una ‘via crucis’, quella di quest’anno, evangelicamente davvero ‘pericolosa’

la ‘via crucis’ dei porti chiusi

per la prima volta la più importante celebrazione liturgica è dedicata ai fuggiaschi di oggi che spesso diventano schiavi

un preciso segnale politico a Salvini

Pope Francis asperses holy water as he celebrates Palm Sunday Mass in St. Peter's Square at the Vatican, Sunday, April 14, 2019. The Roman Catholic Church enters Holy Week, retracing the story of the crucifixion of Jesus and his resurrection three days later on Easter Sunday. (AP Photo/Gregorio Borgia)

papa Francesco come un nuovo Mosè alza la Croce davanti ai Faraoni del mondo per aprire il Mar rosso a un nuovo popolo eletto, quello degli ultimi, quello dei migranti

Dal 2013, dal primo viaggio a Lampedusa, sono innumerevoli gli interventi papali sul dramma di chi muore nel Mediterraneo e chi cerca di fuggire oltre i muri che numerosi si stanno alzando in Europa e nelle Americhe

nel ’68 si gridava “il personale è politico”. Oggi, quarant’anni dopo, la Chiesa di Francesco grida “Urbi ed orbi”, in mondovisione, che “la fede è politica”

Ma non era mai accaduto che un’intera celebrazione liturgica, per di più al centro del Triduo della Settimana Santa, i giorni più importanti della fede cristiana, fosse dedicata ai fuggiaschi di oggi che spesso diventano schiavi. Questo accadrà durante la tradizionale via Crucis del Colosseo, quando verranno lette le meditazioni di Suor Eugenia, “una giovane ottantenne” (come l’ha definita il direttore ad interim della Sala Stampa Vaticana, Alessandro Gisotti). Un vero e proprio j’accuse alle “politiche esclusive ed egoiste” che erigono muri e vedono nel diverso “un nemico da respingere o da combattere”, la denuncia dei “troppi calvari sparsi per il mondo, tra cui i campi di raccolta simili a lager nei Paesi di transito, le navi a cui viene rifiutato un porto sicuro, le lunghe trattative burocratiche per la destinazione finale, i centri di permanenza, gli hot spot, i campi per lavoratori stagionali”: una Via Crucis che denuncia senza mezzi termini la situazione degli “spaventosi centri di raccolta in Libia”. Durante la Via Crucis saranno lette le storie delle prostitute che dall’Africa giungono in Italia. “Racconti brevi”, che aiuteranno a far capire perché “occorre gridare con forza ‘Mai più schiave!’. Perché – ha aggiunto Suor Eugenia durante una presentazione in Sala Stampa vaticana – non è possibile che nel 2019 vi siano milioni e milioni di donne che ancora crocifiggiamo per il nostro consumo”.

Nel ’68 si gridava “Il personale è politico”. Oggi, quarant’anni dopo, la Chiesa di Francesco grida “Urbi ed orbi”, in mondovisione, che “la fede è politica”. Non è ricorrenza cerimonialistica, così ha detto qualche giorno fa Francesco. Sono gli ultimi ad essere la “carne di Cristo”.

Francesco proclama che la “fede è politica” e lo fa con tutta la forza (anche mediatica) di cui dispone, nel momento centrale del”passaggio” della Pasqua (solennità con cui gli ebrei celebrano la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e i cristiani quello dalla schiavitù del peccato e della morte ad una vita nuova).

Le elezioni europee di fine maggio incombono, l’Europa nata anche dalla visione “cattolica” dei padri fondatori (molti non sanno che le dodici stelle della bandiera sono state scelte come omaggio alla corona della Madonna, la “Notre Dame”) potrebbe soccombere davanti alla possibile vittoria populisti e sovranisti.

E così Francesco e la sua Chiesa scendono in campo contro una politica giudicata incompatibile, quella “dei porti chiusi” di cui si è fatto araldo innanzitutto il vicepremier italiano Matteo Salvini.

Qualcosa di simile, ma meno eclatante, era già avvenuto nel 2016 per le presidenziali americane, quando quindici giorni prima del voto il nunzio apostolico di recò alla barriera al confine con il Messico a celebrare la Messa e alla candidata democratica Clinton fu “permesso” di usare nel suo discorso conclusivo la celebre frase di cui Francesco ha il copyright, “Costruire ponti e non muri”. Vinse Trump.

E naturalmente ciò sollevò e solleverà molte polemiche. “E’ questo quello che deve fare un Papa?”

Per una coincidenza oggi nella classifica delle cento persone più influenti al mondo stilata dalla rivista “Time”, c’è il leader del Carroccio (addirittura in copertina) insieme al presidente americano Donald Trump e Papa Francesco. A descrivere Salvini per il “Time” è stato Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca. “Salvini è ora uno dei politici di cui si parla in Europa, ed entro la fine di maggio, dopo le elezioni europee, potrebbe essere anche il piu’ potente”, ha scritto Bannon.

Qualche giorno fa il Guardian ha rivelato che fu proprio Steve Bannon che consigliò a Matteo Salvini di attaccare il Papa sulla questione immigrazione. Il “suggerimento” sarebbe stato fatto durante un incontro a Washington nell’aprile del 2016, pochi mesi prima che Bannon assumesse il ruolo di capo della campagna di Trump. La Lega, questo il consiglio di Bannon secondo la ricostruzione, avrebbe dovuto iniziare a prendere di mira Bergoglio, che dell’immigrazione ha fatto uno dei pilastri del suo papato.

“Bannon disse a Salvini che il Papa è una specie di nemico. Suggerì di attaccarlo frontalmente”. La Lega e l’entourage di Salvini hanno smentito con decisione che ciò sia avvenuto. Ma iniziò allora l’utilizzo da parte di Salvini di una maglietta significativa “Il mio papa è Benedetto” (alludendo a Benedetto XVI).

Chi tra Francesco e Salvini, conquisterà il cuore degli italiani e dell’Europa?

Il presidente Trump sa che il “brand” mondiale di Francesco è molto forte e oggi ha chiamato il Papa per esprimergli vicinanza per l’incendio che ha aggredito la cattedrale di Parigi, “la Signora”, una signora che ha resistito al fuoco, la “Notre Dame”, cuore simbolico dell’Europa cristiana, ben più che la Basilica di San Pietro

festival del volontariato a Lucca

POVERTÀ, IMMIGRAZIONE E WELFARE
A LUCCA

Festival del Volontariato: povertà, immigrazione e welfare a Lucca

dal 10 al 12 maggio torna l’evento dedicato alla solidarietà che si terrà in piazza Napoleone con tanti ospiti
Sarà una lezione su volontariato e legalità di don Giacomo Panizza, fondatore e presidente della Comunità Progetto Sud ad aprire a Lucca il 10 maggio il Festival del Volontariato, organizzato dal Centro Nazionale per il Volontariato (Cnv) e dalla Fondazione Volontariato e Partecipazione (Fvp). Tanti i temi sotto la lente del programma culturale i cui convegni saranno ospitati – nella tre giorni dell’evento da venerdì 10 a domenica 12 maggio – da una tensostruttura attrezzata che verrà montata nella centrale Piazza Napoleone.
“Il Festival del Volontariato lancerà un messaggio di speranza – spiega il presidente del Cnv Pier Giorgio Licheri -. Alzeremo il velo sul Paese che ‘ricuce’, che rimette insieme ciò che è ai margini, o rischia di finirci, in un’ottica inclusiva. C’è un filo comune che lega tutti i convegni e le attività di animazione che dipingeranno ancora una volta Lucca dei colori del volontariato: lo sguardo fedele ai valori costitutivi del volontariato che sa interpretare i nuovi bisogni e dare risposte innovative, svolgendo il suo ruolo scomodo nei confronti della politica e del pubblico”. 

Fra i primi nomi di esperti e testimoni che hanno assicurato la loro presenza all’evento ci sono la sociologa Chiara Saraceno, la quale, insieme al responsabile d’area nazionale di Caritas Francesco Marsico e alla statistica sociale Linda Laura Sabbadini, darà un quadro aggiornato sulle risposte alle povertà; sul ruolo insostituibile del terzo settore per costruire comunità parleranno il direttore di Aiccon Paolo Venturi, il presidente di Assifero Felice Scalvini insieme al Direttore del Terzo Settore del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Alessandro Lombardi che porterà nel dibattito anche le più recenti evoluzioni della riforma del terzo settore. Sempre nel corso della prima giornata si parlerà di migrazioni e dei faticosi percorsi di inclusione. Sabato 11 maggio focus sui temi della protezione civile e della comunicazione del rischio, le politiche per la disabilità, il volontariato penitenziario e i giovani, con le esperienze del Corpo Europeo di Solidarietà e del Servizio Civile Universale.

 

come Dio risponde alle nostre domande

le risposte di Dio

da Altranarrazione

Se vuoi conoscere il giudizio di Dio sulla proprietà privata, sull’accumulazione economica, sulla questione ambientale, sulla testimonianza a cui è chiamata la Chiesa: leggi gli scritti e segui l’esempio di Francesco e Chiara d’Assisi.

Se vuoi sottrarti alle deformazioni su Dio operate dai falsi profeti, conoscere la sua Misericordia e capire come agisce la sua Grazia sulle nostre fragilità: leggi gli scritti e segui l’esempio di Teresa di Gesù Bambino.

Se vuoi scoprire la presenza di Dio nella tua anima, imparare a costruire un luogo riservato al dialogo vitale con Lui, comprendere che la vocazione alla contemplazione non è riservata a pochi eletti: leggi gli scritti e segui l’esempio di Elisabetta della Trinità.

Se vuoi sapere perché Dio ha scelto i poveri e la compassione come luogo teologico: leggi gli scritti e segui l’esempio di Oscar Arnulfo Romero.

Se vuoi scrutare il pensiero di Dio sui comportamenti che la Chiesa deve tenere nei confronti della mafia, della camorra e di tutte le organizzazioni criminali: leggi gli scritti e segui l’esempio di don Pino Puglisi e don Peppe Diana.

Se vuoi apprendere la posizione di Dio nei confronti dei regimi: leggi gli scritti e segui l’esempio di don Pietro Pappagallo e don Giuseppe Morosini.

Se vuoi approfondire le questioni legate all’obbedienza alle gerarchie, all’impegno sociale, ai criteri per decidere da quale parte stare: leggi gli scritti e segui l’esempio di don Lorenzo Milani.

il vangelo letto cogli occhi dei poveri – intervista a frei Betto


leggere il vangelo a partire dai poveri
un dialogo con frei Betto
“Per tre giorni appeso al ‘pau-do-arara’ o seduto sulla ‘sedia dei drago’, fatta di placche metalliche e fili, ricevette scosse elettriche alla testa, ai tendini dei piedi e alle orecchie. Gli dettero legnate sulla schiena, sul petto e sulle gambe, gonfiarono le sue mani con staffilate, lo vestirono di paramenti e gli fecero aprire la bocca ‘per ricevere l’ostia consacrata’: scariche elettriche sulla bocca”.
A subire queste brutalità erano giovani religiosi domenicani arrestati nel 1969 in Brasile con l’accusa di essere al fianco delle forze comuniste. Uno di loro, frei Tito, non riuscì a reggere la prova e, una volta liberato, qualche anno più tardi, si impiccò su un albero nel convento di Lione.
Ricordo ancora la splendida poesia di padre Turoldo:
“Che Dio ci perdoni ci perdoni di esistere / ci perdoni di dirci cristiani / ci perdoni questi anni / santi Frei Tito / ancora pendente all’albero / (della vita nel nuovo giardino!) / davanti al convento di Lione”.
Insieme a frei Tito in carcere a subire torture c’era anche frei Betto. Il quale due anni dopo pubblicò un libro doloroso e magnifico dal titolo “Dai sotterranei della storia” dove ripercorreva quella brutale vicenda. Frei Betto, autore di numerose pubblicazioni, viene spesso in Italia a tenere incontri e conferenze.
Frei Betto, qual è il senso, oggi, della teologia della liberazione?
È credere, nonostante tutto, nel Dio della vita. Teologia della liberazione significa coniugare la visione della fede con l’anelito alla liberazione. Penso che ogni cristiano che viva il mistero della fede con gioia, con senso di liberazione, che vive l’amore, l’impegno per la lotta per la giustizia, pratichi la teologia della liberazione.
Una volta un vescovo mi chiese: “Ma perché cercare un’altra teologia quando c’è già la teologia della Chiesa di Roma?” Gli risposi: “Nel Vangelo ci sono quattro teologie diverse, quella di Matteo, di Giovanni, di Luca e di Marco. E se ci sono già queste quattro visioni diverse di Gesù, queste quattro diverse visioni della Chiesa, perché stupirsi proprio della teologia della liberazione?”. Gesù, a differenza di quanto crediamo, ha attraversato molti conflitti. Dalla nascita alla morte in croce. Ha spesso conflitto con quanti si consideravano molto religiosi: i farisei, i sadducei, i dottori della legge. Questi accettavano la Torah, proprio come Gesù. Ma la differenza stava nell’ottica.
Nessun testo è evidente per se stesso. Testo, contesto, pretesto: sono i principi della teoria letteraria e dell’ermeneutica. Voi italiani comprendete meglio di me la poesia di Dante perché vivete nel contesto in cui il testo è stato prodotto. Però noi capiamo meglio l’opera di Jorge Amado perché abitiamo nel contesto in cui lui ha scritto. La teologia della liberazione è una lettura della bibbia partendo da un contesto di oppressione. Il principio base è semplice. Crediamo che sia compito della Chiesa fare quello che Gesù ha detto: difendere e promuovere il maggiore dono di Dio, la vita.
In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Oppure, come sta scritto nella prima pagina della Bibbia, ha creato il mondo in modo che fosse un giardino, un meraviglioso giardino con uccelli, fiori, acqua cristallina? La teologia della liberazione, non è una teoria, non è un qualcosa nato nelle biblioteche, alle scrivanie, nelle accademie, nelle università religiose… No! È la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione.
Cosa vuol dire rileggere la Bibbia da questo punto di vista?
Ti faccio un esempio. Se noi analizziamo i quattro Vangeli ci rendiamo conto che le domande che vengono rivolte a Gesù sono essenzialmente due. La prima è: “Signore cosa devo fare per guadagnare la vita eterna?” In nessuno dei quattro Vangeli questa domanda esce dalla bocca di un povero; esce sempre dalla bocca di chi ha assicurata la vita terrena e allora vuole sapere come guadagnare anche quella celeste. Ebbene, tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda reagisce con una certa irritazione. È il caso di Zaccheo, o del dottore della legge che ode la parabola del buon samaritano, del ricco che ha finito col far inquietare Gesù, chiamandolo in un modo che gli aveva dato fastidio: chiamandolo maestro.
L’altra domanda è la domanda dei poveri: “Signore, cosa devo fare per avere vita in questa vita?” “Il mio occhio non vede, io voglio vedere; la mia mano è secca, ho bisogno di lavorare; mia figlia è malata e io voglio vederla sana”. I poveri chiedono a Gesù una vita in questa vita. Una vita in abbondanza. A loro Gesù risponde con compassione e amore. Quindi per noi nella Chiesa del Brasile la vita è il dono maggiore di Dio. Una Chiesa indifferente alla fame del popolo, una Chiesa indifferente ai bambini di strada, una Chiesa indifferente a quindici milioni di persone senza terra, una Chiesa indifferente a quanti lavorano ancora oggi in Brasile in uno stato letterale di schiavitù, è una Chiesa che considera il Sabato più importante dell’uomo.
Per fortuna però, una parte molto significativa della Chiesa del Brasile ha cercato, e lo sta facendo ancora, di mettere l’uomo davanti al Sabato; di essere fedele alla vita di questo popolo latinoamericano che ha sofferto per secoli a partire dalla colonizzazione e che oggi continua a soffrire a causa della globo-colonizzazione.
Leggere la Bibbia è un invito al cambiamento e alla speranza…
Proprio cosi. Vivere la fede in America Latina è avere la speranza di superare la miseria e la povertà. La gente incontra nella Bibbia, nella parola di Dio, il proprio alimento per capire meglio se stessi, per capire la lotta che sta vivendo e per trovare soluzioni. Faccio una metafora per spiegare meglio questo concetto. Per molta gente aprire la Bibbia è come aprire una finestra su interessanti fatti del passato. Nelle comunità ecclesiali di base, invece, la gente povera, quando apre la Bibbia, è come se guardasse se stessa in uno specchio, lo fa per riuscire a capirsi meglio, qui e ora.
Lei ha incontrato spesso mons. Helder Camara. Qual è il suo ricordo?
Dom Helder era un esponente della teologia della liberazione quando ancora non esisteva questo termine. Durante la dittatura fu censurato da tutti mezzi di comunicazione brasiliani ma, dato che era molto popolare, i militari avevano paura che potesse essere vittima di un attentato e che la responsabilità cadesse su di loro. Mandarono dunque la polizia federale ad offrire a Dom Helder una scorta di sicurezza. Lui disse di non aver bisogno della protezione della polizia perché diceva che aveva già delle persone che si occupavano di lui e lo proteggevano. Il capo della polizia disse che era proibito avere delle guardie private e voleva sapere i nomi degli i agenti privati perché dovevano essere registrati presso gli elenchi della polizia. Dom Helder rispose: “Può scrivere i loro nomi: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.
In un’altra occasione un operaio venne confuso con un trafficante di droga, fu arrestato in una favela, portato al commissariato e torturato. La moglie di quest’operaio andò bussare alla porta di Dom Helder. Dom Helder andò al commissariato e disse all’ufficiale di polizia: sono venuto qui, signore, perché mio fratello è stato arrestato; e l’ufficiale rispose: ma come signore, suo fratello? Come è possibile, siete così diversi! Nemmeno il nome corrisponde! Sì, siamo fratelli, disse dom Helder, ma solo da parte di Padre.
Gesti che raccontano l’amore passa attraverso scelte…
Come in Gesù del resto. In tutta la sua predicazione, il diritto alla vita, diritto per tutti, è presente in modo continuativo. Per lui più che avere fede è importante avere amore. Gesù non può concepire una fede senza gesti d’amore. Per questo, alcuni teologi dicono che più che importante avere fede in Gesù è avere la fede di Gesù: questa è l’essenza della vita cristiana.
La fede di Gesù era centrata su due dimensioni. La prima era una profonda intimità con Dio. È impressionante il tempo che Gesù, in una giornata, dedicava alla preghiera. Amava stare in intimità con Dio, ritagliarsi lunghi tempi e momenti. L’altra dimensione è il rapporto con il prossimo. Che lo portava a fare scelte precise. Dovremmo ricordarcelo più spesso. I cambiamenti in atto sono profondi e quando cambiano le epoche, cambiano pure i paradigmi. Il paradigma medioevale fu la fede, il paradigma moderno la ragione, che ha prodotto due figlie predilette, la scienza e la tecnologia. Il paradigma della post modernità pare essere il mercato, la mercantilizzazione di tutte le ragioni della vita. Se cosi è, noi dove siamo? Che volto di Dio mostriamo con le nostre scelte?

contro il letteralismo biblico – l’ultimo libro di Spong

L’“eresia dei gentili”: la rivoluzione teologica di John S. Spong

l’“eresia dei gentili”: la rivoluzione teologica di John S. Spong

 da: Adista Notizie n° 8 del 02/03/2019
Se qualche adulto prova ancora piacere a leggere l’Iliade o l’Orlando furioso è perché, sin da ragazzo, queste opere gli sono state presentate come poemi, creazioni di fantasia pregne di significati morali e di insegnamenti esistenziali. La Bibbia – Antico e Nuovo Testamento o, come si preferisce dire per rispetto verso gli Ebrei, Primo e Secondo Testamento – non ha avuto la stessa sorte. Indubbiamente chi l’ha redatta, mettendo per iscritto secolari tradizioni orali, non intendeva fare opera di storia né di scienze naturali, quanto esprimere – attraverso miti, poemi, leggende, fiabe, epopee, omelie – alcune convinzioni di fede del suo popolo. Ma quando la Bibbia è uscita dall’alveo medio-orientale – ed è stata ascoltata, letta, tradotta dai “Gentili”, da Greci e Latini – il registro linguistico originario è stato inesorabilmente frainteso: Adamo, Eva, Abramo, Mosé… non più figure simboliche, ma personaggi storici dalla fisionomia e dalle vicende francamente inverosimili.

Oltre il letteralismo

Da un secolo a oggi la teologia sta cercando di uscire dall’equivoco bimillenario, da un “letteralismo” imbarazzante che costringe i nostri contemporanei mediamente istruiti a una scelta dolorosa: o credere (rinunziando a ciò che le scienze umane e naturali, oltre che la logica, insegnano) o gettare alle ortiche la Bibbia (salvando la propria integrità intellettuale). Certo, de-mitizzare il Primo Testamento è stato relativamente facile; non altrettanto agevole l’operazione per il Secondo Testamento. Il vescovo episcopaliano John Shelby Spong, con notevole coraggio (ha dovuto sopportare non solo reazioni accademiche ed ecclesiastiche, ma perfino aggressioni fisiche), si è impegnato su questa strada, pubblicando – accanto ad altri titoli interessanti –

Letteralismo biblico: eresia dei Gentili. Viaggio in un cristianesimo nuovo per la porta del Vangelo di Matteo,

ed. it. a cura di don Ferdinando Sudati, Massari ed., Bolsena (Vt) 2018 (ed. or. 2016), pp. 398

Spong non nega certo che il germe dei vangeli sia stata un’esperienza storica, solo ne circoscrive attentamente i contorni: nel primo secolo della nostra era alcuni ebrei furono affascinati dalla personalità e dal messaggio di un maestro nomade, Jeshua di Nazareth, e per qualche anno si misero al suo seguito. Le autorità religiose ebraiche lo percepirono però come un pericoloso sovversivo dell’ordine (teologico-morale-politico-sociale) costituito e lo fecero condannare a morte dall’autorità romana occupante la Palestina. I discepoli caddero in un profondo sconforto ma le esperienze mistiche attestate da alcuni di loro li convinsero che il maestro non era precipitato nel nulla della morte, che al contrario era stato accolto e reso immortale dall’abbraccio del Dio vivente. Pochi decenni dopo la crocifissione (51- 64) è Paolo, con le sue lettere, a formulare e diffondere la fede in Gesù; poco dopo è Marco (intorno al 72) che riprende la predicazione paolina e la struttura in un racconto più ampio e articolato: il primo dei quattro vangeli ritenuti, nel IV secolo, gli unici “canonici”. Ancora poco dopo un decennio (intorno all’84) Matteo riprende, a sua volta, il testo di Marco e lo amplifica, arricchendolo di dettagli: secondo quale criterio?

Gesù “costruito” sulle profezie

Spong, sulla scia del biblista Michael Douglas Goulder (1927-2010), sostiene che i capitoli del vangelo secondo Matteo seguono molto fedelmente la scansione della liturgia in vigore nelle sinagoghe. Da ebreo che si rivolge ad ebrei, sa che la sua ricostruzione teologicoliturgica non sarà presa alla lettera, avendo come scopo esplicito non tanto rendicontare storicamente la vita di Gesù (che egli, personalmente, potrebbe non aver neppure conosciuto), quanto attestare la fede della sua comunità. Essa si è infatti convinta che, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme del 70 d. C., la “gloria” di Dio, la “presenza” di Jahvé, risplenda nella persona del Nazareno, visto come il nuovo Mosé. Matteo esprime questa fede costruendo un racconto che ripercorre, tappa dopo tappa, la vicenda di Mosé: bambino salvato dall’eccidio dei neonati ebrei, fuggito in Egitto, rimasto quaranta anni (che diventano giorni) nel deserto, promulgatore sul monte della Legge (che diventa la nuova Legge, il “discorso della montagna”)… La tesi di Spong è di una semplicità disarmante (anche se, alle orecchie dei lettori ingenui, risulta allarmante): non sono le ‘profezie’ veterotestamentarie ad essere puntualmente avveratesi in Gesù, ma è la vicenda di Gesù che è stata costruita letterariamente sulla base delle ‘profezie’ veterotestamentarie.

Se è così, l’autore invita a non cercare in questo vangelo (come in nessun’altra pagina biblica) una veridicità storica, quanto ad accoglierne – se lo si vuole accogliere – il significato intenzionato da Matteo stesso: che in Gesù il messaggio biblico tracima rispetto alle barriere etniche di un popolo autoproclamatosi eletto e si rivolge all’umanità intera. «Andate in tutte le nazioni, dice il Cristo risorto» – e qui non si pensa certo alla rianimazione miracolosa di un cadavere, quanto a una dimensione inedita e incomparabile in cui Gesù, «primogenito di molti fratelli», è entrato dopo la crocifissione. «Andate da coloro che avete definito oltre i confini dell’amore di Dio. Andate da coloro che avete deciso che sono reietti. Andate da coloro che avete giudicato inadeguati. Andate dai non circoncisi, dagli impuri, dai perduti, dai non battezzati e dai diversi. Andate oltre il livello delle vostre esigenze di sicurezza. Andate da coloro che vi minacciano. […]. Proclamate loro la buona notizia dell’amore infinito di Dio, un amore che ci abbraccia tutti. Con il potere di questa esperienza, permettete alle vostre paure di dissolversi; e insieme a quelle paure scomparse, dite addio anche alle vostre insicurezze, ai vostri pregiudizi, ai vostri confini. Nella comunità umana c’è posto per tutti. Imparate a mettere in pratica questa verità. Non ci sono emarginati per l’amore di Dio. Questo è ciò che il grande Mandato significa». Un annunzio che, per essere credibile, deve intrecciare parole e gesti, teorie e opere: le comunità cristiane o diventano segni efficaci dell’amore invisibile del Padre (impegnandosi a dare la vista ai ciechi, il pane agli affamati, la libertà agli oppressi) o non hanno né senso né valore.

Parte superiore del fronte di copertina del libro di John Shelby Spong Letteralismo biblico: eresia dei Gentili. Viaggio in un cristianesimo nuovo per la porta del Vangelo di Matteo (a cura di Ferdinando Sudati), 2018, tratta dal sito di Massari Editore 

purificare dal maschilismo la relazione con Dio

prospettiva femminile

da Altranarrazione 

È sempre più urgente purificare dal maschilismo la relazione con Dio. Non ci può essere autentica vita spirituale senza uno sguardo al femminile sulla realtà, sul mondo interiore e sui rapporti sociali

«Ad Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Osea 11,3-4)

Dio agisce nelle profondità dell’essere, occorre immergersi più che elaborare. I processi di razionalizzazione, o peggio di banalizzazione, rischiano di produrre solo proiezioni e non incontri. E non basta, nemmeno, immergersi, ma è necessario pure fare spazio, svuotarsi. Infatti non si può accogliere l’altro, con i suoi sentimenti, i suoi punti di vista, le sue esigenze se è già tutto deciso, stabilito, cristallizzato. A dialogare con Dio, poi, è l’anima e solo indirettamente la ragione a cui arrivano dei frammenti che sono spesso difficilmente decifrabili. Dio viene a guarire e a custodire dopo che ci siamo persi e feriti inseguendo il nostro idolo: l’autosufficienza. Nasciamo su iniziativa di altri, non sopravviviamo senza l’iniziativa di altri, ma prevale la vanagloria dell’immagine di (falsa) forza sulla (vera) esigenza di trovare un fondamento esistenziale e di testimoniare la solidarietà riconoscendo un destino comune.

«Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione» (Osea 11,8)

«Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Isaia 49, 15-16)

Siamo davvero i suoi figli, i nostri deliri di egoismo, i nostri rifiuti, le ombre che gli nascondiamo lo toccano nelle viscere. Non è un dolore intellettuale, per sentito dire, ma  è il dolore della madre che  somatizza. Non è il dolore di chi parla o scrive ma è quello che toglie il respiro e ti piega. Una madre che soffre, una vedova che piange il suo amato: è l’immagine di Dio che emerge da questa prospettiva. Qualcuno coinvolto in quello che avviene, molto diverso dal Giudice monocratico con il pollice su, in caso di osservanza del Codice Morale, con il pollice giù, in caso di violazione, come risulta da alcine descrizioni. Un Giudice che valuta corrispondenze tra comportamenti e regole, non una madre che giustifica e abbraccia il figlio anche se colpevole.

«Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?» (Cantico dei Cantici 6,10)

Ecco l’anima che ha incontrato la Grazia, che è stata visitata da Dio. È sola, ma non smarrita. In silenzio e in attesa per non prevaricare. Ecco l’anima che scoprendo la femminilità può incontrare il suo Dio e comprendere qualcosa di più. E, cioè, le cose più belle: quelle solo intuibili, quelle non di pubblico dominio, non classificabili, non manipolabili. Ecco l’anima contemplativa e compassionevole che vive il tempo dell’esilio preparando la cella del cuore per l’appuntamento (1) con il suo Amato e praticando la giustizia nei confronti dei poveri, degli ultimi, dei prediletti di Dio.

(1) «Che lui scavi nella tua anima il suo abisso e tu sia qui sempre presente a lui»

Elisabetta della Trinità

fermiamoci!

presa di coscienza

«Prossimo, nel comandamento biblico centrale dell’amore per il prossimo, non è chi è vicino, ma sono gli altri, gli altri estranei»

J.B. Metz 

da Altranarrazione

Fermiamoci. Smettiamola di collaborare con un’organizzazione economico-sociale che devasta sia l’umanità sia il pianeta. Nulla giustifica l’ingiustizia nemmeno la propria sopravvivenza. Il fine infatti non giustifica i mezzi anche se a scuola ci hanno insegnato il contrario. Ci ritroviamo su un campo di battaglia con la lista dei nemici da abbattere. Ci mettono fretta, non abbiamo il tempo di verificare colpe e responsabilità. Agiamo su sentenze emesse da altri.

Fermiamoci. Smettiamola di invidiare i ricchi e il loro benessere sporco del sangue dei poveri, il vuoto in cui si alienano i personaggi famosi e le deformazioni ontologiche a cui si espongono gli arrampicatori sociali. Non c’è cosa più avvilente di un oppresso che desidera diventare come il suo padrone. La liberazione non consiste nel mettersi al posto dell’oppressore ma nel costruire una convivenza pacifica in cui ogni essere umano possa esprimersi e così realizzarsi. È utopia che attende volontà.

Fermiamoci. Smettiamola di obbedire agli ordini che contrastano con la nostra coscienza. Dobbiamo formarci con spirito di iniziativa, da autodidatti, evitando di abbeverarci ai pozzi avvelenati dal Sistema. Dobbiamo uscire dal pantano del gossip, dall’insulto alla morale rappresentato dal calcio milionario e dedicarci alla preghiera e all’analisi. Abbandoniamo la stampa prezzolata e riflettiamo sulla lettera ai giudici di don Milani e sui discorsi di Calamandrei. Abbandoniamo le trasmissioni-spazzatura e leggiamo le omelie di Oscar Romero e i testi di Ignacio Ellacuría. Perché se non conosciamo le lettere dei condannati a morti della resistenza non conosciamo la libertà e non la meritiamo. Perché se non conosciamo il martirio di Iqbal Masih non conosciamo la dignità e non la meritiamo.

Fermiamoci. Smettiamola di produrre debito, non solo finanziario, ma soprattutto ecologico e umanitario. Saremo ricordati dalle generazioni future per le nostre discariche difficilmente trasportabili in musei (e comunque non molto attraenti per i turisti), per aver sostituito il plancton con la plastica e per aver spostato i campi di concentramento e di sterminio in mare.

800 anni fa l’incontro di Francesco d’Assisi col sultano

San Francesco d'Assisi incontra il Sultano d'Egitto AL-Kamil nell'anno 1219

san Francesco d’Assisi incontra il Sultano d’Egitto AL-Kamil nell’anno 1219

lettera del papa a 800 anni dall’incontro tra san Francesco e il Sultano

Non cedere alla violenza, soprattutto sotto pretesti religiosi, ma promuovere la pace e il dialogo: così il Papa in una Lettera al card. Sandri, suo inviato alle celebrazioni dell’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco d’Assisi e il Sultano

Sergio Centofanti 

 la Lettera (in latino) di Papa Francesco al card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, suo inviato speciale alle celebrazioni dell’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco d’Assisi ed il Sultano Al-Malik Al-Kamel, che si svolgeranno in Egitto dall’1 al 3 marzo.

Francesco, uomo di pace

Il Papa ricorda il Poverello d’Assisi come un “uomo di pace” che esortava i suoi frati a salutare le persone come chiesto da Gesù: “Il Signore ti dia la pace”. San Francesco – scrive il Papa – aveva compreso col cuore che tutte le cose sono state create da un solo Creatore, l’unico che è buono, e che “tutti gli uomini hanno in Lui un Padre comune”. Pertanto, “desiderava portare a tutti gli uomini, con animo lieto e ardente, la notizia”  dell’amore ineffabile del “Dio onnipotente e misericordioso”, che “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,3-4). Per questo motivo, invitava i frati che si sentivano chiamati da Dio ad andare tra i saraceni e gli altri non cristiani, nonostante i pericoli.

Il Poverello d’Assisi davanti al Sultano

Francesco stesso – ricorda il Papa – prendendo con sé un compagno, di nome Illuminato, partì per l’Egitto nel 1219. A Damietta, nei pressi del Cairo, incontrò il Sultano. Davanti alle domande del capo saraceno, “il servo di Dio Francesco, rispose con cuore intrepido che era stato inviato non da uomini, ma da Dio altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità”. E “il Sultano, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri” (San Bonaventura, Legenda Maior, 7-8).

“Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo”

Il Papa esorta il card. Sandri a portare il suo “saluto fraterno” a tutti, cristiani e musulmani. Auspica che nessuno ceda alla tentazione della violenza, soprattutto “sotto qualche pretesto religioso”, ma piuttosto, che si realizzino “progetti di dialogo, di riconciliazione e di cooperazione” che “portino gli uomini alla comunione fraterna”, diffondendo la pace e il bene secondo le parole del profeta Isaia: “Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”. Il Papa conclude la lettera benedicendo quanti parteciperanno a questo “memorabile evento” e “tutti i promotori del dialogo interreligioso e della pace”

La visita negli Emirati 800 anni dopo l’incontro di Damietta

All’inizio di febbraio, il Papa si è recato negli Emirati Arabi Uniti proprio in coincidenza con l’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco e il Sultano e ad Abu Dhabi ha firmato, con il Grande Imam di Al-Azhar Ahamad al-Tayyib, il Documento sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune”.

Durante l’incontro interreligioso al Founder’s Memorial ha affermato: “Con animo riconoscente al Signore, nell’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco di Assisi e il sultano al-Malik al-Kāmil, ho accolto l’opportunità di venire qui come credente assetato di pace, come fratello che cerca la pace con i fratelli. Volere la pace, promuovere la pace, essere strumenti di pace: siamo qui per questo”.

Il cristiano parte armato solo della sua fede e del suo amore

Francesco d’Assisi, a otto secoli di distanza, resta una profezia per tutta l’umanità: nel pieno delle crociate si è recato disarmato, con in mano solo il Vangelo, tra i nemici dei cristiani dell’epoca. Papa Francesco, nella Messa celebrata nello Zayed Sports City di Abu Dhabi il 5 febbraio scorso ha spiegato la beatitudine della mitezza ricordando le istruzioni di San Francesco ai frati che si recavano presso i Saraceni e i non cristiani: «Che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani» (Regola non bollata, XVI)”. Il Papa aveva concluso: “In quel tempo, mentre tanti partivano rivestiti di pesanti armature, San Francesco ricordò che il cristiano parte armato solo della sua fede umile e del suo amore concreto. È importante la mitezza: se vivremo nel mondo al modo di Dio, diventeremo canali della sua presenza; altrimenti, non porteremo frutto”.

padre Cardenal riabilitato da papa Francesco

POETA, RIVOLUZIONARIO E SACERDOTE

Ernesto Cardenal, sacerdote, rivoluzionario e poeta nicaraguense, nel 1984 fu sospeso a divinis da Woityla. Oggi, sul punto di morte, è stato ufficialmente riabilitato da papa Francesco

 meglio tardi che mai

Gianni Beretta

«Meglio tardi che mai» verrebbe da dire sulla riabilitazione come sacerdote del poeta Ernesto Cardenal, ministro della cultura in Nicaragua negli anni ’80 durante tutta la Rivoluzione popolare sandinista. Nel 1984 lui, insieme al fratello Fernando (gesuita, coordinatore della Gioventù sandinista e successivamente ministro dell’Istruzione), padre Miguel D’Escoto (ministro degli esteri) e padre Edgar Parrales (ministro per la famiglia) furono sospesi a «divinis» da Karol Wojtyla; dunque esonerati dallo svolgere i loro compiti sacerdotali.

È rimasta nella stoiria la fotografia del papa polacco che il 4 marzo 1983, appena sceso dall’aereo sulla pista dell’aeroporto Sandino di Managua, salutando uno per uno i membri del governo rivoluzionario (noi de il manifesto eravamo lì a un passo), puntò il dito su Ernesto (l’unico dei quattro preti-ministri ad accoglierlo) che gli si era inginocchiato per baciargli l’anello.

L’allora pontefice ritirò subito la mano umiliandolo e intimandogli: «devi regolarizzare la tua situazione con la Chiesa». Quella visita finì con la clamorosa contestazione a Giovanni Paolo II durante la messa nella gremita piazza 19 de julio; e la sua precipitosa dipartita, rosso di rabbia in volto, dal Nicaragua

.
Uno degli slogan di quel tempo del corso sandinista era: Entre cristianismo y revolución no hay (non cè) contradicción. Mentre in quasi tutta l’America latina era in auge la Teologia della liberazione, avanguardia nell’applicazione del Concilio vaticano II. Che Wojtyla si prodigò letteralmente a sradicare a partire dal suo non casuale primo viaggio dalla sua nomina (nel gennaio 1979) alla III Conferenza episcopale latinoamericana di Puebla, che avrebbe dovuto sancire l’«opzione preferenziale per i poveri». Facendo così un grande favore al presidente Usa Ronald Reagan, nel frattempo impegnato nel promuovere le sette fondamentaliste in tutto il sub continente.
Papa Francesco ha finalmente revocato la sospensione al 94enne padre Ernesto, ricoverato in rianimazione per una grave infezione in un ospedale della capitale nicaraguense. A portargli il messaggio il nunzio Stanislaw Waldemar. Il quale ha espresso l’intenzione di concelebrare una messa insieme a lui. Sempre che, a questo punto, Cardenal riesca a rimettersi. Mentre il vescovo ausiliare di Managua, Silvio Baez, si è precipitato al suo capezzale chiedendogli la sua benedizione «come sacerdote della Chiesa cattolica».

Monsignor Baez, molto legato a papa Francesco, è il prelato che più si è esposto con le sue critiche al regime del presidente Daniel Ortega, ancor prima della rivolta studentesca scoppiata il 18 aprile dello scorso anno, repressa nel sangue dalle forze di sicurezza del fu comandante guerrigliero.

Così come Ernesto Cardenal è stato uno dei primi esponenti del sandinismo a denunciare (fin dagli anni ’90) la piega antidemocratica di Ortega da segretario del Fronte Sandinista prima, e dittatoriale da quando è tornato al governo nel 2007.

Tanto da essere preso di mira da una vera e propria persecuzione politica che gli è valsa un paio d’anni fa una sanzione di 750mila dollari per una inventata controversia sulla proprietà dei terreni dove lo stesso Cardenal aveva fondato negli anni ’70 la sua comunità contemplativa nell’isola di Solentiname del grande lago Nicaragua. Il sistema giudiziario, strettamente controllato da Ortega, era arrivato a congelargli il conto corrente; per poi sospendere il procedimento di fronte alle proteste di intellettuali e letterati dal mondo intero.
Il padre Cardenal è considerato infatti uno dei più grandi poeti latinoamericani. È stato insignito della Legion d’onore francese, del premio latinoamericano Pablo Neruda; fino al Premio regina Sofia di Spagna per la poesia iberoamericana (nel 2012). L’ultimo riconoscimento, il premio Mario Benedetti, lo aveva ottenuto giusto lo scorso anno; e lo dedicò al 15enne nicaraguense Alvaro Conrado, ucciso il 20 aprile scorso da un francotiratore del regime durante una manifestazione di protesta degli studenti. Tra le sue opere più famose: Oración para Marilyn Monroe (ancora del 1965), Quetzalcoatl, Canto Cosmico, La Revolución perdida…; molte di esse tradotte fin in venti lingue.
Nella sua lunga vita il padre Cardenal è stato suo malgrado avvezzo a subire feroci atti di repressione. Già nel 1977 gli sgherri della Guardia somozista distrussero le installazioni della comunità di Solentiname (cappella, scuola, biblioteca, laboratorio di arte primitivista, cooperativa di pescatori e contadini) e assassinò vari dei suoi attivisti. Così come fu clamorosamente boicottato durante la rivoluzione sandinista da ministro della cultura dalla stessa moglie di Daniel Ortega, Rosario Murillo (anch’essa poetessa e oggi vicepresidente nonché factotum del regime) che aspirava a quel posto; e che decise di inventarsi la Associazione dei lavoratori della cultura, in feroce competizione col padre-ministro.
Con la restituzione delle funzioni sacerdotali papa Francesco ha operato in extremis una sorta di risarcimento nei confronti del padre Ernesto che ora «è pronto per andarsene in pace» come ha commentato la scrittrice e anch’essa poetessa nicaraguense Gioconda Belli.
Gesto che il primo pontefice latinoamericano aveva già concesso (su esplicita richiesta) al padre Miguel D’Escoto prima di morire. Mentre Edgar Parrales optò subito per rinunciare allo stato laicale; e Fernando Cardenal scelse invece di rifare il noviziato per rientrare nella Compagnia gesuita a tutti gli effetti. Ancora qualche mese fa il riottoso Cardenal, che mai aveva chiesto la sua riabilitazione, ebbe a dire: «rivendico di essere stato poeta, sacerdote e rivoluzionario

l’ ‘inammissibile “amnesia storica” a proposito dello sterminio di rom e sinti

l’olocausto di rom e sinti

Porrajoms

lo sterminio di cui non si parla

  Sull’olocausto di rom e sinti da parte del regime nazifascista è calata un’inammissibile “amnesia storica”. Ma 500 mila morti non si possono dimenticare

l’appello di Moni Ovadia e del rabbino Ariel Toaff affinché il Giorno della memoria venga dedicato anche alle vittime rom e sinti

500 mila morti praticamente dimenticati. Chi non conoscesse la parola porrajmos, non se ne faccia però una colpa: dell’olocausto dei popoli rom e sinti in Italia si parla ben poco. Ma è una mancanza grave, un’inammissibile “amnesia storica” a cui si deve porre riparo. In lingua romanes porrajmos significa infatti “devastazione” e indica lo sterminio delle minoranze rom e sinte da parte del regime nazifascista. La Shoah dei rom e dei sinti, per dirla in breve.

Una tragedia quasi rimossa, tant’è che quando nel 2000 venne istituito il Giorno della memoria per ricordare gli ebrei vittime della persecuzione, lo sterminio dei rom non venne nemmeno preso in considerazione. Per questo lo scorso ottobre l’artista Moni Ovadia e il rabbino Ariel Toaff hanno rivolto un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: obiettivo, chiedere che la memoria del 27 gennaio venga dedicata anche al porrajmos.

Se tanti sanno infatti che Elvis Presley, Zatlan Ibrahimovic e le famiglie Togni e Orfei appartengono al popolo rom, pochissimi ricordano che dalla metà del dicembre 1942 rom e sinti di tutta Europa furono deportati nei campi di concentramento e sterminati alla pari di ebrei, omosessuali, persone con disabilità e dissidenti politici. «Mio padre, nato a Postumia, a cinque anni fu deportato nel campo di concentramento di Tossicia, in provincia di Teramo», dice Giorgio Bezzecchi, docente di Lingua e cultura romanì all’Università di Pavia e figlio di Goffredo Bezzecchi, sopravvissuto all’internamento.

Parlando a nome del padre Goffredo, 80 anni e provato prima dalle conseguenze dell’internamento sulla psiche e poi dalla malattia, nei giorni scorsi Bezzecchi è intervenuto davanti agli studenti dell’istituto Severi-Correnti di Milano. Con sé aveva la Targa d’Argento del Senato, assegnata al padre lo scorso aprile. «Per la prima volta abbiamo ricevuto un riconoscimento istituzionale per la persecuzione», ha fatto notare Bezzecchi. «In Slovenia avevo una grande famiglia ma oggi non ce l’ho più». I nonni e una zia di Goffredo furono infatti deportati e uccisi ad Auschwitz, il padre fu condotto a Birkenau e altri parenti internati nel campo di Agnone (Isernia). Uno degli zii nacque invece a Tossicia nel 1943 e «lo chiamarono Benito», ricorda amaro Bezzecchi.

In Italia i campi d’internamento disposti per gli “zingari” furono 50, da Vinchiaturo (Campobasso) a Perdasdefogu, in Sardegna, passando per Ferramonti (Cosenza). «Mio padre racconta che non avevano le scarpe. Faceva freddo, avevano ognuno un vestito e c’erano solo due coperte per tutti, anche quando nevicava. Avevano fame e soffriva per la clandestinità: nessuno li voleva e temevano di morire», riprende Bezzecchi. «Mio padre oggi è scosso dal disinteresse per chi muore nel Mediterraneo.  Io stesso sono molto preoccupato: mi spaventa il silenzio della società civile».

Oggi in Italia fra rom, sinti  e camminanti (un gruppo che vive nella Sicilia orientale, ndr) si parla 110-170 mila persone, pari alla popolazione della città di Mantova. «A Milano, dove vivo con la mia famiglia, spesso siamo stati additati come “un problema da sgomberare”… ma siamo 4 mila, di cui 2 mila minorenni, su un milione di residenti: non certo cifre da potersi considerare “un problema”», fa notare Bezzecchi.

Rom e sinti sono la più grande minoranza europea: tra i 10 e i 12 milioni distribuiti fra Italia, Spagna e Germania soprattutto. «Sono tutti cittadini europei. Si tratta di persone per lo più sedentarie, in Italia solo il 3 % dei rom, i circensi, pratica il nomadismo », spiega Carlo Scovino di Amnesty International. «Eppure è da più di 500 anni che queste persone subiscono forme più o meno esplicite di discriminazione, dal pregiudizio allo sterminio, passando per le classi speciali nella scuola pubblica e la richiesta di schedatura come negli anni Quaranta e nel 2008».

L’antiziganismo ha origini antichissime, che in Italia risalgono al 15° secolo. «La parola zingari viene dal greco atziganoi, che significa “persone senza Dio”. Arrivarono in Europa dall’India e dal Bangladesh nel 1300, subito indicati come un gruppo diverso, pericoloso e quindi da allontanare», spiega Ulderico Daniele, antropologo e docente all’Università degli Studi di Roma Tre. Fra gli stereotipi duri a morire, gli zingari ruberebbero i bambini e sarebbero, di default, ladri. «A dir la verità fino al 1973 è stata la civilissima Svizzera a strappare i “figli del vento” alle famiglie per rieducarli in istituto. E per quanto riguarda la delinquenza, i disonesti ci sono in tutte le popolazioni», chiude Scovino: «Non si tratta di beatificare i rom, ma oggi sembra che davanti alla legge cada il principio dell’uguaglianza».