quasi un milardo di persone al mondo ha fame!

815 milioni di affamati

di Marina Della Croce
in “il manifesto” 

Puja ha solo 11 anni ma sa già che deve darsi da fare se vuole sopravvivere. Così tutti i giorni esce dalla sua casa in India e si reca nella discarica vicina in cerca di cibo. Riuscire o meno a placare un po’ i crampi della fame dipende solo da quanti avanzi riuscirà a trovare in mezzo ai rifiuti. Per quanto difficile, però, la sua vita è più fortunata di quella di Jeyle che, in Somalia, a soli due anni è di fatto già condannato: è malnutrito e in ospedale non c’è posto per lui. Al mondo ci sono 155 milioni di bambini colpiti da malnutrizione cronica. A denunciarlo è Save the Children che ieri, in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione indetta dalla Fao, l’Agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, ha allestito sulla scalinata di Trinità dei Monti a Roma 155 sagome di bambini con una sintesi delle loro storie. Un modo per attira re l’attenzione su un fenomeno in perenne crescita. Ad aggiornarne la dimensione è il direttore generale della Fao Graziano De Silva che, introducendo i lavori della giornata, ha parlato di 815 milioni di persone al mondo che nel 2016 hanno sofferto la fame. Solo un anno prima erano 795 milioni. «Alla base dell’aumento – ha spiegato De Silva – ci sono violenti conflitti presenti nel mondo e gli shock climatici», un fattore quest’ultimo sempre più determinante sull’insicurezza alimentare». Di questo enorme esercito di persone che stentano ad alimentarsi fanno parte anche 240 milioni di migranti, «il 40 per cento in più rispetto al 2.000», ha proseguito De Silva ricordando anche il numero di sfollati interni, un grande movimento di persone, 740 milioni, che si spostano dalle aree rurali a quelle urbane».

Cifre che, ricorda il direttore generale della Fao, «senza precedenti nella storia dell’umanità». «La sfida – ha proseguito De Silva – è il diritto di ogni essere umano a qualunque latitudine. Per salvare le vite bisogna ricostruire ciò che sta intorno alle persone per una vita più dignitosa e rafforzare la resilienza delle comunità rurali. L’impegno globale è importante, ma non è ancora sufficiente. e i governi devono operare in maggiore solidarietà e determinazione». Non mancano i segnali positivi. Come la storia di Sulinman che il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina racconta nel suo intervento: «Suleiman ha lasciato l’Africa anni fa in cerca di futuro. A Roma, con altri sette migranti da 5 paesi africani diversi, ha fondato una cooperativa agricola sociale, per produrre yogurt e culture biologiche. Ora collabora e ha anche aiutato aziende agricole italiane a sviluppare queste attività. Simbolico il nome scelto: Barikamà, ossia ‘resistente, resiliente’ in lingua Banbarà. Questo ci ricorda quanto sia importante scendere in campo a difesa dei lavoratori agricoli». Per Martina «sconfiggere la povertà è un atto di giustizia, per questo dobbiamo lavorare insieme per garantire il cibo a tutti. La mancanza di equità porta al paradosso di 815 milioni di affamati da un lato, e uno spreco alimentare pari al 33 per cento del cibo prodotto globalmente dall’altro.

Richiamo per questo il pensiero di Papa Francesco, che disse:

’Vorrei che ognuno percepisca la presenza dei volti delle donne e degli uomini che hanno fame’

La fame non è un dato statistico- ha proseguito il ministro – ma è fatta di storie: i migranti non sono un gruppo indistinto ma una somma di vite e di storie». Quindi la conclusione: «Tale situazione conferisce un compito, una responsabilità a tutti noi per combattere le disuguaglianze. Anche noi dobbiamo essere fino in fondo Barikamà, ‘resistenti’».

mai più la pena di morte

papa Francesco

la pena di morte “frutto di mentalità più legalistica che cristiana”

il Papa partecipa alla Commemorazione dei XXV del Catechismo della Chiesa Cattolica

Venticinque anni da celebrare quelli della stesura del Catechismo della Chiesa cattolica e della firma della Costituzione Apostolica Fidei Depositum da parte di san Giovanni Paolo II.

Il Papa li ha celebrati con un riflessione proposta ai partecipanti ad un convegno promosso dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione

Papa Francesco ha ricordato che

“San Giovanni XXIII aveva desiderato e voluto il Concilio non in prima istanza per condannare gli errori, ma soprattutto per permettere che la Chiesa giungesse finalmente a presentare con un linguaggio rinnovato la bellezza della sua fede in Gesù Cristo”.

Da qui due parole “custodire” e “proseguire” che sono state la base del discorso del Papa.

Il Catechismo del 1992 “intende avvicinare i nostri contemporanei, con le loro nuove e diverse problematiche, alla Chiesa, impegnata a presentare la fede come la risposta significativa per l’esistenza umana in questo particolare momento storico. Non è sufficiente, quindi, trovare un linguaggio nuovo per dire la fede di sempre; è necessario e urgente che, dinanzi alle nuove sfide e prospettive che si aprono per l’umanità, la Chiesa possa esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce. E’ quel tesoro di “cose antiche e nuove” di cui parlava Gesù, quando invitava i suoi discepoli a insegnare il nuovo da lui portato senza tralasciare l’antico”.

Conoscere Dio non è

“un esercizio teorico della ragione umana, ma un desiderio inestinguibile impresso nel cuore di ogni persona” e quindi il catechismo “si pone alla luce dell’amore come un’esperienza di conoscenza, di fiducia e di abbandono al mistero”.

Il tema che il Papa affronta direttamente è quello della pena di morte, già ampiamente dibattuto all’epoca della pubblicazione del Catechismo.

“Problematica – dice il Papa che- non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi Pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana. Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. E’ in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante”.

Il Papa afferma:

“Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo. Tuttavia, rimanere oggi neutrali dinanzi alle nuove esigenze per la riaffermazione della dignità personale, ci renderebbe più colpevoli”.

E aggiunge con forza:

“E’ necessario ribadire pertanto che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”.

Per il Papa la

“Tradizione è una realtà viva e solo una visione parziale può pensare al “deposito della fede” come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare”. 

Non si tratta di un cambiamento di dottrina quindi, ma

“non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo”.

Il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, che ha la competenza del Catechismo della Chiesa Cattolica, ha organizzato  un incontro con la partecipazione di Cardinali, Vescovi, ambasciatori, teologi, rettori e professori, esperti di catechesi, catechisti e catechiste, parroci, sacerdoti, religiosi e seminaristi, così da garantire una rappresentanza eterogenea del panorama verso cui il CCC si rivolge e dal quale allo stesso tempo trae la sua linfa vitale.  Nell’atrio dell’Aula Paolo VI, è stata allestita una mostra dei volumi del Catechismo e del suo compendio nelle diverse lingue in cui sono stati tradotti e diffusi nel mondo

la grande pocrisia di troppi ‘cristiani’

MONITO ALL’OCCIDENTE

«dirsi cristiani e cacciare i rifugiati è pura ipocrisia»

 il papa riceve in udienza i Luterani in pellegrinaggio a Roma. E invita tutti a cercare una unità basata sulla misericordia, sulla carità, sull’aiuto ai più bisognosi. Poi, rispondendo a una domanda, graffia certi atteggiamenti che di religioso hanno solo la facciata, ma sono lontani dal Vangelo…

«Il proselitismo è il veleno più forte contro il cammino ecumenico».

Papa Francesco ne aveva già parlato nel corso del suo viaggio in Georgia affrontando il tema dei rapporti tra cattolici e ortodossi. E ripete quasi le stesse frasi anche ricevendo in udienza il pellegrinaggio dei luterani. In attesa di incontrarli in Svezia, a  fine mese, dove parteciperà alle celebrazioni per i 500 anni della riforma, Bergoglio invita tutti a cercare quello che ci unisce e non quello che ci divide, a lasciare a teologi ed esperti il dialogo su questioni dottrinali e a vivere, intanto, da fratelli nella prassi concreta della carità e della condivisione. Sapendo che «è la misericordia di Dio ciò che ci unisce».  Il Papa ringrazia per il cammino fatto, «perché oggi, luterani e cattolici, stiamo camminando sulla via che va dal conflitto alla comunione. Abbiamo percorso insieme già un importante tratto di strada. Lungo il cammino proviamo sentimenti contrastanti: dolore per la divisione che ancora esiste tra noi, ma anche gioia per la fraternità già ritrovata. La vostra presenza così numerosa ed entusiasta è un segno evidente di questa fraternità, e ci riempie della speranza che possa continuare a crescere la reciproca comprensione».

Ripete, come già aveva fatto nella messa a Santa Marta, l’identikit del cristiano che è scelto, perdonato e che è in cammino. E chiama protestanti e cattolici a sentire che, come dice l’Apostolo Paolo «in virtù del nostro battesimo, tutti formiamo l’unico Corpo di Cristo».

Rispondendo alle domande dei presenti che chiedevano cosa non piace al Papa dei luterani e quali siano secondo lui i più grandi riformatori Bergoglio ha chiarito che «non mi piacciono i luterani tiepidi come non mi piacciono i cattolici tiepidi» e che  «i più grandi riformatori della Chiesa sono i santi, cioè gli uomini e le donne che seguono la parola del Signore e la praticano. Questo riforma la Chiesa, Forse non sono teologi, forse non hanno studiato, sono gente umile o sono grandi, questi che hanno l’anima bagnata, che sono pieni del Vangelo questi riformano la Chiesa».

E ancora ha ricordato che «non è lecito convincere della propria fede, bisogna dare testimonianza. La testimonianza inquieta il cuore e dall’inquietudine nasce la domanda e lo Spirito Santo agisce».

E «la testimonianza che il mondo si aspetta da noi è soprattutto quella di rendere visibile la misericordia che Dio ha nei nostri confronti attraverso il servizio ai più poveri, agli ammalati, a chi ha abbandonato la propria terra per cercare un futuro migliore per sé e per i propri cari. Dunque, l’unione delle due Chiese si riflette innanzitutto nella carità e nel mettersi a servizio dei più bisognosi». Il Papa ha incoraggiato i giovani a continuare «a cercare con insistenza occasioni per incontrarvi, conoscervi meglio, pregare insieme e offrire il vostro aiuto gli uni agli altri e a tutti coloro che sono nel bisogno. Così, liberi da ogni pregiudizio e fidandovi solo del Vangelo di Gesù Cristo, che annuncia la pace e la riconciliazione, sarete veri protagonisti di una nuova stagione di questo cammino, che, con l’aiuto di Dio, condurrà alla piena comunione».

Graffiando l’Occidente dei muri e delle muove frontiere, sempre più vittima della paura,  chiuso al prossimo, Jorge Mario Bergoglio ha detto tra l’altro:

 «La malattia o, possiamo dire, il peccato che Gesù condanna di più è l’ipocrisia. E’ un atteggiamento ipocrita dirsi cristiani e cacciare via un rifugiato, uno che cerca aiuto, un’affamato, un assetato, cacciare via quello che ha bisogno del mio aiuto»

il migrante Gesù di Nazareth

Gesù era un migrante

un libro per riflettere sulla vita dei migranti in rapporto alla vita cristiana
michelangelo nasca

«Migranti e immigrati sono stati per me fonte di benedizione». Una rivelazione, questa, che nell’attuale momento storico, potrebbe apparire persino blasfema, oltre che politicamente scomoda. Tuttavia, Deirdre Cornell – autrice di «Gesù era un migrante», recentemente pubblicato dal Messaggero di Padova – ne va invece molto fiera, ricordando gli anni di volontariato trascorsi in Messico insieme al marito, grata per aver «beneficiato immensamente di queste relazioni, […] per ciò che mi hanno dato e insegnato».

Il libro della Cornell – che da decenni assiste lavoratori migranti nel nord dello stato di New York, dove vive con il marito Kenny e cinque figli – si propone come principale obiettivo quello di attualizzare i racconti evangelici sul significato profondo e universale della migrazione. «Ancor prima dell’inizio di una memoria storica – scrive l’autrice – già il libro della Genesi è segnato dalle migrazioni». Nella cacciata di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, infatti, i nostri primi progenitori sono costretti all’esilio; «L’immagine della migrazione come simbolo del cammino spirituale prosegue nella figura di Abramo», tra i primi episodi destinati a crescere nei millenni di storia sacra, fino alla fuga in Egitto che fa di Gesù il primo migrante dell’era cristiana. 

Con una forma narrativa semplice e accessibile a tutti, il testo edito dal Messaggero di Padova attraversa sinteticamente l’itinerario migratorio presentato nell’Antico e nel Nuovo Testamento; grazie anche alle competenze messe a frutto dall’autrice, capace di coniugare esperienze personali, teologia e spiritualità cristiana, e riflettere sulla vita dei migranti in rapporto alla vita cristiana, e su come le tribolazioni che accompagnano il viaggio dei migranti possano anche essere fonte di benedizione, per loro stessi e per la società che li accoglie.  

I racconti e le riflessioni tratte dai Vangeli s’intrecciano con i racconti di vita vissuta dell’autrice: storie di un’umanità in fuga e alla ricerca di stabilità incontrate e accolte in seno alla propria famiglia. «La trama più fondamentale della Sacra Scrittura – precisa Deirdre Cornell – la storia della salvezza, si dipana attraverso storie di migrazione. Con tutti i suoi disagi e le sue tribolazioni, la mobilità umana funge da paradigma della fede religiosa. I cristiani credono in un Salvatore che durante la sua vita terrena ha incarnato la migrazione – e che come Signore risorto continua ad attraversare frontiere. Nella migrazione, tutti noi possiamo trovare una fonte di benedizione».

Fermamente convinta che è possibile rinnovare la propria fede, meditando sulla vita e la missione di Gesù in relazione alla migrazione, Deirdre Cornell ritiene con decisa fermezza che «a differenza delle nostre politiche, i nostri cuori possono elevarsi, purificarsi. I nostri confini possono non aprirsi… ma i nostri cuori sì. Il nostro paese continua a ricevere nuovi cittadini. Le nostre città, paesi, quartieri accolgono nuovi abitanti. Le nostre chiese e le altre comunità religiose fungono da case spirituali. Anche noi possiamo “migrare”, avvicinandoci alla visione evangelica di giustizia e pace». 

Il nostro mondo è pieno di migranti e rifugiati le cui storie drammatiche non possono essere ignorate. Questo libro su spiritualità e migrazione – lo intuisce bene l’autrice – descrive di fatto un cammino di fede, e suggerisce «passi verso Cristo presente nello straniero».

 

Deirdre Cornell, «Gesù era un migrante», Messaggero di Padova 2017, pp. 208.

la marcia delle trentamila in Israele per la pace

Israele

trentamila musulmane, ebree, cristiane, laiche…

in marcia per la pace

«Nei nostri incontri a volte ci abbracciamo e piangiamo di commozione le une sulle spalle delle altre, senza bisogno di dirci nulla. Molte di noi hanno infatti perso un figlio, un marito, un familiare. Ogni famiglia israeliana e palestinese ha almeno un morto fra i propri cari, perso a causa del conflitto. I media ci hanno abituato alle liste numeriche di morti. Ma quando ascolti le testimonianze dal vivo di chi invece ha perso un affetto, ti rendi conto che i morti non sono “numeri anonimi”, e che dietro ogni morto c’è tutto un mondo di sofferenza, di famiglie spezzate».

Ha raccontato così la scrittrice di religione ebraica Shazarahel RI, referente del Movimento World Wage Peace, “Donne costruttrici di pace”, vicepresidente della Confederazione internazionale laica interreligiosa (Cili-Italia) e coordinatrice del Dipartimento Donne di Uniti per Unire, le emozioni che hanno accompagnato la marcia per la pace organizzata in Israele, dal 24 settembre al 10 ottobre 2017.

Trentamila musulmane, ebree, cristiane, laiche, di colori politici diversi, hanno camminato fianco a fianco, percorrendo quattro rotte – sud, nord, ovest, est – fino a convergere tutte a Gerusalemme; con loro anche uomini, bambini, laici, religiosi. La mattina del 24 settembre a Sderot – città del distretto meridionale di Israele, ad un chilometro da Gaza, spesso bersaglio degli attacchi dei razzi Qassam provenienti dalla Striscia -, e la sera presso il kibbutz Tze’elim, situato nel deserto del Negev, in passato utilizzato come base militare, è stato dato il via alla manifestazione con la cerimonia inaugurale.

L’itinerario ha attraversato città e località quali Kissufim, Zeelim, Yeruham, Rahat, Beer Sheva, Arad, Gush Etzion, Dimona, Nazareth, Jaffa. L’8 ottobre il corteo si è fermato nel villaggio di pace di Agar e Sara, costruito nella pianura accanto al Mar Morto, dove sono stati organizzati gruppi di discussione, mostre, eventi musicali. Quindi, dopo essersi riunite a Gerusalemme, le donne sono state accolte da Adir Bat Shalom, figlia del grande rabbino sefardita Rav Ovadia Yossef z’al, che è intervenuto sui temi della pace. Il 9 e 10 ottobre le donne hanno costruito una grande “capanna della pace” (Sukkàt Shalom – كوخ السلام) e il 10 ottobre hanno inaugurato un Parlamento femminile. Tutta l’iniziativa, organizzata in collaborazione con Uniti per Unire e la Confederazione internazionale laica interreligiosa (Cili-Italia), è stata accompagnata da un Manifesto congiunto per israeliani e palestinesi, co-firmato da tante delle donne in marcia, che sarà presentato alla Knesset, il parlamento israeliano. «Vogliamo alzare la nostra voce per arrivare ad un accordo politico per una soluzione del conflitto israelo-palestinese, che garantirà la sicurezza a lungo termine – ha spiegato Shazarahel RI -. È possibile. Sono state già trovate soluzioni per risolvere altri conflitti in altre parti del mondo. Allo stesso modo anche il lungo conflitto che stiamo vivendo può e deve essere risolto».

«Queste donne hanno coinvolto trasversalmente diverse realtà in Terra Santa, con grande volontà e impegno per concretizzare una proposta di pace vera e duratura, facendo cadere il muro della paura, della diffidenza, del silenzio e delle false illusioni. Trentamila grazie a tutte quante hanno marciato per la pace e stanno così scrivendo una nuova pagina della storia del dialogo in Medio Oriente», ha concluso Foad Aodi, fondatore di Cili-Italia e del Movimento Uniti per Unire.

Europa genocida – parola di Leoluca Orlando

il sindaco di Palermo 

“denuncerò la Ue per genocidio”

l’Europa riconosce il diritto all’asilo dei siriani, ma poi non li mette in condizione di raggiungere le nostre terre

Leoluca Orlando

Leoluca Orlando

migranti trattati violenza – così il segretario dei vescovi

monsignor Galantino

il tema dell’immigrazione trattato con violenza

Il segretario della Cei al G7 dell’agricoltura punta l’indice contro un sistema che crea diseguaglianze

Monsignor Nunzio Galantino

monsignor Nunzio Galantino

Il segretario della Cei mette il dito nella vera piaga: un sistema che crea ineguaglianze, arricchisce pochi e fa vivere nella fame molti.
Perché nessuno accusa questo sistema e inveisce solo contro chi fugge dalla miseria?

Lui – e non poteva essere altrimenti – è sulla stessa linea di Papa Francesco: “Togliamoci dalla testa l’immagine macchiettistica di una Chiesa che dice venite tutti. Sta solo nella testa malata di qualche politico”. Lo ha detto al G7 Agricoltura a Bergamo il segretario generale della Cei, Nunzio Galantino.
Secondo Galantino, nella società contemporanea e nel dibattito politico il tema immigrazione è “affrontato con violenza”. Il segretario generale della Cei ha parlato della “devastane contraddizione” alla base dei trattati internazionali che regolano gli scambi commerciali. “Da un lato ci si impegna a raggiungere obiettivi importanti, come quello della sostenibilità nella produzione – ha detto -, ma in ossequio al libero commercio si fanno accordi che provocano guerre commerciali, dove solo il prezzo detta legge”.
Secondo monsignor Galantino questa “è una logica perversa che può essere invertita solo con accordi non di piccolo cabotaggio, ma con regole alte. Serve un nuovo modello di sostenibilità ambientale e sociale, di prossimità che parte dalla famiglia e mette al centro il ruolo del contadino agricoltore”. Un modello “non utopico – ha concluso – in cui il cibo rimanga tale e non sia commodity che crea scarto e diseguaglianze inaccettabili”.

il razzismo della chiesa polacca contro papa Francesco

la rivolta della Polonia contro papa Francesco

la deriva razzista dei vescovi di Varsavia

ventidue le diocesi polacche su un totale di 42 vi hanno preso parte. L’iniziativa che ha coinvolto un milione di persone si è mossa in senso contrario all’impegno continuo e lucido di Francesco per l’accoglienza ai profughi e agli immigrati nel bisogno, è stata appoggiata dal Governo polacco da una parte dei vescovi e dal vertice della Conferenza episcopale oltre che dalla potente Radio Maria di stampo tradizionalista e dalla televisione pubblica polacca

Il Papa in Polonia (foto agensir)
Il papa in Polonia 

Uno dei fronti anti Francesco passa per la Polonia dove il solo papa per ora considerato dalla maggior parte dei fedeli cattolici è san Giovanni Paolo II. Il campanello di allarme è suonato lo scorso 7 ottobre, anniversario della vittoria navale dei cattolici contro l’islam a Lepanto del 1571. Per iniziativa di due laici cattolici neoconvertiti e nostalgici di una Chiesa che menava le mani, un milione di cattolici schierato lungo i 3500 chilometri di confini ha recitato in contemporanea il Rosario “per la pace e per salvaguardare la patria e il resto d’Europa dalla secolarizzazione e soprattutto dall’islamizzazione”.

Un modo un tantino articolato e pomposo per nascondere in realtà il vero obiettivo: una parola d’ordine contro immigrati e profughi che in maggioranza musulmana a parere dei singolari cattolici polacchi stanno invadendo l’Europa e mettendo a rischio l’identità cattolica del continente e della stessa Polonia. Ventidue le diocesi polacche su un totale di 42 vi hanno preso parte. L’iniziativa che si è mossa in senso contrario all’impegno continuo e lucido di Francesco per l’accoglienza ai profughi e agli immigrati nel bisogno, è stata appoggiata dal Governo polacco da una parte dei vescovi e dal vertice della Conferenza episcopale oltre che dalla potente Radio Maria di stampo tradizionalista e dalla televisione pubblica polacca.

 L’iniziativa è stata pubblicamente criticata dal vescovo Tadeusz Pieronek, ex segretario della Conferenza episcopale che intervistato da “Famiglia Cristiana” ha voluto precisare che il rosario “non è un’arma ideologica” denunciando l’appoggio di una parte dei vescovi alla deriva razzista del Governo di Varsavia. A suo parere sembra che i vescovi non si accorgano” della strumentalizzazione della Chiesa da parte del Governo” e che una parte della Chiesa è stata per lo meno gravemente ingenua in questa circostanza. A parere del presule tutti i polacchi che hanno partecipato al rosario “sono contro il pensiero e l’insegnamento di papa Francesco” rilevando che in Polonia “è in atto una battaglia per persuadere la gente che ogni profugo è un bandito che attenta all’identità polacca ed è una minaccia grave e reale per la salute e la vita dei polacchi”.

Laici cattolici progressisti che sono una minoranza sono entusiasti per papa Francesco e sono preoccupati per la furbizia con cui tanti preti e vescovi del paese lasciano intendere di essere d’accordo con Francesco ma poi predicano e operano contro le sue direttiva pastorali e dottrinali. Si nascondo dietro una finta preoccupazione secondo cui la cosa migliore da fare è aiutare i profughi a casa loro. Molta parte della gente segue i vescovi ma sembra quasi che i conservatori più determinati stiano tra i laici. Eppure la Chiesa in Polonia dispone di un benessere economico notevole dal momento che alla disponibilità di denaro si è aggiunta la restituzione del patrimonio immobiliare sequestrato sotto il comunismo. Anche in Polonia è tempo di nazionalismo che si nutre con il populismo che – secondo alcuni – sposta l’asse del Paese e della Chiesa su una china pericolosa per la stessa democrazia.

A più riprese, ormai da tempo, ci si chiede dove siano i critici di papa Francesco. In Polonia sono venuti allo scoperto con l’equivoco di una preghiera chiaramente e tranquillamente strumentalizzata. Analoghe resistenze si possono registrare in altri Paesi specialmente occidentali. Il papa né è cosciente ma non demorde dall’impegno a cambiare il paradigma della coscienza che la Chiesa ha di sé e della tradizionale presenza pastorale. Opera gigantesca avviata dal concilio che il papa intende portare avanti senza tentennamenti e tuttavia (in ottemperanza alla misericordia) con guanto di velluto, lasciando ai suoi critici inutili polemiche e chiarendo sempre più decisamente la necessità di passare da una Chiesa che celebra la battaglia di Lepanto a una Chiesa che manifesta con chiarezza e sempre la misericordia di Dio. Con tutte le conseguenze anche nei tradizionali rapporti con il potere politico ed economico.

papa Francesco preoccupato per i cattolici reazionari e razzisti europei

migranti

papa Francesco critica i cattolici razzisti

papa Francesco riceve in udienza i direttori degli Uffici della pastorale per le migrazioni e si dice preoccupato per i sentimenti di intolleranza e xenofobia diffusi anche tra i cattolici e giustificati, spiega, «da un non meglio specificato “dovere morale” di conservare l’ identità culturale e religiosa originaria»

Denuncia l’ incoerenza di molti credenti e di alcune Chiese locali di fronte al problema delle migrazioni in Europa. Papa Francesco, nel discorso direttori degli Uffici per i migranti delle Conferenze episcopali d’ Europa, è molto severo nella critica e parla apertamente di “reazione di difesa e di rigetto”, veri e propri atteggiamenti razzisti in molti cattolici. L’ incontro è avvenuto venerdì 22 settembre e i direttori erano accompagnati dal cardinale Angelo Bagnasco, ex-presidente della Cei e attuale presidente dei vescovi europei. Il Papa ha confidato:

“Non vi nascondo la mia preoccupazione di fronte ai segni di intolleranza, discriminazione e xenofobia che si riscontrano in diverse regioni d’ Europa. Esse sono spesso motivate dalla diffidenza e dal timore verso l’ altro, il diverso, lo straniero. Mi preoccupa ancor più la triste constatazione che le nostre comunità cattoliche in Europa non sono esenti da queste reazioni di difesa e rigetto, giustificate da un non meglio specificato ‘dovere morale’ di conservare l’ identità culturale e religiosa originaria”.

I rimproveri di Francesco riguardano il settore orientale dell’ Europa e le posizioni tiepide degli episcopati di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca nei confronti delle politiche nazionali dei loro governi che hanno ripetutamente negato l’ accettazione delle quote di migranti previste dall’ Unione Europea. La maggior parte dei cattolici è d’ accordo con i governi sul contrasto all’ immigrazione e sull’ ingresso dei migranti in quei Paesi. La situazione più delicata appare quella polacca. Qualche mese fa monsignor Krzysztof Zadarko, vescovo ausiliare di Koszalin-Kołobrzeg e responsabile della conferenza episcopale polacca per l’ immigrazione, ha affermato che è “necessaria una maggiore apertura verso il prossimo in difficoltà”, riferendosi ai dati di un sondaggio secondo cui solo il quattro per cento dei polacchi è “decisamente favorevole” all’ accoglienza dei profughi provenienti dal Medio Oriente. 

Lo studio, dell’ istituto polacco Cbos (Centro di analisi dell’ opinione pubblica), indicava una costante crescita della porzione della popolazione, fino al 74 per cento, contraria alla ricollocazione dei profughi, secondo le quote previste dall’ Unione in Polonia. Da dicembre del 2015 ad oggi il numero di polacchi che rifiutano gli immigrati mediorientali e africani supera stabilmente i favorevoli all’ accoglienza. Tuttavia, il 55 per cento della popolazione polacca accetterebbe i profughi ucraini senza distinzioni di fede o di etnia. Monsignor Zadarko aveva detto di essere “profondamente rattristato”. E’ la stessa amarezza che si coglie nelle parole del Papa, che invece sostiene che “riconoscere e servire il Signore in questi membri del suo ‘popolo in cammino’ è una responsabilità che accomuna tutte le Chiese particolari nella profusione di un impegno costante, coordinato ed efficace”.

Beroglio ha denunciato anche una “sostanziale impreparazione delle società ospitanti e da politiche nazionali e comunitarie spesso inadeguate”. E ha aggiunto anche una critica ai “limiti dei processi di unificazione europea” e agli “ostacoli con cui si deve confrontare l’ applicazione concreta della universalità dei diritti umani, dei muri contro cui si infrange l’ umanesimo integrale che costituisce uno dei frutti più belli della civiltà europea”.

papa Francesco è il papa che Lutero avrebbe voluto 500 anni fa

 

Lettera a papa Francesco. Il papa che Lutero avrebbe voluto

lettera a papa Francesco

il papa che Lutero avrebbe voluto

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 35 del 14/10/2017

Caro papa Francesco

lo sai, il 2017 è un anno importante per i luterani. In molti siamo elettrizzati nel commemorare l’audacia di un monaco agostiniano del XVI secolo, che il 31 ottobre 1517 affisse le sue 95 tesi al portone della cattedrale di Wittemberg. Le dita volano sulla tastiera per celebrare o discutere in modo febbrile contributi e punti deboli di Martin Lutero. Io, però – “marinata” nel luteranesimo americano per quasi tutta la vita – mi trovo a scrivere a te, il capo della Chiesa cattolica.

Forse è un momento particolare per le lettere degli ammiratori luterani. Eppure,

da quando sei diventato vescovo di Roma nel 2013, sono sempre più convinta che sei il papa che Lutero avrebbe voluto 500 anni fa.

Ecco quattro motivi.

1. Ci aiuti a vedere Cristo nel prossimo. 

Lutero ha sempre insistito sull’“amore per il prossimo” come nodo decisivo per amare Cristo e rispondere a un mondo che fa del male. Identificava il prossimo nel sofferente, chiunque esso fosse. Inveiva contro il disprezzo del povero e dell’affamato. Invocava la creazione di una cassa comunale per l’assistenza sociale. Aborriva le pratiche dell’usura e la vendita delle indulgenze.

Una volta hai detto: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!», e hai dato al mondo innumerevoli esempi di una Chiesa del genere. Il tuo primo viaggio pastorale fuori Roma è stato per incontrare i migranti che fuggivano dalla povertà e dalla violenza. Hai lavato i piedi a musulmani, a donne, a detenuti. Hai fatto installare bagni e docce in Vaticano per coloro che vivono per le strade di Roma. Dopo il tuo discorso storico del 2015 a una seduta congiunta del Congresso Usa, hai pranzato non con l’élite di Washington, ma con gli ospiti di un centro per senzatetto.

2. Ci aiuti a vedere Dio nella creazione.

Lutero amava la vita nelle sue forme variegate e affascinanti: le sue acque vivificanti, le sue creature, i paesaggi. Nei suoi scritti faceva continuamente riferimento alla creazione e alla vita quotidiana. Assaporava il piacere di condividere il cibo, il vino e la conversazione, connettendo questa sorta di comunione con il sacramento. In breve, Lutero individuava il divino “in, con e sotto” tutto il creato.

Tu hai scelto il nome di Francesco d’Assisi, che amava la Terra e tutte le sue creature. La tua prima enciclica, Laudato Si’, mette a nudo il fatto che il cambiamento climatico aggrava ogni altro male sociale e la crudele ironia per cui coloro che meno contribuiscono al degrado della nostra casa comune ne stanno pagando il prezzo più alto. Ci chiedi di affrontare non solo queste dure realtà del pianeta, ma anche le parti di noi che non vorremmo vedere: egoismo, indifferenza e intenzionale ignoranza.

Ma la Laudato si’ esprime anche una profonda speranza. Hai scritto: «Essendo [l’essere umano] stato creato per amare, in mezzo ai suoi limiti germogliano inevitabilmente gesti di generosità, solidarietà e cura» (n. 58). Il cuore della storia cristiana è in un richiamo profetico a una nuova vita, una resurrezione che non riguarda semplicemente la salvezza delle anime, ma atti concreti che restaurino e rinnovino la vita qui ed ora. Significa scongelare i nostri cuori e aprirli all’esterno in un autentico amore di sé, del prossimo, del pianeta e di Dio.

3. Coniughi umiltà e audacia.

Lutero accusava la Chiesa di papa Leone X di essere “gonfia” di superbia opulenta e di avidità. Lo faceva infuriare vedere chierici ordinati abusare della fiducia, delle risorse finanziarie, della fede e del timore del loro gregge. Voleva profondamente che i cristiani, ordinati e laici, comprendessero che siamo paradossalmente liberi in Cristo e allo stesso tempo chiamati a essere “servi di tutti”.

La tua testimonianza nel mondo è di grande umiltà, a partire dalla decisione di vivere in un semplice appartamento invece che nel palazzo apostolico. Non hai paura di chiedere scusa. Comprendi la visione di Lutero per cui l’essere umano è allo stesso tempo santo e peccatore, che ogni persona è sempre sia amata sia incompleta, capace di esprimere grazia e riconciliazione ma sempre bisognosa di riconciliazione e perdono.

Allo stesso tempo sei una rockstar. Sei apparso sulla copertina di Rolling Stone e sei stato nominato da Time “persona dell’anno”. Come Lutero, hai raggiunto la fama internazionale in una cultura dell’immagine e utilizzi strategicamente le sue tecnologie. Lutero usava Facebook e Snapchat dei suoi tempi: incisioni su legno, stampa, affissione pubblica di documenti. Attraverso interviste a braccio e conferenze stampa, Twitter e programmi di divulgazione, tu fai uso della tua posizione privilegiata per focalizzare la nostra attenzione su temi che spesso vogliamo evitare: disuguaglianza inaccettabile, fame cronica, abusi dei diritti umani, devastazioni della guerra.

4. Ispiri una speranza e un’azione creativa.

Lutero non aveva intenzione di rompere con la Chiesa cattolica, ma la sua fiera oratoria e il suo esempio audace innescarono un movimento e un rinnovamento della fede che non riuscì a anticipare pienamente né a contenere. La sua traduzione della Bibbia in tedesco la rese disponibile al pubblico per la prima volta e i suoi inni contribuirono ad accrescerne la partecipazione più piena alla liturgia. Il suo humour e la sua passione attirarono la gente in un’azione coraggiosa e in una comunità creativa.

Anche tu sei fonte di ispirazione per molti nel pianeta. Nella parola e nell’azione rendi quanto mai chiaro che ciascuno ha un contributo da offrire. Insieme, abbiamo molto da fare: scienziati, capi religiosi, manager, artisti, ingegneri, insegnanti, imprenditori, avvocati, teologi, politici. Ora è il momento per noi di essere, come direbbe Lutero, “il sacerdozio di tutti i credenti” (e, aggiungo io, dei non credenti).

Tu sei fonte di ispirazione per me, papa Francesco. Mi aiuti a trovare il coraggio di vivere con uno scopo. Quindi, con coraggio, chiudo questa lettera con una fervente richiesta: che tu preghi per gli Stati Uniti e il mondo in questi tempi tumultuosi e confusi, che troviamo la nostra strada con il minimo danno a noi stessi e agli altri. Ti chiedo di pregare senza sosta perché l’umanità si svegli ascoltando la miriade di grida della creazione per fare in tempo qualcosa di significativo.

Dio ti benedica, Santo Padre. Sappi che prego con e per te.

* Aana Marie Vigen è membro della Chiesa evangelica luterana in america, è docente associata di Etica sociale cristiana presso la Loyola University Chicago. Articolo apparso su “America magazine” (19/9). Testo originale: https://www.americamagazine.org/faith/2017/09/19/lutherans-love-letter-pope-francis