per capire Dio occorre diventare le sue mani nel mondo

immagini di Dio

dall’Altissimo al papà

 da: Adista Segni Nuovi n° 39 del 11/11/2017
 
 “Non sarebbe bello un Dio di cui ci accorgiamo dì essere mani, che, per esistere fra noi ha bisogno delle nostre mani, che vive nel ‘condividere’ il necessario alla vita e nella ‘gioia’ che ha la sua radice nel servire e nel saziare ogni vivente?”

Tenetevi pure, cari cultori del Dio-Altissimo, il vostro Altissimo Dio! È un Dio che vuole essere adorato perché si vede che gli manca qualcosa che deve venire dalle proprie creature, che sono tenute a farlo; che vuole essere ringraziato per quello che le sue creature ricevono non da Lui, ma dalle altre sue creature; che vuole essere placato perché le creature create da Lui non gli sono riuscite bene e ne combinano di tutti i colori; che vuole essere pregato per inchinarsi verso di loro quando esse non ne hanno bisogno, ma quando esse hanno bisogno di Lui, eccolo zitto, a far raccontare ai suoi galoppini-sacerdoti che l’aiuto arriverà quando loro guarderanno l’erba dalla parte delle radici.

Io, di questo Dio, non so cosa farmene: è lontano, freddo; con tutta l’onnipotenza che Gli viene attribuita, riesce a lasciare nella sofferenza, nel dolore, uno sterminato numero di sue creature. Mi dicono che, oltre ad essere onnipotente, è anche buono. Sarà vero, ma io non me ne sono accorto, soprattutto quando nella mia esperienza incontro il dolore innocente, i piccini seguiti dalla Lega del Filo d’Oro; le vittime del nostro ordine costituito, che lascia morire migliaia di piccini ogni giorno mentre lo spread sale e scende; la violenza blasfema che i ricchi impongono legalmente ai poveri e che gli uomini in generale praticano sulle bestioline, delle quali si sentono padroni e che straziano, dimenticando che anch’esse sono esposte al dolore… Questo Dio dicono anche che sia un Dio geloso, che esige di essere scelto fra tutti gli altri Dio concorrenti; e che non disdegna il fatto che delle Sue creature, a causa della loro fedeltà a Lui, debbano subire il martirio da parte di altre Sue creature che hanno scelto la concorrenza!

Questo era il Dio che mi era stato raccontato, e dal quale sto ancora cercando di liberarmi, e ci sono quasi riuscito. Sono andato a scuola dai portatori delle malattie genetiche; ho preso lezioni nelle aule di oncologia pediatrica; mi sono tenuto in contatto con quelle creature che stanno sperimentando sulla loro pelle i frutti sia del capitalismo che della fantasia creativa del Creatore, che si è degnato di creare, oltre a loro, i virus, il cancro, la lebbra, i bacilli della Tbc, della meningite e via di seguito, per far sperimentare loro le delizie dell’esistere.

Allora mi sono convertito ad un altro Dio, ho creduto in quello che mi ha detto Gesù, e mi sono trovato un Padre, un Papà. Questo Papà, col quale rifletto ogni tanto, abita dentro me stesso; dell’adorazione, del ringraziamento non Gliene cale niente; vuole che noi ringraziamo coloro che ci hanno fatto del bene; che chiediamo perdono a coloro che noi abbiamo offeso, e che ripariamo al danno; che ci vogliamo bene fra noi come Lui ci ama. Mi sembra di aver capito che Lui sia più felice quando io non penso a Lui, ma alle creature che incrocio intorno a me, alle quali Lui vuol far arrivare il Suo amore. Questo succede perché, se io non mi faccio mano del suo amore per loro, loro sperimentano il Suo silenzio e l’inferno della Sua assenza. Questo Papà, infatti, non è affatto onnipotente; direi quasi che è onnidebole! Quando io soffro vedendo soffrire le altre creature, le minime incluse, io voglio pensare di averlo accanto a me a soffrire. Quando mi scandalizzo per la tragedia di un Creato che è tutta una lotta, una violenza, una ingiustizia blasfema, nella quale gli uni per vivere devono far morire altre vite; quando mi è insopportabile vedere la crudeltà indifferente degli uomini sulle bestioline e delle bestioline fra di loro; quando mi sento soffocare in questo nostro mondo che può servire da modello per costruire l’inferno, dato che esso è ancora pieno di viventi che torturano altri viventi, che violentano, rapinano, lasciano morire gli scarti del sistema e i piccini della favela; quando io provo tutto questo penso che esso sia condiviso anche da Lui, dal mio Papà, dato che i figli assomigliano ai padri, e che sono anche la continuità dei padri stessi.

Quando io non mi voglio rassegnare al fatto che la morte sia strutturale alla vita, che la vita sia una lotta per la vita, che, per vivere, sia necessario distruggere altra vita, mi viene di pensare che questi siano anche i Suoi pensieri ed i Suoi desideri.

Mi sento un atomo del Suo pensiero e della Sua volontà. Mi sento che Lui c’è dove c’è, e non c’è dove non c’è. Mi sento che dove non c’è è necessario darGli esistenza perché ci sia. Quando mi lascio prendere dalla malinconia per il procedere inesorabile del tempo, per l’esistenza che si spegne, che sfiorisce, che ci abbandona o per il tutto o per il nulla, io penso che questa sia anche una Sua esperienza.

Quando mi trovo ostaggio della compassione per il dolore, la sofferenza, la miseria universali, spero di essere, di far parte del pensiero e del cuore di un Padre che, se non fosse come Lo penso, andrebbe creato e fatto esistere come io lo penso.

E non sarebbe bello se fossero anche gli atei, se fossero persino gli atei, però quelli che vivono l’amare e il condividere nella dimensione del gratuito, a dare vita a Dio e a vedere in Lui il loro Papà, a vedere in Lui la radice della loro compassione, che include il sentirsi compagni delle vittime, e l’impegnarsi perché ogni vivente possa avere il necessario e la gioia?

Non sarebbe bello un Dio di cui ci accorgiamo dì essere mani, che, per esistere fra noi ha bisogno delle nostre mani, che vive nel “condividere” il necessario alla vita e nella “gioia” che ha la sua radice nel servire e nel saziare ogni vivente?

* Mario Mariotti è da oltre 40 anni attivista sociale e studioso dei rapporti tra Nord e Sud del mondo

l’angelus della pace

il papa

Piazza San Pietro

Domenica, 1° settembre 2013

Cari fratelli e sorelle,
buongiorno!

Quest’oggi, cari fratelli e sorelle, vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall’unica grande famiglia che è l’umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace! E’ il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato.

Vivo con particolare sofferenza e preoccupazione le tante situazioni di conflitto che ci sono in questa nostra terra, ma, in questi giorni, il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano.

Rivolgo un forte Appello per la pace, un Appello che nasce dall’intimo di me stesso! Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire! Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza!

Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione. Con altrettanta forza esorto anche la Comunità Internazionale a fare ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell’intera popolazione siriana.

Non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel Paese e ai numerosi profughi nei Paesi vicini. Agli operatori umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il necessario aiuto.

Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo? Come diceva Papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza nella giustizia e nell’amore (cfr Lett. enc.Pacem in terris [11 aprile 1963]: AAS 55 [1963], 301-302).

Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! E’ un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità.

Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace.

Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace.

Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche invito ad unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre Religioni e gli uomini di buona volontà.

Il 7 settembre in Piazza San Pietro – qui – dalle ore 19.00 alle ore 24.00, ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare da Dio questo grande dono per l’amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo. L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione.

A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell’amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e della pace.

preti e laici di Lucca scrivono al papa

 

s. martino

dopo le parole, la richiesta di riforme vere

preti e laici della diocesi di Lucca scrivono al papa e lo invitano alla coerenza su: collegialità, ruol0  della donna nella chiesa, preti sposati, finanza

Lo hanno preso sul serio, papa Francesco, quando parla di collegialità, quando sostiene che «il vero potere è il servizio» che ha «il suo vertice luminoso sulla Croce» e che, in quanto servizio, rimanda all’idea di «azione di governo» come «amministrazione», piuttosto che come imperium. Lo hanno preso sul serio, e gli hanno scritto, inviando a lui, ai vescovi toscani ed alla stampa le loro richieste di riforma nella vita della Chiesa. Sono un’ottantina di credenti della Versilia, la cui riflessione è stata guidata ed animata da tre preti piuttosto noti in zona: don Lenzo Lenzi, storico della Chiesa, esperto in particolare delle vicende ecclesiali del lucchese, parroco dei Sette Santi alla Darsena (la parrocchia cui appartiene anche la Chiesina del Porto, costruita da don Sirio Politi e dove giacciono le sue spoglie), animatore nel 2012 di una campagna di boicotaggio che ebbe una certa eco in zona e che chiedeva ai parrocchiani di evitare bar ed esercizi commerciali che ospitavano videopoker; don Antonio Tigli, già assistente nazionale dell’Azione Cattolica Ragazzi tra gli anni ‘70 e ‘80 ed attuale parroco a Don Bosco; don Bruno Frediani, da sempre a fianco dei migranti, ma anche fondatore e presidente del Ce.I.S. Gruppo “Giovani e Comunità” di Lucca (che si occupa di disagio, emarginazione, tossicodipendenza, ma anche di assistenza domiciliare, agricoltura biologica, turismo sociale). Alla stesura definitiva del testo ha contributo anche un laico, Pierangelo Sordi, collaboratore del settimanale diocesano di Pontremoli, il Corriere Apuano.

Il documento si inserisce sulla scia di analoghe iniziative di tante comunità di credenti, in varie parti di Italia: la prima fu quella della “Lettera alla Chiesa Fiorentina”, del 2007; nello stesso anno ci fu quella promossa da un gruppo di credenti poi riunitosi sotto la sigla “chiccodisenape” a Torino; e, più recentemente, la lettera dei gruppi aderenti alla Rete dei Viandanti inviata a tutti i vescovi italiani (v. Adista Notizie n. 11/13). «Noi riteniamo necessario – scrivono i cattolici della Versilia – che quei gruppi divengano sempre più numerosi; che i loro membri siano collaboratori attivi di parroci di grandi o piccole parrocchie, o che lavorino nelle Curie vescovili. Così approfondiranno le loro convinzioni sulla necessità di riformare la vita della Chiesa, le potranno comunicare nei modi più ampi possibili ai credenti che ancora non vedono tali necessità e le potranno inviare ai vescovi locali e alla S. Sede».Del resto, sottolineano, basta leggere il comma 3 del canone 212 del Codice di Diritto Canonico – il quale afferma che i fedeli hanno «il diritto, e anzi talora anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto anche agli altri fedeli» – per capire che tali iniziative non si iscrivono nell’alveo di alcuna contestazione o disobbedienza; ma nel legittimo, e anzi doveroso, esercizio del carisma laicale e presbiterale.

Meno papa, più sinodo

La riflessione parte così affrontando anzitutto l’attualissimo tema della collegialità: i firmatari chiedono che, nella preparazione di un sinodo, «le elezioni delle Conferenze episcopali non debbano essere approvate dal papa; che ai vescovi elettori ed eletti al sinodo sia data ampia libertà di indicare alcuni problemi che il sinodo potrà discutere, di presentare i propri modi di vedere i problemi proposti ai padri sinodali dalla S. Sede, i propri modi di affrontarli per cercare di risolverli». «Inoltre, si ritiene necessaria la pubblicazione integrale degli Atti dei Sinodi episcopali, delle discussioni e delle decisioni, in modo che sia possibile a tutti informarsi totalmente dei lavori sinodali».Si passa poi alla elezione del papa. Qui il documento chiede «che si abbandoni la prassi di eleggere necessariamente un cardinale» e che il papa «venga eletto non dai cardinali, ma dai vescovi dell’ultimo sinodo convocato, o da un gruppo di vescovi residenziali, anche non cardinali, eletti ogni 3-5 anni dalla Conferenza episcopale del proprio Stato (o di gruppi di Stati) e pronti, anche nel caso di morte improvvisa del papa, a venire a Roma ad eleggere il successore, essendosi tenuti informati delle persone più adatte a venire elette papa». Infine, si legge nel documento, «non si capisce quali siano i motivi per i quali la legge delle dimissioni dei vescovi al compimento dei 75 anni non valga anche per i papi, che sono tali solo perché vescovi di Roma. Per cui sarebbe del tutto logico che quella legge fosse obbligante anche per loro, ovviamente sottoposti, come tutti, ad infermità ed invecchiamento».

Trasparenza finanziaria e solidarietà

Altra vexata quaestio, quella delle finanze vaticane. La riforma profonda dello Ior, sostengono i credenti della Versilia, appare indispensabile e non più prorogabile. Riteniamo necessario «che lo Ior pubblichi integralmente il proprio bilancio, che sia orientato alla massima trasparenza e segua non soltanto le normative europee, ma si attenga alle disposizioni delle banche etiche. Queste non finanziano né la malavita, né la produzione di armi, né, in generale, tutto ciò che è contro l’essere umano». Per quanto riguarda l’immenso patrimonio immobiliare di proprietà della S. Sede, dai cui affitti si trae «un guadagno immenso», «utilizzato soltanto per i sacerdoti e per le diocesi senza dare conforto ai bisognosi di qualsiasi nazionalità», serve – afferma il documento – «una gestione trasparente. La maggior parte degli immobili proviene infatti da donazioni lontane nel tempo ed una rendicontazione puntuale si rivela indispensabile. La stessa necessità di trasparenza richiede una struttura efficiente con ampio uso di persone e mezzi». Certo, è pur vero che «nei confronti dell’intera umanità, la S. Sede ha il dovere di conservazione di opere artistiche, sia pittoriche, che scultoree, che architettoniche», ha «il dovere di contribuire allo sviluppo della cultura, continuando ad arricchire di volumi e di carte la Biblioteca Apostolica Vaticana e l’Archivio Vaticano», ma
tutto questo deve avvenire «con azioni che siano insieme ragionevoli e, ancora una volta, trasparenti». Inoltre, i firmatari chiedono anche «che la S. Sede studi la possibilità di utilizzare capitali per la vita interna della Chiesa, per dare aiuti maggiori, rispetto a quanto avvenuto fin qui, ai disoccupati, alle famiglie in difficoltà, ai popoli che hanno ancora un tenore di vita bassissimo, che mancano di istituzioni ospedaliere, che non hanno la possibilità finanziaria di acquistare farmaci già in uso da anni da popolazioni più ricche e che soffrono per questi e molti altri problemi». 

Donne, preti sposati e formazione

Dopo aver analizzato alcune questioni di organizzazione interna della Chiesa italiana, suggerendo la riduzione del numero delle diocesi e l’accorpamento di molte parrocchie, il documento avanza proposte molto coraggiose, come l’abrogazione dell’obbligo del celibato per i presbiteri e la necessità di «promuovere le donne al diaconato (il concilio Ecumenico di Calcedonia del 451, canone XV, dà norme sulle diaconesse, che quindi esistevano) e al presbiterato», non tanto «come soluzione alla scarsità dei presbiteri», ma proprio a motivo dell’atteggiamento di Gesù «nei confronti delle donne e del loro modo di essere presenti, partecipi e protagoniste nelle comunità apostoliche». Collegato a questo tema, inevitabilmente, c’è quello della formazione dei candidati a diventare presbiteri. «Gli uomini, giovani e adulti, che vengono ordinati oggi, spesso hanno ricevuto la formazione in un movimento di forte intensità religioso-devozionale, hanno una spiritualità individualistico-intimista, sussiste in molti una mentalità profana con un alto tasso di ignoranza sul ruolo dei laici nella Chiesa, sul ministero sacro come servizio a tempo pieno e non a orario da impiegati». Nell’attesa di una riforma complessiva dei criteri di accesso al sacerdozio e della formazione dei candidati, il documento suggerisce «l’ordinazione al presbiterato di uomini sposati, preferibilmente non sotto i quaranta anni e non oltre i cinquantacinque».Bilanci parrocchiali e politica ai laiciSulla questione della partecipazione dei laici alla vita delle comunità parrocchiali e diocesane, il documento non si spinge fino a chiedere la perfetta orizzontalità tra laici e consacrati, con i parroci ed i vescovi primi inter pares all’interno degli organismi pastorali (eppure, i più significativi esperimenti di Chiesa conciliare realizzata furono proprio quelli che tra gli anni ‘70 ed ‘80 videro preti e parrocchiani lavorare in maniera paritetica – e su tutti i temi – all’interno dei consigli parrocchiali e diocesani); auspicando piuttosto una legge che imponga ai parroci «di affidare tutto il lavoro amministrativo, compresa la pubblicazione del bilancio annuale della parrocchia, a dei laici competenti e di fortissima moralità». Per poi concludere che «la corresponsabilità dei laici, quindi, deve essere non solo tollerata, ma promossa».

“i poverelli di Francesco”

 

 

la preoccupazione del papa

lunedì prossimo papa Francesco andrà a Lampedusa: in questo modo la scelta del papa argentino ha rovesciato la tradizione e ne ha aperta una del tutto nuova

Francesco ha scelto un luogo periferico, una piccola isola, un luogo di vicende estreme della povertà e dell’abbandono

a proposito, una appropriata riflessione di Prosperi su La Repubblica odierna:

Lunedì prossimo papa Francesco compirà il suo primo viaggio da quando è pontefice. Papa Bergoglio andrà a Lampedusa. Dire che la notizia è importante è banale: da sempre, o almeno da quando i papi hanno cominciato a muoversi nel mondo, il viaggio papale è un evento significativo. Lo fu quando Pio VI meritò la definizione di “pellegrino apostolico” compiendo un lungo e faticoso percorso da Roma a Vienna nel 1782 per arginare le riforme dell’imperatore Giuseppe II. E tristemente importante per il papato fu il viaggio del suo successore Pio VII quando andò in esilio a Fontainebleau prigioniero di Napoleone. Viaggi faticosi, amari, decisi da altri. Solo nel secondo Novecento è cominciata la serie di viaggi liberamente e attentamente programmati. Fu Paolo VI che dette al titolo di “pellegrino apostolico” un contenuto nuovo recandosi con una scelta strategica a Gerusalemme nel gennaio del 1964. Da allora in poi c’è stata una vera inflazione di viaggi papali: il solo Wojtyla ne ha fatti più di cento. La luce della ribalta e l’investimento di tutta la potenza dei media hanno moltiplicato l’efficacia della presenza fisica del pontefice, diventato una vera superstar del mondo globalizzato. È sembrato allora che la strada fosse segnata per tutti i suoi successori, anche se era evidente la difficoltà di gareggiare su quel terreno. Non per niente Ratzinger ha prediletto luoghi familiari a un uomo di studio, come la sua Ratisbona. Ma oggi la scelta del papa argentino ha rovesciato la tradizione e ne ha aperta una del tutto nuova. Francesco I ha scelto un luogo periferico, una piccola isola, un luogo di vicende estreme della povertà e dell’abbandono. E così ha fatto come chi abbassa la voce per farsi ascoltare meglio. La campagna di criminalizzazione dell’immigrazione irregolare in Italia, su cui Luigi Manconi ha presentato pochi giorni fa in Senato un rapporto esauriente e agghiacciante, viene messa improvvisamente a tacere dalla destinazione scelta da papa Bergoglio. Lampedusa: qui da più di vent’anni si toccano gli estremi della sempre meno ricca Europa e del sempre più diseredato popolo dei dannati della terra. Solo nel 2011 vi sono sbarcate più di 50mila persone. Qui, nella disattenzione generale, arrivano i barconi e si registrano tragedie di naufragi e di assassinii. Quel braccio di mare che si apre dal porto di Lampedusa è un cimitero di profughi, soprattutto vecchi, donne e bambini. Di fatto, questa volta non è la notizia del viaggio papale ma è il nome del luogo che parla. Così come parlava quella sedia vuota al concerto della sala Paolo VI del 23 giugno. Voltando le spalle ai riti della mondanità vaticana, lasciando imbarazzati e silenziosi i monsignori, papa Bergoglio andrà a Lampedusa e salirà in barca per raggiungere il tratto di mare prossimo a Cala Pisana: lancerà in mare una corona in ricordo dei tanti morti che sono caduti in vista dell’isola, quelli per i quali non c’è stato bisogno di fare posto nel sempre più affollato cimitero di Lampedusa. Questi sono fatti che parlano e dicono alcune cose elementari. Dicono che la Chiesa di papa Francesco ha intenzione di ricordare a chi si crede cristiano chi siano i “prossimi” nel senso evangelico della parola. E chi pensa che l’Unione europea sia figlia dell’ideale rivoluzionario settecentesco della fraternità e dei diritti ha l’obbligo di constatare che l’immiserirsi del progetto europeo trova nel dramma di cui Lampedusa è il teatro la sua più evidente e grave manifestazione. La scelta papale è un sommesso ma fermo richiamo al dovere della solidarietà fra tutti gli esseri umani: esso riguarda l’Europa dei banchieri, ma riguarda in primo luogo noi italiani. E c’è da augurarsi che il gesto papale aiuti un paese che fu di emigranti a recuperare la sua memoria e a negare finalmente ogni credito al razzismo diffuso, al leghismo come ideologia e come pratica che ha pervaso tanti ambienti e tante formazioni politiche. Qui in Italia con leggi come la Bossi-Fini e con la successiva selva di decreti, regolamenti e atti amministrativi si è disseminato il paese di miserabili campi di concentramento dove i sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo vengono condannati a scontare con lunghissime reclusioni nei Cie, il crimine imperdonabile della povertà: un paese dove è bastato il timido invito della ministra Kyenge a modificare una legge razzista sul
diritto di cittadinanza risalente al 1912 per farci ascoltare oscenità intollerabili. Sarebbe bello se questo viaggio a Lampedusa di un vescovo venuto dalla fine del mondo riuscisse a far capire al mondo sordo e afono della politica italiana che è finito il tempo in cui il consenso popolare si conquistava lanciando messaggi di paura e di rifiuto. Riscoprire il filo che lega la speranza dei disperati di Lampedusa alla nostra speranza di un’Italia migliore è oggi un compito della massima

 

 

 

una presenza significativa: Francesco a Lampedusa

 

 

 

2 luglio 2013 – Tonio Dell’Olio

La visita annunciata del Papa a Lampedusa non può e non deve essere considerata una delle consuete visite pastorali che il Vescovo di Roma riserva a una chiesa locale. Tutt’altro che una solenne cerimonia paludata. Questa volta non ci sono nuovi beati da annunciare o eventi storici da ricordare. C’è carne e sangue, volti e storie. Un dramma che altri tentano di rimuovere e che Francesco vuole mettere al centro di tutti, credenti e laici, soprattutto della politica. Un Papa come Francesco che rifugge i formalismi e intende piuttosto porre dei segnali forti, ci indica una direzione, un valore, un impegno: accogliere. Chiede alla comunità cristiana di coltivare la pedagogia dei fatti e di seminare segni. Ad altri di costruire politiche che invertano il crinale su cui siamo scivolati inesorabilmente e che prevede centri di detenzione finalizzati all’espulsione e un codice penale che trasforma le vittime in criminali. La miseria è criminalizzata e le mafie ringraziano perché proprio quelle leggi permettono loro di realizzare maggiori profitti. Un mondo in cui tutto favorisce la libera circolazione delle merci e ostacola il cammino delle persone, somiglia tanto a quell’antico commento ebraico (midrash) al racconto della Torre di Babele che lo stesso Papa Francesco ha ricordato recentemente. Si dice che la torre era ormai diventata così alta che per raggiungere la sommità si impiegava un anno. Avveniva così che se un operaio che trasportava un mattone verso la cima, per la stanchezza o lo sfinimento, cadesse, tutti piangevano perché… si perdeva un mattone. Grazie a Francesco che ci ricorda quanto le persone valgano incommensurabilmente di più dei mattoni.

il coraggio e la ‘parresia’ evangelica di papa Francesco

la preoccupazione del papa

tutta la preoccupazione del papa che percepisce tutta la consistenza del male, la necessità di non nascondere la spazzatura sotto il tappeto e di dover procedere a fare qualcosa subito, intanto con la ‘parresia’ evangelica

un buon punto della situazione nel link qui sotto

“LOBBY GAY IN VATICANO” LA DENUNCIA DI FRANCESCO (Carlo Tecce)..

per una chiesa povera tra i poveri

 

papa

è ancora una volta (ma si prevede che non sarà provvidenzialmente l’ultima) il papa a richiamarci ad una evangelica chiesa ‘povera’, tra i poveri, di poveri, per i poveri

una chiesa ‘ricca’ non può avere una vita evangelica – s. Pietro non aveva il conto in banca … soprattutto non aveva una banca!

vedi link qui sotto

Papa Francesco

la donna mafiosa, il volto emergente delle mafie

 

 

10.6.2016

la mafia assume un volto sempre più femminile: se il maschio finisce in carcere tocca alla donna assumere la giuda delle cosche, passando così da ruoli gregari e marginali a ruoli organizzativi veri e propri, con l’affermazione,  immancabilmente, … che “la mafia non esiste”

papa

papa Francesco ancora una volta ci sorprende, pregando pubblicamente così: “preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano”

(vedi link qui sotto)

Se lui è in prigione tocca a lei guidare il clan

la guerra è il suicidio dell’umanità (papa Francesco)

 

papa Francesco contro la guerra:

“noi oggi siamo venuti a pregare per i nostri morti, per i nostri feriti, per le vittime di questa pazzia che è la guerra! è il suicidio dell’umanità perché uccide il cuore … uccide l’amore! perché la guerra viene dall’odio, dall’invidia, dalla voglia di potere, anche – tante volte lo vediamo – da quell’affanno di più potere”

bella l’espressione che la guerra è il suicidio dell’umanità, e che Dio stesso, oltre alle vittime, piange!, però mi sarebbe piaciuta una parola in più dato che c’era, cioè una condanna chiara e inequivoca anche di ogni fabbricazione e commercio di armi … ma qui si entra talmente nel ‘delicato’ che ogni papa svicola, anche i migliori …