benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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l’irrazionalità di troppi italiani – il rapporto Censis

un paese vulnerabile, in cui cresce l’irrazionalità: per 3 milioni di italiani Covid non esiste

55esimo rapporto Censis: “Boom povertà: la pandemia accentua il senso di vulnerabilità. Giù il patrimonio delle famiglie, solo 15% ottimista sul post Covid” 

EMANUELE CREMASCHI VIA GETTY IMAGES

 

“l’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale. Per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. E poi: il 5,8% è convinto che la Terra è piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna, per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone”

Lo evidenzia il 55esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese. “Accanto alla maggioranza ragionevole e saggia si leva un’onda di irrazionalità”, si osserva nel rapporto, che vi legge “la spia di qualcosa di più profondo: le aspettative soggettive tradite provocano la fuga nel pensiero magico”.

L’indagine evidenzia ancora come per il 31,4% il vaccino sia un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano facciano da cavie. Per il 12,7% la scienza produce più danni che benefici. Si osserva una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste. Dalle tecno-fobie al negazionismo storico-scientifico, fino alla teoria cospirazionistica del ‘gran rimpiazzamento’ che ha contagiato il 39,9% degli italiani, certi del pericolo della sostituzione etnica.
“L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale, sia le posizioni scettiche individuali, sia i movimenti di protesta che quest’anno hanno infiammato le piazze, e si ritaglia uno spazio non modesto nel discorso pubblico, conquistando i vertici dei trending topic nei social network, scalando le classifiche di vendita dei libri, occupando le ribalte televisive”, osserva il rapporto.

“L’irrazionale che oggi si manifesta nella nostra società non è semplicemente una distorsione legata alla pandemia, ma ha radici socio-economiche profonde” e “dipende dal fatto che siamo entrati nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali” e “la fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative soggettive insoddisfatte”. Infatti, l′81% degli italiani ritiene che oggi sia molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse profuso nello studio; il 35,5% è convinto che non convenga impegnarsi per laurearsi, conseguire master e specializzazioni, per poi ritrovarsi invariabilmente con guadagni minimi e rari attestati di riconoscimento. Per due terzi (il 66,2%) nel nostro Paese si viveva meglio in passato.

Per il 51,2%, malgrado il robusto rimbalzo del Pil di quest’anno, non torneremo più alla crescita economica e al benessere del passato. Il Pil dell’Italia era cresciuto complessivamente del 45,2% in termini reali nel decennio degli anni ’70, del 26,9% negli anni ’80, del 17,3% negli anni ’90, poi del 3,2% nel primo decennio del nuovo millennio e dello 0,9% nel decennio pre-pandemia, prima di crollare dell′8,9% nel 2020.

Negli ultimi trent’anni di globalizzazione, tra il 1990 e oggi, l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite: -2,9% in termini reali rispetto al +276,3% della Lituania, il primo Paese in graduatoria, al +33,7% in Germania e al +31,1% in Francia. L′82,3% degli italiani pensa di meritare di più nel lavoro e il 65,2% nella propria vita in generale. Il 69,6% si dichiara molto inquieto pensando al futuro, e il dato sale al 70,8% tra i giovani.

Boom povertà: la pandemia accentua il senso di vulnerabilità – È boom della povertà: nel 2020 2 milioni di famiglie italiane vivono in povertà assoluta, con un aumento rilevante (+104,8%) rispetto al 2010 (980.000). L’aumento è sostenuto soprattutto al Nord (+131,4%; +67,6% Centro e +93,8% Sud). Tra le famiglie cadute in povertà assoluta durante il primo anno di pandemia, il 65% risiede al Nord (21% nel Mezzogiorno, 14% al Centro). Il rapporto evidenzia anche come la pandemia abbia accentuato il senso di vulnerabilità: il 40,3% degli italiani si sente insicuro pensando alla salute e alla futura necessità di dover ricorrere a prestazioni sanitarie.

Giù il patrimonio delle famiglie, solo 15% ottimista sul post Covid – Solo il 15,2% degli italiani ritiene che dopo la pandemia la propria situazione economica sarà migliore. Per la maggioranza (il 56,4%) resterà uguale e per un consistente 28,4% peggiorerà”. Il Rapporto del Censis evidenzia anche il rischio di erosione del patrimonio delle famiglie. “La ricchezza complessiva delle famiglie è pari a 9.939 miliardi di euro. Il patrimonio in beni reali ammonta a 6.100 miliardi (il 61,4% del totale), depositi e strumenti finanziari valgono 4.806 miliardi (al netto delle passività finanziarie, pari a 967 miliardi, corrispondono al 38,6% della ricchezza totale). Ma nell’ultimo decennio (2010-2020) il conto patrimoniale degli italiani si è ridotto del 5,3% in termini reali, come esito della caduta del valore dei beni reali (-17,0%), non compensata dalla crescita delle attività finanziarie (+16,2%). Gli ultimi dieci anni – spiega il Censis – segnano quindi una netta discontinuità rispetto al passato: si è interrotta la corsa verso l’alto delle attività reali che proseguiva spedita dagli anni ’80. La riduzione del patrimonio, esito della diminuzione del reddito lordo delle famiglie (-3,8% in termini reali nel decennio), mostra come si sia indebolita la capacità degli italiani di formare nuova ricchezza”.

L’adattamento non basta più, alla società serve un progetto – “La società italiana è mutata e ha attraversato crisi ed emergenze con il continuo intrecciarsi di realtà emerse e sommerse, quotidiane e di lungo periodo. Oggi questo non basta più. L’adattamento continuato non regge più, il nostro complessivo sistema istituzionale deve ripensare se stesso. Siamo di fronte a una società che potrà riprendersi più per progetto che per spontanea evoluzione”.  Anche alla luce dei cambiamenti posti dalla pandemia, ”è il tempo di un cronoprogramma serio”, di “riforme strutturali” e “dell’intervento pubblico” con “scelte coraggiose”.

“La ripresa dello sviluppo è la prima strutturale richiesta che la società esprime in termini di progetto unitario”, evidenzia il Censis: “Basti guardare l’enfasi posta in questi mesi sul superamento delle più favorevoli ipotesi di crescita del Pil, la sopravvalutazione del ciclo di rimbalzo dei consumi interni, la fiducia posta nella capacità dei soggetti e dei fondi pubblici di annientare gli effetti della crisi. Tutti segnali che indicano un’aspirazione collettiva e condivisa di risalita, se non di ricostruzione”.

“La pandemia, rimescolando le carte, ha costretto il Paese a porsi di fronte alle opportunità dell’accelerazione negli investimenti pubblici e privati. È il tempo di un cronoprogramma serio, non importa se dettato dai vincoli europei – indica il Censis – È il tempo delle riforme strutturali e dei grandi eventi internazionali da preparare e ospitare in Italia. È il tempo dell’intervento pubblico, orientato da scelte coraggiose”.

“Alla parola ‘crisi’ preferiamo la parola ‘transizione’, proprio a significare che il momento più grave è ormai alle spalle, che ci siamo rimessi in cammino. Intorno a ciascun progetto di transizione (green, digitale, demografica, occupazionale) si accumulano tanti sprazzi di vitalità, tanta voglia di partecipazione, tante energie positive”, scrive il Censis, che puntualizza: “Un livello opportuno di coscienza collettiva è un ingrediente necessario alla ripresa economica e sociale, e per garantire una presenza maggiore e più efficace dell’azione pubblica. Parlare con parole nuove e affrontare con serietà le fragilità del nostro tessuto sociale è quello che serve nell’attuale dialettica socio-politica. Nell’orizzonte della ripresa si nota un’inquietudine politica, timida e incerta. Ben vengano paura e incertezza del futuro, se aiuteranno nuovi modi di pensare e costruire società e istituzioni, di riconnettere tra loro tecnica e politica, vita sociale e attività statale. Solo che il sistema politico – osserva il Censis – non si annidi in un acquietamento di pensiero, maschera di ogni poco curata transizione”.

Effetti della pandemia sugli studenti, depressione e disagi –  Sui giovani studenti “dal punto di vista psicologico, il prolungato periodo di pandemia ha provocato effetti collaterali non indifferenti”. Il Censis spiega che “l′81,0% dei 572 dirigenti scolastici di scuola secondaria di secondo grado intervistati segnala che tra gli studenti sono sempre più diffuse forme di depressione e disagio esistenziale”. Nel rapporto si evidenzia poi che “l’ultima rilevazione Invalsi ha evidenziato un peggioramento delle performance degli studenti italiani rispetto al 2019, ma sarebbe ingeneroso individuare la sola causa nella didattica a distanza”.

Il contraltare di questo scenario in cui crescono depressioni e disagi è l’affermazione dell’esigenza di relazionalità e di prossimità correlata alla rivalutazione dell’andare a scuola (89,6%). evidenzia il Censis. Il 76,8% dei dirigenti sottolinea che gli studenti vivono in una fase di sospensione, senza disporre di prospettive chiare per i loro progetti di vita. Per il 79,1% nella società è diffusa una immagine dei giovani troppo negativa, che non corrisponde alla realtà. Più che apatici, indifferenti a qualunque sollecitazione (opinione del 46,3% dei dirigenti), essi sono sottoposti a continui stimoli e informazioni, di cui non riescono a operare una selezione (78,3%). Dopo quasi due anni di pandemia, le certezze rispetto al proprio futuro hanno subito un duro colpo e per il 46,6% dei dirigenti scolastici l’atteggiamento prevalente tra i propri studenti è il disorientamento.

A proposito delle cause del peggioramento delle performance degli studenti, il Censis evidenzia che il 75,6% degli oltre 1.700 dirigenti scolastici consultati è molto (29,6%) o abbastanza (46,0%) d’accordo sul fatto che la Dad “abbia solo accentuato le difficoltà della scuola nel contrastare gli effetti negativi di bassi status socio-economici e culturali dello studente”. È molto diffusa l’opinione che il peggioramento delle performance sia conseguente a un uso della Dad basato sulla mera trasposizione online della tradizionale lezione frontale, senza una reale innovazione didattica (il 65,4% è molto o abbastanza d’accordo), mentre il 62,0% lamenta un più generale deterioramento delle competenze, solo acuito dalla necessità di fare ricorso alla Dad. Una percentuale di presidi analoga (65,3%) rimarca che con la Dad non si è riusciti a instaurare una valida relazione educativa, mentre il 59,5% imputa una responsabilità non all’uso della Dad in sé, ma al suo utilizzo in un periodo come quello pandemico, con tutto il suo portato di disagio per studenti e docenti.

Inflazione tra rischi che congiurano contro la ripresa – “Ci sono fattori di freno che congiurano contro la ripresa economica. Tutti i rischi di natura socio-economica che avevamo paventato durante la pandemia (il crollo dei consumi, la chiusura delle imprese, i fallimenti, i licenziamenti, la povertà diffusa) vengono oggi rimpiazzati dalla paura di non essere in grado di alimentare la ripresa, di inciampare in vecchi ostacoli mai rimossi o in altri che si parano innanzi all’improvviso, tanto più insidiosi quanto più la nostra rincorsa si dimostrerà veloce. A cominciare dal rischio di una fiammata inflazionistica”. A ottobre 2021 – si ricorda – il rialzo dei prezzi alla produzione nell’industria è stato consistente: +20,4% su base annua. Si registra un +80,5% per l’energia, +13,3% per la chimica, +10,1% per la manifattura nel complesso, +4,5% per le costruzioni. Il Censis evidenzia poi “il forte recupero dei consumi delle famiglie (+14,4% tra il secondo trimestre del 2020 e il secondo del 2021)”, che ”è figlio dell’allentamento delle misure di contenimento del contagio”. “Si prevede una crescita dei consumi del 5,2% su base annua, inferiore alla crescita del Pil e inadeguata a ricollocare il Paese sui livelli di spesa delle famiglie del 2019”, evidenzia il Censis. “In Italia il tasso medio annuo di crescita reale dei consumi – si precisa – si è progressivamente ridotto nel tempo, passando dal +3,9% degli anni ’70 al +2,5% degli anni ’80, al +1,7% degli anni ’90. Nel primo decennio del nuovo millennio si è attestato su un +0,2% e poi l’anno della pandemia ha trascinato in negativo la media decennale: -1,2%”.

Ancora nascite in calo, soprattutto dove è circolato più virus – “Il numero di nati sta pericolosamente scendendo anno dopo anno sotto la soglia dei 400.000. La contrazione registrata dal 2015 è a doppia cifra per tutte le regioni, a eccezione del Trentino Alto Adige. Tra il 2019 e il 2020 e il trend è continuato. A livello nazionale sono il 3,9% in meno i nati, arrivando a toccare il -4,6% nelle regioni del Nord-Est, tra le più colpite dalla prima ondata della pandemia”. I Censis evidenzia come “a diminuire di più siano le nascite nei territori in cui la circolazione del virus è stata più forte: Lombardia -5,5%, Toscana -4,8%. Ma anche i territori più periferici e le regioni più piccole, come Molise (-11,2%), Valle d’Aosta (-7,8%), Sardegna (-6,9%), Umbria (-5,9%) e Basilicata (-5,0%)”. “Le ultime previsioni demografiche restituiscono un quadro a tinte fosche. Entro il 2050 in tutta Italia la quota degli ultrasessantacinquenni salirà fino al 34%. Si avrà un aumento ancora più significativo nel Mezzogiorno, che passerà dal 26,4% del 2030 al 35% del 2050, diventando così l’area più senilizzata del Paese”, aggiunge ancora il Censis. In particolare, rileva il rapporto, “il 55,3% degli italiani imputa la principale causa dell’inverno demografico alla difficoltà di trovare una occupazione stabile, mentre il 38,4% sottolinea che le giovani donne che fanno figli sono penalizzate nella carriera professionale”. Se la pandemia è stata un “grande processo di sospensione”, con molte famiglie (6,5 milioni) che dal marzo 2020 avevano maturato un progetto di cambiamento e sono state costrette a procrastinarlo, rimodularlo o annullarlo, per poter tornare alla normalità serve ancora tempo. “Con riferimento alla scuola e all’università, più di due terzi degli italiani (il 67,2%) ritengono che ci vorrà meno di un anno per tornare alle lezioni in presenza – evidenzia il Censis -. La maggior parte dei cittadini (il 56,3%) pensa che in meno di un anno ci si sposterà senza nessuna restrizione e verrà archiviato l’uso delle mascherine e il distanziamento interpersonale. In ambito lavorativo, invece, per il 41,8% della popolazione occorrerà più di un anno per tornare alla normalità e una quota pari al 17,1% è convinta che non si tornerà mai alla situazione pre-pandemia”.

La spesa energia pesa,18% budget per famiglie più povere – “Le spese per l’energia in famiglie in difficoltà economica o con situazioni abitative non adeguate possono arrivare a incidere in maniera significativa sul budget familiare”. Il Censis spiega come nel 2018 le famiglie italiane che si trovano al di sotto della soglia di povertà impiegavano mediamente il 17,8% del proprio reddito per il pagamento delle bollette e delle altre spese di casa. Questa quota scende a meno della metà (8,1%) per le famiglie al di sopra della soglia di povertà”. “All’aumentare del reddito, diminuisce significativamente il peso della casa sul reddito familiare – spiega il Censis – e sono proprio i nuclei con maggiori fragilità a subire il contraccolpo peggiore di un aumento dei prezzi dell’energia”.

Virologi in tv? Promossi solo da metà degli italiani –  Le opinioni sulla presenza sulla ribalta mediatica degli esperti nei vari campi della medicina è positivo per oltre la metà degli italiani (54,2%): perché sono stati indispensabili per avere indicazioni sui comportamenti corretti da adottare (15,5%) o perché sono stati utili per comprendere quello che accadeva (38,7%). I giudizi sono invece negativi per il 45,8%, in quanto virologi ed epidemiologi sono stati inutili e hanno creato confusione e disorientamento (34,4%) o sono stati addirittura dannosi, perché hanno provocato allarme (11,4%).

Cresce l’uso della tv specie sul web, boom per i social – Nel 2021 la fruizione della televisione ha conosciuto un incremento rilevante dovuto alla crescita sia degli usi tradizionali, sia degli impieghi più innovativi. Aumentano sia i telespettatori della tv tradizionale (il digitale terrestre: +0,5% rispetto al 2019) e della tv satellitare (+0,5%), sia quelli della tv via internet (web tv e smart tv salgono al 41,9% di utenza: +7,4% nel biennio) e della mobile tv, passata dall′1,0% di spettatori nel 2007 a un terzo degli italiani oggi (33,4%), con un aumento del 5,2% solo negli ultimi due anni.

All’interno dei processi di ibridazione del sistema dei media, anche la radio continua a rivelarsi all’avanguardia. Complessivamente nel 2021 i radioascoltatori sono il 79,6% degli italiani, stabili da un anno all’altro. Sembra essersi arrestata l’emorragia di lettori di libri: nel 2021 sono il 43,6% degli italiani, con un aumento dell′1,7% rispetto al 2019 (sebbene nel 2007 chi aveva letto almeno un libro nel corso dell’anno era il 59,4% della popolazione). Al contrario, si accentua la crisi ormai storica dei media a stampa, a cominciare dai quotidiani venduti in edicola, che nel 2007 erano letti dal 67,0% degli italiani, ridotti al 29,1% nel 2021 (-8,2% rispetto al 2019). Lo stesso vale per i settimanali (-6,5% nel biennio) e i mensili (-7,8%). Si registra ancora un aumento dell’impiego di internet da parte degli italiani: l’utenza ha raggiunto quota 83,5%, con una differenza positiva di 4,2 punti percentuali rispetto al 2019.

L’impiego degli smartphone sale all′83,3% (+7,6%) e lievitano complessivamente al 76,6% gli utenti dei social network (+6,7%). Anche durante i giorni dell’emergenza sanitaria, i telegiornali hanno mantenuto la posizione di vertice tra le fonti informative per il 60,1% degli italiani. Sono un riferimento indiscusso per i 65-80enni (73,2%), ma anche per il 42,3% dei 14-29enni. Al secondo posto c’è Facebook, utilizzato dal 30,1% degli italiani negli ultimi 7 giorni a scopi informativi.

Divario stipendi: donne 18% in meno, uomini 12% in più – Il lavoro dipendente è ancora caratterizzato da divari retributivi. Prendendo in esame le retribuzioni degli oltre 15 milioni di lavoratori pubblici presenti negli archivi Inps, evidenzia un dato medio complessivo riferito alla giornata retribuita si attesta a 93 euro. Una donna percepisce una retribuzione inferiore di 28 euro se confrontata con quella di un uomo. La retribuzione per una donna è inferiore del 18% rispetto alla media, mentre quella di un uomo è del 12% superiore. In base all’età dei lavoratori emerge una differenza di 45 euro tra un under 30 anni e un over 54. La penalizzazione dei giovani è di 30 punti percentuali rispetto alla media e di 48 punti rispetto ai lavoratori con più di 54 anni. Ampia è anche la distanza tra la paga giornaliera di chi ha un contratto a tempo indeterminato rispetto al tempo determinato e fra full time e part time.

La giornata lavorativa del tempo indeterminato vale 97 euro contro i 65 del lavoro a termine, la retribuzione giornaliera del tempo pieno vale più di due volte quella del tempo parziale. Più in generale, evidenzia il Censis, “bassi tassi di occupazione, alti tassi di disoccupazione (soprattutto dei giovani) e ampie sacche di inattività (soprattutto femminile) sono le caratteristiche di un mercato del lavoro sempre più sclerotizzato”. Per il 30,2% degli italiani al primo posto tra i fattori che frenano l’inserimento professionale ci sono le retribuzioni disincentivanti che i datori di lavoro (Stato compreso) offrono in cambio della prestazione lavorativa anche nei confronti di chi dispone di competenze e capacità adeguate. Al secondo posto, per il 29,9% c’è la persistenza di condizioni inadeguate per avviare un’attività in proprio, a partire dal peso dei troppi adempimenti burocratici, fino al carico fiscale che grava sull’attività d’impresa.

Con il Covid giù il tasso di attività donne: Italia ultima in Ue – “A giugno 2021, nonostante il rimbalzo dell’economia del primo semestre, le donne occupate hanno continuato a diminuire: sono 9.448.000, alla fine del 2020 erano 9.516.000, nel 2019 erano 9.869.000. Durante la pandemia 421.000 donne hanno perso o non hanno trovato lavoro. Il tasso di attività femminile (la percentuale di donne in età lavorativa disponibili a lavorare) a metà anno è al 54,6%, si è ridotto di circa 2 punti percentuali durante la pandemia e rimane lontanissimo da quello degli uomini, pari al 72,9%”. Il Censis evidenzia che da questo punto di vista l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi europei, guidati dalla Svezia, dove il tasso di attività femminile è pari all′80,3%, e siamo distanti anche da Grecia e Romania, che con il 59,3% ci precedono immediatamente nella graduatoria.

“La pandemia ha comportato un surplus inedito di difficoltà rispetto a quelle abituali per le donne che si sono trovate a dover gestire in casa il doppio carico figli-lavoro”, spiega il Censis: il 52,9% delle donne occupate dichiara che durante l’emergenza sanitaria si è dovuto sobbarcare un carico aggiuntivo di stress, fatica e impegno nel lavoro e nella vita familiare, per il 39,1% la situazione è rimasta la stessa del periodo pre-Covid e solo per l′8,1% è migliorata. Tra gli occupati uomini, invece, nel 39,3% dei casi stress e fatica sono peggiorati, nel 44,9% sono rimasti gli stessi e nel 15,9% sono migliorati”. Guardando poi ai giovani, un’indagine del Censis evidenzia che come sia molto forte la percezione che i gangli del potere decisionale siano in mano alle fasce anziane della popolazione. Il 74,1% dei giovani di 18-34 anni ritiene che ci siano troppi anziani a occupare posizioni di potere nell’economia, nella società e nei media, enfatizzando una opinione comunque ampiamente condivisa da tutta la popolazione (65,8%). Il 54,3% dei 18-34enni (a fronte del 32,8% della popolazione complessiva) ritiene che si spendano troppe risorse pubbliche per gli anziani, anziché per i giovani.

La precarietà lavorativa sperimentata nei percorsi di vita individuali influenza il clima di fiducia verso lo Stato e le istituzioni. Il 58% della popolazione italiana tende a non fidarsi del governo, ma tra i giovani adulti la percentuale sale al 66%. I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, costituiscono una eclatante fragilità sociale del nostro Paese. Tra tutti gli Stati europei, l’Italia presenta il dato più elevato, che negli anni continua a aumentare. Nel 2020 erano 2,7 milioni, pari al 29,3% del totale della classe di età 20-34 anni: +5,1% rispetto all’anno precedente. Nel Mezzogiorno sono il 42,5%, quasi il doppio dei coetanei che vivono nelle regioni del Centro (24,9%) o nel Nord (19,9%).

Per gli italiani la Pa digitale è irrinunciabile – Basta con le file e le richieste su
carta stampata, largo a servizi e app che permettano di ottenere certificati e documenti con un clic: è il desiderio del 38,1% degli italiani. Anche dopo la pandemia, la Pa digitale è considerata irrinunciabile. Seguono l’e-commerce (29,9%), il conto corrente online (24,3%) e l’home delivery (24,2%) come opportunità delle quali cui non si potrà più fare a meno. E’ quanto emerge dal Rapporto Censis sullo situazione sociale del Paese. Per il 20,2% è lo smart working a essere intoccabile (e il dato sale al 28,6% tra i 30-44enni). Quasi la metà della popolazione (il 48,7%) ha già attivato l’identità digitale Spid, ma i divari sociali e territoriali pesano ancora molto. Le percentuali più elevate di utenti si registrano nelle grandi aree metropolitane (59,5%) e tra le persone dotate di titoli di studio più alti (tra i diplomati e i laureati si sale al 61,6%). Invece i picchi più bassi di utenti Spid si riscontrano al Sud (40,2%) e tra gli anziani (32,1%).

Boom di richieste d’aiuto dalle donne, la casa è sempre più fortezza – “Nell’anno del Covid-19 le donne chiuse in casa hanno avuto più paura, tanto che sono cresciute in maniera esponenziale le richieste di aiuto: nel 2020 si sono registrate 31.688 chiamate al numero verde 1522 (+48,8% rispetto al 2019). Di queste, 11.653 erano vittime di violenza e 1.342 di stalking. Il trend non sembra diminuire nel 2021: nei primi tre mesi dell’anno le chiamate sono state 7.974 (+38,8% rispetto al primo trimestre 2020)”.

“Le donne raccontano di non sentirsi sicure anche fuori casa: il 75,8% ha paura di camminare per strada e prendere i mezzi pubblici la sera (per gli uomini la percentuale si riduce al 41,6%) e l′83,8% teme i luoghi affollati (la percentuale si ferma al 66,4% tra gli uomini)”, evidenzia il Censis. Ma nella società cresce anche la paura del web: “dal primo agosto 2020 al 31 luglio 2021 in Italia sono stati denunciati complessivamente 1.875.038 reati, in diminuzione del 7,1% rispetto allo stesso periodo del 2020. Nello stesso periodo i reati informatici sono stati 202.183, il 10,8% del totale, e hanno registrato un incremento del 27,3%. Gli italiani sono consapevoli che il web nasconde pericoli da cui bisogna tutelarsi”.

Sempre restando sul capitolo sicurezza, le case si sono trasformate da rifugio a fortezza: “quasi 9 milioni di italiani, il 17,4% della popolazione adulta, hanno paura di stare da soli in casa di notte. Due terzi di questi, 6 milioni, sono donne.
Non stupisce che il 90,9% degli italiani abbia almeno un sistema di sicurezza a difesa della propria abitazione. Il più diffuso è la porta blindata (65,7%), il 56,5% non tiene in casa oggetti di valore, il 37,0% ha installato un sistema di allarme, il 32,8% protegge gli accessi dalle porte o dalle finestre con le inferriate e il 30,3% ha installato una telecamera. Inoltre, il 9,6% degli italiani adulti, 4,8 milioni, dichiara di possedere un’arma da fuoco”.

Per 8 su 10 la formazione non è garanzia di lavoro stabile – C’è in Italia “un’occupazione povera di capitale umano, una disoccupazione che coinvolge anche un numero rilevante di laureati e offerte di lavoro non orientate a inserire persone con livelli di istruzione elevati indeboliscono la motivazione a fare investimenti nel capitale umano”. Il Rapporto del Censis evidenzia che l′83,8% degli italiani ritiene che l’impegno e i risultati conseguiti negli studi non mettono più al riparo i giovani dal rischio di dover restare disoccupati a lungo e l′80,8% degli italiani (soprattutto i giovani: l′87,4%) non riconoscono una correlazione diretta tra l’impegno nella formazione e la garanzia di avere un lavoro stabile e adeguatamente remunerato. Quasi un terzo degli occupati possiede al massimo la licenza media. Sono 6,5 milioni nella classe di età 15-64 anni, di cui 500.000 non hanno titoli di studio o al massimo hanno conseguito la licenza elementare. Anche tra i poco meno di 5 milioni di occupati di 15-34 anni quasi un milione ha conseguito al massimo la licenza media (il 19,2% del totale), 2.659.000 hanno un diploma (54,2%) e 1.304.000 sono laureati (26,6%). Considerando gli occupati con una età di 15-64 anni, la quota dei diplomati scende al 46,7% e quella dei laureati al 24,0%.

Bonus case, ma a rischio scuole e ospedali maltenuti –  “Uno degli ambiti in cui le misure espansive si sono concretizzate in modo più evidente è l’edilizia privata. Al 30 settembre 2021 gli interventi edilizi in corso o conclusi incentivati con il super-bonus 110% sono stati più di 46.000, per un ammontare di investimenti ammessi a detrazione pari a quasi 7,5 miliardi di euro (di cui il 68,2% per lavori conclusi), con un onere per lo Stato di 8,2 miliardi”. Il Censis evidenzia però anche “il rischio che una parte dello stock di abitazioni private sia oggetto di un generoso intervento di riqualificazione energetica (nonché di valorizzazione economica) a carico della collettività, mentre molti asset pubblici (dalle scuole agli ospedali) permangano in uno stato di cattiva manutenzione”. Il boom degli ultimi mesi nell’uso del super bonus, evidenzia il Censis, è legato alla crescita della quota relativa ai condomini, che oggi è pari solo al 13,9% degli interventi (la percentuale era del 7,3% a febbraio), ma rappresenta poco meno della metà dell’ammontare complessivo (il 47,7%), dato che l’importo medio dei lavori nei condomini si attesta intorno ai 560.000 euro, contro i circa 100.000 euro degli interventi su singole unità immobiliari.

Da ritardo politiche attive rischio strozzatura Pnrr – “Il basso impegno nella formazione continua e il ritardo nell’adozione di efficaci politiche attive del lavoro rischiano di rappresentare una strozzatura per il perseguimento degli obiettivi di crescita previsti dal Pnrr”. “Tra il 2012 e il 2020 la partecipazione alla formazione continua delle persone di 25-64 anni è passata dal 6,6% al 7,2%, con un incremento di soli 8 decimi di punto. Nello stesso periodo la media per l’Unione europea è aumentata di un punto, dall′8,2% al 9,2%. Le imprese italiane di minore dimensione accedono poco ai fondi per la formazione finanziata: lo fa solo il 6,2% delle Pmi contro il 64,1% delle aziende che contano più di 1.000 dipendenti”, spiega il rapporto, evidenziando criticità anche sull’altra gamba su cui poggiare la realizzazione degli obiettivi del Pnrr, cioè la possibilità di disporre di un sistema coerente di politiche attive del lavoro: “oggi i centri pubblici per l’impiego in Italia riescono a entrare in contatto soltanto con il 18,7% delle persone in cerca di occupazione.

A livello europeo la percentuale sale al 42,5%, con punte del 63,6% in Germania e del 60,3% in Svezia”. Le attese degli italiani sul futuro del lavoro: rischio precarietà e fiducia nell’attuazione del Pnrr. L’emergenza sanitaria ha avviato un nuovo ciclo dell’occupazione. Il 36,4% degli italiani ritiene che la crisi si sia tradotta in una maggiore precarietà (tra le donne la percentuale sale al 42,3%).
Il secondo effetto è l’esperienza del lavoro da casa e la possibilità di conciliare le esigenze personali con quelle professionali: lo pensa il 30,2% degli italiani (e il 32,4% delle donne). Cresce l’aspettativa nel futuro, soprattutto per il 27,8% della popolazione che considera le risorse europee e il Pnrr elementi in grado di garantire occupazione e sicurezza economica per i lavoratori e le famiglie.
Basse retribuzioni, disoccupazione, disaffezione al lavoro. Bassi tassi di occupazione, alti tassi di disoccupazione (soprattutto dei giovani) e ampie sacche di inattività (soprattutto femminile): sono le caratteristiche di un mercato del lavoro sempre più sclerotizzato. Per il 30,2% degli italiani al primo posto tra i fattori che frenano l’inserimento professionale ci sono le retribuzioni disincentivanti che i datori di lavoro (Stato compreso) offrono in cambio della prestazione lavorativa anche nei confronti di chi dispone di competenze e capacità adeguate. Al secondo posto, per il 29,9% c’è la persistenza di condizioni inadeguate per avviare un’attività in proprio, a partire dal peso dei troppi adempimenti burocratici, fino al carico fiscale che grava sull’attività d’impresa.

I divari retributivi nel lavoro dipendente. Prendendo in esame le retribuzioni degli oltre 15 milioni di lavoratori pubblici presenti negli archivi Inps, il dato medio complessivo riferito alla giornata retribuita si attesta a 93 euro. Una donna percepisce una retribuzione inferiore di 28 euro se confrontata con quella di un uomo. La retribuzione per una donna è inferiore del 18% rispetto alla media, mentre quella di un uomo è del 12% superiore. In base all’età dei lavoratori emerge una differenza di 45 euro tra un under 30 anni e un over 54. La penalizzazione dei giovani è di 30 punti percentuali rispetto alla media e di 48 punti rispetto ai lavoratori con più di 54 anni. Ampia è anche la distanza tra la paga giornaliera di chi ha un contratto a tempo indeterminato rispetto al tempo determinato e fra full time e part time. La giornata lavorativa del tempo indeterminato vale 97 euro contro i 65 del lavoro a termine, la retribuzione giornaliera del tempo pieno vale più di due volte quella del tempo parziale.
L’utilità sociale delle libere professioni. Dal 2008 al 2020 il lavoro indipendente in Italia si è ridotto di 719.000 unità, passando da quasi 6 milioni di occupati a poco più di 5 milioni (-12,2%). Nello stesso periodo il lavoro dipendente, nonostante le ripetute crisi, è aumentato di oltre mezzo milione di occupati: +532.000 (+3,1%). Nel periodo considerato le libere professioni sono aumentate (+241.000 occupati: +20,9%). Ma tra il 2019 e il 2020 il saldo finale per i liberi professionisti porta un segno negativo, con una riduzione di 38.000 occupati.
Ma resta intatto il loro appeal. Il 40,0% degli italiani definisce la libera professione un’attività prestigiosa, che fa valere le competenze acquisite e l’impegno dedicato allo studio. Per il 34,1% si tratta di un lavoro utile, importante per la collettività.

Il Covid è business: metà dei sequestri riguarda dispositivi antivirus – “Dei 16.638.268 articoli contraffatti sequestrati nel 2020 dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Dogane, in diminuzione del 39,1% rispetto al 2019, ben 8.327.879 possono essere classificati come dispositivi anticovid”. Il Censis spiega che “si tratta soprattutto di mascherine, guanti monouso, tute e termometri. I dati relativi ai pezzi sequestrati nel 2020 testimoniano la presenza di traffici significativi di dispositivi di protezione, igienizzanti, termometri contraffatti e non sicuri, e la ancora più pericolosa vendita online di falsi medicinali per il Covid-19″. “Se ai dispositivi contraffatti si aggiungono gli oltre 46 milioni di dispositivi medici che sono stati ritirati dal mercato perché ritenuti non sicuri, che rappresentano il 61,2% del totale dei pezzi non sicuri sequestrati nel corso del 2020 – osserva il Censis -, è ancora più evidente quale sia stato il peso del Covid-19 sul mercato dell’illecito”.

Il rapporto evidenzia anche “la resilienza alla pandemia degli imprenditori stranieri”: “Durante la pandemia, in risposta alla mancanza di lavoro dipendente, i migranti hanno continuato a mostrare la loro vitalità. Tra il 2019 e il 2020, a fronte di una riduzione degli imprenditori italiani dell′1%, quelli stranieri sono aumentati dell′1,9%, spiega il Censis, aggiungendo che a fine dicembre 2020 risultano essere 463.048. Di questi, 376.264 provengono da Paesi extracomunitari. L’aumento dei titolari di impresa stranieri, a fronte di una riduzione degli italiani, prosegue anche nel primo semestre del 2021. A fine giugno gli imprenditori stranieri sono 465.352 (+1,8%) e rappresentano il 15,5% del totale”.

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i lager del nostro tempo destinati ai migranti – la denuncia di papa Francesco

 Il filo spinato è «simbolo d’odio. Dio risvegli la coscienza di tutti noi». I lager nel XX secolo? Ci sono anche oggi, sono per i migranti. Papa Francesco lo esclama parlando «a braccio» durante la preghiera ecumenica con i migranti nella chiesa parrocchiale di Santa Croce a Nicosia, nel suo secondo giorno di visita a Cipro prima di andare in Grecia, domani. Tra i migranti presenti all’incontro, anche alcuni che saranno tra quelli trasferiti in Italia per iniziativa del Pontefice e con la collaborazione della Comunità di Sant’Egidio.

Afferma il Vescovo di Roma: «Noi ci lamentiamo quando leggiamo le storie dei lager del secolo scorso, dei nazisti, di Stalin. “Come mai è potuto succedere?” Ma sta succedendo anche oggi, nelle spiagge vicine, ponte di schiavitù». Il Vescovo di Roma ha «guardato alcune testimonianze filmate: storie di tortura. Questo lo dico perché è compito mio far aprire gli occhi. È la guerra di questo momento, è la sofferenze di fratelli e sorelle. E non possiamo tacere».

E nell’ultima capitale d’Europa separata in due parti da un muro, nella chiesa che si trova vicino alla barriera di divisione tra la parte greco-cipriota e quella turco-cipriota, il Pontefice dice, ancora senza leggere il testo scritto: «Scusatemi, ma vorrei dire quello che ho nel cuore: i fili spinati, ma questa è una guerra di odio che vive un Paese, ma finiscono anche in altre parti dove si mettono per non lasciare entrare il rifugiato, quello che viene a chiedere libertà, pane, aiuto, fratellanza, gioia, che sta fuggendo dall’odio si trova davanti a un odio che si chiama filo spinato». Il Vescovo di Roma auspica «che il Signore risvegli la coscienza di tutti noi davanti a queste cose. Non possiamo tacere e guardare dall’altra parte in questa cultura dell’indifferenza».

Bergoglio cita il caso di «quando gli interessi di gruppi, o gli interessi politici, anche delle nazioni, spingono tanti di noi a restare da una parte, senza volerlo, schiavi: perché l’interesse sempre schiavizza, sempre crea schiavi. L’amore, che è contrario all’odio, ci fa liberi».

E come segno «della sollecitudine del Santo Padre verso famiglie e persone migranti, il Viaggio Apostolico a Cipro sarà accompagnato nelle prossime settimane da un gesto umanitario di accoglienza di circa 12 rifugiati, alcuni dei quali il Papa ha salutato questa sera al termine dell’incontro di preghiera ecumenica con i migranti». È quanto riferisce la Sala stampa vaticana confermando, ma solo in parte, le notizie già diffuse: i 12 rifugiati, infatti, costituirebbero la prima tranche del ricollocamento, mentre altre ne seguiranno tra gennaio e febbraio fino a un totale di 50 persone. Il loro trasferimento e «l’accoglienza sarà reso possibile grazie ad un accordo tra la Segreteria di Stato, le Autorità italiane e cipriote, e la collaborazione con la Sezione per i Migranti e Rifugiati della Santa Sede e la Comunità di Sant’Egidio».

Il Vescovo di Roma vuole rivolgere «un grande “grazie” dal cuore» ai quattro giovani migranti di cui ha ascoltato le testimonianze di grandi ferite e sofferenze, ma anche sogni e speranze, da cui si è detto «commosso»: una, Mariamie Besala Welo, dalla Repubblica Democratica del Congo, poi Thamara da Silva dallo Sri Lanka, Maccolins Ewoukap Nfongock dal Camerun e Rozh Najeeb dall’Iraq. Dice il Papa: «La vostra presenza, fratelli e sorelle migranti, è molto significativa per questa celebrazione. Le vostre testimonianze sono come uno “specchio” per noi, comunità cristiane». Secondo Francesco, «la brutalità della migrazione mette in gioco la propria identità». Ma non devono «farci paura le differenze tra noi, piuttosto le nostre chiusure e i nostri pregiudizi, che ci impediscono di incontrarci veramente e di camminare insieme. Le chiusure e i pregiudizi ricostruiscono tra noi quel muro di separazione che Cristo ha abbattuto, cioè l’inimicizia». In questo mondo, evidenzia, «siamo abituati alla cultura dell’indifferenza, alla cultura di guardare dall’altra parte, e addormentarci». Dio parla «attraverso i vostri sogni – aggiunge – Chiama anche noi a non rassegnarci a un mondo diviso, a comunità cristiane divise, ma a camminare nella storia attratti dal sogno di Dio: un’umanità senza muri di separazione, liberata dall’inimicizia, senza più stranieri ma solo concittadini». Diversi, «certo, e fieri delle nostre peculiarità, che sono dono di Dio, diversi, fieri di esserlo, ma concittadini riconciliati. Possa quest’isola, segnata da una dolorosa divisione, diventare con la grazia di Dio laboratorio di fraternità». Cipro è «generosa, ma non può fare tutto. Non può rispondere alle necessità di accogliere e integrare di tutti quanti arrivano. Dobbiamo capire i limiti».

Per il Papa «l’odio ha inquinato anche le nostre relazioni tra cristiani. E questo lascia il segno, un segno profondo, che dura a lungo. È un veleno da cui è difficile disintossicarsi. È una mentalità distorta, che invece di farci riconoscere fratelli, ci fa vedere come avversari, come rivali, quando non come oggetto da vendere, o da sfruttare».

Francesco è oggi protagonista di incontri ecumenici con gli ortodossi, di una messa per la piccola comunità cattolica locale, e della preghiera con i migranti. Al mattino, all’Arcivescovado ortodosso di Nicosia è prevista la visita di cortesia di Papa Bergoglio a Chrysostomos II, arcivescovo ortodosso di Cipro. Poi il Pontefice incontra il Santo Sinodo presso la Cattedrale ortodossa. Dopo la presentazione delle rispettive delegazioni e il colloquio privato, e dopo avere firmato il «Libro d’Onore», papa Francesco si reca nella Cattedrale ortodossa per incontrare il Santo Sinodo. «Pellegrino a Cipro, perla di storia e di fede, invoco da Dio umiltà e coraggio per camminare insieme verso la piena unità e donare al mondo, sull’esempio degli Apostoli, un fraterno messaggio di consolazione e una viva testimonianza di speranza»: lo ha scritto siglando il Libro d’Onore all’Arcivescovado ortodosso. Al suo arrivo è accolto sull’altare dal patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Pierbattista Pizzaballa, che gli porge l’acqua santa per l’aspersione. Quindi, dopo il canto d’inizio, il saluto del Patriarca e le testimonianze di un membro della Caritas di Cipro e di quattro giovani migranti, il Papa pronuncia il suo discorso. Al termine, dopo la preghiera ecumenica, la recita del Padre Nostro e la Benedizione finale, viene offerto un dono al Pontefice. Quindi papa Francesco va nella stanza accanto per salutare i membri del Religious Track of the Cyprus Peace Project, promosso dall’Ambasciata di Svezia, perché tra i capi religiosi di Cipro si coltivi il dialogo ai fini della riunificazione. Francesco auspica «di cuore che aumentino le possibilità di frequentarci, di conoscerci meglio, di abbattere tanti preconcetti e di porci in docile ascolto delle rispettive esperienze di fede. Sarà per ciascuno un’esortazione stimolante a fare meglio e porterà a entrambi un frutto spirituale di consolazione». Incentrando il suo discorso sulla figura di san Barnaba – sodale di san Paolo e primo evangelizzatore dell’isola di Cipro – il cui nome significa al tempo stesso «figlio della consolazione» e «figlio dell’esortazione», il Papa vuole assicurare ai «fratelli ortodossi la preghiera e la vicinanza mia e della Chiesa cattolica, nei problemi più dolorosi che vi angosciano come nelle speranze più belle e audaci che vi animano. Le tristezze e le gioie vostre ci appartengono, le sentiamo nostre! E sentiamo di avere anche tanto bisogno della vostra preghiera». Inoltre, per «rivitalizzarci nella comunione e nella missione occorre anche a noi il coraggio di spogliarci di ciò che, pur prezioso, è terreno, per favorire la pienezza dell’unità. Non mi riferisco certo a quanto è sacro e aiuta a incontrare il Signore – spiega – ma al rischio di assolutizzare certi usi e abitudini, non essenziali per vivere la fede. Non lasciamoci paralizzare dal timore di aprirci e di compiere gesti audaci, non assecondiamo quella “inconciliabilità delle differenze” che non trova riscontro nel Vangelo! Non permettiamo che le tradizioni, al plurale e con la “t” minuscola, tendano a prevalere sulla Tradizione, al singolare e con la “T” maiuscola. Essa ci esorta a imitare Barnaba, a lasciare quanto, anche buono, può compromettere la pienezza della comunione, il primato della carità e la necessità dell’unità». Anche «noi siamo invitati dal Signore, per riscoprirci parte dello stesso Corpo, ad abbassarci fino ai piedi dei fratelli». Ammette il Papa: «Certo, nel campo delle nostre relazioni la storia ha aperto ampi solchi tra di noi, ma lo Spirito Santo desidera che con umiltà e rispetto ci riavviciniamo. Egli ci invita a non rassegnarci di fronte alle divisioni del passato e a coltivare insieme il campo del Regno, con pazienza, assiduità e concretezza. Perché se lasciamo da parte teorie astratte e lavoriamo insieme fianco a fianco, ad esempio nella carità, nell’educazione, nella promozione della dignità umana, riscopriremo il fratello e la comunione maturerà da sé, a lode di Dio». Così ognuno «manterrà i propri modi e il proprio stile, ma con il tempo il lavoro congiunto accrescerà la concordia e si mostrerà fecondo». Non mancano anche oggi «falsità e inganni che il passato ci mette davanti e che ostacolano il cammino. Secoli di divisione e distanze ci hanno fatto assimilare, anche involontariamente, non pochi pregiudizi ostili nei riguardi degli altri, preconcetti basati spesso su informazioni scarse e distorte, divulgate da una letteratura aggressiva e polemica. Ma tutto ciò distorce la via di Dio, che è protesa alla concordia e all’unità».

Dopo avere lasciato la Cattedrale ortodossa, papa Francesco celebra la Messa per la comunità cattolica di Cipro, nella memoria di san Francesco Saverio, nel Gsp Stadium di Nicosia. Si tratta dello stadio più grande di Cipro e ha una capacità di circa 22mila posti. Si stima che alla Messa siano presenti circa 10mila persone, come riferisce la Sala stampa vaticana. Introdotto da un breve indirizzo di saluto di Pizzaballa, nel corso della Celebrazione eucaristica, dopo la proclamazione del Vangelo, il Papa pronuncia l’omelia: «Dinanzi a ogni oscurità personale e alle sfide che abbiamo davanti nella Chiesa e nella società, siamo chiamati a rinnovare la fraternità. Se restiamo divisi tra di noi, se ciascuno pensa solo a sé o al suo gruppo, se non ci stringiamo insieme, non dialoghiamo, non camminiamo uniti, non possiamo guarire pienamente dalle cecità. La guarigione viene quando portiamo insieme le ferite, quando affrontiamo insieme i problemi, quando ci ascoltiamo e ci parliamo. È la grazia di vivere in comunità, di capire il valore di essere comunità». Bergoglio lo chiede «per voi: possiate stare sempre insieme, essere sempre uniti; andare avanti così e con gioia: fratelli cristiani, figli dell’unico Padre. E lo chiedo anche per me». Per Francesco è «bello vedervi e vedere che vivete con gioia l’annuncio liberante del Vangelo. Vi ringrazio per questo. Non si tratta di proselitismo, ma di testimonianza; non di moralismo che giudica, ma di misericordia che abbraccia; non di culto esteriore, ma di amore vissuto. Vi incoraggio ad andare avanti su questa strada. Usciamo a portare la luce che abbiamo ricevuto – esorta – usciamo a illuminare la notte che spesso ci circonda! C’è bisogno di cristiani illuminati ma soprattutto luminosi, che tocchino con tenerezza le cecità dei fratelli; che con gesti e parole di consolazione accendano luci di speranza nel buio. Cristiani che seminino germogli di Vangelo nei campi aridi della quotidianità, che portino carezze nelle solitudini della sofferenza e della povertà». Secondo il Pontefice, «ciascuno di noi è in qualche modo cieco a causa del peccato, che ci impedisce di “vedere” Dio come Padre e gli altri come fratelli. Questo fa il peccato, distorce la realtà: ci fa vedere Dio come padrone e gli altri come problemi. È l’opera del tentatore, che falsifica le cose e tende a mostrarcele sotto una luce negativa per gettarci nello sconforto e nell’amarezza». E la «brutta tristezza, che è pericolosa e non viene da Dio, si annida bene nella solitudine. Dunque, non si può affrontare il buio da soli. Se portiamo da soli le nostre cecità interiori, veniamo sopraffatti. Abbiamo bisogno di metterci l’uno accanto all’altro, di condividere le ferite, di affrontare insieme la strada».

Al suo rientro in Nunziatura, dopo la Messa celebrata allo stadio di Nicosia, papa Francesco si intrattiene brevemente con il Rabbino Capo di Cipro e per suo tramite invia un saluto alla comunità ebraica cipriota. Successivamente saluta la direttrice del carcere di Cipro, che gli ha portato un saluto e un dono da parte dei detenuti, tra i quali migranti incarcerati perché senza documenti.

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muri, muri, muri – lo scandalo dei muri che fanno dell’Europa un grande lager per i profughi

il contagio dei muri 

Jacques Gaillot


in “www.garriguesetsentiers.org” del 1° dicembre 2021 (traduzione: www.finesettimana.org)


Avete notato il contagio dei muri nel mondo? Muri che separano popoli e impediscono loro di circolare. Muri della vergogna. Muro tra Israeliani e Palestinesi, tra Americani e Messicani, tra Spagnoli e Africani…
Alla televisione, guardavo con indignazione quel muro di fili spinati innalzato dalla Polonia per impedire ai migranti provenienti dalla Bielorussia di entrare. Oggi, è la volta della Lituania di elevare il suo muro di filo spinato.
Quando il muro di Berlino è stato distrutto il 9 novembre 1989, non immaginavo che l’Europa sarebbe diventata una fortezza! I muri non sono forse fatti per essere distrutti un giorno?
Ma ci sono in noi muri che ci separano gli uni dagli altri.
Il muro del denaro tra ricchi e poveri.
Il muro dei pregiudizi e della diffidenza che divide tante famiglie e gruppi!
Il muro dell’indifferenza che fa sì che ci si ignori.
Il muro dell’oblio che a cadere una cappa di piombo su ciò che si è vissuto con altri.
Il muro dell’odio soprattutto, che crea una separazione apparentemente insuperabile tra gli umani.
L’uomo di Nazareth ha passato la vita a far cadere muri.
Mi piace pensare che sia nato fuori le mura e che sia morto fuori le mura. Con la sua morte sulla croce, ha distrutto il muro di odio che ci separava gli uni dagli altri.
Il pianeta appartiene alla famiglia umana. Siamo fatti per circolare e vivere insieme. Non si fa la pace con del cemento e dei fili spinati che imprigionano le persone.

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il commento al vangelo della domenica

Giovanni, il profeta raggiunto dalla Parola


Giovanni, il profeta raggiunto dalla Parola
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della seconda domenica di Avvento Anno C

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto […].

Una pagina solenne, quasi maestosa, dà avvio a questo Vangelo. Da un luogo senza nome il racconto si lancia fino al cuore dell’impero romano, sconfina dal Giordano fino al trono di Tiberio Cesare. Il Vangelo attraversa le frontiere politiche, sociali, etniche, religiose, per introdurre Gesù, l’uomo senza frontiere, l’asse attorno al quale ruotano i secoli e i millenni, mendicanti e imperatori. Traccia la mappa del potere politico e religioso, e poi, improvvisamente, introduce il dirottamento: nell’anno 15° dell’impero di Tiberio Cesare, la parola di Dio venne… su chi? Sull’imperatore? Sul sommo sacerdote? Su un piccolo re? Su nessuno di questi, ma su di un giovane, un asceta senza tetto, che viveva mangiando il nulla che il deserto gli offriva: insetti e miele faticoso. La Parola di Dio vola via dal tempio, lontano dalle stanze del potere, e raggiunge un povero nel deserto, amico del vento senza ostacoli, del silenzio vigile, dove ogni sussurro raggiunge il cuore. La parola discese a volo d’aquila sopra Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto. La nuova capitale del mondo è un luogo senza nome, nelle steppe di Giuda. Là dove l’uomo non può neppure vivere, lì scende la parola che fa vivere. E percorreva tutta la regione del Giordano. Portava un annuncio, anzi era portato da un annuncio: Raddrizzate, appianate, colmate… C’è del lavoro da fare, un lavoro enorme: spianare e colmare, per diventare semplici e diritti e senza barriere. Quel giovane profeta un po’ selvatico dipinge un paesaggio aspro, che ha i tratti duri e violenti della nostra storia, irta di barriere e burroni, dove ogni violenza apre un baratro da colmare, tronca strade, non permette il cammino degli uni verso gli altri e, insieme, verso Dio. E le strade su cui Dio sceglie di venire sono sempre le nostre strade… L’ultima riga del Vangelo è bellissima: ogni uomo vedrà la salvezza. Ogni uomo? Sì, letteralmente: ogni donna, ogni anziano, ogni straniero. Dio vuole tutti salvi, e in qualche modo misterioso raggiungerà tutti, e non si fermerà davanti a burroni o montagne, né davanti alla tortuosità del mio passato o ai cocci della mia vita. Ogni uomo vedrà la salvezza: «ogni uomo che fa esperienza dell’amore, viene in contatto con il Mistero di Cristo in un modo che noi non conosciamo» (Gaudium et spes 22). Ogni persona, di ogni razza e religione, di ogni epoca, sotto ogni cielo, che fa esperienza dell’amore, sfiora e tocca il Mistero di Dio. È da brividi la bellezza e la potenza di questa parola. Tu sei in contatto con il mistero, se ami. Ognuno di noi, se ama, confina con Dio ed entra nel pulsare stesso, profondo, potente e generativo, della vita di Dio.

(Letture: Baruc 5,1-9; Salmo 125; Lettera ai Filippesi 1,4-6.8-11; Luca 3,1-6)

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i ‘no-vax’ “sono la prova che la democrazia è in crisi”, così Crepet

Paolo Crepet sui no-vax:

“sono la prova che la democrazia è in crisi”

il profilo psicologico degli anti-siero

«È tutta colpa del benessere, se oggi quando arriva il medico anziché metterci in ginocchio saliamo sul pulpito. La società dei bisogni soddisfatti ci fa sentire dei padreterni anche se non sappiamo nulla. Ci sentiamo onnipotenti e perciò ci fidiamo solo di noi stessi, andando a cercare su Internet, il regno del tutto e del suo contrario, pezze pseudoscientifiche che confermino e rinforzino le nostre paure»

Paolo Crepet ne ha viste tante, «ero uno di quelli rimasti sgomenti più di vent’ anni fa quando Porta a Porta affrontava le tesi del medico Di Bella, quello della terapia anti-cancro che illuse migliaia di persone, ma non mi sarei mai aspettato che Massimo Cacciari, che giovane sindaco di Venezia mise su con mio padre a Marghera il primo centro studi sulla cancerogenesi ambientale, diventasse un punto di riferimento della protesta anti Green pass. Quanta acqua è passata sotto le calli…».

Evoca i cattivi maestri?

«Non vorrei, è un’immagine abusata, però sono tante le figure di tipico intellettuale narcisista con il gusto del proselitismo più che della responsabilità civile».

Le fanno rabbia?

«Gli intellettuali quando parlano vengono ascoltati più degli altri, hanno una maggiore autorevolezza. Per questo dovrebbero essere più responsabilità degli altri».

Il popolo no vax però non è fatto solo di intellettuali narcisisti…

«Durante il terrorismo, quando i cattivi maestri mandavano tanti ragazzi ignoranti allo sbaraglio…».

I no vax sarebbero ignoranti?

«La cosa che più mi ha sorpreso in questa guerra di religione tra vaccinati e no è stata la grande carenza scientifica diffusa. Dalla patria della Montalcini, della Montessori, del professor Sclavo, primo grande immunologo, che ci salvò dal carbonchio, non me lo aspettavo. Noi siamo un popolo di scienziati, non solo di letterati, preti e geniacci…». 

Infatti ci siamo vaccinati più degli altri…

«Meno di quanto avrei pensato».

Perché il Nord Europa si è vaccinato di meno?

«Perché sta meglio economicamente. Chi è più benestante può permettersi di essere egoista».

Il no vax è un egoista?

«Applica la regola del “si salvi chi può”, ciascuno a suo modo. È uno che pensa di trovare da solo la soluzione alla pandemia, fenomeno di massa. È un egoista saccente».

Ne dà un quadro psicologico?

«Il fenomeno no vax non è sintetizzabile in una tipologia psicologica, dentro c’è un mondo. C’è la sensibilità ultracattolica anti-scientista, da sempre diffidente verso la scienza, perché se è Dio che dà e toglie la vita il medico è un elemento di disturbo, non un mediatore. C’è l’intellettuale, che gioca con la propria intelligenza, se ne compiace e per ostentarla è disposto pure alla malafede. E c’è la massa di chi ha paura e trova nei cattivi maestri le giustificazioni ai propri timori».

I timorosi sono convincibili?

«Non troppo, perché hanno il tratto patologico che porta all’assoluta capacità di pensare in maniera non duale. Sono persone che hanno rigidità ideologiche non scalfibili, che diventano una sorta di pelle e di ossessione».

Per vaccinare i no vax meglio il pugno di ferro o la persuasione?

«Anche la persuasione è un’attività violenta. A questo punto meglio l’obbligo, più diretto e meno manipolatorio. Il vaccino serve e i suoi rischi sono minimi, i dati lo dimostrano, quindi bisogna farlo: questo dovrebbe dire il governo».

Ecco il conflitto sociale dei nostri anni analizzato dallo psichiatra e sociologo più mediatico degli ultimi trent’ anni. Crepet non è sorpreso dalla divisione fideistica che la profilassi ha iniettato nel tessuto del Paese, «perché noi italiani, da Dante in giù, amiamo per tradizione dividerci polemicamente». Ma è preoccupato dalla deriva ideologica del movimento no vax, che ormai pare un esercito, perché «per dirla con Sartre, le ideologie sono una meraviglia se le pensi ma diventano una galera quando si trasformano in fatti. Guru è una parola bellissima, significa colui che ti porta dal buio alla luce, ma talvolta viene usata per descrivere chi, più o meno consapevolmente, si presta a fare il processo inverso». E siccome siamo un Paese di furbastri, creato il bisogno, ecco che arriva subito chi lo soddisfa. Il no vax vuol essere rassicurato di non essere dalla parte del torto? Arriva il giornalista, il professore o l’intellettuale che gli fornisce una spiegazione da rivendersi al bar o in famiglia. C’è anche il medico che prescrive finte attestazioni allergiche al no vax, l’avvocato che ti fa la causa se ti licenziano… «Il Covid è stata un’occasione per tutti» chiosa Crepet, anche per molti scienziati che si sono trovati a diventare da oscuri lavoratori star riconosciute. Ma al di là di furbetti o approfittatori, no vax per convenienza prima che per convinzione, «il mio timore» spiega Crepet «è che, con l’introduzione da parte del governo delle nuove restrizioni ci sia una risposta sociale violenta, come si sta già iniziando a vedere nel Nord Europa». 

C’è altro, oltre al benessere, nelle rivolte di piazza del Nord?

«Queste proteste mi portano a riflettere su una contraddizione delle democrazie moderne: forse è proprio vero che sono in crisi».

Come sostengono i no vax?

«No, in modo diverso. Se metto il Green pass è ovvio che è una limitazione della libertà, ma siccome la Costituzione prevede che per necessità di salute pubblica si possano prendere provvedimenti eccezionali, il certificato verde non vìola l’essenza della democrazia, anzi la conferma. I dati che ci dicono che dove ci sono più vaccinati e restrizioni il contagio è minore, giustificano le nuove misure».

La democrazia sarebbe quindi in crisi perché i singoli si sentono talmente liberi dal non volersi assoggettare alle sue regole?

«Esattamente. La Costituzione si chiama così perché disciplina la nostra vita, le leggi di interesse pubblico sono costituzionali, antidemocratico è opporvisi. Mi fa ridere chi parla di libertà negata dal Green pass. Oggitutti noi abbiamo un telefonino, siamo rintracciabili ovunque e se andiamo in un posto dove cade il segnale, entriamo noi nel panico. Ecco, nessuno è libero».

Per paradosso quindi opporsi alla scienza è un sintomo di modernità della società?

«Di falsa, o perversa, modernità. Da ragazzi guardavamo ad Amsterdam e a Londra come a un modello avanzato, culturale e di vita. Noi a vent’ anni la domenica pranzavamo con la nonna e i nostri coetanei olandesi si svegliavano nel letto con la fidanzata. Erano più liberi, più fluidi. Mi rendo conto però che l’eccesso di fluidità sociale porta alla rigidità individuale. Il Covid è la cartina di tornasole di tutto questo».

La dottrina no vax come la religione dell’individuo che scardina le regole della società e finisce per non accettare quelle della scienza e dello Stato?

«Siamo a un punto di ritorno. Se hai tutto, pensi di non aver bisogno di nulla, provi nausea verso le regole, diventi un autarchico. Ma l’autarchia uccide la speranza, e quindi la vita. Tant’ è che il no vax preferisce rischiare anziché vivere. E rigido fino all’autolesionismo».

C’è una soluzione?

«Indietro non si può tornare, ma andando troppo avanti su questa strada si rischia di ritrovarsi alla preistoria, dove non c’era società, non c’erano regole e ognuno era per sé. La nostra capacità di stare insieme è al minimo. Il messaggio sociale che emerge dalla reazione al virus mi preoccupa più della pandemia, che passerà, mentre la nostra moderna incapacità di fidarsi dell’altro è più difficile da curare del Covid».

Colpa dei social se non ci affidiamo più?

«I social sono il vero attentato alla nostra libertà, la via per rimbecillirsi. Hanno creato le basi della cultura dell’uno vale uno, che è deleteria, perché ciascuno parla di quel che non sa. Non a caso i social sono il nutrimento principe dei no vax».

Forse anche i virologi che in tv si contraddicono offrono carburante ai no vax…

«Non è vero. In tutti i campi i professionisti hanno opinioni differenti, tanto più nella scienza, che è quotidiana scoperta, ridiscussione dei traguardi, sperimentare e tornare indietro. Chi crede nella scienza, lo accetta. Gli altri si aspettano verità assolute, come dagli stregoni, ma poi in realtà si fabbricano lel loro verità, non riconoscendo altro pensiero che il proprio».

Davvero non ci sono stati errori di comunicazione?

«La comunicazione è stata terribile. Gli scienziati spesso hanno forzato parole e comportamenti per restare protagonisti. Essere chiamati in tv è più importante che comunicare. Il governo avrebbe dovuto nominare Silvio Garattini portavoce unico: posato, serio, autorevole, razionale. Solo che poi degli altri cosa ne resta?».

Quante vite vale un punto di share in tv?

«Sì, talvolta si chiamano no vax o giornalisti anti-vaccini più per fare audience e alimentare il dibattito che per informare. Le comunicazioni sbagliate sono state troppe, andavano evitate. Il contrario della comunicazione non è il silenzio ma la schizofrenia di informazioni».

È la pluralità dell’informazione, il diritto d’opinione…

«Permettere a tutti di dire ogni cosa non è democrazia ma cais».

La confusione l’ha fatta anche il governo…

«Il maggior peccato del governo è non aver creduto che la chiarezza fosse la via migliore per convincere, sul vaccino e su tutto il resto. Si è preferito terrorizzare e offrire verità assolute, che quando si parla di scienza e società generano sempre contraddizioni. Lo stiamo vedendo anche con il vaccino ai bambini».

Il peccato è stato dire quel che faceva comodo, piegando la realtà alle necessità di Stato?

«Sulla didattica a distanza è stato fatto così. Sono arrivati a dire che l’insegnamento via computer è preferibile rispetto a frequentare l’università. Poi si stupiscono se i giovani sono alienati. Il lockdown ha minato psicologicamente una generazione. I ragazzi sono stati blanditi per farli stare a casa, ingannati sulle qualità dell’insegnamento a distanza e premiati poi con valutazioni di comodo. Ne vedremo presto i danni».

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il commento al vangelo della domenica

se non alzi il tuo capo non vedrai l’arcobaleno


Se non alzi il tuo capo non vedrai l'arcobaleno
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della  I Domenica di Avvento Anno C

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. (…).

Ricomincia da capo l’anno liturgico, quando ripercorreremo un’altra volta tutta la vita di Gesù. L’anno nuovo inizia con la prima domenica d’Avvento, il nostro capodanno, il primo giorno di un cammino (quattro settimane) che conduce a Natale, che è il perno attorno al quale ruotano gli anni e i secoli, l’inizio della storia nuova, quando Dio è entrato nel fiume dell’umanità. Ci saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per ciò che dovrà accadere. Il Vangelo non anticipa la fine del mondo, racconta il segreto del mondo: ci prende per mano e ci porta fuori, a guardare in alto, a sentire il cosmo pulsare attorno a noi; ci chiama ad aprire le finestre di casa per far entrare i grandi venti della storia, a sentirci parte viva di una immensa vita. Che patisce, che soffre, ma che nasce. Il mondo spesso si contorce come una partoriente, dice Isaia, ma per produrre vita: è in continua gestazione, porta un altro mondo nel grembo. La terra risuona di un pianto mai finito, ma il Vangelo ci domanda di non smarrire il cuore, di non camminare a capo chino, a occhi bassi. Risollevatevi, alzate il capo, guardate in alto e lontano, la liberazione è vicina. Siamo tentati di guardare solo alle cose immediate, forse per non inciampare nelle macerie che ingombrano il terreno, ma se non risolleviamo il capo non vedremo mai nascere arcobaleni. Uomini e donne in piedi, a testa alta, occhi nel sole: così vede i discepoli il Vangelo. Gente dalla vita verticale. Allora il nostro compito è di sentirci parte dell’intero creato, avvolti da una energia più grande di noi, connessi a una storia immensa, dove anche la mia piccola vicenda è preziosa e potente, perché gravida di Dio: «Cristo può nascere mille volte a Betlemme, ma se non nasce in me, è nato invano» (Meister Eckart). Gesù chiede ai suoi leggerezza e attenzione, per leggere la storia come un grembo di nascite. Chiede attenzione ai piccoli dettagli della vita e a ciò che ci supera infinitamente: “esisterà pur sempre anche qui un pezzetto di cielo che si potrà guardare, e abbastanza spazio dentro di me per poter congiungere le mani nella preghiera” (Etty Hillesum). Chiede un cuore leggero e attento, per vegliare sui germogli, su ciò che spunta, sul nuovo che nasce, sui primi passi della pace, sul respiro della luce che si disegna sul muro della notte o della pandemia, sui primi vagiti della vita e dei suoi germogli. Il Vangelo ci consegna questa vocazione a una duplice attenzione: alla vita e all’infinito. La vita è dentro l’infinito e l’infinito è dentro la vita; l’eterno brilla nell’istante e l’istante si insinua nell’eterno. In un Avvento senza fine.
(Letture: Geremia 33,14-16; Salmo 24; Prima Lettera ai Tessalonicesi 3,12-4,2; Luca 21,25-28.34-36)

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le ‘beatitudini’ del vescovo secondo papa Francesco

 le beatitudini del vescovo

il regalo di papa Francesco ai vescovi italiani

L'immagine del Buon Pastore sul cartoncino donato dal Papa ai vescovi italiani

l’immagine del Buon Pastore sul cartoncino donato dal Papa ai vescovi italiani – Cei

«beato il vescovo che fa della povertà e della condivisione il suo stile di vita, perché con la sua testimonianza sta costruendo il regno dei cieli»

Inizia così il testo legato all’immaginetta che il papa ha dato ai vescovi italiani al termine dell’incontro di apertura dell’Assemblea generale. Le parole riprodotte sull’immagine donata dal Papa sono quelle dell’omelia pronunciata dall’arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, per l’ordinazione episcopale dei suoi ausiliari lo scorso 31 ottobre.

«le beatitudini del vescovo»

Beato il Vescovo che fa della povertà e della condivisione il suo stile di vita, perché con la sua testimonianza sta costruendo il regno dei cieli.

Beato il Vescovo che non teme di rigare il suo volto con le lacrime, affinché in esse possano specchiarsi i dolori della gente, le fatiche dei presbiteri, trovando nell’abbraccio con chi soffre la consolazione di Dio.

Beato il Vescovo che considera il suo ministero un servizio e non un potere, facendo della mitezza la sua forza, dando a tutti diritto di cittadinanza nel proprio cuore, per abitare la terra promessa ai miti.

Beato il Vescovo che non si chiude nei palazzi del governo, che non diventa un burocrate attento più alle statistiche che ai volti, alle procedure che alle storie, cercando di lottare al fianco dell’uomo per il sogno di giustizia di Dio perché il Signore, incontrato nel silenzio della preghiera quotidiana, sarà il suo nutrimento.

Beato il Vescovo che ha cuore per la miseria del mondo, che non teme di sporcarsi le mani con il fango dell’animo umano per trovarvi l’oro di Dio, che non si scandalizza del peccato e della fragilità altrui perché consapevole della propria miseria, perché lo sguardo del Crocifisso Risorto sarà per lui sigillo di infinito perdono.

Beato il Vescovo che allontana la doppiezza del cuore, che evita ogni dinamica ambigua, che sogna il bene anche in mezzo al male, perché sarà capace di gioire del volto di Dio, scovandone il riflesso in ogni pozzanghera della città degli uomini.

Beato il Vescovo che opera la pace, che accompagna i cammini di riconciliazione, che semina nel cuore del presbiterio il germe della comunione, che accompagna una società divisa sul sentiero della riconciliazione, che prende per mano ogni uomo e ogni donna di buona volontà per costruire fraternità: Dio lo riconoscerà come suo figlio.

Beato il Vescovo che per il Vangelo non teme di andare controcorrente, rendendo la sua faccia “dura” come quella del Cristo diretto a Gerusalemme, senza lasciarsi frenare dalle incomprensioni e dagli ostacoli perché sa che il Regno di Dio avanza nella contraddizione del mondo.

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il commento al vangelo della domenica

è l’amore disarmato che cambia il mondo


È l'amore disarmato che cambia il mondo
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della solennità di Cristo Re (Anno B)
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». (…) Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Pilato, l’uomo che detiene il maggior potere in Gerusalemme, e il giovane rabbi disarmato: l’uno di fronte all’altro, di fronte alla storia del mondo.
Tu sei il re dei giudei? Possibile che quel galileo dallo sguardo limpido e diritto sia a capo di una rivolta, che ne nasca un pericolo per Roma? No, quell’uomo inerme è un pericolo per i complotti del sinedrio, per i giochi dei politici: ti hanno consegnato a me, vogliono ucciderti. Cosa hai fatto? Gesù mi commuove con il suo coraggio, con la sua statura interiore, mentre fa alzare sul pretorio un vento regale di libertà e fierezza. E adesso apre il mondo di Pilato, lo dilata, fa irrompere un’altra dimensione, un’altra latitudine del cuore: il mio regno non è di questo mondo, dove si combatte, si fa violenza, si abusa, si inganna, ci si divora. Nel mio regno non ci sono legioni, né spade, né predatori. Per i regni di quaggiù, per il cuore di quaggiù, l’essenziale è vincere, nel mio Regno la cosa più importante è servire. Il mio regno appartiene ai poveri, ai limpidi, ai liberi, agli artigiani della pace e della giustizia… Sono venuto per far sorgere i re di domani tra i piccoli di oggi. «Sono venuto nel mondo, per testimoniare un’altra verità». La parola di Gesù è vera proprio perché disarmata, non ha altra forza che la sua luce. È lì davanti, la verità; è quell’uomo in cui le parole più belle del mondo sono diventate carne e sangue, sono diventate vere. Oggi non celebriamo la salita al trono del padrone del mondo, Gesù non è questo: lui è l’autore e il servitore della vita. Che ci cambia la logica della storia attraverso la rivoluzione della tenerezza, parola ultima sul senso della nostra esistenza e, insieme, sul cuore di Dio. Allora, chi è il mio re? Chi il mio Signore? Chi da ordini al mio futuro? Io scelgo lui, ancora lui, il nazareno, con la certezza che il nostro contorto cuore, questa storia aggrovigliata, stanno percorrendo, nonostante tutte le smentite, un cammino di salvezza. Perché Dio è coinvolto, è qui, ha le mani impigliate per sempre nel folto di ogni vita. Pilato prende l’affermazione di Gesù: io sono re, e ne fa il titolo della condanna, l’iscrizione derisoria da inchiodare sulla croce: questo è il re dei giudei. Voleva deriderlo, e invece è stato profeta: il re è visibile là, sulla croce, con le braccia aperte, dove dona tutto di sé e non prende niente di nostro. Potere vero, quello che cambia il mondo, è la capacità di amare così, di disarmato amore, fino all’ultimo, fino all’estremo, fino alla fine.
Venga il tuo Regno, Signore, e sia bello come tutti i sogni, sia intenso come tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per forzarne l’aurora.

(Letture: Daniele 7,13-14; Salmo 92; Apocalisse 1,5-8; Giovanni 18,33b-37)

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‘buona vita’, il nuovo libro di papa Francesco

“buona vita”

il manifesto di papa Francesco per risvegliarsi alla vita, a ogni età 

“Buona Vita”, il manifesto di Papa Francesco per risvegliarsi alla vita, a ogni età – L’anticipazione su ilfattoquotidiano.it
il nuovo libro di papa Francesco: Buona Vita. Tu sei una meraviglia (ed. Libreria Pienogiorno, 240 pagg., 15,90 euro), pubblicato in collaborazione con Libreria Editrice Vaticana
 Buona Vita è il manifesto di Papa Francesco per risvegliarsi alla vita, a ogni età. Il senso del libro è riassumibile in 15 regole per una Buona Vita indicate dal santo padre 
 
1 – Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.
2 – Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila. Quell’unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita.
3 – Non arrenderti alla notte. Ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori ma dentro di te. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e ha 15 regole per una buona vita messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme.

5 – Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza. Credi, Lui ti aspetta. Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.

6 – Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude. Se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche noi. Dio ci ha fatti per fiorire. Ricordo la poesia del grande poeta greco Nikos Kazantzakis intitolata Il mandorlo: «La quercia chiese al mandorlo: / Parlami di Dio. / E il mandorlo fiorì».

7 – Ovunque tu sia, costruisci! Se sei caduto, alzati! Non restare mai a terra, alzati, lasciati aiutare per tornare in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla.

8 – Opera la pace in mezzo agli uomini. E non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Non ascoltare queste voci. Gli esseri umani, per quanto siano diversi gli uni dagli altri, sono stati creati per vivere insieme. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità.

9 – Ama le persone. Amale a una a una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la propria storia da raccontare. Ciascuno di noi ha una storia unica e insostituibile. Ogni bambino che nasce è la promessa di una vita che ancora una volta si dimostra più forte della morte. Ogni amore che sorge è una potenza di trasformazione che anela alla felicità.

10 – E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà. La forza della nostra speranza è credere a una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’umanità scoperte scientifiche e tecnologiche. Hanno solcato gli oceani, hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini e le donne che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita per tutti. Pensa a questi uomini e a queste donne.

11 – Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. Pensa che ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta, e sminuisce la tua stessa dignità. La vita non cessa con la tua esistenza, e in questo mondo verranno altre generazioni che succederanno alla nostra, e tante altre ancora. Ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio. Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura! La nostra nemica più infida non può nulla contro la fede.

12 – E quando ti troverai impaurito davanti a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel Battesimo la tua vita è già stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartieni a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell’uomo: il peccato, l’odio, il crimine, la violenza.

13 – Abbi sempre il coraggio della verità. Però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l’ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini. Anche se tu vivessi nel silenzio di un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano, e nella preghiera tutto riconsegni a Dio.

14 – Se sbagli, rialzati. Nulla è più umano che commettere errori. Ma quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non rimanere ingabbiato nei tuoi sbagli. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico.

15 – Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene. Nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino. Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore. Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai.

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svegliati, chiesa italiana! un’intervista con don Armando Matteo

la chiesa italiana dorme e non comunica più

La Chiesa italiana non vuole svegliarsi, non vuole crescere e non vuole parlare con gli adulti. Come Peter Pan. E’ la tesi che don Armando Matteo, sottosegretario alla Congregazione per la dottrina della fede, sviluppa nel suo recente libro

stimolante intervista con l’autore

Il suo precedente libro (“Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni”, Ancora 2020) è stato mandato dal cardinal Bassetti, presidente della CEI, a tutti i vescovi italiani. Ora don Armando Matteo, da poco nominato sottosegretario alla Congregazione per la dottrina della fede, ha dato alle stampe un nuovo testo (“Convertire Peter Pan. Il destino della fede nella società dell’eterna giovinezza”, Ancora 2021), da leggere assolutamente.

Perché don Armando ha il pregio, non comune tra i teologi italiani, di mettere a fuoco le questioni scomode, a volte sgradevoli, che non si vorrebbero affrontare e di abbozzare non tanto e non solo risposte ma soprattutto un cambio di sguardo e di prospettiva. Don Armando, già assistente nazionale della FUCI, ha il coraggio di indicare una conversione radicale della mentalità pastorale e di delinearne i contenuti. Non bastano più rattoppi, servono scelte non più procrastinabili. La crisi, contrariamente a quanto molti ancora pensano, non è passeggera. Sta franando un mondo e la Chiesa è destinata a mutare il suo volto. Dopo la fine della societas christiana, una chiesa di minoranza. Ma non una chiesa di minorati. Credenti che stanno “dentro”, da adulti, nella complessità del presente. E ci stanno “rivestiti a festa”. Per salvare la profezia del Vangelo e custodire l’umanità.

Don Armando, partiamo dal titolo del libro: perché “convertire Peter Pan”? Tu scrivi di ritenerla un’assoluta necessità  altrimenti c’è il rischio che “Peter Pan converta noi credenti”..

“Peter Pan” è, a mio avviso, la cifra perfetta di quella rivoluzione straordinaria capitata all’universo degli adulti e delle adulte dell’Occidente. Nel giro di pochi anni, essi hanno sperimentato la possibilità di un’esistenza più lunga, meno frustrante, meno soggetta al lavoro faticoso, con maggiori confort, cibo, salute, occasioni di divertimento e di viaggi. E ancora con tantissime potenzialità e libertà che i nostri avi neppure potevano lontanamente sospettare. Nello stesso tempo questa nuova condizione li ha portati a reinterpretare il senso dell’umano sul metro della giovinezza.

Essi, infatti, credono ad una sola cosa e cioè che, fuori dalla giovinezza, non c’è salvezza per l’umano. In questo modo, tuttavia, mandando alla malora il tratto generativo e generazionale proprio della specie. Per questo, alla fine dei conti, noi adulti siamo sempre di più autoreferenziali e intransitivi. Ed il punto è che oggi Peter Pan – noi adulti, in soldoni – non solo non vuole più crescere, ma di fatto non fa più crescere nessuno.

Con incredibile precisione evita di assumere la pur minima postura adulta, quella che servirebbe ai nostri cuccioli per crescere. La Chiesa non può stare a guardare un tale “disastro”. E per intervenire deve accettare che Peter Pan ha messo radicalmente in crisi il suo sistema di trasmissione della fede e il suo modello di annuncio del Vangelo. E deve fare presto. Cambiando tutto quello che è necessario cambiare per provare a “convertire Peter Pan”. Il rischio, infatti, è che, prendendo e perdendo ancora tempo, Peter Pan convinca gli uomini e le donne di Chiesa che è “il fare come si è sempre fatto” l’elisir della eterna giovinezza della fede!

Ancora una volta insisti sulla mancanza dell’adulto. Perché nella Chiesa abbiamo così poca coscienza di questo fatto oggettivamente inconfutabile?

La prima ragione è che gli adulti siamo tantissimi. Il nostro Paese soffre di ciò che si chiama “degiovanimento”. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, ogni genitore aveva più figli, al presente ogni figlio ha più genitori! Ed è sempre difficile cogliere i cambiamenti che avvengono sulla propria pelle, ancora di più quando la stragrande maggioranza della popolazione vive tali cambiamenti. Questo vale anche per quegli adulti che presiedono alla vita della Chiesa. Peter Pan non è fuori di noi. È dentro di noi. La seconda è più importante ragione è che il sistema economico che ci governa fa di tutto per difendere l’innocenza di Peter Pan.

Che male c’è, per gli adulti, a volersi vestire, pensare, vivere, sognare, impegnarsi da giovane? Che male c’è se pesi 70 kili e vuoi metterti comunque i leggings? E se fai vedere i calzini o le caviglie e hai già 60 anni suonati? Peter Pan è la leva dell’economia oggi: i suoi affetti e i suoi affari vanno a braccetto. Pensiamo a quanto denaro, quanti interessi, quanta passione circola per quei tipi che in pantaloncini danno calci ad una palla di cuoio, ormai ogni giorno della settimana!

Non mi pare sia roba degna di una specie che si chiamò sapiens sapiens, non almeno ai livelli raggiunti oggi. In più sono decenni che la Chiesa continua a pensare e ad occuparsi del mondo dei giovani e dei ragazzi senza tenere conto del fatto che vivono a strettissimo contatto con un mondo adulto. Ora questo mondo adulto andrebbe pure conosciuto perché di fatto condiziona il destino buono delle nuove generazioni (possibilità di credere in Gesù, inclusa). Brevemente, non esiste un’attitudine ecclesiale di pensare il mondo degli adulti. Mettiamoci la rapidità della svolta del postmoderno e la frittata è fatta. Quando gli uomini di Chiesa parlano del mondo sembra che stiano raccontando qualcosa del giurassico.

Ti soffermi sulla provocazione (e la realtà) del segno delle chiese ancora semivuote. In che modo rischiano di essere parabola del cristianesimo prossimo?

Le chiese semivuote erano in realtà semivuote anche prima della pandemia da covid-19 che ci ha colpito. Noi le vedevamo piene, ma erano piene sostanzialmente di anziani e di piccoli. Allora non riuscivamo a vedere gli adulti e le adulte che già mancavano. Ed in verità è questo il vero vuoto del cristianesimo oggi. Ci manca una parola per gli adulti, una prassi di dialogo con gli adulti, un modo di essere e di parlare da credenti in grado di intercettare il cuore degli adulti. Il quale nel frattempo è sempre più ad immagine e somiglianza di Peter Pan.

Paradossalmente, poi, le chiese potrebbero restare ancora semivuote, anche quando (ed è cosa che non possiamo non sperare) quelli che ora non le frequentano (gli anziani e le anziane) per la paura del contagio o per aver assunto l’abitudine di seguire on line ed in tv le liturgie ritorneranno in presenza. Il seggio vacante dell’adulto di oggi non sarà colmato senza una vera e propria rivoluzione missionaria e pastorale da parte di noi credenti, di noi che ancora ci stiamo.

Tu rifiuti l’idea che esistano ancora – come sostiene Le Chevalier – “credenti non praticanti”. Perché?

Come provo a spiegare nel libro, penso che sia l’ora di storicizzare quella categoria. Essa era buona per indicare situazioni del passato che oggi si danno sempre più raramente. Mi riferisco a quelle situazioni di oggettiva conflittualità tra l’esistenza delle persone e l’appartenenza alla vita ecclesiale (la scelta del partito comunista, per esempio, una convivenza pubblica, un tradimento noto ed altro ancora). Coloro che si trovavano in queste situazioni erano portati a sentirsi quasi stigmatizzati dalla societas christiana e dunque a tenere per sé l’eventuale professione di fede cristiana. Mantenere in vita quella categoria è oggi più che pericoloso. Rappresenta l’alibi perfetto per ritardare la scelta della conversione missionaria e pastorale. Pensiamo a chi non pratica come ad uno che comunque crede: appunto ad un credente che semplicemente non pratica! Il trionfo di Peter Pan racconta di un’altra verità.

Dreher parlava di “opzione Benedetto”. Tu in modo suggestivo parli invece di “opzione Francesco”. Cosa intendi?

È tempo di mettere in pratica quello che da otto anni e mezzo ci raccomanda papa Francesco e che io ho riassunto con questa formula dell’“opzione Francesco”. Basta con ritirate sull’Aventino da cristiani depressi e risentiti. Basta con atteggiamenti gattopardeschi con piccole spulciatine alla siepe senza zappare a fondo il terreno del nostro giardino ecclesiale. Scegliamo Francesco! Per prima cosa, questo implica che dobbiamo accettare che il nostro non è un mondo che cambia, ma è un mondo che è già cambiato e che dunque siamo di fronte a rivoluzioni dell’umano che mettono in crisi gli assetti del passato e aprono a sfide inedite. Il postmoderno non è un raffreddore di mezza stagionale. In secondo luogo, dobbiamo accettare con serenità che non si dà più qualcosa come un “inconscio cristiano collettivo” al quale poter fare riferimento per il nostro annuncio del Vangelo.

La grammatica dell’umano che oggi vive è fortemente estranea (quando non addirittura contraria) alla grammatica di fondo del Vangelo. Ed è pure fortemente sostenuta dai processi economici che governano il mondo. Quei processi che dicono a Peter Pan che va tutto bene e che non c’è nessun male a non voler crescere e ad impedire di crescere ai suoi figli. Per questo, nel nostro impegno di evangelizzazione non siamo più avvantaggiati da nulla.

Si deve incominciare proprio dall’inizio: dal dire chi è Gesù e le ragioni per le quali proprio oggi è sommamente umano credere in lui. Dobbiamo andare da Peter Pan, fissarlo negli occhi e provare a svegliarlo. Da ultimo, dobbiamo cambiare l’attuale regime pastorale. Noi continuiamo a dare risposte a domande che nessuno ci pone più, perché nessuno si pone più. Insomma, noi continuiamo a porgere il buon cibo del Vangelo in un modo che non attrae più nessuno. E la situazione è tale che non possiamo rattoppare il regime pastorale ereditato. Va cambiato radicalmente, nella linea trasformazione delle parrocchie in luoghi in cui chiunque possa incontrarsi con Gesù e innamorarsi di lui.

Insisti sulla necessità di cambiare radicalmente la pastorale. Cosa e come immagini?

Quello che immagino e che mi auguro è che, grazie al nostro lavoro di invenzione pastorale, chiunque nel mondo possa sapere che le nostre parrocchie sono luoghi dove si incontra Gesù e si rischia di cambiare vita. Si rischia di lasciar andare Peter Pan per sempre. Oggi la gente neppure sa per cosa servono le parrocchie e i preti e i vescovi… In vista di questo lavoro di trasformazione della pastorale, ritengo che si dovranno ridurre il numero delle parrocchie, si dovranno ridurre il numero delle messe (la domenica in particolare).

Ancora: si dovrà “abolire” l’attuale sistema del catechismo, delle feste di prima comunione e di cresima, si dovrà insistere sulla conoscenza del Vangelo, sull’iniziazione del pregare, sulla pratica della carità. E tanto altro ancora come provo ad esemplificare nell’ultima parte del libro. Ma soprattutto ci tengo a dire che si dovrà lavorare per ridare al cristianesimo la sua nota specifica: la nota della gioia. Quella che nasce e rinasce ogni volta che ci si incontra con Gesù. Da tempo i ragazzi e i giovani, passandoci accanto e pur solo annusandoci, si chiedono se siamo cristiani perché depressi o se siamo depressi perché cristiani. Così non va! Cantiamo davvero canti nuovi al Signore! Rivestiamoci a festa, direbbe Bernanos!

Dare volto e forma ad un cristianesimo nuovo. Il cammino sinodale in che modo può aiutare a muoversi in questa direzione?

Ogni giorno prego per papa Francesco e per questo cammino sinodale della Chiesa italiana che mi ha dato la fede. Esso è una splendida occasione per fare tutto quello che in questi anni non abbiamo fatto, immaginando più o meno semicoscientemente che le cose sarebbero tornate come ai bei tempi passati. Ed è bello poter avviarci dentro questo cammino con le parole che papa Francesco ha usato nell’avviare il cammino triennale del prossimo Sinodo dei Vescovi, cui pure è intrecciato il nostro cammino sinodale.

Citando Congar, papa Francesco ci ha detto che dobbiamo cercare una Chiesa diversa, non un’altra Chiesa. E la diversità dovrebbe consistere proprio in questo: che, grazie al cammino sinodale, quella italiana possa essere una Chiesa capace di quello che oggi non le riesce più. E le non riesce più di fare nuovi cristiani e nuove cristiane. Questo è il volto del cristianesimo nuovo che ci serve. E’ il cristianesimo di uomini e donne talmente appassionati e innamorati di Gesù che sanno accendere nei cuccioli che vengono al mondo, oggi e domani, il fuoco della fede, il fuoco della speranza, il fuoco della carità.

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