la disumanità italiana nei confronti dei migranti

“Italia disumana coi migranti”

parola di mons. Lorefice

di Fabrizio Mastrofini
in “l’Unità” del 26 febbraio 2026

I vescovi si svegliano contro le politiche migratorie del governo? Vale per mons. Corrado Lorefice,
arcivescovo di Palermo, duramente attaccato sui social per la sua ferma denuncia dei troppi morti in
mare. Che le onde, dopo il maltempo di queste settimane, riversano a decine sulle coste anche della
Calabria. E anche questi vescovi si fanno sentire.
Mons. Lorefice ha avuto frasi inequivocabili. Siamo, ha scritto, “narcotizzati da scelte politiche che
pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace,
forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità”. E aggiunge: “Queste vittime – questi
volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa
e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come
criminali quanti prendono il largo come «pescatori di uomini e di donne» in balia delle onde. Questi
corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda
populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi”. Di più: “Non li abbiamo accolti. Non
siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in
testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare
certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che,
dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari”. Tanto è bastato per scatenare i social: “i preti non
dovrebbero fare i politici”; “La chiesa mi fa sempre più schifo” e c’è chi ha attaccato Bergoglio,
dicendo che Lorefice “se non era comunista come Francesco non sarebbe in questo ruolo”. Un
messaggio di solidarietà all’arcivescovo arriva dal deputato del Pd Peppe Provenzano: “Sono parole
piene di umanità quelle di don Corrado Lorefice, che denunciano la strage di migranti che si
consuma nel Mediterraneo, l’indifferenza di chi avrebbe la responsabilità politica, in Italia e in
Europa, di fermare questa sistematica omissione di soccorso verso i naufraghi”. “Le parole
sprezzanti e cariche di odio rivolte all’arcivescovo Lorefice sottolineano Ramon La Torre e Barbara
Evola di Rifondazione comunista Palermo devono farci riflettere sulla determinazione di coloro che
hanno una visione del paese che trova nel suprematismo, nella sopraffazione e nelle ragioni della
forza gli elementi chiave per costruire un assetto sociale ben diverso rispetto a quello che
perseguiamo”. Il segretario della Cgil Palermo, Mario Ridulfo, osserva che “aver richiamato la
politica e i governi alla responsabilità del soccorso e dell’accoglienza, invece che la pietas umana
provoca gli insulti”.
Poi ci sono i vescovi della Calabria.
“Il mare ci chiede conto”, scrivono in un appello accorato a non fare finta di niente. “Da Scalea ad
Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: le coste della nostra terra e della Sicilia
hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo
dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le
organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio.
Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa
guardava altrove”. E aggiungono: “Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi
anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo
diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo
consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata”. I dati sono implacabili.
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti
sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi,
più morti. “Il nostro primo pensiero e la nostra preghiera di pastori, aggiungono i vescovi, sono
rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo”. Ma ce ne è
per tutti. “Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo
trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde
per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa
umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi
di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore”. Poi alla politica: “Chiediamo
alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro
paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in
difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per
chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria”. Quindi alla magistratura: “Chiediamo che le procure di
Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato
restituito dal mare e per accertare le responsabilità”. E infine una stilettata per tutti: “chiediamo che
si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza
considerare chi muore”. L’arcidiocesi di Palermo e le diocesi della Calabria hanno avuto il coraggio
di alzare la voce. Ieri si è aggiunto mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente dei
vescovi siciliani, in solidarietà con Lorefice. “Da custode del Vangelo mons. Lorefice ha difeso il
valore dell’umanità in quanto tale, la dignità di ogni persona umana, con i suoi fondamentali diritti,
per altro sanciti e riconosciuti dagli organismi internazionali”, scrive Raspanti. E poi ancora:
“Possiamo ignorare, per altro, che molti legislatori vogliono contenere e abbandonare piuttosto che
soccorrere, accogliere e predisporre condizioni umane per chi è uomo e donna come noi? Mi
sembra un campanello di allarme che si reagisca con aggressività dinanzi a un richiamo al senso di
umanità, alla fraternità e alla libertà. È proprio vero che ogni corpo restituito dal mare è una ‘chiara
denuncia’ contro la propaganda che calpesta l’umanità”. È ancora presto per dire se modificheranno
la linea prudente dell’intera Conferenza episcopale italiana. Ma è un segnale. E non da poco

cose che non ti aspetteresti … ma possono succedere

un ex detenuto alla guida delle carceri

di Concita De Gregorio
in “la Repubblica” del 7 febbraio 2026

Cose che possono succedere. Mentre da noi si vara il decreto sicurezza, il fermo preventivo sui manifestanti, lo scudo penale per gli agenti, le osservazioni del Quirinale, i dubbi di costituzionalità.
Ecco, intanto a New York il nuovo sindaco Zohran Mamdani nomina un ex detenuto alla guida del sistema penitenziario della città. Si chiama Stanley Richards. Negli anni Ottanta fu condannato a 9 anni per rapina.
Ne ho letto su Rivistastudio, che rimanda attraverso dei link a cosa ne scrive la stampa americana.
Riporto: «Ha scontato quattro anni e mezzo in carcere, due dei quali a Rikers Island, il più grande
penitenziario dello Stato di New York. Dopo la scarcerazione, nel 1991, ha seguito un percorso di
reinserimento che lo ha portato a diventare una delle voci più influenti nel dibattito sulla riforma
delle carceri. Negli ultimi anni ha lavorato come consulente e attivista diventando presidente della
Fortune Society (una delle più grandi organizzazioni senza scopo di lucro statunitensi che si
occupano di ex detenuti), occupandosi di alternative alla detenzione, condizioni di vita dei detenuti
e programmi di rientro nella società.
Il sindaco Mamdani lo ha nominato direttore del New York City Department of Correction, che
gestisce le carceri cittadine. È una figura che fa da controllore e garante: sarà responsabile della
sicurezza e delle operazioni quotidiane all’interno delle carceri ma anche della riabilitazione dei
detenuti e del rispetto delle norme federali e statali sulle condizioni di detenzione. La nomina arriva
in un momento molto difficile per il sistema carcerario newyorchese e in particolare per Rikers
Island, dove si è registrato un numero preoccupante di morti di detenuti — quattordici, negli ultimi
mesi — durante la carcerazione. Richards è dunque chiamato a ridurre la violenza negli istituti,
migliorare le condizioni di detenzione e ripensare il ruolo del carcere all’interno delle politiche di
sicurezza urbana». Niente, solo questo. Ve lo volevo dire

per una chiesa di tutti

 

“tutti, tutti, tutti”

il nuovo arcivescovo di New York indica una Chiesa
di ponti e dialogo

di Camillo Barone
in “www.ncronline.org” del 5 febbraio 2026 (traduzione: www.finesettimana.org)

L’arcivescovo designato Ronald Hicks ha delineato una scelta pastorale radicata nella semplicità,
plasmata dall’evangelizzazione, attenta agli immigrati e ai poveri e incentrato sulla costruzione di
una chiesa missionaria che si apra verso l’esterno.
L’arcivescovo designato Ronald Hicks si è fermato davanti ai murales all’ingresso della Cattedrale
di San Patrizio a New York che raffigurano Santa Francesca Cabrini, Dorothy Day, i primi
soccorritori dell’11 settembre e gli immigrati del passato e del presente, e ha visto in essi un riflesso
sia della sua storia personale che della storia di New York.
“Mi ha ricordato la mia famiglia di immigrati che è venuta qui dalla Germania, dall’Irlanda e dalla
Polonia, e mi ha anche ricordato le persone che ho incontrato durante il mio lavoro missionario in
America Latina”, ha detto Hicks. “Mi ha ricordato che le persone continuano a guardare a quella
porta dorata come fonte di speranza e opportunità qui negli Stati Uniti”.
Il nuovo arcivescovo, che diventerà l’undicesimo leader dell’arcidiocesi di New York, ha
approfittato della conferenza stampa pre-insediamento del 5 febbraio per indicare il tono pastorale
che spera di imprimere: radicato nella semplicità, plasmato dall’evangelizzazione, attento agli
immigrati e ai poveri e incentrato sulla costruzione di una chiesa missionaria che si apra verso
l’esterno.
Il 18 dicembre Papa Leone XIV ha nominato Hicks, 58 anni, successore del cardinale Timothy
Dolan, le cui dimissioni sono state accettate dopo che questi ha raggiunto l’età pensionabile
obbligatoria di 75 anni nel febbraio 2025.
Hicks ha affermato che i giorni che precedono e seguono il suo insediamento sono intesi
innanzitutto come momenti di preghiera non di autopromozione. Stasera (5 febbraio) l’arcidiocesi
celebrerà i vespri e domani (6 febbraio) Hicks sarà ufficialmente insediato come arcivescovo
durante una messa che dovrebbe attirare più di 2.000 persone, tra cui circa 90 vescovi, sette
cardinali e circa 400 preti.
“Stasera non è il momento di fissare un programma o di promuovere la mia visione, ma è il
momento di chiedere la benedizione di Dio nella preghiera e di farlo insieme”, ha detto. Durante la
messa di insediamento, intende sottolineare la gratitudine e la missione della Chiesa, facendo
ripetutamente riferimento a Papa Leone XIV e promettendo di collaborare con la sua visione.
Hicks ha descritto questa missione in termini chiaramente orientati verso l’esterno. “Parlerò
semplicemente di essere una Chiesa composta da discepoli missionari che vogliono andare e fare
discepoli, e anche trasmettere la nostra fede alle generazioni future”, ha affermato. “Parleremo di
una Chiesa che costruisce ponti, va nelle periferie, si impegna nel mondo e vive la sua missione:
una Chiesa missionaria”.
Le liturgie stesse rifletteranno questa visione e includeranno elementi bilingui. Facendo riferimento
a trent’anni di presbiterato in cui la comunità ispanica è stata al centro del suo ministero, Hicks ha
affermato che intenzionalmente predica in parte in spagnolo.
“Voglio comunicare al mondo che la comunità ispanica è molto importante nella vita della Chiesa
cattolica, ed è anche un modo per mostrare il mio rispetto e il mio amore per la comunità latina
riconoscendo la sua dignità”, ha affermato.
La prima lettura alla Messa di insediamento di Hicks sarà proclamata da Samuel Jimenez Correas,
un orfano salvadoregno immigrato a Chicago, che Hicks ha incontrato durante i suoi cinque anni di
lavoro come missionario in El Salvador dal 2005 al 2010.
Hicks ha anche sottolineato la varietà delle persone che saranno presenti alle celebrazioni. Accanto
al clero cattolico e ai laici ci saranno rappresentanti di altre tradizioni religiose, del governo, del
mondo degli affari, del lavoro, dell’istruzione, delle organizzazioni non-profit, dei soccorritori di
pronto intervento e delle arti.
“In altre parole, chi ci sarà? Tutti. Tutti”, ha detto. “Per citare Papa Francesco, quando diceva: chi ci
sarà, todos, todos, todos. Questo è positivo, perché New York è un luogo dove vive e si sente a casa
il mondo intero, e la Chiesa cattolica è universale, riunisce e coinvolge tutti”.
Alla domanda del National Catholic Reporter sul suo messaggio agli immigrati cattolici, le cui voci
faticano a farsi sentire a livello nazionale, Hicks ha inquadrato la sua risposta nella dottrina sociale
cattolica.
“La mia risposta deriva da una chiara comprensione, nella Chiesa cattolica e nella nostra giustizia
sociale, di cosa sia la dignità umana”, ha affermato. “Il mio messaggio è: come ci trattiamo con
rispetto? Come possiamo semplicemente vederci come fratelli e sorelle e usare questo come
fondamento per tutto?”.
Hicks ha anche parlato di colmare il divario tra ricchi e poveri in una città caratterizzata da forti
contrasti.
“Penso che questo sia il potere di Gesù. Egli ama, conosce e si rivolge a tutti, a tutti, e vuole che
tutti siano salvati”, ha affermato.
Proveniente dalla diocesi di Joliet, nell’Illinois, dove vivono poco più di 500.000 cattolici, Hicks ha
riconosciuto la portata e la visibilità globale di New York, definendola di influenza nazionale e
internazionale. Ha affermato di essere consapevole che la sua voce ora arriva ben oltre i confini di
una diocesi, anche attraverso la messa televisiva nazionale delle 10:15 della domenica nella
Cattedrale di San Patrizio.
Secondo il suo sito web, l’arcidiocesi di New York conta circa 2,5 milioni di cattolici in circa 300
parrocchie.
Nonostante la visibilità e le esigenze amministrative del ruolo, Hicks ha affermato di non
considerarsi in primo luogo un dirigente.
“Non voglio essere visto solo come l’amministratore delegato o il presidente di un gruppo”, ha
detto. “Sono stato chiamato qui per essere un pastore e, come pastore, il mio desiderio è quello di
essere un buon pastore”.
Mentre si prepara ad assumere la cattedra e ad iniziare formalmente il suo ministero, Hicks ha
descritto la sua visione in una sola parola: “provvidenza”. Ha affermato di confidare che Dio lo
abbia preparato per questo momento e che il suo compito ora sia quello di arrendersi, fidarsi e
seguire.
“Voglio solo fidarmi di Lui, seguirLo e continuare a farlo”, ha affermato

ci manca la profezia di papa Francesco

quanto ci manchi, Francesco!

di José Manuel Vidal
in “Religión Digital” del 9 febbraio 2026

Papa Francesco è stato, prima di tutto, un profeta: qualcuno che ha osato dire ad alta voce ciò che
milioni di coscienze intuivano silenziosamente.
La sua morte non ha solo chiuso un pontificato; ha aperto un buco nero di autorità morale in un
mondo che da allora sembra più caotico, più brutale e più schiavo dei Trump di turno.
Oggi, guardando indietro, inizia ad imporsi una scomoda certezza: non siamo riusciti ad apprezzare
appieno il privilegio di essere stati contemporanei del papa dei poveri e della primavera della
Chiesa.
Il papa che ci chiedeva costantemente di pregare per lui, perché sapeva di essere il bersaglio
principale dei «fiori del male».
Ora sappiamo che Bannon ed Epstein volevano abbatterlo.
Un profeta con nome e volto
Francesco ha avuto qualcosa che non si può comprare né fabbricare: carisma e autorità morale
riconosciuta anche dai suoi detrattori.
Proprio perché la sua parola raggiungeva gli emarginati, i ricchi e i potenti si sono sentiti in dovere
di reagire: lo hanno accusato di essere eretico, marxista, ingenuo e pericoloso, perché il suo Vangelo
sociale metteva a nudo l’oscenità di molte strutture economiche e politiche e di un «capitalismo che
uccide», come ripeteva spesso.
Questo rifiuto è stato, paradossalmente, la prova migliore che la sua voce toccava i veri nervi
scoperti di un mondo in mano agli Epuloni di turno.
Per questo, dal mondo oscuro della costellazione MAGA (che ora subiamo in tutta la sua brutalità),
volevano la sua testa ed hanno manovrato per ottenerla.
Senza riuscirci, perché il potere della preghiera è più grande di loro.
Allo stesso tempo la immensa maggioranza silenziosa – credenti, agnostici, gente di strada – lo ha
riconosciuto come un punto di riferimento diverso: qualcuno che parlava chiaro sui migranti, sui
poveri, sugli anziani, sugli emarginati e sui giovani senza futuro, senza ricorrere a tecnicismi o a
comode neutralità.
E lo faceva con parole semplici e gesti concreti che tutti comprendevamo, senza bisogno di
intermediari.
Molti di noi, durante il suo pontificato, ci siamo sentiti orgogliosi di «avere» un papa così, anche
coloro che non condividevano tutte le sue impostazioni, perché incarnava qualcosa di raro: la
coerenza tra ciò che diceva e come viveva.
Un vuoto morale che diventa più evidente nel tempo
Da quando quest’uomo di Dio ci ha lasciato, il mondo ha avuto le convulsioni e non è più stato lo
stesso.
Non perché Francesco sia stato un supereroe capace di fermare guerre o abbattere muri con
un’omelia, ma perché all’improvviso è scomparsa una voce che organizzava, con autorità globale,
la difesa dei più deboli.
E questa lacuna si avverte in ogni conflitto in cui mancano parole chiare, in ogni deriva autoritaria
senza una denuncia che risuoni a livello globale, in ogni crisi climatica in cui l’economia torna ad
imporsi senza una «Laudato si’» che scomodi tutti.
Ciò che resta è uno strano silenzio: le istituzioni continuano a parlare, i comunicati si moltiplicano, i
discorsi si susseguono, ma manca questo misto di parrhesía e di tenerezza, di denuncia e di
consolazione, con cui Francesco si rivolgeva allo stesso modo a presidenti ed a raccoglitori di
cartone.
Quanto abbiamo bisogno oggi di qualcuno che, senza paura, ripeta che «questa economia uccide»,
che «nessuno si salva da solo», che la guerra è sempre un fallimento assoluto della politica e
dell’umanità.
Il migliore di noi: memoria e responsabilità
«Il migliore essere umano di tutti» è, ovviamente, un’iperbole affettiva, ma dice qualcosa di
vero: per molti Francesco ha incarnato il meglio della nostra capacità di umanità condivisa. Per
questo il lutto non è solo ecclesiale; è di civiltà.
Andandosene, ci ha costretto a porci una domanda scomoda: chi occupa ora questo posto di autorità
morale globale, trasversale, scomoda per tutti e vicina agli ultimi?
Leone XIV, il suo successore, è forse l’unico che può farlo.
Ma ha bisogno di tempo per consolidare la sua posizione a livello mondiale e diventare, come il suo
predecessore, un punto di riferimento globale.
E per farlo, deve vincere la potentissima macchina mediatica nordamericana, nelle mani degli
alleati del MAGA, che sta cercando con tutti i mezzi di «mettere a tacere» i messaggi del primo
papa americano.
Col passare del tempo, la memoria si sedimenta: la schiuma delle polemiche si diluisce e resta la
sostanza di un pontificato che, con le sue luci e ombre, ha riaperto finestre, ha riabilitato la
misericordia come categoria centrale, ha posto i poveri al centro del discorso e ha ricordato che la
Chiesa non è una dogana, ma un ospedale da campo.
Il tempo ci sta facendo comprendere la grandezza del privilegio: aver respirato la stessa epoca
storica del papa dei poveri e della primavera ecclesiale.
Non solo nostalgia: ereditare la sua audacia
Dire «non smetteremo mai di sentire la sua mancanza» non può consistere solo in una malinconica
consegna.
Il modo migliore per onorare la sua memoria non è imbalsamarla, ma tradurre la sua intuizione
profetica in contesti concreti: alzare la voce di fronte alla crudeltà verso i migranti, disarmare
discorsi di odio, smascherare pseudo-vangeli neoliberisti (come quello del vicepresidente
statunitense J.D. Vance) e sostenere le comunità che continuano a vivere il Vangelo sul campo.
Se Francesco è stato un profeta dotato di carisma, di una personalità straordinaria e di una
riconosciuta autorità morale, la domanda che lascia come testamento è semplice e impegnativa:
siamo disposti ad assumerci, anche su piccola scala, il costo di questa stessa profezia?
Sentire la sua mancanza è inevitabile. Trasformare quest’assenza in una scusa per il cinismo sarebbe
tradirlo.
Forse l’unico modo adulto di superare il lutto consiste in qualcosa di semplice e difficile come
questo: quando manca la sua voce per difendere i popoli più deboli, chiederci cosa direbbe lui… e
avere il coraggio, anche se la nostra voce trema, di dirlo noi stessi.
E chiedere a Leone XIV di ricaricare le batterie della parrhesía e di diventare cassa di risonanza del
Vangelo della misericordia. E anche di denunciare il tentativo di «abbattere» il suo amato
predecessore.
__________________________________________________
Articolo pubblicato il 9.2.2026 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.com)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommasell

i migranti – milioni di disperati senza diritti – una riflessione del vescovo Perego

un diritto negato

di Gian Carlo Perego 

in “Vita Pastorale” del febbrai2026

Purtroppo, a fronte della crescita delle persone in fuga, il diritto alla protezione internazionale ha
subìto un indebolimento grave, fino anche alla negazione nei Paesi dell’Occidente che ne erano
finora i garanti: Stati Uniti ed Europa

Il Rapporto Migrantes 2025 sul “Diritto d’asilo” è aperto dalle parole di papa Leone in un videomessaggio
agli abitanti di Lampedusa: «Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli, ma
rischiamo di stare fermi, silenziosi e tristi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare. Invece no: la
storia è devastata dai prepotenti, ma è salvata dagli umili, dai giusti e dai martiri». Ingiustizia, dolore,
prepotenza, accompagnate da «crisi permanenti e responsabilità rimosse» sulla tutela del diritto d’asilo e
dalla riduzione di aiuti sembrano camminare insieme ai richiedenti asilo, ai profughi, ai rifugiati che, l’anno
scorso, sono cresciuti ancora: oltre 123 milioni di persone in fuga, in maggioranza sfollati interni (73,5
milioni), 8 milioni e mezzo di richiedenti asilo, 43 milioni di rifugiati (cresciuti di quasi 12 milioni per le
vicende palestinesi). Venezuela, Siria e Afghanistan sono i Paesi con il maggior numero di rifugiati, a cui si
aggiungono l’Ucraina con oltre 5 milioni di rifugiati e il Sud Sudan con 2 milioni e mezzo.
Cosa alimenta il cammino di chi chiede la protezione internazionale? Guerre, violenze diffuse, cre
scente numero di morti (+27%) e situazioni di crisi restano la causa principale della fuga dalle
proprie case. Sono 31 le guerre in corso e 23 le crisi sparse in tutto il mondo, che interessano in
particolare l’Africa, l’Asia e il Medio Oriente. La guerra è tornata a essere presente nell’area europea
con il conflitto tra Ucraina e Russia e le tensioni in Kosovo, a Cipro e in Georgia.
Oltre che dalle guerre si fugge anche da persecuzioni, violazioni dei diritti umani, sfruttamento e
schiavitù in 91 Paesi con regimi autoritari, che superano come numero i Paesi democratici (88). Le
donne in Afghanistan continuano a essere escluse dalla vita pubblica e in Iran subiscono continue
violenze, come in alcuni Paesi le leggi criminalizzano le persone di diverso orientamento sessuale
(Ghana, Malawi, Uganda… e anche in Bulgaria). Anche la libertà religiosa è sistematicamente
negata in vari Paesi, con gravi violazioni in Afghanistan, Cina, Eritrea, India, Nigeria, Pakistan,
Russia. Crisi climatiche crescenti (siccità, desertificazione…) e disastri ambientali mettono in fuga
45 milioni di persone soprattutto negli Usa, nelle Filippine, in India, in Cina, in Bangladesh.
Purtroppo, a fronte della crescita delle persone in fuga, il diritto alla protezione internazionale ha
subìto un indebolimento grave, fmo anche alla negazione nei Paesi dell’Occidente che ne erano
fmora i garanti: Stati Uniti ed Europa.
Il Rapporto analizza gli effetti al confine con il Messico e negli Stati Uniti delle politiche di Trump sulla
popolazione in cerca o in attesa di asilo, oltre che sui lavoratori temporanei latinoamericani. A metà set
tembre 2025, l’amministrazione Trump — che in campagna elettorale aveva promesso di chiudere il confine
meridionale con un muro di confine e fare la più grande espulsione di stranieri dagli Usa — ha emanato
almeno dodici ordini esecutivi collegati alla migrazione, con un ingente investimento di risorse, quattro volte
superiori alla spesa annuale per l’immigrazione. I provvedimenti mirano a limitare le tutele alle frontiere e in
materia di asilo, a ridurre i programmi umanitari, a diminuire i finanziamenti destinati al sistema di
rifugiati e richiedenti asilo: quasi uno smantellamento del sistema asilo.
Si è assistito nei mesi scorsi a retate, alla moltiplicazione di centri di detenzione per migranti, a
divieti di viaggio (con la cancellazione di visti), a espulsioni verso Paesi terzi. Una vera e propria
caccia al migrante, che ha generato paura e fermi di persone migranti che non avevano fatto
violazioni o infrazioni minime, generando anche gravi ripercussioni sulle famiglie, sul lavoro, sulla
realtà sociale, sull’economia, sul sistema educativo, sulla partecipazione alla vita pubblica, anche
religiosa, dei migranti, ma anche sul benessere pubblico dei cittadini.
Le azioni contro i migranti si sono sommate a un linguaggio e a una retorica disumanizzante,
condita da falsità, che hanno alimentato la loro criminalizzazione, creando una divisione sociale.
Azioni accompagnate dalla diminuzione degli aiuti per la cooperazione allo sviluppo e all’aumento
delle spese militari.
La Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha reagito ricordando che occorre trovare un equilibrio tra i
diritti degli individui alla sicurezza e alla dignità, il dovere degli Stati a proteggere il bene comune e la sicu
rezza, e l’obbligo di garantire che le leggi e le politiche siano umane e promuovano la solidarietà. Principi,
questi, che valgono anche per le leggi e le pratiche in materia di migrazione. Al tempo stesso, le comunità
cristiane, i gruppi religiosi, preti e vescovi hanno iniziato una testimonianza alternativa, che consiste nell’ac
compagnare le persone ai tribunali dell’immigrazione, a visitare gli immigrati nei centri di detenzione e a
opporsi alle azioni di contrasto che violano la dignità umana. La Chiesa negli Stati Uniti ha sviluppato,
inoltre, risposte pastorali all’incertezza e alla paura che molte comunità di immigrati stanno vivendo. Papa
Francesco, in una sua lettera, ha sostenuto l’atteggiamento e le ho. scelte della Chiesa americana.
La politica di Trump ha condizionato la politica europea. Anche l’Europa considera una priorità la
difesa e la competitività che ha un riflesso nella politica migratoria con la tendenza ad accrescere
l’esternalizzazione del controllo delle migrazioni e i rimpatri, guardando anche al modello Albania (in
realtà fallimentare), promosso dall’Italia. Anche in Europa si tende a ridurre la spesa umanitaria, la
protezione umanitaria, con l’escamotage dei cosiddetti “Paesi sicuri”, l’accelerazione dell’esame delle
domande d’asilo e la crescita dei rigetti, mediamente del 50% rispetto al numero delle domande (in Italia è al
64%).
Il Patto sulla migrazione e sull’asilo, che entrerà in vigore nel giugno di quest’anno — pesanti le
critiche di Caritas europea, degli Organismi ecclesiali impegnati nell’accompagnamento dei
migranti e richiedenti asilo, del Tavolo asilo in Italia… — sarà, purtroppo, un grave segnale di un
“indebolimento democratico” nella politica migratoria europea

i rom e la giornata della ‘memoria’ – una riflessione di Dijana Pavlovic

non dite “mai più lo sterminio”

la memoria non è acqua passata

di Dijana Pavlovic

in “l’Unità” del 27 gennaio 2026

Ogni anno, il 27 gennaio, scrivo più o meno le stesse cose. Racconto il Porrajmos, chiedo che venga
riconosciuto, ricordo che il genocidio dei rom è stato rimosso dalla memoria pubblica europea,
sottolineo che questa rimozione ha conseguenze concrete: oggi la discriminazione, la violenza e
l’esclusione contro i rom sono strutturali, istituzionali, normalizzate. E ogni anno mi chiedo se tutto
questo produca davvero qualche risultato reale.
N on sono tra quelli che dicono che non ha senso ricordare, al contrario. Ma bisogna essere ciechi
per non vedere che, mentre ricordiamo, il mondo va chiaramente in una direzione opposta. La
violenza aumenta, si consolida. È diventata linguaggio politico legittimo, pratica istituzionale,
consenso elettorale. È sempre più forte, visibile, accettata e persino rivendicata.
Sentiamo ripetere la formula: “ricordare perché non si ripeta mai più”. Ma cosa significa,
concretamente? Se per “non si ripeta” intendiamo che non si ripeta nelle stesse identiche forme
storiche, allora è ovvio: nessun evento della storia si ripete mai in modo identico. Se invece
intendiamo che non si ripeta nella sostanza, cioè nella logica di disumanizzazione, distruzione
collettiva, annientamento sistematico, allora il problema è evidente. Stiamo ricordando mentre sta
accadendo di nuovo.
Uno degli argomenti più frequenti è che il 27 gennaio “riguarda quel genocidio, in quel contesto
storico”, e che quindi si può parlare solo della Shoah e dei prigionieri politici, come previsto dalla
legge che istituisce il Giorno della Memoria. In alcuni contesti minori, e nonostante la legge non lo
preveda – e si guardi bene dal prevederlo – si ricorda anche il Porrajmos, pur essendo stato
realizzato con modalità identiche alla Shoah.
Ma parlare di ciò che succede oggi, per esempio a Gaza, sarebbe una provocazione, una forzatura,
una strumentalizzazione.
Questo però solleva una domanda: se la memoria può parlare solo del passato e non può nominare il
presente, a cosa serve davvero? Se ricordiamo solo ciò che è già concluso, ciò che è ormai
irreversibile, ciò su cui non possiamo più intervenire, allora la memoria è sterile e inutile. Serve a
onorare i morti, certo, ed è giusto. Ma non serve più a proteggere i vivi.
Nei luoghi della memoria colpiscono sempre le liste di nomi.
Migliaia, decine di migliaia, incisi sulle pareti. Leggerli è fisicamente faticoso. È una fatica che ha
senso: ogni nome restituisce l’idea che non si tratta di numeri, ma di persone. Di vite singole,
concrete, interrotte.
Pochi mesi fa è stato pubblicato un libro: I nomi della memoria del genocidio a Gaza. Contiene i
primi 58.383 nomi raccolti in 647 giorni. Se per ogni nome ci prendessimo solo dieci secondi –
dieci secondi per riconoscere che stiamo pronunciando il nome di una persona reale – ci vorrebbero
quasi sette giorni per leggerli tutti.
Sette giorni in cui, nel frattempo, continuano a morire altre persone.
Il paradosso è questo: il Giorno della Memoria nasce per dire “mai più”, ma funziona ormai
soprattutto come strumento di separazione tra passato e presente.
Serve a dire: quello è successo allora, lì; questo che accade oggi è un’altra cosa. Come se il
problema non fosse la logica che attraversa gli eventi, ma solo la loro collocazione storica.
Forse non basta ricordare. Forse non basta nominare i morti se non siamo in grado di riconoscere i
meccanismi che producono nuovi morti. È una memoria che ha smesso di svolgere la sua funzione
principale.
E allora, perdonatemi, perdonateci, non vogliamo offendere nessuno, oggi sì, ricordiamo i nostri
morti in silenzio. E proviamo a urlare i nomi di quelli di oggi, anche se qualcuno non vuole sentir

i giovani, la loro crisi, la violenza

i giovani e il confine invisibile della violenza

di Elisa Giordano
in “La Stampa” del 21 gennaio 2026

Quando l’orizzonte del successo appare chiuso, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione diventa un’opzione plausibile, spesso aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle relazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e la funzione culturale del limite. Occorre interrogarsi sulle forme simboliche con cui si racconta il successo, il fallimento e il potere.

Non c’è un momento preciso in cui la violenza entra in scena. È già presente, prima ancora che ce
ne accorgiamo: in una canzone che accompagna distrattamente una giornata qualunque, in una serie
televisiva consumata senza particolare attenzione, in parole pronunciate con leggerezza e subito
dimenticate. Nulla di clamoroso, nulla di apertamente trasgressivo. Eppure, nella somma di questi
dettagli minimi, prende forma un paesaggio culturale in cui il limite si dissolve lentamente. È in
questo spazio che la violenza esercita oggi il suo fascino più persistente, come linguaggio
semplificato capace di ridurre la complessità del reale a rapporti di forza immediati. In un mondo
competitivo, promette chiarezza, identità, rapidità, riconoscimento. Offre risposte veloci là dove il
percorso appare lungo, incerto, frustrante o precluso. Appare come una scorciatoia simbolica e non
come un’anomalia.
Gran parte dell’immaginario contemporaneo conferma questo richiamo. Già più di vent’anni fa il
rapper Frankie hi-nrg mc condensava il problema in una formula rimasta attuale: «Gli ultimi
saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili». Quando l’orizzonte del successo appare chiuso,
quando le distanze sembrano incolmabili, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione
perde il carattere di eccezione e diventa, per alcuni, un’opzione plausibile che non è
necessariamente violenta nei fatti, ma spesso è aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle
relazioni e nelle rappresentazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e della buona
educazione così come vera e propria funzione culturale del limite: quel confine interiore che
distingue tra ciò che può essere immaginato e ciò che può essere agito, tra rappresentazione e realtà,
tra desiderio e responsabilità. Una parte della produzione musicale e audiovisiva contemporanea
contribuisce a rendere questo confine meno riconoscibile, normalizzando estetiche dell’eccesso,
della sopraffazione e della volgarità. Questo non significa che possa produrre automaticamente
comportamenti conseguenti, ma potrebbe contribuire a costruire cornici di senso entro cui certe
possibilità diventano più familiari.
Salvatore Quasimodo scriveva in Uomo del mio tempo: «Sei ancora quello della pietra e della
fionda, uomo del mio tempo». Uomo capace di costruire e distruggere, chiamato a riconoscere il
male senza confonderlo con inevitabilità o normalità, natura umana che, nonostante millenni di
evoluzione sia in parte rimasta primitiva. Il richiamo della poesia è semplice e potente: riconoscere
la violenza significa comprenderla, delimitarla, non alimentarla e trasformare l’esperienza in
responsabilità consapevole. Riconoscere il limite e restituirgli centralità è la condizione per la vera
libertà. È ciò che impedisce al desiderio di trasformarsi in distruzione e alla forza di diventare
l’unico criterio di valore. Una società che fatica a rendere i suoi traguardi accessibili dovrebbe
interrogarsi sulle forme simboliche con cui racconta il successo, il fallimento e il potere.
La vera sfida del nostro tempo è imparare a riconoscere la violenza e a misurarne i confini e la
libertà autentica è la capacità di muoversi con consapevolezza dentro questi confini e di restare
umani quando tutto sembra invitare al contrario.

il mondo ridotto a giungla

col “metodo Trump” la legge del più forte sostituisce il diritto
internazionale

di Lucio Brunelli

Non è stato solo un blitz per catturare un dittatore cialtrone e impopolare. È un colpo di stato, come
forse non si era mai visto nella storia latinoamericana. Nel secolo scorso la Cia aveva agito
nell’ombra per provocare golpe militari ed assicurarsi in Brasile, Argentina, Salvador e Cile governi
“amici” di Washington che ne salvaguardassero gli interessi politici ed economici. In Venezuela
succede qualcosa di inedito: è lo stesso governo americano nella persona del presidente Trump che
ordina e rivendica pubblicamente il cambio di regime. Oggi la Casa Bianca dichiara apertamente
che gli Stati Uniti intendono “gestire” direttamente il Paese (fino a che siano maturi i tempi di una
transizione democratica) assumendo al contempo il controllo della produzione petrolifera. Trump è
stato molto schietto ponendo l’accento senza remore sui vantaggi economici derivanti dallo
sfruttamento dell’oro nero venezuelano (dopo le nazionalizzazioni dell’epoca di Chavez), facendo
riferimento ad una rinnovata Dottrina Monroe, che autorizzerebbe gli Stati Uniti ad intervenire con
la forza nel “cortile” latinoamericano laddove l’interesse nazionale fosse considerato in questione.
Vedremo dunque che forma prenderà (se la prenderà) il primo governo a stelle e strisce di una
nazione latinoamericana. La Chiesa cattolica avrebbe probabilmente seri motivi per gioire della
caduta di Maduro. Un regime storicamente ostile. È di poche settimane fa il divieto di espatrio
imposto al cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo emerito di Caracas, al quale è
stato ritirato senza motivo il passaporto all’aeroporto. Solo l’ultimo di una serie di attacchi alla
gerarchia cattolica. Ne avrebbe, di motivi ancora maggiori, la Chiesa, per auspicare la caduta di altri
regimi ostili, primo fra tutti quello sandinista di Ortega in Nicaragua e quello comunista di Miguel
Diaz-Canel a Cuba. Paesi dove la vita delle comunità cattoliche patisce limitazioni e soprusi ancora
più gravi rispetto a quelli venezuelani.
Difficilmente però la Chiesa, sia quella che opera nel “continente della speranza” (come lo
chiamava un’era fa Giovanni Paolo II), sia nelle istanze centrali romane, potrà inneggiare al metodo
Trump per riportare la democrazia. Ne abbiamo avuto conferma domenica all’Angelus di Leone
XIV: il Papa ha espresso “preoccupazione” circa le notizie provenienti dal Venezuela e ha invocato
il rispetto della “sovranità” e dello “stato di diritto”. Principi che non sembrano corrispondere alla
logica dell’uomo solo al comando che, come un pistolero nei western di John Wayne, si fa la sua
lista dei buoni e cattivi e colpisce in totale solitudine, facendosi beffe dei “cavilli” della legge. Un
metodo che delegittima la stessa impalcatura del diritto internazionale, finendo con l’esporre in
futuro ogni Paese a possibili arbitrii; una consacrazione della legge del più forte che le pur migliori
intenzioni non possono giustificare. Un mondo che incute timore, quello in cui il senso di giustizia
fosse affidato solo alla misura, alquanto soggettiva, di chi ha più potere

messaggio del Papa per la giornata mondiale della pace

verso una pace disarmata e disarmante

di: Leone XIV

leone xiv

Papa Leone XIV (AP Photo/Alessandra Tarantino)

 

Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la LIX Giornata mondiale della pace, «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante», 1° gennaio 2026

«La pace sia con te!».

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» (Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: «La pace sia con voi!». Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. [1]

La pace di Cristo risorto

Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cf. Ef 2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cf. Gv 10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.

Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano.

La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida «basta», alla pace si sussurra «per sempre». In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito «terza guerra mondiale a pezzi», ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso». [2]

Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.

Una pace disarmata

Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cf. Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cf. Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.

Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica». [3]

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico». [4]

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. [5] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». [6] Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità». [7]

Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». [8] È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.

Una pace disarmante

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cf. Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cf. At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità». [9]

Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità». [10]

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». [11] Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». [12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». [13] Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», [14] a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov 18,19)». [15]

Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2025

Leone PP. XIV


[1] Cf. Benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).

[2] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 3.

[3] Ibid., 1.

[4] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 60.

[5] Cf. SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security (2025).

[6] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 1.

[7] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 80.

[8] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 4.

[9] Id., Lettera al Direttore del Corriere della Sera (14 marzo 2025).

[10] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 61.

[11] Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana (17 giugno 2025).

[12] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 63.

[13] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 42.

[14] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 15.

[15] Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 37.

la bestemmia di usare Dio per legittimare la guerra

papa Leone:

“troppe guerre in nome di Dio

di Redazione
in “La Stampa” del 24 novembre 2025

«In un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica comunità cristiana universale può essere
segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale
per la pace». Nell’ultimo Angelus prima della partenza per il suo primo viaggio apostolico da dove,
in Turchia, farà tappa a Nicea per i 1.700 anni dal Concilio, Papa Leone XIV pubblica una lettera
apostolica “In Unitate Fidei” che non solo guarda all’ecumenismo ma rappresenta anche una
summa del suo programma per il pontificato. E offre un mea culpa: «Oggi, per molti, Dio e la
questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che
i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera
fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. Si sono
combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un
Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce».
Inoltre, il Pontefice sostiene che «dobbiamo lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno
perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune
allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore».

image_pdfimage_print