una società diversa – un sogno impossibile? la marcia della pace Perugia-Assisi

“I care”
in marcia per una società della cura
domenica 10 ottobre , la bella marcia della pace Perugia-Assisi in edizione covid19, molto partecipata con l’attenzione ad evitare  assembramenti troppo stretti
una ricostruzione di Mario Di Vito
in “il manifesto” del 12 ottobre 2021
Il cielo incerto e il primo vero freddo della stagione non fanno troppa paura. In ventimila, da tutta
l’Italia, hanno percorso i 24 chilometri che separano Perugia da Assisi per la sessantesima edizione
della Marcia per la Pace. In testa lo striscione con scritto «I care», con un occhio alla pandemia e un
altro alla volontà esplicita dei partecipanti di prendersi cura del mondo.
«C’è bisogno della cultura della responsabilità e della cura reciproca – scandiscono gli
organizzatori –, cura delle giovani generazioni, della scuola, dell’educazione, degli altri, del pianeta,
dei bene comuni, della comunità e delle città». Un impegno che non riguarda soltanto quest’annata,
ma che, nelle intenzioni, dovrà segnare tutto il prossimo decennio: «Cura è il nuovo nome
della pace», come da frase di don Lorenzo Milani.
Un messaggio ribadito anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha inviato un
messaggio ai manifestanti: «I valori che ispirano e la partecipazione che continua a suscitare la
Marcia sono risorse preziose in questo nostro tempo di cambiamenti, ma anche di responsabilità.
Questa edizione si svolge a sessanta anni dalla prima marcia promossa da Aldo
Capitini, quell’originaria, esigente aspirazione alla pace e alla non violenza ha messo
radici profonde nella coscienza e nella cultura delle nostre comunità.
La pace non soltanto è possibile. Ma è un dovere per tutti». Tra i volti, oltre alla presenza
istituzionale del sindaco di Perugia Andrea Romizi e
della governatrice umbra Donatella Tesei, da segnalare Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace
condannato la settimana scorsa a tredici anni per aver cercato di offrire ai migranti un futuro
migliore e un’accoglienza degna in questo paese.
«Sono qui – spiega un Lucano visibilmente provato dagli eventi – perché non ho altri riferimenti per
trovare entusiasmo e continuare. Non mi importa, alla fine penso che è quasi naturale pagare gli
effetti collaterali di quello che ho fatto, senza dire luoghi comuni o costruire alibi. Quando ho
cominciato ad interessarmi alle politiche di accoglienza è stato per una casualità e mai avrei
immaginato che la normalità sarebbe diventata un fatto così eclatante.
Per me, non ci può essere pace senza diritti umani, senza uguaglianza e senza rispetto della vita. La
Marcia della pace significa trovare la pace».
Applausi di tutto il corteo per lo striscione della Cgil, in solidarietà per il terrificante assalto subito
ieri da parte di un gruppo di militanti fascisti in libera uscita per le strade di Roma durante la
manifestazione dei «no green pass».
I militanti del sindacato hanno anche apprezzato le non scontate parole di vicinanza espresse dal
palco da Romizi e Tesei, esponenti della destra umbra. Il sindaco di Perugia ha anche voluto
esprimere «un pensiero affettuoso all’imam Abdel Qader, nostro concittadino e amico, uomo di
pace e di dialogo che saliva sempre con noi su questo palco e che oggi non c’è più a causa delle
conseguenze del Covid».
Tra il folto gruppo di stendardi istituzionali, si fa notare la sindaca di Assisi Stefania Proietti.
«Siamo in migliaia a gridare basta alla violenza e all’indifferenza – dice –, oggi più di ieri è urgente
non solo invocare la pace ma anche farla con azione concrete. Oggi più di ieri bisogna prendersi
cura degli altri e mettere al centro la vita, la persona, la dignità».
Nella folla in marcia si vedono padre Alex Zanotelli, don Luigi Ciotti, Cecilia Strada, Aboubakar
Soumahoro, la moglie dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio ucciso lo scorso febbraio in Congo
Zadia Seddiki, i genitori del reporter Andy Rocchelli Elisa e Rino Signori.
Il resto è militanza diffusa, cattolici di base, striscioni, bandiere, migliaia di persone partite da ogni
angolo d’Italia per per poter dire di esserci, per affermare di combattere ogni giorno per la pace,
l’uguaglianza e la solidarietà. Per cercare di fare del mondo un posto migliore. 
nel grandioso quadro della multicolore partecipazione e dei messaggi inneggianti alla ‘convivialità delle differenze’ un bell’angolino rappresentato da alcune ragazzine rom del campo di Coltano (Pisa) orgogliosamente ed entusiasticamente presenti con la loro bandiera e il loro striscione con la ruota rappresentante il senso della vita come viaggio; con loro p. Agostino che da sempre condivide amichevolmente la loro vita nel campo
qui sotto la descrizione del loro viaggio vissuto con entusiasmo

la marcia della pace Perugia-Assisi  di Violza- Fatima- Adem- Yasin e il diario del viaggio scritto da due di loro, ‘scritto con semplicità’

Alle 4 del mattino siamo in partenza per Perugia , assonnati e freddolosi, iniziamo il viaggio. Di per sé la marcia noi  l’abbiamo iniziata due giorni fa, quando insieme abbiamo deciso di partecipare con entusiasmo e abbiamo voluto preparare un NOSTRO striscione. Ci dispiace per Laura che all’ultimo momento non ha VOLUTO venire, perdendo il suo entusiasmo. Sono le 6:20 e Agostino si è fermato a prendere un caffè, perché dorme ancora, invece noi siamo ancora assonnati. Abbiamo preparato uno striscione a modo nostro, la frase che abbiamo creato è :

NOI ROM VIVIAMO LA PACE CON IL CUORE E CON I PIEDI

è uno striscione bello e colorato perché è fatto con le nostri mani e la nostra fantasia.

Sono le 7,40 e siamo arrivati a Ponte San Giovanni. Qui aspettiamo l’arrivo della marcia prevista tra un’ora circa, approfittiamo per fare colazione e riposarci, c’è chi dorme,  chi mangia patatine e chi va al bagno. Attendiamo con ansia l’arrivo del Corteo della Pace, partito da Perugia. La giornata sembra bella con un po’ di nuvole ma non piove. Mentre attendiamo l’arrivo del Corteo, lì sul posto c’è tanta gente in attesa dell’arrivo del Corteo. Decidiamo di aprire il nostro striscione e di sventolare le due bandiere dei ROM e quella della Pace. Tante persone ci hanno chiesto che bandire fossero, quelle che tenevamo in mano, perché non la conoscevano. Noi abbiamo spiegato il significato della nostra bandiera: i due colori, l’azzurro e il verde e la ruota. Tutti sono rimasti sorpresi della nostra spiegazione è hanno apprezzato molto le nostre parole. Incuriositi molti ci hanno chiesto se eravamo ROM e da dove veniamo. Anche durante la marcia tante persone hanno chiesto la stessa cose. Ovviamente non sono mancati gli apprezzamenti per il nostro striscione e la nostra presenza in questo corteo.

Come ci sono piaciute anche le tantissime fotografie che la gente ci chiedeva, come segno di simpatia e gratitudine. In questa marcia abbiamo conosciuto Gualtiero un amico di vecchia data di Agostino, che  ha voluto restare con noi fino alla fine e con la sua presenza ci ha espresso la sua simpatia. Partecipando a questa marcia noi ci siamo divertiti tanto, nonostante la stanchezza, la pesantezza delle nostre gambe, ma è stato bello camminare insieme a così tanta gente per manifestare anche noi la volontà di un mondo più pacifico. Per noi è stata la prima volta fare una iniziativa insieme a così tanta gente che venivano da tanti posti diversi. Durante il viaggio di ritorno, noi ci siamo chiesti come mai la gente non conosceva la nostra bandiera. È vero, purtroppo la maggioranza degli italiani ci conoscono solo per gli aspetti negativi, perché invece a loro manca una conoscenza più VERA DELLA NOSTRA VITA: se non conosco la nostra bandiera, come fanno a conoscere la nostra storia, la nostra vita? Noi siamo contenti di aver partecipato, perché così abbiamo potuto farci conoscere, infatti molta gente si è sorpresa che anche noi rom siamo venuti a manifestare per la Pace.

Dobbiamo dire la verità, ci siamo fermati a Santa Maria degli Angeli, a 5 chilometri da Assisi, eravamo molto stanchi e i nostri piedi non c’è la facevano ad andare avanti. Rimane il desiderio per una prossima marcia di arrivare fino alla città di San Francesco. Dopo esserci riposati verso le ore 15 abbiamo preso il treno per ritornare a Ponte San Giovanni, per prendere il nostro camper, durate il viaggio di ritorno la stanchezza si è fatta sentire e abbiamo approfittato di riposarci. Questa è la storia della nostra marcia Perugia- Assisi. Alle 19,30 siamo arrivati al campo di Coltano, dove le nostre famiglie ci aspettavo con ansia e curiosità.

il modello teologico post-teista per una teologia per i nostri tempi?

 

Per un cristianesimo post-teista

per un cristianesimo post-teista

 da: Adista Documenti n° 35 del 09/10/2021

 

Il modello post-teista: una nuova speranza transreligiosa e planetaria

il modello post-teista

una nuova speranza transreligiosa e planetaria

 da: Adista Documenti n° 35 del 09/10/2021

 Non è solo in Italia che ci si interroga sul post-teismo. Il dibattito sul necessario cambiamento di paradigma nell’interpretazione del messaggio cristiano attraversa molti altri Paesi, dalla Spagna alla Francia, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Argentina al Cile. Ed è proprio per un confronto tra realtà anche geograficamente diverse che alcuni dei protagonisti di questo cammino di ricerca, José ArregiJosé María Vigil Santiago Villamayor (tre degli autori del libro Oltre Dio edito da Gabrielli), più lo statunitense Tony Brun e il cileno Gerardo González, hanno organizzato il 19 settembre scorso, su Zoom, un’ampia consultazione dal titolo “Un altro Dio e un altro cristianesimo sono possibili” (questo il link del video, in spagnolo e senza sottotitoli: https://www.academia.edu/video/jYrYX1). Un incontro a cui hanno partecipando oltre 100 persone, esprimendo dubbi, avanzando proposte, suggerendo correzioni e, anche, rivelando il proprio entusiasmo verso il nuovo paradigma post-teista, sulla base di una profonda convinzione: che di fronte alla scelta tra un profondo rinnovamento, l’adeguamento alla cultura dominante o l’arroccamento sulle posizioni tradizionali, è la prima alternativa quella su cui vale la pena scommettere, con tutto ciò che comporta anche rispetto all’immagine di Dio. E come contributo alla riflessione, centrata su tre interrogativi – qual è la nostra attuale situazione nel passaggio post-religionale; come favorire la sostituzione del paradigma religioso pre-moderno; quali elementi hanno bisogno di una maggiore maturazione – gli autori hanno preparato un testo base sul modello post-teista, proposto come «uno spazio comune per tutti i movimenti e i progetti per un altro mondo possibile». «L’umanità e il pianeta – si legge nel testo di convocazione dell’incontro – gemono nei dolori del parto aspirando alla giustizia universale, al benessere e alla felicità di tutti gli esseri viventi, a cominciare dai più vulnerabili. È un sentire universale e una dinamica che riteniamo propria anche della sapienza di Gesù di Nazaret».  

 

Qui, in  traduzione dallo spagnolo, il testo base della consultazione, scritto «in memoria di Roger Lenaers» (v. Adista News 7/8/21; la notizia della scomparsa di John Shelby Spong sarebbe arrivata solo dopo, v. Adista Notizie n. 33/21).  

Introduzione   

Molti/e cristiani/e sono oggi a disagio con i contenuti della loro fede. Sentono di richiamarsi a una cosmovisione pre-moderna ormai superata, verso cui provano una crescente disaffezione. Anche in altre tradizioni religiose o umaniste e in generale nella cultura di molti Paesi si produce un fenomeno simile. E così ci troviamo di fronte a un’umanità smarrita in transito verso nuove interpretazioni della realtà e un’unitaria speranza planetaria, post-secolare e post-teista.  

Tale smarrimento si deve in primo luogo ai nuovi modelli epistemologici, pluralisti e relativisti che mettono in discussione l’esistenza di una verità assoluta; ammettono molteplici linguaggi e procedimenti, che siano empirici, inclusivi o simbolici, ma in ogni caso dialogici e autocritici; sono distanti dal dogmatismo e dalla soggettività derivati dall’autorità e da presunte rivelazioni.  

Tali nuovi modelli pongono la religione nella necessità di rivedere i propri presupposti epistemologici e le proprie figure simboliche. Ma ciò non avviene in maniera sufficiente. Da questi nuovi modelli epistemologici deriva un’ontologia nuova. Una interpretazione della realtà come un tutto complesso e unitario di materia, energia, vita e coscienza, basata su una visione non dualista, olistica, in cui la “materia dinamica” autoconfiguratrice è fonte di successive proprietà emergenti qualitative, matrice che genera tutto l’esistente. Un’interpretazione che si oppone al dualismo materia-spirito e costituisce un grave colpo all’immagine tradizionale del Dio creatore, spirito puro, onnipotente e provvidente.  

Le religioni sono costruzioni sociali e così come sono state costruite si possono decostruire. Non sono creazioni eterne e inamovibili di un Dio ente supremo ed esterno al mondo. E così, in relazione al cristianesimo, ci sembra che la Bibbia non sia più il principio e fondamento della storia, la narrazione per antonomasia, tanto meno esclusiva. Il Mistero della Salvezza è una grande metafora e la Storia Sacra un racconto particolare contraddetto dalla scienza. La Rivelazione come verità primaria e superiore non è sostenibile. Non c’è un Dio precedente e separato dal mondo né uno spirito puro al di fuori della realtà creatrice, né un Figlio di Dio venuto a redimerci dalla morte e dal male, frutti di un peccato ereditario.  

Un altro cristianesimo è possibile e necessario. Si deve liberare la divinità dalla sua identificazione con un Ente Supremo dominante, Gesù dalla sua sacralizzazione come unigenito Figlio di Dio, incarnato in un ebreo della specie Homo Sapiens, e la Chiesa dal sistema cognitivo obsoleto che la tiene prigioniera e dalla sua struttura gerarchica derivata in gran par te dall’immagine di un Dio unico e onnipotente. È necessario convergere in una pratica laica di liberazione centrata sui diritti umani e la giustizia ecologica e ispirata a Gesù di Nazaret ed eventualmente ad altri cammini profetici e spirituali. Costruire un racconto universale che, partendo da modelli scientifici come la teoria della Grande Storia, incorpori l’ispirazione e lo spirito delle metafore e dei simboli religiosi; un racconto che sia al tempo stesso universale, particolare e provvisorio.  

In molte città dell’Europa, dell’America Latina, degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia e di altri Paesi sono sorti gruppi dal grande potenziale rinnovatore, i quali avvertono questo cambiamento di paradigma come un terremoto devastante che provoca prima sconcerto, poi sollievo e infine una rinascita spirituale. Ci piacerebbe camminare con voi in tale passaggio e per questo vi invitiamo a questa ampia consultazione.  

1. La tarda modernità, post-religionale e post-secolare  

Il mondo sta sperimentando una mutazione di grande portata, una metamorfosi globale; ci troviamo nell’occhio dell’uragano di un nuovo tempo assiale simile a quello del VI secolo prima della nostra era. Le idee, i costumi, le relazioni, la geopolitica, la tecnoscienza, ecc., configurano un contesto assai diverso da quello derivato dalle coinvinzioni più profonde del cristianesimo. L’immagine tradizionale predominante di Dio è cambiata e la sua esistenza è già da anni messa in discussione in maniera generalizzata; la scienza sostituisce le grandi risposte religiose; le questioni del male e della morte, dell’origine e della fine della vita vengono vissute in modo non mitologico e l’anelito comune è orientato generalmente verso la liberazione, l’autonomia e un benessere integrale e universale qui sulla terra. La religione, allora, perde il suo humus ed entra in competizione con altri progetti assiologici che le tolgono terreno. Senza contare, nel caso del cristianesimo, che il pluralismo e la globalizzazione lo rendono una religione tra le tante.  

Le posizioni conservatrici in politica e nella morale favoriscono l’esaurimento dei contenuti religiosi, ridotti a qualcosa di magico, obsoleto e contrario alla liberazione, e trovano nel vecchio cristianesimo la legittimazione del proprio modello oppressore di società e di persona. Sembra infine annunciarsi una nuova specie umana frutto dell’info-bio-tecnologia, esseri umani modificati geneticamente o roboticamente (transumanesimo) o nuovi esseri post-umani.  

L’esperienza religiosa “tremenda e affascinante” di altri tempi, costruita sullo sdoppiamento del mondo, cede oggi il testimone a una trascendenza più laica basata sulla venerazione, sull’amore e sull’impegno per la liberazione universale. Ciò che in altri tempi abbiamo chiamato “soprannaturale” non è tale, ma identificato oggi con l’atteggiamento di gratuità legato alla profondità umana.  

2. Il nuovo paradigma epistemologico  

La concezione della verità è cambiata. Le teorie epistemologiche attuali, assumendo la complessità e la prospettiva costruttivista della conoscenza, sono più aperte e meno pretenziose che nei secoli passati. Dal positivismo estremo si è passati a una concezione empirica più soft.  

Per i più recenti epistemologi non c’è bisogno che gli enunciati scientifici siano strettamente verificabili o confermati da esperimenti: basta che siano plausibili, che possano essere sottoposti al principio di falsificabilità. La conoscenza avanza negando l’errore più che affermando la certezza e sostituendo i paradigmi che non spiegano convenientemente i fatti.  

Tale evoluzione epistemologica nell’ambito della conoscenza considerata strettamente scientifica, il metodo positivo matematico-verificazionista, ci può servire da base per l’analisi del cambiamento religioso che oggi si sperimenta. È venuta meno la concezione della credenza dogmatica a favore di un’interpretazione più in termini di racconto, di simbolo o metafora. Le scienze umane e sociali (psicologia, sociologia, storia…), per essere rigorose, si servono di metodi scientifici o perlomeno non devono contrapporsi ai dati scientifici. Neppure la filosofia può ignorare o contraddire i risultati delle scienze. E le spiritualità o religioni tengono fortemente conto del proprio carattere di costruzione sociale e simbolica con funzioni meno esplicative e più comportamentali. Le manifestazioni umane simboliche (di carattere etico, estetico, sapienziale…), purché in linea con i dati scientifici, sono riconosciute come vie di accesso a una conoscenza reale, per quanto non possano essere sottoposte ai criteri di verificabilità-falsificabilità delle scienze positive.  

Ben al di là di una mera somma di discipline, la transdisciplinarietà, o scambio tra équipe, metodi e programmi di ricerca, offre una visione più completa della complessità del reale. La religione e il cristianesimo vogliono sentirsi parte di questo sforzo transdisciplinare. Hanno scoperto il grande errore di confondere la metafora con la descrizione realista, l’ispirazione con la norma. E accettano di assumere le nuove teorie dell’evoluzione, della genetica, della relatività e della meccanica quantistica, delle neuroscienze e dell’intelligenza artificiale. È ormai impossibile – oltre che chiaramente assurdo – pensare a idee permanenti, a dogmi immutabili e indiscutibili, a una morale irriformabile, a verità divinamente rivelate, a istituzioni infallibili. Il riduzionismo scientifico e il fondamentalismo religioso si stemperano e convergono.  

Scienza e fede  

Se prima, in senso figurato, “la fede aveva sempre ragione”, ora è la scienza a stabilire il criterio della minima verità comune. È oggi la ragione aperta la matrice dell’ispirazione credente. La conoscenza non emana dalla «Parola di Dio», né è assolutamente certa. Prima la scienza era accettabile nella misura in cui concordava con quella Parola rivelata. Ora lo schema si è in qualche modo invertito.  

La Bibbia – come ogni testo ispiratore – ci offre significato e speranza, in quanto racconto simbolico- poetico, ma deve essere intesa in linea con l’informazione scientifica. Scienza e fede sono linguaggi diversi: la scienza può arricchirsi con la fede, ma la fede non può essere in contraddizione con la scienza. La Bibbia non è il principio e il fondamento della comprensione della realtà, della morale e dell’organizzazione sociale o politica. Neppure può essere la fonte unica della spiritualità. Diciamo piuttosto che la Bibbia non ha ragione, ha anima. Dietro la smitizzazione di Rudolf Bultmann, il riconoscimento dei generi letterari e le ricerche archeologiche, intendiamo la Bibbia non tanto come un libro sacro e definitivo, normativo e rivelatore, Parola di Dio e verità assoluta, quanto piuttosto come un insieme di miti e storie con una funzione sapienziale, spirituale e socio-politica. Oggi vengono scritti racconti e poesie di uguale densità, sublimità e finalità.  

Tutte le religioni, pur assai diverse nelle forme, svolgono funzioni equivalenti e camminano verso una sovraetica della compassione. Il loro valore non può più derivare dalla forza della loro presunta ispirazione divina bensì dalla loro risposta alle necessità e ai diritti dell’essere umano. Con Kant potremmo dire: Credi e agisci in maniera tale che la tua fede possa essere considerata valida da tutta l’umanità.  

3. La nuova concezione della realtà  

Ci sembra più coerente e solida un’interpretazione non-dualista della realtà; aperta, olistica, emergente e creativa, in cui il caso e la necessità si coniugano senza necessità di un piano prestabilito, ma rivelando grande complessità, bellezza e ordine malgrado tanti fallimenti e involuzioni. Non crediamo che possano esserci cose o esseri spirituali sprovvisti di una qualsiasi forma o supporto. Angeli e demoni, oggetti sacri, santi, miracoli, considerati come esistenze indipendenti o interventi divini, sono costruzioni della nostra mente. Capacità come quelle di ragionare, amare, godere della bellezza e dare valore alla giustizia, che nella cosmovisione tradizionale eravamo soliti definire frutti dello spirito umano, sono qualità emerse dalla realtà materiale o energetica cosmica nel processo  evolutivo.  

Proprietà emergenti e materia creativa  Il cosmo è un grande sistema con “proprietà emergenti” (proprietà che dipendono dal comportamento del sistema e che non possono essere spiegate dagli elementi che lo compongono, ndt). La vita e la coscienza emergono da un processo di auto-organizzazione a partire dalla materia o energia primordiale. Tutto è costituito da una materia dinamica e creativa da cui sorgono successivamente molteplici “proprietà emergenti”. In ultima istanza non ci sono confini definiti tra la sfera fisica, quella vivente e quella mentale.  

La materia è qualcosa di primordiale che evolve continuamente, e non la cosa statica, senza vita e sterile che risulta da una percezione superficiale. Non intendiamo più la materia come qualcosa di passivo, inerte, agli antipodi dello spirito; più che una massa è attività, energia, movimento. Il dualismo materia- spirito falsifica la realtà. La realtà è in ultimo termine inaccessibile alla nostra conoscenza e si presenta come qualcosa di aperto ed enigmatico. L’indeterminazione della materia e il nuovo concetto di legge fisica come espressione di tendenze probabili impediscono un’immagine integrale, oggettiva ed esatta del mondo e una concezione realista della conoscenza.  

4. Il racconto di Gesù di Nazareth

Gesù di Nazareth è una persona come noi, non l’essere perfetto, né il redentore, con il suo sangue, di un peccato mitico ed ereditario. La sua interpretazione come il Cristo ha ammantato di esclusività il suo messaggio e ne ha forzato l’imposizione. Quello di Gesù di Nazaret è un racconto ispiratore, una storia incompleta e una costruzione religiosa simbolica, aperta, oltre il molteplice mito creato dalle discepole e dai discepoli delle prime generazioni a partire dalla sua venerazione come Profeta degli ultimi tempi, Figlio di Dio o Messia sofferente esaltato da Dio, Sapienza o Logos di Dio incarnato. È a partire da questo mito che alcuni tentarono di ricostruire la sua storia, “vita e miracoli”, e altri costruirono un immenso edificio razionale sulla base di questa “filiazione divina”. Ma il dato originario è il racconto di fede dei discepoli e delle discepole della seconda generazione, il “Gesù della fede”. Il Cristo della Chiesa, il dogma cristologico, è una costruzione dottrinale, la quale, secondo i tempi e le epoche, ha potuto comunque veicolare l’ispirazione di “santità” o dedizione suscitata da Gesù.  

Il titolo “Figlio di Dio” è un’espressione simbolica propria dell’epoca che non possiamo più interpretare letteralmente. Il punto decisivo non è tanto quello che si racconta che abbia detto e fatto Gesù, se sia stato il Messia (“Cristo”) definitivo e atteso, quanto il senso di elevazione e di gratuità che suscita in noi, ciò che avviene nella memoria e nell’interiorità quando ci si imbatte nelle cose ultime. La cosiddetta “divinità di Gesù” non è un tratto oggettivo della sua persona. La intendiamo come metafora della sua umanità radicale ed espressione dell’adesione vitale che ci ispira quando ci lasciamo toccare dalla sua sapienza. Il messaggio liberatore e gli atti carismatici di Gesù hanno dato vita a un “movimento” che lo ha riconosciuto come profeta e martire esaltato da Dio, costituito come Messia o Figlio del Dio che verrà. Nelle chiese di cultura greca, questa confessione giudaico-cristiana si è trasformata nella confessione della filiazione ontologica, dualista, ed è in questa chiave che si sarebbero elaborati più tardi i dogmi cristologici. Ma questo linguaggio e questi significati risultano estranei alla filosofia, alla cosmovisione scientifica e alla cultura comune di oggi.  

5. Il post-teismo  

Un passaggio decisivo della nostra decostruzione/ricostruzione è il non-teismo, o post-teismo: il superamento del teismo, ossia smettere di pensare, immaginare, credere in un Ente Supremo, Dio creatore e Causa esterna del mondo; un Ente “anteriore” o almeno distinto da questo, immagine ancora in vigore tra i credenti in generale, tra la maggioranza dei teologi e nella dottrina ufficiale cristiana. Tale visione non risulta più concepibile né credibile per la maggioranza delle persone e in particolare per gli intellettuali, per quanto sensibili possano essere al mistero più profondo della realtà: la loro intelligenza spirituale cammina verso altre direzioni.  

Il teismo nasce e cresce nell’età dei metalli, quando si intensifica l’agricoltura, aumenta la popolazione e si costruiscono città, e nelle città i templi. I compiti si specializzano, la società diventa più complessa. C’è bisogno di miti, leggi, capi, autorità, funzionari e guerrieri per trasmettere gli ordini del signore, farli rispettare e conquistare territori. La società si gerarchizza, gli esseri umani diventano schiavi gli uni degli altri… E c’è bisogno di divinità per dare coesione, sicurezza e legittimità ultima alla convivenza ordinata, gerarchizzata e sottomessa.  

L’architettura del mondo viene riconvertita su “due piani”. I miti della separazione tra il cielo e la terra – dal quinto millennio prima della nostra era – provocano la lacerazione della realtà cosmica, fino ad allora unita, unitaria, unica, totale (olistica). Rimane confinata nel piano basso la realtà materiale, naturale, carnale e sessuale e sale al cielo una realtà strettamente spirituale, immateriale, non naturale, non carnale e non sessuale, spirituale e soprannaturale. Il dualismo e Theos sono, però, rappresentazioni superate e per questo diciamo che non c’è bisogno di essere teisti né di sviluppare un’esistenza soprannaturale per essere cristiani, benché tale immagine sia ancora presente nella maggior parte delle persone.  

Il post-teismo non è, in sé, né ateo, né nichilista, né materialista-riduzionista, né chiuso alla sacralità e alla divinità; semplicemente, si sbarazza criticamente e coscientemente di un prodotto evolutivo creato dall’essere umano, una “fantasia utile” di cui si è servito in un momento dato dello sviluppo della sua cultura e infrastruttura materiale.  

Il post-teismo è compatibile con la diversità di simboli con cui riconosciamo con riverenza e in maniera attiva un Mistero ultimo o una Realtà Ineffabile nella quale siamo. È un invito a superare tanto il teismo quanto l’ateismo convenzionale di tipo positivista, a riscoprire la casa comune cosmica, a far ritorno dalla fuga soprannaturale alla natura a cui apparteniamo. Il postteismo non pone una camicia di forza all’esperienza del mistero e permette la creatività spirituale e l’autonomia, poiché non c’è la coercizione di un’immagine imposta e fissa: è contrario all’assolutismo di una rappresentazione unica. Equivale a un agnosticismo attivo. Un “non sapere” che fonde il suo vuoto cognitivo nel vuoto infinito, come uno sguardo profondo verso un orizzonte senza forma che, per la sua imprecisione, può adottare diverse figure aperte e ispiratrici. Cammina sulle acque della realtà, sempre olistica, senza separarle.  

6. Alcune inquietudini di fronte al post-teismo  

C’è chi dice che il post-teismo intacchi l’ordine sociale e il suo fondamento principale, ma è piuttosto la società teocentrica e teocratica costituita con l’aiuto di questo Theos prima descritto che è servita da standard e guida per un conservatorismo autoritario distruttore dell’armonia sociale, frenando da un lato il progresso della conoscenza e dell’educazione civica laica e dall’altro alimentandoli ma in maniera subordinata ai propri fini pastorali.  

Si obietta che il non-teismo distrugge la religiosità popolare. Effettivamente, la critica decostruttiva del Theos può provocare la crisi profonda di molte immagini, convinzioni e pratiche della religiosità popolare. Ma non è questo l’obiettivo diretto della nostra riflessione post-teista: non vogliamo dettare a nessuno nuove idee, immagini o pratiche religiose o non religiose. Crediamo, tuttavia, che, senza alcun tipo di paternalismo, sia una nostra responsabilità proporre, con onestà e rispetto, criteri teologici che riteniamo più coerenti con la cosmovisione attuale, affinché le persone stesse giudichino e scelgano da sé in maniera da poter essere protagoniste della propria liberazione integrale.  

Si presuppone che il post-teismo ponga al secondo posto o indebolisca l’impegno liberatore. Pensiamo di no. Il superamento del teismo tradizionale ancorché maggioritario non nega né riduce il primato della liberazione integrale, ma la libera solo dalla sua epistemologia e dalla sua impalcatura mitiche, sempre più insostenibili a breve e medio termine. La riflessione post-teista vuole offrire criteri e strumenti teologici (in senso ampio) oggi più coerenti per la liberazione da tutte le oppressioni. La liberazione richiede anche la liberazione da un “Dio” che sottomette o legittima la sottomissione.  

Preoccupa la perdita della relazione personale con Dio. Il paradigma post-teista riconosce che si tratta di un antropomorfismo, di un’erronea supposizione simile a quella di un “amico invisibile” al nostro fianco o al di sopra di noi. Bisognerebbe parlare piuttosto del carattere sovrapersonale della realtà ultima, di tutta la realtà, in quanto il concetto di “persona” è stato e continua a essere generalmente inteso come un soggetto individuale di fronte a un altro. L’intera realtà, tuttavia, è relazionale. Il post-teismo riconosce le esperienze dell’interiorità, le molteplici forme di sentirsi parte di una realtà tanto ambigua quanto impregnata di bellezza e di bontà, oggetto di gratitudine, fonte di speranza e di compassione attive. Che si usi un nome piuttosto che un altro o si scelga il silenzio o una maniera dialogica.  

Altre inquietudini si riferiscono all’apparenza panteista del post-teismo. Ma noi non diciamo che tutto è Dio, bensì che ciò che è stato chiamato Dio è in tutto come essere e non come ente superiore separato. E soprattutto continueremo a cercare il significato e il posto che occupa Gesù in questa nuova visione. Al momento rimandiamo a quanto detto nel punto 4. Ricapitolando, ci sembra che oggi, per molte persone cristiane, profondamente sincere e impegnate, non solo sia lecito ma sia anche urgente lasciarsi dietro ogni immagine teista di Dio, andando con ciò oltre Gesù, figlio del suo tempo.  

7. Il cambiamento da sostenere 

  Questo nuovo modello di cristianesimo comporta un ritorno ai valori evangelici, per quanto reinterpretati. Il vangelo non costituisce tanto un’identità religiosa concreta superiore quanto un appello ai valori universali su cui la comunità umana sta dialogando e cercando un consenso a partire dal suo miglior sentire. Ci troviamo di fronte non tanto a una conversione morale o a un apostolato nuovo quanto a una nuova interpretazione della conoscenza, della realtà e della divinità.  

Molte persone religiose pensano che, se si perde la religione, il mondo perderà il fondamento della verità e soprattutto della morale. Ma dietro la grande decostruzione del teismo e della religione rimane il vigore creativo della realtà, l’autopoiesi dell’amore, ispirata alla profondità dell’essere umano e di tutto quanto è. Una speranza senza certezze e un amore senza condizioni, come leggiamo nel racconto di Gesù.  

Oggi è quasi impossibile continuare con le pratiche religiose derivate dal teismo. La teologia che le sostiene sprofonda come costruzione razionale. Fondata su metafore e credenze mitologiche, rivendica coerenza e verità quando ciò che esiste è, semplicemente, una creazione di significato e di motivazione. La teologia è riconducibile piuttosto a una speleologia del cuore umano, una socio-antropologia della trascendenza che si apre nella coscienza, senza un “a priori” teista o ateo.  

Bisogna colmare una volta per tutte il ritardo premoderno. E farlo e dirlo senza paura. Nelle celebrazioni, in qualunque modo siano, nei comunicati e nelle conversazioni, possiamo servirci di qualcosa di meglio che di alcuni miti inespressivi e ritualizzati ed evitare convinzioni certe e moralismi basati su miracoli e cammini di redenzione. Si può mostrare piuttosto la meraviglia della nostra Grande storia universale, creativa, aperta. Provare stupore per la quantità innumerevole di stelle, particelle e neuroni, per la buona volontà, per il valore del perdono, della consolazione, della civiltà e dell’azione per la giustizia; per l’armonia con la natura e per la compassione nei confronti dei più bisognosi, recuperando così in altro modo i grandi valori e le grandi scoperte delle tradizioni religiose e cooperando sullo stesso piano con tutti. Né la religione di un altro mondo, né la rassegnata mancanza di significato nella laicità. La nostra missione è essere compartecipi dell’evoluzione creatrice, ispirati da Gesù di Nazaret.

in morte di Spong, il teologo della morte del teismo, non di Dio

 

Addio a John Shelby Spong, tra i padri della teologia post-teista

addio a John Shelby Spong, tra i padri della teologia post-teista

tratto da: Adista Notizie n° 33 del 25/09/2021  

 Dopo il teologo belga Roger Lenaers, scomparso lo scorso 5 agosto, ci ha lasciato, all’età di 90 anni, anche il vescovo episcopaliano John Shelby Spong, un’altra delle figure più emblematiche del nuovo pensiero teologico legato al paradigma post-religionale e post-teistico. Se ne è andato nel sonno, dopo una vita da lui descritta come felice e piena d’amore e sempre accompagnata dalla speranza, anche dalla speranza della vita eterna. 

Proprio a questo tema, del resto, aveva dedicato uno dei suoi libri, dal titolo, appunto, Vita eterna. Una nuova visione (scritto nel 2009 e uscito in italiano nel 2017 per i tipi di Gabrielli Editori), tentando di rispondere in maniera credibile a un interrogativo centrale non solo per la fede cristiana ma anche per la vita di ogni singolo essere umano: «Al di là della religione, al di là del teismo, al di là del cielo e dell’inferno, è ancora plausibile parlare di vita eterna»? 

Sganciando definitivamente tale visione dai concetti di premio e castigo, e dunque invitando a condurre la propria esistenza sotto la spinta dell’amore anziché della paura, il teologo statunitense non aveva però rinunciato a credere alla possibilità che «la vita umana autocosciente» condivida «l’eternità di Dio e che – scriveva –, nella misura in cui sono in comunione con quella forza vitale in perpetua espansione, quella potenza d’amore che arricchisce la vita e quell’inesauribile Fondamento dell’essere, io vivrò, amerò e sarò parte di ciò che Dio è, non vincolato dalla mia mortalità ma dall’eternità di Dio». Una svolta dalla divinità sopra di noi a quella dentro di noi che, concludeva Spong, «non significa allontanarsi da Dio, come i paurosi grideranno; significa, e io ora lo credo, camminare in Dio». 

Ma il suo impegno a «salvare il cristianesimo come forza per il futuro», rendendone il messaggio nuovamente rilevante e significativo per le donne e gli uomini contemporanei, era iniziato già molto tempo prima, e cioè da quando, attento ai numerosi segnali di declino evidenziati da ogni parte dalla religione cristiana, aveva compreso, «come vescovo e come cristiano impegnato», la necessità di trovare nella Chiesa il coraggio che la rendesse «capace di rinunciare a molti schemi del passato». 

Un impegno, il suo, tradottosi, alla vigilia del XXI secolo, in un libro diventato una pietra miliare in questo cammino di riflessione teologica: Why Christianity Must Change or Die (edito in Italia nel 2019 da Il pozzo di Giacobbe, con il titolo Perché il cristianesimo deve cambiare o morire), successivamente ridotto a un manifesto in 12 tesi attaccato, «alla maniera di Lutero», all’ingresso principale della cappella del Mansfield College, all’Università di Oxford, e poi inviato per posta a tutti i leader cristiani del mondo: su Dio, Gesù, il peccato originale, la nascita verginale, i miracoli, la teologia dell’espiazione, la resurrezione, l’ascensione, l’etica, la preghiera, la vita dopo la morte, l’universalismo. Dodici tesi che Spong aveva ripreso, sviluppandole ulteriormente, nel suo ultimo libro, scritto all’età di 87 anni, uscito negli Stati Uniti nel 2018 e pubblicato in Italia grazie alla casa editrice Mimesis nel 2020, con il titolo Incredibile. Perché il credo delle Chiese cristiane non convince più. Era stato, in realtà, il suo quinto “ultimo libro”, ciascuno nascosto “a sua insaputa” «sotto il tappeto» del processo di elaborazione del precedente, ma a questo, il teologo, proprio adducendo ragioni di salute, aveva assicurato che non ne sarebbero seguiti altri. 

Preceduto da opere importanti come, oltre a quelle già citate, Un cristianesimo nuovo per un mondo nuovoGesù per i non religiosi, Il quarto VangeloLetteralismo biblico: eresia dei gentiliI peccati della Bibbia (edite da Massari e sempre curate da Ferdinando Sudati, come tutti i libri di Spong nel nostro Paese), il volume aveva offerto una sintesi conclusiva della sua coraggiosa rilettura post-teista del cristianesimo, in direzione di una nuova espressione religiosa compatibile con le recenti acquisizioni scientifiche: senza dogmi, senza dottrina, senza gerarchie, senza la pretesa di possedere la verità assoluta. 

Una visione del cristianesimo «così radicalmente riformulata da poter vivere in questo nuovo audace mondo» – come già scriveva in Un cristianesimo nuovo per un mondo nuovo – ma legata ancora all’esperienza che ha dato origine a questa fede-tradizione più di duemila anni fa. Non a caso l’autore si è sempre professato come un gioioso, appassionato, convinto credente nella realtà di Dio: «Credo che Dio sia reale e che io viva profondamente e significativamente in rapporto con questa divina realtà. Proclamo Gesù mio Signore. Credo che egli abbia mediato Dio in un modo poderoso e unico nella storia dell’umanità e in me». Tuttavia, aggiungeva nello stesso libro, «non definisco Dio come un essere soprannaturale. Non credo in una divinità che può aiutare una nazione a vincere una guerra, intervenire a curare la malattia di una persona cara, permettere a una particolare squadra sportiva di battere la sua avversaria». 

Morte del teismo, non di Dio 

Secondo Spong, il Dio inteso teisticamente come «un essere con potere soprannaturale» da supplicare, obbedire e compiacere starebbe sul punto di morire, se non è già morto, per quanto le autorità ecclesiastiche preferiscano continuare il gioco del “facciamo finta”. Tuttavia, precisava il teologo, la morte del teismo come descrizione umana di Dio non comporta affatto di per sé la morte di Dio. Non esige, cioè, la rinuncia alla speranza che «ci sia una realtà trascendente presente nel cuore stesso della vita» che sia possibile chiamare Dio e che «la sua presenza sia sperimentata come qualcosa che ci richiama oltre i nostri timorosi e fragili limiti umani». Né intacca la convinzione che questa realtà trascendente si sia rivelata nella vita di Gesù in modo così completo da permettere di vedere in lui il significato di Dio. 

Questa speranza in Spong non è mai venuta meno: «Dio è la sorgente ultima della vita. Si venera Dio vivendo pienamente, condividendo profondamente ». E ancora: «Dio è la sorgente ultima dell’amore. Si adora questo Dio amando generosamente, diffondendo con levità amore, donando amore senza fermarsi a valutare il costo». E, infine: «Dio è l’Essere, e veneriamo questo Dio avendo il coraggio di essere tutto quello che possiamo essere», andando oltre «il modo di sopravvivere chiusi in se stessi». E dunque «Dio non è morto. Siamo veramente entrati in Dio. Siamo portatori di Dio, co-creatori, incarnazioni di ciò che Dio è». 

Ma nel mondo post-teistico, secondo Spong, continuerà a esserci spazio anche per la Chiesa, anche dopo che il culto non avrà più lo scopo di confessare i nostri peccati a un “paterno giudice”, né di contare sul potere delle preghiere comunitarie per dirigere il corso della storia del mondo. Una Chiesa che si dedicherà all’espansione del Regno di Dio, operando con determinazione non per un programma religioso, ma per il programma della vita, della vita in abbondanza per tutti, non imponendo la propria verità a nessuno ma vivendo solo per accrescere l’amore.

la suora che lotta contro il sessismo dentro la chiesa

«la chiesa può guarire dal sessismo in 24 ore»

 

suor Forcades

 

 

di Elisabetta Rosaspina

Monaca di clausura, indipendentista, attivista per il diritto all’aborto e per le unioni omosessuali, Teresa Forcades è una delle mistiche più ascoltate. «Francesco è un riformatore, l’amore è sempre un miracolo»

Monaca? Ebbene sì, di clausura. Catalana? Certo, per nascita e per appartenenza politica e sentimentale. Indipendentista? Eccome! Femminista? Da sempre. Negazionista sulla pericolosità del Covid 19? «No, questo è falso» protesta suor Teresa Forcades, benché tenga da tempo Big Pharma nel mirino: «Non può essere che il business farmaceutico domini nel mezzo di una pandemia», si è ribellata in un’intervista al periodico digitale catalano VilaWeb. Dubita dell’efficacia del metodo di vaccinazione in corso, è vero, «se crei l’immunità al virus, ma non lo elimini, lo inviti a mutare in una nuova variante». Ma «da un punto di vista scientifico non ha senso essere pro o contro la scienza» ha ricordato nella stessa occasione.

Teologa di fama internazionale

I suoi dubbi non sono profani, poiché suor Teresa Forcades, 55 anni, teologa di fama internazionale, figlia di un agente di commercio e di un’infermiera, è laureata in medicina interna a Buffalo, nello Stato di New York. Ha un dottorato in Salute pubblica e uno in Teologia fondamentale, conseguiti a Barcellona. Un Master of Divinity ad Harvard. Ha insegnato Teologia della Trinità e Teologia queer alla Humboldt-Universität di Berlino. La sua opinione conta nella comunità scientifica e in quella ecclesiastica. I suoi libri hanno un’ampia diffusione in patria e all’estero. Il New York Times le ha dedicato recentemente un ampio ritratto (che l’ha fatta molto arrabbiare), catalogandola nell’influente partito europeo dei no vax. Una testimone a favore delle teorie cospirazioniste. Ma lei non ci sta. Un partito, in realtà, l’ha fondato sul serio suor Teresa Forcades, assieme all’economista Arcadi Oliveres, scomparso qualche mese fa: Procés Constituent, a Barcellona, nel 2012. Uno schieramento repubblicano, anticapitalista, indipendentista che, appena nato, raccolse diecimila adesioni in sette giorni.

«Creatura del chiostro aperta al mondo»

Il Vaticano probabilmente non condivide appieno certe sue esternazioni sul diritto all’aborto e sulla legittimità delle unioni omosessuali, ma le riconosce titoli e competenze: «Benedettina, mistica, attivista, medico, creatura del chiostro e al tempo stesso aperta al mondo, perfino nelle sue istanze più estreme» è stata descritta dalla scrittrice Emanuela Canepa nel numero di gennaio del supplemento dell’ Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo .

Sta vivendo almeno due vite, apparentemente poco conciliabili: come fa?
«Non è stato programmato. Sono nata in una famiglia poco praticante dal punto di vista religioso. La mia relazione con Dio è scaturita da un’esigenza pratica. Nel 1995 cercavo un po’ di quiete per preparare un esame universitario e ho chiesto ospitalità al convento di Montserrat. È diventato la mia casa. Non era nei miei piani prendere il velo. Ma la vocazione è come una specie di innamoramento. Non si spiega. Si comincia a tremare e ci si chiede: che cosa mi succede? Sono entrata in monastero due anni dopo, ho lasciato la medicina per prepararmi ai voti».

 

Ma poi ha accumulato nuovi diplomi e specializzazioni.
«Sì. Quando ero novizia la madre badessa si era resa conto delle mie attitudini intellettuali. Mi ha spinto a riprendere gli studi. Il dottorato in Teologia mi pareva un’idea splendida. Avevo già studiato ad Harvard, ma dovevo ricominciare da zero. Ho avuto una crisi, ho pregato. Non ho avuto visioni, ho ricevuto una risposta interiore. Dopo Teologia, l’abbadessa mi ha chiesto: e perché non continuare con Medicina? Mi pareva che c’entrasse poco con la strada che avevo scelto ma mi sono lasciata convincere. Ho scritto un testo contro le multinazionali farmaceutiche. Era una denuncia sociale degli abusi dei quali avevo preso coscienza. Poi vennero le prime conferenze sull’omosessualità e la transessualità. Cominciò tutto dal punto di vista etico, ma ne parlavo anche dal punto di vista scientifico. Le mie erano critiche con cognizione di causa».

Nel 2015 i suoi superiori l’hanno autorizzata a lasciare la clausura per tre anni per dedicarsi agli impegni sociali e politici, alla causa catalana: non è insolito?

«No. Esistono due tipi di clausura: la costituzionale, che è la più antica ed è quella cui appartiene il nostro ordine; e la clausura papale. Per quanto mi riguarda, scaduti i tre anni, nel 2018 sono rientrata».

Sarà possibile sfondare il tetto di cristallo anche nella Chiesa?

«Nella Chiesa è un soffitto di cemento – ride -. Ma nella società extra ecclesiastica molte cose sono cambiate. Nel mio caso ho trovato uno spazio di crescita che non avrei trovato altrove. Il sessismo è nelle università, negli ospedali: io stessa, da monaca, mi sono resa conto di come obbedivo a stereotipi di genere. Ma quando le donne della Chiesa lo vorranno, la Chiesa smetterà di essere sessista in ventiquattr’ore. Perché il patriarcato lo abbiamo costruito assieme, uomini e donne. Tante donne pensano ancora che il loro compito migliore sia quello di accudire, prendersi cura degli altri, degli uomini. E la Chiesa enfatizza questo ruolo. Ma in un monastero femminile non ci sono uomini da accudire. Ci curiamo fra di noi».

Simone Weil nella bellezza trova Dio. E lei dove vede la bellezza?

«Per me la bellezza è spesso in un dettaglio: il piccolo gesto di una sorella del monastero, morta centenaria poco tempo fa. Muoveva appena un po’ il collo verso destra per ascoltare chi le parlava. Offriva all’interlocutore il suo orecchio. Era un piccolo gesto, epitome di bellezza. Per me, la bellezza è la figura di Gesù, che regge la croce al centro della folla, in un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio. In un mondo di menzogne e ingiustizia la verità scompare. La bellezza invece brilla per contrasto, come il bel volto di una bambina in un quartiere degradato. O come le note di un violino in un campo di concentramento». 
Ha già incontrato Papa Francesco?
«Non ancora. Vedo in lui una chiara intenzione di riforma. Ha cominciato dall’opacità finanziaria della Chiesa. So che vorrebbe fare di più. E comunque l’ambiente sta cambiando. Con i papati precedenti, persone come me, che parlano di omosessualità o di depenalizzazione dell’aborto, erano minacciate di sanzioni. Tutto ciò è scomparso dalla mia vita da quando c’è Francesco».

Lei crede ai miracoli? 

«L’amore è un miracolo. Ogni volta che una persona si apre alla verità per amore degli altri, è un miracolo».

per una fede che fa i conti con il paradigma culturale evolutivo odierno

educarsi ad una fede adulta

colloquio con Carlo Molari

a cura di Mariano Borgognoni
in “Rocca” n. 19 del 1 ottobre 2021

Don Carlo, è nota la sua collocazione nella prospettiva evolutiva del tempo tracciata dal pensiero
scientifico. Non vede però in essa anche il rischio di rimuovere il problema del male, vero punctum crucis, di gran parte della riflessione teologica, almeno da Agostino, e di ogni teodicea? Qual è la sua risposta al problema del male anche dentro i meccanismi stessi della natura al di là del male imputabile alla scelta degli uomini? E che senso ha l’incarnazione in una prospettiva evoluzionista?

Nella prospettiva evolutiva la perfezione non sta all’inizio della creazione, ma si colloca al termine di un processo nel tempo, che è necessario perché la creazione sviluppi le strutture che possano progressivamente accogliere i frammenti di quella Perfezione che continuamente l’azione di Dio offre. È dunque un processo nel quale l’imperfezione, il limite, in altre parole il male, è destinato ad accompagnare l’uomo e tutto il creato nel cammino verso il compimento.
Questa prospettiva, cui le scoperte scientifiche hanno dato un impulso decisivo soprattutto a partire dalla metà del XIX secolo, ha trovato sempre maggiore accoglienza nel pensiero teologico perché ha messo in rilievo un dato strutturale ineliminabile: il limite della creatura che, di per sé, non consente all’uomo e al creato di accogliere tutta la pienezza del dono di Dio, alla quale è pur sempre chiamato, se non attraverso un percorso di sviluppo delle strutture necessarie.
Bisogna precisare bene che non si tratta di un limite dell’azione di Dio (del tipo «se Dio solo volesse potrebbe…»), ma della natura stessa dell’oggetto della creazione. Così come diciamo che Dio non può fare che un cerchio sia un quadrato, allo stesso modo Dio, creando, non può che creare creature (un po’ come dire che Dio, creando, non può creare un altro Dio).
Le conseguenze di tutto questo sono ormai chiare: come detto, il limite, il male, è intrinsecamente connesso al nostro stato di creature, da sempre è così e sempre così sarà, pur con livelli e dinamiche destinate a evolvere, esse pure, con il progredire dell’umanità.
Il male, dunque, non è un’insorgenza indebita sopravvenuta per colpa di qualcuno, e la morte non è un destino cui non fossimo in origine soggetti: tutto questo non trova posto nelle evidenze scientifiche oggi disponibili, e, ormai, neanche nei modelli culturali che si sono affermati. È questo che ha portato Teilhard de Chardin ad affermare che il problema del male, teoricamente per la ragione, è risolto (ndr P.T. de Chardin, Comment je vois, 12 août 1948, in «Oeuvres de Pier Teilhard de Chardin», tome 11, Les directions de l’avenir, Edition du Seuil, Paris 1973, pp. 211 ss.). E ancora: i nostri mali sono il prezzo e la condizione stessa d’un compimento universale (P. T. de Chardin, Credo in questo modo, in «La mia fede», cit., p. 126).
Resta da capire come affrontare nella vita di tutti i giorni il problema del male, della sofferenza, dell’ingiustizia. Affrontato il nodo teorico esso permane sul piano esistenziale e pratico.
Se quel che ho detto è vero dal punto di vista teorico, dal punto di vista esistenziale il problema di come far fronte al male e al carico di sofferenza e di ingiustizia che l’accompagna – e che comunque deve essere «portato» in quanto, abbiamo visto, è un dato ineliminabile della nostra condizione di creature – resta e deve essere affrontato. È un aspetto che dobbiamo considerare in tutte le sue articolazioni di male causato e male subìto, di peccato, cioè di male consapevole, ma anche di male inconsapevole, dunque anche oltre la dimensione sacramentale della riconciliazione.
Lo sviluppo della vita spirituale, infatti, richiede una presa d’atto radicale del male e un lavoro per
eliminare in radice, o almeno portare sotto un certo controllo, anche quelle reazioni inconsapevoli, quegli atteggiamenti diventati consuetudini e quei comportamenti che sono abitudini di cui non ci sentiamo responsabili, ma che comunque inducono e diffondono attorno a noi negatività.
È al lavoro interiore che ci affidiamo per arrivare a portare il male, l’ingiustizia, la sofferenza in modo da continuare a essere manifestazioni dell’azione di Dio in noi e a non tradire il messaggio di cui vogliamo essere testimoni continuando ad amare e a offrire doni di vita nella difficoltà delle relazioni, nella morsa della sofferenza, nell’angustia dell’ingiustizia, nella tristezza del progressivo invecchiamento che ci debilita.
Perché sappiamo che il dono di Dio ci è sempre dato, che ogni giorno possiamo diventare capaci di novità di vita che ieri non conoscevamo, se a questo ci apriamo con fiducia per farne a nostra volta dono a chi ci sta vicino. Ogni giorno, così, consolidiamo i frutti colti nel nostro passato, alimentiamo la nostra speranza e ci prepariamo ad accogliere i doni che arriveranno, fiduciosi che né morte né vita, né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio (Rm 8,38- 39). È così che, giorno dopo giorno, cresce la vita in noi, fino al traguardo ultimo in cui diventeremo viventi perché la Vita, in modi che non riusciamo nemmeno a immaginare, diventerà finalmente nostra.

Ho sempre trovato molto originale e interessante la prospettiva da cui ha affrontato il problema della salvezza e della vita dopo la nostra morte fisica. Ma ci salveremo tutti perché grande è la misericordia di Dio oppure alcuni o anche molti si perderanno? Magari non nell’impensabile eternità dell’inferno immaginata da un dio malvagio.

Noi non sappiamo in cosa consista la vita nuova, quella che ci aspetta come compimento al termine di questa esistenza. Le espressioni che normalmente utilizziamo – resurrezione, salita al cielo, paradiso e inferno – sono servite alle prime comunità cristiane per esprimere la grande e profonda esperienza di fede che la vita e l’insegnamento di Gesù avevano suscitato in loro e nelle loro comunità. Per esprimere la permanenza in loro della speranza di una vita al di là del presente, non potevano avere altro linguaggio che quello della resurrezione del corpo, della salita al cielo e dell’imminente ritorno di Gesù. In tutto questo noi dobbiamo vedere il tentativo di raccontarci e trasmetterci un’esperienza di fede profonda, non il succedersi di eventi storici che, fra l’altro, non corrispondono esattamente fra i diversi autori.
Noi oggi abbiamo conoscenze, riferimenti culturali e linguaggi molto diversi; ad esempio, sappiamo che dopo la morte il corpo è destinato a dissolversi nell’ambiente. È allora necessario che noi sviluppiamo, attraverso il lavoro interiore, un livello di vita spirituale, cioè di consapevolezza, di capacità di donazione, distacco dalle cose, che consenta al nostro spirito di entrare nella nuova dimensione della vita e, così, pervenire al compimento, il nome scritto nei cieli di cui parla Gesù, cioè la nostra definitiva identità di figli di Dio.
La domanda che così si pone è che cosa avverrà nel caso non si pervenga a sviluppare la nostra dimensione spirituale. La risposta non può che essere il venir meno dell’esistenza, un tentativo di vita che non ha attecchito e non è andato a buon fine. Certo è una posizione opinabile, ma io credo che valorizzi la storia e le dia un senso.

E la stessa immagine che noi ci facciamo di Dio o presente dentro la Scrittura medesima non va posta in discussione? Non c’è tanto, troppo, di antropomorfico e non dovrebbe forse la teologia soprattutto distruggere le false immagini di Dio? Cosa ne pensa della riflessione di molti teologi cristiani che stanno sviluppando un pensiero post-teista?

È inevitabile che in noi si formi, in qualche modo, un’immagine di Dio. È, anzi, necessario perché altrimenti non potremmo nemmeno pensare a Dio, né, di conseguenza, parlarne. I meccanismi stessi della nostra mente ne hanno bisogno.
Detto questo, è inevitabile, oltre che necessario, che il nostro processo di crescita culturale e lo sviluppo della nostra esperienza di fede nel tempo ci facciano cambiare l’idea che abbiamo di Dio: nessuno di noi ha più l’immagine che ne aveva da bambino. E non c’è dubbio che questo cambiamento che avviene a livello individuale debba essere riflesso nell’immagine che a livello di comunità ecclesiale viene proposta. L’immagine antropomorfa di un Dio intento a osservare le vicende umane e a intervenire è certamente inadeguata, sia per il livello raggiunto dalla riflessione teologica oggi, sia per le intuizioni che hanno posto radici a visioni ben più consone di Dio già secoli fa, nel cuore della tradizione cristiana stessa. Infatti, il farsi delle cose e il loro evolvere non richiedono interventi mirati di Dio, in quanto il potenziale di sviluppo delle cose è già inscritto nella loro stessa natura. Dio non fa le cose, ma fa sì che le cose si facciano.
Si tratta di un modello scaturito da una profonda intuizione, di Tommaso e in parte già prefigurata n Agostino, da secoli presente nella tradizione cristiana, per quanto non abbia avuto la forza di affermarsi rispetto al tradizionale e consolidato modello biblico. È però un modello che trae adesso dalla prospettiva evolutiva un fondamentale elemento di supporto e pone l’immagine di Dio ancora più lontano da qualunque rappresentazione antropocentrica se ne possa dare.

In una parte della sua opera parla delle sfide del pensiero ateo. Ci può spiegare come, secondo lei, è possibile rispondere ad esse e rendere ragione credibilmente della speranza che è in noi? Avere
insomma una fede adulta che non schiva le domande?

Il pensiero ateo merita da parte del teologo grande attenzione. Anche quando si finisce con il dissentire, resta il fatto che l’emergere di nuovi dati scientifici non può che apportare sviluppi nuovi che gettano ulteriore luce sul creato e sulla storia.
La difficoltà dell’interazione con il pensiero ateo risiede tutta nei riguardi della trascendenza, delfine ultimo delle cose e delle ragioni della nostra speranza, e dipende dal fatto che, se crediamo in una Forza che ci trascende e che in noi suscita conoscenza di verità e amore, è perché di questa forza noi veniamo facendo esperienza nella nostra vita. Si tratta di un’esperienza di novità che, pur veicolata da ciò che è intorno a noi, va al di là e ci indica un oltre. Ed è l’esperienza che facciamo ogni giorno che ci fa credere che non sia tutta un’illusione, ma la risposta a un ordine più grande del mondo che ci chiama e al quale sentiamo con tutto noi stessi di voler corrispondere.

Dentro l’orizzonte planetario, di cui lei parla, come Gesù può essere per noi oggi la radice di fondo della nostra fede, la ragione della nostra speranza, l’ancoraggio saldo che ci fa dire «se non avessi la carità…»?

Gesù, che cresceva in sapienza, età e grazia (Lc 2,52) e fu costituito Figlio di Dio in virtù della risurrezione dei morti (Rm 1,4), indica anche a noi, con la sua vicenda umana, la sua fede, il suo pregare, il cammino che siamo chiamati a percorrere oggi.
Come allora, è con il silenzio e la preghiera che possiamo arrivare a una comprensione profonda delle necessità dell’umanità e del mondo oggi; necessità che sono diverse da quelle del tempo di Gesù e richiedono risposte nuove a problemi che, di per sé, sono di un’ampiezza finora sconosciuta nella storia.
Questa è la via che Gesù ha tracciato: arrivare ad aprirci al Verbo eterno al punto da poter dire, con lui, io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30); che non è da intendersi in senso ontologico, ma nel significato operativo di: le opere che io compio, i pensieri che sviluppo, l’amore, il perdono, i doni che io offro non sono miei, ma del Padre. Perché è in questo abbandono fiducioso e totale a Dio che Gesù è arrivato a comprendere la strada, per quanto tragica e dolorosa, che doveva percorrere per rimanere fedele e dare testimonianza dell’amore di Dio che salva.
Noi viviamo in circostanze molto diverse, dobbiamo dunque trovare strade nuove per arrivare a testimoniare il medesimo amore di Dio. Non sono le opere di Gesù che siamo chiamati a imitare oggi; noi dobbiamo fare nostro il suo sentire nei confronti del mondo, il suo atteggiamento e la sua disponibilità all’ascolto, il suo modo di rapportarsi ai fratelli con compassione e misericordia, il suo convincimento della necessità di una conversione e di una preghiera continua, la sua fiducia nel Regno che viene, il suo abbandono totale nelle mani del Padre cresciuto in lui nella preghiera e nella fedeltà in tutte le circostanze: imparò l’obbedienza da ciò che patì (Eb 5,8).
Ed è questo stesso abbandono fiducioso in Dio, anche nelle circostanze più negative come la croce, che, oggi come allora, alimenta la nostra capacità di accogliere la sua azione in noi.
Possiamo così pervenire all’offerta di quei doni di amore e di riconciliazione oggi richiesti: è questa la nostra speranza di contribuire così al cammino dell’umanità verso il Regno cui è chiamata. Che questo sia possibile ce lo dice Gesù stesso: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste (Gv 14,12), parole che restano in noi come il fondamento della nostra speranza e del nostro impegno a individuare le nuove forme di fratellanza oggi necessarie per il futuro stesso della specie umana.
Solo così noi, sull’esempio di Gesù, consentiamo al Verbo di continuare a incarnarsi, cioè di farsi progressivamente carne in noi, quella carne che offriamo come «atto sacro», sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, come dice Paolo in Rm 12,1.

“verso un noi sempre più grande” – il titolo della giornata del migrante

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 107ma GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2021

[26 settembre 2021]

“verso un noi sempre più grande”

Cari fratelli e sorelle!

Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).
Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.
La storia del “noi”
Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità.
E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).
La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali.
In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.
Una Chiesa sempre più cattolica
Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5).
Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia.
I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).
Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).
Un mondo sempre più inclusivo
A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso.
Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11).
È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande.
A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.
Il sogno ha inizio
Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).

Preghiera
Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato
che nei Cieli si sprigiona una gioia grande
quando qualcuno che era perduto
viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato
viene riaccolto nel nostro noi,
che diventa così sempre più grande.
Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù
e a tutte le persone di buona volontà
la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza
che ricolloca chiunque sia in esilio
nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare,
così come Tu l’hai creata,la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.
Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo

Francesco

le teologhe italiane di fronte ai femminicidi

coordinamento teologhe italiane

“uomini che uccidono le donne”

Perché ancora si raccontano i femminicidi normalizzando i gesti degli assassini? Perché l’idea che l’esistenza delle donne valga meno di quella dei maschi non è affatto tramontata, e si infila dappertutto. Allora ci sono dei passi seri da fare, ci sono delle responsabilità a cui nessuno può sottrarsi. Chiese e “uomini perbene” inclusi.
 

Se a qualche persona fosse sfuggito il fatto che non solo “altrove”, ma qui – qui da noi, nelle nostre città, nelle nostre case – c’è una tragedia che si consuma quotidianamente, le cronache delle ultime settimane avrebbero dovuto togliere ogni velo dagli occhi: 8 donne uccise in dieci giorni. Se contiamo dall’inizio dell’anno sono 86, di cui 72 uccise in ambito familiare-affettivo; e in 51 casi l’assassino è il partner o l’ex.

Morte non perché si trovavano a passare in mezzo a una sparatoria o a un attentato. Ma perché ciò che i loro assassini hanno voluto sopprimere era il loro essere donne: la parola “femminicidio” – diceva già anni fa Michela Murgia – non indica il sesso della morta; indica il motivo per cui è stata uccisa.

Il punto è questo, ormai dovremmo saperlo, e non è più tollerabile che lo si dimentichi e non lo si assuma in tutta la sua portata.

E invece siamo ancora qui – per fortuna insieme a tante altre – a denunciare il modo in cui questi crimini vengono raccontati sui mass media. I quali sì, lo vedono bene che si tratta di una faccenda tra uomini e donne; ma la normalizzano. Perché lei era “bella e impossibile” o aveva un top nero, lei voleva lasciarlo (poi magari in una riga in mezzo all’articolo si scopre che erano anni che lui la picchiava) e lui soffriva tantissimo, ed è un brav’uomo che salutava sempre (quindi lei l’ha sicuramente esasperato, altrimenti non sarebbe successo) e ha avuto un raptus, e lei non aveva cucinato e usciva troppo, e lui non sopportava che lei avesse un altro… Quindi, per forza che poi succede che la uccide, no?

“Per forza” in che senso?

Eh, no. “Per forza” si dice quando ti sfugge un oggetto dalle mani e la gravità lo fa cadere a terra. Non per un femminicidio, non per lo stupro, non per le forme molteplici di violenza domestica e nelle relazioni intime, non per le infamie perpetrate da gruppi di maschi su Telegram, non per il catcalling (che sarebbe ad esempio quando cammini per strada pensando ai fatti tuoi e dei maschi ti urlano «abbèlla, non sai che ti farei…» e sostengono che è un complimento mentre tu ti disfi di paura, di umiliazione, di rabbia; e loro lo sanno, lo sanno fin troppo bene, altro che complimento).

A meno che… a meno che anche quando un uomo uccide o violenta o molesta sessualmente una donna non si presupponga che c’è una legge forte e insindacabile quanto quella gravitazionale, a cui coloro che raccontano e commentano sia adeguano. La legge per cui il mondo è del maschio, e quello che una donna vive, sente, desidera non conta. La sua vita, la sua dignità, il suo corpo, la sua libertà, il suo consenso non contano, o comunque contano meno. E tutto sommato quello che un uomo fa per riportare una donna “al suo posto” (il posto deciso da lui) va bene. Magari uccidere no – quello si condanna – ma solo perché è un eccesso, non perché sia sbagliato il sistema in sé. È questo che ancora ci arriva – condito spesso da disgustoso voyerismo – dalle tastiere di tante redazioni.

Allora questo “per forza” va continuamente svelato per quello che è: la prova certa che una cultura patriarcale, sessista e violenta abita i nostri mondi privati e pubblici e fa da humus alle manifestazioni estreme che ben conosciamo. Le rende “ovvie” – al pari degli stupri di guerra, che di ovvio non hanno proprio niente. È per questo che l’indignazione dell’opinione pubblica, quando c’è, fatica a tradursi in coscienza collettiva, in azioni condivise, in cambiamenti strutturali.

Da teologhe cristiane diciamo

In sintonia con altre realtà di donne impegnate nell’analisi e decostruzione dell’universo simbolico e pratico che sorregge tale sistema, le teologhe femministe da molto tempo lavorano perché le Chiese prendano coscienza delle proprie complicità – passate e presenti – rispetto a un ordine gerarchico fra i sessi che non è compatibile né con i diritti umani né con il vangelo[1].

Alcune prospettive in particolare ci sembrano oggi irrinunciabili:

  • La violenza contro le donne riguarda le Chiese

Sembra scontato, ma non lo è: nelle Chiese cristiane – seppure con differenze fra le diverse confessioni – la violenza maschile contro le donne non è considerata una priorità, e anzi persistono ampie sacche di negazionismo e minimizzazione (sia in generale che rispetto ai numerosissimi casi che avvengono dentro le Chiese).

Spesso anche nei contesti e nei documenti più sensibili alla qualità delle relazioni – dal livello privato a quello politico – essa è dimenticata o evocata solo con brevi accenni che ne oscurano il carattere pervasivo, strutturale e paradigmatico.

C’è quindi bisogno di un lavoro sistematico e condiviso, che grazie al lavoro di tante studiose anche italiane può avvalersi di numerosi e qualificati strumenti utili per rileggere la tradizione, le teologie, le pratiche pastorali, l’ecclesiologia, l’uso dei testi biblici ecc. Perché il paradigma del dominio e della “voce unica” si infila anche nelle catechesi più moderne, nelle omelie più ispirate, nei convegni più illuminati, nei tiktok e nei blog più frizzanti.

  • Come e a cosa educhiamo?

Sappiamo che in molti modi la cultura occidentale trasmette ai maschi una mentalità di violenza contro le donne addestrandoli al dominio, al controllo, all’“onore”, alla superiorità; e questa stessa cultura tende a insegnare alle donne la sottomissione a questa violenza, ad accettare legami ingiusti, a esporsi a ciò che non le fa vivere e a credere che la sottomissione al desiderio maschile sia una via di realizzazione personale e un mezzo per rendere migliore il mondo.

Siamo quindi di fronte a un’emergenza anzitutto educativa, che richiede un livello di intervento profondo e costante, paziente e inesorabile per lavorare sui modelli culturali, per decostruire stereotipi di genere che annientano la vita, per imparare a essere uomini e donne in modo nuovo, insieme.

Riteniamo fondamentale l’impegno di coloro che – nell’ottica del comma 16 della L. 107/2015, dell’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030 e della Convenzione di Istanbul – si spendono per una pedagogia e una didattica capaci di decostruire quei messaggi e sostenere relazioni educative e paradigmi culturali fondati sulla parità, la dignità, la libertà e l’inclusione.

Crediamo però che anche nei contesti ecclesiali sia necessaria la stessa cura e attenzione nei percorsi educativi e formativi che coinvolgono l’infanzia, le fasce giovanili e le generazioni adulte, famiglie comprese: una generica “attenzione alla persona” non basta a decodificare e mutare la realtà.

  • La questione è maschile

La violenza contro le donne e il sistema che la sostiene non sono una “questione femminile”. Le donne ne fanno le spese, certo; possono adeguarsi; possono anche esserne complici, andando contro sé stesse.

Ma la questione è maschile, e sono gli uomini innanzitutto che devono assumerla, perché riguarda la costruzione della loro maschilità, l’eredità ricevuta, le scelte che si possono e si vogliono fare per uscire dalle gabbie di un’identità che è stata strutturalmente legata al dominio e al controllo sulle donne, all’autorità, all’illusione della non parzialità e dell’invulnerabilità. In questo senso nessun uomo, per quanto “perbene”, può sentirsi a posto e pensare che la cosa non lo riguardi.

Lentamente gli uomini cristiani stanno cominciando a seguire l’esempio dei gruppi maschili che da qualche tempo lavorano in questa direzione.

Auspichiamo che i passi di alcuni diventino di molti e di tutti, per avviarsi verso una maschilità che non tradisca, come invece è successo finora, quella paradigmatica di Gesù[2].

Molto del futuro delle Chiese – su cui grava anche la millenaria e distorcente associazione fra maschile e sacro – dipende dall’ampiezza e dalla profondità di questa conversione.

* * * *

[1] Si veda ad es. Elizabeth E. Green, Cristianesimo e violenza contro le donne, Claudiana, Torino 2015; Paola Cavallari (a cura di), Non solo reato, anche peccato. Religioni e violenza contro le donne, Effatà, Cantalupa 2018.

[2] La illustra ampiamente Simona Segoloni RutaGesù, maschile singolare, EDB, Bologna 2020.

le teologhe italiane e la violenza contro le donne

a proposito dei femminicidi

“la violenza contro le donne riguarda le Chiese” e non è “una questione femminile”

foto SIR/Marco Calvarese

“La violenza contro le donne riguarda le Chiese” 

È quanto scrive il Consiglio di presidenza delle teologhe italiane, in un comunicato sulla piaga dei femminicidi. “Nelle Chiese cristiane – la denuncia – la violenza maschile contro le donne non è considerata una priorità, e anzi persistono ampie sacche di negazionismo e minimizzazione (sia in generale che rispetto ai numerosissimi casi che avvengono dentro le Chiese). Di qui la necessità di “un lavoro sistematico e condiviso, che grazie al lavoro di tante studiose anche italiane può avvalersi di numerosi e qualificati strumenti utili per rileggere la tradizione, le teologie, le pratiche pastorali, l’ecclesiologia, l’uso dei testi biblici. Perché il paradigma del dominio e della ‘voce unica’ si infila anche nelle catechesi più moderne, nelle omelie più ispirate, nei convegni più illuminati, nei tiktok e nei blog più frizzanti”. “Siamo di fronte a un’emergenza anzitutto educativa, che richiede un livello di intervento profondo e costante, paziente e inesorabile per lavorare sui modelli culturali, per decostruire stereotipi di genere che annientano la vita, per imparare a essere uomini e donne in modo nuovo, insieme”, la tesi delle teologhe, che auspicano “una pedagogia e una didattica capaci di decostruire quei messaggi e sostenere relazioni educative e paradigmi culturali fondati sulla parità, la dignità, la libertà e l’inclusione”, anche nei contesti ecclesiali. La violenza contro le donne e il sistema che la sostiene non sono una “questione femminile”, il monito del documento: “Le donne ne fanno le spese, certo; possono adeguarsi; possono anche esserne complici, andando contro sé stesse. Ma la questione è maschile, e sono gli uomini innanzitutto che devono assumerla, perché riguarda la costruzione della loro maschilità, l’eredità ricevuta, le scelte che si possono e si vogliono fare per uscire dalle gabbie di un’identità che è stata strutturalmente legata al dominio e al controllo sulle donne, all’autorità, all’illusione della non parzialità e dell’invulnerabilità. In questo senso nessun uomo, per quanto ‘perbene’, può sentirsi a posto e pensare che la cosa non lo riguardi”.

‘oltre il campo’ per i rom ei sinti? un convegno della ‘migrantes’

Rom e Sinti

percorsi di inclusione, per andare “oltre il campo”

il convegno organizzato da Fondazione Migrantes e Associazione 21 luglio, con la diocesi di Roma

il vescovo Ambarus: «È fondamentale la comunità»

la testimonianza di Hanifa e Marijo. Loukarelis (Unar): «Non si può lasciare nessuno indietro. Ne va della qualità della democrazia»

Passare da un campo rom a un appartamento è possibile. Desiderare un futuro diverso per i propri figli, permettere loro di vivere in modo decoroso in un luogo dove ci sono l’acqua e la corrente elettrica non è un’utopia. Sognare di avere un lavoro non è un’illusione. Lo hanno testimoniato Hanifa e Marijo che ieri sera, 13 settembre, hanno preso la parola durante il convegno “Oltre il campo. Superare i campi rom in Italia: dalle sperimentazioni di ieri alle certezze di oggi”, organizzato da Fondazione Migrantes e Associazione 21 luglio in collaborazione con la diocesi di Roma. Un incontro che non ha messo in luce la vita nei campi «in maniera pietistica ma ha mantenuto lo sguardo sulla dignità delle persone, che va salvaguardata aiutando i rom a non sentirsi schiacciati», ha affermato il vescovo Benoni Ambarus, ausiliare della diocesi di Roma che ha anche la delega alla pastorale dei Rom e Sinti.

Marijo si trasferì con la famiglia in un insediamento abusivo a Tor di Valle quando aveva 4 anni. Hanifa ha abitato in un campo per dieci anni. «Vivere in un campo rom è un disastro – ha detto -. Non hai pace ma solo immondizia ovunque». Entrambi da poco più di un anno si sono trasferiti in appartamenti con le rispettive famiglie. Hanifa sogna di lavorare per i diritti umani, Marijo di aprire un salone di parrucchiere per garantire un futuro ai figli e ad altri rom. Vive a Torre Gaia dove è stato «accolto bene», i figli vanno a scuola e hanno fatto nuove amicizie. Sul concetto di accoglienza si è soffermato monsignor Ambarus che tirando le fila del convegno ha spiegato che «non basta una casa, non c’è bisogno di un approccio puramente economico che porta a chiudere un campo perché si spende meno e il criterio non deve essere solo la sicurezza. È fondamentale la comunità, termine abusato ma che si fatica a vivere. Comunità significa essere consapevoli che tutti sono esseri umani». A tal proposito ha ricordato che come diocesi di Roma l’auspicio è quello di «vivere il superamento di campi rom facilitando la creazione di legami di comunità tra parrocchie, associazionismo, istituzioni e tutte le realtà di un determinato territorio. Una sfida che non si può declinare solo a parole».

Anche don Giovanni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes, ha rimarcato che come Chiesa si deve rivendicare «la difesa della dignità di ogni essere umano in un momento in cui purtroppo alcuni, con sfrontatezza, ritengono che ci siano essere umani di serie A ed esseri umani che sono inferiori. Persone a cui spetta tutto, anche il superfluo, e altre per cui non c’è neanche l’indispensabile. La casa non è qualcosa di superfluo ma di essenziale».

Durante il convegno è stata illustrata una ricerca dell’Associazione 21 luglio pubblicata da Fondazione Migrantes che traccia un’analisi comparativa degli interventi messi in atto in dieci città italiane, con esempi virtuosi di comuni come Moncalieri, Palermo e Sesto Fiorentino, dove i campi rom sono stati chiusi favorendo percorsi di inclusione. La ricerca, per Triantafillos Loukarelis, direttore dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) presso la presidenza del Consiglio dei ministri, «indica una possibilità e un nuovo trend da parte delle amministrazioni locali, che hanno compreso finalmente che non si può lasciare nessuno indietro perché ne va della qualità della democrazia. È la dimostrazione che l’esclusione delle persone non ha nessun senso logico se non quella di una visione distorta della società».

Illustrando le linee guida per superare i campi rom e costruire percorsi di inclusione, che a Roma riguardano 400 persone, Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, ha spiegato che tra le azioni da compiere una volta individuati gli interventi e definite le risorse è imperativo che si prendano in carico tutte le famiglie dell’insediamento. «Non si tratta di una sola questione etica – ha detto – è anche e soprattutto un parametro di efficacia. È fondamentale prevedere interventi di inclusione condivisi e negoziati con ogni singola famiglia».

nata dietro le sbarre in una cella del carcere, una piccola rom

la piccola rom nata in carcere per colpa di una email

di Gad Lerner
in “il Fatto Quotidiano” del 14 febbraio 2021

Non ha trovato che minimo spazio una notizia che, in un Paese civile, avrebbe dovuto finire in prima pagina. La notte dello scorso 3 settembre nel carcere di Rebibbia, cioè nella Capitale d’Italia, una bambina è venuta al mondo dietro le sbarre di una cella. Non dico in infermeria. Proprio in cella l’ha partorita sua madre Amra, una rom di 23 anni arrestata per furto a fine luglio scorso. L’unica assistenza le è giunta dalla compagna di detenzione Marinela, a sua volta incinta al quinto mese, che poi ha avvolto la neonata in un asciugamano e, gridando, è finalmente riuscita a richiamare  l’attenzione delle guardie. Questo infame luogo di nascita la bimba non se lo troverà inscritto sulla carta d’identità, ma rimane il marchio di un destino segnato: nata in galera, perché nessuno ha risposto a una email della Garante dei detenuti, Gabriella Stramaccioni, che il 17 agosto chiedeva di trasferire la donna nell’apposita casa famiglia protetta, di cui forniva nome, indirizzo e disponibilità. Mi piacerebbe poter sperare che almeno uno dei quattro candidati sindaci di Roma voglia assumersi l’impegno di un risarcimento, affinché la vita futura di questa creatura, e della sua giovane madre che ha già altri tre figli, non si riduca a un entra/esci dalla prigione ma – pur con tutte le difficoltà del caso – segua un percorso di reinserimento sociale. Trattandosi di rom, temo che sia un’illusione.
Viene riversata su queste donne l’accusa di farsi mettere incinte apposta per poter continuare a delinquere, il che giustificherebbe la loro detenzione. In realtà si tratta di pochissimi casi. Del resto,  fino a cinquant’anni fa, in Svizzera ne era contemplata la sterilizzazione forzata. Quelli del“rinchiudiamoli e buttiamo via la chiave” devono mettere per forza nel conto anche i bambini in carcere. Magari fin dal primo respiro

 

nascere in carcere nel 2021, in Italia

di Giusi Fasano
in “Corriere della Sera” del 13 settembre 2021

«Dove sei nata?», le chiederanno chissà quante volte nella vita. «In carcere», risponderà lei. È venuta al mondo l’altra notte, nella casa circondariale di Rebibbia. Non sappiamo come si chiami ma certo sappiamo quale nome sarebbe di buon augurio, date le circostanze. Libera sarebbe il suo nome perfetto. Sua madre ha più guai che anni e lei, che è la quarta figlia, avrebbe dovuto proteggerla dall’arresto perché lo sanno tutti (o quasi) che una donna incinta non dovrebbe finire in cella. Invece no. La legge stavolta ha scelto la «misura di maggior rigore», come ha scritto la giudice che ha deciso di tenerla in cella temendo che la detenuta potesse tornare a «commettere fatti analoghi», cioè furti. Italiana di origini bosniache, 23 anni, senza lavoro, residente in un campo rom e con il compagno disoccupato, la mamma di Libera non aveva credibilità da offrire in pegno al sistema Giustizia italiano. Ma aveva il pancione, quello sì. E davanti a quella condizione sarebbe                     
toccato al sistema Giustizia garantirle un modo migliore per mettere al mondo la piccola. Dopo le prime contrazioni l’ha aiutata la sua compagna di cella, sono intervenuti medico e infermiera ma non c’è stato il tempo di portarla in ospedale. E sì che il suo legale aveva insistito per la revoca della carcerazione, la ragazza era stata anche ricoverata al Pertini di Roma per una minaccia di aborto pochi giorni prima di partorire. Ma niente: era rientrata in cella. La garante dei detenuti di Roma aveva scritto al tribunale proponendo di trasferirla in una casa rifugio per detenute con figli piccoli. Zero risposte. Così nascere in carcere, per Libera, è diventato di fatto un «danno collaterale» del curriculum penale di sua madre. Stanno bene, mamma e bimba, ma la storia in sé fa una tristezza infinita, come fanno tristezza i 25 bambini da zero a sei anni attualmente «detenuti» assieme alle loro madri nelle carceri italiane o negli Icam, gli istituti di custodia attenuata. Piccoli prigionieri degli errori degli adulti. Qualunque sia il crimine commesso dalle loro madri, i bambini dietro le sbarre sono una sconfitta per tutti. E sarebbe meraviglioso se con l’eco della sua storia la nostra piccola Libera facesse così tanto rumore da farli uscire tutti. Allora sì, nascere in carcere sarebbe almeno servito a qualcosa.

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