migranti trattati violenza – così il segretario dei vescovi

monsignor Galantino

il tema dell’immigrazione trattato con violenza

Il segretario della Cei al G7 dell’agricoltura punta l’indice contro un sistema che crea diseguaglianze

Monsignor Nunzio Galantino

monsignor Nunzio Galantino

Il segretario della Cei mette il dito nella vera piaga: un sistema che crea ineguaglianze, arricchisce pochi e fa vivere nella fame molti.
Perché nessuno accusa questo sistema e inveisce solo contro chi fugge dalla miseria?

Lui – e non poteva essere altrimenti – è sulla stessa linea di Papa Francesco: “Togliamoci dalla testa l’immagine macchiettistica di una Chiesa che dice venite tutti. Sta solo nella testa malata di qualche politico”. Lo ha detto al G7 Agricoltura a Bergamo il segretario generale della Cei, Nunzio Galantino.
Secondo Galantino, nella società contemporanea e nel dibattito politico il tema immigrazione è “affrontato con violenza”. Il segretario generale della Cei ha parlato della “devastane contraddizione” alla base dei trattati internazionali che regolano gli scambi commerciali. “Da un lato ci si impegna a raggiungere obiettivi importanti, come quello della sostenibilità nella produzione – ha detto -, ma in ossequio al libero commercio si fanno accordi che provocano guerre commerciali, dove solo il prezzo detta legge”.
Secondo monsignor Galantino questa “è una logica perversa che può essere invertita solo con accordi non di piccolo cabotaggio, ma con regole alte. Serve un nuovo modello di sostenibilità ambientale e sociale, di prossimità che parte dalla famiglia e mette al centro il ruolo del contadino agricoltore”. Un modello “non utopico – ha concluso – in cui il cibo rimanga tale e non sia commodity che crea scarto e diseguaglianze inaccettabili”.

il quotidiano Libero merita una risposta ferma e forte da parte in particolare delle donne

Grasso chiede scusa per gli stupri e Libero (quello della doppia penetrazione) si inalbera

il presidente del Senato parla delle responsabilità maschili e il quotidiano di Feltri considera le sue parole brutali generalizzazioni

Violenza su una donna

violenza su una donna

Ieri il Presidente del Senato ha detto che la violenza sulle donne: “È un problema che parte da noi uomini e solo noi uomini possiamo porvi rimedio. Scusateci tutti”. Ma secondo questa parte della società che sui social sfoga la propria rabbia contro i violentatori a corrente alternata si tratta di: una generalizzazione brutale, “alla Boldrini”.

Sì, nel titolo del quotidiano appare il nome della Presidente della Camera come fosse un aggettivo negativo. La stessa donna vittima di commenti sessisti e minacce di stupro appare con un’accezione negativa. Un’altra vittima che diventa responsabile.

Il presidente Pietro Grasso nel suo discorso si riferiva all’ultima assurda morte, quella di Nicolina, la 15enne uccisa in provincia di Foggia. “A 15 anni si ha diritto di andare a scuola con la testa piena di sogni. Avevi tutta una vita davanti ma un uomo ha scelto di spezzarla con una violenza inaudita. Un enorme dolore per la tua famiglia, per i tuoi amici, per tutti noi. Purtroppo non sei la sola ad aver avuto questo terribile destino. Tante, troppo donne sono morte o sono rimaste profondamente segnate da violenze, discriminazioni, molestie, stupri”. “Tutto ciò  limita una donna nella sua identità e libertà. È una violenza di genere alla quale non esistono attenuanti, giustificazioni e soprattutto non esistono eccezioni. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne, non c’è speranza. Non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare queste tragedie. A dover sradicare quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vi vestite o a non poter tornare a casa da sole di sera”.

Chi trova assurdo il pensiero di Grasso crede dunque che le violenze si dividano in due categorie: quelle brutali, da doppie penetrazioni compiuti dagli immigrati (sporchi neri che andrebbero castrati chimicamente come chiedono Salvini e Meloni) e quelli dove le responsabili sono le vittime “che se la sono cercata”, perché  magari a violentarle sono stati italiani, magari benestanti, acculturati oppure militari, perché la ragazza magari indossava la minigonna e non si faceva accompagnare ma camminava sola per strada dopo il tramonto.

Caro Libero, mi rivolgo a te per rivolgermi a tutti coloro che la pensano come te: il problema di tutte le violenze non è un problema di noi donne. E’ un problema degli uomini. E’ un problema delle madri e dei padri che hanno figli maschi. E’ un problema degli insegnanti che devono educare i loro ragazzi al rispetto delle donne. Grasso non ha detto nulla di sbagliato. Se continuate a fare distinguo continueranno le violenze, perché ci sarà una parte della società maschile che a seconda della vittima si sentirà autorizzato ad abusare di una donna.

Mi rivolgo alle colleghe del quotidiano, combattiamo insieme questa battaglia, smettiamola di giudicare gli stupri o le botte o i femminicidi a seconda di chi sia la vittima o l’aggressore. Non esistono attenuanti e distinzioni quando compi un gesto così atroce. Non esistono traumi meno dolorosi a seconda della storia, il lavoro, la provenienza, la religione del carnefice. Forse prima di scrivere per esempio di violenze sessuali i giornalsiti dovrebbero incontrare delle vittime, parlare con loro e vedere come la loro vita è cambiata dopo quel crimine. Capirebbero che lo stupro è l’unico crimine che non può essere contestualizzato, giustificato, compreso, è il male assoluto chiunque lo compia su qualunque corpo.

Non esistono se o ma, ci sono omicidi che puoi spiegarti con la legittima difesa, ma violentare una persona no. Nulla può giustificare un gesto simile, non violenti per difenderti, violenti per umiliare e sottomettere e macchiare per tutta la vita una persona. Se non capiamo tutti e tutte questo, passeranno ancora decenni e noi donne continueremo ad avere paura e vergogna e sensi di colpa anche solo se qualcuno ci palpeggia.

Non c’è prigione peggiore del proprio corpo e pensieri dominanti come questo che differenzia le violenze possono trasformarsi in una gabbia infernale per metà della popolazione.

Boff e la ‘cultura della pace’

alla cultura della violenza opponiamo la cultura della pace

Leonardo Boff

 


LEONARDO-BOFFIl mio sentimento del mondo mi dice che viviamo all’interno di una violenza mondiale sistemica. Troppo lungo enumerare tutti i tipi di violenza, che però è così globalizzata, che il vescovo di Roma, il papa Francesco ha affermato per tre volte, che siamo dentro a una terza guerra mondiale. Non è impossibile che una nuova guerra fredda tra USA, Russia e Cina finisca per scatenare un conflitto nucleare.

Se si verifica questa tragica eventualità, sarà la fine del sistema vita e della specie umana. Questo stato di permanente belligeranza deriva dalla logica del paradigma civilizzatore affermatosi lentamente per secoli fino, ad arrivare alla forma parossistica dei nostri giorni: l’illusione che l’essere umano sia un “piccolo dio” che si colloca al di sopra delle cose per dominarle e accumulare benefici a costo di danneggiare la natura e intere popolazioni. Abbiamo perso la nozione di appartenenza alla terra e che siamo parte della natura. Tale coscienza ci porterebbe a una confraternizzazione con tutti gli esseri di questo magnifico pianeta.

Urge un nuovo rapporto con la natura e con la Terra, rapporto fatto di sinergia, rispetto, convivenza, attenzioni e senso di responsabilità collettiva.

Questa relazione conviviale è sempre stata viva in tutte le culture dell’Occidente e dell’Oriente, specialmente tra i nostri popoli nativi, che nutrono un profondo rispetto verso la Terra.

Nella nostra cultura abbiamo la figura emblematica di San Francesco di Assisi aggiornata dal vescovo di Roma Francesco, nella sua enciclica Laudato si: cura della Casa Comune. Proclama il poverello di Assisi “Santo Patrono di tutti coloro che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia…Per Francesco, qualsiasi creatura era sorella unita a lui con vincoli di amore. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto quello che esiste”(n.10 e 11). Con un certo humor ricorda che “Francesco chiedeva che in convento si lasciasse sempre una parte dell’orto dedicata alle piante selvatiche (n.12), perché anch’esse, a modo loro, lodano Dio.

Questo atteggiamento di tenerezza lo conduceva a spostare, durante le passeggiate, eventuali lombrichi che rischiavano di essere schiacciati lungo il sentiero.

Per San Francesco tutti gli esseri sono animati e personalizzati. Per intuizione spirituale scoperse quello che noi sappiamo oggi per via scientifica (Crick e Dowson, quelli che hanno decifrato il DNA) che tutti noi viventi siamo parenti, cugini, fratelli e sorelle: il sole, la luna, il, lupo di Gubbio perfino la morte. Questa visione supera la cultura della violenza e inaugura la cultura dell’amore e della pace.

San Francesco realizzò pienamente la splendida definizione che la Carta della Terra ha trovato per la pace: “E’ quella pienezza creata da relazioni corrette con se stessi, con le altre persone, altre culture, altre vite, con la Terra, con il Tutto più grande di cui siamo parte”(n.16).

Il papa Francesco pare aver realizzato le condizioni per la pace come predica dappertutto e personalmente dimostra. Ha espresso emotivamente un pensiero che sempre ritorna nell’enciclica: “Tutto sta in relazione, e tutti noi esseri umani camminiamo uniti, fratelli e sorelle in un meraviglioso cammino, abbracciati nell’amore che Dio ha per le sue creature e che ci unisce pure con sentimenti di tenero affetto al fratello Sole, alla sorella Luna, al fratello fiume, e alla Madre Terra” (n.92).

Altrove ha trovato la seguente formulazione, ora critica: “E’ necessario risvegliare la coscienza che siamo un’unica famiglia umana. Non ci sono frontiere né barriere politiche o sociali che permettano di isolarsi e perciò stesso, è proprio per questo non c’è spazio per globalizzare l’indifferenza (n.52).

Da questo atteggiamento di totale apertura, che tutti abbraccia e nessuno viene escluso è nata una pace imperturbabile, senza paura né minacce, pace di coloro che si sentono sempre in casa con genitori, fratelli, sorelle con tutte le creature.

Invece di violenza, pone i fondamenti della cultura della pace: amore, capacità di sopportare le contraddizioni, perdono, misericordia e riconciliazione al di là di ogni presupposto e esigenza previa.

Quando l’enciclica abborda il problema della pace, il vescovo di Roma, Francesco, ripete quello che Gandhi e altri avevano già detto: “La pace non è assenza di guerra. La pace interiore delle persone ha molto a che vedere con la cura, con l’ecologia e il bene comune, perché quando è vissuta autenticamente riflette un equilibrato stile di vita, alleato alla capacità di ammirazione che porta alla profondità della vita, la natura è piena di parole e di amore (n.225). In un altro passo afferma: “La gratuità ci conduce ad amare e accettare il vento, il sole, le nuvole, anche se non stanno sotto il nostro controllo. Così possiamo parlare di fratellanza universale” (n.228).

Con questa sua visione della pace e della gratuità, egli rappresenta un altro modo di-essere- e-di-stare-nel-mondo-con gli altri, una alternativa al modo di essere della modernità che sta fuori e sopra gli altri non insieme con gli altri convivendo nella stessa Casa Comune.

La scoperta e l’esperienza vissuta di questa fratellanza cosmica ci aiuterà a uscire dalla crisi attuale, ci renderà l’innocenza perduta e ci farà venire la nostalgia del paradiso terrestre, i cui segni possiamo anticipare.


*Leonardo Boff è columnist del JB on line e ha scritto Francesco d’Assisi, Francesco di Roma. Una nuova primavera per la Chiesa, EMI 2014.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

originale in: https://leonardoboff.wordpress.com/2017/03/21/alla-cultura-della-violenza-opponiamo-la-cultura-della-pace/

perché alla fin fine gli uomini uccidono le donne

essenzialmente corpi

di Lea Melandri
Lea Melandriin “il manifesto” del 2 luglio 2016

non dovremmo meravigliarci se gli uomini uccidono le donne. Finché sono identificate (e nell’immaginario dominante lo sono tuttora) con la sessualità e la maternità, considerate dall’uomo doti femminili «al suo servizio», o a lui finalizzate, è scontato che esploda la possessività nel momento in cui le donne decidono (separandosi) di non essere più quel corpo a disposizione. È questa idea della donna, posta a fondamento della nostra, così come di tutte le civiltà finora conosciute, che va scalzata in modo radicale, dalla cultura alta, come dal senso comune, e da quella rappresentazione di sé e del mondo forzatamente fatta propria anche dal sesso femminile. È sulla «normalità», dentro cui la violenza è meno visibile, ma per questo più insidiosa, che va portata l’attenzionelibro

Di che altro parlano i pensatori che ancora fanno testo nelle nostre scuole? L’educazione delle donne, dice Rousseau nell’Emilio, deve essere in funzione degli uomini: «La prima educazione degli uomini dipende dalle cure che le donne prodigano loro; dalle donne infine dipendono i loro costumi, le loro passioni, i loro gusti, i loro piaceri, la loro stessa felicità. Così tutta l’educazione delle donne deve essere in funzione degli uomini. Piacere e rendersi utili a loro, farsi amare e onorare, allevarli da piccoli, averne cura da grandi, consigliarli, consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce (…) L’uomo deve essere attivo e forte, l’altra passiva e debole. È necessario che l’uno voglia e possa, è sufficiente che l’altra opponga poca resistenza. Il più forte è apparentemente il padrone ma di fatto dipende dal più debole». Tanto meno le donne possono sentirsi parte della vita sociale, da cui sono state escluse per secoli, essendo stata fin dall’inizio appannaggio esclusivo di una comunità di uomini. Oggi si parla molto di «educazione di genere», ma si potrebbe dire che la scuola lo ha sempre fatto, con la differenza che lo statuto di «genere», appartenenza a un gruppo pensato come un tutto coeso – è stato a lungo applicato, anche nelle più qualificate dottrine pedagogiche, soltanto al sesso femminile.

Ne è un esempio l’analisi di Erik H. Erikson, autore di un testo, Infanzia e società (Armando Editore, Roma, 1966), rimasto a lungo riferimento importante per chi insegnava. Nonostante gli vada riconosciuto il merito di aver sostenuto la necessità di un’analisi che non separasse dati biologici, storia sociale e sviluppo dell’individuo, quando si tratta di definire ruoli e «competenze» di «genere», sono di nuovo le diversità anatomiche e fisiologiche ad avere il sopravvento. Gli attributi della «mobilità» e della «staticità», che differenzierebbero il comportamento maschile da quello femminile, sono presentati come «reminiscenze», «modi strettamente paralleli alla morfologia degli organi sessuali». Se il «fare sociale», che è dell’uomo, comporta «l’attacco, il piacere della competizione, l’esigenza della riuscita, la gioia della conquista», quello della donna appare legato unicamente alla seduzione, al «desiderio di essere bella e di piacere», ma soprattutto alla «capacità di assecondare il ruolo procreativo del maschio», capacità che fa della donna una «compagna comprensiva e una madre sicura di sé». Rendersi indispensabili, «far trovare buona la vita all’altro» è stato a lungo il modo alienante con cui le donne hanno cercato di riempire il vuoto apertosi all’origine nell’amore di sé. Nell’illusione di «foggiare se stesse» hanno impegnato tutte le loro energie nello sforzo di aiutare l’altro a divenire se stesso. La dedica che Andrè Gorz scrive nel libro dedicato alla moglie, Lettera a D. Storia di un amore, dice: «A te, Kay che, dandomi te, mi hai dato Io».

libro1

Per capire quanto sia profonda la convinzione che il dovere della donna sia di rendere buona la vita all’uomo, basta leggere i giudizi che due uomini illustri, Benedetto Croce ed Emilio Cecchi, danno di Sibilla Aleramo. «Non faccio il moralista a buon mercato; e intendo e scuso perfino – dice Croce – il fallo commesso nell’impeto della giovinezza sensuale e fantastica, quando avete abbandonato vostro marito e vostro figlio (…) Comunque il fatto era fatto; e voi avevate avuto un’ottima occasione per formarvi una nuova vita; quando stavate col Cena. Ma voi volevate amare il Cena, quando il vostro dovere era invece di aiutarlo e sacrificarvi a lui». E Cecchi: «Nessuna servitù materna, o dono incondizionato, che la faccia rivivere nell’altro, negandola. Non ha bisogno che di sé». Ma quanto è estesa la maternità delle donne se, oltre a bambini, malati, anziani sono chiamate a curare, sostenere psicologicamente e moralmente uomini in perfetta salute? Come si può pensare che questo corpo femminile presente nella vita dell’uomo dalla nascita alla tomba, passando per la la scuola, l’assistenza nelle malattie, cioè attraverso i bisogni primari dell’umano, non alimenti, più o meno consapevolmente pulsioni di fuga, aggressività, fantasie omicide, in chi ne teme la stretta quanto l’abbandono?

un mondo pacifico si può costruire

Sharing society

 

antidoto alla violenza

la sharing economy deve poter diventare sharing society

l’economia della condivisione deve inverarsi in una società della condivisione

di Nunzio Galantino
in “Il Sole 24 Ore” del 18 giugno 2016

guardare negli occhi il nemico, toccarlo, parlarci è audacia, provarci è rottura di uno schema che porta insospettabili risultatiGalantino

Violenza provocata, violenza subìta. Violenza che ti sorprende mentre sei in casa o che provoca distruzione mentre si sta cercando faticosamente di guadagnare per sé e per gli altri il diritto di vivere la propria condizione. Ma… siamo inesorabilmente condannati alla contrapposizione violenta? Nei giorni passati mi è parso che la risposta fosse purtroppo già scritta e avesse il colore del sangue sparso nelle diverse parti del mondo. Eppure sono possibili risposte diverse, perché vi sono storie diverse. Ugualmente vere. Faticosamente, ma positivamente vere.

Ne scrivo perché le ho incontrate in questi giorni. «Ci avete già rubato la terra e ora mi vuoi rubare anche la forchetta?!». È iniziato così il rapporto tra Kamelia, giovane palestinese, e Elad, giovane israeliano, incontratisi per la prima volta a Rondine, Cittadella della Pace nei pressi di Arezzo. Lei era scesa un’ora prima alla stazione di Arezzo dove lui, arrivato il giorno prima, l’aspettava per accoglierla e accompagnarla appunto a Rondine. Senza ancora stringergli la mano – all’età di 24 anni avrebbe toccato per la prima volta un israeliano senza divisa militare – lei era salita sull’auto da lui guidata per una decina di chilometri. Compiva così il primo atto di fiducia, conseguente a quella scelta di entrare a far parte del percorso di formazione di due anni che, a Rondine, porta al rovesciamento dell’inimicizia in amicizia. Un incontro che subito graffia: guardare negli occhi il nemico, toccarlo, parlarci è audacia. Provarci è rottura di uno schema che porta insospettabili risultati. Sono risultati che qui, a Rondine, crescono sotto gli occhi stupiti degli stessi protagonisti. «Quando ti vidi per la prima volta non ti detti la mano, quando ci salutammo per l’ultima ho scelto di abbracciarti», dice Elmira, ex studentessa azerbajana, a Sevak, ex studente armeno. E, avendo parlato fino a un attimo prima del sangue che ancora si versa in Nagorno Karabakh, aggiunge con un bagliore stupito: «Come è stato possibile tutto questo?». Raccolgo con attenzione questi frammenti di dialogo, che aprono squarci nella riflessione, possibilità fino a ieri insperate e che, quindi, danno ali all’impegno e leniscono un po’ la sofferenza per le vittime di questi giorni e per quelle senza numero di cristiani ancora perseguitati. Se fossero due o quattro i giovani che attestano la disponibilità di Kamelia ed Elad, di Elmira e Sevak, si potrebbe pensare a un caso; invece, incontrando in tre giorni di Festival Internazionale (Youtopic fest) i 30 studenti presenti nello Studentato internazionale e alcune decine dei 170 ex studenti ritornati dai 25 Paesi del mondo, susseguitisi qui per 18 anni, sorge il dubbio contrario. Si giunge, infatti, a pensare che in questa realtà toscana avvenga davvero qualcosa al fondo dell’umano, che possa interessare non solo i protagonisti di tragici conflitti internazionali, ma anche noi, protagonisti spesso distratti e annoiati, spaesati e impauriti, delle nostre società europee. Le politiche che in esse si fanno facendo rischiano sempre più di farci soffocare pigramente nel mediocre paesaggio delle piccole domande, dove il banale finisce per essere il piccolo mascherato da grande. L’unico modo per sfuggire a questo pericolo consiste nel vigilare perché la banalità non prenda il sopravvento sull’autenticità e sul vero e perché la cultura avvelenata del nemico non l’abbia vinta. È incontrovertibile, del resto, che i sentimenti di inimicizia crescono e dilagano in alcuni luoghi del pianeta, attraversando il corpo sociale dell’intera famiglia umana, suscitati e attizzati da potenti trasformazioni. A loro volta, diffidenza e paura generano regressioni difensive che, strutturandosi anche in processi economici e proposte politiche, rallentano il progresso morale e civile, rievocando pericolosi fantasmi. Tra questi, uno appunto è sempre pronto a materializzarsi: il nemico. Il nemico trova sempre categorie umane da vestire con i suoi panni e genera una irresistibile e mostruosa forza attrattiva. La fabbrica del nemico è sempre produttiva: la cronaca, anche quella della settimana che si chiude, stenta perfino a darne conto. Perché… che si può scrivere di nuovo davanti alla follia omicida che spazza via la vita di 49 persone? Da Orlando a Parigi – ripiombata nell’incubo del terrorismo con l’assassinio di due pubblici ufficiali – a Londra, dove è stata barbaramente uccisa una giovane deputata laburista da uno squilibrato pro-Brexit; sul fronte siriano e iracheno, poi,  l’orrore sembra costretto ad arretrare, ma per esplodere in un Occidente ritenuto il principale nemico da abbattere. Sono situazioni che non possono essere affrontate semplicemente con parole di circostanza; portano, piuttosto, a chiedersi cosa stia succedendo nel nostro mondo. Compreso in quello che vorremmo fosse soltanto un mondo sportivo: non basta certo la vittoria della nostra Nazionale sul Belgio, nel quadro degli Europei in Francia, a farci dimenticare le vergognose violenze di questi giorni tra diverse tifoserie, anche qui all’insegna della logica del nemico, quasi che il calcio funzionasse semplicemente da detonatore, valvola di sfogo di disagi sociali, economici, culturali. A Rondine si insegna e si pratica l’opposto; ci si allena a vedere gli altri con uno sguardo nuovo, a creare linguaggi che possano rappresentare un ponte, contribuendo all’accoglienza e all’abbattimento di muri, ostacoli, sospetti e diffidenze. È partendo da esperienze come questa che si mette in piedi un sistema di smontaggio del nemico, di dissoluzione di questa categoria, svelando concretamente come esso sia frutto di una relazione malata, mentre proprio la cura della relazione – di ogni relazione – sia ciò che permette di giungere a guarigione. A Rondine la speranza ha il volto dei 27 studenti – splendidi ragazzi che mi hanno davvero commosso – che hanno concluso l’innovativo progetto di Quarto anno liceale d’eccellenza, provenienti da altrettante scuole e città di tutte le regioni italiane: sono testimoni su scala italiana della possibilità di educare a essere contemporaneamente unici e uniti, differenti e coesi, superando tutti i precursori del “nemico”: pregiudizio, isolamento, sfiducia, perdita di senso. Abbiamo bisogno di riscoprire la forza di una inedita reciprocità tra nemici, una Gegenseitigkeit, come dicono i tedeschi, che letteralmente descrive come due persone acquisiscono ciascuna qualcosa dell’altro, nell’incontro. Proprio attorno alla dinamica dell’incontro – come continua a ricordarci papa Francesco – occorre puntare incessantemente l’attenzione, per riscoprirne il dinamismo spirituale, culturale e sociale, crescere nella verità della relazione, imparare a smantellare difese inutili e autodistruttive, generare saggezza. Ne va della stessa nostra possibilità di restare umani. Del resto, più volte su queste pagine autorevoli studiosi hanno usato la parola fiducia per denunciarne la mancanza e diagnosticare che taluni processi sociali ed economici non potranno mai essere o tornare positivi senza di essa. Anche laddove i numeri e la dimensione più materiale dell’umano formano le coordinate fondamentali, senza “prodotti” immateriali come la fiducia essi non possono di fatto accadere. Per usare un adagio ricordato da Lamberto Zannier, segretario generale Osce, anch’egli presente a Rondine, «si può portare il cammello alla fonte, ma se non vuol bere…». Così, comprendiamo sempre meglio che la sharing economy deve poter diventare sharing society; che l’economia della condivisione deve inverarsi in una società della condivisione, ma questo non avverrà spontaneamente. Dovremo educarci ed educare a tutto questo e dovremo farlo presto, prima che sia troppo tardi. Vi sembra troppo? Forse, ma in tempo di tempeste oceaniche ci deve pur essere qualcuno che si fa carico di indicare la rotta; qualcuno che si faccia testimonianza e provocazione per la politica, a ogni livello, come per quella cultura che crede di risolvere tutto affidandosi a criteri di efficienza e di snellimento burocratico o riducendo impropriamente la rappresentanza, per consegnare il governo a poche persone se non a una sola.

l’autore è Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana

la risposta alla grande violenza

l’ora della ragione e della mitezza

di Francesco Gesualdi
in “Avvenire” del 18 novembre 2015

Gesualdi

caro direttore,

dalla Francia arrivano dolore e terrore.

Umanissimo dolore e quel terrore che genera rabbia, facile a trasformarsi in odio e vendetta. Quando il sangue che scorre è il tuo, sangue dei tuoi figli e dei tuoi fratelli, vengono fuori gli istinti più atavici. Affiora la voglia di punire, di infliggere una sofferenza più grande di quella subita, per intimorire e indurre l’aggressore a non riprovarci mai più. Peccato che tutti si comportino nella stessa maniera, per cui persino gli insulti più lievi possono trasformarsi in faide e guerre fra famiglie e comunità, costellate di stupri, incendi, assassini. In una spirale senza fine. È la storia dell’umanità, che però non ha mai portato a niente di buono. E che ci insegna in tutti i modi che la violenza genera violenza, e che l’unico modo per uscirne è mettere da parte l’istinto di vendetta facendo trionfare la ragione.

Che significa abbandonare se stessi e ‘trasferirsi nell’altro’ per capire le sue ragioni. Solo presentandoci all’altro disarmati, non per imporre la nostra visione, ma per chiedergli che cosa ha contro di noi, potremo avviare quel dialogo che può mettere a tacere le armi e metterci in condizione di fare capire anche all’altro le nostre ragioni e da lì partire per trovare delle soluzioni comuni. In altre parole la pace si fa accettando che la ragione non sta solo da una parte e che anche noi possiamo aver commesso degli errori per i quali chiedere scusa. Gesù ha detto: «Chi di spada ferisce, di spada perisce» e anche in questa circostanza l’esercizio che dobbiamo fare è chiederci se per caso abbiamo procurato ferite che oggi si ritorcono contro di noi. Chi evita di pararsi dietro a un dito, sa che le vere cause del terrorismo islamico vanno ricercate in quella polveriera che viene chiamata Medio Oriente, ‘abitata’ da realtà religiose e linguistiche che hanno difficoltà a stare ancora insieme perché ciascuna con un senso di sé così intenso da rivendicare totale autonomia. Equilibri difficili, che gli occidentali a più riprese hanno contribuito a incrinare. Come se ne esce? Trovare la soluzione a un’esasperazione costruita lungo decenni di violenze a parti alterne, umiliazioni e scorrerie straniere, è tutt’altro che semplice. Ma l’importante è cominciare a mandare segnali di distensione, smettendo innanzi tutto di inviare bombardieri per assicurarsi un posto al sole, da un punto di vista militare, politico, economico. Sul piano militare, poi, c’è qualcosa che va fatto: tagliare i rifornimenti di armi a tutte le parti in causa, affinché la guerra non possa più continuare per mancanza di strumenti. E poi bisognerà accettare di parlare con tutti, per conoscere le rivendicazioni di ciascuno, il grado di consenso popolare, le vie di attuazione. Non possiamo dire ‘con loro non parliamo perché seminano morte’. In guerra tutti uccidono, e se parlare è l’unico modo per uscirne, bisogna farlo. Questa è l’ora della ragione e della mitezza. Non mi illudo che una simile strada possa portare a soluzioni immediate, ma può contribuire ad arrestare gli attacchi terroristici all’Europa. Se l’Europa dimostrasse di non perseguire progetti imperialistici, ma di lavorare disinteressatamente per aiutare i Paesi mediorientali e nordafricani a ritrovare i propri equilibri, forse sarebbe vista con occhi diversi. Se poi fosse abbastanza intelligente da lavorare sul piano interno per garantire agli immigrati di seconda e terza generazione una situazione di piena inclusione sociale, smetterebbe di allevarsi serpi in seno che magari non vedono l’ora di dare sfogo alla propria frustrazione arruolandosi nelle file dell’islamismo radicale. Ma che fare come cittadini per spingere in questa direzione? Un primo passo è informarci in maniera autonoma per sfuggire al «pensiero unico» imposto da politici e mass media. Pensare con la nostra testa, farci la nostra idea e saperla sostenere anche se controcorrente, è indispensabile per attivare quel senso del dubbio, senza il quale nessun cambiamento può prendere forma

la violenza delle parole

le parole sono pietre

di Michela MarzanoMarzano

 

in “la Repubblica” del 26 ottobre 2014

“Anche le parole possono uccidere”.

È forse provocatorio il modo in cui sono state scelte le parole con cui, alla Camera, è stata lanciata una campagna pubblicitaria ideata da Armando Testa e promossa da alcuni giornali cattolici. Ma siccome l’intento della campagna è proprio quello di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti della violenza verbale, forse non si poteva fare altrimenti. Come attirare l’attenzione sulla banalizzazione contemporanea degli insulti? Come fare per spiegare la violenza del linguaggio? Certo, non sono le parole, di per sé, ad essere pericolose. Il pericolo comincia quando le si usa male, a sproposito, senza fare attenzione. Perché allora, invece di aiutarci a mettere ordine nel mondo, come spiega Albert Camus, non fanno altro che aumentare la quantità di sofferenza che già esiste. Tanto più che, negli ultimi anni, l’utilizzo di alcuni insulti  sembra essere stato del tutto sdoganato: sembra normale parlare di una persona di colore chiamandola “negro”, di una persona con qualche chilo di troppo definendola “cicciona”, di un omosessuale utilizzando il termine “frocio”, e via dicendo. “Meno droga, più dieta, messa male”,  qualche giorno fa Maurizio Gasparri, vice-presidente del Senato, ad una ragazza che voleva difendere Fedez, stupendosi poi della reazione che il tweet provocava sui social network. “Io ho solo risposto, perché dovrei scusarmi?”, ha replicato a chi gli faceva notare non solo la volgarità della frase, ma anche la violenza del messaggio. Mostrando così di non capire fino a che punto certe parole possano ferire, e come talvolta sia proprio a forza di banalizzare la violenza verbale che si legittimano poi alcuni passaggi all’atto. Non è stato anche perché tutti lo chiamavano “grasso”, “chiattone”, “panzone”, che poi gli aguzzini di Vincenzo, il ragazzo napoletano ricoverato in fin di vita con gravi lesioni all’intestino, hanno pensato di poter continuare a “scherzare” stuprandolo con un tubo collegato a un compressore per “gonfiarlo”? La performatività del linguaggio, per riprendere le parole di John Austin e di John Searle, non è l’invenzione di alcuni filosofi avulsi dalla realtà, ma una delle caratteristiche principali della lingua. Quando si parla, il più delle volte non ci si limita a dire qualcosa o ad esprimere un’idea, ma si agisce. E, come ogni altro gesto e ogni altra azione, anche gli atti linguistici hanno delle conseguenze. Ecco perché, nel caso degli insulti, nel mondo anglosassone si parla di hate speech, “discorso dell’odio”, ossia di parole che vengono utilizzate al solo fine di offendere e far male. Non si tratta né di esprimere un’opinione né di cercare di argomentare con l’interlocutore, ma di far tacere la persona che si ha di fronte o con la quale si discute. È un modo per ridurre al silenzio l’altra persona, esattamente come quando la si schiaffeggia o si utilizza un altro tipo di violenza. D’altronde, che cosa potrebbe mai rispondere chi si sente urlare “ciccione”, “negro”, “frocio” o chi riceve una mail o un tweet di questo tipo? Cos’altro si potrebbe fare se non rincarare la dose, alimentando così la violenza, oppure ammutolirsi e soffrire in silenzio? “Parlar male di qualcuno equivale a venderlo, come fece Giuda con Gesù”, aveva  detto qualche mese fa Papa Francesco, invitando non solo a stare dalla parte di coloro di cui “si dice ogni male”, ma anche a non utilizzare quelle paroleproiettili che offendono, umiliano, feriscono, talvolta uccidono anche la personalità di chi le riceve. Tanto più che certe parole, quando le si utilizza sui social network, restano poi prigioniere della rete, moltiplicandosi in mille rivoli e privando il linguaggio di valore. Le parole servono per esprimere sentimenti e stati d’animo, per comunicare con gli altri e creare relazioni, per difendere le proprie idee e i propri valori. Quando prevale però la “cultura dello scarto”, per citare ancora una volta Papa Francesco, oppure si immagina che l’unico modo per emergere nella società sia denigrare e umiliare, anche le parole possono trasformarsi in armi che sfasciano il mondo.

 

mai utilizzare Dio per scopi di potere e violenza

 

Udienza Generale del mercoledì di Papa Francesco

Papa Francesco “Un sacrilegio uccidere in  nome di Dio”

così si è espresso papa Francesco ieri nella sua visita pastorale in Albania ricostruita nelle parole seguenti da A. Tornielli su  ‘La Stampa” del 22 settembre 2014:

«Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano!». Francesco compie una visita-lampo di dieci ore a Tirana, in Albania, Paese a maggioranza musulmana dove i cristiani di diverse confessioni e i seguaci dell’islam convivono pacificamente e collaborano, e da qui ricorda con parole forti che non si strumentalizza il nome di Dio per uccidere e discriminare. Francesco è nel cuore dei Balcani, nel suo primo viaggio in ambito europeo, ma il suo è un messaggio che si riferisce a tante situazioni del mondo, a cominciare da quella drammatica dell’Iraq. Nel Paese delle aquile, Jorge Mario Bergoglio ha voluto venire per due motivi: incoraggiare un modello di convivenza che è l’opposto dello scontro di civiltà, della guerra di religione fortemente voluta dai fondamentalisti e teorizzata come ineludibile da molti anche in Occidente. Il Papa ne parla in due momenti della breve e intensissima giornata albanese: rivolgendosi alle autorità politiche nel palazzo presidenziale di Tirana, e di fronte ai leader di cinque diverse comunità religiose, islamiche e cristiane, che incontra nell’università dei padri concezionisti. «Nessuno pensi di poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e di sopraffazione! Nessuno prenda a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo!», afferma Francesco, che dice di rallegrarsi per la «felice caratteristica» dell’Albania (che in volo definisce «Paese europeo»), da preservare «con ogni cura e attenzione»: la pacifica convivenza e la collaborazione tra appartenenti a diverse religioni. Un bene, sottolinea il Papa, che «acquista un rilievo speciale in questo nostro tempo nel quale, da parte di gruppi estremisti, viene travisato l’autentico senso religioso e vengono distorte e strumentalizzate le differenze tra le diverse confessioni, facendone un pericoloso fattore di scontro e di violenza». «L’intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie» è «un nemico molto insidioso», che oggi «purtroppo si va manifestando in diverse regioni del mondo», osserva il Papa. L’invito, che aggiunge a braccio, alzando gli occhi dal discorso preparato, è a camminare insieme, «a partire dalla propria identità, senza fare finta di averne un’altra» perché questo sarebbe «ipocrisia». Avendo come impegno comune tra le diverse fedi la risposta ai bisogni dei poveri e il cammino verso «una giustizia sociale più diffusa, verso uno sviluppo economico inclusivo». Al suo arrivo nella capitale albanese Francesco ha ricevuto un’accoglienza calorosa: 300 mila persone, certamente non solo i cattolici o i cristiani, si sono accalcati per salutarlo sulla strada dove  sono state innalzate le immagini di quaranta sacerdoti uccisi dal regime comunista, uno dei più terribili della storia, che aveva voluto inserire l’ateismo nella Costituzione. Poco prima che l’aereo papale atterrasse, in una moschea di Tirana, la comunità islamica si è riunita a pregare perché la visita riuscisse bene. E Papa Bergoglio ha sempre usato la papamobile scoperta, a dimostrazione che certi allarmi per la sua sicurezza rilanciati nei giorni scorsi sono eccessivi e che comunque lui non intende rinunciare al contatto con la gente. Tra rovesci improvvisi di pioggia e sprazzi di sole, nella piazza dedicata a un’albanese illustre, la beata Madre Teresa di Calcutta, Francesco ha celebrato la messa ricordando il sacrificio dei tanti martiri del Paese e ha detto di voler deporre il fiore di una preghiera nel luogo del cimitero di Scutari dove avvenivano le fucilazioni

 

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Le lacrime e l’abbraccio al prete sopravvissuto al comunismo

così ancora Andrea Tornielli  in “La Stampa” del 22 settembre 2014:

Francesco ascolta la sua testimonianza in silenzio, poi quando l’anziano sacerdote che ha trascorso 27 anni ai lavori forzati si inginocchia davanti a lui, lo risolleva, mette la fronte sulla sua e lo abbraccia a lungo, stringendolo a sé. Piange Papa Bergoglio, anche se non vuole darlo a vedere e prima di girarsi nuovamente verso i sacerdoti e le religiose che si stringono attorno a lui nella cattedrale di Tirana, si toglie gli occhiali asciugandosi gli occhi. È commosso per il racconto che ha appena ascoltato e per l’umiltà con cui quel vecchio prete, don Ernest Simoni, ha descritto la sua storia di vittima del comunismo. «Davvero sentire parlare un martire del proprio martirio è forte – dirà poco dopo il Papa ai giornalisti sul volo che da Tirana lo riporta a Roma – credo che eravamo tutti commossi per questi testimoni che parlavano con naturalezza e con un’umiltà, e sembravano quasi raccontare le storie della vita di un altro». Padre Simoni venne arrestato dalla polizia comunista nel 1963, avrebbe riassaporato la libertà soltanto nel 1990, dopo una vita ai lavori forzati. «Mi dissero: tu sarai impiccato come nemico perché hai detto al popolo che moriremo tutti per Cristo se è necessario». Lo hanno torturato, accusato di aver detto una messa di suffragio per l’anima del presidente Kennedy morto un mese prima, che «io celebrai secondo le indicazioni date da Paolo VI a tutti i sacerdoti del mondo». Nella cella d’isolamento portarono un suo amico col compito di spiarlo, e siccome don Ernest continuava a dire che «Gesù ha insegnato ad amare i nemici e a perdonarli, e che noi dobbiamo impegnarci per il bene del popolo», la pena di morte gli fu commutata ai lavori forzati. «Durante il periodo di prigionia, ho celebrato la messa in latino a memoria, così come ho confessato e distribuito la comunione di nascosto». «Con la venuta della libertà religiosa – ha concluso il sacerdote – il Signore mi ha aiutato a servire tanti villaggi e a riconciliare molte pe  one in vendetta con la croce di Cristo, allontanando l’odio e il diavolo dai cuori degli uomini».

 

 

a proposito della ‘spedizione punitiva’ vigliacca a Genova contro i clochard

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immagini che danno i brividi per ferocia e cattiveria, che non vorremmo mai vedere perché di una violenza tanto inaudita quanto inutile quelle che sono state estratte dai video delle telecamere di sorveglianza di un negozio di Piccapietra che la notte del 25 gennaio hanno immortalato la terribile aggressione a quattro clochard che dormivano lungo una strada del centro di Genova. La sequenza di scatti proposta dal Corriere Mercantile mostra il commando di quattro uomini che si avvicina alla tenda e al rifugio di cartoni in cui dormivano le due coppie di senza tetto rumene. Poi il pestaggio con manganelli e tubi di ferro. Pochi secondi ma che bastano per provocare fratture, traumi, ferite e terrore. Nel mirino degli inquirenti ci sarebbero quattro giovani italiani probabilmente appartenenti al mondo ultrà, che avevano avuto un diverbio con i clochard qualche settimana prima

così opportunamente riflette ne ‘la Repubblica’ odierna Gad Lerner:

Quella ferocia contro i clochard

di Gad Lerner

La ferocia abbattutasi su due coppie di senzatetto che dormivano all’aperto in un gelido sabato notte, nel pieno centro di Genova, si presenta ora nuda e cruda sotto i nostri occhi, grazie ai fotogrammi sconvolgenti di una telecamera di sorveglianza. Guardiamoli. Impossibile girare la testa. Vediamo quattro giovani resi anonimi dalle felpe o da passamontagna. Hanno i guanti per non lasciare impronte. Impugnano chi un tubo Innocenti, chi un manganello, chi mazze d’altro genere . Si appostano, fermi in attesa che il capo dia un segnale. Quindi, all’unisono, si avventano sui corpi addormentati. Bastonano con furia mirando alle teste sopra un giaciglio di cartone e una tendina da campeggio estivo. Li vediamo usare tutte e due le mani per colpire con maggior forza. Trentuno secondi in tutto, poi fuggono. Anche i clochard meritano di essere riconosciuti per nome. Si chiamano Alice Velochova e Jan Bobak (ora è fuori pericolo, dopo una difficile operazione alla testa); e poi Susana Jonasova e Jonas Koloman (lui pure ferito grave). Hanno cittadinanza europea, slovacca. Sono vivi per miracolo. E allibiti. I frequentatori del salotto buono di Genova, fra piazza De Ferrari e i portici di Piccapietra, fino al Teatro Carlo Felice e alla Galleria Mazzini, hanno una certa familiarità con questi clochard talvolta alticci e importuni, senza mai essere pericolosi. Cercano una grata che sputi aria calda dal parcheggio sottostante, s’imbottiscono di giornali, bevono vino dal cartone e tirano su una coperta. Getti uno sguardo, provi disagio e passi oltre.   tentazione è di liquidarli come umanità di scarto, destinata prima o poi allo smaltimento. Gli stessi volontari e assistenti sociali che cercano di farsene carico offrendo loro un ricovero, spesso trovano ostacolo nel loro disagio psichico che li spinge ad aggrapparsi a un’illusoria autonomia: il loro illusorio simulacro di libertà. Talora occorrono anni di consuetudine per vincere la loro diffidenza e convincerli a lasciarsi curare. È anche il nostro alibi: cosa possiamo farci se rifiutano un  tetto? Solo che il “fenomeno”, se così vogliamo chiamarlo, lungi dal circoscriversi tende all’espansione. In mezzo alla strada arrivano pure gli sfrattati italiani e magari vanno fuori di testa persone che fino a ieri erano i nostri vicini di casa. Gli scarti umani si moltiplicano e insieme a loro non cresce la pietà ma piuttosto quella oscura tentazione dello smaltimento. Già, perché gli scarti  mani tendono a raggrupparsi in centro, dove trovano isole pedonali, compagnia, illuminazione, qualche grado entigrado in più e il lusso da rimirare. Secondo la Comunità di Sant’Egidio, a Genova i clochard sarebbero duecento. A Milano gli studenti della Bocconi hanno fatto un censimento (“raccontaMi”) e ne hanno contati 2616. Nasconderli è diventato impossibile, e ora tocca fare i conti con chi vorrebbe semplicemente spazzarli via. Speriamo che la polizia sappia dirci presto chi sono i quattro giustizieri della notte, con età compresa fra i 20 e i 30 anni, che volevano ripulire a modo loro le strade della movida. Si vocifera di ultrà da stadio, ma chissà. In cerca di spiegazioni si ipotizza una vendetta seguita a un conflitto territoriale nei giorni precedenti. Ha poco senso anche parlare di razzismo: questi si sono avventati su corpi dormienti come gli toccasse debellare non persone, ma una nuvola di insetti nocivi. Già prima di guardare le fotografie in cui si descrive l’odio che culmina nel crimine, si era mossa una trentina di cittadini genovesi,  andosi appuntamento per una notte di condivisione all’addiaccio in Galleria Mazzini. Si sono appuntati sul sacco a pelo un foglietto con scritto: “Io è te”. D’accordo, “Io è te”. Ma invece chi sono loro? Chi sono i quattro incappucciati propagatori di questa atroce pulizia cittadina? Da tempo avvertiamo che la serpeggiante propaganda del disprezzo per gli untermensch (sottouomini) — così i nazisti etichettavano i popoli inferiori non degni di vivere — rischia di sfuggire al controllo di chi aspira solo a lucrarci vantaggi politici. Il passaggio dalle parole ai fatti, la militarizzazione del rancore, l’importazione dalla Grecia dell’ideologia criminale organizzata di Alba Dorata, forse sono già un fatto compiuto anche tra noi. I pogrom, i linciaggi del Ku Klux Klan, non sono eventi lontani. Le obbrobriose fotografie del massacro di Piccapietra ci resteranno impresse come una testimonianza indelebile  .

il monoteismo cristiano è ‘violento’ o possibile generatore di violenza?

 

riflessioni politico-religiose indotte dalla morte di Andreotti

   

 

un corposo documento dei cosiddetti ‘teologi del papa’ (fra cui anche l’italiano P. Sequeri – di cui si riproduce qui sotto una  apprezzabile riflessione -) ha visto la luce in questi giorni con lo scopo di rigettare la critica che troppo spesso viene fatta, soprattutto negli ultimi tempi, alla concezione cristiana di Dio e al monoteismo come possibile fonte di violenza essendo radicalmente violento, in quanto tale, il concetto stesso di monoteismo

di seguito l’articolo illustrativo di M. Burini e la riflessione di P. Sequeri che, al contrario, scorge nella concezione cristiana di Dio l’antidoto stesso alla violenza:

Il monoteismo dei cristiani non è violento. Lo dicono i teologi del Papa

 

di Marco Burini

in “Il Foglio” del 17 gennaio 2014

 

Che monoteismo sia sinonimo di violenza è una di quelle ipotesi di scuola diventate col tempo luogo comune, luogo comune assorbito senza troppi patemi dagli stessi credenti. Per confutare l’equazione, perciò, ci vuole gente attrezzata e piuttosto temeraria. I teologi, stando all’identikit  ne ha fatto Francesco, il 6 dicembre scorso: “Pionieri del dialogo della chiesa con le culture” che non restano nelle retrovie, “in caserma”, ma “in frontiera”.

Bergoglio aveva davanti per la prima volta la Commissione teologica internazionale (Cti), una sorta di selezione mondiale di teologi e teologhe voluta dal Papa (l’idea è di Paolo VI, 1969) per sostenerlo scientificamente nel suo magistero, che in questi giorni pubblica “Dio Trinità, unità  uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza”, dopo cinque anni di studi e confronto. Un documento corposo ma tutt’altro che illeggibile – il che non è poco, visto il genere letterario – firmato da un gruppo ristretto in cui spicca Pierangelo Sequeri, non tanto perché l’unico italiano ma perché la redazione finale del testo è, per chi lo conosce, di sua mano.

La sostanza del ragionamento è chiara: la chiesa non ci sta più a subire una comunicazione pubblica che identifica come intollerante e tendenzialmente violento chi crede nell’unico Dio: ebrei, musulmani e cristiani. Accusa che colpisce specialmente questi ultimi, però, dato che gli ebrei non conoscono il proselitismo (parola detestata da Bergoglio stesso perché fuorviante), mentre dell’islam si ragiona quasi sempre (tranne a Ratisbona) in termini geopolitici e non teologici.

Restano i cristiani, meglio ancora i cattolici – i più numerosi e pittoreschi – soggetti poco affidabili in una democrazia che veste meglio un politeismo sinonimo di tolleranza.

Tramontata l’epoca dell’unico re in nome dell’unico Dio, siamo nell’èra del pluralismo dei  sotto un cielo piuttosto affollato. Eppure la storia ci ricorda che i politeisti non sono affatto teneri.

Proprio Francesco, l’altroieri nell’udienza in piazza San Pietro, ha evocato la persecuzione dei cristiani in Giappone nel XVII secolo; anche una religione porosa e per niente dogmatica come lo shintoismo ha benedetto massacri.

Mentre il dogma fondante del cristianesimo – la morte e resurrezione di Gesù – espelle la violenza che, René Girard insegna, sempre si mescola al sacro. “Il principio di questa verità cristologica di Dio non si è mai perso – ricorda il documento della Cti – a costo di mettere il cristianesimo in contraddizione fra la sua prassi storica e la sua autentica ispirazione”. Insomma, i cristiani sono stati spesso violenti non perché cristiani ma perché tali solo di nome, traditori del dogma originale, ama Dio e ama il prossimo, incarnato in Gesù di Nazaret.

Certo, è dura scalfire la crosta di ignoranza, più o meno in malafede, che riveste una parola come dogma: un pesante macigno che incombe sulla testa di gente inadatta a pensare. Come se oggi la verità non potesse darsi che in maniera dispotica, “una minaccia radicale per l’autonomia del soggetto e per l’apertura della libertà”, notano Sequeri&Co. Proprio mentre si assiste a un “indebolimento, nel costume occidentale, del rispetto per la vita, dell’intimità della coscienza, della tutela dell’uguaglianza, della razionale passione per un impegno etico condiviso e per il rispetto dell’autentica coscienza religiosa”. Insomma, liquidato – anzi pervertito per dirla con Illich – il cristianesimo, la nostra cultura non ha trovato qualcosa di meglio, anzi è ancora lì curva a picconare il simulacro. Certo, c’è voluto “un lungo cammino storico di ascolto della Parola e dello Spirito per purificare la fede cristiana da ogni ambigua contaminazione con le potenze del conflitto dell’assoggettamento”, ma questo potrebbe essere il punto di svolta.

I teologi, che Bergoglio sprona ad assecondare il fiuto del popolo di Dio (sensus fidelium, in gergo), segnalano il grado di maturazione ecclesiale. Si riparte dunque dai fondamentali, recuperando la più genuina tradizione biblica e respingendo la “rozza semplificazione” fra “un Dio cattivo dell’Antico testamento e un Dio buono del Nuovo testamento”, che “ancor oggi continua a essere utilizzata all’interno di certa apologetica popolare (e persino cultura alta)”, buon ultimo Scalfari. Il tesoro della rivelazione sta lì dentro e non ha smesso di sprigionare la sua energia, quel dinamismo divino che prende il nome di Trinità. Ed è nel suo nome che il monoteismo viene riscattato dalla violenza in favore dell’amore (che “non va confuso con la mancanza di coraggio né indicato come irresponsabile ingenuità”) e della giustizia (quella divina, però, che “mette definitivamente al riparo la vittima delle potenze mondane dalla violenza che ha subìto”). E’ un dramma, la storia, e cristiani non ignorano la dialettica tra lo Spirito e la forza. Proprio per questo non ci stanno a essere ridotti a quel monoteismo intollerante che è un dogma dell’opinione pubblica. Ma anche per i dogmi, è meglio diffidare delle imitazioni.

croce

 

Nel monoteismo cristiano c’è l’antidoto alla violenza

di Pierangelo Sequeri

in “Avvenire” del 17 gennaio 2014

Fino all’altro ieri, ‘monoteismo’ era una categoria d’uso corrente, soprattutto fra i dotti studiosi di storia delle religioni, per indicare un grado di alta perfezione dell’idea di ‘Dio’: di fatto, la concezione del divino più coerente con la filosofia occidentale della ragione, e anche la più degna del pensiero umano del trascendente. In una manciata di anni, ‘monoteismo’ sembra essere diventato il nome in codice dell’oscurantismo religioso, il peggiore che sia immaginabile. Di fatto, esso è individuato come la minaccia essenziale al progresso di una civiltà della ragione e della tolleranza.

Le tre religioni monoteistiche dell’area mediterranea (giudaismo, cristianesimo, islam) appaiono così, essenzialmente in virtù di questo presupposto, come il seme radicale della violenza fra gli uomini.

La compulsiva diffusione della formula, che interpreta il monoteismo religioso come l’ideologia radicale della volontà di potenza, è certamente frutto dell’ignoranza. Ma anche una semplificazione grave. La formula è culturalmente nobilitata dagli effetti della nuova recezione progressista di Nietzsche, la cui ossessione antireligiosa ha indotto la tradizionale critica occidentale (greca e cristiana) nei confronti della violenza a rivolgersi contro la verità e il bene: che sarebbero le sue più insidiose coperture. Una parte dell’intellighenzia occidentale si è così applicata con metodo alla denuncia totale della religione, della metafisica, della spiritualità e della morale: indicando il cristianesimo come regista e garante dell’alleanza dispotica che le abita. La critica smantella così, con metodico puntiglio, anche tutti i presìdi del logos che ha storicamente cercato il contenimento della violenza, distraendo la nostra attenzione dalla violenza vera e propria. Questa irresponsabile deriva della cultura chiede nervi saldi e senso critico. È certo che esiste, storicamente, un oscuro rapporto fra le umane tradizioni del sacro e l’oscura pulsione della violenza, che ritorna di generazione in generazione (e la Bibbia spiega anche la ragione dell’umana corruzione del sacro, che sta all’origine di ogni peccato). La violenza è un tema cruciale dell’intera storia umana proprio perché essa è in grado di contaminare anche ogni presidio religioso e razionale del suo contenimento culturale. In questo senso, contrastarla è problema comune e dovere sacro di tutte le culture umane. Le guerre di religione, come la guerra alla religione, sono due forme dell’identica perversione.

La testimonianza riflessiva della fede cristiana nell’unico Dio deve dunque tenere seriamente conto del disorientamento prodotto dalla semplificazione ideologica associata al concetto di monoteismo (insieme con la generale intimidazione nei confronti della religione, che vi si accomoda).

Il nuovo documento della Commissione teologica internazionale, intitolato Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza, indica esplicitamente questa consapevolezza (come appare chiaramente dal primo capitolo, che ne istruisce i termini). Nondimeno, lo svolgimento del testo è guidato da una convinzione propositiva: la riflessione teologica può e deve trarre dalla migliore conoscenza e intelligenza della Parola di Dio i princìpi della decostruzione di questo pregiudizio. L’inedito assoluto della fede cristiana, infatti, è proprio nella smentita del valore di rivelazione della violenza omicida in nome di Dio, come fosse il sigillo della vittoria della verità e dell’eroismo della fede. Il successivo sviluppo della riflessione, che illustra le premesse e le implicazioni del nucleo cristiano della rivelazione non-violenta di Dio, è dunque ispirato da una duplice attenzione, la quale marca anche l’attualità della sua istruzione e della sua offerta di sintesi. Da un lato è mantenuta una puntuale attenzione all’articolazione della rivelazione di Dio con l’umanesimo non violento della sua attestazione. Dall’altro lato, speciale cura è dedicata al fatto che la rivelazione dell’intimità e della comunicazione trinitaria dell’unico Dio, lungi dal violarla, custodisce intatta l’unità e semplicità dell’essere divino, sigillandola come perfezione della vita e dell’amore. Il documento Dio Trinità, unità degli uomini non è reticente sul fatto che le molte luci dell’ininterrotta tradizione cristiana di questo principio sono state intercettate dalle molte ombre di una storia che le ha gravemente oscurate. Esprime nondimeno la convinzione che proprio questo sia un tempo particolarmente favorevole al disinnesco definitivo di antiche ambivalenze. Il cristianesimo ora ha maturato anche storicamente – ai livelli più alti e autorevoli della coscienza di sé, e della forma del suo annuncio – la serietà irrevocabile dell’interdetto evangelico nei confronti di ogni contaminazione fra religione e violenza. Inoltre, chiunque parli in questi termini, oggi – nelle sedi degli incontri interreligiosi, come nelle aule del consesso mondiale dei popoli – parla un linguaggio obiettivamente cristiano. Il compito di essere all’altezza di questo kairòs, anche mediante una teologia più trasparente della sua intrinseca verità cristiana, è un impegno dal quale il cristianesimo, per primo, non potrà più regredire.

Il testo dei 30 teologi, che vengono da ogni parte del mondo, non si limita a incoraggiare gli adoratori di Dio a far seriamente lievitare la testimonianza della religione verso la compiuta separazione dall’anti-umanesimo della violenza. Il loro discorso, non senza un tratto di garbata audacia, si spinge anche a suggerire alla filosofia critica e alla cultura politica dell’epoca di riprendere coraggio, per riscattarsi dalla decostruzione alla quale, mestamente o imperativamente, ci esorta. In altri termini, sembra venuta l’ora di chiudere i conti con il lavoro distruttivo del caos, per riprendere fiducia nel lavoro costruttivo del logos. In ogni modo, ognuno esamini se stesso e risponda onestamente all’appello dei popoli. La teologia cattolica ha fatto la sua mossa

 

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