i giovani e il confine invisibile della violenza
di Elisa Giordano
in “La Stampa” del 21 gennaio 2026
Quando l’orizzonte del successo appare chiuso, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione diventa un’opzione plausibile, spesso aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle relazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e la funzione culturale del limite. Occorre interrogarsi sulle forme simboliche con cui si racconta il successo, il fallimento e il potere.
Non c’è un momento preciso in cui la violenza entra in scena. È già presente, prima ancora che ce
ne accorgiamo: in una canzone che accompagna distrattamente una giornata qualunque, in una serie
televisiva consumata senza particolare attenzione, in parole pronunciate con leggerezza e subito
dimenticate. Nulla di clamoroso, nulla di apertamente trasgressivo. Eppure, nella somma di questi
dettagli minimi, prende forma un paesaggio culturale in cui il limite si dissolve lentamente. È in
questo spazio che la violenza esercita oggi il suo fascino più persistente, come linguaggio
semplificato capace di ridurre la complessità del reale a rapporti di forza immediati. In un mondo
competitivo, promette chiarezza, identità, rapidità, riconoscimento. Offre risposte veloci là dove il
percorso appare lungo, incerto, frustrante o precluso. Appare come una scorciatoia simbolica e non
come un’anomalia.
Gran parte dell’immaginario contemporaneo conferma questo richiamo. Già più di vent’anni fa il
rapper Frankie hi-nrg mc condensava il problema in una formula rimasta attuale: «Gli ultimi
saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili». Quando l’orizzonte del successo appare chiuso,
quando le distanze sembrano incolmabili, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione
perde il carattere di eccezione e diventa, per alcuni, un’opzione plausibile che non è
necessariamente violenta nei fatti, ma spesso è aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle
relazioni e nelle rappresentazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e della buona
educazione così come vera e propria funzione culturale del limite: quel confine interiore che
distingue tra ciò che può essere immaginato e ciò che può essere agito, tra rappresentazione e realtà,
tra desiderio e responsabilità. Una parte della produzione musicale e audiovisiva contemporanea
contribuisce a rendere questo confine meno riconoscibile, normalizzando estetiche dell’eccesso,
della sopraffazione e della volgarità. Questo non significa che possa produrre automaticamente
comportamenti conseguenti, ma potrebbe contribuire a costruire cornici di senso entro cui certe
possibilità diventano più familiari.
Salvatore Quasimodo scriveva in Uomo del mio tempo: «Sei ancora quello della pietra e della
fionda, uomo del mio tempo». Uomo capace di costruire e distruggere, chiamato a riconoscere il
male senza confonderlo con inevitabilità o normalità, natura umana che, nonostante millenni di
evoluzione sia in parte rimasta primitiva. Il richiamo della poesia è semplice e potente: riconoscere
la violenza significa comprenderla, delimitarla, non alimentarla e trasformare l’esperienza in
responsabilità consapevole. Riconoscere il limite e restituirgli centralità è la condizione per la vera
libertà. È ciò che impedisce al desiderio di trasformarsi in distruzione e alla forza di diventare
l’unico criterio di valore. Una società che fatica a rendere i suoi traguardi accessibili dovrebbe
interrogarsi sulle forme simboliche con cui racconta il successo, il fallimento e il potere.
La vera sfida del nostro tempo è imparare a riconoscere la violenza e a misurarne i confini e la
libertà autentica è la capacità di muoversi con consapevolezza dentro questi confini e di restare
umani quando tutto sembra invitare al contrario.

















