benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

chiamati a custodire il bruciore del fuoco


Chiamati a custodire il bruciore del fuoco

il commento di E. Ronchi al vangelo della ventesima domenica del tempo ordinario

(…)Gesù disse ai suoi dicepoli:« Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» (…)

Fuoco e divisione sono venuto a portare. Vangelo drammatico, duro e pensoso. E bellissimo. Testi scritti sotto il fuoco della prima violenta persecuzione contro i cristiani, quando i discepoli di Gesù si trovano di colpo scomunicati dall’istituzione giudaica e, come tali, passibili di prigione e morte. Un colpo terribile per le prime comunità di Palestina, dove erano tutti ebrei, dove le famiglie cominciano a spaccarsi attorno al fuoco e alla spada, allo scandalo della croce di Cristo.

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. Il fuoco è simbolo altissimo, in cui si riassumono tutti gli altri simboli di Dio, è la prima memoria nel racconto dell’Esodo della sua presenza: fiamma che arde e non consuma al Sinai; bruciore del cuore come per i discepoli di Emmaus; fuoco ardente dentro le ossa per il profeta Geremia; lingue di fuoco a Pentecoste; sigillo finale del Cantico dei Cantici: le sue vampe sono vampe di fuoco, una scheggia di Dio infuocata è l’amore.

Sono venuto a gettare Dio, il volto vero di Dio sulla terra. Con l’alta temperatura morale in cui avvengono le vere rivoluzioni.
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma divisione. La pace non è neutralità, mediocrità, equilibrio tra bene e male. “Credere è entrare in conflitto” (David Turoldo). Forse il punto più difficile e profondo della promessa messianica di pace: essa non verrà come pienezza improvvisa, ma come lotta e conquista, terreno di conflitto, sarà scritta infatti con l’alfabeto delle ferite inciso su di una carne innocente, un tenero agnello crocifisso.

Gesù per primo è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione, “per la caduta e la risurrezione di molti” (Luca 2,34). Conosceva, come i profeti antichi, la misteriosa beatitudine degli oppositori, di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e ai figli di Dio. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza di nessuno, la scuoteva dalle false paci apparenti, frantumate da un modo più vero di intendere la vita.

La scelta di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire, di chi non vuole vendicarsi, di chi apre le braccia e la casa, diventa precisamente, inevitabilmente, divisione, guerra, urto con chi pensa a vendicarsi, a salire e dominare, con chi pensa che vita vera sia solo quella di colui che vince.

Come Gesù, così anche noi siamo inviati a usare la nostra intelligenza non per venerare il tepore della cenere, ma per custodire il bruciore del fuoco (G. Mahler), siamo una manciata, un pugno di calore e di luce gettati in faccia alla terra, non per abbagliare, ma per illuminare e riscaldare quella porzione di mondo che è affidata alle nostre cure.


(Letture: Geremia 38,4-6.8-10; Salmo 39; Ebrei, 12, 1-4; Luca 12, 49-53).

image_pdfimage_print

non possiamo volere tutto …

un limite al desiderio

di Enzo Bianchi
in “la Repubblica” del 8 agosto 2022

nell’educazione dei giovani sarebbe opportuno non offrire “tutto”, ma insegnare a ordinare il desiderio e a scegliere, tenendo conto del bene comune, nella consapevolezza che bisogna porsi un limite perché facciamo parte di un’unica umanità

Ultimamente mi ha sorpreso uno spot pubblicitario che in modo martellante mostra una scena: in un supermercato una bambina in estasi sta davanti a uno scaffale di prodotti dolciari… poi un attimo di silenzio in attesa della voce della mamma che chiede: «E quale vorresti?». E la bambina, in un grido gioioso: «Tutti!». Ho subito percepito l’insensatezza di un messaggio del genere. C’è un desiderio e alla domanda che chiede di scegliere, la risposta è: «Tutti!». Tutto e subito. Lo dice l’istinto, lo fa suo il desiderio e lo esprime. L’istinto è una forza dominante, è un sentimento personale, intimo, che scaturisce dalle profondità animali della persona, e che dunque va assunto, disciplinato, educato. Altrimenti lo si enfatizza, diventa brama di “tutto e subito”, e non conosce limite: l’istinto
diventa così cupidigia, brama, voracità di possesso e amore del denaro. Chi non riesce a dominarlo viene trascinato a possedere, consumare, fare suo ciò che desidera e non ha, e per averlo ricorre anche alla violenza. L’ebrezza del “tutto” fa sognare l’impossibile, esclude ogni possibilità di condivisione, non riconosce la presenza dell’altro con lo stesso desidero verso il medesimo oggetto.
Chi vuole tutto vuole realizzare il suo desiderio senza tener conto degli altri, del prossimo, del limite di ogni azione umana. L’oggetto o la persona desiderati con cupidigia emergono come forze dominanti fino a produrre, in chi desidera, l’alienazione. Comprendiamo allora l’assillante invettiva dei profeti di Israele contro la cupidigia o il desiderio del tutto, perché per loro nella cupidigia sta il non riconoscimento dell’altro e del proprio limite, sta la radice dell’ingiustizia e di ogni violenza.
Tra le dieci parole donate da Dio a Israele sul Sinai, “non desiderare” (chamad, desiderio che si fa azione) ricorre due volte: nei rapporti con le cose materiali e con le persone.
La patologia del desiderio che vuole tutto non riguarda solo la vita personale, ma anche quella nella società. Il premio Nobel per l’economia Stiglitz ha pubblicato un libro sulla crisi economica intitolato, nell’edizione francese, Le triomphe de la cupidité. Certo, la dimensione lucrativa del lavoro umano non può essere eliminata, ma l’eccesso del guadagno e dell’interesse, il non mettere né darsi limiti ha portato a una crisi che ha prodotto sofferenza per popoli interi. La voracità che si è scatenata viene legittimata e la cultura della cupidigia ha fatto scaturire una cultura individualista, incapace di pensare un orizzonte comune. Nell’educazione dei giovani sarebbe opportuno non offrire “tutto”, ma insegnare a ordinare il desiderio e a scegliere, tenendo conto del bene comune, nella consapevolezza che bisogna porsi un limite perché facciamo parte di un’unica umanità. Volere tutto è il contrassegno di una convivenza in cui l’altro è negato e ne va eliminata la presenza. Non possiamo volere «Tutto!», ma possiamo volere solo accettando di rinunciare al tutto 

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

è il servizio la chiave per entrare nel Regno


È il servizio la chiave per entrare nel Regno
il commento di E. Ronchi al vangelo della diciannovesima domenica del tempo ordinario

(…) Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa gli aprano subito (…).

Il fondale unico su cui si stagliano le tre parabole (i servi che attendono il loro signore, l’amministratore messo a capo del personale, il padrone di casa che monta la guardia) è la notte, simbolo della fatica del vivere, della cronaca amara dei giorni, di tutte le paure che escono dal buio dell’anima in ansia di luce. È dentro la notte, nel suo lungo silenzio, che spesso capiamo che cosa è essenziale nella nostra vita. Nella notte diventiamo credenti, cercatori di senso, rabdomanti della luce. L’altro ordito su cui sono intesse le parabole è il termine “servo”, l’autodefinizione più sconcertante che ha dato di se stesso. I servi di casa, ma più ancora un signore che si fa servitore dei suoi dipendenti, mostrano che la chiave per entrare nel regno è il servizio. L’idea-forza del mondo nuovo è nel coraggio di prendersi cura. Benché sia notte. Non possiamo neppure cominciare a parlare di etica, tanto meno di Regno di Dio, se non abbiamo provato un sentimento di cura per qualcosa.
Nella notte i servi attendono. Restare svegli fino all’alba, con le vesti da lavoro, le lampade sempre accese, come alla soglia di un nuovo esodo (cf Es 12.11) è “un di più”, un’eccedenza gratuita che ha il potere di incantare il padrone.

E mi sembra di ascoltare in controcanto la sua voce esclamare felice: questi miei figli, capaci ancora di stupirmi! Con un di più, un eccesso, una veglia fino all’alba, un vaso di profumo, un perdono di tutto cuore, gli ultimi due spiccioli gettati nel tesoro, abbracciare il più piccolo, il coraggio di varcare insieme la notte.
Se alla fine della notte lo troverà sveglio. “Se” lo troverà, non è sicuro, perché non di un obbligo si tratta, ma di sorpresa; non dovere ma stupore.
E quello che segue è lo stravolgimento che solo le parabole, la punta più rifinita del linguaggio di Gesù, sanno trasmettere: li farà mettere a tavola, si cingerà le vesti, e passerà a servirli. Il punto commovente, il sublime del racconto è quando accade l’impensabile: il padrone che si fa servitore. «Potenza della metafora, diacona linguistica di Gesù nella scuola del regno» (R. Virgili).
I servi sono signori. E il Signore è servo. Un’immagine inedita di Dio che solo lui ha osato, il Maestro dell’ultima cena, il Dio capovolto, inginocchiato davanti agli apostoli, i loro piedi nelle sue mani; e poi inchiodato su quel poco di legno che basta per morire. Mi aveva affidato le chiavi di casa ed era partito, con fiducia totale, senza dubitare, cuore luminoso. Il miracolo della fiducia del mio Signore mi seduce di nuovo: io credo in lui, perché lui crede in me. Questo sarà il solo Signore che io servirò perché è l’unico che si è fatto mio servitore.
(Letture: Sapienza 18,6-9; Salmo 32; Ebrei 11, 1-2.8-19; Luca 12, 32-48).

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

siamo ricchi solo di ciò che sappiamo condividere


Siamo ricchi solo di ciò che sappiamo condividere
il commento di E. Ronchi al vangelo della diciottesima domenica del tempo ordinario

(…) Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. (…) Demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita”». (…)

 

La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante: una doppia benedizione secondo la bibbia, eppure tutto è corroso da un tarlo micidiale. Ascolti la parabola e vedi che il fondale di quella storia è vuoto. L’uomo ricco è solo, chiuso nel cerchio murato del suo io, ossessionato dalla logica dell’accumulo, con un solo aggettivo nel suo vocabolario: “mio”, i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, la mia vita, anima mia.
Nessun altro personaggio che entri in scena, nessun nome, nessun volto, nessuno nella casa, nessuno alla porta, nessuno nel cuore. Vita desolatamente vuota, dalla quale perfino Dio è assente, sostituito dall’idolo dell’accumulo. Perché il ricco non ha mai abbastanza. Investe in magazzini e granai e non sa giocare al tavolo delle relazioni umane, sola garanzia di felicità. Ecco l’innesco del dramma: la totale solitudine.
L’accumulo è la sua idolatria. E gli idoli alla fine divorano i loro stessi devoti. Ingannandoli: “Anima mia hai molti beni per molti anni, divertiti e goditi la vita”. È forse questo, alla fin fine, l’errore che rovina tutto? Il voler godere la vita? No. Anche per il Vangelo è scontato che la vita umana sia, e non possa che essere un’incessante ricerca di felicità. Ma la sfida della felicità è che non può mai essere solitaria, ed ha sempre a che fare con il dono.
L’uomo ricco è entrato nell’atrofia della vita, non ha più allenato i muscoli del dono e delle relazioni: Stolto, questa notte stessa… Stolto, perché vuoto di volti, vive soltanto un lungo morire Perché il cuore solitario si ammala; isolato, muore. Così si alleva la propria morte. Infatti: questa notte stessa ti sarà richiesta indietro la tua vita…. Essere vivo domani non è un diritto, è un miracolo. Rivedere il sole e i volti cari al mattino, non è né ovvio né dovuto, è un regalo. E che domani i miliardi di cellule del mio corpo siano ancora tutte tra loro connesse, coordinate e solidali è un improbabile prodigio.
E quello che hai accumulato di chi sarà? La domanda ultima, la sola che rimane quando non rimane più niente, suona così: dopo che tu sei passato, dietro di te, nel tuo mondo, è rimasta più vita o meno vita? Unico bene.
La parabola ricorda le semplici, sovversive leggi evangeliche dell’economia, quelle che rovesciano le regole del gioco, e che si possono ridurre a due soltanto: 1. non accumulare; 2. se hai, hai per condividere.
Davanti a Dio noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo condiviso; siamo ricchi di uno, di molti bicchieri di acqua fresca dati; di uno, di cento passi compiuti con chi aveva paura di restare solo; siamo ricchi di un cuore che ha perdonato per sette volte, per settanta volte sette.

(Letture: Qoèlet 1,2; 2,21-23; Salmo 89; Lettera ai Colossesi 3,1-5.9-11; Luca 12,13-21)

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

un padre dà sempre cose buone ai figli

il commento di E. Bianchi al vangelo della domenica diciassettesima del tempo ordinario
Lc 11,1-13
 

¹In quel tempo Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». ²Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: 

Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;

³dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione». 

Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: «Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli», e se quello dall’interno gli risponde: «Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani», vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. ¹⁰Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. ¹¹Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? ¹²O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? ¹³Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

 

Il brano del vangelo di questa domenica è in realtà composto di tre parti: la preghiera di Gesù (vv. 1-4), la parabola dell’amico insistente (vv. 5-8) e infine la sua applicazione (vv. 9-13). Tutto il brano si regge sull’informazione dataci da Luca a proposito degli atteggiamenti di Gesù durante il viaggio verso Gerusalemme (cf. Lc 9,51). Anche in questo camminare Gesù si fermava, sostava e pregava: i discepoli lo vedevano impegnato in questa azione fatta certamente in un modo che li colpiva e li interrogava.

Proprio alla fine di una di queste soste in preghiera, non sappiamo in quale ora della giornata, se al mattino o alla sera, un discepolo gli chiede di insegnare a tutta la comunità come pregare, sull’esempio di ciò che aveva fatto Giovanni il Battista con quanti lo seguivano. In risposta, Gesù consegna una preghiera breve, essenziale che Luca e Matteo (cf. Mt 6,9-13) ci hanno trasmesso in due versioni. Quella di Luca è più breve, costituita innanzitutto da due domande che hanno un parallelo nella preghiera giudaica del Qaddish: la santificazione del Nome e la venuta del Regno. Seguono poi tre richieste riguardo a ciò che è veramente necessario al discepolo: il dono del pane di cui si ha bisogno ogni giorno, la remissione dei peccati e la liberazione dalla tentazione. Preghiera semplice quella del cristiano, senza troppe parole, ma piena di fiducia in Dio – invocato come Padre – nel suo Nome santo, nel suo Regno che viene. Avendo commentato più volte il “Padre nostro”, vorrei qui sostare piuttosto sui versetti seguenti, quelli che contengono la parabola e la sua applicazione. 

Questa parabola è riportata solo da Luca, il quale vuole presentare la preghiera di domanda come preghiera insistente, assidua, che non viene meno ma che sa mostrare davanti a Dio una determinazione e una perseveranza fedele. Gesù intriga gli ascoltatori, li coinvolge e per questo, invece di raccontare una storia in terza persona, li interroga: “Chi di voi…?”. È una parabola che narra ciò che può accadere a ciascuno degli ascoltatori: 

Chi tra voi, se ha un amico e va a casa sua a mezzanotte e gli dice: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, lo sente rispondere dall’interno: “Non procurarmi molestie! La porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me! Non posso alzarmi per darteli”?  Vi dico: anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua insistenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. 

Parabola semplice, che vuole mostrare come l’insistenza di una domanda provochi la risposta anche da parte di chi, pur essendo amico, sulle prime non è disposto a esaudirla. Sì, è l’insistenza (persino noiosa!) dell’amico e non il sentimento dell’amicizia a causare l’esaudimento e il conseguente dono: con la sua ostinata domanda un amico importuno può fare cambiare parere a un altro amico importunato. 

Proprio perché le cose vanno così, Gesù allora commenta: 

Chiedete e vi sarà dato,

cercate e troverete,

bussate e vi sarà aperto. 

È vero che non si usa esplicitamente il verbo “pregare”, ma è evidente che Gesù si riferisce sempre alla preghiera, proprio in risposta alla domanda iniziale del discepolo. Chiedete – raccomanda Gesù – cioè non abbiate paura di chiedere a Dio che è Padre, chiedete con semplicità, sicuri di essere esauditi da chi vi ama, e chiedete senza stancarvi mai. Si tratta di cercare con la convinzione della necessità della ricerca, con la convinzione che c’è qualcosa che vale la pena di essere cercato, a volte faticosamente, a volte lungamente, ma occorre essere certi che prima o poi si giungerà a trovare. Dove c’è una promessa, si tratta di attendere vigilanti, di cercarne l’esaudimento. Si tratta anche di bussare a una porta: se si bussa, è perché c’è speranza che qualcuno dal di dentro apra e ci accolga, ma a volte occorre bussare ripetutamente… 

Di conseguenza, ci poniamo subito la domanda: perché Dio ha bisogno di essere più volte supplicato, perché vuole essere cercato, perché vuole che bussiamo ancora e ancora? Ne ha così bisogno? No, siamo noi che abbiamo bisogno di chiedere, perché siamo dei mendicanti e non vogliamo riconoscerci tali; siamo noi che dobbiamo rinnovare la nostra ricerca di ciò che è veramente necessario; siamo noi che dobbiamo desiderare che ci sia aperta una porta, in modo da poter incontrare chi ci accoglie. Dio non ha bisogno della nostra insistente preghiera, ma siamo noi ad averne bisogno per imprimerla nelle fibre della nostra mente e del nostro corpo, per aumentare il nostro desiderio e la nostra attesa, per dire a noi stessi la nostra speranza. 

Ma a questa parabola e al suo primo commento Gesù aggiunge un’altra applicazione, sempre breve e sempre in forma interrogativa: 

Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà forse una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà forse uno scorpione? O se gli chiede un pane, gli darà forse un sasso (quest’ultima aggiunta è presente solo in una parte della tradizione manoscritta)? 

Ecco, questo non avviene tra un padre e un figlio, perché il legame di sangue impedisce un simile comportamento paterno, anche in caso di scarso affetto. A maggior ragione – dice Gesù – se questo non avviene tra voi che siete cattivi, eppure sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre che è nel cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono. 

Quest’ultima parola di Gesù è stata meditata poco e con poca intelligenza dagli stessi cristiani negli ultimi secoli. Gesù sa, e per questo lo dice con franchezza, che noi umani siamo tutti cattivi (poneroí), perché in noi c’è una pulsione, un istinto a pensare a noi stessi, ad affermare noi stessi, alla philautía, l’amore egoistico di sé. Eppure, anche se questa è la nostra condizione, siamo capaci di azioni buone, almeno nel caso di un rapporto famigliare tra padre e figlio. Ebbene, se noi, pur nella nostra cattiveria, diamo cose buone ai figli che ce le chiedono, quanto più Dio, che “è il solo buono” (agathós: Lc 18,19), darà cose buone a chi gliele chiede! Ma come dimenticare che sovente abbiamo fatto di Dio un padre più cattivo dei nostri padri terreni? Scriveva Voltaire: “Nessuno vorrebbe avere come padre terreno Dio”, ed Engels gli faceva eco: “Quando un uomo conosce un Dio più severo e cattivo di suo padre, allora diventa ateo”. È così, ed è avvenuto così perché i cristiani hanno dato un’immagine di Dio come giudice severo, vendicativo e perverso, fino a spingere gli umani ad abbandonare un tale Dio e a negarlo! Gesù invece ci parla di un Dio Padre più buono dei padri di cui abbiamo fatto esperienza, insegnandoci che sempre Dio ci dà cose buone quando lo invochiamo. 

Ma in questo brano c’è una precisazione importante e decisiva a proposito della preghiera. Luca si discosta dalla versione di queste parole di Gesù fornita da Matteo, perché sente il bisogno di chiarirle e di spiegarle. Sì, è vero che Dio ci esaudisce con cose buone (cf. Mt 7,11), ma queste non sempre sono quelle da noi giudicate buone. La preghiera non è magia, non è un “affaticare gli dèi” – come scriveva il filosofo pagano Lucrezio (La natura delle cose IV,1239) – o uno stordire Dio a forza di parole moltiplicate, dice altrove Gesù (cf. Mt 6,7-8). Dio non è a nostra disposizione per esaudire i nostri desideri, spesso egoisti ma soprattutto ignoranti, in senso letterale: non sappiamo ciò che vogliamo! Ecco perché – precisa la versione lucana – “le cose buone” sono in realtà “lo Spirito santo”. Sempre Dio ci dà lo Spirito santo, se glielo chiediamo nella preghiera, e lo Spirito che scende nella nostra mente e nel nostro cuore, lui che si unisce al nostro spirito (cf. Rm 8,16), è la risposta di Dio. Ma è bene fare un esempio, a costo di essere brutali. Se io, affetto da una grave malattia, chiedo a Dio la guarigione, non è detto che questa si verifichi effettivamente, ma posso essere certo che Dio mi darà lo Spirito santo, forza e amore per vivere la malattia in un cammino in cui continuare ad amare e ad accettare che gli altri mi amino. Questo è l’esaudimento vero e autentico, questo è ciò di cui abbiamo veramente bisogno!

image_pdfimage_print

la ‘dittatura dell’io’ ci preclude l’orizzonte del ‘noi’

l’unica strada per rinnovarci
di Enzo Bianchi
in “la Repubblica” del 11 luglio 2022

è assurdo avere paura degli stranieri, che sono l’unica possibilità di
rinnovamento della vita per le nostre popolazioni invecchiate

Non sono un sociologo ma nella vita ho sempre cercato di ascoltare e di guardarmi intorno: questo è l’esercizio che mi ha insegnato di più, perché sono stato affascinato dalla vita degli uomini e delle donne che incontravo. Per questo da sempre ho prestato attenzione alle statistiche che forniscono tracce per individuare cosa succede e come si vive.
Certamente in questa situazione di post-pandemia, in questo clima di guerra e di crisi economica, i dati forniti dal rapporto annuale Istat evidenziano e confermano ciò che percepiamo di preoccupante in quel che ci accade intorno.
Da vecchio, entrato nell’80esimo anno della vita, dunque alle soglie dell’esodo da questa terra, non posso non guardare al presente e al futuro che già si affaccia. Ed è proprio in questo sguardo che sono assalito da una certa tristezza perché constato che la vita sembra diminuire ogni giorno.
Ovunque vado trovo persone vecchie… Siamo molto invecchiati senza che nella vita siano entrati i ragazzi, che risultano essere neanche la metà dei vecchi.
Le giovani madri con bambini in braccio sono un’apparizione, e comunque nelle famiglie si mette al mondo un figlio, due, non di più. Lo sappiamo tutti: ci sono meno nascite, le madri sono sempre più anziane e i vecchi diventano sempre più vecchi per il prolungamento della vita.
Occorre anche tener conto che i giovani tendono a restare in famiglia. Queste adolescenze prolungate non favoriscono la costruzione di storie d’amore. A questo si aggiunga il fatto che ormai le persone che vivono sole, i “single”, sono a livello numerico l’equivalente delle coppie.
I sociologi e i media intravvedono le ragioni di questo andamento nel grande mutamento socio-antropologico in atto, ma io mi chiedo se questo arretramento della vita non sia dovuto a una crisi culturale e morale, a una crisi di umanità. A me sembra che alla radice di questi processi ci sia il venir meno della fiducia: nella vita, nel futuro, negli altri, persino fiducia nell’amore come storia possibile e opera d’arte nelle relazioni tra umani. Nessuno osa confessarlo, ma si registra paura nei confronti della vicenda-storia della coppia, c’è un’incertezza circa l’opportunità di mettere al mondo dei figli, c’è una preoccupazione filautica di chi pensa a sé ed è incapace di porsi in un orizzonte sociale, l’orizzonte del “noi”.
Prevale la dittatura dell’“io” e la necessità di allontanare ogni rinuncia dovuta alla presenza di un altro.
In realtà si sta preparando una situazione di grande solitudine per i vecchi, un carico di lavoro di cura degli anziani da parte dei figli, e un’esistenza in cui essendo scarsa o poco presente la generazione dei bambini e dei ragazzi sarà più difficile sorridere e gioire per la vita.
In queste condizioni è assurdo avere paura degli stranieri, che sono l’unica possibilità di
rinnovamento della vita per le nostre popolazioni invecchiate.

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

Marta cuore del servizio

Maria cuore dell’ascolto


Marta cuore del servizio, Maria cuore dell'ascolto

il commento di E. Ronchi al vangelo della sedicesima domenica del tempo ordinario

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

La casa è piena di gente, ci sono Gesù e i suoi; Maria, la giovane, seduta ai piedi dell’amico, i discepoli intorno, forse Lazzaro tra loro; Marta, la generosa, è nella sua cucina, alimenta il fuoco, controlla le pentole, si alza, passa e ripassa davanti al gruppo a preparare la tavola, affaccendata per tutti. Maria seduta ascoltava Gesù. Un uomo che profuma di cielo e una donna, seduti vicinissimi. Una scena di maestro-discepola così inconsueta per gli usi del tempo che pare quasi un miracolo. Tutti i pregiudizi sulle donne saltati in aria, rotti gli schemi. Presi l’uno dall’altra: lui totalmente suo, lei totalmente sua. La immagino incantata davanti alle parole del maestro e amico, come se fosse la prima volta. Conosciamo tutti il miracolo della prima volta. Poi, lentamente ci si abitua. L’eternità invece è non abituarsi mai, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre, come nella casa dell’amicizia, a Betania. E poi c’è Marta, la padrona di casa, tutto compresa del suo ruolo santo. Gli ospiti sono come angeli e c’è da offrire loro il meglio; teme di non farcela e allora “si fa avanti”, con la libertà dell’amicizia, e s’interpone tra Gesù e la sorella: “dille che mi aiuti!”. Gesù l’ha seguita con gli occhi, ha visto il riverbero della fiamma sul suo volto, ha ascoltato i rumori di là, sentito l’odore del fumo e del cibo quando lei passava, era come se fosse stato con Marta, in cucina. In quel luogo che ci ricorda il nostro corpo, il bisogno del cibo, la lotta per la sopravvivenza, il gusto delle cose buone, la trasformazione dei doni della terra e del sole ( J. Tolentino). Affettuosamente le risponde: Marta, Marta, tu ti affanni per troppe cose. Gesù non contraddice il servizio ma l’affanno; non contesta il suo cuore generoso ma il fare frenetico, che vela gli occhi. Riprendi il ritmo del cuore, del respiro, del flusso del sangue; abbi il coraggio di far volare più lente le tue mani, altrimenti tutto il tuo essere entra in uno stato di disagio e di stress. Maria ha scelto la parte buona: Marta non si ferma un minuto, Maria invece è seduta, occhi liquidi di felicità; Marta si agita e non può ascoltare, Maria nel suo apparente “far niente” ha messo al centro della casa Gesù, l’amico e il profeta. Doveva bruciar- le il cuore quel giorno. Le due sorelle di Betania tracciano i passi della fede vera: passare dall’affanno di ciò che devo fare per Dio, allo stupore di ciò che Lui fa per me. I passi della fede di ogni credente: passare da Dio come dovere a Dio come stupore. Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si tengono per mano; battono i loro due cuori: il cuore dell’ascolto e il cuore del servizio.

 (Letture: Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10,38-42)

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

umanità impossibile senza compassione


Umanità impossibile senza compassione
il commento di E. Ronchi al vangelo della quindicesima domenica del tempo ordinario

In quel tempo (…) Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino (…)».

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Uno dei racconti più belli al mondo. Solo poche righe, di sangue, polvere e splendore. Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico. Nessuno può dire: io faccio un’altra strada, io non c’entro. Siamo tutti sulla medesima strada. E ci salveremo insieme, o non ci sarà salvezza. Un sacerdote scendeva per quella stessa strada. Il primo che passa è un prete, un rappresentante di Dio e del potere, vede l’uomo ferito ma passa oltre. Non passare oltre il sangue di Abele. Oltre non c’è nulla, tantomeno Dio, solo una religione sterile come la polvere.
Invece un samaritano, che era in viaggio, vide, ne ebbe compassione, si fece vicino. Un samaritano, gente ostile e disprezzata, che non frequenta il tempio, si commuove, si fa vicino, si fa prossimo. Tutti termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità. Non c’è umanità possibile senza compassione, il meno sentimentale dei sentimenti, senza prossimità, il meno zuccheroso, il più concreto. Il samaritano si avvicina. Non è spontaneo fermarsi, i briganti possono essere ancora nei dintorni. Avvicinarsi non è un istinto, è una conquista; la fraternità non è un dato ma un compito.
I primi tre gesti concreti: vedere, fermarsi, toccare, tracciano i primi tre passi della risposta a “chi è il mio prossimo?”. Vedere e lasciarsi ferire dalle ferite dell’altro. Il mondo è un immenso pianto, e «Dio naviga in questo fiume di lacrime» (Turoldo), invisibili però a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita. Fermarsi addosso alla vita che geme e si sta perdendo nella polvere della strada. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire «eccomi, sono qui». Toccare: il samaritano versa olio e vino, fascia le ferite dell’uomo, lo solleva, lo carica, lo porta. Toccare l’altro è parlargli silenziosamente con il proprio corpo, con la mano: «Non ho paura e non sono nemico». Toccare l’altro è la massima vicinanza, dirgli: «Sono qui per te»; accettare ciò che lui è, così com’è; toccare l’altro è un atto di riverenza, di riconoscimento, di venerazione per la bontà dell’intera sua persona.
Il racconto di Luca poi si muove rapido, mettendo in fila dieci verbi per descrivere l’amore fattivo: vide, ebbe compassione, si avvicinò, versò, fasciò, caricò, portò, si prese cura, pagò… fino al decimo verbo: al mio ritorno salderò… Questo è il nuovo decalogo, perché l’uomo sia promosso a uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi” e non da briganti o nemici. Al centro del messaggio di Gesù una parabola; al centro della parabola un uomo; e quel verbo: Tu amerai. Fa così, e troverai la vita.
(Letture. Deuteronomio 30,10-14; Salmo 18; Colossesi 1,15-20; Luca 10,25-37)

image_pdfimage_print

l’arroganza della ‘tribù bianca’

padre Zanotelli e l’Africa devastata e umiliata dalla «tribù» bianca


di Paolo Lambruschi
il comboniano scrive la storia non ufficiale di secoli di sfruttamento e ingiustizie ponendosi dalla parte delle vittime per aiutarci a capire a cosa stiamo andando incontro se non cambiamo rotta

Padre Alex Zanotell

«Questa mia generazione sarà fra quelle più maledette della storia umana, perché nessun’altra ha mai ha così gravemente violentato e sfruttato il pianeta. Chiedo perdono a voi giovani perché vi consegniamo un mondo gravemente malato e toccherà alla vostra generazione ripensare radicalmente questo nostro sistema»

Padre Alex Zanotelli è stato molti anni in missione in Africa. Dopo 12 anni di permanenza a Korogocho, uno degli slum più duri di Nairobi, la sera prima della partenza, durante una partecipata veglia di preghiera interreligiosa, ricevette in dono una nuova missione: tornare a casa a convertire noi, ovvero la tribù bianca. Nasce qui la Lettera alla tribù bianca (Feltrinelli, pagine 124, euro 12,00) un volume agile e intenso che condensa le battaglie e le motivazioni spirituali e culturali del comboniano trentino, classe 1938, sempre dalla parte degli oppressi e degli ultimi.

Del resto per lui la collocazione naturale del missionario è nelle periferie. Come è andata lo sappiamo dalla sua biografia, l’incarico di partire per una missione solo in apparenza ‘capovolta’, ricevuto dal popolo di una delle periferie estreme della terra, dai suoi baraccati, dai raccoglitori di rifiuti della discarica, dalle ragazze malate di Aids, dai ragazzini e dalle ragazzine di strada, dalle gang e dalle giovanissime che andavano a Nairobi lo ha preso sul serio.

Interessante il risvolto spirituale che si cela dietro il suo attivismo. Confessa che nelle sue battaglie lo ha sostenuto la «spiritualità degli impoveriti». Zanotelli confessa di aver riletto negli anni la Bibbia con altri occhi fino a scoprire la fede nel Dio «che sente la sofferenza inflitta agli oppressi e scende a liberarli». Ieri tramite Mosè, oggi, secondo i dettami della black theology sudafricana e nordamericana, attraverso Nelson Mandela, Desmond Tutu e Martin Luther King.

In questi ultimi 20 anni passati in Italia Zanotelli ha scelto di vivere negli spazi ristretti di una torre campanaria del Rione Sanità a Napoli. Qui ha riscritto in questa “lettera” la storia non ufficiale di secoli di sfruttamento e ingiustizie ai danni dell’Africa ponendosi dalla parte delle vittime per aiutarci a capire a cosa stiamo andando incontro se non cambiamo rotta. Secoli di suprematismo, razzismo e disprezzo sono già racchiusi nel termine “tribù”: perché 80 milioni di hausa nigeriani sono definiti tribù dai bianchi e 8 milioni di svizzeri hanno la dignità di popolo?

Con le solide basi storiche tipiche dei comboniani (ha diretto la rivista Nigizia) spiega le attuali disuguaglianze che affliggono il pianeta. La corsa all’Africa del colonialismo inglese, francese, spagnolo e portoghese che con la schiavitù e la razzia delle risorse hanno posto le basi dello sviluppo capitalista imponendo costi umani altissimi e impoverendo terre ricchissime. Non sono da dimenticare neppure i colonialismi “minori”‘ per durata come quello tedesco che nel 1904 commise il primo genocidio del ’900, quello degli Herero in Namibia e Botswana. O come i massacri e gli orrori imputabili al re del Belgio Leopoldo II in Congo, sua proprietà personale, né la durissima repressione in Libia ed Etiopia con i masscri con il gas e le violenze sui civili degli italiani, prima e durante il fascismo.

Non fa sconti alla Chiesa Zanotelli, non li ha mai fatti anche se oggi è in forte sintonia con la predicazione di papa Francesco che chiede all’umanità una rivoluzione culturale ed etica. E l’arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia, gli ha scritto pochi giorni fa una intensa missiva che gli ha consegnato e letto personalmente durante la presentazione del volume a Napoli: «È per fedeltà a Dio e a tutti i suoi figli, specie i più impoveriti, – scrive don Mimmo – che è cambiato il tuo sguardo e chiedi a noi di fare altrettanto, di rileggere persino le Sacre Scritture, ma pure la storia e la geografia con altri occhi, non con quelli dei dominatori e dei potenti ma degli ultimi e degli sfruttati».

Battaglia sottolinea che «quei 12 anni a Korogocho ti tengono ancora in vita, “in piedi” direbbe Tonino Bello, come artigiano di pace e giustizia». E da artigiano e profeta scomodo, come lo chiamava l’indimenticabile leader aclista Giovanni Bianchi, Alex conta sui giovani di ogni età per reinventare insieme il mondo sconvolto da guerre note e dimenticate (la terza guerra mondiale a pezzi), dai mutamenti climatici e da povertà e disuguaglianze economiche e sociali sempre più scandalose. Perché come diceva il vescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu così amato da Zanotelli: «Dio verrà perché ha un sogno e questo si realizzerà attraverso di noi».

image_pdfimage_print

i cambiamenti che attende la nostra chiesa

una chiesa per il futuro: questioni e segnali

di Francesco Cosentino

vangelo chiesa

Sono gli eventi quotidiani di un tempo che cambia continuamente a riportare a galla, di tanto in tanto, l’evidente crisi della fede che segna il vissuto delle nostre società occidentali, insieme al diffuso sentimento di indifferenza religiosa e di distanza dall’istituzione ecclesiale che si respira ormai in mezzo a noi.

Come brace sotto la cenere, però, emerge anche la forza del Vangelo, anche se lo fa con lo stile che gli è proprio: sotto traccia, con la mitezza di un fiume carsico che scorre lento, nella forma del lievito e del seme. E si tratta di spunti, di stimoli e di riflessioni che vengono a inquietare il perbenismo della nostra religiosità innocua, per darci la sveglia.

Viene da chiedersi se l’agenda della vita ecclesiale – in Italia e altrove – sia ancora in tempo ad accogliere questo anelito di rinnovamento e di riforma che sale dal cuore della vita della Chiesa e che papa Francesco stimola e traghetta con determinazione. Ma intanto siamo qui, e vale la pena soffermarci su alcune questioni e su alcuni segnali.

Fine della cristianità

Ce ne sono molte di questioni ma, per offrire una visione sintetica, possono essere raggruppate in due tesi di fondo: la fine della cristianità e la scarsa recezione del Concilio Vaticano II.

La cristianità è finita. In ordine tempo, uno degli ultimi ad affermarlo è il filosofo Massimo Borghesi, che analizza con grande lucidità la diffidenza nei confronti del pontificato di Francesco, quella della destra neoconservatrice ma anche quella di settori più progressisti.

Di certo, l’antico mondo culturale nel quale la religione abitava a pieno titolo, plasmando la coscienza personale e collettiva e influenzando le istituzioni e le forme del vivere sociale, è definitivamente tramontato. Se Nietzsche ne fu precursore con l’annuncio de «la morte di Dio» ne La Gaia Scienza, non sono mancati anche in ambito teologico riflessioni di notevole spessore sul tema.

La novità degli ultimi tempi è rappresentata però dalla figura e dal magistero di papa Francesco che, già con Evangelii gaudium, ispira e invita a un cambio di paradigma: da un cristianesimo della resistenza a un cristianesimo dell’immaginazione. Infatti, chi presuppone un mondo, una società e un tessuto familiare e sociale ancora cristiani, di fatto resiste: pensa che, in fondo, la Chiesa e la sua pastorale abbiano bisogno solo di qualche ritocco estetico e di qualche aggiustamento formale, senza mettere in discussione le strutture e le forme del credere ecclesiale.

Papa Francesco ha un altro paradigma: una Chiesa e una pastorale audaci per una «nuova immaginazione del possibile». Lo ha indicato dall’inizio, parlando di conversione pastorale in chiave missionaria ma, a quanto pare, ampi settori della vita ecclesiale non si preoccupano di accogliere Evangelii gaudium e di farne un’ermeneutica per il rinnovamento pastorale.

Un Concilio non ancora recepito

Il Concilio Vaticano II non è stato ancora recepito. Può darsi che una tale affermazioni appaia generica e superficiale, oppure viziata da una visione polarizzata e ideologica. Al netto di questo, però, il problema rimane. Serena Noceti ne ha scritto su Concilium, affermando che Evangelii gaudium ci provoca a misurarci con la nuova visione ecclesiologica emersa nel Concilio Vaticano II: il superamento dell’eurocentrismo e la «decentralizzazione» istituzionale necessaria all’evangelizzazione e alla missione.

Ciò impone non solo dei ritocchi, ma una riforma strutturale: e – afferma la Noceti – non basta cambiare le idee o le norme, ma «deve essere ridisegnata la forma relazionale e promosso un cambiamento nell’istituzionalizzazione delle relazioni ecclesiali». Non si può sottovalutare, cioè, il livello delle strutture sociali e relazionali della Chiesa, con annesse le forme di governo e la gestione del «potere».

E su questo, è inutile girarci intorno: abbiamo il coraggio profetico di Francesco, tante buone intenzioni, ma due grandi zavorre, il clericalismo e il maschilismo. Una normativa «a imbuto» che, anche nelle questioni di vita ecclesiale e perfino in quelle di competenza laicale, pone al vertice della piramide solo chi ha il sacramento dell’ordine, con grave danno che ricade anche sui preti stessi.

E ciò produce a catena, anche quando ciò non è direttamente imputabile all’intenzione dei singoli (e proprio per questo invoca una riforma strutturale), due questioni che continuano a penalizzare di non molto la vita della Chiesa e l’immagine che offre di se stessa alla società odierna: l’esclusione dei laici e quella delle donne.

Presenza ecclesiale

Alcuni segnali non mancano e sono piccole luci nella notte dell’universo ecclesiale attuale, utili per immaginare senza paura la Chiesa del futuro.

Un primo spunto ci è offerto dalla lettera dell’arcivescovo di Torino, mons. Roberto Repole (cf. qui su Settimana News), che lascia ben intravedere uno stile e una forma di Chiesa diocesana su cui ci si vuole incamminare. L’obiettivo di fondo contiene già un elemento decisivo: ripensare la presenza ecclesiale sul territorio.

Repole afferma che occorre «prendere sempre più profondamente coscienza che la nostra società non è più “normalmente cristiana”. Eppure, noi siamo ancora strutturati – a partire dalle nostre parrocchie – nell’implicito che tutti siano cristiani».

Ne deriva un serio ostacolo all’evangelizzazione e alla missione della Chiesa che l’arcivescovo descrive con straordinaria chiarezza: nella convinzione di trovarci nel mondo «cristiano» di prima, a diversi livelli investiamo risorse in attività pastorali tradizionali che ci sembra non portino frutto, «laddove si tratterebbe di osare qualche percorso nuovo», investendo altrove.

Da qui le domande, che in realtà dovrebbero impegnare tutta la Chiesa italiana, specialmente in tempo di Sinodo:

«Dobbiamo continuare a mantenere semplicemente tutte le infinite strutture di cui beneficiamo (locali, case, chiese, oratori…) anche se invece che servire a vivere una vita cristiana ed ecclesiale autentica ed essere degli strumenti per l’evangelizzazione costituiscono un peso insopportabile…? Possiamo continuare a mantenere tutte le parrocchie, immaginando che vi si svolga tutto quello che vi si svolgeva nel passato, chiedendo ad un prete che invece di essere parroco di una comunità lo sia di diverse, senza però cambiare nulla? Come si può immaginare, facendo così, che i preti possano vivere una vita serena, possano trovare il tempo per coltivare la preghiera e la lettura e offrire un servizio qualificato, possano trovare la giusta serenità per incontrare le persone…?».

La sfida è lanciata: c’è urgenza di «ipotizzare modi nuovi di essere Chiesa nel territorio, di avanzare proposte per “cammini sperimentali”». Ciò è possibile solo nella corresponsabilità ecclesiale. Fino a che restiamo nell’imbuto di cui sopra – con il prete e i preti al vertice di tutto, solitari condottieri di una carovana di esecutori passivi – si potrà sperimentare ben poco.

Ministero inclusivo

Illuminante, in tal senso, un altro contributo di questi giorni, scritto da Assunta Steccanella. Pensando alla Chiesa di oggi e di domani, alcune divagazioni attorno alle nuove nomine e ai trasferimenti dei preti: di ciascun «don» si dice che è stato nominato qualcosa ma anche qualcos’altro. E in questo «anche» si dice tutto: «spazi da abitare, sempre più persone da curare, sempre più cose da fare, concentrate nelle mani di un numero sempre minore di soggetti, più precisamente preti».

E – finalmente una lettura che sia anche compassionevole e non solo giudicante – «la moltiplicazione dei loro incarichi, che non rallenta, li espone, quando bene, all’impossibilità di essere pastori come vorrebbero, costretti come sono a correre di qua e di là, trascurando molte cose o agendo in modo affrettato; quando va molto bene, li sottopone a un serio rischio di bornout».

Questa pastorale non ha futuro, a meno che non si dia a questo «anche» un significato diverso: «Don S. mantiene l’incarico di direttore… anche i tre ministri istituiti – la lettrice N., l’accolito P., il catechista R. – saranno corresponsabili per la vita della parrocchia». E l’autrice continua con altri esempi, immaginando altre nomine diocesane e parrocchiali in cui un prete viene nominato, ma «insieme a»: un «anche» che diventa finalmente inclusivo di ministri istituiti, catechisti, famiglie suore, laiche e laici.

Viene quasi da chiedersi, col cardinal Martini: come mai la Chiesa non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?

image_pdfimage_print

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi