i poveri hanno a che fare con la democrazia? il messaggio di papa Francesco per la giornata mondiale dei poveri

giornata mondiale dei poveri

 ignorare i poveri mette in crisi il concetto di democrazia


il Messaggio per la V Giornata mondiale dedicata ai poveri e che sarà celebrata il prossimo 14 novembre dal titolo
“i poveri li avete sempre con voi”

Il Papa: ignorare i poveri mette in crisi il concetto di democrazia

di  Riccardo Maccioni

Occorre un differente approccio alla povertà. «Se i poveri sono messi ai margini, come se fossero colpevoli della loro condizione, allora il concetto stesso di democrazia è messo in crisi e ogni politica sociale diventa fallimentare». Nel Messaggio per la V Giornata mondiale a loro dedicata e che sarà celebrata il prossimo 14 novembre, papa Francesco si sofferma sul legame che c’è tra i poveri, Gesù e l’annuncio del Vangelo. Una riflessione che si riassume nella logica insegnataci da Cristo: «i poveri di ogni condizione e ogni latitudine ci evangelizzano perché ci permettono di riscoprire in modo sempre nuovo i tratti più genuini del volto del Padre». Hanno molto da insegnarci.

Il titolo del Messaggio, “I poveri li avete sempre con voi” (Mc 14,7), prende la mosse dall’episodio del Vangelo di Marco in cui una donna cosparge il capo di Gesù con del profumo molto prezioso suscitando l’ira di Giuda: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Una vicenda che permette al Pontefice di riflettere sul ruolo da protagoniste delle donne nella storia della rivelazione e su Gesù come «povero tra i poveri perché li rappresenta tutti», ne «condivide la stessa sorte». Una condizione che chiede un cambio di mentalità, cioè non considerare più i bisognosi come persone separate, destinatari di un particolare servizio caritativo ma da coinvolgere nel segno della condivisione e della partecipazione. Una lezione da imparare come scuola di salvezza.

«Se non si sceglie di diventare poveri di ricchezze effimere – spiega il Papa –, di potere mondano e di vanagloria, non si sarà mai in grado di donare la vita per amore; si vivrà un’esistenza frammentaria, piena di buoni propositi ma inefficace per trasformare il mondo». L’esatto contrario della logica del profitto che condiziona le società di oggi, nelle quali «sembra farsi strada la concezione secondo la quale i poveri non solo sono responsabili della loro condizione, ma costituiscono un peso intollerabile per un sistema che pone al centro l’interesse di alcune categorie privilegiate. Un mercato che ignora o seleziona i principi etici crea condizioni disumane che si abbattono su persone che vivono già in condizioni precarie. Si assiste così alla creazione di sempre nuove trappole dell’indigenza e dell’esclusione» aggravate attualmente dalla tragedia della pandemia. Per uscirne, occorre vincere la sfida di «un lungimirante modello sociale, capace di andare incontro alle nuove forme di povertà che investono il mondo e che segneranno in maniera decisiva i prossimi decenni».

A rischio è la stabilità stesse delle nostre democrazie, il loro fondamento. La povertà infatti «non è frutto del destino ma conseguenza dell’egoismo. Pertanto, è decisivo dare vita a processi di sviluppo in cui si valorizzano le capacità di tutti, perché la complementarità delle competenze e la diversità dei ruoli porti a una risorsa comune di partecipazione. Ci sono molte povertà dei “ricchi” che potrebbero essere curate dalla ricchezza dei “poveri”, se solo si incontrassero e conoscessero!».

Occorre in definitiva un cambio nel modo di pensare, un diverso approccio alla povertà e ai poveri: «non possiamo attendere che bussino alla nostra porta – sottolinea Bergoglio –, è urgente che li raggiungiamo nelle loro case, negli ospedali e nelle residenze di assistenza, per le strade e negli angoli bui dove a volte si nascondono, nei centri di rifugio e di accoglienza…È importante capire come si sentono, cosa provano e quali desideri hanno nel cuore». Si tratta di recuperare i rapporti umani, di impegnarsi per restituire la dignità a chi rischia di perderla. «I poveri – diceva don Primo Mazzolari – non si contano, si abbracciano».

il testo integrale

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

V GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

domenica XXXIII del Tempo Ordinario
14 novembre 2021

«I poveri li avete sempre con voi»

(Mc 14,7)

 

1. «I poveri li avete sempre con voi» (Mc 14,7). Gesù pronunciò queste parole nel contesto di un pranzo, a Betania, nella casa di un certo Simone detto “il lebbroso”, alcuni giorni prima della Pasqua. Come racconta l’evangelista, una donna era entrata con un vaso di alabastro pieno di profumo molto prezioso e l’aveva versato sul capo di Gesù. Quel gesto suscitò grande stupore e diede adito a due diverse interpretazioni.

La prima è l’indignazione di alcuni tra i presenti, compresi i discepoli, i quali considerando il valore del profumo – circa 300 denari, equivalente al salario annuo di un lavoratore – pensano che sarebbe stato meglio venderlo e dare il ricavato ai poveri. Secondo il Vangelo di Giovanni, è Giuda che si fa interprete di questa posizione: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». E l’evangelista annota: «Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro» (12,5-6). Non è un caso che questa dura critica venga dalla bocca del traditore: è la prova che quanti non riconoscono i poveri tradiscono l’insegnamento di Gesù e non possono essere suoi discepoli. Ricordiamo, in proposito, le parole forti di Origene: «Giuda sembrava preoccuparsi dei poveri […]. Se adesso c’è ancora qualcuno che ha la borsa della Chiesa e parla a favore dei poveri come Giuda, ma poi si prende quello che mettono dentro, abbia allora la sua parte insieme a Giuda» (Commento al vangelo di Matteo, 11, 9).

La seconda interpretazione è data da Gesù stesso e permette di cogliere il senso profondo del gesto compiuto dalla donna. Egli dice: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me» (Mc 14,6). Gesù sa che la sua morte è vicina e vede in quel gesto l’anticipo dell’unzione del suo corpo senza vita prima di essere posto nel sepolcro. Questa visione va al di là di ogni aspettativa dei commensali. Gesù ricorda loro che il primo povero è Lui, il più povero tra i poveri perché li rappresenta tutti. Ed è anche a nome dei poveri, delle persone sole, emarginate e discriminate che il Figlio di Dio accetta il gesto di quella donna. Ella, con la sua sensibilità femminile, mostra di essere l’unica a comprendere lo stato d’animo del Signore. Questa donna anonima, destinata forse per questo a rappresentare l’intero universo femminile che nel corso dei secoli non avrà voce e subirà violenze, inaugura la significativa presenza di donne che prendono parte al momento culminante della vita di Cristo: la sua crocifissione, morte e sepoltura e la sua apparizione da Risorto. Le donne, così spesso discriminate e tenute lontano dai posti di responsabilità, nelle pagine dei Vangeli sono invece protagoniste nella storia della rivelazione. Ed è eloquente l’espressione conclusiva di Gesù, che associa questa donna alla grande missione evangelizzatrice: «In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto» (Mc 14,9).

2. Questa forte “empatia” tra Gesù e la donna, e il modo in cui Egli interpreta la sua unzione, in contrasto con la visione scandalizzata di Giuda e di altri, aprono una strada feconda di riflessione sul legame inscindibile che c’è tra Gesù, i poveri e l’annuncio del Vangelo.

Il volto di Dio che Egli rivela, infatti, è quello di un Padre per i poveri e vicino ai poveri. Tutta l’opera di Gesù afferma che la povertà non è frutto di fatalità, ma segno concreto della sua presenza in mezzo a noi. Non lo troviamo quando e dove vogliamo, ma lo riconosciamo nella vita dei poveri, nella loro sofferenza e indigenza, nelle condizioni a volte disumane in cui sono costretti a vivere. Non mi stanco di ripetere che i poveri sono veri evangelizzatori perché sono stati i primi ad essere evangelizzati e chiamati a condividere la beatitudine del Signore e il suo Regno (cfr Mt 5,3).

I poveri di ogni condizione e ogni latitudine ci evangelizzano, perché permettono di riscoprire in modo sempre nuovo i tratti più genuini del volto del Padre. «Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro. Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stesso. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 198-199).

3. Gesù non solo sta dalla parte dei poveri, ma condivide con loro la stessa sorte. Questo è un forte insegnamento anche per i suoi discepoli di ogni tempo. Le sue parole “i poveri li avete sempre con voi” stanno a indicare anche questo: la loro presenza in mezzo a noi è costante, ma non deve indurre a un’abitudine che diventa indifferenza, bensì coinvolgere in una condivisione di vita che non ammette deleghe. I poveri non sono persone “esterne” alla comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere la sofferenza, per alleviare il loro disagio e l’emarginazione, perché venga loro restituita la dignità perduta e assicurata l’inclusione sociale necessaria. D’altronde, si sa che un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L’elemosina, è occasionale; la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia. Insomma, i credenti, quando vogliono vedere di persona Gesù e toccarlo con mano, sanno dove rivolgersi: i poveri sono sacramento di Cristo, rappresentano la sua persona e rinviano a Lui.

Abbiamo tanti esempi di santi e sante che hanno fatto della condivisione con i poveri il loro progetto di vita. Penso, tra gli altri, a Padre Damiano de Veuster, santo apostolo dei lebbrosi. Con grande generosità rispose alla chiamata di recarsi nell’isola di Molokai, diventata un ghetto accessibile solo ai lebbrosi, per vivere e morire con loro. Si rimboccò le maniche e fece di tutto per rendere la vita di quei poveri malati ed emarginati, ridotti in estremo degrado, degna di essere vissuta. Si fece medico e infermiere, incurante dei rischi che correva e in quella “colonia di morte”, come veniva chiamata l’isola, portò la luce dell’amore. La lebbra colpì anche lui, segno di una condivisione totale con i fratelli e le sorelle per i quali aveva donato la vita. La sua testimonianza è molto attuale ai nostri giorni, segnati dalla pandemia di coronavirus: la grazia di Dio è certamente all’opera nei cuori di tanti che, senza apparire, si spendono per i più poveri in una concreta condivisione.

4. Abbiamo bisogno, dunque, di aderire con piena convinzione all’invito del Signore: «Convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Questa conversione consiste in primo luogo nell’aprire il nostro cuore a riconoscere le molteplici espressioni di povertà e nel manifestare il Regno di Dio mediante uno stile di vita coerente con la fede che professiamo. Spesso i poveri sono considerati come persone separate, come una categoria che richiede un particolare servizio caritativo. Seguire Gesù comporta, in proposito, un cambiamento di mentalità, cioè di accogliere la sfida della condivisione e della partecipazione. Diventare suoi discepoli implica la scelta di non accumulare tesori sulla terra, che danno l’illusione di una sicurezza in realtà fragile ed effimera. Al contrario, richiede la disponibilità a liberarsi da ogni vincolo che impedisce di raggiungere la vera felicità e beatitudine, per riconoscere ciò che è duraturo e non può essere distrutto da niente e nessuno (cfr Mt 6,19-20).

L’insegnamento di Gesù anche in questo caso va controcorrente, perché promette ciò che solo gli occhi della fede possono vedere e sperimentare con assoluta certezza: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). Se non si sceglie di diventare poveri di ricchezze effimere, di potere mondano e di vanagloria, non si sarà mai in grado di donare la vita per amore; si vivrà un’esistenza frammentaria, piena di buoni propositi ma inefficace per trasformare il mondo. Si tratta, pertanto, di aprirsi decisamente alla grazia di Cristo, che può renderci testimoni della sua carità senza limiti e restituire credibilità alla nostra presenza nel mondo.

5. Il Vangelo di Cristo spinge ad avere un’attenzione del tutto particolare nei confronti dei poveri e chiede di riconoscere le molteplici, troppe forme di disordine morale e sociale che generano sempre nuove forme di povertà. Sembra farsi strada la concezione secondo la quale i poveri non solo sono responsabili della loro condizione, ma costituiscono un peso intollerabile per un sistema economico che pone al centro l’interesse di alcune categorie privilegiate. Un mercato che ignora o seleziona i principi etici crea condizioni disumane che si abbattono su persone che vivono già in condizioni precarie. Si assiste così alla creazione di sempre nuove trappole dell’indigenza e dell’esclusione, prodotte da attori economici e finanziari senza scrupoli, privi di senso umanitario e responsabilità sociale.

Lo scorso anno, inoltre, si è aggiunta un’altra piaga che ha moltiplicato ulteriormente i poveri: la pandemia. Essa continua a bussare alle porte di milioni di persone e, quando non porta con sé la sofferenza e la morte, è comunque foriera di povertà. I poveri sono aumentati a dismisura e, purtroppo, lo saranno ancora nei prossimi mesi. Alcuni Paesi stanno subendo per la pandemia gravissime conseguenze, così che le persone più vulnerabili si trovano prive dei beni di prima necessità. Le lunghe file davanti alle mense per i poveri sono il segno tangibile di questo peggioramento. Uno sguardo attento richiede che si trovino le soluzioni più idonee per combattere il virus a livello mondiale, senza mirare a interessi di parte. In particolare, è urgente dare risposte concrete a quanti patiscono la disoccupazione, che colpisce in maniera drammatica tanti padri di famiglia, donne e giovani. La solidarietà sociale e la generosità di cui molti, grazie a Dio, sono capaci, unite a progetti lungimiranti di promozione umana, stanno dando e daranno un contributo molto importante in questo frangente.

6. Rimane comunque aperto l’interrogativo per nulla ovvio: come è possibile dare una risposta tangibile ai milioni di poveri che spesso trovano come riscontro solo l’indifferenza quando non il fastidio? Quale via della giustizia è necessario percorrere perché le disuguaglianze sociali possano essere superate e sia restituita la dignità umana così spesso calpestata? Uno stile di vita individualistico è complice nel generare povertà, e spesso scarica sui poveri tutta la responsabilità della loro condizione. Ma la povertà non è frutto del destino, è conseguenza dell’egoismo. Pertanto, è decisivo dare vita a processi di sviluppo in cui si valorizzano le capacità di tutti, perché la complementarità delle competenze e la diversità dei ruoli porti a una risorsa comune di partecipazione. Ci sono molte povertà dei “ricchi” che potrebbero essere curate dalla ricchezza dei “poveri”, se solo si incontrassero e conoscessero! Nessuno è così povero da non poter donare qualcosa di sé nella reciprocità. I poveri non possono essere solo coloro che ricevono; devono essere messi nella condizione di poter dare, perché sanno bene come corrispondere. Quanti esempi di condivisione sono sotto i nostri occhi! I poveri ci insegnano spesso la solidarietà e la condivisione. È vero, sono persone a cui manca qualcosa, spesso manca loro molto e perfino il necessario, ma non mancano di tutto, perché conservano la dignità di figli di Dio che niente e nessuno può loro togliere.

7. Per questo si impone un differente approccio alla povertà. È una sfida che i Governi e le Istituzioni mondiali hanno bisogno di recepire con un lungimirante modello sociale, capace di andare incontro alle nuove forme di povertà che investono il mondo e che segneranno in maniera decisiva i prossimi decenni. Se i poveri sono messi ai margini, come se fossero i colpevoli della loro condizione, allora il concetto stesso di democrazia è messo in crisi e ogni politica sociale diventa fallimentare. Con grande umiltà dovremmo confessare che dinanzi ai poveri siamo spesso degli incompetenti. Si parla di loro in astratto, ci si ferma alle statistiche e si pensa di commuovere con qualche documentario. La povertà, al contrario, dovrebbe provocare ad una progettualità creativa, che consenta di accrescere la libertà effettiva di poter realizzare l’esistenza con le capacità proprie di ogni persona. È un’illusione da cui stare lontani quella di pensare che la libertà sia consentita e accresciuta per il possesso di denaro. Servire con efficacia i poveri provoca all’azione e permette di trovare le forme più adeguate per risollevare e promuovere questa parte di umanità troppe volte anonima e afona, ma con impresso in sé il volto del Salvatore che chiede aiuto.

8. «I poveri li avete sempre con voi» (Mc 14,7). È un invito a non perdere mai di vista l’opportunità che viene offerta per fare del bene. Sullo sfondo si può intravedere l’antico comando biblico: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso […], non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso, ma gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova. […] Dagli generosamente e, mentre gli doni, il tuo cuore non si rattristi. Proprio per questo, infatti, il Signore, tuo Dio, ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano.Poiché i bisognosi non mancheranno mai nella terra» (Dt 15,7-8.10-11). Sulla stessa lunghezza d’onda si pone l’apostolo Paolo quando esorta i cristiani delle sue comunità a soccorrere i poveri della prima comunità di Gerusalemme e a farlo «non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Non si tratta di alleggerire la nostra coscienza facendo qualche elemosina, ma  piuttosto di contrastare la cultura dell’indifferenza e dell’ingiustizia con cui ci si pone nei confronti dei poveri.

In questo contesto fa bene ricordare anche le parole di San Giovanni Crisostomo: «Chi è generoso non deve chiedere conto della condotta, ma solamente migliorare la condizione di povertà e appagare il bisogno. Il povero ha una sola difesa: la sua povertà e la condizione di bisogno in cui si trova. Non chiedergli altro; ma fosse pure l’uomo più malvagio al mondo, qualora manchi del nutrimento necessario, liberiamolo dalla fame. […] L’uomo misericordioso è un porto per chi è nel bisogno: il porto accoglie e libera dal pericolo tutti i naufraghi; siano essi malfattori, buoni o siano come siano quelli che si trovano in pericolo, il porto li mette al riparo all’interno della sua insenatura. Anche tu, dunque, quando vedi in terra un uomo che ha sofferto il naufragio della povertà, non giudicare, non chiedere conto della sua condotta, ma liberalo dalla sventura» (Discorsi sul povero Lazzaro, II, 5).

9. È decisivo che si accresca la sensibilità per capire le esigenze dei poveri, sempre in mutamento come lo sono le condizioni di vita. Oggi, infatti, nelle aree del mondo economicamente più sviluppate si è meno disposti che in passato a confrontarsi con la povertà. Lo stato di relativo benessere a cui ci si è abituati rende più difficile accettare sacrifici e privazioni. Si è pronti a tutto pur di non essere privati di quanto è stato frutto di facile conquista. Si cade così in forme di rancore, di nervosismo spasmodico, di rivendicazioni che portano alla paura, all’angoscia e in alcuni casi alla violenza. Non è questo il criterio su cui costruire il futuro; eppure, anche queste sono forme di povertà da cui non si può distogliere lo sguardo. Dobbiamo essere aperti a leggere i segni dei tempi che esprimono nuove modalità con cui essere evangelizzatori nel mondo contemporaneo. L’assistenza immediata per andare incontro ai bisogni dei poveri non deve impedire di essere lungimiranti per attuare nuovi segni dell’amore e della carità cristiana, come risposta alle nuove povertà che l’umanità di oggi sperimenta.

Mi auguro che la Giornata Mondiale dei Poveri, giunta ormai alla sua quinta celebrazione, possa radicarsi sempre più nelle nostre Chiese locali e aprirsi a un movimento di evangelizzazione che incontri in prima istanza i poveri là dove si trovano. Non possiamo attendere che bussino alla nostra porta, è urgente che li raggiungiamo nelle loro case, negli ospedali e nelle residenze di assistenza, per le strade e negli angoli bui dove a volte si nascondono, nei centri di rifugio e di accoglienza… È importante capire come si sentono, cosa provano e quali desideri hanno nel cuore. Facciamo nostre le parole accorate di Don Primo Mazzolari: «Vorrei pregarvi di non chiedermi se ci sono dei poverichi sono e quanti sono, perché temo che simili domande rappresentino una distrazione o il pretesto per scantonare da una precisa indicazione della coscienza e del cuore. […] Io non li ho mai contati i poveri, perché non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano»(“Adesso” n. 7 – 15 aprile 1949). I poveri sono in mezzo noi. Come sarebbe evangelico se potessimo dire con tutta verità: anche noi siamo poveri, perché solo così riusciremmo a riconoscerli realmente e farli diventare parte della nostra vita e strumento di salvezza.

Roma, San Giovanni in Laterano, 13 giugno 2021,
Memoria di Sant’Antonio di Padova

 

FRANCESCO

può il cristianesimo essere considerato una religione? quale teologia per il futuro

Quali compiti per la teologia del XXI secolo?

quali compiti per la teologia del XXI secolo?

 da: Adista Documenti n° 22 del 12/06/2021

 

la religione che non c’è

 da: Adista Documenti n° 22 del 12/06/2021

Gesù non ha fondato una religione: «ha proclamato e inaugurato il regno di Dio sulla terra. Il Regno di Dio non è un regno religioso, è un rinnovamento dell’intera umanità, realizzazione che cambia il senso della storia umana». In questa prospettiva, la teologia oggi deve aiutare a conoscere «il vero vangelo», distinguendolo da ciò che è stato aggiunto in un secondo tempo, per arrivare alla vera fede. Lo afferma il teologo belga José Comblin, già docente di teologia in Ecuador, Cile e Brasile, in una relazione tenuta a Santiago (Cile) durante le Giornate teologiche latinoamericane del 2009 – due anni prima della sua morte e pubblicata su Redes Cristianas l’8 maggio scorso.

Il nostro punto di partenza sarà la distinzione tra religione e vangelo. Il cristianesimo non è originariamente una religione e Gesù non ha fondato nessuna religione. Successivamente i cristiani hanno fondato la religione cristiana, che è una creazione umana e non divina. La religione è il prodotto della cultura umana. Esiste una grande varietà di religioni e tutte hanno la stessa struttura, sebbene molto diverse nella loro forma esteriore. Hanno tutti una mitologia, un culto e una classe dedicata al loro esercizio. In questo la religione cristiana non è diversa dalle altre. È anch’essa una creazione umana, prodotto di varie culture. La religione è una realtà fondamentale dell’esistenza umana. Pone il problema del significato della vita su questa terra, il problema dei valori, il posto dell’essere umano nell’universo e il problema della salvezza da tutti i suoi mali di questo mondo.   

La religione è stata ampiamente studiata dall’antropologia religiosa, dalla sociologia religiosa, dalla psicologia religiosa, dalla storia delle religioni. Tutto questo riguarda anche la religione cristiana. Essendo una creazione umana, la religione cristiana è cambiata e potrebbe ancora cambiare in futuro in base ai cambiamenti nella storia.    Questa è anche una delle grandi sfide del tempo presente, perché la religione cristiana è esaurita e non offre alcuna risposta all’orientamento della cultura odierna, tranne resti di passato.     Il vangelo di Gesù non è una religione. Gesù non ha fondato nessuna religione: non ha proclamato una dottrina religiosa o una mitologia, nessun discorso su Dio, non ha fondato nessun culto e non ha fondato nessuna classe clericale. Gesù ha proclamato e inaugurato il regno di Dio sulla terra. Il Regno di Dio non è un regno religioso, è un rinnovamento dell’intera umanità, realizzazione che cambia il senso della storia umana, aprendo una nuova epoca, l’ultima. È un messaggio per tutta l’umanità in tutte le sue culture e religioni. Si potrebbe dire che è un messaggio e una storia meta- politica. Poiché gli esseri umani non possono vivere senza religione, i discepoli di Cristo per 2000 anni hanno costruito una religione che era come il rivestimento del messaggio cristiano, con il pericolo di trasformare il cristianesimo in una religione. Il rivestimento religioso può nascondere il messaggio del vangelo o può guidare questo messaggio secondo l’evoluzione della storia. In molti casi la religione ha occultato il Vangelo. I cristiani hanno enunciato una dottrina usando molti elementi del giudaismo o delle religioni non cristiane né ebraiche, hanno creato un culto di uguale ispirazione e un intero sistema legale che inquadra un’istituzione molto complessa.     Possiamo affermare che la storia del cristianesimo è la storia di una tensione o di un conflitto tra religione e vangelo, tra una tendenza umana verso la religione e le voci o le vite di coloro che volevano vivere secondo il vangelo.   Le religioni sono conservatrici e trasmettono la fede in un mondo permanente in cui tutto riceve una spiegazione religiosa. La religione cambia inconsciamente, ma resiste a qualsiasi richiesta di cambiamento volontario. Molti cristiani e molte strutture cristiane lottano inconsapevolmente contro il Vangelo. C’è del vero in ciò che affermò Charles Maurras, un ateo francese del secolo scorso, quando disse che si congratulava con la religione romana per aver eliminato dal cristianesimo tutto il veleno del Vangelo. È un po’ esagerato, ma certamente suggestivo.      Il vangelo è cambiamento, movimento, libertà. Non può accettare il mondo che esiste, deve cambiarlo. Il vangelo è conflitto tra ricchi e poveri. All’interno della religione, ricchi e poveri fanno parte dell’armonia generale. Sono così perché deve essere così, sebbene i ricchi debbano aiutare i poveri ma senza cambiare la struttura creata da Dio o dai sostituti di Dio. La religione vuole la pace, sebbene in alleanza con i potenti. Il vangelo vuole il conflitto.     Il compito della teologia è mostrare la distinzione, individuare da un lato quello che è vangelo e dall’altro tutto quello che è stato aggiunto e che può o deve cambiare per essere fedele a quel vangelo. È liberare il vangelo dalla religione. La religione è buona se aiuta a cercare il Vangelo e a non dimenticarlo sotto il rivestimento religioso. Essa è una necessità umana, ma deve essere indagata e corretta.     La teologia è al servizio del popolo cristiano o anche non cristiano, affinché conosca il vero vangelo e possa arrivare alla vera fede e non a un sentimento religioso.     Per secoli la teologia è stata al servizio dell’istituzione per difenderla dalle eresie o dai nemici della Chiesa. Così è stato dopo il Concilio di Trento fino al XX secolo e in molte regioni fino al Vaticano II. È stato apologetico, arma intellettuale nella lotta contro le Chiese riformate e tutta la modernità, al servizio della gerarchia. In un certo senso, era un’arma diretta contro i laici perché non fossero sedotti dai nemici della Chiesa.   Fino al Concilio di Trento, la teologia era un commentario alla Bibbia, libera, aperta a tutti, come lavoro intellettuale gratuito. La Riforma è partita da teologi, e allora la teologia passò sotto lo stretto controllo della gerarchia.

siamo decisamente peggiorati! ci siamo incattiviti! – a proposito del suicidio di Seid Visin

Il vero messaggio di addio di Seid Visin è che siamo diventati peggiori

di Mario Giro

«Ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il
peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone»

Queste parole pesanti
come pietre le ha scritte Seid Visin, adottato da piccolo dall’Etiopia, tre anni fa. Due giorni fa si è tolto la vita e qualcuno le mette in relazione. Comunque sia sappiamo che il problema esiste: le sue parole contraddicono il film degli italiani brava gente. Contraddicono anche l’idea sovranista che una società chiusa e dell’autodifesa sia più sicura e giusta.
Non è così: per troppi anni abbiamo accettato la seminagione della zizzania dell’odio; ci siamo abituati a pensare che la minaccia veniva dall’esterno; ci siamo lamentati come se fossimo noi le
uniche vittime.
Oggi ci ritroviamo una società più dura, insensibile, all’interno della quale nuotano i serpenti del razzismo. Impressionano “gli sguardi scettici, prevenuti, schifati”: non le parole –che pur ci sono -ma gli sguardi.
Questo significa che nel profondo dell’Italia qualcosa si è rotto. Erano meglio, molto meglio le
nostre nonne: anche davanti allo straniero restavano umane e materne. Siamo peggiorati: a
quell’epoca, dopo la guerra e fino a qualche decennio fa, a nessuno sarebbe venuto in mente di
picchiare un disabile per strada, di insultare e tirare uova a un “ciccione” autistico, a sparare ai
“neri” o a schifare apertamente uno straniero.
Dobbiamo dircelo senza relativizzare: siamo peggiori. Su molte cose siamo migliorati: ci sono  meno omicidi di una volta, ad esempio. Ma in quanto a clima umano siamo decisamente peggiorati.
Ci giustifichiamo dicendo che avere i propri giudizi o pregiudizi non fa male agli altri. Invece no: fa male, fa molto male e Seid ce lo dice lucidamente. Certamente c’è una responsabilità delle destre che hanno manipolato politicamente la paura e il razzismo. Ma non è solo questo: tutti lo abbiamo in qualche modo accettato e tollerato. Tutti abbiamo pensato almeno una volta che gli immigrati erano troppi; tutti abbiamo consentito nel nostro vicino sguardi e pensieri razzisti e cattivi.
Una società incattivita si prepara al declino: questa è la vera crisi italiana che spiega quella
economica. Forse una volta si sarebbe detto che tale declino avrebbe provocato violenza e alla fine
la guerra. E’ ancora possibile che ciò accada: una società divisa e con pensieri di odio finisce
sempre male, si auto-avvelena. Ma anche se la guerra –quella vera- non scoppierà, ci sarà
certamente un’altra forma di conflitto diffuso che farà vivere peggio tutti. Nella sua lettera Seid
racconta la mutazione della società italiana di questi anni, vissuta sulla sua pelle. Narra anche di
come lui stesso ne sia stato contagiato. La vera pandemia italiana è lo scaricare le paure su capri
espiatori, che siano immigrati, stranieri, rom o altro.
Così perdiamo la nostra identità, invece che rafforzarla. Leggendo le lettere dei nostri soldati dal
fronte le troviamo più umane: durante la seconda guerra mondiale non parlavamo così nemmeno del
nemico. Altroché andare a Kasteloritzo a celebrare l’anniversario dell’Oscar a Mediterraneo: non
siamo più così. Siamo diventati antipatici e intossicati d’odio.

la religione degli italiani “gode di una discreta salute”

davvero in Italia non c’è più religione?

i numeri raccontano una storia
diversa
di Marco Marzano
in “Domani” del 31 maggio 2021

le geremiadi sulla fine del cristianesimo che si levano da molti ambienti cattolici e atei
devoti sono largamente esagerate e assomigliano a quelle di tanti professori sulla morte della
cultura e l’imbarbarimento della gioventù. La secolarizzazione è in atto, ma segue strade e sentieri
tortuosi e imprevisti. La chiesa, anche grazie alla popolarità enorme di cui gode il suo capo
supremo, gode di una discreta salute: quella di un paziente la cui morte è molto al di là da venire


Quando la pandemia sarà finalmente terminata dovremo cercare di capire quale impatto abbiano
avuto sui processi di secolarizzazione la sospensione di molte attività pastorali, la riduzione dei
posti disponibili nelle chiese, la chiusura prolungata degli oratori, il rinvio di prime comunioni,
cresime e matrimoni. Molti preti tracciano già oggi un bilancio apocalittico per la chiesa,
sostenendo che molti praticanti non torneranno più, che tanti bambini hanno rinunciato per sempre
all’iniziazione cristiana, che i fedeli più tiepidi hanno abbandonato i banchi delle chiese e che solo i
più caparbi e motivati faranno ritorno in parrocchia.
Non mancano naturalmente, nei ranghi del clero, coloro che ritengono tutto questo non una
disgrazia, ma una fortuna, che libera la chiesa dalla devozione stanca, meramente rituale e
conformistica di tanti cattolici per abitudine e restituisce alla comunità cristiana quella dimensione
di «piccolo gregge» giudicata ideale per un ritorno alle radici evangeliche.

La religiosità degli italiani

Ci sarà tempo per verificare l’esattezza di queste profezie «decliniste». Quel che possiamo fare
oggi è invece valutare ancora una volta la situazione della religiosità italiana precedente l’inizio
della pandemia. L’opportunità ci è data dalla presentazione, a cura di Critica liberale, del
quattordicesimo «rapporto annuale sulla secolarizzazione», ricco di dati quantitativi ricavati da
diverse fonti ufficiali. Tra i tanti numeri presenti nel rapporto ce ne sono almeno tre che, se
osservati nella prospettiva temporale di almeno un quindicennio, segnalano in modo chiaro un
distacco crescente degli italiani dalla tradizione cattolica.
Si tratta della percentuale di prime nozze di cittadini italiani (quindi non stranieri e non divorziati o
risposati) celebrate con rito civile sul totale delle prime nozze, che passa dal 20,7 per cento del 2004
al 31,3 del 2018, di quella dei nati vivi fuori dal matrimonio sul totale dei nati vivi, passata da poco
più del 10 per cento del 2002 al 32 per cento del 2018 e di quella delle «coppie non coniugate» sul
totale delle coppie che appare quasi quintuplicata tra il 2000 e il 2018. Da questi tre dati si può
ricavare un’indicazione piuttosto chiara: quando si tratta di decidere che forma dare alla vita di
coppia e al contesto della genitorialità un numero crescente di italiani (nel complesso ancora
minoritario) propende per un modello distante dalla tradizione religiosa cattolica.

Un rapporto stabile

Detto questo, va osservato che molti degli altri dati contenuti nel rapporto vanno in una direzione
decisamente diversa, e cioè testimoniano di una sostanziale stabilità nel rapporto tra gli italiani e la
chiesa cattolica. Si prenda, ad esempio, il dato relativo ai battesimi. È vero che la percentuale di
battezzati tra zero e sette anni sul totale dei nati vivi è scesa, in poco più di quindici anni, di ben
dieci punti, dall’85 per cento del 2002 al 76,8 del 2018, ma questo sembra più un effetto della
crescita della quantità di bimbi figli di immigrati che nascono sul territorio italiano che dell’aumento
significativo della decisione dei genitori italiani di non battezzare i loro piccoli (tra l’altro, il dato è
ormai stabile da una decina d’anni). Lo stesso discorso vale per prime comunioni e cresime, la cui
diminuzione in cifra assoluta è, almeno in parte, spiegabile con il calo demografico degli ultimi
anni. Molto elevato rimane anche il numero di ragazzi che si avvalgono dell’insegnamento della
religione cattolica a scuola, sceso in dieci anni, dal 2008 al 2018, di soli cinque punti percentuali,
dal 91 all’86 per cento. Una conferma della persistente solidità del legame tra gli italiani e la chiesa
cattolica si ricava infine dalla lettura dei dati relativi alla destinazione dell’8 per mille. Nel 2000
erano un terzo (esattamente il 33,41 per cento) i contribuenti che manifestavano la volontà di
destinarlo alla chiesa cattolica; nel 2018 è stata una percentuale di poco inferiore: il 31,8 per cento. In definitiva, il distacco degli italiani dalla chiesa cattolica è molto meno consistente e veloce di
quel che si afferma in molte analisi improvvisate e impressionistiche nelle quali si narra di un esodo
di massa dei nostri connazionali dalla tradizione che per secoli ha caratterizzato il paesaggio
religioso della penisola. Dobbiamo ammettere che la frattura investe più talune sfere (ad esempio, il
matrimonio) che altre (ad esempio l’educazione religiosa dei figli: il catechismo e i sacramenti) e
riguarda maggiormente, come ci dicono altre ricerche, le generazioni più giovani, gli under 40,
rispetto a quelle più anziane, gli uomini rispetto alle donne. Per giunta essa implica tanti altri piani
che non sono visibili in statistiche come quelle presentate nel rapporto e che riguardano anche la
fede e non solo la pratica, la dimensione intima e valoriale e non solo quella pubblica e dei
comportamenti e quindi non solo l’andare a messa la domenica o il pregare, ma anche il credere in
Dio, le concezioni dell’aldilà, le immagini del peccato e del male, eccetera. Sul tema, si veda
l’ottimo volume di Roberto Cipriani, La fede incerta. Un’indagine quanti-qualitativa in Italia . Per
non parlare del tema ancora più complesso delle cause, dell’individuazione di quel che determina
in ultima istanza l’avanzata o la ritirata della faglia.

L’istituzione

Da ultimo è interessante rivolgere lo sguardo all’altro capo del rapporto, all’istituzione, alla chiesa
cattolica. Il rapporto contiene molti dati interessanti anche su questo versante, in particolare sul
«personale» a disposizione dell’organizzazione. Anche qui non manca qualche dato nettamente
positivo per la chiesa: ad esempio quello che riguarda i diaconi, praticamente raddoppiati in
vent’anni. In altri comparti abbiamo invece assistito a un calo drammatico: ad esempio, la quantità
di «religiose» in 20 anni è diminuita in modo drastico, dalle 113.295 unità del 2000 alle 75mila
scarse del 2018. Un crollo verticale, infinitamente superiore a quello dei sacerdoti diocesani (non
riportato nel rapporto) scesi, negli ultimi vent’anni, di sole tremila unità, da 35mila a 32mila. È vero
che l’età media del clero è cresciuta e che la quantità di ordinazioni è in diminuzione (nel 2008
erano stati ordinati 393 preti contro i 343 del 2018), ma anche qui la situazione è ben lungi
dall’essere catastrofica per la chiesa italiana. Per almeno tre ragioni: primo perché il numero
complessivo di sacerdoti rimane comunque altissimo se comparato a quello di altri paesi nel mondo
(nel nostro paese vive e lavora quasi il 12 per cento del clero di tutto il mondo!): secondo perché,
come già avviene in molti angoli del paese, l’arretramento può essere contrastato con l’importazione
di clero dal sud del mondo e infine perché l’effetto congiunto del calo demografico e della
secolarizzazione stanno riducendo in modo consistente l’attività complessiva del clero, adeguandola
di fatto alla diminuita disponibilità di personale.
Cito il caso più eclatante: nel 2000 circa 35mila sacerdoti celebravano 214mila matrimoni, i 32mila
presbiteri del 2018 ne hanno celebrati meno di 97mila. Difficile parlare di aumento del carico di
lavoro.
Il problema principale per la chiesa cattolica rimane quello degli spazi, dei presidi territoriali,
ovvero della gestione di un numero di parrocchie e di chiese ormai impossibile da tenere tutte aperte
con il personale a disposizione.

Un paziente in salute

Insomma, le geremiadi sulla fine del cristianesimo che si levano da molti ambienti cattolici e atei
devoti sono largamente esagerate e assomigliano a quelle di tanti professori sulla morte della
cultura e l’imbarbarimento della gioventù. La secolarizzazione è in atto, ma segue strade e sentieri
tortuosi e imprevisti. La chiesa, anche grazie alla popolarità enorme di cui gode il suo capo
supremo, gode di una discreta salute: quella di un paziente la cui morte è molto al di là da venire.

rischiamo di abituarci all’orrore

le foto choc

 i piccoli migranti morti

ma non possiamo abituarci all’orrore


l’orrore, un tanto al giorno, come una cura omeopatica somministrata ai nostri occhi, ci sta invadendo la coscienza e non ce ne accorgiamo
I piccoli migranti morti, ma non possiamo abituarci all'orrore
di Daniele Mencarelli

Nel settembre del 2015 il mondo gridò di orrore. Una fotografia stravolse l’opinione pubblica, fermò di colpo tutte le questioni interne ai singoli Stati, sembrò quasi cancellare qualsiasi forma di ordinaria amministrazione.

La fotografia era quella del piccolo Alan Kurdi, ritrovato senza vita su una spiaggia dell’Egeo. La sua famiglia, in fuga dalla Siria, tentò come altre migliaia di profughi di raggiungere l’occidente attraverso le tratte clandestine, nel loro caso dalla Turchia verso la Grecia. Partirono da Bodrum, ma il loro viaggio durò poco, pochissimo, il gommone sul quale viaggiavano si capovolse per il mare grosso e il peso eccessivo. Della famiglia Kurdi sopravvisse solo il padre, mentre la madre e i due figli, Ghalib e Alan, affogarono.
La fotografia di Alan con il volto nella sabbia, bagnato dalle onde del mediterraneo, con la sua magliettina rossa, i pantaloncini blu, ci rimase negli occhi per settimane. Una civiltà che permette una simile sciagura non è più una civiltà. Questo dissero, dicemmo, tutti. Talmente forte lo sdegno collettivo, e sincero, che in molti pensarono che quel sacrificio potesse aprire un nuovo capitolo della Storia. Una nuova era. Dove i bambini, tutti, ma proprio tutti, avessero stessi diritti e possibilità.

 

Il corpo restituito dal mare in Libia e a destra il piccolo Alan Kurdi

il corpo restituito dal mare in Libia e a destra il piccolo Alan Kurdi – Open Arms / Ansa

 

Poi l’umanità riprese la corsa, dimenticò quegli attimi di commozione, come succede sempre, in preda alla sua smania frenetica.
Qualche giorno fa, Oscar Camps, il fondatore della Open Arms, l’organizzazione non governativa che si occupa di aiuto ai migranti, ha diffuso delle fotografie scattate in Libia. Si vedono i corpi di tre bambini. Altre foto ritraggono adulti. Tre bambini, di cui uno neonato. Vittime di un naufragio, uno dei tanti.

Dalla foto di Alan Kurdi a queste sono trascorsi poco meno di sei anni. Un dato salta agli occhi, evidente per quanto preoccupante. Il piccolo siriano, la sua immagine straziante, divenne icona di una crisi che riguardava tutti, perché tutti hanno una coscienza e da che mondo è mondo i bambini si proteggono.

Perché tutto questo non è successo per quelli ritrovati in Libia? Perché quei tre corpi bambini non hanno prodotto nulla? Se ne è parlato per mezza giornata, poi basta. Qualsiasi spiegazione è a dir poco terribile. La prima cosa che viene in mente è questa: nel giro di poco meno di sei anni l’opinione pubblica, tutti noi, ha vissuto una specie di assuefazione-regressione all’orrore, al punto da rendere digeribile una foto che ritrae tre bambini morti su una spiaggia. Un’altra chiave di lettura potrebbe essere questa, forse ancora più disumana della prima. Le foto diffuse da Camps sono state scattate a Zuwara, in Libia, e si sa, la nostra coscienza ha oggi un confine geografico, e quel confine è proprio il Paese nordafricano, tutto ciò che accade da lì in poi e affare di altri, ed è sempre lecito. E poi, a guardare bene, quei tre bambini erano dalla pelle scura. Ma delle spiegazioni possibili interessa il giusto. Anzi niente.

L’orrore, un tanto al giorno, come una cura omeopatica somministrata ai nostri occhi, ci sta invadendo la coscienza e non ce ne accorgiamo. È la storia. La nostra storia. Quella che fa di ogni sciagura del passato, dai lager ai roghi, qualcosa che deve ancora avvenire.

delusione e indignazione per le scelte di Draghi sull’immigrazione

lettera aperta

a Lampedusa conosciamo le vere storie di migranti


Forum Lampedusa Solidale 
Invito al premier Draghi per un nuovo sguardo sui diritti umani negati
A Lampedusa conosciamo le vere storie di migranti

 

la sua recente dichiarazione a proposito della garanzia dei salvataggi «in acque territoriali italiane» è – oltre che discutibile – totalmente illogica e contraria a quanto stabilito dalla normativa internazionale in tema di soccorso e salvataggio, oltre che in netto contrasto con la Costituzione e con il riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo

Caro presidente Mario Draghi,

da mesi tutte le parti politiche, i media e i tecnici ribadiscono le altissime aspettative intorno al suo operato e quello dell’esecutivo che lei guida. A fronte di tanto apprezzamento dobbiamo però confidarle la nostra delusione e, non lo nascondiamo, a tratti anche la nostra indignazione per alcune scelte, non solo lessicali, riguardo al tema immigrazione. Le chiediamo la pazienza di leggerci e speriamo in una sua risposta. Noi viviamo a Lampedusa e sicuramente nessuno di noi vanta un curriculum paragonabile al suo né a quello dei suoi collaboratori. Tuttavia abbiamo esperienza, perché da anni siamo testimoni di ciò che avviene sulla frontiera.

Comprendiamo che nessuno può sapere tutto e sicuramente sul tema lei deve essersi affidato a collaboratori e consulenti che, è nostra opinione, la stanno esponendo a una interpretazione dei fatti che, sempre a nostro avviso, proprio per la considerazione di cui lei gode, non si addice alla sua riconosciuta statura morale, ancor prima che intellettuale. La prima cosa che vivere su quest’isola ci ha insegnato è che chi tenta di arrivare in Europa non è ‘UN’ pericolo ma è ‘IN’ pericolo. Ma quanto costa gestire la frontiera nell’ottica esclusivamente securitaria e di esternalizzazione?

La sua recente dichiarazione a proposito della garanzia dei salvataggi «in acque territoriali italiane» è – oltre che discutibile – totalmente illogica e contraria a quanto stabilito dalla normativa internazionale in tema di soccorso e salvataggio, oltre che in netto contrasto con la Costituzione e con il riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo. Noi in questi anni abbiamo imparato a conoscere i nomi di uomini, donne bambini affogati nel Mediterraneo. Abbiamo partecipato alle sepolture di chi sulla propria tomba non ha neanche un nome.

Lei, presidente, conosce alcune di queste storie?

Ha mai ascoltato, come noi, i loro terrificanti racconti? Ecco perché ringraziare la sedicente ‘Guardia costiera libica’ per la cattura dei naufraghi in mare, secondo noi e secondo quanto riportato ancora in questi giorni nei report delle Nazioni Unite e della Procura presso il Tribunale internazionale dell’Aja, vuol dire ringraziare dei carnefici. Anche per questa ragione riteniamo che lei debba domandarsi se stringere accordi con i governi della Libia o della Tunisia, pagando miliardi di euro per delegare ad altri il lavoro sporco dei respingimenti, oltre che essere una strategia che non funziona, non fa altro che alimentare i crimini e legittimare i criminali.

Lo sa che bloccare le navi delle Ong nei porti non ha alcun effetto deterrente sulle partenze, ma aumenta il numero dei morti e sottrae testimoni alle tragedie del Mediterraneo? È a conoscenza del fatto che le 130 persone affogate il 23 aprile scorso sono rimaste per oltre 48 ore in vana attesa che qualcuno prestasse loro soccorso, nella piena consapevolezza delle autorità europee, compresa l’Italia? La Procura dell’Aja ha definito quella tragedia come «un crimine». Quei naufraghi si trovavano in acque internazionali; se dovesse accadere ancora l’Italia continuerà a disinteressarsi ai salvataggi pur avendo i mezzi per poter intervenire? Diverse chiese e comunità di fede hanno espresso preoccupazione per i diritti delle persone e anche papa Francesco, proprio riguardo a quella strage, ha chiesto di pregare «per coloro che possono aiutare ma preferiscono guardare da un’altra parte». Ma quale sarà il giudizio storico di tali condotte? Noi sappiamo che l’unica soluzione possibile per porre immediatamente fine a tutto ciò è aprire immediatamente canali legali e sicuri di ingresso in Europa; ripristinare un meccanismo certo di soccorso e sbarco in un luogo sicuro, come richiesto dalle Nazioni Unite, e tornare a presidiare il Mediterraneo, anche nell’interesse dei nostri tanti pescatori. Le chiediamo perciò di voler rispondere a queste nostre domande, e la invitiamo a venire a Lampedusa, dove potrebbe ascoltarci e ascoltare le storie che ci impediscono di restare in silenzio.

Forum Lampedusa Solidale

Il Forum Lampedusa Solidale nasce nel 2015 dall’incontro di associazioni, movimenti ecclesiali, organizzazioni di volontariato, parrocchiani, donne e uomini della società civile che condividono sia il desiderio di riappropriarsi dei luoghi, fisici e sociali, dell’accoglienza, sia la volontà di attivare percorsi di partecipazione per la cura dell’intera comunità isolana. L’attività svolta dal Forum non si limita, infatti, alla mera distribuzione di beni ai migranti che sull’isola approdano, ma punta a creare una rete di competenze e di servizi per chiunque sull’isola viva o si trovi a passare per qualsiasi motivo, formulando proposte e realizzando pratiche in grado di dare risposte concrete alle necessità e alla dignità degli stranieri e della comunità che li ospita.

i limiti del nostro paradigma capitalistico – per un diverso paradigma etico-sociale

consumare il mondo o salvaguardare il mondo? paradigmi opposti 

un testo di Leonardo Boff

la pandemia ci mette, sempre più, davanti ai limiti del nostro paradigma capitalistico. In queste breve, intenso, testo il teologo brasiliano Leonardo Boff ci offre spunti per un diverso paradigma etico-sociale

Leonardo Boff

“Consumare il mondo” o “salvaguardare il mondo” sono una metafora, frequente in bocca ai leader indigeni, che mettono in discussione il paradigma della nostra civiltà, la cui violenza li ha quasi fatti scomparire. Ora è stato messo sotto scacco dal Covid-19. Il virus ha colpito come un fulmine il paradigma del “consumare il mondo”, ovvero sfruttare senza limiti tutto ciò che esiste in natura in un’ottica di crescita / arricchimento senza fine. Il virus ha distrutto i mantra che lo sostengono: centralità del profitto, raggiunto attraverso la concorrenza, la più agguerrita possibile, accumulato privatamente, a scapito delle risorse naturali. Se obbediamo a questi mantra, saremmo sicuramente sulla strada sbagliata. Ciò che ci salva è ciò che è nascosto e invisibile nel paradigma del “consumare il mondo”: la vita, la solidarietà, l’interdipendenza tra tutti, la cura della natura e l’uno dell’altro. È il paradigma imperativo della “salvaguardia del mondo”.

Il paradigma del “consumare il mondo” è molto antico. Proviene dall’Atene del V secolo a.C., quando lo spirito critico irruppe e ci fece percepire la dinamica intrinseca dello spirito, che è la rottura di ogni limite e la ricerca dell’infinito. Tale scopo era pensato dai grandi filosofi, dagli artisti, compare anche nelle tragedie di Sofocle, Eschilo ed Euripide ed è praticato dai politici. Non è più il medén ágan del tempio di Delfi: “niente di troppo”.

Questo progetto di “mangiarsi il mondo” ha preso forma nella stessa Grecia con la creazione dell’impero di Alessandro Magno (356-323), che all’età di 23 anni fondò un
impero che si estendeva dall’Adriatico al fiume Indo in India.

Questo “consumare il mondo” si è approfondito nel vasto Impero Romano, rafforzato nella moderna era coloniale e industriale e culminato nel mondo contemporaneo con la globalizzazione della tecno-scienza occidentale, espansa in tutti gli angoli del pianeta. È l’impero senza limiti, tradotto nello scopo (illusorio) del capitalismo / neoliberismo con la crescita illimitata verso il futuro. Basta prendere come esempio, di questa ricerca di crescita illimitata, il fatto che nell’ultima generazione sono state bruciate più risorse energetiche che in tutte le precedenti generazioni dell’umanità. Non c’è luogo che non sia stato sfruttato per l’accumulo di merci.

Ma ecco, è emerso un limite insormontabile: la Terra, limitata come pianeta, piccola e
sovrappopolata, con beni e servizi limitati, non può sostenere un progetto illimitato. Tutto ha dei limiti. Il 22 settembre 2020, le scienze della Terra e della vita lo hanno identificato come l’Earth Overshoot Day, ovvero il limite dei beni e dei servizi naturali rinnovabili, fondamentali per mantenere la vita. Si sono esauriti. Il consumismo, non accettando limiti, porta alla violenza, togliendo alla Madre Terra ciò che non può più dare. Stiamo consumando l’equivalente di una Terra e mezzo. Le conseguenze di questa estorsione si manifestano nella reazione dell’esausta Madre Terra: aumento del riscaldamento globale, erosione della biodiversità (circa centomila specie eliminate ogni anno e un milione in pericolo), perdita di fertilità del suolo e crescente desertificazione, tra altri fenomeni estremi.

Attraversare alcuni dei nove confini planetari (cambiamento climatico, estinzione di specie, acidificazione degli oceani e altri) può causare un effetto sistemico, facendo crollare i nove e inducendo così il collasso della nostra civiltà. L’emergere del Covid-19 ha messo in ginocchio tutti i poteri militaristici, rendendo inutili e ridicole le armi di distruzione di massa. La gamma di virus precedentemente annunciata, se non modifichiamo il nostro rapporto distruttivo con la natura, potrebbe sacrificare diversi milioni di persone e assottigliare la biosfera, essenziale per tutte le forme di vita.

Oggi l’umanità è presa dal terrore metafisico di fronte ai limiti insormontabili e alla
possibilità della fine della specie. Il Great Reset del sistema capitalista è illusorio. La Terra lo farà fallire.

È in questo drammatico contesto che emerge l’altro paradigma, quello della “salvaguardia del mondo”. È stato allevato in particolare da leader indigeni come Ailton Krenak, Davi Kopenawa Yanomani, Sônia Guajajara, Renata Machado Tupinambá, Cristine Takuá, Raoni Metuktire e altri. Per tutti loro c’è una profonda comunione con la natura, di cui si sentono parte. Non hanno bisogno di pensare alla Terra come alla Grande Madre, Pachamama e Tonantzin perché la sentono così. Proteggono naturalmente il mondo perché è un’estensione del proprio corpo.

L’ecologia del profondo e dell’integrale, come si riflette nella Carta della Terra (2000), nelle Encicliche di Papa Francesco Laudato SI: come prendersi cura della nostra casa comune (2015) e Fratelli tutti (2020), e il programma “Pace, Giustizia e Preservazione del Creato” del Consiglio Ecumenico delle Chiese, tra gli altri gruppi, hanno assunto la “salvaguardia del mondo”. Lo scopo comune è quello di garantire le condizioni fisico chimico-ecologiche che sostengono e perpetuano la vita in tutte le sue forme, in particolare la vita umana. Siamo già nella sesta estinzione di massa e l’Antropocene la sta intensificando. Se non leggiamo emotivamente, con il cuore, i dati della scienza sulle minacce che pesano sulla nostra sopravvivenza, difficilmente ci impegneremo a salvaguardare il mondo.

Papa Francesco ha seriamente ammonito nella Fratelli tutti: “O ci salviamo insieme o nessuno si salva” (n. 32). È un avvertimento quasi disperato se non si vuole “gonfiare il corteo di chi va alla propria tomba” (Z. Bauman). Facciamo il salto della fede e crediamo in ciò che dice il Libro della Sapienza: “Dio è l’amante appassionato della vita” (11,26). Se è così, non ci permetterà di scomparire così miseramente dalla faccia della Terra. Lo crediamo e lo speriamo.

“il futuro delle nostre società è un futuro ‘a colori’ ”

il messaggio di papa Francesco per la Giornata del migrante e del rifugiato:

la Giornata si celebrerà il 26 settembre 2021

papa Francesco ha voluto dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il cammino comune in questo mondo. Nel messaggio pubblicato oggi per la Giornata che si celebrerà il 26 settembre 2021, papa Francesco ha ricordato che “siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità”.

 

“Verso un noi sempre più grande”

Cari fratelli e sorelle!

Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).

Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.

La storia del “noi”

Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità.

E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da  Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).

La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali.

In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.

Una Chiesa sempre più cattolica

Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5).

Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia.

I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).

Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).

Un mondo sempre più inclusivo

A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso.

Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11).

È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande.

A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.

Il sogno ha inizio

Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).

Preghiera

Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato
che nei Cieli si sprigiona una gioia grande
quando qualcuno che era perduto
viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato
viene riaccolto nel nostro noi,
che diventa così sempre più grande.

Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù
e a tutte le persone di buona volontà
la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza
che ricolloca chiunque sia in esilio
nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare,
così come Tu l’hai creata,la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo 

Francesco

il vescovo Perego e il rinvio a giudizio di Salvini

“il rinvio a giudizio di Salvini sia un segnale importante anche dal punto di vista politico”

il commento dell’arcivescovo Perego

“certo non ha fatto il bene delle persone”

Il rinvio a giudizio dell’ex ministro dell’Interno per la vicenda Open Arms rappresenta

“il rispetto di una Costituzione che deve andare fino in fondo se un diritto fondamentale come il diritto di asilo non sia stato tutelato e poi è un segnale importante sul piano politico, è cioè di non fare cadere nel silenzio una tragedia che continuamente sta facendo morti”.

Lo sottolinea all’Adnkronos monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara da sempre in prima linea per i rifugiati anche come direttore generale della fondazione Cei Migrantes, riflettendo sul rinvio a giudizio per sequestro di persona disposto nei confronti del leader della Lega.

Salvini, uscendo dal Tribunale, ha commentato che andrà a processo a testa alta per avere fatto il “bene del Paese”. E’ così?

“Se avrà fatto il bene del Paese – osserva il ’vescovo dei migranti’ – lo deciderà la magistratura. Di certo non ha fatto il bene delle persone, tra loro anche malati rimasti per giorni in mezzo al mare; non ha dato l’ immagine di un Paese nel quale la Costituzione dispone la tutela per i richiedenti asilo. Quelle persone non sono state tutelate”.

L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio ricorda quindi che

“l’Italia e gli altri Paesi europei devono superare quella immobilità ancora presente sulla riforma del regolamento di Dublino in modo tale che il principio di solidarietà venga tutelato. Abbiamo visto anche nella pandemia la debolezza dell’Europa sulla solidarietà, sia sul tema dell’immigrazione, del diritto di asilo, sia sul tema della salute perché di fatto si è andati in ordine sparso e su alcuni principi fondamentali della tutela della persona l’Europa è ancora da costruire”.

Da qui l’auspicio che

“questo rinvio a giudizio sia un segnale importante anche dal punto di vista politico: si vedrà se i diritti fondamentali sono stati lesi o meno. Oltretutto è chiaro che il respingimento che avviene anche oggi è un dato allarmante che non può lasciare in silenzio le forze in campo. Anche i continui ostacoli a
riorganizzare soccorsi in mare sono un altro segnale non positivo perché non solo non si interviene ma si ostacola chi interviene a tutelare la vita delle persone”.

il «virus dell’indifferenza», letale quanto il Covid, genera «ingiustizia sociale» e porta a scartare e sfruttare i poveri

papa Francesco

la politica non disprezzi i poveri, scartandoli o sfruttandoli a fini di potere

Videomessaggio ai partecipanti alla conferenza internazionale “A Politics Rooted in the People”. Francesco scrive ai vescovi del Brasile colpito dal Covid: «Il virus dell’indifferenza infetta l’umanità e genera ingiustizia sociale»

Papa Francesco

Francesco esprime il suo sostegno al loro lavoro che, a volte, «può risultare scomodo». «Alcuni – dice – vi accusano di essere troppo politici, altri di voler imporre la religione. Ma voi percepite che rispettare il popolo è rispettare le sue istituzioni, anche quelle religiose; e che il ruolo di queste istituzioni non è imporre nulla, bensì camminare con il popolo, ricordandogli il volto di Dio che ci precede sempre».

Nel filmato, interamente in spagnolo, Francesco si appella alla politica chiedendo, anzi, implorando di non disinteressarsi dei poveri, disprezzandone cultura e valori, anche quelli religiosi, «sia scartandoli sia sfruttandoli, a fini di potere». «Il disprezzo della cultura popolare è l’inizio dell’abuso di potere», afferma il Papa. «Quando il popolo è scartato – è la sua denuncia – viene privato non solo del benessere materiale, ma anche della dignità dell’agire, dell’essere protagonista della sua storia, del suo destino, dell’esprimersi con i suoi valori e la sua cultura, della sua creatività, della sua fecondità».

Anche la Chiesa viene chiamata in causa dal Pontefice: «Per essa è impossibile separare la promozione della giustizia sociale dal riconoscimento dei valori e della cultura del popolo, includendo i valori spirituali che sono fonte del suo senso di dignità».

Il Papa esprime quindi il suo “sogno” già rivelato nel libro: «Che tutte le diocesi del mondo abbiano una collaborazione sostenuta con i Movimenti popolari», perché «andare incontro a Cristo ferito e risorto nelle comunità più povere ci consente di riacquistare il nostro vigore missionario, perché così è nata la Chiesa, nella periferia della Croce». Se la Chiesa smette di interessarsi dei poveri, «rivive le vecchie tentazioni di trasformarsi in una élite intellettuale o morale», «una nuova forma di pelagianesimo o di vita essena».

Secondo il Vescovo di Roma, c’è un rischio grande che è quello di farsi contagiare dal «virus dell’indifferenza». Lo scrive nel messaggio ai vescovi del Brasile riuniti nella loro 58esima Assemblea Generale, che si apre con parole di vicinanza alle migliaia di famiglie del Paese latinoamericano, tra i più colpiti dalla emergenza sanitaria, che piangono la perdita dei loro cari a causa del Covid, e con un ricordo dei vescovi vittime sempre del coronavirus.

«Questo andarsene senza poter salutare, questo andarsene nella solitudine più spogliata è uno dei dolori più grandi che hanno quelli che ci lasciano», afferma Papa Francesco. Di fronte a un dramma così enorme, bisogna mettere da parte «divisioni e disaccordi» e lavorare uniti «per superare non solo il coronavirus, ma un altro virus che da tempo infetta l’umanità: il virus dell’indifferenza che nasce dall’egoismo e genera ingiustizia sociale».

Parole in linea con il videomessaggio inviato sempre oggi dal Pontefice al Congresso internazionale dedicato a santa Teresa d’Avila, dal titolo “Donna eccezionale”, mutuato dalla definizione di Paolo VI della santa. Il congresso termina oggi all’università cattolica della città castigliana, nel 50esimo anniversario del dottorato di santa Teresa.

Come all’epoca di Teresa (il XVI secolo), anche oggi «viviamo in “tempi difficili”, non facili, che hanno bisogno degli “amici fedeli di Dio”, amici forti», annota il Papa nel filmato. «La grande tentazione è quella di cedere alla disillusione, alla rassegnazione, al triste e infondato presagio che tutto andrà male». Ecco, proprio «quel pessimismo sterile, quel pessimismo di persone incapaci di dare la vita» rappresenta una grande piaga per l’umanità odierna perché «chiude le persone nei loro recinti protetti». Invece Dio chiama ad aprirsi e a farlo nel segno della misericordia: «Tale cammino – rimarca il Pontefice – non è aperto a coloro che si considerano puri e perfetti, i catari di tutti i secoli, ma a coloro che, consapevoli dei loro peccati, scoprono la bellezza della misericordia di Dio, che accoglie tutti, redime tutti e chiama tutti alla sua amicizia».

 

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