benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

per un mondo alla deriva … un Dio ‘rovesciato’

 

“un Dio rovesciato”

don Aldo Antonelli

 

Dall’alto dei miei sogni, frustati ma non frustrati, vedo un mondo alla deriva.
Gente assetata di amore e popoli in guerra:
Dittature di piombo e democrazie di plastica;
Quattro miliardi di tonnellate di rifiuti che ogni anno si accatastano su se stessi;
1.400 miliardi di dollari spesi per commercio di armi mentre
795 milioni di persone soffrono la fame;
7.000 tonnellate di oppiacei e
3 milioni di bambini che muoiono di fame ogni anno;
250 milioni di emigranti nel mondo alla dannata ricerca di un luogo in cui poter vivere.
È una umanità che a forza di produrre armi, droghe e rifiuti è diventata rifiuto esse stessa! (…)

Sono innamorato
di questo Dio rovesciato
che non abita i palazzi del potere,
per il quale non c’è posto negli alberghi dei satolli
e che i sacerdoti del tempio non conoscono e non riconoscono:
Dio laico

Mi dà ribelle speranza
questo Dio non più Dio
(o, forse, ancor più Dio?)
che non piove dall’alto
delle presunzioni spocchiose dei saputi
ma nasce dal basso di una storia
fuori legge e fuori canone:
Dio “ateo”!

I selci sconnessi di campagna
hanno più dignità
dei prefabbricati compatti della città:
questi facilmente componibili,
quelli non gestibili:
Dio anarchico!

Le parole balbettate
nel silenzio della notte
sono più eloquenti
che i mantra urlati dai cannoni mediatici dei satrapi a gongolo:
Dio indicibile!

Il dubbio
del pensiero che domanda
è più splendente della certezza insolente
di profferte risposte:
Dio “in-certo”!

Ti amo, rovesciato Dio.

Con te piango,
ferita tenerezza.

Con te sogno,
inesistente,
a(v)venire!

don Aldo Antonelli, Huffington Post, 23 dicembre  2015

l’evangelizzazione dei rom e sinti in Italia – il volume di L. Piasere

la chiesa nomade

per un’antropologia storica dell’evangelizzazione cattolica dei rom e sinti in Italia

“Cari zingari, cari nomadi, cari gitani, venuti da ogni parte d’Europa, a voi il nostro saluto.”

Con queste parole il 26 settembre 1965 papa Paolo VI inizia il suo discorso in un grande raduno che viene considerato oggi il punto di partenza per nuove strategie pastorali verso rom e sinti. Il libro analizza il modo in cui la Chiesa cattolica contribuisce alla metamorfosi dei “nomadi” nell’Italia (e in parte nell’Europa) della seconda metà del Novecento attraverso quelle nuove strategie pastorali. Si tratta di strategie che portarono decine di preti, suore e laici a vivere con i “nomadi” in nome della condivisione in Cristo, che svilupparono un’editoria cattolica rivolta ai “nomadi” o riguardante i “nomadi”, che favorirono la traduzione in romanes di testi ezvangelici e liturgici e che portarono agli onori degli altari, per la prima volta nella storia, un “nomade”. Ma le strategie pastorali non appaiono sempre omogenee e concordi all’interno della Chiesa, né nei rapporti con i “nomadi”, né nei rapporti con le autorità diocesane e parrocchiali. Partendo dalle esperienze etnografiche dell’autore, il volume analizza tali rapporti, tenendo in considerazione le storie di vita di singoli missionari e attivisti religiosi che hanno vissuto per decenni nei campi nomadi o nei quartieri rom della Penisola.

Leonardo Piasere è professore ordinario di Antropologia culturale all’Università di Verona. Specialista di studi rom, è stato direttore di diversi progetti di ricerca nazionali e internazionali. È autore di centinaia di pubblicazioni, molte delle quali tradotte all’estero.

il commento al vangelo della domenica

Il cielo si apre

Siamo tutti figli di Dio nel Figlio


Il cielo si apre Siamo tutti figli di Dio nel Figlio
Ermes Ronchi
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica del Battesimo di Gesù (13 gennaio 2019):

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il Battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

«Viene dopo di me colui che è più forte di me”. In che cosa consiste la forza di Gesù? Lui è il più forte perché parla al cuore. Tutte le altre sono voci che vengono da fuori, la sua è l’unica che suona in mezzo all’anima. E parla parole di vita.
«Lui vi battezzerà…» La sua forza è battezzare, che significa immergere l’uomo nell’oceano dell’Assoluto, e che sia imbevuto di Dio, intriso del suo respiro, e diventi figlio: a quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). La sua è una forza generatrice («sono venuto perché abbiano la vita in pienezza», Gv 10,10), forza liberante e creativa, come un vento che gonfia le vele, un fuoco che dona un calore impensato. «Vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Il respiro vitale e il fuoco di Dio entrano dentro di me, a poco a poco mi modellano, trasformano pensieri, affetti, progetti, speranze, secondo la legge dolce, esigente e rasserenante del vero amore. E poi mi incalzano a passare nel mondo portando a mia volta vento e fuoco, portando libertà e calore, energia e luce. Gesù stava in preghiera ed ecco, il cielo si aprì. La bellezza di questo particolare: il cielo che si apre. La bellezza della speranza! E noi che pensiamo e agiamo come se i cieli si fossero rinchiusi di nuovo sulla nostra terra. Ma i cieli sono aperti, e possiamo comunicare con Dio: alzi gli occhi e puoi ascoltare, parli e sei ascoltato.
E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». La voce annuncia tre cose, dette per Gesù e per ciascuno di noi: “Figlio” è la prima parola: Dio è forza di generazione, che come ogni seme genera secondo la propria specie. Siamo tutti figli di Dio nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, specie della sua specie, abbiamo Dio nel sangue e nel respiro.
“Amato” è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ogni giorno ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. Immeritato amore, incondizionato, unilaterale, asimmetrico. Amore che anticipa e che prescinde da tutto.
“Mio compiacimento” è la terza parola. Che nella sua radice contiene l’idea di una gioia, un piacere che Dio riceve dai suoi figli. Come se dicesse a ognuno: figlio mio, ti guardo e sono felice. Se ogni mattina potessi immaginare di nuovo questa scena: il cielo che si apre sopra di me come un abbraccio, un soffio di vita e un calore che mi raggiungono, il Padre che mi dice con tenerezza e forza: figlio, amore mio, mia gioia, sarei molto più sereno, sarei sicuro che la mia vita è al sicuro nelle sue mani, mi sentirei davvero figlio prezioso, che vive della stessa vita indistruttibile e generante.

il commento al vangelo della domenica

Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio


Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio
il commento di E. Ronchi al vangelo della Epifania 

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. […]

Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia. «Alza il capo e guarda». Due verbi bellissimi: alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo. E guarda, cerca un pertugio, un angolo di cielo, una stella polare, e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti. Il Vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro. Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica. Poi il momento più sorprendente: il cammino dei Magi è pieno di errori: perdono la stella, trovano la grande città anziché il piccolo villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute. Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni. Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche. Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui. Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande. Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono. Adorano un bambino. Lezione misteriosa: non l’uomo della croce né il risorto glorioso, non un uomo saggio dalle parole di luce né un giovane nel pieno del vigore, semplicemente un bambino. Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi. E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti. Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo! Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce, è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo che distruggono sogni e speranze. Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque: Hai trovato il Bambino? Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone; cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.

macché ‘buonismo’! l’elogio dei buoni sentimenti

«Non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti»: se lo dice un Papa, siamo nell’ordinario evangelico. Ma se lo dice un presidente della Repubblica, significa che i “buoni sentimenti” sono un argomento politico di rilevanza come minimo insolita. Perché di solidarietà, tolleranza, socialità si è spesso sentito dire, lungo i decenni, nei discorsi di fine anno dal Quirinale; ma esplicitamente di “bontà” come bene prezioso per la comunità, e non tassabile, mai si era sentito. Perché la “bontà” meriti una così solenne tutela da parte del primo cittadino del Paese, è cosa piuttosto nota. C’è una causa contingente, quasi fresca di cronaca. Nella manovra bruscamente approvata nei giorni scorsi alle Camere una manina governativa aveva introdotto aggravi fiscali a carico di Terzo Settore e non-profit. Insomma, del volontariato. Difficile determinare se quella manina fosse più gialla o più verde, ovvero se si sia trattato di uno dei tanti svarioni imputabili alla superficialità grillina o uno dei tanti sgarbi attribuibili al brutalismo salviniano. Svarione o sgarbo che fosse, la frase più breve ed esplicita di tutto il discorso di Mattarella (“vanno evitate tasse sulla bontà”) mette di fatto la parola fine alle furiose polemiche dei giorni scorsi. Un provvedimento del genere non può passare, e il governo se ne era reso conto già da prima che il presidente parlasse agli italiani — buoni e cattivi — prima del cenone di San Silvestro. Ma c’è una ragione non contingente, diciamo così “d’epoca”, a dare ancora più peso alle parole di Mattarella. “Bontà” è diventata, negli ultimi anni, una parola impronunciabile. Non che fosse, anche in passato, semplice da usare: in età adulta solo uno sciocco o un vanitoso potrebbe dire “io sono buono” senza imbarazzo. È la vita a insegnarci quanto complicata sia la nostra tessitura sentimentale e psichica. C’è una immodestia implicita, nel vantarsi virtuosi, e dunque si preferisce non farlo. Ma da un certo punto in poi (da quando, diciamo, il neologismo ” buonista”, carico di disprezzo, si è sovrapposto tout court a “buono”) la bontà ha rischiato di diventare qualcosa di molto peggio di una vanteria fuori luogo. È diventata un genere di lusso, come il caviale e i sigari cubani. Un vizio per chi non ha cose più urgenti a cui pensare, e dunque poteva ben crogiolarsi nel piacere di “sentirsi buono”. Questo pregiudizio infetto, e infettante, è lentamente dilagato. Fino allo scherno intollerabile nei confronti delle giovani volontarie in Africa “che si fanno rapire”; alle accuse di traffici speculativi, o di malapolitica, contro le Ong che soccorrono i migranti naufraghi; con una complessiva attribuzione del solidarismo a gruppi di perdigiorno e di ipocriti, di anime belle o di furbacchioni. Fino al supremo scandalo “buonista”, che sarebbe quello di accudire “gli stranieri”, per puro vezzo politico, piuttosto che prendersi cura “degli italiani”: come se Terzo Settore e non-profit non svolgessero prima di tutto (non anche; prima di tutto!) un potente, capillare servizio di assistenza e di soccorso ai poveri, ai diseredati e ai soli di casa nostra. Il presidente ci ricorda ciò che già sapevamo: che la bontà, per quanto accidentato sia il suo percorso, non solo esiste. Ma è uno dei cardini della “comunità di vita” alla quale tutti apparteniamo. La bontà “la rende migliore”, questa comunità. Così come — è implicito — la rendono peggiore “l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore”. E insicurezza, ha aggiunto il presidente. L’insicurezza come prodotto non del “buonismo”, così come predica la narrazione di destra al governo del Paese. Ma del suo preciso contrario: l’insicurezza come prodotto della mancanza di “buoni sentimenti”. È probabile che il presidente della Repubblica sappia che il suo è stato un discorso anticonformista: perché niente è più conformista, nell’Italia odierna, dell’astio. Mattarella è forte di una popolarità si spera non solamente istintiva, ovvero non legata solamente all’istituzione che incarna, la sola che in questo momento garantisce il bisogno di sentirsi comunità in una società profondamente divisa. Si spera, insomma, che le sue parole in difesa dei “buoni sentimenti” siano intese anche nel loro significato politico, che è profondo e che è preciso. Non come se sortissero da un film di Frank
Capra (si sa, durante le Feste…), ma dal Palazzo più importante, e meno vacillante, di questo Paese.

Il cardine della bontà

di Michele Serra
in “la Repubblica” del 2 gennaio 2019

il commento al vangelo della domenica


📖 “Non sapevate che devo stare presso il Padre mio?” 

il commento di E. Bianchi al vangelo della domenica fra l’Ottava di Natale, Santa famiglia: 

Lc 2,41-52

In quei giorni  i genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
Giuseppe e Maria erano credenti giudei fedeli e osservanti della Legge di Dio data a Mosè, dunque, in obbedienza alla Torah (cf. Dt 16,6), ogni anno facevano la salita, il pellegrinaggio alla città santa di Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Quando Gesù, il figlio nato a Betlemme e ormai cresciuto con loro a Nazaret, compì dodici anni, i suoi genitori lo portarono a Gerusalemme affinché diventasse, attraverso un rito che si svolgeva al tempio, bar mitzwah, “figlio del comandamento”, cioè un uomo credente responsabile della sua identità davanti al Signore e in mezzo al suo popolo. Il ragazzo forse già allora – come avviene ancora oggi tra gli ebrei – era invitato a leggere i rotoli delle sante Scritture, mostrava di saperle leggerle in ebraico come stava scritto e poi, interrogato dagli scribi, gli esperti della Legge, rispondeva, dando prova della preparazione che aveva ricevuto e dello studio in cui si era impegnato, alle domande riguardanti la volontà del Signore inscritta nella Torah.
Così fece anche Gesù. Poi Giuseppe e Maria, insieme alla loro carovana partita dalla Galilea, intraprendono il cammino del ritorno, finché alla sera, durante la sosta, si accorgono che l’adolescente Gesù non è con loro. Un figlio che si è perduto, o che comunque non è accanto ai genitori in viaggio al calare della notte, desta in loro ansia, paura, e dunque la necessità di una ricerca affannosa, innanzitutto all’interno della carovana. Ma Gesù risulta un figlio che non c’è, che desta la domanda: “Dov’è?”, domanda ben più profonda di quanto possa apparire in quella circostanza di sofferenza e di paura. Dov’è Gesù? Giuseppe e Maria decidono allora di ritornare a Gerusalemme e di cercarlo in città, come un figlio che si è perduto o che se n’è andato dalla famiglia. Per tre giorni quella ricerca continua, e tutti noi sappiamo cosa significhi non trovare più qualcuno che amiamo, non sapere dove sia, dover fare i conti con la prospettiva di una sua mancanza definitiva. Tre giorni, il tempo dell’attesa secondo la tradizione ebraica, il tempo dell’angoscia che trova un termine, perché al terzo giorno Dio si fa presente (cf. Os 6,2)… Dopo averlo cercato ovunque, ritornano infine al tempio, là dove Gesù era stato accompagnato da loro per essere annoverato tra i credenti osservanti della Legge.

Ed ecco, trovano Gesù proprio al tempio, luogo dal quale non era uscito: era rimasto a dimorare là dove dimora la Shekinah, la Presenza di Dio. Egli è seduto tra i rabbini, i dottori della Legge, gli uomini esperti e interpreti delle sante Scritture, intento ad ascoltarli e a interrogarli. Stiamo attenti a non leggere in questo episodio qualcosa di miracoloso e di straordinario, bisognosi come siamo di segni e miracoli, pur di non capire il vero messaggio: Gesù non sta facendo un’omelia che stupisce tutti, ma si fa veramente discepolo dei rabbini, in primo luogo attraverso il loro ascolto e poi interrogandoli, per comprendere meglio ciò che il Signore dice a chi lo ascolta. Dovremmo dunque dire che questa pagina evangelica ci parla di “Gesù discepolo”, ragazzo credente, dotato di “un cuore che ascolta” (lev shomea‘: 1Re 3,9) e capace di porsi domande. Come Samuele cominciò a profetizzare a dodici anni (cf. 1Sam 3), come Daniele a questa età disse una parola di sapienza (cf. Dn 13,45-49), così Gesù manifesta che, anche nella sua crescita, quello che più cercava e più lo coinvolgeva era la presenza del Signore capace di “parlare” a chi si fa figlio dell’insegnamento e “servo della Parola” (cf. Lc 1,2). Ecco dov’è Gesù!

I suoi genitori sono stupefatti, sorpresi, e la madre Maria lo rimprovera: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo!”. Nel vangelo secondo Luca Giuseppe non parla, ma Maria lo evoca a Gesù chiamandolo “tuo padre”, perché, anche se Gesù non era stato da lui generato, era stato affidato come figlio a Giuseppe ed egli restava suo padre secondo la Legge. Gesù dunque con semplicità replica loro senza biasimarli, ma facendo una rivelazione, che si esprime con una prima domanda: “Perché mi cercavate?”. Parole che certamente hanno raggiunto il cuore di Maria e Giuseppe, i quali hanno dovuto interrogare se stessi, i loro sentimenti e la loro fede riguardo a questo Figlio dono di Dio, nato per volontà di Dio e non per loro volontà. Sì, nel rapporto tra il ragazzo Gesù e “i suoi genitori”ci sono state incomprensioni e conflitti. Come tutti i figli, anche Gesù è stato causa di ansia e sofferenza per suo padre e sua madre, i quali sono intervenuti nella sua educazione anche con rimproveri e correzioni. Ogni crescita umana e ogni impegno per “mettere al mondo un figlio”sono faticosi, e proprio perché il Figlio di Dio si è incarnato, si è fatto veramente uomo, ha dunque conosciuto una crescita e una maturazione umanissima.

Legata a questo interrogativo, ecco la seconda domanda: “Non sapevate che devo stare presso il Padre mio, nella proprietà di mio Padre?” (en toîs toû Patrós mou). Egli ha un Padre che è il suo vero Padre, da lui riconosciuto come tale: è Dio, e Gesù, ora che è stato messo al mondo ed è cresciuto, deve stare, rimanere presso il Padre, nel tempio che al suo cuore, il Santo dei santi, contiene la sua Presenza. Alla madre che gli ricorda i doveri filiali prescritti dal comandamento (cf. Es 20,12; Dt 5,16), Gesù risponde ricordandole il primo comandamento, i doveri verso Dio (cf. Es 20,3-6; Dt 5,7-10). Innanzitutto egli è Figlio di Dio, sa chi è il Padre suo che è nei cieli e a lui offre l’ascolto obbediente. È comunque importante rilevare come la prima parola di Gesù testimoniata da Luca nel suo vangelo sia una confessione di Dio suo Padre, così come l’ultima parola sarà un’invocazione rivolta sempre al Padre (cf. Lc 23,46).

Gesù deve stare presso il Padre, è una necessità per lui, ed egli tante volte nella sua vita sentirà e annuncerà ai suoi discepoli che qualcosa “è necessario, bisogna, occorre” (deî). Lungo tutta la sua esistenza Gesù obbedisce a tale “necessità”, non perché questo sia il suo destino, dal momento che egli conserva sempre una piena libertà, ma perché questa è la sua volontà e la sua missione: compiere ciò che Dio suo Padre gli chiede. Non a caso questa necessitas risuonerà martellante soprattutto a partire dall’ora della sua salita a Gerusalemme per vivere la passione, la morte in croce e ricevere da Dio la vita per sempre attraverso la resurrezione (cf. Lc 9,22; 13,33; 17,25; 22,7.37; 24,7.26.44). Ma ogni volta che Gesù ha detto: “È necessario”, chi lo ha ascoltato non ha compreso. Qui si tratta dei suoi genitori, più tardi saranno i suoi discepoli (cf. Lc 18,34)… Di fronte a questa parola (rhêma) di Gesù, Maria e Giuseppe restano senza parole, muti e senza comprenderla.

In ogni caso, per compiere anche il comandamento dell’amore verso il padre e la madre, Gesù torna con loro a Nazaret e resta loro sottomesso. Ma ormai il segno è stato dato e verrà il giorno in cui essi comprenderanno, soprattutto Maria, che “custodiva tutti questi eventi-parole nel suo cuore”, come brace sotto la cenere: infatti il fuoco della fede divamperà per lei nell’ora della croce e a Pentecoste (cf. At 2,1-12).

Questa è la festa della santa famiglia, famiglia che si vuole esemplare per le nostre famiglie. Ma allora la si comprenda bene: qui è contestato ogni legame familiare che possa relativizzare il legame con il Signore e l’obbedienza a lui. Di fatto in questa pagina, come nelle altre che mettono in evidenza il legame tra Gesù e la sua famiglia (madre e clan), vi è una forte critica alla famiglia tradizionale con i suoi codici, assolutamente contraddetti dal Vangelo. Dirà Gesù:

Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me (Mt 10,37; cf. Lc 14,26).

Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà (Mc 10,29-30; cf. Mt 19,29-30; Lc 18,29-30).

Dunque, questa festa della santa famiglia in verità ci interroga sul concetto che noi cristiani abbiamo della famiglia, concetto purtroppo più debitore verso la tradizione che verso l’annuncio fatto su di essa dal Vangelo.

auguri di buon natale a …

 

da TG ROM   

Buon Natale agli ultimi,
ai dimenticati, a chi ha lottato per tutta la vita contro la sorte ed oggi lotta contro l’indifferenza.
A chi ha perso il treno giusto e la vita non gli ha concesso una seconda possibilità.


A chi non ha nessun posto dove andare, nessuno da abbracciare e nessuno con cui parlare.
A chi chiude la porta al mondo e in silenzio piange la sua solitudine, sperando solo che questo Natale passi in fretta.
Perché vedere gli altri felici fa male, quando sai che anche tu meriteresti un briciolo di felicità.
Buon Natale a chi si ricorderà di queste persone, e con un gesto, una parola, un abbraccio o un invito a sorpresa accenderà la luce nei loro occhi.
Buon Natale a chi crede alla famiglia e, se ci crede, ha il dovere di pensare anche a chi non ha famiglia.

le tempeste e gli uragani che colpiscono la chiesa

FRANCESCO E LE PIAGHE DELLA CHIESA

Enzo Bianchi

 

Natale ci dona la certezza che nessun peccato sarà mai più grande della misericordia di Dio!». È questa la nota di fondo che pervade il discorso di papa Francesco alla Curia in occasione dei tradizionali auguri natalizi. Questo non significa tacere i mali e i peccati. Al contrario, a volte il papa è stato criticato per la sua insistenza verso le malattie proprie degli uomini religiosi, del clero e dei vescovi. Tuttavia l’intento pastorale profondo che anima le parole forti di Francesco è quello di purificare un corpo composto da molte membra, con ruoli, responsabilità e funzioni diverse ma anche con fragilità, patologie e perversioni che affliggono l’intera compagine. Il papa ha il coraggio di dire che alcuni «hanno iniziato a perdere fiducia nella chiesa e ad abbandonarla», mentre altri la offendono fino a scuoterla. Così, soprattutto nell’Occidente europeo, molte comunità cristiane si assottigliano fino a diventare precarie e le nuove generazioni appaiono la parte mancante della chiesa.
È significativo allora che Francesco esordisca facendo riferimento a due fenomeni mondiali quali le migrazioni e il martirio di molti cristiani. Due tragedie sulle quali Francesco non perde occasione per ritornare, cercando per ciò che riguarda i migranti, di destare le coscienze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà – in primis di quanti hanno responsabilità pubbliche – per una gestione umana, prima ancora che umanitaria, di una piaga che da tempo non può più essere considerata “emergenza”. L’afflizione del martirio nelle parole del papa non è mai motivo per appelli a resistenze violente o a leggi del contrappasso e della reciprocità nell’infliggere il male, ma sempre occasione per gridare con voce ferma e a nome dei senza voce il caro prezzo che si paga per «vivere liberamente la fede cristiana» e per «non negare Cristo». A questo punto papa Francesco ritorna su due delle piaghe più laceranti che affliggono oggi la chiesa: gli abusi sui minori e l’infedeltà nel ministero. Verso coloro che si sono macchiati di gravi abusi «sessuali, di potere e di coscienza; tre abusi distinti che però convergono e si sovrappongono», papa Francesco arriva a usare parole di una durezza finora riservata solo ai colpevoli di crimini di mafia: «Convertitevi, consegnatevi alla giustizia umana e preparatevi alla giustizia divina!». Poco importa che in altre istituzioni si compiano di questi abusi in quantità ben maggiore: secondo la logica del Vangelo applicata da papa Francesco, le statistiche non offrono nessuna attenuante né giustificazione, perché lo scandalo patito anche da «uno solo di questi piccoli» porta in sé tutto il male del mondo. L’afflizione dell’infedeltà, poi, è inferta al corpo della chiesa da chi tradisce in profondità la propria vocazione giungendo con parole e opere a «pugnalare i fratelli e seminare zizzania, divisione e sconcerto». Anche qui però le tenebre della «corruzione spirituale» non giungono mai a sopraffare la luce di Cristo, «la luce del Natale che parte dalla mangiatoia di Betlemme, percorre la storia e arriva fino alla parusia ». Sì, parole dure e forti, scomode, laceranti come spade a doppio taglio ma parole di speranza perché dal mistero del Natale, del «Dio che si fa povero e piccolo per i poveri e per i piccoli» si sprigiona lo Spirito che anima tanti piccoli, oscuri testimoni della speranza e che trasforma «i peccati in occasione di perdono, le cadute in occasioni di rinnovamento, il male in occasione di purificazione e vittoria».

il clima di ostilità verso i migranti e la responsabilità dei media

 

il ministro dell’interno Matteo Salvini durante un talk show televisivo, 20 giugno 2018

Il ruolo di giornali e tv rispetto al razzismo in Italia

“Qual è la responsabilità dei mezzi d’informazione rispetto al crescente clima di ostilità verso immigrati e rifugiati in Italia?”

a questa domanda risponde il prezioso rapporto dell’associazione Carta di Roma, che da anni monitora i toni usati da giornali e tv per parlare del fenomeno migratorio. Lo studio aiuta a capire come sia stato possibile passare rapidamente da un contesto accogliente verso i rifugiati, i migranti e i richiedenti asilo a un atteggiamento diffuso di paura e ostilità. L’ultimo rapporto, Notizie di chiusura, scritto insieme all’Osservatorio di Pavia, è stato presentato l’11 dicembre alla camera dei deputati e offre un’analisi del ruolo che i mezzi d’informazione hanno giocato nell’ultimo anno (l’analisi è aggiornata al 31 ottobre del 2018).

Il legame troppo stretto tra mezzi d’informazione e politica è uno dei principali indiziati in un momento storico in cui la campagna elettorale è perenne e gli immigrati sono diventati protagonisti dei programmi politici di alcuni partiti. Sempre più spesso i politici rilasciano interviste senza contraddittorio, soprattutto in tv: “Una delle principali caratteristiche della tematizzazione della questione migratoria nel 2018 è certamente la politica, protagonista a tutti i livelli, italiano, interstatale ed europeo”.

Secondo il rapporto di Carta di Roma, nel 2018 il 43 per cento delle notizie sull’immigrazione contiene un riferimento esplicito a una dichiarazione o a un’azione politica e in alcuni mesi, come luglio e agosto, la percentuale raggiunge il 53 per cento. “Se si guarda all’agenda dei notiziari nel loro complesso, la politica è presente in media nel 21 per cento delle notizie. Dato che suggerisce la sovrapposizione dell’agenda politica con quella dell’immigrazione e viceversa”, si legge nel rapporto. Come spiega Ilvo Diamanti nella prefazione, la questione migratoria è diventata “il tema principale” dei discorsi dei politici, determinando una polarizzazione e uno scontro nel dibattito pubblico:

I migranti sono al centro di un confronto, o meglio, uno scontro politico e di valori. Che spinge sulla leva delle emozioni. Anche per questo il tema risulta meno frequente e frequentato sui giornali di carta. Non solo, cioè, perché i giornali di carta hanno subìto un pesante ridimensionamento, negli ultimi anni. E, dunque, sono meno utili sul piano della risonanza e della propaganda. Ma soprattutto perché, per suscitare emozioni, funziona molto meglio la televisione. Che, come ha rilevato l’Osservatorio di Demos-Coop nelle scorse settimane, continua a essere il medium più seguito dagli italiani, per informarsi quotidianamente: 87 per cento (mentre i giornali di carta sono consultati, regolarmente, da meno del 20 per cento dei cittadini). Così, mentre nel corso degli ultimi mesi sulle prime pagine dei giornali l’immigrazione ha occupato uno spazio minore rispetto all’anno precedente, nei telegiornali e nei notiziari di prima serata sono divenuti un tema ricorrente.

L’influenza della tv
Il rapporto ha rilevato che l’attenzione sul fenomeno migratorio è stata maggiore in tv e minore sulla carta stampata. Sulle prime pagine dei principali quotidiani nazionali, si è assistito a una riduzione delle notizie sul tema rispetto agli anni precedenti: nel 2018 sono state 834, contro le 1.006 dello stesso periodo nel 2017. Invece nei telegiornali di prima serata delle reti Rai, Mediaset e La7 è aumentato il numero delle notizie sull’immigrazione: 4.058 nei primi dieci mesi del 2018, il 10 per cento in più rispetto all’anno precedente.

La questione dei flussi migratori è stata preponderante mentre sono diminuiti gli articoli e le notizie sul tema dell’accoglienza

I due quotidiani che hanno dedicato più notizie al tema dell’immigrazione nel 2018 sono Avvenire (251) e Il Giornale (190). La Stampa, la Repubblica e il Corriere della Sera hanno pubblicato un numero di notizie in prima pagina simile, che oscilla dalle 137 della Stampa alle 123 del Corriere della Sera. La significativa diminuzione degli arrivi di migranti nella seconda metà del 2017 e nel 2018 non ha coinciso con una riduzione del numero di titoli giornalieri e di notizie sul tema. Se nel 2015 c’è stato in media un titolo ogni otto migranti arrivati sulle coste italiane, nel 2018 questo rapporto è diventato di un titolo ogni due migranti.

Allarmismo
Se si analizzano i temi maggiormente trattati, emerge che la questione dei flussi migratori è stata preponderante (dal 23 per cento del 2015 al 47 per cento del 2018), mentre sono diminuiti gli articoli e le notizie sul tema dell’accoglienza (dal 54 per cento del 2015 al 17 per cento del 2018). Nel 2018 si è registrata una diminuzione dei toni allarmistici. Circa un quarto delle notizie (24 per cento) ha avuto toni allarmistici, rispetto al 46 per cento dell’anno precedente. I titoli rassicuranti sono passati dal 5 per cento del 2017 al 12 per cento del 2018.

Le categorie tematiche più sensibili ai toni allarmistici sono quelle che riguardano la criminalità e 
la sicurezza (56 per cento) e il terrorismo (55 per cento). Un certo allarmismo è stato registrato anche nella voce che riguarda i flussi migratori (19 per cento), per l’uso reiterato dei termini “invasione”, “allarme”, “emergenza” e la presenza di toni aspri e preoccupati sull’intensificazione degli scontri tra paesi europei, l’assenza di soluzioni condivise, il caos alle frontiere nazionali nel cuore dell’Europa.

Il rapporto di Carta di Roma ha studiato anche l’uso delle parole chiave nel corso degli ultimi anni, e il filo conduttore rimane sempre l’emergenza: “Nel 2013 la parola simbolo dell’anno è stata Lampedusa, la cornice era quella della crisi umanitaria. Il termine simbolo dell’anno successivo, il 2014, è stato Mare nostrum, la crisi si ampliava e diventava inarrestabile. Nel 2015 la parola simbolo è stata Europa e la cornice ha assunto i caratteri di una crisi politica. Il termine simbolo del 2016 è stato muri, quelli reali e quelli simbolici alzati ai confini e nel cuore dell’Europa, la cornice è diventata quella di una crisi sistemica dell’Unione europea. La parola simbolo del 2017 è stata ong e la cornice è diventata crisi di rigetto. Nel 2018, la parola simbolo è stata Salvini, protagonista di 865 titoli, la cornice è diventata quella dello scontro di valori, per l’inasprirsi del confronto politico europeo e lo sfaldamento del tessuto condiviso di valori comunitari”.

“Pacchia, crociera, clandestino, la paghetta dei 35 euro, invasione, sono le parole con cui la politica ha fatto la sua propaganda, ma che sono rimbalzate su tutti i giornali e su tutti i telegiornali, senza contraddittorio”

ha detto durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto Valerio Cataldi, presidente dell’associazione Carta di Roma. Come a dire che la politica è da sempre anche propaganda, ma il ruolo dell’informazione sarebbe quello di verificare e sottoporre a contraddittorio gli slogan dei politici. Se nell’anno che verrà avremo un’immagine più realistica del fenomeno migratorio molto dipenderà dall’accuratezza e dall’indipendenza dei giornalisti che sulla carta stampata e in tv si occuperanno di questo tema.

il commento al vangelo della domenica

attendere è l’infinito del verbo “amare”

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della quarta domenica di avvento (23 dicembre 2018):

 Luca 1, 39-45)


In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha ceduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Attendere: infinito del verbo amare. Solo le madri sanno come si attende. E infatti il vangelo ci offre, mentre il Natale è qui, la guida di due donne in attesa. Maria si mise in viaggio in fretta. Ecco il genio femminile: l’alleanza con un’altra donna, Elisabetta. Da sola non sa se ce la farebbe a portare il peso del mistero, del miracolo. Invece insieme faranno rinascere la casa di Dio.
Maria va leggera, portata dal futuro che è in lei, e insieme pesante di vita nuova, di quel peso dolce che mette le ali e fa nascere il canto: una giovane donna che emana libertà e apertura. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. L’anziana, anche lei catturata dal miracolo, benedice la giovane: benedetta tu fra le donne, che sono tutte benedette.
Dove Dio giunge, scende una benedizione, che è una forza di vita che dilaga dall’alto, che produce crescita d’umano e di futuro, come nella prima di tutte le benedizioni: Dio li benedisse dicendo «crescete e moltiplicatevi» (Gen 1,28).
Due donne sono i primi profeti del nuovo testamento, e le immagino avvicinarsi «a braccia aperte,/ inizio di un cerchio /
che un amore più vasto / compirà» (Margherita Guidacci). Il canto del magnificat non nasce nella solitudine, ma nell’abbraccio di due donne, nello spazio degli affetti. Le relazioni umane sono il sacramento di Dio quaggiù.
Magnifica l’anima mia il Signore. Maria canta il «più grande canto rivoluzionario d’avvento» (D. Bonhoeffer), coinvolge poveri e ricchi, potenti e umili, sazi e affamati di vita nel sogno di un mondo nuovo.
Mi riempie di gioia il fatto che in Maria, la prima dei credenti, la visita di Dio abbia l’effetto di una musica, di una lieta energia. Mentre noi sentiamo la prossimità di Dio come un dito puntato, come un esame da superare, Maria sente Dio venire come un tuffo al cuore, come un passo di danza a due, una stanchezza finita per sempre, un vento che fa fremere la vela del futuro.
È così bello che la presenza di Dio produca l’effetto di una forza di giustizia dirompente, che scardina la storia, che investe il mondo dei poveri e dei ricchi e lo capovolge: quelli che si fidano della forza sono senza troni, i piccoli hanno il nido nella mani di Dio.
Il Vangelo, raccontando la visita di Maria ad Elisabetta, racconta anche che ogni nostro cammino verso l’altro, tutte le nostre visite, fatte o accolte, hanno il passo di Dio e il sapore di una benedizione.
Il Natale è la celebrazione della santità che c’è in ogni carne, la certezza che ogni corpo è una finestra di cielo, che l’uomo ha Dio nel sangue; che dentro il battito umile e testardo del suo cuore batte – come nelle madri in attesa- un altro cuore, e non si spegnerà più.

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