giù le mani dai simboli cristiani traformati in strumenti di odio!

l’estrema destra e quell’uso osceno della religione

di Tomaso Montanari
in “altraeconomia” del gennaio 2020

L’uso politico della religione è antico quanto la religione. E, nella Chiesa cattolica, la tentazione dell’alleanza con il potere di questo mondo è la Grande Tentazione cui si cede già nel 380 d. C., quando l’imperatore Teodosio dichiara il cristianesimo religione di Stato e la gerarchia ecclesiastica si avvia a ereditare il ruolo della struttura di governo dell’Impero. Il cardinale Camillo Ruini che apre a Matteo Salvini è solo l’ultimo di una infinita teoria di alti prelati che credono che il regno di Cristo (e, con esso, naturalmente il loro piccolo, personalissimo regno) sia di questo mondo. Eppure lui, Gesù, si è sgolato per tutta la vita a dire il contrario: “Il mio regno non è di questo mondo!”. Ha affermato che bisogna tenere separati Cesare e Dio, dando a ciascuno il suo. E nel momento più terribile della sua vita, all’inizio della passione, ha fatto rinfoderare le spade dicendo che avrebbe potuto avere dodici legioni di angeli a difenderlo, ma che non voleva vincere con la forza. La radice di questa avversione del Cristo al potere terreno sta forse nell’episodio in cui il Diavolo gli offre, in cambio della sua adorazione, tutti i regni di questo mondo. Il che significa, chiosavano i padri della Chiesa, che evidentemente il Male disponeva liberamente di quei poteri terreni. Ma papi, cardinali e vescovi non sono Gesù: da secoli benedicono crociate e spade, ungono re e imperatori, rassicurano i ricchi sulla loro capacità di passare dalla cruna di un ago. E tutti quei potenti, da sempre, ricambiano: coprendo la Chiesa di denaro e potere, e ostentando grande devozione personale. È tutto ben noto. Eppure, nell’uso che Matteo Salvini, e con lui una buona parte dei vertici della estrema destra italiana, fanno della religione cristiana c’è qualcosa di ancora più osceno. Ed è l’ovvia, perfino caricaturale, malafede di chi inzuppa il rosario nel mojito, incorniciato dai misteri gaudiosi delle natiche delle cubiste. Ma è solo la superficie: il cortocircuito vero è nella sostanza. E la sostanza è che il più violento predicatore di odio della storia italiana recente brandisce i simboli di una fede fondata sull’amore incondizionato. Che il signore dei porti chiusi sventola un Vangelo in cui Gesù fonda il giudizio finale anche su questa domanda e su questa minaccia: “Ero straniero e non mi avete accolto: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli”. Che un potente al centro di un giro internazionale di denaro e potere continua a proclamare la sua devozione alla Madonna, che nel Magnificat loda il Signore perché “ha abbattuto i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”. Che il Dio della vita è ridotto a strumento di una politica di morte. In questo clima anche l’antica nostra incapacità di costruire uno Stato laico (senza crocifissi e presepi nelle scuole della Repubblica, ad esempio) assume connotazioni drammatiche e pericolose. Ebbene, chi invece davvero ci crede, i cristiani “veri”, hanno un solo modo per fermare questa violenza fatta sulla loro fede: prendere la parola in pubblico per condannare l’uso politico della religione. Che è sempre un errore terribile: ma che oggi appare particolarmente grave. Perché se è orribile usare la religione senza crederci, è addirittura mostruoso farlo operando attivamente per realizzare il suo opposto. Perché è evidente che, nelle famose (quanto parziali) radici cristiane la destra sta intagliando clave e bastoni con cui percuotere ogni diverso. E non ci potrebbe essere bestemmia più grande.

per una comprensione evangelica del sacredozio contro una concezione sacrale di esso

Ratzinger contrasta papa Francesco e si fa portavoce dei conservatori presenti nella Chiesa e del peggio della Curia romana

una bella riflessione di   “NOI SIAMO CHIESA” 

La prima reazione alla notizia che tutti i media danno oggi dell’intervento di Ratzinger contro l’abolizione del celibato sacerdotale è stata di sconcerto. Egli rompe la sua iniziale molto esplicita promessa di non intervenire sull’operato del suo successore. Il fatto è grave anche perché non dice cose neutre o fa riflessioni senza riferimenti all’attualità ecclesiale. Stiamo infatti attendendo le decisioni di papa Francesco sulla proposta del Sinodo dell’Amazzonia sui viri probati che sono necessari per la vita della Chiesa in quel continente. Egli si schiera con l’ala più arretrata presente in Vaticano, in questo caso con il Prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti Card. Robert Sarah. Questo Cardinale compie 75 anni in giugno e non dubitiamo che sarà congedato da papa Francesco, come già fece con il prefetto dell’ex-Sant’Uffizio Card. Müller. Avevamo auspicato a suo tempo che, secondo buon senso e responsabilità ecclesiale, Ratzinger-Benedetto XVI si ritirasse, silente, in qualche monastero in Baviera. Ciò non è successo ed ora egli sta perdendo con questo intervento e con quello dello scorso aprile il credito che aveva acquisito, in grandi aree della nostra Chiesa, con le sue dimissioni. Soprattutto ci sembra scorretto che il libro, che uscirà a giorni da Fayard e scritto con Sarah, sia firmato da “Benoit XVI” come appare sulla copertina. Egli, ci sembra, abusi in questo modo della sua precedente autorità nella Chiesa.

Detto questo, ciò che emerge dal testo di Ratzinger/Sarah è una concezione sacrale del “Sacerdote” (noi preferiamo chiamarlo “presbitero”) che è in contraddizione con la migliore teologia, con lo “spirito” del Vaticano II e con la pratica di una parte della vita quotidiana della Chiesa. Il Sacerdote deve essere impegnato soprattutto nella preghiera e nel celebrare l’Eucaristia. Inoltre si afferma nel libro: “Si può dire che l’astinenza sessuale funzionale si è trasformata in astinenza ontologica”. Che significa? Che la consacrazione porterebbe a un cambiamento della natura stessa del credente-prete? Ma i preti sposati, che ci sono nella Chiesa Cattolica, sono di serie B? Non avrebbero questa mutazione ontologica? Noi pensiamo che il prete ha un ruolo nella Chiesa solo perché riconosciuto e accettato dalla sua comunità per la quale egli è il presidente dell’Eucaristia. Qualsiasi riferimento al rapporto presbitero-comunità pare sia assente nel testo. Questa idea del Sacerdote inoltre non fa che congelare l’attuale distinzione rigida esistente tra struttura gerarchica e i “laici”. Essa è evangelica? Non si potrebbe pensare che il celibato sia comprensibile con la vita monastica che ha così tanta tradizione, ma non per la normale vita delle nostre diocesi e delle nostre parrocchie? E poi la negazione dell’Eucaristia a una parte dei credenti, perché impossibile di fatto in alcune situazioni, non costituisce forse un “peccato” della Chiesa a cui si può senza difficoltà porre rimedio modificando una legge solo ecclesiastica? E perché fermare ora una riforma che sarà inevitabile fare in un futuro neanche troppo lontano? Nel testo si afferma anche “che nella Chiesa antica gli uomini sposati potevano ricevere il sacramento dell’Ordine solo se si fossero impegnati a rispettare l’astinenza sessuale e, perciò, a vivere una vita matrimoniale come fratello e sorella. Ciò sarebbe stato del tutto normale nei primi secoli”. È possibile che succedesse una cosa del genere? Che dicono gli storici della Chiesa?

Se si vuole parlare del celibato bisognerebbe parlare allora di tutta la situazione dei presbiteri nella Chiesa, della loro formazione al celibato, delle degenerazioni dei comportamenti di una piccola minoranza (abusi sessuali nei confronti di minori e di suore), della difficoltà ad avere la dispensa dal celibato e anche di altro (oltre a tutti gli aspetti positivi del clero), per esempio del fatto che il prete, per la sua collocazione nella struttura, non rischia mai la disoccupazione o la vera povertà. Poi il libro dice: “Senza la rinuncia ai beni materiali non si può avere sacerdozio”. Bella affermazione, ma bisognerebbe continuarla con una riflessione sui beni della Chiesa, sulla povertà della Chiesa e nella Chiesa. La povertà del singolo, qualora esista, si accompagna, a volte ed almeno in certi paesi, alla gestione, con ben scarsi controlli, dei beni della Chiesa, a volte cospicui; egli dovrebbe avere la preoccupazione di un uso rigoroso e, soprattutto, della loro effettiva destinazione “ai poveri” (come diceva con chiarezza lo stesso codice di diritto canonico del 1917).

Roma, 13 gennaio 2019 Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale “NOI SIAMO CHIESA”

la pace come cammino – messaggio di papa Francesco

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA LIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2020

LA PACE COME CAMMINO DI SPERANZA

DIALOGO, RICONCILIAZIONE E CONVERSIONE ECOLOGICA

1. La pace, cammino di speranza di fronte agli ostacoli e alle prove
La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità. Sperare nella pace è un atteggiamento umano che contiene una tensione esistenziale, per cui anche un presente talvolta faticoso «può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino».[1] In questo modo, la speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili.
La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli. Anche intere nazioni stentano a liberarsi dalle catene dello sfruttamento e della corruzione, che alimentano odi e violenze. Ancora oggi, a tanti uomini e donne, a bambini e anziani, sono negate la dignità, l’integrità fisica, la libertà, compresa quella religiosa, la solidarietà comunitaria, la speranza nel futuro. Tante vittime innocenti si trovano a portare su di sé lo strazio dell’umiliazione e dell’esclusione, del lutto e dell’ingiustizia, se non addirittura i traumi derivanti dall’accanimento sistematico contro il loro popolo e i loro cari.
Le terribili prove dei conflitti civili e di quelli internazionali, aggravate spesso da violenze prive di ogni pietà, segnano a lungo il corpo e l’anima dell’umanità. Ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana.
La guerra, lo sappiamo, comincia spesso con l’insofferenza per la diversità dell’altro, che fomenta il desiderio di possesso e la volontà di dominio. Nasce nel cuore dell’uomo dall’egoismo e dalla superbia, dall’odio che induce a distruggere, a rinchiudere l’altro in un’immagine negativa, ad escluderlo e cancellarlo. La guerra si nutre di perversione delle relazioni, di ambizioni egemoniche, di abusi di potere, di paura dell’altro e della differenza vista come ostacolo; e nello stesso tempo alimenta tutto questo.
Risulta paradossale, come ho avuto modo di notare durante il recente viaggio in Giappone, che «il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo. La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani».[2]
Ogni situazione di minaccia alimenta la sfiducia e il ripiegamento sulla propria condizione. Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace. In questo senso, anche la dissuasione nucleare non può che creare una sicurezza illusoria.
Perciò, non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e chiuso all’interno dei muri dell’indifferenza, dove si prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato, invece di custodirci gli uni gli altri.[3] Come, allora, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente?
Dobbiamo perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo.
2. La pace, cammino di ascolto basato sulla memoria, sulla solidarietà e sulla fraternità
Gli Hibakusha , i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, sono tra quelli
che oggi mantengono viva la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi. La loro testimonianza risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione: «Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno».[4]
Come loro molti, in ogni parte del mondo, offrono alle future generazioni il servizio imprescindibile della memoria, che va custodita non solo per non commettere di nuovo gli stessi errori o perché non vengano riproposti gli schemi illusori del passato, ma anche perché essa, frutto dell’esperienza, costituisca la radice e suggerisca la traccia per le presenti e le future scelte di pace.
Ancor più, la memoria è l’orizzonte della speranza: molte volte nel buio delle guerre e dei conflitti, il ricordo anche di un piccolo gesto di solidarietà ricevuta può ispirare scelte coraggiose e persino eroiche, può rimettere in moto nuove energie e riaccendere nuova speranza nei singoli e nelle comunità.
Aprire e tracciare un cammino di pace è una sfida, tanto più complessa in quanto gli interessi in gioco, nei rapporti tra persone, comunità e nazioni, sono molteplici e contradditori. Occorre, innanzitutto, fare appello alla coscienza morale e alla volontà personale e politica. La pace, in effetti, si attinge nel profondo del cuore umano e la volontà politica va sempre rinvigorita, per aprire nuovi processi che riconcilino e uniscano persone e comunità.
Il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni. Infatti, non si può giungere veramente alla pace se non quando vi sia un convinto dialogo di uomini e donne che cercano la verità al di là delle ideologie e delle opinioni diverse. La pace è «un edificio da costruirsi continuamente»,[5] un cammino che facciamo insieme cercando sempre il bene comune e impegnandoci a mantenere la parola data e a rispettare il diritto. Nell’ascolto reciproco possono crescere anche la conoscenza e la stima dell’altro, fino al punto di riconoscere nel nemico il volto di un fratello.
Il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta. In uno Stato di diritto, la democrazia può essere un paradigma significativo di questo processo, se è basata sulla giustizia e sull’impegno a salvaguardare i diritti di ciascuno, specie se debole o emarginato, nella continua ricerca della verità.[6] Si tratta di una costruzione sociale e di un’elaborazione in divenire, in cui ciascuno porta responsabilmente il proprio contributo, a tutti i livelli della collettività locale, nazionale e mondiale.
 Come sottolineava San Paolo VI, «la duplice aspirazione all’uguaglianza e alla partecipazione è diretta a promuovere un tipo di società democratica […]. Ciò sottintende l’importanza dell’educazione alla vita associata, dove, oltre l’informazione sui diritti di ciascuno, sia messo in luce il loro necessario correlativo: il riconoscimento dei doveri nei confronti degli altri. Il significato e la pratica del dovere sono condizionati dal dominio di sé, come pure l’accettazione delle responsabilità e dei limiti posti all’esercizio della libertà dell’individuo o del gruppo».[7]
Al contrario, la frattura tra i membri di una società, l’aumento delle disuguaglianze sociali e il rifiuto di usare gli strumenti per uno sviluppo umano integrale mettono in pericolo il perseguimento del bene comune. Invece il lavoro paziente basato sulla forza della parola e della verità può risvegliare nelle persone la capacità di compassione e di solidarietà creativa.
Nella nostra esperienza cristiana, noi facciamo costantemente memoria di Cristo, che ha donato la sua vita per la nostra riconciliazione (cfr Rm 5,6-11). La Chiesa partecipa pienamente alla ricerca di un ordine giusto, continuando a servire il bene comune e a nutrire la speranza della pace, attraverso la trasmissione dei valori cristiani, l’insegnamento morale e le opere sociali e di educazione.
3. La pace, cammino di riconciliazione nella comunione fraterna
La Bibbia, in modo particolare mediante la parola dei profeti, richiama le coscienze e i popoli all’alleanza di Dio con l’umanità. Si tratta di abbandonare il desiderio di dominare gli altri e imparare a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli. L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé. Solo scegliendo la via del rispetto si potrà rompere la spirale della vendetta e intraprendere il cammino della speranza.
Ci guida il brano del Vangelo che riporta il seguente colloquio tra Pietro e Gesù: «“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”» ( Mt 18,21-22). Questo cammino di riconciliazione ci chiama a trovare nel profondo del nostro cuore la forza del perdono e la capacità di riconoscerci come fratelli e sorelle. Imparare a vivere nel perdono accresce la nostra capacità di diventare donne e uomini di pace.
Quello che è vero della pace in ambito sociale, è vero anche in quello politico ed economico, poiché la questione della pace permea tutte le dimensioni della vita comunitaria: non vi sarà mai vera pace se non saremo capaci di costruire un più giusto sistema economico. Come scriveva Benedetto XVI, dieci anni fa, nella Lettera Enciclica Caritas in veritate : «La vittoria del sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo scambio, non solo sui trasferimenti delle strutture assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e comunione» (n. 39).
4. La pace, cammino di conversione ecologica
«Se una cattiva comprensione dei nostri principi ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio dispotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza, come credenti possiamo riconoscere che in tal modo siamo stati infedeli al tesoro di sapienza che avremmo dovuto custodire».[8]
Di fronte alle conseguenze della nostra ostilità verso gli altri, del mancato rispetto della casa comune e dello sfruttamento abusivo delle risorse naturali – viste come strumenti utili unicamente per il profitto di oggi, senza rispetto per le comunità locali, per il bene comune e per la natura – abbiamo bisogno di una conversione ecologica.
Il recente Sinodo sull’Amazzonia ci spinge a rivolgere, in modo rinnovato, l’appello per una relazione pacifica tra le comunità e la terra, tra il presente e la memoria, tra le esperienze e le speranze.
Questo cammino di riconciliazione è anche ascolto e contemplazione del mondo che ci è stato donato da Dio affinché ne facessimo la nostra casa comune. Infatti, le risorse naturali, le numerose forme di vita e la Terra stessa ci sono affidate per essere “coltivate e custodite” (cfr Gen 2,15) anche per le generazioni future, con la partecipazione responsabile e operosa di ognuno. Inoltre, abbiamo bisogno di un cambiamento nelle convinzioni e nello sguardo, che ci apra maggiormente all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice.
Da qui scaturiscono, in particolare, motivazioni profonde e un nuovo modo di abitare la casa comune, di essere presenti gli uni agli altri con le proprie diversità, di celebrare e rispettare la vita ricevuta e condivisa, di preoccuparci di condizioni e modelli di società che favoriscano la fioritura e la permanenza della vita nel futuro, di sviluppare il bene comune dell’intera famiglia umana.
La conversione ecologica alla quale facciamo appello ci conduce quindi a un nuovo sguardo sulla vita, considerando la generosità del Creatore che ci ha donato la Terra e che ci richiama alla gioiosa sobrietà della condivisione. Tale conversione va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita. Per il cristiano, essa richiede di «lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo».[9]
5. Si ottiene tanto quanto si spera [10]
Il cammino della riconciliazione richiede pazienza e fiducia. Non si ottiene la pace se non la si spera.
Si tratta prima di tutto di credere nella possibilità della pace, di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. In questo, ci può ispirare l’amore di Dio per ciascuno di noi, amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile.
La paura è spesso fonte di conflitto. È importante, quindi, andare oltre i nostri timori umani, riconoscendoci figli bisognosi, davanti a Colui che ci ama e ci attende, come il Padre del figlio prodigo (cfr Lc 15,11-24). La cultura dell’incontro tra fratelli e sorelle rompe con la cultura della minaccia. Rende ogni incontro una possibilità e un dono dell’amore generoso di Dio. Ci guida ad oltrepassare i limiti dei nostri orizzonti ristretti, per puntare sempre a vivere la fraternità universale, come figli dell’unico Padre celeste.
Per i discepoli di Cristo, questo cammino è sostenuto anche dal sacramento della Riconciliazione, donato dal Signore per la remissione dei peccati dei battezzati. Questo sacramento della Chiesa, che rinnova le persone e le comunità, chiama a tenere lo sguardo rivolto a Gesù, che ha riconciliato «tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» ( Col 1,20); e chiede di deporre ogni violenza nei pensieri, nelle parole e nelle opere, sia verso il prossimo sia verso il creato.
La grazia di Dio Padre si dà come amore senza condizioni. Ricevuto il suo perdono, in Cristo, possiamo metterci in cammino per offrirlo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Giorno dopo giorno, lo Spirito Santo ci suggerisce atteggiamenti e parole affinché diventiamo artigiani di giustizia e di pace.
Che il Dio della pace ci benedica e venga in nostro aiuto.
Che Maria, Madre del Principe della pace e Madre di tutti i popoli della terra, ci accompagni e ci sostenga nel cammino di riconciliazione, passo dopo passo.
E che ogni persona, venendo in questo mondo, possa conoscere un’esistenza di pace e sviluppare pienamente la promessa d’amore e di vita che porta in sé.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2019
Francesco

[1] Benedetto XVI, Lett. enc. Spe salvi (30 novembre 2007), 1. 
[2] Discorso sulle armi nucleari , Nagasaki, Parco “Atomic Bomb Hypocenter”, 24 novembre 2019.
[3] Cfr Omelia a Lampedusa , 8 luglio 2013.
[4] Discorso sulla Pace , Hiroshima, Memoriale della Pace, 24 novembre 2019.
[5] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes , 78.
[6] Cfr Benedetto XVI, Discorso ai dirigenti delle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani , 27 gennaio 2006.
[7] Lett. ap. Octogesima adveniens (14 maggio 1971), 24.
[8] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 200.
[9] Ibid. , 217.
[10] Cfr S. Giovanni della Croce, Notte Oscura , II, 21, 8.messaggio

natale è ‘stupore’ e speranza di fronte al mistero e alla responsabilità della vita, non infantile ‘poesia’

per un
NATALE
di stupore e di speranza

Come sarebbe bello se questo Natale ci riaprisse gli occhi e smascherasse le nostre ipocrisie e le nostre prudenze, ci restituisse un orizzonte più vasto del nostro piccolo ombelico e del nostro personale benessere e tornaconto e ridesse stupore e speranza alle nostre vite

Lo stupore nell’accorgersi che Natale è la festa di un Dio fuori da sé, che esce dal suo spazio sacro per riproporsi a tutto e a tutti come uomo tra gli uomini.

Lo stupore nello scoprire che soltanto fuori dai recinti delle nostre città, dagli spazi ristretti dei nostri spauriti cenacoli, si può rinascere alla vita.

Lo stupore nel vedere che la stella si poggia lontano e fuori dai palazzi dei detentori del potere, dalle chiese dei funzionari del sacro, dalle fortezze di carta degli imbonitori di turno e va nelle case dei semplici e dei poveri, dove pianto, dolore, sogno e amore si intrecciano di continuo.

Lo stupore di un annuncio di cose nuove ai pastori, a coloro che, anche se segnati dalla stanchezza e dalla delusione dell’esclusione, continuano a vegliare la notte e ad ascoltare la luna.

Lo stupore del ritrovare il senso dell’essenziale, del gratuito, delle cose minute: una carezza di tenerezza, un sorso di vino bevuto in compagnia, una fontana d’acqua dove risvegliarci alla vita, un gioco allegro di bimbi, un canto di lotta e di passione, uno stare insieme dove ognuno vive perché l’altro viva, senza più voler accaparrarsi, possedersi, comprarsi.

 

 

che per tutti e per tutte noi sia un Natale così

Buon Natale

di Alessandro prete della Comunità delle Piagge

cresce la solidarietà in Italia? Chiara Saraceno meno pessimista del Censis

Chiara Saraceno

«L’Italia è meno cupa: torna la solidarietà e il desiderio di politica»

Rapporto Censis 2019

intervista alla sociologa e filosofa Chiara Saraceno

«In Italia non c’è abbastanza lavoro né reddito sufficiente per vivere» ma «lo stesso Censis registra il fatto che è aumentato il numero di chi partecipa al volontariato, un aspetto che contraddice l’immagine di una società sfiduciata di cui parla nel rapporto»

di Roberto Ciccarelli

Professoressa Chiara Saraceno il Censis sostiene che prima o poi gli italiani si renderanno conto che delle élite non si può fare a meno.  Cosa ne pensa?

Élite è un concetto usato sempre in modo strumentale, non è mai chiaro che cosa significhi, raramente è specificato.

Significa persone competenti, la classe economica, i professionisti?

Indica anche chi dice di essere contro le élite, ma ne fa parte. Salvini e la Lega, ad esempio. Élite comprende chi governa e chi aspira a governare. Anche la categoria di «italiani» è generica: c’è chi vota in un modo e chi in un altro o si astiene. Chi ha certi saperi e chi altri. Vorrei capire qual è la base empirica di queste indagini. Non imparo mai molto da questi rapporti del Censis, e sempre meno negli ultimi anni. Anche questo rapporto, come tutti gli altri, mette insieme cose di senso comune, più o meno empiricamente fondate, e produce ambivalenze. Sono fantasiosi nel trovare parole chiave e metafore che funzionano per i media, ma rischiano di oscurare la realtà.

Pensa la stessa cosa sulla valutazione del Censis per cui il 48% del campione dei loro intervistati dichiara che ci vorrebbe l’ “uomo forte al potere”?

Non so su cosa sia basato questo 48 per cento. In ogni caso, direi che c’è anche il rovescio: il 62 per cento non lo vuole. Ragionerei invece sul dato più solido e ricorrente delle intenzioni di voto. Sappiamo che il centrodestra guidato da Salvini al momento ha la maggioranza nel paese. Per questo non c’è bisogno del Censis.

Il caso delle sardine, da ultimo, dimostra invece che esiste una ricerca di partecipazione a cui la politica non risponde…

Infatti, anche se può essere un fenomeno ancora minoritario. E si spera che questi movimenti non si disperdano andando troppo in Tv. Lo stesso Censis registra il fatto che è aumentato il numero di coloro che partecipano al volontariato, un aspetto che contraddice l’immagine di una società sfiduciata di cui parla nel rapporto. La situazione è meno cupa di quanto si pensi: esistono molte persone per cui vale la pena di fare qualcosa con gli altri e per gli altri.

Il Censis dice che l’occupazione è un «bluff», nel senso che non produce reddito e crescita ma moltiplica la precarietà. Quando ha scritto un libro come «Il lavoro non basta» è a questo scenario che pensava?

Sì, in Italia non c’è abbastanza lavoro né reddito sufficiente per vivere. Parlo dei working poor, coloro che lavorano e sono poveri. Ci sono sempre stati in questo paese, ma negli anni della crisi sono aumentati sia quelli su base individuale che guadagnano meno, anche a causa dell’aumento del part-time involontario, sia quelli su base familiare che, pur avendo un reddito modesto ma adeguato alle medie salariali, soffrono. A cominciare dai nuclei dove almeno il capofamiglia svolge un lavoro operaio, o assimilato. Nel 12% dei casi si parla di povertà assoluta.

Si è sempre occupata del reddito minimo o di base. Che bilancio dà del cosiddetto “reddito di cittadinanza” istituito in Italia?

Non mi aspettavo che trovasse ai beneficiari un lavoro e quindi non mi scandalizza che oggi non ci sia. Mi scandalizza di più chi oggi in malafede si scandalizza. E mi scandalizza che non sia stato ancora messo in campo un modo per portare al lavoro chi potrebbe lavorare. Vedo due possibili sbocchi a questa situazione: o vanno avanti a oltranza continuando a erogare il sussidio, oppure i beneficiari alla scadenza della misura saranno buttati fuori perché un lavoro non gli è stato offerto e loro non l’hanno trovato. E sarà peggio per loro. Al momento sappiamo che solo una quota sembra pari al 30% dei beneficiari sarebbe nelle condizioni di lavorare subito o quasi. La dice lunga sul tentativo di presentare questa operazione come una politica attiva del lavoro. Se il 70% dei beneficiari non è in grado di lavorare allora parliamo di un sostegno alla qualità della vita, sperando che le nuove generazioni si trovino in una situazione migliore. Bisognerebbe occuparsi della povertà educativa a cominciare dai minori. Ma purtroppo questo lavoro non viene nemmeno fatto oggi.

Anche il Censis parla dei processi di denatalizzazione molto avanzati in Italia. Basta un «assegno universale» alle famiglie dal 2021 di cui parla la ministra Bonetti?

Sono favorevole all’assegno universale ma a prescindere dal reddito perché non avrebbe effetti negativi sul secondo reddito. Se ci fossero le risorse, ovviamente. Se l’assegno è legato al reddito più alto, com’era nella proposta Delrio, si producono ingiustizie. Se lo leghi al reddito familiare c’è il rischio di penalizzare il secondo reddito in famiglia. Mi sembra che il governo sia orientato a una misura di questo tipo. Bisogna allora fare in modo che non ci siano scaglioni di reddito troppo bruschi per cui una differenza di un euro provoca il passaggio a un altro gruppo causando la perdita della misura. Spero però che oltre a questo assegno ci siano i servizi.

Nella legge di bilancio dovrebbero esserci gli asili gratis…

Saranno gratis per chi il nido ce lo ha già, ma non credo sia previsto un intervento per il 75 per cento dei bambini sotto i tre anni che non lo hanno, soprattutto al Sud. Questo è un problema di pari opportunità tra i bambini: bisogna assicurare loro risorse educative al di là della famiglia. Gli investimenti sociali sui servizi non sono costi. Producono domanda di lavoro, e in particolare per le donne. Ci saranno più persone che pagano le tasse, più tutele. C’è sempre una restituzione. È vero che le risorse non sono infinite, ma si può scegliere se spenderle in un modo o in un altro. È sempre una questione di scelte.

per il Censis il cellulare sta facendo perdere la testa agli italiani

Rapporto Censis

“Controllare lo smartphone? Per gli italiani primo gesto del mattino e ultimo prima di andare a dormire”
l’ultimo Rapporto Censis afferma che in 10 anni lo smartphone ha finito per plasmare i desideri e le abitudini degli italiani

nel 2018, il numero dei cellulari ha superato quello delle tv

È il nostro primo gesto del mattino e l’ultimo prima di andare a dormire: controllare il cellulare è ormai un vero e proprio rituale. Lo afferma il Censis che nel suo ultimo Rapporto, afferma che il 25,8% di chi possiede uno smartphone non esce di casa senza il caricabatteria al seguito e oltre la metà (il 50,9%) controlla il telefono sia al risveglio che prima di coricarsi.
Sono queste le istantanee scattate nel 53esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese che dimostrano come la diffusione su larga scala dei telefonini ‘intelligenti’ nell’arco di dieci anni abbia finito con il plasmare i nostri desideri e i nostri abitudini. Nel 2018 il numero dei cellulari ha superato quello delle tv.
Lo smartphone, dunque, rappresenta ormai un oggetto di culto: l’icona della disintermediazione digitale. Il Rapporto rileva anche che la percentuale degli utenti in Italia è passata da un timido 15% nel 2009 all’attuale 73,8%. I pionieri del consumo sono stati gli under 30, passati da un’utenza pari al 26,5% nel 2009 all′86,3% dell’ultimo anno. A partire dal 2016 si registra una impennata anche tra i giovani adulti (30-44 anni), fino ad attestarsi oggi al 90,3%.
“La diffusione su larga scala di una tecnologia personale così potente -sottolinea il Rapporto del Censis – ha contribuito a una piccola mutazione antropologica che ha finito per plasmare i nostri desideri e le nostre abitudini. Il 25,8% dei possessori dichiara di non uscire di casa senza il caricabatteria al seguito. Oltre la metà (il 50,9%) controlla il telefono come primo gesto al mattino o l’ultima attività della sera prima di andare a dormire”.

gli italiani stanno perdendo la testa rivogliono l’uomo forte al comando

italiani colpiti da “stress esistenziale” e incertezza

ma attratti dall’ “uomo forte al potere”

il 53esimo rapporto del Censis

6 italiani su 10 contrari all’uscita dall’euro, per il 70% oggi c’è più razzismo

Natalia Varlamova via Getty Images

Lo stato d’animo dominante tra il 65% degli italiani è l’incertezza. Dalla crisi economica, l’ansia per il futuro e la sfiducia verso il prossimo hanno portato anno dopo anno ad un logoramento sfociato da una parte in “stratagemmi individuali” di autodifesa e dall’altra in “crescenti pulsioni antidemocratiche”, facendo crescere l’attesa “messianica dell’uomo forte che tutto risolve”. Lo rileva il Censis nell’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. Per il 48% degli italiani ci vorrebbe “un uomo forte al potere” che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni.

La ricerca dell’uomo forte è più sentita soprattutto nella parte bassa della scala sociale. La percentuale sale infatti al 56% tra le persone con redditi bassi e al 62% tra i soggetti meno istruiti, fino al 67% tra gli operai. Secondo il Censis, gli italiani alle prese con gli anni della crisi hanno dovuto prima “metabolizzare la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare pubblico in crisi di sostenibilità finanziaria”, poi farei conti con “la rottura dell’ascensore sociale, assumendo su di sé anche l’ansia provocata dal rischio di un possibile declassamento sociale”. 

La reazione immediata è stata “una formidabile resilienza opportunistica, con l’attivazione di processi di difesa spontanei e molecolari degli interessi personali”. Ma la situazione è andata peggiorando perché dagli stratagemmi individuali si è passati allo “stress esistenziale, logorante perché riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro”. Così per il 69% degli italiani il Paese è ormai “in stato d’ansia”. Il 75% non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso degli anni una prepotenza in un luogo pubblico (insulti o spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato qualcuno per strada.

Il 62% degli italiani è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea, ma il 25%, uno su quattro, è invece favorevole all’Italexit. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Se il 61% dice no al ritorno della lira, il 24% è favorevole e se il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alla frontiere interne della Ue, considerate un ostacolo alla libera circolazione di merci e persone, il 32% sarebbe invece per rimetterle.

Negli ultimi tempi sembra essere montata una pericolosa deriva verso l’odio, l’intolleranza e il razzismo nei confronti delle minoranze. Il 69,8% degli italiani è convinto che nell’ultimo anno siano aumentati gli episodi di intolleranza e razzismo verso gli immigrati. Un dato netto, confermato trasversalmente, con valori più elevati al Centro Italia (75,7%) e nel Sud (70,2%), tra gli over65 (71%) e le donne (72,2%). Lo si evince dal 53° rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese che indica come per il 58% degli intervistati è aumentato anche l’antisemitismo

Gli italiani non bocciano la politica, ma bocciano i politici: il 90% dei telespettatori non li vorrebbe neanche più vedere in televisione, si legge nel rapporto Censis. Questo accade perché la domanda di politiche non trova un riscontro adeguato nell’attuale offerta politica. Eppure – quasi un paradosso – sono ancora le cronache della politica nazionale a registrare il maggior interesse della popolazione, con il 42% e superando le voci classiche dei palinsesti come lo sport (29%) o la cronaca nera (26%) e rosa (18%). Nelle diete informative un’importanza ancora minore è attribuita alle notizie economiche (15%) e soprattutto alla politica estera (10%). Ma questo ritrovato interesse nasce da quelle che il Censis chiama “ceneri di un disincanto generalizzato”: si guarda la politica in tv come fosse una fiction. La riprova sta al momento della chiamata alle urne: l’area del non voto si espande sempre più alle elezioni politiche (astenuti, schede bianche e nulle), passando dal 9,6% degli aventi diritto nel 1958 all′11,3% nel 1968, al 13,4% nel 1979, al 18% nel 1992, al 24,3% nel 2001, fino al 29,4% nel 2018. Quanto al lavoro e alla disoccupazione, preoccupano il 44% degli italiani (contro la media del 21% dei cittadini europei), un dato doppio rispetto all’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto alle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e dei problemi ambientali e climatici (8%).

Tre italiani su quattro sono favorevoli all’introduzione del salario minimo per legge. Lo mette in evidenza il Censis nel nel 53esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, sottolineando come il 12,2% degli occupati in Italia sia a rischio povertà. Il documento spiega poi come tra i fan del salario minimo legale, la percentuale sia più alta tra gli occupati (75,3%) e tra chi dispone di un reddito basso (l′80,7% con un reddito fino a 15.000 euro annui) o medio-basso (il 78,7% con un reddito compreso tra 15.000 e 30.000 euro annui). Il 23,7% degli italiani, inoltre, riconduce la causa del rancore diffuso di questi anni alla crescente disuguaglianza nei redditi e nelle opportunità di lavoro. Il 25% individua in una giustizia troppo favorevole nei confronti dei ricchi, dei privilegiati e dei più spregiudicati un altro elemento che giustifica il risentimento. La “ripresa senza salario” caratterizza ancora l’andamento economico dell’Unione europea.
Tra il 2013 e il 2018 si è ampliata la forbice tra la crescita del Pil e la crescita dei salari reali. Nel 2017 la distanza era di 2,2 punti, nel 2018 a un incremento del Pil del 2% ha corrisposto un aumento dei salari pari allo 0,7%.

la salvezza? … dai migranti!

la Chiesa in Grecia povera fra i poveri

e salvata dai migranti

 

intervista a Sevastianos Rossolatos

a cura di Giacomo Gambassi
in “Avvenire” del 1° dicembre 2019

a colloquio con l’arcivescovo di Atene, Rossolatos

«in trent’anni i credenti sono quadruplicati

nelle Messe si parla albanese, polacco o filippino

e adesso i “nuovi” fedeli vengono dall’Africa

anche cattolici fra i rifugiati che sbarcano qui»

Prima la Messa ad Aigio con una comunità di albanesi. Poi due celebrazioni a Patrasso, terza città della Grecia: una in inglese e l’altra nella lingua nazionale. Quindi la tappa a Kalamata dov’è presente un drappello di 150 cattolici che provengono da 21 Paesi. Per capire la Chiesa cattolica greca basta trascorrere ventiquattro ore con l’arcivescovo di Atene, Sevastianos Rossolatos. Fra sabato e domenica macina 750 chilometri pur di essere vicino ai suoi “figli”. E, quando rientra nella capitale, trova la Cattedrale piena di filippini, pronti per l’inizio dell’Eucaristia.

«Siamo davvero una Chiesa universale»,

scherza l’arcivescovo di 75 anni, che dal 2016 è presidente della Conferenza episcopale ellenica. La sua diocesi copre metà della Grecia continentale. Ed è un pullulare di lingue, culture, etnie. I “greci greci” sono ormai minoritari fra i cattolici del Paese che in gran parte hanno radici oltre confine: albanesi, polacchi, filippini e, negli ultimi anni, africani sia anglofoni, sia francofoni.

«La nostra è una Chiesa per lo più di immigrati che la rendono viva e vitale»,

chiarisce Rossolatos. Una pausa. E subito aggiunge:

«Siamo anche una Chiesa povera fra i poveri. I migranti hanno pochissimo a disposizione e quello che guadagnano lo inviano nei loro Paesi. Come se non bastasse, i greci stanno ancora affrontando una crisi che resta pressante».

Il presule parteciperà all’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei che dal 19 al 23 febbraio 2020 porterà a Bari i pastori dei Paesi affacciati sul grande mare e che sarà concluso da papa Francesco.

«Nell’intera regione c’è bisogno di pensare e agire insieme di fronte a situazioni che sono variegate dal punto di vista sociale, politico e anche ecclesiale. Come, ad esempio, davanti all’emergenza migratoria»,

afferma Rossolatos. Le diocesi greche sono in prima linea nell’accoglienza.

«Abbiamo anche affittato case o ex alberghi per dare un tetto ai rifugiati»,

racconta l’arcivescovo. Nella sala dove riceve gli ospiti sono appesi i dipinti con i ritratti dei suoi predecessori. Sopra un tavolino la foto di Madre Teresa di Calcutta. L’episcopio è appena dietro il Duomo, a poche decine di metri da piazza Syntagma, il cuore di Atene che ospita il Parlamento e che continua a essere teatro delle cicliche proteste anti-austerità.

Eccellenza, negli ultimi trent’anni il numero dei cattolici in Grecia è quadruplicato: 200mila in tutto, su 11 milioni di abitanti. Una crescita dovuta agli immigrati.

” Vero. I primi flussi risalgono al 1985. Poi con il crollo dei regimi comunisti si sono avute ulteriori ondate: sono state alcune centinaia di migliaia i cattolici arrivati. Soltanto i polacchi avevano raggiunto quota 100mila. Poi gli albanesi, i romeni, gli ucraini. Più di recente, con le tensioni in Medio Oriente, è stata la volta di siriani e libanesi. Ma non mancano gli asiatici: filippini, indiani, srilankesi. Ultimamente i “nuovi” cattolici sono gli africani: giungono soprattutto dall’Africa subsahariana, attraversano il Mediterraneo o gli Stati del Medio Oriente, e approdano qui. Sono i fedeli con le maggiori difficoltà: perché non sono in regola e non possono contare su un lavoro.

Una comunità ecclesiale multiculturale. Quali le sfide?

“Una è quella del clero. I sacerdoti locali sono di avanzata età. E oggi la metà dei preti è straniera. Non è semplice impostare una pastorale missionaria che subentri a quella di conservazione. Altra questione è l’evangelizzazione. Nelle mie omelie insisto sul fatto che non è sufficiente avere fede per salvare l’anima: per salvarsi occorre salvare. Ossia, contagiare con la propria testimonianza i non praticanti o i lontani, a cominciare dai giovani influenzati nel profondo dalla secolarizzazione avanzata”.


La Grecia è terra ortodossa. Come vive la minoranza in comunione con Roma?

“Nel secolo scorso un greco doveva essere di per sé ortodosso. Pertanto un cattolico non era considerato greco. Ecco perché nelle diverse diocesi i laici hanno dato vita a organizzazioni che hanno la denominazione “grecocattolica”. Un modo per rivendicare l’uguaglianza dei diritti che lo Stato non riconosceva anche sotto l’influenza della maggioranza ortodossa. Adesso però la Chiesa cattolica ha un suo status. Ci sono voluti trenta anni di sforzi. E solo nel 2014 ci è stata riconosciuta la personalità giuridica insieme con altre realtà religiose”.

Il rapporto con l’ortodossia è ancora segnato da tensioni?

“In Grecia si fa fatica a parlare di ecumenismo. Soltanto in quei pochi luoghi dove cattolici e ortodossi vivono fianco a fianco, le relazioni sono serene. Invece la mentalità che prevale è quella di disprezzo o di paura verso i cattolici. Così il cammino ecumenico viene dipinto come il mostro dell’Apocalisse. E si ripete che i sacramenti ricevuti nella Chiesa cattolica, in quanto scismatica, non sono validi. Da notare anche che i vescovi ortodossi di Grecia hanno chiesto durante il Sinodo panortodosso del 2016 di non usare la parola “Chiesa” nei confronti degli altri cristiani.

Ma qualche passo avanti si registra?

“Esistono legami personali positivi. Ad esempio, tre vescovi ortodossi hanno concesso ai cattolici locali i loro luoghi di culto per la Messa domenicale anche se non è permesso celebrare sulla mensa ortodossa. E nelle isole, dove la presenza dei cattolici è maggiore, i matrimoni misti sono sempre più numerosi. Tutto ciò contribuisce a una pacifica convivenza. La crisi economica morde sempre. Molto. Lo Stato è indebitato e le tasse superano il 50% del reddito. Non ho timore a dire che la situazione è disastrosa. I disoccupati sono centinaia di migliaia. Si lavora al massimo 3 o 4 ore al giorno e con contratti di pochi mesi. A causa di tutto ciò, una parte di coloro che compongono il nostro popolo di Dio ha optato per l’estero: per l’Occidente, come si dice qui. Si parla di 600mila giovani che hanno lasciato il Paese, fra cui molti cattolici. Tema rifugiati. Il Paese è il principale approdo europeo per chi fugge da conflitti e miseria: secondo l’Unhcr, gli arrivi in Grecia nel 2019 sono stati 66mila contro i 10.500 in Italia. I migranti sono aumentanti anche nell’ultimo anno. Il governo ha creato nuove strutture d’accoglienza. Nei campi profughi delle isole si vive talvolta in condizioni disumane anche perché, siccome non si riesce a ospitare tutti gli arrivati, alcuni fuggono e creano baraccopoli di fortuna. La Caritas greca e quella di Atene sono molto attive anche grazie agli aiuti che giungono sia dalla Caritas Internationalis o da quelle nazionali come del-l’Italia, sia dal governo tedesco, sia dall’Onu”.

Fra i profughi ci sono anche cattolici?

“Racconto quello che accade nelle isole di Samo e Lesbo dove le nostre chiese che avevano qualche decina di fedeli si sono riempite grazie ai migranti, per lo più dell’Africa. Profughi che nei campi subiscono anche discriminazioni in quanto cattolici. Essendo la maggioranza musulmana, una croce al collo può dare molto fastidio. Ecco perché la Caritas si impegna a proteggerli offrendo loro un’abitazione in modo che lascino i campi. La Grecia dovrebbe essere terra di passaggio. Sulla carta sì. Ma l’Unione europea non vuole i profughi. E restano ingabbiati qui. Come Chiesa favoriamo il loro inserimento nella società: aiutandoli a imparare il greco, a trovare un lavoro, ad avere i documenti”.

E come viene vista l’Ue dalla Grecia?

“L’Europa parla di solidarietà, ma è una solidarietà fra virgolette. I Paesi che hanno un’economia forte accettano un numero di migranti esiguo: è quello di cui hanno bisogno. E non sono certo fraterni con noi. Ci dicono: vi finanziamo e voi tenete chi sbarca. Poi ci sono gli Stati che chiudono le frontiere o alzano i muri. Finché l’Occidente sfrutterà le nazioni “dimenticate” e le riempirà di armi, non si prospettano soluzioni. L’Europa si faccia un esame di coscienza e operi nel nome della pace che è attenzione verso tutti”.

una lettera immaginaria della Madonna a Gesù Bambino per la sua nascita … e a noi

la lettera di “Maria” al Figlio, duemila anni dopo

una lettera immaginaria della Madonna a Gesù Bambino per la sua nascita e a noi

don Francesco Cosentino

 

Mi sembra ieri. Vibravi dentro di me e ancora non immaginavo nulla della splendida avventura in cui Dio mi stava trascinando. Un figlio ti cambia la vita per sempre, perché è il miracolo partorito dalle tue viscere. Ma, nel mio caso, fu sconvolgente.

Vivevo una specie di sogno celeste, con il tremore di chi era stata sorpresa da una luce che veniva dall’alto, ma doveva comunque fare i conti con le pentole della cucina e la roba da rassettare. E, nel frattempo, tu crescevi. In silenzio ti guardavo diventare uomo e lacrime di stupore e di gioia solcavano il mio viso, mentre dolcemente pronunciavo il tuo nome.

Non immaginavo ancora, che la luce che aveva squarciato le finestre della mia povera casa di Nazareth e spalancato le porte del mio cuore a Dio, sarebbe stata presto oscurato dall’incomprensione, dall’ostilità e dalla violenza degli uomini. Ma intanto crescevi. Aiutavi tuo padre nella bottega, giocavi con gli altri ragazzi, godevi spensierato dei semplici giorni del villaggio, ma, allo stesso tempo, a volte ti facevi serio e osservavi l’orizzonte. Avevi già nel cuore il desiderio di raggiungere tutti, di sanare le ferite, di rialzare i caduti, di piantare l’amore nelle viscere della storia. Figlio mio, ma in realtà figlio dell’umanità. Ben presto non più mio, ma pane per coloro che avevano fame.

Ecco, caro Figlio, anche oggi stai per nascere. Il tuo Natale, oggi, è diventato una festa di luci, un tripudio di colori e una melodia di nenie. Eppure, ancora una volta, ti troverà soprattutto chi saprà visitare la semplicità e la povertà della grotta, chi imparerà il ritmo del battito del tuo cuore proprio come ho fatto io appena ti ho sentito nel grembo, chi darà alla luce sogni di pace e di futuro, portando avanti quella promessa di liberazione di cui mi parlò l’Angelo quando mi annunciò la tua venuta.

È Natale, amati compagni di cammino. Dopo duemila anni, con il cuore di Madre, vorrei invitarvi a preparare bene la Sua venuta.

È Natale se vi spogliate della pretesa di farcela da soli e imparate a tendere la mani a questo Bambino. Se non avete paura di entrare anche voi nella grotta, dove a volte la fatica, la stanchezza, il buio vengono a sorprendervi e pare che non ci sia più nulla per cui valga la pena impegnarsi, mentre l’aurora di Dio sta già nascendo dentro di voi.

È Natale, se al di là di tutto, voi sapete ritrovare il senso vero della famiglia. Fermarsi, ascoltarsi, parlarsi. Ma anche abbracciarsi, con quel calore dell’amore di Dio per mettere in circolo la rivoluzione della tenerezza. Rompete i muri dell’egoismo, vincete le resistenze, superate quei silenzi mortali e, finalmente, datevi un abbraccio vero. Non importa se siete rotti, spezzati, piegati; non siete una famiglia perfetta quando la vostra casa, le situazioni di ogni giorno e il conto in banca sono a posto, ma quando avete il coraggio di amarvi sempre e di nuovo, e di sapervi stringere in un abbraccio.

È Natale se vi prendete cura della madri e delle donne, ancora fin troppo silenziate, maltrattate e violentate, mentre invece sono loro a generare la vita.

È Natale, se sapete accogliere il Bambino negli occhi di tutti i bambini. Ricordatevi del Vangelo: sono innocenti, sono angeli e guai a chi li scandalizza, li turba, li umilia, li ferisce.

È Natale se vi impegnate a cercare e trovare Dio non solo in questo freddo giorno di dicembre, ma nelle cose ordinarie di ogni giorno, nei luoghi che frequentate e nell’impegno del vostro lavoro, nei bilancio della vita che faticate a portare avanti. Perché voi lo sapete, per una strana scelta della Provvidenza Divina, questo Figlio è nato da una povera fanciulla di Nazareth, il più sperduto dei paesi. Se Dio ha fatto in me grandi cose, può farle anche in voi.

Lo accarezzavo sempre quando era Bambino. Fatelo anche voi in questo Natale, con atteggiamento materno: date alla luce il sogno di Dio, magari accarezzando chi è solo, chi è ammalato, chi è deluso, chi è triste, chi si è fermato.

Ogni volta che accogliete mio Figlio, il mio cuore si commuove come nel giorno dell’Annunciazione. Aprite il Vangelo, ascoltatelo e parlate con Lui. Nelle vostre case, in questo Natale, accendete una candela sul tavolo e sedetevi tutti attorno: mamme, papà, figli, nonni. E gustate la bellezza dell’amore di Dio nel silenzio del cuore e nello sguardo innamorato che voi sapete darvi.

Ve lo auguro, con cuore di Madre.

in morte del teologo J. B. Metz un gigante della teologia del novecento

Addio a Johann Baptist Metz 

“padre” della Teologia politica

Filippo Rizzi 

Il pensatore tedesco è morto a 91 anni a Münster. Fu il fautore del dialogo pubblico tra Habermas e Ratzinger a Monaco nel 2004. Il suo maestro di sempre: Karl Rahner

Il teologo tedesco Joahann Baptist Metz (1928-2019) indagò la “questione di Dio” dopo Auschwitz

Un gigante della teologia del Novecento dello stesso rango e levatura del suo “maestro di sempre” Karl Rahner. Un pensatore capace di leggere i “segni dei tempi”. Ma soprattutto un prete e un pastore d’anime. È lo stile che ha sempre accompagnato, cadenzato e contrassegnato la lunga vita di Johann Baptist Metz, morto questo lunedì 2 dicembre a 91 anni a Münster. Nato il 5 agosto 1928 a Velluck, nella Baviera settentrionale, compie i suoi studi di filosofia e teologia dapprima a Innsbruck e poi a Monaco di Baviera; si laurea in filosofia su Heidegger e poi in teologia, sotto la guida di Karl Rahner, su san Tommaso d’Aquino. Viene ordinato sacerdote nel 1954. La maggior parte della sua carriera universitaria lo vede docente di teologia fondamentale a Münster, carica che ha lasciato successivamente, per assumere la cattedra di Christliche Weltanschauung all’università di Vienna.
Metz è ancora ricordato oggi in ambito accademico per essere stato tra i fondatori, dei veri “padri nobili”, nel 1965, della rivista internazionale di teologia “Concilium” assieme a uomini del rango di Karl Rahner, Yves Congar, Edward Schillebeeckx, Hans Küng e Gustavo Gutiérrez. Numerose sono le sue opere tradotte in italiano (spesso edite da Queriniana) come Sulla teologia del mondo (1969), Antropocentrismo cristiano (1969), con J. Moltmann-W. Ölmüller, Una nuova teologia politica (1971), Tempo di religiosi? Mistica e politica della sequela(1978), La fede nella storia e nella società (1978). Come certamente significativo è il suo saggio, edito da Queriniana, che rappresenta in un certo senso la “summa” del suo pensiero: Sul concetto della nuova teologia politica 1967-1997 e anche La provocazione del discorso su Dio.
La sua maturazione teologica conosce varie tappe, segnate dalle tre grandi “crisi” del nostro secolo con cui egli si confronta: la sfida marxista alla teologia; Auschwitz e la negatività della storia (celebri le sue domande su Dio e sulla giustizia a fronte delle vittime innocenti); infine, la provocazione che viene dal Terzo Mondo. Come fu significativa la sua attenzione alla Teologia della liberazione: volle rendersi conto di persona del dolore e della sofferenza di quelle popolazioni e andò a visitare le comunità di base dell’America Latina. Rimase impressionato dal lavoro “dal basso” di amici e colleghi teologi e scrisse un diario visitando le Ande.
Cresciuto alla scuola di Karl Rahner, del quale rielaborò anche alcune opere, di fronte alla marginalità “politica” del cristianesimo Johann Baptist Metz avverte la necessità di superare la teologia trascendentale del maestro per far valere la dimensione pratica della teologia. Diventa così il fondatore di una “nuova teologia politica”, –come hanno spiegato in anni recenti studiosi italiani come Giacomo Coccolini e il “suo” discepolo Francesco Strazzari – nella quale si consideri il mondo come luogo del mostrarsi di Dio e, quindi, luogo nel quale la fede cristiana si presenta anche con la sua valenza politica. Non volendo e non potendo dimenticare le vittime della storia, degli indifesi, Metz sviluppa a partire da queste coordinate la sua “Nuova teologia politica”.
Come pochi altri teologi, Metz non solo ha cercato ma ha anche alimentato il dibattito culturale. Fa parte di ciò il dialogo e il confronto con il marxismo e i rappresentanti della scuola di Francoforte, i filosofi Theodor W. Adorno, Max Horkheimer e Jürgen Habermas con i quali intrattiene un’amicizia autentica. Senza Metz nel 2004, a Monaco, non si sarebbe giunti alla discussione tra Habermas e l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, il futuro Benedetto XVI.

A ricordarlo ieri con un ampio ritratto è stata la Conferenza episcopale tedesca che ha rievocato lo stile di «teologo ma anche di pastore d’anime» di Metz. Un pensatore dunque, sempre «pieno di sorprese» come lo definiva Jürgen Moltmann perché capace di traghettare la teologia all’interno della storia anche quando questa porta «un nome così orribile come quello di Auschwitz».