benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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i ‘no-vax’ “sono la prova che la democrazia è in crisi”, così Crepet

Paolo Crepet sui no-vax:

“sono la prova che la democrazia è in crisi”

il profilo psicologico degli anti-siero

«È tutta colpa del benessere, se oggi quando arriva il medico anziché metterci in ginocchio saliamo sul pulpito. La società dei bisogni soddisfatti ci fa sentire dei padreterni anche se non sappiamo nulla. Ci sentiamo onnipotenti e perciò ci fidiamo solo di noi stessi, andando a cercare su Internet, il regno del tutto e del suo contrario, pezze pseudoscientifiche che confermino e rinforzino le nostre paure»

Paolo Crepet ne ha viste tante, «ero uno di quelli rimasti sgomenti più di vent’ anni fa quando Porta a Porta affrontava le tesi del medico Di Bella, quello della terapia anti-cancro che illuse migliaia di persone, ma non mi sarei mai aspettato che Massimo Cacciari, che giovane sindaco di Venezia mise su con mio padre a Marghera il primo centro studi sulla cancerogenesi ambientale, diventasse un punto di riferimento della protesta anti Green pass. Quanta acqua è passata sotto le calli…».

Evoca i cattivi maestri?

«Non vorrei, è un’immagine abusata, però sono tante le figure di tipico intellettuale narcisista con il gusto del proselitismo più che della responsabilità civile».

Le fanno rabbia?

«Gli intellettuali quando parlano vengono ascoltati più degli altri, hanno una maggiore autorevolezza. Per questo dovrebbero essere più responsabilità degli altri».

Il popolo no vax però non è fatto solo di intellettuali narcisisti…

«Durante il terrorismo, quando i cattivi maestri mandavano tanti ragazzi ignoranti allo sbaraglio…».

I no vax sarebbero ignoranti?

«La cosa che più mi ha sorpreso in questa guerra di religione tra vaccinati e no è stata la grande carenza scientifica diffusa. Dalla patria della Montalcini, della Montessori, del professor Sclavo, primo grande immunologo, che ci salvò dal carbonchio, non me lo aspettavo. Noi siamo un popolo di scienziati, non solo di letterati, preti e geniacci…». 

Infatti ci siamo vaccinati più degli altri…

«Meno di quanto avrei pensato».

Perché il Nord Europa si è vaccinato di meno?

«Perché sta meglio economicamente. Chi è più benestante può permettersi di essere egoista».

Il no vax è un egoista?

«Applica la regola del “si salvi chi può”, ciascuno a suo modo. È uno che pensa di trovare da solo la soluzione alla pandemia, fenomeno di massa. È un egoista saccente».

Ne dà un quadro psicologico?

«Il fenomeno no vax non è sintetizzabile in una tipologia psicologica, dentro c’è un mondo. C’è la sensibilità ultracattolica anti-scientista, da sempre diffidente verso la scienza, perché se è Dio che dà e toglie la vita il medico è un elemento di disturbo, non un mediatore. C’è l’intellettuale, che gioca con la propria intelligenza, se ne compiace e per ostentarla è disposto pure alla malafede. E c’è la massa di chi ha paura e trova nei cattivi maestri le giustificazioni ai propri timori».

I timorosi sono convincibili?

«Non troppo, perché hanno il tratto patologico che porta all’assoluta capacità di pensare in maniera non duale. Sono persone che hanno rigidità ideologiche non scalfibili, che diventano una sorta di pelle e di ossessione».

Per vaccinare i no vax meglio il pugno di ferro o la persuasione?

«Anche la persuasione è un’attività violenta. A questo punto meglio l’obbligo, più diretto e meno manipolatorio. Il vaccino serve e i suoi rischi sono minimi, i dati lo dimostrano, quindi bisogna farlo: questo dovrebbe dire il governo».

Ecco il conflitto sociale dei nostri anni analizzato dallo psichiatra e sociologo più mediatico degli ultimi trent’ anni. Crepet non è sorpreso dalla divisione fideistica che la profilassi ha iniettato nel tessuto del Paese, «perché noi italiani, da Dante in giù, amiamo per tradizione dividerci polemicamente». Ma è preoccupato dalla deriva ideologica del movimento no vax, che ormai pare un esercito, perché «per dirla con Sartre, le ideologie sono una meraviglia se le pensi ma diventano una galera quando si trasformano in fatti. Guru è una parola bellissima, significa colui che ti porta dal buio alla luce, ma talvolta viene usata per descrivere chi, più o meno consapevolmente, si presta a fare il processo inverso». E siccome siamo un Paese di furbastri, creato il bisogno, ecco che arriva subito chi lo soddisfa. Il no vax vuol essere rassicurato di non essere dalla parte del torto? Arriva il giornalista, il professore o l’intellettuale che gli fornisce una spiegazione da rivendersi al bar o in famiglia. C’è anche il medico che prescrive finte attestazioni allergiche al no vax, l’avvocato che ti fa la causa se ti licenziano… «Il Covid è stata un’occasione per tutti» chiosa Crepet, anche per molti scienziati che si sono trovati a diventare da oscuri lavoratori star riconosciute. Ma al di là di furbetti o approfittatori, no vax per convenienza prima che per convinzione, «il mio timore» spiega Crepet «è che, con l’introduzione da parte del governo delle nuove restrizioni ci sia una risposta sociale violenta, come si sta già iniziando a vedere nel Nord Europa». 

C’è altro, oltre al benessere, nelle rivolte di piazza del Nord?

«Queste proteste mi portano a riflettere su una contraddizione delle democrazie moderne: forse è proprio vero che sono in crisi».

Come sostengono i no vax?

«No, in modo diverso. Se metto il Green pass è ovvio che è una limitazione della libertà, ma siccome la Costituzione prevede che per necessità di salute pubblica si possano prendere provvedimenti eccezionali, il certificato verde non vìola l’essenza della democrazia, anzi la conferma. I dati che ci dicono che dove ci sono più vaccinati e restrizioni il contagio è minore, giustificano le nuove misure».

La democrazia sarebbe quindi in crisi perché i singoli si sentono talmente liberi dal non volersi assoggettare alle sue regole?

«Esattamente. La Costituzione si chiama così perché disciplina la nostra vita, le leggi di interesse pubblico sono costituzionali, antidemocratico è opporvisi. Mi fa ridere chi parla di libertà negata dal Green pass. Oggitutti noi abbiamo un telefonino, siamo rintracciabili ovunque e se andiamo in un posto dove cade il segnale, entriamo noi nel panico. Ecco, nessuno è libero».

Per paradosso quindi opporsi alla scienza è un sintomo di modernità della società?

«Di falsa, o perversa, modernità. Da ragazzi guardavamo ad Amsterdam e a Londra come a un modello avanzato, culturale e di vita. Noi a vent’ anni la domenica pranzavamo con la nonna e i nostri coetanei olandesi si svegliavano nel letto con la fidanzata. Erano più liberi, più fluidi. Mi rendo conto però che l’eccesso di fluidità sociale porta alla rigidità individuale. Il Covid è la cartina di tornasole di tutto questo».

La dottrina no vax come la religione dell’individuo che scardina le regole della società e finisce per non accettare quelle della scienza e dello Stato?

«Siamo a un punto di ritorno. Se hai tutto, pensi di non aver bisogno di nulla, provi nausea verso le regole, diventi un autarchico. Ma l’autarchia uccide la speranza, e quindi la vita. Tant’ è che il no vax preferisce rischiare anziché vivere. E rigido fino all’autolesionismo».

C’è una soluzione?

«Indietro non si può tornare, ma andando troppo avanti su questa strada si rischia di ritrovarsi alla preistoria, dove non c’era società, non c’erano regole e ognuno era per sé. La nostra capacità di stare insieme è al minimo. Il messaggio sociale che emerge dalla reazione al virus mi preoccupa più della pandemia, che passerà, mentre la nostra moderna incapacità di fidarsi dell’altro è più difficile da curare del Covid».

Colpa dei social se non ci affidiamo più?

«I social sono il vero attentato alla nostra libertà, la via per rimbecillirsi. Hanno creato le basi della cultura dell’uno vale uno, che è deleteria, perché ciascuno parla di quel che non sa. Non a caso i social sono il nutrimento principe dei no vax».

Forse anche i virologi che in tv si contraddicono offrono carburante ai no vax…

«Non è vero. In tutti i campi i professionisti hanno opinioni differenti, tanto più nella scienza, che è quotidiana scoperta, ridiscussione dei traguardi, sperimentare e tornare indietro. Chi crede nella scienza, lo accetta. Gli altri si aspettano verità assolute, come dagli stregoni, ma poi in realtà si fabbricano lel loro verità, non riconoscendo altro pensiero che il proprio».

Davvero non ci sono stati errori di comunicazione?

«La comunicazione è stata terribile. Gli scienziati spesso hanno forzato parole e comportamenti per restare protagonisti. Essere chiamati in tv è più importante che comunicare. Il governo avrebbe dovuto nominare Silvio Garattini portavoce unico: posato, serio, autorevole, razionale. Solo che poi degli altri cosa ne resta?».

Quante vite vale un punto di share in tv?

«Sì, talvolta si chiamano no vax o giornalisti anti-vaccini più per fare audience e alimentare il dibattito che per informare. Le comunicazioni sbagliate sono state troppe, andavano evitate. Il contrario della comunicazione non è il silenzio ma la schizofrenia di informazioni».

È la pluralità dell’informazione, il diritto d’opinione…

«Permettere a tutti di dire ogni cosa non è democrazia ma cais».

La confusione l’ha fatta anche il governo…

«Il maggior peccato del governo è non aver creduto che la chiarezza fosse la via migliore per convincere, sul vaccino e su tutto il resto. Si è preferito terrorizzare e offrire verità assolute, che quando si parla di scienza e società generano sempre contraddizioni. Lo stiamo vedendo anche con il vaccino ai bambini».

Il peccato è stato dire quel che faceva comodo, piegando la realtà alle necessità di Stato?

«Sulla didattica a distanza è stato fatto così. Sono arrivati a dire che l’insegnamento via computer è preferibile rispetto a frequentare l’università. Poi si stupiscono se i giovani sono alienati. Il lockdown ha minato psicologicamente una generazione. I ragazzi sono stati blanditi per farli stare a casa, ingannati sulle qualità dell’insegnamento a distanza e premiati poi con valutazioni di comodo. Ne vedremo presto i danni».

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il commento al vangelo della domenica

se non alzi il tuo capo non vedrai l’arcobaleno


Se non alzi il tuo capo non vedrai l'arcobaleno
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della  I Domenica di Avvento Anno C

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. (…).

Ricomincia da capo l’anno liturgico, quando ripercorreremo un’altra volta tutta la vita di Gesù. L’anno nuovo inizia con la prima domenica d’Avvento, il nostro capodanno, il primo giorno di un cammino (quattro settimane) che conduce a Natale, che è il perno attorno al quale ruotano gli anni e i secoli, l’inizio della storia nuova, quando Dio è entrato nel fiume dell’umanità. Ci saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per ciò che dovrà accadere. Il Vangelo non anticipa la fine del mondo, racconta il segreto del mondo: ci prende per mano e ci porta fuori, a guardare in alto, a sentire il cosmo pulsare attorno a noi; ci chiama ad aprire le finestre di casa per far entrare i grandi venti della storia, a sentirci parte viva di una immensa vita. Che patisce, che soffre, ma che nasce. Il mondo spesso si contorce come una partoriente, dice Isaia, ma per produrre vita: è in continua gestazione, porta un altro mondo nel grembo. La terra risuona di un pianto mai finito, ma il Vangelo ci domanda di non smarrire il cuore, di non camminare a capo chino, a occhi bassi. Risollevatevi, alzate il capo, guardate in alto e lontano, la liberazione è vicina. Siamo tentati di guardare solo alle cose immediate, forse per non inciampare nelle macerie che ingombrano il terreno, ma se non risolleviamo il capo non vedremo mai nascere arcobaleni. Uomini e donne in piedi, a testa alta, occhi nel sole: così vede i discepoli il Vangelo. Gente dalla vita verticale. Allora il nostro compito è di sentirci parte dell’intero creato, avvolti da una energia più grande di noi, connessi a una storia immensa, dove anche la mia piccola vicenda è preziosa e potente, perché gravida di Dio: «Cristo può nascere mille volte a Betlemme, ma se non nasce in me, è nato invano» (Meister Eckart). Gesù chiede ai suoi leggerezza e attenzione, per leggere la storia come un grembo di nascite. Chiede attenzione ai piccoli dettagli della vita e a ciò che ci supera infinitamente: “esisterà pur sempre anche qui un pezzetto di cielo che si potrà guardare, e abbastanza spazio dentro di me per poter congiungere le mani nella preghiera” (Etty Hillesum). Chiede un cuore leggero e attento, per vegliare sui germogli, su ciò che spunta, sul nuovo che nasce, sui primi passi della pace, sul respiro della luce che si disegna sul muro della notte o della pandemia, sui primi vagiti della vita e dei suoi germogli. Il Vangelo ci consegna questa vocazione a una duplice attenzione: alla vita e all’infinito. La vita è dentro l’infinito e l’infinito è dentro la vita; l’eterno brilla nell’istante e l’istante si insinua nell’eterno. In un Avvento senza fine.
(Letture: Geremia 33,14-16; Salmo 24; Prima Lettera ai Tessalonicesi 3,12-4,2; Luca 21,25-28.34-36)

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le ‘beatitudini’ del vescovo secondo papa Francesco

 le beatitudini del vescovo

il regalo di papa Francesco ai vescovi italiani

L'immagine del Buon Pastore sul cartoncino donato dal Papa ai vescovi italiani

l’immagine del Buon Pastore sul cartoncino donato dal Papa ai vescovi italiani – Cei

«beato il vescovo che fa della povertà e della condivisione il suo stile di vita, perché con la sua testimonianza sta costruendo il regno dei cieli»

Inizia così il testo legato all’immaginetta che il papa ha dato ai vescovi italiani al termine dell’incontro di apertura dell’Assemblea generale. Le parole riprodotte sull’immagine donata dal Papa sono quelle dell’omelia pronunciata dall’arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, per l’ordinazione episcopale dei suoi ausiliari lo scorso 31 ottobre.

«le beatitudini del vescovo»

Beato il Vescovo che fa della povertà e della condivisione il suo stile di vita, perché con la sua testimonianza sta costruendo il regno dei cieli.

Beato il Vescovo che non teme di rigare il suo volto con le lacrime, affinché in esse possano specchiarsi i dolori della gente, le fatiche dei presbiteri, trovando nell’abbraccio con chi soffre la consolazione di Dio.

Beato il Vescovo che considera il suo ministero un servizio e non un potere, facendo della mitezza la sua forza, dando a tutti diritto di cittadinanza nel proprio cuore, per abitare la terra promessa ai miti.

Beato il Vescovo che non si chiude nei palazzi del governo, che non diventa un burocrate attento più alle statistiche che ai volti, alle procedure che alle storie, cercando di lottare al fianco dell’uomo per il sogno di giustizia di Dio perché il Signore, incontrato nel silenzio della preghiera quotidiana, sarà il suo nutrimento.

Beato il Vescovo che ha cuore per la miseria del mondo, che non teme di sporcarsi le mani con il fango dell’animo umano per trovarvi l’oro di Dio, che non si scandalizza del peccato e della fragilità altrui perché consapevole della propria miseria, perché lo sguardo del Crocifisso Risorto sarà per lui sigillo di infinito perdono.

Beato il Vescovo che allontana la doppiezza del cuore, che evita ogni dinamica ambigua, che sogna il bene anche in mezzo al male, perché sarà capace di gioire del volto di Dio, scovandone il riflesso in ogni pozzanghera della città degli uomini.

Beato il Vescovo che opera la pace, che accompagna i cammini di riconciliazione, che semina nel cuore del presbiterio il germe della comunione, che accompagna una società divisa sul sentiero della riconciliazione, che prende per mano ogni uomo e ogni donna di buona volontà per costruire fraternità: Dio lo riconoscerà come suo figlio.

Beato il Vescovo che per il Vangelo non teme di andare controcorrente, rendendo la sua faccia “dura” come quella del Cristo diretto a Gerusalemme, senza lasciarsi frenare dalle incomprensioni e dagli ostacoli perché sa che il Regno di Dio avanza nella contraddizione del mondo.

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il commento al vangelo della domenica

è l’amore disarmato che cambia il mondo


È l'amore disarmato che cambia il mondo
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della solennità di Cristo Re (Anno B)
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». (…) Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Pilato, l’uomo che detiene il maggior potere in Gerusalemme, e il giovane rabbi disarmato: l’uno di fronte all’altro, di fronte alla storia del mondo.
Tu sei il re dei giudei? Possibile che quel galileo dallo sguardo limpido e diritto sia a capo di una rivolta, che ne nasca un pericolo per Roma? No, quell’uomo inerme è un pericolo per i complotti del sinedrio, per i giochi dei politici: ti hanno consegnato a me, vogliono ucciderti. Cosa hai fatto? Gesù mi commuove con il suo coraggio, con la sua statura interiore, mentre fa alzare sul pretorio un vento regale di libertà e fierezza. E adesso apre il mondo di Pilato, lo dilata, fa irrompere un’altra dimensione, un’altra latitudine del cuore: il mio regno non è di questo mondo, dove si combatte, si fa violenza, si abusa, si inganna, ci si divora. Nel mio regno non ci sono legioni, né spade, né predatori. Per i regni di quaggiù, per il cuore di quaggiù, l’essenziale è vincere, nel mio Regno la cosa più importante è servire. Il mio regno appartiene ai poveri, ai limpidi, ai liberi, agli artigiani della pace e della giustizia… Sono venuto per far sorgere i re di domani tra i piccoli di oggi. «Sono venuto nel mondo, per testimoniare un’altra verità». La parola di Gesù è vera proprio perché disarmata, non ha altra forza che la sua luce. È lì davanti, la verità; è quell’uomo in cui le parole più belle del mondo sono diventate carne e sangue, sono diventate vere. Oggi non celebriamo la salita al trono del padrone del mondo, Gesù non è questo: lui è l’autore e il servitore della vita. Che ci cambia la logica della storia attraverso la rivoluzione della tenerezza, parola ultima sul senso della nostra esistenza e, insieme, sul cuore di Dio. Allora, chi è il mio re? Chi il mio Signore? Chi da ordini al mio futuro? Io scelgo lui, ancora lui, il nazareno, con la certezza che il nostro contorto cuore, questa storia aggrovigliata, stanno percorrendo, nonostante tutte le smentite, un cammino di salvezza. Perché Dio è coinvolto, è qui, ha le mani impigliate per sempre nel folto di ogni vita. Pilato prende l’affermazione di Gesù: io sono re, e ne fa il titolo della condanna, l’iscrizione derisoria da inchiodare sulla croce: questo è il re dei giudei. Voleva deriderlo, e invece è stato profeta: il re è visibile là, sulla croce, con le braccia aperte, dove dona tutto di sé e non prende niente di nostro. Potere vero, quello che cambia il mondo, è la capacità di amare così, di disarmato amore, fino all’ultimo, fino all’estremo, fino alla fine.
Venga il tuo Regno, Signore, e sia bello come tutti i sogni, sia intenso come tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per forzarne l’aurora.

(Letture: Daniele 7,13-14; Salmo 92; Apocalisse 1,5-8; Giovanni 18,33b-37)

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‘buona vita’, il nuovo libro di papa Francesco

“buona vita”

il manifesto di papa Francesco per risvegliarsi alla vita, a ogni età 

“Buona Vita”, il manifesto di Papa Francesco per risvegliarsi alla vita, a ogni età – L’anticipazione su ilfattoquotidiano.it
il nuovo libro di papa Francesco: Buona Vita. Tu sei una meraviglia (ed. Libreria Pienogiorno, 240 pagg., 15,90 euro), pubblicato in collaborazione con Libreria Editrice Vaticana
 Buona Vita è il manifesto di Papa Francesco per risvegliarsi alla vita, a ogni età. Il senso del libro è riassumibile in 15 regole per una Buona Vita indicate dal santo padre 
 
1 – Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.
2 – Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila. Quell’unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita.
3 – Non arrenderti alla notte. Ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori ma dentro di te. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e ha 15 regole per una buona vita messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme.

5 – Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza. Credi, Lui ti aspetta. Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.

6 – Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude. Se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche noi. Dio ci ha fatti per fiorire. Ricordo la poesia del grande poeta greco Nikos Kazantzakis intitolata Il mandorlo: «La quercia chiese al mandorlo: / Parlami di Dio. / E il mandorlo fiorì».

7 – Ovunque tu sia, costruisci! Se sei caduto, alzati! Non restare mai a terra, alzati, lasciati aiutare per tornare in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla.

8 – Opera la pace in mezzo agli uomini. E non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Non ascoltare queste voci. Gli esseri umani, per quanto siano diversi gli uni dagli altri, sono stati creati per vivere insieme. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità.

9 – Ama le persone. Amale a una a una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la propria storia da raccontare. Ciascuno di noi ha una storia unica e insostituibile. Ogni bambino che nasce è la promessa di una vita che ancora una volta si dimostra più forte della morte. Ogni amore che sorge è una potenza di trasformazione che anela alla felicità.

10 – E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà. La forza della nostra speranza è credere a una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’umanità scoperte scientifiche e tecnologiche. Hanno solcato gli oceani, hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini e le donne che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita per tutti. Pensa a questi uomini e a queste donne.

11 – Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. Pensa che ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta, e sminuisce la tua stessa dignità. La vita non cessa con la tua esistenza, e in questo mondo verranno altre generazioni che succederanno alla nostra, e tante altre ancora. Ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio. Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura! La nostra nemica più infida non può nulla contro la fede.

12 – E quando ti troverai impaurito davanti a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel Battesimo la tua vita è già stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartieni a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell’uomo: il peccato, l’odio, il crimine, la violenza.

13 – Abbi sempre il coraggio della verità. Però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l’ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini. Anche se tu vivessi nel silenzio di un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano, e nella preghiera tutto riconsegni a Dio.

14 – Se sbagli, rialzati. Nulla è più umano che commettere errori. Ma quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non rimanere ingabbiato nei tuoi sbagli. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico.

15 – Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene. Nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino. Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore. Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai.

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svegliati, chiesa italiana! un’intervista con don Armando Matteo

la chiesa italiana dorme e non comunica più

La Chiesa italiana non vuole svegliarsi, non vuole crescere e non vuole parlare con gli adulti. Come Peter Pan. E’ la tesi che don Armando Matteo, sottosegretario alla Congregazione per la dottrina della fede, sviluppa nel suo recente libro

stimolante intervista con l’autore

Il suo precedente libro (“Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni”, Ancora 2020) è stato mandato dal cardinal Bassetti, presidente della CEI, a tutti i vescovi italiani. Ora don Armando Matteo, da poco nominato sottosegretario alla Congregazione per la dottrina della fede, ha dato alle stampe un nuovo testo (“Convertire Peter Pan. Il destino della fede nella società dell’eterna giovinezza”, Ancora 2021), da leggere assolutamente.

Perché don Armando ha il pregio, non comune tra i teologi italiani, di mettere a fuoco le questioni scomode, a volte sgradevoli, che non si vorrebbero affrontare e di abbozzare non tanto e non solo risposte ma soprattutto un cambio di sguardo e di prospettiva. Don Armando, già assistente nazionale della FUCI, ha il coraggio di indicare una conversione radicale della mentalità pastorale e di delinearne i contenuti. Non bastano più rattoppi, servono scelte non più procrastinabili. La crisi, contrariamente a quanto molti ancora pensano, non è passeggera. Sta franando un mondo e la Chiesa è destinata a mutare il suo volto. Dopo la fine della societas christiana, una chiesa di minoranza. Ma non una chiesa di minorati. Credenti che stanno “dentro”, da adulti, nella complessità del presente. E ci stanno “rivestiti a festa”. Per salvare la profezia del Vangelo e custodire l’umanità.

Don Armando, partiamo dal titolo del libro: perché “convertire Peter Pan”? Tu scrivi di ritenerla un’assoluta necessità  altrimenti c’è il rischio che “Peter Pan converta noi credenti”..

“Peter Pan” è, a mio avviso, la cifra perfetta di quella rivoluzione straordinaria capitata all’universo degli adulti e delle adulte dell’Occidente. Nel giro di pochi anni, essi hanno sperimentato la possibilità di un’esistenza più lunga, meno frustrante, meno soggetta al lavoro faticoso, con maggiori confort, cibo, salute, occasioni di divertimento e di viaggi. E ancora con tantissime potenzialità e libertà che i nostri avi neppure potevano lontanamente sospettare. Nello stesso tempo questa nuova condizione li ha portati a reinterpretare il senso dell’umano sul metro della giovinezza.

Essi, infatti, credono ad una sola cosa e cioè che, fuori dalla giovinezza, non c’è salvezza per l’umano. In questo modo, tuttavia, mandando alla malora il tratto generativo e generazionale proprio della specie. Per questo, alla fine dei conti, noi adulti siamo sempre di più autoreferenziali e intransitivi. Ed il punto è che oggi Peter Pan – noi adulti, in soldoni – non solo non vuole più crescere, ma di fatto non fa più crescere nessuno.

Con incredibile precisione evita di assumere la pur minima postura adulta, quella che servirebbe ai nostri cuccioli per crescere. La Chiesa non può stare a guardare un tale “disastro”. E per intervenire deve accettare che Peter Pan ha messo radicalmente in crisi il suo sistema di trasmissione della fede e il suo modello di annuncio del Vangelo. E deve fare presto. Cambiando tutto quello che è necessario cambiare per provare a “convertire Peter Pan”. Il rischio, infatti, è che, prendendo e perdendo ancora tempo, Peter Pan convinca gli uomini e le donne di Chiesa che è “il fare come si è sempre fatto” l’elisir della eterna giovinezza della fede!

Ancora una volta insisti sulla mancanza dell’adulto. Perché nella Chiesa abbiamo così poca coscienza di questo fatto oggettivamente inconfutabile?

La prima ragione è che gli adulti siamo tantissimi. Il nostro Paese soffre di ciò che si chiama “degiovanimento”. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, ogni genitore aveva più figli, al presente ogni figlio ha più genitori! Ed è sempre difficile cogliere i cambiamenti che avvengono sulla propria pelle, ancora di più quando la stragrande maggioranza della popolazione vive tali cambiamenti. Questo vale anche per quegli adulti che presiedono alla vita della Chiesa. Peter Pan non è fuori di noi. È dentro di noi. La seconda è più importante ragione è che il sistema economico che ci governa fa di tutto per difendere l’innocenza di Peter Pan.

Che male c’è, per gli adulti, a volersi vestire, pensare, vivere, sognare, impegnarsi da giovane? Che male c’è se pesi 70 kili e vuoi metterti comunque i leggings? E se fai vedere i calzini o le caviglie e hai già 60 anni suonati? Peter Pan è la leva dell’economia oggi: i suoi affetti e i suoi affari vanno a braccetto. Pensiamo a quanto denaro, quanti interessi, quanta passione circola per quei tipi che in pantaloncini danno calci ad una palla di cuoio, ormai ogni giorno della settimana!

Non mi pare sia roba degna di una specie che si chiamò sapiens sapiens, non almeno ai livelli raggiunti oggi. In più sono decenni che la Chiesa continua a pensare e ad occuparsi del mondo dei giovani e dei ragazzi senza tenere conto del fatto che vivono a strettissimo contatto con un mondo adulto. Ora questo mondo adulto andrebbe pure conosciuto perché di fatto condiziona il destino buono delle nuove generazioni (possibilità di credere in Gesù, inclusa). Brevemente, non esiste un’attitudine ecclesiale di pensare il mondo degli adulti. Mettiamoci la rapidità della svolta del postmoderno e la frittata è fatta. Quando gli uomini di Chiesa parlano del mondo sembra che stiano raccontando qualcosa del giurassico.

Ti soffermi sulla provocazione (e la realtà) del segno delle chiese ancora semivuote. In che modo rischiano di essere parabola del cristianesimo prossimo?

Le chiese semivuote erano in realtà semivuote anche prima della pandemia da covid-19 che ci ha colpito. Noi le vedevamo piene, ma erano piene sostanzialmente di anziani e di piccoli. Allora non riuscivamo a vedere gli adulti e le adulte che già mancavano. Ed in verità è questo il vero vuoto del cristianesimo oggi. Ci manca una parola per gli adulti, una prassi di dialogo con gli adulti, un modo di essere e di parlare da credenti in grado di intercettare il cuore degli adulti. Il quale nel frattempo è sempre più ad immagine e somiglianza di Peter Pan.

Paradossalmente, poi, le chiese potrebbero restare ancora semivuote, anche quando (ed è cosa che non possiamo non sperare) quelli che ora non le frequentano (gli anziani e le anziane) per la paura del contagio o per aver assunto l’abitudine di seguire on line ed in tv le liturgie ritorneranno in presenza. Il seggio vacante dell’adulto di oggi non sarà colmato senza una vera e propria rivoluzione missionaria e pastorale da parte di noi credenti, di noi che ancora ci stiamo.

Tu rifiuti l’idea che esistano ancora – come sostiene Le Chevalier – “credenti non praticanti”. Perché?

Come provo a spiegare nel libro, penso che sia l’ora di storicizzare quella categoria. Essa era buona per indicare situazioni del passato che oggi si danno sempre più raramente. Mi riferisco a quelle situazioni di oggettiva conflittualità tra l’esistenza delle persone e l’appartenenza alla vita ecclesiale (la scelta del partito comunista, per esempio, una convivenza pubblica, un tradimento noto ed altro ancora). Coloro che si trovavano in queste situazioni erano portati a sentirsi quasi stigmatizzati dalla societas christiana e dunque a tenere per sé l’eventuale professione di fede cristiana. Mantenere in vita quella categoria è oggi più che pericoloso. Rappresenta l’alibi perfetto per ritardare la scelta della conversione missionaria e pastorale. Pensiamo a chi non pratica come ad uno che comunque crede: appunto ad un credente che semplicemente non pratica! Il trionfo di Peter Pan racconta di un’altra verità.

Dreher parlava di “opzione Benedetto”. Tu in modo suggestivo parli invece di “opzione Francesco”. Cosa intendi?

È tempo di mettere in pratica quello che da otto anni e mezzo ci raccomanda papa Francesco e che io ho riassunto con questa formula dell’“opzione Francesco”. Basta con ritirate sull’Aventino da cristiani depressi e risentiti. Basta con atteggiamenti gattopardeschi con piccole spulciatine alla siepe senza zappare a fondo il terreno del nostro giardino ecclesiale. Scegliamo Francesco! Per prima cosa, questo implica che dobbiamo accettare che il nostro non è un mondo che cambia, ma è un mondo che è già cambiato e che dunque siamo di fronte a rivoluzioni dell’umano che mettono in crisi gli assetti del passato e aprono a sfide inedite. Il postmoderno non è un raffreddore di mezza stagionale. In secondo luogo, dobbiamo accettare con serenità che non si dà più qualcosa come un “inconscio cristiano collettivo” al quale poter fare riferimento per il nostro annuncio del Vangelo.

La grammatica dell’umano che oggi vive è fortemente estranea (quando non addirittura contraria) alla grammatica di fondo del Vangelo. Ed è pure fortemente sostenuta dai processi economici che governano il mondo. Quei processi che dicono a Peter Pan che va tutto bene e che non c’è nessun male a non voler crescere e ad impedire di crescere ai suoi figli. Per questo, nel nostro impegno di evangelizzazione non siamo più avvantaggiati da nulla.

Si deve incominciare proprio dall’inizio: dal dire chi è Gesù e le ragioni per le quali proprio oggi è sommamente umano credere in lui. Dobbiamo andare da Peter Pan, fissarlo negli occhi e provare a svegliarlo. Da ultimo, dobbiamo cambiare l’attuale regime pastorale. Noi continuiamo a dare risposte a domande che nessuno ci pone più, perché nessuno si pone più. Insomma, noi continuiamo a porgere il buon cibo del Vangelo in un modo che non attrae più nessuno. E la situazione è tale che non possiamo rattoppare il regime pastorale ereditato. Va cambiato radicalmente, nella linea trasformazione delle parrocchie in luoghi in cui chiunque possa incontrarsi con Gesù e innamorarsi di lui.

Insisti sulla necessità di cambiare radicalmente la pastorale. Cosa e come immagini?

Quello che immagino e che mi auguro è che, grazie al nostro lavoro di invenzione pastorale, chiunque nel mondo possa sapere che le nostre parrocchie sono luoghi dove si incontra Gesù e si rischia di cambiare vita. Si rischia di lasciar andare Peter Pan per sempre. Oggi la gente neppure sa per cosa servono le parrocchie e i preti e i vescovi… In vista di questo lavoro di trasformazione della pastorale, ritengo che si dovranno ridurre il numero delle parrocchie, si dovranno ridurre il numero delle messe (la domenica in particolare).

Ancora: si dovrà “abolire” l’attuale sistema del catechismo, delle feste di prima comunione e di cresima, si dovrà insistere sulla conoscenza del Vangelo, sull’iniziazione del pregare, sulla pratica della carità. E tanto altro ancora come provo ad esemplificare nell’ultima parte del libro. Ma soprattutto ci tengo a dire che si dovrà lavorare per ridare al cristianesimo la sua nota specifica: la nota della gioia. Quella che nasce e rinasce ogni volta che ci si incontra con Gesù. Da tempo i ragazzi e i giovani, passandoci accanto e pur solo annusandoci, si chiedono se siamo cristiani perché depressi o se siamo depressi perché cristiani. Così non va! Cantiamo davvero canti nuovi al Signore! Rivestiamoci a festa, direbbe Bernanos!

Dare volto e forma ad un cristianesimo nuovo. Il cammino sinodale in che modo può aiutare a muoversi in questa direzione?

Ogni giorno prego per papa Francesco e per questo cammino sinodale della Chiesa italiana che mi ha dato la fede. Esso è una splendida occasione per fare tutto quello che in questi anni non abbiamo fatto, immaginando più o meno semicoscientemente che le cose sarebbero tornate come ai bei tempi passati. Ed è bello poter avviarci dentro questo cammino con le parole che papa Francesco ha usato nell’avviare il cammino triennale del prossimo Sinodo dei Vescovi, cui pure è intrecciato il nostro cammino sinodale.

Citando Congar, papa Francesco ci ha detto che dobbiamo cercare una Chiesa diversa, non un’altra Chiesa. E la diversità dovrebbe consistere proprio in questo: che, grazie al cammino sinodale, quella italiana possa essere una Chiesa capace di quello che oggi non le riesce più. E le non riesce più di fare nuovi cristiani e nuove cristiane. Questo è il volto del cristianesimo nuovo che ci serve. E’ il cristianesimo di uomini e donne talmente appassionati e innamorati di Gesù che sanno accendere nei cuccioli che vengono al mondo, oggi e domani, il fuoco della fede, il fuoco della speranza, il fuoco della carità.

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il messaggio di papa Francesco per la quinta giornata del povero

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

V GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario
14 novembre 2021

«I poveri li avete sempre con voi»

Mc 14,7

1. «I poveri li avete sempre con voi» (Mc 14,7). Gesù pronunciò queste parole nel contesto di un pranzo, a Betania, nella casa di un certo Simone detto “il lebbroso”, alcuni giorni prima della Pasqua. Come racconta l’evangelista, una donna era entrata con un vaso di alabastro pieno di profumo molto prezioso e l’aveva versato sul capo di Gesù. Quel gesto suscitò grande stupore e diede adito a due diverse interpretazioni.

La prima è l’indignazione di alcuni tra i presenti, compresi i discepoli, i quali considerando il valore del profumo – circa 300 denari, equivalente al salario annuo di un lavoratore – pensano che sarebbe stato meglio venderlo e dare il ricavato ai poveri. Secondo il Vangelo di Giovanni, è Giuda che si fa interprete di questa posizione: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». E l’evangelista annota: «Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro» (12,5-6). Non è un caso che questa dura critica venga dalla bocca del traditore: è la prova che quanti non riconoscono i poveri tradiscono l’insegnamento di Gesù e non possono essere suoi discepoli. Ricordiamo, in proposito, le parole forti di Origene: «Giuda sembrava preoccuparsi dei poveri […]. Se adesso c’è ancora qualcuno che ha la borsa della Chiesa e parla a favore dei poveri come Giuda, ma poi si prende quello che mettono dentro, abbia allora la sua parte insieme a Giuda» (Commento al vangelo di Matteo, 11, 9).

La seconda interpretazione è data da Gesù stesso e permette di cogliere il senso profondo del gesto compiuto dalla donna. Egli dice: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me» (Mc 14,6). Gesù sa che la sua morte è vicina e vede in quel gesto l’anticipo dell’unzione del suo corpo senza vita prima di essere posto nel sepolcro. Questa visione va al di là di ogni aspettativa dei commensali. Gesù ricorda loro che il primo povero è Lui, il più povero tra i poveri perché li rappresenta tutti. Ed è anche a nome dei poveri, delle persone sole, emarginate e discriminate che il Figlio di Dio accetta il gesto di quella donna. Ella, con la sua sensibilità femminile, mostra di essere l’unica a comprendere lo stato d’animo del Signore. Questa donna anonima, destinata forse per questo a rappresentare l’intero universo femminile che nel corso dei secoli non avrà voce e subirà violenze, inaugura la significativa presenza di donne che prendono parte al momento culminante della vita di Cristo: la sua crocifissione, morte e sepoltura e la sua apparizione da Risorto. Le donne, così spesso discriminate e tenute lontano dai posti di responsabilità, nelle pagine dei Vangeli sono invece protagoniste nella storia della rivelazione. Ed è eloquente l’espressione conclusiva di Gesù, che associa questa donna alla grande missione evangelizzatrice: «In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto» (Mc 14,9).

2. Questa forte “empatia” tra Gesù e la donna, e il modo in cui Egli interpreta la sua unzione, in contrasto con la visione scandalizzata di Giuda e di altri, aprono una strada feconda di riflessione sul legame inscindibile che c’è tra Gesù, i poveri e l’annuncio del Vangelo.

Il volto di Dio che Egli rivela, infatti, è quello di un Padre per i poveri e vicino ai poveri. Tutta l’opera di Gesù afferma che la povertà non è frutto di fatalità, ma segno concreto della sua presenza in mezzo a noi. Non lo troviamo quando e dove vogliamo, ma lo riconosciamo nella vita dei poveri, nella loro sofferenza e indigenza, nelle condizioni a volte disumane in cui sono costretti a vivere. Non mi stanco di ripetere che i poveri sono veri evangelizzatori perché sono stati i primi ad essere evangelizzati e chiamati a condividere la beatitudine del Signore e il suo Regno (cfr Mt 5,3).

I poveri di ogni condizione e ogni latitudine ci evangelizzano, perché permettono di riscoprire in modo sempre nuovo i tratti più genuini del volto del Padre. «Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro. Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stesso. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 198-199).

3. Gesù non solo sta dalla parte dei poveri, ma condivide con loro la stessa sorte. Questo è un forte insegnamento anche per i suoi discepoli di ogni tempo. Le sue parole “i poveri li avete sempre con voi” stanno a indicare anche questo: la loro presenza in mezzo a noi è costante, ma non deve indurre a un’abitudine che diventa indifferenza, bensì coinvolgere in una condivisione di vita che non ammette deleghe. I poveri non sono persone “esterne” alla comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere la sofferenza, per alleviare il loro disagio e l’emarginazione, perché venga loro restituita la dignità perduta e assicurata l’inclusione sociale necessaria. D’altronde, si sa che un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L’elemosina, è occasionale; la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia. Insomma, i credenti, quando vogliono vedere di persona Gesù e toccarlo con mano, sanno dove rivolgersi: i poveri sono sacramento di Cristo, rappresentano la sua persona e rinviano a Lui.

Abbiamo tanti esempi di santi e sante che hanno fatto della condivisione con i poveri il loro progetto di vita. Penso, tra gli altri, a Padre Damiano de Veuster, santo apostolo dei lebbrosi. Con grande generosità rispose alla chiamata di recarsi nell’isola di Molokai, diventata un ghetto accessibile solo ai lebbrosi, per vivere e morire con loro. Si rimboccò le maniche e fece di tutto per rendere la vita di quei poveri malati ed emarginati, ridotti in estremo degrado, degna di essere vissuta. Si fece medico e infermiere, incurante dei rischi che correva e in quella “colonia di morte”, come veniva chiamata l’isola, portò la luce dell’amore. La lebbra colpì anche lui, segno di una condivisione totale con i fratelli e le sorelle per i quali aveva donato la vita. La sua testimonianza è molto attuale ai nostri giorni, segnati dalla pandemia di coronavirus: la grazia di Dio è certamente all’opera nei cuori di tanti che, senza apparire, si spendono per i più poveri in una concreta condivisione.

4. Abbiamo bisogno, dunque, di aderire con piena convinzione all’invito del Signore: «Convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Questa conversione consiste in primo luogo nell’aprire il nostro cuore a riconoscere le molteplici espressioni di povertà e nel manifestare il Regno di Dio mediante uno stile di vita coerente con la fede che professiamo. Spesso i poveri sono considerati come persone separate, come una categoria che richiede un particolare servizio caritativo. Seguire Gesù comporta, in proposito, un cambiamento di mentalità, cioè di accogliere la sfida della condivisione e della partecipazione. Diventare suoi discepoli implica la scelta di non accumulare tesori sulla terra, che danno l’illusione di una sicurezza in realtà fragile ed effimera. Al contrario, richiede la disponibilità a liberarsi da ogni vincolo che impedisce di raggiungere la vera felicità e beatitudine, per riconoscere ciò che è duraturo e non può essere distrutto da niente e nessuno (cfr Mt 6,19-20).

L’insegnamento di Gesù anche in questo caso va controcorrente, perché promette ciò che solo gli occhi della fede possono vedere e sperimentare con assoluta certezza: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). Se non si sceglie di diventare poveri di ricchezze effimere, di potere mondano e di vanagloria, non si sarà mai in grado di donare la vita per amore; si vivrà un’esistenza frammentaria, piena di buoni propositi ma inefficace per trasformare il mondo. Si tratta, pertanto, di aprirsi decisamente alla grazia di Cristo, che può renderci testimoni della sua carità senza limiti e restituire credibilità alla nostra presenza nel mondo.

5. Il Vangelo di Cristo spinge ad avere un’attenzione del tutto particolare nei confronti dei poveri e chiede di riconoscere le molteplici, troppe forme di disordine morale e sociale che generano sempre nuove forme di povertà. Sembra farsi strada la concezione secondo la quale i poveri non solo sono responsabili della loro condizione, ma costituiscono un peso intollerabile per un sistema economico che pone al centro l’interesse di alcune categorie privilegiate. Un mercato che ignora o seleziona i principi etici crea condizioni disumane che si abbattono su persone che vivono già in condizioni precarie. Si assiste così alla creazione di sempre nuove trappole dell’indigenza e dell’esclusione, prodotte da attori economici e finanziari senza scrupoli, privi di senso umanitario e responsabilità sociale.

Lo scorso anno, inoltre, si è aggiunta un’altra piaga che ha moltiplicato ulteriormente i poveri: la pandemia. Essa continua a bussare alle porte di milioni di persone e, quando non porta con sé la sofferenza e la morte, è comunque foriera di povertà. I poveri sono aumentati a dismisura e, purtroppo, lo saranno ancora nei prossimi mesi. Alcuni Paesi stanno subendo per la pandemia gravissime conseguenze, così che le persone più vulnerabili si trovano prive dei beni di prima necessità. Le lunghe file davanti alle mense per i poveri sono il segno tangibile di questo peggioramento. Uno sguardo attento richiede che si trovino le soluzioni più idonee per combattere il virus a livello mondiale, senza mirare a interessi di parte. In particolare, è urgente dare risposte concrete a quanti patiscono la disoccupazione, che colpisce in maniera drammatica tanti padri di famiglia, donne e giovani. La solidarietà sociale e la generosità di cui molti, grazie a Dio, sono capaci, unite a progetti lungimiranti di promozione umana, stanno dando e daranno un contributo molto importante in questo frangente.

6. Rimane comunque aperto l’interrogativo per nulla ovvio: come è possibile dare una risposta tangibile ai milioni di poveri che spesso trovano come riscontro solo l’indifferenza quando non il fastidio? Quale via della giustizia è necessario percorrere perché le disuguaglianze sociali possano essere superate e sia restituita la dignità umana così spesso calpestata? Uno stile di vita individualistico è complice nel generare povertà, e spesso scarica sui poveri tutta la responsabilità della loro condizione. Ma la povertà non è frutto del destino, è conseguenza dell’egoismo. Pertanto, è decisivo dare vita a processi di sviluppo in cui si valorizzano le capacità di tutti, perché la complementarità delle competenze e la diversità dei ruoli porti a una risorsa comune di partecipazione. Ci sono molte povertà dei “ricchi” che potrebbero essere curate dalla ricchezza dei “poveri”, se solo si incontrassero e conoscessero! Nessuno è così povero da non poter donare qualcosa di sé nella reciprocità. I poveri non possono essere solo coloro che ricevono; devono essere messi nella condizione di poter dare, perché sanno bene come corrispondere. Quanti esempi di condivisione sono sotto i nostri occhi! I poveri ci insegnano spesso la solidarietà e la condivisione. È vero, sono persone a cui manca qualcosa, spesso manca loro molto e perfino il necessario, ma non mancano di tutto, perché conservano la dignità di figli di Dio che niente e nessuno può loro togliere.

7. Per questo si impone un differente approccio alla povertà. È una sfida che i Governi e le Istituzioni mondiali hanno bisogno di recepire con un lungimirante modello sociale, capace di andare incontro alle nuove forme di povertà che investono il mondo e che segneranno in maniera decisiva i prossimi decenni. Se i poveri sono messi ai margini, come se fossero i colpevoli della loro condizione, allora il concetto stesso di democrazia è messo in crisi e ogni politica sociale diventa fallimentare. Con grande umiltà dovremmo confessare che dinanzi ai poveri siamo spesso degli incompetenti. Si parla di loro in astratto, ci si ferma alle statistiche e si pensa di commuovere con qualche documentario. La povertà, al contrario, dovrebbe provocare ad una progettualità creativa, che consenta di accrescere la libertà effettiva di poter realizzare l’esistenza con le capacità proprie di ogni persona. È un’illusione da cui stare lontani quella di pensare che la libertà sia consentita e accresciuta per il possesso di denaro. Servire con efficacia i poveri provoca all’azione e permette di trovare le forme più adeguate per risollevare e promuovere questa parte di umanità troppe volte anonima e afona, ma con impresso in sé il volto del Salvatore che chiede aiuto.

8. «I poveri li avete sempre con voi» (Mc 14,7). È un invito a non perdere mai di vista l’opportunità che viene offerta per fare del bene. Sullo sfondo si può intravedere l’antico comando biblico: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso […], non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso, ma gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova. […] Dagli generosamente e, mentre gli doni, il tuo cuore non si rattristi. Proprio per questo, infatti, il Signore, tuo Dio, ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano.Poiché i bisognosi non mancheranno mai nella terra» (Dt 15,7-8.10-11). Sulla stessa lunghezza d’onda si pone l’apostolo Paolo quando esorta i cristiani delle sue comunità a soccorrere i poveri della prima comunità di Gerusalemme e a farlo «non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Non si tratta di alleggerire la nostra coscienza facendo qualche elemosina, ma  piuttosto di contrastare la cultura dell’indifferenza e dell’ingiustizia con cui ci si pone nei confronti dei poveri.

In questo contesto fa bene ricordare anche le parole di San Giovanni Crisostomo: «Chi è generoso non deve chiedere conto della condotta, ma solamente migliorare la condizione di povertà e appagare il bisogno. Il povero ha una sola difesa: la sua povertà e la condizione di bisogno in cui si trova. Non chiedergli altro; ma fosse pure l’uomo più malvagio al mondo, qualora manchi del nutrimento necessario, liberiamolo dalla fame. […] L’uomo misericordioso è un porto per chi è nel bisogno: il porto accoglie e libera dal pericolo tutti i naufraghi; siano essi malfattori, buoni o siano come siano quelli che si trovano in pericolo, il porto li mette al riparo all’interno della sua insenatura. Anche tu, dunque, quando vedi in terra un uomo che ha sofferto il naufragio della povertà, non giudicare, non chiedere conto della sua condotta, ma liberalo dalla sventura» (Discorsi sul povero Lazzaro, II, 5).

9. È decisivo che si accresca la sensibilità per capire le esigenze dei poveri, sempre in mutamento come lo sono le condizioni di vita. Oggi, infatti, nelle aree del mondo economicamente più sviluppate si è meno disposti che in passato a confrontarsi con la povertà. Lo stato di relativo benessere a cui ci si è abituati rende più difficile accettare sacrifici e privazioni. Si è pronti a tutto pur di non essere privati di quanto è stato frutto di facile conquista. Si cade così in forme di rancore, di nervosismo spasmodico, di rivendicazioni che portano alla paura, all’angoscia e in alcuni casi alla violenza. Non è questo il criterio su cui costruire il futuro; eppure, anche queste sono forme di povertà da cui non si può distogliere lo sguardo. Dobbiamo essere aperti a leggere i segni dei tempi che esprimono nuove modalità con cui essere evangelizzatori nel mondo contemporaneo. L’assistenza immediata per andare incontro ai bisogni dei poveri non deve impedire di essere lungimiranti per attuare nuovi segni dell’amore e della carità cristiana, come risposta alle nuove povertà che l’umanità di oggi sperimenta.

Mi auguro che la Giornata Mondiale dei Poveri, giunta ormai alla sua quinta celebrazione, possa radicarsi sempre più nelle nostre Chiese locali e aprirsi a un movimento di evangelizzazione che incontri in prima istanza i poveri là dove si trovano. Non possiamo attendere che bussino alla nostra porta, è urgente che li raggiungiamo nelle loro case, negli ospedali e nelle residenze di assistenza, per le strade e negli angoli bui dove a volte si nascondono, nei centri di rifugio e di accoglienza… È importante capire come si sentono, cosa provano e quali desideri hanno nel cuore. Facciamo nostre le parole accorate di Don Primo Mazzolari: «Vorrei pregarvi di non chiedermi se ci sono dei poverichi sono e quanti sono, perché temo che simili domande rappresentino una distrazione o il pretesto per scantonare da una precisa indicazione della coscienza e del cuore. […] Io non li ho mai contati i poveri, perché non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano»(“Adesso” n. 7 – 15 aprile 1949). I poveri sono in mezzo noi. Come sarebbe evangelico se potessimo dire con tutta verità: anche noi siamo poveri, perché solo così riusciremmo a riconoscerli realmente e farli diventare parte della nostra vita e strumento di salvezza.

Roma, San Giovanni in Laterano, 13 giugno 2021,
Memoria di Sant’Antonio di Padova

FRANCESCO

 

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la pornografia uccide l’amore

quei nostri figli invasi dal porno
di Massimo Recalcati
in “La Stampa” del 4 novembre 2021

L’allarme è stato ancora recentemente lanciato dal Presidente del Tribunale dei minori di Bari, Riccardo Greco: i nostri figli sono esposti ad un consumo di immagini pornografiche senza alcun filtro. Si tratta di una esposizione potenzialmente nociva in quanto può promuovere comportamenti imitativi che corromperebbero un accesso gioioso alla vita sessuale enfatizzando l’aggressività, la violenza e il consumo dei corpi fine a se stesso. Questo allarme non è ingiustificato e andrebbe tenuto in seria considerazione. Il nostro tempo se per un verso si è giustamente liberato definitivamente dai tabù che avevano costretto la vita sessuale a subordinarsi alla macchina repressiva di una morale apertamente sessuofobica, ora il rischio è quello di un sesso non tanto senza tabù, ma senza amore, erotismo e mistero.
Se il nostro tempo ha dissolto l’ombra cupa dei tabù, esso sembra promuovere – anche a causa di una presenza massiccia della pornografia accessibile sulla rete senza alcun filtro – una inedita dissociazione non solo tra il sesso e l’amore ma anche tra il sesso e l’erotismo. Il legame tra sesso e amore mostra quanto la presenza dell’amore sia decisiva a sottrarre la sessualità dal rischio di una sua mercificazione. Se infatti la pulsione sessuale tende a ricercare il suo soddisfacimento anonimamente, a prescindere dal nome proprio del partner – vi sono rapporti sessuali, anche tra i giovanissimi, che avvengono nel più totale anonimato -, l’amore ricorda sempre l’imprescindibilità e l’insostituibilità del nome proprio. Legando il corpo al nome esso rende questo corpo unico, amabile appunto, dunque non seriale, non anonimo, non un semplice strumento di godimento. La potenza
dell’amore consiste infatti nel fare convergere la spinta della pulsione sessuale sul carattere unico del nome dell’amato. Diversamente, senza la presenza dell’amore, la pulsione sessuale dispiega il suo moto anarchicamente. Nel tempo dell’adolescenza questa anarchia della pulsione non deve ovviamente essere demonizzata. E’ parte integrante della vita di ogni adolescente. In primo piano è la legittima curiosità per un mondo nuovo di conoscenze, di sensazioni e di sperimentazioni che ruotano attorno al corpo sessuale. Il risveglio di primavera della giovinezza esige infatti che questo corpo trovi all’esterno della famiglia le sue soddisfazioni. Il problema è che questa apertura necessaria può dar luogo ad un accumulo disordinato di sensazioni che anziché costituire una esperienza tendano a distruggere ogni forma di esperienza. Bion definiva il tossicomane come colui che non sa aspettare.
Il consumo febbrile di materiali pornografici o l’accumulo superficiale di relazioni sessuali
occasionali, possono essere una manifestazione significativa di questa difficoltà. Ma l’attesa, come, del resto, il velo e la distanza, la poesia e la cura, è una figura fondamentale del desiderio. Non sapere aspettare nella distanza può significare procedere nel senso del consumo compulsivo di sensazioni senza che si dia possibilità di renderle una esperienza che contribuisce a dare forma alla vita. Accentuando il consumo senza filtro delle nuove sensazioni anche l’esperienza erotica – non solo quella dell’amore – vien resa impossibile. Come se ne esce? E’ proprio la cultura ad insegnarci, ben più a fondo di quello che potrebbe fare qualunque corso specializzato di educazione sessuale, che si dovrebbe imparare a trattare un corpo come se fosse un libro. Non a caso in diversi oggi                      parlano anche della morte del libro. Non si può leggere un libro senza darsi il tempo giusto, senza concedersi una pausa, una riflessione, senza la cura e la dedizione che l’esercizio della lettura richiede. Non vale forse lo stesso per l’incontro erotico tra i corpi? La ricerca compulsiva del porno come oggetto di consumo immediato che soddisfa l’iperattivismo neo-libertino del nostro tempo non introduce affatto alla vita erotica, ma solo ad un consumismo senza desiderio.
Il corpo erotico, infatti, diversamente dal corpo porno, è un corpo che diviene soggetto di
esperienza. Non è sempre necessario il grande amore perché questo avvenga, ma una cultura che renda i nostri figli e le nostre figlie sensibili alla presenza dell’altro non come oggetto da saccheggiare ma come un soggetto da conoscere. Il corpo porno esclude la dimensione della relazione dalla vita sessuale, laddove invece il corpo erotico si fonda proprio sull’esistenza di una relazione. Ma il problema più generale è che il nostro tempo tende sempre più a privilegiare gli oggetti alle relazioni. Si tratta di una vera e propria intossicazione. E’ quello che Pasolini definiva già nel suo tempo “sistema dei consumi”.

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il commento al vangelo della domenica

Dio è vicino alle porte. Viene come un abbraccio

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della  XXXIII Domenica del tempo ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte (…). Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina (…)».

In quei giorni, il sole si oscurerà, la luna si spegnerà, le stelle cadranno dal cielo… L’universo è fragile nella sua grande bellezza, ma “quei giorni” sono questi giorni, questo mondo si oscura con le sue 35 guerre in corso, la terra si spegne avvelenata, sterminate carovane umane migrano attraverso mari e deserti… Ti sembra un mondo che affonda, che va alla deriva? Guarda meglio, guarda più a fondo: è un mondo che va alla rinascita.
Gesù ama la speranza, non la paura: dalla pianta di fico imparate: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Gesù ci porta alla scuola delle piante, perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della realtà coincidono. Ogni germoglio assicura che la vita vince sulla morte.
Imparate dalla sapienza degli alberi: quando il ramo si fa tenero… l’intenerirsi del ramo neppure lo immagini in inverno; il suo ammorbidirsi per la linfa che riprende a gonfiare i piccoli canali è una sorpresa, e uno stupore antico. Le cose più belle non vanno cercate, vanno attese. Come la primavera. E spuntano le foglie, e tu non puoi farci nulla; forse però sì: contemplare e custodire.
Allora voi capite che l’estate è vicina. In realtà le gemme indicano la primavera, che però in Palestina è brevissima, pochi giorni ed è subito estate. Così anche voi sappiate che egli è vicino, alle porte. Dio è vicino, è qui; bello, vitale e nuovo come la primavera del cosmo.
Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta, e bussa; viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio, un germogliare umile di vita. «Il mondo tutto è una realtà germinante» (R. Guardini).
Allora mi sento come una nave, che non è più in ansia per la rotta da seguire, perché sopra di essa soffia un Vento di cielo, e la lampada della Parola è accesa sulla prua della nave.
Passano il sole e la luna, che sono l’orologio dell’universo, si sbriciola la terra, ma le mie parole no, sono un sole che non tramonterà mai dagli orizzonti della storia, dal cuore dell’uomo.
Siamo una generazione lamentosa, che non sa più ringraziare, che ha dissipato i profeti e i poeti, gli innamorati e i buoni. E invece essi sono la parabola, il germoglio, ramo di fico o di mandorlo del mondo salvato. Lo sono qui e ora, sulla terra intera e dentro la mia stessa casa, come germogli buoni, imbevuti di cielo, intrisi di Dio. Chi mi vuole bene è lampada ai miei passi.
Guardali bene, una goccia di luce è impigliata in ogni ruga, un grammo di primavera e di futuro ha messo radici in ogni volto. La fede mi ripete che Dio è alle porte, è vicino, è qui, è in loro. «Ognuno un proprio momento di Dio» (D. M. Turoldo).

(Letture: Daniele 12,1-3; Salmo 15; Lettera agli Ebrei 10,11-14.18; Marco 13,24-32)

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il fallimento sui migranti è il fallimento dell’Europa

il fallimento europeo sui migranti

dal gioco dell’oca a quello del calamaro: in Bosnia tra i respinti d’Europa, senza dignità e diritti

YANNIS KOLESIDIS/EPA

C’è da chiedersi se il regista di Squid Game si sia fatto un giro sulla rotta balcanica prima di scrivere una delle serie di maggiore successo nella storia di Netflix. Perché il “GAME” della rotta balcanica, così battezzato dai migranti, perché dalla Bosnia alla Croazia si torna sempre alla casella di partenza, ormai assomiglia più che al gioco dell’oca al gioco del calamaro, quello in cui sei disposto a tutto, anche a morire pur di ottenere in palio una vita decente.

E invece di 1-2-3 Stella o del gioco delle biglie qui si partecipa a un gioco ancora più adrenalitico, quello che termina direttamente nel Cimitero dei Senza Nome di Merzarje. Solo che i rifugiati, i migranti, i viaggiatori senza diritti che sono accampati alla meno peggio tra le foreste della Bosnia, in un limbo umidiccio e nebbioso, non se la sono scelti loro di essere gli emarginati del mondo, gli invisibili da confinare lontano dalla vita “normale”.

Andare in Bosnia a visitare i campi profughi, come ho fatto con alcuni colleghi del Parlamento europeo (Pietro Bartolo, Alessandra Moretti, Pierfrancesco Majorino) è il minimo sindacale che uno che fa il nostro mestiere deve fare. Il problema è che si torna indietro con la prova provata del fallimento dell’Ue sulla politica migratoria. Di quel modello di esternalizzazione della gestione dei flussi migratori, che forse è l’unico possibile di fronte a 12 paesi europei che hanno la sfacciataggine di chiedere soldi per costruire muri, ma che continua a essere quello più sbagliato di sempre.

Dalla Siria, dal Pakistan, dall’Afghanistan i viaggiatori senza diritti con mezzi di fortuna e molto con i piedi (spellati e incancreniti) arrivano in Bosnia con la speranza di attraversare la frontiera con la Croazia per entrare finalmente nell’Unione europea e nei paesi desiderati, Italia, Francia, Spagna. Ma il “gioco” della vita è balordo e non perdona: alla frontiera con la Croazia la polizia continua a perpetrare violenze, così raccontano, a picchiare e derubare i migranti che arrivano e a “pushbeccarli” (pushback), cioè a rispedirli al mittente. Pochissimi i vincitori del GAME, quelli che arrivano a Trieste, e ottengono il premio; poter forse raggiungere la meta 

Ibrahim, un insegnate pakistano di inglese, mi dice che ha provato ad attraversare la frontiera 26 volte, e che ci riproverà. Racconta di essere stato picchiato e soprattutto denudato e poi in mutande rimandato indietro. Ha una moglie e un padre in Grecia, la figlia e la madre in Turchia, e chiede che a Lipa almeno le docce abbiano l’acqua calda, altrimenti chi se la fa tutti i giorni la doccia con l’acqua gelata? Mi fermo con alcuni di loro e colpisce la dignità con cui ti rivelano l’unica loro colpa: la sfiga di essere nati in un posto di serie B, rispetto a quelli della Premiere League.

La situazione di Lipa, il campo noto per le immagini di bambini coi piedi nudi sulla neve dello scorso gennaio, è migliorata, va detto. Organizzazioni come OIM e UNHCR stanno costruendo anche con finanziamenti europei un nuovo insediamento con spazi comuni adeguati e riscaldati e container per la notte piccoli ma certamente preferibili rispetto alle tende montate alla meno peggio. L’impegno di associazioni come IPSIA, Croce Rossa, Caritas, SOS è insostituibile e sono loro i nostri referenti per visitare e capire.

Ma l’impressione rimane quella del confino, del confinamento dei migranti lontano dal resto del mondo, sospesi nel tempo e nello spazio. E rimangono molte ambiguità sulla gestione dei 90 milioni trasferiti dal 2018 dall’Ue alla Bosnia, in un paese in cui i livelli di corruzione sono giganteschi. Ci proviamo con tutta la nostra insistenza e antipatia a chiedere al sindaco di Bihàc e al Governatore del Cantone di Una Sana. La risposta è sempre troppo vaga.

Nei centri per minori la situazione è migliore rispetto a Lipa. I bambini e i ragazzi vanno a scuola e le famiglie stanno insieme (anche se, stacci tu in tre famiglie in una stanza). Una bimba, Halima, di tre anni, mi segue ovunque, ha capito che faccio alcuni scatti e appena riesce si mette davanti a me in posa per farsi ritrarre, come una attrice consumata. Velocissima, spunta fuori da tutte le parti e si fa fotografare decine di volte. Con la spensieratezza di una bimba di 3 anni che forse non ha visto altro che quelle stanze e quel refettorio, e non ha sentito che quell’odore.

Provo a scacciare l’immagine dei miei figli, per evitare un contrasto insopportabile e tiro dritto prendendo una marea di appunti. E provo a scacciarla ancora quando incontriamo la famiglia Adday, siriana, separata per un puro incidente del destino in Grecia e infilata in un’odissea che neanche ad ascoltarla ci credi. Madre a Berlino e un ricongiungimento che sembra impossibile. Quel papà e quei tre ragazzi che giganteggiano in dignità e vengono a scusarsi per averci fatto piangere. Ma come?

Tenere insieme le contraddizioni di un’Europa che si è finalmente svegliata dopo la pandemia e che ha sterzato con NextGenEu verso una solidarietà concreta, ma che si porta dietro queste ombre e gli eterni egoismi di governi incapaci di guardare oltre la frontiera del consenso immediato non è semplice. La rotta balcanica e il GAME sono lì a ricordarci che il puzzle ancora non torna, che i tasselli non si compongono l’uno con l’altro. Anzi.

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