benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

CUCCIOLI E BRICIOLE
il commento di E. Ronchi al vangelo della ventesima domenica del tempo ordinario
Mt 15,21-2
La donna delle briciole, madre intelligente e indomita che non si arrende ai silenzi di Gesù, è uno dei personaggi più simpatici del Vangelo. E Gesù, esce trasformato dall’incontro con lei.
Quello che ci cambia nella vita non sono le idee, sono gli incontri.
Una donna di un’altra religione “converte” Gesù, gli fa cambiare strada.
Gesù ha un progetto: Sono venuto solo per le pecore perdute di Israele, e quella donna glielo fa cambiare: No, tu appartieni al dolore dei figli, tu sei pastore di tutto il dolore del mondo.
La donna nel racconto parla tre volte. La prima parola è la più antica di tutte le preghiere cristiane: Kyrie eleison. Abbi pietà! Pietà del mio dolore, di questa mia bimba malata.
E Gesù non le rivolse neppure una parola…
Ma la madre segue il gruppo continuando a gridare, coinvolge anche gli apostoli, e alla risposta di Gesù, molto netta: “Io sono venuto solo per quelli della mia gente”, la donna sbarra il passo al rabbi straniero, e grida quella che è la seconda più evangelica preghiera: Aiutami!
La reazione del maestro è ancora più ruvida di prima: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. E qui arriva la risposta geniale della donna, la sua terza parola: È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni.
È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù.
Nel Regno di Dio, non ci sono figli e non, uomini e cani. Ma solo fame e creature da saziare. La coscienza umile che tutti siamo uguali, e al contempo l’affermazione di essere là a cercare solo briciole di pane perduto, è ciò che commuove Gesù. Donna, grande è la tua fede! Lei che non conosce la Bibbia e che prega gli idoli di Canaan e di Fenicia, per Gesù è donna di grande fede. La sua grande fede sta nel credere che per Dio la sofferenza di un uomo conta più della sua religione. Lei non conosce la fede dei catechismi, ma possiede quella delle madri.
Grande è la tua fede! Allora grande è ancora la fede sulla terra, dentro e fuori la Chiesa, perché grande è il numero delle madri che non sanno il Credo ma sanno il cuore di Dio. Usano altri nomi per invocare Dio, ma ne conoscono il cuore.
Per lui non ci sono figli e cagnolini, dove c’è dolore, lì c’è tutta la pietà di Dio. Può sembrare una briciola, può sembrare poca cosa la compassione di Dio, ma le briciole di Dio sono grandi come Dio stesso.
Tutto questo diventa consolazione: perché nel giorno in cui avremo poca fede, nel giorno in cui saremo sopraffatti dal dolore, in quel momento Dio si farà vicino, come pane per i figli, come briciole per ogni cucciolo d’uomo.
Sogno qualcuno che prenda i piccoli da sotto la tavola e li tiri su, li metta come lampade sopra il lucerniere perché anch’essi hanno occhi di luce, perché ci sia più luce sulla tavola del pane di tutti, più luce sul futuro del mondo.
image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

TRA ONDE E ABISSI OSCILLANDO
Mt 14,22-33
il commento di E. Ronchi al vangelo della diciannovesima domenica del tempo ordinario
Gesù dapprima assente, poi come un fantasma, poi voce e infine mano salda che ti afferra. Un crescendo nell’esperienza di Dio dentro una liturgia di onde, di vento, di buio, di miracoli appena raggiunti e subito rimossi. Perché i miracoli non bastano mai.
Si è appena concluso il segno festoso dei pani e dei pesci e Gesù, scrive Matteo, costrinse i suoi a salire sulla barca. Costrinse: il maestro è brusco quando c’è aria di trionfi, non è quella la scuola che vuole per i suoi, e allora li costringe ad andare via. Invece non ha mai fretta quando c’è da curare, da sfamare, da ascoltare. Gesù resta sulla riva, passa e saluta tutti e poi, profumato di abbracci e di gioia, si reca sul monte a pregare, lungo una notte intera.
A questo punto il Vangelo racconta una storia di miracoli che falliscono. Il nostro posto non è nei grandi risultati, ma in una barca in mare aperto, dove prima o poi verranno acque agitate e vento contrario.
Sul finire della notte entra in scena Pietro, con la sua tipica irruenza: Se sei figlio di Dio, comandami di venire verso te camminando sulle acque. Verso di te, bellissima richiesta. Camminando sulle acque, richiesta infantile che cerca un prodigio sterile, fine a se stesso.
Pietro, uomo di grande coraggio e grandi paure, scende e comincia a camminare sulle acque. Ma proprio mentre vede, sente e tocca il miracolo, comincia a dubitare e ad affondare.
Perché hai dubitato?
Il rude pescatore si rivela uomo di poca fede non perché dubita del miracolo, ma proprio perché lo cerca! I miracoli stupiscono, ma non convertono. Mai. Lo mostra Pietro stesso: fa passi di miracolo sulle onde e nel vento, eppure proprio nel momento in cui sperimenta il prodigio, la sua fede va in crisi: Signore affondo!
Quando Pietro guarda al Signore può camminare sul mare. Quando invece guarda al vento che è forte, alle difficoltà, alle onde, alle crisi, alle paure, entra nel dubbio.
Così accade sempre. Se noi guardiamo al Signore e alla sua Parola, se abbiamo occhi che puntano in alto, se mettiamo in cuore progetti buoni, noi avanziamo. Se guardiamo alle difficoltà, se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie e i fallimenti di ieri, iniziamo la discesa nel buio.
Pietro, dentro il miracolo, dubita: Signore affondo; ma dentro il dubbio, crede: Signore, salvami! Ringrazio Pietro per questo suo intrecciare fede e dubbio; per questo suo oscillare fra miracoli e abissi, dubbio e fede, indivisibili. A contendersi in vicenda perenne il cuore umano. Ma è proprio là che il Signore ci raggiunge. Non attende, non pretende che abbiamo una fede grande, verrà dentro la nostra paura a salvarci da tutti i naufragi, se appena gli tendiamo la mano.
E la piccola barca di canne avanzerà verso la fine della notte, dove la paura diventa carezza e dove il grido diventa abbraccio tra l’uomo e il suo Dio.
image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

DOMENICA DELLE MANI MOLTIPLICATE
il commento di E. Ronchi al vangelo della diciottesima domenica del tempo ordinario
Mt 14,13-21
Domenica del pane che trabocca dalle mani e dalle ceste. Del pane che, povero e ricco, buono da solo e buono con tutto, ha dentro la terra e il cielo, l’acqua e il fuoco.
La storia inizia con la morte del Battista all’interno di un banchetto grottesco e drammatico, a seguito del quale Gesù vuole ritirarsi in un luogo in disparte; ma è inseguito dalla gente, scende dalla barca e si ritrova immerso nella folla. E che cosa fa? Vede, e ha compassione. Importantissimo termine, di una carica infinita. Per lui guardare e amare sono la stessa cosa, come per Dio.
Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo, è ferito dalle ferite di chi ha davanti. E capovolge i suoi programmi: voleva un luogo in disparte e invece si trova risucchiato dal vortice della vita dolente.
Vorrei essere uno tra i tanti, quella sera, sul lago. Li invidio non per il pane, ma per la seduzione che li trattiene lì, più forte della fame, della notte, della paura.
Lo ascoltano ed ecco due imperativi a confronto: mandali a comprare, dicono gli apostoli. Mentalità che è la nostra, razionale, logica: se vuoi qualcosa, lo paghi.
Gesù alza la posta: voi stessi date loro da mangiare! Fatelo voi! Sfamare l’uomo è cosa consegnata ai discepoli. Lo sappiamo che spetta a Dio, ma lui la mette direttamente nelle nostre mani. I cinque pani passano dalle mani di uno di loro a quelle di Gesù, da quelle di Gesù a quelle dei dodici, e poi a quelle di tutti i cinquemila. È bello che Dio ci salvi, ma è ancor più bello che lo faccia attraverso le persone; è bello che Dio operi nel mondo, ma più bello ancora è che operi attraverso la nostra povertà.
Quella sera tutti sono sfamati. Buoni e meno buoni, meritevoli e no, peccatori pentiti e chi non lo è ancora. Ne sono degni?
Domanda assurda. Certo che no! Chi è degno di Dio? Davanti al Signore la dignità è data solo dalla fame.
Il profeta ripete nella prima lettura: Chi ha fame venga e mangi, senza denaro né spesa. Nessuna meritocrazia presso Dio, in lui vige la logica del dono, del pane gioioso e immeritato. «Una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono i poveri, dei veleni che avvelenano la terra l’acqua e l’aria, è sterile come la polvere» (M. L. King).
Il miracolo del pane è raccontato come una questione di mani. Un moltiplicarsi di mani, più che di pane. Che infatti passa di mano in mano: dai discepoli a Gesù, da lui di nuovo ai discepoli, da questi alla folla. Allora apriamo le nostre mani!
Qualunque sia il tuo pane, apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si spacca, la nuvola che sparge le sue gocce. Per dare pane a chi ha fame e accendere fame di cose grandi in chi è sazio di solo pane.
image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

IL GESU’ DALLA FEDE SOLARE
il commento di E. Ronchi al vangelo della diciassettesima domenica del tempo ordinario
Mt 13,44-52
Con due parabole brevi e lampeggianti Gesù dipinge su un fondo d’oro il dittico lucente della fede.
Un contadino e un mercante trovano tesori. Accade a uno che, per caso, tra rovi e sassi e su un campo non suo, resta folgorato dalla gioia. Accade a uno che invece, da intenditore appassionato e determinato, gira il mondo dietro il suo sogno.
Due piccole parabole che poggiano sulla stessa idea di fondo: ciò che Dio ti può dare non ha confronti fra le cose. “Tesoro e perla”, sono nomi inusuali nelle liturgie, lo diresti un linguaggio da pirati e avventure, da favole o da innamorati. Con essi Gesù indica la fede come forza vitale che ti cambia la vita. La fa camminare, correre, perfino volare. Il Vangelo assicura che tutti possono trovare o essere trovati da Dio, sorpresi da una luce sulla via di Damasco oppure dal Dio della normalità, che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi, come un contadino paziente.
Trovato il tesoro, l’uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. La gioia è il primo tesoro che il tesoro dona, è la forza che mette in cammino. Ma senza sentori di rinuncia o sacrifici (Gesù non chiede mai sacrifici, nel Vangelo di Matteo li evoca due sole volte e sempre per negarli). La visione di un cristianesimo triste, immaturo e grigio è lontanissima dalla fede solare di Gesù. Niente di quello di prima viene buttato via, il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto! Lasciano molto, ma per avere molto! Non perdono niente, lo investono. Così i cristiani: scelgono, e scegliendo bene, guadagnano.
Noi avanziamo nella vita non a colpi di volontà, ma per una passione, per scoperta di tesori: Dov’è il tuo tesoro, là corre felice il tuo cuore (cfr Mt 6,21).
I cercatori di Dio non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano. Lo stesso credere è un verbo dinamico, bisogna sempre muoversi, cercare, pescare; lavorare il campo, scoprire, camminare, tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche. Il peggio che ci possa capitare è restare immobili, bloccati dalle paure.
Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa dire che l’esito della storia sarà buono, nonostante tutto, buono. Paolo dice che tutto concorre al bene, anche quel mucchietto di sassi che sembra il mio campo, altro che tesoro nascosto! (Rm 8,28). E Agostino aggiunge: etiam peccata, anche i peccati.
Tesoro e perla sono nomi di Dio. Si rivolgono a me, un po’ contadino e un po’ mercante e mi domandano: ma Dio per te è un tesoro o un dovere? È una perla di luce o un obbligo?
Mi sento contadino fortunato, mercante dalla buona sorte. E sono grato a Colui che mi ha fatto inciampare in un tesoro, in molte perle, lungo molte strade, in molti giorni: davvero incontrare Cristo è stato l’affare migliore della mia vita!
image_pdfimage_print

più cattolici che cristiani ….

 

le parole di fuoco di Leone XIV

di Enzo Bianchi

in “Famiglia Cristiana” del 12 luglio 2026

 

Tu, cristiano, sei scosso dai discorsi di Papa Leone XIV? Quasi ogni giorno pronuncia parole
meditate e inattese emettendo giudizi sulla violenza, sulla guerra, sul rifiuto degli emigranti e dei
rifugiati.
Va riconosciuto: il tono è quello profetico, le parole sono parole di fuoco e il giudizio dice in modo
definitivo che non c’è per i cristiani una “guerra giusta”! A Barcellona, alla basilica della Sagrada
Familia, in un’omelia incandescente ha proclamato: “Non possiamo essere credenti in Gesù Cristo e
uccidere l’innocente, non possiamo dirci cristiani e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge
dalla miseria”. E all’Europa cristiana ha ricordato che non può parlare di dignità umana e lasciare
che i suoi mari siano cimiteri per quelli che cercano di raggiungerla abbagliati dal suo sviluppo.
Perché le parole del Papa, un tempo ascoltate con riverenza, oggi sembrano cadere nel vuoto e non
sono ascoltate? Anzi sovente contestate come interventi che non spettano alla cura dei pastori? Per
questi il Vangelo è solo religione più pagana, più tradizionale e culturale che evangelica. Sono
cattolici ma non sono cristiani. Ma Gesù ha detto: “Non uccidere, ama il tuo nemico, prega per i
tuoi avversari … ero straniero e mi avete accolto…”.

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

CON OCCHI
 DI MATTINO
Mt 13,24-43
il commento di E. Ronchi al vangelo della sedicesima domenica del tempo ordinario
Una parabola che davvero può cambiarci il volto di Dio e farci sentire abbracciati anziché giudicati, passando da occhi d’ombra a occhi di mattino.
Anch’io sono uscito da un’ aula di tribunale e mi sono felicemente perso in un campo di grano.
La parabola racconta che il nostro cuore è una zolla di terra contesa da due avversari, invasa da buon grano ed erbe cattive. E racconta due sguardi: quello dei servi che si posa sul male e quello del padrone del campo che vede solo il buon grano.
Vuoi che andiamo a sradicare la zizzania? La risposta del signore del campo è perentoria: No! Rischiate di strappare via il grano! Ed aggiunge: abbi pazienza, non avere fretta perché rischi di sradicare anche i germogli buoni.
Dio ha gli occhi del mattino, occhi nuovi che vedono lontano. Non gli interessa un campo perfetto, ma salvare ogni spiga, ogni piccola profezia di buono. E ci propone di fare come lui: Per vincere il buio accende ogni giorno il suo mattino, per vincere l’inverno invia la primavera, per far fiorire la steppa fa volare nell’aria milioni di semi. Perché il nostro spirito è capace di cose grandi solo se ha grandi passioni, e non grandi reazioni immediate.
E mi assicura: tu non sei i tuoi difetti, ma le tue maturazioni; non coincidi con la zizzania, ma con le tue potenzialità di bene. Dio ha lo sguardo del mattino.
Il germoglio è silenzio, non fa clamore, non è ancora una meraviglia se non per chi ha occhi come Lui, e il male di una vita non revoca il bene compiuto, al contrario è il bene che revoca il male!
Il bene possibile domani, la spiga di domani è molto più importante del male contorto di oggi!
Il lavoro della nostra vita è solo questo: far maturare il buon grano di cui nessuno è privo, venerare la nostra parte luminosa perché viene da Dio! La parabola ci insegna a liberarci da falsi esami di coscienza negativi, da occhi servili e non di creatore. Vera introspezione è leggere la vita con sguardo divino, quello che non cerca nel campo del cuore assenza di difetti, ma fecondità di frutti buoni. Non siamo al mondo per essere perfetti e senza spine, nessun campo lo è; ma per essere nella vita donatori di vita. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati; non perfetti ma fruttuosi.
Allora ama i tuoi semi di vita, coltiva con infinita pazienza ogni tuo germoglio buono, veglia su tutto ciò che nasce in te. Sii indulgente con tutte le creature, ma anche con te stesso. Non nutrire il tuo peccato di ieri, lascialo andare, perché se non vedi luce dentro di te, non la vedrai in nessuno.
Preoccupiamoci quindi di avere un amore grande per ogni seme di bontà, misericordia, accoglienza, libertà e tenerezza che Dio ci ha dato, e vedremo la zizzania perdere terreno e le tenebre ritirarsi. È questa la serena prospettiva di Dio.
image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

IL SEMINATORE IMPERFETTO E FELICE
Mt 13,1-23
il  commento di E. Ronchi al vangelo della quindicesima domenica del tempo ordinario
Gesù racconta la sua prima parabola galleggiando sopra una barca.
Egli amava il paesaggio del lago e amava la terra, i campi di grano, le distese di spighe, di papaveri, di fiordalisi. Guardava la vita e nascevano parabole. “E non parlava loro se non per parabole”, che non si perdono in preamboli ma raccontano semplicemente un fatto.
Osserva un seminatore, e nel suo gesto intuisce qualcosa di Dio. “Il seminatore uscì a seminare”, ma non un seminatore qualsiasi, è “il” Seminatore per eccellenza. Uno che spera anche nei sassi e nelle spine, un prodigo inguaribile. Un sognatore che vede vita ovunque, convinto che persino la sterpaglia si possa trasformare in giardino.
Ed ecco che l’immagine d’un tempo antico ci riempie gli occhi della mente: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo arato a passi lenti e misurati, compiendo un gesto largo della mano, sapiente e solenne. Con il suo gesto scavalca il buon terreno. E il seminatore, che può sembrare sprovveduto, butta il seme sull’interezza del terreno, vede e abbraccia l’imperfezione del campo del mondo, dove nessuno è discriminato.
Non possiamo aspettare che le cose, le persone, siano perfette per cominciare ad amarle.
Il seminatore che sembra sprecare il seme sui sassi e sui tratturi, è Dio che abbraccia ogni persona così com’è, come una storia imperfetta ma dove è sempre possibile ricominciare. E lo diresti il racconto di una semina fallimentare se non fosse per il finale, che è determinante: e davano frutto, detto all’imperfetto, come una azione lunga, protratta, che continua, una fruttificazione che non si esaurisce Il male non ferma la storia, la semina va avanti. Tutto è fiducia incamminata, una pioggia continua di semi di Dio cade tutti i giorni sopra di noi.
Il mio Dio contadino sa che, per tre volte, come dice la parabola, per infinite volte, come dice la mia esperienza, non rispondo, ma poi accade che una volta almeno rispondo, e allora è il trenta, il sessanta, il cento per uno.
Tutti siamo feriti e opachi, campo duro e spinoso. Eppure la nostra umanità imperfetta è ancora adatta per il seme di Dio. E lui respira meglio, mano a mano che diventiamo non già più bravi e perfetti, ma sempre più noi stessi, sempre più veri e autentici.
L’etica del Vangelo non è quella di un campo senza spine, ma è quella del frutto. Lo sguardo del seminatore non si posa sull’assenza o meno di difetti di rovi, di sassi, ma sulla fecondità di domani, su spighe piene, generose, gonfie, profezia di pane spezzato per la fame dei figli.
Il cristiano è consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la certezza che non va perduta nessuna opera d’amore, nessuna generosa pazienza, ma che tutto ciò circola nelle vene del mondo come forza di vita» (Evangelii gaudium 278-279).
image_pdfimage_print

sulla disumanità della ‘remigrazione’

uno schiaffo all’etica del diritto

Gian Carlo Perego

in “Vita Pastorale” del luglio 2026

la remigrazione è uno schiaffo all’etica e al diritto, un’ingenuità e irrazionalità politi
ca che non guarda al futuro del Paese e che di cristiano ha ben poco

Quello della “remigrazione” sembrerebbe un termine ovvio, che indica il ritorno in patria libero di persone
che hanno fatto un’esperienza di lavoro, di studio, di ricerca in un altro Paese rispetto a quello della propria
cittadinanza. In realtà, in decine di città italiane, il comitato Remigrazione e riconquista — che ha
organizzato banchetti informativi dove sarà possibile contribuire alla raccolta firme per una proposta di legge
di iniziativa popolare — ha dato al termine “remigrazione” un altro significato: non ritorno libero, ma
cacciata; non accompagnamento al rientro volontario, ma rifiuto; non assistenza, ma discriminazione dei
migranti.
Quello della “remigrazione” è un vento che è partito dalla Germania e sta contagiando l’Europa. E in altra
forma ha investito anche il “trumpismo”, creando frange politiche estreme, identitarie e nazionaliste, ge
nerando un clima culturale che abbandona l’intercultura, il dialogo sociale, la promozione e l’inclusione, la
cittadinanza come prospettive di rigenerazione del Paese. E contraddice anche il cammino di dialogo
ecumenico e interreligioso preparato dal liberalismo di fine ‘800 e che ha attraversato il primo ‘900, raccolto
dal Magistero del concilio Vaticano II (Gaudium et spes, Unitatis redintegratio, Nostra aetate…).
La prospettiva della “remigrazione” parte dal concetto che il migrante è un nemico dell’identità, della
cultura e della religione. Il testo della proposta di legge, pur cercando di nascondere o falsare l’approccio alla
realtà migratoria attraverso termini come “sicurezza”, rientro dei giovani italiani, lotta alla irregolarità, è
molto esplicito. La proposta di legge popolare su “remigrazione e riconquista” è caratterizzata da dieci punti,
che sono dieci affermazioni che confermano il principio che ispira la proposta: «Le migrazioni massive, da
qualsiasi punto di vista, sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli».
Questo punto di partenza è smentito dalla realtà. Le Nazioni più ricche sono quelle che hanno più migranti.
In Italia i 5 milioni e mezzo di immigrati stanno rigenerando il mondo del lavoro, l’economia con 2 milioni di
lavoratori e 600.000 imprese, oltre 1 miliardo di contributi allo Stato, al netto di tutto ciò che si spende per
migranti e rifugiati (Rapporto Fondazione Moressa 2025), oltre 8 miliardi e mezzo di rimesse p eri loro
Paesi, le loro famiglie (il più importante e immediato contributo di cooperazione allo sviluppo ). Stanno ri
generando le famiglie e le nascite — anche se non sono sufficienti a ribaltare la denatalità — con 2 milioni e
quattrocentomila famiglie. Hanno salvato migliaia di classi e di scuole, con 940 mila studenti; hanno rigene
rato anche le nostre comunità cristiane, rendendole — per usare un termine del Sinodo di Milano —
“Chiese dalle genti”; hanno rigenerato la città e il Paese.
Da questi pochi numeri, è evidente che non è vero che la migrazione «genera problemi sociali, culturali ed
economici… impoverisce il patrimonio umano e culturale» — come si legge nella proposta di legge popolare
—, ma è una risorsa economica, sociale, culturale, una “grazia” in termini teologici, un “segno dei tempi” co
me l’hanno definita Benedetto XVI e Francesco, da “accompagnare” come ha scritto papa Leone nella Dilexi
te, com’è avvenuto nella storia della Chiesa con figure esemplari come san Giovanni Battista Scalabrini e
santa Francesca Cabrini, la religiosa lodigiana che ha svolto la sua attività a partire dagli emigranti italiani di
Chicago, la città dov’è cresciuto Leone XIV.
La proposta di legge ritiene che la migrazione «compromette la sovranità e l’identità nazionale». Anche
questa premessa è assurda e surreale. L’identità di un popolo non è statica, ma dinamica, si rigenera
nell’incontro e si impoverisce nella chiusura. Da sempre. L’intercultura è l’unica prospettiva programmatica,
tra l’altro, scelta dalla scuola italiana, ormai da 25 anni. La sovranità è del popolo, che cambia nel corso della
storia, si rigenera anche grazie alla migrazione, all’acquisizione ed estensione della cittadinanza.
Dalla premessa — che nega l’art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani sulla libertà di
movimento — nascono le dieci proposte della legge popolare che ledono alcuni diritti fondamentali della
persona migrante: il ricongiungimento familiare, che è uno degli strumenti fondamentali di sicurezza sociale;
la confisca preventiva dei patrimoni per la lotta alla tratta, senza alcuna preoccupazione delle vittime;
l’espulsione di irregolari e di chi commette reati, senza favorire canali legali d’ingresso e la giustizia; un
contributo per far rientrare nel proprio Paese il migrante, e nessun contributo per favorire l’integrazione;
l’illusione che la remigrazione porti al risparmio di spese, dimenticando che essa oggi è una delle maggiori
risorse per lo Stato; sanzioni alle Ong che operano nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo e nessun
contributo ad associazioni e cooperative che lavorano con e per i migranti; abolizione del decreto flussi
senza il ripristino dello “sponsor”, con l’illusione che ritornino gli italiani all’estero, che in dieci anni sono
cresciuti di quasi un milione e mezzo; priorità ai cittadini italiani per asili e case popolari rispetto ai migranti,
superando qualsiasi criterio di reddito e di bisogno effettivo.
In conclusione: la remigrazione è uno schiaffo all’etica e al diritto, un’ingenuità e irrazionalità politi
ca che non guarda al futuro del Paese e che di cristiano ha ben poco

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

LE COLONNE NASCOSTE DEL MONDO
il commento di E. Ronchi al vangelo della quattordicesima domenica dl tempo ordinario
Mt 11,25-30
Ti ringrazio Padre perché hai rivelato queste cose ai piccoli.
Gesù adesso vede che la preferenza di Dio per i piccoli non è finita: addita i bambini come modello dei credenti. I poveri sono le colonne segrete della storia, i piccoli sono le colonne nascoste del mondo. Prendersi cura di loro, come fa Dio, vuol dire prendersi cura del mondo intero. L’economia della piccolezza esce diretta del cuore di Dio: beati voi poveri, disarmati, affamati, perseguitati…
Che cosa era successo? Gesù vive un brutto momento: aveva sperato che tutti, ma soprattutto i più attenti, scribi sacerdoti farisei, i primi della classe, avrebbero capito il suo messaggio. Invece succede esattamente il contrario. Giovanni Battista è arrestato, Gesù è contestato al tempio, i villaggi attorno al lago, dopo il primo entusiasmo si sono allontanati.
Ed ecco che in quell’aria di sconfitta, si apre davanti a Gesù un capovolgimento improvviso: il posto che sembrava rimasto vuoto, lo riempiono i piccoli: pescatori, poveri, malati, i poco di buono, vedove, bambini, pubblicani. Ti ringrazio, Padre, perché hai parlato a loro, e loro ti hanno capito.
Gesù non se l’aspettava. Un piccolo, un bambino capisce subito se gli vuoi bene o no. In fondo è questo il segreto semplice della vita. Non ce n’è un altro, più profondo. I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila hanno capito la rivoluzione della tenerezza di Dio.
Ma poi Gesù fa un ulteriore passo avanti. Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Non è difficile Dio: sta al fianco di chi non ce la fa, porta quel pane d’amore di cui ha bisogno ogni cuore stanco. Venite, vi darò ristoro. E non già vi darò un catechismo o una morale, ma il conforto del vivere.
Se il Vangelo che predico non è di conforto a chi ascolta, non è Cristo quello che io annuncio: nominare Cristo deve equivalere a confortare la vita, altrimenti le mie parole sono la tomba della risposta di Dio e della domanda dell’uomo.
Imparate da me, cioè imparate dal mio cuore, dove è custodito l’alfabeto della vita. Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero. Cosa sta dicendo Gesù a noi che abbiamo fatto di tutto per scuoterceli di dosso i gioghi? Il mio giogo, dice Gesù. Un giogo che rimane suo, non ce lo butta addosso.
La parola coniuge significa, nella sua radice, “con lo stesso giogo”. Coniuge è il marito, la moglie, colui che cammina al tuo fianco e al tuo passo, aggiogato allo stesso sogno. E Gesù è il nostro Cireneo, aggiogato alla mia croce, al mio sogno. Un liberatore venuto a rendere leggera e fresca la religione, a toglierci di dosso pesi e perciò amato dai piccoli e dagli oppressi della terra. Gesù, il senza potere, libero come il vento, leggero come la luce, fonte di libere vite.
image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

LA CROCE E IL BICCHIERE
il commento di E. Ronchi al vangelo della tredicesima domenica del tempo ordinario
Mt 10,37-42
Chi ama padre o madre più di me, chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me. Parole difficili, che suonano eccessive, che sembrano cozzare contro la forza degli affetti che sono la prima felicità di questa vita.
Ma il comparante delle espressioni di Gesù è nel verbo “amare di più”. Gesù non sottrae amori, ne aggiunge, ci scommette, punta tutto sull’amore. “Amare di più” non equivale ad una competizione di sentimenti, ma ci ricorda che per creare un mondo nuovo, quale lui lo sogna, ci vuole una passione forte almeno quanto quella degli amori familiari, e il risultato ottenuto non è una limitazione ma un potenziamento.
‘Colui che non prende la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo’. Gesù sogna forse uno sterminato corteo umano inchiodato a una selva di patiboli? Sarebbe la sofferenza a dare lode a Dio? Immagine perversa. Lui vuole discepoli maturi, liberi, e un po’ innamorati, non una corte di seguaci lacrimosi e piagati. Prendere la propria croce non è farsi ammazzare, ma scegliere un progetto forte, lo stesso di Gesù: amare per primo, generosamente, senza calcolare, dissennatamente, divinamente.
Le due condizioni che Gesù pone a chi vuole seguirlo, amare di più e portare la croce, si illuminano a vicenda. Portare la croce significa portare l’amore fino in fondo, fino alla Pasqua, perché chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Perdere la vita non significa il martirio, ma spenderla come si spende un tesoro: donandola goccia a goccia. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo perduto per altri.
Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Infatti il vero dramma per la persona umana non è morire, ma non avere niente e nessuno per cui valga la pena mettere in gioco e rischiare la propria vita.
E a noi, spaventati dall’idea di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca non perderà il premio. Croce e acqua, il dare tutta la vita e un bicchiere d’acqua, il quasi niente che però contiene un colpo d’ala del maestro di Nazaret: fresca! Acqua fresca dev’essere! Vale a dire l’acqua migliore che hai, acqua affettuosa, bella, con dentro l’eco del cuore. Anzi il Vangelo non parla neppure di acqua, scrive letteralmente ‘un bicchiere di fresco’, un sorso di frescura da dare: una telefonata a chi è nel dolore, cedere il posto a chi fa più fatica, un sorriso al primo sconosciuto del mattino, un caffè sospeso… Dare: verbo di mani limpide e allegre come acqua fresca.
La Croce e il bicchiere. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca. Qualcosa che tutti possono offrire. Tutti.
image_pdfimage_print