Zanotelli e il kairòs che le Chiese non possono perdere per la salvezza del pianeta

Il ruolo delle Chiese per la salvezza del pianeta

Il ruolo delle Chiese per la salvezza del pianeta

da: Adista Documenti n° 44 del 23/12/2017
 

La Chiesa cattolica e tutte le altre Chiese possono svolgere un grande ruolo per salvare il pianeta. Bisogna riconoscere che le Chiese della Riforma legate al Consiglio Ecumenico delle Chiese (WCC) si erano impegnate prima di altre in campo ecologico. Una serie di importanti documenti sono lì a dimostrarlo. Ma è stato straordinario anche il lavoro a favore dell’ambiente del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, uno dei pionieri in questo campo: «Provocare – ha scritto – l’estinzione della specie, distruggere la biodiversità della creazione di Dio, minare l’integrità della terra provocando mutamenti climatici, spogliandola delle sue foreste naturali e distruggendo le zone umide, ledere la salute di altri esseri umani, contaminare le acque, la terra, l’aria e la vita del pianeta con sostanze velenose: tutto questo è peccato». Purtroppo le altre Chiese ortodosse sono ben lontane da queste posizioni.

La Chiesa cattolica è arrivata abbastanza tardi a una seria presa di posizione sulla gravità della situazione in campo ecologico. Sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI hanno denunciato questo grave problema, ma non hanno mai affrontato il tema in maniera organica. È stato papa Francesco a farlo, coraggiosamente, con l’enciclica Laudato si’ (2015), un documento che è diventato un punto di riferimento per credenti e laici. Un documento fondamentale per la Chiesa, che è parte in causa del problema. Infatti «l’attuale distruzione di tutte le fondamentali forme di vita sulla Terra avviene all’interno di una cultura che è emersa da una matrice biblico-cristiana», afferma uno dei pochi teologi cattolici in campo ecologico, l’americano p. Thomas Berry, non a caso emarginato per le sue prese di posizione. Questa crisi, infatti, scrive nel suo libro The Christian Future and the Fate of the Earth, «non nasce dal mondo buddista o dal mondo islamico, ma all’interno della cosiddetta civiltà cristiana occidentale. La difficoltà di uscire da questa strettoia potrebbe essere attenuata se ricordassimo che le prime comunità cristiane facevano riferimento a due fonti di rivelazione: la manifestazione del divino nel mondo naturale e la manifestazione del divino nel mondo biblico. Le quali devono essere interpretate l’una insieme all’altra. In questo contesto preservare la Terra è una parte essenziale del compito di salvare l’originaria presenza divina nel mondo».

Nel suo libro The Sacred Universe, Thomas Berry spiega bene il suo punto di vista: «Dobbiamo passare da una spiritualità di alienazione dal mondo naturale a una spiritualità di intimità con il mondo naturale, da una spiritualità del divino rivelato nelle Sacre Scritture a una spiritualità del divino rivelato nel mondo visibile attorno a noi, da una spiritualità impegnata per i diritti umani a una spiritualità della giustizia per la comunità devastata del pianeta Terra». Per questo diventa fondamentale il ruolo delle Chiese, perché si tratta di cambiare i fondamenti culturali dell’Occidente che stanno distruggendo il pianeta. Le Chiese dovranno contestare il primato assoluto dei criteri economico- materiali per misurare la felicità e il progresso; la fede nella crescita costante e illimitata; la convinzione che la tecnologia risolverà tutti i problemi; l’assurdità di un’economia che quantifica tutto, salvo i costi ecologici; il rifiuto di riconoscere la sacralità della materia. Le Chiese hanno quindi il compito immenso di creare un nuovo paradigma, una nuova visione della terra e del mondo. È quanto afferma anche papa Francesco: «Una presentazione inadeguata dell’antropologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata della relazione dell’essere umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile» (Laudato si’, 116).

Una visione che dovrà poi passare ai fedeli attraverso la liturgia, le omelie, le catechesi ai fanciulli e agli adolescenti. Ma le Chiese dovranno soprattutto creare nuovi valori etici per le comunità cristiane. Come giustamente osserva Thomas Berry, «moralmente abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, all’omicidio, al genocidio, ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidio, l’uccisione del pianeta nelle sue strutture vitali e funzionali. Si tratta di un male peggiore di quello che abbiamo conosciuto fino al presente, un male per il quale non abbiamo principi etici né morali di giudizio».

Se infatti è raro che qualcuno venga a confessarsi di un peccato contro l’ambiente, è proprio perché i fedeli non hanno interiorizzato valori precisi in questo campo. È incredibile che le Chiese siano state così esigenti in campo sessuale, mentre in campo ecologico stentino a presentare parametri etici adeguati.

E qui bisogna riconoscere con onestà che la stessa Laudato si’ trova molto ostruzionismo all’interno della Chiesa cattolica, incontrando difficoltà a passare nelle omelie dei preti, nelle catechesi ai fanciulli. E penso che una delle ragioni di queste omissioni sia legata al fatto che viene richiesto un altro stile di vita per salvare noi e il pianeta.

È questo infatti è l’altro importante compito delle Chiese: proporre un radicale cambiamento di vita a tutti i livelli, economico, energetico e finanziario. Papa Francesco nella Laudato si’ scende perfino nei dettagli: «L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo fra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili e così via». E continua: «Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente. Inoltre, l’esercizio di questi comportamenti ci restituisce il senso della nostra dignità, ci conduce a una maggiore profondità esistenziale, ci permette di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo» (212).

Se vorranno seguire questa strada, le Chiese dovranno impegnarsi a fondo contro il consumismo che pervade le nostre società occidentali e il mito della crescita illimitata. Ma anche convincere tutti che si può vivere meglio con meno sposando gli ideali del ben vivere/ben convivere. È la stessa richiesta di papa Francesco nella Laudato si’: «La spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo. Si tratta della convinzione che “meno è di più”. Infatti il costante cumulo di possibilità di consumare, distrae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco».

Ma dovranno essere per primi i pastori delle Chiese a vivere così per contagiare le comunità cristiane in maniera che diventino comunità alternative al sistema. E bisognerà darsi da fare in particolare su due fronti: quello energetico e quello finanziario.

Sul fronte energetico, le Chiese dovranno impegnarsi e impegnare i propri fedeli a installare pannelli solari; a ridurre drasticamente l’uso dei combustibili fossili, puntando sull’opzione “Zero CO2”; a protestare contro le imprese altamente contaminanti; a incoraggiare il trasporto pubblico; e infine a ridurre l’uso dell’auto.

Ma sarà soprattutto in campo finanziario che le Chiese potranno dare un grande contributo alla causa togliendo i propri capitali dalle banche che investono in petrolio e carbone e spostandoli in quelle banche che investono nelle energie rinnovabili. Ma anche invitando i fedeli a fare altrettanto con i propri risparmi. Sarebbe un segno forte da parte delle Chiese.

Il Consiglio Ecumenico delle Chiese lo sta già facendo, come anche parecchie università cattoliche degli USA. Uno studio di Oxford (2014) ha definito il boicottaggio delle banche che finanziano i combustibili fossili la campagna che sta oggi guadagnando più consensi. Purtroppo questa campagna trova invece molta difficoltà a decollare in Italia.

Infine, un ruolo fondamentale delle Chiese è oggi quello di aiutare le varie realtà impegnate su questo fronte a riunirsi in un grande movimento popolare. È questo uno dei punti su cui papa Francesco insiste di più.

La politica infatti è ormai prigioniera dei poteri economicofinanziari, soprattutto delle banche. Ecco perché i governi non riescono a prendere decisioni politiche per salvare il pianeta. La speranza oggi nasce dal basso, dalle comunità cristiane e di altre confessioni, da gruppi, comitati, reti. A condizione però che abbiano il coraggio di mettersi insieme per formare un grande movimento popolare in difesa della Madre Terra. Questo movimento, come scrive Naomi Klein nel suo Una rivoluzione ci salverà, potrebbe «diventare una forza catalizzatrice per una trasformazione generale»: «L’urgenza della crisi climatica potrebbe formare la base di un potente movimento di massa, in grado di tessere questioni in apparenza disparate in un unico discorso coerente su come proteggere l’umanità dalle devastazioni generate da un sistema economico ferocemente ingiusto, quanto da un sistema climatico destabilizzato».

È un kairos che le Chiese non possono perdere!

* Alex Zanotelli è sacerdote e missionario italiano della comunità dei comboniani, ispiratore e fondatore di diversi movimenti italiani impegnati in difesa della pace, della giustizia e dell’ambiente, è direttore responsabile di Mosaico di pace sin dalle origini della rivista (settembre 1990), per espresso volere di don Tonino Bello.

 

p. Zanotelli indignato per l’economia di guerra di Italia ed Europa

è questo il nostro Natale di pace?

 Alex Zanotelli

sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando

 

Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (la parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, come vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia), è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS.

Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio (forse, non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!).

Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).

L’Italia, infatti, sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo e internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta  di 14 miliardi di euro!

Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.

Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ottavo posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015!

Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti Paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei Paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!). Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.

Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione dell’UE. È stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre, la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che, a regime, svilupperà 5,5 miliardi d’investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare.

Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la “PESCO-Cooperazione strutturata permanente” dell’UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!).

“Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE, per gli Affari Esteri- rafforza anche la NATO”.

La NATO, di cui l’UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 Paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia ne destina 1,2 %. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di Sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere100 milioni al giorno in armi. E la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE. Infatti, è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia.

La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili”. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12. Il ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi, solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così, rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! Nel silenzio più totale!

Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al “baratro atomico”. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo. È una vergogna nazionale.

Siamo grati a papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtroppo ognuno fa la sua strada.

E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire delle parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”

“Siamo vicini al Natale – ci ammonisce papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”.

Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

 

 

il grido profetico di Zanotelli contro la globalizzazione della riccheza contro i poveri

l’illusione dei ricchi

 

Incredibile l’abuso che noi occidentali abbiamo fatto della Bibbia per dominare il mondo

 

Quanti Lazzaro stesi davanti alle porte delle Chiese, segnati da ferite fisiche o esistenziali, desiderosi di avere le stesse opportunità dei benestanti. Quanti ricchi che frequentano piamente il tempio e disertano gli altri luoghi in cui vive Dio, deformato e sfigurato da povero. Se fa impressione l’inarrestabile calo di presenze in chiesa non sorprendono invece le assenze sugli attuali Golgota. Infatti anche nelle crocifissioni di oggi Dio continua a rimanere terribilmente solo (o quasi). Non si può non provare pena per i ricchi. Vivono nell’illusione che il “successo” sociale di cui godono sia il segno del favore del Cielo. Purtroppo per loro Dio ha scelto la sconfitta, ciò che non luccica, la contraddizione, i rifiutati. I ricchi senza conversione conosceranno un solo momento di verità: la morte. Lì si renderanno conto che hanno rinunciato alla propria umanità e alla possibilità di infinito per contare dei sudici pezzi di carta. “Gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi”(1) è la giustizia al contrario del nostro meraviglioso Dio. Così quelli che oggi stanno fuori entreranno e quelli che credono di stare dentro usciranno o comunque aspetteranno. Così quelli piegati dalla sbarra dell’oppressione saranno sollevati, rimessi in piedi e saliranno, quelli che stanno sul piedistallo, sui pulpiti del legalismo/moralismo/rigorismo scenderanno e senza gli applausi a cui sono abituati. Così quelli calunniati, perseguitati, uccisi per i loro richiami profetici saranno ascoltati pubblicamente, quelli che hanno predicato di giorno il Vangelo e stretto accordi di notte con il potere saranno messi a tacere.

(1) Vangelo di Matteo 20,16

Vangelo di Luca 16, 19-31

C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».

pubblicato da altranarrazione

evitiamo la condanna della storia – Zanotelli ha ragione

migranti

 

la storia ci giudicherà perché di fronte al massacro

siamo restati fermi e zitti

di  
Migranti, la storia ci giudicherà perché di fronte al massacro siamo restati fermi e zitti
Profilo blogger

autore, attore e scrittore
Ha ragione Alex Zanotelli. Quelli che abbiamo di fronte sono crimini nazisti
Sentiamo gente vantarsi del fatto che Berlusconi e la Lega strinsero un accordo con il dittatore e torturatore Gheddafi e decisero di finanziare la costruzione e la gestione di campi di concentramento gestiti dal dittatore libico, nei quali internare chi cercava di raggiungere l’Europa. Così diminuirono gli immigrati sui gommoni. Possiamo facilmente immaginare che razza di campi di concentramento misero insieme i killer di Gheddafi.
La storia giudicherà questa gente.C’è da vergognarsi a sentire della gente che si fregia dell’essere umanista e progressista, attaccare le Ong perché salvano i rifugiati in mare. Secondo questi spostati morali le Ong possono intervenire solo se il profugo sta annegando. Riuscire a sapere prima dove sono e andarli a prendere prima che la barca affondi non va bene perché è chiaro che l’informazione te la danno i criminali scafisti e quindi sei complice. Ed è colpa tua se poi arrivano più immigrati.

 

Io rovescerei la questione: perché non andiamo direttamente con l’esercito sulle spiagge libiche a liberare questa gente in ostaggio di criminali?
C’è un moltitudine di persone che soffrono, esseri umani stuprati, torturati, senza cure mediche, senza un tetto sulla testa, in balìa della follia sadica totale e tu mi scassi il cazzo perché io devo chiedere al profugo se sta veramente annegando o fa solo prove di immersione?
È come dire che ci sono gli ebrei nei campi di sterminio, ma non vado a liberarli perché sennò ci troviamo 6 milioni di semiti in casa… Maccheccazzo dici!?
Bisogna andarli a prendere sulle spiagge, altro che telefonare agli scafisti.
Qualcuno dice: “Ma come facciamo? Ne abbiamo già troppi. Se non rischiano più la vita per arrivare qui allora poi partono a milioni!”
Chi ragiona così in realtà ammette che sta usando come difesa una recinzione fatta dalla malavita che rende talmente terribile e pericoloso arrivare in Europa che alla fine è un deterrente che ci fa comodo! Ecco che si scopre la verità: vogliamo che venire in Europa sia pericoloso. Vogliamo che muoia gente nel Mediterraneo perché ogni morto ne dissuade mille dal venire qua a romperci il cazzo!
Come è buono lei!
E poi dimmi ancora che sei un progressista dal volto umano.
Tu non li ammazzi direttamente… Ma se per accidente succede…
Ok. Io sto con le Ong cattive.

Chiarito questo, fa vergogna al senso di umanità sentir parlare gente che prima ha fatto finta di non vedere che gli Usa finanziavano gli stragisti Saddam, poi Bin Laden e i Talebani, poi l’Isis…. Gente che ha votato a favore dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e oggi se ne dimenticano.
Le potenze occidentali hanno finanziato e messo in atto una serie di intrighi orrendi e finanziato ogni sorta di criminali quando facevano comodo contro la Russia o l’Iran o contro il dittatore siriano. Il blocco occidentale ha raso al suolo città, torturato, ammazzato migliaia di civili per sbaglio, rapinato ogni sorta di ricchezza. La guerra al terrorismo di Bush, che Obama non ha saputo fermare ha fatto milioni di morti con i proiettili e la fame che la liberazione ha portato con sé.

 

In Libia i francesi hanno armato e finanziato bande di criminali comuni, in buona parte fuggiti dalle carceri, che si sono dati a razziare i villaggi peggio dei turchi medioevali e questo crimine ha determinato l’appoggio di alcune tribù al califfato nero. E la Francia continua a tramare in Libia ancora adesso foraggiando conflitti dai quali spera di ricavare vantaggi.
Questa aggressività miope è la prima causa della migrazione di gente in fuga dalla guerra.

E gli Stati europei, Germania esclusa, stanno comportandosi da vigliacchi pur essendo stati in maggioranza complici della guerra al terrore di Bush.
L’Ue ha pagato miliardi al dittatore turco Erdogan per tenere in Turchia tre milioni di profughi. Ovviamente i soldi se li sono intascati in gran parte gli alti papaveri e questi tre milioni di esseri umani vivono in condizioni da reietti, in accampamenti fatiscenti, ostaggi della criminalità. Gironi dell’inferno al confronto dei quali le favelas brasiliane sono Disneyland.

L’altra causa primaria di questa ondata migratoria è economica.
Quando si parla di “aiutarli a casa loro” mi vengono i brividi per il livello di cecità ideologica. I paesi più ricchi stanno tutt’ora depredando l’economia africana con una guerra feroce anche se non si spara. Semplicemente stiamo inondando i loro mercati di prodotti alimentari venduti al di sotto dei prezzi dei prodotti locali. Una guerra di strangolamento economico che getta nella miseria migliaia di contadini ogni giorno. A questo aggiungiamo la pesca predatoria delle nostre imbarcazioni lungo le coste africane che sta rovinando i pescatori locali, lo sfruttamento sottocosto di grandi risorse agricole e minerarie, le trappole dei finanziamenti della Banca mondiale, i soldi degli aiuti delle Nazioni unite e gli aiuti internazionali spesso sprecati da una burocrazia troppe volte inetta e ingorda. Questa guerra economica sta costringendo enormi masse di persone a emigrare in altri Stati africani e in parte a cercare un futuro in Europa. E cosa dovrebbero fare?

Se vogliamo veramente affrontare la questione serve un grande piano. E servirebbero anche politici che invece di piagnucolare e far teatrino giorno per giorno sapessero approntare un vero intervento umanitario. Io comincerei dal cambiare leggi e regolamenti. Chi arriva in Italia deve iniziare subito a seguire corsi di formazione e imparare la lingua e intanto lavorare. Non formarli, non farli lavorare, non farli sentire persone, ma solo numeri è una grande bestialità che oltretutto alimenta la rabbia di molti e foraggia i disonesti che ci sono tra gli immigrati come in qualunque gruppo umano. La prima prevenzione, il primo passo verso l’integrazione è la creazione di esperienze positive. In Italia c’è gente che ogni giorno fa miracoli con i 35 euro di sussidio che lo Stato paga per ogni immigrato. Altri si limitano a posteggiare in luoghi fatiscenti mille immigrati e incassare 35mila euro al giorno!
E poi vediamo come è possibile utilizzare degnamente questa forza lavoro. Abbiamo chilometri di sponde di fiumi e boschi da ripulire, abbiamo villaggi abbandonati sugli Appennini e sulle Alpi, un’economia sparita, i campi abbandonati che franano.

E qui c’è un problema strategico dell’Italia. Ogni anno terremoti, siccità, inondazioni ci costano un botto. E altro fiume di denaro costa avere più di 10 milioni di case che andrebbero isolate e rese energeticamente efficienti. Ogni anno questi disastri ambientali e sprechi energetici ci costano ben più di quanto ci costerebbe rateizzare l’investimento per mettere in sicurezza il nostro Bel Paese. Sarebbe un’azione colossale, capace di azzerare la disoccupazione e che richiederebbe braccia straniere per essere portata a termine in una decina di anni.
Ospitare un milione di nuovi immigrati non sarebbe un problema se venisse portato avanti un progetto sensato e gestito in modo efficiente.
Questo dovremmo fare a casa nostra.

Poi interrompiamo la guerra commerciale di aggiottaggio contro i piccoli produttori africani, poi creiamo una corsia protetta per l’esportazione da Africa e Medio Oriente di cibi e manufatti. Poi diamo una sveglia agli aiuti internazionali con Gentiloni che va a battere la scarpa sul tavolo delle Nazioni unite e pretende che ci sia un controllo su costi e risultati dei piani di sviluppo finanziati dagli organismi internazionali. Un fiume di soldi che fa troppo poco. Poi andiamo a chiedere ai governi africani di affidarci lo sviluppo di aree depresse. Mussolini che era un coglione è comunque riuscito a fare la bonifica dell’Agro Pontino e a dare appezzamenti di terreno e mezzi minimi per coltivarlo a migliaia di veneti… Abbiamo un genio militare con mezzi straordinari. Formiamo in Italia gli immigrati e li facciamo tornare al loro paese a costruire le città verdi autosufficienti. Sappiamo farlo, dobbiamo farlo. Non sarà facile.

Il primo passo è che un po’ di progressisti inizino a raccontare come stanno le cose.
Bisogna battere su concetti semplici: le guerre che hanno causato milioni di profughi le hanno organizzate gli Usa con la complicità europea.
Stiamo continuando a strangolare la loro economia.
Stiamo facendo troppo poco per aiutarli a casa loro.
Dobbiamo portare via i profughi prigionieri delle mani della criminalità libica.
Dobbiamo portarli in Italia e far sì che questo salvataggio diventi economicamente sostenibile grazie a un grande piano di messa in sicurezza e miglioramento dell’efficienza energetica del nostro paese.
E i progressisti umanitari che in tv parlano d’altro sono dei blabla.

E magari potremmo anche ricordarci che nel dopoguerra fummo noi italiani a scappare dalle rovine e dalla fame. Si parla di sei milioni di emigrati. E oggi gli oriundi italiani nel mondo, secondo le stime del ministero degli Esteri sono tra i 60 e i 70 milioni!
Allora, quando abbiamo avuto bisogno noi ci hanno bene o male accettati, perché qualcuno oggi vuole ributtarli a mare?

NB: La battuta sulle favelas che in confronto sono Disneyland è copiata dalla Gialappa’s Band. Non ho resistito.

padre Zanotelli richiama l’attenzione sull’Africa

APPELLO AI GIORNALISTI/E

ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA

di Alex Zanotelli

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti  la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. Sò che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e  perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa)
Ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!)
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.  Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano:”Aiutamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa  come patria dei diritti.
Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un ‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.
Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
  Alex Zanotelli

p. Zanotelli chiede dove sono finiti circa 700 rom sgomberati senza alternative

i nostri fratelli rom
di Alex Zanotelli

 

In Italia i rom che vivono nelle baraccopoli sono 28mila. La presenza complessiva in Italia è stimata tra le 120.000 e le 180.000 unità. Sono dati che emergono dal Rapporto Annuale sulla condizione di rom e sinti in emergenza abitativa in Italia, effettuato dalla Associazione 21 luglio e presentato in Senato l’8 aprile in occasione della Giornata internazionale dei rom e dei sinti.
I 28.000 rom in emergenza abitativa rappresentano lo 0,05% della popolazione italiana e sono dislocati in 149 baraccopoli istituzionali, gestite dalle autorità pubbliche e presenti in 66 comuni; in 3 centri di raccolta; in insediamenti informali con 10mila persone, per il 90% di nazionalità rumena.
Le condizioni di vita dei rom che vivono in questi insediamenti sono nettamente al di sotto degli standard igienico-sanitari e l’aspettativa di vita è di 10 anni inferiore rispetto alla media della popolazione italiana.
Lo scorso aprile abbiamo fatto memoria della crocefissione di Gesù. Spesso, anche senza accorgerci, continuiamo a crocifiggere il povero Cristo degli impoveriti, degli emarginati, di quegli scarti che papa Francesco ama chiamare «la carne di Cristo».
Tra questi scarti in Italia ci sono senza dubbio i rom. Come Comitato campano con i rom, siamo impegnati da anni a denunciare le situazioni degradanti. L’ultima è quella relativa allo sgombero del campo rom di via Sant’Erasmo alle Brecce, nel quartiere Gianturco di Napoli. Vi vivevano circa 1500 persone in un contesto disumanizzante. Ho visto situazioni simili solo nelle baraccopoli in Kenya.
Lo scorso anno la Procura di Napoli ha deciso lo sgombero del campo di Gianturco perché ha valutato che sia un’area inquinata e non adatta per viverci. L’amministrazione comunale ha continuato a chiedere proroghe per guadagnare tempo e trovare soluzioni alternative. Nel frattempo, però, ha messo in atto una sorta di mobbing comunale, inviando al campo poliziotti e vigili urbani per sollecitare i rom ad andarsene. E in effetti non pochi rom se ne sono andati e hanno cercato altri spazi dove collocarsi.
Infine il comune ha aperto un campo attrezzato in via del Riposo, a fianco al grande cimitero di Poggioreale. Un campo che Amnesty International definisce «un lager», si tratta infatti di container allineati uno dietro l’altro… Comunque il 7 di aprile il comune ha accompagnato 130 persone rom in questo nuovo campo, annunciando che l’11 aprile avrebbe demolito quello di Sant’Erasmo alle Brecce. Invece la demolizione è avvenuta il 7 aprile stesso.
Per noi è stato un pugno allo stomaco. Anche per il silenzio che ha circondato l’intera vicenda, in particolare della regione, alla quale chiediamo da tempo la convocazione di un Tavolo per studiare soluzioni serie per i rom.
Per questo noi del Comitato campano con i rom e altre realtà della regione abbiamo deciso di manifestare l’11 aprile davanti al municipio di Napoli. Abbiamo portato alcune gigantografie della demolizione del campo, le abbiamo circondate di filo spinato e collocato una grande scritta “le ruspe del comune”. Abbiamo detto al sindaco Luigi de Magistris, che si vanta di una Napoli accogliente, che quella delle ruspe non si può definire accoglienza!
Ad oggi non sappiamo dove si trovino almeno 700 persone che erano nel campo di Sant’Erasmo alle Brecce. È chiaro che andranno a rimpinguare i ghetti che già ci sono o a formarne di nuovi.
Di questa vicenda voglio sottolineare un episodio. Quando ancora il campo rom di Gianturco era funzionante sono entrato con altri del Comitato e una donna ci ha urlato in faccia per dieci minuti: “Ci trattate come animali, ci schiacciate, ci disprezzate. Noi non siamo animali”.
Non dimenticherò questa voce. Nemmeno la celebrazione che della Pasqua che abbiamo fatto, insieme alla Chiesa valdese, il 15 aprile Sabato Santo, come segno di speranza, di resurrezione e di solidarietà con un popolo che non patria, non ha esercito, non ha mai fatto una guerra.
Possiamo stare certi che, se continuiamo a trattare i rom come stiamo facendo, siamo destinati a sbranarci a vicenda. O ci trattiamo tutti come fratelli o non c’è futuro.

a Napoli un assurdo divieto a p. Zanotelli di pregare nel campo dei rom

il Comune vieta l’ingresso ai religiosi nel campo rom

di ANTONIO DI COSTANZO 

A guidare la delegazione ci sono il padre comboniano Alex Zanotelli, il gesuita Domenico Pizzuti, il pastore valdese Thesie Mueller e quello battista di via Foria Jiame Castellanos. Con loro altri religiosi. Si presentano davanti al cancello del campo rom allestito dal Comune in via del Riposo, ma il vigilante li blocca: «Senza il permesso del Comune non potete entrare». Padre Zanotelli spiega che sono lì per un momento di preghiera, di solidarietà, ma la guardia giurata è irremovibile. Stesso discorso dalla pattuglia della polizia municipale arrivata a controllare i 20 religiosi riunitisi alla vigilia di Pasqua per pregare con i rom nel campo, dove sono stati allestiti container per 73 famiglie, una parte di quelle sgomberate da via delle Brecce.  «Siamo in pochi – dice una rammaricata Felicetta Parisi, collaboratrice di Zanotelli – si va a manifestare contro il razzismo ovunque, si organizzano cortei a Pontida, ma oggi in pochi sono venuti qui per denunciare questa vergogna».

Padre Pizzuti avanza appoggiandosi sul bastone sul marciapiede scalcinato: «Dobbiamo farci sentire, urlare come dice Papa Francesco». L’anziano religioso è amareggiato anche perché i rom non escono dall’accampamento. «Dovete allontanare i giornalisti altrimenti non si avvicinano», dice un agente della municipale. «E la libertà di informare?», ribatte Pizzutti. I manifestanti restano fuori e a nulla valgono i tentativi di coinvolgere i nomadi, neanche quando i pochi giornalisti presenti si allontanano. I rom restano dietro le cancellate, nel centro allestito in via del Riposo che il Comune continua a dire che non è una prigione ma un luogo aperto, anche se l’ingresso è vietato. «Per ragioni di sicurezza » spiegano i vigili urbani, anche davanti a 20 religiosi arrivati per pregare. «Restano lì dentro perché hanno paura, temono ripercussioni », dice Felicetta.

Zanotelli attacca Il Comune:

“I rom in un pollaio, questa sarebbe la città accogliente?”

Padre Zanotelli smorza le polemiche per la scarsa adesione alla manifestazione: «Siamo quattro gatti? Non importa. Siamo quelli che dovevamo essere. Questa era un’iniziativa religiosa, non aspettavamo chi sa chi». Anche se aggiunge: «Il problema rom non è sentito neanche dai credenti, è doloroso constatare che continua il pregiudizio, ma non possiamo accettare che queste persone vengano trattate così». Il missionario è durissimo contro il Comune: «Questo luogo è inaccettabile. È un pollaio, guardate come vivono, sembra proprio un pollaio. Anzi, riprendo la definizione di Amnesty internazional: è un lager. E poi loro sono qui dentro, ma ci sono altre 800 anime sparpagliate, famiglie divise. È inutile che il Comune dica che ha provveduto a 130 persone, non è che si può buttare via la gente così. Sono amareggiato dall’intervento dell’amministrazione cittadina, vorrei sapere anche se quest’area è bonificata o no visto che dicevano che il campo di Gianturco fosse tossico. Perché continuare a spostare i rom di Napoli? Li continuano a trasferire oppure fanno in modo che vadano via: questa è una sorta di mobbing. L’ultimo sgombero l’hanno anticipato di tre giorni per buggerarci. A de Magistris chiediamo che ci sia finalmente una politica per i rom, ci sono in prefettura 16 milioni inutilizzati».

Non serve a smorzare le polemiche una telefonata che arriva a Zanotelli dall’assessore comunale al Welfare, Roberta Gaeta. La preghiera è terminata e il campo è rimasto vietato ai religiosi.

p, Zanotelli a Napoli manifesta a favore dei rom

Napoli

manifestazione contro lo sgombero dei Rom:

«non sono animali»

di Melina Chiapparino

Rom:  ‘noi non siamo animali’
La scritta a caratteri cubitali si legge sui cartelloni indossati da Padre Alex Zanotelli ed i manifestanti riunitosi oggi sotto Palazzo San Giacomo. Dalle 11 del mattino è cominciata la protesta del ‘Comitato Campano con i Rom’ e del ‘Comitato di solidarietà dei cittadini di via S. Erasmo alle Brecce’ contro lo sgombero dei campi rom in via Brecce Sant’Erasmo a Poggioreale, avvenuto lo scorso 7 aprile su provvedimento della Procura di Napoli. Ad affiancare i manifestanti, oltre a Zanotelli che ha parlato di «una vera e propria deportazione a cui non è stata affiancata alcuna soluzione abitativa per più di 700 persone lasciate in mezzo alla strade», erano presenti il gesuita Padre Domenico Pizzuti, la pastora Valdese These Mueller e Cathrine Molok di Amnesty International.   
«L’unica cosa che il Comune di Napoli ha fatto è la costruzione di un campo attrezzato in via del Riposo, un lager così è definito da Amnesty International – si legge nel volantino diffuso durante la manifestazione dai Comitati – troviamo incredibile che né il Comune né la Regione trovino case o appartamenti per le famiglie rom come prevede la politica dell’Unione Europea ed è ancora più incredibile che la Prefettura abbia 16milioni di euro da destinare ai rom che nessuno sta utilizzando».
 

Temi centrali della protesta sono stati due filoni: la destinazione di una sola porzione dei 1300 Rom dei campi nell’attrezzatura in via del Riposo, con la conseguente problematica di non avere una sistemazione per le altre famiglie e la questione dei minori. «Tanti bambini sono stati portati via dall’oggi al domani trovandosi costretti a vivere in strada e arrangiarsi – insiste Zanotelli – si tratta di minori scolarizzati che frequentavano le classi delle scuole nei pressi dei campi e a cui si sta negando il diritto allo studio». Durante la manifestazione hanno partecipato anche alcuni rappresentati della comunità Rom come Patrick che ha dichiarato di vivere in auto con la famiglia da 4 giorni. «Non vogliamo creare problemi- ha spiegato- vogliamo solo un posto dove vivere tranquilli». Una delegazione dei manifestanti, inclusa la rappresentante di Amnesty International è stata ricevuta durante la mattinata dalla dirigenza dell’assessorato al Welfare di Roberta Gaeta, che non era presente, ma nessun risultato è stato portato a casa dai Comitati. «Al momento non ci sono spazi alternativi da offrire» hanno dichiarato dopo la riunione i rappresentati delle comunità Rom.

il silenzio intollerabile e la parola forte di A. Zanotelli

non possiamo restare in silenzio

f94696eb6bfc89e29b5f220c9addb6b4

di Alex Zanotelli

L’anno 2016 ha visto trionfare la normalità della guerra, la Terza Guerra mondiale a pezzetti, come la chiama papa Francesco, una guerra spaventosa che ha il suo epicentro in Medio Oriente e ha mostrato tutta la sua ferocia, disumanità e orrore nell’assedio della città martire, Aleppo. Una guerra che attraversa anche l’intera zona saheliana dell’Africa, dalla Somalia al Sudan (Darfur e Montagne Nuba), dal Sud Sudan al Centrafrica, dalla Nigeria (Nord) alla Libia, dal Mali al Gambia. Senza dimenticare i massacri nel cuore dell’Africa, in Burundi e Congo. Siamo davanti a desolanti scenari di guerra che si estendono dallo Yemen all’Afghanistan, guerre combattute con armi sempre più sofisticate e a pagarne le spese sono sempre più i civili.

“Come è possibile questo? – si chiede papa Francesco – È possibile perché dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi che sembra essere tanto importante.”

È l’industria delle armi, fiorentissima oggi, a gioire di tutto questo. Secondo i dati dell’ Istituto Internazionale di Ricerca sulla pace, Sipri, a livello mondiale, investiamo quasi 5 miliardi di dollari al giorno in armi. A livello italiano, secondo l’istituto, ne spendiamo 64 milioni di euro al giorno. È un’industria fiorente quella italiana delle armi che esportiamo e vendiamo in tutto il mondo. In questo periodo abbiamo venduto bombe all’Arabia Saudita e al Qatar, che poi le hanno date a gruppi armati legati a Al-Qaeda come a Jabhat al–Nusra in Siria. E tutto questo nonostante la legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra e a paesi dove vengono violati i diritti umani. L’Italia ha esportato armi nel 2015 per un valore di oltre 7 miliardi di euro a tanti paesi che sono o in guerra o dove sono violati i diritti umani. Ma come fanno i nostri governi a parlare di legalità, quando agiscono in maniera così illegale? E’ la grande Bugia. “La violenza esiste solo con l’aiuto della Bugia”, diceva Don Berrigan, il gesuita nonviolento americano scomparso lo scorso anno. E’ passato il tempo in cui i buoni possono rimanere in silenzio.”

africa-sudan-china-us-cold-war-proxies

Ed è proprio questo quello che mi sconcerta di più: il silenzio del movimento per la pace davanti a questi scenari di guerra. Non lo posso accettare. Dobbiamo scendere in piazza, urlare, gridare, protestare. Forse non riusciamo a parlare perché il movimento è frammentato. Allora mettiamoci insieme. La situazione è troppo grave. Per questo dobbiamo avere il coraggio di violare la legge, di farci arrestare, di andare in prigione. Questo sarebbe il dovere prima di tutto dei religiosi, dei preti, delle suore come i fratelli Berrigan e le suore domenicane negli Usa che si sono fatti anni di carcere nel loro impegno contro la ‘Bomba’.

E come cristiano mi fa ancora più male il silenzio dell’episcopato italiano e di larga parte delle comunità cristiane. Per fortuna c’è papa Francesco che parla chiaro. Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1 Gennaio 2017) afferma che “essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza”. E prosegue:”La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati così importanti. I successi ottenuti da Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King contro la discriminazione razziale…”. Papa Francesco invita le comunità cristiane a perseguire questa strada della nonviolenza attiva, come la strada obbligata per i seguaci di Gesù. “Dite al mondo che non esiste più una guerra giusta – ha detto una suora domenicana irachena, Nazik Matty, durante il convegno sulla guerra e nonviolenza, promosso in Vaticano da Bergoglio – Lo dico da figlia della guerra”.

8614c2fa50b90e77b669617aac7487b2

Papa Francesco forse presto ci regalerà un’enciclica che potrebbe mettere la parola fine alla teologia della guerra giusta e indicare la nonviolenza attiva come la strada inventata da Gesù. È la strada che le comunità cristiane devono imboccare con lo stesso coraggio che hanno avuto Gandhi, Martin Luther King, Don Berrigan, Don Milani… Ma queste comunità dovranno avere la capacità di unirsi a tutte le altre realtà nonviolente creando un grande movimento popolare per la pace. Ma per arrivare a questo dobbiamo tutti essere disposti a pagare un alto prezzo. “Noi urliamo pace, pace, ma non c’è pace – diceva Don Berrigan – Non c’è pace perché non ci sono costruttori di pace. Non ci sono costruttori di pace perché fare pace è altrettanto costoso quanto fare guerra, almeno altrettanto esigente perché si paga con la prigione e la morte”.

A tutti i costruttori di Pace, l’augurio di cuore di un Buon anno, carico di frutti di pace.

è bugiardo chi dice che non siamo in guerra

“Su Sirte basta bugie. E basta guerre”

intervista a Alex Zanotelli

a cura di Alessandro Cisilin
in “il Fatto Quotidiano” zanotelli (2)

Non siamo in guerra? Bugie per coprire attacchi preparati da tempo”. Tra una sessione e l’altra di un Campo di Lavoro a Castelvolturno, dedicata proprio alla convivenza tra italiani e africani (“qui oramai sono la metà della popolazione”), padre Alex Zanotelli rinnova i suoi strali verso i “negazionismi” sulle operazioni in Libia.

Li lanciò già sei mesi fa.

È da tempo che sapevamo della presenza sul campo di militari americani, inglesi, forse anche italiani. Capisco del resto la paura a dichiarare i fatti: nella zona di Sirte ci sono forse solo un migliaio di miliziani dell’Isis, ma in tutta la zona saheliana gravitano altri gruppi radicali che guardano con interesse allo Stato islamico, a cui ha già aderito anche Boko Haram. L’offensiva verrebbe percepita come una nuova guerra coloniale contro un paese arabo-musulmano.

Fuori dalle percezioni, che guerra sarebbe?

Un conflitto per il petrolio, e magari per spaccare il paese in tre Stati, altro segnale tipico dei disegni coloniali. Stiamocene fuori, è tempo di fermare le guerre, non di farne altre.

In un suo appello, lanciato a inizio anno assieme allo storico Angelo Del Boca, lei ha ipotizzato un “solo caso in cui l’Italia può intervenire”, indicando la strada di una “missione di pace” su richiesta delle autorità locali. Tale missione potrebbe per lei prevedere l’accompagnamento di forze militari?

No, nessun intervento militare, le armi portano solo conflitti, non li risolvono. Né può bastare che sia solo uno dei tre attori principali (Tripoli, Tobruk, il generale Haftar) a chiedere una missione civile. Dovrebbero essere almeno in due, e con l’accordo dell’Onu, di altri paesi europei e dell’Unione Africana. O così o niente.

Nel suo no alla guerra c’è anche l’argomento che “i libici ci odiano”. Ma è proprio così?

Noi rimuoviamo il nostro passato, ma quei 100 mila libici impiccati e fucilati dai coloni italiani restano nella memoria locale. E poi rimuoviamo il nostro supporto alla guerra sbagliata del 2011, quando fornimmo le basi aeree e i cacciabombardieri per aggredire un paese col quale per giunta avevamo da poco firmato Trattati di pace e altre intese. La ministra Pinotti si ricordi che noi siamo responsabili, anche della fornitura di armi a paesi come l’Arabia Saudita e Qatar, che poi finiscono nei teatri bellici come questo. Altro che “liberatori”.

In questi anni si è discusso anche di operazioni militari orientate a fermare l’immigrazione

Sull’immigrazione gli italiani dovrebbero prendersela con chi ha fatto la guerra. Quelle persone arrivano perché scappano dal caos. E arrivano perfino dal Bangladesh, in quanto la Libia stava relativamente bene e vi affluivano lavoratori da ovunque. Non difendo Gheddafi, era un dittatore, ma ha portato sviluppo e anche un’interessante modernizzazione dell’Islam. Quella guerra immotivata ha poi consegnato il paese alle milizie jihadiste. A Londra un rapporto parlamentare ha inchiodato Blair alle sue responsabilità per l’invasione dell’Iraq. Dovremmo farlo prima o poi anche noi per quanto fatto in Libia.

Peraltro lo stesso universo pacifista è descritto “in crisi” da un po’ di tempo. Lei è d’accordo?

Confermo, e per almeno due motivi. Il primo è che c’è stato un abbassamento delle sensibilità, è passato il messaggio della guerra “venduta” come una normale operazione politica. L’altro problema è che siamo spezzati tra mille rivoli, per motivi ideologici e altro. Dovremmo metterli tutti da parte. L’occasione può essere la Marcia della Pace del prossimo 9 ottobre. Che sia un momento unitario.

image_pdfimage_print

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi