benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

cresce la solidarietà in Italia? Chiara Saraceno meno pessimista del Censis

Chiara Saraceno

«L’Italia è meno cupa: torna la solidarietà e il desiderio di politica»

Rapporto Censis 2019

intervista alla sociologa e filosofa Chiara Saraceno

«In Italia non c’è abbastanza lavoro né reddito sufficiente per vivere» ma «lo stesso Censis registra il fatto che è aumentato il numero di chi partecipa al volontariato, un aspetto che contraddice l’immagine di una società sfiduciata di cui parla nel rapporto»

di Roberto Ciccarelli

Professoressa Chiara Saraceno il Censis sostiene che prima o poi gli italiani si renderanno conto che delle élite non si può fare a meno.  Cosa ne pensa?

Élite è un concetto usato sempre in modo strumentale, non è mai chiaro che cosa significhi, raramente è specificato.

Significa persone competenti, la classe economica, i professionisti?

Indica anche chi dice di essere contro le élite, ma ne fa parte. Salvini e la Lega, ad esempio. Élite comprende chi governa e chi aspira a governare. Anche la categoria di «italiani» è generica: c’è chi vota in un modo e chi in un altro o si astiene. Chi ha certi saperi e chi altri. Vorrei capire qual è la base empirica di queste indagini. Non imparo mai molto da questi rapporti del Censis, e sempre meno negli ultimi anni. Anche questo rapporto, come tutti gli altri, mette insieme cose di senso comune, più o meno empiricamente fondate, e produce ambivalenze. Sono fantasiosi nel trovare parole chiave e metafore che funzionano per i media, ma rischiano di oscurare la realtà.

Pensa la stessa cosa sulla valutazione del Censis per cui il 48% del campione dei loro intervistati dichiara che ci vorrebbe l’ “uomo forte al potere”?

Non so su cosa sia basato questo 48 per cento. In ogni caso, direi che c’è anche il rovescio: il 62 per cento non lo vuole. Ragionerei invece sul dato più solido e ricorrente delle intenzioni di voto. Sappiamo che il centrodestra guidato da Salvini al momento ha la maggioranza nel paese. Per questo non c’è bisogno del Censis.

Il caso delle sardine, da ultimo, dimostra invece che esiste una ricerca di partecipazione a cui la politica non risponde…

Infatti, anche se può essere un fenomeno ancora minoritario. E si spera che questi movimenti non si disperdano andando troppo in Tv. Lo stesso Censis registra il fatto che è aumentato il numero di coloro che partecipano al volontariato, un aspetto che contraddice l’immagine di una società sfiduciata di cui parla nel rapporto. La situazione è meno cupa di quanto si pensi: esistono molte persone per cui vale la pena di fare qualcosa con gli altri e per gli altri.

Il Censis dice che l’occupazione è un «bluff», nel senso che non produce reddito e crescita ma moltiplica la precarietà. Quando ha scritto un libro come «Il lavoro non basta» è a questo scenario che pensava?

Sì, in Italia non c’è abbastanza lavoro né reddito sufficiente per vivere. Parlo dei working poor, coloro che lavorano e sono poveri. Ci sono sempre stati in questo paese, ma negli anni della crisi sono aumentati sia quelli su base individuale che guadagnano meno, anche a causa dell’aumento del part-time involontario, sia quelli su base familiare che, pur avendo un reddito modesto ma adeguato alle medie salariali, soffrono. A cominciare dai nuclei dove almeno il capofamiglia svolge un lavoro operaio, o assimilato. Nel 12% dei casi si parla di povertà assoluta.

Si è sempre occupata del reddito minimo o di base. Che bilancio dà del cosiddetto “reddito di cittadinanza” istituito in Italia?

Non mi aspettavo che trovasse ai beneficiari un lavoro e quindi non mi scandalizza che oggi non ci sia. Mi scandalizza di più chi oggi in malafede si scandalizza. E mi scandalizza che non sia stato ancora messo in campo un modo per portare al lavoro chi potrebbe lavorare. Vedo due possibili sbocchi a questa situazione: o vanno avanti a oltranza continuando a erogare il sussidio, oppure i beneficiari alla scadenza della misura saranno buttati fuori perché un lavoro non gli è stato offerto e loro non l’hanno trovato. E sarà peggio per loro. Al momento sappiamo che solo una quota sembra pari al 30% dei beneficiari sarebbe nelle condizioni di lavorare subito o quasi. La dice lunga sul tentativo di presentare questa operazione come una politica attiva del lavoro. Se il 70% dei beneficiari non è in grado di lavorare allora parliamo di un sostegno alla qualità della vita, sperando che le nuove generazioni si trovino in una situazione migliore. Bisognerebbe occuparsi della povertà educativa a cominciare dai minori. Ma purtroppo questo lavoro non viene nemmeno fatto oggi.

Anche il Censis parla dei processi di denatalizzazione molto avanzati in Italia. Basta un «assegno universale» alle famiglie dal 2021 di cui parla la ministra Bonetti?

Sono favorevole all’assegno universale ma a prescindere dal reddito perché non avrebbe effetti negativi sul secondo reddito. Se ci fossero le risorse, ovviamente. Se l’assegno è legato al reddito più alto, com’era nella proposta Delrio, si producono ingiustizie. Se lo leghi al reddito familiare c’è il rischio di penalizzare il secondo reddito in famiglia. Mi sembra che il governo sia orientato a una misura di questo tipo. Bisogna allora fare in modo che non ci siano scaglioni di reddito troppo bruschi per cui una differenza di un euro provoca il passaggio a un altro gruppo causando la perdita della misura. Spero però che oltre a questo assegno ci siano i servizi.

Nella legge di bilancio dovrebbero esserci gli asili gratis…

Saranno gratis per chi il nido ce lo ha già, ma non credo sia previsto un intervento per il 75 per cento dei bambini sotto i tre anni che non lo hanno, soprattutto al Sud. Questo è un problema di pari opportunità tra i bambini: bisogna assicurare loro risorse educative al di là della famiglia. Gli investimenti sociali sui servizi non sono costi. Producono domanda di lavoro, e in particolare per le donne. Ci saranno più persone che pagano le tasse, più tutele. C’è sempre una restituzione. È vero che le risorse non sono infinite, ma si può scegliere se spenderle in un modo o in un altro. È sempre una questione di scelte.

il commento al vangelo della domenica

Il sì di Maria l’eccomi che cambia la storia


Ermes Ronchi commenta il vangelo della solennità della Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria:

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo» (…).

L’angelo Gabriele, lo stesso che «stava ritto alla destra dell’altare del profumo» (Lc 1,11), è volato via dall’incredulità di Zaccaria, via dall’immensa spianata del tempio, verso una casetta qualunque, un monolocale di povera gente. Straordinario e sorprendente viaggio: dal sacerdote anziano a una ragazza, dalla Città di Dio a un paesino senza storia della meticcia Galilea, dal sacro al profano. Il cristianesimo non inizia al tempio, ma in una casa. La prima parola dell’angelo, il primo “Vangelo” che apre il vangelo, è: rallegrati, gioisci, sii felice. Apriti alla gioia, come una porta si apre al sole: Dio è qui, ti stringe in un abbraccio, in una promessa di felicità. Le parole che seguono svelano il perché della gioia: sei piena di grazia. Maria non è piena di grazia perché ha risposto “sì” a Dio, ma perché Dio per primo ha detto “sì” a lei, senza condizioni. E dice “sì” a ciascuno di noi, prima di qualsiasi nostra risposta. Che io sia amato dipende da Dio, non dipende da me. Quel suo nome, “Amata-per-sempre” è anche il nostro nome: buoni e meno buoni, ognuno amato per sempre. Piccoli o grandi, tutti continuamente riempiti di cielo. Il Signore è con te. Quando nella Bibbia Dio dice a qualcuno “io sono con te” gli sta consegnando un futuro bellissimo e arduo (R. Virgili). Lo convoca a diventare partner della storia più grande. Darai alla luce un bimbo, che sarà figlio della terra e figlio del cielo, figlio tuo e figlio dell’Altissimo, e siederà sul trono di David per sempre. La prima parola di Maria non è il “sì” che ci saremmo aspettati, ma la sospensione di una domanda: come avverrà questo? Matura e intelligente, vuole capire per quali vie si colmerà la distanza tra lei e l’affresco che l’angelo dipinge, con parole mai udite… Porre domande a Dio non è mancare di fede, anzi è voler crescere nella consapevolezza.
La risposta dell’angelo ha i toni del libro dell’Esodo, di una nube oscura e luminosa insieme, che copre la tenda, la riempie di presenza. Ma vi risuona anche la voce cara del libro della vita e degli affetti: è il sesto mese della cugina Elisabetta. Maria è afferrata da quel turbinio di vita, ne è coinvolta: ecco la serva del Signore. Nella Bibbia la serva non è “la domestica, la donna di servizio”. Serva del re è la regina, la seconda dopo il re: il tuo progetto sarà il mio, la tua storia la mia storia, Tu sei il Dio dell’alleanza, e io tua alleata. Sono la serva, e dice: sono l’alleata del Signore delle alleanze. Come quello di Maria, anche il nostro “eccomi!” può cambiare la storia. Con il loro “sì” o il loro “no” al progetto di Dio, tutti possono incidere nascite e alleanze sul calendario della vita.

per il Censis il cellulare sta facendo perdere la testa agli italiani

Rapporto Censis

“Controllare lo smartphone? Per gli italiani primo gesto del mattino e ultimo prima di andare a dormire”
l’ultimo Rapporto Censis afferma che in 10 anni lo smartphone ha finito per plasmare i desideri e le abitudini degli italiani

nel 2018, il numero dei cellulari ha superato quello delle tv

È il nostro primo gesto del mattino e l’ultimo prima di andare a dormire: controllare il cellulare è ormai un vero e proprio rituale. Lo afferma il Censis che nel suo ultimo Rapporto, afferma che il 25,8% di chi possiede uno smartphone non esce di casa senza il caricabatteria al seguito e oltre la metà (il 50,9%) controlla il telefono sia al risveglio che prima di coricarsi.
Sono queste le istantanee scattate nel 53esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese che dimostrano come la diffusione su larga scala dei telefonini ‘intelligenti’ nell’arco di dieci anni abbia finito con il plasmare i nostri desideri e i nostri abitudini. Nel 2018 il numero dei cellulari ha superato quello delle tv.
Lo smartphone, dunque, rappresenta ormai un oggetto di culto: l’icona della disintermediazione digitale. Il Rapporto rileva anche che la percentuale degli utenti in Italia è passata da un timido 15% nel 2009 all’attuale 73,8%. I pionieri del consumo sono stati gli under 30, passati da un’utenza pari al 26,5% nel 2009 all′86,3% dell’ultimo anno. A partire dal 2016 si registra una impennata anche tra i giovani adulti (30-44 anni), fino ad attestarsi oggi al 90,3%.
“La diffusione su larga scala di una tecnologia personale così potente -sottolinea il Rapporto del Censis – ha contribuito a una piccola mutazione antropologica che ha finito per plasmare i nostri desideri e le nostre abitudini. Il 25,8% dei possessori dichiara di non uscire di casa senza il caricabatteria al seguito. Oltre la metà (il 50,9%) controlla il telefono come primo gesto al mattino o l’ultima attività della sera prima di andare a dormire”.

gli italiani stanno perdendo la testa rivogliono l’uomo forte al comando

italiani colpiti da “stress esistenziale” e incertezza

ma attratti dall’ “uomo forte al potere”

il 53esimo rapporto del Censis

6 italiani su 10 contrari all’uscita dall’euro, per il 70% oggi c’è più razzismo

Natalia Varlamova via Getty Images

Lo stato d’animo dominante tra il 65% degli italiani è l’incertezza. Dalla crisi economica, l’ansia per il futuro e la sfiducia verso il prossimo hanno portato anno dopo anno ad un logoramento sfociato da una parte in “stratagemmi individuali” di autodifesa e dall’altra in “crescenti pulsioni antidemocratiche”, facendo crescere l’attesa “messianica dell’uomo forte che tutto risolve”. Lo rileva il Censis nell’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. Per il 48% degli italiani ci vorrebbe “un uomo forte al potere” che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni.

La ricerca dell’uomo forte è più sentita soprattutto nella parte bassa della scala sociale. La percentuale sale infatti al 56% tra le persone con redditi bassi e al 62% tra i soggetti meno istruiti, fino al 67% tra gli operai. Secondo il Censis, gli italiani alle prese con gli anni della crisi hanno dovuto prima “metabolizzare la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare pubblico in crisi di sostenibilità finanziaria”, poi farei conti con “la rottura dell’ascensore sociale, assumendo su di sé anche l’ansia provocata dal rischio di un possibile declassamento sociale”. 

La reazione immediata è stata “una formidabile resilienza opportunistica, con l’attivazione di processi di difesa spontanei e molecolari degli interessi personali”. Ma la situazione è andata peggiorando perché dagli stratagemmi individuali si è passati allo “stress esistenziale, logorante perché riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro”. Così per il 69% degli italiani il Paese è ormai “in stato d’ansia”. Il 75% non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso degli anni una prepotenza in un luogo pubblico (insulti o spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato qualcuno per strada.

Il 62% degli italiani è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea, ma il 25%, uno su quattro, è invece favorevole all’Italexit. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Se il 61% dice no al ritorno della lira, il 24% è favorevole e se il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alla frontiere interne della Ue, considerate un ostacolo alla libera circolazione di merci e persone, il 32% sarebbe invece per rimetterle.

Negli ultimi tempi sembra essere montata una pericolosa deriva verso l’odio, l’intolleranza e il razzismo nei confronti delle minoranze. Il 69,8% degli italiani è convinto che nell’ultimo anno siano aumentati gli episodi di intolleranza e razzismo verso gli immigrati. Un dato netto, confermato trasversalmente, con valori più elevati al Centro Italia (75,7%) e nel Sud (70,2%), tra gli over65 (71%) e le donne (72,2%). Lo si evince dal 53° rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese che indica come per il 58% degli intervistati è aumentato anche l’antisemitismo

Gli italiani non bocciano la politica, ma bocciano i politici: il 90% dei telespettatori non li vorrebbe neanche più vedere in televisione, si legge nel rapporto Censis. Questo accade perché la domanda di politiche non trova un riscontro adeguato nell’attuale offerta politica. Eppure – quasi un paradosso – sono ancora le cronache della politica nazionale a registrare il maggior interesse della popolazione, con il 42% e superando le voci classiche dei palinsesti come lo sport (29%) o la cronaca nera (26%) e rosa (18%). Nelle diete informative un’importanza ancora minore è attribuita alle notizie economiche (15%) e soprattutto alla politica estera (10%). Ma questo ritrovato interesse nasce da quelle che il Censis chiama “ceneri di un disincanto generalizzato”: si guarda la politica in tv come fosse una fiction. La riprova sta al momento della chiamata alle urne: l’area del non voto si espande sempre più alle elezioni politiche (astenuti, schede bianche e nulle), passando dal 9,6% degli aventi diritto nel 1958 all′11,3% nel 1968, al 13,4% nel 1979, al 18% nel 1992, al 24,3% nel 2001, fino al 29,4% nel 2018. Quanto al lavoro e alla disoccupazione, preoccupano il 44% degli italiani (contro la media del 21% dei cittadini europei), un dato doppio rispetto all’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto alle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e dei problemi ambientali e climatici (8%).

Tre italiani su quattro sono favorevoli all’introduzione del salario minimo per legge. Lo mette in evidenza il Censis nel nel 53esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, sottolineando come il 12,2% degli occupati in Italia sia a rischio povertà. Il documento spiega poi come tra i fan del salario minimo legale, la percentuale sia più alta tra gli occupati (75,3%) e tra chi dispone di un reddito basso (l′80,7% con un reddito fino a 15.000 euro annui) o medio-basso (il 78,7% con un reddito compreso tra 15.000 e 30.000 euro annui). Il 23,7% degli italiani, inoltre, riconduce la causa del rancore diffuso di questi anni alla crescente disuguaglianza nei redditi e nelle opportunità di lavoro. Il 25% individua in una giustizia troppo favorevole nei confronti dei ricchi, dei privilegiati e dei più spregiudicati un altro elemento che giustifica il risentimento. La “ripresa senza salario” caratterizza ancora l’andamento economico dell’Unione europea.
Tra il 2013 e il 2018 si è ampliata la forbice tra la crescita del Pil e la crescita dei salari reali. Nel 2017 la distanza era di 2,2 punti, nel 2018 a un incremento del Pil del 2% ha corrisposto un aumento dei salari pari allo 0,7%.

la salvezza? … dai migranti!

la Chiesa in Grecia povera fra i poveri

e salvata dai migranti

 

intervista a Sevastianos Rossolatos

a cura di Giacomo Gambassi
in “Avvenire” del 1° dicembre 2019

a colloquio con l’arcivescovo di Atene, Rossolatos

«in trent’anni i credenti sono quadruplicati

nelle Messe si parla albanese, polacco o filippino

e adesso i “nuovi” fedeli vengono dall’Africa

anche cattolici fra i rifugiati che sbarcano qui»

Prima la Messa ad Aigio con una comunità di albanesi. Poi due celebrazioni a Patrasso, terza città della Grecia: una in inglese e l’altra nella lingua nazionale. Quindi la tappa a Kalamata dov’è presente un drappello di 150 cattolici che provengono da 21 Paesi. Per capire la Chiesa cattolica greca basta trascorrere ventiquattro ore con l’arcivescovo di Atene, Sevastianos Rossolatos. Fra sabato e domenica macina 750 chilometri pur di essere vicino ai suoi “figli”. E, quando rientra nella capitale, trova la Cattedrale piena di filippini, pronti per l’inizio dell’Eucaristia.

«Siamo davvero una Chiesa universale»,

scherza l’arcivescovo di 75 anni, che dal 2016 è presidente della Conferenza episcopale ellenica. La sua diocesi copre metà della Grecia continentale. Ed è un pullulare di lingue, culture, etnie. I “greci greci” sono ormai minoritari fra i cattolici del Paese che in gran parte hanno radici oltre confine: albanesi, polacchi, filippini e, negli ultimi anni, africani sia anglofoni, sia francofoni.

«La nostra è una Chiesa per lo più di immigrati che la rendono viva e vitale»,

chiarisce Rossolatos. Una pausa. E subito aggiunge:

«Siamo anche una Chiesa povera fra i poveri. I migranti hanno pochissimo a disposizione e quello che guadagnano lo inviano nei loro Paesi. Come se non bastasse, i greci stanno ancora affrontando una crisi che resta pressante».

Il presule parteciperà all’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei che dal 19 al 23 febbraio 2020 porterà a Bari i pastori dei Paesi affacciati sul grande mare e che sarà concluso da papa Francesco.

«Nell’intera regione c’è bisogno di pensare e agire insieme di fronte a situazioni che sono variegate dal punto di vista sociale, politico e anche ecclesiale. Come, ad esempio, davanti all’emergenza migratoria»,

afferma Rossolatos. Le diocesi greche sono in prima linea nell’accoglienza.

«Abbiamo anche affittato case o ex alberghi per dare un tetto ai rifugiati»,

racconta l’arcivescovo. Nella sala dove riceve gli ospiti sono appesi i dipinti con i ritratti dei suoi predecessori. Sopra un tavolino la foto di Madre Teresa di Calcutta. L’episcopio è appena dietro il Duomo, a poche decine di metri da piazza Syntagma, il cuore di Atene che ospita il Parlamento e che continua a essere teatro delle cicliche proteste anti-austerità.

Eccellenza, negli ultimi trent’anni il numero dei cattolici in Grecia è quadruplicato: 200mila in tutto, su 11 milioni di abitanti. Una crescita dovuta agli immigrati.

” Vero. I primi flussi risalgono al 1985. Poi con il crollo dei regimi comunisti si sono avute ulteriori ondate: sono state alcune centinaia di migliaia i cattolici arrivati. Soltanto i polacchi avevano raggiunto quota 100mila. Poi gli albanesi, i romeni, gli ucraini. Più di recente, con le tensioni in Medio Oriente, è stata la volta di siriani e libanesi. Ma non mancano gli asiatici: filippini, indiani, srilankesi. Ultimamente i “nuovi” cattolici sono gli africani: giungono soprattutto dall’Africa subsahariana, attraversano il Mediterraneo o gli Stati del Medio Oriente, e approdano qui. Sono i fedeli con le maggiori difficoltà: perché non sono in regola e non possono contare su un lavoro.

Una comunità ecclesiale multiculturale. Quali le sfide?

“Una è quella del clero. I sacerdoti locali sono di avanzata età. E oggi la metà dei preti è straniera. Non è semplice impostare una pastorale missionaria che subentri a quella di conservazione. Altra questione è l’evangelizzazione. Nelle mie omelie insisto sul fatto che non è sufficiente avere fede per salvare l’anima: per salvarsi occorre salvare. Ossia, contagiare con la propria testimonianza i non praticanti o i lontani, a cominciare dai giovani influenzati nel profondo dalla secolarizzazione avanzata”.


La Grecia è terra ortodossa. Come vive la minoranza in comunione con Roma?

“Nel secolo scorso un greco doveva essere di per sé ortodosso. Pertanto un cattolico non era considerato greco. Ecco perché nelle diverse diocesi i laici hanno dato vita a organizzazioni che hanno la denominazione “grecocattolica”. Un modo per rivendicare l’uguaglianza dei diritti che lo Stato non riconosceva anche sotto l’influenza della maggioranza ortodossa. Adesso però la Chiesa cattolica ha un suo status. Ci sono voluti trenta anni di sforzi. E solo nel 2014 ci è stata riconosciuta la personalità giuridica insieme con altre realtà religiose”.

Il rapporto con l’ortodossia è ancora segnato da tensioni?

“In Grecia si fa fatica a parlare di ecumenismo. Soltanto in quei pochi luoghi dove cattolici e ortodossi vivono fianco a fianco, le relazioni sono serene. Invece la mentalità che prevale è quella di disprezzo o di paura verso i cattolici. Così il cammino ecumenico viene dipinto come il mostro dell’Apocalisse. E si ripete che i sacramenti ricevuti nella Chiesa cattolica, in quanto scismatica, non sono validi. Da notare anche che i vescovi ortodossi di Grecia hanno chiesto durante il Sinodo panortodosso del 2016 di non usare la parola “Chiesa” nei confronti degli altri cristiani.

Ma qualche passo avanti si registra?

“Esistono legami personali positivi. Ad esempio, tre vescovi ortodossi hanno concesso ai cattolici locali i loro luoghi di culto per la Messa domenicale anche se non è permesso celebrare sulla mensa ortodossa. E nelle isole, dove la presenza dei cattolici è maggiore, i matrimoni misti sono sempre più numerosi. Tutto ciò contribuisce a una pacifica convivenza. La crisi economica morde sempre. Molto. Lo Stato è indebitato e le tasse superano il 50% del reddito. Non ho timore a dire che la situazione è disastrosa. I disoccupati sono centinaia di migliaia. Si lavora al massimo 3 o 4 ore al giorno e con contratti di pochi mesi. A causa di tutto ciò, una parte di coloro che compongono il nostro popolo di Dio ha optato per l’estero: per l’Occidente, come si dice qui. Si parla di 600mila giovani che hanno lasciato il Paese, fra cui molti cattolici. Tema rifugiati. Il Paese è il principale approdo europeo per chi fugge da conflitti e miseria: secondo l’Unhcr, gli arrivi in Grecia nel 2019 sono stati 66mila contro i 10.500 in Italia. I migranti sono aumentanti anche nell’ultimo anno. Il governo ha creato nuove strutture d’accoglienza. Nei campi profughi delle isole si vive talvolta in condizioni disumane anche perché, siccome non si riesce a ospitare tutti gli arrivati, alcuni fuggono e creano baraccopoli di fortuna. La Caritas greca e quella di Atene sono molto attive anche grazie agli aiuti che giungono sia dalla Caritas Internationalis o da quelle nazionali come del-l’Italia, sia dal governo tedesco, sia dall’Onu”.

Fra i profughi ci sono anche cattolici?

“Racconto quello che accade nelle isole di Samo e Lesbo dove le nostre chiese che avevano qualche decina di fedeli si sono riempite grazie ai migranti, per lo più dell’Africa. Profughi che nei campi subiscono anche discriminazioni in quanto cattolici. Essendo la maggioranza musulmana, una croce al collo può dare molto fastidio. Ecco perché la Caritas si impegna a proteggerli offrendo loro un’abitazione in modo che lascino i campi. La Grecia dovrebbe essere terra di passaggio. Sulla carta sì. Ma l’Unione europea non vuole i profughi. E restano ingabbiati qui. Come Chiesa favoriamo il loro inserimento nella società: aiutandoli a imparare il greco, a trovare un lavoro, ad avere i documenti”.

E come viene vista l’Ue dalla Grecia?

“L’Europa parla di solidarietà, ma è una solidarietà fra virgolette. I Paesi che hanno un’economia forte accettano un numero di migranti esiguo: è quello di cui hanno bisogno. E non sono certo fraterni con noi. Ci dicono: vi finanziamo e voi tenete chi sbarca. Poi ci sono gli Stati che chiudono le frontiere o alzano i muri. Finché l’Occidente sfrutterà le nazioni “dimenticate” e le riempirà di armi, non si prospettano soluzioni. L’Europa si faccia un esame di coscienza e operi nel nome della pace che è attenzione verso tutti”.

una lettera immaginaria della Madonna a Gesù Bambino per la sua nascita … e a noi

la lettera di “Maria” al Figlio, duemila anni dopo

una lettera immaginaria della Madonna a Gesù Bambino per la sua nascita e a noi

don Francesco Cosentino

 

Mi sembra ieri. Vibravi dentro di me e ancora non immaginavo nulla della splendida avventura in cui Dio mi stava trascinando. Un figlio ti cambia la vita per sempre, perché è il miracolo partorito dalle tue viscere. Ma, nel mio caso, fu sconvolgente.

Vivevo una specie di sogno celeste, con il tremore di chi era stata sorpresa da una luce che veniva dall’alto, ma doveva comunque fare i conti con le pentole della cucina e la roba da rassettare. E, nel frattempo, tu crescevi. In silenzio ti guardavo diventare uomo e lacrime di stupore e di gioia solcavano il mio viso, mentre dolcemente pronunciavo il tuo nome.

Non immaginavo ancora, che la luce che aveva squarciato le finestre della mia povera casa di Nazareth e spalancato le porte del mio cuore a Dio, sarebbe stata presto oscurato dall’incomprensione, dall’ostilità e dalla violenza degli uomini. Ma intanto crescevi. Aiutavi tuo padre nella bottega, giocavi con gli altri ragazzi, godevi spensierato dei semplici giorni del villaggio, ma, allo stesso tempo, a volte ti facevi serio e osservavi l’orizzonte. Avevi già nel cuore il desiderio di raggiungere tutti, di sanare le ferite, di rialzare i caduti, di piantare l’amore nelle viscere della storia. Figlio mio, ma in realtà figlio dell’umanità. Ben presto non più mio, ma pane per coloro che avevano fame.

Ecco, caro Figlio, anche oggi stai per nascere. Il tuo Natale, oggi, è diventato una festa di luci, un tripudio di colori e una melodia di nenie. Eppure, ancora una volta, ti troverà soprattutto chi saprà visitare la semplicità e la povertà della grotta, chi imparerà il ritmo del battito del tuo cuore proprio come ho fatto io appena ti ho sentito nel grembo, chi darà alla luce sogni di pace e di futuro, portando avanti quella promessa di liberazione di cui mi parlò l’Angelo quando mi annunciò la tua venuta.

È Natale, amati compagni di cammino. Dopo duemila anni, con il cuore di Madre, vorrei invitarvi a preparare bene la Sua venuta.

È Natale se vi spogliate della pretesa di farcela da soli e imparate a tendere la mani a questo Bambino. Se non avete paura di entrare anche voi nella grotta, dove a volte la fatica, la stanchezza, il buio vengono a sorprendervi e pare che non ci sia più nulla per cui valga la pena impegnarsi, mentre l’aurora di Dio sta già nascendo dentro di voi.

È Natale, se al di là di tutto, voi sapete ritrovare il senso vero della famiglia. Fermarsi, ascoltarsi, parlarsi. Ma anche abbracciarsi, con quel calore dell’amore di Dio per mettere in circolo la rivoluzione della tenerezza. Rompete i muri dell’egoismo, vincete le resistenze, superate quei silenzi mortali e, finalmente, datevi un abbraccio vero. Non importa se siete rotti, spezzati, piegati; non siete una famiglia perfetta quando la vostra casa, le situazioni di ogni giorno e il conto in banca sono a posto, ma quando avete il coraggio di amarvi sempre e di nuovo, e di sapervi stringere in un abbraccio.

È Natale se vi prendete cura della madri e delle donne, ancora fin troppo silenziate, maltrattate e violentate, mentre invece sono loro a generare la vita.

È Natale, se sapete accogliere il Bambino negli occhi di tutti i bambini. Ricordatevi del Vangelo: sono innocenti, sono angeli e guai a chi li scandalizza, li turba, li umilia, li ferisce.

È Natale se vi impegnate a cercare e trovare Dio non solo in questo freddo giorno di dicembre, ma nelle cose ordinarie di ogni giorno, nei luoghi che frequentate e nell’impegno del vostro lavoro, nei bilancio della vita che faticate a portare avanti. Perché voi lo sapete, per una strana scelta della Provvidenza Divina, questo Figlio è nato da una povera fanciulla di Nazareth, il più sperduto dei paesi. Se Dio ha fatto in me grandi cose, può farle anche in voi.

Lo accarezzavo sempre quando era Bambino. Fatelo anche voi in questo Natale, con atteggiamento materno: date alla luce il sogno di Dio, magari accarezzando chi è solo, chi è ammalato, chi è deluso, chi è triste, chi si è fermato.

Ogni volta che accogliete mio Figlio, il mio cuore si commuove come nel giorno dell’Annunciazione. Aprite il Vangelo, ascoltatelo e parlate con Lui. Nelle vostre case, in questo Natale, accendete una candela sul tavolo e sedetevi tutti attorno: mamme, papà, figli, nonni. E gustate la bellezza dell’amore di Dio nel silenzio del cuore e nello sguardo innamorato che voi sapete darvi.

Ve lo auguro, con cuore di Madre.

in morte del teologo J. B. Metz un gigante della teologia del novecento

Addio a Johann Baptist Metz 

“padre” della Teologia politica

Filippo Rizzi 

Il pensatore tedesco è morto a 91 anni a Münster. Fu il fautore del dialogo pubblico tra Habermas e Ratzinger a Monaco nel 2004. Il suo maestro di sempre: Karl Rahner

Il teologo tedesco Joahann Baptist Metz (1928-2019) indagò la “questione di Dio” dopo Auschwitz

Un gigante della teologia del Novecento dello stesso rango e levatura del suo “maestro di sempre” Karl Rahner. Un pensatore capace di leggere i “segni dei tempi”. Ma soprattutto un prete e un pastore d’anime. È lo stile che ha sempre accompagnato, cadenzato e contrassegnato la lunga vita di Johann Baptist Metz, morto questo lunedì 2 dicembre a 91 anni a Münster. Nato il 5 agosto 1928 a Velluck, nella Baviera settentrionale, compie i suoi studi di filosofia e teologia dapprima a Innsbruck e poi a Monaco di Baviera; si laurea in filosofia su Heidegger e poi in teologia, sotto la guida di Karl Rahner, su san Tommaso d’Aquino. Viene ordinato sacerdote nel 1954. La maggior parte della sua carriera universitaria lo vede docente di teologia fondamentale a Münster, carica che ha lasciato successivamente, per assumere la cattedra di Christliche Weltanschauung all’università di Vienna.
Metz è ancora ricordato oggi in ambito accademico per essere stato tra i fondatori, dei veri “padri nobili”, nel 1965, della rivista internazionale di teologia “Concilium” assieme a uomini del rango di Karl Rahner, Yves Congar, Edward Schillebeeckx, Hans Küng e Gustavo Gutiérrez. Numerose sono le sue opere tradotte in italiano (spesso edite da Queriniana) come Sulla teologia del mondo (1969), Antropocentrismo cristiano (1969), con J. Moltmann-W. Ölmüller, Una nuova teologia politica (1971), Tempo di religiosi? Mistica e politica della sequela(1978), La fede nella storia e nella società (1978). Come certamente significativo è il suo saggio, edito da Queriniana, che rappresenta in un certo senso la “summa” del suo pensiero: Sul concetto della nuova teologia politica 1967-1997 e anche La provocazione del discorso su Dio.
La sua maturazione teologica conosce varie tappe, segnate dalle tre grandi “crisi” del nostro secolo con cui egli si confronta: la sfida marxista alla teologia; Auschwitz e la negatività della storia (celebri le sue domande su Dio e sulla giustizia a fronte delle vittime innocenti); infine, la provocazione che viene dal Terzo Mondo. Come fu significativa la sua attenzione alla Teologia della liberazione: volle rendersi conto di persona del dolore e della sofferenza di quelle popolazioni e andò a visitare le comunità di base dell’America Latina. Rimase impressionato dal lavoro “dal basso” di amici e colleghi teologi e scrisse un diario visitando le Ande.
Cresciuto alla scuola di Karl Rahner, del quale rielaborò anche alcune opere, di fronte alla marginalità “politica” del cristianesimo Johann Baptist Metz avverte la necessità di superare la teologia trascendentale del maestro per far valere la dimensione pratica della teologia. Diventa così il fondatore di una “nuova teologia politica”, –come hanno spiegato in anni recenti studiosi italiani come Giacomo Coccolini e il “suo” discepolo Francesco Strazzari – nella quale si consideri il mondo come luogo del mostrarsi di Dio e, quindi, luogo nel quale la fede cristiana si presenta anche con la sua valenza politica. Non volendo e non potendo dimenticare le vittime della storia, degli indifesi, Metz sviluppa a partire da queste coordinate la sua “Nuova teologia politica”.
Come pochi altri teologi, Metz non solo ha cercato ma ha anche alimentato il dibattito culturale. Fa parte di ciò il dialogo e il confronto con il marxismo e i rappresentanti della scuola di Francoforte, i filosofi Theodor W. Adorno, Max Horkheimer e Jürgen Habermas con i quali intrattiene un’amicizia autentica. Senza Metz nel 2004, a Monaco, non si sarebbe giunti alla discussione tra Habermas e l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, il futuro Benedetto XVI.

A ricordarlo ieri con un ampio ritratto è stata la Conferenza episcopale tedesca che ha rievocato lo stile di «teologo ma anche di pastore d’anime» di Metz. Un pensatore dunque, sempre «pieno di sorprese» come lo definiva Jürgen Moltmann perché capace di traghettare la teologia all’interno della storia anche quando questa porta «un nome così orribile come quello di Auschwitz».

attentato al presepe – il presepe strumentalizzato in senso sovranista diventa ‘bestemmia’

“La deriva blasfema del presepe sovranista”

 

di Andrea Grillo

Il presepe sovranista è una bestemmia. Lo dico non tanto da cittadino, ma da teologo.

Con la espressione “presepe sovranista” intendo quella comprensione distorta e capovolta del presepe, che lo riduce a “manifestazione di identità cristiana da contrapporre ad altre fedi o culture”. Chi utilizza in questo modo il presepe, quasi come una “bandiera”, o addirittura come un’”arma”, che contrapporrebbe la nostra identità alle identità “avversarie”, non solo non ne comprende il messaggio, ma lo capovolge e lo snatura in un modo che risulta davvero scandaloso. Vorrei mostrare in che senso questo “attentato al presepe” faccia parte di quella “campagna di menzogne” che la logica sovranista pretende di imporre alla attenzione distratta del paese. Questa dimostrazione è possibile solo se ci si dispone, con molta pazienza, ad analizzare il significato teologico del presepe, prima e oltre rispetto al suo “uso convenzionale”.

 

DISIMPARARE IL PRESEPE FALSO

In tutte le grandi tradizioni, i passaggi decisivi – come per noi il Natale e la Pasqua – diventano “luoghi di riconoscimento”, non solo religioso, ma culturale e sociale. Questo è un fatto inevitabile e non negativo. “Fare il presepe” a Natale, e “visitare i sepolcri” a Pasqua diventano luoghi di identità, che vanno al di là della fede. Ma, proprio in questa trasformazione culturale, le tradizioni si espongono al rischio della indeterminatezza, perché concentrano in un punto tutti i “messaggi” e proprio per questo “sovraccarico” corrono il pericolo di perderne il senso e di banalizzarlo. Il presepe, in modo esemplare, costituisce un caso tipico di questa “tentazione”. Infatti, se analizzato in modo più attento, il termine “presepe” dice, in latino, “mangiatoia” e costituisce la “versione di Luca” del rivelarsi del Salvatore. Che si rivela ai pastori irregolari e non ai buoni credenti regolari del tempo. La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscere la gloria di Dio solo attraverso la profezia della irregolarità dei pastori. Nella versione di Matteo, invece, la dose è ancora rincarata: la tensione è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e la ostilità viscerale dei residenti regolari e dei Governatori. Il “nostro presepe”, mescolando tutti questi messaggi, e aggiungendovi anche elementi decorativi, rischia di non aumentare, ma di diminuire la forza della tradizione, riducendola a un “soprammobile borghese”. Il presepe significa che ultimi, stranieri e irregolari sanno riconoscere Gesù, mentre Governatori, residenti regolari e uomini per bene cercano di ucciderlo. Esattamente come accade nel cammino verso la Pasqua, quando a riconoscere Gesù saranno una donna dai molti mariti, un handicappato grave come il cieco nato e un morto come Lazzaro. Queste sono le categorie privilegiate dal Vangelo. Per il fatto che ai nostri presepi “non facciamo mancare nulla” – pastori e magi, stella e mangiatoia, bue e agnelli, asini e pozzi, fuochi e artigiani, ruscelli e cieli stellati, oche e galline – non li comprendiamo più. O meglio li comprendiamo in modo distorto, come una “nostra affermazione”, come una “bandiera”, addirittura come una “difesa dall’altro”. Questo è il presepe che dobbiamo disimparare. Questo è il presepe della eresia sovranista.

 

REIMPARARE IL PRESEPE VERO

Per infondere pace, concordia, rispetto, accoglienza, umanità, il Natale deve ancora “far paura”: questa sua virtù sconvolgente è dovuta non alla sua qualità “civile”, ma al suo significato religioso, come anticipazione drammatica, fin dai primi vagiti del Figlio di Dio, della fede pasquale.
Il Natale annuncia la pace e la accoglienza “sub contraria specie”, parlandoci di un disegno assassino, di un rifiuto, di un mancato riconoscimento, di una persecuzione. Senza questa interpretazione forte, senza questo dramma, senza questo pathos, i simboli del natale e della Pasqua, diventano “segni civili di appartenenza”, soprammobili, orecchini, disegni sulle T-Shirt o sui diari scolastici. Questo è un fenomeno inevitabile: ma uso e significato non coincidono. Il senso del Presepe e della Croce non sono semplicemente quello di un “valore umano”, ma di un “mistero divino”, che realizza la pace. Per questo resta “inquietante”, perché mette a nudo la fragilità di tutti i valori umani e la loro strutturale contraddittorietà. Ora, è evidente che la comunità civile non può immediatamente riconoscere la pienezza del messaggio che il simbolo propone. Ma la comunità cristiana deve anche sapere, e dire con autorevolezza, che non si può fare il presepe e non volere che bambini stranieri si iscrivano a scuola, come fanno anche potenti catene di scuole private cattoliche. Non si può, se si è parroco, fare il presepe e poi dichiarare di non voler ospitare profughi. Non si può difendere il presepe come politici e poi lavorare per ostacolare ogni presenza straniera sul territorio. Il presepe, come la croce, non è semplicemente un segno della fragile umanità, ma anche segno della profezia con cui Dio riscatta il povero, l’emarginato, lo straniero, l’orfano, la vedova, lo zoppo, il cieco e si prende cura anzitutto di essi, mettendoli al primo posto! “Prima gli ultimi” è scritto a chiare lettere su ogni presepe vero. Non si può pretendere che questo sia chiaro a uomini politici, che anzi vogliono solo “presepi falsi”. Deve però essere chiaro alle comunità ecclesiali, che annunciano, nelle forme pluralistiche moderne, il Vangelo della pace, della misericordia e della riconciliazione. Che non è mai semplicemente una evidenza civile. In questa differenza sta o cade la giustificazione del “fare presepi”, non per tacere, ma per parlare con efficacia, per discernere con lungimiranza, per agire con profezia.

IL PRESEPE COME “CAVALLO DI TROIA” DELLA TRADIZIONE

Anche la prima intuizione del presepe – quella di Francesco di Assisi a Greccio, così spoglia, così essenziale, fatta solo di mangiatoia (presepe, appunto) di bue e asinello, senza Giuseppe, senza Maria, senza “bambinello sostitutivo”, ma solo pieno di umiltà, di carità, di eucaristia e di parola evangelica – annuncia la pace a tutti. Tutti include, nessuno discrimina, abbatte i muri, accoglie ogni storia, ogni vita, ogni domanda. Anche nella immaginazione mistica di Francesco, il “primo presepe” proclama con forza questa lieta notizia: il bambino che nasce, e che nasce a Greccio come a Betlemme, facendo di Greccio una nuova Betlemme, realizza nel “cuore” e nelle “vite” una nuova possibilità di pace e di riconciliazione. Edifica una città pacificata, riconciliata, capace di accoglienza. Per questo un “presepe sovranista” è una contraddizione in termini. Per questo chiedere di “fare il presepe” come “difesa dalle diversità” è una bestemmia, anche se viene da una assessore regionale. Per questo una Chiesa con il filo nella schiena può arrivare a scrivere una “lettera sul presepe”, per sostenere l’uso di “fare il presepe vero”, di pace e di riconciliazione, e per arginare ogni bestemmia che usi il presepe – perfino il presepe – per alimentare odio, conflitto e divisione. Non esitiamo a fare il presepe vero. Lasciamo entrare nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre strade, il “cavallo di Troia” delle nostre tradizioni. Che così, da indifferenti e diffidenti possono convertirsi alla non indifferenza e alla confidenza. Il presepe sovranista è una caricatura, una corruzione, una contraddizione del presepe.
Il presepe vero rivela un dramma di esclusione e di persecuzione, che Dio capovolge in pace e concordia. Il presepe sovranista fa la caricatura della pace, alimentando solo esclusione e indifferenza. Fare il presepe, quello vero, significa coltivare la speranza che il “sovrano” non è di questo mondo ed che entra nel mondo “sub contraria specie”, con il motto “prima gli ultimi”. Il suo nome è amore, misericordia, accoglienza, perdono

il presepe non si lascia manipolare da sovranismi divisivi

il presepe sovranista è blasfemo

A Giorgia Meloni che con qualche giorno d’anticipo su dicembre ha aperto la tradizionale disputa sul presepe da allestire in difesa della nostra identità minacciata dallo straniero ricordiamo, in pieno spirito natalizio,

la teologa musulmana dell’Università pontificia, Shaharzad Housmand, la quale nel 2005 certificò l’amore dei musulmani per il profeta Gesù, sua madre Maria e di conseguenza per il presepe,

e il presidente della Lega islamica del Veneto, Bouchab Tanji, il quale confermò: “spero per l’ultima volta: il presepe a noi piace”

e, nel frattempo, il presepe regalato dalla comunità islamica di Annone Veneto al parroco,

il presepe regalato da un prete veneto al centro islamico,

il presepe vivente inscenato da profughi dalla Libia a Mondovì,

il presepe vivente con un uomo musulmano e una donna ebrea a Cortona,

il presepe vivente a Chieti con una donna nera nel ruolo della Madonna,

il presepe vivente a Pescara con una studentessa tunisina nel ruolo della Madonna,

il presepe vivente con quaranta figuranti musulmani a Rivisondoli,

il presepe vivente con Gesù, Giuseppe e Maria interpretati da una famiglia nigeriana a Fratta Polesine,

il presepe costruito dai richiedenti asilo musulmani a Bione,

il presepe costruito da ragazzi nigeriani, eritrei e senegalesi alla scuola media di Riace,

gli alunni musulmani che hanno cantato e recitato in un presepe vivente di Almenno San Salvatore,

più altre decine di presepi multietnici che da lustri rallegrano l’Italia,

per cui, cara Meloni, si corre il rischio che l’identità minacciata sia solo quella di tanti buoi e asinelli.

il commento al vangelo della domenica

l’avvento è attesa

questo mondo ne porta un altro nel suo grembo

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della prima domenica di avvento (1 dicembre 2019):

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Al tempo di Noè gli uomini mangiavano e bevevano… e non si accorsero di nulla. Non si accorsero che quel mondo era finito. I giorni di Noè sono i giorni della superficialità: «il vizio supremo della nostra epoca» (R. Panikkar). L’Avvento che inizia è invece un tempo per accorgerci. Per vivere con attenzione, rendendo profondo ogni momento. L’immagine conduttrice è Miriam di Nazaret nell’attesa del parto, incinta di Dio, gravida di luce. Attendere, infinito del verbo amare. Le donne, le madri, sanno nel loro corpo che cosa è l’attesa, la conoscono dall’interno. Avvento è vita che nasce, dice che questo mondo porta un altro mondo nel grembo; tempo per accorgerci, come madri in attesa, che germogli di vita crescono e si arrampicano in noi. Tempo per guardare in alto e più lontano. Anch’io vivo giorni come quelli di Noè, quando neppure mi accorgo di chi mi sfiora in casa e magari ha gli occhi gonfi, di chi mi rivolge la parola; di cento naufraghi a Lampedusa, di questo pianeta depredato, di un altro kamikaze a Bagdad. È possibile vivere senza accorgersi dei volti. Ed è questo il diluvio! Vivere senza volti: volti di popoli in guerra; di bambini vittime di violenza, di fame, di abusi, di abbandono; volti di donne violate, comprate, vendute; volti di esiliati, di profughi, di migranti in cerca di sopravvivenza e dignità; volti di carcerati nelle infinite carceri del mondo, di ammalati, di lavoratori precari, senza garanzia e speranza, derubati del loro futuro; è possibile, come allora, mangiare e bere e non accorgersi di nulla. I giorni di Noè sono i miei, quando dimentico che il segreto della mia vita è oltre me, placo la fame di cielo con larghe sorsate di terra, e non so più sognare. Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro… Mi ha sempre inquietato l’immagine del Signore descritto come un ladro di notte. Cerco di capire meglio: perché so che Dio non è ladro di vita. Solo pensarlo mi sembra una bestemmia. Dio viene, ma non è la morte il suo momento. Verrà, già viene, nell’ora che non immagini, cioè adesso, e ti sorprende là dove non lo aspetti, nell’abbraccio di un amico, in un bimbo che nasce, in una illuminazione improvvisa, in un brivido di gioia che ti coglie e non sai perché. È un ladro ben strano: è incremento d’umano, accrescimento di umanità, intensificazione di vita, Natale. Tenetevi pronti perché nell’ora che non immaginate viene il Figlio dell’Uomo. Tenersi pronti non per evitare, ma per non mancare l’incontro, per non sbagliare l’appuntamento con un Dio che viene non come rapina ma come dono, come Incarnazione, «tenerezza di Dio caduta sulla terra come un bacio» (Benedetto Calati).