il commento al vangelo della domenica

“UN PROFETA NON È DISPREZZATO SE NON NELLA SUA PATRIA”


commento al vangelo della quattordicesima domenica del tempo ordinario (8 luglio 2018) di p. A. Maggi:

Mc 6,1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
Gli ambienti più difficili per Gesù sono indubbiamente i luoghi religiosi. Nel vangelo di Marco Gesù per tre volte entra in sinagoga, il numero tre indica la totalità, e ogni volta è una situazione di conflitto. Nella prima Gesù viene interrotto nel suo insegnamento; nella seconda addirittura i farisei decidono di ammazzarlo e la terza, quella che esaminiamo, la gente non lo considera per nulla. Leggiamo Marco, il capitolo sesto, dai primi versetti.
Partì di là e venne nella sua patria, l’evangelista omette il nome Nazareth perché vuole indicare che quanto avviene qui non è limitato soltanto al suo paese, ma indica per tutta la sua nazione. I suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato si mise a insegnare nella sinagoga, l’evangelista sottolinea che Gesù in sinagoga va a insegnare e il suo insegnamento è esattamente il contrario di quello che veniva imposto lì dagli scribi. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti, rimangono sconvolti, c’è qualcosa di nuovo, e dicevano, e la reazione è negativa, da dove gli vengono queste cose? Cosa significa questo da dove? Significa che non viene da Dio. È la folla, la gente, i partecipanti alla sinagoga che sono le vittime dell’insegnamento degli scribi che già hanno sentenziato che Gesù opera per opera di Belzebù, il principe dei demoni, e quindi sospettano di questo suo insegnamento. E infatti dicono E che sapienza è quella che gli è stata data? Visto che Gesù insegna l’esatto contrario di quello che gli insegnano gli scribi la sua sapienza non può provenire da Dio.
E poi E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è Gesù che compie delle azioni, ma le mani, come se Gesù fosse uno stregone. Quindi è la folla, i partecipanti all’assemblea di preghiera della sinagoga che crede in maniera acritica a quello che gli scribi hanno loro insegnato. Ed ecco l’espressione carica di disprezzo Non è costui questo? Non si rivolgono a Gesù, eppure era loro concittadino, con un termine di cortesia, non si rivolgono a lui con gentilezza, ma con un termine dispregiativo, non è costui questo il falegname? E lo definiscono il figlio di Maria. Questo è grave perché un individuo era sempre indicato con il nome del padre, il figlio del padre. Perché dicono che è il figlio di Maria? Le ipotesi possono essere due: o che questo figlio è indegno di portare il nome del padre perché non si comporta come il padre o, peggio, che sia considerato senza padre, e comunque è un’espressione molto insultante. E via, elencano i fratelli.
E la conclusione Ed era per loro motivo di scandalo. L’evangelista mette in guardia che la sottomissione acritica all’insegnamento religioso non solo non permette di accogliere la parola del Signore e la ricchezza di vita che ne comporta, ma ne rende refrattari e ostili. E infatti il commento di Gesù Disse loro: un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e a casa sua. Patria, parenti e casa sono tre, quindi indica la totalità. Perché il profeta è disprezzato? Perché il profeta in sintonia con il Dio che fa nuove tutte le cose trova sempre resistenza dagli ambienti religiosi. In nome del Dio del passato non si riconosce il Dio che si manifesta nel presente e quindi negli ambienti tradizionali, negli ambienti conservatori dove vige l’imperativo “si è sempre fatto così” ecco che l’azione di Dio diventa inoperosa.
E infatti scrive e commenta l’evangelista E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. L’evangelista di nuovo mette in guardia: attenzione che l’adesione all’insegnamento religioso acritico rende refrattari all’azione divina.
E, termina il brano, E si meravigliava della loro incredulità. Gesù stesso si meraviglia di questa loro incredulità e l’evangelista si richiama qui al seme che è caduto sul terreno, ma subito sono venuti gli uccelli, immagine di satana, del potere, che lo ha eliminato. Quindi Gesù ha fatto fallimento totale nella sua patria per colpa dell’insegnamento tradizionale religioso.

Fonte:https://www.studibiblici.it/

l’ “antirazzismo” di Gesù

‘ero straniero e mi avete accolto’

la grande attualità del messaggio ‘antirazzista’ di Gesù

di Alberto Maggi

 
 
“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.
 
“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.
 
Ero straniero
 
Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7). Al tempo di Gesù vige una separazione totale tra giudei e stranieri, come riconosce Pietro: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).
 
In questo ambiente stupisce il comportamento del Cristo che da una parte arriva a identificarsi con gli ultimi della società (“Ero straniero e mi avete accolto”, Mt 25,35.43), e proclama benedetti quanti avranno ospitato lo straniero (“Venite benedetti del Padre mio”¸ Mt 25,34), dall’altra, Gesù accusa con parole tremende quelli che non lo fanno (“Via, lontano da me, maledetti… perché ero straniero e non mi avete accolto”, Mt 25,41.43), con una maledizione che richiama quella del primo assassino della Bibbia, il fratricida Caino (“Ora sii maledetto”, Gen 4,11). Se la risposta alle altrui necessità era un fattore di vita, la mancata risposta è causa di morte. Per Gesù negare l’aiuto all’altro è come ucciderlo.
Gesù non solo si identifica nello straniero, ma nei vangeli il suo elogio va proprio per i pagani, personaggi tutti positivi (eccetto Pilato in quanto incarnazione del potere) e portatori di ricchezza. Si teme sempre cosa e quanto si debba dare allo straniero e non si riconosce quel che si riceve dallo stesso. Nella sua attività Gesù si troverà di fronte ottusità e incredulità persino da parte della sua famiglia e dei suoi stessi paesani, ma resterà ammirato dalla fede di uno straniero, il Centurione, e annuncerà che mentre i pagani entreranno nel suo regno, gli israeliti ne resteranno esclusi (Mt 8,5-13; Mt 27,54).
Nella sinagoga di Nazaret, il suo paese, Gesù rischierà il linciaggio per aver avuto l’ardire di tirare fuori dal dimenticatoio due storie che gli ebrei preferivano ignorare: Dio in casi di emergenza e di bisogno non fa distinzione tra il popolo eletto e i pagani, ma dirige il suo amore a chi più lo necessita. Così nel caso di una grande carestia che colpì tutto il paese, aiutò una straniera, una pagana, “una vedova a Sarepta di Sidone” (Lc 4,26), e con tutti i lebbrosi che c’erano al tempo del profeta Eliseo, il signore guarì uno straniero: “Naamàn, il Siro” (Lc 4,27).
Prima noi? Gesù, manifestazione vivente dell’amore universale del Padre, vuole condividere i pani in terra pagana così come ha fatto in Israele (Mt 14,13-21). La resistenza dei discepoli di portare anche agli stranieri la buona notizia, viene dagli evangelisti raffigurata nell’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea (fenicia) che invoca la liberazione della figlia da un demonio (Mt 15,22). La donna, succube dell’ideologia nazional religiosa che faceva ritenere i pagani inferiori ai Giudei, si accontenterebbe di poco, anche delle briciole (“Sì, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro signori”, Mt 15,27). Nella tradizione biblica i figli di Israele sono chiamati a dominare le nazioni pagane, mentre i pagani sono destinati ad essere dominati. Non c’è uguaglianza tra gli appartenenti al popolo eletto e gli esclusi. Gli uni sono figli, e gli altri cani, animali ritenuti impuri e portatori del demonio. Per questo non si può dare il pane a quanti, per la loro condizione di pagani, sono veicolo di impurità e contaminazione.
Sarà una donna, per giunta pagana, a impartire una lezione ai discepoli del Cristo. Costei ha infatti compreso che non ci sono dei figli e dei cani, quelli che meritano e gli esclusi, quelli che hanno diritto e quelli no, un prima (noi) e un dopo (gli altri), ma tutti possono cibarsi insieme, e allo stesso tempo, dell’unico pane che alimenta la vita. Essa comprende quello che i discepoli fanno fatica a capire e ad accettare, cioè, che la compassione e l’amore vanno al di là delle divisioni razziali, etniche e religiose.
La reazione di Gesù è di grande ammirazione: “Allora Gesù le replicò: Donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come vuoi”. (Mt 15,28), e ai pagani Gesù non concederà le briciole, ma anche in terra straniera ci sarà l’abbondante condivisione dei pani, segni della benedizione divina (Mt 15,32-39).
L’esperienza e il messaggio di Gesù verranno poi raccolti dagli altri autori del Nuovo Testamento, in particolare da Paolo, che in occasione di un naufragio, si stupirà per la “rara umanità” con cui lui e gli altri naufraghi sono stati ospitati dai barbari di Malta (At 28,2), e arriverà a capire una verità importante: “Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11; Gal 3,28).
La Chiesa ha compreso e annuncia che con Gesù non si possono innalzare barriere, ma solo abbattere tutti i muri che gli uomini hanno costruito (“Egli infatti è la nostra pace, colui che dei due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che ci divideva…”, Ef 2,14), non solo i muri esteriori (mattoni), forse i più facili da demolire, ma quelli interiori (pregiudizi), mentali, teologici, morali, religiosi, i più difficili da estirpare perché li crediamo buoni o di provenienza divina.

il commento al vangelo della domenica

un Dio che da signore e re si fa amico, alla pari con noi
il commento di p. Ronchi al vangelo della sesta domenica di pasqua (6 maggio 2018):

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Una di quelle pagine in cui pare custodita l’essenza del cristianesimo, le cose determinanti della fede: come il Padre ha amato me, così io ho amato voi, rimanete in questo amore. Un canto ritmato sul vocabolario degli amanti: amare, amore, gioia, pienezza… «Dobbiamo tornare tutti ad amare Dio da innamorati, e non da servi» (L. Verdi).
E una strada c’è, perfino facile, indicata nelle parole: rimanete nel mio amore. Ci siete già dentro, allora restate, non andatevene, non fuggite via. Spesso noi resistiamo, ci difendiamo dall’amore, abbiamo il ricordo di tante ferite e delusioni, ci aspettiamo tradimenti. Ma il Maestro, il guaritore del disamore, propone la sua pedagogia: Amatevi gli uni gli altri. Non semplicemente: amate. Ma: gli uni gli altri, nella reciprocità del dare e del ricevere. Perché amare può bastare a riempire una vita, ma amare riamati basta per molte vite.
Poi la parola che fa la differenza cristiana: amatevi come io vi ho amato. Come Cristo, che lava i piedi ai suoi; che non giudica e non manda via nessuno; che mentre lo ferisci, ti guarda e ti ama; in cerca dell’ultima pecora con combattiva tenerezza, alle volte coraggioso come un eroe, alle volte tenero come un innamorato. Significa prendere Gesù come misura alta del vivere. Infatti quando la nostra è vera fede e quando
è semplice religione? «La fede è quando tu fai te stesso a misura di Dio; la religione è quando porti Dio alla tua misura» (D. Turoldo)
Sarà Gesù ad avvicinarsi alla nostra umanità: Voi siete miei amici. Non più servi, ma amici. Parola dolce, musica per il cuore dell’uomo. L’amicizia, qualcosa che non si impone, non si finge, non si mendica. Che dice gioia e uguaglianza: due amici sono alla pari, non c’è un superiore e un inferiore, chi ordina e chi esegue. È l’incontro di due libertà. Vi chiamo amici: un Dio che da signore e re si fa amico, che si mette alla pari dell’amato!
Ma perché dovrei scegliere di rimanere dentro questa logica? La risposta è semplice, per essere nella gioia: questo vi dico perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. L’amore è da prendere sul serio, ne va del nostro benessere, della nostra gioia. Dio, un Dio felice (“la mia gioia”), spende la sua pedagogia per tirar su figli felici, che amino la vita con libero e forte cuore e ne provino piacere, e ne gustino la grande bellezza.
La gioia è un sintomo: ti assicura che stai camminando bene, che sei sulla via giusta, che la tua strada punta diritta verso il cuore caldo della vita. Gesù, povero di tutto, non è stato però povero di amici, anzi ha celebrato così gioiosamente la liturgia dell’amicizia, da sentire vibrare in essa il nome stesso di Dio.

di seguito il video del commento di p. Maggi:

 

“le mie vie non sono le vostre vie” – “quando sono debole è allora che sono forte”

elogio della debolezza
 Alberto Maggi

“La logica di Dio non è quella degli uomini. Per questo, da sempre il Signore ha chiamato, per realizzare le sue imprese, quelle persone che nessun uomo sano di mente avrebbe mai scelto”.
Le conferme, come sottolinea su ilLibraio il biblista Alberto Maggi, arrivano dal Vecchio e dal Nuovo Testamento…

Le scelte di Dio vanno da sempre in direzione contraria a quelle degli uomini, poiché il suo è uno sguardo differente. Il Signore valorizza quel che gli uomini disprezzano, fa fiorire la vita là dove sembra ci siano solo rovine, e quel che il mondo scarta il Creatore lo adopera per realizzare il suo progetto sulla creazione (“La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo”, Sal 118, 22).
 
Paolo, l’apostolo che aveva fatto della debolezza la sua forza (“quando sono debole, è allora che sono forte”, 2 Cor 12,10), aveva ben compreso la strategia di Dio e l’aveva così formulata: “Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono” (1 Cor 1,27-28).
 
La logica di Dio non è quella degli uomini. Per questo, da sempre il Signore ha chiamato, per realizzare le sue imprese, quelle persone che nessun uomo sano di mente avrebbe mai scelto. La storia della salvezza è infatti l’incredibile elezione di uomini chiamati a svolgere ruoli per i quali erano chiaramente inadatti e che Dio ha invece scelto perché i suoi criteri sono diversi (“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”, Is 55,8-9).
 
Se fossero stati gli uomini a dover selezionare la coppia che avrebbe dovuto dare origine a un popolo nuovo, il popolo del Signore, indubbiamente avrebbero scelto un uomo e una donna giovani, robusti, belli. Non così il Signore, che sceglie un vecchietto novantanovenne, per di più con una moglie sterile, causando tra l’altro il riso dei prescelti (“Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: A uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all’età di novant’anni potrà partorire?… Allora Sara rise dentro di sé e disse: Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”, Gen 17,17; 18,12). I prescelti ridono, il Dio, che non conosce la parola “impossibile”, no: “C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore?” (Gen 18,14).
 
Quando per le vicissitudini della storia questo popolo, nato da due vegliardi, sarà ridotto in schiavitù, il Signore deve scegliere un liberatore. L’impresa non è facile, perché l’oppressore non è un uomo, ma il faraone, il re di natura divina, e la potente nazione che trattiene gli ebrei in schiavitù è uno dei più grandi imperi mai apparsi sulla faccia della terra. Chi mai avrebbe scelto per questa temibile impresa un fuggitivo ricercato per omicidio? (Es 2,11-15). E se il passato di Mosè non è un problema per Dio, il prescelto, balbuziente, ritiene di essere inadatto a questo ruolo, che rifiuta decisamente: “Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l’altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua”. (Es 4,10). Ma ancora una volta la forza del Signore supplisce la debolezza dell’uomo: “Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire” (Es 4,12).
 
Anche quando il popolo ha bisogno di un re, le scelte di Dio sono singolari. Inviato dal Signore a Betlemme, in casa di Jesse, per scegliersi il re tra i suoi figli, il profeta Samuele li passa tutti in rassegna, e quando Jesse gli presenta con orgoglio il suo primogenito, Eliàb, giovane, alto e attraente, il profeta fu certo che fosse questi il prescelto da Dio. Invece no, il Signore avvertì Samuele: “Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1 Sam 16,7). E il Signore scartò anche il secondogenito, il terzogenito, e tutti i figli che Jesse aveva radunato. A dire il vero ce n’era ancora uno, che non era stato convocato con gli altri, in quanto troppo giovane, adatto solo per pascolare il gregge. Ma la scelta di Dio cadde proprio su di lui, David, e il figlio scartato sarà il re del suo popolo.
 
E l’inadeguatezza sembra essere stato il criterio di Dio nello scegliere i suoi profeti, cominciando da Geremia, troppo giovane per essere credibile (“Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane”, Ger 1,6). E Osea? Era risaputo che la moglie, una prostituta, lo tradiva ripetutamente, eppure il Signore scelse proprio lui per essere il profeta che doveva testimoniare al popolo un perdono più grande della colpa (Os 2). Per denunciare le malefatte della casta sacerdotale e della corruzione del culto, il Signore non chiamò un fine teologo, ma un rude pecoraio, Amos, che con il suo linguaggio schietto e per nulla diplomatico, suscitò l’ira furibonda dei sacerdoti che lo cacciarono dalla sua terra (Am 7,10-17). Per non parlare di Giona, che non aveva alcuna intenzione di fare il profeta, e invitato dal Signore di andare a predicare a Ninive la necessità della conversione, s’imbarcò in direzione contraria (Gn 1).
 
Le scelte di Gesù non sono da meno. Per la realizzazione del regno di Dio non si rivolse a pii farisei e devoti sacerdoti osservanti delle leggi divine, uomini di indiscussa moralità e rettitudine. No, Gesù nel gruppo dei dodici accolse persone inadeguate al compito e gli scarti della società. Chiamò Simone Pietro, il caparbio discepolo che lo rinnegherà, spergiurando (“Cominciò a imprecare e a giurare: Non conosco quell’uomo!”, Mt 26,74), e Giuda l’Iscariota, il traditore, che per denaro venderà il suo maestro; Giacomo e Giovanni, i due fanatici fratelli che per la loro ambizione rischieranno di far naufragare il gruppo di Gesù (Mc 10,35-41), e che saranno soprannominati “figli del tuono” (Mc 9,38) per la loro propensione a incenerire i nemici (“Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”, Lc 9,54). Gesù chiamò a seguirlo anche un intoccabile, Matteo, il pubblicano (Mt 9,9), uno spregevole individuo che per il suo mestiere era considerato un traditore del popolo e trasgressore di tutti i comandamenti, irrimediabilmente escluso dalla salvezza, impuro come era dalla radice dei capelli ai piedi. E non è finita: nel gruppo di Gesù sorprende trovare “Simone, detto Zelota” (Lc 6,15), ovvero un appartenente al partito armato che attraverso la violenza voleva accelerare la venuta del regno di Dio. Eppure proprio a questo gruppo di incostanti, testardi, infingardi, presuntuosi, che a parole erano pronti a morire con lui (Mt 26,35) e che invece “lo abbandonarono e fuggirono” (Mt 26,56), lasciandolo solo ad affrontare la morte, Gesù affiderà il mandato di trasmettere la buona notizia al mondo intero (Mt 28,19-20). Gesù non ha creato una comunità di puri, di perfetti, ma di persone che, coscienti della loro inadeguatezza e della loro fragilità, hanno sperimentato l’amore, la misericordia e il perdono e per questo sono capaci di testimoniare al mondo la tenerezza di Dio, l’unico linguaggio ovunque comprensibile

il commento al vangelo della domenica

“guardare la croce con gli occhi del centurione”

 

domenica delle Palme (Anno B) (25/03/2018): il commento di p. Ermes Ronchi:

  Mc 14,1-15,47

Gesù entra a Gerusalemme, non solo un evento storico, ma una parabola in azione. Di più: una
trappola d’amore perché la città lo accolga, perché io lo accolga. Dio corteggia la sua città, in molti modi. Viene come un re bisognoso, così povero da non possedere neanche la più povera bestia da soma. Un Dio umile che non si impone, non schiaccia, non fa paura. «A un Dio umile non ci si abitua mai» (papa Francesco). Il Signore ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito. Ha bisogno di quel puledro d’asino, di me, ma non mi ruberà la vita; la libera, invece, e la fa diventare il meglio di ciò che può diventare. Aprirà in me spazi al volo e al sogno.

E allora: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. È straordinario poter dire: Dio viene. In questo paese, per queste strade, in ogni casa che sa di pane e di abbracci, Dio viene, eternamente incamminato, viaggiatore dei millenni e dei cuori. E non sta lontano.

La Settimana Santa dispiega, a uno a uno, i giorni del nostro destino; ci vengono incontro lentamente, ognuno generoso di segni, di simboli, di luce. La cosa più bella da fare per viverli bene è stare accanto alla santità profondissima delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli. Stare accanto, con un gesto di cura, una battaglia per la giustizia, una speranza silenziosa e testarda come il battito del cuore, una lacrima raccolta da un volto.

Gesù entra nella morte perché là è risucchiato ogni figlio della terra. Sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte.

Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. La croce è l’abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. L’ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: costui era figlio di Dio. Che cosa l’ha conquistato? Non ci sono miracoli, non risurrezioni, solo un uomo appeso nudo nel vento. Ha visto il capovolgimento del mondo, dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire; di vincere la violenza, ma prendendola su di sé.

Ha visto, sulla collina, che questo mondo porta un altro mondo nel grembo. E il Crocifisso ne possiede la chiave.

fonte:www.qumran2.net

di seguito il video del commento di p. Maggi:

contro i nostalgici del passato delle ‘radici cristiane’ e dei ‘treni in orario’

 radici cristiane?
“radici marce”
La riflessione del biblista Alberto Maggi si rivolge a chi “rivendica le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione”. Ma “se queste sono le radici, c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle”.

Anche perché “il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile…”. E ancora: “Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini”
 
Molti di quelli che rivendicano le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società cristiana dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione, della moglie e dei figli al capofamiglia, dei sudditi ai governanti e dei fedeli alle autorità religiose, in una gerarchia di valori indiscussa, da tutti accettata o subita.
 
Costoro sono i nostalgici di un passato, quando le chiese erano piene di cattolici che assistevano alla messa domenicale perché precettati (l’unica alternativa possibile era commettere peccato mortale e finire all’inferno per tutta l’eternità). Alcuni rimpiangono la famiglia cattolica, quando l’educazione religiosa alle spose le invitava ad accettare con cristiana rassegnazione anche i maltrattamenti da parte del coniuge (ancora negli anni ’60 era in voga un manuale della sposa cattolica, dove tra i doveri delle mogli si elencava quello di obbedire al marito come a un superiore, tacendo quando lo si vedeva alterato, ed essere sottomessa alla suocera).
 
Altri vorrebbero ritornasse quel tempo in cui i treni viaggiavano in orario, non c’era la delinquenza, e si poteva lasciare la chiave sulla porta di casa, in un ordine sociale garantito dall’obbedienza all’indiscusso capo, un uomo sempre inviato dalla Provvidenza, in risposta al bisogno atavico degli uomini di barattare la propria libertà con la sicurezza che offre la sottomissione acritica al potente di turno.
 
Le radici di questa società saranno state anche cristiane, ma i frutti evidentemente no, e in questo clima di soggezione a ogni forma di potere, la libertà era vista come uno spauracchio, una minaccia all’ordine costituito dai potenti e sempre sostenuto e benedetto dalla Chiesa. Obbedienza, sottomissione sono vocaboli assenti nel linguaggio di Gesù, il quale invece di rifarsi al passato, alle radici, invita a osservare i frutti (“dai loro frutti li riconoscerete”, Mt 7,20). Per Gesù “ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi” (Mt 7,17). L’albero che non produce frutti buoni è immagine di quanti non hanno cambiato vita a contatto con il suo messaggio; oppure hanno simulato tale cambiamento e continuano ad essere complici dell’ingiustizia della società.Più che di radici bisognerebbe parlare di catene. Questa civiltà, tanto cristiana e tanto cattolica, all’insegna dell’ordine e dell’obbedienza, ha da sempre temuto la libertà, vista più come una minaccia che come un dono del Signore (Gv 8,32-36): “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1). E la Chiesa, anziché promuovere la dignità umana e il diritto alla libertà, cercò, finché le fu possibile, di sopprimerli, basta pensare a Gregorio XVI, il papa che nell’Enciclica Mirari vos, nel 1832, arrivò a parlare di quella “perversa opinione…errore velenosissimo” [pestilentissimo errori] o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza” (Denz. 2730).
 
C’è da chiedersi quale frutto perverso queste radici cristiane possano aver generato, se papi come Niccolò V, nella bolla Dum Diversas (1452), ribadita poi con la bolla Romanus Pontifex nel 1454, arrivò ad autorizzare i regnanti cattolici a “invadere e conquistare regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere a qualunque re o principe essi appartengano e di ridurre in schiavitù i loro abitanti”. Forte della sua autorità il papa, a difesa delle sue parole, conclude la bolla con questa minaccia: “Se qualcuno oserà attaccarla, sappia di stare per incorrere nello sdegno di Dio onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo”. Queste aberranti e disumane dichiarazioni furono purtroppo confermate e convalidate dai pontefici successivi, sempre in nome di Cristo, naturalmente.
 
Se queste sono le radici c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle, liberando il terreno sassoso dalle pietre che non hanno permesso il loro sviluppo e dai rovi che le hanno soffocate e tornare a seminare a loro posto la buona notizia di Gesù (Mt 13,3-23), il cui progetto non è volto a conservare il mondo così com’è, ma a cambiarlo (“Convertitevi!”, Mt 4,17). Il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile (il disastro di ogni teocrazia è evidente), ma Gesù chiede ai suoi seguitori di influire positivamente nel mondo, e per questo usa immagini come il sale e il lievito (Mt 5,13; 13,33), elementi che anche in minima quantità possono influire nella massa liberando tutte le loro potenzialità. Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini. Per questo la fedeltà al Cristo non può essere rivendicata a parole (“Non chiunque mi dice: “Signore, Signore…”, Mt 7,21), ma solo nei fatti (“Colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”, Mt 7,21). Non sono gli attestati di ortodossia la garanzia di vita cristiana, ma un comportamento il cui unico distintivo è l’amore; non basta rivendicare la sacralità del vangelo, ma è necessario che il credente diventi la buona notizia per ogni persona che si incontra. I cristiani non si riconoscono per i distintivi religiosi ostentati (“Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange”, Mt 23,5), ma per l’umanità che li rende attenti, sensibili e solleciti ai bisogni e necessità degli emarginati e di tutti gli esclusi della società: “Ero straniero e mi avete accolto… ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35).

il commento al vangelo della domenica

 

DIO HA MANDATO IL FIGLIO PERCHÉ IL MONDO SI SALVI PER MEZZO DI LUI

 

commento al vangelo della quarta domenica di quaresima (11 marzo 2018) di p. A. Maggi:

Gv 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Nel capitolo 3 del suo vangelo Giovanni presenta il dialogo tra Gesù e Nicodemo il fariseo, ma è un dialogo tra sordi perché Gesù parla di nuovo e il fariseo, il fariseo l’uomo della tradizione, l’uomo della legge non comprende e non fa altro che obiettare: come può? Come può? Ebbene a Nicodemo Gesù ricorda un episodio famoso che c’è nel libro dei Numeri di un castigo che Dio ha dato al popolo che si era rivoltato contro di lui che aveva protestato. Aveva mandato dei serpenti velenosi che mordendo li uccidevano e poi, per intercessione di Mosè, aveva fatto innalzare un serpente di rame, di bronzo che li salvava. Si legge nel libro dei Numeri “Il Signore disse a Mosè: fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà resterà in vita”. Ebbene Gesù si riferisce a questo episodio, ma soltanto per la parte della salvezza, non per la parte del castigo perché in Gesù Dio non castiga, ma a tutti offre amore, offre salvezza.
Allora Gesù dice a Nicodemo: come Mosè innalzò il serpente nel deserto, bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, Gesù è la pienezza dell’umanità che coincide con la condizione divina, perché chiunque crede in lui, in lui chi? Nel figlio dell’uomo, cioè chiunque aspira alla pienezza umana che risplende in Gesù e risplende nel momento della croce, quando Gesù mostra la pienezza dell’amore suo e del Padre abbia la vita eterna. Gesù si rivolge a un fariseo, i quali credevano nella vita eterna, ma come un premio nel futuro per la buona condotta tenuta nel presente. Ebbene Gesù è per la prima volta che nel vangelo parla di vita eterna, ma non ne parla come un premio nel futuro, ma con una possibilità reale nel momento presente. La vita eterna non sarà nel futuro, ma è, dice chiunque crede in lui, credere in lui significa aver dato adesione a Gesù, vivere come lui per il bene dell’uomo, ha la vita eterna. Vita che si chiama eterna non tanto per la durata indefinita, ma una
qualità indistruttibile, e Gesù ne parlerà sempre al presente. La vita eterna è una possibilità di pienezza di vita che è già ora a disposizione delle persone.
Gesù affermando questo sostituisce la funzione che era attribuita alla legge. Era l’osservanza della legge quella che garantiva poi come premio la vita eterna. Bene con Gesù non c’è più l’osservanza a una legge, ma l’adesione a una persona. E continua Gesù in un crescendo di offerta d’amore. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Gesù è il dono d’amore di Dio per tutta l’umanità, un amore che desidera manifestarsi, che desidera comunicarsi.
E Gesù smentisce quell’immagine che è cara a tutte le religioni di un Dio che giudica, di un Dio che condanna, no. Il Dio di Gesù, il Padre è soltanto amore e offerta d’amore. Sta poi all’uomo accogliere o no questo amore. Infatti afferma Gesù Dio infatti non ha mandato il figlio del mondo per giudicare, per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Non è, come credeva il fariseo Nicodemo, un messia venuto per separare puri da impuri, santi da peccatori, questo furore ideologico che tutte le religioni hanno di dividere l’umanità, ma un’offerta d’amore a parte di tutti quanti perché il mondo sia salvo, questo è il disegno d’amore di Dio sull’umanità.
E, afferma Gesù, che chi crede lui, nel figlio dell’uomo, non va incontro a nessun giudizio e nessuna condanna. Quindi ci si chiede da dove viene questa immagine nefasta di un Dio che giudica, di un Dio che condanna quando Gesù lo smentisce? Ma chi non crede è già stato giudicato e condannato perché non ha creduto nel nome dell’unigenito figlio di Dio. Allora è chiaro: questo giudizio non viene da Dio, ma è l’uomo che, con le scelte che fa, accoglie questa vita o rifiuta questa vita e il rifiuto della vita è la pienezza della morte.
Gesù chiarisce ancora meglio il suo episodio e lo fa con un’immagine che tutti possono comprendere che il giudizio è questo: è un giudizio basato sulla luce. La luce è positiva, la luce fa bene, la luce all’uomo è necessaria per vivere. La luce fa male soltanto quando l’uomo vive nelle tenebre, nel buio. Quando si sta molto tempo al chiuso anche un piccolo spiraglio di luce dà fastidio, fa male. Allora Gesù afferma il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce perché le loro opere erano malvagie. Allora chi quotidianamente, dando adesione a Gesù, compie azioni che comunicano vita, restituiscono vita, rallegrano la vita degli altri, diventa una persona splendida, cioè luminosa, piena di luce e quando incontra la luce la coglie. Ma chi invece egoisticamente pensa soltanto ai propri bisogni e alle proprie necessità vive nel suo piccolo mondo ti tenebre e, quando arriva la luce, questa gli dà fastidio e si rintana ancora più nelle tenebre.
E conclude Gesù chiunque infanti fa il male odia la luce, si sa un delinquente detesta la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate, letteralmente scoperte. Ma in contrapposizione a fare il male Gesù non parla di fare il bene come ci saremmo aspettati. Invece dice invece chi fa la verità, la verità va fatta, la verità non è una dottrina, ma un atteggiamento benevolo d’amore verso gli altri. Quello che separa gli uomini da Dio non è una dottrina, ma la condotta. Invece che fa la verità viene verso la luce perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte in Dio, perché è Dio che fa il bene dell’uomo.

il commento al vangelo della domenica

“se mercanteggiamo con lui, Dio ci rovescia il tavolo”

commento al vangelo della terza domenica di quaresima (3 marzo 2018) di p. E. Ronchi:

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Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. […]

Gesù entra nel tempio: ed è come entrare nel centro del tempo e dello spazio, nel fulcro attorno al quale tutto ruota. Ciò che ora Gesù farà e dirà nel luogo più sacro di Israele è di capitale importanza: ne va di Dio stesso. Gesù si prepara una frusta e attraversa la spianata come un torrente impetuoso, travolgendo uomini, animali, tavoli e monete. I tavoli rovesciati, le sedie capovolte, le gabbie portate via mostrano che il capovolgimento portato da Gesù è totale.
Vendono buoi per i ricchi e colombe per i sacrifici dei poveri. Gesù rovescia tutto: è finito il tempo del sangue per dare lode a Dio. Come avevano gridato invano i profeti: io non bevo il sangue degli agnelli, io non mangio la loro carne; misericordia io voglio e non sacrifici (Os 6,6). Gesù abolisce, con il suo, ogni altro sacrificio; il sacrificio di Dio all’uomo prende il posto dei tanti sacrifici dell’uomo a Dio.
Gettò a terra il denaro, il dio denaro, l’idolo mammona, vessillo innalzato sopra ogni cosa, installato nel tempio come un re sul trono, l’eterno vitello d’oro è sparso a terra, smascherata la sua illusione.
E ai venditori di colombe disse: non fate della casa del Padre, una casa di mercato. Dio è diventato oggetto di compravendita. I furbi lo usano per guadagnarci, i devoti per guadagnarselo. Dare e avere, vendere e comprare sono modi che offendono l’amore. L’amore non si compra, non si mendica, non si impone, non si finge.
Non adoperare con Dio la legge scadente del baratto dove tu dai qualcosa a Dio perché lui dia qualcosa a te. Come quando pensiamo che andando in chiesa, compiuto un rito, accesa una candela, detta quella preghiera, fatta quell’offerta, abbiamo assolto il nostro dovere, abbiamo dato e possiamo attenderci qualche favore in cambio.
Così siamo solo dei cambiamonete, e Gesù ci rovescia il tavolo. Se crediamo di coinvolgere Dio in un gioco mercantile, dobbiamo cambiare mentalità: Dio non si compra ed è di tutti. Non si compra neanche a prezzo della moneta più pura. Dio è amore, chi lo vuole pagare va contro la sua stessa natura e lo tratta da prostituta. «Quando i profeti parlavano di prostituzione nel tempio, intendevano questo culto, tanto pio quanto offensivo di Dio» (S. Fausti): io ti do preghiere e offerte, tu mi dai lunga vita, fortuna e salute.
Casa del Padre, sua tenda non è solo l’edificio del tempio: non fate mercato della religione e della fede, ma non fate mercato dell’uomo, della vita, dei poveri, di madre terra. Ogni corpo d’uomo e di donna è divino tempio: fragile, bellissimo e infinito. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita. Perché con un bacio Dio le ha trasmesso il suo respiro eterno.

nel video a seguire il commento al vangelo di p. Maggi:

il commento al vangelo della domenica

 

QUESTI È IL FIGLIO MIO, L’AMATO

commento al vangelo della seconda domenica  di quaresima (25 febbraio 2018) di p. A. Maggi:

Mc 9,2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Nel vangelo della domenica scorsa, la prima domenica di Quaresima, la liturgia ci presentava l’inizio del vangelo di Marco con l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto e scriveva Marco che Gesù rimase nel deserto quaranta giorni tentato dal satana. L’evangelista non intende presentare un episodio della vita di Gesù, ma riassume e anticipa tutta l’esistenza di Gesù. Il numero quaranta indica una generazione, quindi per tutta la vita Gesù è stato tentato dal satana. Ma chi è il satana? Si scoprirà andando avanti nel vangelo. Il satana in questo vangelo non è un agente esterno, spirituale, nemico di Dio, nemico dell’uomo, ma è il tentatore che fa parte proprio della cerchia dei discepoli di Gesù. Infatti quando si arriva il capitolo ottavo Gesù, quando per la prima volta questi discepoli, che non hanno capito chi stanno seguendo, loro sono sicuri di seguire il messia trionfatore, il figlio di Davide, quello che con la forza andrà a conquistare il potere e inaugurare il regno di Israele. Non sanno che invece Gesù non è il figlio di Davide, ma è il figlio di Dio, colui che con amore va a inaugurare il regno di Dio, cioè l’amore universale per tutti i popoli, e questo purtroppo porterà l’opposizione, la persecuzione da parte delle massime istituzioni religiose che lo ammazzeranno. Quindi Gesù per la prima volta annuncia che sarà ammazzato. Ebbene Simon Pietro afferra Gesù, lo sgrida, esattamente come si usava con i demoni, rimproverandolo di questo perché il messia non può morire. Simone vuole che Gesù conquisti il potere. Ebbene in questo episodio drammatico Gesù si rivolge al discepolo dicendogli “Vattene satana, torna a metterti dietro di me”. Ecco chi è il satana: colui che si oppone al disegno d’amore di Dio sull’umanità. Ebbene l’episodio di questa seconda domenica di Quaresima è l’episodio della trasfigurazione ed è in stretta relazione con quanto abbiamo visto. Vediamo cosa ci scrive l’evangelista che Sei giorni dopo, la data è importante, il sesto giorno è il giorno della creazione dell’uomo, è il giorno in cui Dio sul Sinai manifesta la sua gloria. In Gesù si manifesta la piena realizzazione del disegno di Dio sull’umanità. Gesù prese con sé, e prende i tre discepoli ai quali ha messo un soprannome negativo. Simone, al quale ha messo il nome di Pietro, Pietro significa il testardo, il cocciuto, colui che sarà sempre all’opposizione. E poi i due discepoli Giacomo e Giovanni fanatici, esaltati, arroganti, ambiziosi, ai quali me tra il nome “figli del tuono”, in aramaico Boanerges, dà l’idea proprio del tuono, del fulmine, e autoritari. Saranno quelli che, per la loro ambizione di avere i primi posti nel regno di Gesù, rischieranno di frantumare la comunità. Li condusse su un alto monte, il monte indica la condizione divina, e lì si trasfigura davanti a loro. Gesù mostra che il passaggio attraverso la morte non è la distruzione, come le loro pensavano e si opponevano alla morte di Gesù, ma la piena realizzazione della persona. Scrive l’evangelista, può sembrare un’ingenuità, nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche, cosa vuol dire? Che questa condizione non è frutto dello sforzo umano, ma effetto dell’azione divina. Quindi la morte non è una distruzione, ma un potenziamento della persona. Ebbene in questo momento apparve, scrive l’evangelista, Elia con Mosè, cosa sono Elia e Mosè? Mosè lo sappiamo è il grande legislatore, quello dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, ed Elia è il profeta che con la violenza impose l’obbedienza a questa alleanza. Questi non hanno nulla a che dire ai discepoli di Gesù. Infatti conversano con Gesù. Ed ecco che di nuovo Simone, che ha il soprannome di Pietro, cioè il testardo, l’oppositore, continua nella sua azione di satana tentatore. Che cosa succede? Prendendo la parola letteralmente reagì Pietro e disse Gesù Rabbì. È strano che si rivolge a Gesù chiamandolo rabbì. In questo vangelo chiamano Gesù rabbì i due traditori, Giuda e Pietro. Rabbì significa colui che insegna secondo la tradizione, colui che insegna a osservare la legge, dice Rabbì è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, perché tre capanne? Qual è la tentazione? C’era una festa nel mondo ebraico e c’è tuttora, la festa delle capanne, che ricordava l’antica liberazione dalla schiavitù egiziana e per una settimana si viveva sotto le capanne. Ebbene si credeva che il messia, il nuovo liberatore si sarebbe manifestato nel giorno in cui si commemorava l’antica liberazione. Allora il ruolo di Pietro come satana tentatore e dice a Gesù: questo è il messia che io voglio, che si deve manifestare. E dice facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia. Al posto centrale non c’è Gesù ma c’è Mosè. Quando ci sono tre personaggi il più importante viene sempre collocato al centro. Ebbene per Pietro al centro non c’è Gesù. La tentazione che sta facendo Pietro a Gesù questo è il messia che io voglio, il messia secondo la legge di Mosè imposta con la violenza come ha fatto il profeta Elia. Ebbene nel momento che il diavolo tentatore, il Pietro, il satana continua a tentare Gesù ecco che venne una nube, è la presenza di Dio, e una voce, la voce di Dio, questi è il figlio mio l’amato colui che mi assomiglia ed è l’imperativo lui ascoltate. Non ascoltate né la legge, Mosè, né Elia, né i profeti, ma soltanto il figlio. Cosa significa? Tutto quello che è scritto nella legge e nei profeti che coincide con l’insegnamento e la vita di Gesù naturalmente va accolto, ma tutto quello che si discosta, tutto questo va tralasciato. Ebbene la reazione di questi tre discepoli qual è? È di sgomento. Guardandosi attorno non videro più nessuno se non Gesù solo con loro. Cercano ancora i loro punti di riferimento, cercano ancora la tradizione, cercano ancora Mosè e cercano ancora Elia e in realtà c’è Gesù solo. E questa delusione di Gesù che si distanzia dalla legge, si distanzia dalla violenza, sarà quella che poi porterà Pietro purtroppo a rinnegare completamente il suo maestro.

 

 

 

 

il commento al vangelo della domenica

 GESÙ, TENTATO DA SATANA, È SERVITO DAGLI ANGELI

commento al vangelo della prima domenica di quaresima (18 febbraio 2018) di p. Maggi:

Mc 1, 12-15

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Il vangelo di Marco nel primo capitolo dal versetto 14 presenta l’inizio dell’attività di Gesù. Vediamo, sono due versetti, ma molto ricchi ed efficaci. Scrive l’evangelista Dopo che Giovanni, è Giovanni Battista, fu arrestato, perché fu arrestato Giovanni Battista? Nel capitolo sesto poi Marco racconterà il perché Giovanni il Battista che denunciava il re che s’era preso per moglie la sposa legittima di suo fratello, ma c’è un’altra versione che non contrasta, ma anzi la completa, e la troviamo nelle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio ed è molto molto interessante, ci fa comprendere il motivo, il perché dell’uccisione di Giovanni Battista. Scrive Giuseppe Flavio che “Quando altri si affollavano attorno a lui perché con i suoi sermoni erano giunti al più alto grado”, quindi l’annuncio di Giovanni Battista ha raggiunto tutti i gradi della società, “Erode si allarmò”. Giovanni ha annunciato un messaggio di cambiamento, e chi detiene il potere non desidera cambiare, è la gente che vuole cambiare, ma i potenti no, perché? “Un’eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi poteva portare a qualche forma di sedizione perché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero”. Ed ecco il motivo che ci dice Giuseppe Flavio “Erode perciò decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene”. Quindi secondo Giuseppe Flavio Giovanni Battista è stato assassinato da Erode, il che non esclude anche la motivazione di Marco, perché la sua popolarità portava a un cambiamento nella società, e quindi Erode questo qui non lo voleva. Ma l’evangelista ci denuncia la stupidità del potere: ogni qual volta nella storia i potenti soffocano o eliminano una voce di denuncia, ebbene Dio ne suscita una ancora più grande. E quindi messa a tacere la voce di Giovanni Battista ecco che inizia la voce di Gesù molto, molto più potente. Allora Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea. Gesù si trovava in Giudea per il battesimo, ma questa regione tanto santa dove c’era Gerusalemme, la capitale con la casa di Dio nel tempio, tanto santa quanto pericolosa e assassina, è un luogo a rischio per Gesù, per cui Gesù va al nord in questa regione di cafoni, di bifolchi, la Galilea, e lì inizia la sua attività. Si recherà poi in Giudea soltanto alla fine per scontrarsi con l’istituzione sacerdotale e religiosa a Gerusalemme e lì essere ammazzato. Quindi Gesù andò nella Galilea proclamando il vangelo di Dio. Il termine vangelo, un termine greco che significa la buona notizia, sembra essere stato coniato in questo caso dall’evangelista per indicare il messaggio di Gesù. L’evangelista ha iniziato il suo libro, il suo racconto scrivendo “Inizio del vangelo”, cioè inizio della buona notizia, “di Gesù Cristo, figlio di Dio”. Qui l’evangelista scrive proclamando il vangelo di Dio. Prima ha detto il vangelo di Gesù Cristo, ora il vangelo di Dio, con questa maniera l’evangelista vuole identificare Gesù e Dio. Non si possono separare l’uno dall’altro: Dio si esprime, si manifesta nel suo figlio, in Gesù, e qual è questa buona notizia? La scopriremo lungo tutto il vangelo. È un Dio che non è buono, è esclusivamente buono e soprattutto, e questo sarà il motivo di contrasto con i discepoli, con la famiglia e con la popolazione, con l’autorità un amore universale, un amore che non si limita a un popolo prediletto, privilegiato, ma un amore che non riconosce quei confini che le nazioni, le religioni, le morali mettono. Quindi Gesù inizia proclamando questa buona notizia e diceva: “il tempo è compiuto”, il tempo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo che non aveva dato purtroppo frutti perché Israele era diventata una nazione come tutte le altre, come le nazioni pagane con l’aggravante che l’ingiustizia si perpetrava in nome di Dio. Allora Gesù dice il tempo è caduto cioè è compiuto, è scaduto, e il regno di Dio è vicino, che cos’è questo “il regno di Dio”? Dio non voleva la monarchia per il suo popolo e dopo l’esperienza drammatica della monarchia con un re peggio degli altri e la monarchia si era praticamente dissolta nel popolo era arrivata l’attesa di un regno dove fosse Dio colui che governava. Ebbene questo è l’annuncio di Gesù: il regno di Dio è vicino. Ma come governa Dio? Dio non governa emanando leggi che i suoi sudditi devono osservare, ma Dio governa comunicando il suo spirito, la sua stessa capacità d’amore, l’accoglienza di questo amore. Il regno di Dio nel vangelo è una società alternativa, dove anziché accumulare per sé si condivide per gli altri, dove anziché comandare ci si mette al servizio. È vicino, perché non è arrivato? Perché per arrivare non scende dall’alto, c’è bisogno di un cambiamento, di una collaborazione da parte degli uomini. Ecco perché dice convertitevi e l’evangelista usa il verbo che non indica una conversione religiosa o ritorno a Dio. Con Gesù non c’è da ritornare a Dio, perché Dio è qui, ma c’è da accoglierlo e con lui e come lui andare verso gli altri. Allora adopera il verbo che indica un cambiamento di mentalità che incide profondamente nel comportamento, quindi cambiate vita, cambiate vita, convertitevi e credete nella buona notizia. Ecco questa è l’immagine di speranza, è l’immagine di certezza, credete che si può realizzare una società alternativa, credetelo fino in fondo perché questa è la buona notizia e la buona notizia è la risposta di Dio al desiderio di pienezza di vita che ogni persona si porta dentro.

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