benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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il commento al vangelo della domenica

i mercanti nel tempio e quelli nel nostro cuore


I mercanti nel tempio e quelli nel nostro cuore
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della terza domenica di quaresima Anno B (4 marzo 2021)
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. […]
L’episodio della cacciata dei mercanti nel tempio si è stampato così prepotentemente nella memoria dei discepoli da essere riportato da tutti i Vangeli. Ciò che sorprende, e commuove, in Gesù è vedere come in lui convivono e si alternano, come in un passo di danza, la tenerezza di una donna innamorata e il coraggio di un eroe (C. Biscontin), con tutta la passione e l’irruenza del mediorientale. Gesù entra nel tempio: ed è come entrare nel centro del tempo e dello spazio. Ciò che ora Gesù farà e dirà nel luogo più sacro di Israele è di capitale importanza: ne va di Dio stesso. Nel tempio trova i venditori di animali: pecore, buoi e mercanti sono cacciati fuori, tutti insieme, eloquenza dei gesti. Invece ai venditori di colombe rivolge la parola: la colomba era l’offerta dei poveri, c’è come un riguardo verso di loro. Gettò a terra il denaro, il dio denaro, l’idolo mammona innalzato su tutto, insediato nel tempio come un re sul trono, l’eterno vitello d’oro. Non fate della casa del Padre mio un mercato… Mi domando qual è la vera casa del padre. Una casa di pietre? «Casa di Dio siamo noi se custodiamo libertà e speranza» (Eb 3,6). La parola di Gesù allora raggiunge noi: non fate mercato della persona! Non comprate e non vendete la vita, nessuna vita, voi che comprate i poveri, i migranti, per un paio di sandali, o un operaio per pochi euro. Se togli libertà, se lasci morire speranze, tu dissacri e profani il più vero tabernacolo di Dio. E ancora: non fate mercato della fede. Tutti abbiamo piazzato ben saldo nell’anima un tavolino di cambiamonete con Dio: io ti do preghiere, sacrifici e offerte, tu in cambio mi assicuri salute e benessere, per me e per i miei. Fede da bottegai, che adoperano con Dio la legge scadente, decadente del baratto, quasi che quello di Dio fosse un amore mercenario. Ma l’amore, se è vero, non si compra, non si mendica, non si finge. Dio ha viscere di madre: una madre non la puoi comprare, non la devi pagare, da lei sei ripartorito ogni giorno di nuovo. Un padre non si deve placare con offerte o sacrifici, ci si nutre di ogni suo gesto e parola come forza di vita. Pochi minuti dopo, i mercanti di colombe avevano già rimesso in fila le loro gabbie, i cambiamonete avevano recuperato dal selciato anche l’ultimo spicciolo. Il denaro era pesato e contato di nuovo, era riciclato a norma di legge. Benedetto da tutti: pellegrini, sacerdoti, mercanti e mendicanti. Il gesto di Gesù sembra non avere conseguenze immediate, ma è profezia in azione. E il profeta ama la parola di Dio più ancora dei suoi risultati. Il profeta è il custode che veglia sulla feritoia per la quale entrano nel cuore speranza e libertà. Chi vuole pagare l’amore va contro la sua stessa natura e lo tratta da prostituta. Quando i profeti parlavano di prostituzione nel tempio, intendevano questo culto, tanto pio quanto offensivo di Dio, quando il fedele vuole gestire Dio: io ti do preghiere e sacrifici, tu mi dai sicurezza e salute. L’amore non si compra, non si mendica, non si impone, non si finge. Ma poi, se entrasse nella mia casa, che cosa mi chiederebbe di rovesciare in terra, tra i miei piccoli o grandi idoli? Tutto il superfluo…
(Letture: Esodo 20,1-17; Salmo 18; 1 Corinzi 1,22-25; Giovanni 2,13-25)
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i neologismi di papa Francesco ritenuti interessanti dall’Enciclopedia Treccani

11 neologismi di papa Francesco esaminati dalla “Treccani”

di Gelsomino Del Guercio

da Spuzzare a Mafiarsi: così l’enciclopedia italiana più autorevole esalta il linguaggio innovativo del papa

Nel ricorso a una lingua “seconda” come l’italiano, papa Francesco si rivela un innovativo inventore di neologismi. Per la prima volta l’enciclopedia Treccani parla della “lingua” di Francesco, con un intervento del professore Salvatore Claudio Sgroi, linguista dell’Università di Catania.
«Se certamente nella pronuncia lascia trasparire tracce della sua lingua nativa (per es. nell’uso delle doppie, o della realizzazione della “s”, della “z”), al livello sintattico, morfologico e lessicale si rivela invece “più italofono” degli stessi italo-nativofoni. Inevitabilmente il suo messaggio innovativo, si avvale di forme neologiche, che focalizzano concetti-chiave del suo apostolato», afferma Sgroi. Che poi, analizza 11 neologismi di Papa Francesco.

Spuzzare

L’analisi della Treccani inizia un famoso vocabolo coniato nel viaggio apostolico a Napoli. «Si ricorderà il prefissato intensivo s-puzzare ‘puzzare’: «la società corrotta spuzza» (discorso a Napoli, 21 marzo 2015). Questo termine risale al piemontese (dei nonni) spussè ‘puzzare’, indebitamente “normalizzato” (o banalizzato) e depotenziato nel denominale puzzare in non pochi giornali cartacei e on line, e in telegiornali nazionali.

Misericordiare

Il misericordiando quale resa del lat. miserando (intervista nel sett. 2013 di Antonio Spadaro S.I.) nel motto Miserando atque eligendo. Lo stesso Pontefice così commenta il proprio uso: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando».

Nostalgiare

Un altro dei neologismi di Papa Francesco è nostalgi-are (omelia del 31 dicembre 2014): «difenderci dalla nostalgia della schiavitù, difenderci dal ‘nostalgiare’ la schiavitù», dallo sp. nostalgiar (1906).

Mafiarsi

E il pronominale mafiar-si (stessa omelia): «quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a ‘mafiarsi’, quella società si impoverisce fino alla miseria». In italiano c’è invece l’intransitivo denominale mafiare ‘comportarsi da mafioso’. In sp. mafiarse appare in una precedente omelia in spagnolo del Papa (Google libri).

Commosso ‘scosso, turbato’

In seguito alla strage compiuta dall’Isis a Parigi nel novembre 2015, Papa Francesco in una intervista telefonica del 15 novembre, aveva dichiarato di essere «commosso e addolorato». Un commosso, apparentemente un po’ flebile, non molto adeguato alla gravità dell’evento, se non fosse che si tratta di un calco dello sp. conmovido che vale ‘scosso, turbato’.
Leggi anche:‘Spuzzare’ e ‘Messicanizzane’. Gli ultimi bergoglismi che fanno discutere

Zizzaniere

Un quasi “neologismo” lo ha pronunciato nel 2016. «Nella Chiesa ci sono gli ‘zizzanieri’, quelli che dividono e distruggono le comunità con la lingua» ha detto Papa Francesco il 12 maggio 2016, durante la Messa del mattino a Casa Santa Marta. Un calco strutturale sullo spagn. cizañero agg. e sost. (1599); in italiano decisamente poco comune ma pur presente (cfr. Google libri) nel 1962: «Quell’analfabeta, […] xenofobo e zizzaniere» e nel 1986 «il seminatore e il zizzaniere».

Inequità

«La perdita del senso di giustizia e la mancanza di rispetto verso gli altri […] ci hanno portato a una situazione di ‘inequità’» si è potuto leggere nel suo volume “Solo l’amore ci può salvare” (Libreria Editrice Vaticana 2013). Ancora un esempio di calco strutturale di in-equità sul prefissato sp. in-equidad, ingiustizia (dal lat. iniquitāte(m)).
Leggi anche:Un podcast per imparare tutte le nuove parole coniate dal Papa

Disisperanza

Tra i neologismi di Papa Francesco, eccone un altro: «Semina speranza, olio di speranza, profumo di speranza, non aceto di amarezza e di disisperanza». Il Papa pronunciava queste parole nell’udienza generale del 31 maggio 2017, piazza San Pietro). Un ulteriore derivato dal prefissato sp. des-esperanza ‘mancanza di speranza’, ‘non-speranza’ (neoformazione).

Nostalgioso

«’I Re Magi erano “nostalgiosi” di Dio’» si è sentito dire nell’omelia per la festa dell’Epifania (6 gennaio 2017) da parte di Papa Francesco: calco strutturale sullo sp. nostalgi-oso, neologismo ispano-americano (1938).
Prima dell’uso del Papa, nostalgi-oso esisteva potenzialmente in italiano, ma è grazie a papa Francesco, che si è realizzato in italiano, in virtù della regola di derivazione condivisa con lo spagnolo.
Leggi anche:“Misericordiando” con papa Francesco

Dormire come un legno

In una intervista radiofonica alla fine del 2016 il Papa ha dichiarato: “Dormo come un legno. Il giorno delle scosse del terremoto, non ho sentito nulla, eh?”, che ricalca lo sp. dormir como un leño. Un italo-nativofono si sarebbe forse aspettato con altro paragone dormo come un sasso. La resa letterale dello sp. sarebbe stata dormire come un ciocco, ma scartata in quanto decisamente poco usata.
Il paragone con il “ciocco”, va anche detto, è vitale nei dialetti italiani, dal nord al sud. Un solo es. il piemontese dormir como un such, ma anche nel Lazio: dormi’ come ‘n ciocco de’ legno, o nel sic.: M’ava durmutu commu un zuccu e lignu e in non poche lingue moderne (cfr. fr. dormir comme une souche).

Rapidazione

Non meno intrigante è un altro dei neologismi del Papa: rapidazione. Nel discorso del 17 febbraio 2017 agli universitari di “Roma Tre”, Papa Francesco ha voluto denunciare come nel mondo della globalizzazione «anche la fretta, la celerità della vita ci fa violenti». «Gli olandesi ‒ ha sottolineato ‒ avevano inventato una parola, “rapidazione “, come la progressione geometrica nel tempo, […]. Quando arriva alla fine è più veloce, si va più rapidi, con il pericolo di non avere il tempo di fermarsi per poter assimilare, pensare, riflettere» (Treccani.it).

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il commento al vangelo della domenica

conservare la luce per quando viene il buio


Conservare la luce per quando viene il buio
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della II Domenica di Quaresima Anno B (25 febbraio 2021):

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (…).

Il monte della luce, collocato a metà del racconto di Marco, è lo spartiacque della ricerca su chi è Gesù. Come in un dittico, la prima parte del suo libretto racconta opere e giorni del Messia, la seconda parte, a partire da qui, disegna il volto altro del “Figlio di Dio”: vangelo di Gesù, il Cristo, il figlio di Dio (Mc 1,1).
Il racconto è tessuto ad arte con i fili dorati della lingua dell’Esodo, monte, nube, voce, Mosè, splendore, ascolto, cornice di rivelazioni. Nuovo invece è il grido entusiasta di Pietro: che bello qui! Esperienza di bellezza, da cui sgorga gioia senza interessi. Marco sta raccontando un momento di felicità di Gesù (G. Piccolo) che contagia i suoi. A noi che il fariseismo eterno ha reso diffidenti verso la gioia, viene proposto un Gesù che non ha paura della felicità. E i suoi discepoli con lui. Gesù è felice perché la luce è un sintomo, il sintomo che lui, il rabbi di Nazareth, sta camminando bene, verso il volto di Dio; e poi perché si sente amato dal Padre, sente le parole che ogni figlio vorrebbe sentirsi dire; ed è felice perché sta parlando dei suoi sogni con i più grandi sognatori della Bibbia, Mosè ed Elia, il liberatore e il profeta; perché ha vicino tre ragazzi che non capiscono granché, ma che comunque gli vogliono bene, e lo seguono da anni, dappertutto.
Anche i tre apostoli guardano, si emozionano, sono storditi, sentono l’urto della felicità e della bellezza sul monte, qualcosa che toglie il fiato: che bello con te, rabbi! Vedono volti imbevuti di luce, occhi di sole, quello che anche noi notiamo in una persona felice: ti brillano gli occhi! Vorrebbero congelare quella esperienza, la più bella mai vissuta: facciamo tre capanne! Fermiamoci qui sul monte, è un momento perfetto, il massimo! C’è un Dio da godere, da esserne felici. Ma è un’illusione breve, la vita non la puoi fermare, la vita è infinita e l’infinito è nella vita, ordinaria, feriale, fragile e sempre incamminata. La felicità non la puoi conservare sotto una campana di vetro o rinchiudere dentro una capanna. Quando ti è data, miracolo intermittente, godila senza timori, è una carezza di Dio, uno scampolo di risurrezione, una tessera di vita realizzata. Godi e ringrazia. E quando la luce svanisce e se ne va, lasciala andare, senza rimpianti, scendi dal monte ma non dimenticarlo, conserva e custodisci la memoria della luce vissuta.
Così sarà per i discepoli quando tutto si farà buio, quando il loro Maestro sarà preso, incatenato, deriso, spogliato, torturato, crocifisso. Come loro, anche per noi nei nostri inverni, sarà necessario cercare negli archivi dell’anima le tracce della luce, la memoria del sole per appoggiarvi il cuore e la fede. Dall’oblio discende la notte.
(Letture: Genesi 22,1-2.9.10-13.15-18; Salmo 115; Lettera ai Romani 8,31b-34; Marco 9,2-10)

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una riflessione di E. Bianchi sulla quaresima

inizia la quaresima

di Enzo Bianchi
in “Il Blog di Enzo Bianchi” del 17 febbraio 2021

ENZO BIANCHI

Ogni anno ritorna la quaresima, un tempo pieno di quaranta giorni da vivere da parte dei cristiani
tutti insieme come tempo di conversione, di ritorno a Dio. Sempre i cristiani devono vivere lottando
contro gli idoli seducenti, sempre è il tempo favorevole ad accogliere la grazia e la misericordia del
Signore, tuttavia la Chiesa – che nella sua intelligenza conosce l’incapacità della nostra umanità a
vivere con forte tensione il cammino quotidiano verso il Regno – chiede che ci sia un tempo preciso
che si stacchi dal quotidiano, un tempo “altro”, un tempo forte in cui far convergere nello sforzo di
conversione la maggior parte delle energie che ciascuno possiede. E la Chiesa chiede che questo sia
vissuto simultaneamente da parte di tutti i cristiani, sia cioè uno sforzo compiuto tutti insieme, in
comunione e solidarietà. Sono dunque quaranta giorni per il ritorno a Dio, per il ripudio degli idoli
seducenti ma alienanti, per una maggior conoscenza della misericordia infinita del Signore.
La conversione, infatti, non è un evento avvenuto una volta per tutte, ma è un dinamismo che deve
essere rinnovato nei diversi momenti dell’esistenza, nelle diverse età, soprattutto quando il passare
del tempo può indurre nel cristiano un adattamento alla mondanità, una stanchezza, uno
smarrimento del senso e del fine della propria vocazione che lo portano a vivere nella schizofrenia
la propria fede. Sì, la quaresima è il tempo del ritrovamento della propria verità e autenticità, ancor
prima che tempo di penitenza: non è un tempo in cui “fare” qualche particolare opera di carità o di
mortificazione, ma è un tempo per ritrovare la verità del proprio essere. Gesù afferma che anche gli
ipocriti digiunano, anche gli ipocriti fanno la carità (cf. Mt 6,1-6.16-18): proprio per questo occorre
unificare la vita davanti a Dio e ordinare il fine e i mezzi della vita cristiana, senza confonderli.
La quaresima vuole riattualizzare i quarant’anni di Israele nel deserto, guidando il credente alla
conoscenza di sé, cioè alla conoscenza di ciò che il Signore del credente stesso già conosce:
conoscenza che non è fatta di introspezione psicologica ma che trova luce e orientamento nella
Parola di Dio. Come Cristo per quaranta giorni nel deserto ha combattuto e vinto il tentatore grazie
alla forza della Parola di Dio (cf. Mt 4,1-11), così il cristiano è chiamato ad ascoltare, leggere,
pregare più intensamente e più assiduamente – nella solitudine come nella liturgia – la Parola di Dio
contenuta nelle Scritture. La lotta di Cristo nel deserto diventa allora veramente esemplare e,
lottando contro gli idoli, il cristiano smette di fare il male che è abituato a fare e comincia a fare il
bene che non fa! Emerge così la “differenza cristiana”, ciò che costituisce il cristiano e lo rende
eloquente nella compagnia degli uomini, lo abilita a mostrare l’Evangelo vissuto, fatto carne e vita.
Il mercoledì delle Ceneri segna l’inizio di questo tempo propizio della quaresima ed è
caratterizzato, come dice il nome, dall’imposizione delle ceneri sul capo di ogni cristiano. Un gesto
che forse oggi non sempre è capito ma che, se spiegato e recepito, può risultare più efficace delle
parole nel trasmettere una verità. La cenere, infatti, è il frutto del fuoco che arde, racchiude il
simbolo della purificazione, costituisce un rimando alla condizione del nostro corpo che, dopo la
morte, si decompone e diventa polvere: sì, come un albero rigoglioso, una volta abbattuto e
bruciato, diventa cenere, così accade al nostro corpo tornato alla terra, ma quella cenere è destinata
alla resurrezione.
Simbolica ricca, quella della cenere, già conosciuta nell’Antico Testamento e nella preghiera degli
ebrei: cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza, di volontà di cambiamento attraverso la
prova, il crogiolo, il fuoco purificatore. Certo è solo un segno, che chiede di significare un evento
spirituale autentico vissuto nel quotidiano del cristiano: la conversione e il pentimento del cuore
contrito. Ma proprio questa sua qualità di segno, di gesto può, se vissuto con convinzione e
nell’invocazione dello Spirito, imprimersi nel corpo, nel cuore e nello spirito del cristiano,
favorendo così l’evento della conversione.
Un tempo nel rito dell’imposizione delle ceneri si ricordava al cristiano innanzitutto la sua
condizione di uomo tratto dalla terra e che alla terra ritorna, secondo la parola del Signore detta ad
Adamo peccatore (cf. Gen 3,19). Oggi il rito si è arricchito di significato, infatti la parola che
accompagna il gesto può anche essere l’invito fatto dal Battista e da Gesù stesso all’inizio della loro
predicazione: “Convertitevi e credete all’Evangelo”… Sì, ricevere le ceneri significa prendere
coscienza che il fuoco dell’amore di Dio consuma il nostro peccato; accogliere le ceneri nelle nostre
mani significa percepire che il peso dei nostri peccati, consumati dalla misericordia di Dio, è “poco
peso”; guardare quelle ceneri significa riconfermare la nostra fede pasquale: saremo cenere, ma
destinata alla resurrezione. Sì, nella nostra Pasqua la nostra carne risorgerà e la misericordia di Dio
come fuoco consumerà nella morte i nostri peccati.
Nel vivere il mercoledì delle ceneri i cristiani non fanno altro che riaffermare la loro fede di essere
riconciliati con Dio in Cristo, la loro speranza di essere un giorno risuscitati con Cristo per la vita
eterna, la loro vocazione alla carità che non avrà mai fine. Il giorno delle ceneri è annuncio della
Pasqua di ciascuno di noi.

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il commento al vangelo della domenica

la tentazione ti spinge a scegliere la tua bussola


La tentazione ti spinge a scegliere la tua bussola
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della I Domenica di Quaresima Anno B

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana. La tentazione? Una scelta tra due amori. Vivere è scegliere. La tentazione ti chiede di scegliere la bussola, la stella polare per il tuo cuore. Se non scegli non vivi, non a pieno cuore. Al punto che l’apostolo Giacomo, camminando lungo questo filo sottile ma fortissimo, ci fa sobbalzare: considerate perfetta letizia subire ogni sorta di prove e di tentazioni. Quasi a dirci che essere tentati forse è perfino bello, che di certo è assolutamente vitale, per la verità e la libertà della persona.
L’arcobaleno, lanciato sull’arca di Noè tra cielo e terra, dopo quaranta giorni di navigazione nel diluvio, prende nuove radici nel deserto, nei quaranta giorni di Gesù. Ne intravvedo i colori nelle parole: stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Affiora la nostalgia del giardino dell’Eden, l’eco della grande alleanza dopo il diluvio. Gesù ricostruisce l’armonia perduta e anche l’infinito si allinea. E nulla che faccia più paura.
Ma quelle bestie che Gesù incontra, sono anche il simbolo delle nostre parti oscure, gli spazi d’ombra che ci abitano, ciò che non mi permette di essere completamente libero o felice, che mi rallenta, che mi spaventa: le nostre bestie selvatiche che un giorno ci hanno graffiato, sbranato, artigliato. Gesù stava con… Impariamo con lui a stare lì, a guardarle in faccia, a nominarle. Non le devi né ignorare né temere, non le devi neppure uccidere, ma dar loro un nome, che è come conoscerle, e poi dare loro una direzione: sono la tua parte di caos, ma chi te le fa incontrare è lo Spirito Santo. Anche a te, come a Israele, Dio parla nel tempo della prova, nel deserto, lo fa attraverso la tua debolezza, che diventa il tuo punto di forza. Forse non guarirai del tutto i tuoi problemi, ma la maturità dell’uomo consiste nell’avviare un percorso, con pazienza (tu maturi non quando risolvi tutto, ma quando hai pazienza e armonia con tutto). Allora ti accorgi che Dio parla a te nella fragilità e che lo Spirito è colui che ti permette di re-innamorarti della realtà tutta intera, a partire dai tuoi deserti.
Dopo che Giovanni fu arrestato Gesù andò nella Galilea proclamando il vangelo di Dio. E diceva: il Regno di Dio è vicino.
Gesù proclama il “vangelo di Dio”. Dio come una “bella notizia”. Non era ovvio per niente. Non tutta la Bibbia è vangelo; non tutta è bella, gioiosa notizia; alle volte è minaccia e giudizio, spesso è precetto e ingiunzione. Ma la caratteristica originale del rabbi di Nazaret è annunciare vangelo, una parola che conforta la vita, una notizia gioiosa: Dio si è fatto vicino, è un alleato amabile, è un abbraccio, un arcobaleno, un bacio su ogni creatura.
(Letture: Genesi 9,8-15; Salmo 24; Prima Lettera di san Pietro apostolo 3,18-22; Marco 1,12-15)

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il significato delle ‘ceneri’ in tempo dio pandemia

Ceneri

padre Ronchi:

le Ceneri, per essere semplici e fecondi

in occasione del rito che introduce al tempo di Quaresima, il teologo spiega, nell’intervista a Vatican News, il senso di questo “simbolo” per l’oggi. Nella vita aggredita e crocifissa dalla pandemia, lo sguardo deve essere rivolto non tanto alla mortificazione quanto alla vivificazione. Non fissati sul ‘residuo’ dell’esistenza ma sulla pienezza che ci attende

di Antonella Palermo 

 Papa Francesco celebrerà la Santa Messa con il Rito della benedizione e imposizione delle Ceneri presso l’Altare della Cattedra, alle 9.30 nella Basilica di San Pietro, e non come tradizione nella Basilica di Santa Sabina all’Aventino. La partecipazione dei fedeli sarà molto ristretta in ottemperanza alle misure sanitarie di protezione.

Quale significato assume l’imposizione delle Ceneri oggi, dopo un anno dall’inizio della diffusione di un virus ancora temibile,  che ha mietuto quasi due milioni e mezzo di vittime nel mondo? 

R. – Penso che le ceneri sul capo delle persone siano come una inclusione battesimale. Le ceneri sono semplici. Sono la semplificazione finale delle cose. Nel ritmo naturale di un tempo, le ceneri del focolare di casa dei contadini venivano restituite alla natura in primavera sparse sui campi, lungo i filari delle viti, nell’orto, per rendere la terra più fertile, per darle nuova energia. Allora, sul capo del fedele, hanno questo significato lontano, legato alla verità della natura, alla verità del senso, alla verità delle cose. Non tanto: ‘ricordati che devi morire’ ma ‘ricordati che devi essere semplice e fecondo’. Le ceneri sono ciò che rimane quando non rimane più niente, sono il minimo, il quasi niente. Ma da qui si può e si deve ripartire. Noi siamo in una situazione difficile, ma si può e si deve ripartire.

C’è l’economia della piccolezza nella Bibbia, l’economia della povertà. Davanti a Dio non c’è niente di meglio che essere così; diceva Simone Weil: essere niente come l’aria davanti al sole, pura trasparenza. Ecco, le ceneri sono questo niente per non fermarci, farci ripartire. Con la Quaresima si entra nel cammino della trasformazione, della evoluzione e il cuore della trasformazione è essere piccoli e fragili dove Dio entra, lo Spirito entra come soffio. Non spaventarsi di questo essere fragili, ma pensare alla Quaresima come trasformazione dalle ceneri alla luce, dal residuo alla pienezza. Io lo vedo un tempo non penitenziale, ma vitale, non tempo di mortificazione, ma di vivificazione. È il tempo del seme dentro la terra. La Quaresima inizia sempre in inverno, che è l’ultima delle stagioni, un po’ la cenere dell’anno, e termina sempre in primavera. Questa sapienza della natura – il creato è la prima parola di Dio – ci fa guardare alla primavera che non si spaventa di nessun inverno, Dio non si spaventa da nessuna cenere in cui io sono seduto o che sono ridotto a diventare.

R. – Basta aprire gli occhi. Basta guardarsi attorno. Basta avere questo senso che la vita è un percorso che va dalle ceneri alla luce, dalla fatica alla corona. È un tempo di potatura perché abbiamo fatica, qualcuno ha perso delle persone care, la nostra vita viene alle volte aggredita. Però io penso alla potatura delle piante: i giardinieri potano gli alberi non per penitenza, ma perché ritrovino l’energia di primavera, li riportano all’essenziale. Ecco, viviamo un tempo che ci può riportare all’essenziale, riscoprendo ciò che è permanente nelle nostre vite, da ciò che è effimero. Quindi è un dono questo tempo per dare più frutto, non per castigare ma per rendere fecondi. Questa per me è la speranza.

Nel Messaggio per la Quaresima, Francesco ci invita a digiunare anche dalla saturazione di informazioni, vere o false che siano. Come risuonano in lei questi suggerimenti?

R. – È vero che siamo saturati da una pandemia di messaggini. A me risuonano come profondamente veri. Noi siamo lì sempre attaccati a questi strumenti, con gli occhi e con le orecchie sugli smartphone, su internet. Se noi guardassimo negli occhi cinquanta volte al giorno le persone così come guardiamo il telefonino, guardandole con la stessa attenzione e intensità, quante cose cambierebbero? Quante scoperte faremmo? Il bombardamento è così veloce che non abbiamo neanche il tempo di elaborare una nostra visione delle cose. Ci hanno tolto il piacere di pensare che è uno dei più belli che abbiamo in regalo. Sono notizie che ci portano a vivere fuori di noi stessi, di riflesso, di eco, di sponda, dentro una realtà che non siamo noi, elaborata dagli altri. Allora io penso, la verità delle delle cose va vista dentro l’amore, come dice San Paolo. Vuol dire che quando una cosa è senza amore, non è vera, quando è intollerante non è vera. Questo bombardamento ci porta a vivere in una bolla virtuale anziché dentro l’atmosfera dell’amore. I criteri sono l’effetto, l’audience, il numero di like… E questo porta fuori, e per me è la cosa più pericolosa.

R. – Un virus non cambia il cuore dell’uomo, non cambia la profondità delle persone. Penso che noi abbiamo due strumenti maggiori per avere una Pasqua di fraternità: la carità e il perdono. La carità è il prenderci cura e la cura si nutre di tenerezza verso l’altro; il perdono è quello che libera il futuro delle persone, non tanto libera il passato. Penso che il perdono da cogliere e da offrire sia qualcosa da chiedere al Signore. Vuol dire liberazione, nel Vangelo è usato il verbo della nave che salva, della carovana che parte al levare del sole, dell’uccello che spicca il volo, della freccia che scocca. E’ vero che è una Pasqua di fragili, questa, di molti crocifissi, ma quello che a me è chiesto è il segno della carità. Gesù è venuto a portare questa rivoluzione della tenerezza e la rivoluzione del perdono senza misura. Sono queste due cose che costruiscono la fraternità universale.

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il commento al vangelo della domenica

Dio vuole guarire tutti

non rifiuta mai nessuno


Dio vuole guarire tutti. Non rifiuta mai nessuno

il commento di E. Ronchi al vangelo della VI Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto (…).


Entra in scena un lebbroso, un disperato che ha perso tutto: casa, lavoro, amici, abbracci, dignità e perfino Dio. Quell’uomo che si sta decomponendo da vivo, per la società è un peccatore, rifiutato da Dio e castigato con la lebbra. Viene e si avvicina a Gesù, e non deve, non può, la legge gli impone la segregazione assoluta. Ma Gesù non scappa, non si scansa, non lo manda via, sta in piedi davanti a lui e ascolta. Il lebbroso avrebbe dovuto gridare da lontano, a chi incontrava: “immondo, contagioso”; invece da vicino, a tu per tu, sussurra: se vuoi puoi rendermi puro!
«Se vuoi». Il lebbroso naufrago si aggrappa a un “se”, è il suo “gancio in mezzo al cielo”, terra ferma dopo la palude. E mi pare di vedere Gesù vacillare davanti alla richiesta sommessa di questa creatura alla deriva. Vacillare, come chi ha ricevuto un colpo allo stomaco, un’unghiata sul cuore: «fu preso alle viscere da compassione».
«Se vuoi»… grande domanda: dimmi il cuore di Dio! Cosa vuole veramente per me? Vuole la lebbra? Che io sia l’immondizia del paese? È lui che manda il cancro?. Gesù vede, si ferma, si commuove e tocca. Da troppo tempo nessuno osava toccarlo, la sua carne moriva di solitudine. Gesù stende la mano e tocca l’intoccabile, contro ogni legge e ogni prudenza, lo tocca mentre è ancora contagioso; ed è così che inizia a guarirlo, con una carezza che arriva prima della voce, con dita più eloquenti delle parole. Toccare, esperienza di comunione, di corpo a corpo, azione sempre reciproca (si tocca e si è toccati, inscindibilmente!), un comunicare la propria vicinanza, uno sfiorarsi, un brivido, un vibrare di Dio con me, di me con lui.
Poi, la risposta bellissima, la pietra d’angolo su cui poggia la nuova immagine di Dio: «voglio!» Un verbo totale, assoluto. Dio vuole, è coinvolto, gli importa, gli sta a cuore, patisce con me, urge in lui una passione per me, un patimento e un appassionarsi.
La seconda parola illumina la volontà di Dio: «sii purificato». Dio è intenzione di bene. Nessuno è rifiutato. Secondo la legge il lebbroso era escluso dal tempio, non poteva avvicinarsi a Dio finché non era puro. Invece quel giorno ecco il capovolgimento: avvicinati a Dio e sarai purificato. Accoglilo e sarai guarito.
E lo mandò via, con tono severo, ordinandogli di non dire niente. Ma il guarito non obbedisce: e si mise a proclamare il messaggio. L’escluso diventa fonte di stupore. Porta in giro la sua felicità, la sua esperienza felice di Dio. Chissà da quanti villaggi era dovuto scappare, e adesso è proprio nei villaggi che entra, cerca le persone da cui prima doveva fuggire, per dire che è cambiato tutto, perché è cambiata, con Gesù, l’immagine di Dio.
(Letture: Levitico 13,1-2.45-46; Salmo 31; Prima Lettera ai Corinzi 10,31-11,1; Marco 1,40-45)

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i clochard morti per strada non sono un problema di decoro pubblico – è in gioco una questione di umanità

i clochard morti nell’indifferenza


A Torino e Modena senza dimora uccisi dal freddo, in Sardegna aggrediti e derisi dai minori sui social Caritas: ostilità crescente. Nosiglia: le risposte non sono i dormitori di massa

Siamo di fronte a un problema di decoro pubblico o è in gioco una questione di umanità? Con il freddo e le nuove restrizioni imposte da Comuni, si riaccende una grande emergenza sociale

Siamo di fronte a un problema di decoro pubblico o è in gioco una questione di umanità? Con il freddo e le nuove restrizioni imposte da Comuni, si riaccende una grande emergenza sociale 

di Andrea Zaghi 

Mostafa è morto a Torino poche ore fa, Filippo è morto qualche giorno prima di Natale ad Arzachena in Sardegna, stessa sorte per un ghanese trovato domenica scorsa a Formigine, nel Modenese. Scarti. Abbandonati a loro stessi, alle prese con il freddo dell’inverno, spesso derisi, maltrattati, picchiati e dati a fuoco. Un problema per tutti, anche per chi vorrebbe aiutarli. Nell’Italia alle prese con la pandemia e con la crisi politica, accade anche questo. E non è la prima volta. Mostafa Hait Bella, di origini marocchine, vende fiori in uno dei mercati del centro di Torino. Poi perde il lavoro e la casa, vive in auto e poi perde anche quella. Allora vive per strada. S’arrangia, molti nel quartiere lo conoscono. Dorme nel dehors di un bar: ogni mattina a svegliarlo sono proprio i gestori del locale.

E sono loro a trovarlo morto ieri mattina alle 7.30. Cause naturali, pare. Aveva 59 anni. Adesso nella rete circola una foto di lui, con i capelli crespi e grigi e una chitarra gialla in mano. La morte di Mostafa arriva in una città che discute da giorni proprio sul destino dei senzatetto in strada. Un problema di decoro pubblico e di sicurezza, ma anche una questione di umanità resa più assillante dalla pandemia e dalla crisi. Una questione sulla quale Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, è più volte intervenuto e che sarà tema di due incontri previsti in settimana con le istituzioni locali. «Spesso si fa un discorso teorico, senza avere mai visto in faccia queste persone – spiega l’arcivescovo –. Non servono solo a dormitori di massa».

Dura la reazione della Comunità di Sant’Egidio di Torino che dice: «Resta la cruda realtà di una morte evitabile, che chiede di non essere classificata come fatalità o, persino, come libera scelta, ma chiama alla responsabilità di tutti, a partire dalle istituzioni». Mostafa «era una persona conosciuta da tempo» viene spiegato dai servizi sociali comunali che lo descrivono come «molto gentile, cordiale ed educato », ma che aveva rifiutato «di trascorrere la notte in una casa di accoglienza ». L’ultimo incontro con il personale del servizio itinerante notturno, è avvenuto proprio sabato scorso. Più incerta, per adesso, la storia di un uomo di 60 anni, originario del Ghana irregolare e senza fissa dimora, che è stato trovato morto domenica pomeriggio in un casale abbandonato di Formigine, nel Modenese.

A dare l’allarme è stato un connazionale che è stato il primo a trovarlo nel rifugio. L’uomo era adagiato nel proprio letto. Pare fosse malato e che vivesse lì da alcuni mesi per ripararsi dal freddo, in una stanza spoglia, due pentole sul vecchio pavimento di cotto, sacchi di plastica piene di vestiti. Un’ombra svanita. Non un’ombra ma concreto bersaglio di angherie era invece Abdellah Beqeawi, di 54 anni, per tutti Filippo, clochard anche lui marocchino che viveva da decenni ad Arzachena, in Gallura, morto ufficialmente per infarto la sera del 22 dicembre scorso, nel parcheggio sotterraneo di un supermercato. La realtà che sta emergendo è però un’altra.

La Procura di Tempio Pausania ha aperto un’inchiesta, sono indagati sei ragazzini, di cui cinque minorenni (tra i 14 e i 16 anni di età), per le percosse subite da Filippo. Secondo quanto si vede in alcuni video, che da tempo girano sui social, nei giorni precedenti la morte del clochard. Si vede Filippo aggredito dai ragazzini più volte. In un video un ragazzo lo colpisce con un calcio alla schiena; in un altro, un ragazzo fa finta di offrirgli una sigaretta, per poi spegnergli la cicca sul palmo della mano, prima di colpirlo alla pancia con un calcio. Anche Filippo aveva scelto di vivere in strada nonostante la Caritas e il Comune gli avessero offerto un alloggio. «C’è un sentimento che sta crescendo fatto da una sorta di ostilità rispetto a coloro che sono in qualche modo diversi rispetto alla nostra ordinarietà», dice Pierluigi Dovis da vent’anni alla guida della Caritas diocesana di Torino che aggiunge: «È necessario ridefinire un modello di welfare locale che in molte parti d’Italia si è iniziato a costruire ma che non è concluso. Ma dobbiamo accelerare la capacità di intervento intorno alla persona». E poi ancora: «Servono investimenti che non possono essere delegati al solo volontariato oppure solo alla Chiesa. Si tratta di una situazione complessa che non può essere risolta con soluzioni facili».

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la protesta di p. Zanotelli contro la politica xenofoba dell’Unione Europea

Migranti

padre Zanotelli

“politica Ue xenofoba prepara altri Olocausti”



la denuncia del missionario pacifista:

“L’Europa ci usa per fare il lavoro sporco”

duro j’accuse di padre Alex Zanotelli alla politica migratoria della Ue: “Razzista e xenofoba che prepara altri Olocausti. Non possiamo tacere”. Il missionario comboniano, in prima linea da sempre per gli ultimi, annuncia il nuovo digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti 

”Come essere umano e missionario, erede del sogno di quel povero Gesù di Nazareth – osserva padre Zanotelli all’Adnkronos – sono obbligato a protestare per come l’Europa e l’Italia continuano a trattare i profughi che bussano alla nostra porta. E’ inaccettabile che dal gennaio 2020 fino al gennaio 2021 abbiamo lasciato morire nel Mediterraneo oltre ottocento profughi che fuggivano dai lager libici. Il Mare Nostrum è diventato Cimiterium Nostrum dove potrebbero essere sepolti centomila esseri umani. E’ inaccettabile che il governo italiano blocchi per futili ragioni le navi salva-vite, mentre assistiamo a sempre più naufraghi. E’ inaccettabile che il governo italiano finanzi (anche a nome della Ue) il governo libico di El- Serraj che tiene i migranti in orribili lager dove gli uomini vengono torturati e le donne stuprate”.

Il pensiero del sacerdote comboniano va ai lager libici e alle condizioni inumane dei migranti sulla rotta Balcanica:

“E’ inaccettabile che nel 2020 la cosiddetta Guardia costiera libica, finanziata dall’Italia, abbia intercettato a mare e riportato nei lager libici ben 11.000 rifugiati. E’ inaccettabile che la Ue costringa almeno 18.000 rifugiati a vivere negli inferni di Lesbo e nelle altre isole greche. E’ inaccettabile che la Guardia costiera greca abbia speronato gommoni carichi di profughi in fuga dalla Turchia per arrivare nelle isole greche. E’ inaccettabile l’enorme sofferenza inflitta sui profughi che percorrono la ‘rotta balcanica’ che è diventata un’autentica Via Crucis. E’ inaccettabile che l’Italia respinga a Trieste i profughi della ‘rotta balcanica’ e li consegni alla polizia slovena che a sua volta li consegna a quella croata. E quest’ultima li deporta in Bosnia: fuori dall’Europa! E’ inaccettabile che la Ue non si commuova davanti allo spettacolo di migliaia e migliaia di profughi afghani, pakistani… nel campo di Lipa(Bosnia), abbandonati da tutti, in questo gelido inverno balcanico”.

Padre Zanotelli chiede anche di rompere il silenzio sul blocco degli eurodeputati che volevano verificare di persona le condizioni dei migranti sulla rotta Balcanica:

“E’ inaccettabile che quattro eurodeputati fra cui Bartolo siano stati bloccati dalla polizia croata e impediti dal recarsi al confine con la Bosnia. E’ inaccettabile che la Ue usi l’Italia, la Grecia, la Turchia, la Slovenia, la Croazia per fare il lavoro sporco di tenere nel ‘limbo’ i disperati della terra che bussano alla porta della ricca Europa”.

Il missionario comboniano a questo proposito chiama in causa il presidente del Parlamento Ue:

“Trovo inaccettabile la risposta del presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, che in una lettera ad Avvenire in risposta a un appello su Lesbo afferma che tutto questo ‘ripropone l’egoismo dei governi nazionali e la mancanza di poteri della Ue in materia di immigrazione e di asilo’. La verità invece è che la Ue non vuol accogliere questi profughi e usa nazioni come l’Italia, la Grecia… per fare il lavoro sporco. E vengono pagate per questo”.

Padre Zanotelli chiede agli uomini di Chiesa di intervenire e cita l’appello dell’arcivescovo di Palermo:

“Non possiamo tacere. ’La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male – ha scritto il cardinale Lorefice – da qualunque parte provenga. La sua via non è la neutralità, ma la profezia. La Costituzione della Repubblica e il Vangelo ci chiedono di alzare la voce e di coinvolgere i cittadini italiani perché il nostro paese prenda le distanze da queste barbarie che massacrano corpi, vite, volti umani… e si adoperi anche a livello europeo per una soluzione umanamente sostenibile’”.

“Per questo – conclude padre Zanotelli – noi come ‘Digiuno di Giustizia in solidarietà con i migranti’ saremo il primo mercoledì del mese, 3 febbraio, in piazza Montecitorio davanti al Parlamento dalle 15 alle 18 , in nome di quanti in altre piazze italiane, nelle case e nei monasteri digiuneranno con noi”

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per una chiesa di minoranza ma libera e creativa

quale futuro per il cristianesimo?

di Enzo Bianchi

in “Vita Pastorale” del febbraio 2021

Sempre di nuovo è attuale la domanda posta da Gesù: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede
sulla terra?» (Lc 18,8). In particolare, tale interrogativo deve inquietarci in questo nostro tempo di crisi del
cristianesimo, di diminutio della sua presenza, della sua “esculturazione” dal nostro Occidente. Da circa trent’anni si è
spento l’entusiasmo post-conciliare e si è preso atto — come osservava Michel De Certeau — che anche il tentativo di
riforma della liturgia e della fede della Chiesa non solo non aveva sortito i frutti sperati ma aveva addirittura
allontanato dalla vita cristiana porzioni di credenti tradizionali. Il grande teologo francese e amico carissimo JeanMarie Tillard, quale testamento di una vita spesa nel dialogo teologico ecumenico tra le Chiese, alla fine del secolo
scorso lasciava uno scritto appassionato dal titolo significativo: Siamo gli ultimi cristiani?
Ma già il teologo Joseph Ratzinger nel 1969 e, più recentemente in qualità di pontefice, aveva cercato di rispondere
alla domanda circa il futuro della fede e con profetica capacità visionaria indicava come ipotesi feconda quella di una
Chiesa di minoranza; una Chiesa piccola comunità di fedeli, povera e spogliata di tanti privilegi accumulati nella
storia ma libera perché creativa; una Chiesa non settaria, capace di essere lievito fino a orientare la società. Benedetto
XVI ha sempre creduto nelle minorités agissantes, nelle minoranze creative, e sperava che l’evolversi della crisi
conducesse a questa nuova forma del vivere la Chiesa.
Altri ancora, soprattutto nell’area culturale francese e mitteleuropea, hanno cercato risposte e formulato ipotesi
diverse in merito. Molto conosciute e riprese le quattro ipotesi di Maurice Bellet (2001). La prima prevede la
scomparsa del cristianesimo senza troppi sussulti né lamenti: una sorta di arretramento indolore nel quale il
cristianesimo rimarrà nella memoria per i suoi monumenti, le opere d’arte e alcuni testi di sapienza antica. La
seconda ipotesi, non molto dissimile dalla precedente, intravede il cristianesimo morto come fede, ma presente nella
società con i suoi valori. La terza ipotesi non vede vicina la fine della fede cristiana e delle Chiese, ma pensa a un
loro trascinarsi nella storia senza profezia: una presenza che soddisfa il bisogno religioso e, dunque, mantiene i riti e
le modalità della religione. L’ultima, infine, quella che l’autore si augura per il cristianesimo, è una sua ripresa da
capo, una sua rinascita grazie all’unica Parola di vita, il Vangelo. Solo da un nuovo inizio, infatti, la fede cristiana
potrà di nuovo divampare come fuoco e dare una nuova forma al vivere la Chiesa.
Non dovremmo neppure dimenticare le letture della crisi fatte da storici come Jean Delumeau o da sociologi come
Danièle Hervieu-Léger, più esigenti e critici nei confronti dell’istituzione ecclesiale, con l’emissione di un verdetto di
morte, in mancanza di un rapido mutamento e di una vera conversione. O si pensi ad analisi di teologi come Ghislain
Lafont, che immagina un cattolicesimo diverso, o di Christoph Theobald, che chiede il mutamento, la riforma
continua e l’attestarsi di una Chiesa ecumenica fondata sul sensus fidei del popolo di Dio, impegnato in un cammino
sinodale.
In un mio contributo del 2004 avevo tentato di rispondere con urgenza alla domanda: Quale futuro per il
cristianesimo? Là avanzavo analisi che oggi mi sento di confermare, anche se l’accelerazione della crisi in questi
ultimi quindici anni ha ulteriormente mutato lo status ecclesiae, soprattutto nel nostro Occidente. Che cosa esplicitare
oggi? Con il ministero petrino di Francesco sono stati messi in moto alcuni processi, che vanno riconosciuti: la vita
della Chiesa ha ripreso una dinamica che, se non si fermerà e giungerà ad alcune realizzazioni di riforma, aiuterà i
cristiani ad attraversare la crisi e a vivere nella storia come minoranza profetica eloquente. Se, però, questi processi
rimarranno solo abbozzi o, peggio, parole, credo che la delusione sarà tale che la vita della Chiesa ne resterà debilitata
in modo grave e la diaspora già esistente diventerà addirittura non leggibile, non più sentita come presenza.
Anche perché la novità di questi ultimi anni è proprio l’ “esculturazione” del cristianesimo e della Chiesa, non
possiamo ignorarlo. Basta conoscere i mass media per rendersi conto che in essi ormai non appaiono più “notizie”
riguardanti la fede e la Chiesa, se non quelle che provocano scandalo, mentre le correnti culturali non tengono più
conto delle voci e degli eventi cristiani. Mi permetto solo di far notare che tra i consigli di cento libri da leggere apparsi
in occasione del Natale su un noto inserto culturale italiano, non appariva nessun testo di autori cristiani. Ormai “il
mondo cristiano”, che nel mondo non c’è più, è ignorato senza ostilità ma nella forma dell’indifferenza.
Ecco qual è, a mio avviso, il problema della nostra presenza tra gli umani: l’indifferenza. Se non sapremo più
evidenziare la differenza cristiana allora, come sale che ha perso il suo sapore, come fuoco sepolto dalla cenere, non
saremo più in grado di dire qualcosa di significativo nella compagnia degli uomini. La differenza cristiana richiede
anzitutto la fede in Gesù Cristo vivente perché Risorto, una fede nel Regno che viene. Ma oltre a questo primato della
fede, nutrita alla fonte del Vangelo, occorrerà l’edificazione di comunità che siano davvero tali: veri luoghi di amore
reciproco e di servizio degli ultimi; comunità che vivano la sinodalità, il camminare insieme in una comunione
plurale; comunità che non si isolano, non diventano settarie, ma stanno con simpatia e spirito di fraternità in mezzo
agli uomini e alle donne del nostro tempo. Solo in questo modo si potrà dare una risposta credibile alle più svariate
forme di populismo che «riducono i simboli religiosi a marcatori culturali identitari che non sono associati a una
pratica religiosa», come osserva Olivier Roy nel recente saggio L’Europa è ancora cristiana?
Se il Vangelo fornirà l’ispirazione profonda alla vita cristiana, sarà manifesto a tutti che i credenti sono uomini e donne
riuniti in una nuova comunione: è in questa semplice e radicale differenza che consiste la dimensione pubblica e
comunitaria della prassi evangelica. Dunque una comunità cristiana che nel mondo non “sta contro” il mondo,
animata da una logica di concorrenza e contrapposizione. Scriveva provocatoriamente Friedrich Nietzsche alla fine
del XIX secolo: «Già la parola “cristianesimo” è un equivoco: in fondo è esistito un solo cristiano e questi mori sulla
croce. L'”Evangelo” morì sulla croce. […] Soltanto la pratica cristiana, una vita come la visse colui che morì sulla
croce, soltanto questo è cristiano. Ancora oggi una tale vita è possibile, per certi uomini è persino necessaria:
l’autentico, originario cristianesimo sarà possibile in tutti i tempi. Non una credenza, bensì un fare, soprattutto un nonfare-molte-cose, un diverso essere».
Il cristianesimo è nato da una grande crisi: quella di Gesù e dei suoi discepoli la sera dell’ultima cena, con il tradimento
da parte di uno di loro. Dobbiamo esserne certi: il Signore Gesù ci ha preceduti nella crisi, dunque in essa non ci
abbandona.

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