contro l’egocentrismo personale e collettivo

‘pensa agli altri’

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish

via i clochard dalla nostra vista?

il «desiderio» di non vedere i clochard

la visibilità di poveri e senzatetto è un problema

 

l’ansia di decoro che è lato oscuro 


“c’è sempre dentro di noi un desiderio di ‘non’ vedere queste persone. Di non dover vedere quanto la malattia, l’alcol, la solitudine possano, e fino a che punto, devastare un uomo. Bisogna essere davvero molto distratti per non essere anche fuggevolmente feriti e interrogati da questa miseria, quando la incroci. C’è però chi questa domanda la rimuove, infastidito. Non vorrebbe vedere. Che li chiudano in ostelli, i clochard, che li nascondano, ma che non si mostrino a noi, cittadini ‘normali’ “

Caro Avvenire,
la visibilità di poveri e senzatetto è un problema. Di certo a nessuno piace vedere persone in precarie condizioni igieniche sedute sui marciapiedi ad elemosinare o, peggio, dormire per strada avvolte in stracci e coperte, tra cartoni e masserizie. Persone così non solo non vorremmo vederle, vorremmo che proprio non esistessero: comunque la si pensi, costituiscono una silenziosa, ma eloquente e sanguinante, ferita aperta che interroga e inquieta la coscienza, denuncia la nostra società e il nostro modello di sviluppo, ferisce la dignità umana e il decoro cittadino. No, persone in tali condizioni non devono proprio esserci: se sono reali indigenti vanno assolutamente aiutate perché non è accettabile, almeno nelle nostre città, una simile forbice tra la loro miseria e il nostro benessere; se invece si tratta di un disgustoso racket deve essere assolutamente bloccato e perseguito; se infine sono impostori vanno denunciati. E così il problema si risolve, semplice, no? Purtroppo no, semplice per nulla, come ben sanno tutti coloro che operano nel sociale e nel volontariato. Certamente dobbiamo dare tutto il possibile sostegno alle strutture della solidarietà e dell’assistenza sociale. Ma loro, i poveri stessi, i barboni… lasciarli lì, per le strade, o allontanarli, renderli meno visibili, inquietanti e, per qualcuno, anche meno fastidiosi. Non nego che anche io preferirei non vederli: faccio parte di coloro che, al solo pensiero dell’ingiustizia sociale, si sente terribilmente in colpa. Sì, queste persone preferirei proprio non vederle: magari col tempo finirei per dimenticarmene e forse potrei anche convincermi che non esistano più. Problema risolto. Ecco: proprio per questo è bene che i ‘poveri’, dato che esistono, restino visibili e continuino a turbarci. Per evitarci di dimenticare che miseria e abbandono sono laceranti, brutti, degradanti. Quanta poesia si è fatta sulla dignità della povertà. Non è così: la miseria è sporca, disgusta. Solo avendo un contatto diretto con i poveri, solo incrociandone lo sguardo, solo passando con la nostra scarpa vicino alla testa di un clochard buttato a terra o sentendone l’odore spesso sgradevole possiamo renderci conto del carico di dolore e di solitudine che porta con sé. Ed è ancora poco, molto poco, ma è almeno qualcosa. I poveri però sono parecchi, alcuni più e altri meno visibili. Chi aiutare, come, quanto o cosa dare loro? Difficile scegliere. Molto più comodo sarebbe se a questi nostri concittadini provvedessero le istituzioni, togliendoci così dall’imbarazzo. Si potrebbe fare un’offerta o devolvere parte delle tasse, una volta per tutte. Vero: vero però anche che questo sistema di delega ci renderebbe più cinici, più duri, più indifferenti, nella presunzione che ‘a far la carità’ ci pensa già qualcun altro: alla chiusura dei borsellini seguirebbe ben presto anche quella della mente e del cuore. No, non ci farebbe bene. La storia ce lo insegna. Il primo passo per negare un problema è nasconderlo. Ci sono stati (e ci sono ancora) regimi in cui semplicemente essere zingari, ebrei od omosessuali era un problema. Non dimentichiamoci di come è finita, perché il meccanismo mentale potrebbe ripetersi. Adesso tocca ai poveri? Non illudiamoci di poter espungere tutta la sofferenza dal nostro orizzonte quotidiano, non è possibile e non ci renderebbe nemmeno più felici.

Marina Del Fabbro
presidente Sezione Uciim di Trieste (Associazione professionale cattolica di insegnanti, dirigenti e formatori)

Mi è capitato qualche volta di passare per il centro di Milano attorno alle nove di sera, quando anche gli ultimi grandi magazzini stanno chiudendo. A quell’ora sotto i portici di VittorioEmanuele e nelle gallerie limitrofe si assiste all’insediamento dei clochard: soli, o a gruppi, o con un loro inseparabile cane, si sistemano per la notte. Sono probabilmente quelli che non accettano alcun tetto sulla testa, nemmeno quello di un ostello, per una notte. E mi viene in mente uno psicologo che studiava il comportamento di queste persone, che mi spiegò come per alcuni di loro il ricordo della vita in una casa sia così intollerabile, che non accettano più mura intorno a sé. I clochard di Vittorio Emanuele arrivano con sacchi a pelo e cartoni, si piazzano davanti alle vetrine scintillanti. In queste notti rigide ti domandi come facciano ad arrivare al mattino. So che ci sono volontari che passano con bevande calde, e coperte. Milano è ancora una città umana con questa gente. Ce ne sono altre dove si mettono sbarre di ferro sulle panchine, perché i barboni non si possano sdraiare, o si progetta di cacciarli. Perché ha ragione la signora Del Fabbro: c’è sempre dentro di noi un desiderio di ‘non’ vedere queste persone. Di non dover vedere quanto la malattia, l’alcol, la solitudine possano, e fino a che punto, devastare un uomo. Bisogna essere davvero molto distratti per non essere anche fuggevolmente feriti e interrogati da questa miseria, quando la incroci. C’è però chi questa domanda la rimuove, infastidito. Non vorrebbe vedere. Che li chiudano in ostelli, i clochard, che li nascondano, ma che non si mostrino a noi, cittadini ‘normali’. È un non voler vedere che riecheggia quello di chi vorrebbe togliere le prostitute dalle strade per spostarle in ‘case chiuse’, riempiendole di prostitute ragazzine ‘importate’ dall’Africa per il nostro ‘mercato’. C’è chi non vorrebbe vedere niente di quello che è sporco, penoso, miserabile. Ma se i nostri occhi potessero arrivare alle periferie delle grandi città del Terzo mondo, quanti di questi poveri incontreremmo, realtà ineludibile e tragica di quelle latitudini. Tanti miserabili, che sarebbe impossibile nasconderli. Forse da noi, dove sono relativamente ancora pochi, stonano con le nostre belle vie, i negozi costosi, i vestiti eleganti? Quell’ansia di renderli non visibili per ‘decoro’ mi fa pensare a una censura perbenista, e a un volere ignorare fino a che punto può arrivare il lato oscuro degli uomini. Forse perché temiamo troppo quell’angolo di oscurità, che è nel fondo di ciascuno di noi.

Marina Corradi da Avvenire

l’ecologia di Boff nel messaggio quaresimale di papa Francesco

Boff finalmente “riabilitato” da papa Francesco

il messaggio di quaresima evoca suoi concetti

 

“Il Creato è testimone silenzioso di questo raffreddamento della carità: la terra è avvelenata da rifiuti gettati per incuria e interesse; i mari, anch’essi inquinati, devono purtroppo ricoprire i resti di tanti naufraghi delle migrazioni forzate; i cieli – che nel disegno di Dio cantano la sua gloria – sono solcati da macchine che fanno piovere strumenti di morte”.

Questo raffreddamento della carità, sul quale Papa Francesco si sofferma nel corso del Messaggio per la Quaresima 2018, e che, denuncia, investe ogni angolo del Creato, a cominciare dall’ambiente in cui viviamo, è uno dei temi centrali affrontati dal teologo brasiliano Leonardo Boff nel suo “La Terra è nelle nostre mani”, edito lo scorso ottobre da Edizioni Terra Santa.

Considerato uno dei padri della Teologia della Liberazione, Boff fu condannato 30 anni fa dalla Congregazione della Dottrina della Fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger. Ma pur avendo lasciato dopo quel brutto processo sacerdozio e saio francescano, ha continuato nella sua preziosa elaborazione teologica e così ricollegandosi all’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’” del 2015, che già in alcune pagine è chiaramente ispirata al suo pensiero, si interroga: “Quando smetteranno di salire i livelli di erosione della biodiversità, dalla quale dipendiamo perché ci sia garantito il nostro futuro? Nessuno, neanche uno tra gli esperti dei grandi centri che si occupano sistematicamente dello stato della Terra, osa pronunciarsi con assoluta certezza. Siamo come in volo, ma con visibilità nulla, sperando di non finire schiantati contro una montagna”. Tuttavia il grido di dolore del teologo brasiliano non è senza speranza, anzi trae conforto dalle parole stesse del Santo Padre che, pur cosciente dei rischi che la Terra e l’umanità stanno correndo, confida nel Dio Creatore ‘Signore, amante della vita’ e negli esseri umani, nella loro intelligenza e saggezza.

Il Papa nel Messaggio quaresimale indica in preghiera, elemosina e digiuno il rimedio che la Quaresima ci offre per liberare il nostro cuore e riaccendere il calore dell’amore verso Dio e verso i fratelli liberandoci dalla menzogna, dall’avidità e dalla nostra stessa violenza. Leonardo Boff nel suo testo si ferma a riflettere sulla duplice giustizia-ingiustizia, sociale ed ecologica, che ha messo a rischio la qualità della vita umana e sottoposto a una profondissima tensione sia il sistema-vita che il sistema-Terra e scrive: “in che direzione stiamo andando con questo tipo di strategia? Diffi-cilmente ci condurrà al Monte delle Beatitudini. Il rischio di arrivare sull’orlo di un abisso senza possibilità di tornare indietro è enorme”.

Ma c’è speranza, o meglio, abbiamo ancora possibilità di salvarci. Scrive Boff: “Si prende sul serio il grave avvertimento con cui si apre la Carta della Terra: «Ci troviamo ad una svolta critica nella storia del Pianeta, in un momento in cui l’umanità deve scegliere il suo futuro… La scelta sta a noi: o creiamo un’alleanza globale per proteggere la Terra e occuparci gli uni degli altri, oppure ri-schiamo la distruzione, la nostra e quella della diversità della vita». Come è facile dedurre, la si-tuazione è preoccupante e richiede la collaborazione di ognuno nella costruzione di un’Arca di Noè che possa salvarci tutti. Come abbiamo già detto, se il rischio è grande, maggiore dovrà essere la possibilità di salvezza, perché il senso prevale sull’assurdo e la vita avrà sempre l’ultima parola. È con questo spirito di urgenza che sono state elaborate le seguenti riflessioni, nella fiducia incrolla-bile che abbiamo ancora un futuro e che la Madre Terra potrà continuare generosamente ad ac-coglierci”.

Leonardo Boff (1938) si è sempre schierato dalla parte degli ultimi, nella convinzione che la povertà non sia uno stato naturale. Docente, scrittore e con-ferenziere, è autore di molti libri, in cui traspare anche il suo pensiero “ecologista” a favore di un’idea di sviluppo incentrata sulla convinzione che la Terra è un organismo vivente di cui l’uomo è parte integrante. Di fronte alle sfide del pianeta, l’avvento al soglio pontificio di Papa Francesco ha costituito per lui un segnale di grande speranza.

nella foto: Leonardo Boff con l’ex presidente del Brasile Dilma Rousseff

da: farodiroma.it

se la chiesa percorre un’altra strada rispetto a quella di Gesù

incontrare Cristo

Gesù incarnandosi scende nell’abisso, la Chiesa-istituzione tende a chiudersi nell’Iperuranio.

Noi, invece, vogliamo incontrare Cristo, siamo stanchi di ascoltare parole vuote, di maniera, patinate.

Allora usciamo e percorriamo strade a caso ma rigorosamente senza negozi, bancomat, dove non si svolgono passeggiate ostentate e non si scambiano sguardi di tipo economico.
Incontriamo Cristo che ci chiede una coperta per ripararsi dal freddo. Ha gli occhi bassi, persi nel vuoto, mentre ci racconta la sua disperazione di escluso, senza possibilità. Allontanato, identificato, colpevole di non essere annegato e di chiamare Dio con un altro nome.
Incontriamo Cristo all’alba, a nord della città, in fila per la distribuzione degli indumenti; lo incontriamo a pranzo, a sud della città, per la distribuzione del pasto; lo incontriamo, nel pomeriggio, a est della città, per le pratiche dei documenti; lo incontriamo, la sera, ad ovest della città, nel dormitorio.
Incontriamo Cristo con due enormi buste di plastica piene di oggetti illegali. Nel Paese dell’impunità per mafiosi e corrotti, viene fermato alla quattordicesima ora di itineranza commerciale. Reati contestati: pellegrinaggio non autorizzato e concorrenza sleale alle multinazionali.
Poi incontriamo un uomo. È disteso in terra, sanguina. Qualcuno, coperto dalla bandiera della nostra civiltà, gli ha sparato. Un ragazzo, tra le persone sopraggiunte, chiede: “Conoscete il suo nome?”. Noi, con gli occhi bassi, raccontando la sua disperazione di escluso, senza possibilità, rispondiamo: “Si chiama Cristo”.
Sfiniti, entriamo in Chiesa per riprendere fiato, per trovare un po’ di pace e un po’ di senso. Vogliamo ascoltare la Parola di Dio, quella cioè rivolta agli orfani e alle vedove ed unirci a Colui che ha dato la vita perché agli ultimi fosse restituita..

pubblicato da Altranarrazione

la quaresima e le scuse di papa Francesco ai poveri per una chiesa dei poveri

papa Francesco

le scuse ai poveri

 Se Dio è venuto a capovolgere le gerarchie e le priorità dell’uomo, la Chiesa è se stessa solo se sta dalla parte dei poveri e ne condivide le sofferenze. Scandalizza sia quando si disinteressa di loro mentre rende onori ai potenti in cambio di sovvenzioni e privilegi fiscali sia quando organizza servizi assistenziali dall’alto e dal di fuori. Il paternalismo rende il cibo molto amaro. Il grande dramma della chiesa è che si crede nel giusto imitando le tecniche di sopravvivenza proprie delle classi agiate. Ha introiettato la sua sottocultura e la sua antievangelica visione antropologica. Con i poveri sembra trovarsi in imbarazzo. Si infastidisce più per le loro pretese che per la corruzione di un amministratore pubblico. Non si fa problemi a stringere la mano di dittatori o guerrafondai democratici, mentre evita quella dei senzanome che si trovano appena fuori dalla porta. Accetta doni e riconoscimenti da imprenditori senza scrupoli mentre si tiene ben lontano dalle proteste di licenziati e precari. La vediamo continuamente protesa in uno sforzo di compatibilità con il potere nonostante la sua devastante perfidia sociale. Preferisce l’accordo con i potenti al sostegno delle rivendicazioni dei poveri.  Continua ad attribuire all’esterno la colpa della perdita di credibilità non accorgendosi che il problema sta nella imbarazzante contraddizione della sua vocazione. Siamo costretti a cercare testimoni credibili e facciamo fatica a trovarli. È un duro lavoro perché occorre far riemergere dalla polvere e dal pregiudizio i loro testi e poter così riascoltare la loro voce profetica spesso zittita a suo tempo dalla gerarchia. E torniamo così a respirare. Altre volte capita invece che a distanza di anni o secoli, la Chiesa si riappropri di un messaggio che aveva prima ostacolato. Di solito succede quando non può più incidere nella realtà oltre la sala convegni dove viene celebrata la tardiva e inutile riabilitazione.

testo di papa Francesco:

“E vi chiedo scusa se vi posso aver qualche volta offeso con le mie parole o per non aver detto le cose che avrei dovuto dire. Vi chiedo perdono a nome dei cristiani che non leggono il Vangelo trovando la povertà al centro. Vi chiedo perdono per tutte le volte che noi cristiani davanti a una persona povera o a una situazione di povertà guardiamo dall’altra parte. Scusate. Il vostro perdono per uomini e donne di Chiesa che non  vogliono guardarvi o non hanno voluto guardarvi, è acqua benedetta per noi; è  pulizia per noi; è aiutarci a tornare a credere che al cuore del Vangelo c’è la povertà come grande messaggio, e che noi – i cattolici, i cristiani, tutti – dobbiamo formare una Chiesa povera per i poveri; e che ogni uomo e donna di qualsiasi religione deve vedere in ogni povero il messaggio di Dio che si avvicina e si fa povero per accompagnarci nella vita”.

(Papa Francesco, Discorso aipartecipanti al Giubileo delle persone socialmente escluse, 11/11/2016)

pubblicato da Altranarrazione

per i novanta anni di mons. Casaldàliga

Una petizione a papa Francesco: “faccia gli auguri a mons. Pedro Cadaldáliga”
una petizione a papa Francesco: “faccia gli auguri a mons. Pedro Cadaldáliga
 

 «Caro papa Francesco, mi azzardo a chiederle una cosa: faccia una telefonata a Pedro Casaldáliga che compie 90 anni il 16 febbraio»

La richiesta è firmata padre Angel e fatta propria dal sito spagnolo di informazione  Religión digital che pubblica la lettera (5 febbraio). Il sacerdote firmatario, Ángel García Rodríguez, è talmente noto in Spagna che è sufficiente appellarlo solo per nome. Ha fondato la ong Mensajeros de la Paz, che è stata insignita del premio Príncipe de Asturias de la Concordia nel 1994. Ha conosciuto di persona il pontefice ed è amico di mons. Pedro Casaldáliga, catalano di nascita e una vita passata in Brasile, da quando, nel 1970, è stato destinato alla prelatura territoriale (che equivale ad una diocesi) di São Félix do Araguaia come amministratore apostolico e l’anno dopo come primo prelato.

Padre Angel insiste e motiva:

«Una telefonata il 16 (o prima o dopo, non bisogna esagerare) sarebbe il miglior regalo» per Casaldáliga «e, per estensione, i suoi amici (che sono moltissimi) e i suoi ammiratori-seguaci che sono legioni in tutto il mondo». Perché una cosa è certa: Pedro è «santo, profeta e vescovo dei poveri, di quei vescovi insomma con odore di pecora che a te piacciono tanto».

Un vescovo, c’è da sottolineare, «senza mitra né pastorale. Cioè, in verità: la sua mitra, un sombrero del Sertão; il suo pastorale, un remo; il suo anello, di legno. La sua casa sempre aperta per tutti, la sua vita esposta. Per la liberazione delle persone a lui affidate è stato molte volte in reale pericolo di vita».

«Un vescovo unico, speciale, della stirpe dei grandi vescovi latinoamericani», rileva padre Angel, che cita «Arns, Lorscheider, Cámara, Romero, Méndez Arceo, Samuel Ruiz, Pironio, Angelelli, Gerardi, Proaño…» e commenta: «un buon raccolto di mitrati senza mitra. Di quelli che non sono mai stati funzionari del sacro, di quelli che conquistano il cuore della gente, di quelli che si donano come il chicco di grano. Di quelli che rimangono. Perché Casaldáliga, malgrado abbia militato per tutta la vita per la causa dei poveri, non si è mai tirato indietro, mai stancato, mai abbattuto».

Casaldaliga

«Non posso erigermi a rappresentante di nessuno», riconosce padre Angel, «però, sì, le posso assicurare che a Religión digital giungono migliaia di petizioni per la riabilitazione di Casaldáliga», estimatore e difensore  della Teologia della Liberazione, poco stimato sotto il pontificato di Giovanni Paolo II: «una pioggia di sollecitudini che – assicura ancora il sacerdote – lei può soddisfare con una semplice telefonata: la telefonata del padre, dell’amico, del papa dei poveri, del Francesco della primavera per la quale Casaldáliga ha fatto dono della sua vita».

La lettera finisce con l’avviso: «per coloro che vogliono firmare questa petizione abbiamo creato l’hastag #papallamaacasaldaliga».

* Casa di Pedro Casaldáliga. Foto di Ana Helena Ribeiro Tavares, tratta da Flickr immagine originale e licenza

i migliori auguri a mons. Casaldaliga per i suoi novanta anni

la Rete festeggia i novant’anni del vescovo Pedro Casaldáliga


Guido Mocellin 
Chissà se Papa Francesco, dopodomani, telefonerà a Pedro Casaldáliga, vescovo emerito del Brasile, che compie 90 anni. Glielo sta chiedendo con passione Religión Digital, grande testata ispanofona di informazione religiosa online, attraverso il suo direttore José M. Vidal: ha raccolto e amplificato un’iniziativa presa da padre Ángel García Rodríguez e promuove sotto l’hashtag #PapaLlamaACasaldáliga una vera e propria petizione. Le fonti in lingua italiana che hanno ripreso la notizia, sinora, sono state il blog Terre d’America di Alver Metalli (tinyurl.com/y8olp6v4) e l’agenzia Adista (tinyurl.com/y9hebk79); se poi interrogo Google Notizie su di lui trovo molto attiva in vista della ricorrenza l’edizione portoghese del nuovo portale dell’informazione vaticana Vatican News.
Il lancio della petizione definisce Casaldáliga «santo, profeta, poeta mistico e vescovo dei poveri. Esponente della Chiesa latinoamericana della statura di Helder Cámara o di monsignor Romero e molto altro». In questo “altro” ci sono almeno l’origine catalana, la partenza per l’Amazzonia come missionario clarettiano e la nomina episcopale a prelato e poi amministratore apostolico di São Félix do Araguaia (Mato Grosso), a «servizio di una Chiesa-popolo e dei più poveri dei poveri: indigeni, negri, campesinos», scrive Vidal; di qui la vicinanza ai teologi della liberazione. Ha scritto tanto e in occasione dei novant’anni il regalo lo ha fatto, più che riceverlo: ha messo a disposizione online, ad accesso libero, tutti i suoi testi. Il lavoro mi ha condotto, in anni lontani, a tradurre per Il Regno una sua “poesia d’occasione”, che impreziosiva la lettera pubblica scritta durante il momento forse più difficile dei suoi rapporti con la Santa Sede (1988). Ne riporto l’ultima strofa:
«Io, peccatore e vescovo, confesso: / apro a ogni alba la finestra del Tempo; / parlo come da fratello a fratello; / non perdo il sogno, né il canto, né il riso; / coltivo il fiore della Speranza / dentro alle piaghe di Gesù risorto».

gli ‘scarti umani’ bussano alla nostra responsabilità

i ‘senzavolto’

Chi sceglie di togliere il velo dal volto di coloro che il mondo vuole rendere invisibili, si prepari a lasciarsi ferire dal loro sguardo e a non dimenticarlo mai più.

Chi sceglie di guardare il volto di coloro che il mondo non può vedere, si prepari a perdere la propria faccia.

Chi sceglie di essere umano e leale con coloro che il mondo rifiuta, scarta, toglie di mezzo, si prepari ad essere tagliato fuori e a condividerne l’emarginazione.

Chi sceglie di andare fuori, si prepari a restarci.

Chi sceglie di fare come Gesù, si prepari a lasciare il potere, l’approvazione, il riconoscimento, e a subirne lo stesso destino: crocifisso come bestemmiatore, fuori dalla città.

Levitico 13,45

Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!

vangelo di Marco 1,40-45

In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: «Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

pubblicato da Altranarrazione

ogni giorno in Italia cinque casi di razzismo

il razzismo in Italia non è una fake news

almeno cinque casi di discriminazione al giorno

la rete di 16 associazioni ed enti pubblici di cui fa parte il Csv delle Marche

“Pericoloso mettere in connessione immigrati e sicurezza”

No Razzismo- immagine di repertorio

“La tentata strage di stampo razzista di Macerata impone una profonda riflessione sulla pericolosa diffusione del fenomeno del razzismo”: ad affermarlo le 16 organizzazioni ed enti locali che fanno parte, insieme anche al Csv delle Marche, del progetto Voci di confine, nato nel 2017 per raccontare – attraverso dati, storie e testimonianze – il fenomeno migratorio al di là degli stereotipi.

I dati diffusi nel comunicato stampa delle organizzazioni che aderiscono al progetto sono preoccupanti: nonostante l’Italia abbia un sistema normativo adeguato (leggi 654/1975, 205/1993, 40/1998, DL 9-7-2003 n.215) i casi di razzismo sono all’ordine del giorno.
Dei 2.652 episodi di discriminazione rilevati dall’Unar nel 2016, il 69% – ovvero più di 1800 – riguarda fatti discriminatori per motivi razziali, con una media di 5 al giorno.
A questi si aggiungono i dati sui crimini d’odio: secondo l’Odihr (Office for Democratic Institutions and Human Rights) dell’Osce, su 555 crimini d’odio rilevati dalle Forze dell’Ordine in Italia nel 2015, 369 erano relativi a episodi di razzismo e xenofobia. A cui si aggiungono altri 101 casi riportati da organizzazioni della società civile. La relazione della commissione d’indagine del Parlamento italiano su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia, e razzismo (nota come Commissione Jo Cox) dimostra infinel’esistenza di una piramide dell’odio alla cui base si pongono stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile “normalizzato” o banalizzato e, ai livelli superiori, le discriminazioni e quindi il linguaggio e i crimini di odio”.

“La narrazione sui cittadini di origine straniera presenti in Italia va normalizzata su dati precisi di realtà e con informazioni corrette”, ha sottolineato Renata Torrente, referente di Voci di Confine per Amref, organizzazione capofila. Anche per questo l’obiettivo di Voci di confine per il 2018 è quello di portare avanti campagne d’informazione basate su dati concreti e storie di vita vissuta; percorsi educativi nelle scuole e nei centri di aggregazione, per diffondere tra i giovani un punto di vista basato sull’obiettività delle statistiche e delle esperienze. Il progetto prevede anche scambi di buone pratiche, con incontri territoriali che vedranno protagonisti le associazioni delle diaspore e di volontariato, gli enti locali, le ong e i soggetti privati, con l’obiettivo di raggiungere 4 milioni di cittadini, oltre 6.500 giovani, docenti ed educatori, quasi 2.000 operatori della cooperazione, ricercatori, imprenditori e 300 rappresentanti di enti locali italiani ed euromediterranei.

I fatti di Macerata “sono un campanello d’allarme da non sottovalutare come cittadini, prima di tutto, e poi come operatori del terzo settore”, ha sottolineato Simone Bucchi, presidente del Csv delle Marche –  tra i partner del progetto Voci di confine – confermando l’impegno a “rafforzare le reti territoriali che mettono al centro i bisogni delle persone più vulnerabili,  lavorando nel mondo del volontariato, rivolgendoci ai giovani e ai ragazzi, interloquendo con gli enti locali e con tutti coloro che come noi credono fermamente che le Marche siano una regione plurale, solidale e accogliente verso ogni individuo desideroso di costruirsi un futuro qui, a prescindere dal colore della pelle o dalla religione professata”.

Il progetto Voci di confine è stato cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo ed è promosso da Amref Health Africa – Italia Onlus,; Amref Health Africa – Headquarters, Africa e Mediterraneo;  Associazione Le Réseau; Centro Servizi Volontariato Marche; Centro Studi e Ricerche Idos (IDOS); Comitato Permanente per il Partenariato Euromediterraneo (COPPEM); Comune di Lampedusa; Comune di Pesaro; Etnocom; Internationalia; Provincia Autonoma di Bolzano; Regione Puglia; Rete della Diaspora Africana Nera in Italia (REDANI); Step4; Terre des Hommes Italia.

l’inferno di Auschwitz e il nostro presente di indifferenza globalizzata

indifferenza seriale

“Come è stato possibile l’inferno di Auschwitz?”,

ci chiediamo, oggi, scandalizzati

mentre vediamo i migranti affogare in mare o tra i pomodori. Di quelli che invece rimangono in Libia siamo contenti perché rafforzano l’immagine di un Paese capace di ridurre gli sbarchi. D’altronde vuoi mettere: meglio morire subito in Libia che successivamente nel Mediterraneo dopo aver pagato inutilmente gli scafisti. Nel primo modo almeno si risparmia. Sono soddisfazioni.

“Come è stato possibile l’inferno di Auschwitz?”,

ci chiediamo, oggi, scandalizzati

mentre vediamo le bombe fabbricate in Italia esplodere in giro per il mondo. D’altronde l’importante è dichiararsi, nei sondaggi, contrari alla guerra e pure alla violenza (escluso il posto di lavoro e lo stadio).

“Come è stato possibile l’inferno di Auschwitz?”,

ci chiediamo, oggi, scandalizzati

mentre riempiamo gli ospizi di anziani. Ma non si tratta di abbandono, infatti ci preoccupiamo di mantenere le giuste relazioni dei nostri cari affidandoli alle premure di Rete 4.

“Come è stato possibile l’inferno di Auschwitz?”,

ci chiediamo, oggi, scandalizzati

mentre assistiamo alle manganellate di ordine pubblico che ricevono studenti, precari e disoccupati. Protestare rimane comunque consentito (al limite anche giusto) purché non si blocchi il traffico e non si disturbi il potere mentre produce disoccupazione e precariato. Che non è semplice e richiede concentrazione.

Testo di Elie Wisel:

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte del campo,
che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

(Elie Wiesel, La notte, trad. Daniel Vogelmann, Giuntina, Firenze 2012, p 39-40)

 

da Altranarrazione

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