benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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il commento al vangelo della domenica

la missione di fare del mondo un battesimo


La missione di fare del mondo un Battesimo
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica  dell’Ascensione del Signore, Anno B:

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio (…)

Gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne, fedeli e coraggiose. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto, e sono venuti tutti all’appuntamento sull’ultimo colle.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in uomini e donne che dubitano ancora, affidando proprio a loro il mondo e il Vangelo. Non rimane con i suoi ancora un po’ di tempo, per spiegare meglio, per chiarire meglio, ma affida loro la lieta notizia nonostante i dubbi. I dubbi nella fede sono come i poveri: li avremo sempre con noi. Gesù affida il vangelo e il mondo nuovo, sognato insieme, alla povertà di undici pescatori illetterati e non all’intelligenza dei primi della classe. Con fiducia totale, affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti a camminare, gli zoppicanti a percorrere tutte le strade del mondo: è la legge del granello di senape, del pizzico di sale, della luce sul monte, del cuore acceso che può contagiare di vangelo e di nascite quanti incontra.
Andate, profumate di cielo le vite che incontrate, insegnate il mestiere di vivere, così come l’avete visto fare a me, mostrate loro il volto alto e luminoso dell’umano.
Battezzate, che significa immergete in Dio le persone, che possano essere intrise di cielo, impregnate di Dio, imbevute d’acqua viva, come uno che viene calato nel fiume, nel lago, nell’oceano e ne risale, madido d’aurora. Ecco la missione dei discepoli: fare del mondo un battesimo, un laboratorio di immersione in Dio, in quel Dio che Gesù ha raccontato come amore e libertà, come tenerezza e giustizia. Ognuno di noi riceve oggi la stessa missione degli apostoli: annunciate. Niente altro. Non dice: organizzate, occupate i posti chiave, fate grandi opere caritative, ma semplicemente: annunciate.
E che cosa? Il Vangelo, la lieta notizia, il racconto della tenerezza di Dio. Non le idee più belle, non le soluzioni di tutti i problemi, non una politica o una teologia migliori:
il Vangelo, la vita e la persona di Cristo, pienezza d’umano e tenerezza del Padre.
L’ascensione è come una navigazione del cuore. Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo. È disceso (asceso) nel profondo delle cose, nell’intimo del creato e delle creature, e da dentro preme come forza ascensionale verso più luminosa vita. “La nostra fede è la certezza che ogni creatura è piena della sua luminosa presenza” (Laudato si’ 100), che «Cristo risorto dimora nell’intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce» (Laudato si’ 221).
(Letture: Atti 1, 1-11; Salmo 46; Efesini 4, 1-13; Marco 16, 15-20).

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i limiti del nostro paradigma capitalistico – per un diverso paradigma etico-sociale

consumare il mondo o salvaguardare il mondo? paradigmi opposti 

un testo di Leonardo Boff

la pandemia ci mette, sempre più, davanti ai limiti del nostro paradigma capitalistico. In queste breve, intenso, testo il teologo brasiliano Leonardo Boff ci offre spunti per un diverso paradigma etico-sociale

Leonardo Boff

“Consumare il mondo” o “salvaguardare il mondo” sono una metafora, frequente in bocca ai leader indigeni, che mettono in discussione il paradigma della nostra civiltà, la cui violenza li ha quasi fatti scomparire. Ora è stato messo sotto scacco dal Covid-19. Il virus ha colpito come un fulmine il paradigma del “consumare il mondo”, ovvero sfruttare senza limiti tutto ciò che esiste in natura in un’ottica di crescita / arricchimento senza fine. Il virus ha distrutto i mantra che lo sostengono: centralità del profitto, raggiunto attraverso la concorrenza, la più agguerrita possibile, accumulato privatamente, a scapito delle risorse naturali. Se obbediamo a questi mantra, saremmo sicuramente sulla strada sbagliata. Ciò che ci salva è ciò che è nascosto e invisibile nel paradigma del “consumare il mondo”: la vita, la solidarietà, l’interdipendenza tra tutti, la cura della natura e l’uno dell’altro. È il paradigma imperativo della “salvaguardia del mondo”.

Il paradigma del “consumare il mondo” è molto antico. Proviene dall’Atene del V secolo a.C., quando lo spirito critico irruppe e ci fece percepire la dinamica intrinseca dello spirito, che è la rottura di ogni limite e la ricerca dell’infinito. Tale scopo era pensato dai grandi filosofi, dagli artisti, compare anche nelle tragedie di Sofocle, Eschilo ed Euripide ed è praticato dai politici. Non è più il medén ágan del tempio di Delfi: “niente di troppo”.

Questo progetto di “mangiarsi il mondo” ha preso forma nella stessa Grecia con la creazione dell’impero di Alessandro Magno (356-323), che all’età di 23 anni fondò un
impero che si estendeva dall’Adriatico al fiume Indo in India.

Questo “consumare il mondo” si è approfondito nel vasto Impero Romano, rafforzato nella moderna era coloniale e industriale e culminato nel mondo contemporaneo con la globalizzazione della tecno-scienza occidentale, espansa in tutti gli angoli del pianeta. È l’impero senza limiti, tradotto nello scopo (illusorio) del capitalismo / neoliberismo con la crescita illimitata verso il futuro. Basta prendere come esempio, di questa ricerca di crescita illimitata, il fatto che nell’ultima generazione sono state bruciate più risorse energetiche che in tutte le precedenti generazioni dell’umanità. Non c’è luogo che non sia stato sfruttato per l’accumulo di merci.

Ma ecco, è emerso un limite insormontabile: la Terra, limitata come pianeta, piccola e
sovrappopolata, con beni e servizi limitati, non può sostenere un progetto illimitato. Tutto ha dei limiti. Il 22 settembre 2020, le scienze della Terra e della vita lo hanno identificato come l’Earth Overshoot Day, ovvero il limite dei beni e dei servizi naturali rinnovabili, fondamentali per mantenere la vita. Si sono esauriti. Il consumismo, non accettando limiti, porta alla violenza, togliendo alla Madre Terra ciò che non può più dare. Stiamo consumando l’equivalente di una Terra e mezzo. Le conseguenze di questa estorsione si manifestano nella reazione dell’esausta Madre Terra: aumento del riscaldamento globale, erosione della biodiversità (circa centomila specie eliminate ogni anno e un milione in pericolo), perdita di fertilità del suolo e crescente desertificazione, tra altri fenomeni estremi.

Attraversare alcuni dei nove confini planetari (cambiamento climatico, estinzione di specie, acidificazione degli oceani e altri) può causare un effetto sistemico, facendo crollare i nove e inducendo così il collasso della nostra civiltà. L’emergere del Covid-19 ha messo in ginocchio tutti i poteri militaristici, rendendo inutili e ridicole le armi di distruzione di massa. La gamma di virus precedentemente annunciata, se non modifichiamo il nostro rapporto distruttivo con la natura, potrebbe sacrificare diversi milioni di persone e assottigliare la biosfera, essenziale per tutte le forme di vita.

Oggi l’umanità è presa dal terrore metafisico di fronte ai limiti insormontabili e alla
possibilità della fine della specie. Il Great Reset del sistema capitalista è illusorio. La Terra lo farà fallire.

È in questo drammatico contesto che emerge l’altro paradigma, quello della “salvaguardia del mondo”. È stato allevato in particolare da leader indigeni come Ailton Krenak, Davi Kopenawa Yanomani, Sônia Guajajara, Renata Machado Tupinambá, Cristine Takuá, Raoni Metuktire e altri. Per tutti loro c’è una profonda comunione con la natura, di cui si sentono parte. Non hanno bisogno di pensare alla Terra come alla Grande Madre, Pachamama e Tonantzin perché la sentono così. Proteggono naturalmente il mondo perché è un’estensione del proprio corpo.

L’ecologia del profondo e dell’integrale, come si riflette nella Carta della Terra (2000), nelle Encicliche di Papa Francesco Laudato SI: come prendersi cura della nostra casa comune (2015) e Fratelli tutti (2020), e il programma “Pace, Giustizia e Preservazione del Creato” del Consiglio Ecumenico delle Chiese, tra gli altri gruppi, hanno assunto la “salvaguardia del mondo”. Lo scopo comune è quello di garantire le condizioni fisico chimico-ecologiche che sostengono e perpetuano la vita in tutte le sue forme, in particolare la vita umana. Siamo già nella sesta estinzione di massa e l’Antropocene la sta intensificando. Se non leggiamo emotivamente, con il cuore, i dati della scienza sulle minacce che pesano sulla nostra sopravvivenza, difficilmente ci impegneremo a salvaguardare il mondo.

Papa Francesco ha seriamente ammonito nella Fratelli tutti: “O ci salviamo insieme o nessuno si salva” (n. 32). È un avvertimento quasi disperato se non si vuole “gonfiare il corteo di chi va alla propria tomba” (Z. Bauman). Facciamo il salto della fede e crediamo in ciò che dice il Libro della Sapienza: “Dio è l’amante appassionato della vita” (11,26). Se è così, non ci permetterà di scomparire così miseramente dalla faccia della Terra. Lo crediamo e lo speriamo.

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“il futuro delle nostre società è un futuro ‘a colori’ ”

il messaggio di papa Francesco per la Giornata del migrante e del rifugiato:

la Giornata si celebrerà il 26 settembre 2021

papa Francesco ha voluto dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il cammino comune in questo mondo. Nel messaggio pubblicato oggi per la Giornata che si celebrerà il 26 settembre 2021, papa Francesco ha ricordato che “siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità”.

 

“Verso un noi sempre più grande”

Cari fratelli e sorelle!

Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).

Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.

La storia del “noi”

Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità.

E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da  Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).

La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali.

In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.

Una Chiesa sempre più cattolica

Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5).

Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia.

I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).

Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).

Un mondo sempre più inclusivo

A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso.

Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11).

È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande.

A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.

Il sogno ha inizio

Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).

Preghiera

Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato
che nei Cieli si sprigiona una gioia grande
quando qualcuno che era perduto
viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato
viene riaccolto nel nostro noi,
che diventa così sempre più grande.

Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù
e a tutte le persone di buona volontà
la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza
che ricolloca chiunque sia in esilio
nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare,
così come Tu l’hai creata,la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo 

Francesco

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il commento al vangelo della domenica

se tu ami, la tua vita è comunque un successo


Se tu ami, la tua vita è comunque un successo
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della VI Domenica di Pasqua – Anno B (9 maggio 2021):
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici (…)».

I pochi versetti del Vangelo di oggi ruotano intorno al magico vocabolario degli innamorati: amore, amato, amatevi, gioia. «Tutta la legge inizia con un “sei amato” e termina con un “tu amerai”. Chi astrae da questo, ama il contrario della vita» (P. Beauchamp). Roba grossa. Questione che riempie o svuota la vita: questo vi dico perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. L’amore è da prendere sul serio, ne va del nostro benessere, della nostra gioia. Anzi, ognuno di noi vi sta giocando, consapevole o no, la partita della propria eternità. Io però faccio fatica a seguirlo: l’amore è sempre così poco, così a rischio, così fragile.
Faccio fatica perfino a capire in che cosa consista l’amore vero, vi si mescola tutto: passione, tenerezza, emozioni, lacrime, paure, sorrisi, sogni e impegno concreto.
L’amore è sempre meravigliosamente complicato, e sempre imperfetto, cioè incompiuto. Sempre artigianale, e come ogni lavoro artigianale chiede mani, tempo, cura, regole: se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore. Ma come, Signore, chiudi dentro i comandamenti l’unica cosa che non si può comandare? Mi scoraggi: il comandamento è regola, costrizione, sanzione. Un guinzaglio che mi strattona. L’amore invece è libertà, creatività, una divina follia… Ma Gesù, il guaritore del disamore, offre la sua pedagogia sicura in due tempi: 1. Amatevi gli uni gli altri. Non semplicemente: amatevi. Ma: gli uni gli altri, Non si ama l’umanità in generale o in teoria. Si amano le persone ad una ad una; si ama quest’uomo, questa donna, questo bambino, il povero qui a fianco, faccia a faccia, occhi negli occhi. 2. Amatevi come io vi ho amato. Non dice “quanto me”, perché non ci arriveremmo mai, io almeno; ma “come me”, con il mio stile, con il mio modo unico: lui che lava i piedi ai grandi e abbraccia i bambini; che vede uno soffrire e prova un crampo nel ventre; lui che si commuove e tocca la carne, la pelle, gli occhi; che non manda via nessuno; che ci obbliga a diventare grandi e accarezza e pettina le nostre ali perché pensiamo in grande e voliamo lontano. Chi ti ama davvero? Non certo chi ti riempie di parole dolci e di regali. L’amore è vero quello che ti spinge, ti incalza, ti obbliga a diventare tanto, infinitamente tanto, a diventare il meglio di ciò che puoi diventare (Rainer Maria Rilke). Così ai figli non servono cose, ma padri e madri che diano orizzonti e grandi ali, che li facciano diventare il meglio di ciò che possono diventare. Anche quando dovesse sembrare che si dimenticano di noi. Parola di Vangelo: se ami, non sbagli. Se ami, non fallirai la vita. Se ami, la tua vita è stata già un successo, comunque.
(Letture: Atti 10,25-27.43-35.44-48; Salmo 97; 1 Giovanni 4,7-10; Giovanni 15, 9-17)

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il commento al vangelo della domenica

più che pulite, Dio chiede mani colme di vendemmia


Più che pulite, Dio chiede mani colme di vendemmia
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della V Domenica di Pasqua Anno B (2 maggio 2021):

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla (…)».

Gesù ci comunica Dio attraverso lo specchio delle creature più semplici: Cristo vite, io tralcio, io e lui la stessa pianta, stessa vita, unica radice, una sola linfa.
E poi la meravigliosa metafora del Dio contadino, un vignaiolo profumato di sole e di terra, che si prende cura di me e adopera tutta la sua intelligenza perché io porti molto frutto; che non impugna lo scettro dall’alto del trono ma la vanga e guarda il mondo piegato su di me, ad altezza di gemma, di tralcio, di grappolo, con occhi belli di speranza.
Fra tutti i campi, la vigna era il campo preferito di mio padre, quello in cui investiva più tempo e passione, perfino poesia. E credo sia così per tutti i contadini. Narrare di vigne è allora svelare un amore di preferenza da parte del nostro Dio contadino. Tu, io, noi siamo il campo preferito di Dio. La metafora della vite cresce verso un vertice già anticipato nelle parole: io sono la vite, voi i tralci (v.5). Siamo davanti ad una affermazione inedita, mai udita prima nelle Scritture: le creature (i tralci) sono parte del Creatore (la vite). Cosa è venuto a portare Gesù nel mondo? Forse una morale più nobile oppure il perdono dei peccati? Troppo poco; è venuto a portare molto di più, a portare se stesso, la sua vita in noi, il cromosoma divino dentro il nostro DNA. Il grande vasaio che plasmava Adamo con la polvere del suolo si è fatto argilla di questo suolo, linfa di questo grappolo.
E se il tralcio per vivere deve rimanere innestato alla vite, succede che anche la vite vive dei propri tralci, senza di essi non c’è frutto, né scopo, né storia. Senza i suoi figli, Dio sarebbe padre di nessuno.
La metafora del lavoro attorno alla vite ha il suo senso ultimo nel “portare frutto”. Il filo d’oro che attraversa e cuce insieme tutto il brano, la parola ripetuta sei volte e che illumina tutte le altre parole di Gesù è “frutto”: in questo è glorificato il Padre mio che portiate molto frutto. Il peso dell’immagine contadina del Vangelo approda alle mani colme della vendemmia, molto più che non alle mani pulite, magari, ma vuote, di chi non si è voluto sporcare con la materia incandescente e macchiante della vita.
La morale evangelica consiste nella fecondità e non nell’osservanza di norme, porta con sé liete canzoni di vendemmia. Al tramonto della vita terrena, la domanda ultima, a dire la verità ultima dell’esistenza, non riguarderà comandamenti o divieti, sacrifici e rinunce, ma punterà tutta la sua luce dolcissima sul frutto: dopo che tu sei passato nel mondo, nella famiglia, nel lavoro, nella chiesa, dalla tua vite sono maturati grappoli di bontà o una vendemmia di lacrime? Dietro di te è rimasta più vita o meno vita?

(Letture: Atti 9,26-31; Salmo 21; 1 Giovanni 3, 18-24; Giovanni 15, 1-8).

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il vescovo Perego e il rinvio a giudizio di Salvini

“il rinvio a giudizio di Salvini sia un segnale importante anche dal punto di vista politico”

il commento dell’arcivescovo Perego

“certo non ha fatto il bene delle persone”

Il rinvio a giudizio dell’ex ministro dell’Interno per la vicenda Open Arms rappresenta

“il rispetto di una Costituzione che deve andare fino in fondo se un diritto fondamentale come il diritto di asilo non sia stato tutelato e poi è un segnale importante sul piano politico, è cioè di non fare cadere nel silenzio una tragedia che continuamente sta facendo morti”.

Lo sottolinea all’Adnkronos monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara da sempre in prima linea per i rifugiati anche come direttore generale della fondazione Cei Migrantes, riflettendo sul rinvio a giudizio per sequestro di persona disposto nei confronti del leader della Lega.

Salvini, uscendo dal Tribunale, ha commentato che andrà a processo a testa alta per avere fatto il “bene del Paese”. E’ così?

“Se avrà fatto il bene del Paese – osserva il ’vescovo dei migranti’ – lo deciderà la magistratura. Di certo non ha fatto il bene delle persone, tra loro anche malati rimasti per giorni in mezzo al mare; non ha dato l’ immagine di un Paese nel quale la Costituzione dispone la tutela per i richiedenti asilo. Quelle persone non sono state tutelate”.

L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio ricorda quindi che

“l’Italia e gli altri Paesi europei devono superare quella immobilità ancora presente sulla riforma del regolamento di Dublino in modo tale che il principio di solidarietà venga tutelato. Abbiamo visto anche nella pandemia la debolezza dell’Europa sulla solidarietà, sia sul tema dell’immigrazione, del diritto di asilo, sia sul tema della salute perché di fatto si è andati in ordine sparso e su alcuni principi fondamentali della tutela della persona l’Europa è ancora da costruire”.

Da qui l’auspicio che

“questo rinvio a giudizio sia un segnale importante anche dal punto di vista politico: si vedrà se i diritti fondamentali sono stati lesi o meno. Oltretutto è chiaro che il respingimento che avviene anche oggi è un dato allarmante che non può lasciare in silenzio le forze in campo. Anche i continui ostacoli a
riorganizzare soccorsi in mare sono un altro segnale non positivo perché non solo non si interviene ma si ostacola chi interviene a tutelare la vita delle persone”.

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il commento al vangelo della domenica

il Dio-pastore dona la vita anche a chi gliela toglie


Il Dio-pastore dona la vita anche a chi gliela toglie
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della  IV Domenica di Pasqua (25 aprile 2021): Anno B

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore (…)».

Io sono il buon pastore! Per sette volte Gesù si presenta: “Io sono” pane, vita, strada, verità, vite, porta, pastore buono. E non intende “buono” nel senso di paziente e delicato con pecore e agnelli; non un pastore, ma il pastore, quello vero, l’autentico. Non un pecoraio salariato, ma quello, l’unico, che mette sul piatto la sua vita. Sono il pastore bello, dice letteralmente il testo evangelico originale. E noi capiamo che la sua bellezza non sta nell’aspetto, ma nel suo rapporto bello con il gregge, espresso con un verbo alto che il Vangelo oggi rilancia per ben cinque volte: io offro! Io non domando, io dono. Io non pretendo, io regalo. Qual è il contenuto di questo dono? Il massimo possibile: “Io offro la vita”. Molto di più che pascoli e acqua, infinitamente di più che erba e ovile sicuro. Il pastore è vero perché compie il gesto più regale e potente: dare, offrire, donare, gettare sulla bilancia la propria vita.
Ecco il Dio-pastore che non chiede, offre; non prende niente e dona il meglio; non toglie vita ma dà la sua vita anche a coloro che gliela tolgono. Cerco di capire di più: con le parole “io offro la vita” Gesù non si riferisce al suo morire, quel venerdì, inchiodato a un legno. “Dare la vita” è il mestiere di Dio, il suo lavoro, la sua attività inesausta, inteso al modo delle madri, al modo della vite che dà linfa al tralci (Giovanni), della sorgente che zampilla acqua viva (Samaritana), del tronco d’olivo che trasmette potenza buona al ramo innestato (Paolo). Da lui la vita fluisce inesauribile, potente, illimitata.
Il mercenario, il pecoraio, vede venire il lupo e fugge perché non gli importa delle pecore. Al pastore invece importano, io gli importo. Verbo bellissimo: essere importanti per qualcuno! E mi commuove immaginare la sua voce che mi assicura: io mi prenderò cura della tua felicità.
E qui la parabola, la similitudine del pastore bello si apre su di un piano non realistico, spiazzante, eccessivo: nessun pastore sulla terra è disposto a morire per le sue pecore; a battersi sì, ma a morire no; è più importante salvare la vita che il gregge; perdere la vita è qualcosa di irreparabile. E qui entra in gioco il Dio di Gesù, il Dio capovolto, il nostro Dio differente, il pastore che per salvare me, perde se stesso.
L’immagine del pastore si apre su uno di quei dettagli che vanno oltre gli aspetti realistici della parabola (eccentrici li chiama Paul Ricoeur). Sono quelle feritoie che aprono sulla eccedenza di Dio, sul “di più” che viene da lui, sull’impensabile di un Dio più grande del nostro cuore. Di questo Dio io mi fido, a lui mi affido, credo in lui come un bambino e vorrei mettergli fra le mani tutti gli agnellini del mondo.
(Letture: Atti degli Apostoli 4,8-12; Salmo 117; prima Lettera di san Giovanni apostolo 3,1-2; Giovanni 10, 11-18)

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il «virus dell’indifferenza», letale quanto il Covid, genera «ingiustizia sociale» e porta a scartare e sfruttare i poveri

papa Francesco

la politica non disprezzi i poveri, scartandoli o sfruttandoli a fini di potere

Videomessaggio ai partecipanti alla conferenza internazionale “A Politics Rooted in the People”. Francesco scrive ai vescovi del Brasile colpito dal Covid: «Il virus dell’indifferenza infetta l’umanità e genera ingiustizia sociale»

Papa Francesco

Francesco esprime il suo sostegno al loro lavoro che, a volte, «può risultare scomodo». «Alcuni – dice – vi accusano di essere troppo politici, altri di voler imporre la religione. Ma voi percepite che rispettare il popolo è rispettare le sue istituzioni, anche quelle religiose; e che il ruolo di queste istituzioni non è imporre nulla, bensì camminare con il popolo, ricordandogli il volto di Dio che ci precede sempre».

Nel filmato, interamente in spagnolo, Francesco si appella alla politica chiedendo, anzi, implorando di non disinteressarsi dei poveri, disprezzandone cultura e valori, anche quelli religiosi, «sia scartandoli sia sfruttandoli, a fini di potere». «Il disprezzo della cultura popolare è l’inizio dell’abuso di potere», afferma il Papa. «Quando il popolo è scartato – è la sua denuncia – viene privato non solo del benessere materiale, ma anche della dignità dell’agire, dell’essere protagonista della sua storia, del suo destino, dell’esprimersi con i suoi valori e la sua cultura, della sua creatività, della sua fecondità».

Anche la Chiesa viene chiamata in causa dal Pontefice: «Per essa è impossibile separare la promozione della giustizia sociale dal riconoscimento dei valori e della cultura del popolo, includendo i valori spirituali che sono fonte del suo senso di dignità».

Il Papa esprime quindi il suo “sogno” già rivelato nel libro: «Che tutte le diocesi del mondo abbiano una collaborazione sostenuta con i Movimenti popolari», perché «andare incontro a Cristo ferito e risorto nelle comunità più povere ci consente di riacquistare il nostro vigore missionario, perché così è nata la Chiesa, nella periferia della Croce». Se la Chiesa smette di interessarsi dei poveri, «rivive le vecchie tentazioni di trasformarsi in una élite intellettuale o morale», «una nuova forma di pelagianesimo o di vita essena».

Secondo il Vescovo di Roma, c’è un rischio grande che è quello di farsi contagiare dal «virus dell’indifferenza». Lo scrive nel messaggio ai vescovi del Brasile riuniti nella loro 58esima Assemblea Generale, che si apre con parole di vicinanza alle migliaia di famiglie del Paese latinoamericano, tra i più colpiti dalla emergenza sanitaria, che piangono la perdita dei loro cari a causa del Covid, e con un ricordo dei vescovi vittime sempre del coronavirus.

«Questo andarsene senza poter salutare, questo andarsene nella solitudine più spogliata è uno dei dolori più grandi che hanno quelli che ci lasciano», afferma Papa Francesco. Di fronte a un dramma così enorme, bisogna mettere da parte «divisioni e disaccordi» e lavorare uniti «per superare non solo il coronavirus, ma un altro virus che da tempo infetta l’umanità: il virus dell’indifferenza che nasce dall’egoismo e genera ingiustizia sociale».

Parole in linea con il videomessaggio inviato sempre oggi dal Pontefice al Congresso internazionale dedicato a santa Teresa d’Avila, dal titolo “Donna eccezionale”, mutuato dalla definizione di Paolo VI della santa. Il congresso termina oggi all’università cattolica della città castigliana, nel 50esimo anniversario del dottorato di santa Teresa.

Come all’epoca di Teresa (il XVI secolo), anche oggi «viviamo in “tempi difficili”, non facili, che hanno bisogno degli “amici fedeli di Dio”, amici forti», annota il Papa nel filmato. «La grande tentazione è quella di cedere alla disillusione, alla rassegnazione, al triste e infondato presagio che tutto andrà male». Ecco, proprio «quel pessimismo sterile, quel pessimismo di persone incapaci di dare la vita» rappresenta una grande piaga per l’umanità odierna perché «chiude le persone nei loro recinti protetti». Invece Dio chiama ad aprirsi e a farlo nel segno della misericordia: «Tale cammino – rimarca il Pontefice – non è aperto a coloro che si considerano puri e perfetti, i catari di tutti i secoli, ma a coloro che, consapevoli dei loro peccati, scoprono la bellezza della misericordia di Dio, che accoglie tutti, redime tutti e chiama tutti alla sua amicizia».

 

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il commento al vangelo della domenica

Gesù risorto e quell’invito a mangiare assieme a lui


Gesù risorto e quell'invito a mangiare assieme a lui
il commento di Ermes Ronchi  al vangelo della III Domenica di Pasqua  (18 aprile 20219: Anno B


In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. (…) Egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Stanno ancora parlando, dopo la gioiosa corsa notturna di ritorno a Gerusalemme, quando Gesù di persona apparve in mezzo a loro. In mezzo: non sopra di loro; non davanti, affinché nessuno sia più vicino di altri. Ma in mezzo: tutti importanti allo stesso modo e lui collante delle vite. Pace è la prima parola. La pace è qui: pace alle vostre paure, alle vostre ombre, ai pensieri che vi torturano, ai rimorsi, ai sentieri spezzati, pace anche a chi è fuggito, a Tommaso che non c’è, pace anche a Giuda…
Sconvolti e pieni di paura credevano di vedere un fantasma. Lo conoscevano bene, dopo tre anni di Galilea, di olivi, di lago, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure non lo riconoscono. Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ma non più come prima: la Risurrezione non è un semplice ritorno indietro, è andare avanti, trasformazione, pienezza. Gesù l’aveva spiegato con la parabola del chicco di grano che diventa spiga: viene sepolto come piccola semente e risorge dalla terra come spiga piena. Mi consola la fatica dei discepoli a credere, è la garanzia che non si tratta di un evento inventato da loro, ma di un fatto che li ha spiazzati. Allora Gesù pronuncia, per sciogliere paure e dubbi, i verbi più semplici e familiari: “Guardate, toccate, mangiamo insieme! Non sono un fantasma”. Mi colpisce il lamento di Gesù, umanissimo lamento: non sono un fiato nell’aria, un mantello di parole pieno di vento… E senti il suo desiderio di essere accolto come un amico che torna da lontano, da abbracciare con gioia. Un fantasma non lo puoi amare né stringere a te, quello che Gesù chiede. Toccatemi: da chi vuoi essere toccato? Solo da chi è amico e ti vuol bene. Gli apostoli si arrendono ad una porzione di pesce arrostito, al più familiare dei segni, al più umano dei bisogni, ad un pesce di lago e non agli angeli, all’amicizia e non a una teofania prodigiosa. Lo racconteranno come prova del loro incontro con il Risorto: noi abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione (At 10,41). Mangiare è il segno della vita; mangiare insieme è il segno più eloquente di una comunione ritrovata; un gesto che rinsalda i legami delle vite e li fa crescere. Insieme, a nutrirsi di pane e di sogni, di intese e reciprocità. E conclude: di me voi siete testimoni. Non predicatori, ma testimoni, è un’altra cosa. Con la semplicità di bambini che hanno una bella notizia da dare, e non ce la fanno a tacere, e gliela leggi in viso. La bella notizia è questa: Gesù è vivo, è potenza di vita, avvolge di pace, piange le nostre lacrime, ci cattura dentro il suo risorgere, ci solleva a pienezza, su ali d’aquila, nel tempo e nell’eternità.

(Letture: Atti degli Apostoli 3,13-15.17-19; Salmo 4; Prima Lettera di san Giovanni 2,1-5a; Luca 24,35-48)

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un’intervista di Hans Kung – la sua teologia e quella di Ratzinger

Hans Küng

un’altra Chiesa è possibile

ricordiamo il teologo svizzero scomparso all’età di 93 anni con questa lunga intervista, pubblicata su MicroMega 4/2010, in cui Küng critica duramente papa Ratzinger ed evidenzia la rottura tra il papato e il popolo cattolico

Giorgia Castagnoli

Parigi, cosa significa per lei?

Ha deciso di raccontare la sua storia, il suo cammino di fede?

Guardando indietro, mi sembra di ricordare due storie, distinte e al contempo intrecciate: una piccola, quella della vita di un teologo, e la grande, quella della Chiesa cattolica e della teologia nella società del mondo contemporaneo. La prima storia racconta la mia vita, che è stata dura e piena di battaglie, ma al contempo interessante. E alla fine, malgrado diverse esperienze dolorose, il mio bilancio è positivo: sono rimasto cristiano, cattolico, teologo, e prete con tutte le facoltà, malgrado pensino che sia troppo pericoloso per i seminaristi di teologia! Mi ritengo perciò fortunato, anche rispetto ad altri teologi francesi che hanno avuto un destino ben più doloroso, e che non hanno sopportato questo delirio…

Allora cominciamo da quella che ha definito la «piccola storia».

Fin da quando ero al liceo, mi sono interessato a ciò che succedeva veramente nel mondo, certo non potevo restare chiuso in una torre d’avorio. Ho anche avuto la fortuna, da studente, di conoscere dei grandi teologi dell’inizio del XX secolo, a Roma, in Svizzera e a Parigi, e ciò mi ha molto impressionato. Ho deciso allora di allargare i miei orizzonti e così le mie sfere di interesse sono diventate molteplici: dall’unità della Chiesa alla pace tra le religioni, fino al dialogo interreligioso e ai problemi nella vita della comunità universale. In questo momento poi, lavoro giorno e notte sull’etica mondiale. Sto studiando economia, che è una materia fantastica, e anche se non è proprio il mio campo, è affascinante e si ricollega al problema della ricerca di un sistema economico etico nel mondo di oggi. Se ho sempre cercato di allargare le mie conoscenze, ho cercato comunque di mantenere il mio centro nella fede cristiana: non ho mai perso di vista la sfera teologica per fare altre cose.

Il mio coinvolgimento nella storia della Chiesa come studente è stato inizialmente quello di un osservatore oggettivo, imparziale, fino a un momento di svolta, generato da un fatto decisivo: il rigetto, da parte di papa Pio XII, dei preti operai. Lì io ho cominciato a dubitare dell’autorità pontificia. Non riuscivo a capacitarmi dell’accaduto, così sono andato a chiedere spiegazioni al mio professore, che era uno dei consiglieri del papa. Ma non c’era nulla da fare.

In che cosa la sua visione del cristianesimo si distingue da quella di papa Benedetto XVI?

Nel mio libro sul cristianesimo ho analizzato in maniera approfondita i suoi paradigmi, che sono sempre attuali nel dibattito teologico, e credo che la più profonda opposizione tra me e Ratzinger, più che di natura personale, dipenda dal fatto che siamo i rappresentanti di due diverse linee di pensiero, di due differenti visioni di questi paradigmi. La nostra battaglia è sull’interpretazione di questi assunti fondamentali, e le nostre posizioni sono radicalmente opposte. Entrando nello specifico, per me il primo e più importante paradigma per comprendere il cristianesimo è la sua origine nel giudaismo, cosa generalmente trascurata dai cattolici, mentre per Ratzinger il cristianesimo comincia solo grazie all’incontro tra il messaggio biblico e la filosofia greca. Gesù sarebbe quindi già escluso da questo processo, non trova? [sorride provocatorio]. E inoltre, come dobbiamo considerare allora le prime comunità cristiane?

È stato solo grazie all’intervento di san Paolo che si è istituito un nuovo paradigma, certo comunque necessario. Il secondo paradigma dopo quello giudaico-cristiano è poi quello greco-ellenistico, ed entrambi ci domandiamo se bisogna rimanere in questo ambito anche per ciò che riguarda la considerazione dei dogmi della cristologia. Ratzinger poi non accetta il sistema episcopale che gli ortodossi hanno conservato, essendo un fervente ammiratore e rappresentante del terzo paradigma, quello romano-cattolico, in cui i vescovi romani sono molto importanti. Sant’Agostino è per lui non solo il padre della Chiesa, ma anche un «contemporaneo». Si è fissato sul problema del papato, visto come un’istituzione assoluta fino all’XI secolo e alla Riforma gregoriana.

Un consiglio: se riesce a capire l’XI secolo ha capito la situazione attuale! È lì che è nato quell’assolutismo del papato che nel primo millennio non esisteva. Il clericalismo contro i laici, la legge del celibato e la liturgia: è l’eredità dei Franchi. Anche io ovviamente ho studiato la teologia medievale, ma certo non mi sono fermato lì. Ratzinger invece sì. Quello che descrivo, e che viene confermato anche dalle sue azioni come papa, è molto chiaro. Benedetto XVI considera il processo della Riforma protestante come la volontà di dissolvere il legame della filosofia greca con il cristianesimo, e questo per lui significa la decadenza! Non ha mai condotto un confronto positivo con i riformatori, e non ha ovviamente alcuna simpatia né per l’illuminismo né per la modernità. La dis-ellenizzazione, la decadenza acuita dai progressi delle scienze moderne, la filosofia contemporanea, la concezione dello Stato, la Rivoluzione francese, Darwin, l’evoluzionismo e per finire, momento tra i più «bassi» della storia, la rivolta degli studenti nel 1968, sono veramente per lui dei fattori di declino. Come racconta nella sua autobiografia, alla fine di questo processo verso la decadenza ci sono l’ateismo e l’immoralità. Infine, la differenza tra lui e me è che lui ha finito la sua biografia con Tubinga, con il momento in cui è diventato arcivescovo di Monaco, e non proferisce parola sugli anni seguenti, perché il seguito è una «storia oscura», e lì si vede che abbiamo scelto due strade molto diverse. Peccato! Abbiamo seguito due cammini diversi ma siamo cattolici, non si può negare che anche io sia un prete cattolico! Non potrei mai lasciare la mia Chiesa, ma sto mostrando con la teologia che bisogna prendere sul serio il Concilio Vaticano II e che l’essenza del cristianesimo è Gesù Cristo, ma quello della storia e non quello dei concili, che sono un’interpretazione ellenistica del Gesù Cristo del Nuovo Testamento.

Cosa significa oggi essere cattolici? Come possono coesistere i paradigmi che avete menzionato? Come vede un nuovo paradigma per il cattolicesimo nel futuro?

Essere cattolici non è qualcosa di necessariamente legato al terzo paradigma, che è quello romano-cattolico, ovvero il risultato della storia della fine del primo millennio. Ma significa credere in una linea di continuità temporale, malgrado tutte le piccole rotture e i conflitti, della Chiesa e anche il suo carattere universale: la Chiesa del mondo intero, non di un dato luogo o paese. Il vero criterio del cattolicesimo è il messaggio cristiano, il Vangelo, essere cattolici è credere all’universalismo, senza tuttavia accettare qualsiasi cosa, perché ovviamente ciò che si oppone al Vangelo non può essere considerato cattolico. Oggi bisogna essere cattolici con lo spirito evangelico, e penso che questo venga realizzato da molta gente in entrambe le Chiese (cattolica e protestante).

Ha affrontato questi problemi teologici con papa Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI?

Ho sempre sperato in un dialogo e in un papa che volesse parlare con me, dato che con Wojtyl´a (papa Giovanni Paolo II) non era semplice… non voleva parlare con nessuno che avesse una posizione diversa dalla sua nell’ambito della Chiesa. Era un pontefice che parlava molto del dialogo ma non ha mai condotto nessun vero dialogo con chi non era d’accordo con lui. Ho pensato allora che bisognava aspettare un nuovo papa, ma Ratzinger non era proprio il mio candidato… Ho comunque deciso di scrivergli e penso che abbia fatto un’azione molto coraggiosa a ricevermi.

Come è andato il vostro incontro?

Ha avuto luogo a Castel Gandolfo, abbiamo parlato per quattro ore, c’era una bella atmosfera, simile a quella dei tempi passati a Tubinga, e dei buoni rapporti. Ho pensato: ecco, magari troverà una svolta e sarà diverso come papa… ma purtroppo ha perso quasi tutte le grandi possibilità che ha avuto. Il suo problema è che non è mai cambiato, per niente. Ha perfino rimesso la messa medievale tridentina con la liturgia del medioevo, e inoltre si presenta negli abiti di papa Leone X dei Medici, che è stato il responsabile della totale rottura con Lutero, dato che non ha fatto nulla di ragionevole nei suoi confronti. Quindi mi chiedo, come può presentarsi oggi nei panni di questo papa? Manca solo la sedia gestatoria e la tiara per ritornare al medioevo!

Si riferisce a qualche occasione in particolare, quando parla di occasioni mancate? Si riferisce anche al dialogo interreligioso?

Penso che per esempio a Costantinopoli avrebbe potuto ammettere ciò che aveva peraltro già detto a Tubinga, ovvero che non si può pretendere che gli ortodossi accettino le decisioni dei concili ai quali non hanno partecipato; invece di queste parole, ci sono state solo delle manifestazioni solenni a cui non è seguito nessun vero cambiamento. Per non parlare delle varie occasioni mancate anche nei confronti di musulmani ed ebrei… Il vero problema è che egli considera tutte le altre religioni deficitarie, mentre la Chiesa cattolica ovviamente è perfetta; solo che ora abbiamo qualche difficoltà a difenderla da tutti gli ultimi scandali, visto che è un’istituzione «perfetta». Allora la situazione è difficile, e la sua popolarità diminuisce, sia in Francia che in Germania, ora che è finita la fase di entusiasmo per un papa tedesco. Inoltre, non si può nascondere che è un po’ imbarazzante avere un pontefice tedesco, soprattutto nelle vicende legate all’antisemitismo dei quattro vescovi della Fraternità Pio X che Benedetto XVI ha riammessi nella Chiesa cattolica nonostante la loro opposizione al Concilio Vaticano II.

In merito alla recente crisi aperta in Germania sul problema dei preti gesuiti pedofili: le sembra un nuovo episodio di una crisi che, anche se ancora contenuta in Italia, Spagna e Francia, sia il sintomo di una crisi della Chiesa cattolica occidentale? Quali saranno le conseguenze di questi scandali sui fedeli e sull’opinione pubblica?

Sulla questione dei preti pedofili, io non credo che sia solo una questione nazionale, americana, polacca o tedesca. All’inizio la posizione del Vaticano era di considerare ad esempio il vescovo di Boston un fatto isolato, e circoscritto solo all’America. Io penso che oggi in Irlanda sia una vera tragedia. Ho ricevuto la lettera di un ambasciatore irlandese che mi scrive che l’autorità della Chiesa cattolica lì ormai è compromessa. Ho anche parlato con il papa di alcune situazioni gravi, seppur senza toccare direttamente gli scandali sessuali, spiegando che a mio avviso queste vicende sono il risultato della politica reazionaria della Chiesa cattolica in paesi oggi secolarizzati. È un problema universale. In Germania, i gesuiti avevano una reputazione molto seria, ed è molto doloroso, per me, che non avevo mai visto una cosa del genere, scoprire tutti questi scandali, e pensare che oggi ci sono anche molti casi di cui non si parla… Credo perciò che sia un problema globale che abbia a che fare con il celibato dei preti: non dico certo che sia la conseguenza necessaria, assolutamente, ma non ci sono molte possibilità per questa gente, e inoltre non è certo un caso che la maggior parte degli episodi siano all’interno della Chiesa cattolica…

Chi sono a suo avviso i maggiori responsabili?

Bisogna essere sinceri: ci sono i vescovi che hanno confessato le loro responsabilità e i loro errori. Non bisogna infatti giudicare solo i poveri preti che sono in questa situazione, e che spesso sono le vittime del sistema, ma anche i vescovi, che sono i secondi responsabili perché hanno coperto tutto. Ma poi, chi è il responsabile della politica dei vescovi? Non ne abbiamo ancora discusso ma è ben chiaro che la curia romana ha diretto tutto. Si sono già centralizzati tutti questi casi, sempre più numerosi, nella Congregazione per la dottrina della fede, perché solo lì c’è l’obbligo a questo segreto assoluto che copre tutto. E questa azione accentratrice è stata voluta da Ratzinger, che per 22 anni ha coperto molte carte. Una lettera solenne mandata il 18 maggio 2001 dal cardinale Ratzinger a tutti i vescovi del mondo dice che bisogna mantenere un silenzio assoluto («secretum pontificium»). Credo che ora il papa sia in una situazione molto difficile, cosa può dire adesso?

Rispetto al 2009, qual è a suo avviso la gravità dello scandalo Williamson e della mano tesa ai vescovi integralisti?

Penso che Benedetto XVI abbia fatto un’apologia assai personale, cosa straordinaria per un papa. Egli stesso tuttavia ha detto che molta gente era prevenuta contro di lui e ha approfittato per attaccarlo. Ma non è vero, la gente che aveva una posizione critica nei suoi confronti e che l’ha attaccato non aveva bisogno di aggrapparsi a questa storia dei quattro vescovi. Potrei credere che lui stesso non sapeva che Williamson neghi la storicità dell’Olocausto, ma sapeva che erano tutti antisemiti, tutti lo sanno, e che questi quattro si oppongono al Concilio Vaticano II. Come si possono accettare questi vescovi, ed essere al contempo così duro e senza pietà con gli altri? Senza bisogno di menzionare il mio caso… Come si può accettare della gente che nega il Concilio in punti essenziali come la liturgia e la libertà di religione? Non si può ritornare indietro, al periodo preconciliare; questo è chiaro. E se un papa cerca di farlo va contro il Concilio ecumenico che è l’autorità suprema della Chiesa cattolica. Il Concilio Vaticano II non è stata una rottura, ma una svolta, e non si può tornare indietro. Come dice Suárez, il gesuita spagnolo, si può essere scismatici in due sensi: nel caso in cui ci si separi dal papa o nel caso in cui sia il papa a separarsi dalla Chiesa. Benedetto XVI è molto prudente, ma praticamente reagisce contro il Concilio: guardate le sue nomine nella curia… il nuovo capo della Congregazione della liturgia è uno favorevole alla liturgia di Trento e si è mostrato con la cappa magna: neanche la regina di Inghilterra fa queste «bêtises».

Quali sono a suo avviso le prospettive del dialogo interreligioso giudaico-cristiano dopo la visita del papa alla sinagoga di Roma a gennaio 2010?

È prima di tutto un fatto positivo che Benedetto XVI abbia fatto questa visita alla sinagoga, come quella alla moschea di Istanbul; fortunatamente il rabbino non gli ha fatto solo dei complimenti, come fanno i vescovi, ma la visita non ha risolto tutti i problemi…

A dicembre Benedetto XVI ha lodato le virtù eroiche di papa Pacelli. Lei è d’accordo sul proseguimento del processo di canonizzazione di Pio XII?

Per quanto riguarda la canonizzazione di Pio XII, non capisco questa battaglia portata avanti dal padre gesuita Gumpel. Conoscevo il segretario privato di papa Pacelli, perché veniva al nostro Collegio germanico e una sera ci ha raccontato una giornata-tipo del pontefice. Un alunno ha approfittato per chiedergli se Pio XII fosse un santo. E lui, che lo ha conosciuto meglio di chiunque altro, ha risposto assai energicamente: «No, no, non è un santo, ma è un grand’uomo di Chiesa». E penso che abbia ragione, perché il vero centro d’interesse di Pio XII era la Chiesa, come istituzione, e questo era più importante di tutto, e di tutti gli ebrei del mondo. Egli ha giudicato che il comunismo era più pericoloso del nazismo, anche perché era stato traumatizzato dall’arrivo dei commandos rossi nel suo studio a Monaco e quindi il comunismo era per lui una questione esistenziale. Senza volerlo demonizzare, si possono spiegare molte cose del suo comportamento, ma non si può farne un santo.

Ci sono comunque delle ragioni di speranza per la Chiesa cattolica che oggi sembra attraversare un momento di crisi? Si può puntare su persone precise, movimenti particolari o su alcuni paesi che possano risollevarla?

La situazione è grave dappertutto, in Polonia, Spagna, Irlanda… non si può essere troppo ottimisti, l’effetto Giovanni Paolo II è passato. Se si guarda la situazione dell’America latina, già difficile, ci si accorge che non ci sono abbastanza preti, per non parlare dell’Africa in cui spesso i preti hanno una donna e il celibato è coperto in maniera elegante… Un altro serio problema è che Wojtyl´a è stato uno dei primi responsabili della mancanza di controllo delle nascite in Africa e non vedo come si può avere una posizione ragionevole sulla questione demografica senza una modifica all’enciclica Humanae vitae. Al di là della gerarchia, ci sono comunità che funzionano, in Germania, Svizzera e Austria per esempio; in generale, dove c’è un buon parroco le comunità funzionano perché l’identificazione del popolo non avviene più con il papa ma con il parroco della comunità locale. La domenica tutti si conoscono, giocano, mangiano insieme: lo spirito ecumenico è attivo. La mia speranza è che a livello locale ci sia di nuovo un cristianesimo vivo. Se la miseria della Chiesa diventasse ancora più grande, se i vescovi dicessero che non ci sono più preti, si dovrà pur fare qualche cosa. Aspetto il momento in cui un’autorità ecclesiastica, e non teologica come la mia, dirà che non è piu possibile continuare così. L’intransigenza e l’arroganza della curia di Roma hanno prodotto gli scismi nei secoli XI, XV e XIX. Spero che il prossimo papa segua il cammino di Giovanni XXIII e non di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

Vede una rottura tra il papato e il popolo cattolico?

Sì, è già una realtà di fatto, la gente non si occupa molto di quello che dice il papa, e delle regole di condotta che dà. Per esempio, Giovanni Paolo II si è sforzato in tutti i suoi atti, viaggi e discorsi di limitare le nascite, i divorzi e le relazioni ecumeniche, ma senza successo. Ha solo frustrato e messo in silenzio il clero. La maggioranza dei cattolici nei paesi industrializzati non si occupa molto di ciò che dice Roma su questi problemi; si fa tutto lo stesso, e si è solo furiosi e imbarazzati per le gaffe del pontefice. Ma in teoria le possibilità positive del papato sono enormi, è un peccato non usarle.

Cosa potrebbe fare concretamente secondo lei?

Potrebbe scrivere un’enciclica sulla sessualità, che eviti il libertinismo arbitrario e il rigorismo, sarebbe un grande documento, no?

Ho sempre pensato che Ratzinger sia intelligente e che possa fare qualcosa per le religioni; oggi c’è un certo scambio con le autorità musulmane, ma non vedo un gran progresso. Se leggete il Corano vedete che Gesù è ovunque ed è una figura molto positiva, ma a una condizione: non lo fate Dio! Se i giudeo-cristiani fossero stati presenti al primo Concilio di Nicea avrebbero protestato contro la famiglia reale che ha identificato Gesù e Dio, e quindi ora è difficile capirsi.

Non si può tornare indietro, come ha voluto fare la restaurazione senza riuscirci. Oggi la gente non si occupa delle processioni barocche della Chiesa, tipiche del secolo scorso, ma ci sono molte altre possibilità… speriamo che Benedetto XVI faccia almeno un’azione coraggiosa.

Io anche negli anni Ottanta ho fatto il mio dovere. Ho allargato i miei orizzonti, ho sempre studiato, viaggiato, parlato con la gente, ho letto le scritture e ho studiato molto le esegesi, la storia e l’etica mondiale e ho imparato questo: se voi parlate della verità, seriamente, con degli argomenti validi e in piena libertà, la gente vi ascolta. Questo si leggerà nel terzo volume delle mie memorie.

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