pregare per la pace? come pregare

quale preghiera per la pace nel tempo della guerra in Ucraina?

di Jacques Musset*  

in “www.garriguesetsentiers.org” dell’11 marzo 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)

Se Dio è presente nel più intimo dell’essere e se nel segreto della coscienza ispira il desiderio del vero, allora la sola preghiera di richiesta che valga non è più quella di sollecitare Dio ad intervenire, ma di chiedere a noi stessi, personalmente e come comunità, di essere disponibili alle richieste che salgono in noi dal più profondo quando ci preoccupiamo sinceramente di vivere secondo lo spirito che animava Gesù.

Immagino che attualmente, nel corso delle messe e dei culti domenicali in tutte le chiese e i templi cristiani del mondo siano formulate preghiere di intercessione per la pace in Ucraina. E che esse, almeno nelle chiese cattoliche, siano espresse nello stile abituale, in forma di richieste a Dio in termini più o meno simili a questi: “Perché cessi la guerra in Ucraina e venga una pace giusta in quel paese provato, preghiamo il Signore”, “Perché gli autori di questa guerra ingiusta prendano coscienza della loro ingiustizia e cessino i combattimenti, preghiamo il Signore”, “Perché le vittime di questa guerra siano sostenute, aiutate, confortate, preghiamo il Signore”, “Dio, pare di tutti gli uomini, ti preghiamo di cambiare il cuore di coloro che opprimono il popolo ucraino”, “Vieni in aiuto alle vittime e a coloro che soffrono crudelmente per questa guerra”, o ancora “Stimola la generosità dei paesi in pace affinché vengano in aiuto al governo e alle popolazioni rimaste sul posto o in fuga dalla guerra”…
Perché queste richieste sono inaccettabili per un cristiano del XXI secolo immerso nella cultura moderna? In che cosa possono screditare il cristianesimo agli occhi degli agnostici e degli atei a causa dell’immagine di “Dio” e dell’uomo che esse veicolano?
Una prima ragione è che danno di “Dio” una rappresentazione di onnipotenza senza limiti, arbitraria, un “Dio” che, per intervenire, avrebbe bisogno che ci si metta in ginocchio davanti a lui per gridare la propria miseria o urlargli i propri desideri più ardenti. Che cosa è mai questa divinità che si nutrirebbe per anni e per secoli di preghiere incessanti per degnarsi di distribuire i propri favori? Immagine meschina del Dio cristiano, più vicina alle divinità di un tempo di cui si immaginava che il potere fosse efficace in rapporto a preghiere interminabili e riti sofisticati. Che cosa è questo Dio di cui si proclama che è amore e che godrebbe nel farsi pregare per spargere le sue bontà, come se fosse sordo e lontano?
Ma c’è di più: anche la rappresentazione dell’uomo è in gioco in questo atteggiamento. Questo comportamento di supplica manifesta una innegabile dimissione di responsabilità da parte di coloro che lo professano. L’oggetto di queste richieste designa in realtà dei compiti che ognuno dei credenti e degli esseri umani deve svolgere proprio in quanto essere umano. Infatti, chi può offrire conforto a coloro che soffrono? Altri esseri umani. Chi deve creare condizioni di pace tra le persone e i popoli? Ogni cittadino a titolo personale e coloro che sono eletti per svolgere questo compito.
Chi deve fare in modo che le persone mangino a sufficienza in certi paesi in cui regna carestia endemica? Gli abitanti stessi di quei paesi, aiutati dal sostegno e la solidarietà disinteressata di quelli più ricchi. E queste responsabilità devono suscitare iniziative concrete, se no si rimane a livello di pii desideri che lasciano perdurare le peggiori ingiustizie. Come migliorare il proprio comportamento portato alla rabbia o all’egocentrismo, come sviluppare il proprio senso critico? Lo si fa in prima persona, lavorando man mano su se stessi. Potremmo moltiplicare gli esempi di richieste a “Dio” che in realtà dipendono dalla responsabilità umana. Questo modo di procedere non fa crescere né Dio né l’uomo.
Sento l’obiezione: nella Bibbia, in particolare nei Salmi, e nel Vangelo, non si raccomanda forse ai credenti di invocare “Dio” in aiuto? “Chiedete e vi sarà dato”, dice Gesù. Il Padre Nostro che ha insegnato è un’urgente preghiera di richiesta. Che cosa rispondere? In primo luogo, il forte monito di Gesù contro la ripetizione di formule che sarebbero efficaci di per se stesse. Proprio Gesù ci ricorda che Dio non ha bisogno delle preghiere per essere presente agli uomini e ai loro bisogni (Mt6,5-8). E insiste: “Non chiunque dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio” (Mt 7,21).
Inoltre, queste affermazioni devono essere collocate nel loro contesto storico e culturale. Per gli autori dei salmi, come per Gesù, “Dio” è una realtà trascendente, che abita il cielo ed è capace di operare miracoli dove l’uomo constata la propria impotenza. Per questo invitano a gridare verso di lui per sollecitare il suo intervento, anche se si è comunque sicuri della sua fedele presenza. Con il progresso delle cosiddette scienze esatte e la “liberazione” delle scienze umane in seguito alle critiche dell’Illuminismo, l’ambito nel quale fino a quel momento Dio regnava da essere supremo si è praticamente ristretto e secolarizzato. Non c’è più bisogno oggi di far intervenire Dio nella spiegazione e nella gestione della natura, nella comprensione della psicologia dell’essere umano, dei suoi comportamenti e delle sue malattie, nella comprensione delle leggi di cui ogni società ha bisogno per vivere in un certo equilibrio tra le forze centrifughe che la compongono… Gli uomini hanno acquisito un’autonomia nella conduzione della loro esistenza personale e sociale.
Una preghiera rispettosa di Dio e di noi stessi

Che cosa diventa allora “Dio”? È forse un epifenomeno che non ha più la sua ragion d’esser dopo essere stato spogliato delle sue prerogative tradizionali, oppure può designare per i credenti una realtà misteriosamente presente nel più intimo di ogni essere umano, lì dove nasce il meglio di sé: e cioè ciò che ha a che fare con il dono, con l’arte, con l’interiorità, con la conoscenza di sé, col rifiuto dell’inaccettabile, con il consenso e l’appropriazione di ciò che è. È ciò che esprimono i mistici di tutti i tempi e di tutte le tradizioni spirituali.
Quelle persone, che vivono ad un livello di estrema profondità del proprio essere, sperimentano, toccano, così dicono, una realtà che senza essere loro stessi è inseparabilmente legata a loro.
L’esperienza di questi superamenti è comune a tutti gli esseri umani che cercano di non barare con le richieste interiori a loro rivolte, ciò non significa che vi possiamo leggere la traccia di Dio. Se è legittimo chiamare “Dio”, in mancanza di altre parole, ciò che è al cuore di ogni spinta interiore ad umanizzarsi incessantemente in ogni dimensione, allora il modo di porsi nei confronti di questa fonte misteriosa non può più esprimersi come un tempo, quando Dio era concepito come esterno a sé e onnipotente in tutti gli ambiti.
Quale è dunque la preghiera di richiesta possibile che sia degna di “Dio” e dell’uomo? Ciò che rimane comune con il modo di esprimersi di un tempo, è la necessità del raccoglimento. Che, del resto, è una necessità per ogni uomo che non voglia vivere la propria esistenza come un sonnambulo o come una banderuola. Dedicare del tempo al silenzio, indipendentemente dal luogo e dalla maniera, è una condizione indispensabile per essere presenti a se stessi e al proprio mistero.
Ma allora, la preghiera cristiana di richiesta, personale o collettiva, come può esprimersi in maniera autentica? Se Dio è presente nel più intimo dell’essere e fa continuamente, se così si può dire, il suo lavoro di Dio, che è quello di ispirare nel segreto delle coscienze, senza teleguidarle, il gusto e il desiderio del vero, allora la sola preghiera di richiesta che valga non è più quella di sollecitare Dio ad intervenire, ma di chiedere a noi stessi, personalmente e come comunità, di essere disponibili ai moti, alle richieste, agli incitamenti (indipendentemente dalle parole) che salgono in noi dal più profondo quando ci preoccupiamo di vivere, senza ingannare noi stessi e gli altri, secondo lo spirito che animava Gesù.
Come è possibile farlo? Cambiando il modo di esprimerci. Se è vero che si finisce per pensare come si parla, allora, parliamo secondo verità affinché le nostre parole siano stimolanti individualmente e collettivamente e non rimangano solo facili e generose formule magiche senza presa sulla realtà. In questo modo, davanti a “Dio” (riconosciuto come Sorgente, Soffio interiore), i cristiani si comporteranno da adulti e non da esseri infantili.
Tentiamo di dire, nel contesto attuale, quale potrebbe essere una preghiera rispettosa di Dio e di noi stessi: “Davanti a te o Dio, diciamo ciò a cui ci impegnano il messaggio e il comportamento di Gesù, nel momento in cui l’Ucraina è vittima di una guerra ingiusta e distruttrice che fa moltissimi morti, che fa sprofondare i suoi abitanti nell’insicurezza e li costringe a fuggire dal loro paese in uno stato precario. Che ognuno di noi, secondo i propri mezzi, partecipi alle azioni intraprese per aiutare i rifugiati e anche coloro che rimangono sul posto; per dimostrare pubblicamente il nostro sostegno agli ucraini e la nostra condanna dell’aggressione che subiscono; per accogliere e accompagnare i rifugiati nella nostra regione”.
* Jacques Musset è un biblista francese, nato nel 1936. È stato cappellano di liceo, animatore di gruppi biblici e formatore nell’accompagnamento dei malati in ambito ospedaliero. Ex presbitero, sposato, ha scritto diversi libri sul suo itinerario spirituale. Anima incontri dell’Associazione culturale degli amici di Marcel Légaut.

ha senso pregare che Dio ci liberi dal coronavirus?

 

pregare in epoca di Covid-19

una visione alternativa in un libro a più voci

un libro contenente espressioni forti per provocarci ad una coraggiosa riflessione

 da: Adista Documenti n° 18 del 09/05/2020

 Come puntualmente avviene per ogni catastrofe, naturale o meno, un’ondata di invocazioni religiose ha accompagnato anche questi tempi di pandemia, riproponendo pari pari la stessa deformazione dell’immagine del divino registrata nelle precedenti occasioni. Un’immagine distorta a cui non ha saputo sottrarsi neppure il papa, con il suo annuncio di aver «chiesto a Dio di fermare la pandemia».

Ed è stata proprio questa, per don Paolo Scquizzato, prete della diocesi di Pinerolo, «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», già colmo di immagini di preti impegnati a «portare in giro statue di madonne lacrimogene e santi efficaci contro morbi e pestilenze», di porporati dediti a «brandire ostensori come fossero armi, nell’atto di benedire piazze deserte» e persino di un prete col Santissimo che, da un elicottero, non ha esitato a «impartire una benedizione sentendosi come l’arcangelo Raffaele 2.0». Episodi che, «non fossero documentati e rilanciati migliaia di volte sui social, parrebbero immagini stantie provenienti da epoche lontane e oscure, proprie di una religione oscura e lontana».

E così, ponendosi nel solco di «una teologia intenta a “salvare” Dio dall’essere traballante stampella alle umane insufficienze e immenso tappabuchi delle nostre falle esistenziali», Scquizzato si è rivolto ad alcuni amici e amiche in tutta Italia, da Bolzano a Palermo, chiedendo loro un breve contributo sulla preghiera, «su come poter concepire la preghiera in epoca di Covid-19, e cosa volesse dire pregare Dio in un momento buio come questo». Ne è nato un libro, edito da Gabrielli editori (13 euro, ma disponibile anche in versione e-book a 7,99 euro), dal titolo La goccia che fa traboccare il vaso. La preghiera nella grande prova, che, curato da Scquizzato, raccoglie, oltre la sua, altre sedici brevi riflessioni – tra cui quelle di Franco Barbero, Augusto Cavadi, Paolo Farinella, Paola Lazzarini, Alberto Maggi, Carlo Molari, Silvano Nicoletto, Antonietta Potente, Gilberto Squizzato, Ferdinando Sudati, Antonio Thellung e Paolo Zambaldi –, le quali, ciascuna con la sua ricchezza e con il suo tratto personale, offrono una visione della preghiera «come risposta e impegno nei riguardi di quello Spirito che da sempre soffia all’interno dell’intero creato».

Non si tratta più, per gli autori e le autrici del libro, di una preghiera come richiesta rivolta a un Dio che, secondo quanto scrive Gilberto Squizzato, «se avesse potuto intervenire per fermare l’epidemia con la sua mano, meglio avrebbe forse fatto a prestare soccorso agli esseri umani prima che l’epidemia cominciasse a mietere vittime e a seminare paura». E ciò perché, come scrive Franco Barbero, «il Dio che mi fa la grazia è sparito, come è radicalmente cancellato, con una ablatio totale, il vasto mondo delle devozioni, del “madonnismo”, del suffragio, della messa come sacrificio espiatorio». O, come scrive Paolo Farinella, «“se c’è”, dubito che possa esistere un “dio” come quello in cui comunemente la religione cattolica dice di credere», quello «contrabbandato dalla religione comune, quella delle prime comunioni, del catechismo diffuso e finalizzato ai sacramenti e non alla formazione spirituale, delle Messe a orario (!), dei Rosari vocali a macchinetta, delle assoluzioni dei peccati, dell’obbligo festivo, delle candele, delle processioni, del rituale come trionfo di sfarzo a beneficio dei celebranti, naturalmente “a maggior gloria di Dio”». Di tutto quello, insomma, che Ferdinando Sudati definisce non a caso uno «scivolo diretto verso l’ateismo per le nuove generazioni», ritenendo «indilazionabile l’esigenza di superare il teismo, cioè la concezione di Dio legata alla conoscenza pre-scientifica del cosmo».

La preghiera al centro delle riflessioni raccolte nel libro, al contrario, «è – sottolinea Augusto Cavadi – sostare in silenzio davanti all’enigma che siamo, che sono, che ci circonda da ogni lato. È raccogliermi in ascolto di ciò che veramente, nel profondo, posso e voglio: in ascolto di questa Energia (per la quale nessuno ha un nome adeguato) che mi sostiene, mi sollecita, mi apre alla comunicazione e alla solidarietà. È chiedermi come posso mettere a frutto, per l’autorealizzazione e per la protezione di tutti i viventi, le potenzialità intellettuali, morali, psichiche, fisiche, economiche che, senza merito ma non senza responsabilità, mi ritrovo». È, secondo le parole di Carlo Molari, «mettersi in sintonia con l’energia creatrice che alimenta lo sviluppo della creatura e la rende capace di accogliere, esprimere e comunicare forza vitale in modo più profondo», cosicché, nella preghiera, a cambiare non è Dio, ma l’essere umano.

da questo libro il capitolo di Paolo Squizzato

prego dunque divengo
di Paolo Scquizzato 

 

Arrivato a questo punto della mia vita umana e spirituale, ritengo la preghiera – attestazione ultima della mia umanità – non un domandare per avere, ma un aprirmi per essere.

Atto di povertà disarmante: nello spazio di me lasciato disponibile, nella mia non-resistenza, posso fare finalmente esperienza dell’azione dello Spirito che può manifestarsi, avvolgermi e trasformarmi. Ad oggi, la preghiera per me è “attesa senza oggetto” (Simone Weil). Rimanere aperto e disponibile, in attesa che mi raggiunga e si compia non ciò che ho desiderato e impetrato, ma ciò che so essere bene per me.

Attesa dell’insperato, dell’inedito, dell’impossibile.

Per giungere a questa consapevolezza il cammino è stato lungo. Una maturazione spirituale ma soprattutto conversione, nella sua accezione più letterale: cambiamento di mentalità, di prospettiva, caduta di pregiudizi. Conversione che mi ha portato a guarire dalla visione di un dio che abita l’alto dei cieli, ente sovra-naturale, guardiano delle sue creature, sensibile alle loro invocazioni, attento alle loro azioni, stampella alle loro insufficienze, capace di vivere sentimenti sino a intervenire se lo ritiene opportuno, o astenersi dal farlo, per premiare, infine, i buoni e condannare i cattivi.

E così oggi mi sto pian piano riconciliando con l’impotenza di Dio, e la sua impossibilità di intervenire sul mondo degli umani e sul corso degli eventi della creazione.

Credo oggi, che occorra crescere nell’amicizia e relazione con un Amore che impregna tutte le cose, come l’acqua imbeve la terra donandole vita, e facendola fiorire. Con un Dio che è vita, amore, luce, energia dentro ogni cosa, essendo ogni cosa energia. Come ebbe a dire san Tommaso, Dio è da considerarsi l’essere stesso, e non ente tra gli enti. Dio è “essere di ogni cosa che è”, fondo, coscienza.

La preghiera è dunque per me collegarmi, abitare questo campo di energia che è dappertutto, e in cui io sono immerso e in questo modo poter ascendere alla mia pienezza, venire finalmente alla luce, dopo essere nato alla vita. Ecco, la preghiera come atto di ascesa alla pienezza di me.

Ed è stupefacente costatare che tutta la creazione è in stato di perenne preghiera, perché attingendo alla Vita, essa continua ostinata la sua creazione, in un’immensa gestazione. Paolo l’aveva intuito, che noi esseri partecipiamo dell’essere per immersione: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28), e che la creazione attende di essere anch’essa condotta alla nascita completa per via di gestazione: «Tutta la creazione – infatti – geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (cfr. Rm 8,22).

Prego, e in questo modo faccio parte dello spirito di Dio, il medesimo che aleggiava sulle acque all’inizio della creazione, come ci racconta il Libro del Genesi, ed ora è «l’impulso interiore che anima il bosone, il quark e, l’atomo, molecola, la cellula, l’acqua, l’aria, la pianta, i boschi, gli animali, la terra, le stelle, galassie, l’universo aperto e senza limiti» (José Maria Vigil).

Per cui la mia preghiera non può ridursi in un rivolgersi ad un essere che trascende la realtà, con la presunzione di poterne magari determinare le decisioni. Colui che chiamiamo Dio non ha potere sulla realtà, sulla materia, alla stregua di un mago col proprio cilindro.

La natura, la creazione, ogni singola particella fa la sua strada, obbedisce a proprie leggi interne. La materia, che altro non è che energia in movimento, continua e continuerà per sempre la sua danza. Ma noi sappiamo che non esiste danza senza colui che danza. Ebbene, ciò che chiamiamo Dio è la danzatrice che fa sì che esista la danza della creazione in una perenne creazione.

A questo punto una domanda s’impone: ma la preghiera cristiana non ha come fondamento la relazione con un tu, con un Dio sovrannaturale che, come insegnatoci da Gesù, rimane incontestabilmente Padre? Lascio la parola al grande monaco cristiano Henry Le Saux:

«La Divinità è quella profondità di me stesso che è al di fuori della durata, della contingenza, a sé, ecc. Il Dio vivente non è necessariamente colui che diciamo Tu. Ogni Tu rivolto a Dio è una menzogna, un errore. Poiché Dio non è un Tu come gli altri Tu che conosciamo, i Tu che noi concepiamo. Dire Tu a Dio è renderlo non vivente. Chi crede di conoscerlo si allontana da lui. Il Dio vivente, non s’incontra che nel fondo di sé, nel raccoglimento al fondo di sé, al fondo della propria vita, al di fondo di ciò che per cui noi siamo viventi. Non bisogna cercare Gesù né a Betlemme, né a Nazaret, né a Cafarnao, né sul Calvario, nemmeno all’uscita dal sepolcro una mattina di Pasqua. Bisogna cercarlo là dove è realmente il Dio vivente, absconditus in sinu Patris. E il seno del Padre è il fondo di me. Questo Grund (fondo) che Gesù chiama “Abba”(Risveglio a sé, risveglio a Dio)».

E ora un’ultima domanda: questa creazione in espansione che altro non è che Dio che si va rivelando (Leonardo Boff), è cosciente di sé? È intelligente? La scienza pare suggerirci di sì. Essa suggerisce che «tutto ciò che ci circonda, ci si rivela dotato di ipseità, di intelligenza (leggere dentro, cogliere il significato interno che muove tutto). Le galassie, le stelle, gli esseri viventi si auto-organizzano e si auto-regolano, e si interrelazionano in sistemi annidati sempre più ampi e complessi. La nuova cosmologia ci sta dicendo che l’immagine che siamo chiamati ad avere di questo mondo ha più a che fare con il pensiero che con una macchina» (José Maria Vigil).

Perciò, nel corso delle cose, in questo universo di cui faccio parte, anzi, di cui sono parte, in via di espansione e compimento, mi fermo e prego. E pregando divento consapevole dell’energia che mi abita, e da cui mi lascio portare verso la pienezza dell’essere. Mi lascio fare, mi lascio trasformare. E in questa mia preghiera, meno resistenza oppongo – con parole, immagini, pensieri, desideri e preghiere – maggiore sarà la mia trasformazione, perché più forte sarà la Sua azione.

La preghiera, lungi dal toccare e influenzare Dio, trasforma me stesso. Attingendo alla fonte della vita, questa trasforma la mia portandola al compimento.

Prego dunque divengo. Preghiera, atto di trasfigurazione.

Per questo sento sempre più l’esigenza di una preghiera silenziosa, vuota, del sapore del nulla, come vuoto e nulla fu quell’istante prima di quel Big-Bang da cui scaturì tutto l’esistente. Vuoto non come mera assenza, ma come “profondità abissale di energia” dove tutto fu finalmente semplicemente possibile.

E in questa preghiera, spazio di pura possibilità, si libereranno in me – creatura trasfigurata – nuove energie da sempre possedute ma non ancora utilizzate, presenti ma sconosciute. Come ebbe a dire Miguel de Unamuno: «Ognuno di noi ha risorse inutilizzate, angoli dell’anima, cantucci e sacche di consapevolezza che se ne stanno addormentate. E possiamo anche morire senza averle scoperte, per l’assenza di uno spirito affine che ce le riveli». Ebbene, allora prego, sì prego ogni mattina e ogni sera nel silenzio di me per entrare in contatto con questo spirito affine, finché si riveli e possa questa mia potenzialità prendere carne. E a quel punto potrò cominciare a prendermi cura di chi mi sta attorno, cominciando a fare scelte indirizzate a seminare luce nel buio che mi circonda, e a portare pace e amore – per come mi è possibile – nel male che oscura ancora per un po’ questo nostro splendido mondo, certo che come dice Raimon Panikkar: «Nell’atto di pregare l’Uomo partecipa al dinamismo che è al centro della realtà e penetra nel cuore del mondo».

E giungerò così infine a fare esperienza di Dio nei piccoli e semplici gesti di bene di ogni giorno, nei fratelli e sorelle che incontrerò, nell’atto di cura che rialzerà qualcuno dal fango. Consapevole che Dio altro non è che «l’amor che move il sole e l’altre stelle»

in tempi di coronavirus fede e preghiera, sì, ma non fanatismo personale ed ecclesiale

 

 

“così papa Francesco ci insegna a riscoprire il divino che è in noi”

intervista a Alberto Maggi

a cura di Paolo Rodari
in “la Repubblica” del 28 marzo 2020

«Le messe senza popolo online? Non mi piacciono. Purtroppo molti preti sono stati abituati così. Per loro non c’è salvezza senza un Dio che da fuori viene a salvare l’uomo. Se si toglie loro la celebrazione della messa non sanno cosa fare. Non capiscono che il Signore è già in noi, si fa pane nella parola. Egli è dentro l’uomo e chiede solo di andare ad aiutare gli altri».

Alberto Maggi, fine biblista, sacerdote e teologo, commenta il momento presente. Il Papa ha detto che è possibile, in attesa che tutto torni alla normalità, chiedere perdono a Dio dei propri peccati pregando nel silenzio. Un ritorno alla preghiera personale e intima spesso elusa da una Chiesa che vuole invece avere il controllo sui fedeli.

Padre Maggi, alcune cronache raccontano di sacerdoti che celebrano con i fedeli di nascosto. Cosa pensa?

«Assurdo. Danno anche la comunione sotto le due specie, bevendo dal calice sostenendo che tanto è sangue di Cristo e come tale non può trasmettere il virus. Questa non è fede, è fanatismo. Giocano a fare i cristiani delle catacombe e non sanno che provocano un’ecatombe».

Un errore grossolano di visione di sé, di Dio e del mondo? 

«Pensano di essere gli unici intermediari fra la gente e Dio, ma il Signore non ha bisogno di intermediari. Dio è stato per troppo tempo visto come esterno all’uomo e lontano. Gesù ha superato ciò. Giovanni dice che a chi ama il Padre, Gesù e lo stesso Padre verranno in lui. Dio si manifesta non quando alziamo le mani al cielo, ma quando ci rimbocchiamo le maniche e aiutiamo gli altri».

Per un certo clero tutto ciò significherebbe perdere il controllo sui fedeli e per certi fedeli uscire da una visione clericale della fede.

«Se Dio sta nel cuore dell’uomo non lo puoi controllare. Ma quando scopri Dio dentro di te tutto cambia. Non devi più cercarlo e vivere per lui, ma vivi di lui. Dio non ti chiede più nulla».

A cosa serve chiedere a Dio di fermare la pandemia?

«Dio non può fermarla, non può cambiare il corso della storia, ma può dare all’uomo la sua forza per viverla».

Come si spiega questo tempo così difficile?

«I danni del coronavirus sono anche il prodotto di una politica che all’inizio ha privilegiato gli interessi economici di pochi a discapito del bene comune. Francesco in Laudato Sì chiede una cura per la casa comune che pochi perseguono. Il paradiso perduto è da guadagnare adesso».

In che senso?

«Francesco fa sua una lettura profetica del racconto della creazione. Il libro della Genesi non guarda al passato, non è storia ma teologia. L’autore non descrive il rimpianto per un passato, ma la profezia per il paradiso da costruire»

preghiera è liberazioine degli oppressi

preghiera per la liberazione degli oppressi

“Chiesa e teologia devono rompere con l'idolatria del sistema dominante per imparare a discernere la presenza inquietante di Dio nel mondo degli oppressi" (P. Richard)

Vieni, Signore!
Scendi a liberare gli oppressi dalla mano dei Faraoni di oggi.
Hai ascoltato il loro grido, conosci le loro sofferenze, hai visto i tormenti sopportati semplicemente per non perire (1).
Piegati dalla fatica e dalle umiliazioni non hanno più la forza né per ribellarsi né per sperare in un giorno diverso.
Mangiano polvere. Signore, liberali!
Converti il cuore dei loro oppressori. Guariscili dalla perversione del profitto e dell’accumulo. Dona loro di sperimentare la gioia che viene dalla solidarietà e dalle relazioni senza calcolo. Libera il cuore di questi schiavi della ricchezza e del potere che sfruttano i loro fratelli.
Vieni, Signore!
Manda noi dai Faraoni di oggi che vivono asserragliati nelle loro proprietà sporche del sangue dei poveri e nelle false sicurezze sporche del sangue dei disoccupati e dei precari.
Manda noi ad annunciare la liberazione, che il tempo è compiuto, che il tuo Regno è vicino, che il tuo Regno è in mezzo a noi (2).
Vieni, Signore!
Fa’ che noi possiamo partecipare all’Esodo del tuo popolo (dei poveri, degli oppressi, dei piccoli, degli ultimi) verso la terra che hai preparato, verso la fratellanza che hai sognato, verso la dimora della Giustizia e della Misericordia.
Realizza, ti preghiamo, ancora una volta questa Parola:

«Così dice il Signore Dio
che crea i cieli e li dispiega,
distende la terra con ciò che vi nasce,
dà il respiro alla gente che la abita
e l’alito a quanti camminano su di essa:
“Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre.
Io sono il Signore: questo è il mio nome;
non cederò la mia gloria ad altri,
né il mio onore agli idoli.
I primi fatti, ecco, sono avvenuti
e i nuovi io preannunzio;
prima che spuntino,
ve li faccio sentire”» (3).

(1) Cfr. Esodo 3, 7-12
(2) Cfr Vangelo di Marco 1,14-15; Vangelo di Luca 17,21
(3) Isaia 42,6-9

preghiera è fare silenzio interiore per accogliere la parola del Signore

nel silenzio il mistero della tua Presenza

“Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava” (Vangelo di Marco 1,35)
da Altranarrazione

eccomi in preghiera. In perfetta solitudine, in perfetta intimità, questo momento è solo per il Signore

Taci scoraggiamento per i peccati commessi. Ascolta la Misericordia di Dio che risolleva da qualsiasi abisso.
Taci distrazione. Ascolta il silenzio di Dio che ti insegna a percepire nel profondo.
Taci programmazione di attività. Ascolta la creatività di Dio che sa aprire strade nel deserto.
Taci esigenza di utilità. Ascolta la gratuità di Dio che ti invita a trovare nel dono di se stessi il senso dell’esistere.
Taci abitudine. Ascolta la novità di Dio che rinnova il mistero della sua presenza.
Taci legalismo. Ascolta la Giustizia di Dio che conosce e compatisce le nostre fragilità.

 

e adesso in perfetto silenzio per accogliere il Signore

 

La Parola di Dio è delicatezza, non si sovrappone ad altre voci.
È pazienza, sa attendere il suo turno.
È mitezza, pacifica l’anima, sollecita lo sguardo ad allargarsi e ad andare oltre i motivi razionali di conflitto e contrarietà.
È profezia, non consente di soprassedere alla pratica della giustizia.
È consolazione, dona la forza per non soccombere davanti alla sofferenza.
È speranza, propone alternative di senso al vuoto scavato dalla superbia dell’uomo.
È guarigione, riesce a sanare le ferite che resistono ai rimedi umani.
È contraddizione, smaschera le falsità degli idoli.

Ti adoro, ti amo, Signore ed esulto perché capovolgi le logiche del mondo

 

dovremmo … ed invece …

vocazione all’infinito e impegno nel tempo storico

Pregare per la comunione con Dio e praticare la giustizia per quella con i poveri nel simbolo del fiore e della corda.

preghiera e pratica della giustizia

Dovremmo attendere Colui che libera ed invece ci sediamo al tavolo dell’oppressore.
Dovremmo cercare Colui che si abbassa per Amore ed invece lo preghiamo di rimanere in cielo.
Dovremmo sperare ed invece programmiamo.
Dovremmo affidarci alla Provvidenza, guardare i gigli che non filano e non tessono (1) ed invece ci accordiamo con i potenti per ottenere sovvenzioni o con i padroni per ottenere sponsorizzazioni.
Dovremmo rincorrere ed imitare la creatività dello Spirito che soffia e parla dove vuole (2) ed invece produciamo ripetitività alienante.
Dovremmo essere segno di contraddizione come il Signore Gesù (3) ed invece siamo elemento di stabilizzazione dell’Iniquità.
Dovremmo utilizzare un linguaggio profetico ed autentico (4) ed invece denunciamo le disuguaglianze omettendo accuratamente di pronunciare i nomi dei responsabili.
Dovremmo essere pacifisti lottando per la giustizia sociale ed invece non ci schieriamo per lasciare in pace gli sfruttatori.
Dovremmo curare le nostre nevrosi egoistiche vivendo la compassione come proposto nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo ed invece seguiamo il percorso formativo di disumanizzazione comandato dal Capitale.
Dovremmo nutrirci con la Parola di Dio e con l’Eucaristia, dissetarci con l’acqua viva donata da Cristo (5) ed invece ci riempiamo compulsivamente di distrazioni e di divertimento.
Dovremmo porre attenzione ai segni della presenza di Dio nella storia ed invece testimoniamo la sua assenza.
Dovremmo stare nelle strade del mondo ed invece ci barrichiamo nei palazzi.
Dovremmo promuovere un’altra narrazione ed invece assorbiamo quella degli idoli.

(1) Cfr. Vangelo di Luca 12,27
(2) Cfr. Vangelo di Giovanni 3,8
(3) Vangelo di Luca 2,34
(4) Cfr. Vangelo di Matteo 5,37
(5) Cfr. Vangelo di Giovanni 4,10

la preghiera del ‘primo’ che si fa ‘ultimo’ per servire

preghiera del discepolo

da Altranarrazione

Fa, o Signore, 

che io non ottenga mai una posizione sociale, un riconoscimento, una funzione; 
che io non diventi mai competente, esperto, intenditore; 
che io non abbia titoli per parlare o reputazione per essere ascoltato; 
che io sia deriso, accantonato, travisato; 
che io sia scartato dalle strutture, disprezzato dalle gerarchie, rigettato dal Sistema; 
che io sia eliminato da tutte le competizioni; 
che io non risulti idoneo a qualsiasi obbedienza di tipo militare; 
che io non provi soddisfazione in nessuna cosa inventata dal mondo; 
che io abbia la forza di resistere ai compromessi imposti dal Capitale, agli idoli borghesi, alle logiche del denaro. 
Ed, infine, fa, o Signore, che io ti segua spogliandomi delle maschere indossate o subite, svuotandomi dell’indifferenza assorbita o dimostrata e scegliendo il luogo che hai scelto per te: la sconfitta. Lì, finalmente, con la distruzione dell’orgoglio e dell’autosufficienza, nulla più ci dividerà.

la preghiera non come fuga ma come fonte e fuoco …

rupe inaccessibile

«Non è degno di fede indirizzare parole buone contro l’alienazione economica dell’uomo finché non si lotta contro l’alienazione religiosa che l’uomo stesso crea»

J. Moltmann

 

Dovremmo sentire il dolore degli altri nelle nostre viscere e la loro sventura appartenerci, essendo simile a quella che tocca a noi.

Dovremmo evitare di somministrarci i potentissimi anestetici che le istituzioni ci mettono a disposizione e leggere le cose da dentro, indossandone i panni.

Dovremmo ricordare di non profanare, con l’indifferenza e la superficialità, il luogo sacro più importante: la sofferenza.

Dovremmo camminare sulla stessa strada della disperazione, scrivere la storia degli sconfitti vivendola e subendola, calarci nell’abisso in cui sono stati relegati gli invisibili.

Dovremmo rifiutare cattedre e pulpiti, incoronazioni e riconoscimenti.

Dovremmo chiedere consigli agli esclusi e dare voce agli inascoltati.

Dovremmo spezzare schemi e rigidità, togliere la sordina alla profezia, spostare gli orizzonti.

Dovremmo ri-convertire le strutture impolverate dalla burocratizzazione dei carismi e incrostate dall’autoreferenzialità delle gerarchie.

Dovremmo denunciare e combattere i sistemi economici e politici che valutano le persone in termini di utilità, rifiutare collaborazioni e soprattutto finanziamenti in cambio di una “pacifica” (nel senso di connivente) convivenza.

Dovremmo, ma non ne abbiamo la forza.

E allora preghiamo Dio che ci guidi «su rupe inaccessibile» (1) per insegnarci le sue vie e per liberarci da tre invincibili paure: del condividere, del nulla, della libertà.

(1) Salmo 61

preghiera d’inizio C.C.I.T. 2018 in Belgio

CCIT 2018 Banneux

PREGHIERA ECUMENICA

06 aprile 2018

riunione alla reception dell’ Hospitalité

Nostra Signora di Banneux : la Vergine delle Nazioni !

Venuti da 18 nazioni differenti, eccoci riuniti ai piedi di Nostra Signora per camminare sotto la Sua protezione, verso Suo Padre che è anche nostro Padre. E in questo progredire ci sentiamo uniti con i nostri fratelli di differenti confessioni, in particolare gli Ortodossi e i Greco-cattolici che festeggeranno la Pasqua questa domenica, gli Zigani mussulmani che vengono a Banneux ogni 15 agosto ,ma anche i nostri fratelli zigani della Chiesa di Pentecoste che, come noi cercano Dio, questo Dio che è infinitamente più grande di tutte le nostre differenze e che ci unisce tutti in uno stesso amore, in una stessa gioia.

Nostra Signora di Banneux : la Vergine dei poveri !

I Viaggiatori e gli Zigani,Rom,Manush,Jenisch,Camminanti,Béas,questi indifesi

spesso malvisti ci accompagnano:sono al nostro fianco in questa preghiera come noi siamo al loro fianco nella vita quotidiana !

Nostra-Signora, ci mettiamo in cammino accompagnati e arricchiti da questi fratelli al di là delle frontiere religiose, politiche ed etniche. Noi ci sentiamo poveri con loro e ti raggiungiamo tutti insieme nell’affetto che portavi a tuo Figlio e che noi vogliamo magnificare ; Che questo pellegrinaggio di qualche istante sia l’immagine del nostro pellegrinaggio quotidiano verso la tua Bontà e la tua Bellezza !

Partenza verso la stele collocata dagli Zigani belgi.

Banneux e gli Zigani : è una relazione privilegiata che noi possiamo festeggiare in questo giorno che è anche quello della « Giornata mondiale degli Zigani ».

Nostra Signora, gli Zigani belgi furono tra i primi pellegrini a venire a raccogliersi per incontrarti e renderti grazie. Da anni ,continuano a venire regolarmente verso di Te.

E, prova che tu sei ben presente nel nostro tempo e i suoi molteplici problemi, ogni 15 agosto, numerosi Rom dell’Est,rifugiati ortodossi e mussulmani, vengono anche a dirti a modo loro e nell’espressione popolare della loro Fede, le loro sofferenze, le loro gioie e le loro speranze.

Dio Padre nostro, ci raccogliamo davanti a questa stele che gli Zigani belgi hanno posto vicino a tua madre per essere continuamente vicino a Lei . Che Lei sia e resti il punto saldo della loro Fede.

Tutti gli Zigani ci danno un esempio di adorazione e di prossimità con Te e con tua Madre. Aiutaci ad avere abbastanza umiltà e forza per seguire questo esempio.

Ci appropriamo un istante di questa stele per portare con loro la testimonianza del tuo amore per i più deboli.

Partenza verso la sorgente .

Durante una delle sue apparizioni, Nostra Signora ha domandato alla giovane Mariette Béco di rompere il ghiaccio in questo posto per far apparire la sorgente e immergervi le mani. Da allora, questa sorgente è venerata come simbolo di vita e decine di migliaia di pellegrini vengono anche loro a immergervi le mani.

Nostra Signora, quest’acqua che hai fatto scaturire qui è fonte di vita, è anche, per il Battesimo che abbiamo ricevuto, il simbolo della nostra Fede. Immagine dell’eternità, continua a scorrere ininterrottamente. Ci abbevera e ci nutre.

Intercedi presso tuo Figlio affinché ci dia la resistenza e l’audacia di proclamare il suo amore e di viverlo nell’abbondanza del cuore, giorno dopo giorno nella freschezza della sua eterna Risurrezione e nella novità che non finisce di illuminarci.

Nostra Signora con tuo Figlio e con Giuseppe, siete stati costretti a fuggire il disprezzo degli uomini e a diventare nomadi. Voi eravate già dei rifugiati che sono di troppo e che non trovano posto nella società. Tu hai conosciuto di persona il dramma del rigetto dei nomadi e dei migranti.

In questa terra in cui l’egoismo personale o collettivo soppianta spesso la giustizia siamo tutti un po’ migranti, nomadi alla ricerca della felicità , di un’isola di pace. In questo luogo in cui noi riceviamo l’acqua viva per condividerla, Tu ci accogli con tenerezza, Tu ci chiami per nome. Noi siamo a casa nostra nella tua casa.

Dio nostro Padre, noi immergiamo le mani in questa sorgente che ci rigenera ; aiutaci a comprenderne il simbolo della limpidità, aiutaci a integrare questa freschezza nella nostra vita per farne la linfa feconda del nostro accompagnamento degli Zigani.

Ognuno immerge le mani nell’acqua mentre si canta Ubi Caritas poi ci rechiamo alla cappella delle apparizioni.

Ci troviamo esattamente nel posto in cui, nel 1933, una bambina, Mariette Béco ha visto otto volte questa Signora che ha detto lei stessa di chiamarsi la Vergine dei Poveri, la Vergine delle Nazioni.

Già due anni dopo, degli Zigani sono venuti qui per confidare a Maria le loro pene, le loro sofferenze,le loro speranze.Al loro seguito e come loro, noi domandiamo a Nostra Signora di prenderci per mano e di condurci con la fiducia di un bambinoverso il tutto Amore ; Accendiamo la nostra candela in questo luogo di Luce !

Signore, il cammino sul quale tu ci inviti è un cammino di Luce ; Che la tua Luce, di cui questa piccola candela è un simbolo, ci aiuti a scoprirti giorno dopo giorno. L’hai detto Tu : sono i poveri e gli indifesi e non i saggi e i sapienti che capiscono il tuo messaggio di bontà;tu lo ripeti qui attraverso Maria. Dacci un cuore da poveri affinchè siamo capaci di scoprirti nel nostro cammino ,sul viso di tutti gli uomini

Maria tu sei stata all’origine e tu sei ancora il prolungamento, della venuta sulla terra di tuo Figlio e della sua perfetta solidarietà con tutti gli uomini, con ognuno di noi. Noi vogliamo ringraziarti d’aver accettato liberamente di essere l’indispensabile strumento dell’Incarnazione.

Noi ti ringraziamo, preziosa Nostra Signora !

Signore,per servirti meglio,per due giorni rifletteremo sulla Fede popolare, la Fede ordinaria che, anche se è imperfetta, è uno sguardo verso di Te.

Che questa riflessione sia preghiera e noi ti domandiamo di accettare già la Fede semplice e ordinaria , quella di molti Zigani e spesso la nostra , di benedirla e di renderla feconda per l’onore del tuo nome !

Nostra Signora tu hai innondato di tenerezza la vita di tuo Figlio, una tenerezza che fu nello stesso tempo gioia,inquietudine e sofferenza poichè tu l’hai accompagnato fino al suo Calvario affinchè « tutto sia compiuto. » Questo stesso sguardotenero, tu lo porti anche su ciascuno di noi ,noi rispondiamo spesso molto imperfettamente, ma vogliamo dirti qui molto semplicemente, con tutta la sincerità e la forza della nostra povertà:

GRAZIE, Maria !

Canto : Nostra-Signora dei Gitani

Ritornello : Veglia su di noi Santa Maria O Nostra Signora dei Gitani(bis)

Tu che Gesù scelse come Madre

Tu l’hai seguito fino al calvario

Resta con noi nella vita Santa Maria.

Vedi la nostra pena e la nostra miseria

che ci portiamo dietro su questa terra

Resta con noi nella vita Santa Maria.

Con Gesù la liberazione

Nel nostro cuore vive la speranza

Resta con noi nella vita Santa Maria..

non è un crimine essere disperati e cercare liberazione

pregare nel vento e nella tempesta

di Frédéric Boyer
in “La Croix” del 1° marzo 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)

È strano, in questi ultimi giorni, in una notte d’insonnia, una preghiera improvvisa è sorta dentro di me. Strana umanità. Spesso per pregare bisogna non voler pregare. Bisogna persino opporsi all’idea stessa di pregare. Basta accettare l’insonnia in silenzio, vegliare e inquietarci. In ogni preghiera che viene dal cuore, in ogni preghiera disordinata, deve esserci una lacerazione. In ogni preghiera, bisogna lasciar venire a galla tutta la nostra vergogna nascosta, la nostra vigliaccheria ordinaria. Bisogna che vengano confessate le nostre contraddizioni, le nostre ferite interiori. Un esempio? Abbiamo imparato a chiedere: “Dacci oggi il nostro pane, il necessario” (traduzione personale della parola greca epiousios, un hapax che appare molto raramente nella letteratura greca, e che può significare l’indomani, l’oggi, o ciò che è necessario), perché il pane su cui ci gettiamo prima di tutto, ammettiamolo, è il pane superfluo, il pane non necessario. Così, pregare è una lotta. Non si combatte contro un altro ma contro se stessi. Si prega sapendo fin dalla prima parola che si sarà sconfitti. Ma la preghiera è lotta. Preghiamo per i nostri cuori straziati. Ecco la preghiera della mia insonnia. Dimenticatela. È così semplice.

Signore, dimmi che non è un crimine prendere il mare.  Che non è un crimine fuggire la miseria, la guerra, l’oppressione.

Signore, dimmi che non è un crimine volere una vita migliore per sé e per la propria famiglia.

Signore, dimmi che non è un crimine passare le frontiere.

Signore, dimmi che non è un crimine essere nati in Eritrea, a Kabul, Aleppo, Homs, Racca, in Sudan, in Mali…

Signore, dimmi che non è un crimine essere stati torturati o violentati o perseguitati.

Signore, dimmi che non è un crimine partire all’avventura, rischiare la vita, sperare che l’indomani non sia più tragico di ieri.

Signore, dimmi che non è un crimine aspettare ospitalità, un luogo, di che mangiare e di che scaldarsi.

Signore, dimmi che non è un crimine voler proteggere i propri figli.

Signore, dimmi che non è un crimine volersi riunire alla propria famiglia, ai propri amici.

Signore, dimmi che non è un crimine volersi rifare una vita. Signore, dimmi che non è un crimine reclamare, bussare alla porta, gridare aiuto.

Allora, so perfettamente tutto ciò che si dice, chiaramente, seccamente, e al calduccio. Noi non possiamo. Non loro. Non tutti. Non lei, non lui. E tu, quanti ne hai accolti a casa tua?, ti chiedono. Oh, mio Dio, che lotta, in effetti! E se i nostri guadagni disonesti e superflui causassero le disgrazie di altri? Se il diritto che opponiamo alla loro venuta da noi, dopo che hanno attraversato deserti, mari e montagne, fosse il crimine, il peccato? Peccato, questa vecchia parola che non sopportiamo, e che vuol dire sempre non l’attentato al pudore, alla morale, alla decenza, ma che, oh mio Dio, ha sempre indicato la retta via smarrita, la strada senza sbocco, quella che prendiamo credendo così di proteggerci, in questo caso dalla presenza e dalla venuta di altri. Sì, è questo il peccato. Tutte le frontiere che chiudiamo per, crediamo, proteggerci. Ma spesso, lo abbiamo notato in questo periodo tempestoso, i nostri begli ombrelli si rovesciano nel vento ed eccoci fradici di pioggia e schiaffeggiati dal vento, desolati, ridicoli nella piogga e nel vento della Storia con i nostri ombrelli rovesciati. Quando questa difficoltà ad accogliere, a comprendere, ad accettare culmina in impossibilità. Oh Signore, vieni in mio aiuto. È questo il tuo vertice di beatitudine? Siamo brave persone, vogliamo che le cose funzionino e, mio Dio, eccoci perseguitati dalle disgrazie di altri, i lontani vicini, gli erranti bloccati nell’attesa, i migranti inchiodati ad un suolo che non è il loro, i rifugiati che non trovano rifugio. Oh, mio Dio, perché bisogna che siamo colpiti dalla disgrazia degli altri? e divisi? Quando la difficoltà ad accogliere si trasforma, crediamo, in impossibilità, scopriamo in noi questo terrore spaventoso, interiore, la violenza della nostra stessa impotenza, quando, per proteggerci, rifiutiamo ad altri proprio quello che vorremmo essere in grado di fare noi, per noi, per i nostri figli, se fossimo al loro posto. Ma la preghiera è ostinata. Ci vuol bene. Quel bene che non sentiamo più fisicamente, quel bene che non proviamo più di fronte alla venuta, davanti alla porta forzata, al pericolo attraversato. La preghiera per la nostra salvezza è a volte proprio la preghiera che rifiutiamo, la preghiera per altri. Allora, chiudiamo gli ombrelli, apriamo le frontiere, e preghiamo per coloro che sono nel vento e nella tempesta. Pregheremo così anche per noi.

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