benvenuti!

 

la mia casetta

Benvenuto nella mia casa, benvenuto nella mia home!

Mi chiamo luciano e mi piace parlare e dialogare cogli amici. Sono anche un frate francescano e sacerdote, ma non voglio convincere o convertire nessuno. Mi piace parlare con tutti di ciò che muove la mia vita, e questa mia home la puoi considerare come la  ‘casa del dialogo’ anche e soprattutto con le posizioni più distanti dalle mie perché sento che questo mi arricchisce: per questo nella mia casetta di mattoni ho esposto una targhetta che ho riesposto anche qui: “la mia casa è aperta a tutti”.

la mia casa è aperta a tutti

Come uomo e come frate e sacerdote mi piace pensare (e ‘sognare’) che nell’unico mondo che ci è dato di vivere possiamo e dobbiamo vivere meglio. Credo nella possibilità di cambiarlo in meglio. Anche nella chiesa penso si debba radicalmente cambiare molto per renderla più autenticamente evangelica. Il Concilio Vaticano II° cinquanta anni fa ha avviato una rivoluzione che però è rimasta incompiuta perché non dobbiamo partire dalla chiesa, nel nostro riflettere e operare, ma dalla vita. La vera domanda che è necessario porsi è: quale umanità noi sogniamo? per quale progetto di umanità noi ci impegniamo, ci battiamo? Esso dovrebbe rappresentare il sogno che Dio ha per il mondo: un sogno di vita, di giustizia, di pace, di accoglienza, di fraternità, concepito a partire dai più deboli, dalle persone che fanno più fatica. Solo dopo possiamo domandarci: rispetto a tutto questo, di quale chiesa abbiamo bisogno?

Ma se il progetto di umanità corrisponde al sogno che Dio ha per l’uomo, non possiamo non domandarci subito dopo: quale Dio? Sembra a volte che in modo indistinto ci si possa rivolgere al dio dei ricchi e al dio dei poveri; al dio che legittima le guerre ed al dio di chi si impegna con perseveranza per la non violenza attiva e per la pace; al dio di chi fa appello – in nome di una qualche ‘identità cristiana’- alle discriminazioni e al razzismo e al dio di chi accoglie l’altro, lo straniero, il diverso da me; al dio di chi è morto per contrastare le mafie e al ‘ dio dei mafiosi’; al dio di chi è legato al potere e al dio di chi sta con gli umili e cammina coi poveri della terra … Ecco: l’interrogativo su ‘quale chiesa?’ secondo me rimanda alla domanda su ‘quale Dio?’. Ma anche su ‘quale Gesù?’: il Gesù delle devozioni o il Gesù di quella provocazione rivoluzionaria che il Vangelo continua a suggerirci quotidianamente?: dunque: ‘quale umanità?’, ‘quale Dio?’, ‘quale Gesù?’, e solo da ultimo: ‘quale chiesa?’

La chiesa è solo un segno dentro la storia, segno di una possibile umanità ‘altra’, alternativa a quella che abbiamo realizzato. Anche noi sacerdoti dobbiamo interrogarci sul senso e sul ruolo della nostra missione – ‘quali preti?’ – solo dopo aver cercato di rispondere a tutte le domande che ho appena evocato. Così possiamo evitare ogni sorta di autoreferenzialità, cioè un atteggiamento in cui la chiesa guarda a se stessa, al proprio interno e ai propri bisogni e interessi e ha col mondo un rapporto di competizione, o  di paura, o di sospetto: sentimenti che ispirano prediche, ammonimenti, condanne, al limite pii consigli moralistici, ma non spirito di vero confronto, apertura, ascolto, dialogo. E’ importante ascoltare molto prima di parlare…

Indubbiamente viviamo in tempi complessi, e la sofferenza, la crisi che attraversa tutta la società, compresa la chiesa.  Non credo, tuttavia, che si possa parlare di una generale crisi della religione. Di ‘religione’ penso, modestamente, che ce ne sia anche troppa nella nostra società: non mancano di certo le celebrazioni, i riti religiosi … rilanciati continuamente anche dai media. Altra cosa è la chiesa della fede, la chiesa del Vangelo, una chiesa esigente, questa, perché chiama a scelte radicali, perché il mondo ha bisogno di una grande spinta alla giustizia, di un grande processo di umanizzazione. Il pregare stesso dovrebbe essere meno una serie di formule o riti e più una vibrazione profonda dell’essere dentro la storia, con riferimento all’ ‘ulteriorità’, certo, ma non nel senso di una fuga dal mondo, e l’impegno per la giustizia dovrebbe riassumere tutte le dimensioni della nostra vita.

Dobbiamo ritornare ad annunciare la parola di Dio come una parola profetica, sempre immersa nella storia, o meglio nelle molteplici ‘storie’ delle persone in carne e ossa che incrociano il nostro cammino. Perché ciò sia possibile è necessario che la chiesa si liberi dall’abbraccio mortale con il potere politico, economico e militare. Quando la chiesa diventa una ‘chiesa del potere’ non è più di fatto ‘chiesa’, popolo di Dio, chiesa di Gesù Cristo, presenza nel mondo della paternità universale di Dio.
Padre Luciano Meli

Padre Luciano Meli

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Boff ricorda A. Zarri

i papaveri, la mistica e la gatta

di Leonardo Boff
in “il manifesto” del 18 novembre 2020

La chiesa cattolica italiana ha rappresentato, nel corso della sua storia, una florida contraddizione.
Da una parte c’è la forte presenza del Vaticano, che rappresenta la Chiesa ufficiale con la sua massa
di fedeli tenuti sotto un vigile controllo sociale dalle dottrine e, soprattutto, dalla morale familiare e
sessuale. Dall’altra parte c’è la presenza dei cristiani, laici e laiche, non allineati, resistenti al potere
monarchico e implacabile della burocrazia della Curia romana, ma aperti al vangelo e ai valori
cristiani senza rompere con il papato pur criticandone le pratiche e l’appoggio che dà a regimi
conservatori, compresi quelli autoritari.
Così ritroviamo nel XIX secolo la figura di Antonio Rosmini, fine filosofo e critico
dell’antimodernismo dei papi. In tempi recenti incontriamo figure come Mazzolari, Raniero La
Valle, Arturo Paoli, l’eremita Maria Campello.
Ma, tra tutti, emerge Adriana Zarri, eremita, teologa, poeta ed esimia scrittrice. Oltre ai libri,
scriveva settimanalmente per il manifesto e ogni quindici giorni per la rivista di cultura Rocca.
Adriana Zarri era durissima riguardo il corso della Chiesa sotto i papi Wojtyla e Ratzinger, che
accusava esplicitamente di tradire i tentativi di riforma approvati dal Concilio Vaticano II (1962-
1965) e di tornare a un modello medievale dell’esercizio del potere e di presenza della Chiesa nella
società. Adriana è morta dieci anni fa, il 18 novembre, a oltre 90 anni.
Andai a trovarla diverse volte al suo eremo, vicino Strambino in nord Italia. Viveva sola in un
enorme e vetusto casale, pieno di rose e con la sua amata gatta Arcibalda. Aveva una cappella con il
Santissimo esposto, dove si raccoglieva in preghiera e profonda meditazione varie ora al giorno.
Durante le nostre conversazioni voleva sapere tutto delle comunità ecclesiastiche di base,
dell’impegno della Chiesa nella causa dei poveri, dei neri e degli indigeni.
Aveva una simpatia particolare per i teologi della liberazione, nel vedere la persecuzione cui erano
sottoposti dalle autorità del Vaticano che li trattavano, secondo lei «a bastonate», mentre usavano i
guanti di seta con i seguaci scismatici di monsignor Lefèbvre.
Il suo ultimo articolo, pubblicato tre giorni prima della sua morte, lo dedicò alla sua amata
Arcibalda. Con lei, come posso personalmente testimoniare, aveva una relazione affettuosa, come
può esserci tra amici intimi. Quella che la grande psicoanalista junghiana Nise da Silveira descrisse
nel suo libro Gatti come l’emozione di convivere, così confermata da Zarri: «il gatto ha la capacità
di captare il nostro stato d’animo; se mi vede piangere immediatamente viene a leccare le mie
lacrime». Raccontano che mentre Adriana moriva la gatta le era vicina. Nel vedere arrivare gli
amici per la veglia funebre si rotolava, nervosa, nella tenda della sala e, poco prima che chiudessero
il feretro, come se conoscesse il momento, entrò discretamente nella cappella.
Alcuni, sapendo dell’amore della gatta per Adriana Zarri, la presero per il collo avvicinandola al
viso della defunta. Lo guardò a lungo, sembrava piangesse. Poi si mise sotto il feretro e lì rimase in
assoluta quiete. Adriana Zarri ha lasciato scritto il suo epitaffio che vale la pena di riportare:

«Non vestitemi di nero. È triste e funereo. Né di bianco, perché è superbo e retorico. Vestitemi di fiori gialli e rossi, e con ali di uccellini. E tu, Signore, guarda le mie mani. Può esser che ci hanno messo un rosario o una croce.
Ma si sono sbagliati. In mano ho delle foglie verdi e sulla croce, la tua resurrezione. Non mettete
sulla mia tomba un freddo marmo con le solite bugie per consolare i vivi. Lasciate che sia la terra a
scrivere, a primavera, un epitaffio di erbe a dire che ho vissuto e che aspetto. Allora, Signore, tu
scriverai il tuo nome e il mio, uniti come due bocche di papaveri».

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l’economia alternativa di papa Francesco

 

 «L’attuale sistema è insostenibile» e non basta la solidarietà: all’incontro di Assisi «Economy of Francesco» il pontefice invita i giovani a incidere «nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti»

di Luca Kocci

in : il Manifesto

L’attuale sistema economico mondiale è «insostenibile» perché produce danni ambientali e provoca esclusione e povertà. Non basta la solidarietà, occorre un «cambiamento» degli «stili di vita» ma anche dei «modelli di produzione e di consumo».
DA ASSISI, dove un mese e mezzo fa il papa ha firmato l’enciclica sociale Fratelli tutti, arriva un nuovo appello per un altro modello di sviluppo, che metta al centro non il profitto di pochi, ma la vita umana, l’ambiente e il bene comune di tutte e tutti. Il contesto è l’incontro internazionale in videoconferenza, ma la «regia» si trovava nella città di san Francesco, fra duemila giovani economisti (ma anche imprenditori e operatori economici) under 35 provenienti da 115 Paesi del mondo chiamato – invero con un’enfasi personalistica un po’ eccessiva – «Economy of Francesco. Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani»

Prevista inizialmente interamente «in presenza» nello scorso mese di marzo, la pandemia di Covid-19 ha imposto il cambiamento di programma. E così l’iniziativa, preceduta da un confronto durato diversi mesi da parte di dodici gruppi di lavoro tematici (su lavoro e cura; management e dono; finanza e umanità; agricoltura e giustizia; energia e povertà; profitto e vocazione; policies for happiness; CO2 della disuguaglianza; business e pace; economia è donna; imprese in transizione; vita e stili di vita), si è svolta in streaming dal 19 al 21 novembre. Ma l’ipotesi è di riuscire a organizzare un incontro reale e non virtuale dell’autunno del 2021. Ieri, al termine della tre-giorni, il videomessaggio del papa, che ha fortemente voluto questa iniziativa, forse sperando di replicare il successo degli incontri in Vaticano con i rappresentanti dei movimenti popolari, che però sono stati decisamente un’altra cosa.
«Non possiamo andare avanti in questo modo», ha detto Francesco, «l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, colpisce nostra sorella terra, tanto gravemente maltrattata e spogliata, e insieme i più poveri e gli esclusi». E rivolgendosi ai giovani economisti: «siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti» per «avviare processi» capaci di «cambiare gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società».

L’orizzonte deve essere quello del «bene comune», e la solidarietà e l’«assistenzialismo» non bastano, perché non sono in grado di intervenire «strutturalmente» sul sistema economico e di sviluppo egemone, ha detto il pontefice nella parte centrale del suo intervento. «Non siamo condannati» a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura e sulla ricerca di politiche pubbliche simili che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale», come se potessimo contare «su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse». E «non basta neppure puntare sulla ricerca di palliativi nel terzo settore o in modelli filantropici. Benché la loro opera sia cruciale, non sempre sono capaci di affrontare strutturalmente gli attuali squilibri che colpiscono i più esclusi e, senza volerlo, perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare».

Un cambiamento possibile, ha aggiunto Francesco – e in questo passaggio sono risuonate le eco di alcune parole rivolte ai movimenti popolari –, solo «i poveri e gli esclusi» diventeranno realmente «protagonisti» e potranno partecipare attivamente alle decisioni politiche. «Ricordatevi l’eredità dell’illuminismo, delle élites illuminate. Tutto per il popolo, niente con il popolo. E questo non va – ha ammonito il papa. Non pensiamo per loro, pensiamo con loro. E da loro impariamo a far avanzare modelli economici che andranno a vantaggio di tutti», e che mettano al centro il bene comune, perché «senza questa centralità e questo orientamento rimarremo prigionieri di una circolarità alienante che perpetuerà soltanto dinamiche di degrado, esclusione, violenza e polarizzazione». Infine un colpo al moloch della produzione, che ha valore solo se è in grado di «ridurre le disuguaglianze», perché «non basta accrescere la ricchezza comune perché sia equamente ripartita».

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il commento al vangelo della domenica

la verità ultima del vivere: l’amore

Gesù Cristo Re dell’Universo


La verità ultima del vivere: l'amore
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica trentaquattresima del tempo ordinario (22 novembre 2020):

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. […]».

Una scena potente, drammatica, quel “giudizio universale” che in realtà è lo svelamento della verità ultima del vivere, rivelazione di ciò che rimane quando non rimane più niente: l’amore. Il Vangelo risponde alla più seria delle domande: che cosa hai fatto di tuo fratello? Lo fa elencando sei opere, ma poi sconfina: ciò che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me! Straordinario: Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini, da arrivare a identificarsi con loro: l’avete fatto a me! Il povero è come Dio, corpo e carne di Dio. Il cielo dove il Padre abita sono i suoi figli. Evidenzio tre parole del brano: 1). Dio è colui che tende la mano, perché gli manca qualcosa. Rivelazione che rovescia ogni precedente idea sul divino. C’è da innamorarsi di questo Dio innamorato e bisognoso, mendicante di pane e di casa, che non cerca venerazione per sé, ma per i suoi amati. Li vuole tutti dissetati, saziati, vestiti, guariti, liberati. E finché uno solo sarà sofferente, lo sarà anche lui. Davanti a questo Dio mi incanto, lo accolgo, entro nel suo mondo. 2). L’argomento del giudizio non è il male, ma il bene. Misura dell’uomo e di Dio, misura ultima della storia non è il negativo o l’ombra, ma il positivo e la luce. Le bilance di Dio non sono tarate sui peccati, ma sulla bontà; non pesano tutta la mia vita, ma solo la parte buona di essa. Parola di Vangelo: verità dell’uomo non sono le sue debolezze, ma la bellezza del cuore. Giudizio divinamente truccato, sulle cui bilance un po’ di buon grano pesa di più di tutta la zizzania del campo. 3). Alla sera della vita saremo giudicati solo sull’amore (San Giovanni della Croce), non su devozioni o riti religiosi, ma sul laico addossarci il dolore dell’uomo. Il Signore non guarderà a me, ma attorno a me, a quelli di cui mi son preso cura. «Se mi chiudo nel mio io, pur adorno di tutte le virtù, e non partecipo all’esistenza degli altri, se non sono sensibile e non mi impegno, posso anche essere privo di peccati ma vivo in una situazione di peccato» (G. Vannucci). La fede non si riduce però a compiere buone azioni, deve restare scandalosa: il povero come Dio! Un Dio innamorato che ripete su ogni figlio il canto esultante di Adamo: «Veramente tu sei carne della mia carne, respiro del mio respiro, corpo del mio corpo». Poi ci sono quelli mandati via. La loro colpa? Hanno scelto la lontananza: lontano da me, voi che siete stati lontani dai fratelli. Non hanno fatto del male ai poveri, non li hanno umiliati, semplicemente non hanno fatto nulla. Indifferenti, lontani, cuori assenti che non sanno né piangere né abbracciare, vivi e già morti (C. Péguy).
(Letture: Ezechiele 34,11-12.15-17; Salmo 22; 1 Corinzi 15,20-26.28; Matteo 25,31-46)

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disabituati all’incertezza, all’imprevisto, al non programmato – il covid ci da depressione, stanchezza o chiusura, rabbia, collera o sfida

ci eravamo scordati quanto è faticosa l’incertezza
di Mario Giro
in “Domani” del 17 novembre 2020

Le polemiche attorno alla gestione del Covid nascondono qualcosa di serio: la società occidentale
contemporanea è completamente disabituata all’incertezza, all’imprevisto, al non programmato.
Una vita che non sia sotto il proprio egocentrico controllo fa impazzire molti; situazioni che non si
possono dominare appaiono inaccettabili. Alcuni reagiscono a tale situazione sospesa con
depressione, stanchezza o chiusura. Altri con rabbia, collera o sfida. C’è chi sceglie
l’autoreferenzialità e cerca una fuga solitaria. C’è invece chi risponde con cieco vitalismo, negando
la realtà, trasformandosi in folla arrabbiata. C’è anche chi vive entrambi gli atteggiamenti,
passando dall’uno all’altro senza soluzione di continuità. Per questo vediamo molti arrabbiati oggi
contro le chiusure anche se le avevano invocate ieri o viceversa. Non c’è tanta differenza tra chi
protesta e chi si separa dagli altri: entrambi sono modi riluttanti di non acconsentire all’incertezza
dell’indefinito, dell’inconsueto, dell’inatteso. La paura del contagio o della sofferenza è logica e
condivisibile. Ma la pandemia ha fatto emergere il terrore per ogni tipo di disagio e un forte
fastidio per le domande ultime che essa reca con sé. La rabbia contro virologi o medici che si
contraddicono in tv è frutto di tale atteggiamento: dalla scienza si gradirebbe una risposta
ultimativa. Al netto della vanità di chi interviene probabilmente spesso per competere coi colleghi,
si dimentica che la scienza non è certezza assoluta ma ricerca, sperimentazione, progressi e
fallimenti. Anche il caso del vaccino è divenuto un’assurda gara: il mio copre il 90 per cento, il mio
il 92, il mio il 94… comportamenti infantili invece di cooperare a una distribuzione generale che
ancora rimane incerta mentre dovrebbe rassicurare tutti. È diventato insopportabile per l’uomo e la
donna contemporanei, in particolar modo occidentali, non sentirsi liberi di poter fare tutto ciò che pare loro. Improvvisamente ogni tipo di restrizione diviene un dramma assoluto tanto da provocare
una permanente ricerca dei colpevoli. Se non posso sentirmi libero di fare ciò che voglio, significa
che qualcuno me lo impedisce: da qui prende avvio la retorica del complotto, della congiura di cui
sentirsi immancabilmente vittime. A furia di vedere congiure dovunque ci si istupidisce e non si
crede più a nulla. Ma così paradossalmente alla fin fine si è pronti a credere a tutto, a qualunque
cosa. Non si possono trovare colpevoli convincenti della propria ansia: è la vita ad essere così,
quella vera, non quella confortata del nostro orizzonte impigrito.
La vita è lotta, incertezza, sforzo, attesa. Può cambiare e cambiarti. Non tutto è dato per sempre e
occorre impegno. Non è mai stato vero che la vita si possa controllare. La maggioranza del mondo
vive già così e i poveri provano l’incertezza nel quotidiano. Ora il Covid la rammenta a tutti e la vita
ci dice che se ne esce solo lottando e insieme.

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l’indifferenza è peggio dell’odio – una riflessione E. Bianchi

“il virus dell’indifferenza”

Enzo Bianchi


non l’odio, ma l’indifferenza è l’opposto dell’amore fraterno
l’indifferenza
malattia che si è dilatata nella nostra società occidentale e che giorno dopo giorno minaccia la possibilità della buona convivenza, facendoci precipitare nella barbarie
ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose
È noto che il termine latino virus significa “veleno”, ossia un organismo che origina molte malattie negli esseri viventi e mostra la sua forza attraverso il contagio che si diffonde e minaccia la vita.
L’esperienza che stiamo facendo della pandemia dovuta al Covid 19, esperienza dolorosa e faticosa che tocca tutta la nostra convivenza, ci rivela come l’aria può essere ammorbata e diventare sempre più mortifera. Per questo possiamo fare del virus anche una parabola, applicata soprattutto all’indifferenza, malattia che si è dilatata nella nostra società occidentale e che giorno dopo giorno minaccia la possibilità della buona convivenza, facendoci precipitare nella barbarie
L’indifferenza è restare insensibili a ciò che accade fuori di noi, non riuscire più ad ascoltare le grida di chi ci invoca e ci chiama accanto, la durezza del cuore che non ci fa più conoscere viscere di compassione. L’indifferenza diventa un habitus del disinteresse per gli altri e impedisce ogni coinvolgimento. Non l’odio, ma l’indifferenza è l’opposto dell’amore fraterno. Si faccia attenzione: non si tratta di spegnimento di desideri e interessi, ma piuttosto di una riduzione di desiderio e interesse al proprio io, in una dinamica di philautía, di egoismo in cui ognuno pensa a sé stesso e non è più capace di pensare anche per gli altri e con gli altri, non è più capace di dire “noi”. 
L’indifferenza regna così nel nostro quotidiano. A un certo punto ci abituiamo a vedere e rivedere ciò che inizialmente ci ha turbato, non reagiamo più, perché non siamo più scandalizzati del male che incontriamo. L’abitudine provoca l’insensibilità e l’insensibilità l’indifferenza. 
La pandemia che torna a travolgerci cattura l’attenzione, rinnova le paure, rende più faticose le giornate e anche per questo non abbiamo più spazio di attenzione per quello che avviene ancora nel nostro Mediterraneo: un mare la cui vocazione è quella di essere un ponte tra terre diverse e invece si mostra una fossa comune per naufraghi in fuga da guerre, fame, situazioni di oppressione. 
Certo, se tra le vittime di questi naufragi — più di mille persone quest’anno — ci sono bambini piccoli, allora si assiste a uno scoppio transitorio di sentimenti di indignazione e si levano voci affinché i governanti intervengano. Il bimbo siriano riverso sulla spiaggia di Lesbo di qualche anno fa, il piccolo guineano di sei mesi annegato sul seno della madre nei giorni scorsi, diventano un’icona che turba i cuori e una fonte di elegia retorica. Ma è questione di qualche giorno, poi tutto è dimenticato, e nulla accade affinché ciò non si ripeta. In tal modo l’indifferenza crea gli “invisibili”, quelli che con la loro sofferenza ci disturbano, che dunque preferiamo non vedere. In molti diciamo che è intollerabile, vergognoso, ma nel dirlo misuriamo la nostra impotenza e siamo solo più tristi nel constatare che nel mare dell’indifferenza si affoga molto di più che nel mar Mediterraneo.
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una vita di condivisione col popolo rom – in memoria di suor Rita ‘luigina’

 

quarant’anni di vita condivisa coi rom

l’ultimo saluto a suor Rita Viberti della congregazione delle Luigine

L'ultimo saluto a suor Rita Viberti della congregazione delle Luigine
Suor Rita Viberti

 Giovedì 5 novembre a La Morra è deceduta suor Rita Viberti (nata Giuseppina), religiosa della congregazione delle Luigine di Alba. Originaria di Monforte, aveva 81 anni e ha svolto il suo servizio a Torino con la comunità di suore che da quarant’anni vive tra i sinti e rom.

I funerali si sono svolti sabato 7 novembre alle 10 nella parrocchiale di La Morra.


 

La Comunità delle Suore
da quarant’anni vive tra i Sinti e Rom.
Una presenza ecclesiale profetica
Sono passati quasi 40 anni da quando la Comunità delle Suore Luigine di
Alba ha deciso di vivere direttamente tra i Sinti e Rom nelle periferie torinesi.
La loro prima dimora è stata una vecchia carovana.
Era la fine degli anni 80. Poi a seguire altre sistemazioni in roulottes
e baracche. Infine, in questi ultimi anni, una modesta casetta in muratura,
nell’accampamento di Via Germagnano.
Una presenza di Chiesa profetica : accoglienza e rispetto del diverso.
Ogni giorno le suore hanno sperimentato, nell’incontro con i Sinti e Rom, il
desiderio di rappresentatre il Gesù che accoglie, che non allontana, che
ascolta, perdona e non condanna.
Una presenza che non separa i buoni dai cattivi, i giusti da chi sbaglia.
Quarant ‘anni vissuti all’insegna dell’ accoglienza e della concreta attenzione
con chi vive la sofferenza dell’emarginazione, con chi si trova in carcere, con
chi è legato alle dipendenze, con chi vive situazioni di dolore e fatica.
Condivisione della cultura, lingua e tradizione del popolo sinto e rom
Vivendo tra i Sinti e Rom, le suore hanno fatto propria e rispettato la
cultura nomade assumendone in pieno sfacettature, valori e contraddizioni.
” Comunità – ponte ” tra due culture e mentalità.
La loro presenza è stata quella che il ministero missionario richiede:
partecipare pienamente alla vita di un popolo vivendone le medesime
condizioni sociali e culturali per poi rendere sensibili le comunità civili e
cristiane a partire dal loro incontro.
Le suore infatti, oltre a vivere la vita nomade, hanno partecipato attivamente
alla vita ecclesiale torinese. Le loro dimore hanno accolto indistintamente
cattolici, ortodossi, mussulmani, atei.
Le porte delle loro baracche sono state aperte a tutti coloro che si
avvicinavano, dal nomade al sedentario, ricco o povero, dal Sindaco di una
grande città al cittadino comune, dal Vescovo all’ ultimo cristiano.
Chiunque entrava nella loro carovana ne usciva beneficiato. Ciascuna
persona ha sperimentato l’accoglienza, il dialogo, il confronto e la fiducia.
Chi si è seduto alla loro tavola non è uscito senza un caffè, un thè, un pasto
o semplicemente un assaggio del loro cibo o un bicchiere d’acqua. Ma
soprattutto attingendo dalla loro esperienza e arricchendosi della loro
testimonianza.
Quarant ‘ anni all’insegna della sobrietà
Fin dall’inizio suor Carla e suor Rita hanno avvertito l’esigenza di vivere tra
Sinti e Rom con uno stile di vita essenziale, esigente e sobrio.
Hanno sperimentato la povertà come scelta di libertà che riduce il consumo,
le cose e i beni.
Il loro stile di vita silenzioso condannava l’ostentazione della ricchezza, sia
dei Rom sia dei gagè, quando questa si esprimeva in beni di lusso, privilegi
o scelte di potere.
Le diversità possono vivere insieme
La presenza di queste suore nel campo, in questi quarant’anni, lascia a chi le
ha conosciute e a tutta la comunità civile e religiosa un grande
messaggio: l’incontro con il diverso è possibile.
La loro vita è un segno concreto di speranza. Eppure non sono
mancati momenti di tensione che hanno messo in crisi la loro scelta
quando tra i nomadi sono esplosi momenti di rabbia e frustrazione scatenati
da chi ha perso ogni prospettiva nel futuro e si abbandona alla violenza.
Nel campo non sempre le istituzioni sono presenti e la giustizia non è
assicurata.
Ma ogni volta le suore hanno saputo ricominciare, come l’erba che si
piega al vento, anche se a volte il prezzo da pagare è stato alto.
Le vostre idee camminano
Dalle righe di questo giornale vorremmo dire grazie alla Comunità delle Suore
perché le loro idee camminano e vanno oltre l’esperienza, che la loro
presenza ha fatto riflettere i Sinti e Rom perchè si sono sentiti amati, che la
e porte delle loro baracche sono state aperte a tutti coloro che si
avvicinavano, dal nomade al sedentario, ricco o povero, dal Sindaco di una
grande città al cittadino comune, dal Vescovo all’ ultimo cristiano.
Chiunque entrava nella loro carovana ne usciva beneficiato. Ciascuna
persona ha sperimentato l’accoglienza, il dialogo, il confronto e la fiducia.
Chi si è seduto alla loro tavola non è uscito senza un caffè, un thè, un pasto
o semplicemente un assaggio del loro cibo o un bicchiere d’acqua. Ma
soprattutto attingendo dalla loro esperienza e arricchendosi della loro
testimonianza.
Quarant ‘ anni all’insegna della sobrietà
Fin dall’inizio suor Carla e suor Rita hanno avvertito l’esigenza di vivere tra
Sinti e Rom con uno stile di vita essenziale, esigente e sobrio.
Hanno sperimentato la povertà come scelta di libertà che riduce il consumo,
le cose e i beni.
Il loro stile di vita silenzioso condannava l’ostentazione della ricchezza, sia
dei Rom sia dei gagè, quando questa si esprimeva in beni di lusso, privilegi
o scelte di potere.
Le diversità possono vivere insieme
La presenza di queste suore nel campo, in questi quarant’anni, lascia a chi le
ha conosciute e a tutta la comunità civile e religiosa un grande
messaggio: l’incontro con il diverso è possibile.
La loro vita è un segno concreto di speranza. Eppure non sono
mancati momenti di tensione che hanno messo in crisi la loro scelta
quando tra i nomadi sono esplosi momenti di rabbia e frustrazione scatenati
da chi ha perso ogni prospettiva nel futuro e si abbandona alla violenza.
Nel campo non sempre le istituzioni sono presenti e la giustizia non è
assicurata.
Ma ogni volta le suore hanno saputo ricominciare, come l’erba che si
piega al vento, anche se a volte il prezzo da pagare è stato alto.
Le vostre idee camminano
Dalle righe di questo giornale vorremmo dire grazie alla Comunità delle Suore
perché le loro idee camminano e vanno oltre l’esperienza, che la loro
presenza ha fatto riflettere i Sinti e Rom perchè si sono sentiti amati, che la
Le porte delle loro baracche sono state aperte a tutti coloro che si
avvicinavano, dal nomade al sedentario, ricco o povero, dal Sindaco di una
grande città al cittadino comune, dal Vescovo all’ ultimo cristiano.
Chiunque entrava nella loro carovana ne usciva beneficiato. Ciascuna
persona ha sperimentato l’accoglienza, il dialogo, il confronto e la fiducia.
Chi si è seduto alla loro tavola non è uscito senza un caffè, un thè, un pasto
o semplicemente un assaggio del loro cibo o un bicchiere d’acqua. Ma
soprattutto attingendo dalla loro esperienza e arricchendosi della loro
testimonianza.
Quarant ‘ anni all’insegna della sobrietà
Fin dall’inizio suor Carla e suor Rita hanno avvertito l’esigenza di vivere tra
Sinti e Rom con uno stile di vita essenziale, esigente e sobrio.
Hanno sperimentato la povertà come scelta di libertà che riduce il consumo,
le cose e i beni.
Il loro stile di vita silenzioso condannava l’ostentazione della ricchezza, sia
dei Rom sia dei gagè, quando questa si esprimeva in beni di lusso, privilegi
o scelte di potere.
Le diversità possono vivere insieme
La presenza di queste suore nel campo, in questi quarant’anni, lascia a chi le
ha conosciute e a tutta la comunità civile e religiosa un grande
messaggio: l’incontro con il diverso è possibile.
La loro vita è un segno concreto di speranza. Eppure non sono
mancati momenti di tensione che hanno messo in crisi la loro scelta
quando tra i nomadi sono esplosi momenti di rabbia e frustrazione scatenati
da chi ha perso ogni prospettiva nel futuro e si abbandona alla violenza.
Nel campo non sempre le istituzioni sono presenti e la giustizia non è
assicurata.
Ma ogni volta le suore hanno saputo ricominciare, come l’erba che si
piega al vento, anche se a volte il prezzo da pagare è stato alto.
Le vostre idee camminano
Dalle righe di questo giornale vorremmo dire grazie alla Comunità delle Suore
perché le loro idee camminano e vanno oltre l’esperienza, che la loro
presenza ha fatto riflettere i Sinti e Rom perchè si sono sentiti amati, che la
loro scelta ha incoraggiato tanti sedentari a mettersi in gioco e molti cristiani
a verificare la via del confronto e dell’impegno, senza lasciarsi prendere dallo
scoraggiamento.
Suor Rita e Suor Carla ci hanno insegnato che realizzare un “sogno” è
ancora possibile.
Pio Caon
operatore pastorale tra i Sinti e Rom della Diocesi di Torino e amico da 40
anni amico di Suor Rita e Suor Carla.

 

la sofferta dichiarazione delle due sorelle  Rita e Carla nel dover lasciare la vita del ‘campo’ 

Torino 25/07/2017

Lasciate il campo, ma non i Rom! Non ci potete più lasciare perché siamo la vostra famiglia”

Queste parole di una amica Rom, esprimono già quanto cerchiamo di dire sulla nostra attuale situazione.

Dopo un lungo tempo di difficile discernimento e di preghiera, considerando l’avanzare degli anni, la precarietà della salute e le difficoltà sempre più pesanti della vita in quell’accampamento di Rom, abbiamo, in accordo con la Madre Jancy, deciso di lasciare l’abitazione al campo, seppure con le lacrime nostre e delle nostre amiche e amici Rom.

Ci è molto costato questa decisione presa nel momento in cui tutti hanno abbandonato a se stesse queste famiglie, già di per sé rifiutate dall’attuale società.

Abbiamo molto creduto nello stile dell’incarnazione, e questo “stare ” con gli ultimi tra gli ultimi, nel corso degli anni, ci ha allenato al silenzio, ad accogliere e a lasciarci accogliere, a farci compagne di viaggio, ad accettare di essere nulla accanto a chi non conta nulla, sperimentando anche noi, indifferenza, rifiuto, giudizi, disprezzo…, cose che per loro, da sempre, sono pane quotidiano.

Nel cammino di questi 38 anni , ci hanno sostenute e incoraggiate i nostri amici Rom e Sinti, le sorelle luigine, il nostro vescovo Cesare Nosilia, l’ufficio migrante, l’ufficio nomadi e tante amici e amiche. Continueremo, come da più parti ci è stato richiesto, ad accompagnare questo popolo con una modalità diversa di frequentazione e di accoglienza.

Abiteremo in un alloggio offertoci calorosamente dall’amico Don. Luigi Ciotti del Gruppo Abele. Grazie alle sorelle che ci hanno sempre sostenute, ascoltate e visitate. Alle sorelle più giovani, in Italia e all’estero, che poco o niente sanno della nostra esperienza di vita nomade, vorremmo umilmente dire una parola: andate verso chi fa più fatica, andate e restate, sedete con loro, ascoltate; la vita è il più importante mezzo di comunicazione. Andate non solo per fare delle cose ma per ”lasciarvi fare “da loro, non per insegnare ma desiderose di imparare, non per dare delle cose ma per ricevere e per dare la vita perché “chi avrà perso la vita la troverà ” e non abbiate paura di sentirvi “ servi inutili ” o di sperimentare dei “ fallimenti “, inevitabili per chi si pone accanto agli “ scartati “. Queste esperienze possono rivelarsi tempi e luoghi di salvezza, senza che li andiamo a “cercare ”

Buon Cammino a tutte e tutti!

Sorelle Luigine Rita e Carla

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il commento al vangelo della domenica

il Signore ci invita a entrare nella gioia


Il Signore ci invita a entrare nella gioia
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della trentatreesima domenica del tempo ordinario (15 novembre 2020):
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro (…)».
C’è un signore orientale, ricchissimo e generoso, che parte in viaggio e affida il suo patrimonio ai servi. Non cerca un consulente finanziario, chiama i suoi di casa, si affida alle loro capacità, crede in loro, ha fede e un progetto, quello di farli salire di condizione: da dipendenti a con-partecipi, da servi a figli. Con due ci riesce. Con il terzo non ce la fa. Al momento del ritorno e del rendiconto, la sorpresa raddoppia: Bene, servo buono! Bene! Eco del grido gioioso della Genesi, quando per sei volte, «vide ciò che aveva fatto ed esclamò: che bello!». E la settima volta: ma è bellissimo! I servi vanno per restituire, e Dio rilancia: ti darò potere su molto, entra nella gioia del tuo signore. In una dimensione nuova, quella di chi partecipa alla energia della creazione, e là dove è passato rimane dietro di lui più vita. L’ho sentito anch’io questo invito: «entra nella gioia». Quando, scrivendo o predicando il Vangelo, il lampeggiare di uno stupore improvviso, di un brivido nell’anima, l’esperienza di essere incantato io per primo da una grande bellezza, mi faceva star bene, io per primo. Oppure quando ho potuto consegnare a qualcuno una boccata d’ossigeno o di pane, ho sentito che ero io a respirare meglio, più libero, più a fondo. «Sii egoista, fai del bene! Lo farai prima di tutto a te stesso». E poi è il turno del terzo servo, quello che ha paura. La prima di tutte le paure, la madre di tutte, è la paura di Dio: so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso…ho avuto paura. Questa immagine distorta di un Dio duro, che ti sta addosso, il fiato sul collo, è lontanissima dal Dio di Gesù. E sotto l’effetto di questa immagine sbagliata, la vita diventa sbagliata, il luogo di un esame temuto, di una mietitura che incombe. Se nutri quell’idolo, se credi a un Dio padrone duro e spietato, allora lo incontrerai come maschera delle tue paure, come fantasma maligno; e il dono diventa, come per il terzo servo, un incubo: ecco ciò che è tuo, prendilo. Se credi a un Signore che offre tutto e non chiede indietro nulla, che crede in noi e ci affida tesori, follemente generoso, che intorno a sé non vuole dipendenti e rendiconti, ma figli, allora entri nella gioia di moltiplicare con lui la vita. Il Vangelo è pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del lievito, del granello di senape, del bocciolo, di talenti da far fruttare, di inizi piccoli e potenti. A noi tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei germogli. Siamo tutti sacerdoti di quella che è la liturgia primordiale del mondo. Dio è la primavera del cosmo, a noi di esserne l’estate profumata di frutti.
(Letture: Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; Salmo 127; 1 Tessalonicesi 5,1-6; Matteo 25, 14-30).
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la libertà di satira è così assoluta da potersi ritenere sciolta da ogni responsabilità?

quando la satira si rifiuta di essere responsabile

di Vladimiro Zagrebelsky

in “La Stampa” del 4 novembre 2020

Una discussione della vicenda cui le vignette del Charlie Hebdo hanno dato inizio, richiede, per chiarezza, una secca premessa. La violenza barbarica di chi sgozza francesi per vendicare l’Islam, come dopo la strage del 2015, porta oggi immediatamente a schierarsi: contro il mondo da cui emergono quei selvaggi assassini e accanto alla Francia, alla sua cultura e alla sua storia. Una cultura e una storia che tanto hanno contribuito al riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone, che costituiscono il carattere specifico della cultura liberale d’Europa.
Ciò che è in ballo è la libertà di espressione. È evidente. Ma nel caso specifico non vi sono forse
problemi? Problemi nostri, problemi di chi tiene alla libertà di espressione come a uno dei «diritti
più preziosi dell’uomo»; così leggiamo nell’art. 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino, proclamata dall’Assemblea nazionale come primo atto della Rivoluzione del 1789.
La dimensione europea dei diritti e delle libertà è raccolta ora nella Convenzione europea dei diritti
umani, che afferma la libertà di opinione, di ricevere e di comunicare informazioni e idee, senza
ingerenze da parte di autorità pubbliche e senza considerazione di frontiere. La Corte europea ha
affermato che la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali della società
democratica, una delle condizioni del suo progresso e dello sviluppo della personalità di ciascuno.
Essa vale non soltanto per le informazioni o le idee che sono accolte con favore o sono considerate
inoffensive o indifferenti, ma – con il limite dell’istigazione all’odio, alla violenza e al razzismo –
anche per quelle che urtano, colpiscono, inquietano una qualunque parte della popolazione. È questa
un’esigenza propria del pluralismo, della tolleranza e dello spirito di apertura senza i quali non
esiste società democratica. Tuttavia, è una libertà che incontra limiti: tra gli altri specificamente per
il rispetto della reputazione e dei diritti altrui. La libertà di espressione è l’unico caso in cui la
Convenzione europea alla proclamazione aggiunge espressamente che il suo esercizio comporta
doveri e responsabilità. L’unico caso, come a sottolineare la speciale natura di quella libertà, che
mette sempre in relazione con l’altro o gli altri, i quali a loro volta hanno diritti che meritano
rispetto.
Si è dunque di fronte ad un diritto fondamentale che va difeso fermamente anche quando
infastidisce o urta gli altri e che però trova limite nei diritti altrui. Difficilissimo equilibrio che il
richiamo alla “responsabilità” cerca di assicurare e prevenire. Non si tratta di prevedere punizioni
per chi si sottrae al dovere di responsabilità, ma di denunciarne l’irresponsabilità rifiutando di
condividerla.
Dubito che quelle vignette pubblicate e ripubblicate siano compatibili con il dovere di
responsabilità. Si pretende che la satira abbia uno statuto speciale, di maggiore e assoluta libertà e
immunità. Si potrebbe convenire se servisse a garantire maggiore incisività, sintesi intelligente,
anche ferocia nella critica, ecc. Ma non si vede perché debba sottrarsi alla critica quando si traduca
in offesa diretta ed anche oscena. Tanto più quando si tratti di blasfemia e quindi colpisca il
sentimento religioso, che – citando ancora una volta la Corte europea dei diritti umani – costituisce
elemento tra i più essenziali dell’identità dei credenti e della loro concezione della vita ed è bene
prezioso anche per gli atei, gli agnostici, gli scettici.
Il dovere di responsabilità implica attenzione alle conseguenze, anche a quelle che non si possono
giustificare, ma si provocano. Non si tratta di rinunciare a una propria libertà, ma di gestirla,
modularla e attuarla evitando posture narcisistiche indifferenti agli effetti sugli altri. Non è grave
gettare a terra un cerino. Ma non ignorando di essere in un pagliaio. La difesa della pubblicazione
delle vignette sarebbe necessaria conseguenza della laicità dello Stato. Però sostenere che quelle
pubblicazioni sono irresponsabili non confligge con la laicità, che è altra cosa. Il presidente
dell’Osservatorio della laicità francese ha definito la laicità dello Stato dicendo che essa riposa su tre
pilastri: la libertà di credere e di non credere, la neutralità dello Stato, l’eguaglianza dei cittadini,
tutti diversi tra loro, ma eguali nei diritti e nei doveri.
Subito dopo l’atroce decapitazione dell’insegnante di storia Samuel Paty la reazione corale fu
guidata e riassunta da un alto discorso commemorativo del presidente Macron. Il suo tono marziale
sembrava richiamare l’idea dello scontro di civiltà, rischiando di fare di quegli assassini i
rappresentanti del vasto e variegato mondo islamico. Una guerra sciagurata. Saremmo chiamati a
combatterla con quelle vignette come stendardo? Non c’è altro di meglio nel carattere delle società
europee e delle nostre libertà?
Ora lo stesso presidente corregge il tono e riconosce comprensibile lo choc risentito dai musulmani.
E allora ha senso chiedere se l’identità francese ed europea meriti veramente d’essere rivendicata
con la difesa, senza un accenno di critica, della pubblicazione -e ripubblicazione- di quelle vignette.

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il commento al vangelo della domenica

qualcuno ci attende in fondo a ogni notte


Qualcuno ci attende in fondo a ogni notte
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della trentaduesima domenica del tempo ordinario (8 novembre 2020):

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. […]»

Nessuno dei protagonisti della parabola fa una bella figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato mette in crisi tutte le ragazze; le cinque stolte non hanno pensato a un po’ d’olio di riserva; le sagge si rifiutano di aiutare le compagne; il padrone chiude la porta di casa, cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava alle nozze, entrava e usciva dalla casa in festa. Eppure è bello questo racconto, mi piace l’affermazione che il Regno di Dio è simile a dieci ragazze che sfidano la notte, armate solo di un po’ di luce. Di quasi niente. Per andare incontro a qualcuno. Il Regno dei cieli, il mondo come Dio lo sogna, è simile a chi va incontro, è simile a dieci piccole luci nella notte, a gente coraggiosa che si mette per strada e osa sfidare il buio e il ritardo del sogno; e che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno, «uno sposo», un po’ d’amore dalla vita, lo splendore di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede. Ma qui cominciano i problemi. Tutte si addormentarono, le stolte e le sagge. Perché la fatica del vivere, la fatica di bucare le notti, ci ha portato tutti a momenti di abbandono, a sonnolenza, forse a mollare. La parabola allora ci conforta: verrà sempre una voce a risvegliarci, Dio è un risvegliatore di vite. Non importa se ti addormenti, se sei stanco, se l’attesa è lunga e la fede sembra appassire. Verrà una voce, verrà nel colmo della notte, proprio quando ti parrà di non farcela più, e allora «non temere, perché sarà Lui a varcare l’abisso» (D.M. Turoldo). Il punto di svolta del racconto non è la veglia mancata (si addormentano tutte, tutte ugualmente stanche) ma l’olio delle lampade che finisce. Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa: una vita spenta, una vita accesa. Tuttavia lo scatto in alto, l’inatteso del racconto è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare alla vita. Io non sono la forza della mia volontà, non sono la mia capacità di resistere al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda, di certo verrà, a ridestare la vita da tutti gli sconforti, a consolarmi dicendo che di me non è stanca, a disegnare un mondo colmo di incontri e di luci. A me serve un piccolo vaso d’olio. Il Vangelo non dice in che cosa consista quell’olio misterioso. Forse è quell’ansia, quel coraggio che mi porta fuori, incontro agli altri, anche se è notte. La voglia di varcare distanze, rompere solitudini, inventare comunioni. E di credere alla festa: perché dal momento che mi mette in vita Dio mi invita alle nozze con lui. Il Regno è un olio di festa: credere che in fondo ad ogni notte ti attende un abbraccio.
(Letture: Sapienza 6,12-16; Salmo 62; Prima Lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 4,13-18; Matteo 25,1-13)

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il ricordo di Casaldáliga del teologo Victor Codina

 

Il mistero di Casaldáliga

il mistero di Casaldáliga

da: Adista Documenti n° 34 del 03/10/2020

 

La tenerezza e l’indignazione del vescovo profeta

Víctor Codina

la tenerezza e l’indignazione del vescovo profeta

La morte del vescovo Pedro Casaldáliga ha avuto un grande impatto. Come un giovane catalano, che si è unito ai Cordimarianos (dediti al cuore di Maria, e Casaldáliga apparteneva ai Missionari figli del Cuore Immacolato di Maria o Congregazione Claretiana, ndt) ai tempi della Spagna franchista e della Chiesa preconciliare, andando in Brasile, si è convertito in un santo padre della Chiesa dei poveri?

Dove ha trovato la forza per lavorare, come pastore, a Sao Felix de AraguaIa con gli indigeni, difendere i contadini dai grandi proprietari terrieri, promuovere organizzazioni civili ed ecclesiali in Brasile e in America Latina, criticare il Nord e suggerire al papa di lasciare la curia? Come ha avuto la libertà profetica di maledire le proprietà private che schiavizzano la terra e gli esseri umani? Chi lo ha fatto resistere alle minacce di morte dei potenti e alle critiche dei suoi fratelli col pastorale?

Come ha saputo affrontare la povertà, i lunghi viaggi e le limitazioni del Parkinson? Da dove gli è venuta la sicurezza che stiamo andando verso la Speranza con la lettera maiuscola? Non era semplicemente un pianificatore pastorale, sociologo, economista o rivoluzionario politico. Qual è stata la radice ultima della sua vita?

Le sue poesie ci offrono la chiave, ci aprono al Mistero, che è Gesù di Nazareth, versione di Dio nella piccolezza umana. Per lui, Gesù è la sua forza e il suo fallimento, la sua eredità e la sua povertà, la sua morte e la sua vita. È il Gesù di Betlemme, dei pastori, delle beatitudini, dei poveri e dei piccoli, assassinato dal Tempio e dall’Impero, ma la cui tomba vuota annuncia la Pasqua. Per Pedro ci sono solo due assoluti, Dio e la fame; dove c’è il pane, lì c’è Dio.

Pedro era colpito dal capitolo 21 del Vangelo di Giovanni: la pesca nel lago di Tiberiade dopo il fallimento della notte, mentre sulla riva Qualcuno invita a mangiare e chiede a Pietro se lo ama:

«Gesù di Nazaret, figlio e fratello, / vivente in Dio e pane nella nostra mano, / via e compagno di viaggio, / Liberatore totale della nostra vita / che viene al mare, con l’alba, / le braci e le piaghe ardenti».

Ora Pedro giace sepolto vicino al fiume Araguaia. Sulla riva c’è Qualcuno che lo aspetta a braccia aperte per condividere il pane. Il mistero della vita di Casaldáliga ci si svela: i poveri gli hanno insegnato a leggere il Vangelo. Grazie, Pedro, perché la tua vita evangelica rende la nostra fede più credibile e reale. (…)

Pedro Casaldáliga, poeta, mistico, profeta

L’idea che il “vaccino” brevettato da Gesù di Nazareth potesse rimanere “in superficie” era un desiderio di extraterrestri o terrestri estranei alla durezza della vita quotidiana. Ma l’immersione nel pozzo del virus neoliberista è penetrata così tanto e così in profondità da essere visto come non negoziabile. Nessuno sembra sfuggire alla morsa gigantesca del sistema neoliberista.

La verità è che il pianeta Terra sta esplodendo perché questo pericoloso virus ha superato tutti i limiti e minaccia di affondare la nave stessa del pianeta Terra. Nasce la consapevolezza che il virus-sistema neoliberista può porre fine alla vita di alcuni e di tanti, di tutti.

Sarebbe un segno di speranza capovolgere radicalmente un sistema fallito. È la prima cosa ed è il minimo che deve accadere: che suoni l’allarme dei profeti, nella Chiesa, negli Stati, nel commercio mondiale, in politica. Non c’è speranza, non c’è futuro, né c’è vita se non c’è cambio di rotta, abbracciato e condiviso da tutti.

Casaldaliga. La grandezza della sua testimonianza rende credibili le sue parole

– Nella Chiesa (28 febbraio 1986)

«Caro fratello Giovanni Paolo II: senza “conformarsi a questo mondo”, la Chiesa di Gesù, per essere fedele al Vangelo del Regno, deve essere attenta “ai segni dei Tempi” e dei Luoghi e annunciare la Parola, in tono culturale o storico e con una testimonianza di vita e pratica tali che uomini e donne di ogni tempo e luogo possano comprendere questa Parola e siano incoraggiati ad accettarlo».

«Concretamente, riguardo al campo sociale, non possiamo dire, con molta verità, che abbiamo già fatto l’opzione per i poveri. In primo luogo, perché non condividiamo nelle nostre vite e nelle nostre istituzioni la reale povertà che loro sperimentano. E, in secondo luogo, perché non agiamo, di fronte alla “ricchezza dell’iniquità”, con quella libertà e fermezza che erano adottate dal Signore. L’opzione per i poveri, che non escluderà mai la persona del ricco – poiché la salvezza è offerta a tutti e il ministero della Chiesa è dovuto a tutti –, esclude il modo di vivere dei ricchi, “insulto alla miseria dei poveri”, e il loro sistema di accumulazione e privilegio, che necessariamente depreda ed emargina la stragrande maggioranza della famiglia umana, dei popoli e di interi continenti».

«Non ho fatto la visita ad limina, neanche dopo aver ricevuto, come gli altri, un invito dalla Congregazione per i Vescovi che ci ha ricordato questa pratica. Volevo e desidero aiutare la Sede Apostolica a rivedere la forma di quella visita. Sento critiche da parte di molti vescovi, perché, pur riconoscendo che favorisce un contatto con i Dicasteri romani e un cordiale incontro con il papa, la modalità di questa pratica si rivela incapace di produrre un vero scambio di collegialità apostolica dei Pastori delle Chiese Particolari con il Pastore della Chiesa universale. Si affronta una grande spesa, si stabiliscono contatti, si realizza una tradizione. Ma si compie la tradizione del videre Petrum e di aiutare Pietro a vedere tutta la Chiesa? La Chiesa non ha oggi altri modi più efficaci di scambio, di stabilire contatti, valutare, esprimere la comunione dei Pastori e delle loro Chiese con la Chiesa universale, più concretamente con il vescovo di Roma?».

«Il papa ha bisogno, come tutti i vescovi della Chiesa, di un corpo di ausiliari, anche se il tutto dovrebbe essere sempre semplificato e più partecipativo. Tuttavia, fratello Giovanni Paolo, per molti di noi alcune strutture della Curia non rispondono alla testimonianza di quella semplicità evangelica e di quella comunione fraterna che il Signore e il mondo ci richiedono; né tali strutture traducono nei loro atteggiamenti, a volte centralizzatori e impositivi, una cattolicità veramente universale, né rispettano sempre le esigenze della corresponsabilità adulta; neppure, a volte, i diritti fondamentali della persona umana o dei diversi popoli. Né mancano, frequentemente, in settori della Curia romana, pregiudizi, attenzione unilaterale alle informazioni, o anche posizioni, più o meno inconsce, di etnocentrismo culturale europeo rispetto all’America Latina, all’Africa e all’Asia»

– Nelle relazioni internazionali: Primo mondo/Terzo mondo (agosto 1990) «Dico sempre, cambiando quello che diceva Ortega y Gasset, che io sono io e le mie cause, e le mie cause valgono più della mia vita. Le mie cause, ma non solo le mie, sono: la terra, l’acqua, l’ecologia, le nazioni indigene, i neri, la solidarietà, la vera integrazione continentale, lo sradicamento di ogni emarginazione, di ogni imperialismo, di tutto il colonialismo, il dialogo interreligioso e interculturale, il superamento di quello stato di schizofrenia umana che è l’esistenza di un Primo e di un Terzo mondo (e anche di un quarto mondo) mentre siamo un unico mondo, la grande famiglia umana, figli del Dio di tutta la vita».

«Ciò che intendiamo, assumendo queste cause, è umanizzare l’umanità praticando la prossimità… La scienza, la tecnologia, il progresso sono degni dei nostri pensieri e delle nostre mani solo se ci umanizzano di più. E questo ci impegna a trasformare il mondo insieme… Dato che ora tutti incontriamo tutti, dobbiamo scegliere se scontrarci gli uni con gli altri, nell’intolleranza e nell’aggressione, o abbracciarci nella comprensione e nella complementarità. Faccio mie le parole di Baltasar Porcel: le nazioni sono contenuto, non frontiere. È tempo, quindi, di credere, in plurale unità, nel Dio della vita e dell’amore e di praticare la religione come giustizia, servizio e compagnia. Un Dio che separa l’umanità è un idolo mortifero».

«Non possiamo celebrare l’Eucaristia all’ombra dei signori». «I poveri sono la pupilla dei miei occhi. Mi ha sempre spezzato il cuore vedere la povertà da vicino. Mi trovo bene con gli esclusi. Non sono in grado di assistere a una sofferenza senza reagire. D’altronde, non ho mai dimenticato di essere nato in una famiglia povera. Mi sento male in un ambiente borghese. Mi sono sempre chiesto perché, se posso vivere con tre camicie, me ne servano dieci nell’armadio. I poveri della mia Prelatura vivono con due».

«Se dovessi dire qual è il motivo di questa mia lotta, direi: questa è la mia passione per l’utopia. Una passione scandalosamente inattuale in quest’epoca di pragmatismi, di produttività, di commercializzazione totale, di postmodernità senza speranza. Ma, in altre parole, è la passione della Speranza; è, in termini cristiani, la passione per il Regno, che è la passione di Dio e del suo Cristo. Una passione che, in prima e ultima istanza, coincide con la migliore passione dell’umanità stessa, quando vuole essere pienamente umana, autenticamente viva e definitivamente felice… Non voglio la globalizzazione neoliberista omicida, suicida; ma la mondializzazione della solidarietà per la costruzione (certamente progressiva e perfino dialettica) dell’uguaglianza nella dignità, nei diritti e nelle responsabilità degli individui e dei loro popoli, che faranno una l’umanità, sebbene plurale nelle sue alterità».

Convinciti, mi diceva Casaldáliga in un’intervista: «Solo nella misura in cui il Primo Mondo cessa di essere Primo Mondo può aiutare il Terzo Mondo. Per me questo è un dogma di fede. Se il Primo Mondo non si suicida come Primo Mondo, il Terzo Mondo non può esistere “umanamente”. Finché ci sarà un Primo Mondo ci saranno privilegi, esclusione, dominio, lusso ed emarginazione. Se voi nel Primo Mondo non decidete di essere un mondo umano, noi non potremo esserlo. Perché c’è un solo mondo. La liberazione presuppone consapevolezza e possesso della propria identità».

«Sono convinto che non si possa essere rivoluzionari o profeti o liberi senza essere poveri. Essendo povero mi sento libero da tutto e per tutto. Il mio motto è: essere libero di essere povero. Se senti la povertà come una questione di giustizia e di decenza umana, proverai necessariamente compassione, mostrerai amore e ti ribellerai con indignazione».

«Chi crede in Dio deve credere nella dignità dell’uomo. Chi ama il Padre deve servire i fratelli. Il Vangelo è un fuoco che brucia la tranquillità. Non si può essere cristiani e sopportare l’ingiustizia con la bocca chiusa. Gesù dice nel Vangelo che Dio ci giudicherà l’ultimo giorno per quello che abbiamo fatto con i nostri fratelli più poveri e più piccoli».

La sua profezia

Parlare di Pedro come profeta è un buon modo per capire la sua personalità cristiana.

La società che rimane senza profeti rimane cieca. Ma succede che i profeti non abbondino, sicuramente perché i profeti offrono una visione della realtà che la maggior parte di noi non ha o non vuole avere.

Il profeta è un veggente realista, che percepisce la realtà di Dio principalmente attraverso gli eventi della vita, le persone che lo attorniano, gli avvenimenti che lo accompagnano. È una persona libera e coraggiosa: non sposa nessuno e canta la verità ovunque manchi e davanti a chiunque. E per questo motivo entra in conflitto con ogni tipo di potere: monarchie, regimi politici, caste sacerdotali, multinazionali, ecc. E il profeta agisce con la parola parlata e scritta e con azioni simboliche.

«Dio è la ragione più grande o la migliore, la passione della mia vita, è una realtà ineludibile, una presenza certa, anche se libera e sovrana. Una presenza mai rivelata, sempre più riferita al futuro totale della più grande speranza, ma sempre operativa, di apparizione improvvisa e invocata».

«Chiedermi se farei quello che faccio se Dio non esistesse è come chiedermi cosa farei io se non esistessi o se non fossi una persona e un cristiano. So che altri senza Dio chiaramente fanno di più e danno tutto, e danno se stessi. Credo sempre che Dio sia con loro».

«Ho avuto un incontro esplicito con Dio, in Gesù Cristo, all’interno della comunità di fede, che è la sua Chiesa. E questo è un mistero che mi travolge e che mi costringe a credere che Dio è più grande dei nostri cuori, dei nostri dogmi e della nostra comunità».

Fu questa la fede che lo portò a “cantare” quando morì Che Guevara:

Riposa in pace. / E aspetta già al sicuro / con il petto guarito / dall’asma della stanchezza; / pulito dall’odio lo sguardo morente; / senza più armi, amico, / che la spada nuda della tua morte.

Né il “buono”, da una parte, / né il “cattivo”, dall’altra, / capiranno il mio canto. / Diranno che sono semplicemente un poeta. / Penseranno che la moda mi ha preso. / Ricorderanno che sono un prete “nuovo”.

Mi importa di tutto lo stesso! / Siamo amici / e parlo con te ora / attraverso la morte che ci unisce; / allungandoti un ramo di speranza, / un’intera foresta fiorita / di jacaranda perenni iberoamericani, / caro Che Guevara!

Libertà, povertà e profezia sono le insegne di Pedro Casaldáliga.

Per prima cosa, prendersi cura dell’uomo

Racconta Pedro che, navigando sul Rio de las Mortes (nello Stato del Mato Grosso, ndt), dovette prendersi cura di un uomo morente. La comunità gli chiese di celebrare una messa. Non c’erano né pane né vino. Non aveva con sè nulla per dire la messa perché, racconta, «Io ero andato con la preoccupazione di assistere l’uomo. C’era una piccola taverna lì. Presi dei biscotti e della caña (simile alla grappa, ndt) e ho celebrato la messa. Ho pensato che fosse una bella messa. La gente mi chiedeva la messa e io ero prete; la Pasqua di Cristo si può celebrare con il vino delle vigne d’Italia o di Spagna, ma se non c’era vino, perché non si poteva celebrare con alcol da canna da zucchero?».

La scomunica delle haciendas

Un’altra volta, racconta, è arrivato a un atto estremo: «Ho maledetto una struttura di accumulazione, capitalizzazione, esclusione e dominio. Sono persino arrivato al punto di scomunicare due tenute, La Piraguacu e La Frenova, perché avevano uomini armati che hanno ucciso i peones, ne hanno tagliate delle parti e le hanno portate alla hacienda per provare la loro morte. Quella vol ta ho seppellito uno di quei peones assassinati, ho preso una manciata di terra dalla sua tomba, l’ho messa sull’altare e ho scomunicato queste tenute. Ma è stato un atto contro le haciendas, non contro il popolo».

Il Vangelo a favore dei poveri, contro i ricchi

Dove Pedro non dà spazio a compromessi è il tema dei ricchi e dei poveri: «Abbiamo detto tante volte che, qui, o stai da una parte o dall’altra. Dico sempre che il Vangelo è per i ricchi e per i poveri. È per tutti ma è a favore dei poveri ed è anche a favore dei ricchi, ma contro la loro ricchezza, contro i loro privilegi, contro la possibilità che hanno di sfruttare, dominare ed escludere. Posso relazionarmi con i ricchi, a patto di dire loro le verità e che io non mi lasci trasportare… Non è che non posso andare un giorno a fare uno spuntino a casa di un uomo ricco, ma se ci vado ogni settimana e non succede niente, non dico niente, non scuoto quella casa, non scuoto quella coscienza, mi sono venduto e ho negato la mia opzione per i poveri».

A favore della proprietà privata, non privativa

«Una volta ho avuto l’opportunità di intervenire in un procedimento pubblico nell’Assemblea nazionale, dove si trattava di una questione fondiaria. E allora alcuni dei senatori e deputati più conservatori – molti di loro molto cattolici e praticanti – mi hanno detto: Monsignore, lei è contro la proprietà privata! Ho risposto: no, se avete una maglietta e tutti possono averne una, io sono favorevole alla proprietà privata di ogni maglietta. Ma se hai 50 megliette e la maggioranza delle persone non ne ha nessuna, la proprietà privata è privativa».

Consumismo

«In questi tempi di tanto consumismo, credo che la Chiesa di Gesù, e specialmente quelli di noi che sono o dovrebbero essere più responsabili all’interno della Chiesa, dobbiamo offrire una testimonianza di anti-consumismo. Il progetto del mercato, in fondo, è il consumismo… Ciò che mi costituisce non è ciò che ho, ma ciò che sono, ciò che amo, le ragioni della mia vita… È ciò che do che mi costituisce, non quello che ho. Ma se ho molto e do poco, ho meno perché sono meno».

Teologia della liberazione

Una volta gli ho posto questa domanda: cosa resta della Teologia della Liberazione? Con una sacra indignazione, mi ha risposto:

«Sono stufo di sentire questa domanda. Mi hanno chiesto se è ancora attuale o del passato compagni, vescovi, giornalisti… Che non continuino a enumerarmi, almeno per vergogna, le barbarità – vere calunnie – che affibbiano alla Teologia della Liberazione e ai suoi teologi! Noi, teologi della liberazione, i vescovi che ci accompagnano e le Chiese che beneficiano delle nostre dottrine, non abbiamo optato per Marx ma per il Dio e Padre di nostro Signore Gesù Cristo, per il suo Regno e per i suoi poveri.

Il nostro Dio vuole la liberazione da ogni schiavitù, da ogni peccato e dalla morte. Analizzare la tragica situazione di due terzi dell’umanità, segnalarla come contraria alla volontà di Dio e assumere impegni concreti per trasformare questa situazione sono passi obbligati della Teologia della Liberazione. Ai nemici del popolo non piace la Teologia della Liberazione. Festeggerebbero così tanto i cristiani se pensassero solo al Cielo… disprezzando la Terra! Mentre noi vogliamo guadagnare il Cielo conquistando la Terra. Figli liberi di Dio Padre e veri fratelli».

«Non avere niente. Non prendere niente. Non potere niente. Non chiedere niente. E, pure, non uccidere niente; non tacere. / Solo il Vangelo, come un coltello affilato, / e le lacrime e il riso negli occhi, / e la mano tesa e stretta, / e la vita, a cavallo, data. / E questo sole, e questi fiumi, e questa terra acquistata, / per testimoniare la rivoluzione che è già scoppiata. / E più niente!».

La sua radicalità lo ha portato a dire:

«Il teologo Karl Rhaner ha scritto: Nel XXI secolo un cristiano o sarà un mistico o non sarà un cristiano. Che si sappia, considero Rhaner il più grande teologo del XX secolo. Tuttavia, credo, con la più ferma convinzione evangelica, che oggi, già nel XXI secolo, un cristiano o una cristiana, o è povero e/o alleato o alleata visceralmente con i poveri, o non è cristiano, non è cristiana. Nessuna delle affermazioni famose della Chiesa rimane in piedi se si dimentica questa fondamentale, la più evangelica di tutte: l’opzione per i poveri».

Pedro Casaldáliga in prima linea nella giustizia e nella carità

(…)

– Leonardo Boff

«Quando i perturbati tempi attuali saranno passati, quando le diffidenze e meschinità saranno inghiottite dal vortice del tempo, quando guarderemo indietro e considereremo gli ultimi decenni del XX secolo e l’inizio del XXI secolo, identificheremo una stella nel cielo della nostra fede, splendente, dopo aver fermato le nuvole, sopportato le tenebre e superato le tempeste: è la figura semplice, povera, umile, spirituale e santa di un vescovo che, straniero, diventa connazionale, distante si fa prossimo e, prossimo, si fa fratello di tutti, fratello universale: don Pedro Casaldáliga».

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