il rischio di banalizzare il male quotidiano del razzismo

il razzismo quotidiano

se è normale dire “negro”

di Luigi Manconi

Una delle più futili sciocchezze che si sentono in giro si manifesta nella falsa ingenuità della domanda: ma perché non posso chiamare negro un negro?

L’ ultimo a esercitarsi in questo classico dilemma della semantica è stato Luca Castellini, capo riconosciuto degli ultrà del Verona. Ma è stato preceduto da numerosi giornalisti e intellettuali della destra che trovano in quell’interrogativo il gusto civettuolo di una presunzione di anticonformismo (d’altra parte, viviamo in tempi in cui a dirsi fuori dal coro sono i più gregari tra i coristi). I più sofisticati, si fa per dire, tra quei giornalisti e quegli intellettuali, precisano pomposamente: «Li abbiamo sentiti, nei film americani, i negri chiamarsi l’un l’altro nigger . E poi, al gay pride, si appellano tra loro checca o finocchia».

Ma, santa pazienza, come non comprendere che all’interno di una comunità, piccola o grande, quelle denominazioni esprimono reciproco affetto e confidenza condivisa, mentre — se utilizzate all’esterno — segnalano ostilità e disprezzo?

D’altra parte, sono i diretti interessati a patirne l’uso malevolo e a chiederne l’interdizione. Tutte le lotte per l’emancipazione hanno avuto come preliminare posta in gioco il diritto a nominarsi, a darsi il proprio nome e a decidere come essere chiamati dagli altri. È un processo lungo, e dunque, non stupisce nemmeno che — come ancora sottolineano gli intellettuali di destra, per così dire sofisticati — nelle traduzioni dei libri americani di 70 anni fa compaia il termine negro (il racconto autobiografico Ragazzo Negro di Richard Wright e il ricorso allo stesso termine nella traduzione italiana de Il Buio oltre la Siepe ).

Le culture e i linguaggi cambiano e maturano e diventano, o dovrebbero diventare, più rispettosi delle minoranze e anche, sì, delle loro suscettibilità. Non c’entra nulla il politically correct :

c’entra quel minimo di intelligenza e di civiltà che può agevolare la convivenza e disinnescare i conflitti tra diversi.

Ma il nostro ultrà-semiologo ha altro da dire. Intanto, sulla controversa questione dello ius soli e dello ius culturae (che ovviamente qui non c’entra, perché il giocatore del Brescia è figlio adottivo di genitori italiani): «Balotelli ha la cittadinanza italiana, ma non è del tutto italiano». E poi, l’affondo: «Mi viene a prendere la “Commissione Segre”, perché chiamo uno negro? Mi vengono a suonare il campanello?».

Attenzione: non sentite qui l’eco fedele di gran parte dei commenti critici nei confronti dell’istituzione di quell’organismo contro l’antisemitismo e il razzismo, promosso dalla senatrice a vita Liliana Segre? Non è lo stesso ragionamento, proprio lo stesso, di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini e di molti esponenti di Forza Italia, quando denunciano la “Commissione Segre”, quasi fosse un tribunale liberticida contro le idee irregolari? Gli oppositori hanno volutamente confuso le finalità di un organismo che ha funzioni di documentazione, ricerca, testimonianza e discussione su quei fenomeni con il ruolo di una commissione d’inchiesta che ha, invece, funzioni inquirenti e che dispone degli stessi poteri della magistratura ordinaria. Ma questo episodio, in apparenza poco rilevante, la dice lunga sulla questione del razzismo. Va chiarito subito, e una volta per tutte, che l’Italia non è un Paese razzista. Certo, cresce il numero dei razzisti e degli atti di razzismo, ma ciò non è in alcun modo sufficiente perché si faccia ricorso a quell’etichetta. E già quella domanda (l’Italia è un paese razzista? Macerata è una città razzista?), oltre a essere scema, è profondamente errata e contiene una qualche tonalità razzistica: perché tende ad attribuire a un’intera comunità nazionale o locale i comportamenti di un gruppo, o anche di molti gruppi, o di minoranze magari aggressive o atteggiamenti di connivenza da parte di alcuni settori di popolazione.

Insomma, è il cortocircuito tra i discorsi irresponsabili di una quota consistente della classe politica e il senso comune di una collettività, sottoposta a continui stress e percorsa da angosce profonde, a costituire la vera insidia. E a rappresentare un incentivo per una tensione quotidiana che si riversa su chi è, allo stesso tempo, il più prossimo e il più diverso. Questo è ciò che accade all’interno delle fasce più deboli della società, dove, più e prima che il razzismo — e sarebbe un errore chiamarlo così — si diffonde la xenofobia: alla lettera la paura, la diffidenza, l’ostilità verso lo sconosciuto e l’ignoto.

È questo che produce un’intolleranza minuta e ordinaria, fatta di soperchierie che colpiscono nella stessa misura stranieri emarginati e italiani vulnerabili (l’episodio di Chioggia è solo l’ultimo di una lunga serie).

E se tutto questo non deve ancora indurci a definire razzista l’Italia, sarebbe assai pernicioso sottovalutarlo. E l’attenzione va indirizzata innanzitutto su ciò che ne rappresenta la radice culturale e di senso comune. Ascoltiamo ancora l’ultrà-semiologo Castellini: «Prendiamo in giro il giocatore pelato, quello con i capelli lunghi, il giocatore meridionale e il giocatore di colore, ma non lo facciamo con istinti politici o razzisti». Qui, non abbiamo solo l’eco, bensì una vera e propria parafrasi di quanto detto qualche settimana fa da Salvini: «Se uno odia il prossimo per il colore della pelle, per la squadra di calcio, per la religione….se uno dice crepa, è grave a prescindere, sia che lo dice a un cristiano, a un ebreo, a un buddhista, ad un valdese, a un protestante, ad un Hare Krishna, a un islamico. Non c’è l’insulto più grave, e l’insulto meno grave. Se uno aggredisce una persona, può aggredire un uomo, una donna, un bianco, un nero, un giallo, un fucsia, è un delinquente». In queste parole c’è — nitidissimo — una sorta di Manifesto della Banalizzazione della Storia. Qui tutto è uguale a tutto: l’antisemitismo e l’odio per la squadra avversaria. Non esistono le grandi tragedie storiche, e non esistono vittime e carnefici, dal momento che il tifoso ultrà di una squadra può essere, a distanza di poche settimane, e a campi invertiti, l’aggressore o l’aggredito. Il fine di una simile operazione è l’azzeramento delle responsabilità dei regimi e delle ideologie, ma anche dei despoti e dei dittatori (non troppo diversi, per l’ostilità che suscitano, da arbitri incompetenti o corrotti): e l’appiattimento dei drammi individuali e collettivi, mortificati a tenzoni e giochi di ruolo. Ma quando la storia viene ridotta a un presente indistinto, amorale e fantasmatico, è la comunità degli uomini che inizia ad andare in rovina.

sulla misericordia nei confronto della estrema sofferenza

il diritto di chi soffre

di Luigi Manconi
in “la Repubblica” del 23 settembre 2019

Di chi è la mia vita?

Al di là delle risposte troppo semplici, che risultano fatalmente inadeguate, l’interrogativo evoca quella dimensione in ombra della morte che rivela la nostra fragilità già nel pensarla. E richiama questioni delicatissime che, tuttavia, la politica e il diritto non possono ignorare perché riguardano le aspettative più profonde dei membri della collettività: la possibilità di ridurre al minimo le sofferenze fisiche e psichiche che accompagnano le patologie e il declino del corpo. Finora la politica è stata a dir poco pavida, il diritto più lungimirante. Domani, la Consulta dovrà esprimersi sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d’Assise di Milano, il 14 febbraio 2018 in occasione del processo a carico di Marco Cappato, accusato di aver sostenuto il proposito di togliersi la vita di Fabiano Antoniani e di aver materialmente agevolato il compimento di quell’atto. In discussione è la legittimità costituzionale dell’art. 580 del Codice Penale, laddove viene equiparata la condotta di istigazione e quella di aiuto al suicidio, prevedendo la medesima sanzione (dai 5 ai 12 anni di reclusione). E ciò anche quando l’agevolazione materiale al suicidio non abbia in alcun modo influito sulla volontà dell’interessato. La Corte Costituzionale, un anno fa, decise di posticipare l’udienza di 11 mesi, così da «consentire al Parlamento di intervenire con un’appropriata disciplina». Giustamente, in quanto compito della politica dovrebbe essere quello di comporre opzioni anche radicalmente alternative e di realizzare compromessi che, senza umiliare i valori di alcuno, individuino un terreno comune di principi condivisi e di norme che li tutelino. Una base circoscritta di regole essenziali, che salvaguardino ciò che hanno in comune le molte e differenti culture che costituiscono la società nazionale. Ciò non è stato fatto perché il Parlamento non ha avuto la capacità di raggiungere una minima intesa su un testo. E la ragione consiste nel fatto che la materia richiama il tema cruciale dell’autonomia individuale e mette in gioco le idee più intime di ciascuno a proposito delle “cose ultime”: ovvero la concezione della vita e della morte, della sofferenza e della cura, della relazione col proprio destino e con gli altri. L’abdicazione della politica ha imposto un intervento della Consulta, che si esprimerà nelle prossime ore seguendo, prevedibilmente, la traccia anticipata nell’ordinanza dell’ottobre del 2018: in determinate circostanze e per garantire beni costituzionalmente protetti, quali la dignità della persona e il principio di autodeterminazione, la tutela della vita può incontrare dei limiti. Ne consegue la non equiparazione tra la fattispecie dell’istigazione e quella dell’assistenza al suicidio, una volta accertato che la decisione di morire sia il frutto della volontà dell’individuo. Se questa fosse la sentenza della Consulta, sarebbe un importante passo avanti. Un tale esito, lungi dal chiudere la controversia pubblica, è destinato a renderla più acuta. Una settimana fa il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha detto: «Va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Il suicidio da parte del malato è un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare». L’affermazione del cardinale va considerata con serietà perché pone l’accento sull’idea della vita come relazione. Idea che non è, certo, esclusiva della cultura cattolica, che appartiene a non credenti e credenti e che si ritrova, per esempio, in alcune splendide pagine di Emmanuel Lévinas: «l’esistente acquista significato solo in relazione all’Altro». L’esatto contrario di una concezione nichilista e privatistica del fine vita, troppo spesso rimproverata con superficialità ai laici. Ma, con tutto il rispetto verso l’autorità morale del cardinale Bassetti, il concetto che ne fa derivare – la vita come dovere – mi sembra debole, perché trascura la centralità ineludibile del soggetto, che, in questo caso, è colui che soffre: il più meritevole della massima tutela. Il dovere non può essere inteso solo come obbligazione verso l’altro, fino a ignorare il rispetto di sé. Il paziente affetto da patologie irreversibili ha un dovere verso se stesso: quello di sottrarsi a dolori non lenibili e a
un’ulteriore decadenza del corpo e dello spirito. La sopravvivenza non accompagnata da esperienza, relazione e scambio, può non considerarsi vita. Accettare questo degrado per una sorta di responsabilità altruistica assomiglia troppo a una condanna. E quel dovere appare piuttosto come un atto di ubbidienza verso un’autorità esterna, che vale, ovviamente, solo per coloro che credono che un’autorità esterna di natura escatologica esista e sovradetermini le nostre vite. Qui si torna all’assunto che ispira la dottrina e la morale cattolica in materia: la vita è un dono di Dio e solo Dio può disporre di essa. Ma è stato proprio un autorevole esponente di quella stessa cultura (Vittorio Possenti) a evidenziare come, se così fosse, si tratterebbe della singolare anomalia di un dono che resta proprietà del donatore. D’altra parte, quel che risulta improprio è il ricorso al termine “egoismo”: ciò che sembra chiedersi al paziente è una sorta di eroismo e una vocazione al martirio che presuppongono qualcosa di super-umano. Mentre la misericordia, che è virtù non solo cristiana, di fronte a un corpo umiliato da dolori intollerabili chiede che quei dolori siano fatti cessare e che quel corpo trovi linimento e riposo. Eppure è proprio questo a costituire il grande rimosso della discussione pubblica e perfino della sensibilità quotidiana: la sofferenza del malato, quella che urla senza trovare ristoro. Per dirla, con un verso del filosofo cattolico Eugenio Mazzarella, il dolore sentito «dall’altra parte del muro ogni notte

un pogrom culturale ingiustificato contro i rom

i rom sono antipatici a quasi tutti

«ed è indubbio che una parte di essi vive nella illegalità»

dice una lettera di Luigi Manconi e altri che chiede:

«questo giustifica un pogrom culturale?»

BULGARIA-MINORITY-ROMA-MARRIAGE-CUSTOMS

Luigi Manconi, sociologo, esperto di diritti umani e parlamentare del Partito Democratico, ha scritto (con altri) una lettera preoccupata sul livello che il razzismo e l’insofferenza nei confronti dei cittadini rom stanno raggiungendo in Italia, per raccogliere adesioni intorno a questa preoccupazione.

I rom sono antipatici a (quasi) tutti: ed è indubbio che una parte di essi vive nella illegalità, commette reati e induce i propri figli all’accattonaggio. Per molti italiani i rom costituiscono il primo motivo di allarme sociale. Tutto ciò può giustificare l’aggressiva mobilitazione anti-zingari oggi in corso nel nostro paese? Una sorta di pogrom culturale ai loro danni? Una minoranza di circa 180mila persone per metà cittadini italiani e per il 60% residenti in abitazioni rischia di rappresentare il capro espiatorio delle ansie collettive, delle frustrazioni sociali e dell’inquietudine per la propria sicurezza.
Oggi i rom, quelli buoni e quelli cattivi, sono tragicamente soli: nessuno sta dalla loro parte e nessuno sembra ricordare che i diritti sono indivisibili. E che negare ai rom le garanzie e le risorse della cittadinanza vuol dire accettare che quelle stesse garanzie e quelle stesse risorse possano venire limitate e compresse nei confronti di noi tutti. Consentire che i rom diventino l’oggetto dell’ostilità sociale e il bersaglio di un vero e proprio meccanismo di degradazione morale significa contribuire a far sì che la nostra società sia sempre più cattiva e ingiusta. Assistere in silenzio a questa mobilitazione dell’odio equivale alla resa verso chi vuole criminalizzare tutta una minoranza per poterla mettere al bando.

Luigi Manconi , Alessandro Bergonzoni, Anna Foa, Gad Lerner, Ermanno Olmi, Moni Ovadia, Santino Spinelli
Per aderire abuondiritto@abuondiritto.it

(Foto: NIKOLAY DOYCHINOV/AFP/Getty Images)

i ‘cie’, una vergogna per noi!

bulli

il modo in cui accogliamo i migranti, la negazione dei loro diritti più elementari secondo le riflessioni di due persone di cultura e sensibili a queste problematiche sociali: C. Saraceno e L. Manconi:

diritti ignorati dei migranti

di Chiara Saraceno

in “la Repubblica” del 27 dicembre 2013

Miracolo natalizio. Ciò che non è stato possibile per mesi, è diventato possibile nel giro di

ventiquattr’ore. Tutte le persone trattenute nel centro di prima accoglienza di Lampedusa, salvo,

assurdamente, i diciassette sopravvissuti al naufragio di ottobre, sono state trasferite in altri centri

sulla terra ferma.

Non erano bastate le foto dei materassi gettati per terra, i resoconti giornalistici di povera gente,

inclusi molti sopravvissuti del naufragio di ottobre, ammassata in condizioni disumane. La

commozione dei politici nel giorno dei funerali era servita solo per consentire loro un’ennesima

passerella sui telegiornali. Poi l’attenzione dei politici e dei responsabili si è spostata altrove.

Forse non sarebbe bastato neppure il video delle docce antiscabbia a chiudere una struttura che

dovrebbe funzionare solo come tappa di transito veloce. Infatti, la prima reazione del ministro degli

Interni è stata di scaricare la colpa esclusivamente sui gestori, non anche sul suo proprio ministero,

che trattiene lì a tempo indeterminato chi arriva su quelle coste, al di fuori di ogni legge (inclusa la

Bossi-Fini) e ragionevolezza, facendo finta di ignorare le condizioni in cui vivono i profughi lì

ammassati e in cui opera chi ci lavora. Una cinica indifferenza che avalla l’idea che i profughi siano

persone senza diritti, che possono essere trattate come animali, anzi peggio. Salvo indignarsi

ipocritamente quando qualcuno denuncia e rende pubblico l’orrore.

Perché l’indignazione, questa volta, avesse un seguito pratico per i profughi c’è voluto il gesto di un

politico che ha preso sul serio il proprio mandato, che non ha sofferto di amnesia, soprattutto che

non si è limitato a una visita rituale di solidarietà, e neppure a denunciare, ma è andato a

condividere l’intollerabile. Onore quindi a Khalid Chaouki, “nuovo cittadino” che ha preso sul serio

la responsabilità di difendere le condizioni di civiltà che il nostro paese dovrebbe garantire a tutti.

Speriamo solo che non debba correre a cucirsi anche lui le labbra perché gli immigrati che si

trovano nei vari Cie sparsi per l’Italia cessino di essere trattenuti persino oltre i termini lunghissimi

previsti dalla Bossi-Fini, senza alcun diritto, neppure quello a mantenere le proprie relazioni

famigliari, alla mercé non solo di una burocrazia lentissima, ma della discrezionalità dei

sorveglianti. O che qualche deputata non debba condividere la sorte delle ragazzine costrette a

prostituirsi per pochi soldi nei Cie o nei Cara, per attirare l’attenzione su un fenomeno tanto noto,

quanto ignorato (quando non sfruttato dagli stessi sorveglianti).

È davvero intollerabile che in Italia solo i gesti eclatanti riescano a far attivare quelli che sarebbero

diritti umani e civili fondamentali, mettere in moto procedure che dovrebbero essere normali, che

sono addirittura previste per legge. Una situazione che incentiva una sorta di corsa al gesto estremo,

cui fa da pendant l’insofferenza, o il cinismo rassegnato, di chi assiste. Non succede solo con imigranti e i profughi. Ma nel loro caso sembra che l’eccezionalità non basti mai. Lo testimonial’esperienza dei diciassette sopravvissuti al naufragio di Lampedusa, gli unici ancora trattenuti lì, “a disposizione dei magistrati” (che per altro operano al tribunale di Agrigento), forse per farli maledire di non essere morti anche loro il 3 ottobre.

Ora si parla di abolire la Bossi-Fini. Bene. Non vorrei tuttavia che, insieme all’indignazione a

corrente alternata, questa tipica via di fuga della politica italiana — il cantiere sempre aperto delle

riforme annunciate — fosse un modo per continuare a ignorare la mancata applicazione delle norme

esistenti, specie di quelle a garanzia dei migranti e profughi. E continuare a chiudere gli occhi su

quella che ormai è diventata un’industria dell’accoglienza, a favore di chi la fa, molto meno di chi

dovrebbe beneficiarne

Porre rimedio alla vergogna dei Cie si può, ecco come

 

di Luigi Manconi

in “l’Unità” del 24 dicembre 2013

 

Ma è possibile abolirli, questi Cie? Penso seriamente, ragionevolmente e persino pacatamente di sì.

I Centri di identificazione e di espulsione possono essere aboliti. Svuotandoli delle loro motivazioni

costitutive, mostrandone l’inadeguatezza e l’inefficienza, rivelandone la miseria. Ovvero

argomentandone la totale insensatezza. Quelle bocche cucite dei trattenuti di Ponte Galeria, a Roma,

ci costringono a parlarne. Quel silenzio auto inflitto con gli aghi ricavati in maniera rudimentale

dagli strumenti della vita quotidiana ci forza a dire ciò che finora sembrava indicibile. I Cie non

rispondono a nessuna ragione né di sicurezza né di umanità; peggio: deridono la sicurezza e

oltraggiano l’umanità. Sono «non luoghi» sprofondati in un non tempo: un tempo totalmente vuoto,

privo di qualunque attività che non sia quella meramente fisiologica. Ma, accertato tutto ciò, torna

la domanda: possono essere aboliti i Cie?

In questi centri, allo stato di migrante irregolare, magari disconosciuto dal proprio paese d’origine,

o in fuga da esso, si aggiunge talvolta il marchio di una condanna penale, seppure per fatti di

minimo disvalore sociale. Ecco, questi sono gli «ultimi», cui si offre un rifugio provvisorio, senza

possibilità di uscirne, fino a quando qualcuno non decida che fine fargli fare, se rimandarli in un

qualche luogo d’origine o magari, beffardamente, nel paese d’origine della famiglia. Come quel

21enne nato e vissuto sempre ad Aversa, incontrato nel Cie di Roma, che sta per essere espulso in

Serbia perché da lì verrebbero i suoi genitori, e che mi dice: «Ma io il viaggio più lungo l’ho fatto

per andare a Milano», e non conosce alcuno che abiti in Serbia, non ne parla la lingua, non ne ha

mai visto il paesaggio. Inevitabilmente quindi i Cie sono luoghi inospitali, destinati ad accogliere

persone che non ci vogliono stare (e che spesso non capiscono perché vi siano costretti) in nome e

per conto di una legislazione che non ha alcuna intenzione di «ospitarli», ma vorrebbe solo

rimandarli a casa nel più breve tempo possibile.

Un’ospitalità senza desiderio (senza il desiderio di ospitare degli uni e senza il desiderio di essere

ospitati degli altri) si risolve così necessariamente in un limbo in cui uomini e donne sono costretti a

sopravvivere al minor costo possibile per il tempo necessario al disbrigo di pratiche burocratiche.

Queste condizioni che attengono al loro stesso mandato istituzionale fanno dei Cie luoghi in

qualche modo irriformabili, di cui è necessario perseguire il superamento attraverso il loro

svuotamento di funzioni e di persone. Per questo è importante il primo passo compiuto dal Governo

con il nuovo decreto-legge voluto dal Ministro Cancellieri. In esso è prevista l’identificazione dei

detenuti stranieri passibili di espulsione sin dal loro ingresso in carcere. In questo modo finirebbe

l’inutile trasferimento dal carcere ai Cie di tantissimi stranieri che hanno appena finito di scontare la

propria pena: se devono e possono essere espulsi ciò avverrebbe direttamente dal carcere; se vi sono

ragioni per cui non debbano o non possano essere espulsi, tornerebbero legittimamente in libertà,

avendo saldato i propri debiti con la giustizia italiana.

Alcune stime valutano in un 30-40% gli ex detenuti trattenuti nei Cie. L’ultima indagine di Medici

per i diritti umani (maggio 2013) ci dice, invece, che quasi il 57% dei 924 stranieri trattenuti nei Cie

proveniva dalle carceri. Basterebbe una buona applicazione della recente norma del governo Letta

per dimezzare lo scandalo che è sotto i nostri occhi. Resterebbe, certo, l’altra metà degli «ospiti» dei

Cie da liberare, ma anche qui si può fare qualcosa, fin quasi allo svuotamento dei Centri. È un

pregiudizio ingiustificato quello che raffigura qualsiasi irregolare come un fuggitivo di fronte alle

autorità italiane. Un pregiudizio alimentato dal cattivo uso della lingua italiana, per cui ogni

«irregolare» è «clandestino» (parola oscena e violenta che impazza a destra come a sinistra) e tale

intende rimanere. Al contrario, come sappiamo, molti degli «ospiti» dei Cie hanno o hanno avuto

relazioni significative con le loro comunità nazionali presenti nel nostro paese, con le realtà

territoriali (fatte di italiani e stranieri) in cui hanno vissuto e lavorato, con le stesse istituzioni,

quando vi hanno avuto a che fare (per un permesso di soggiorno scaduto, per i contributi versati, per

le cure mediche ricevute). Non è un caso se solo il 40% scarso dei trattenuti nei Cie nel 2012 sono

stati effettivamente rimpatriati, e probabilmente molti di questi provenivano dalla cella.

Insomma, se ci si liberasse dal pregiudizio secondo cui ogni straniero irregolare è un clandestino in

fuga e che minaccia la nostra incolumità, si potrebbero adottare altri mezzi per l’accertamento della

loro permanenza in Italia e per la loro eventuale espulsione.

Non c’è nulla da inventare: basterebbe un obbligo di firma o un obbligo di dimora, vincoli e limiti

ai movimenti (peraltro si tratta di misure già previste ma applicate solo in casi eccezionali) per

verificare che l’irregolare soggetto a identificazione, o che ha contestato un provvedimento di

espulsione, sia reperibile dalle forze di polizia. E così i Cie sarebbero ridotti a pochi locali,

necessari a ospitare per qualche notte chi sia in attesa del rimpatrio ormai esecutivo. È l’unico modo

affinché quelle bocche cucite riprendano a nutrirsi e le nostre voci afone possano riacquistare un po’

di credibilità.

immigrati: retorica della solidarità e terzomondialismo o necessità?

lampedusa

a partire da un saggio di L. Manconi e V. Brinis sull’immigrazione – ‘accogliamoli tutti. una ragionevole proposta per salvare l’Italia, gli italiani e gli immigrati, il saggiatore –  condotto tutto al di là del ‘buonismo’, due articoli interessanti su questo problema, il primo di G. Lerner su ‘la Repubblica’, il secondo di A. Coppola su ‘il Corriere della Sera’, ambedue convergenti sul superamento della repressione che vede come prima finalità del governo il presidio delle frontiere, il respingimento o l’espulsione degli irregolari, e nell’accettare come necessaria la convivenza interetnica, ancorché faticosa, talora dolorosa, comunque la sola via per evitare il conflitto razziale indicato da tutti gli scienziati sociali (qui sotto i due articoli):

Immigrazione: barcone in difficoltà, persone in mare

Porte aperte L’Italia si salverà solo con gli stranieri

di Gad Lerner

in “la Repubblica” del 24 ottobre 2013

Accogliamoli tutti, gli immigrati. Ma siamo matti? Il titolo del pamphlet di Luigi Manconi e Valentina Brinis a prima vista sembrerebbe un’astuzia dell’editore, escogitato per turbare i benpensanti: Accogliamoli tutti. Una ragionevole proposta per salvare l’Italia, gli italiani e gli immigrati (il Saggiatore, pagg. 115, euro 13). Gli autori stessi, però, ci invitano a non cadere nella trappola. Accogliamoli tutti, con le dovute precauzioni, va preso alla lettera. La loro è tutt’altro che una provocazione estremista: si tratta di governare un flusso epocale, altrimenti lacerante. Tanto meno è un richiamo ai buoni sentimenti. Anzi. Se una precauzione innerva il saggio di Manconi e Brinis, non è certo quella di solleticare l’ostilità dei prevenuti, ma semmai di non figurare predicatori di bontà o, peggio, “buonisti”: l’orrendo neologismo abusato da anni nel dibattito pubblico sull’immigrazione, funestato dalla diffidenza e dal rancore. Manconi e Brinis enumerano le cifre avvilenti di una demografia che sembra destinare inevitabilmente l’Italia a trasformarsi in «una comunità sfilacciata e depressa, bolsa e senescente, incapace di innovazione e di invenzione». Fanno impressione, queste cifre: il censimento del 2011 registra circa 15.000 persone che si trovano nella fascia d’età 100-105 anni. Sono più di mezzo milione gli ultranovantenni. Complessivamente, gli italiani con più di 65 anni rasentano i 13 milioni. Invece i nostri vicini di casa, le popolazioni che abitano la sponda Sud del Mediterraneo, sono composte per quasi la metà di giovani al di sotto dei 25 anni. Prescindere da tale contrasto oggettivo sarebbe solo un’ingenua rimozione: qualsiasi modello di società futura implica un governo razionale dei flussi migratori, finalizzato, per quanto ciò sia possibile, a una loro ordinata integrazione. Nessuna “mielosa retorica” dell’accoglienza, dunque. Anche perché gli immigrati «non mostrano alcuna voglia di correre in nostro soccorso». Gli ostacoli frapposti in Italia all’instaurazione di contratti di lavoro regolari, ai ricongiungimenti familiari e alla continuità dei permessi di soggiorno, perpetuano una condizione servile e ne scoraggiano la stabilizzazione. Li abbiamo incoraggiati a sentirsi estranei. Più realisticamente, si tratta quindi di disinnescare il cortocircuito tra lo stato di marginalità in cui sono ridotti troppi immigrati; e la reazione deviante, irregolare, talora criminale che questa loro marginalità provoca. La ministra dell’integrazione Cécile Kyenge, che firma l’introduzione del pamphlet, trae la conseguenza politica di questo ragionamento: «Ai fini della sicurezza, fanno più i diritti della repressione». In altre parole, come scrivono Manconi e Brinis, «un’accoglienza dignitosa riduce significativamente insidie e minacce». Dunque è a fini utilitaristici — per il “nostro” bene — e non sulla base di un impulso di generica solidarietà, che va radicalmente capovolta la politica fin qui seguita in materia di immigrazione. Assumere come prima finalità dell’esecutivo il presidio delle frontiere, il respingimento o l’espulsione degli irregolari, è risultato miope oltre che velleitario. Ormai lo sappiamo. L’Italia, d’intesa con l’Unione Europea, deve pianificare con lungimiranza quegli ingressi che finora si è limitata a subire. Da sei mesi Manconi è presidente della Commissione diritti umani del Senato, ma gli argomenti proposti sotto la voce Accogliamoli tutti sono di natura empirica, piuttosto che giuridica. Comunque mai ideologici. Qui si esprime il sociologo da vent’anni impegnato nella rilevazione dei comportamenti delle comunità locali costrette a fare i conti con l’immigrazione. Siamo un paese che già oggi non potrebbe fare a meno dei suoi quasi 5 milioni di stranieri residenti, l’8% della popolazione. Basti pensare che vengono dall’estero il 77,3% dei (delle) badanti. Più della metà degli addetti alle pulizie. Più di un quarto dei lavoratori edili. Quasi un terzo dei braccianti agricoli. Se dunque possiamo considerare paradossali, retoriche, le domande poste da Manconi e Brinis — ci conviene espellerli? E se andassero via tutti? E se non venissero più? — ben più concreta appare

l’incognita che pende sul nostro futuro: è proprio inevitabile che a pagare il prezzo della faticosa integrazione degli stranieri debbano essere sempre e comunque i più poveri fra gli italiani? Benché il libro sia disseminato di numerosi esempi di integrazione riuscita nelle comunità locali, avvenuta spontaneamente o più di rado guidata da amministratori capaci, non c’è dubbio che il non governo del flusso migratorio ha alimentato un contrasto fra svantaggiati. Risultato peraltro conveniente ai soliti ben noti attori politici. Né la legge Turco-Napolitano del1998, né tanto meno la Bossi-Fini del 2002 hanno consentito la pianificazione armonica dei flussi d’ingresso, orientandoli nella ricerca di lavoro regolare e di soluzioni abitative razionali. Per questo Accogliamoli tutti si conclude proponendo non solo l’abrogazione del reato di clandestinità, ma anche l’introduzione del visto d’ingresso per ricerca di occupazione; in luogo dell’irrealistica pretesa della normativa vigente, secondo cui l’incontro fra domanda e offerta di lavoro dovrebbe realizzarsi (chissà come) nei paesi d’origine. Nessuna faciloneria. Nessuna celebrazione delle virtù del multiculturalismo. Il libro prende in esame anche i nodi più difficili da sciogliere in materia giuridica, come la poligamia e la mutilazione genitale femminile. Fenomeni certo ultraminoritari che necessitano di una gestione coerente con il nostro diritto, ma al tempo stesso finalizzata alla riduzione del danno. Per esempio la Coop ha risolto il problema della macellazione rituale della carne halal dopo un confronto con la Lega italiana antivivisezione: d’intesa con le comunità islamiche, si procede allo stordimento elettrico preventivo dell’animale da macellare, garantendo così la “convivenza dei valori”. Con la buona volontà, le mediazioni si trovano. Purché si riconosca che stiamo costruendo un nuovo modello sociale di cui l’immigrazione sarà componente vitale, non marginale. Lo Stato moderno europeo costruì quattro secoli fa il suo apparato repressivo nella lotta al vagabondaggio e nel contenimento dei pericoli sociali della miseria. Ma la distinzione fondata allora fra i “nostri” poveri da segregare e/o proteggere, mentre i poveri “forestieri” erano semplicemente da cacciare, non regge più le dinamiche della geopolitica e della demografia. Ne consegue, come scrive la Kyenge, che l’immigrazione deve farsi «progetto»; perché senza di essa non c’è ripresa né «risorgimento». Accogliamoli tutti è proposta che sgomenterà una classe politica sprovvista di visione storica, sballottata negli anni scorsi nell’oscillazione fra la pietà e lo spavento delle emozioni popolari. Temo che non sia pronta a discutere queste ragionevoli proposte per salvare gli italiani e gli immigrati. Perfino dopo la tragedia di Lampedusa abbiamo sentito ministri riproporsi portavoce di una funzione di mero contenimento; fingendo di ignorare che, mentre loro facevano la faccia feroce, in Italia si estendevano aree di irregolarità e marginalità. Inutili sentinelle di guardia a un bidone.

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Manconi: perché conviene accogliere i migranti

di Alessandra Coppola

in “Corriere della Sera” del 24 ottobre 2013

Il tempismo è perfetto. A tre settimane dal più spaventoso dei naufragi nel Mediterraneo, nel pieno della discussione sul reato di clandestinità e sulla legge Bossi-Fini, esce per il Saggiatore un pamphlet dal titolo dirompente: «Accogliamoli tutti» (120 pagine, 13 euro). Spiazzante poi nel sottotitolo: «Una ragionevole proposta per salvare l’Italia, gli italiani e gli immigrati». A firmarlo sono in due: il parlamentare del Pd Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani del Senato, e la sociologa Valentina Brinis, direttrice del sito italiarazzismo.it . Lui presidente lei ricercatrice della Onlus «A Buon Diritto». Una provocazione? «No, non è quello l’intento. Direi che è un libro licenzioso e saggio», sorride il senatore. All’apparenza «audacissimo», nel suo sviluppo «si affida interamente a dati demografici, economici e sociali». Una scossa a un dibattito imbrigliato dalle ideologie, dalle reazioni di pancia e dai buonismi, sulla scorta di un’analisi saldamente fondata sulle leggi, sulle ricerche scientifiche, sui numeri. Gli autori la materia la conoscono. Luigi Manconi da tempo. Nel testo fissa una data autobiografica: Sassari, autunno del 1988, l’incontro con un venditore africano dal barista ribattezzato col cognome locale «Carboni», in un tentativo spontaneo d’integrazione. «La società italiana ha risposto all’immigrazione con una inesausta capacità di adattamento intelligente e razionale — riflette —. Ma ciò che ora serve, e che finora è stata debolissima, è la politica: quella centrale e quella locale. Una politica che abbandoni definitivamente l’idea dell’immigrato o del richiedente asilo come un nemico o una minaccia sociale». Governare il fenomeno con una visione di più ampio orizzonte, allora. E da subito, indicano gli autori, abrogare il reato di clandestinità, superare le barriere dei flussi con l’introduzione del visto d’ingresso per ricerca di occupazione. La solita bontà della sinistra? Per nulla: «Noi non vogliamo affatto bene agli immigrati», scrivono Manconi e Brinis, di nuovo sul filo della provocazione. «Nessuna retorica della solidarietà, nessun terzomondialismo — spiega il senatore —. La convivenza interetnica è necessaria, sempre faticosa, talvolta dolorosa, ma è la sola via. L’alternativa è il conflitto razziale». Lo indicano le cifre, lo confermano gli scienziati sociali: «Favorire la regolarizzazione degli immigrati, garantire loro i diritti di cittadinanza, incentivare l’integrazione è la condizione necessaria perché ci siano più sicurezza e più benessere per tutti, anche in tempo di crisi». Sono sempre gli studi a certificarlo: quando hanno i documenti e una condizione stabile, gli stranieri delinquono meno degli autoctoni. I demografi aggiungono che gli italiani invecchiano (12 milioni gli over 65enni nel Paese): una trasfusione costante di energie diventa indispensabile. E a leggere i testi di economia si scopre che, se la disoccupazione italiana cresce più di quella straniera, è perché il nostro sistema produttivo è vecchio, inadeguato, e ha ancora bisogno di lavoratori sottopagati, poco qualificati, spesso sfruttati. Come sono i migranti. Quel titolo così provocatorio, allora, «intende ribaltare stereotipi e luoghi comuni — conclude Manconi —. E vuole evidenziare il senso di una proposta politica e culturale che, in apparenza, è radicale ma che, nei fatti, si rivela assai equilibrata. E corrisponde alle esigenze del nostro sistema economico e sociale, ai problemi posti dal calo demografico e dal bisogno di nuova forza lavoro che manifestano importanti settori produttivi». Accogliamoli tutti, in sostanza, perché ci conviene.