termina l’anno giubilare e papa Francesco ribadisce che Dio è più grande del peccato dell’uomo … ma diversi cardinali la sanno più lunga

una piccola rassegna stampa sulla chiusura dell’anno giubilare e il documento di chiusura di papa Francesco ‘misericordia et misera’

 

«È il tempo della misericordia» di Gianni Cardinale in Avvenire del 22 novembre 2016

Il Giubileo si è concluso domenica, ma papa Francesco continua ad auspicare la «conversione pastorale» delle «nostre comunità » in modo da «guardare avanti e di comprendere come continuare con fedeltà, gioia ed entusiasmo a sperimentare la ricchezza della misericordia divina». Lo fa con con la Lettera apostolica
“Non finisce il tempo della Misericordia. Francesco pubblica la lettera apostolica «Misericordia et misera» e annuncia di voler mantenere anche dopo la chiusura del Giubileo la facoltà per tutti i sacerdoti del mondo di assolvere l’aborto, rendendola così definitiva. Il Papa ha poi annunciato una Giornata mondiale dei poveri”
“«Al pentimento finora si rispondeva con una procedura: la richiesta al vescovo. Ed era come frenare il soffio dello spirito. Essere costrette a fermarsi nel proprio percorso, dover chiedere appuntamento ad un vescovo accentuava la condizione di debolezza. Molte si sono perse in questo passaggio, si sono sentite imperdonabili finendo per ripiegarsi su se stesse»
Il perdono di Dio può estendersi anche alle donne che hanno abortito e ai medici e agli infermieri, ai familiari che le hanno aiutate. E i sacerdoti, che di quel perdono sono tramite e non titolari, devono mettersi in ascolto di chiunque intenda riconciliarsi e «accedere all’amore del Padre», a cominciare appunto da chi ha peccato.

Udienza Generale del mercoledì di Papa Francesco

«Continueremo ad agire secondo coscienza» In Italia sono obiettori 7 ginecologi su dieci di Carla Massi in Il Messaggero del 22 novembre 2016

Tra i ginecologi, sono molti che ieri, dopo le parole di Francesco, hanno pensato al dolore delle pazienti cattoliche costrette, per i motivi più diversi, ad interrompere una gravidanza. Per loro, un gesto di comprensione e di vicinanza capace di sollevare la donna credente dal senso di colpa
Fin dai primi secoli la Chiesa ha «dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato, e questo insegnamento non è mutato. L’aborto diretto, cioè voluto come fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale» si legge nel Catechismo.
Vietato chiamarla depenalizzazione perché naturalmente – si tratta di ben altra cosa.. Tuttavia il mutamento della Chiesa di Papa Francesco a proposito di aborto è radicale. Da oggi in poi qualsiasi prete, di qualsiasi parrocchia nel mondo, potrà assolvere qualsiasi cattolico dal peccato mortale dell’aborto senza ricevere, com’era necessario prima, speciali dispense da parte del vescovo
L’aborto cessa quindi di essere un peccato così grave da poter essere assolto solo da un vescovo, o da un prete appositamente designato dal vescovo. Non si tratta però di un declassamento della gravità del peccato – Francesco non fa che denunciarlo come uno dei più gravi di questo tempo appena ne ha l’occasione – ma del suo svincolamento da una prassi complicata
Che si sia religiosi o laici, credenti o non credenti, è sempre un fatto positivo che nessun essere umano venga messo fuori dalla legge civile o religiosa.
Papa Francesco lo espone con il suo stile chiaro nella Lettera apostolica Misericordia et misera, pubblicata ieri a conclusione del Giubileo: «Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono». Niente. Nemmeno un peccato grave come l’aborto
Tutti i preti potranno assolvere dal peccato di aborto, sia le madri, sia i medici e gli infermieri. Cambiano le norme del diritto canonico: l’apertura arriva da Papa Francesco all’indomani della chiusura del Giubileo sulla misericordia. La disposizione è contenuta nella Lettera «Misericordia et misera» presentata in Vaticano.
È una misura che non cancella il «peccato di aborto» («l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente», puntualizza Francesco) – quindi non c’è nessuna modifica dottrinale -, ma introduce un profondo aggiornamento pastorale e giuridico

FRANCESCO

a quanti leggeranno questa Lettera Apostolica

misericordia e pacegiubileo1

giubileo

Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11). Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell’amore di Dio quando viene incontro al peccatore: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia».[1] Quanta pietà e giustizia divina in questo racconto! Il suo insegnamento viene a illuminare la conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia, mentre indica il cammino che siamo chiamati a percorrere nel futuro.

1. Questa pagina del Vangelo può a buon diritto essere assunta come icona di quanto abbiamo celebrato nell’Anno Santo, un tempo ricco di misericordia, la quale chiede di essere ancora celebrata e vissuta nelle nostre comunità. La misericordia, infatti, non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo. Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre.

Una donna e Gesù si sono incontrati. Lei, adultera e, secondo la Legge, giudicata passibile di lapidazione; Lui, che con la sua predicazione e il dono totale di sé, che lo porterà alla croce, ha riportato la legge mosaica al suo genuino intento originario. Al centro non c’è la legge e la giustizia legale, ma l’amore di Dio, che sa leggere nel cuore di ogni persona, per comprenderne il desiderio più nascosto, e che deve avere il primato su tutto. In questo racconto evangelico, tuttavia, non si incontrano il peccato e il giudizio in astratto, ma una peccatrice e il Salvatore. Gesù ha guardato negli occhi quella donna e ha letto nel suo cuore: vi ha trovato il desiderio di essere capita, perdonata e liberata. La miseria del peccato è stata rivestita dalla misericordia dell’amore. Nessun giudizio da parte di Gesù che non fosse segnato dalla pietà e dalla compassione per la condizione della peccatrice. A chi voleva giudicarla e condannarla a morte, Gesù risponde con un lungo silenzio, che vuole lasciar emergere la voce di Dio nelle coscienze, sia della donna sia dei suoi accusatori. I quali lasciano cadere le pietre dalle mani e se ne vanno ad uno ad uno (cfr Gv 8,9). E dopo quel silenzio, Gesù dice: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? … Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (vv. 10-11). In questo modo la aiuta a guardare al futuro con speranza e ad essere pronta a rimettere in moto la sua vita; d’ora in avanti, se lo vorrà, potrà “camminare nella carità” (cfr Ef 5,2). Una volta che si è rivestiti della misericordia, anche se permane la condizione di debolezza per il peccato, essa è sovrastata dall’amore che permette di guardare oltre e vivere diversamente.

2. Gesù d’altronde lo aveva insegnato con chiarezza quando, invitato a pranzo da un fariseo, gli si era avvicinata una donna conosciuta da tutti come una peccatrice (cfr Lc 7,36-50). Lei aveva cosparso di profumo i piedi di Gesù, li aveva bagnati con le sue lacrime e asciugati con i suoi capelli (cfr v. 37-38). Alla reazione scandalizzata del fariseo, Gesù rispose: «Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (v. 47).

Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita. Non c’è pagina del Vangelo che possa essere sottratta a questo imperativo dell’amore che giunge fino al perdono. Perfino nel momento ultimo della sua esistenza terrena, mentre viene inchiodato sulla croce, Gesù ha parole di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato. Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra nella vita di ogni persona.

La misericordia è questa azione concreta dell’amore che, perdonando, trasforma e cambia la vita. È così che si manifesta il suo mistero divino. Dio è misericordioso (cfr Es 34,6), la sua misericordia dura in eterno (cfr Sal 136), di generazione in generazione abbraccia ogni persona che confida in Lui e la trasforma, donandole la sua stessa vita.

3. Quanta gioia è stata suscitata nel cuore di queste due donne, l’adultera e la peccatrice! Il perdono le ha fatte sentire finalmente libere e felici come mai prima. Le lacrime della vergogna e del dolore si sono trasformate nel sorriso di chi sa di essere amata. La misericordia suscita gioia, perché il cuore si apre alla speranza di una vita nuova. La gioia del perdono è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza. All’origine di essa c’è l’amore con cui Dio ci viene incontro, spezzando il cerchio di egoismo che ci avvolge, per renderci a nostra volta strumenti di misericordia.

Come sono significative anche per noi le parole antiche che guidavano i primi cristiani: «Rivestiti di gioia che è sempre gradita a Dio e gli è accetta. In essa si diletta. Ogni uomo gioioso opera bene, pensa bene e disprezza la tristezza […] Vivranno in Dio quanti allontanano la tristezza e si rivestono di ogni gioia».[2] Fare esperienza della misericordia dona gioia. Non lasciamocela portar via dalle varie afflizioni e preoccupazioni. Possa rimanere ben radicata nel nostro cuore e farci guardare sempre con serenità alla vita quotidiana.

In una cultura spesso dominata dalla tecnica, sembrano moltiplicarsi le forme di tristezza e solitudine in cui cadono le persone, e anche tanti giovani. Il futuro infatti sembra essere ostaggio dell’incertezza che non consente di avere stabilità. È così che sorgono spesso sentimenti di malinconia, tristezza e noia, che lentamente possono portare alla disperazione. C’è bisogno di testimoni di speranza e di gioia vera, per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali. Il vuoto profondo di tanti può essere riempito dalla speranza che portiamo nel cuore e dalla gioia che ne deriva. C’è tanto bisogno di riconoscere la gioia che si rivela nel cuore toccato dalla misericordia. Facciamo tesoro, pertanto, delle parole dell’Apostolo: «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4,4; cfr 1 Ts 5,16).

4. Abbiamo celebrato un Anno intenso, durante il quale ci è stata donata con abbondanza la grazia della misericordia. Come un vento impetuoso e salutare, la bontà e la misericordia del Signore si sono riversate sul mondo intero. E davanti a questo sguardo amoroso di Dio che in maniera così prolungata si è rivolto su ognuno di noi, non si può rimanere indifferenti, perché esso cambia la vita.

Sentiamo il bisogno, anzitutto, di ringraziare il Signore e dirgli: «Sei stato buono, Signore, con la tua terra […]. Hai perdonato la colpa del tuo popolo» (Sal 85,2-3). È proprio così: Dio ha calpestato le nostre colpe e gettato in fondo al mare i nostri peccati (cfr Mi 7,19); non li ricorda più, se li è buttati alle spalle (cfr Is 38,17); come è distante l’oriente dall’occidente così i nostri peccati sono distanti da lui (cfr Sal 103,12).

In questo Anno Santo la Chiesa ha saputo mettersi in ascolto e ha sperimentato con grande intensità la presenza e vicinanza del Padre, che con l’opera dello Spirito Santo le ha reso più evidente il dono e il mandato di Gesù Cristo riguardo al perdono. È stata realmente una nuova visita del Signore in mezzo a noi. Abbiamo percepito il suo soffio vitale riversarsi sulla Chiesa e, ancora una volta, le sue parole hanno indicato la missione: «Ricevete lo Spirito Santo: a coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23).

5. Adesso, concluso questo Giubileo, è tempo di guardare avanti e di comprendere come continuare con fedeltà, gioia ed entusiasmo a sperimentare la ricchezza della misericordia divina. Le nostre comunità potranno rimanere vive e dinamiche nell’opera di nuova evangelizzazione nella misura in cui la “conversione pastorale” che siamo chiamati a vivere[3] sarà plasmata quotidianamente dalla forza rinnovatrice della misericordia. Non limitiamo la sua azione; non rattristiamo lo Spirito che indica sempre nuovi sentieri da percorrere per portare a tutti il Vangelo che salva.

In primo luogo siamo chiamati a celebrare la misericordia. Quanta ricchezza è presente nella preghiera della Chiesa quando invoca Dio come Padre misericordioso! Nella liturgia, la misericordia non solo viene ripetutamente evocata, ma realmente ricevuta e vissuta. Dall’inizio alla fine della celebrazione eucaristica, la misericordia ritorna più volte nel dialogo tra l’assemblea orante e il cuore del Padre, che gioisce quando può effondere il suo amore misericordioso. Dopo la richiesta di perdono iniziale con l’invocazione «Signore pietà», veniamo subito rassicurati: «Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna». È con questa fiducia che la comunità si raduna alla presenza del Signore, particolarmente nel giorno santo della risurrezione. Molte orazioni “collette” intendono richiamare il grande dono della misericordia. Nel periodo della Quaresima, ad esempio, preghiamo dicendo: «Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia».[4] Siamo poi immersi nella grande preghiera eucaristica con il prefazio che proclama: «Nella tua misericordia hai tanto amato gli uomini da mandare il tuo Figlio come Redentore a condividere in tutto, fuorché nel peccato, la nostra condizione umana».[5] La quarta preghiera eucaristica, inoltre, è un inno alla misericordia di Dio: «Nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro, perché coloro che ti cercano ti possano trovare». «Di noi tutti abbi misericordia»,[6] è la richiesta impellente che il sacerdote compie nella preghiera eucaristica per implorare la partecipazione alla vita eterna. Dopo il Padre Nostro, il sacerdote prolunga la preghiera invocando la pace e la liberazione dal peccato grazie all’«aiuto della tua misericordia». E prima del segno di pace, scambiato come espressione di fratellanza e di amore reciproco alla luce del perdono ricevuto, egli prega di nuovo: «Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa».[7] Mediante queste parole, con umile fiducia chiediamo il dono dell’unità e della pace per la santa Madre Chiesa. La celebrazione della misericordia divina culmina nel Sacrificio eucaristico, memoriale del mistero pasquale di Cristo, da cui scaturisce la salvezza per ogni essere umano, per la storia e per il mondo intero. Insomma, ogni momento della celebrazione eucaristica fa riferimento alla misericordia di Dio.

In tutta la vita sacramentale la misericordia ci viene donata in abbondanza. Non è affatto senza significato che la Chiesa abbia voluto fare esplicitamente il richiamo alla misericordia nella formula dei due sacramenti chiamati “di guarigione”, cioè la Riconciliazione e l’Unzione dei malati. La formula di assoluzione dice: «Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace»[8] e quella dell’Unzione recita: «Per questa santa Unzione e la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo».[9] Dunque, nella preghiera della Chiesa il riferimento alla misericordia, lungi dall’essere solamente parenetico, è altamente performativo, vale a dire che mentre la invochiamo con fede, ci viene concessa; mentre la confessiamo viva e reale, realmente ci trasforma. È questo un contenuto fondamentale della nostra fede, che dobbiamo conservare in tutta la sua originalità: prima di quella del peccato, abbiamo la rivelazione dell’amore con cui Dio ha creato il mondo e gli esseri umani. L’amore è il primo atto con il quale Dio si fa conoscere e ci viene incontro. Teniamo, pertanto, aperto il cuore alla fiducia di essere amati da Dio. Il suo amore ci precede sempre, ci accompagna e rimane accanto a noi nonostante il nostro peccato

6. In tale contesto, assume un significato particolare anche l’ascolto della Parola di Dio. Ogni domenica, la Parola di Dio viene proclamata nella comunità cristiana perché il giorno del Signore sia illuminato dalla luce che promana dal mistero pasquale.[10] Nella celebrazione eucaristica sembra di assistere a un vero dialogo tra Dio e il suo popolo. Nella proclamazione delle Letture bibliche, infatti, si ripercorre la storia della nostra salvezza attraverso l’incessante opera di misericordia che viene annunciata. Dio parla ancora oggi con noi come ad amici, si “intrattiene” con noi[11] per donarci la sua compagnia e mostrarci il sentiero della vita. La sua Parola si fa interprete delle nostre richieste e preoccupazioni e risposta feconda perché possiamo sperimentare concretamente la sua vicinanza. Quanta importanza acquista l’omelia, dove «la verità si accompagna alla bellezza e al bene»,[12] per far vibrare il cuore dei credenti dinanzi alla grandezza della misericordia! Raccomando molto la preparazione dell’omelia e la cura della predicazione. Essa sarà tanto più fruttuosa, quanto più il sacerdote avrà sperimentato su di sé la bontà misericordiosa del Signore. Comunicare la certezza che Dio ci ama non è un esercizio retorico, ma condizione di credibilità del proprio sacerdozio. Vivere, quindi, la misericordia è la via maestra per farla diventare un vero annuncio di consolazione e di conversione nella vita pastorale. L’omelia, come pure la catechesi, hanno bisogno di essere sempre sostenute da questo cuore pulsante della vita cristiana.

7. La Bibbia è il grande racconto che narra le meraviglie della misericordia di Dio. Ogni pagina è intrisa dell’amore del Padre che fin dalla creazione ha voluto imprimere nell’universo i segni del suo amore. Lo Spirito Santo, attraverso le parole dei profeti e gli scritti sapienziali, ha plasmato la storia di Israele nel riconoscimento della tenerezza e della vicinanza di Dio, nonostante l’infedeltà del popolo. La vita di Gesù e la sua predicazione segnano in modo determinante la storia della comunità cristiana, che ha compreso la propria missione sulla base del mandato di Cristo di essere strumento permanente della sua misericordia e del suo perdono (cfr Gv 20,23). Attraverso la Sacra Scrittura, mantenuta viva dalla fede della Chiesa, il Signore continua a parlare alla sua Sposa e le indica i sentieri da percorrere, perché il Vangelo della salvezza giunga a tutti. È mio vivo desiderio che la Parola di Dio sia sempre più celebrata, conosciuta e diffusa, perché attraverso di essa si possa comprendere meglio il mistero di amore che promana da quella sorgente di misericordia. Lo ricorda chiaramente l’Apostolo: «Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia» (2 Tm 3,16).

Sarebbe opportuno che ogni comunità, in una domenica dell’Anno liturgico, potesse rinnovare l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura: una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo. Non mancherà la creatività per arricchire questo momento con iniziative che stimolino i credenti ad essere strumenti vivi di trasmissione della Parola. Certamente, tra queste iniziative vi è la diffusione più ampia della lectio divina, affinché, attraverso la lettura orante del testo sacro, la vita spirituale trovi sostegno e crescita. La lectio divina sui temi della misericordia permetterà di toccare con mano quanta fecondità viene dal testo sacro, letto alla luce dell’intera tradizione spirituale della Chiesa, che sfocia necessariamente in gesti e opere concrete di carità.[13]

8. La celebrazione della misericordia avviene in modo del tutto particolare con il Sacramento della Riconciliazione. È questo il momento in cui sentiamo l’abbraccio del Padre che viene incontro per restituirci la grazia di essere di nuovo suoi figli. Noi siamo peccatori e portiamo con noi il peso della contraddizione tra ciò che vorremmo fare e quanto invece concretamente facciamo (cfr Rm 7,14-21); la grazia, tuttavia, ci precede sempre, e assume il volto della misericordia che si rende efficace nella riconciliazione e nel perdono. Dio fa comprendere il suo immenso amore proprio davanti al nostro essere peccatori. La grazia è più forte, e supera ogni possibile resistenza, perché l’amore tutto vince (cfr 1 Cor 13,7).

Nel Sacramento del Perdono Dio mostra la via della conversione a Lui, e invita a sperimentare di nuovo la sua vicinanza. È un perdono che può essere ottenuto iniziando, anzitutto, a vivere la carità. Lo ricorda anche l’apostolo Pietro quando scrive che «L’amore copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4,8). Solo Dio perdona i peccati, ma chiede anche a noi di essere pronti al perdono verso gli altri, così come Lui perdona i nostri: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Quanta tristezza quando rimaniamo chiusi in noi stessi e incapaci di perdonare! Prendono il sopravvento il rancore, la rabbia, la vendetta, rendendo la vita infelice e vanificando l’impegno gioioso per la misericordia.

9. Un’esperienza di grazia che la Chiesa ha vissuto con tanta efficacia nell’Anno giubilare è stato certamente il servizio dei Missionari della Misericordia. La loro azione pastorale ha voluto rendere evidente che Dio non pone alcun confine per quanti lo cercano con cuore pentito, perché a tutti va incontro come un Padre. Ho ricevuto tante testimonianze di gioia per il rinnovato incontro con il Signore nel Sacramento della Confessione. Non perdiamo l’opportunità di vivere la fede anche come esperienza di riconciliazione. «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20) è l’invito che ancora ai nostri giorni l’Apostolo rivolge per far scoprire ad ogni credente la potenza dell’amore che rende una «creatura nuova» (2 Cor 5,17).

Esprimo la mia gratitudine ad ogni Missionario della Misericordia per questo prezioso servizio offerto per rendere efficace la grazia del perdono. Questo ministero straordinario, tuttavia, non si conclude con la chiusura della Porta Santa. Desidero, infatti, che permanga ancora, fino a nuova disposizione, come segno concreto che la grazia del Giubileo continua ad essere, nelle varie parti del mondo, viva ed efficace. Sarà cura del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione seguire in questo periodo i Missionari della Misericordia, come espressione diretta della mia sollecitudine e vicinanza e trovare le forme più coerenti per l’esercizio di questo prezioso ministero.

10. Ai sacerdoti rinnovo l’invito a prepararsi con grande cura al ministero della Confessione, che è una vera missione sacerdotale. Vi ringrazio sentitamente per il vostro servizio e vi chiedo di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell’aiutare a riflettere sul male commesso; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio. Come Gesù davanti alla donna adultera scelse di rimanere in silenzio per salvarla dalla condanna a morte, così anche il sacerdote nel confessionale sia magnanimo di cuore, sapendo che ogni penitente lo richiama alla sua stessa condizione personale: peccatore, ma ministro di misericordia.

11. Vorrei che tutti noi meditassimo le parole dell’Apostolo, scritte verso la fine della sua vita, quando a Timoteo confessa di essere stato il primo dei peccatori, «ma appunto per questo ho ottenuto misericordia» (1 Tm 1,16). Le sue parole hanno una forza prorompente per provocare anche noi a riflettere sulla nostra esistenza e per vedere all’opera la misericordia di Dio nel cambiare, convertire e trasformare il nostro cuore: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia» (1 Tm 1,12-13).

Ricordiamo con sempre rinnovata passione pastorale, pertanto, le parole dell’Apostolo: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18). Noi per primi siamo stati perdonati in vista di questo ministero; resi testimoni in prima persona dell’universalità del perdono. Non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da Lui riconoscendo di avere sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo. Fermarsi soltanto alla legge equivale a vanificare la fede e la misericordia divina. C’è un valore propedeutico nella legge (cfr Gal 3,24) che ha come fine la carità (cfr 1 Tm 1,5). Tuttavia, il cristiano è chiamato a vivere la novità del Vangelo, «la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù» (Rm 8,2). Anche nei casi più complessi, dove si è tentati di far prevalere una giustizia che deriva solo dalle norme, si deve credere nella forza che scaturisce dalla grazia divina.

Noi confessori abbiamo esperienza di tante conversioni che si manifestano sotto i nostri occhi. Sentiamo, quindi, la responsabilità di gesti e parole che possano giungere nel profondo del cuore del penitente, perché scopra la vicinanza e la tenerezza della Padre che perdona. Non vanifichiamo questi momenti con comportamenti che possano contraddire l’esperienza della misericordia che viene ricercata. Aiutiamo, piuttosto, a illuminare lo spazio della coscienza personale con l’amore infinito di Dio (cfr 1 Gv 3,20).

Il Sacramento della Riconciliazione ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana; per questo richiede sacerdoti che mettano la loro vita a servizio del «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18) in modo tale che, mentre a nessuno sinceramente pentito è impedito di accedere all’amore del Padre che attende il suo ritorno, a tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono.

Un’occasione propizia può essere la celebrazione dell’iniziativa 24 ore per il Signore in prossimità della IV domenica di Quaresima, che già trova molto consenso nelle Diocesi e che rimane un richiamo pastorale forte per vivere intensamente il Sacramento della Confessione.

12. In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare[14] viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione.

Nell’Anno del Giubileo avevo concesso ai fedeli che per diversi motivi frequentano le chiese officiate dai sacerdoti della Fraternità San Pio X di ricevere validamente e lecitamente l’assoluzione sacramentale dei loro peccati.[15] Per il bene pastorale di questi fedeli, e confidando nella buona volontà dei loro sacerdoti perché si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa Cattolica, stabilisco per mia propria decisione di estendere questa facoltà oltre il periodo giubilare, fino a nuove disposizioni in proposito, perché a nessuno venga mai a mancare il segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa.

13. La misericordia possiede anche il volto della consolazione. «Consolate, consolate il mio popolo» (Is 40,1) sono le parole accorate che il profeta fa sentire ancora oggi, perché possa giungere a quanti sono nella sofferenza e nel dolore una parola di speranza. Non lasciamoci mai rubare la speranza che proviene dalla fede nel Signore risorto. È vero, spesso siamo messi a dura prova, ma non deve mai venire meno la certezza che il Signore ci ama. La sua misericordia si esprime anche nella vicinanza, nell’affetto e nel sostegno che tanti fratelli e sorelle possono offrire quando sopraggiungono i giorni della tristezza e dell’afflizione. Asciugare le lacrime è un’azione concreta che spezza il cerchio di solitudine in cui spesso veniamo rinchiusi.

Tutti abbiamo bisogno di consolazione perché nessuno è immune dalla sofferenza, dal dolore e dall’incomprensione. Quanto dolore può provocare una parola astiosa, frutto dell’invidia, della gelosia e della rabbia! Quanta sofferenza provoca l’esperienza del tradimento, della violenza e dell’abbandono; quanta amarezza dinanzi alla morte delle persone care! Eppure, mai Dio è lontano quando si vivono questi drammi. Una parola che rincuora, un abbraccio che ti fa sentire compreso, una carezza che fa percepire l’amore, una preghiera che permette di essere più forte… sono tutte espressioni della vicinanza di Dio attraverso la consolazione offerta dai fratelli.

A volte, anche il silenzio potrà essere di grande aiuto; perché a volte non ci sono parole per dare risposta agli interrogativi di chi soffre. Alla mancanza della parola, tuttavia, può supplire la compassione di chi è presente, vicino, ama e tende la mano. Non è vero che il silenzio sia un atto di resa, al contrario, è un momento di forza e di amore. Anche il silenzio appartiene al nostro linguaggio di consolazione perché si trasforma in un’opera concreta di condivisione e partecipazione alla sofferenza del fratello.

14. In un momento particolare come il nostro, che tra tante crisi vede anche quella della famiglia, è importante che giunga una parola di forza consolatrice alle nostre famiglie. Il dono del matrimonio è una grande vocazione a cui, con la grazia di Cristo, corrispondere nell’amore generoso, fedele e paziente. La bellezza della famiglia permane immutata, nonostante tante oscurità e proposte alternative: «La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa».[16] Il sentiero della vita che porta un uomo e una donna a incontrarsi, amarsi, e davanti a Dio a promettersi fedeltà per sempre, è spesso interrotto da sofferenza, tradimento e solitudine. La gioia per il dono dei figli non è immune dalle preoccupazioni dei genitori riguardo alla loro crescita e formazione, riguardo a un futuro degno di essere vissuto intensamente.

La grazia del Sacramento del Matrimonio non solo fortifica la famiglia perché sia luogo privilegiato in cui vivere la misericordia, ma impegna la comunità cristiana, e tutta l’azione pastorale, a far emergere il grande valore propositivo della famiglia. Questo Anno giubilare, comunque, non può far perdere di vista la complessità dell’attuale realtà familiare. L’esperienza della misericordia ci rende capaci di guardare a tutte le difficoltà umane con l’atteggiamento dell’amore di Dio, che non si stanca di accogliere e di accompagnare.[17]

Non possiamo dimenticare che ognuno porta con sé la ricchezza e il peso della propria storia, che lo contraddistingue da ogni altra persona. La nostra vita, con le sue gioie e i suoi dolori, è qualcosa di unico e irripetibile, che scorre sotto lo sguardo misericordioso di Dio. Ciò richiede, soprattutto da parte del sacerdote, un discernimento spirituale attento, profondo e lungimirante perché chiunque, nessuno escluso, qualunque situazione viva, possa sentirsi concretamente accolto da Dio, partecipare attivamente alla vita della comunità ed essere inserito in quel Popolo di Dio che, instancabilmente, cammina verso la pienezza del regno di Dio, regno di giustizia, di amore, di perdono e di misericordia.

15. Particolare rilevanza riveste il momento della morte. La Chiesa ha sempre vissuto questo passaggio drammatico alla luce della risurrezione di Gesù Cristo, che ha aperto la strada per la certezza della vita futura. Abbiamo una grande sfida da accogliere, soprattutto nella cultura contemporanea che spesso tende a banalizzare la morte fino a farla diventare una semplice finzione, o a nasconderla. La morte invece va affrontata e preparata come passaggio doloroso e ineludibile ma carico di senso: quello dell’estremo atto di amore verso le persone che ci lasciano e verso Dio a cui si va incontro. In tutte le religioni il momento della morte, come quello della nascita, è accompagnato da una presenza religiosa. Noi viviamo l’esperienza delle esequie come preghiera carica di speranza per l’anima del defunto e per dare consolazione a quanti soffrono il distacco dalla persona amata.

Sono convinto che abbiamo bisogno, nell’azione pastorale animata da fede viva, di far toccare con mano quanto i segni liturgici e le nostre preghiere siano espressione della misericordia del Signore. È Lui stesso che offre parole di speranza, perché niente e nessuno potranno mai separare dal suo amore (cfr Rm 8,35). La condivisione di questo momento da parte del sacerdote è un accompagnamento importante, perché permette di vivere la vicinanza alla comunità cristiana nel momento di debolezza, solitudine, incertezza e pianto.

16. Termina il Giubileo e si chiude la Porta Santa. Ma la porta della misericordia del nostro cuore rimane sempre spalancata. Abbiamo imparato che Dio si china su di noi (cfr Os 11,4) perché anche noi possiamo imitarlo nel chinarci sui fratelli. La nostalgia di tanti di ritornare alla casa del Padre, che attende la loro venuta, è suscitata anche da testimoni sinceri e generosi della tenerezza divina. La Porta Santa che abbiamo attraversato in questo Anno giubilare ci ha immesso nella via della carità che siamo chiamati a percorrere ogni giorno con fedeltà e gioia. È la strada della misericordia che permette di incontrare tanti fratelli e sorelle che tendono la mano perché qualcuno la possa afferrare per camminare insieme.

Voler essere vicini a Cristo esige di farsi prossimo verso i fratelli, perché niente è più gradito al Padre se non un segno concreto di misericordia. Per sua stessa natura, la misericordia si rende visibile e tangibile in un’azione concreta e dinamica. Una volta che la si è sperimentata nella sua verità, non si torna più indietro: cresce continuamente e trasforma la vita. È un’autentica nuova creazione che realizza un cuore nuovo, capace di amare in modo pieno, e purifica gli occhi perché riconoscano le necessità più nascoste. Come sono vere le parole con cui la Chiesa prega nella Veglia Pasquale, dopo la lettura del racconto della creazione: «O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti».[18]

La misericordia rinnova e redime, perché è l’incontro di due cuori: quello di Dio che viene incontro a quello dell’uomo. Questo si riscalda e il primo lo risana: il cuore di pietra viene trasformato in cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di amare nonostante il suo peccato. Qui si percepisce di essere davvero una “nuova creatura” (cfr Gal 6,15): sono amato, dunque esisto; sono perdonato, quindi rinasco a vita nuova; sono stato “misericordiato”, quindi divento strumento di misericordia.

17. Durante l’Anno Santo, specialmente nei “venerdì della misericordia”, ho potuto toccare con mano quanto bene è presente nel mondo. Spesso non è conosciuto perché si realizza quotidianamente in maniera discreta e silenziosa. Anche se non fanno notizia, esistono tuttavia tanti segni concreti di bontà e di tenerezza rivolti ai più piccoli e indifesi, ai più soli e abbandonati. Esistono davvero dei protagonisti della carità che non fanno mancare la solidarietà ai più poveri e infelici. Ringraziamo il Signore per questi doni preziosi che invitano a scoprire la gioia del farsi prossimo davanti alla debolezza dell’umanità ferita. Con gratitudine penso ai tanti volontari che ogni giorno dedicano il loro tempo a manifestare la presenza e vicinanza di Dio con la loro dedizione. Il loro servizio è una genuina opera di misericordia, che aiuta tante persone ad avvicinarsi alla Chiesa.

18. È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia. La Chiesa ha bisogno di raccontare oggi quei «molti altri segni» che Gesù ha compiuto e che «non sono stati scritti» (Gv 20,30), affinché siano espressione eloquente della fecondità dell’amore di Cristo e della comunità che vive di Lui. Sono passati più di duemila anni, eppure le opere di misericordia continuano a rendere visibile la bontà di Dio.

Ancora oggi intere popolazioni soffrono la fame e la sete, e quanta preoccupazione suscitano le immagini di bambini che nulla hanno per cibarsi. Masse di persone continuano a migrare da un Paese all’altro in cerca di cibo, lavoro, casa e pace. La malattia, nelle sue varie forme, è un motivo permanente di sofferenza che richiede aiuto, consolazione e sostegno. Le carceri sono luoghi in cui spesso, alla pena restrittiva, si aggiungono disagi a volte gravi, dovuti a condizioni di vita disumane. L’analfabetismo è ancora molto diffuso e impedisce ai bambini e alle bambine di formarsi e li espone a nuove forme di schiavitù. La cultura dell’individualismo esasperato, soprattutto in occidente, porta a smarrire il senso di solidarietà e di responsabilità verso gli altri. Dio stesso rimane oggi uno sconosciuto per molti; ciò rappresenta la più grande povertà e il maggior ostacolo al riconoscimento della dignità inviolabile della vita umana.

Insomma, le opere di misericordia corporale e spirituale costituiscono fino ai nostri giorni la verifica della grande e positiva incidenza della misericordia come valore sociale. Essa infatti spinge a rimboccarsi le maniche per restituire dignità a milioni di persone che sono nostri fratelli e sorelle, chiamati con noi a costruire una «città affidabile».[19]

19. Tanti segni concreti di misericordia sono stati realizzati durante questo Anno Santo. Comunità, famiglie e singoli credenti hanno riscoperto la gioia della condivisione e la bellezza della solidarietà. Eppure non basta. Il mondo continua a generare nuove forme di povertà spirituale e materiale che attentano alla dignità delle persone. È per questo che la Chiesa dev’essere sempre vigile e pronta per individuare nuove opere di misericordia e attuarle con generosità ed entusiasmo.

Poniamo, dunque, ogni sforzo per dare forme concrete alla carità e al tempo stesso intelligenza alle opere di misericordia. Quest’ultima possiede un’azione inclusiva, per questo tende ad allargarsi a macchia d’olio e non conosce limiti. E in questo senso siamo chiamati a dare volto nuovo alle opere di misericordia che conosciamo da sempre. La misericordia, infatti, eccede; va sempre oltre, è feconda. È come il lievito che fa fermentare la pasta (cfr Mt 13,33) e come un granello di senape che diventa un albero (cfr Lc 13,19).

Pensiamo solo, a titolo esemplificativo, all’opera di misericordia corporale vestire chi è nudo (cfr Mt 25,36.38.43.44). Essa ci riporta ai primordi, al giardino dell’Eden, quando Adamo ed Eva scoprirono di essere nudi e, sentendo avvicinarsi il Signore, ebbero vergogna e si nascosero (cfr Gen 3,7-8). Sappiamo che il Signore li punì; tuttavia, Egli «fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelle e li vestì» (Gen 3,21). La vergogna viene superata e la dignità restituita.

Fissiamo lo sguardo anche su Gesù al Golgota. Il Figlio di Dio sulla croce è nudo; la sua tunica è stata sorteggiata e presa dai soldati (cfr Gv 19,23-24); Lui non ha più nulla. Sulla croce si rivela all’estremo la condivisione di Gesù con quanti hanno perso dignità perché privati del necessario. Come la Chiesa è chiamata ad essere la “tunica di Cristo”[20] per rivestire il suo Signore, così è impegnata a rendersi solidale con i nudi della terra perché riacquistino la dignità di cui sono stati spogliati. «(Ero) nudo e mi avete vestito» (Mt 25,36), pertanto, obbliga a non voltare lo sguardo davanti alle nuove forme di povertà e di emarginazione che impediscono alle persone di vivere dignitosamente.

Non avere il lavoro e non ricevere il giusto salario; non poter avere una casa o una terra dove abitare; essere discriminati per la fede, la razza, lo stato sociale…: queste e molte altre sono condizioni che attentano alla dignità della persona, di fronte alle quali l’azione misericordiosa dei cristiani risponde anzitutto con la vigilanza e la solidarietà. Quante sono oggi le situazioni in cui possiamo restituire dignità alle persone e consentire una vita umana! Pensiamo solo a tanti bambini e bambine che subiscono violenze di vario genere, che rubano loro la gioia della vita. I loro volti tristi e disorientati sono impressi nella mia mente; chiedono il nostro aiuto per essere liberati dalle schiavitù del mondo contemporaneo. Questi bambini sono i giovani di domani; come li stiamo preparando a vivere con dignità e responsabilità? Con quale speranza possono affrontare il loro presente e il loro futuro?

Il carattere sociale della misericordia esige di non rimanere inerti e di scacciare l’indifferenza e l’ipocrisia, perché i piani e i progetti non rimangano lettera morta. Lo Spirito Santo ci aiuti ad essere sempre pronti ad offrire in maniera fattiva e disinteressata il nostro apporto, perché la giustizia e una vita dignitosa non rimangano parole di circostanza, ma siano l’impegno concreto di chi intende testimoniare la presenza del Regno di Dio.

20. Siamo chiamati a far crescere una cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli. Le opere di misericordia sono “artigianali”: nessuna di esse è uguale all’altra; le nostre mani possono modellarle in mille modi, e anche se unico è Dio che le ispira e unica la “materia” di cui sono fatte, cioè la misericordia stessa, ciascuna acquista una forma diversa.

Le opere di misericordia, infatti, toccano tutta la vita di una persona. E’ per questo che possiamo dar vita a una vera rivoluzione culturale proprio a partire dalla semplicità di gesti che sanno raggiungere il corpo e lo spirito, cioè la vita delle persone. È un impegno che la comunità cristiana può fare proprio, nella consapevolezza che la Parola del Signore sempre la chiama ad uscire dall’indifferenza e dall’individualismo in cui si è tentati di rinchiudersi per condurre un’esistenza comoda e senza problemi. «I poveri li avete sempre con voi» (Gv 12,8), dice Gesù ai suoi discepoli. Non ci sono alibi che possono giustificare un disimpegno quando sappiamo che Lui si è identificato con ognuno di loro.

La cultura della misericordia si forma nella preghiera assidua, nella docile apertura all’azione dello Spirito, nella familiarità con la vita dei santi e nella vicinanza concreta ai poveri. È un invito pressante a non fraintendere dove è determinante impegnarsi. La tentazione di fare la “teoria della misericordia” si supera nella misura in cui questa si fa vita quotidiana di partecipazione e condivisione. D’altronde, non dovremmo mai dimenticare le parole con cui l’apostolo Paolo, raccontando il suo incontro con Pietro, Giacomo e Giovanni, dopo la conversione, mette in risalto un aspetto essenziale della sua missione e di tutta la vita cristiana: «Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Gal 2,10). Non possiamo dimenticarci dei poveri: è un invito più che mai attuale che si impone per la sua evidenza evangelica.

21. L’esperienza del Giubileo imprima in noi le parole dell’apostolo Pietro: «Un tempo eravate esclusi dalla misericordia; ora, invece, avete ottenuto misericordia» (1 Pt 2,10). Non teniamo gelosamente solo per noi quanto abbiamo ricevuto; sappiamo condividerlo con i fratelli sofferenti perché siano sostenuti dalla forza della misericordia del Padre. Le nostre comunità si aprano a raggiungere quanti vivono nel loro territorio perché a tutti giunga la carezza di Dio attraverso la testimonianza dei credenti.

Questo è il tempo della misericordia. Ogni giorno del nostro cammino è segnato dalla presenza di Dio che guida i nostri passi con la forza della grazia che lo Spirito infonde nel cuore per plasmarlo e renderlo capace di amare. È il tempo della misericordia per tutti e per ognuno, perché nessuno possa pensare di essere estraneo alla vicinanza di Dio e alla potenza della sua tenerezza. È il tempo della misericordia perché quanti sono deboli e indifesi, lontani e soli possano cogliere la presenza di fratelli e sorelle che li sorreggono nelle necessità. È il tempo della misericordia perché i poveri sentano su di sé lo sguardo rispettoso ma attento di quanti, vinta l’indifferenza, scoprono l’essenziale della vita. È il tempo della misericordia perché ogni peccatore non si stanchi di chiedere perdono e sentire la mano del Padre che sempre accoglie e stringe a sé.

Alla luce del “Giubileo delle persone socialmente escluse”, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri. Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia (cfr Mt 25,31-46). Sarà una Giornata che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa (cfr Lc 16,19-21), non potrà esserci giustizia né pace sociale. Questa Giornata costituirà anche una genuina forma di nuova evangelizzazione (cfr Mt 11,5), con la quale rinnovare il volto della Chiesa nella sua perenne azione di conversione pastorale per essere testimone della misericordia.

22. Su di noi rimangono sempre rivolti gli occhi misericordiosi della Santa Madre di Dio. Lei è la prima che apre la strada e ci accompagna nella testimonianza dell’amore. La Madre della Misericordia raccoglie tutti sotto la protezione del suo manto, come spesso l’arte l’ha voluta rappresentare. Confidiamo nel suo materno aiuto e seguiamo la sua perenne indicazione a guardare a Gesù, volto raggiante della misericordia di Dio.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 20 novembre,
Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo,
dell’Anno del Signore 2016, quarto di pontificato.

FRANCESCO

 


[1] In Joh 33,5.

[2] Il Pastore di Erma, XLII, 1-4.

[3] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 27.

[4] Messale Romano, III Domenica di Quaresima.

[5] Ibid., Prefazio delle domeniche del Tempo Ordinario VII.

[6] Ibid., Preghiera eucaristica II.

[7] Ibid., Riti di comunione.

[8] Rito della Penitenza, n. 46.

[9] Sacramento dell’Unzione e cura pastorale degli infermi, n. 76.

[10] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 106.

[11] Id., Cost. dogm. Dei Verbum, 2.

[12] Esort. ap. Evangelii gaudium, 142.

[13] Cfr Benedetto XVI, Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 86-87.

[14] Cfr Lettera con la quale si concede l’indulgenza in occasione del Giubileo della Misericordia, 1 settembre 2015.

[15] Cfr ibid.

[16] Esort. ap. postsin. Amoris laetitia, 1.

[17] Cfr ibid., 291-300.

[18] Messale Romano, Veglia Pasquale, Orazione dopo la Prima Lettura.

[19] Lett. enc. Lumen fidei, 50.

[20] Cfr Cipriano, L’unità della Chiesa cattolica, 7.

 

ce la farà il sinodo panortodosso a vedere la luce dopo 60anni di preparazione?

il sinodo pan (?) -ortodosso

di Ioannis Maragós
in “SettimanaNews”

sinodo

Mancano pochi giorni all’inizio del Santo e grande sinodo della Chiesa ortodossa. Il suo presidente, il patriarca ecumenico, ha programmato il suo arrivo a Kolymbari Chania, sede del Sinodo, per mercoledì 15 giugno. Lo si stava preparando da circa 60 anni, e finalmente si saprà quale sarà il suo approdo. Un Sinodo avrebbe dovuto ridare vigore e presenza concreta a ciò che la Chiesa ortodossa intende per “sinodalità” (unità nella pluralità), e avrebbe chiamato la Chiesa a dare la sua testimonianza e il suo carisma nel mondo contemporaneo, poliedrico sotto tutti i punti di vista. L’aspirazione – come ha dichiarato il metropolita Ignazio di Volo – è «di dare testimonianza dell’unità e celebrarla nel Sinodo. Il Santo sinodo si tiene per affermare e confermare l’esistenza dell’unità nel sacramento dell’eucaristia, la fede comune, i sacri canoni e la tradizione teologica»

Il metropolita però è ben conscio dei problemi esistenti, perciò ha aggiunto: «Nell’Ortodossia non abbiamo questioni di primazie. Non dobbiamo lasciarci vincere dalle divisioni dei nazionalismi». Tutto questo impegno e questo sforzo ora rischiano di rivelarsi una spina dolorante nel fianco e una frattura nel profondo dell’unità della Chiesa ortodossa.

In attesa di vedere l’esito definitivo, diamo un piccola rassegna sulle diverse posizioni – così oserei chiamarle – di politica ecclesiastica.

Il Patriarcato delle Russie è a capo delle Chiese che si augurano si rimandi il tutto a tempi più propizi. Il Patriarcato russo ha chiesto al Patriarcato ecumenico di rimandare il Sinodo se nel frattempo non si fossero rimossi gli ostacoli che già dividono alcune Chiese locali, come per es. la Chiesa di Antiochia e la Chiesa di Gerusalemme; non trovandosi in comunione, ciò impedirà loro di compartecipare all’eucaristia durante i lavori del Sinodo. In seguito, hanno avanzato riserve anche le Chiese di Georgia, di Bulgaria e della Serbia, arrivando alla conclusione che, anche se un tale Sinodo si celebrasse, sarà comunque non legittimo perché contrario allo statuto che prevede il comune accordo nella convocazione. Quando è stato chiesto al metropolita Ilarione, incaricato per gli affari esteri del Patriarcato russo, perché, dopo aver sottoscritto tutto in fase preparatoria, ora ritrattassero, ha risposto che già nella fase preparatoria erano emerse divisioni che si sperava vedere superate nel frattempo. Quando la Chiesa di Antiochia ha dichiarato in modo chiaro e distinto le sue ragioni per non partecipare, si sono aggiunte le rinunce delle altre Chiese, Georgia, Bulgaria, Serbia. A quel punto la Chiesa Russa riunita in Sinodo ha chiesto al patriarca ecumenico di convocare una riunione preliminare per affrontare i problemi sorti per poter proseguire di comune accordo. Se questo non si fosse rivelato possibile, chiedeva di rimandare il tutto a un tempo più propizio. Intanto si cercherà di appianare le divergenze. Per il metropolita Ilarione il problema non è del Patriarcato ecumenico ma dell’intera Chiesa Ortodossa. Chiudendo, si è appellato alla prudenza, alla pacatezza e all’umiltà che caratterizzano il patriarca ecumenico, nel prendere la dovuta decisione.

sinodo

Le rinunce a partecipare sono cominciate dal Patriarcato di Antiochia, che non ha trovato all’ordine del giorno il suo contenzioso con il Patriarcato di Gerusalemme, il quale tre anni fa aveva istituito una metropolia a Qatar, tradizionalmente considerato territorio di Antiochia. Antiochia ha dichiarato la rottura della sua comunione con il Patriarcato di Gerusalemme. Dietro questa contesa alcuni non dubitano di vedervi una questione di politica internazionale sullo scacchiere mediorientale più ampio. Si sa che Antiochia si lascia influenzare volentieri da Mosca; si ricorda ancora che il patriarca, storicamente, è passato sotto l’influenza e il “dominio” della lingua araba per la spinta e il supporto della politica zarista in Medio Oriente sul finire dell’800. Si sa che il patriarca di Gerusalemme è grande amico degli emiri del Qatar, che ha costruito, a sue spese, la cattedrale ortodossa a Qatar. Tutti due sono sul versante filo USA.

Il Patriarcato Bulgaro viene considerato un satellite fedele della Russia e non solo nella politica – per cosi dire – ecclesiale. Esso contesta che le sue riserve non sono state recepite nei vari documenti. Le spese sono esorbitanti e si dichiara impossibilitato a conferire il proprio contributo. Sono presenti problemi procedurali, a proprio avviso non ancora presi in seria considerazione, per es. come saranno seduti intorno al tavolo, la procedura dei dibattimenti ecc., che tutelano la sinodalità. È una Chiesa ultraconservatrice, chiusa ad ogni apertura al mondo. Non partecipa al dialogo ecumenico né con la Chiesa cattolica, né con il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC). È recente il suo riconoscimento come Chiesa autonoma. La sua autonomia dal Patriarcato ecumenico è stata riconosciuta nel 1945. Dopo la caduta del regime comunista, ha rischiato lo scisma interno tra collaborazionisti e non, contezioso ancora non del tutto assorbito.

Il Patriarcato di Georgia è anch’esso un satellite russo. Una Chiesa strettamente chiusa in se stessa. Il patriarca, una volta attivissimo membro del CEC, adesso rifiuta ogni discorso ecumenico. Dal Patriarcato si contesta e si ripudia il documento per le relazioni con il resto del mondo cristiano. Vecchi calendaristi a oltranza, per loro è una questione di fede. Il documento sui matrimoni è ritenuto molto liberale, specialmente quando tratta i matrimoni misti ecc. Il Patriarcato di Serbia è autonomo dal 1920. Il problema con la sua autocefalia è la modalità della sua concessione e del suo riconoscimento. Ha seri problemi con la Chiesa della ex Repubblica jugoslava di Macedonia, auto-dichiaratasi indipendente, e dunque considerata scismatica. Tradizionalmente ha buoni rapporti con il Patriarcato ecumenico e adesso anche con Mosca. Però ha dei problemi con il Patriarcato di Romania, perché questi ha ultimamente nominato dei vescovi per la cura pastorale della gente di lingua romena (vlacho) e risiede nei territori serbi confinanti con la Romania.

sinodo2

Il Patriarcato di Romania si propone come terzo polo dato che non è né di lingua greca né di lingua slava ma neolatina. Con Mosca è in continuo attrito, perché un suo territorio, l’Yperdnisteria, si è staccato dall’obbedienza Romena per avvicinarsi a Mosca.
Il blocco pro Sinodo insieme con il Patriarcato ecumenico

Il Patriarcato di Alessandria, il secondo per ordine d’onore, cerca di tenersi equidistante tra Costantinopoli e Mosca. È forte del suo prestigio di missionarietà in terra africana.

La Chiesa di Cipro ha buoni rapporti con tutti, però si considera il battistrada del Patriarcato ecumenico e il principale sostenitore delle missioni in Africa del Patriarcato di Alessandria, sia in termini di personale sia per i quantitativi di aiuti. Qualche lamento sul Sinodo lo avrebbe, ma non protesta più di tanto. Benché sia di origine apostolica, nella linea di onore la precedono altre Chiese molto più giovani. È una Chiesa estroversa e partecipa a tutte le manifestazioni ecumeniche. Il suo arcivescovo si comporta come paritetico al presidente della repubblica: si esprime in tutto e per tutto anche su temi di politica interna ed estera. Nel suo messaggio per l’imminente Sinodo ha scritto: «Partecipare (al Sinodo) è una dichiarazione di unità e di comune accordo, per questo consideriamo ogni altra presa di posizione o proposta dell’ultimo momento come minaccia per l’unità (della Chiesa) e la responsabilità sarà a carico di tutti coloro che, anche non volendo, contribuiranno alla sua rottura». La Chiesa della Grecia si considera custode della nazione greca, dell’ortodossia e del Patriarcato ecumenico. È vero che le sue relazioni col Patriarcato a volte appaiono burrascose, ma restano sostanzialmente buoni fratelli. Nei momenti difficili per il Patriarcato ecumenico, è sempre al suo fianco. I problemi si concentrano attorno alle cosiddette “nuove terre”, cioè il Nord della Grecia che, nel 1912, sono state annesse allo Stato greco allora esistente solo al Sud, dopo le guerre balcaniche contro l’allora Impero ottomano, ma non alla Chiesa della Grecia. Solo più tardi si è trovato un compromesso. Le metropolie del Nord sono state affidate alla cura pastorale della Chiesa della Grecia ma non giuridicamente alla Chiesa della Grecia. Altri problemi sono la presenza e la funzione dell’Ufficio di rappresentanza del Patriarcato in Atene. Per molti greci costituisce un grosso problema che il patriarca ecumenico debba essere per forza un cittadino turco. Negli ambienti conservatori non sono ben viste le aperture ecumeniche del Patriarcato. Quanto al Sinodo, contestano l’uso dei termini “Chiesa”, “Chiese”, “«comunità cristiane” e “confessioni”, e si sono riservati il compito di porre il problema in assemblea.

La Chiesa dell’Albania è una Chiesa piccola ma dinamica, malgrado le pressioni e le angherie che subisce ad ogni pie’ sospinto dallo Stato albanese. Attivissima in tutti i forum interortodossi, intercristiani, interreligiosi. L’arcivescovo di Albania Anastasios scrive: «È evidente che i problemi sono tanti. Appunto per questo si deve celebrare il Grande e santo sinodo. Altrimenti i problemi non si risolvono. Il rinvio ferirà profondamente l’autorevolezza internazionale della Chiesa ortodossa». La Chiesa autocefala di Polonia è già a Creta. I vescovi della Cechia, che in un primo momento hanno mostrato perplessità a partecipare, hanno ritrattato le loro precedenti prese di posizione contro il Patriarcato dichiarandosene pentiti, e parteciperanno.
Cosa sarà questa riunione, se si farà Per i russi e alleati sarà un’assemblea illegittima, se si lavorerà senza cinque Chiese, malgrado si autoproclami Grande e santo sinodo della Chiesa ortodossa. Altri, i più ottimisti, sostengono che sì, la mancanza di alcune Chiese sarà un disguido, ma la natura dell’assemblea si chiarificherà dal peso che assumerà nella coscienza ecclesiale. Il Sinodo successivo a quello di Creta deciderà del suo carattere ecclesiale. Non è un grande male che non siano presenti tutti i convocati, visto che nemmeno nei grandi sinodi ecumenici del passato erano tutti presenti. Se sarà o no considerato come vero sinodo, oppure qualcosa d’altro, dipenderà dalla ricezione nella coscienza del santo popolo fedele. Di certo si affrontano due linee, quella ecumenica, con la sua ansia di mostrare e testimoniare la presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo, e la linea del particolarismo nazionale che coltiva lo star bene nei propri territori e la custodia di uno stile di vita tradizionale, cercando semmai di rinvigorirlo in qualche modo, perché sappiamo cosa sia il passato ma non il futuro, e questo fa paura. Sicuramente, un certo tipo di nazionalismo religioso – della nazione santa da Dio protetta – presente nella parte orientale del’Europa non è assente nemmeno in alcune Chiese cattoliche. La teoria della “terza Roma” e il mito della Roma città eterna sopravvivono eccome. Vi è qui un grosso problema da risolvere una volta per tutte, almeno nella Chiesa Ortodossa: la Chiesa nazionale, la sua natura, il suo territorio, il suo governo; non basterebbe un sinodo intero per risolverlo. Un altro concetto, sia teologico sia pratico, è illustrare, in qualche modo descrivere e regolamentare, la cosiddetta sinodalità di cui tutti parlano. Tutti la annunciano come fosse la medicina per ogni male. Sarebbe un’ottima occasione per la Chiesa ortodossa di dare una buona lezione a tutti gli altri – cattolici, protestanti, chiese libere ecc. – ma pare che tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare. Certo, si è creato il caso della non convergenza tra le Chiese sul da farsi. La questione è: ci si dati da fare per risolverlo o se si è approfittato per invitare chi di dovere – il primus inter pares – a non cercare di aumentare il proprio prestigio – si voglia o no, sarà in prima fila – e ricordargli che “ci siamo anche noi”? La sinodalità dovrà essere vissuta secondo forme paritarie. Il problema viene creato e alimentato per costringere il primus a interpellarli e risolverlo. In chiusura, avendo davanti gli occhi tanta violenza che serpeggia nel mondo, il nichilismo imperante, il dominio dell’economia, lo sfascio della famiglia, l’edonismo che avviliscono e annullano la persona umana, di che cosa ci occupiamo noi – cattolici, ortodossi, protestanti, Chiese libere – che ci onoriamo del nome cristiano? A chi assomigliamo: all’imperatore Costantino oppure al Nazareno pellegrino che ai suoi discepoli nomadi raccomandava «Chi vuole essere il primo sia il servo di tutti»?

l’opinione pessimista di don Farinella sull’inutilità del sinodo, con più di qualche ragione …

SINODO INUTILE PERCHÉ SUPERFLUO 

di Paolo Farinella, prete

Don-Farinella
  non mi sono affatto entusiasmato al 2° Sinodo sulla famiglia perché avevo il sentore che sarebbe stato un esercizio di prova di forza, come è stato e come gli ultimi avvenimenti maleodoranti stanno dimostrando

Premetto che un sinodo sulla famiglia avrebbe dovuto essere pieno di «famiglie» di ogni specie perché, come vuole il Papa, con «metodo sinodale» potessero riflettere sulla realtà alla luce del vangelo e non delle astrazioni dei principi, a loro volta evaporati da altre astrazioni. Parafrasando alla buona, «codesto» sinodo ha discusso del sesso degli angeli, per concludere che deve essere e restare competenza di uomini, celibi (si fa per dire!) e omosessuali attivi e passivi, purché non conclamati. Uomini che teoricamente dovrebbero essere celibi e/o vergini, quindi digiuni di sesso, per giunta vecchi prostatici con pannolone a seguito, che discutono di famiglia per dire chi e cosa deve essere, non fa ridere nessuno. Uomini che predicano la continenza come principio astratto, visto come va la realtà nel mondo – pedofilia generalizzata, scandali sessuali a tutti i livelli, il Vaticano covo di depravati compulsivi e ossessivi, vescovi africani e non con l’harem nei rispettivi episcopi, figli di preti e vescovi, che chiamano «zio» quello che tutti gli altri non figli chiamano «padre», ecc. – costoro hanno la presunzione di parlare di famiglia. Non sarebbe ora che tacessero? Viene voglia con Totò di liquidarli con un irriverente «Ma mi faccino il piacere!». Il vero tema di questo Sinodo non èné la fsamilgia né i divorziati né altro, ma uno solo:: «Bergoglio sì, Bergoglio no!». Divorziati, omosessuali e tutto il resto sono armi di distrazione di massa su cui il Sinodo non dirà nulla se non per rimescolare il brodo di sempre con la stessa arte mistificatoria del passato e del presente, nostante «questo» Papa ci provi, ma un Papa non ha mai fatto primavera come la rondine del proverbio. Ciò che conta è la volontà contraria a qualsiasi riforma della Chiesa, seppur timida che questo Papa sta cercando di fare, avendone coscienza certa.  Finché giocava al Francesco del III millennio, era anche divertente, ma ora che comincia a dire di riformare il papato, decentrando ai vescovi ciò che il Vaticano I ha usurpato, concentrandolo in una sola funzione, garantita dall’infallibilità per eliminare ogni forma di comunione ecclesiale, il rischio è grande e bisogna porvi rimedio. Francesco deve essere fermato, costi quel che costi.  Tutti sanno che il Papa infallibilmente sbaglia, ma nesusno deve saperlo, solo la curia romana che appunto si è assunta il ruolo di super garante papato, al di sopra di Dio, di Cristo e dello Spiritoso Santo, ameni ammennicoli per confondere chi crede di credere. Le lobby, i miscredenti in porpora cardinalizia, i puttanieri di ogni specie e risma si sono svegliati e ora usano le armi di sempre a disposizione dei cortigiani e degli individui senza onore e senza volto: la delazione, la falsità, le voci incontrollate. «À la guerre comme à la guerre, pecché ‘ccà nisciuno è fesso!». Il primo a essere mobilitato fu un monsignore polacco che si dichiarò omosessuale con compagno convivente, la vigilia del Sinodo, con libro della sua vita già pronto per la stampa (quando si dice l’improvvisazione!). Costui era alla Congregazione della Fede, cioè un commissario che riduceva allo stato laicale i preti che si dichiaravano omosessuali «visibili». Esilarante.  Il secondo fatto riguardò i tredici cardinalazzi prostatici e gelosi che in pieno Sinodo accusano il Papa di manovrarne la gestione, salvo poi rinnegare e scoprire che circolano diverse edizioni della stessa lettera che avrebbe dovuto essere riservata e che invece è più pubblica che mai. Il cardinale perde il pelo, ma non il vizio di rotolare nella sentina.  Il terzo colpo, che avrebbe dovuto essere il «colpo di grazia» a Bergoglio, è stata la falsa notizia del tumore benigno (bontà loro!) al cervello per dire che le scelte del papa sono frutto della sua malattia e quindi dell’instabilità razionale: un papà malato e fuori controllo, motivo sufficiente perché dia le dimissioni o si tolga di mezzo o si suicidi, magari con il conforto degli ultimi sacramenti, purché sia chiaro e garantito che siano veramente gli ultimi.
Teologia addomestica (e ridicola)  Tutti coloro che contestano il Papa, dai secoli dei secoli, hanno sempre sostenuto che egli è eletto per «ispirazione dello Spirito Santo» e, infatti, nei giorni del conclave, si sgolano a cantare il «Veni, creator Spiritus», venticinque ore al giorno. Il motivo è semplice: finché il Papa pensava come loro, lo Spirito santo sceglieva bene, ma se un Papa osa «venire dalla fine del mondo» e si discosta dal loro pensiero, lo Spirito Santo da colamba si trasforma in piccione che bisogna fucilare subito. Come osa lo Spirito Santo fare eleggere un Papa che non pensa come la curia? La legge divina è codificata da sempre nel principio che «I Papi passano, la Reverenda Curia resta». I Papi che dovessero dimenticare questo principio essenziale, non possono essere eletti da Dio, ma sono figli di satana che bisogna eliminare «fisicamente». Questo è attualmente lo stato dell’arte. Posso dire questo tranquillamente perché non ho mai creduto nella presenza dello Spirito Santo o di chiunque di pari grado a lui, nell’elezione del Papa, frutto di macchinazioni, trame, accordi più o meno immorali, di promesse e smentite, di ricatti e … di puttanate varie. Sono certo che al momento del conclave, lo Spirito Santo, messi sull’asino Maria, Gesù e Giuseppe, si trasferisce alle Settechelles, aspettando che passi la buriana e poter dire: «Guardate che io non c’entro, ero fuori in vacanza, e se per caso c’ero dormivo della grossa».   Nota letteraria. Nel mio penultimo libro «Cristo non abita più qui», ilSaggiatore, Milano 2013 documento con ampia dovizia la cloaca che fu il Vaticano al tempo del bieco cardinale Tarcisio Bertone e che continua ancora cercando di riprendersi dallo shock delle dimissioni di Benedetto XVI. Riporto anche nomi e cognomi dei caridnali che mandavano i servi «ad latrinas» al tempo del conclava in cui venne eletto Alessandro VI, a trattare denari, rpebende e scambi in cambio dei voti. Avevo consigliato l’editore il titolo per me più vero: «Vaticano, Dio è altrove», ma il laico editore non se l’è sentita, eppure è ancora attuale e vero.  Anche il conclave è cosa umana e come ogni cosa umana è sotto l’egida della Provvidenza che, infatti, ogni tanto rompe le uove e la frittata viene col buco. I difensori italiani dello Spirito Santo, grande elettore, devono spiegare come mai nell’ultimo conclave abbiamo deciso, «prima» di chiudersi dentro, che il papa sarebbe stato con certezza Angelo Scola, sangue di CL, uomo senza pensiero, ma garante di equilibri di potere e di affari. Un minuto dopo la fumata bianca e tre minuti prima che il protodiacono anunciasse la scelta di Bergoglio a Papa Francesco, la segreteria della Cei, guidata dal card. Angelo Bagnasco, inviò a nome della Chiesa Italiana (ma come si permettono?) gli auguri alla Diocesi di Milano con le congratulazioni per l’elezione a Papa di Angelo Scola. Dov’è in tutto questo lo Spirito Santo? Forse c’entra lo Spirito di Vino perché solo una manica di ubriachi può fare una cosa del genere. Immagino la folla inneggiante il nuovo papa amborsiano: «Scolapapa! Scolapapa!». Questa gente travestita da donna, se veramentre credesse in Dio e  nello Spirito santo, avrebbe trascorso i giorni dopo le dimissioni di Ratzinger e l’elezione di Bergoglio, chiusi nelle rispettive chiese in ginocchio, digiunando a pane e acqua (o anche senza e non avrebbero patito!) a pregare, pregare, pregare perché lo Spirito scegliesse un Papa secondo il suo cuore e non secondo le fisime di questo o quel cardinale da strapazzo, bacato nel cervello anche senza tumore.  In che mani siamo! Pochi hanno prestato attenzione, sinodo in corso, a un’intervista volante del «Corriere della Sera» (13 ottobre 2015) al Card. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congrezione della Dottrina della Fede, la prima delle Congregazioni curiali a costante contatto con il Papa.  In gergo vaticano, la congregazione è chiamata «La Suprema», considerata la rilevanza che ha su tutta la curia. A quanto mi risulta, solo il fine e raro teologo liturgista Andrea Grillo ne ha colto la portata, pubblicandone il testo sul suo blog nello stesso giorno, con il titolo: «Il card. Mueller e “quel pasticciaccio brutto…”» (http://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-card-mueller-e-quel-pasticciaccio-brutto/ ). Le affermazioni del cardinale, custode dell’ortodossia della fede cattolica, sono il vero «evento» prima, durante e dopo il Sinodo perché dicono «dove» e «in che» mani siamo. Leggendole, sono rimasto esterrefatto, capendo definitivamente, se mai ve ne fosse stato bisogno, che non ci sarà salvezza né per il Vaticano né per le congreghe, né tanto meno per la curia. Il Vaticano II è stato solo un piccolo incidente di percorso che occorre rimediare anche se ci si dovesse impiegare tre secoli.  La colpa di «questo Papa» è quella di volere riformare la struttura della Chiesa e d’imporre, almeno con il suo esempio, un modello di vita che s’ispira al vangelo, cposa del tutto estranea dall’orizzonte esistenziali di qyasi tutti i curiali e di molti prelati e pelati. Tutto ha un senso, perché non è possibile che il cardinale prefetto della «Dottrina della Fede cattolica» abbia detto quello che ha detto, solo perché è tradizionalista. Che discorsi sono codesti? Un concilio è un concilio che ha qualche elemento di superiorità su qualsiasi cardinaluccio avvizzito e tisicuccio.  Oltre le ovvietà sulla lettera dei tredici travestiti con la sottana color porpora, di cui egli è stato uno dei firmatari, l’eminente cardinale Müller fa affermazioni sull’Eucaristia che incutono brividi,
riportandoci indietro oltre gli anni ’50 del secolo scorso, come se dopo nulla fosse accaduto. Afferma il rubro cardinale:  «Le persone soffrono perché i loro matrimoni sono rotti, non perché non possano fare la comunione. PER NOI IL CENTRO DELL’EUCARISTIA È LA CONSACRAZIONE, OGNI CRISTIANO HA IL DOVERE DI VENIRE A MESSA MA NON DI FARE LA COMUNIONE» (sott.mia).  BVOcciato in teologia sacramentaria e liturgia. Il centro dell’Eucaristia-sacramento, è la Dossologia, cioè l’offerta alla fine della preghiera eucaristica: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo» che è il vero offertorio di tutta l’Eucaristia. Solo lì abbiamo la certezza di offrire la Vita di Cristo al Padre che la riceve per ridarcela immeditamante come Comunione, pane e vino, per alimentare la nostra vita con «il pane della vita» (Gv 6,48) per affrontare l’Eucaristica dell’esistenza che inizia appena varcata la soglia dell’Assemblea eucaristica. Da sempre concludo l’Eucaristia con le parole: «Finisce qui la celebrarione del rito, comincia adesso l’Eucaristia del sacramento della testimonianza».
Centro e periferia Dire come fa il cardinale non-teologo che il centro dell’Eucaristia è la «consacrazione» è affermare la natura magica del rito, quasi che le parole dette sul pane e sul vino siano una formula tecnica all’abracadabra. Nel NT vi sono tre formule diverse di quello che Gesù ha detto (1Cor 11,24 [cf Lc 22,19]; Mc 14,22; Mt 26,26-29) e quelle parole non sono il centro del Sacramento eucaristico, ma sono solo parte di una «narrazione di quello che Gesù ha fatto» perché noi ne avessimo «memoriale» di generazione in generazione. Affermare che quelle parole hanno un’importanza esclusiva, significa pensare come si pensava ai tempi di Pio X che bastasse che un prete fosse andato in un forno o in un bar e avesse detto le fatidiche parole «Questo è il mio corpo», «questo è il mio sangue» che tutto il forno si trasformava in un deposito del Corpo di Cristo  e il bar in una cantina con Sangue di Cristo. È la tesi sostenuta nel romanzo Lo Spretato di Herve Le Boterf, Garzanti, Milano 1967. I preti, al momento della consacrazione, infatti, si sdraiavano sul pane e sul calice e pronunciavano le parole sil-la-ban-do-le per essere sicuri della loro efficacia immediata, senza rendersi conto che celebravano un «memoriale» nel senso dinamico di «zikkaròn» ebraico in quanto ciò che celebri è richiamo e simbolo di ciò che è accaduto; Dio è colui che è stato (il vero senso del nome Yhwh).  Nessuna consacrazione è possibile senza la proclamazione della Parola che dà senso ai gesti e alle parole. Posso andare in tutti i forni del mondo e dire tutte le parole della consacrazione in latino, in greco, in ebraico o come voglio, che non succede nulla, se non che tutto resta come prima. Il custode della fede dovrebbe custodire la fede che ci è stata consegnata dal Vaticano II che lui ha l’obbligo di difendere e obbedire. Il concilio ha sviluppato e approfondito il concetto di «sacramento» e di «Eucaristia»: tutti e due non si identificano con la comunione e il «sacramento» non è il Pane conservato nel tabernacolo, tradizione storicamente recente (sec. XVI), ma con la celebrazione comunitaria, alla fine della quale si conserva il Pane per chi è impossibilito ad accedere all’assemblea celebrante. Eucaristia è il processo che dalla mensa della Parola di Dio proclamata transita alla mesna del Pane e del Vino in forza di Gv 1,14: «Il Lògos carne/fragilità fu fatto». Dire che tutti hanno il dovere di andare a Messa è dire una sciocchezza che nessun catechista oggi insegna ai bambini perché tutti sanno che non è più sufficiente «assistere» fisicamente alla Messa per partecipare al «memoriale» del Signore, ma è indispensabile accostrasi da penitenti, ascoltare la Parola, attualizzare la stessa Parola, compiere gesti profetici di pace prima di presentare l’offerta all’altare, rivivere quello che Gesù ha detto e ha fatto (memoria della Cena), essere in comunione con i fratelli e le sorelle di tutto il mondo, misticamente rappresentati dall’assemblea, e infine tornare alla vita di ogni giorno e con la forza di quel pane affrontare tutte le difficoltà e l’onere della profezia che il sacramento esige (cf 1Re 19,8).  Due Comunioni  Poiché la Comunione è il rapporto d’intimità con il Cristo di Dio, Pane disceso dal cielo (cf Gv 6,41.58) il cardinale della fede non sa che nella Messa ognuno di noi fa la Comunione due volte:   a) La prima volta attraverso l’organo degli orecchi, ascoltando la Parola, il Lògos proclamato come irruzione di Dio nell’oggi della Chiesa: «Oggi si è compiuta questa parola nei vostri orecchi» (Lc 4,21, traduzione letterale). (Il profeta Ezechiele deve «mangiare il rotolo» (Ez 3,1-4) e come può farlo se non ascoltando?  Nel prologo della 1Gv noi «tocchiamo il Lògos della vita» (1Gv 1,1.4). b) La seconda volta facciamo la Comunione attraverso la bocca, mangiando il Pane/Corpo e bevendo il Vino/sangue che simboleggiano la Vita di Cristo. Ascoltare e mangiare, orecchi e bocca. È forse la bocca più privilegiata degli orecchi? Non sono forse strumenti ambedue allo stesso titolo, con soltanto una differenza modale?  Se avesse ragione il cardinale, allora i divorziati e chi non fa la comunione con la bocca, dovrebbe andarsene prima che cominci la proclamazione della Parola perché rischierebbe di fare la Comunione con gli orecchi. L’Eucaristia non è puzzle da comporre, ma un «unicum», un evento, un «kairòs», è l’invito a una mensa, non una rappresentazione rituale condizionata. Non vi sono alternative: o si partecipa a tutta l’Eucaristia o si sta a casa, rigettando la chiamata dello Spirito che convoca attorno al Cristo, proclamato sul mondo per dire a tutta l’umanità che Dio è il Padre di tutti e ciascuno ha diritto a incontrarlo e ad accedere alla sua paternità perché Gesù è il «Lògos/fragilità» che si offre gratuitamente e senza condizioni.  Il teologo Grillo coglie la portata dell’affermazione e commenta le parole del cardinale Müller:   «Sono almeno 100 anni – da Pio X in poi – che la “assistenza alla messa” come precetto non corrisponde più al “dovere” del cristiano cattolico. E il Cardinale sembra offrire come soluzione quello che è un problema forse ancora più grave: la separazione tra sacramento e sacrificio non può essere una soluzione per chi vive la separazione matrimoniale. Una separazione non cura l’altra. Per di più, che “per noi” il centro della Eucaristia sia la consacrazione – contrapposta alla comunione in una inattesa ripresa di spirito antiluterano – mi sembra francamente una soluzione peggiore del male».  La teologia del cardinale è ancora preconciliare e intrisa di spirito «antiluterano» che non è stata scalfita per niente dal concilio Vaticano II e costui è a capo della Congregazione che dovrebbe «custodire» la fede cattolica! In che mani siamo!  Non ha fatto alcuno sforzo per cercare di capir eche «sacramento» non è sinonimo di «rubrica», ma è «segno» dell’evento che ci obbliga a prendere posizione con al vita e non l’assistenza alla Messa. Costoro partono dal presupposto di essere «la Verità» e chiunque si discosta dal loro pensiero, è un diavolo da sprofondare nell’inferno.  Nota di folclore genovese. Fino ad alcuni anni dopo il concilio Vaticano II a Genova, nella parrocchia della N.S. delle Grazie e di San Girolamo di corso Firenze, il parroco, Mons. Francesco Urbano, aveva fatto installare due semafori sulla testa della porta, uno verde e uno rosso. Quando cominciava la Messa, dall’altare accendeva il verde, un momento prima di svelare il calice, accendeva il rosso. Da quetso momento «la Messa non era più valida» per cui i ritardatari erano avvertiti o di andare altrove o di essere certi di avere compiuto «un peccato grave». Quando si arriva a simili aberrazioni, è facile poi diventare cardinali alla Müller o similari.   A parte l’obbrobrio di definire la Messa come «un obbligo», ma mettere il semaforo prima dello spogliarello del calice è troppo anche per gli spiriti più mondani della terra! Eppure questa era la realtà e, a mio parere, una delle cause della scristianizzazione di oggi, di cui il card. Müller non sembra nemmneno accorgersi.   Matrimonio sacramento e Chiesa Non c’è testo di matrimonio o discorso clericale che non faccia i gargarismi con l’affernare la sacramentalità del matrimonio perché Gesù era presente alle nozze di Cana (cf Gv 2,1-11). Poveri illusi! Non si rendono conto che il racconto dello sposalizio di Cana con il matrimonio-sacramento non c’entra nulla, perché l’evangelista non parla affatto di matrimonio, visto che la sposa è assente e lo sposo è solo coreografico per essere rimproverato perché non ha calcolato bene la quantità e qualità di vino. Il racconto è un midràsh di Es 19 (arrivo al Sinai e dono della Toràh) in chiave di alleanza. Che un matrimonio senza sposa possa essere un sacramento nemmeno la Santa Trinità, unificando gli sforzi e le competenze dei tre, potrebbe realizzarlo.  Un Sinodo fuori tempo massimo Da 40 anni insegno che nessuno può abdicare dalla propria coscienza istruita e informata. Se il Sinodo si fosse tenuto negli anni ’60 o al massimo al più tardi nei ’70 del secolo scorso, avrebbe avuto senso, ma tenerlo oggi nel 2015, è fuori tempo massimo e i Padri Sinodali, come si dice a Genova, «pestano l’acqua nel mortaio». Paolo VI nel 1968 si fece impaurire dalla minoranza ex conciliare e s’impaurì da solo, pubblicando, contro il parere della maggioranza e di scienziati di ogni genere e specie, l’enciclica «Humanae vitae», lo spartiacque che inabissò la gerarchia in un buco nero da cui non si è più sollevata: il popolo di Dio si separò dalla gerarchia è cominciò a usare pillole e contraccettivi come fossero caramelle, con buona pace del Papa e dei cardilmerluzzi, soddisfatti di avere affermato il principio della «natura» (ohibò, la natura!), perdendo tutto il popolo. Uno scisma, ma ben chiaro: lo scisma della gerarchia dal proprio popolo, quello che conserva il «sensus fidei».  Fare un Sinodo oggi, dopo oltre mezzo secolo dall’«Humanae Vitae» e stare ancora a discutere «comunione sì, comunione no», mettendo anche da parte le parole inequivocabili del vangelo, significa perdere tempo, perché «la gente» va per conto suo, infischiandosene di cardinali, papi e preti che non hanno perso il vizio di gridare al peccato, salvo poi ritrovarsi a fare le più miserevole porcate, giustifcandosi in ogni modo.  Ammesso e non concesso che i divorziati siano «peccatori» (ma mai quanto i cardinali che scrivono lettere anonime, o sputano sullo Spirito Santo), Gesù nel vangelo dice di essere vneuto per i peccatori e ogni volta che ne incontra uno, si siede a tavola e mangia con lui (cf Mc 2,16), «amico dei peccatori e dei pubblicani» (Mt 11,19). Non solo, ma in Lc 15,1 l’evangelista ci tiene a sottolineare che «si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano» (Lc 15,1-2). Questa è la foto della chiesa di oggi: i pubblicani e i peccatori si avvicinano per merito anche di Papa Francesco, mentre scribi e farisei mormorano nell’oscuro e tramano nell’ombra da vigliacchi: lanciano sempre un sasso o una serie di sassi, ma ritirano subito la mano, assumendo l’aria degli gnorri.  Una testimonianza La mia chiesa è frequentata da molti separati e divorziati e risposati e tutti fanno la comunione e non da oggi. Non c’è voluto un sinodo per sapere ciò che la coscienza conosceva già. Tutti partecipano all’Eucaristia e concelebrano l’Eucaristia in forza del principio che i sacramenti sono per il popolo santo di Dio (cf Eb 5,1), popolo in ricerca e assetato di Dio, popolo di santi e di peccatori, «ecclèsia casta et meretrix» (Cf SANT’AMBROGIO, Commento al Vangelo di Luca, III, 17-23, PL XV: 1681; cf CESARIO DI ARLES, Sermo 116, PL XLVII: 759; SAN’AGOSTINO, Quaestionum in Heptateuchum libri septe, Lib. 6, Quaestio Iesu Nave, 2, PL XXXIV:775; San Girolamo, Tractatus LIX in Psalmos, Psalmus 86, PL XXVI:1150),  Da tempo, da molto tempo abbiamo superato l’aspetto legalistico esteriore e abbiamo portato tutto alla relazione della fede che non ha gli stessi obblighi della religione. Questa, la religione, ha il compito di nascondere Dio e di oscurarlo a favore della casta sacerdotale che non avrebbe senso se il popolo potesse incontrare Dio. Quella, la fede, ha bisogno di cuore e di amore, di ansia e di desiderio per realizzare l’incontro fisico tra Dio e il credente che mette in discussione la propria esistenza perché vale la pena scoprire l’amore di Dio. In 43 anni di vita da prete mi sono sempre preoccupato di rendere possibile l’incontro con Gesù e alimentare il desiderio di Dio, non mi sono mai preoccupato di condannare preventivamente o in forza di una legge canonica. Aiutare le persone a disporsi a una relazione d’amore è cosa ben diversa che volere che assistano alla Messa.  Consiglio non richiesto al card. Gerhard Ludwig Müeller: studi un po’ meglio la teologia cattolica e poi venga, e se vuole, possiamo cominciare a discutere anche di altro, anche di Comunione ed Eucaristia. Nel frattempo rassegni le dimissioni dalla Congregazione della Dottrina della Fede.

PS. Nel mio ultimo libretto, appena edito, «Peccato e Perdono» (Gabrielli Editore, 2015), affronto dal punto di vista biblico e teologico la nozione di peccato come ci è arrivata da Sant’Agostino in poi per arrivare a mettere in discussione lo stesso «peccato originale» che non sta in piedi né dal punto di vista biblico, né da quello teologico; avanzo una proposta che mi riprometto di riprendere e approfondire. È un passaggio obbligato per respirare un minimo di libertà e operare il passaggio dalla religione alla fede. Quanto meno a facilitarlo.
Paolo Farinella, prete

il sinodo è chiuso: ma porterà frutto? papa Francesco è ottimista

papa Francesco chiude il sinodo

“è stato faticoso, ma porterà frutto”

dopo il voto dell’assemblea al documento, con il risicato placet sulla comunione ai divorziati risposati, Bergoglio ricorda: “Oggi è tempo di misericordia”. E mette in guardia dalla tentazione di “imporre tabelle di marcia al popolo”

di ANDREA GUALTIERI

Le parole di Bergoglio sembrano evocare lo spirito con il quale è stato redatto il documento finale del sinodo, al quale l’assemblea ha votato il placet con una maggioranza che però è stata risicatissima su due passaggi in particolare, quelli relativi ai divorziati risposati. Sono stati 178 i voti a favore del paragrafo che parla della comunione per chi vive seconde nozze, 187 quello che invita a una loro maggiore integrazione nella vita ecclesiale. Ampia invece la maggioranza sul passaggio che chiede attenzione e rispetto per gli omosessuali, ma solo perché si è evitato di far riferimento alle situazioni relative all’affettività e si è bocciata ogni possibile apertura alle unioni gay.

Le conclusioni del sinodo, affidate al Papa, chiedono comunque un intervento di Francesco con un documento dedicato alla famiglia. E c’è da attendersi che la richiesta verrà esaudita. Sin dall’inizio del pontificato, Bergoglio ha infatti portato alla ribalta i temi delle famiglie ferite. E anche nell’omelia di commiato dal sinodo ha invocato attenzione sulle situazioni concrete dei fedeli. “Gesù – ha detto – mostra di voler ascoltare le nostre necessità. Desidera con ciascuno di noi un colloquio fatto di vita, di situazioni reali, che nulla escluda davanti a Dio”. Tornando al mendicante del Vangelo ha poi aggiunto, riferendosi agli apostoli: “Se Bartimeo è cieco, essi sono sordi: il suo problema non è il loro problema. Può essere il nostro rischio: di fronte ai continui problemi, meglio andare avanti, senza lasciarci disturbare”.

 “Grazie fratelli, cerchiamo Dio nell’uomo vivente”

proposte dei teologi spagnoli al sinodo

DICHIARAZIONE  DEI MAGGIORI TEOLOGI SPAGNOLI SUL SINODO DEI VESCOVI

Vaticano

non appartiene alla Fede della Chiesa il fatto di mantenere intatto un determinato modello di famiglia, proprio di un tempo e di una cultura. Secondo i vangeli, Gesù di Nazareth fu profondamente critico col modello di famiglia del suo tempo e della sua cultura

 pertanto, l’ “Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII” considera necessario presentare al Sinodo dei Vescovi che si sta celebrando a Roma le seguenti proposte:

1. crediamo che bisogna rispettare le differenti identità, opzioni ed orientamenti sessuali come espressione della pluralità di forme di vivere la sessualità tra gli esseri umani. Di conseguenza, devono riconoscersi nella Chiesa cattolica l’omosessualità ed i matrimoni omosessuali in uguaglianza di condizioni dell’eterosessualità e dei matrimoni eterosessuali. Non devono essere escluse le persone cristiane omosessuali da nessun compito, attività e responsabilità ecclesiale come neanche dalla partecipazione nei sacramenti.
Non sembra armonizzarsi il rispetto alle persone non eterosessuali con la loro esclusione da determinate funzioni ecclesiali, come per esempio l’esercitare il diritto ad essere padrino o madrina in un battesimo o dall’esercitare il ministero sacerdotale e teologico. Esclusioni entrambe che si sono prodotte recentemente nella diocesi di Cádiz a danno di un transessuale e nella Congregazione per la Dottrina della Fede a danno di un sacerdote omosessuale, fatti questi che dimostrano una chiara discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale e smentiscono l’idea tanto ripetuta nei documenti del magistero ecclesiastico di accoglienza verso le persone non eterosessuali.
2. crediamo che deve essere riveduta la condanna indiscriminata dell’interruzione volontaria della gravidanza da parte del magistero ecclesiastico. Consideriamo necessaria la deroga del canone 1398 del Codice del Diritto Canonico che decreta la scomunica per chi effettua l’aborto, se questo si effettua, e che è contraria all’assoluzione del peccato di aborto decretata da papa Francesco con motivo del Giubileo Straordinario della Misericordia. Ugualmente si deve rispettare il diritto delle donne a decidere in coscienza in questa materia.
3. non esistono ragioni bibliche, teologiche, storiche, pastorali, e meno ancora dogmatiche, per escludere uomini sposati né le donne da nessun ministero ecclesiale, ordinati o non ordinati. L’uguaglianza dei cristiani e cristiane nel battesimo deve tradursi in condizioni uguali per uomini e donne per l’accesso all’ambito della cosa sacra, nell’elaborazione della dottrina teologica e morale come nella partecipazione alle responsabilità ecclesiali e negli organi direttivi, senza discriminazione alcuna per ragioni di genere, etnia o classe sociale. Per questo chiediamo che vengano eliminati gli ostacoli ideologici, culturali e disciplinari di carattere sessista e si porti a termine la piena incorporazione delle donne negli ambiti indicati, compreso l’accesso al sacerdozio e all’episcopato.
4. in relazione al divorzio, non esiste dogma di fede che l’ostacoli, come neanche che proibisca l’accesso delle persone separate o divorziate volte a risposarsi all’eucaristia. L’attuale disciplina esclusoria in questa materia, comprensibile per il passato, oggi non ha giustificazioni ed è lontana dall’avvicinare la gente in queste circostanze alla comunità cristiana, la emargina, l’allontana e la stigmatizza. Inoltre, non ha fondamento evangelico. Crediamo pertanto che il Sinodo dei Vescovi deve eliminare tale proibizione, attualmente vigente, e deve facilitare l’accesso alla comunione eucaristica alle persone separate o divorziate intenti a sposarsi senza imporr loro esigenze correttive alcune. Le persone credenti sono soggetti morali con capacità per decidere liberamente in coscienza in questo ambito. Dette decisioni devono essere rispettate.
5. è necessario riconoscere gli importanti avanzamenti portati a compimento dal femminismo nell’uguaglianza tra uomini e donne e nella liberazione di queste.
Alla luce di questi avanzamenti deve essere riveduta la struttura patriarcale della dottrina e la pratica sul matrimonio cristiano.
6. il Sinodo non può ridursi alle questioni relative al matrimonio cristiano. Crediamo prioritario che faccia un’analisi della situazione della povertà e dell’esclusione sociale nella quale si trovano milioni di famiglie, il sinodo denunci profeticamente, esprima la sua solidarietà alle famiglie più vulnerabile e contribuisca all’eliminazione delle cause di detta situazione dall’opzione etica-evangelica delle persone povere ed emarginate.

firmano questa Dichiarazione:

Xavier Alegre. Asociación de Teólogos y Teólogas Juan XXIII. España
José Arregi. Teólogo. España
Olga Lucía Álvarez. Asociación Presbíteras Católicas Romanas. Colombia
Juan Barreto. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
Fernando Bermúdez, Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
Leonardo Boff. Ecoteólogo, miembro del Comité de la Carta de la Tierra y escritor. Brasil
Ancizar Cadavid Restrepo. Teólogo. Colombia
José María Castillo. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
José Centeno. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII, España
Juan Antonio Estrada. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España.
Máximo García. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
Antonio Gil de Zúñiga. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
Ivone Gebara. Teóloga y filósofa. Brasil
Hernández Fajardo Axel. Profesor Jubilado de la Escuela Ecuménica de las Ciencias de Religiones. Universidad Nacional. Costa Rica
Rosa María Hernández. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
Mary Hunt. Teóloga. Women’s Alliance for Theology, Ethics and Ritual (WATER). Estados Unidos.
Gabriela Juárez Palacio. Teóloga. Socia Fundadora de Teólogas e Investigadoras. México
Rosa Leiva. Federación Latinoamericana de Presbíteros Casados. Ecuador
Juan Masiá. Teólogo. Japón.
Federico Mayor Zaragoza. Presidente de la Fundación Cultura de Paz y de la Comisión Internacional contra la Pena de Muerte. España
Cyprien Melibi. Teólogo Camerún.
Arnoldo Mora Rodríguez. Socio Fundador del Departamento Ecuménico de Investigaciones (DEI). Costa Rica.
Mario Mullo. Federación Latinoamericana de Sacerdotes Casados. Ecuador
Carmiña Navia. Teóloga. Colombia
Marisa Noriega. Teóloga. Socia Fundadora de la Asociación Mexicana de Reflexión Teológica Feminista. México.
Gladys Parentelli. Auditora en el Concilio Vaticano II. Venezuela
Federico Pastor. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España.
Victorino Pérez Prieto. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
Suyapa Pérez Scapini. Teóloga. El Salvador
Margarita Mª Pintos. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
Javier Omar Ruiz Arroyave. Activista. Masculinidades Liberadoras. Colombia.
José Sánchez Suárez. Teólogo. Comunidad Teológica de México
Santiago Sánchez Torrado. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
Fernando Silva. Asociación de Teólogas y Teólogos de Juan XXIII. España
Aida Soto Bernal. Asociación Presbíteras Católicas Romanas. Colombia
Juan José Tamayo. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
Elsa Tamez. Teóloga y biblista. México
Andrea Toca. Teóloga. Socia Fundadora de la Asociación Mexicana de Reflexión Teológica Feminista. México.
Fernando Torres Millán. Teólogo. Coordinador de Kairós Educativo. Colombia
Olga Vasquez. Teóloga. El Salvador
Evaristo Villar. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España
Juan Yzuel. Asociación de Teólogas y Teólogos Juan XXIII. España

Madrid, 12 ottobre 201

anche la grande teologia ha qualcosa da dire …

Solo il Vangelo è definitivo. 18 teologi scrivono al Sinodo

solo il Vangelo è definitivo

18 teologi scrivono al Sinodo

 
Tratto da: Adista Notizie n° 36 del 24/10/2015

«Il Sinodo è già in corso e assistiamo alla reazione di un settore ecclesiale contrario a qualsiasi intenzione di apertura, come se il rinnovamento mettesse in discussione non solo alcuni presupposti dell’insegnamento tradizionale, quanto la fedeltà e la dottrina autentica della Chiesa, nonché lo stesso Vangelo. In questo senso, con rispetto e dopo aver riflettuto, il presente documento intende fondamentalmente presentare la legittimità di un cambiamento»

Nasce da questa esigenza un lungo e argomentato documento inviato al Sinodo, nella persona del card. Oscar Maradiaga, e all’Osservatore Romano, da un gruppo di 18 teologi: Ariel Alvarez, Raul Lugo, Xabier Alegre, Juan Masia, José Arregi, Antonio Monclus, Fernando Bermudez, Guillermo Mugica, Frei Betto, Jesús Pelaez, Nicolás Castellanos, Xabier Pikaza, Benjamín Forcano, Manuel Reyes Mate, Manuel Fraijo, Julián Ruiz Diaz, Joan Godayol e Manuel Suances. Per questioni di urgenza – il Sinodo è, appunto, in corso – prima di diffondere il documento (intitolato “Gruppo teologico pastorale appoggia papa Francesco nella sua apertura e nelle soluzioni dei problemi urgenti”) non si sono attese le adesioni di altri teologi e, spiegano i firmatari, anche il confronto con alcune teologhe non è stato possibile.

Le premesse

Due le premesse da cui parte il documento-appello: in primo luogo, il fatto che, come si legge nell’Instrumentum laboris, «il fondamento dell’annuncio della Chiesa sulla famiglia è radicato nella predicazione e nella vita di Gesù». La sequela di Gesù, «norma semplice e universale, porta con sé valori propri che però oggi si sono diluiti nella marea ingovernabile di un neoliberismo consumista. Tale sequela presuppone l’adesione al progetto di Gesù, che è quello della fratellanza, del servizio agli altri, della dignità e della priorità degli “ultimi” rispetto ai “primi”. In secondo luogo, la sequela di Gesù comprende «l’etica umana fondata sulla dignità della persona, che «ci permette di camminare uniti condividendo valori, criteri e comportamenti vincolanti per tutti». In particolare, il fatto «innegabile della famiglia umana», fondata sul rispetto della «persona totale umana». Questa unità, tuttavia, «non nega le differenze tra i popoli», senza peraltro che si sovrappongano al valore fondamentale della dignità della persona.

Quello sfasamento tra dottrina e mondo

Come coniugare queste due premesse di fronte alle sfide poste dai problemi della famiglia di oggi è il passo successivo della ricerca dei teologi. Nel corso dei secoli, infatti, si sono aggiunte ad esse numerose altre norme, elaborate «a partire da circostanze e ragioni storiche concrete», molte delle quali, però, «divenute obsolete e impugnate perché ormai controcorrente, al margine della scienza, del sentire della gente, delle nuove proposte di teologi e moralisti e soprattutto del Vangelo». Cambiati i paradigmi culturali, la Chiesa ha il dovere di «condividere la verità del Vangelo sulla famiglia con la verità della scienza e della ricerca biblico-teologica». Invece, questa collaborazione non c’è stata, portando la Chiesa a «idolatrare spesso il proprio magistero pensando di avere il possesso di ogni verità». Da questo punto di vista, largamente disattese sono state le acquisizioni del Concilio Vaticano II e ampiamente sottovalutato il compito dei teologi, tanto da creare uno sfasamento tra dottrine e norme da un lato e relazione con il mondo attuale. Alla luce di tutto ciò, i teologi ritengono che si possano «trovare soluzioni a problemi finora ritenuti risolti in virtù di norme tradizionali inamovibili senza tenere in considerazione l’apporto delle scienze né i cambiamenti richiesti dal progresso dell’esegesi e della teologia (omosessualità, aborto, celibato opzionale per i preti, ordinazione sacerdotale femminile, divorziati nella Chiesa)». Papa Francesco «si muove in questo atteggiamento di rispetto, collaborazione e integrazione del sapere».

Omosessualità

È a partire dal XIII secolo che l’omosessualità «va rivestendo un carattere di vizio, orribile (nefandum, innominabile)», quale non è riconosciuto a delitti come il matricidio, il genocidio o l’incesto. La «costruzione biblico-teologica morale che giustifica la gravità di questo peccato», sostengono i teologi, «oggi si è dimostrata prescientifica e opposta al contesto e al senso dei testi biblici». L’Organizzazione mondiale della Sanità ha ormai depennato l’omosessualità dalle malattie e il Consiglio d’Europa ha sollecitato i governi a combattere le discriminazioni sessuali: non si può contrapporre a queste indicazioni «l’esistenza di un’etica cristiana che le contraddice e qualificherebbe l’omosessualità come disordinata e intrinsecamente perversa». Da un punto di vista teologico, «è ben fondata la posizione di coloro che sostengono che la sessualità umana non ha come modello naturale esclusivo l’eterosessualità ma che l’omosessualità esiste come variante naturale legittima, minoritaria». E se è positivo raccomandare rispetto per le persone omosessuali, tale raccomandazione «è carente laddove continua a ritenere che l’omosessualità e la relazione tra omosessuali siano deviate, intrinsecamente perverse».

Aborto

Benché sia un tema estremamente complesso, sull’aborto «riteniamo possibile un accordo comune su punti etici di valore universale», affermano i 18 teologi. In primo luogo: il diritto di ogni essere umano alla vita. Attenzione, però: «Difendere il diritto alla vita non significa difendere il processo embrionale dal suo inizio». Si tratta infatti di una questione aperta, scientificamente parlando. Se nella tradizione cristiana sono sempre esistite posizioni diverse sulla questione (San Tommaso, Sant’Alberto Magno, fino alla teologia postridentina), le teorie più moderne affermano «che l’embrione non è propriamente individuo umano se non dopo alcune settimane dal concepimento»: che i geni non siano una persona in miniatura, lo ha dimostrato la biologia molecolare. Dunque, «chi segue tale teoria può sostenere ragionevolmente che l’interruzione dell’embrione prima dell’ottava settimana non può essere considerata attentato alla vita umana, né possono essere considerati abortivi i metodi che impediscono lo sviluppo embrionale prima di quella data». Questa teoria, che «modifica notevolmente molti punti di vista e stabilisce un punto di partenza comune per capirci, per orientare la coscienza dei cittadini, per fissare il momento del diritto alla vita prima della nascita e per legiferare con un minimo di intelligenza, consenso e obbligatorietà per tutti di fronte al conflitto posto da una situazione concreta», pone le basi di un cammino comune, di una convivenza che nasce dall’accordo «tra il meglio e il più etico».

Celibato opzionale 

Perché tanta acrimonia verso i preti sposati? Secondo la dottrina cattolica, il celibato non è una legge divina ma disciplinare della quale solo a partire dal XII secolo si stabilisce l’obbligatorietà. La sua continuità non è una prova di un carattere valido in assoluto e immutabile. Oggi si assiste alla crisi di questa forma storica perché, se il celibato continua a essere ritenuto uno stile di vita cui dedicarsi completamente, «legittimo e persino umanizzante», è e deve essere «un’opzione libera, assolutamente volontaria, che non parte da alcuna carenza, coazione o impotenza fisica, ma da una decisione morale, cosciente e gratuita». Oggi ad essere in discussione non è infatti il celibato in sé quanto la sua obbligatorietà, fondata su ragioni che oggi sono superate: la minore dignità della vita fisica e sessuale, ragioni «prettamente maschili e maschiliste», ma soprattutto l’ansia di «dominio e potere» che si esprime attraverso un sacerdozio maschile e celibe. Ma qui ci si allontana dal Vangelo: ciò che è fondamentale è seguire Gesù nel dono totale della vita, che prescinde dal celibato o meno dei suoi discepoli.

Ordinazione femminile 

La “porta chiusa” alle donne per quanto riguarda il sacerdozio è un dato di fatto. E lo è da più di 20 secoli. Tuttavia, oggi «è il momento di chiedersi perché è chiusa e continua a esserlo». «Le differenze tra uomo e donna – scrivono i teologi – non sono ragioni per giustificare la sottomissione della donna al dominio maschile e per la sua esclusione da alcuni compiti ecclesiali». La lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis di Giovanni Paolo II del 1994 «non porta nulla di nuovo» e quindi «non ha potuto essere proposta come una verità di fede né di magistero infallibile o ex cathedra». I suoi argomenti «sono più che deboli: il fatto che Gesù abbia scelto a quel tempo solo maschi non vuol dire che lo abbia fatto in modo esclusivo e per sempre. Questa esclusione perpetua non può essere inclusa nell’azione di Gesù. Molte teologhe e molti teologi hanno dimostrato che non ci sono obiezioni dogmatiche per l’ammissione della donna all’ordinazione sacerdotale». I teologi concludono la loro riflessione sul tema citando il teologo Domiciano Fernández, cui non fu permesso di pubblicare un libro sull’argomento, e che pervenne a queste stesse conclusioni: «Molti anni di studio non sono riusciti a convincere né i teologi né i biblisti che sia espressa volontà di Cristo escludere le donne dal ministero ordinato. I ministeri li ha creati la Chiesa secondo le necessità dei tempi e secondo la cultura dell’epoca. Che sono cambiate e stanno cambiando».

Divorziati nella Chiesa

Il tema dei divorziati risposati è forse quello che più di altri sta riscaldando il dibattito nel Sinodo in corso. Il matrimonio, osservano i teologi dal canto loro, «come realtà umana, esistenziale, può presentare difficoltà, crisi, incompatibilità, fino alla rottura». Gesù propone «il progetto del matrimonio indissolubile, come progetto ideale, una meta da raggiungere, la migliore. Ma senza perdere di vista la condizione umana che, per la sua fragilità e incorreggibilità, può in certi casi rendere impossibile il raggiungimento di questo ideale». «In tal caso, non si può continuare ad affermare – così i teologi – che l’indissolubilità è una norme sempre inderogabile. La situazione di migliaia e migliaia di cattolici divorziati e risposati civilmente, è un grido contro certe norme che li condanna a vivere fuori dalla Chiesa. La connaturale libertà e il rischio che accompagnano ogni matrimonio fanno sì che non lo si possa considerare assolutamente indissolubile e che, nel caso di un fallimento serio, lo si possa correggere iniziando un nuovo cammino». È un diritto «ovvio, benché relativo e condizionato. E, in questo caso, la Chiesa non può limitarsi a fornire una soluzione eccezionale per esseri eccezionali».

Già nel 1980 nove teologi spagnoli (tra cui alcuni dei firmatari dell’attuale documento) elaborarono un testo intitolato “Domande di alcuni teologi ai loro vescovi”, in risposta alle “Istruzioni” sul divorzio civile pubblicate dall’episcopato spagnolo, in cui affrontavano anche il tema dei divorziati risposati. In esso, ricordano i 18 teologi, osservavano che i vescovi «non avevano tenuto in considerazione il sentire reale della comunità cattolica; si erano preoccupati solo del divorzio come se si trattasse di una legge meramente politica e civile; avevano dato a intendere che per i cattolici non vi è nessuna possibilità di divorzio e che si trattava di una dottrina che doveva restare immutabile». E aggiungevano di non mettere in dubbio la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio proposta da Gesù, sottolineando però che «tale dottrina deve proporre un ideale e una meta verso la quale ogni coppia deve avvicinarsi, senza escludere rischi, equivoci e fallimenti e non come legge assoluta con cui ogni coppia, per il fatto stesso di sposarsi, si identifica automaticamente, senza possibilità di vivere rotture o incompatibilità o almeno incompatibilità che rendano impercorribile questa legge». Di qui le domande, ancora attualissime, che i teologi si ponevano già 35 anni fa: «Credete personalmente, ognuno di voi, che l’attuale disciplina della Chiesa su questo punto sia proprio quella del Vangelo, quella che risponde alla vita e all’insegnamento di Gesù? Non vi pare che la Chiesa dovrebbe qui fare i conti radicalmente con se stessa?». «Dobbiamo guardare – concludevano i nove teologi, ma anche i 18 di oggi – a ciò che accade nella nostra Chiesa, con la realtà di tanti matrimoni falliti, senza speranza di recupero, e perciò già passati attraverso il divorzio nella pratica, ma condannati dal punto di vista canonico».

il bimbo e l’ostia a papà e mamma

un vescovo racconta al Papa:

“un bimbo spezzò l’ostia per darne ai genitori risposati”

l’intervento in aula commuove l’assemblea del sinodo che entra nel vivo del dibattito sui sacramenti ai divorziati: “Nella Chiesa non siamo ‘ufficiali di immigrazione’, che devono controllare perennemente l’integrità di chi si avvicina”. Il Papa: “Guardarsi dai dottori della legge”

di ANDREA GUALTIERI

 La storia, raccontata davanti al Papa durante l’assemblea plenaria del Sinodo, ha commosso molti dei presuli impegnati nel dibattito sulla famiglia. È stato proprio un vescovo, del quale non è stato riportato il nome, a riferire l’esperienza vissuta: stava celebrando la messa delle prime comunioni in una parrocchia e un bambino, arrivato all’altare per ricevere sulla mano l’ostia consacrata, l’ha spezzata e ne ha dato un pezzetto ciascuno ai due genitori che, essendo entrambi divorziati risposati, non avrebbero potuto riceverla.
Il racconto è stato rivelato durante la conferenza stampa quotidiana sui lavori del sinodo da don Manuel Dorantesed, collaboratore per la lingua spagnola di padre Federico Lombardi, ed è significativo delle istanze portate da chi chiede una riforma della norma che impedisce l’accesso alla comunione a coloro che hanno divorziato e avviato una nuova relazione. Dopo i primi dieci giorni, il dibattito del sinodo è arrivato proprio ad affrontare la terza parte dell’Instrumentum laboris, quella relativa alle ferite della famiglia. E il tema dei risposati è uno dei cardini più difficili della discussione, insieme a quella dell’accoglienza degli omosessuali e alla contraccezione.

Tra le ipotesi di lavoro che saranno affrontate nei prossimi giorni per superare la prassi attuale, c’è quella del “cammino di discernimento” e di una “via penitenziale”. Percorso, quest’ultimo, che è del resto un prerequisito fondamentale per l’accesso di chiunque alla comunione e che, si è evidenziato, richiede di ribadire l’insegnamento sul peccato. La strada più battuta da chi sostiene le tesi della riammissione dei risposati sembra essere quella di “valutare storia per storia”, ponendo limitazioni per i casi particolarmente significativi.

IL PAPA: “GUARDARSI DAI DOTTORI DELLA LEGGE”

Esclusa invece l’ipotesi di soluzioni diverse a seconda del contesto geografico: “Io vengo dalla lontana Australia, come viviamo noi la nostra fede è ben diverso dalla Chiesa in Africa, in Sud America e in Asia. Ma sui punti essenziali della dottrina e sui sacramenti, specialmente la comunione, ovviamente l’unità, dal punto di vista dell’insegnamento, è essenziale”, ha dichiarato in un’intervista alla Radio Vaticana il cardinale  George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia e considerato uno degli artefici della lettera consegnata al Papa in apertura del Sinodo per contestare le procedure. Nelle sue parole c’è una sottolineatura: “È ovvio che il Santo Padre dica che la dottrina non sarà toccata. Siccome noi parliamo della dottrina morale, sacramentale, in questa ovviamente c’è un elemento essenziale della prassi, della disciplina”. Dagli stessi microfoni, però, monsignor Bruno Forte, segretario speciale del Sinodo, fa notare: “Credo che una via pastorale molto concreta sia quella che si articola anzitutto nello stile dell’accompagnamento, che significa accoglienza di tutti, compagnia della vita e della fede, dunque vicinanza, ascolto, condivisione”. E spiega che la “via” lungo la quale trovare una risposta è quella di “camminare in profonda comunione con papa Francesco” e con “la gradualità dell’accompagnamento e dell’integrazione”. In mattinata, tra l’altro, il pontefice celebrando la messa nella cappelladi Casa Santa Marta aveva ammonito di “guardarsi dai dottori della legge che accorciano gli orizzonti di Dio e rendono piccolo il suo amore”.

UNA “RICCHEZZA DI PROPOSTE CONCRETE”

Per il resto, in assemblea si è auspicato un cambio di mentalità delle comunità ecclesiali, con una riorganizzazione delle parrocchie attorno alla pastorale familiare e con la creazione di piccole comunità stabili di famiglie locali che accompagnino altre famiglie aiutandole anche nei momenti di difficoltà. Su tutto, sembra prevalere la richiesta unanime di una maggiore formazione nella preparazione al matrimonio e nell’accompagnamento agli sposi e di nuove metodologie di catechesi, per le quali qualcuno ha chiesto di abbandonare il linguaggio attuale, ritenuto troppo “scolastico”. “C’è una grande ricchezza di proposte pastorali concrete”, ha rilevato padre Lombardi.

lettera al papa di sapore golpista?

tredici cardinali hanno scritto al papa

ecco la lettera

ma Francesco ha respinto in blocco le loro richieste 

e intanto dal programma del sinodo è sparita la “Relatio finalis”

di Sandro Magister


lunedì 5 ottobre, all’inizio dei lavori del sinodo sulla famiglia, il cardinale George Pell ha consegnato a papa Francesco una lettera, firmata da lui e da altri dodici cardinali, tutti presenti in quella stessa aula sinodale.

i tredici firmatari ricoprono ruoli di prima grandezza nella gerarchia della Chiesa. Tra di essi vi sono, in ordine alfabetico:

– Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, Italia, teologo, già primo presidente del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia;
– Thomas C. Collins, arcivescovo di Toronto, Canada;
– Timothy M. Dolan, arcivescovo di New York, Stati Uniti;
– Willem J. Eijk, arcivescovo di Utrecht, Olanda;
– Gerhard L. Müller, già vescovo di Ratisbona, Germania, dal 2012 prefetto della congregazione per la dottrina della fede;
– Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban, Sudafrica, presidente delegato del sinodo in corso come già della precedente sessione dell’ottobre 2014;
– George Pell, arcivescovo emerito di Sydney, Australia, dal 2014 prefetto in Vaticano della segreteria per l’economia;
– Robert Sarah, già arcivescovo di Konakry, Guinea, dal 2014 prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti;
– Jorge L. Urosa Savino, arcivescovo di Caracas, Venezuela.

nella lettera, concisa e chiarissima, i tredici cardinali sottoponevano all’attenzione del papa le serie “preoccupazioni” loro e di altri padri sinodali circa le procedure del sinodo, a loro giudizio “configurate per facilitare dei risultati predeterminati su importanti questioni controverse”, e riguardo all'”Instrumentum laboris”, ritenuto inadeguato come “testo guida e fondamento di un documento finale”

ecco qui di seguito il testo della lettera, tradotto dalla stesura originale in inglese:

 

Santità,

mentre ha inizio il sinodo sulla famiglia, e con il desiderio di vederlo fruttuosamente servire la Chiesa e il Suo ministero, rispettosamente Le chiediamo di prendere in considerazione una serie di preoccupazioni che abbiamo raccolto da altri padri sinodali, e che noi condividiamo.

Il documento preparatorio del sinodo, l'”Instrumentum laboris”, che pure ha degli spunti ammirevoli, ha anche sezioni che trarrebbero vantaggio da una sostanziale riflessione e rielaborazione. Le nuove procedure che guidano il sinodo sembrano assicurare un’influenza eccessiva sulle deliberazioni del sinodo e sul documento sinodale finale. Così com’è, e poste le preoccupazioni che abbiamo già raccolto da molti dei padri sulle sue varie sezioni problematiche, l'”Instrumentum” non può adeguatamente servire da testo guida o da fondamento di un documento finale.

Le nuove procedure sinodali saranno viste in alcuni ambienti come mancanti d’apertura e di genuina collegialità. Nel passato, il processo di presentare proposizioni e di votarle serviva allo scopo prezioso di misurare gli orientamenti dei padri sinodali. L’assenza di proposizioni e delle relative discussioni e votazioni sembra scoraggiare un dibattito aperto e confinare la discussione ai circoli minori; quindi ci sembra urgente che la redazione di proposizioni da votare dall’intero sinodo dovrebbe essere ripristinata. Il voto su un documento finale arriva troppo tardi nel processo di completa revisione e di aggiustamento del testo.

Inoltre, la mancanza di una partecipazione dai padri sinodali alla composizione della commissione di redazione ha creato un notevole disagio. I suoi membri sono stati nominati, non eletti, senza consultazione. Allo stesso modo, chiunque farà parte della redazione di qualsiasi testo a livello dei circoli minori dovrebbe essere eletto, non nominato.

A loro volta, questi fatti hanno creato il timore che le nuove procedure non siano aderenti al tradizionale spirito e finalità di un sinodo. Non si capisce perché questi cambiamenti procedurali siano necessari. A un certo numero di padri il nuovo processo sembra configurato per facilitare dei risultati predeterminati su importanti questioni controverse.

Infine, e forse con più urgenza, vari padri hanno espresso la preoccupazione che un sinodo progettato per affrontare una questione pastorale vitale – rafforzare la dignità del matrimonio e della famiglia – possa arrivare ad essere dominato dal problema teologico/dottrinale della comunione per i divorziati risposati civilmente. Se così avverrà, ciò solleverà inevitabilmente questioni ancora più fondamentali su come la Chiesa, nel suo cammino, dovrebbe interpretare e applicare la Parola di Dio, le sue dottrine e le sue discipline ai cambiamenti nella cultura. Il collasso delle chiese protestanti liberali nell’epoca moderna, accelerato dal loro abbandono di elementi chiave della fede e della pratica cristiana in nome dell’adattamento pastorale, giustifica una grande cautela nelle nostre discussioni sinodali.

Santità, offriamo questi pensieri in uno spirito di fedeltà, e La ringraziamo per la loro presa in considerazione.

Fedelmente suoi in Gesù Cristo.

 

un attacco di sapore golpista

commenti sulla lettera dei cardinali al papa

«Con il desiderio di vedere fruttuosamente il Sinodo sulla famiglia servire la Chiesa, rispettosamente le chiediamo di prendere in considerazione una serie di preoccupazioni». Così recita la lettera di alcuni cardinali consegnata a papa Francesco, il 5 ottobre scorso, il giorno di inizio del Sinodo, secondo quanto riportato dal giornalista Sandro Magister sul suo blog il 12 ottobre, che ne ha pubblicato la trascrizione del testo. La lettera, che suscita dubbi di vario genere – dei firmatari originari cinque si sono dissociati – e che sarebbe stata consegnata dal card. George Pell, uno dei sottoscrittori, esprime gravi dubbi circa la correttezza delle procedure sinodali, sospettate di essere «configurate per facilitare dei risultati predeterminati su importanti questioni controverse», e riguardo all’Instrumentum laboris, giudicato «inadeguato come testo guida e fondamento di un documento finale».

I misteri sulla lettera non sono pochi, riguardano in primo luogo i firmatari, ma anche le circostanze in cui è stata redatta. Come osserva lo storico Massimo Faggioli sull’Huffington Post (13/10), «al momento la lista dei firmatari oscilla: quella pubblicata lunedì sera (ora americana) dal settimanale dei gesuiti statunitensi America riportava i nomi di Caffarra (Bologna), Collins (Toronto), DiNardo (Houston), Dolan (New York), Eijk (Utrecht), Müller (prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede in Vaticano), Napier (Durban, Sudafrica), Njue (Nairobi, Kenia), Pell (prefetto del Segretariato per l’economia in Vaticano), Rivera Carrera (Città del Messico), Sarah (prefetto della Congregazione per la liturgia e i sacramenti in Vaticano), Sgreccia (già prefetto della Pontificia Accademia per la vita in Vaticano), e Urosa Savino (Caracas, Venezuela). Ma è possibile che vi siano lettere in parte diverse o versioni diverse della stessa lettera, altri firmatari, e perfino (non è da escludere) firmatari a loro insaputa (quattro altri firmatari – i cardinali Erdö, Scola, Piacenza, e Vingt-Trois – hanno smentito ieri)» e un quinto si è sfilato oggi, il card. Rivera Carrera, affermando di non aver mai sottoscritto la missiva.

Tuttavia, a prescindere dai suoi contenuti, la lettera, commenta Faggioli, «va considerata per quello che è. Non è una questione di merito o di metodo circa i lavori del Sinodo, ma un attacco alla legittimità della direzione impressa alla Chiesa da papa Francesco e quindi un attacco al papa stesso»: «Il fatto che la lettera sia stata consegnata al papa il 5 ottobre, primo giorno del Sinodo – spiega lo storico – è prova che si tratta di un’iniziativa coordinata ben prima dell’inizio dell’assemblea a Roma (ed è a questa iniziativa che Francesco rispose col discorso sulla “ermeneutica cospirativa” del 6 ottobre in aula sinodale). È anche chiaro che mentre Francesco era in visita negli Usa, alcuni vescovi americani, tra un abbraccio e l’altro al papa, stavano preparando contro Bergoglio un attacco che non si sarebbero mai sognati di fare contro i “sinodi per finta” di Wojtyla e Ratzinger». Il problema più grave, insomma, è che i cardinali in questione accusino il papa «di manipolare l’assemblea di vescovi».

Ma la lettera, continua Faggioli, svela le «ipocrisie dei firmatari»: «La critica a un Sinodo già predeterminato si poteva rivolgere ai Sinodi precedenti, quelli di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ma non a quello di Francesco. La vera critica della lettera è in realtà a una teologia che su alcuni punti è legittimamente diversa da quella di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ai quali i firmatari della lettera riconoscono legittimità teologica al contrario di quello che fanno per papa Francesco». In secondo luogo, la critica alle regole del Sinodo di papa Francesco fa finta di ignorare che il Sinodo dei Vescovi ha «degli elementi fissi (per esempio, il tipo di membership del Sinodo) e degli elementi che possono cambiare (in particolare, circa i documenti finali). Infatti il Sinodo è per definizione, dalla sua fondazione nel 1965 ad oggi, uno strumento del primato pontificio, in cui la collegialità dei vescovi si esprime ma senza mai varcare la funzione consultiva (almeno fino ad oggi: in futuro potrebbe cambiare)». Insomma, la lettera non sarebbe altro che «un pronunciamento di vago tenore golpista che vorrebbe mettere sotto ipoteca il primato papale», su temi che quest’ultimo ha riaperto quando i conservatori speravano fossero ormai archiviati.

«I nemici del papa, e ve ne sono a vari livelli nella Chiesa e nei media – scrive il vaticanista Robert Mickens sul settimanale statunitense National Catholic Reporter (12/10) – hanno colto al volo l’isteria reale e presunta dei vescovi per creare la narrazione secondo cui il pontificato di Francesco, al suo trentunesimo mese, corre ora il rischio di andare completamente in rovina. Ma c’è un altro intreccio che riguarda ciò che sta emergendo in questi primi giorni» del sinodo, ossia, spiega Mickens, «per la prima volta in cinquant’anni di esistenza del Sinodo c’è un papa che, sempre più chiaramente, sembra intenzionato a sviluppare, finalmente, il potenziale di questo organismo permanente e di renderlo un elemento costitutivo del governo della Chiesa universale». Ciò, evidentemente, «allarma molti vescovi e spaventare a morte la vecchia guardia nella Curia romana. Almeno quelli che sono stati attenti».

il sinodo secondo p. Alberto Maggi

chiesa, omosessuali e coppie di fatto

il sinodo secondo p. Alberto Maggi

 Alberto Maggi     p. Maggi

Alberto Maggi analizza i temi scottanti che si stanno discutendo all’interno del Sinodo e suggerisce un ritorno alle fondamenta della religione cattolica perché

“l’iniziativa è ottima, sempre che le gerarchie ecclesiastiche riconoscano con tutta umiltà e sincerità di non essere competenti in materia…”


Nel Sinodo in corso la Chiesa di papa Francesco vuole trattare importanti temi riguardanti la famiglia. L’iniziativa è ottima, sempre che le gerarchie ecclesiastiche riconoscano con tutta umiltà e sincerità di non essere competenti in materia. Una Chiesa dove ci sono voluti due millenni per ammettere che nel matrimonio oltre la procreazione dei figli è importante anche il mutuo amore dei coniugi (Gaudium et Spes 50), dovrebbe con tutta umiltà tacere su temi verso i quali non ha ricevuto alcun mandato dal Cristo e che, quando li ha voluti trattare, ha causato tremendi danni. Seguendo le indicazioni di papa Francesco, di vedere la Chiesa come un ospedale da campo, si spera che i Padri sinodali seguano il cuore e il buon senso, canali preferiti dallo Spirito santo, e adoperino l’unico linguaggio universalmente riconosciuto, quello dell’amore misericordioso.

Per questo i Padri dovrebbero tornare alle sorgenti cristalline della Scrittura, troppo spesso ignorata o strumentalizzata per essere di supporto a strampalate dottrine tanto assurde quanto disumane (come quella di imporre ai divorziati risposati di vivere come fratello e sorella). La conversione della Chiesa al Vangelo di Gesù farebbe emergere che il problema, così aspramente dibattuto, della comunione da concedere ai divorziati risposati, semplicemente non esiste. La difficoltà non riguarda infatti il secondo matrimonio, ma il significato stesso dell’eucaristia. Nei vangeli appare chiaramente che l’eucaristia non è un premio concesso a quanti lo meritano, ma un dono per i bisogni delle persone: meriti non tutti li possono avere, ma tutti sono bisognosi. Gesù ha cercato di far comprendere ai duri teologi del suo tempo che la medicina e il medico sono per i malati e non per i sani, e che non occorre purificarsi per accogliere il Signore, ma è accoglierlo nella propria vita quel che purifica.

Altro tema scottante, finora sempre evitato, è quello delle unioni omosessuali. Su questo argomento era più logico e comprensibile l’atteggiamento della Chiesa pre-conciliare: gli omosessuali erano tutti peccatori e quando morivano finivano all’inferno per omnia sæcula sæculorum. Le cose si sono complicate con la morale post-conciliare: no, non sono peccatori per il fatto di essere omosessuali, ma per il manifestarlo (come dire a una pianta che può crescere, ma non può fiorire). La soluzione? Anche in questo caso la castità (gira e rigira si finisce sempre lì, sui genitali). La castità, scelta che la Chiesa riconosce essere un carisma, ovvero un dono del Signore per quanti liberamente e volontariamente la scelgono, diventa un obbligo imposto. Il rifiuto dell’omosessualità si basa sul fatto che nella Bibbia si legge che Dio maschio e femmina li creò (Gen 1,27). Nessuno mette in dubbio quest’ asserzione: gli omosessuali non sono un altro sesso, bensì maschi e femmine che orientano la propria affettività su persone dello stesso sesso. I mali della società non sono causati da chi si ama, ma da chi si detesta.

L’AUTORE

maggi Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

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