benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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il nostro mare sempre più grande cimitero per la nostra irresponsabilità

mille morti in mare

e voi parlate solo di sicurezza nei cortei?

di Luca Casarini
in “l’Unità” del 4 febbraio 2026

Prendete mille cadaveri. Metteteli in fila, uno ad uno, la testa di quello prima che tocca i piedi di
quello dopo. Dall’Altare della Patria fino a Palazzo Chigi, lungo tutta Via del corso. Ci stanno, è un
kilometro circa. Perché ci sono i bambini piccoli oltre agli adulti. Misurano di meno in altezza.
Ecco, un kilometro di morti, lungo il marciapedi così da non intralciare il traffico. Ma bisogna
passarci accanto mentre ci si reca al lavoro, oppure a fare shopping in galleria. Tocca scavalcarli, e
allora lo sguardo forse viene rapito da quei volti tumefatti, da quei corpi gonfi d’acqua salata,
coperti da vestiti sfilacciati come fossero fatti di alghe. Non sono più scuri di pelle, come quando
sono nati, in Sudan, in Mali, in Niger, nella Costa d’Avorio e chissà in quali altri invisibili paesi.
No, adesso sono grigi, quasi bianchi. Scoloriti dall’acqua che ha lavorato, lì in fondo al mare. Il
ministro passa pure lui, ma non si accorge di niente. È sulla sua auto blindata, corre veloce.
Forse scorge da dietro il vetro, quelli che ai suoi occhi potrebbero essere sacchi di immondizia
abbandonati ai lati della strada, segno del degrado urbano, una vera piaga per il decoro della
capitale, lo ha sempre detto. E invece sono sacchi di ossa, di pelle, di occhi, di capelli, di denti, di
mani e di piedi. Ma non ha tempo il ministro di fermarsi. È atteso nel Palazzo, per il decreto
sicurezza. La violenza di Torino, di quei terroristi urbani.
Bisogna colpire loro e tutta quella gente che si ostina a coprirli, partecipando alle manifestazioni. E
colpire duro, con leggi speciali. Lo stato di diritto è diventato un intralcio alla “nazione”. La
violenza, la violenza. In mare non ci sono né lacrimogeni né fuochi d’artificio. Tutto è silenziato,
avvolto dal rumore delle onde che sbalzano quelle bare galleggianti di ferro come fuscelli. Forse è
per questo che la morte in mare di donne, uomini e bambini, nessuno la considera una violenza.
Non fa rumore, non ci sono né video né telecamere. È una morte che scivola via, sul fondo,
portandosi dietro come fosse una palla al piede, le vite degli abbandonati. Dei più disperati di tutti
che non possono avere nemmeno una tomba con il loro nome. Non avranno una lapide, ma un
numero però ce l’hanno: mancati sbarchi. Finiranno nei comunicati come un grande successo “delle
politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”.
I giorni che vanno dal 14 al 21 gennaio, noi li ricorderemo come quelli della “settimana di sangue”.
È anche quella del ciclone “Harry”, che oltre a devastare le coste di Calabria e Sicilia, ha
imperversato per almeno due giorni su tutto il Mediterraneo. Nonostante gli allarmi meteo, tra le 15
e le 25 barche piene fino a oltre cinquanta persone ognuna, sono state fatte partire dalla costa
orientale della Tunisia, dalle parti di Sfax. Chi le ha fatte partire? 5 di queste sicuramente un
trafficante soprannominato “Mauritania”, ma è chiaro che una partenza così massiccia non può
avvenire senza l’accordo con i militari che normalmente pattugliano quell’area.
Sono pagati dall’Italia e dall’Unione Europea per farlo, per respingere, deportare o far naufragare le
barche di migranti subsahariani che tentano di scappare da quella che è diventata un’altra Libia. Gli
accordi stipulati con l’autocrate Saied, servono a questo in tema di immigrazione.
Questa la ricostruzione che Refugees in Libia e Mediterranea Saving Humans ha reso pubblica:
Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il
coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista
Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta
raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa
orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone:
rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa
380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato
segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR.
Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa
la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette
metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole,
le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle
condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.
Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale di un’Autorità marittima europea.
Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le
immagini ( https:// www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/) che documentano il salvataggio di
Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a
bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si
è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal
mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi
galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno
altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.
La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche
per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si
trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun
intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte dai Refugees tra le comunità
presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante.
Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini
con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un
allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri.
Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni
ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che
sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.
Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto
cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al
chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono
partite sette imbarcazioni.
Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di
un anno disperse in mare. oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel
nulla.
Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti
vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati
verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati.
Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e
che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione,
senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino.
Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche
autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti.
Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta
disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare. Il 30 gennaio il corpo
di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e
soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa.
Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di
quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che
centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati.
Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il
“lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze
dalle coste di Sfax? “Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans il
silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare
non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche
migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali
provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà.
Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme ai Rifugiati da
Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa
tragedia di inaudite proporzioni

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il commento al vangelo della domenica

BEATI SAPORI DI VITA
il commento di E. Ronchi al vangelo della quarta domenica del tempo ordinario
Mt 5,1-12
Davanti a questo vangelo provo sempre il desiderio del silenzio.
Vangelo stravolgente, che continua a sfuggirmi, un contromano totale rispetto alla logica del mondo. In chiesa ci crediamo, ma appena usciti ci accorgiamo che è il manifesto più stordente che si possa immaginare.
Eppure le beatitudini sono nostre amiche, perché non dettano nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che se uno si fa carico della felicità di altri, il Padre si prende sulle spalle la sua.
Ci sento dentro un sapore di vita, il segreto per stare bene.
La prima cosa che mi colpisce è: Beati. Dio si allea con la gioia degli uomini, e con una proposta spiazzante srotola otto sentieri che lasciano senza fiato: felici i poveri, gli ostinati a proporsi giustizia, i costruttori di pace, quelli che hanno gli occhi bambini, i disarmati, quelli che sono coraggiosi perché inermi.
Ma il punto di svolta, lo snodo sintattico delle frasi è quel ‘perché’; perché è loro il regno e possederanno la terra, perché vedranno Dio.
I poveri non sono beati perché poveri, ma perché solo guardando il mondo con gli occhi degli ultimi trovi la strada per un futuro buono comune.
Beati i poveri in spirito dice Matteo: beato chi ha scelto per un motivo grande di spezzare il suo pane con gli altri; chi ha scelto, in nome dell’umano, la vita sobria e solidale, perché tutti abbiano il necessario.
Perché solo il pane “nostro” è pane di Dio.
‘Beati’ è la parola che apre l’intero salterio: Beato l’uomo che non resta nella via dei peccatori, che cammina sulla via giusta.
Dio conosce solo uomini in cammino. Beati: non arrendetevi, voi i poveri, i vostri diritti non sono diritti poveri, i diritti dei deboli non sono diritti deboli. Il mondo non appartiene a chi lo rende migliore e non a chi lo compra o lo conquista. I potenti non sono beati semplicemente perché non hanno sentieri divini nel cuore.
Mi azzardo a immaginare gli occhi e le mani di Gesù oggi, la sua voce.
Lui, che era il vento della storia, verso dove ci spingerebbe? Siamo come una barca in rada, con le vele afflosciate, annusiamo il vento. E in queste pagine senti alzarsi il vento dello spirito, senti un richiamo, un grido, un urlo, che giunge a noi, compagni a riva, perché diventiamo soci di sconfinamenti, vivendo il sogno dell’azzardo. Non è ora di tirare i remi in barca.
È ora che si ricominci. Con piccole cose, e molta convinzione.
Dio non è imparziale, la sua logica ha un debole per i deboli, ha scelto ciò che nel mondo è povero e malato per cambiarlo radicalmente, per fare una storia che avanzi non per le vittorie della forza, ma per seminagioni di giustizia, e raccolti di pace.
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i migranti – milioni di disperati senza diritti – una riflessione del vescovo Perego

un diritto negato

di Gian Carlo Perego 

in “Vita Pastorale” del febbrai2026

Purtroppo, a fronte della crescita delle persone in fuga, il diritto alla protezione internazionale ha
subìto un indebolimento grave, fino anche alla negazione nei Paesi dell’Occidente che ne erano
finora i garanti: Stati Uniti ed Europa

Il Rapporto Migrantes 2025 sul “Diritto d’asilo” è aperto dalle parole di papa Leone in un videomessaggio
agli abitanti di Lampedusa: «Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli, ma
rischiamo di stare fermi, silenziosi e tristi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare. Invece no: la
storia è devastata dai prepotenti, ma è salvata dagli umili, dai giusti e dai martiri». Ingiustizia, dolore,
prepotenza, accompagnate da «crisi permanenti e responsabilità rimosse» sulla tutela del diritto d’asilo e
dalla riduzione di aiuti sembrano camminare insieme ai richiedenti asilo, ai profughi, ai rifugiati che, l’anno
scorso, sono cresciuti ancora: oltre 123 milioni di persone in fuga, in maggioranza sfollati interni (73,5
milioni), 8 milioni e mezzo di richiedenti asilo, 43 milioni di rifugiati (cresciuti di quasi 12 milioni per le
vicende palestinesi). Venezuela, Siria e Afghanistan sono i Paesi con il maggior numero di rifugiati, a cui si
aggiungono l’Ucraina con oltre 5 milioni di rifugiati e il Sud Sudan con 2 milioni e mezzo.
Cosa alimenta il cammino di chi chiede la protezione internazionale? Guerre, violenze diffuse, cre
scente numero di morti (+27%) e situazioni di crisi restano la causa principale della fuga dalle
proprie case. Sono 31 le guerre in corso e 23 le crisi sparse in tutto il mondo, che interessano in
particolare l’Africa, l’Asia e il Medio Oriente. La guerra è tornata a essere presente nell’area europea
con il conflitto tra Ucraina e Russia e le tensioni in Kosovo, a Cipro e in Georgia.
Oltre che dalle guerre si fugge anche da persecuzioni, violazioni dei diritti umani, sfruttamento e
schiavitù in 91 Paesi con regimi autoritari, che superano come numero i Paesi democratici (88). Le
donne in Afghanistan continuano a essere escluse dalla vita pubblica e in Iran subiscono continue
violenze, come in alcuni Paesi le leggi criminalizzano le persone di diverso orientamento sessuale
(Ghana, Malawi, Uganda… e anche in Bulgaria). Anche la libertà religiosa è sistematicamente
negata in vari Paesi, con gravi violazioni in Afghanistan, Cina, Eritrea, India, Nigeria, Pakistan,
Russia. Crisi climatiche crescenti (siccità, desertificazione…) e disastri ambientali mettono in fuga
45 milioni di persone soprattutto negli Usa, nelle Filippine, in India, in Cina, in Bangladesh.
Purtroppo, a fronte della crescita delle persone in fuga, il diritto alla protezione internazionale ha
subìto un indebolimento grave, fmo anche alla negazione nei Paesi dell’Occidente che ne erano
fmora i garanti: Stati Uniti ed Europa.
Il Rapporto analizza gli effetti al confine con il Messico e negli Stati Uniti delle politiche di Trump sulla
popolazione in cerca o in attesa di asilo, oltre che sui lavoratori temporanei latinoamericani. A metà set
tembre 2025, l’amministrazione Trump — che in campagna elettorale aveva promesso di chiudere il confine
meridionale con un muro di confine e fare la più grande espulsione di stranieri dagli Usa — ha emanato
almeno dodici ordini esecutivi collegati alla migrazione, con un ingente investimento di risorse, quattro volte
superiori alla spesa annuale per l’immigrazione. I provvedimenti mirano a limitare le tutele alle frontiere e in
materia di asilo, a ridurre i programmi umanitari, a diminuire i finanziamenti destinati al sistema di
rifugiati e richiedenti asilo: quasi uno smantellamento del sistema asilo.
Si è assistito nei mesi scorsi a retate, alla moltiplicazione di centri di detenzione per migranti, a
divieti di viaggio (con la cancellazione di visti), a espulsioni verso Paesi terzi. Una vera e propria
caccia al migrante, che ha generato paura e fermi di persone migranti che non avevano fatto
violazioni o infrazioni minime, generando anche gravi ripercussioni sulle famiglie, sul lavoro, sulla
realtà sociale, sull’economia, sul sistema educativo, sulla partecipazione alla vita pubblica, anche
religiosa, dei migranti, ma anche sul benessere pubblico dei cittadini.
Le azioni contro i migranti si sono sommate a un linguaggio e a una retorica disumanizzante,
condita da falsità, che hanno alimentato la loro criminalizzazione, creando una divisione sociale.
Azioni accompagnate dalla diminuzione degli aiuti per la cooperazione allo sviluppo e all’aumento
delle spese militari.
La Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha reagito ricordando che occorre trovare un equilibrio tra i
diritti degli individui alla sicurezza e alla dignità, il dovere degli Stati a proteggere il bene comune e la sicu
rezza, e l’obbligo di garantire che le leggi e le politiche siano umane e promuovano la solidarietà. Principi,
questi, che valgono anche per le leggi e le pratiche in materia di migrazione. Al tempo stesso, le comunità
cristiane, i gruppi religiosi, preti e vescovi hanno iniziato una testimonianza alternativa, che consiste nell’ac
compagnare le persone ai tribunali dell’immigrazione, a visitare gli immigrati nei centri di detenzione e a
opporsi alle azioni di contrasto che violano la dignità umana. La Chiesa negli Stati Uniti ha sviluppato,
inoltre, risposte pastorali all’incertezza e alla paura che molte comunità di immigrati stanno vivendo. Papa
Francesco, in una sua lettera, ha sostenuto l’atteggiamento e le ho. scelte della Chiesa americana.
La politica di Trump ha condizionato la politica europea. Anche l’Europa considera una priorità la
difesa e la competitività che ha un riflesso nella politica migratoria con la tendenza ad accrescere
l’esternalizzazione del controllo delle migrazioni e i rimpatri, guardando anche al modello Albania (in
realtà fallimentare), promosso dall’Italia. Anche in Europa si tende a ridurre la spesa umanitaria, la
protezione umanitaria, con l’escamotage dei cosiddetti “Paesi sicuri”, l’accelerazione dell’esame delle
domande d’asilo e la crescita dei rigetti, mediamente del 50% rispetto al numero delle domande (in Italia è al
64%).
Il Patto sulla migrazione e sull’asilo, che entrerà in vigore nel giugno di quest’anno — pesanti le
critiche di Caritas europea, degli Organismi ecclesiali impegnati nell’accompagnamento dei
migranti e richiedenti asilo, del Tavolo asilo in Italia… — sarà, purtroppo, un grave segnale di un
“indebolimento democratico” nella politica migratoria europea

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i rom e la giornata della ‘memoria’ – una riflessione di Dijana Pavlovic

non dite “mai più lo sterminio”

la memoria non è acqua passata

di Dijana Pavlovic

in “l’Unità” del 27 gennaio 2026

Ogni anno, il 27 gennaio, scrivo più o meno le stesse cose. Racconto il Porrajmos, chiedo che venga
riconosciuto, ricordo che il genocidio dei rom è stato rimosso dalla memoria pubblica europea,
sottolineo che questa rimozione ha conseguenze concrete: oggi la discriminazione, la violenza e
l’esclusione contro i rom sono strutturali, istituzionali, normalizzate. E ogni anno mi chiedo se tutto
questo produca davvero qualche risultato reale.
N on sono tra quelli che dicono che non ha senso ricordare, al contrario. Ma bisogna essere ciechi
per non vedere che, mentre ricordiamo, il mondo va chiaramente in una direzione opposta. La
violenza aumenta, si consolida. È diventata linguaggio politico legittimo, pratica istituzionale,
consenso elettorale. È sempre più forte, visibile, accettata e persino rivendicata.
Sentiamo ripetere la formula: “ricordare perché non si ripeta mai più”. Ma cosa significa,
concretamente? Se per “non si ripeta” intendiamo che non si ripeta nelle stesse identiche forme
storiche, allora è ovvio: nessun evento della storia si ripete mai in modo identico. Se invece
intendiamo che non si ripeta nella sostanza, cioè nella logica di disumanizzazione, distruzione
collettiva, annientamento sistematico, allora il problema è evidente. Stiamo ricordando mentre sta
accadendo di nuovo.
Uno degli argomenti più frequenti è che il 27 gennaio “riguarda quel genocidio, in quel contesto
storico”, e che quindi si può parlare solo della Shoah e dei prigionieri politici, come previsto dalla
legge che istituisce il Giorno della Memoria. In alcuni contesti minori, e nonostante la legge non lo
preveda – e si guardi bene dal prevederlo – si ricorda anche il Porrajmos, pur essendo stato
realizzato con modalità identiche alla Shoah.
Ma parlare di ciò che succede oggi, per esempio a Gaza, sarebbe una provocazione, una forzatura,
una strumentalizzazione.
Questo però solleva una domanda: se la memoria può parlare solo del passato e non può nominare il
presente, a cosa serve davvero? Se ricordiamo solo ciò che è già concluso, ciò che è ormai
irreversibile, ciò su cui non possiamo più intervenire, allora la memoria è sterile e inutile. Serve a
onorare i morti, certo, ed è giusto. Ma non serve più a proteggere i vivi.
Nei luoghi della memoria colpiscono sempre le liste di nomi.
Migliaia, decine di migliaia, incisi sulle pareti. Leggerli è fisicamente faticoso. È una fatica che ha
senso: ogni nome restituisce l’idea che non si tratta di numeri, ma di persone. Di vite singole,
concrete, interrotte.
Pochi mesi fa è stato pubblicato un libro: I nomi della memoria del genocidio a Gaza. Contiene i
primi 58.383 nomi raccolti in 647 giorni. Se per ogni nome ci prendessimo solo dieci secondi –
dieci secondi per riconoscere che stiamo pronunciando il nome di una persona reale – ci vorrebbero
quasi sette giorni per leggerli tutti.
Sette giorni in cui, nel frattempo, continuano a morire altre persone.
Il paradosso è questo: il Giorno della Memoria nasce per dire “mai più”, ma funziona ormai
soprattutto come strumento di separazione tra passato e presente.
Serve a dire: quello è successo allora, lì; questo che accade oggi è un’altra cosa. Come se il
problema non fosse la logica che attraversa gli eventi, ma solo la loro collocazione storica.
Forse non basta ricordare. Forse non basta nominare i morti se non siamo in grado di riconoscere i
meccanismi che producono nuovi morti. È una memoria che ha smesso di svolgere la sua funzione
principale.
E allora, perdonatemi, perdonateci, non vogliamo offendere nessuno, oggi sì, ricordiamo i nostri
morti in silenzio. E proviamo a urlare i nomi di quelli di oggi, anche se qualcuno non vuole sentir

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il commento al vangelo della domenica

E’ QUI. IN ALTO SILENZIO E CON PICCOLE COSE
il commento di E. Ronchi al vangelo della terza domenica del tempo ordinario
Mt 4, 12-23
Due luoghi opposti fanno da fondale a questo Vangelo: il deserto aspro di Macheronte e il lago sereno della verde Galilea.
Giovanni è in carcere ma la Parola non è imprigionata, e vola sulle frontiere.
“Gesù andò ad abitare a Cafarnao, presso il mare”.
Il lago di Galilea è il suo l’orizzonte geografico preferito, questo orizzonte d’acqua ispira in Lui scelte, parabole, miracoli, riti, parole come nascere dall’acqua e dallo Spirito; metafore: “vi farò pescatori di uomini”. L’acqua contiene un intero vocabolario di salvezza.
Gesù andò ad abitare nella Galilea delle genti, terra di frontiera, attraversata da ogni esercito e da tutti i mercanti, ponte naturale verso il mondo. Inizia dalla periferia d’Israele e non da Gerusalemme, perché per una legge sociologica universale il centro conserva e i margini innovano.
E inizia su rive che sanno di vento, di vele spiegate, di partenze.
Come Gesù, il cristiano è di casa nelle terre di frontiera, là dove ci sono improvvisi soffi di Spirito che aprono strade, dove c’è bisogno di innalzare le bandiere della pace. La Chiesa nasce lì, sulla prima luce che spunta, diventando, per tutti, per ogni naufrago, terra di approdo, pontile dove attraccare. Ogni comunità, un porto di terra.
Matteo ci consegna le prime parole di Gesù: “Convertitevi”. Invito che inaugura un Vangelo di movimento: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Non un’imposizione, ma un’opportunità per tutti di vivere meglio. Regno di Dio significa che un altro mondo è possibile.
Pensavamo di incontrare Dio come risultato di una lunga marcia, invece è Lui che viene. Gratuitamente. Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono e degno, io sono già amato, così come sono, per quello che sono.
La realtà non è solo questo che si vede, nel mondo c’è una incandescenza divina che scorre e che prima o poi si accende ed esplode. Un Dio diramato dentro le vene della storia; un Dio che è qui, con le mani impigliate nel folto della mia vita, non per giudicarla ma per farla fiorire in ogni sua forma.
“Il Regno si è fatto vicino”. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna, sintesi delle speranze e fine delle paure. Il Regno è qui. E’ qui come lievito dentro la pasta, come primavera dentro i nostri inverni, come polline fecondo dentro il nostro eden appassito. “E’ qui” significa che l’esito della storia sarà felice nonostante terrorismi e crisi, arsenali nucleari e inquinamento, le guerre e il degrado che ci assedia. E se io lo credo, non è per i segni che riesco a scorgere dentro il groviglio dolente dei nostri giorni, ma perché Dio si è impegnato.
Il Regno è qui. Energia immensa a cui mi abbandono, che è sempre a mia disposizione e a cui posso attingere ad ogni istante.
Il Regno è qui! Vale a dire: Dio è all’opera per seppellire tesori nei campi dei cuori, per seminare perle nel mare, in alto silenzio e con piccole cose.
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i giovani, la loro crisi, la violenza

i giovani e il confine invisibile della violenza

di Elisa Giordano
in “La Stampa” del 21 gennaio 2026

Quando l’orizzonte del successo appare chiuso, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione diventa un’opzione plausibile, spesso aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle relazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e la funzione culturale del limite. Occorre interrogarsi sulle forme simboliche con cui si racconta il successo, il fallimento e il potere.

Non c’è un momento preciso in cui la violenza entra in scena. È già presente, prima ancora che ce
ne accorgiamo: in una canzone che accompagna distrattamente una giornata qualunque, in una serie
televisiva consumata senza particolare attenzione, in parole pronunciate con leggerezza e subito
dimenticate. Nulla di clamoroso, nulla di apertamente trasgressivo. Eppure, nella somma di questi
dettagli minimi, prende forma un paesaggio culturale in cui il limite si dissolve lentamente. È in
questo spazio che la violenza esercita oggi il suo fascino più persistente, come linguaggio
semplificato capace di ridurre la complessità del reale a rapporti di forza immediati. In un mondo
competitivo, promette chiarezza, identità, rapidità, riconoscimento. Offre risposte veloci là dove il
percorso appare lungo, incerto, frustrante o precluso. Appare come una scorciatoia simbolica e non
come un’anomalia.
Gran parte dell’immaginario contemporaneo conferma questo richiamo. Già più di vent’anni fa il
rapper Frankie hi-nrg mc condensava il problema in una formula rimasta attuale: «Gli ultimi
saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili». Quando l’orizzonte del successo appare chiuso,
quando le distanze sembrano incolmabili, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione
perde il carattere di eccezione e diventa, per alcuni, un’opzione plausibile che non è
necessariamente violenta nei fatti, ma spesso è aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle
relazioni e nelle rappresentazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e della buona
educazione così come vera e propria funzione culturale del limite: quel confine interiore che
distingue tra ciò che può essere immaginato e ciò che può essere agito, tra rappresentazione e realtà,
tra desiderio e responsabilità. Una parte della produzione musicale e audiovisiva contemporanea
contribuisce a rendere questo confine meno riconoscibile, normalizzando estetiche dell’eccesso,
della sopraffazione e della volgarità. Questo non significa che possa produrre automaticamente
comportamenti conseguenti, ma potrebbe contribuire a costruire cornici di senso entro cui certe
possibilità diventano più familiari.
Salvatore Quasimodo scriveva in Uomo del mio tempo: «Sei ancora quello della pietra e della
fionda, uomo del mio tempo». Uomo capace di costruire e distruggere, chiamato a riconoscere il
male senza confonderlo con inevitabilità o normalità, natura umana che, nonostante millenni di
evoluzione sia in parte rimasta primitiva. Il richiamo della poesia è semplice e potente: riconoscere
la violenza significa comprenderla, delimitarla, non alimentarla e trasformare l’esperienza in
responsabilità consapevole. Riconoscere il limite e restituirgli centralità è la condizione per la vera
libertà. È ciò che impedisce al desiderio di trasformarsi in distruzione e alla forza di diventare
l’unico criterio di valore. Una società che fatica a rendere i suoi traguardi accessibili dovrebbe
interrogarsi sulle forme simboliche con cui racconta il successo, il fallimento e il potere.
La vera sfida del nostro tempo è imparare a riconoscere la violenza e a misurarne i confini e la
libertà autentica è la capacità di muoversi con consapevolezza dentro questi confini e di restare
umani quando tutto sembra invitare al contrario.

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il commento al vangelo della domenica

UN DIO DA PRENDERE IN BRACCIO
il commento di E. Ronchi al vangelo della seconda domenica del tempo ordinario
Is 49,3.5-6; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34
Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo.
Un agnellino, un Dio che viene non come leone ruggente, ma come uno che non si impone, che chiede di essere preso in braccio.
Ecco l’agnello, uno dei piccoli del gregge che riempivano di belati e di sangue il cortile del santuario. Anche l’agnello Gesù è stato ucciso. Chi è il mandante? Forse il Dio che sta nei cieli? Tristissima idea di Dio! Sarebbe fare mercimonio del suo amore, e un amore mercenario, che si paga, che si compra, è negazione d’amore.
Gesù non è venuto a portare il perdono, ha fatto molto di più: è venuto a portare se stesso, a mettere la sua vita dentro la vita dell’uomo, cuore dentro il cuore, respiro dentro il respiro, per sempre. Dio ha guardato l’umanità e l’ha trovata smarrita, malata, sperduta come agnellini in mezzo ai lupi, e non l’ha più sopportato. E si è fatto uomo.
Ecco l’agnello, ecco l’amore di Dio mescolato a me, la grazia mischiata alla mia disgrazia, per togliere via “quel” peccato al singolare, non i mille gesti sbagliati con cui continuamente laceriamo il tessuto del mondo, sfilacciando la bellezza delle persone.
Ma il peccato profondo, la radice malata che inquina tutto. In una parola: il disamore. Che è indifferenza, violenza, menzogna, vite lacerate, amori tossici, grembo e matrice di tutto il male del mondo.
Il mondo ci prova, ma non riesce a splendere; la terra ha tentato, ma non ce la fa a fiorire secondo il sogno di Dio; gli uomini non arrivano ad afferrare la felicità.
Allora Gesù viene, portando la rivoluzione della tenerezza, mettendosi contro una terribile, terribilmente sbagliata idea di Dio. L’agnello è un “no!” gridato al “così stanno le cose”.
Ecco l’agnello che toglie il disamore. Giovanni usa il verbo al presente, non un verbo al futuro. Cristo lavora ‘adesso’ in me, dentro i miei sbagli, dentro le mie ferite di ‘oggi’.
E in che modo? Nello stesso in cui opera nella creazione, come linfa di vite nei tralci. Per vincere il buio della notte Dio incomincia a soffiare la luce del giorno; per vincere il gelo accende il suo sole, per vincere la steppa semina milioni di semi; per vincere la zizzania del campo si prende cura della spiga. E ci chiede di passare liberi, disarmati, amorevoli fra le persone. Come lui.
Noi siamo inviati al mondo come braccia aperte, come fessura e feritoia di una rivoluzione, quella della tenerezza e della bellezza di Dio. Vorrei sottrarmi, ma il mio compito è provarci e riprovarci, con molte cadute e infinite riprese. Il resto non ci compete.
Mi basterebbe riuscire, come Giovanni l’immergitore, a indicare, di tanto in tanto, una direzione, un orizzonte, una fessura da cui traspaia un barlume della bellezza e della tenerezza di Dio, le due sole forze che salveranno il mondo.
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il mondo ridotto a giungla

col “metodo Trump” la legge del più forte sostituisce il diritto
internazionale

di Lucio Brunelli

Non è stato solo un blitz per catturare un dittatore cialtrone e impopolare. È un colpo di stato, come
forse non si era mai visto nella storia latinoamericana. Nel secolo scorso la Cia aveva agito
nell’ombra per provocare golpe militari ed assicurarsi in Brasile, Argentina, Salvador e Cile governi
“amici” di Washington che ne salvaguardassero gli interessi politici ed economici. In Venezuela
succede qualcosa di inedito: è lo stesso governo americano nella persona del presidente Trump che
ordina e rivendica pubblicamente il cambio di regime. Oggi la Casa Bianca dichiara apertamente
che gli Stati Uniti intendono “gestire” direttamente il Paese (fino a che siano maturi i tempi di una
transizione democratica) assumendo al contempo il controllo della produzione petrolifera. Trump è
stato molto schietto ponendo l’accento senza remore sui vantaggi economici derivanti dallo
sfruttamento dell’oro nero venezuelano (dopo le nazionalizzazioni dell’epoca di Chavez), facendo
riferimento ad una rinnovata Dottrina Monroe, che autorizzerebbe gli Stati Uniti ad intervenire con
la forza nel “cortile” latinoamericano laddove l’interesse nazionale fosse considerato in questione.
Vedremo dunque che forma prenderà (se la prenderà) il primo governo a stelle e strisce di una
nazione latinoamericana. La Chiesa cattolica avrebbe probabilmente seri motivi per gioire della
caduta di Maduro. Un regime storicamente ostile. È di poche settimane fa il divieto di espatrio
imposto al cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo emerito di Caracas, al quale è
stato ritirato senza motivo il passaporto all’aeroporto. Solo l’ultimo di una serie di attacchi alla
gerarchia cattolica. Ne avrebbe, di motivi ancora maggiori, la Chiesa, per auspicare la caduta di altri
regimi ostili, primo fra tutti quello sandinista di Ortega in Nicaragua e quello comunista di Miguel
Diaz-Canel a Cuba. Paesi dove la vita delle comunità cattoliche patisce limitazioni e soprusi ancora
più gravi rispetto a quelli venezuelani.
Difficilmente però la Chiesa, sia quella che opera nel “continente della speranza” (come lo
chiamava un’era fa Giovanni Paolo II), sia nelle istanze centrali romane, potrà inneggiare al metodo
Trump per riportare la democrazia. Ne abbiamo avuto conferma domenica all’Angelus di Leone
XIV: il Papa ha espresso “preoccupazione” circa le notizie provenienti dal Venezuela e ha invocato
il rispetto della “sovranità” e dello “stato di diritto”. Principi che non sembrano corrispondere alla
logica dell’uomo solo al comando che, come un pistolero nei western di John Wayne, si fa la sua
lista dei buoni e cattivi e colpisce in totale solitudine, facendosi beffe dei “cavilli” della legge. Un
metodo che delegittima la stessa impalcatura del diritto internazionale, finendo con l’esporre in
futuro ogni Paese a possibili arbitrii; una consacrazione della legge del più forte che le pur migliori
intenzioni non possono giustificare. Un mondo che incute timore, quello in cui il senso di giustizia
fosse affidato solo alla misura, alquanto soggettiva, di chi ha più potere

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il commento al vangelo della domenica

IN PRINCIPIO E NEL PROFONDO
il commento di E. Ronchi al vangelo della seconda domenica dopo Natale
Gv 1, 1-18
Giovanni, unico tra gli evangelisti, comincia il suo racconto con un poema, un inno che ci chiama a volare alto, che proietta Gesù verso i confini del tempo e dello spazio.
“In principio era il Verbo e il Verbo era Dio”. Ma poi il volo plana fra le tende dell’accampamento umano: “e venne ad abitare”, letteralmente piantò la sua tenda, “in mezzo a noi”.
Poi Giovanni apre di nuovo le sue ali e si lancia verso l’origine delle cose: “tutto è stato fatto per mezzo di Lui”. Nulla di nulla senza di lui. “In principio”, “tutto”, “nulla”, “Dio”.
Parole assolute che mettono in connessione il tempo con l’eternità, tutte le creature del cosmo con Dio.
Senza di lui nulla di ciò che esiste, è. Il Verbo è come il nodo centrale del grande tappeto, del magnifico arazzo del cosmo. Senza, tutto si disfa.
Terra e cielo si sono abbracciati e, almeno a Betlemme, almeno in quel bambino, uomo e Dio sono ormai una cosa sola, inseparabili.
In principio e nel profondo, nel tempo e fuori del tempo, sta il Verbo. E rileggo Giovanni così: “In principio sta la tenerezza, e la tenerezza è presso Dio, e la tenerezza era Dio, da sempre”. Gesù è venuto a portare sulla terra la rivoluzione della tenerezza.
E ci assicura che un’onda affettuosa viene a battere sulle rive della nostra esistenza, che siamo da forze buone miracolosamente avvolti, che siamo raggiunti da una sorgente pura che ci alimenta e che non verrà mai meno, che nella nostra vita ce n’è in gioco una vita più grande di noi.
Questa è la profondità ultima del Natale: la vita di Dio nella mia vita. Gesù Cristo non è venuto a portarci una nuova teoria religiosa, un sistema di pensiero alternativo, una morale più evoluta. È venuto a portare se stesso, a comunicare vita. Sono venuto perché abbiate la vita in abbondanza (Gv 10,10). Non ha mai compiuto un miracolo per punire, i suoi sono sempre segni che guariscono la vita e la accrescono.
“E la vita era la luce degli uomini”. Una cosa enorme: la vita stessa è luce, è come una grande parabola che racconta di Dio. Il Vangelo ci insegna a sorprendere parabole nella vita, a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo.
“Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo”. Ogni uomo è illuminato, tutti, nessuno escluso, nessuno privo di quella luce, che è come una lampada che non si spegne, un sole nella notte. La luce splende nelle tenebre, che non l’hanno vinta! Non la vincono mai.
Venne fra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto.
Dio non si merita, si accoglie. Dandogli cuore e tempo. Accogliere: parola bella che sa di porte che si aprono, di mani che accettano doni, di cuori che fanno spazio alla vita.
Cerchi luce? Ama la vita, prenditene cura. Amala! È la tenda del Verbo, di colui che ci sorprende ancora, perché abita là dove c’è vita.
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messaggio del Papa per la giornata mondiale della pace

verso una pace disarmata e disarmante

di: Leone XIV

leone xiv

Papa Leone XIV (AP Photo/Alessandra Tarantino)

 

Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la LIX Giornata mondiale della pace, «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante», 1° gennaio 2026

«La pace sia con te!».

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» (Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: «La pace sia con voi!». Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. [1]

La pace di Cristo risorto

Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cf. Ef 2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cf. Gv 10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.

Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano.

La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida «basta», alla pace si sussurra «per sempre». In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito «terza guerra mondiale a pezzi», ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso». [2]

Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.

Una pace disarmata

Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cf. Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cf. Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.

Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica». [3]

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico». [4]

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. [5] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». [6] Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità». [7]

Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». [8] È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.

Una pace disarmante

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cf. Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cf. At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità». [9]

Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità». [10]

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». [11] Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». [12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». [13] Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», [14] a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov 18,19)». [15]

Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2025

Leone PP. XIV


[1] Cf. Benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).

[2] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 3.

[3] Ibid., 1.

[4] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 60.

[5] Cf. SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security (2025).

[6] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 1.

[7] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 80.

[8] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 4.

[9] Id., Lettera al Direttore del Corriere della Sera (14 marzo 2025).

[10] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 61.

[11] Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana (17 giugno 2025).

[12] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 63.

[13] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 42.

[14] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 15.

[15] Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 37.

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