benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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il commento al vangelo della domenica

 così Gesù ci spiazza

‘sono venuto per servire’


Così Gesù ci spiazza: sono venuto per servire
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della XXIX domenica tempo ordinario – Anno B

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».[…]

Tra voi non è così! Bellissima espressione che mette a fuoco la differenza cristiana. Gli altri dominano, non così tra voi. Voi vi metterete a fianco delle persone, o ai loro piedi, e non al di sopra. Gli altri opprimono. Voi invece solleverete le persone, le tirerete su per un’altra luce, altro sole, altro respiro. La storia gloriosa di ciascuno non è scritta da chi ha avuto la capacità di dominarci, ma da chi ha avuto l’arte di amarci: gloria della vita. Sono venuto per dare la mia vita in riscatto per la moltitudine… Gesù riscatta l’umano, ridipinge l’icona di cosa sia la persona, cosa sia vita e cosa no, tira fuori un tesoro di luce, di sole, di bellezza da ciascuno. Libera il volto nuovo dell’umanità, riscatta l’umano dagli artigli del disumano; riscatta il cuore dell’uomo dal potere mortifero della indifferenza. Gesù è il guaritore del peccato del mondo, che ha un solo nome: disamore. Giacomo e Giovanni, i “figli del tuono”, gli avevano chiesto, con quel tono da bambini: Vogliamo che tu ci faccia quello che vogliamo noi… Gli altri apostoli si indignano, lo fanno per rivalità, per gelosia, perché i due fratelli hanno tentato di manipolare la comunità. Ma Gesù non li segue, va avanti, salva la domanda dei due e anche l’indignazione degli altri: Li chiama a sé, nell’intimità, cuore a cuore, e spiega, argomenta. Perché dietro ad ogni desiderio umano, anche i più storti, c’è sempre una matrice buona, un desiderio di vita, di bellezza, di armonia. Ogni desiderio umano ha sempre dietro una parte sana, piccolissima magari. Ma quella è la parte da non perdere. Gli uomini non sono cattivi, sono fragili e si sbagliano facilmente. «Anche il peccato è spesso un modo sbagliato per cercarti» (D. M. Turoldo). L’ultima frase del Vangelo è di capitale importanza: Sono venuto per servire. La più spiazzante autodefinizione di Gesù. La più rivoluzionaria e contromano. Ma che illumina di colpo il cuore di Dio, il senso della vita di Cristo, e quindi della vita di ogni uomo e ogni donna. Un Dio che, mentre nel nostro immaginario è onnipotente, nella sua rivelazione è servo. Da onnipotente a servo. Novità assoluta. Perché Dio ci ha creati? Molti ricordiamo la risposta del catechismo: Per conoscere, amare e servire Dio in questa vita, e goderlo nell’altra. Gesù capovolge la prospettiva, le dà una bellezza e una profondità che stordiscono: siamo stati creati per essere amati e serviti da Dio, qui e per sempre. Dio esiste per te, per amarti e servirti, dare per te la sua vita, per essere sorpreso da noi, da questi imprevedibili, liberi, splendidi, creativi e fragili figli. Dio considera ogni figlio più importanti di se stesso.
(Letture: Isaia 53,10-11; Salmo 32; Lettera agli Ebrei 4,14-16; Marco 10,35-45)

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una società diversa – un sogno impossibile? la marcia della pace Perugia-Assisi

“I care”
in marcia per una società della cura
domenica 10 ottobre , la bella marcia della pace Perugia-Assisi in edizione covid19, molto partecipata con l’attenzione ad evitare  assembramenti troppo stretti
una ricostruzione di Mario Di Vito
in “il manifesto” del 12 ottobre 2021
Il cielo incerto e il primo vero freddo della stagione non fanno troppa paura. In ventimila, da tutta
l’Italia, hanno percorso i 24 chilometri che separano Perugia da Assisi per la sessantesima edizione
della Marcia per la Pace. In testa lo striscione con scritto «I care», con un occhio alla pandemia e un
altro alla volontà esplicita dei partecipanti di prendersi cura del mondo.
«C’è bisogno della cultura della responsabilità e della cura reciproca – scandiscono gli
organizzatori –, cura delle giovani generazioni, della scuola, dell’educazione, degli altri, del pianeta,
dei bene comuni, della comunità e delle città». Un impegno che non riguarda soltanto quest’annata,
ma che, nelle intenzioni, dovrà segnare tutto il prossimo decennio: «Cura è il nuovo nome
della pace», come da frase di don Lorenzo Milani.
Un messaggio ribadito anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha inviato un
messaggio ai manifestanti: «I valori che ispirano e la partecipazione che continua a suscitare la
Marcia sono risorse preziose in questo nostro tempo di cambiamenti, ma anche di responsabilità.
Questa edizione si svolge a sessanta anni dalla prima marcia promossa da Aldo
Capitini, quell’originaria, esigente aspirazione alla pace e alla non violenza ha messo
radici profonde nella coscienza e nella cultura delle nostre comunità.
La pace non soltanto è possibile. Ma è un dovere per tutti». Tra i volti, oltre alla presenza
istituzionale del sindaco di Perugia Andrea Romizi e
della governatrice umbra Donatella Tesei, da segnalare Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace
condannato la settimana scorsa a tredici anni per aver cercato di offrire ai migranti un futuro
migliore e un’accoglienza degna in questo paese.
«Sono qui – spiega un Lucano visibilmente provato dagli eventi – perché non ho altri riferimenti per
trovare entusiasmo e continuare. Non mi importa, alla fine penso che è quasi naturale pagare gli
effetti collaterali di quello che ho fatto, senza dire luoghi comuni o costruire alibi. Quando ho
cominciato ad interessarmi alle politiche di accoglienza è stato per una casualità e mai avrei
immaginato che la normalità sarebbe diventata un fatto così eclatante.
Per me, non ci può essere pace senza diritti umani, senza uguaglianza e senza rispetto della vita. La
Marcia della pace significa trovare la pace».
Applausi di tutto il corteo per lo striscione della Cgil, in solidarietà per il terrificante assalto subito
ieri da parte di un gruppo di militanti fascisti in libera uscita per le strade di Roma durante la
manifestazione dei «no green pass».
I militanti del sindacato hanno anche apprezzato le non scontate parole di vicinanza espresse dal
palco da Romizi e Tesei, esponenti della destra umbra. Il sindaco di Perugia ha anche voluto
esprimere «un pensiero affettuoso all’imam Abdel Qader, nostro concittadino e amico, uomo di
pace e di dialogo che saliva sempre con noi su questo palco e che oggi non c’è più a causa delle
conseguenze del Covid».
Tra il folto gruppo di stendardi istituzionali, si fa notare la sindaca di Assisi Stefania Proietti.
«Siamo in migliaia a gridare basta alla violenza e all’indifferenza – dice –, oggi più di ieri è urgente
non solo invocare la pace ma anche farla con azione concrete. Oggi più di ieri bisogna prendersi
cura degli altri e mettere al centro la vita, la persona, la dignità».
Nella folla in marcia si vedono padre Alex Zanotelli, don Luigi Ciotti, Cecilia Strada, Aboubakar
Soumahoro, la moglie dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio ucciso lo scorso febbraio in Congo
Zadia Seddiki, i genitori del reporter Andy Rocchelli Elisa e Rino Signori.
Il resto è militanza diffusa, cattolici di base, striscioni, bandiere, migliaia di persone partite da ogni
angolo d’Italia per per poter dire di esserci, per affermare di combattere ogni giorno per la pace,
l’uguaglianza e la solidarietà. Per cercare di fare del mondo un posto migliore. 
nel grandioso quadro della multicolore partecipazione e dei messaggi inneggianti alla ‘convivialità delle differenze’ un bell’angolino rappresentato da alcune ragazzine rom del campo di Coltano (Pisa) orgogliosamente ed entusiasticamente presenti con la loro bandiera e il loro striscione con la ruota rappresentante il senso della vita come viaggio; con loro p. Agostino che da sempre condivide amichevolmente la loro vita nel campo
qui sotto la descrizione del loro viaggio vissuto con entusiasmo

la marcia della pace Perugia-Assisi  di Violza- Fatima- Adem- Yasin e il diario del viaggio scritto da due di loro, ‘scritto con semplicità’

Alle 4 del mattino siamo in partenza per Perugia , assonnati e freddolosi, iniziamo il viaggio. Di per sé la marcia noi  l’abbiamo iniziata due giorni fa, quando insieme abbiamo deciso di partecipare con entusiasmo e abbiamo voluto preparare un NOSTRO striscione. Ci dispiace per Laura che all’ultimo momento non ha VOLUTO venire, perdendo il suo entusiasmo. Sono le 6:20 e Agostino si è fermato a prendere un caffè, perché dorme ancora, invece noi siamo ancora assonnati. Abbiamo preparato uno striscione a modo nostro, la frase che abbiamo creato è :

NOI ROM VIVIAMO LA PACE CON IL CUORE E CON I PIEDI

è uno striscione bello e colorato perché è fatto con le nostri mani e la nostra fantasia.

Sono le 7,40 e siamo arrivati a Ponte San Giovanni. Qui aspettiamo l’arrivo della marcia prevista tra un’ora circa, approfittiamo per fare colazione e riposarci, c’è chi dorme,  chi mangia patatine e chi va al bagno. Attendiamo con ansia l’arrivo del Corteo della Pace, partito da Perugia. La giornata sembra bella con un po’ di nuvole ma non piove. Mentre attendiamo l’arrivo del Corteo, lì sul posto c’è tanta gente in attesa dell’arrivo del Corteo. Decidiamo di aprire il nostro striscione e di sventolare le due bandiere dei ROM e quella della Pace. Tante persone ci hanno chiesto che bandire fossero, quelle che tenevamo in mano, perché non la conoscevano. Noi abbiamo spiegato il significato della nostra bandiera: i due colori, l’azzurro e il verde e la ruota. Tutti sono rimasti sorpresi della nostra spiegazione è hanno apprezzato molto le nostre parole. Incuriositi molti ci hanno chiesto se eravamo ROM e da dove veniamo. Anche durante la marcia tante persone hanno chiesto la stessa cose. Ovviamente non sono mancati gli apprezzamenti per il nostro striscione e la nostra presenza in questo corteo.

Come ci sono piaciute anche le tantissime fotografie che la gente ci chiedeva, come segno di simpatia e gratitudine. In questa marcia abbiamo conosciuto Gualtiero un amico di vecchia data di Agostino, che  ha voluto restare con noi fino alla fine e con la sua presenza ci ha espresso la sua simpatia. Partecipando a questa marcia noi ci siamo divertiti tanto, nonostante la stanchezza, la pesantezza delle nostre gambe, ma è stato bello camminare insieme a così tanta gente per manifestare anche noi la volontà di un mondo più pacifico. Per noi è stata la prima volta fare una iniziativa insieme a così tanta gente che venivano da tanti posti diversi. Durante il viaggio di ritorno, noi ci siamo chiesti come mai la gente non conosceva la nostra bandiera. È vero, purtroppo la maggioranza degli italiani ci conoscono solo per gli aspetti negativi, perché invece a loro manca una conoscenza più VERA DELLA NOSTRA VITA: se non conosco la nostra bandiera, come fanno a conoscere la nostra storia, la nostra vita? Noi siamo contenti di aver partecipato, perché così abbiamo potuto farci conoscere, infatti molta gente si è sorpresa che anche noi rom siamo venuti a manifestare per la Pace.

Dobbiamo dire la verità, ci siamo fermati a Santa Maria degli Angeli, a 5 chilometri da Assisi, eravamo molto stanchi e i nostri piedi non c’è la facevano ad andare avanti. Rimane il desiderio per una prossima marcia di arrivare fino alla città di San Francesco. Dopo esserci riposati verso le ore 15 abbiamo preso il treno per ritornare a Ponte San Giovanni, per prendere il nostro camper, durate il viaggio di ritorno la stanchezza si è fatta sentire e abbiamo approfittato di riposarci. Questa è la storia della nostra marcia Perugia- Assisi. Alle 19,30 siamo arrivati al campo di Coltano, dove le nostre famiglie ci aspettavo con ansia e curiosità.

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il commento al vangelo della domenica

sarai felice se renderai felice qualcuno


Sarai felice se renderai felice qualcuno
il commento di E. Ronchi al vangelo della  XXVIII Domenica del  Tempo ordinario,  Anno B


In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: (…) «Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”» (…).

«Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri». (...)

Gesù è sulla strada, il luogo che più amava: la strada, che è di tutti, collega i lontani, è libera e aperta, una breccia nelle mura, ama gli orizzonti. Ed ecco un tale, uno senza nome ma ricco (la sua identità rubata dal denaro) gli corre incontro. Corre, come uno che ha fretta, fretta di vivere, di vivere davvero. L’uomo senza nome sta per affrontare un grande rischio: interroga Gesù per sapere la verità su se stesso. «Maestro buono, è vita o no la mia? Cosa devo fare per essere vivo davvero?». Domanda eterna. Universale.
Gesù risponde elencando cinque comandamenti e un precetto. «Maestro, tutto questo io l’ho già fatto, da sempre. Eppure…. Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò. Lo amò per quel “eppure”, che racconta fame e sete d’altro: osservare la legge non ha riempito la vita.

Gesù lo fissa. Quell’uomo fa una esperienza da brividi, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro. E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso è preso dall’incantamento, dal fascino del Signore, non resiste…

Invece la conclusione cammina nella direzione che non ti aspetti: «Una cosa ti manca, va’, vendi, dona ai poveri…». Dona. Sarai felice se farai felice qualcuno. Tu non sei ciò che hai, ma ciò che dai.

Dare: verbo pauroso. Noi vogliamo prendere, trattenere, accumulare. Dare ai poveri… Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare. Ma l’uomo ricco se ne va triste. Noi tutti abbiamo due vite in guerra tra loro: una è fatta di cose e di quotidiano e la seconda si nutre di richiami e appelli, di vocazione e sogno.

L’uomo ricco cammina triste: hanno vinto le cose e il denaro; non seguirà più la vita come appello, ma solo la vita come esistenza ordinaria, ostaggio delle cose.

Per tre volte oggi si dice che Gesù “guardò”: con amore, con preoccupazione, con incoraggiamento. La fede altro non è che la mia risposta al corteggiamento di Dio, un’avventura che nasce da un incontro, quando Dio entra in te e io gli do tempo e cuore.
Ecco allora una delle parole più belle di Gesù: tutto è possibile presso Dio. Egli è capace di far passare un cammello per la cruna di un ago. Dio ha la passione dell’impossibile. Dieci cammelli passeranno.

Don Milani sul letto di morte lo ha capito: adesso finalmente vedo il cammello passare per la cruna dell’ago. Era lui, il cammello, lui di famiglia ricca e potente, che passava per la cruna della piccolezza.

Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio? Avrai in cambio cento fratelli e un cuore moltiplicato.

«Con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire» (M. Marcolini).
(Letture: Sapienza 7,7-11; Salmo 89; Lettera agli ebrei 4, 12-13; Marco 10, 17-30).

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il modello teologico post-teista per una teologia per i nostri tempi?

 

Per un cristianesimo post-teista

per un cristianesimo post-teista

 da: Adista Documenti n° 35 del 09/10/2021

 

Il modello post-teista: una nuova speranza transreligiosa e planetaria

il modello post-teista

una nuova speranza transreligiosa e planetaria

 da: Adista Documenti n° 35 del 09/10/2021

 Non è solo in Italia che ci si interroga sul post-teismo. Il dibattito sul necessario cambiamento di paradigma nell’interpretazione del messaggio cristiano attraversa molti altri Paesi, dalla Spagna alla Francia, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Argentina al Cile. Ed è proprio per un confronto tra realtà anche geograficamente diverse che alcuni dei protagonisti di questo cammino di ricerca, José ArregiJosé María Vigil Santiago Villamayor (tre degli autori del libro Oltre Dio edito da Gabrielli), più lo statunitense Tony Brun e il cileno Gerardo González, hanno organizzato il 19 settembre scorso, su Zoom, un’ampia consultazione dal titolo “Un altro Dio e un altro cristianesimo sono possibili” (questo il link del video, in spagnolo e senza sottotitoli: https://www.academia.edu/video/jYrYX1). Un incontro a cui hanno partecipando oltre 100 persone, esprimendo dubbi, avanzando proposte, suggerendo correzioni e, anche, rivelando il proprio entusiasmo verso il nuovo paradigma post-teista, sulla base di una profonda convinzione: che di fronte alla scelta tra un profondo rinnovamento, l’adeguamento alla cultura dominante o l’arroccamento sulle posizioni tradizionali, è la prima alternativa quella su cui vale la pena scommettere, con tutto ciò che comporta anche rispetto all’immagine di Dio. E come contributo alla riflessione, centrata su tre interrogativi – qual è la nostra attuale situazione nel passaggio post-religionale; come favorire la sostituzione del paradigma religioso pre-moderno; quali elementi hanno bisogno di una maggiore maturazione – gli autori hanno preparato un testo base sul modello post-teista, proposto come «uno spazio comune per tutti i movimenti e i progetti per un altro mondo possibile». «L’umanità e il pianeta – si legge nel testo di convocazione dell’incontro – gemono nei dolori del parto aspirando alla giustizia universale, al benessere e alla felicità di tutti gli esseri viventi, a cominciare dai più vulnerabili. È un sentire universale e una dinamica che riteniamo propria anche della sapienza di Gesù di Nazaret».  

 

Qui, in  traduzione dallo spagnolo, il testo base della consultazione, scritto «in memoria di Roger Lenaers» (v. Adista News 7/8/21; la notizia della scomparsa di John Shelby Spong sarebbe arrivata solo dopo, v. Adista Notizie n. 33/21).  

Introduzione   

Molti/e cristiani/e sono oggi a disagio con i contenuti della loro fede. Sentono di richiamarsi a una cosmovisione pre-moderna ormai superata, verso cui provano una crescente disaffezione. Anche in altre tradizioni religiose o umaniste e in generale nella cultura di molti Paesi si produce un fenomeno simile. E così ci troviamo di fronte a un’umanità smarrita in transito verso nuove interpretazioni della realtà e un’unitaria speranza planetaria, post-secolare e post-teista.  

Tale smarrimento si deve in primo luogo ai nuovi modelli epistemologici, pluralisti e relativisti che mettono in discussione l’esistenza di una verità assoluta; ammettono molteplici linguaggi e procedimenti, che siano empirici, inclusivi o simbolici, ma in ogni caso dialogici e autocritici; sono distanti dal dogmatismo e dalla soggettività derivati dall’autorità e da presunte rivelazioni.  

Tali nuovi modelli pongono la religione nella necessità di rivedere i propri presupposti epistemologici e le proprie figure simboliche. Ma ciò non avviene in maniera sufficiente. Da questi nuovi modelli epistemologici deriva un’ontologia nuova. Una interpretazione della realtà come un tutto complesso e unitario di materia, energia, vita e coscienza, basata su una visione non dualista, olistica, in cui la “materia dinamica” autoconfiguratrice è fonte di successive proprietà emergenti qualitative, matrice che genera tutto l’esistente. Un’interpretazione che si oppone al dualismo materia-spirito e costituisce un grave colpo all’immagine tradizionale del Dio creatore, spirito puro, onnipotente e provvidente.  

Le religioni sono costruzioni sociali e così come sono state costruite si possono decostruire. Non sono creazioni eterne e inamovibili di un Dio ente supremo ed esterno al mondo. E così, in relazione al cristianesimo, ci sembra che la Bibbia non sia più il principio e fondamento della storia, la narrazione per antonomasia, tanto meno esclusiva. Il Mistero della Salvezza è una grande metafora e la Storia Sacra un racconto particolare contraddetto dalla scienza. La Rivelazione come verità primaria e superiore non è sostenibile. Non c’è un Dio precedente e separato dal mondo né uno spirito puro al di fuori della realtà creatrice, né un Figlio di Dio venuto a redimerci dalla morte e dal male, frutti di un peccato ereditario.  

Un altro cristianesimo è possibile e necessario. Si deve liberare la divinità dalla sua identificazione con un Ente Supremo dominante, Gesù dalla sua sacralizzazione come unigenito Figlio di Dio, incarnato in un ebreo della specie Homo Sapiens, e la Chiesa dal sistema cognitivo obsoleto che la tiene prigioniera e dalla sua struttura gerarchica derivata in gran par te dall’immagine di un Dio unico e onnipotente. È necessario convergere in una pratica laica di liberazione centrata sui diritti umani e la giustizia ecologica e ispirata a Gesù di Nazaret ed eventualmente ad altri cammini profetici e spirituali. Costruire un racconto universale che, partendo da modelli scientifici come la teoria della Grande Storia, incorpori l’ispirazione e lo spirito delle metafore e dei simboli religiosi; un racconto che sia al tempo stesso universale, particolare e provvisorio.  

In molte città dell’Europa, dell’America Latina, degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia e di altri Paesi sono sorti gruppi dal grande potenziale rinnovatore, i quali avvertono questo cambiamento di paradigma come un terremoto devastante che provoca prima sconcerto, poi sollievo e infine una rinascita spirituale. Ci piacerebbe camminare con voi in tale passaggio e per questo vi invitiamo a questa ampia consultazione.  

1. La tarda modernità, post-religionale e post-secolare  

Il mondo sta sperimentando una mutazione di grande portata, una metamorfosi globale; ci troviamo nell’occhio dell’uragano di un nuovo tempo assiale simile a quello del VI secolo prima della nostra era. Le idee, i costumi, le relazioni, la geopolitica, la tecnoscienza, ecc., configurano un contesto assai diverso da quello derivato dalle coinvinzioni più profonde del cristianesimo. L’immagine tradizionale predominante di Dio è cambiata e la sua esistenza è già da anni messa in discussione in maniera generalizzata; la scienza sostituisce le grandi risposte religiose; le questioni del male e della morte, dell’origine e della fine della vita vengono vissute in modo non mitologico e l’anelito comune è orientato generalmente verso la liberazione, l’autonomia e un benessere integrale e universale qui sulla terra. La religione, allora, perde il suo humus ed entra in competizione con altri progetti assiologici che le tolgono terreno. Senza contare, nel caso del cristianesimo, che il pluralismo e la globalizzazione lo rendono una religione tra le tante.  

Le posizioni conservatrici in politica e nella morale favoriscono l’esaurimento dei contenuti religiosi, ridotti a qualcosa di magico, obsoleto e contrario alla liberazione, e trovano nel vecchio cristianesimo la legittimazione del proprio modello oppressore di società e di persona. Sembra infine annunciarsi una nuova specie umana frutto dell’info-bio-tecnologia, esseri umani modificati geneticamente o roboticamente (transumanesimo) o nuovi esseri post-umani.  

L’esperienza religiosa “tremenda e affascinante” di altri tempi, costruita sullo sdoppiamento del mondo, cede oggi il testimone a una trascendenza più laica basata sulla venerazione, sull’amore e sull’impegno per la liberazione universale. Ciò che in altri tempi abbiamo chiamato “soprannaturale” non è tale, ma identificato oggi con l’atteggiamento di gratuità legato alla profondità umana.  

2. Il nuovo paradigma epistemologico  

La concezione della verità è cambiata. Le teorie epistemologiche attuali, assumendo la complessità e la prospettiva costruttivista della conoscenza, sono più aperte e meno pretenziose che nei secoli passati. Dal positivismo estremo si è passati a una concezione empirica più soft.  

Per i più recenti epistemologi non c’è bisogno che gli enunciati scientifici siano strettamente verificabili o confermati da esperimenti: basta che siano plausibili, che possano essere sottoposti al principio di falsificabilità. La conoscenza avanza negando l’errore più che affermando la certezza e sostituendo i paradigmi che non spiegano convenientemente i fatti.  

Tale evoluzione epistemologica nell’ambito della conoscenza considerata strettamente scientifica, il metodo positivo matematico-verificazionista, ci può servire da base per l’analisi del cambiamento religioso che oggi si sperimenta. È venuta meno la concezione della credenza dogmatica a favore di un’interpretazione più in termini di racconto, di simbolo o metafora. Le scienze umane e sociali (psicologia, sociologia, storia…), per essere rigorose, si servono di metodi scientifici o perlomeno non devono contrapporsi ai dati scientifici. Neppure la filosofia può ignorare o contraddire i risultati delle scienze. E le spiritualità o religioni tengono fortemente conto del proprio carattere di costruzione sociale e simbolica con funzioni meno esplicative e più comportamentali. Le manifestazioni umane simboliche (di carattere etico, estetico, sapienziale…), purché in linea con i dati scientifici, sono riconosciute come vie di accesso a una conoscenza reale, per quanto non possano essere sottoposte ai criteri di verificabilità-falsificabilità delle scienze positive.  

Ben al di là di una mera somma di discipline, la transdisciplinarietà, o scambio tra équipe, metodi e programmi di ricerca, offre una visione più completa della complessità del reale. La religione e il cristianesimo vogliono sentirsi parte di questo sforzo transdisciplinare. Hanno scoperto il grande errore di confondere la metafora con la descrizione realista, l’ispirazione con la norma. E accettano di assumere le nuove teorie dell’evoluzione, della genetica, della relatività e della meccanica quantistica, delle neuroscienze e dell’intelligenza artificiale. È ormai impossibile – oltre che chiaramente assurdo – pensare a idee permanenti, a dogmi immutabili e indiscutibili, a una morale irriformabile, a verità divinamente rivelate, a istituzioni infallibili. Il riduzionismo scientifico e il fondamentalismo religioso si stemperano e convergono.  

Scienza e fede  

Se prima, in senso figurato, “la fede aveva sempre ragione”, ora è la scienza a stabilire il criterio della minima verità comune. È oggi la ragione aperta la matrice dell’ispirazione credente. La conoscenza non emana dalla «Parola di Dio», né è assolutamente certa. Prima la scienza era accettabile nella misura in cui concordava con quella Parola rivelata. Ora lo schema si è in qualche modo invertito.  

La Bibbia – come ogni testo ispiratore – ci offre significato e speranza, in quanto racconto simbolico- poetico, ma deve essere intesa in linea con l’informazione scientifica. Scienza e fede sono linguaggi diversi: la scienza può arricchirsi con la fede, ma la fede non può essere in contraddizione con la scienza. La Bibbia non è il principio e il fondamento della comprensione della realtà, della morale e dell’organizzazione sociale o politica. Neppure può essere la fonte unica della spiritualità. Diciamo piuttosto che la Bibbia non ha ragione, ha anima. Dietro la smitizzazione di Rudolf Bultmann, il riconoscimento dei generi letterari e le ricerche archeologiche, intendiamo la Bibbia non tanto come un libro sacro e definitivo, normativo e rivelatore, Parola di Dio e verità assoluta, quanto piuttosto come un insieme di miti e storie con una funzione sapienziale, spirituale e socio-politica. Oggi vengono scritti racconti e poesie di uguale densità, sublimità e finalità.  

Tutte le religioni, pur assai diverse nelle forme, svolgono funzioni equivalenti e camminano verso una sovraetica della compassione. Il loro valore non può più derivare dalla forza della loro presunta ispirazione divina bensì dalla loro risposta alle necessità e ai diritti dell’essere umano. Con Kant potremmo dire: Credi e agisci in maniera tale che la tua fede possa essere considerata valida da tutta l’umanità.  

3. La nuova concezione della realtà  

Ci sembra più coerente e solida un’interpretazione non-dualista della realtà; aperta, olistica, emergente e creativa, in cui il caso e la necessità si coniugano senza necessità di un piano prestabilito, ma rivelando grande complessità, bellezza e ordine malgrado tanti fallimenti e involuzioni. Non crediamo che possano esserci cose o esseri spirituali sprovvisti di una qualsiasi forma o supporto. Angeli e demoni, oggetti sacri, santi, miracoli, considerati come esistenze indipendenti o interventi divini, sono costruzioni della nostra mente. Capacità come quelle di ragionare, amare, godere della bellezza e dare valore alla giustizia, che nella cosmovisione tradizionale eravamo soliti definire frutti dello spirito umano, sono qualità emerse dalla realtà materiale o energetica cosmica nel processo  evolutivo.  

Proprietà emergenti e materia creativa  Il cosmo è un grande sistema con “proprietà emergenti” (proprietà che dipendono dal comportamento del sistema e che non possono essere spiegate dagli elementi che lo compongono, ndt). La vita e la coscienza emergono da un processo di auto-organizzazione a partire dalla materia o energia primordiale. Tutto è costituito da una materia dinamica e creativa da cui sorgono successivamente molteplici “proprietà emergenti”. In ultima istanza non ci sono confini definiti tra la sfera fisica, quella vivente e quella mentale.  

La materia è qualcosa di primordiale che evolve continuamente, e non la cosa statica, senza vita e sterile che risulta da una percezione superficiale. Non intendiamo più la materia come qualcosa di passivo, inerte, agli antipodi dello spirito; più che una massa è attività, energia, movimento. Il dualismo materia- spirito falsifica la realtà. La realtà è in ultimo termine inaccessibile alla nostra conoscenza e si presenta come qualcosa di aperto ed enigmatico. L’indeterminazione della materia e il nuovo concetto di legge fisica come espressione di tendenze probabili impediscono un’immagine integrale, oggettiva ed esatta del mondo e una concezione realista della conoscenza.  

4. Il racconto di Gesù di Nazareth

Gesù di Nazareth è una persona come noi, non l’essere perfetto, né il redentore, con il suo sangue, di un peccato mitico ed ereditario. La sua interpretazione come il Cristo ha ammantato di esclusività il suo messaggio e ne ha forzato l’imposizione. Quello di Gesù di Nazaret è un racconto ispiratore, una storia incompleta e una costruzione religiosa simbolica, aperta, oltre il molteplice mito creato dalle discepole e dai discepoli delle prime generazioni a partire dalla sua venerazione come Profeta degli ultimi tempi, Figlio di Dio o Messia sofferente esaltato da Dio, Sapienza o Logos di Dio incarnato. È a partire da questo mito che alcuni tentarono di ricostruire la sua storia, “vita e miracoli”, e altri costruirono un immenso edificio razionale sulla base di questa “filiazione divina”. Ma il dato originario è il racconto di fede dei discepoli e delle discepole della seconda generazione, il “Gesù della fede”. Il Cristo della Chiesa, il dogma cristologico, è una costruzione dottrinale, la quale, secondo i tempi e le epoche, ha potuto comunque veicolare l’ispirazione di “santità” o dedizione suscitata da Gesù.  

Il titolo “Figlio di Dio” è un’espressione simbolica propria dell’epoca che non possiamo più interpretare letteralmente. Il punto decisivo non è tanto quello che si racconta che abbia detto e fatto Gesù, se sia stato il Messia (“Cristo”) definitivo e atteso, quanto il senso di elevazione e di gratuità che suscita in noi, ciò che avviene nella memoria e nell’interiorità quando ci si imbatte nelle cose ultime. La cosiddetta “divinità di Gesù” non è un tratto oggettivo della sua persona. La intendiamo come metafora della sua umanità radicale ed espressione dell’adesione vitale che ci ispira quando ci lasciamo toccare dalla sua sapienza. Il messaggio liberatore e gli atti carismatici di Gesù hanno dato vita a un “movimento” che lo ha riconosciuto come profeta e martire esaltato da Dio, costituito come Messia o Figlio del Dio che verrà. Nelle chiese di cultura greca, questa confessione giudaico-cristiana si è trasformata nella confessione della filiazione ontologica, dualista, ed è in questa chiave che si sarebbero elaborati più tardi i dogmi cristologici. Ma questo linguaggio e questi significati risultano estranei alla filosofia, alla cosmovisione scientifica e alla cultura comune di oggi.  

5. Il post-teismo  

Un passaggio decisivo della nostra decostruzione/ricostruzione è il non-teismo, o post-teismo: il superamento del teismo, ossia smettere di pensare, immaginare, credere in un Ente Supremo, Dio creatore e Causa esterna del mondo; un Ente “anteriore” o almeno distinto da questo, immagine ancora in vigore tra i credenti in generale, tra la maggioranza dei teologi e nella dottrina ufficiale cristiana. Tale visione non risulta più concepibile né credibile per la maggioranza delle persone e in particolare per gli intellettuali, per quanto sensibili possano essere al mistero più profondo della realtà: la loro intelligenza spirituale cammina verso altre direzioni.  

Il teismo nasce e cresce nell’età dei metalli, quando si intensifica l’agricoltura, aumenta la popolazione e si costruiscono città, e nelle città i templi. I compiti si specializzano, la società diventa più complessa. C’è bisogno di miti, leggi, capi, autorità, funzionari e guerrieri per trasmettere gli ordini del signore, farli rispettare e conquistare territori. La società si gerarchizza, gli esseri umani diventano schiavi gli uni degli altri… E c’è bisogno di divinità per dare coesione, sicurezza e legittimità ultima alla convivenza ordinata, gerarchizzata e sottomessa.  

L’architettura del mondo viene riconvertita su “due piani”. I miti della separazione tra il cielo e la terra – dal quinto millennio prima della nostra era – provocano la lacerazione della realtà cosmica, fino ad allora unita, unitaria, unica, totale (olistica). Rimane confinata nel piano basso la realtà materiale, naturale, carnale e sessuale e sale al cielo una realtà strettamente spirituale, immateriale, non naturale, non carnale e non sessuale, spirituale e soprannaturale. Il dualismo e Theos sono, però, rappresentazioni superate e per questo diciamo che non c’è bisogno di essere teisti né di sviluppare un’esistenza soprannaturale per essere cristiani, benché tale immagine sia ancora presente nella maggior parte delle persone.  

Il post-teismo non è, in sé, né ateo, né nichilista, né materialista-riduzionista, né chiuso alla sacralità e alla divinità; semplicemente, si sbarazza criticamente e coscientemente di un prodotto evolutivo creato dall’essere umano, una “fantasia utile” di cui si è servito in un momento dato dello sviluppo della sua cultura e infrastruttura materiale.  

Il post-teismo è compatibile con la diversità di simboli con cui riconosciamo con riverenza e in maniera attiva un Mistero ultimo o una Realtà Ineffabile nella quale siamo. È un invito a superare tanto il teismo quanto l’ateismo convenzionale di tipo positivista, a riscoprire la casa comune cosmica, a far ritorno dalla fuga soprannaturale alla natura a cui apparteniamo. Il postteismo non pone una camicia di forza all’esperienza del mistero e permette la creatività spirituale e l’autonomia, poiché non c’è la coercizione di un’immagine imposta e fissa: è contrario all’assolutismo di una rappresentazione unica. Equivale a un agnosticismo attivo. Un “non sapere” che fonde il suo vuoto cognitivo nel vuoto infinito, come uno sguardo profondo verso un orizzonte senza forma che, per la sua imprecisione, può adottare diverse figure aperte e ispiratrici. Cammina sulle acque della realtà, sempre olistica, senza separarle.  

6. Alcune inquietudini di fronte al post-teismo  

C’è chi dice che il post-teismo intacchi l’ordine sociale e il suo fondamento principale, ma è piuttosto la società teocentrica e teocratica costituita con l’aiuto di questo Theos prima descritto che è servita da standard e guida per un conservatorismo autoritario distruttore dell’armonia sociale, frenando da un lato il progresso della conoscenza e dell’educazione civica laica e dall’altro alimentandoli ma in maniera subordinata ai propri fini pastorali.  

Si obietta che il non-teismo distrugge la religiosità popolare. Effettivamente, la critica decostruttiva del Theos può provocare la crisi profonda di molte immagini, convinzioni e pratiche della religiosità popolare. Ma non è questo l’obiettivo diretto della nostra riflessione post-teista: non vogliamo dettare a nessuno nuove idee, immagini o pratiche religiose o non religiose. Crediamo, tuttavia, che, senza alcun tipo di paternalismo, sia una nostra responsabilità proporre, con onestà e rispetto, criteri teologici che riteniamo più coerenti con la cosmovisione attuale, affinché le persone stesse giudichino e scelgano da sé in maniera da poter essere protagoniste della propria liberazione integrale.  

Si presuppone che il post-teismo ponga al secondo posto o indebolisca l’impegno liberatore. Pensiamo di no. Il superamento del teismo tradizionale ancorché maggioritario non nega né riduce il primato della liberazione integrale, ma la libera solo dalla sua epistemologia e dalla sua impalcatura mitiche, sempre più insostenibili a breve e medio termine. La riflessione post-teista vuole offrire criteri e strumenti teologici (in senso ampio) oggi più coerenti per la liberazione da tutte le oppressioni. La liberazione richiede anche la liberazione da un “Dio” che sottomette o legittima la sottomissione.  

Preoccupa la perdita della relazione personale con Dio. Il paradigma post-teista riconosce che si tratta di un antropomorfismo, di un’erronea supposizione simile a quella di un “amico invisibile” al nostro fianco o al di sopra di noi. Bisognerebbe parlare piuttosto del carattere sovrapersonale della realtà ultima, di tutta la realtà, in quanto il concetto di “persona” è stato e continua a essere generalmente inteso come un soggetto individuale di fronte a un altro. L’intera realtà, tuttavia, è relazionale. Il post-teismo riconosce le esperienze dell’interiorità, le molteplici forme di sentirsi parte di una realtà tanto ambigua quanto impregnata di bellezza e di bontà, oggetto di gratitudine, fonte di speranza e di compassione attive. Che si usi un nome piuttosto che un altro o si scelga il silenzio o una maniera dialogica.  

Altre inquietudini si riferiscono all’apparenza panteista del post-teismo. Ma noi non diciamo che tutto è Dio, bensì che ciò che è stato chiamato Dio è in tutto come essere e non come ente superiore separato. E soprattutto continueremo a cercare il significato e il posto che occupa Gesù in questa nuova visione. Al momento rimandiamo a quanto detto nel punto 4. Ricapitolando, ci sembra che oggi, per molte persone cristiane, profondamente sincere e impegnate, non solo sia lecito ma sia anche urgente lasciarsi dietro ogni immagine teista di Dio, andando con ciò oltre Gesù, figlio del suo tempo.  

7. Il cambiamento da sostenere 

  Questo nuovo modello di cristianesimo comporta un ritorno ai valori evangelici, per quanto reinterpretati. Il vangelo non costituisce tanto un’identità religiosa concreta superiore quanto un appello ai valori universali su cui la comunità umana sta dialogando e cercando un consenso a partire dal suo miglior sentire. Ci troviamo di fronte non tanto a una conversione morale o a un apostolato nuovo quanto a una nuova interpretazione della conoscenza, della realtà e della divinità.  

Molte persone religiose pensano che, se si perde la religione, il mondo perderà il fondamento della verità e soprattutto della morale. Ma dietro la grande decostruzione del teismo e della religione rimane il vigore creativo della realtà, l’autopoiesi dell’amore, ispirata alla profondità dell’essere umano e di tutto quanto è. Una speranza senza certezze e un amore senza condizioni, come leggiamo nel racconto di Gesù.  

Oggi è quasi impossibile continuare con le pratiche religiose derivate dal teismo. La teologia che le sostiene sprofonda come costruzione razionale. Fondata su metafore e credenze mitologiche, rivendica coerenza e verità quando ciò che esiste è, semplicemente, una creazione di significato e di motivazione. La teologia è riconducibile piuttosto a una speleologia del cuore umano, una socio-antropologia della trascendenza che si apre nella coscienza, senza un “a priori” teista o ateo.  

Bisogna colmare una volta per tutte il ritardo premoderno. E farlo e dirlo senza paura. Nelle celebrazioni, in qualunque modo siano, nei comunicati e nelle conversazioni, possiamo servirci di qualcosa di meglio che di alcuni miti inespressivi e ritualizzati ed evitare convinzioni certe e moralismi basati su miracoli e cammini di redenzione. Si può mostrare piuttosto la meraviglia della nostra Grande storia universale, creativa, aperta. Provare stupore per la quantità innumerevole di stelle, particelle e neuroni, per la buona volontà, per il valore del perdono, della consolazione, della civiltà e dell’azione per la giustizia; per l’armonia con la natura e per la compassione nei confronti dei più bisognosi, recuperando così in altro modo i grandi valori e le grandi scoperte delle tradizioni religiose e cooperando sullo stesso piano con tutti. Né la religione di un altro mondo, né la rassegnata mancanza di significato nella laicità. La nostra missione è essere compartecipi dell’evoluzione creatrice, ispirati da Gesù di Nazaret.

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il commento al vangelo della domenica

l’amore non va offeso
il commento di E, Bianchi al vangelo della ventisettesima domenica del tempo ordinario (3 ottobre 2021)
Mc 10,2-16
 

²Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. ³Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». ¹⁰A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. ¹¹E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; ¹²e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». ¹³Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. ¹⁴Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. ¹⁵In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». ¹⁶E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro. 

 

La parte più lunga del vangelo di questa domenica ci testimonia un confronto di Gesù con alcuni farisei, i quali lo mettono alla prova, lo tentano, cercando di sorprenderlo in errore riguardo alla tradizione dei padri, sul tema della possibilità del divorzio. Questo annuncio evangelico è esigente, chiaro: da una parte ci scandalizza, soprattutto se conosciamo la faticosa realtà della vicenda nuziale; dall’altra, lo stesso brano può essere utilizzato come un bastone, per giudicare e condannare chi è in contraddizione con le parole chiare e piene di parrhesía pronunciate da Gesù. 

Per questo, ogni volta che devo predicare su questo testo mi metto in ginocchio non solo davanti al Signore, ma anche davanti ai cristiani e alle cristiane che vivono il matrimonio, per dire loro che, certo, rileggo le parole di Gesù e le proclamo, ma senza giudicare, senza minacciare, senza l’arroganza di chi si sente immune da colpe al riguardo, memore di ciò che Gesù afferma altrove: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” (Mt 5,28). Chi legge queste parole di Gesù non sta dall’altra parte, in uno spazio esente dal peccato, ma innanzitutto si deve sentire solidale con quanti, nel duro mestiere del vivere e nell’ancor più duro mestiere del vivere nella coppia la vicenda matrimoniale, sono caduti nella contraddizione alla volontà del Signore. Non posso dunque fare altro che offrire qui alcuni semplici spunti di meditazione, eco della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture. 

Nel millennio dell’Antico Testamento la pratica del divorzio era comune in tutto il medio oriente e il mondo mediterraneo. Il divorzio era una realtà normata dal diritto privato, che lo prevedeva solo su iniziativa del marito. Il matrimonio era un contratto, neppure scritto, e dobbiamo riconoscere che nell’Antico Testamento non vi è nessuna legge sul matrimonio. Il brano del Deuteronomio a cui certamente si riferiscono i farisei (Dt 24,1-4) in verità appartiene alla casistica e non alla dottrina, perché mette a fuoco un caso particolare, e di conseguenza deve essere recepito con dei limiti ben precisi. Si legge in quel testo: 

Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso (‘erwat davar, lett.: “nudità di qualcosa”), scriva per lei un certificato di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa (Dt 24,1). 

Viene dunque contemplato il caso in cui l’uomo trovi nella moglie “qualcosa di vergognoso”, espressione assai vaga che i rabbini interpretano in modi molto diversi; in tal caso, il marito ha la possibilità di divorziare. A certe condizioni, pertanto, il divorzio è permesso e ne è prevista la procedura, ma da questo non si può concludere che nella Torah, nella Legge di Mosè vi sia una dottrina sul matrimonio e una sua precisa concordi disciplina. D’altra parte, i profeti, i sapienti e gli stessi testi essenici non offrono posizioni certe e chiare che escludano il divorzio e proclamino che la Legge di Dio lo vieta. Solo Malachia testimonia una parola del Signore semplice ma radicale: “Io odio il ripudio” (Ml 2,16). 

Ma ecco che Gesù è chiamato dai farisei a esprimersi proprio su questa possibilità: “È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?”. Egli risponde con una domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Ed essi a lui: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. È come se gli dicessero: “Questa è la Torah!”. Gesù allora interviene in modo sorprendente: non entra nella casistica religiosa a proposito della Legge; non si mette a precisare le condizioni necessarie al ripudio, come facevano i due grandi rabbi del suo tempo, Hillel e Shammai; non si schiera dalla parte dei rigoristi né da quella dei lassisti. Nulla di tutto questo: Gesù vuole risalire alla volontà del Legislatore, di Dio. In tal modo egli ci fornisce un principio decisivo di discernimento nel leggere e interpretare la Scrittura: fare riferimento all’intenzione di Dio (e non a tradizioni umane: cf. Mc 7,8.13!), che attraverso le sua parola messa per iscritto vuole rivelarci la sua volontà.  uesta dunque la replica di Gesù ai suoi interlocutori: “Per la durezza del vostro cuore (sklerokardía) Mosè scrisse per voi questa norma. Ma nell’in-principio (be-reshiten archê: Gen 1,1) della creazione Dio ‘li fece maschio e femmina’ (Gen 1,27); ‘per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola’ (Gen 2,24). Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Gesù risale al disegno del Creatore, alla creazione dell’adam, il terrestre tratto dall’adamah, la terra (cf. Gen 2,7; 3,19), fatto maschio e femmina perché insieme i due vivano nella storia, la storia dell’amore, la storia della vita, l’uno di fronte all’altra, volto contro volto, in una reciproca responsabilità, chiamati nel loro incontro a diventare una sola realtà, una sola carne. In questo incontro di amore c’è la chiamata a essere amanti come Dio ama, essendo lui amore (cf. 1Gv 4,8.16), di un amore durevole, fedele, per sempre; in questo incontro c’è l’arte e la grazia del dono gratuito l’uno all’altra, a cominciare dal proprio corpo; c’è l’alleanza che fa sì che l’incontro sia storia nel tempo e tenda dunque al “per sempre”, fino alla morte, per andare anche oltre la morte. 

Questa la volontà di Dio nel creare il terrestre e nel porlo nel mondo quale sua unica immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26-27). È un mistero grande, ma tanto grande che è difficile per gli umani fragili, deboli e peccatori viverlo in pienezza. In verità, sappiamo quanta miseria si sperimenti in questo faticoso incontro, come sia facile la contraddizione, come questo capolavoro dell’arte del vivere insieme nell’amore sia perseguibile, ma mai pienamente e solo con l’aiuto della grazia, con l’efficacia del Soffio santo del Signore. Eppure l’annuncio di Gesù permane, in tutta la sua chiarezza: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Subito dopo, questa parola dura ed esigente viene spiegata da Gesù ai suoi discepoli, nella casa in cui la comunità si ritrovava. E viene spiegata con un’aggiunta straordinaria per la cultura del tempo, visto che Gesù mette sullo stesso piano la responsabilità dell’uomo e quella della donna: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”. 

Certo, Mosè ha cercato di umanizzare la pratica del divorzio, imponendo al marito di percorrere una via giuridica di rispetto per la donna. Ma Gesù, proprio guardando alla durezza di cuore dei destinatari della Torah, osa andare ben oltre, mettendo in evidenza la volontà, l’intenzione del Creatore. Del resto, lo aveva già fatto altre volte, svelando, per esempio, la volontà di Dio sul sabato e sulla sua osservanza (cf. Mc 2,23-28): sempre Gesù si fa interprete autentico della Legge non attraverso vie legalistiche, non attraverso interpretazioni fondamentaliste, ma annunciando profeticamente la volontà di Dio a tutti, in particolare ai peccatori pubblici e agli esclusi, da lui sempre accolti, perdonati, mai condannati. 

Dall’annuncio dell’indissolubilità del matrimonio Marco, cambiando scena, passa poi al tema dell’accoglienza dei piccoli. Vengono portati e presentati a Gesù dei “bambini” (paidía), affinché li tocchi, e dunque attraverso il contatto fisico comunichi loro forze benefiche di guarigione di benedizione. Nella cultura giudaica del tempo i bambini non contavano nulla, erano di fatto trattati da esclusi, come le donne e gli schiavi. Il rapporto con un rabbi è una relazione importante che riguarda gli adulti, quelli che sono in grado di conoscere e osservare la Torah. Per questo i discepoli intervengono a sgridare i bambini, ma Gesù va in collera, si indigna e li rimprovera perché i bambini, come gli altri “esclusi” e “marginali”, hanno un loro posto nel regno di Dio. 

Proprio i bambini e quelli che sono simili a loro per la piccolezza e l’essere scartati e ai margini, sono i primi beneficiari e destinatari del Regno. Non vi è qui nessun ipotetico riferimento a un’innocenza dei bambini, ma viene messa in evidenza la loro condizione di povertà, di esclusione, di piccolezza, che attira l’attenzione di Gesù. Semmai egli sa individuare in questi bambini una esemplarità nella loro accoglienza del dono del Regno: stupore, meraviglia, nessun merito vantato, ma la semplicità di chi accoglie il dono dei doni. E così Gesù ammonisce quanti nella sua comunità vorrebbero impedire agli esclusi, ai poveri, agli ultimi l’accesso a lui. Proprio a questi ultimi va invece la sua tenerezza, la sua benedizione, il suo abbraccio, affinché non si sentano più abbandonati o messi ai margini 

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in morte di Spong, il teologo della morte del teismo, non di Dio

 

Addio a John Shelby Spong, tra i padri della teologia post-teista

addio a John Shelby Spong, tra i padri della teologia post-teista

tratto da: Adista Notizie n° 33 del 25/09/2021  

 Dopo il teologo belga Roger Lenaers, scomparso lo scorso 5 agosto, ci ha lasciato, all’età di 90 anni, anche il vescovo episcopaliano John Shelby Spong, un’altra delle figure più emblematiche del nuovo pensiero teologico legato al paradigma post-religionale e post-teistico. Se ne è andato nel sonno, dopo una vita da lui descritta come felice e piena d’amore e sempre accompagnata dalla speranza, anche dalla speranza della vita eterna. 

Proprio a questo tema, del resto, aveva dedicato uno dei suoi libri, dal titolo, appunto, Vita eterna. Una nuova visione (scritto nel 2009 e uscito in italiano nel 2017 per i tipi di Gabrielli Editori), tentando di rispondere in maniera credibile a un interrogativo centrale non solo per la fede cristiana ma anche per la vita di ogni singolo essere umano: «Al di là della religione, al di là del teismo, al di là del cielo e dell’inferno, è ancora plausibile parlare di vita eterna»? 

Sganciando definitivamente tale visione dai concetti di premio e castigo, e dunque invitando a condurre la propria esistenza sotto la spinta dell’amore anziché della paura, il teologo statunitense non aveva però rinunciato a credere alla possibilità che «la vita umana autocosciente» condivida «l’eternità di Dio e che – scriveva –, nella misura in cui sono in comunione con quella forza vitale in perpetua espansione, quella potenza d’amore che arricchisce la vita e quell’inesauribile Fondamento dell’essere, io vivrò, amerò e sarò parte di ciò che Dio è, non vincolato dalla mia mortalità ma dall’eternità di Dio». Una svolta dalla divinità sopra di noi a quella dentro di noi che, concludeva Spong, «non significa allontanarsi da Dio, come i paurosi grideranno; significa, e io ora lo credo, camminare in Dio». 

Ma il suo impegno a «salvare il cristianesimo come forza per il futuro», rendendone il messaggio nuovamente rilevante e significativo per le donne e gli uomini contemporanei, era iniziato già molto tempo prima, e cioè da quando, attento ai numerosi segnali di declino evidenziati da ogni parte dalla religione cristiana, aveva compreso, «come vescovo e come cristiano impegnato», la necessità di trovare nella Chiesa il coraggio che la rendesse «capace di rinunciare a molti schemi del passato». 

Un impegno, il suo, tradottosi, alla vigilia del XXI secolo, in un libro diventato una pietra miliare in questo cammino di riflessione teologica: Why Christianity Must Change or Die (edito in Italia nel 2019 da Il pozzo di Giacobbe, con il titolo Perché il cristianesimo deve cambiare o morire), successivamente ridotto a un manifesto in 12 tesi attaccato, «alla maniera di Lutero», all’ingresso principale della cappella del Mansfield College, all’Università di Oxford, e poi inviato per posta a tutti i leader cristiani del mondo: su Dio, Gesù, il peccato originale, la nascita verginale, i miracoli, la teologia dell’espiazione, la resurrezione, l’ascensione, l’etica, la preghiera, la vita dopo la morte, l’universalismo. Dodici tesi che Spong aveva ripreso, sviluppandole ulteriormente, nel suo ultimo libro, scritto all’età di 87 anni, uscito negli Stati Uniti nel 2018 e pubblicato in Italia grazie alla casa editrice Mimesis nel 2020, con il titolo Incredibile. Perché il credo delle Chiese cristiane non convince più. Era stato, in realtà, il suo quinto “ultimo libro”, ciascuno nascosto “a sua insaputa” «sotto il tappeto» del processo di elaborazione del precedente, ma a questo, il teologo, proprio adducendo ragioni di salute, aveva assicurato che non ne sarebbero seguiti altri. 

Preceduto da opere importanti come, oltre a quelle già citate, Un cristianesimo nuovo per un mondo nuovoGesù per i non religiosi, Il quarto VangeloLetteralismo biblico: eresia dei gentiliI peccati della Bibbia (edite da Massari e sempre curate da Ferdinando Sudati, come tutti i libri di Spong nel nostro Paese), il volume aveva offerto una sintesi conclusiva della sua coraggiosa rilettura post-teista del cristianesimo, in direzione di una nuova espressione religiosa compatibile con le recenti acquisizioni scientifiche: senza dogmi, senza dottrina, senza gerarchie, senza la pretesa di possedere la verità assoluta. 

Una visione del cristianesimo «così radicalmente riformulata da poter vivere in questo nuovo audace mondo» – come già scriveva in Un cristianesimo nuovo per un mondo nuovo – ma legata ancora all’esperienza che ha dato origine a questa fede-tradizione più di duemila anni fa. Non a caso l’autore si è sempre professato come un gioioso, appassionato, convinto credente nella realtà di Dio: «Credo che Dio sia reale e che io viva profondamente e significativamente in rapporto con questa divina realtà. Proclamo Gesù mio Signore. Credo che egli abbia mediato Dio in un modo poderoso e unico nella storia dell’umanità e in me». Tuttavia, aggiungeva nello stesso libro, «non definisco Dio come un essere soprannaturale. Non credo in una divinità che può aiutare una nazione a vincere una guerra, intervenire a curare la malattia di una persona cara, permettere a una particolare squadra sportiva di battere la sua avversaria». 

Morte del teismo, non di Dio 

Secondo Spong, il Dio inteso teisticamente come «un essere con potere soprannaturale» da supplicare, obbedire e compiacere starebbe sul punto di morire, se non è già morto, per quanto le autorità ecclesiastiche preferiscano continuare il gioco del “facciamo finta”. Tuttavia, precisava il teologo, la morte del teismo come descrizione umana di Dio non comporta affatto di per sé la morte di Dio. Non esige, cioè, la rinuncia alla speranza che «ci sia una realtà trascendente presente nel cuore stesso della vita» che sia possibile chiamare Dio e che «la sua presenza sia sperimentata come qualcosa che ci richiama oltre i nostri timorosi e fragili limiti umani». Né intacca la convinzione che questa realtà trascendente si sia rivelata nella vita di Gesù in modo così completo da permettere di vedere in lui il significato di Dio. 

Questa speranza in Spong non è mai venuta meno: «Dio è la sorgente ultima della vita. Si venera Dio vivendo pienamente, condividendo profondamente ». E ancora: «Dio è la sorgente ultima dell’amore. Si adora questo Dio amando generosamente, diffondendo con levità amore, donando amore senza fermarsi a valutare il costo». E, infine: «Dio è l’Essere, e veneriamo questo Dio avendo il coraggio di essere tutto quello che possiamo essere», andando oltre «il modo di sopravvivere chiusi in se stessi». E dunque «Dio non è morto. Siamo veramente entrati in Dio. Siamo portatori di Dio, co-creatori, incarnazioni di ciò che Dio è». 

Ma nel mondo post-teistico, secondo Spong, continuerà a esserci spazio anche per la Chiesa, anche dopo che il culto non avrà più lo scopo di confessare i nostri peccati a un “paterno giudice”, né di contare sul potere delle preghiere comunitarie per dirigere il corso della storia del mondo. Una Chiesa che si dedicherà all’espansione del Regno di Dio, operando con determinazione non per un programma religioso, ma per il programma della vita, della vita in abbondanza per tutti, non imponendo la propria verità a nessuno ma vivendo solo per accrescere l’amore.

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la suora che lotta contro il sessismo dentro la chiesa

«la chiesa può guarire dal sessismo in 24 ore»

 

suor Forcades

 

 

di Elisabetta Rosaspina

Monaca di clausura, indipendentista, attivista per il diritto all’aborto e per le unioni omosessuali, Teresa Forcades è una delle mistiche più ascoltate. «Francesco è un riformatore, l’amore è sempre un miracolo»

Monaca? Ebbene sì, di clausura. Catalana? Certo, per nascita e per appartenenza politica e sentimentale. Indipendentista? Eccome! Femminista? Da sempre. Negazionista sulla pericolosità del Covid 19? «No, questo è falso» protesta suor Teresa Forcades, benché tenga da tempo Big Pharma nel mirino: «Non può essere che il business farmaceutico domini nel mezzo di una pandemia», si è ribellata in un’intervista al periodico digitale catalano VilaWeb. Dubita dell’efficacia del metodo di vaccinazione in corso, è vero, «se crei l’immunità al virus, ma non lo elimini, lo inviti a mutare in una nuova variante». Ma «da un punto di vista scientifico non ha senso essere pro o contro la scienza» ha ricordato nella stessa occasione.

Teologa di fama internazionale

I suoi dubbi non sono profani, poiché suor Teresa Forcades, 55 anni, teologa di fama internazionale, figlia di un agente di commercio e di un’infermiera, è laureata in medicina interna a Buffalo, nello Stato di New York. Ha un dottorato in Salute pubblica e uno in Teologia fondamentale, conseguiti a Barcellona. Un Master of Divinity ad Harvard. Ha insegnato Teologia della Trinità e Teologia queer alla Humboldt-Universität di Berlino. La sua opinione conta nella comunità scientifica e in quella ecclesiastica. I suoi libri hanno un’ampia diffusione in patria e all’estero. Il New York Times le ha dedicato recentemente un ampio ritratto (che l’ha fatta molto arrabbiare), catalogandola nell’influente partito europeo dei no vax. Una testimone a favore delle teorie cospirazioniste. Ma lei non ci sta. Un partito, in realtà, l’ha fondato sul serio suor Teresa Forcades, assieme all’economista Arcadi Oliveres, scomparso qualche mese fa: Procés Constituent, a Barcellona, nel 2012. Uno schieramento repubblicano, anticapitalista, indipendentista che, appena nato, raccolse diecimila adesioni in sette giorni.

«Creatura del chiostro aperta al mondo»

Il Vaticano probabilmente non condivide appieno certe sue esternazioni sul diritto all’aborto e sulla legittimità delle unioni omosessuali, ma le riconosce titoli e competenze: «Benedettina, mistica, attivista, medico, creatura del chiostro e al tempo stesso aperta al mondo, perfino nelle sue istanze più estreme» è stata descritta dalla scrittrice Emanuela Canepa nel numero di gennaio del supplemento dell’ Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo .

Sta vivendo almeno due vite, apparentemente poco conciliabili: come fa?
«Non è stato programmato. Sono nata in una famiglia poco praticante dal punto di vista religioso. La mia relazione con Dio è scaturita da un’esigenza pratica. Nel 1995 cercavo un po’ di quiete per preparare un esame universitario e ho chiesto ospitalità al convento di Montserrat. È diventato la mia casa. Non era nei miei piani prendere il velo. Ma la vocazione è come una specie di innamoramento. Non si spiega. Si comincia a tremare e ci si chiede: che cosa mi succede? Sono entrata in monastero due anni dopo, ho lasciato la medicina per prepararmi ai voti».

 

Ma poi ha accumulato nuovi diplomi e specializzazioni.
«Sì. Quando ero novizia la madre badessa si era resa conto delle mie attitudini intellettuali. Mi ha spinto a riprendere gli studi. Il dottorato in Teologia mi pareva un’idea splendida. Avevo già studiato ad Harvard, ma dovevo ricominciare da zero. Ho avuto una crisi, ho pregato. Non ho avuto visioni, ho ricevuto una risposta interiore. Dopo Teologia, l’abbadessa mi ha chiesto: e perché non continuare con Medicina? Mi pareva che c’entrasse poco con la strada che avevo scelto ma mi sono lasciata convincere. Ho scritto un testo contro le multinazionali farmaceutiche. Era una denuncia sociale degli abusi dei quali avevo preso coscienza. Poi vennero le prime conferenze sull’omosessualità e la transessualità. Cominciò tutto dal punto di vista etico, ma ne parlavo anche dal punto di vista scientifico. Le mie erano critiche con cognizione di causa».

Nel 2015 i suoi superiori l’hanno autorizzata a lasciare la clausura per tre anni per dedicarsi agli impegni sociali e politici, alla causa catalana: non è insolito?

«No. Esistono due tipi di clausura: la costituzionale, che è la più antica ed è quella cui appartiene il nostro ordine; e la clausura papale. Per quanto mi riguarda, scaduti i tre anni, nel 2018 sono rientrata».

Sarà possibile sfondare il tetto di cristallo anche nella Chiesa?

«Nella Chiesa è un soffitto di cemento – ride -. Ma nella società extra ecclesiastica molte cose sono cambiate. Nel mio caso ho trovato uno spazio di crescita che non avrei trovato altrove. Il sessismo è nelle università, negli ospedali: io stessa, da monaca, mi sono resa conto di come obbedivo a stereotipi di genere. Ma quando le donne della Chiesa lo vorranno, la Chiesa smetterà di essere sessista in ventiquattr’ore. Perché il patriarcato lo abbiamo costruito assieme, uomini e donne. Tante donne pensano ancora che il loro compito migliore sia quello di accudire, prendersi cura degli altri, degli uomini. E la Chiesa enfatizza questo ruolo. Ma in un monastero femminile non ci sono uomini da accudire. Ci curiamo fra di noi».

Simone Weil nella bellezza trova Dio. E lei dove vede la bellezza?

«Per me la bellezza è spesso in un dettaglio: il piccolo gesto di una sorella del monastero, morta centenaria poco tempo fa. Muoveva appena un po’ il collo verso destra per ascoltare chi le parlava. Offriva all’interlocutore il suo orecchio. Era un piccolo gesto, epitome di bellezza. Per me, la bellezza è la figura di Gesù, che regge la croce al centro della folla, in un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio. In un mondo di menzogne e ingiustizia la verità scompare. La bellezza invece brilla per contrasto, come il bel volto di una bambina in un quartiere degradato. O come le note di un violino in un campo di concentramento». 
Ha già incontrato Papa Francesco?
«Non ancora. Vedo in lui una chiara intenzione di riforma. Ha cominciato dall’opacità finanziaria della Chiesa. So che vorrebbe fare di più. E comunque l’ambiente sta cambiando. Con i papati precedenti, persone come me, che parlano di omosessualità o di depenalizzazione dell’aborto, erano minacciate di sanzioni. Tutto ciò è scomparso dalla mia vita da quando c’è Francesco».

Lei crede ai miracoli? 

«L’amore è un miracolo. Ogni volta che una persona si apre alla verità per amore degli altri, è un miracolo».
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per una fede che fa i conti con il paradigma culturale evolutivo odierno

educarsi ad una fede adulta

colloquio con Carlo Molari

a cura di Mariano Borgognoni
in “Rocca” n. 19 del 1 ottobre 2021

Don Carlo, è nota la sua collocazione nella prospettiva evolutiva del tempo tracciata dal pensiero
scientifico. Non vede però in essa anche il rischio di rimuovere il problema del male, vero punctum crucis, di gran parte della riflessione teologica, almeno da Agostino, e di ogni teodicea? Qual è la sua risposta al problema del male anche dentro i meccanismi stessi della natura al di là del male imputabile alla scelta degli uomini? E che senso ha l’incarnazione in una prospettiva evoluzionista?

Nella prospettiva evolutiva la perfezione non sta all’inizio della creazione, ma si colloca al termine di un processo nel tempo, che è necessario perché la creazione sviluppi le strutture che possano progressivamente accogliere i frammenti di quella Perfezione che continuamente l’azione di Dio offre. È dunque un processo nel quale l’imperfezione, il limite, in altre parole il male, è destinato ad accompagnare l’uomo e tutto il creato nel cammino verso il compimento.
Questa prospettiva, cui le scoperte scientifiche hanno dato un impulso decisivo soprattutto a partire dalla metà del XIX secolo, ha trovato sempre maggiore accoglienza nel pensiero teologico perché ha messo in rilievo un dato strutturale ineliminabile: il limite della creatura che, di per sé, non consente all’uomo e al creato di accogliere tutta la pienezza del dono di Dio, alla quale è pur sempre chiamato, se non attraverso un percorso di sviluppo delle strutture necessarie.
Bisogna precisare bene che non si tratta di un limite dell’azione di Dio (del tipo «se Dio solo volesse potrebbe…»), ma della natura stessa dell’oggetto della creazione. Così come diciamo che Dio non può fare che un cerchio sia un quadrato, allo stesso modo Dio, creando, non può che creare creature (un po’ come dire che Dio, creando, non può creare un altro Dio).
Le conseguenze di tutto questo sono ormai chiare: come detto, il limite, il male, è intrinsecamente connesso al nostro stato di creature, da sempre è così e sempre così sarà, pur con livelli e dinamiche destinate a evolvere, esse pure, con il progredire dell’umanità.
Il male, dunque, non è un’insorgenza indebita sopravvenuta per colpa di qualcuno, e la morte non è un destino cui non fossimo in origine soggetti: tutto questo non trova posto nelle evidenze scientifiche oggi disponibili, e, ormai, neanche nei modelli culturali che si sono affermati. È questo che ha portato Teilhard de Chardin ad affermare che il problema del male, teoricamente per la ragione, è risolto (ndr P.T. de Chardin, Comment je vois, 12 août 1948, in «Oeuvres de Pier Teilhard de Chardin», tome 11, Les directions de l’avenir, Edition du Seuil, Paris 1973, pp. 211 ss.). E ancora: i nostri mali sono il prezzo e la condizione stessa d’un compimento universale (P. T. de Chardin, Credo in questo modo, in «La mia fede», cit., p. 126).
Resta da capire come affrontare nella vita di tutti i giorni il problema del male, della sofferenza, dell’ingiustizia. Affrontato il nodo teorico esso permane sul piano esistenziale e pratico.
Se quel che ho detto è vero dal punto di vista teorico, dal punto di vista esistenziale il problema di come far fronte al male e al carico di sofferenza e di ingiustizia che l’accompagna – e che comunque deve essere «portato» in quanto, abbiamo visto, è un dato ineliminabile della nostra condizione di creature – resta e deve essere affrontato. È un aspetto che dobbiamo considerare in tutte le sue articolazioni di male causato e male subìto, di peccato, cioè di male consapevole, ma anche di male inconsapevole, dunque anche oltre la dimensione sacramentale della riconciliazione.
Lo sviluppo della vita spirituale, infatti, richiede una presa d’atto radicale del male e un lavoro per
eliminare in radice, o almeno portare sotto un certo controllo, anche quelle reazioni inconsapevoli, quegli atteggiamenti diventati consuetudini e quei comportamenti che sono abitudini di cui non ci sentiamo responsabili, ma che comunque inducono e diffondono attorno a noi negatività.
È al lavoro interiore che ci affidiamo per arrivare a portare il male, l’ingiustizia, la sofferenza in modo da continuare a essere manifestazioni dell’azione di Dio in noi e a non tradire il messaggio di cui vogliamo essere testimoni continuando ad amare e a offrire doni di vita nella difficoltà delle relazioni, nella morsa della sofferenza, nell’angustia dell’ingiustizia, nella tristezza del progressivo invecchiamento che ci debilita.
Perché sappiamo che il dono di Dio ci è sempre dato, che ogni giorno possiamo diventare capaci di novità di vita che ieri non conoscevamo, se a questo ci apriamo con fiducia per farne a nostra volta dono a chi ci sta vicino. Ogni giorno, così, consolidiamo i frutti colti nel nostro passato, alimentiamo la nostra speranza e ci prepariamo ad accogliere i doni che arriveranno, fiduciosi che né morte né vita, né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio (Rm 8,38- 39). È così che, giorno dopo giorno, cresce la vita in noi, fino al traguardo ultimo in cui diventeremo viventi perché la Vita, in modi che non riusciamo nemmeno a immaginare, diventerà finalmente nostra.

Ho sempre trovato molto originale e interessante la prospettiva da cui ha affrontato il problema della salvezza e della vita dopo la nostra morte fisica. Ma ci salveremo tutti perché grande è la misericordia di Dio oppure alcuni o anche molti si perderanno? Magari non nell’impensabile eternità dell’inferno immaginata da un dio malvagio.

Noi non sappiamo in cosa consista la vita nuova, quella che ci aspetta come compimento al termine di questa esistenza. Le espressioni che normalmente utilizziamo – resurrezione, salita al cielo, paradiso e inferno – sono servite alle prime comunità cristiane per esprimere la grande e profonda esperienza di fede che la vita e l’insegnamento di Gesù avevano suscitato in loro e nelle loro comunità. Per esprimere la permanenza in loro della speranza di una vita al di là del presente, non potevano avere altro linguaggio che quello della resurrezione del corpo, della salita al cielo e dell’imminente ritorno di Gesù. In tutto questo noi dobbiamo vedere il tentativo di raccontarci e trasmetterci un’esperienza di fede profonda, non il succedersi di eventi storici che, fra l’altro, non corrispondono esattamente fra i diversi autori.
Noi oggi abbiamo conoscenze, riferimenti culturali e linguaggi molto diversi; ad esempio, sappiamo che dopo la morte il corpo è destinato a dissolversi nell’ambiente. È allora necessario che noi sviluppiamo, attraverso il lavoro interiore, un livello di vita spirituale, cioè di consapevolezza, di capacità di donazione, distacco dalle cose, che consenta al nostro spirito di entrare nella nuova dimensione della vita e, così, pervenire al compimento, il nome scritto nei cieli di cui parla Gesù, cioè la nostra definitiva identità di figli di Dio.
La domanda che così si pone è che cosa avverrà nel caso non si pervenga a sviluppare la nostra dimensione spirituale. La risposta non può che essere il venir meno dell’esistenza, un tentativo di vita che non ha attecchito e non è andato a buon fine. Certo è una posizione opinabile, ma io credo che valorizzi la storia e le dia un senso.

E la stessa immagine che noi ci facciamo di Dio o presente dentro la Scrittura medesima non va posta in discussione? Non c’è tanto, troppo, di antropomorfico e non dovrebbe forse la teologia soprattutto distruggere le false immagini di Dio? Cosa ne pensa della riflessione di molti teologi cristiani che stanno sviluppando un pensiero post-teista?

È inevitabile che in noi si formi, in qualche modo, un’immagine di Dio. È, anzi, necessario perché altrimenti non potremmo nemmeno pensare a Dio, né, di conseguenza, parlarne. I meccanismi stessi della nostra mente ne hanno bisogno.
Detto questo, è inevitabile, oltre che necessario, che il nostro processo di crescita culturale e lo sviluppo della nostra esperienza di fede nel tempo ci facciano cambiare l’idea che abbiamo di Dio: nessuno di noi ha più l’immagine che ne aveva da bambino. E non c’è dubbio che questo cambiamento che avviene a livello individuale debba essere riflesso nell’immagine che a livello di comunità ecclesiale viene proposta. L’immagine antropomorfa di un Dio intento a osservare le vicende umane e a intervenire è certamente inadeguata, sia per il livello raggiunto dalla riflessione teologica oggi, sia per le intuizioni che hanno posto radici a visioni ben più consone di Dio già secoli fa, nel cuore della tradizione cristiana stessa. Infatti, il farsi delle cose e il loro evolvere non richiedono interventi mirati di Dio, in quanto il potenziale di sviluppo delle cose è già inscritto nella loro stessa natura. Dio non fa le cose, ma fa sì che le cose si facciano.
Si tratta di un modello scaturito da una profonda intuizione, di Tommaso e in parte già prefigurata n Agostino, da secoli presente nella tradizione cristiana, per quanto non abbia avuto la forza di affermarsi rispetto al tradizionale e consolidato modello biblico. È però un modello che trae adesso dalla prospettiva evolutiva un fondamentale elemento di supporto e pone l’immagine di Dio ancora più lontano da qualunque rappresentazione antropocentrica se ne possa dare.

In una parte della sua opera parla delle sfide del pensiero ateo. Ci può spiegare come, secondo lei, è possibile rispondere ad esse e rendere ragione credibilmente della speranza che è in noi? Avere
insomma una fede adulta che non schiva le domande?

Il pensiero ateo merita da parte del teologo grande attenzione. Anche quando si finisce con il dissentire, resta il fatto che l’emergere di nuovi dati scientifici non può che apportare sviluppi nuovi che gettano ulteriore luce sul creato e sulla storia.
La difficoltà dell’interazione con il pensiero ateo risiede tutta nei riguardi della trascendenza, delfine ultimo delle cose e delle ragioni della nostra speranza, e dipende dal fatto che, se crediamo in una Forza che ci trascende e che in noi suscita conoscenza di verità e amore, è perché di questa forza noi veniamo facendo esperienza nella nostra vita. Si tratta di un’esperienza di novità che, pur veicolata da ciò che è intorno a noi, va al di là e ci indica un oltre. Ed è l’esperienza che facciamo ogni giorno che ci fa credere che non sia tutta un’illusione, ma la risposta a un ordine più grande del mondo che ci chiama e al quale sentiamo con tutto noi stessi di voler corrispondere.

Dentro l’orizzonte planetario, di cui lei parla, come Gesù può essere per noi oggi la radice di fondo della nostra fede, la ragione della nostra speranza, l’ancoraggio saldo che ci fa dire «se non avessi la carità…»?

Gesù, che cresceva in sapienza, età e grazia (Lc 2,52) e fu costituito Figlio di Dio in virtù della risurrezione dei morti (Rm 1,4), indica anche a noi, con la sua vicenda umana, la sua fede, il suo pregare, il cammino che siamo chiamati a percorrere oggi.
Come allora, è con il silenzio e la preghiera che possiamo arrivare a una comprensione profonda delle necessità dell’umanità e del mondo oggi; necessità che sono diverse da quelle del tempo di Gesù e richiedono risposte nuove a problemi che, di per sé, sono di un’ampiezza finora sconosciuta nella storia.
Questa è la via che Gesù ha tracciato: arrivare ad aprirci al Verbo eterno al punto da poter dire, con lui, io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30); che non è da intendersi in senso ontologico, ma nel significato operativo di: le opere che io compio, i pensieri che sviluppo, l’amore, il perdono, i doni che io offro non sono miei, ma del Padre. Perché è in questo abbandono fiducioso e totale a Dio che Gesù è arrivato a comprendere la strada, per quanto tragica e dolorosa, che doveva percorrere per rimanere fedele e dare testimonianza dell’amore di Dio che salva.
Noi viviamo in circostanze molto diverse, dobbiamo dunque trovare strade nuove per arrivare a testimoniare il medesimo amore di Dio. Non sono le opere di Gesù che siamo chiamati a imitare oggi; noi dobbiamo fare nostro il suo sentire nei confronti del mondo, il suo atteggiamento e la sua disponibilità all’ascolto, il suo modo di rapportarsi ai fratelli con compassione e misericordia, il suo convincimento della necessità di una conversione e di una preghiera continua, la sua fiducia nel Regno che viene, il suo abbandono totale nelle mani del Padre cresciuto in lui nella preghiera e nella fedeltà in tutte le circostanze: imparò l’obbedienza da ciò che patì (Eb 5,8).
Ed è questo stesso abbandono fiducioso in Dio, anche nelle circostanze più negative come la croce, che, oggi come allora, alimenta la nostra capacità di accogliere la sua azione in noi.
Possiamo così pervenire all’offerta di quei doni di amore e di riconciliazione oggi richiesti: è questa la nostra speranza di contribuire così al cammino dell’umanità verso il Regno cui è chiamata. Che questo sia possibile ce lo dice Gesù stesso: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste (Gv 14,12), parole che restano in noi come il fondamento della nostra speranza e del nostro impegno a individuare le nuove forme di fratellanza oggi necessarie per il futuro stesso della specie umana.
Solo così noi, sull’esempio di Gesù, consentiamo al Verbo di continuare a incarnarsi, cioè di farsi progressivamente carne in noi, quella carne che offriamo come «atto sacro», sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, come dice Paolo in Rm 12,1.

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in morte di Pablo Richard – un ricordo di Juan José Tamayo

Paul Richard, teologo della liberazione contro l’idolatria del mercato

 Juan José Tamayo

 

collega e caro amico

La mattina del 20 settembre ho ricevuto la notizia della scomparsa del mio caro amico e collega Pablo Richard. Mi congelai e non ebbero la forza di chiedere la causa della sua morte. I ricordi di tanti seminari di studio condivisi presso il Dipartimento di Ricerca Ecumenica (DEI) a San José, in Costa Rica, mi sono passati per la mente; i numerosi incontri intercontinentali, il primo presso la sede del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra nel 1983 durante il VI Incontro della Terza Associazione Ecumenica Mondiale dei Teologi, dove ci siamo incontrati, e l’ultimo presso l’Università Iberoamericana (l’Ibero) della città messicana di Puebla nel 2017 durante l’Incontro Intergenerazionale e Intergenerazionale La forza dei più piccoli: Fare teologia della liberazione dalle nuove resistenze e speranze, che hanno riunito 46 teologi provenienti da diversi paesi dell’America Latina e della Cariibe; la sua partecipazione al Congresso di Teologia dell’Associazione dei Teologi Giovanni XXIII nel 1988; il Congresso sull’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco. Sulla cura della casa comune, tenutasi a San Cristobal de Las Casas nel 2015; cena a casa mia a Madrid condivisa con mia moglie Margarita, i miei figli, Pablo e sua moglie Gabriela.

Formazione interdisciplinare

Pablo Richard è nato in Cile nel 1939 ed è morto a San José, in Costa Rica, dove viveva dal 1978. Avrebbe compiuto 82 anni il 13 dicembre. È stato uno dei teologi e biblisti della liberazione latinoamericani più riconosciuti in America Latina e nel mondo. Aveva un eccellente background interdisciplinare. Ha studiato Filosofia in Austria, Teologia all’Università Cattolica del Cile, Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico di Roma e alla Scuola Biblica di Gerusalemme, e Sociologia alla Sorbona di Parigi, dove ha conseguito il dottorato con una tesi in sociologia della religione su “Morte del cristianesimo e nascita della Chiesa”, che ha segnato la sua ricerca futura e le sue pratiche ecclesiali come membro e animatore di comunità di base.

Ebbe come professori i più prestigiosi maestri nei diversi campi della sua formazione, tra i quali: José Comblin e Gustavo Gutiérrez, in teologia, Luis Alonso Schökel, Carlo María Martini, poi arcivescovo di Milano, Pierre Grelot e Roland de Vaux negli studi biblici. Era un profondo conoscitore del marxismo nei suoi aspetti utopici, umanistici e critici, le cui analisi sociali, politiche ed economiche usava come mediazione socio-analitica per l’analisi della realtà latinoamericana, con i corrispondenti correttivi dal punto di vista del cristianesimo gesuano.

Nella nascita dei cristiani per il socialismo

Ha vissuto attivamente l’elezione di Salvador Allende e il processo democratico e pacifico di transizione al socialismo nel suo paese, il Cile, dove è nato il movimento cristiani per il socialismo, che successivamente si è diffuso in altri paesi, tra cui la Spagna nel 1973. Richard fu uno dei suoi fondatori, leader e teorici di spicco e su cui scrisse diverse opere. Il movimento ha cercato un dialogo pubblico e una convergenza tra cristianesimo e socialismo nella loro prospettiva etica liberatoria, entrambi liberati dai rispettivi dogmatismi e incompatibilità.

La dittatura di Pinochet lo costrinse a lasciare il Cile per recarsi in Francia, dove, secondo la sua stessa confessione, prese le distanze dalla Chiesa e dal sacerdozio. “È stato”, dice, “un esilio in ogni modo possibile, ma anche un momento difficile di riflessione e ricostruzione interiore”. Lì trovò una calda corrente di solidarietà, specialmente nei padri domenicani Chenu e Cosmao e nel teologo protestante George Casalis. L’incontro con monsignor Romero, arcivescovo martire di San Salvador, al suo ritorno in America Latina, lo ha segnato per sempre nella sua vita e nella sua teologia e ha significato la fine del suo esilio ecclesiale e l’integrazione nella Chiesa, dove ha assunto una nuova missione.

Nel 1978 si è trasferito a San José de Costa Rica per lavorare nel Dipartimento di Ricerca Ecumenica (DEI), un centro di dialogo fruttuoso tra Bibbia, teologia ed economia e un luogo di formazione di agenti di comunità di base, leader di movimenti sociali e giovani ricercatori, dove Paul ed io abbiamo condiviso incontri interdisciplinari arricchenti sotto la guida del prestigioso economista e teologo Frantz Himkelammert all’orizzonte della teologia della liberazione. In questo Centro, di cui è stato direttore, ha lavorato ininterrottamente per 40 anni, senza dubbio il più fecondo e creativo sia nel campo della formazione che nella produzione teologica e biblica.

Idolatria, legata all’oppressione

Vale la pena menzionare da questa produzione il lavoro collettivo di cui è stato coordinatore e co-autore La lucha de los dioses. The Idols of Oppression and the Search for the Liberating God, pubblicato dalla DEI nel 1980, che ha avuto un forte impatto soprattutto in America Centrale. In essa mostra che l’idolatria è intrinsecamente legata all’oppressione sia personale che strutturale e che la principale minaccia al cristianesimo non è l’ateismo, ma la corruzione religiosa, politica ed ecumenica del sistema dominante.

Richard ha partecipato ai dialoghi della teologia della liberazione latinoamericana con altre teologie dell’allora chiamato Terzo Mondo: teologie asiatiche e africane e teologia nera americana in una sfida profonda e arricchente all’interno dell’Associazione ecumenica dei teologi del Terzo Mondo, il cui primo incontro ha avuto luogo nel 1976 a Dar-es-Salaam (Tanzania). Questi incontri sono stati critici nei confronti della teologia eurocentrica, hanno denunciato il razzismo epistemologico occidentale e hanno posto le basi per la nascita di una teologia autonoma dei popoli del Sud, nel dialogo tra religioni e culture a livello di uguaglianza.

Come ho indicato all’inizio, il mio primo incontro con Pablo Richard avvenne nel 1983 al VI Incontro dell’Associazione Ecumenica dei Teologi del Terzo Mondo tenutosi presso la sede del Consiglio Mondiale a Ginevra sul tema “Fare teologia in un mondo diviso”, al quale furono invitati teologi degli Stati Uniti e dell’Europa. Dalla Spagna abbiamo partecipato la teologa femminista Margarita María Pintos de Cea-Naharro. Lì iniziò una lunga amicizia con Pablo Richard nutrito dalla teologia della liberazione, che entrambi coltiviamo, lui dall’America Latina e io dalla Spagna.

Un ruolo di primo piano in quell’incontro è stato svolto dalle teologhe femministe di liberazione che, pur apprezzando i contributi del femminismo del Primo Mondo, hanno riconosciuto che questo femminismo non aveva preso in considerazione con la serietà richiesta i fenomeni di razzismo, imperialismo e sfruttamento di classe, che hanno avuto conseguenze molto negative sulle donne nel Terzo Mondo.

Pilastri della teologia di Paul Richard

Quattro sono i pilastri su cui si fonda la teologia di Paul Richard: la pratica della liberazione, la Chiesa dei poveri, la lettura comunitaria popolare della Bibbia e la spiritualità. La sua teologia, politicamente, economicamente e socialmente impegnata, non si limita a pensare e interpretare il mondo, ma a trasformarlo, applicando ai teologi la tesi XI di Marx su Feuerbach: “I filosofi si sono limitati a interpretare il mondo in modi diversi, ma ciò che è in discussione è trasformarlo”.

Pablo Richard ha accompagnato i processi rivoluzionari latinoamericani, in particolare la rivoluzione sandinista in Nicaragua, attraverso la formazione dei leader del movimento cristiano di base e l’emergere di un altro modello di Chiesa che avrebbe sostenuto le trasformazioni politiche, religiose, sociali, ecumeniche e culturali del continente. Teoria e pratica della liberazione erano inseparabili nella sua vita e nel suo pensiero.

Ha svolto un ruolo fondamentale nel passaggio dalla “Chiesa del cristianesimo”, situata nella classe dominante e nelle strutture di potere, alla “Chiesa dei poveri”, situata nei settori impoveriti della società e orientata alla trasformazione delle relazioni ecclesiali gerarchico-patriarcali e autoritarie in strutture comunitarie e relazioni fraterno-sororali.

Richard ha creato il movimento di Lettura Popolare e Comunitaria della Bibbia volto alla formazione di operatori pastorali in tutta l’America Latina attraverso un’ermeneutica liberatrice della Bibbia come fonte di vita e di speranza, orientata alla trasformazione globale della società dall’opzione per le persone impoverite e collettive come soggetto collettivo privilegiato della parola di Dio.

Uno degli esempi più luminosi di tale lettura della Bibbia è l’Apocalisse. Ricostruzione della speranza (DEI, San José de Costa Rica, 1994), un libro di grande rigore esegetico nato e praticato in laboratori biblici. In esso studia il libro dell’Apocalissedel Nuovo Testamento, che è orientato alla ricostruzione della speranza in tempi di persecuzione, trasmette ai cristiani perseguitati una spiritualità di resistenza e propone un mondo alternativo. Riccardo non legge l’Apocalisse con un occhio alla fine del mondo e in modo catastrofico, ma dall’esperienza della risurrezione di Gesù di Nazareth. L’utopia proposta dall’Apocalisse non si riferisce all’aldilà della storia, ma a un mondo senza oppressione e senza una morte indegna. La rivelazione, afferma, “crea miti liberatori e sovverte i miti dominanti”.

Un altro dei pilastri della sua teologia è la spiritualità liberatrice, che nasce dall’incontro con il Dio dei poveri, della speranza e della vita, confrontato con l’idolatria del mercato e del capitale, convertito in assoluti a cui rendere omaggio. Questa spiritualità è governata dal principio evangelico anti-idolatrico: “Non puoi servire due padroni: Dio e il denaro” (Mt 6,24), che egli visse in modo esemplare e insegnò nel suo magistero biblico lacustre sia accademicamente che nella lettura comunitaria.

La memoria di Paolo Riccardo vivrà nella moglie Gabriela e nei figli, nelle comunità ecclesiali di base, nel mondo dell’accattonaggio da lui accompagnato e nei suoi libri, che continueranno a illuminare il nostro cammino verso l’utopia di un altro mondo possibile. Dalle sue numerose pubblicazioni consiglio di leggere quanto segue: Cristiani per il socialismo. Storia e documenti (1976), La Bibbia e la memoria dei poveri (1978); La Chiesa latinoamericana tra paura e speranza (1980); Apocalisse. La costruzione della speranza (1994); Il movimento Gesù davanti alla Chiesa (1998); Forza etica e spirituale della teologia della liberazione nel contesto della globalizzazione (2004) e, come editore, Dieci parole chiave sulla Chiesa in America Latina (2003).

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“verso un noi sempre più grande” – il titolo della giornata del migrante

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 107ma GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2021

[26 settembre 2021]

“verso un noi sempre più grande”

Cari fratelli e sorelle!

Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).
Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.
La storia del “noi”
Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità.
E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).
La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali.
In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.
Una Chiesa sempre più cattolica
Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5).
Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia.
I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).
Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).
Un mondo sempre più inclusivo
A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso.
Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11).
È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande.
A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.
Il sogno ha inizio
Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).

Preghiera
Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato
che nei Cieli si sprigiona una gioia grande
quando qualcuno che era perduto
viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato
viene riaccolto nel nostro noi,
che diventa così sempre più grande.
Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù
e a tutte le persone di buona volontà
la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza
che ricolloca chiunque sia in esilio
nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare,
così come Tu l’hai creata,la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.
Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo

Francesco

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