà Teologica del Triveneto, presso lo Studio Teologico Interdiocesano di Gorizia-Trieste-Udine e presso l’Istituto di Scienze Religiose di Udine e Gorizia. Rappresenta la Cei e l’Associazione Biblica Italiana alla Federazione Biblica Cattolica Mondiale. Ai microfoni di Vatican News, ripercorre la sua indagine aiutandoci a comprendere quale ruolo immenso Dio abbia affidato agli uomini e alle donne di tutti i tempi e come continuamente li sostenga con il dono della sua Parola e del suo Spirito.

Professore, cominciamo dal titolo: “Ma Dio interviene nella storia?” L’uscita in libreria del suo testo non poteva prevedere la guerra in Ucraina, ovviamente si fa voce di una domanda che la precede. Quanto è forte nell’uomo, in noi, questo interrogativo?

E’ molto forte, perchè credo che non sia semplicemente una domanda intellettuale, ma che sia la domanda di ogni essere umano. Nelle società antiche trovava una risposta molto chiara, cioè: Dio, o le divinità, certamente intervengono nella storia. Le rappresentazioni di questi interventi sono varie: la cultura greca pensa alla concezione del fato che diventa un fato implacabile, spesso anche molto duro, ma presenta anche la visione delle divinità arrabbiate, rancorose, vendicative e quindi la tensione che gli uomini, e soprattutto gli uomini famosi, dovevano fare per non creare invidia nelle divinità. Però poi abbiamo anche la visione più comune nella Bibbia, dove il peccato dell’uomo viene punito da Dio in termini storici e quindi la storia di Israele con tutte le sue crisi e le sue negatività spesso viene vista come il risultato di un peccato precedentemente commesso e che Dio, appunto, viene a punire attraverso i vari scacchi storici. Per arrivare ad una concezione che si sviluppa nel mondo latino e poi nel mondo cristiano che è quella della Provvidenza, secondo cui tutto avviene secondo una grande orchestrazione da parte di questa Provvidenza divina che ammanisce a tutti ora cose buone, ora cose cattive. Evidentemente la scienza viene a mettere in crisi tutte queste visioni. E allora il cristiano oggi si deve porre la domanda “Dio interviene o meno nella storia?” e “queste interpretazioni che ormai sono chiaramente ancestrali, possono ancora essere valide e interpretative dell’essere umano di oggi?”. Appare evidente che non lo sono più. Bisogna allora ritornare alla Parola di Dio, non in una lettura strumentalizzata, ma una lettura libera per capire che sì, Dio interviene nella storia, perché altrimenti avremmo l’immagine di un Dio “motore immobile” e questo non è il Dio secondo la tradizione ebraico-cristiana, ma Dio interviene con certi criteri e con certe modalità.

Già nella lettura del libro della Genesi, lei fa emergere una visione diversa di Dio che fa un passo indietro rispetto all’uomo perché affida all’uomo il creato, ad esempio…

Certamente, nel racconto della Genesi si capisce molto bene come alla conclusione della creazione il vero protagonista della scena umana, non sia più Dio ma, appunto, è la coppia con la sua discendenza e Dio entra in una sfera particolare che è quella dello shabbat, che non è il riposo di Dio – questa è un’interpretazione un po’ antropomorfizzata di Dio -, mentre invece il verbo shabbat, vuol dire astenersi, cessare, quindi Dio si pone in un atteggiamento che è quello di colui che si ritira per far spazio all’umanità nella sua espressione e nella sua azione.

Un intero capitolo del suo libro è dedicato al profeta Elia e qui si vede una frattura tra la certezza che al giusto Dio non può che rispondere con i suoi doni, e l’evidenza della realtà in cui il giusto soffre e va incontro anche al fallimento. Su questa linea poi ci sarà Giobbe e la stessa storia di Gesù. Dio è presente ma, lei scrive, non immischiato nelle alterne vicende della vita. Ci dice qualcosa di più? 

La vicenda di Elia comincia con una concezione di Dio che è fortemente interventista nella storia, però poi le vicissitudini che vive, gli fanno capire che Dio non è più quel Dio che con una bacchetta magica interviene a spron battuto a suo favore contro gli altri che lo perseguitano. In questo percorso di evoluzione nel rapporto con Dio, il profeta deve arrivare alla consapevolezza di un Dio che è “voce di silenzio”, cioè che non interviene e non vuole intervenire perché, appunto, la storia ha una sua autonomia e Elia deve incontrare il Dio, non perché gli dà qualche cosa o si manifesta come potente, ma perché Dio è Dio e la relazione con lui prescinde dagli elementi che nella vita di tutti possono essere positivi e negativi.

C’è poi un fatto che cambia tutto nel rapporto tra Dio e l’umanità e cioè l’Incarnazione. Da allora in poi l’intervento di Dio, cito il suo libro, rispetterà sempre la logica dell’incarnazione…

Sì, è il momento, il Nuovo Testamento, in cui c’è una progressione riguardo alla concezione di Dio e quindi di conseguenza anche di quello che Dio fa nella storia. L’Incarnazione diventa il nuovo modello interpretativo della sua azione nella storia. Che cos’è l’Incarnazione? Noi spesso leggiamo la pagina dell’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria semplicemente come un testo per glorificare la donna, Maria, che partorisce il Figlio, ma in realtà questo testo ha una profondità molto più grande. E’ un testo che dice come, quando l’azione dello Spirito raggiunge l’essere umano, questo essere umano può “partorire” una storia messianica. Cioè può generare, naturalmente tramite l’accoglienza consapevole dello Spirito, una storia diversa, e questa è una nuova acquisizione. L’incarnazione non riguarda solo la vicenda peculiare, eccezionale di Gesù, ma è anche il modello interpretativo della storia di tutti e cioè: l’accoglienza dello Spirito fa partire una storia diversa quando l’essere umano si compromette in maniera personale con l’azione dello Spirito stesso.

In altre parole, ma sempre prese dal suo libro, lei sostiene che Dio non si identifica con la storia, ma neppure però se ne astrae. Agisce tramite lo Spirito accolto dall’uomo, cioè è l’uomo illuminato che agisce?

L’uomo riempito dallo Spirito. Cioè quell’uomo che accoglie lo Spirito e consapevolmente interpreta poi la propria esistenza ed è lui che deve modificarla: noi vediamo che non può che essere così perché se pensiamo alle grandi tragedie del Novecento, queste ci dicono che l’uomo nella storia se vuole può fare tutto, le cose peggiori. Perché Dio non lo ferma? Perché evidentemente c’è una modalità di intervento di Dio nella storia che non è quella che noi pensiamo di solito in maniera superficiale o popolare, perché altrimenti tutta la storia del Novecento, ma potrei dire tutta la storia dell’umanità con tutte le sue distruzioni, non si potrebbe spiegare. La presenza di tutto questo male nel mondo, anche le vicende terribili che stiamo vivendo oggi con la guerra in Ucraina, senza un’interpretazione corretta porta semplicemente a concludere che Dio non esiste: questa è la reazione di chi, pensando classicamente o tradizionalmente a un Dio che interviene nella storia, resta completamente deluso e la conclusione non può che essere l’ateismo.

Noi siamo tutti invitati in questo periodo ad intensificare la preghiera per chiedere a Dio, a Maria, il dono della pace, come dobbiamo vivere, alla luce di quanto abbiamo detto finora, questa invocazione?

Io credo che sicuramente questo tipo di preghiera è un’azione di solidarietà e di condivisione con questo popolo che in questo momento subisce questa invasione così tragica, però dobbiamo anche renderci conto, proprio attraverso la preghiera, che ci sono delle grandi responsabilità umane e che nessuno può più vivere in maniera individualistica la propria esistenza e che dobbiamo cominciare ad acquisire una concezione della politica di natura diversa, con una consapevolezza diversa. La preghiera, quindi, non è semplicemente legata ad un’azione di intervento di Dio, ma sicuramente è più matura e più vera quando ci porta ad interrogarci su quello che noi possiamo fare, sulle responsabilità che noi possiamo esercitare, sui “no” che dobbiamo dire quando una politica è cattiva.

Ma possiamo comunque chiedere a Dio anche di aiutarci a fare qualcosa? Possiamo affidargli i nostri cari, magari ammalati, oppure di fronte alla difficoltà o un ostacolo da superare, possiamo chiedere il suo aiuto?

Certo, certo, ma sempre nella consapevolezza che l’aiuto di Dio è un aiuto che non può essere fattuale, ma è un affidarsi a Dio nell’accoglienza del suo progetto, della sua volontà, perché io penso che noi preghiamo frequentemente per chiedere a Dio di attuare le nostre idee, le nostre visioni, i nostri progetti, ma la preghiera è esattamente il contrario, la preghiera è rivolgersi alla Parola di Dio e capire attraverso questa Parola che cosa Dio ci chiede di fare.

E allora la vera fede è credere all’amore di Dio per noi qualunque cosa accada?

Sì, è così. Non legarsi a Dio per essere tutelati. Il Vangelo sconvolge un po’ questa idea: quando Gesù manda in missione i discepoli dice loro che vivranno momenti difficili e duri. La religione non è una sorta di salvacondotto, ma anzi diventa esporsi al rischio, al pericolo, alle varie situazioni drammatiche della vita. Abbiamo un po’ perso questo senso del Vangelo, prendendo la religione più che altro come una sorta di tutela per la nostra incolumità.

Comunque, vivendo secondo Dio si è anche più felici già su questa terra…

Certo, perché εὐαγγέλιον (evanghélion), la parola greca che noi traduciamo con Vangelo significa l’annuncio di una buona notizia che cambia la vita, è una notizia che fa esplodere la vita nel senso delle sue potenzialità, nel senso della forza della vita stessa.

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il commento al vangelo della domenica

quel silenzio di Gesù che spiazza i violenti


Quel silenzio di Gesù che spiazza i violenti
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della quinta domenica di avvento, Anno C

(…) Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. (…)

Gli scribi e i farisei gli condussero una donna… la posero in mezzo, quasi non fosse una persona ma una cosa, che si prende, si porta, si mette di qua o di là, dove a loro va bene, anche a morte. Sono scribi che mettono Dio contro l’uomo, il peggio che possa capitare alla fede, lettori di una bibbia dimezzata, sordi ai profeti («dice il Signore: io non godo della morte di chi muore», Ez 18,32).
La posero in mezzo. Sguardi di pietra su di lei. La paura che le sale dal cuore agli occhi, ciechi perché non hanno nessuno su cui potersi posare. Attorno a lei si è chiuso il cerchio di un tribunale di soli maschi, che si credono giusti al punto di ricoprire al tempo stesso tutti i ruoli: prima accusatori, poi giudici e infine carnefici.
Chiedono a Gesù: È lecito o no uccidere in nome di Dio? Loro immaginano che Gesù dirà di no e così lo faranno cadere in trappola, mostrando che è contro la Legge, un bestemmiatore.
Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra… nella furia di parole e gesti omicidi, introduce una pausa di silenzio; non si oppone a viso aperto, li avrebbe fatti infuriare ancora di più.
Poi, spiazza tutti i devoti dalla fede omicida, dicendo solo: chi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei.
Peccato e pietre? Gesù scardina con poche parole limpide lo schema delitto/castigo, quello su cui abbiamo fondato le nostre paure e tanta parte dei nostri fantasmi interiori. Rimangono soli Gesù e la donna, e lui ora si alza in piedi davanti a lei, come davanti a una persona attesa e importante. E le parla. Nessuno le aveva parlato: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanno, vai. E non le chiede di confessare la colpa, neppure le domanda se è pentita. Gesù, scrive non più per terra ma nel cuore della donna e la parola che scrive è: futuro.
Va’ e d’ora in poi non peccare più. Sette parole che bastano a cambiare una vita. Qualunque cosa quella donna abbia fatto, non rimane più nulla, cancellato, annullato, azzerato. D’ora in avanti: «Donna, tu sei capace di amare, puoi amare ancora, amare bene, amare molto. Questo tu farai…». Non le domanda che cosa ha fatto, le indica che cosa potrà fare. Lei non appartiene più al suo sbaglio, ma al suo futuro, ai semi che verranno seminati, alle persone che verranno amate.
Il perdono è qualcosa che non libera il passato, fa molto di più: libera il futuro. E il bene possibile, solo possibile, di domani, conta di più del male di adesso. Nel mondo del vangelo è il bene che revoca il male, non viceversa.
Il perdono è un vero dono, il solo dono che non ci farà più vittime, che non farà più vittime, né fuori né dentro noi.

(Letture: Isaia 43,16-21; Salmo 125; Filippesi 3,8-14; Giovanni 8,1-11)

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