la crisi della società italiana e il ruolo della chiesa secondo Cacciari

 

 a un’Europa vecchia e sterile serve il fertilizzante della chiesa

intervista a Massimo Cacciari
di Andrea Monda

 

Il cambiamento d’epoca di cui parla Papa Francesco è tale che ha colto impreparato l’Occidente.

 

Da qui parte la riflessione di Massimo Cacciari che riprende la suggestione di Giuseppe De Rita sulle due autorità, civile e spirituale, e si concentra sulla prima, quella «che fa acqua un po’ da tutte le parti». Lo abbiamo incontrato in un caldo pomeriggio di luglio, è arrivato a piedi e se n’è andato a piedi, una sorta di Giovanni Battista inquieto e sempre pronto ad accendersi di una santa ira che non risparmia nessuno.
Qual è l’elemento più preoccupante della crisi attuale?
Il problema è che la parte laica, civile, è proprio quella che fa acqua, per una complessa serie di cause. Le grandi culture che hanno formato l’Europa del dopoguerra e che hanno dato consistenza alla politica italiana si sono mostrate inapte a comprendere e a dar forma alla nuova età. Sono cose che succedono nella storia, quando un mondo finisce. Il mondo del dopoguerra si è chiuso con la caduta del muro, con la fine dell’impero socialista, con le trasformazioni globali negli equilibri economici e politici, la nascita della nuova Cina e il decollo indiano. Siamo di fronte a una nuova età, come quella che segna la fine delle polis greche, come quella che segna la fine dell’età dell’impero romano. Barbari che compaiono, gente di cui non capisci la lingua, e le grandi famiglie culturali e politiche europee, che sono sostanzialmente quella socialdemocratica, quella cristiano-popolare e quella liberale, non comprendono la situazione, rimangono abbarbicate inerzialmente a determinati valori e giudizi, che sono diventati pregiudizi, dato il mutare della situazione. Questo vale in particolare per le culture liberali e socialdemocratiche: i primi diventano dei puri conservatori, mentre la socialdemocrazia rimane aggrappata a un modello di stato sociale e di idea di uguaglianza che non può più reggere rispetto ai fenomeni di globalizzazione. È tutto da reimpostare, da rivedere, in particolare in Italia, dove accanto a questa trasformazione globale c’è anche la catastrofe specifica che passa sotto il nome di tangentopoli, che invece è il crollo anche di tenuta etica e morale dei partiti del patto antifascista.
Qui De Rita direbbe che la mia lettura è tutta politicistica (io credo cultural-politicistica): secondo me non sono mai le trasformazioni semplicemente economiche che possano motivare quello che è successo in questo paese e in Europa. Accade dunque che le componenti fondamentali che hanno dato vita all’Unione europea entrano in un cono d’ombra totalmente subalterno ai modelli neoliberisti; anche l’euro nasce in questo clima: il mercato, la libera concorrenza… non c’è più il pilastro della solidarietà, della sussidiarietà, punti fondamentali per la cultura di uno Sturzo, di un De Gasperi. Tutti questi pilastri vengono meno. Rimane l’affannosa rincorsa a quelle che si presume essere le nuove forme di potere. E quando con la crisi vengono meno le possibilità di promettere ancora ulteriormente «magnifiche sorti e progressive», queste forze si spappolano.
Lo scenario che sta illustrando non è dei migliori…
Lo so, ma nel mio discorso non c’è niente di nostalgico. Il problema non è il venir meno di determinati valori, ma il fatto che questa Europa è vecchia, forse decrepita, e non si può chiedere a un vecchio di non aver paura, di essere audace. La domanda allora è: c’è la stoffa per ritessere un discorso politico, per riformare una élite politica in Italia, in Europa? Perché questi nazionalismi, i sovranismi sono nient’altro che l’effetto del disgregarsi di queste precedenti culture, che non sono state al passo con la trasformazione. Sono il segno che l’Europa è vecchia, che non produce più, che è un terreno sterile; bisogna quindi trovare nuovi fertilizzanti. E penso, da non credente (ma è da qui che nasce la mia attenzione al mondo cattolico) che forse il fertilizzante può venire proprio dalla Chiesa: discutendo, dialogando, dibattendo, polemizzando… È il mondo cattolico che può essere il segno di contraddizione, che può rimettere in movimento qualcosa. Se non da lì, da dove può venire? Certo, frange socialdemocratiche possono anche tentare un discorso sui temi economici, sui temi sociali… ma è da lì che può venire la spinta maggiore.
Eppure oggi quel mondo cattolico sembra silente o, il che forse è peggio, diviso al suo interno…
Ha ragione. Un esempio molto banale, visto da fuori. Io ero convintissimo che l’agitazione del crocifisso, del rosario in un comizio sarebbe costata cara in termini di consenso. Pensavo che era impossibile che passasse inosservata la blasfemia di gesti simili e invece mi dicono i miei amici sondaggisti e analisti che il gesto ha fatto guadagnare consenso, proprio dal mondo cattolico. Qui c’è un problema colossale e mi riferisco al problema educativo, alla formazione della classe dirigente, un ambito che oggi appare sterile. Gli intellettuali non esercitano più alcuna influenza. Le università hanno sempre esercitato in Europa un’egemonia culturale, ma tutto questo oggi sembra finito. E si fa fatica a pensare un’Europa senza cristianità.
Secondo l’espressione del Papa, non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca, che però ha trovato tutti impreparati.
Il modello è proprio quello del libro di Karl Polanyi, La grande trasformazione. Dove la trasformazione economica diventa trasformazione della testa della gente. Dobbiamo diventare consapevoli che abbiamo a che fare con un uomo diverso; il mutamento è culturale e antropologico, basta vedere i giovani, i ragazzi. Questo mutamento ha colto impreparate le culture che sono uscite dalla grande prova della guerra, che hanno avviato l’Unione europea e che hanno fatto le costituzioni, quelle costituzioni che avevano quel carattere tipicamente democratico, progressivo, come ad esempio la costituzione italiana. Il fatto è che sull’Europa ci sono stati e permangono molti equivoci. Ad esempio si cita il modello di Spinelli ma ho la sensazione che i tanti che lo citano non l’hanno mai letto. Quello era un modello totalmente neo-illuministico e sostanzialmente autoritario per cui è l’élite che fa l’Europa in barba alle diverse sovranità nazionali. Quindi quando parliamo di identità nazionale di cosa parliamo? Una identità liberale? Cosmopolita? Illuminista? Per come si sono sviluppate le vicende dell’Europa è evidente che si è perduto di vista l’elemento della sussidiarietà, che era fondamentale nel modello federalista autentico. In quel modello con la creazione dell’unione europea politica si superava, ma al tempo stesso si difendeva, l’identità nazionale, la si garantiva, dando peso politico al singolo stato membro, in un’unione che faceva la forza di ognuno. Non si è riuscito a spiegarlo, a comunicarlo in nessun modo. E ora è facile comunicare il messaggio opposto: Italy first e così via. Non si è riuscito a comunicarlo perché si è trasmessa sempre e costantemente l’impressione che l’obiettivo fosse il mero superamento dell’identità nazionale all’interno di un modello illuministico. Così come non si è compreso che la battaglia sull’Europa è decisiva per la cristianità. Si può certo dire “l’Europa vada come va, tanto noi, la Chiesa, siamo il mondo”. È giusto da una parte, dall’altra è sempre vero che urbs et orbis, la città e il mondo, come a dire che non può esserci un mondo senza centro, e qual è il centro? Washington? Pechino? Buenos Aires? Roma? Gerusalemme? Certo, il Mediterraneo, il centro è quello. Non si è ancora capito in nessun modo che il centro, bene o male, continua a essere questo. E invece assistiamo in Europa all’assenza e al fallimento totale di politiche mediterranee, perché non si ha questa visione storica, e agli errori tattico-politici che dipendono dall’incomprensione della dimensione di lungo periodo. Il Mediterraneo non era cruciale soltanto per evitare che diventasse il fossato, il muro che è diventato, ma lo era in quanto è esso stesso l’Europa che si gioca lì, in quelle acque che uniscono Atene e Gerusalemme con la prima e la seconda Roma.
La crisi assume i contorni di una mutazione antropologica. Penso all’impatto delle tecnologie, al grande innalzamento dell’età della vita e penso all’elemento che oggi sembra giocare un ruolo fondamentale anche a livello politico, quasi elettorale: la paura, che si trasforma in rancore.
Ritengo che la paura sia strettamente collegata all’invecchiamento. Organismi vecchi difficilmente affrontano le sfide con coraggio. Un organismo vecchio tende a difendersi, quando l’ambiente muta si chiude, questa è fisica. Questi fenomeni che avvertiamo ovunque in Europa derivano, secondo me, sostanzialmente da questo. Come nei secoli dell’Impero romano, mutatis mutandi, l’Europa ha bisogno di accogliere. Ma bisognava farlo per tempo. Perché era evidente che l’Europa avesse bisogno di sangue nuovo, e anche di intelligenza nuova, e che dovesse quindi affrontare questo meticciamento, come dice il cardinale Scola che lo aveva capito perfettamente e predicato in modo incessante. Ricordo quando era Patriarca a Venezia: non c’era manifestazione religiosa dove lui non ricordasse questo aspetto del meticciato. Per tempo era necessario che l’integrazione avvenisse attraverso politiche di cittadinanza, politiche economiche rivolte anche ai paesi da cui veniva questa gente, stringendo accordi commerciali, culturali, scambi con più paesi. Avremmo dovuto fare noi europei quello che in termini neocoloniali assoluti sta facendo la Cina. Questo è compito degli europei, come si fa a non capire? È lo stesso discorso del Mediterraneo di cui sopra: l’Europa è Euro-Africa. Qual è il tuo destino, Europa? A chi devi guardare se non ai due miliardi e mezzo che saranno tra un po’ gli africani, a chi altri devi guardare?
Se svolto per tempo e organizzato bene, quel lavoro politico di integrazione avrebbe dato vita a quel positivo meticciamento di cui parlava Scola. È certo che se non lo organizzi in alcun modo e improvvisamente, in base alla spinta delle guerre, dei cambiamenti climatici, della miseria, cominciano a precipitarti addosso enormi masse di rifugiati, esuli, poveretti, è chiaro che quei vecchi di cui sopra, soprattutto durante una crisi economica, diventano inevitabilmente la più facile preda di una propaganda di destra classica.
Hitler, che non c’entra niente con questo discorso, nel 1929, prima della crisi, prende il solo 2,8 per cento dei voti, e Stresemann e Briand, pochi giorni prima del crollo di Wall Street, s’incontrano, dicono ogni problema tra loro è risolto, che si metteranno d’accordo su tutto, fratelli per sempre, e che insieme Germania e Francia lavoreranno da domani per dar vita all’unione europea. Sei mesi dopo c’è la crisi e tre anni dopo c’è l’avvento di Hitler. Crisi non gestite, trasformazioni epocali non governate, possono produrre di tutto, come abbiamo visto quando sono crollati gli stati socialisti e c’è stata la guerra in Bosnia. Questa è la grande responsabilità che devono capire gli eredi di quelle culture, devono capirla, mettersi insieme e dire: cosa facciamo insieme?
Parliamo degli eredi di quella cultura che è quella cattolica, che lei, da laico, non credente, definisce un potenziale fertilizzante di una società vecchia.
La Chiesa è fondamentale, la forma politica della Chiesa ha dimostrato di essere quella forse più valida per affrontare problemi di questo genere. Però la domanda che io mi pongo sempre di più è: si capisce che la battaglia decisiva è qui in Europa?
Sono stato io a suggerire a monsignor Ravasi il motto episcopale quando fu ordinato: Praedica Verbum. Proprio come dovevano fare i professori di religione nelle scuole: evidenziare senza chiacchiere, senza spiegazioni. Semplicemente praedica Verbum, che però si rivela un segno di contraddizione, perché non sarai mai capace di seguire quel Verbo. Però — è questo è il punto — vedi che distanza c’è rispetto alla realtà. Misura la distanza, inquieta l’intelligenza dei tuoi interlocutori facendoli riflettere su questa distanza, senza tante chiacchiere, senza voler fare il maestro di nessuno. Questa parola indubitabilmente ha formato da due millenni l’Europa. Predicare il Verbo può avere, secondo me, effetti politici enormi ancora oggi come li ha avuti in passato.
Che cosa sono i movimenti di riforma se non tornare a quel breviloquio? Quel Verbo ha formato la testa della gente, proprio in momenti di crisi. Si tratta allora pascalianamente di scommettere di nuovo su questa forza.
E i laici? Qual è il loro ruolo?
I laici devono riprendere un grande discorso di riforma dell’Unione, delle sue istituzioni con coraggio, con radicalità. Sono trent’anni che si insegue invece la moderazione, ma come vuoi risolvere moderatamente una situazione di grande trasformazione? Puoi essere benissimo un moderato, se si tratta di barcamenarsi, ma se affronti una tempesta devi abbandonare la moderazione. La Tempesta di Shakespeare si apre appunto con una tempesta per cui tutti i personaggi sono come annichiliti, ci sono pure i re, ma non contano niente adesso, il re non serve ora, ci vuole invece il nocchiere, ci vuole uno che governi nella tempesta: tu caro re non sei più sulla terraferma come prima. Questa è la sfida per i laici che devono provarsi per capire se sono in grado di governare nella tempesta. Allora potrebbero combinarsi, accordarsi con la dimensione spirituale. Se c’è una grande forza spirituale questo ha effetti civili, politici, sociali, ma ci vuole radicalità, in entrambi i campi, nel capire che qui in Europa si gioca una battaglia forse decisiva per la stessa cristianità.
Sul versante cattolico: da una parte c’è questo predicare il Verbo, anche in maniera molto essenziale, di Papa Francesco, dall’altra c’è quel dato preoccupante che lei prima citava, c’è qualcuno che sventola i simboli religiosi e accresce il suo consenso, magari incitando la folla a fischiare contro il Papa. Uno scollamento a dir poco inquietante.
Secondo me in questo momento difficile d’invecchiamento europeo, di crisi delle culture politiche di cui ho parlato, è stata coinvolta anche l’immagine della Chiesa, ridotta all’interno di un discorso di astratto cosmopolitismo: la Chiesa che s’interessa del mondo, s’interessa dei migranti, il Papa che va a Lampedusa… è stata data una lettura superficiale, complice anche il modo in cui il Papa è stato letto da laici e non credenti, in una chiave alla partito d’azione, alla Spinelli… Si è data questa immagine: un cosmopolitismo degli intellettuali.
Il che contrasta frontalmente con la realtà, se pensiamo, ad esempio, alla predicazione di Francesco che è il massimo della concretezza, della prossimità.
Sì, ma c’è stata questa lettura. E bisogna fare attenzione, perché appunto uno furbo come Salvini ha capito questo e si è inserito in questa situazione cercando in modo sottile di spaccare, mettendo i Papi uno contro l’altro, venerando per esempio la figura di Giovanni Paolo II, il Papa dell’identità cristiana, della lotta al comunismo….
L’identità è una parola che adesso è rispuntata fuori prepotentemente.
Questa è un’altra battaglia culturale formidabile da fare. Perché l’identità cristiana è l’identità che acquisisci facendoti prossimo, non esiste un’identità a sé. L’identità è pros eteron, per l’altro, la tua identità diviene nella misura in cui ti fai altro, diviene nella misura in cui ti approssimi, ti fai prossimo all’altro. Questo è fondamentale, non si tratta di un’identità astratta. Un’identità “suolo e sangue” semmai è quella del polites greco, l’identità cristiana non ha niente a che vedere con questo. Questa è una battaglia culturale grande, complessa e urgente. Potrebbe aiutare il recupero di un’etica classica di un certo tipo per questa battaglia da condurre insieme laici e cattolici. Sfida difficilissima in una condizione in cui l’Europa è in una situazione di estrema debolezza economica e demografica. Ci vorrebbe davvero una grande iniziativa, credibile sul piano delle riforme da attuare, delle riforme da svolgere, sul piano anche del ceto politico, della classe dirigente che la porta avanti, perché anche quello ha la sua importanza. L’autorevolezza del ceto politico è un elemento importante nell’azione politica e invece oggi è ai minimi storici.
Il suo libro su Maria, «Generare Dio», mi è venuto in mente perché prima parlava dell’Europa decrepita, che ha bisogno di un fertilizzante, che è in crisi di generatività.
In crisi come tutto l’Occidente che ha avuto il suo grande boom dalla metà del Settecento alla prima guerra mondiale, un grande boom demografico, e poi questo boom demografico si è spostato in Asia e Africa. Dipende da vari fattori, ma certo è un segno caratteristico del declino di un paese, di una stirpe. In questo contesto il tema di Maria è importantissimo, se s’intende in questa chiave. C’è stato un modo del tutto sbagliato con cui si sono affrontati in questi anni temi di questo genere come famiglia e procreazione. Con una posizione da parte della Chiesa non di attacco, ma di difesa. Errore devastante. Penso al tema della dignità della donna: io nel libro dico che quando la donna genera, genera Dio. E invece si è scelta la linea della difesa su vecchie frontiere riguardanti i diritti della donna, il diritto di famiglia… Il risultato è che oggi in regioni cattoliche come il Veneto nessuno più segue quello che gli dice Santa Romana Chiesa. Una forza politica può dare un’immagine di sé conservatrice, ma se la dà la Chiesa è spacciata. Alla riforma devi rispondere con la tua riforma, alla crisi rispondi con i santi, rispondi con San Francesco, con Sant’Ignazio, non puoi rispondere difendendo etiche e basta. L’idea di Maria per me è fondamentale, è l’idea di una donna che consapevolmente, liberamente, accoglie, malgrado il dubbio, malgrado il dolore, malgrado la sofferenza, accoglie e segue fino alla Croce.
Ritorno sul tema del rancore, da dove nasce questo risentimento?
Ci sono dei vizi nella nostra natura. Il realismo cristiano ce lo dice, chiamalo peccato originale, chiamalo come vuoi, ma la nostra natura è prigioniera. Ed ecco allora gli animali danteschi, i vizi capitali che oggi vengono esaltati in un sistema individualistico, penso all’invidia, all’avarizia. L’invidia è l’opposto della prossimità. Il cristiano dice di farsi prossimo, l’individualismo dice “io invidio”, sono due posizioni inconciliabili, drammaticamente contrapposte. L’avarizia, pleonexia dicevano i classici, è volere avere di più, tenere il mio e avere di più. Il risentimento allora può diventare odio, perché se io ho e voglio avere di più, se comincio ad avere di meno, c’è l’invidia, e l’invidia può diventare odio. Una dinamica opposta alla dinamica che i cristiani indicano nel termine caritas e che Aristotele diceva giustizia, dikaiosyne: il giusto non è soltanto colui che dà a ciascuno il suo, ma che vuole il bene dell’altro. Quindi già per Aristotele la giustizia è un atteggiamento per l’altro, pros eteron. Sono temi che poi la Chiesa eticamente recupera: San Tommaso quando parla di etica recupera questi elementi propri, che poi, nell’itinerario in Deum, vengono tutti valorizzati ancora di più, esaltati ancora di più e trasposti su un piano ancora più alto. Ora di nuovo siamo lì, siamo forse nella fase estrema del sistema individualistico. Sono venuti meno quegli organismi, quelle organizzazioni, quelle forme che metabolizzavano queste dinamiche proprie dell’individualismo. I partiti politici facevano una cosa di questo genere, le assumevano e le trasformavano, le metabolizzavano, le accordavano, e facevano venire fuori una specie di sintesi, ognuno per la sua parte sociale. La crisi dei partiti politici ha provocato anche questo. Nessuno dei partiti, anche l’unico che c’è che è la Lega, compie più questo lavoro, assolutamente. Mette insieme, fa un mucchio di tutte le istanze degli individui e le mette lì ma senza mediazione, senza sintesi. L’attuale governo è esemplare da questo punto di vista: ce n’è per tutti, meno tasse per chi vuole meno tasse, il reddito di cittadinanza per chi vuole il reddito di cittadinanza…
I partiti politici come i corpi intermedi sono entrati in crisi, anche perché, bisogna riconoscerlo, si sono “dimissionati”. Se i corpi intermedi per anni e anni sono andati avanti facendo clienti, non possono più avere credibilità.
La tecnologia come contribuisce a questo cambiamento d’epoca?
È chiaro che è fondamentale. Di per sé non è niente di nuovo, perché dalla rivoluzione industriale e ancora prima, scienza e tecnica sono elementi strettamente connessi. Ma ci sono grandi trasformazioni con dei veri “salti”, come quello dell’Ottocento. E così oggi assistiamo a un grande salto tecnologico, che però oggi può intervenire nella vita, nel determinarne le forme. La vita, questo è il punto. Secondo me, il tratto più spaventoso, più tremendo, più terribile proprio nel senso greco di meraviglioso e tremendo, cioè stupefacente, è che questo individuo è tutto fuorché l’individuo nascosto, è tutto esposto, tutto sulla scena, tutto a disposizione, tutto calcolabile; non è il singolo, è esattamente l’opposto del “singolo” di Kierkegaard. No, questo è proprio l’individuo, è un numero, ma sul palco, sulla scena. Esposto. È l’oscenità di quest’epoca, e sarà sempre peggio; con i big data che ci possono essere adesso tu individuo sei perfettamente quello che risulti in base a quello che acquisti: i libri che acquisti, i vestiti che acquisti, le telefonate che fai, i treni che prendi, quante volte usi il bancomat. Tutto questo è totalmente schedato, il data è la combinazione di tutte queste informazioni dalle quali viene fuori come risultato chi sei tu. E un domani potrebbe accadere benissimo che tu vai a chiedere lavoro a qualcuno: “il nome scusi? Vediamo, ah lei è questo”. Vede dove siamo arrivati? A una inquietante forma di uguaglianza, ciò che alcuni teorici della democrazia temevano, che l’uguaglianza potesse portare a questo, non a caso ci avevano aggiunto la fratellanza.
Che però è stata la grande dimenticata, a favore di libertà e uguaglianza.
Anche perché, come ricordava un vero grande sociologo e filosofo come Georg Simmel, libertà e uguaglianza per conto loro sono in assoluto opposizione e contrasto, sono la contraddizione logica, perché se sono libero non sono uguale a te. Quindi libertà e uguaglianza di per sé fanno l’individuo, ognuno libero contro l’altro. E dunque ci vuole la fratellanza. Come si produce questa fratellanza, questa amicizia? Come si produce? Chi la produce? E allora, di nuovo, organismi, corpi intermedi, partiti, sindacati, da “sin-ducere”, mettere insieme. Ci abbiamo provato in passato e in parte ci siamo riusciti. Ma ora se tutto questo si spappola non c’è niente da fare, ci sono i big data, c’è chi ne dispone, e a sua disposizione sono anche gli individui.

poi vennero a prendere anche noi … l’importanza di saper leggere i segni dei tempi

poi vennero a prendere anche noi

Prima di tutto vennero a dirci di lasciare affogare in mare i migranti e i disgraziati, così avremmo “combattuto i trafficanti di uomini”, e lasciammo fare, perché avevamo paura che ci togliessero il lavoro e costasse troppo mantenerli qui. A quelli di noi che insistevano con le “ideologie umanitarie” o ascoltavano quel pericoloso sovversivo comunista, il papa cattolico, ripetevano bruscamente: “E tu quanti ne ospiti a casa tua?”. E quelli, invece di rispondere “e tu quanti ne rimpatri coi tuoi soldi?”, tacevano, spaventati solo all’idea.

Poi vennero a dirci che “non esistevano più la destra e la sinistra”, e potevamo rilassarci, che il popolo lo avrebbero tutelato loro, quelli da sempre di destra alleati con quelli che obbedivano solo alla piattaforma privata d’un privato signore ispirato da un privato blog. E fummo contenti, perché mica lo capivamo bene, quali erano la destra e la sinistra, e sarebbe costata fatica, farlo davvero.

Poi vennero a dirci che il fascismo era morto e sepolto, e se c’erano gruppi che si radunavano nei cimiteri alzando il braccio, occupavano stabili, inneggiavano pubblicamente a dittatori criminali, picchiavano i giornalisti non c’era da preoccuparsi, ed eravamo esagerati, e noi tirammo un sospiro di sollievo, perché in realtà dei fascisti avevamo paura ed era più comodo pensare che no, non esistevano.

Poi schedarono gli scienziati, almeno quelli che non si erano dimessi dagli organismi pubblici, e non ci dispiacque, perché erano arroganti e boriosi, e ci ricordavano tutti i momenti che non è vero che uno vale uno, se uno è competente e l’altro no, e la scienza non è democratica, perché la curva delle epidemie o l’efficacia d’un farmaco non puoi stabilirli con una votazione online, e questo era duro da ammettere, perché molti di noi non avevano studiato e non avevano voglia di farlo.

Poi vennero a prendere anche noi, e non c’era rimasto nessuno a scrivere su un social #antifascistisempre e #facciamorete per proteggerci tutti assieme

 

 

due ‘dei’ – un solo ‘dio’, quello dei mafiosi e dei leghisti

il ‘dio dei leghisti’ e il ‘dio dei mafiosi’

Premessa necessaria: la mafia e la Lega sono due organizzazioni radicalmente differenti. La mafia è un fenomeno di origine meridionale che si è diffuso al centro e al nord della Penisola; la Lega è un fenomeno di origine settentrionale che si è diffuso al centro e al sud della Penisola. La mafia è un’associazione di criminali che ha come obiettivo di acquisire l’egemonia mediante metodi (almeno potenzialmente) violenti; la Lega è un’associazione di cittadini che ha come obiettivo di acquisire l’egemonia mediante metodi (almeno formalmente) legali. La mafia ha conquistato Roma per inquinarla, corromperla, sfruttarla; la Lega ha conquistato Roma con l’intenzione di liberarla dagli inquinamenti dei corrotti e dallo sfruttamento dei “ladroni” (quanto ci sia riuscita, è ancora presto per dirlo). Negli ultimi anni un numero crescente di politici meridionali si guarda bene dall’ostentare relazioni mafiose nel timore di perdere consensi elettorali; invece, sempre negli ultimi anni, un numero crescente di politici meridionali si affanna ad ostentare relazioni leghiste nella speranza di accrescere i consensi elettorali.

Si potrebbe continuare per intere pagine nell’elencare le differenze fra la mafia e la Lega. Ma non hanno proprio nulla di comune?

Quando, alcuni anni fa, presentai in provincia di Bergamo un mio libro intitolato Il Dio dei mafiosi, interamente dedicato alla strumentalizzazione dell’universo simbolico cattolico da parte delle organizzazioni criminali del Sud, un signore del luogo, intervenendo al dibattito, mi chiese – non so se con candore o con malizia ben celata – se dunque la mafia non avesse insegnato alla Lega come rapportarsi all’elettorato cattolico, radicato nel lombardo-veneto non meno che in Sicilia. L’osservazione mi colpì al punto che volli studiare la questione e la stessa casa editrice milanese (la San Paolo) che aveva ospitato il primo volume pubblicò dopo poco anche Il Dio dei leghisti.

Eravamo nel 2012 e bisognava acuire lo sguardo per trovare documenti che attestassero questa strategia promozionale della Lega: l’associazione “Cattolici padani” del senatore Giuseppe Leoni; le dichiarazioni di Angelo Alessandri, presidente della Lega Nord (“Come molti fondamentalisti cattolici, pensiamo che la nostra fede sia tutt’uno con la nostra identità. E non dimentichiamo mai che è stata il sostegno più grande nella lotta di sempre: quella contro gli islamici”); alcune esternazioni confidenziali dello stesso Umberto Bossi che, convertitosi dopo una difficile crisi clinica, aveva abbandonato le originarie posizioni anti-clericali neo-pagane (quando accusava “il papa polacco” di “rubare il lavoro ai papi italiani”) , riscoprendo alcune devozioni dell’infanzia (“E’ un portafortuna. Ogni volta che vado via lo tocco…” dichiarò del crocifisso di legno esposto alla porta di casa) e sbilanciandosi anche in ardite speculazioni teologiche (“Anche Dio è federalista: c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”).

Dopo il tramonto del padre fondatore e l’ascesa del giovane Matteo Salvini tutto è diventato più chiaro, più tangibile: rosari e vangeli, Madonne e Padri Pii, vengono sventolati in radunate oceaniche sotto gli occhi di telecamere da ogni parte del mondo. Con quanta sincerità interiore? Con quanta adesione intima al vangelo della solidarietà, della compassione, dell’accoglienza dello straniero? Con quanta sintonia con un rabbino nomade che, dovendo spiegare come si dovrebbe amare il prossimo, sceglie il racconto di un Samaritano che si china a curare le piaghe di un poveraccio di un’altra religione e di un’altra etnia? Qui, come nel caso di don Calò Vizzini e di Genco Russo, di Benedetto Provenzano e di Pietro Aglieri, l’ultimo giudizio non spetta a noi mortali.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

il vangelo, Salvini e la religiosità degli italiani – una bella ‘foto’ di M. Serra

i comfort della religione

di Michele Serra

 

Sarebbe bello se davvero, tra i cattolici italiani, si aprisse una discussione sul “bivio” indicato dalla nostra prima pagina di ieri: stai con il Papa o con Salvini? Se fossi un bookmaker darei comunque per favorito Salvini. Se si eccettua una valorosa e nutrita minoranza di persone per le quali la fede cristiana è testimonianza di carità, per l’evidente maggioranza dei cattolici italiani la religione è soprattutto un omaggio alle tradizioni; un’abitudine sociale; un comfort identitario (il cattolico Michele Straniero citava, beffardo, «i comfort della religione»); una difesa pret-à-porter contro “gli altri”, il mondo ignoto che preme alle frontiere e ci impiccia per la strada.

Sono formalmente cattolici moltissimi leghisti. Si può essere cattolici come il ministro Fontana e Matteo Salvini, e cattolici come Bergoglio, o Luigi Ciotti, o Enzo Bianchi. C’è forse un nesso? Si può baciare un rosario o inalberare una croce per invocare la protezione divina sulla Nazione e i suoi sacri confini; si possono pregare lo stesso Dio e la stessa Vergine perché i disgraziati sui barconi arrivino salvi in porto: c’è forse un nesso? Anche per esperienza personale, non ho dubbi: la sensibilità di ogni singola persona e le sue opinioni politiche (ivi compresi i pur logori concetti di “destra” e “sinistra”) orientano gli animi ben più dell’appartenenza religiosa. Ho conosciuto cattolici praticanti che erano ben poco cristiani, e miscredenti più cristiani di loro. Dalle chiese escono ogni domenica persone magnifiche e farabutti, carabinieri e mafiosi, grandi spiriti e spiriti mediocri. Chi preferisce Salvini non lo fa perché è cattolico, ma perché non vuole scocciature. Chi preferisce Bergoglio non lo fa per fedeltà alla Chiesa, ma perché alle scocciature è un poco più disposto. È per questo che Salvini parte avvantaggiato.

guerra spietata ai poveri! ma solo loro possono aiutarci a recuperare umanità

umanità perduta!

il più ingiusto dei mondi possibili

Dio è morto … di nuovo

Un padre e la sua bimba di due anni, di origine sudamericana, sono annegati nel Rio Grande mentre cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti evitando il muro che separa i due paesi. Abbracciati. Per sempre. Con i loro piccoli normalissimi sogni. Un po’ di pace, di umana felicità

L’immagine che li ritrae è emblematica della crudeltà che domina questo nostro tempo.

Il più ricco dei mondi possibili, il nostro mondo, ha concentrato ricchezza e potere nelle mani di pochi. A tutti gli altri ha lasciato briciole e lacrime amare, speranze disperate.

Chi prova a fuggire da guerre e povertà è un nemico, un pericoloso criminale. Viola la vera legge di fatto che governa il mondo e che pretende che i poveri accettino la loro ingiusta povertà a capo chino senza disturbare la tranquillità dei loro carnefici.

In fondo le migrazioni di questi nostri tempi altro non sono che una prima, disperata, ribellione a un ordine violento e crudele.

Il giorno in cui gli oppressi di ogni parallelo e latitudine prenderanno coscienza, si organizzeranno. E non ci sarà muro o barriera che potrà fermarli.

Cambieranno il mondo. Lo faranno nuovo. Bello e giusto. Si salveranno. Ci salveranno.

Che venga presto quel giorno!

 

silvestro montanaro

 

un mondo di disuguaglianze

disuguaglianze

in 26 posseggono le ricchezze di 3,8 miliardi di persone

Disuguaglianze sociali, report shock di Oxfam: soltanto 26 individui possiedono la ricchezza di 3,8 miliardi di persone (Epa)

A dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. L’anno scorso soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. Nel 2017 queste fortune erano concentrate nelle mani di 46 individui e nel 2016 nelle tasche di 61 miliardari. Il trend è netto e sembra inarrestabile. Una situazione che tocca soltanto i paesi in via di sviluppo? No, perché anche in Italia la tendenza all’aumento della concentrazione delle ricchezze è chiara.

A metà 2018 il 20% più ricco tra gli italiani possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Salendo più in alto nella scala, il 5% più ricco era titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero. È Oxfam International, organizzazione non governativa molto attiva nella lotta alla povertà e alle diseguaglianze, a scattare la fotografia nell’ultimo rapporto «Bene pubblico o ricchezza privata?», diffuso alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos.
Nei dieci anni successivi alla crisi finanziaria – afferma il rapporto – il numero di miliardari è quasi raddoppiato. Solo nell’ultimo anno la ricchezza dei Paperoni nel mondo è aumentata di 900 miliardi di dollari (pari a 2,5 miliardi di dollari al giorno) mentre quella della metà più povera dell’umanità, composta da 3,8 miliardi di persone, si è ridotta dell’11,23.

La situazione in Italia
Alla fine del primo semestre del 2018 la distribuzione della ricchezza nazionale netta (il cui ammontare complessivo si è attestato, in valori nominali, a 8.760 miliardi di euro, registrando un aumento di 521 miliardi in 12 mesi) vede il 20% più ricco degli italiani detenere il 72% della ricchezza nazionale, il successivo 20% controllare il 15,6% della ricchezza, lasciando al 60% più povero appena il 12,4% della ricchezza nazionale. Il top-10% (in termini patrimoniali) della popolazione italiana possiede oggi oltre 7 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. I dati specifici sulla Penisola sono stati raccolti da Oxfam Italia in occasione della diffusione del report internazionale a Davos. Confrontando il vertice della piramide della ricchezza con i decili più poveri della popolazione italiana, il risultato è ancora più netto. La ricchezza del 5% più facoltoso degli italiani (titolare del 43,7% della ricchezza nazionale netta) è pari a quasi tutta la ricchezza detenuta dal 90% più povero degli italiani. La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco (che detiene il 24,3% della ricchezza nazionale) vale 20 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione italiana.
La ricchezza dei primi 21 miliardari italiani dell’elenco stilato annualmente dal giornale statunitense Forbes (fotografata a marzo 2018) equivaleva alla ricchezza netta detenuta (a fine giugno 2018) dal 20% più povero della popolazione (ovvero 107,1 miliardi di euro). L’evoluzione della quota di ricchezza detenuta dall’1% più ricco italiano mostra un trend di crescita a partire dal 2009, ad eccezione del calo verificatosi nel 2016 e 2017. La quota di ricchezza detenuta a metà 2018 (24,33%) supera di circa 1,5% quella detenuta dal top-1% a inizio del nuovo millennio.
Nei 19 anni intercorsi tra l’inizio del nuovo millennio e il primo semestre del 2018, le quote di ricchezza nazionale netta detenute dal 10% più ricco tra gli italiani e dalla metà più povera della popolazione hanno mostrato un andamento divergente. La quota di ricchezza detenuta dal top 10%, in risalita dal 2009, si è attestata a fine giugno 2018 al 56,13% (contro il 50,57% del 2000), mentre la quota della metà più povera degli italiani è lentamente e costantemente scesa, passando dal 13,1% di inizio millennio ad appena il 7,85% a metà 2018.

Lo scenario mondiale
Tra il 2017 e il 2018 i miliardari sono aumentati al ritmo di uno ogni due giorni ma il dato che preoccupa è che la ricchezza si concentra sempre più in pochissime mani. Il patrimonio dell’uomo più ricco del mondo, ) è salito a 112 miliardi di dollari. Appena l’1% di questa cifra – sottolinea il rapporto di Oxfam – equivale quasi all’intero budget sanitario dell’Etiopia, un Paese con 105 milioni di abitanti. E mentre le loro fortune continuano ad aumentare, gli individui più ricchi del mondo e le società di cui sono proprietari godono anche di livelli di imposizione fiscale tra i più bassi degli ultimi decenni: la ricchezza – affermano gli esperti di Oxfam – è particolarmente sottotassata. Solo 4 centesimi per ogni dollaro di gettito fiscale provengono da imposte patrimoniali.
Nei Paesi ricchi, in media, la più alta aliquota di imposta sul reddito delle persone fisiche è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013, mentre nei Paesi in via di sviluppo è pari al 28,32. Tenendo conto delle imposte dirette e indirette, in alcuni Paesi, come il Brasile e il Regno Unito, il 10% più povero della popolazione paga più imposte in proporzione al proprio reddito del 10% più ricco.

La questione fiscale
Secondo Oxfam, i Governi dovrebbero sforzarsi di raccogliere maggior gettito dai più ricchi, contribuendo in questo modo alla riduzione della disuguaglianza: ad esempio, se facessero pagare all’1% più ricco soltanto lo 0,5% in più di imposte sul proprio patrimonio, otterrebbero un gettito superiore alla somma necessaria per mandare a scuola tutti i 262 milioni di bambini che ancora non vi hanno accesso e fornire assistenza sanitaria in grado di salvare la vita a 3,3 milioni di persone.
I super-ricchi, inoltre, hanno concentrato 7.600 miliardi di dollari nei paradisi fiscali: nell’insieme, ciò sottrae ai Paesi in via di sviluppo 170 miliardi di dollari all’anno. Solo per quanto riguarda l’Africa, si ritiene che il 30% della ricchezza privata sia stata trasferita offshore, sottraendo ai governi africani un gettito fiscale stimato in 15 miliardi di dollari.
Il rapporto Oxfam sottolinea come i governi abbiano ridotto nel lungo periodo sia le aliquote massimali delle imposte sui redditi delle persone fisiche, sia quelle delle imposte sui redditi d’impresa. Solo nel 1980 negli Stati Uniti l’aliquota più alta dell’imposta sui redditi delle persone fisiche era del 70% mentre oggi è del 37%, cioè quasi la metà. Inoltre, grazie a svariate esenzioni e scappatoie, le aliquote a carico dei più ricchi e delle imprese sono di fatto ancora più basse. Di conseguenza, in alcuni Paesi i più ricchi pagano le imposte più basse dell’ultimo secolo. In America Latina, per esempio, l’aliquota effettiva per il 10% di percettori di redditi più elevati è solo del 4,8 per cento.

La responsabilità dei governi
«Le persone in tutto il mondo sono arrabbiate e frustrate – sottolinea Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia –. Ma i governi possono apportare cambiamenti reali per la vita delle persone assicurandosi che le grandi aziende e le persone più ricche paghino la loro giusta quota di tasse, e che il ricavato venga investito in sistemi sanitari e di istruzione a cui tutti i cittadini possano accedere gratuitamente. A cominciare dai milioni di donne e ragazze che ne sono tagliate fuori. I governi possono ancora costruire un futuro migliore per tutti, non solo per pochi privilegiati. È una loro responsabilità».
Per Winnie Byanyima, direttore esecutivo di Oxfam International, «il crescente divario tra ricchi e poveri ostacola la lotta contro la povertà, danneggia l’economia e alimenta la rabbia globale. I governi devono assicurare che le multinazionali e i ricchi paghino la loro quota di tasse».

Angelo Mincuzzi

 

la ‘cattiva’ intervista al vescovo di Lucca e le franche risposte del vescovo Paolo

il vescovo di Lucca Paolo Giulietti

“I dubbi su Bergoglio? Tutta colpa dei giornalisti”

(il titolo che viene dato all’intervista la dice lunga sulla ‘cattiveria’ e faziosità dell’intervistatore)

di aldo grandi

Monsignor Paolo Giulietti, una prima impressione dell’universo lucchese.

Io distinguerei. Della chiesa di Lucca ho avuto e sto avendo un riscontro abbastanza oggettivo perché ho incontrato tutti i preti e i diaconi e quasi tutti gli operatori pastorali in una quindicina di incontri. L’impressione che ne ho ricavato è quella di una Chiesa che ha imboccato un cammino di rinnovamento e di crescita sulle linee del Concilio e del magistero di Papa Francesco e che ha bisogno di dare concretezza alle scelte fatte. Questo per la Chiesa di Lucca. Peraltro una Chiesa ricca di risorse umane e spirituali. Per quanto riguarda la società lucchese chiaramente è una impressione superficiale e occasionale, ma caratterizzata dal calore dell’accoglienza e anche dal piacere della scoperta di tanti aspetti interessanti, per me che vengo da un’altra realtà, di questa società.

Non sono pochi i fedeli che si domandano dove stia andando la Chiesa. Certe posizioni di Papa Francesco destano non poche perplessità.

La Chiesa sta andando nella direzione del Concilio, quindi verso un modo nuovo di vivere e operare, caratterizzato dal primato dell’annuncio del Vangelo e del servizio al mondo. Papa Francesco porta avanti questa linea con l’originalità che gli viene dal punto di vista che la sua storia gli dà per guardare le vicende della Chiesa e del mondo. Nessun papa accontenta tutti e, quindi, è normale che alcune delle cose che dice e che fa incontrino delle resistenze. E’ sempre accaduto.

Lei riduce il tutto a una semplice ripetizione di cose già avvenute in passato, ma, a pensarci bene, mai come durante questo pontificato si assiste ad un impegno decisamente concreto della Chiesa nella vita politica e sociale del Paese.

Ma vuole scherzare? Ci siamo dimenticati la Democrazia Cristiana, i referendum…? Mai come oggi il Vaticano si è disinteressato della politica in Italia, è proprio l’opposto. E’ che oggi il papa mette in evidenza, in continuità con tutto il magistero sociale dei suoi predecessori, il nesso che esiste tra professione della fede e impegno fattivo per il regno di Dio cioè per la giustizia e per la pace e per la salvaguardia del creato. Quest’ultimo, casomai, è un apporto particolarmente legato all’insegnamento di papa Francesco.

Prendiamo ad esempio l’immigrazione. Non le sembra che il papa parli spesso e soprattutto di migranti nemmeno si trattasse di una questione fondamentale per il futuro della nostra società?

E’ una questione fondamentale perché il fenomeno migratorio di cui noi in Italia viviamo una parte microscopica sposta nel mondo ogni anno, tra migrazioni interne ed esterne dovute a cause di natura diverse, decine di milioni di persone e, quindi, si tratta di una delle questioni sociali ed economiche fondamentali del nostro pianeta.

Non è che noi possiamo farci carico di tutte le disavventure che colpiscono l’umanità.

Infatti noi ne stiamo gestendo una modestissima parte; torno da Antiochia di Siria (che si trova in Turchia), dove una città di 500 mila abitanti ospita 150 mila rifugiati.

E secondo lei dovremmo essere tutti così?

Secondo me ciascuno, avendo ben presente la complessità e la globalità del fenomeno, dovrebbe fare la sua parte con intelligenza, ma senza nascondere la testa sotto la sabbia.

Non crede che questa migrazione epocale di individui che si spostano verso l’Europa occidentale, con usi, costumi e principi spesso in contrasto con le realtà che li ospitano, possa in qualche modo portare a una perdita di identità religiosa, storica, nazionale?

Innanzitutto dobbiamo essere un pochino più precisi sul fenomeno migratorio che viene spesso considerato in maniera superficiale, non tenendo conto del fatto che la maggioranza dei migranti sono molto più vicini alle nostre tradizioni e religioni di quanto si pensi. A titolo di esempio, solo un terzo dei migranti che si trovano in Italia sono musulmani. Dopodiché non ci dobbiamo dimenticare che la nostra cultura e identità è frutto dell’incontro tra popoli che si sono spostati occupando in epoche successive i nostri territori. Basterebbe pensare a Lucca e ai Longobardi. Il problema non è la migrazione, ma la capacità di un popolo di confrontarsi, trasmettere i propri valori e pervenire a una sintesi nuova. La paura che abbiamo verso questo fenomeno deriva non tanto dalle sue proporzioni, ma dalla percezione che abbiamo di non aver più niente da dire di forte e di significativo sulla base delle nostre radici più autentiche.

Ma lei pensa davvero che ai nuovi migranti che vorrebbero sbarcare a milioni sulle coste europee frega qualcosa delle nostre tradizioni e della nostra identità?

E’ sempre andato così. Dall’indifferenza si passa all’incontro e quindi alla sintesi: basta imparare dalla storia.

Quindi ci faccia capire: per lei chiunque, in Italia, non è favorevole a questa sostituzione etnica o migrazione, è perché ha paura e non perché ritiene che siano in pericolo le fondamenta stesse della nostra società?

E’ un dato di fatto che gli italiani sono tra i peggio informati sul fenomeno migratorio per quello che riguarda i numeri, la qualità e le conseguenze sociali che esso comporta. Non lo dico io, lo dicono esperti del campo culturale e della comunicazione. Questo comporta che la nostra percezione sia distorta e non corrisponda alla realtà dei fatti. Lo stesso concetto che lei usa di “sostituzione etnica” è espressione di questa disinformazione. Dopodiché la paura, comprensibile, va affrontata con una corretta consapevolezza e con scelte che consentano una gestione ordinata e sapiente di questo fenomeno. Certamente questo richiede una governance ampia. E per questo Papa Francesco sollecita la comunità internazionale nel suo complesso a rendersi protagonista di tale processo.

Molti faticano a comprendere tutta questa apertura verso l’Islam. In fondo la storia ha sempre tenuto particolarmente distanti questi due aspetti religiosi.

Noi ricordiamo della storia alcuni episodi, per esempio Lepanto, Vienna.. di scontro violento, ma dimentichiamo i processi secolari di incontro fruttuoso tra questi mondi per i quali l’Occidente si è arricchito di conoscenze, competenze tecniche e scientifiche che hanno dato un apporto significativo alla nostra civiltà. E viceversa. L’esistenza di differenze profonde, pertanto, può generare non solo e non tanto il conflitto, ma l’incontro e lo scambio. Come è già accaduto.

In sostanza lei il crocifisso dalle aule scolastiche o da qualunque altro luogo per non urtare la suscettibilità dei musulmani sempre più numerosi, la accetta o la respinge?

Io credo che il crocifisso nelle aule non urti la suscettibilità dei musulmani, i quali normalmente non hanno alcun problema con i nostri simboli, ma che questo sia un pretesto per chi intende laicizzare in maniera estremistica la nostra società. Ancora una volta il problema non sono loro, ma siamo noi.

Ha notato come, negli ultimi tempi e salvo sporadiche eccezioni, l’operato di papa Francesco vada a braccetto con l’entusiasmo e l’approvazione della sinistra anche più radicale?

Non credo che la sinistra radicale apprezzi tutto il magistero di papa Francesco. Per esempio quando parla in difesa della vita, della famiglia naturale e di altri valori tradizionalmente appartenenti a un’altra visione del mondo e della vita. E’ normale che ciascuno tenda a sottolineare, nel magistero del pontefice, ciò che è più affine al proprio modo di vedere, trascurando il resto. Chi è onesto e scevro da ideologie prende in considerazione il complesso dell’insegnamento del papa, legge i suoi scritti e non si limita a quello che scrivono i giornali e così può riconoscere che il papa non è di nessuno.

A noi sembra che il papa affronti sì molteplici questioni e, a volte, anche in maniera diversa rispetto alle attese delle varie forze in campo, ma che non prenda mai una posizione di netta critica e di netto rifiuto verso quei valori o quelle concezioni della vita che sono lontane, da sempre, anni luce per chi segue e condivide il messaggio cristiano.

Legga.

Quindi la colpa è sempre dei giornalisti?

Tu lo dici.

Ma la gente normale, quella che la mattina si alza e deve andare a lavorare e non ha molto tempo per dedicarsi, la sera, alla lettura dei saggi pontifici o di altri temi analoghi, come può fare per comprendere quando il papa è contro qualcosa?

Suggerirei che si informasse da fonti oggettive e attendibili. Per esempio Avvenire, Toscana Oggi, Tv2000 e altri organi di stampa che hanno tra le proprie finalità quella di restituire in maniera semplice e immediata gli insegnamenti della Chiesa e del papa. Se uno si informa superficialmente, saranno superficiali anche i suoi giudizi.

La Chiesa mai come oggi appare tutt’altro che dogmatica. Non rischia a suo avviso di diventare una sorta di Ong o associazione di mutuo soccorso perdendo di vista quelli che sono stati, da sempre, i suoi fondamenti religiosi inamovibili?

E’ un rischio che ha ben presente anche Papa Francesco, il quale ci invita con insistenza a riscoprire e a tenere ben presenti le motivazioni evangeliche del servizio e dell’impegno accanto ai poveri, proprio per non rischiare di diventare una Ong. Accanto a questo, Papa Francesco ci richiama a rimettere al centro della nostra vita e di persone e di comunità la Parola di Dio e l’impegno per l’evangelizzazione. Il prossimo mese missionario straordinario di ottobre esprime il desiderio del papa che la Chiesa si fondi su ciò che è davvero essenziale e lo annunci al mondo con le parole e le opere.

Sia sincero: in Italia aumentano le conversioni all’Islam. Quest’ultimo non le sembra rappresentare una sorta di punto fermo che, a differenza della Chiesa, rifiuta ogni forma di secolarizzazione?

Innanzitutto i dati sulle conversioni sono discutibili, anche alla luce del fatto che, in molti casi, si tratta di conversioni formali richieste per i matrimoni misti. Bisogna anche aggiungere che ogni anno, nel nostro paese, sono molti coloro che fanno il percorso opposto ricevendo il battesimo; anche nei paesi islamici, spesso sotterraneamente, esiste un importante processo di avvicinamento al cristianesimo da parte di molte persone e famiglie.

Che, ci perdoni l’interruzione, finiscono spesso per essere perseguitate senza che il papa lanci anatemi o si mostri particolarmente ed evidentemente arrabbiato.

Non ovunque e non sempre. Torno ieri dalla Turchia dove ho ascoltato storie di convertiti che non hanno avuto particolari problemi. Va anche detto che non esiste un solo Islam, né tutti i paesi islamici sono uguali, per cui atteggiamenti di apertura e di dialogo e possibilità di conversioni, in alcuni luoghi stanno diventando molto più frequenti che in passato.

Lei ha citato i matrimoni misti. Ricordo che fino ad alcuni lustri fa la Chiesa metteva pubblicamente in guardia le donne italiane e cristiane dal contrarre matrimonio con uomini islamici proprio per la forte differenza di vedute che da sempre caratterizza le due filosofie di vita. Non se ne sente più parlare, ma non ci pare che, nel concreto, le cose siano cambiate. Perché questo silenzio?

Il matrimonio interreligioso continua ad essere sottoposto a particolari procedure per cui va autorizzato dall’ordinario diocesano e caso per caso si valuta la praticabilità delle unioni continuando a rendere consapevole la parte cattolica dei rischi che ci possono essere.

Teoria Gender. Perché il santo padre non tuona e non si sofferma così fortemente e quotidianamente su questa ideologia così difforme dai dettami della Chiesa, come fa, in genere, con la questione dei migranti?

Il papa ha detto e scritto in maniera chiara il suo pensiero nettamente contrario alla diffusione di questa teoria che nega il valore della differenza sessuale. Probabilmente non tutti i suoi interventi sono rilanciati con eguale evidenza per cui l’impressione che alcuni temi siano prevalenti su altri non è sempre corretta.

Antonio Socci. Una spina nel fianco per papa Bergoglio.

Le spine nel fianco fanno parte della nostra missione. Papa Francesco sa che gli basta la grazia di Dio.

I lucchesi sono sempre stati profondamente vicini alla Chiesa. Oggi, tuttavia, per i motivi che abbiamo affrontato in questa intervista, hanno anche loro dubbi e perplessità. Lei, volendo trasmettere un messaggio all’inizio del suo mandato, cosa si sente di poter promettere a questa comunità in cerca di conferme?

Cosa posso promettere? Che cercheremo insieme le risposte e troveremo insieme la strada per essere una Chiesa nuova in un mondo nuovo.

Lei si definisce un pellegrino e nella sua vita ha percorso in lungo e in largo i cammini classici della fede cristiana. Cosa vuol dire sentirsi pellegrini?

Vuol dire riconoscere che siamo fondamentalmente in cammino in questo mondo tesi verso l’assoluto nella compagnia di altri esseri umani.

crimini contro l’umanità – un’altra denuncia all’Italia e all’UE

nuovo esposto all’Aja contro l’Italia e l’Ue

«i politici responsabili di crimini contro l’umanità»

la denuncia di un esperto di diritto internazionale e di un giornalista

«I Paesi europei tentano di aggirare il diritto affidando i respingimenti ai libici». Un testimone: «Così la guardia costiera libica è collusa coi trafficanti»

Nuovo esposto all'Aja contro l'Italia e l'Ue. «I politici responsabili di crimini contro l'umanità»

Il periodo preso in esame è dal 2014 ad oggi mentre le accuse riguardano, le morti in mare, i respingimenti e «crimini di deportazione, omicidio, carcere, riduzione in schiavitù, tortura, stupro, persecuzione e altri atti disumani». Secondo l’analisi, dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 l’Unione europea ha cambiato linea politica lasciando i migranti in difficoltà in mare, «al fine di dissuadere altri in simili situazione dalla ricerca di un rifugio sicuro in Europa». Questa scelta ha trasformato «il Mediterraneo centrale nella rotta migratoria più letale del mondo, dove tra il 1 ° gennaio 2014 e la fine di luglio 2017, sono morte oltre 14.500 persone». La denuncia si basa in parte su documenti interni di Frontex, l’organizzazione dell’Ue incaricata di proteggere le frontiere esterne e che, secondo gli avvocati, avrebbe avvertito che abbandonare la missione di salvataggio italiana Mare Nostrum avrebbe portato a un «più alto numero di vittime». I legali non individuano nel loro documento responsabilità specifiche di singoli politici o funzionari ma citano messaggi diplomatici e commenti di leader nazionali, tra cui Angela Merkel e Emmanuel Macron.

Sempre in modo consapevole, l’Ue avrebbe deciso di espellere le Ong dal Mediterraneo decidendo di collaborare con la guardia costiera libica, «diventato un attore chiave nell’intercettazione e nel respingimento illegale dei migranti». Il meccanismo si aggrava proprio a causa di quest’ultimo provvedimento. «Attraverso un complesso mix di atti legislativi, decisioni amministrative e formali accordi, l’UE e i suoi Stati membri hanno fornito alla guardia costiera libica sostegno materiale e strategico, incluso ma non limitato a navi, addestramento e capacità di comando e controllo». Una decisione che avrebbe permesso agli Stati membri di aggirare il diritto marittimo e internazionale.

Se il riferimento è alla creazione di una Sar Zone libica, confermata dall’Imo (organizzazione marittima internazionale) il giugno scorso, a dimostrazione dell’impianto accusatorio, viene allegata la testimonianza di un migrante, proveniente dal Darfur settentrionale che proverebbe la collusione della Guardia costiera libica con i trafficanti. «Eravamo 86 migranti, tutti sudanesi. La barca era troppo pesante. Abdelbasit (uno dei trafficanti, ndr) si è messo alla guida del barcone mentre un piccolo scafo guidato da Fakri (l’altro trafficante, ndr) faceva ricognizione», racconta. Una volta che i trafficanti se vanno, il barcone viene avvicinato da un’altra imbarcazione. «C’erano otto uomini in uniforme, con un mitragliatrice, che hanno speronato la nostra barca», spiega ancora l’uomo. Secondo il testimone, i militari dopo essersi fatti dare il numero di telefono dai migranti avrebbero telefonato uno dei trafficanti, Abdelbasit. «”Are you Ammo?”, hanno detto. Ma poi lui ha spento il telefono». A quel punto il barcone viene riportato indietro verso la Libia. «Sulla via del ritorno, hanno intercettato altre 4 barche. Al mattino presto, quando abbiamo raggiunto Zawiya, ne erano rimaste solo tre. Le altre due barche erano state rilasciate perché avevano raggiunto un accordo con la guardia costiera libica». Una volta riportati a terra, i migranti vengono trasferiti in una prigione. «Le guardie ci hanno detto: “Ognuno di voi deve pagare 2000 dinari, e noi poi vi riporteremo al punto in cui sarete salvati. Paga o se non hai soldi telefona, chiama la tua famiglia in modo che ci mandino dei soldi. Un agente può riscuotere denaro a Tripoli. Chiunque non riesca a pagare, lo trasferiremo nella prigione di Osama (noto anche come Al-Nasr detention center, ndr)”».

Il racconto del migrante prosegue. «Siamo stati detenuti per 15 giorni, io e mia moglie eravamo separati. Non voglio parlare di cosa è successo a lei. Alla fine, mia moglie è riuscita a chiamare i suoi fratelli che hanno mandato i soldi per tirarci fuori. Sono stati giorni molto difficili. Abbiamo bevuto una tazza d’acqua al giorno. Anche il cibo era disgustoso». Dopo 15 giorni «ci hanno rimesso in mare, siamo stati mandati sulla stessa barca di legno, con altri due gommoni. La barca che ci ha scortato era la stessa barca della guardia costiera libica che ci ha intercettato la prima volta. Gli uomini armati che erano sulla barca delle Guardie costiere libiche erano gli stessi uomini armati che erano sulla barca quando siamo stati intercettati la prima volta. Ci hanno scortato per due o tre ore, finché la luce della città non è diventata sbiadita». Superata la piattaforma petrolifera di fronte Sabratha gli uomini se ne vanno. «Le onde erano così alte e la gente ha iniziato a farsi prendere dal panico. Eravamo 87 sulla nostra barca – gli stessi passeggeri che erano con noi quando siamo stati intercettati per la prima volta, tranne quattro persone che non potevano pagare. Al mattino abbiamo scoperto che erano stati sostituiti da cinque libici che erano sulla barca. Poi siamo stati avvistati e salvati da una barca che ci ha portato a Trapani».

L’ufficio della procura dell’Aja dovrà decidere ora se acquisire la denuncia, un passaggio che non garantisce automaticamente l’avvio di un’inchiesta, ma è comunque evidentemente il primo passo che può portare ad essa. A gennaio è stata acquisita le denuncia di razzismo fatta contro il governo italiano dal “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo.

padre Zanotelli in difesa dei rom: “gli ultimi della nostra società”

Alex Zanotelli

“come missionario, come prete, non posso accettare che esseri umani siano trattati così”

In questo paese i Rom e i Sinti sono sempre più nell’occhio del ciclone, perché sono l’anello debole della catena migratoria: gli ultimi della nostra società. I pregiudizi contro di loro sono molto pesanti e atavici. Lo abbiamo visto il 3 aprile, a Torre Maura, periferia est di Roma: 77 rom, destinati a un centro di accoglienza, sono stati accolti da cittadini infuriati con calci, sputi, saluti fascisti e insulti: “Zingari da bruciare!”.

È stato agghiacciante vedere il pane destinato ai Rom, scaraventato a terra e calpestato. Un segno inequivocabile: i Rom non hanno diritto alla vita. Pochi giorni dopo, di nuovo nella periferia est di Roma, Casal Bruciato, un altro incredibile episodio di razzismo contro di loro. Una donna rom, con una bambina in braccio, mentre stava entrando nella casa che le era stata assegnata con regolare bando dal Comune di Roma, è stata apostrofata con quel “Troia, ti stupro!”.

Altro episodio brutale è stato lo sgombero, lo scorso 10 maggio, del campo rom di Giugliano(Napoli). Quelli sono Rom bosniaci, fuggiti dalla guerra di Jugoslavia e insediati negli anni ’80 nella zona industriale di Giugliano. Si tratta di oltre 450 persone, di cui 150 bambini, tutti nati a Giugliano, molti sono cittadini italiani. Nel 2007 erano stati sgomberati dal campo, nell’area industriale, su ordine della Procura di Napoli, senza un’alternativa. Da allora, è iniziata una vera e propria Via Crucis, che non è ancora finita. Per anni hanno vagato per le campagne del Giuglianese.

Ogni volta che li visitavo, mi si spezzava il cuore. Dopo tante pressioni sul Comune da parte del comitato, il Sindaco li ha collocati a Masseria del Pozzo, ex-Resit, uno dei posti più inquinati della Campania dove respiravano bio-gas, emanato dal sottosuolo. Un atto criminale! Quante delegazioni di parlamentari sono passate di là, senza fare nulla.

Dopo altri anni di sollecitazioni e proteste, il Sindaco li ha piazzati in una buca orrenda alla Madonna del Pantano, dove non metteremmo nemmeno i nostri animali. Fratel Raffaele, che opera a Scampia, ha dato loro una grossa mano in questi anni. Il comitato ha continuato a premere sul Sindaco Pozziello perché trovasse un luogo dignitoso per un essere umano. Il Comune aveva ricevuto 900.000 euro per costruire un eco-villaggio per i Rom. Ma i cittadini di Giugliano hanno raccolto migliaia di firme contro questo progetto. E il Sindaco, intimidito, ha abbandonato il progetto e ha deciso di non fare più nulla per i Rom, per calcoli elettorali.

Invano tutti i tentativi che abbiamo fatto sul Sindaco che invece ha iniziato una politica di terrorismo psicologico, mandando nel campo il personale comunale che invitava i Rom ad andarsene dal territorio di Giugliano, minacciando di toglierli dall’anagrafe e di prendersi i loro bambini. Quando il 10 maggio si sono presentati nel campo una cinquantina di poliziotti insieme agli assistenti sociali, i Rom sono fuggiti e hanno trovato rifugio in una ex-fabbrica di fuochi d’artificio di un privato, a Ponte Riccio. In quel luogo desolato non c’è nulla, né acqua, né elettricità, né bagni.

L’associazione 21 luglio di Roma ci ha aiutato a far conoscere in Europa il loro dramma. Solo una settimana fa il Comune ha provveduto a portare solo i bagni! Dopo quasi tre settimane, i Rom vivono in condizioni disumane, particolarmente tali per le donne e i bambini.
E’ incredibile che questo avvenga in un paese come l’Italia con una costituzione che fa dell’uguaglianza e della solidarietà, uno dei principi fondamentali. C’è un razzismo pauroso in mezzo a noi, fomentato in particolare dalla Lega. Lo scorso anno Salvini aveva parlato di un “censimento” dei Rom ed aveva aggiunto: “Sto facendo preparare un dossier al Viminale sulla questione dei rom. Quelli che possiamo espellere, li espelleremo. Gli italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”.

“Sono il capro espiatorio da secoli, fino allo sterminio nazista”, scrive il vescovo Nosiglia di Torino in una sua lettera pastorale sull’argomento. I Rom e i Sinti rievocano la disumanità di una convivenza, la nostra, che vuol dirsi civile, ma lascia nella miseria più nera e nell’emarginazione più amara i figli del popolo più giovane d’Europa.”

Come missionario, come prete, non posso accettare che esseri umani siano trattati così. Chiedo con forza alla Chiesa italiana di schierarsi dalla parte dei Rom. Papa Francesco ha detto: “Prima gli ultimi!”. I Rom sono gli ultimi.

 

non diremo mai “prima gli italiani”, ma sempre “prima gli ultimi” – così l’associazione ‘sulla strada’

Prima gli ultimi

prima gli ultimi

da: Adista Segni Nuovi n° 21 del 08/06/2019

Sulla Strada si dissocia dalle politiche attuali sull’immigrazione del nostro governo. Respinge come strumentale il gesto di chi brandisce Vangelo e rosario per giustificare una politica escludente, come gli antichi conquistadores, in America Latina, che brandivano la croce per soggiogare con la spada e la morte coloro che conquistavano. Si forza il Vangelo per farlo diventare a nostra immagine e somiglianza, senza il minimo sospetto che è il Vangelo stesso a proporci l’esatto contrario.

L’Associazione Sulla Strada non è confessionale, ma non dimentica le sue origini: siamo nati dalle acque del Vangelo di Gesù. L’apporto laico dei tantissimi che in Sulla Strada sono poi confluiti, e ci si sono identificati, nel tempo ci ha definito molto meglio.

Il Vangelo continua ad essere la nostra Carta Magna e la strada che ci indica è il servizio ai più piccoli, ai poveri e agli esclusi della società. Da lì partiamo per abbracciare tutti gli altri.

Non diremo mai “Prima gli italiani”, ma sempre “Prima gli ultimi”.

Nel conformarci alla proposta che vi è contenuta, e andando perciò sempre in direzione dei bassifondi della società, noi abbiamo trovato la gioia di vivere nella gratuità del servizio agli ultimi della società. Per questo rifiutiamo l’ideologia dell’esclusione e del razzismo, come ci scandalizzano profondamente le accuse di reato contro chi salva gente in mare. Questo significa chiamare male il bene, e bene il male assoluto.

Noi che siamo stati accolti con riconoscenza dai più poveri in America Latina e poi dagli ultimi in Italia, dove operiamo; noi che siamo stati conquistati dal sorriso contagioso e felice dei bambini, i più piccoli dei poveri, ci dissociamo da una politica che, invece, non soltanto non accoglie, ma addirittura respinge e non soccorre i poveri e i loro figli.

La nostra coscienza, profondamente ferita, non si darà pace finché non tornerà nel cuore di tutti gli italiani la compassione, la solidarietà e il senso dell’accoglienza, senza se e senza ma. Il nostro nome è “Sulla Strada”: sono vent’anni che percorriamo la strada appena descritta e non intendiamo fuoriuscirne.

Sulla Strada crede fermamente che non si può costruire un mondo migliore senza combattere tutto ciò che si oppone a questo progetto e che ci intralcia nel nostro lavoro. L’esercizio della verità ci rende liberi e così noi andremo avanti leggeri e spediti, servendo sempre i più piccoli, sia quando costruiscono fuochi artificiali in Guatemala, sia quando, terrorizzati, si abbarbicano alle loro mamme mentre il gommone che li sta portando verso l’Italia comincia ad affondare nel Mediterraneo, e non c’è nessuno che li vuole salvare.

Carlo Sansonetti – Presidente Associazione Sulla Strada www.sullastradaonlus.com

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