la cosa più importante nella vita secondo Boff

alla fine saremo tutti giudicati sull’amore

quello effettivo

un colloquio con Leonardo Boff

 

 

Forse aveva ragione Bauman quando scriveva:

“Il vero problema dell’attuale stato della nostra civiltà è che abbiamo smesso di farci delle domande. Astenerci dal porre certi problemi è molto più grave di non riuscire a rispondere alle questioni già ufficialmente sul tappeto; mentre porci domande sbagliate troppo spesso ci impedisce di guardare ai problemi davvero importanti. Il prezzo del silenzio viene pagato con la dura moneta delle umane sofferenze. Porsi le questioni giuste è ciò che, dopotutto, fa la differenza tra l’affidarsi al fato e perseguire una destinazione, tra la deriva e il viaggio. Mettere in discussione le premesse apparentemente indiscutibili del nostro modo di vivere può essere considerato il più urgente dei servizi che dobbiamo svolgere per noi stessi e per gli altri”.

Per questo abbiamo bisogno di letture “divergenti” che aiutino – anche le nostre comunità ecclesiali – a guardare in profondità, a mettere in discussione l’ovvio, a chiedere fino a che punto la fede in Gesù Cristo è passione per l’uomo e per la storia.

Lo facciamo con un testimone privilegiato: Leonardo Boff, uno dei padri della teologia della liberazione. Boff, nipote di immigrati veneti giunti in Brasile alla fine del XVIII secolo per installarsi nel Rio Grande do Sul, è entrato nell’Ordine dei frati francescani minori nel 1959. Emessa la professione solenne e diventato sacerdote, studia negli Stati Uniti,in Belgio e in Germania, dove consegue il dottorato di filosofia e teologia presso l’Università di Monaco (uno dei due relatori era Joseph Ratzinger).

Tornato in Brasile, Boff occupa la cattedrale di teologia sistematica ed ecumenica a Petropolis, è direttore di numerose riviste teologiche e consulente della Conferenza episcopale brasiliana. La sua azione teologica, unita a quella di Gustavo Gutierrez, sostanzia la teologia della liberazione.

Ma l’uscita del libro “Chiesa: carisma e potere” gli procura un confronto serrato con la Congregazione per la Dottrina della Fede che gli impone, per un anno, un “silenzio ossequioso”. Dopo qualche anno, Leonardo Boff abbandona l’Ordine dei francescani. Ma non il suo impegno nelle comunità di base brasiliane e la sua attività di teologo, docente e scrittore. Nel 1993 è nominato docente di etica, filosofia della religione ed ecologia presso l’Università Statale di Rio de Janeiro.

Attualmente vive a Jardim Araras, una riserva ecologica a Petropolis, insieme a Marcia Maria Monteiro de Miranda e ha sei bambini adottati.

Cosa vuol dire guardare e leggere la storia con gli occhi di chi fa più fatica, con gli occhi dei poveri?

Significa cambiare lo scenario. Perché ogni punto di vista è a partire da un punto. Da quello che scegliamo, dipende il nostro sguardo e il nostro giudizio. I poveri sono la stragrande parte dell’umanità, sono la maggioranza della popolazione. Eppure, nonostante questo, non hanno voce: sono socialmente invisibili, non contano, sono considerati uno zero economico perché producono poco e consumano poco. Nella contabilità del sistema non hanno un peso.

Qual è stata l’intuizione della teologia della liberazione? E’ stata quella di sostenere che coloro che sono ai margini, che vivono nella periferia, coloro che secondo il giudizio del mondo sono non persone,  sono, invece, l’apparizione di Cristo crocefisso nella storia, sono coloro che hanno la centralità nel Vangelo, i primi destinatari del messaggio di Gesù.  Vedere la verità evangelica a partire dai poveri significa vedere a partire dalla stragrande parte della popolazione.

E questo cambia radicalmente il paesaggio sociale. Occorre conoscere la vita dei poveri nelle favelas, nelle borgate: non funziona niente: non c’è né Stato né la scuola, né parrocchia, né polizia. Uomini e donne, vecchi e bambini  abbandonati a se stessi. Sopravvivono in mezzo a questa immensa via crucis di dolore e di passione. Vedere il mondo a partire da loro significa dire anzitutto che questo non può essere, bisogna cambiare questa realtà. E’ troppo disumana, troppo ingiusta. Ti fa star male.

Soprattutto quando incontri il dolore innocente: i bambini che stendono le mani, il dramma, diffuso, della prostituzione infantile, lo sfascio di molte famiglie. Tutto questo provoca l’ira sacra, come quella dei profeti biblici.

Da questo sguardo sul mondo è nata la teologia della liberazione?

Sì! La povertà se analizzata in profondità è sempre un’ingiustizia e ogni ingiustizia è peccato. Sociale e storico insieme. Perché la povertà non è naturale, non è qualcosa che Dio vuole: è stata prodotta dentro relazioni storiche umane la cui conseguenza ha generato impoverimento. Non sono poveri, sono impoveriti, sono oppressi. E contro l’oppressione vale la liberazione.

Noi, alla fine degli anni sessanta, siamo partiti da una domanda, che rimane aperta ancora dopo tanti anni: come annunciare Dio, padre e madre di tenerezza di bontà, in un mondo di miserabili? Come dire che Dio è buono a chi vive una vita disperata?

Quali conseguenze nascono da questa domanda?

Per annunciare che Dio è veramente padre di tutti, specialmente dei poveri, perché sia vero il nostro annuncio, bisogna cambiare questa realtà. Non a partire da Gramsci o da Marx. No! Occorre cambiare dal capitale simbolico del cristianesimo: tutti questi poveri sono allo stesso tempo poveri e credenti, poveri e cristiani.

Come fare in modo che la fede cristiana, troppo a lungo sinonimo di rassegnazione, possa essere una fede di liberazione? Nei vangeli si racconta che Gesù libera le persone dalla fame, dal dolore, dalla morte. Occorre fare del contenuto della fede una forza di mobilitazione sociale,  un atteggiamento per un cambio di liberazione.

Cosa significa in concreto?

Significa avviare un’azione che porti più libertà. E’ un processo pedagogico, non avviene dall’oggi al domani. Per questo la teologia della rivoluzione non è mai stata una teologia latinoamericana. E’ stata pensata in Europa.

Per noi liberazione è creare le condizioni perché, riconoscendosi carichi di una dignità che viene da Gesù Cristo, ogni uomo, insieme agli altri, crei le condizioni sociali, culturali, economiche e politiche perché possa essere specchio dell’immagine divina.

I poveri al centro, dunque

Certo. Dobbiamo costruire la liberazione a partire dai poveri. Occorre superare la visione paternalistica, assistenzialistica, di chi ha molto e aiuta coloro che non hanno niente.  E’ importante condividere il pane. Però questo rischia di tenere l’altro sempre dipendente.

Occorre invece fare del povero soggetto della sua liberazione. I poveri sanno pensare, organizzarsi, muoversi. Non siamo noi a liberarli. Non è né la Chiesa né lo stato che liberano i poveri. Possono stare accanto a loro, camminare insieme, condividere il loro dolore, assumere la loro causa. Anche se tutto questo può procurare ferite e lacerazioni.

L’unica Chiesa che oggi nel mondo ha dei martiri è la Chiesa della liberazione: tantissimi vescovi, suore, laici, sacerdoti. Perché? Perché hanno assunto la posizione più difficile. Vista dai ricchi la loro era un’insurrezione, una tribolazione sociale che doveva essere evitata. Invece hanno dimenticato che l’opposto della povertà non è la ricchezza è la giustizia. Questo è il cuore della teologia della liberazione e il centro dell’insegnamento sociale della chiesa. In molti documenti – da Leone XIII in poi – la chiesa ha affermato che non vuole una società povera o una società ricca ma una società giusta e fraterna.

Ma se la Chiesa assume il punto di vista dei crocefissi della storia, non rischia di diventare una grande Ong, di ridurla ad essere solo un organizzazione umanitaria?

Può darsi che ci siano stati eccessi perché quando si vede a quale livello arriva la disumanizzazione qualcuno può aver assunto posizioni radicali. Ricordo quando portai Moltmann, il grande teologo della speranza, a visitare il Brasile. Al termine del lungo viaggio ci chiese perché non facevamo niente di fronte al peccato sociale, all’ingiustizia strutturata.  Gli abbiamo spiegato che avevamo scelto la pedagogia di Paolo Freire che implica da sempre un coinvolgimento di tutti, un cambiamento, lento e graduale, delle menti e dei cuori.

Sì, può darsi, come ricorda mio fratello Clodovis, che qualcuno abbia posto l’accento più sulla liberazione che sulla teologia. Ma la stragrande maggioranza dei teologi, delle comunità di base, dei cristiani latinoamericani non dimenticano la radice, la fonte della liberazione che è il Vangelo e la prassi di Gesù. La fede cristiana in sé stessa è liberatrice e questo non perché i teologi lo dicono. La vita di Gesù ha sempre un contenuto di liberazione e tutti dobbiamo fare in modo che il vangelo non diventi un pozzo di acque morte ma sorgente di acque vive.

Alla fine della vita, ci ricordano i grandi mistici, saremo giudicati non se avremo fatto teologia o meno ma se avremo avuto un rapporto di cura e di amore con quanti hanno fame, hanno sete, sono colpiti dall’Aids. Saremo, cioè, giudicati dall’amore. Quello effettivo.

A ottant’anni, dopo che hai scritto decine di libri, ti sei impegnato in molte lotte, qual è la tua immagine di Dio?

Ti racconto una piccola storia che forse spiega quello che ho in mente. In Brasile c’era un grande antropologo che ha sempre difeso gli indios, cercato la giustizia e per questo ha vissuto anche in esilio. Era ateo e invidiava frei Betto e me. “Come mai due persone intelligenti come voi credono in Dio?” ci diceva sempre. Aveva il cancro e sapeva di morire. Un giorno ha voluto che andassi a trovarlo perché desiderava avere un’ultima grande discussione metafisica con me. Mi ha fatto leggere la sua autobiografia dove terminava, con amarezza, dicendo che tutto – la sua vita e le sue passioni, la sua lotta e il suo impegno – finiva ora nella polvere cosmica, nel niente. Mi chiese: “Tu che dici?”.

Gli ho risposto che questo non era vero. “C’è un’ultima istanza di amore e di accoglienza che ha la figura di una nonna (italiana, non tedesca!).” Gli ho detto: “Quando arriverai di là, non porterai con te alcun passaporto, passerai direttamente. La tua vita a difesa dei poveri ti impedirà di fermarti alla dogana, di pagare pesanti pedaggi. E quando giungerai, Dio ti aprirà le sue braccia dicendoti: “Finalmente sei arrivato. Ti aspettavo con tanta nostalgia. Perché sei giunto così tardi?” E comincerà a abbracciarti e baciarti con dolcezza. Perché Dio è madre e padre di infinita tenerezza”.  Lui ha cominciato a piangere e ha perso i sensi.

Quando si è ripreso mi ha detto: “Questo che dici lo accetto, un Dio così lo voglio anch’io. Un Dio che mi ama per quello che sono. Ma, dimmi la verità: “Tutto questo è un’idea tua o un’invenzione della Chiesa?” “Non è ne mia né della Chiesa ma è l’immagine che Dio ci ha consegnato nella figura di Gesù. Che si chiama suo padre ‘Abbà’, che parla di Dio come del padre che aspetta con ansia il figliol prodigo e gli corre incontro, che sceglie sempre la via della misericordia?’”.

La grande eredità che ci ha lasciato Gesù Cristo – e che i cristiani e le chiese non hanno ancora del tutto assimilato – è questa. Non dilapidiamola!

L. Boff definisce spaventosa e diabolica la figura di Bolsonaro

Brasile. Sotto il regno del diabolico

Brasile

sotto il regno del diabolico

 da: Adista Segni Nuovi n° 41 del 01/12/2018

Stiamo vivendo tempi politicamente e socialmente drammatici. Non abbiamo mai visto nella nostra storia odio e rabbia così diffusi, soprattutto attraverso i social-media. È stato eletto presidente una figura spaventosa (Jair Bolsonaro) che ha incarnato la dimensione dell’ombra e del represso del nostro passato. Ha contagiato molti dei suoi elettori. Questa figura è riuscita a tirar fuori il diabolico (che separa e divide) – che accompagna sempre il simbolico (che unisce e riunisce) – in modo così travolgente che il diabolico ha inondato la coscienza di molti e indebolito il simbolico al punto di dividere famiglie, far rompere con gli amici e liberare violenza verbale e fisica. In particolare, tale violenza è indirizzata contro minoranze politiche, che sono in realtà maggioranze numeriche, come la popolazione nera, gli indigeni, i quilombolas e persone di diverso orientamento sessuale.

Abbiamo bisogno di un leader o di un insieme di leader con un carisma capace di pacificare, di portare pace e armonia sociale: una persona di sintesi. Questi non sarà il presidente eletto, poiché manca di tutte queste caratteristiche. E in più, rafforza la dimensione dell’ombra, che è presente in tutti noi, ma che tutti noi controlliamo per civiltà, etica, morale e religione sotto l’egida della dimensione della luce. Gli antropologi ci insegnano che tutti siamo contemporaneamente sapiens e demens, o, nel linguaggio di Freud, siamo attraversati dal principio di vita (eros) e dal principio di morte (thanatos).

La sfida di ogni persona e di ogni società è fare in modo che queste energie, che non possono essere negate, si mantengano in equilibrio, ma sotto l’egemonia del sapiens e del principio di vita, altrimenti ci divoreremmo l’un l’altro.

Attualmente nel nostro Paese abbiamo perso questo punto di equilibrio. Se vogliamo vivere e costruire una società minimamente umana, dobbiamo rafforzare la forza della positività contrastando la forza della negatività. È urgente scoprire la luce, la tolleranza, la solidarietà, la cura e l’amore della verità che sono radicati nella nostra essenza umana. Come farlo?

I sapienti di umanità, senza dimenticare la saggezza dei popoli originari, ci testimoniano che esiste una sola via, quella ben formulata dal poverello di Assisi quando cantava: dove c’è odio porto amore, dove c’è discordia porto unione, dove c’è oscurità porto luce e dove c’è errore porto verità.

Soprattutto la verità è stata sequestrata dall’ex capitano (Bolsonaro), in un discorso di minacce e di odio – contrariamente allo spirito di Gesù – in cui ha trasformato la verità in una spaventosa menzogna e ingiuria. Qui si adattano i versi del grande poeta spagnolo António Machado:

«La tua verità, no: la verità. E vieni con me a cercarla. La tua tienila per te». La vera verità deve legarci e non separarci, perché nessuno ne ha il possesso esclusivo. Tutti noi partecipiamo di essa, in un modo o nell’altro, senza possederla.

A un ampio fronte politico in difesa della democrazia e dei diritti sociali, dobbiamo aggiungere un altro ampio fronte, di tutte le tendenze politiche, ideologiche e spirituali, attorno ai valori, in grado di tirarci fuori dalla crisi attuale.

Questo è importante: dobbiamo usare quegli strumenti che loro non possono mai usare: come l’amore, la solidarietà, la fraternità, il diritto di ognuno di possedere un pezzettino di Terra, della Casa Comune che Dio ha assegnato a tutti; di coltivare la com-passione con i sofferenti, il rispetto, la comprensione, la rinuncia a ogni spirito di vendetta; il diritto ad essere felici e alla verità trasparente. Come diritti fondamentali valgono le tre “t” (tierra, techo, trabajo) di papa Francesco: terra, casa, lavoro.

Dobbiamo attrarre i fedeli delle Chiese pentecostali attraverso questi valori, che sono anche evangelici, contro i loro pastori che sono veri lupi. Si renderanno conto che questi valori umanizzano e avvicinano al vero Dio che è al di sopra e all’interno di tutti, ma il cui vero nome è amore e misericordia, e non le minacce dell’inferno; e i fedeli si libereranno dalla schiavitù di un discorso che guarda più alla tasca delle persone che al bene delle loro anime.

L’odio non si vince con più odio, né la violenza con ancora più violenza. Solo le mani che si intrecciano con altre mani, solo le spalle che si offrono ai deboli, solo l’amore incondizionato ci permetteranno di creare, secondo le parole dell’ingiustamente odiato Paulo Freire, una società meno infelice dove non sia così difficile l’amore.

Ecco il segreto che farebbe del Brasile una grande nazione dei tropici, che potrebbe aiutare, nell’irrefrenabile processo di globalizzazione, a guadagnare un volto umano, gioviale, allegro, ospitale, tollerante e fraterno.

* Leonardo Boff è filosofo, teologo e scrittore, autore di numerosi saggi, tra i quali La preghiera di San Francesco: un messaggio di pace per il mondo attuale, Voices 2009.

* * Sant’Agostino e il diavolo, dipinto di Michael Pacher (olio su tavola, 1471-1475 ca.); foto [ritagliata] tratta da it.m.wikipedia.org, immagine originale e licenza – fonte: The Yorck Project

gli auguri di L. Boff per i 90 anni di mons. Casaldàliga

  
Come lui nessuno mai. L'omaggio del mondo a Pedro Casaldàliga

 da: Adista Documenti n° 9 del 10/03/2018
Di tutti i modi esistenti per definire Pedro Casaldàliga, non uno è andato perso nella celebrazione del suo novantesimo compleanno: vescovo dei poveri, santo, profeta, poeta, mistico… E, soprattutto, patrimonio dell’umanità intera, a cominciare da quella povera, a cui ha dedicato l’intera sua esistenza, ricevendo per questo innumerevoli omaggi e riconoscimenti, tra cui anche un film, uscito nel 2013, Descalzo sobre la Tierra Roja, che, tratto dall’omonimo libro di Françes Escribano del 2002, racconta la vita di dom Pedro seguendo il filo rosso delle grandi cause della sua esistenza. Per i suoi 90 anni (16 /2) è stato creato anche un portale, destinato, come spiega l’équipe di Servicios Koinonía che ne dà notizia,  a mettere a disposizione di tutti le sue opere, in forma digitale e gratuita, «per volontà espressa dello stesso autore» (dopo una sola settimana, il portale aveva già ricevuto 10mila visite: si può visitarlo all’indirizzo https://independent.academia.edu/PedroCASALDALIGA). E se è impossibile citare tutti gli articoli che sono stati scritti in occasione del suo compleanno – qui di seguito ne riportiamo, in una nostra traduzione dal portoghese, solo due, quelli dell’ecoteologo della liberazione brasiliano Leonardo Boff e del leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stédile -, vale la pena citare perlomeno quello di Antonio Gil, canonico della cattedrale di Cordova, in Spagna, il quale, sul sito di Reflexión y Liberación (16/2) riporta un recente e meraviglioso messaggio di quello che egli definisce come «un vescovo unico, speciale, della stirpe dei grandi vescovi latinoamericani, di quelli che hanno conquistato il cuore delle persone». Un messaggio pronunciato da São Félix do Araguaia, dove dom Pedro è voluto restare anche dopo il pensionamento, nel 2005, malgrado le sue condizioni di salute (da 25 anni convive con “fratello Parkinson”), che avrebbero richiesto un luogo più accessibile di un municipio distante 16 ore dal più vicino aeroporto. Queste le parole di don Pedro: «Alla mia età, tutto rientra in una preghiera». E ancora: «Oggi, da pensionato, contemplo la vita relativizzando ciò che è relativo in me, nella società e nella Chiesa, e assolutizzando ciò che è assoluto: Dio e l’umanità». 

particolare del fronte di copertina del libro di Francesc Escribano Descalzo sobre la tierra roja. Vida del obispo Pere Casaldàliga (Barcelona 2010), immagine tratta dal sito delle edizioni Península-PlanetadeLibros

i 90 anni di dom Pedro Casaldàliga

povertà e liberazione

Leonardo Boff

In occasione del suo 90.mo compleanno, il 16 febbraio, vorrei rendere omaggio a dom Pedro Casaldàliga, pastore, profeta e poeta, con alcune riflessioni relative a ciò che costituisce, credo, il filo rosso di tutta la sua vita di cristiano e di vescovo: la relazione che ha stabilito tra la povertà e la liberazione. Rischiando la vita, ha vissuto e testimoniato tanto la povertà quanto la liberazione dei più oppressi, che sono gli indigeni e i contadini, espulsi dal latifondo nelle terre di São Félix do Araguaia, in Mato Grosso. La povertà è un fatto che ha sempre interpellato la prassi umana, sfidando ogni tipo di interpretazione. Il povero in carne e ossa rappresenta per noi una tale sfida che l’atteggiamento nei suoi confronti finisce per definire la nostra situazione definitiva dinanzi a Dio, come testimonia tanto il Libro dei morti degli antichi egizi quanto la tradizione giudaico-cristiana che culmina nel testo del vangelo di Matteo 25, 31ss. Forse il più grande merito del vescovo Pedro Casaldàliga liga è stato quello di aver preso assolutamente sul serio le sfide che ci lanciano i poveri del mondo intero, specialmente quelli dell’America Latina, e la loro liberazione.

Prima di qualunque riflessione o strategia di aiuto, la prima reazione è di profonda umanità: lasciarsi commuovere e riempirsi di compassione. Come evitare di rispondere alla supplica del povero o non capire cosa vogliono dire le sue mani tese? Quando la povertà appare come miseria, in tutte le persone sensibili, come lo è dom Pedro, irrompe un sentimento di indignazione e di sacra ira, come si nota chiaramente nei suoi testi profetici, specialmente quelli contro il sistema capitalista e imperialista che produce continuamente povertà e miseria. L’amore e l’indignazione sono alla base delle pratiche che mirano ad abolire o mitigare la povertà. È concretamente dalla parte del povero solo chi, prima di tutto, lo ama profondamente e non accetta la sua condizione inumana. E dom Pedro ha testimoniato questo amore senza condizioni.

Ci avverte, realisticamente, il libro del Deuteronomio: «i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò io ti do questo comando e ti dico: Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese» (15,11). La Chiesa primitiva a Gerusalemme era nota per il fatto che «nessuno tra loro era bisognoso» (At 4,34), in quanto tutto veniva messo in comune. Questi sentimenti di compassione e indignazione hanno spinto dom Pedro a lasciare la Spagna, ad andare in Africa e, infine, a sbarcare non semplicemente in Brasile, ma nel Paese profondo, dove contadini e indigeni soffrono la voracità del capitale nazionale e internazionale.

1. Letture dello scandalo della povertà

In funzione di una comprensione più adeguata dell’anti-realtà della povertà, conviene chiarire alcuni aspetti che ci aiuteranno a definire la nostra presenza effettiva accanto ai poveri. Tre diverse visioni del povero sono ancora oggi presenti nel dibattito. La prima, quella tradizionale, intende il povero come colui che non ha. Che non ha mezzi, non ha un reddito sufficiente, non ha casa, in una parola non ha beni. Sopravvive nella disoccupazione o nella sottooccupazione e con un basso salario. Il sistema dominante lo considera uno zero economico, uno scarto. La strategia è allora quella di mobilitare chi ha perché aiuti chi non ha. In nome di questa visione si è organizzata, per secoli, un’ampia opera di assistenza. E una politica di beneficenza, ma non partecipativa. Un atteggiamento e una strategia che mantengono i poveri nella dipendenza: ancora non è stato scoperto il loro potenziale trasformatore.

La seconda, progressista, ha scoperto il potenziale dei poveri e si è resa conto che tale potenziale non viene utilizzato. Attraverso l’educazione e la professionalizzazione, il povero riceverà qualificazione e autonomia. Così i poveri si inseriscono nel processo produttivo. Rafforzano il sistema, si trasformano in consumatori, per quanto a una scala ridotta, e aiutano a perpetuare le relazioni sociali ingiuste che continuano a produrre poveri. Si assegna allo Stato la parte principale del compito di creare posti di lavoro per questi poveri sociali. La società moderna, liberale e progressista ha fatto propria questa visione. La lettura tradizionale vede il povero, ma non ne coglie il carattere collettivo. La lettura progressista scopre sì il suo carattere collettivo, ma non il suo carattere conflittuale. Analiticamente considerato, il povero è il risultato di meccanismi di sfruttamento che lo hanno impoverito, generando così un grave conflitto sociale. Mostrare tali meccanismi è stato e continua a essere il merito storico di Karl Marx. Previamente all’integrazione del povero nel processo produttivo vigente, si dovrà procedere a una critica del tipo di società che produce e riproduce costantemente poveri ed esclusi.

La terza posizione è quella liberatrice, che afferma: i poveri hanno realmente potenzialità, e non solo per ingrossare la forza lavoro e rafforzare il sistema, ma principalmente per trasformarlo nei suoi meccanismi e nella sua logica. I poveri, coscientizzati, autoorganizzati e coordinati con altri alleati, possono essere i costruttori di un altro tipo di società. Possono non solo progettare ma anche mettere in marcia la costruzione di una democrazia partecipativa, economica ed ecologico-sociale. L’universalizzazione e la pienezza di questa democrazia senza fine si chiama socialismo. Questa prospettiva non è né assistenzialista né progressista. È autenticamente liberatrice, perché fa dell’oppresso il principale soggetto della sua liberazione e il creatore di un progetto alternativo di società.

La teologia della liberazione ha assunto questa concezione di povero. L’ha tradotta nell’opzione per i poveri, contro la povertà e in favore della vita e della libertà. Farsi poveri in solidarietà con i poveri significa un impegno contro la povertà materiale, economica, politica, culturale e religiosa. L’opposto di questa povertà non è la ricchezza, ma la giustizia e l’equità.

È quest’ultima prospettiva quella che è stata ed è testimoniata e praticata da dom Pedro Casaldàliga in tutta la sua attività pastorale. Anche a rischio della sua vita, ha appoggiato i contadini espulsi dai grandi latifondisti. Insieme alle Piccole Sorelle di Gesù di p. Foucauld, ha collaborato al riscatto biologico dei tapirapés, minacciati di estinzione. Non c’è movimento sociale e popolare che non sia stato sostenuto da questo pastore di eccezionale qualità umana e spirituale.

2. L’altra povertà: quella evangelica ed essenziale

Vi sono ancora due dimensioni della povertà che sono presenti nella vita di don Pedro: la povertà essenziale e la povertà evangelica. La povertà essenziale è il risultato della nostra condizione di creature, una povertà che ha, pertanto, una base ontologica, indipendente dalla nostra volontà. Parte dal fatto che non ci siamo dati noi l’esistenza. Esistiamo, ma dipendendo da un piatto di cibo, da un po’ d’acqua e dalle condizioni ecologiche della Terra. In questo senso radicale, siamo poveri. La Terra non è nostra né l’abbiamo creata noi. Siamo suoi ospiti, passeggeri di un viaggio che va oltre. Di più: umanamente dipendiamo da persone che ci accolgono e che convivono con noi, con gli alti e i bassi propri della condizione umana. Siamo tutti interdipendenti. Nessuno vive in sé e per sé. Siamo sempre intrecciati in una rete di relazioni che garantiscono la nostra vita materiale, psicologica e spirituale. Per questo siamo poveri e dipendenti gli uni dagli altri.

Accogliere questa condition humaine ci rende umili e umani. L’arroganza e l’eccessiva auto-affermazione non trovano spazio qui perché non hanno una base che le sostenga. Questa situazione ci invita a essere generosi. Se riceviamo l’essere dagli altri, dobbiamo a nostra volta darlo agli altri. Questa dipendenza essenziale ci rende grati a Dio, all’Universo, alla Terra e alle persone che ci accettano così come siamo. È la povertà essenziale. Questo tipo di povertà ha reso dom Pedro un vescovo mistico, grato per tutte le cose. Esiste anche la povertà evangelica, proclamata da Gesù como una delle beatitudini. Nella versione del vangelo di Matteo si dice: «Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli» (5,3). Questo tipo di povertà non è direttamente vincolato all’avere o al non avere, ma a un modo di essere, a un atteggiamento che potremmo tradurre con infanzia spirituale. Povertà qui è sinonimo di umiltà, distacco, vuoto interiore, rinuncia a ogni volontà di potere e di auto-affermazione. Implica la capacità di svuotarsi per accogliere Dio, e il riconoscimento della natura della creatura, dinanzi alla ricchezza dell’amore di Dio che si comunica gratuitamente. L’opposto di questa povertà è l’orgoglio, la fanfaroneria, l’inflazione dell’ego e la chiusura in se stessi dinanzi agli altri e a Dio.

Questa povertà ha significato l’esperienza spirituale del Gesù storico: non solo è stato povero materialmente e ha assunto la causa dei poveri, ma si è fatto anche povero in spirito, poiché «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,7-9). Questa povertà è il cammino del vangelo, per questo si chiama anche povertà evangelica, secondo il suggerimento di San Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).

Il profeta Sofonia testimonia questa povertà di spirito quando scrive: «In quel giorno non avrai vergogna di tutti i misfatti commessi contro di me, perché allora eliminerò da te tutti i superbi millantatori e tu cesserai di inorgoglirti sopra il mio santo monte. Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele» (3,11-13). Questa povertà evangelica e questa infanzia spirituale costituiscono uno dei riflessi più visibili e convincenti della personalità di dom Pedro Casaldàliga, che appare nel suo modo povero ma sempre pulito di vestire, nel suo linguaggio pieno di humor anche quando diventa fortemente critico nei confronti degli spropositi della globalizzazione economico-finanziaria e della prepotenza neoliberista, o quando profeticamente denuncia le visioni mediocri del governo centrale della Chiesa di fronte alle sfide dei condannati della Terra o a questioni che interessano tutta l’umanità. Questo atteggiamento di povertà si è manifestato in maniera esemplare quando negli incontri con i cristiani di base, generalmente poveri, si poneva in mezzo a loro e ascoltava attentamente quello che dicono, o quando si sedeva ai piedi dei relatori, fossero teologi, sociologi e portatori di un altro sapere qualificato, per ascoltarli, annotarne i pensieri e formulare umilmente domande. Questa apertura rivela uno svuotamento interiore che lo rende capace di imparare continuamente e di riflettere saggiamente sui cammini della Chiesa, dell’America Latina, del Brasile e del mondo.

Quando gli attuali tempi di stravolgimento saranno passati, quando i sospetti e le meschinità saranno stati divorati dalla voragine del tempo, quando ci volteremo indietro e valuteremo gli ultimi decenni del XXI secolo, identificheremo una stella nel cielo della nostra fede, splendente, dopo aver attraversato nubi, sopportato oscurità e superato tempeste: la figura semplice, povera, umile, spirituale e santa di un vescovo che, straniero, si è fatto compatriota, lontano, si è fatto vicino, e si è fatto fratello di tutti, fratello universale: dom Pedro Casaldàliga, che compie oggi novant’anni.

dipinto di Maximino Cerezo Barredo, per gentile concessione dell’autore

l’ecologia di Boff nel messaggio quaresimale di papa Francesco

Boff finalmente “riabilitato” da papa Francesco

il messaggio di quaresima evoca suoi concetti

 

“Il Creato è testimone silenzioso di questo raffreddamento della carità: la terra è avvelenata da rifiuti gettati per incuria e interesse; i mari, anch’essi inquinati, devono purtroppo ricoprire i resti di tanti naufraghi delle migrazioni forzate; i cieli – che nel disegno di Dio cantano la sua gloria – sono solcati da macchine che fanno piovere strumenti di morte”.

Questo raffreddamento della carità, sul quale Papa Francesco si sofferma nel corso del Messaggio per la Quaresima 2018, e che, denuncia, investe ogni angolo del Creato, a cominciare dall’ambiente in cui viviamo, è uno dei temi centrali affrontati dal teologo brasiliano Leonardo Boff nel suo “La Terra è nelle nostre mani”, edito lo scorso ottobre da Edizioni Terra Santa.

Considerato uno dei padri della Teologia della Liberazione, Boff fu condannato 30 anni fa dalla Congregazione della Dottrina della Fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger. Ma pur avendo lasciato dopo quel brutto processo sacerdozio e saio francescano, ha continuato nella sua preziosa elaborazione teologica e così ricollegandosi all’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’” del 2015, che già in alcune pagine è chiaramente ispirata al suo pensiero, si interroga: “Quando smetteranno di salire i livelli di erosione della biodiversità, dalla quale dipendiamo perché ci sia garantito il nostro futuro? Nessuno, neanche uno tra gli esperti dei grandi centri che si occupano sistematicamente dello stato della Terra, osa pronunciarsi con assoluta certezza. Siamo come in volo, ma con visibilità nulla, sperando di non finire schiantati contro una montagna”. Tuttavia il grido di dolore del teologo brasiliano non è senza speranza, anzi trae conforto dalle parole stesse del Santo Padre che, pur cosciente dei rischi che la Terra e l’umanità stanno correndo, confida nel Dio Creatore ‘Signore, amante della vita’ e negli esseri umani, nella loro intelligenza e saggezza.

Il Papa nel Messaggio quaresimale indica in preghiera, elemosina e digiuno il rimedio che la Quaresima ci offre per liberare il nostro cuore e riaccendere il calore dell’amore verso Dio e verso i fratelli liberandoci dalla menzogna, dall’avidità e dalla nostra stessa violenza. Leonardo Boff nel suo testo si ferma a riflettere sulla duplice giustizia-ingiustizia, sociale ed ecologica, che ha messo a rischio la qualità della vita umana e sottoposto a una profondissima tensione sia il sistema-vita che il sistema-Terra e scrive: “in che direzione stiamo andando con questo tipo di strategia? Diffi-cilmente ci condurrà al Monte delle Beatitudini. Il rischio di arrivare sull’orlo di un abisso senza possibilità di tornare indietro è enorme”.

Ma c’è speranza, o meglio, abbiamo ancora possibilità di salvarci. Scrive Boff: “Si prende sul serio il grave avvertimento con cui si apre la Carta della Terra: «Ci troviamo ad una svolta critica nella storia del Pianeta, in un momento in cui l’umanità deve scegliere il suo futuro… La scelta sta a noi: o creiamo un’alleanza globale per proteggere la Terra e occuparci gli uni degli altri, oppure ri-schiamo la distruzione, la nostra e quella della diversità della vita». Come è facile dedurre, la si-tuazione è preoccupante e richiede la collaborazione di ognuno nella costruzione di un’Arca di Noè che possa salvarci tutti. Come abbiamo già detto, se il rischio è grande, maggiore dovrà essere la possibilità di salvezza, perché il senso prevale sull’assurdo e la vita avrà sempre l’ultima parola. È con questo spirito di urgenza che sono state elaborate le seguenti riflessioni, nella fiducia incrolla-bile che abbiamo ancora un futuro e che la Madre Terra potrà continuare generosamente ad ac-coglierci”.

Leonardo Boff (1938) si è sempre schierato dalla parte degli ultimi, nella convinzione che la povertà non sia uno stato naturale. Docente, scrittore e con-ferenziere, è autore di molti libri, in cui traspare anche il suo pensiero “ecologista” a favore di un’idea di sviluppo incentrata sulla convinzione che la Terra è un organismo vivente di cui l’uomo è parte integrante. Di fronte alle sfide del pianeta, l’avvento al soglio pontificio di Papa Francesco ha costituito per lui un segnale di grande speranza.

nella foto: Leonardo Boff con l’ex presidente del Brasile Dilma Rousseff

da: farodiroma.it

Boff: viviamo una stridente mancanza di solidarietà

solidarietà’

percorsi dimenticati

 

C’è una stridente mancanza di solidarietà nel momento attuale della nostra storia. Ci informano che in questo esatto istante 20 milioni di persone sono minacciate di morire letteralmente di fame: nello Yemen, in Somalia, nel Sudan del Sud e in Nigeria. Il grido degli affamati si dirige al cielo e in tutte le direzioni. Ma chi lo ascolta? In piccola parte l’Onu e soltanto alcune coraggiose agenzie umanitarie.

Nel nostro paese a causa i ritocchi promossi dagli attuali governanti che hanno fatto un golpe parlamentare, con l’intenzione di imporre la loro agenda neoliberale, ci sono almeno 500 mila famiglie che hanno perso la “Bolsa fami’lia”. I poveri stanno piombando nella miseria da cui erano usciti e i miserabili stanno diventando straccioni. Non sono pochi coloro che vengono alla nostra ONG a Petropolis (centro per la difesa dei diritti umani), che esiste da 40 anni, chiedendo da mangiare. E’ possibile negare il pane a una mano distesa e ai suoi occhi supplichevoli senza essere disumano e senza pietà?

E’ urgente riscattare il significato antropologico fondamentale della solidarietà. Essa è antisistemica, perché il sistema imperante capitalista e individualista si regge sulla concorrenza e non sulla solidarietà e cooperazione. Questo va contro il senso della natura.

Ci dicono gli etno-antropologi che è stata la solidarietà a farci passare dall’ordine dei Primati all’ordine degli umani. Quando i nostri antenati antropoidi uscivano in cerca di alimenti, non li mangiavano ognuno per conto suo. Li portavano al gruppo per mangiarli insieme. Vivevano la commensalità, propria degli umani. Pertanto la solidarietà sta alla radice della nostra ominazione.

Il filosofo francese Pierre Leroux a metà del secolo XIX quando nascevano le prime associazioni di lavoratori contro la primitività del mercato, riscatto’ politicamente questa teoria della solidarietà. Era cristiano ma disse: “dobbiamo intendere la carità cristiana oggi come solidarietà mutua tra esseri umani” (Cf. Jean-Louis Laville, L’ économie solidaire: une perspective internationale, 1994, 25 ss ).

La solidarietà implica reciprocità fra tutti come un fatto sociale elementare. E’ qui che è nata l’economia del dono mutuo, tanto bene analizzata da Marcel Mauss.

Se guardiamo bene, la natura non ha creato un essere per se stesso, ma tutti gli esseri uno per l’altro. Ha stabilito tra loro lacci di mutualità e reti di relazioni solidarie. La solidarietà originaria ci fa tutti fratelli e sorelle dentro alla nostra specie

La solidarietà pertanto è indissociabile dalla natura umana, in quanto umana. Se non ci fosse solidarietà, non avremmo condizioni di sopravvivere. Non possediamo nessun organo specializzato (Mangelwesen de A. Gehlen) che garantisce la nostra sussistenza. Per sopravvivere dipendiamo dalle attenzioni e dalla solidarietà degli altri. Essa è un fatto innegabile per il passato e anche al giorno d’oggi.

Ma dobbiamo essere realisti ci avverte E. Morin. Siamo simultaneamente sapiens e demens, non come decadenza dalla realtà ma come espressione della nostra condizione umana. Possiamo essere sapienti e solidali e creare lacci di umanizzazione. Ma possiamo anche essere dementi e distruggere la solidarietà, e possiamo essere tagliagola come fanno i militanti dell’esercito islamico o bruciandole sotto una montagna di pneumatici come fa la mafia con la droga.

A causa di questo nostro momento demente che Hobbes e Rousseau intravidero la necessità di un contratto sociale che ci permettesse di convivere e di evitare di divorarsi a vicenda.

Il contratto sociale non ci dispensa dall’avere da riscattare in continuazione la solidarietà che ci umanizza e senza la quale il lato demente prevarrebbe su quello sapiente.

E’ quello che stiamo vivendo a livello mondiale o anche nazionale, dato che pochissimi controllano le finanze e l’accesso ai beni e servizi naturali, lasciando metà dell’umanità nell’indigenza. Bene diceva il Papa Francesco: il sistema imperante è assassino e antivita.

Tra noi gli attuali politici di ritocchi fiscali stanno pesando specialmente sui poveri e beneficiando quelli che controllano i flussi finanziari. Lo Stato indebolito dalla corruzione non riesce a frenare la voracità dell’accumulazione illimitata delle oligarchie.

C’è stato Qualcuno che è stato solidale con noi. Non volle servirsi della sua condizione divina. Anzi per solidarietà si è presentato come semplice uomo (Flp 2,7) e morì crocifisso. Questa solidarietà ci ha ridato l’umanità (ci ha salvati) e continua a farci coraggio e a coltivare gli stessi sentimenti che ebbe Lui (Flp 2,5).

E’ urgente rispettare il paradigma di base della nostra umanità, tanto dimenticato, la solidarietà essenziale. Fuori di questa svuoteremmo la nostra umanità e quella degli altri.

*Leonardo Boff, columnist del JB on line, teologo, filosofo, scrittore

traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

per Boff il grande nemico della terra è l’uomo

la Terra è entrata nello scacchiere speciale:

l’essere umano Satana per la Terra

Leonardo Boff 

Il giorno due agosto 2017 è avvenuto un fatto preoccupante per l’umanità e per ciascuno di noi individualmente. E’ stato il giorno cosiddetto: “ Sovraccarico della Terra “ (Overshoot Day). Cioè: è stato il giorno in cui abbiamo consumato tutti i beni e servizi naturali, alla base della vita. Prima stavamo in quello verde e adesso siamo entrati nel rosso, ossia nello scacchiere speciale. Quello che consumeremo d’ora in poi sarà violentemente strappato alla Terra per venire incontro alle indispensabili richieste umane e, quel che è peggio, mantenere il folle livello di consumo dei paesi ricchi.

Questo fatto viene chiamato comunemente “ Orma ecologica della Terra”. Con questa si misura la quantità di terra fertile e di mare necessari a creare i mezzi di vita indispensabili come acqua , granaglie, carni, pesci, vegetali, energia rinnovabile e altro ancora. Disponiamo di 12 miliardi di ettari di terra fertile (foreste, pascoli, coltivi) ma in verità avremmo bisogno di 20 miliardi di terra fertile.

Come coprire questo deficit di 8 miliardi? Spremendo sempre più la Terra…ma fino a quando? Stiamo lentamente rivalutando la Madre Terra. Non sappiamo quando succederà il suo collasso: Ma a continuare con il livello di consumo e lo spreco dei paesi opulenti arriverà con conseguenze nefaste per tutti.

Quando parliamo di ettari di terra non pensiamo soltanto ai suoli, ma a tutto cio che permette di produrre come per esempio legni per mobili, tessuti di cotone, coloranti, principi attivi naturali per la medicina, minerali e altri.

Ogni persona avrebbe bisogno in media per la sua sopravivenza di 1,7 ettari di terra. Quasi metà dell’umanità ( 4,3 % ) sta sotto di questo come i paesi in cui imperversa la fame: l’Eritrea con un’orma ecologica di 0,4 ettari, Bangladesch con 0,7 il Brasile al di sopra della media mondiale con 2,9, 54 % della popolazione mondiale sta molto al di sopra delle loro necessità come gli USA con 8,2 ettari, Canadà con 8,2, Lussemburgo con 15,8, Italia con 4,6 e India con 1,2.

Questo sovraccarico ecologico è un prestito che prende alle generazioni future per il nostro uso e consumo attuale. E quando arriverà il loro turno in che condizioni potranno soddisfare le loro necessità di alimentazione, acqua, fibre, granaglie, carni, e legname? Potranno ereditare un pianeta impoverito.

Temiamo che i nostri discendenti guardando indietro finiscano per maledirci: “voi non avete pensato ai vostri figli e nipoti e pronipoti; non avete saputo risparmiare e sviluppare un consumo sobrio e frugale perché sulla Terra restasse qualcosa di buono per noi, ma non sarà solo per noi, ma anche per tutti gli esseri viventi che hanno bisogno di quello che noi stessi abbiamo bisogno?“ Questo mi ricorda le parole del capo indiano Seattle: “se tutti gli animali scomparissero, l’essere umano morirebbe di solitudine di spirito, perché tutto quello che succede agli animali subito succederà agli esseri umani perché tutto sta inter-relazionato.

Quello che vige in questo mondo è una perversa ingiustizia sociale crudele e spietata. 15% di coloro che vivono nelle regioni opulente del nord del pianeta, dispone del 75% dei beni e servizi naturali e il 40% della terra fertile. Alcuni milioni come cani famelici devono aspettare le briciole che cadono dalle loro tavole imbandite.
In verità il sovraccarico “della Terra“ risulta dal tipo di economia dilapidatrice delle “ primizie della natura” come dicono gli andini, deforestando, inquinando acqua e suoli, impoverendo gli ecosistemi e erodendo la bio diversità. Questi effetti sono considerati “esternalità” che non toccano il lucro e nemmeno entrano nella contabilità impresariale. Ma toccano la vita presente e futura.

L’ eco-economista Ladislau Dowbor della PUC-SP nel suo libro “Democrazia economica” (Vozes 2008) con chiare parole riassume il problema in discussione “pare abbastanza assurdo, ma l’essenziale per la teoria economica con cui lavoriamo non considera la perdita di valore del capitale pianeta. In pratica, in economia domestica, sarebbe come se sopravivessimo vendendo i mobili e l’argenteria della casa e trovassimo che con questi soldi la vita è bella e che pertanto noi staremmo amministrando bene la nostra casa. Attenzione: tutti questi beni possono essere riposti, la Terra no. Stiamo distruggendo il suolo, l’acqua, la vita dei nostri mari,la copertura vegetale, le riserve di petrolio, la difesa dell’ozono il clima stesso, ma quello che abbiamo contabilizzato è soltanto il tasso di crescita“ (P. 123).
Questa è la logica in vigore dell’economia attuale, economia neoliberale di mercato, irrazionale e suicida.

Radicalizzando io direi: l’essere umano sta rivelandosi il satana della terra e non il suo angelo custode.

traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

il Crocifisso e la maggior parte dell’umanità di oggi che vive crocifissa

i crocifissi di oggi e il Crocifisso di ieri

di Leonardo Boff

in “Confini” – http://confini.blog.rainews.it/ – del 12 aprile 2017

 

Oggi la maggior parte dell’umanità vive crocifissa dalla povertà, dalla fame, dalla scarsità d’acqua e dalla disoccupazione. Crocifissa è anche la natura lacerata dall’avidità industriale che si rifiuta di accettare limiti. Crocifissa è la Madre Terra, esausta fino al punto di perdere il suo equilibrio interiore, evidenziato dal riscaldamento globale. Uno sguardo religioso e cristiano vede Cristo stesso presente in tutti questi crocifissi. Per avere assunto pienamente la nostra realtà umana e cosmica, lui soffre con tutti i sofferenti.

La foresta abbattuta dalla motosega significa colpi sul suo corpo. Negli ecosistemi decimati e per l’acqua inquinata, lui continua a sanguinare. L’incarnazione del Figlio di Dio ha una misteriosa solidarietà di vita e di destino con tutto quello che lui ha assunto, con tutta la nostra umanità e tutto ciò che esso implica di ombre e di luci. Il Vangelo di Marco, narra con parole terribili la morte di Gesù. Abbandonato da tutti, in cima alla croce, si sente anche abbandonato dal Padre di misericordia e bontà. Gesù grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? E dando un forte grido, Gesù spirò” (Mc 15,34.37). Gesù non muore perché tutti moriamo. È stato assassinato nel modo più umiliante del tempo: inchiodato ad una croce. Sospeso tra cielo e terra, agonizzò per tre ore sulla croce. Il rifiuto umano può decretare la crocifissione di Gesù, ma non può definire il senso che lui ha dato alla crocifissione che gli fu imposta. Il Crocifisso ha definito il significato della sua crocifissione come solidarietà con tutti i crocifissi della storia che, come lui, erano e sono vittime di violenza, di relazioni sociali ingiuste, d’odio, d’umiliazione dei piccoli e di rifiuto della proposta di un Regno di giustizia, fratellanza, compassione e amore incondizionato. Nonostante il suo impegno solidale verso gli altri e il Padre, una terribile e ultima tentazione invade la sua mente. La grande lotta di Gesù, ora che sta per morire, è con il suo Padre. Il Padre di cui lui ha avuto esperienza con profonda intimità filiale, il Padre che lui aveva annunciato come misericordioso e pieno di bontà, Padre con tracce di madre amorevole, il Padre il cui regno ha proclamato e anticipato nelle sue prassi liberatorie, questo Padre ora sembra abbandonarlo. Gesù passa attraverso l’inferno dell’assenza di Dio. Verso le tre del pomeriggio, minuti prima della fine, Gesù gridò a grandi voce: “Eloì, Eloì, lamá sabacthani: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Gesù è sull’orlo della disperazione. Dal vuoto abissale del suo spirito, esplodono domande spaventose che modellano la tentazione più terribile subita dagli esseri umani e ormai da Gesù, la tentazione della disperazione. Si chiede: “Non era assurda la mia fedeltà? Senza senso la lotta sostenuta, per gli oppressi e per Dio? Non sono stati vani i rischi che ho corso, le persecuzioni che ho sopportato, il processo legale-religioso umiliante in cui sono stato sottoposto alla pena capitale: la crocifissione che sto soffrendo?” Gesù è nudo, indifeso, completamente vuoto davanti al Padre che è in silenzio e così rivela tutto il suo Mistero. Gesù non ha nessun altro a cui aggrapparsi. Per gli standard umani, ha fallito completamente. La stessa certezza interiore svanisce. Anche se il sole è tramontato al suo orizzonte, Gesù continua ad avere fiducia nel Padre. Così grida con voce potente. “Padre mio, Padre mio!” Al culmine della disperazione, Gesù si dona al Mistero veramente senza nome. Egli sarà l’unica speranza oltre qualsiasi speranza. Non ha più alcun sostegno in te
stesso, soltanto in Dio, che si nascondeva. La speranza assoluta di Gesù può essere compresa solo sul presupposto della sua disperazione. Dove è abbondata la disperazione, ha sovrabbondato la speranza. La grandezza di Gesù è quella di sopportare e superare questa tentazione scoraggiante. Questa tentazione lo porterà all’abbandono totale a Dio, una solidarietà senza restrizioni con i fratelli e le sorelle anch’essi disperati e crocifissi nel corso della storia, una spoliazione totale di se stesso, un dedicazione assoluta di se stesso in funzione degli altri. Solo allora la morte è morte e può anche essere completa: la rende perfetta a Dio e ai suoi figli e figlie che soffrono, ai suoi fratelli e sorelle più piccoli. Le ultime parole di Gesù indicano questa consegna, non dimessa e fatale, ma libera, “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). “Tutto è compiuto” (Gv 19,30). Il Venerdì Santo continua, ma non ha l’ultima parola. La risurrezione, come irruzione dell’essere nuovo è la grande risposta del Padre e la promessa per tutti noi.

(per gentile concessione dell’autore pubblichiamo questa meditazione pasquale del teologo brasiliano Leonardo Boff, traduzione di S. Toppi e M. Gavito: tratto da finesettimana.it)

Boff e la ‘cultura della pace’

alla cultura della violenza opponiamo la cultura della pace

Leonardo Boff

 


LEONARDO-BOFFIl mio sentimento del mondo mi dice che viviamo all’interno di una violenza mondiale sistemica. Troppo lungo enumerare tutti i tipi di violenza, che però è così globalizzata, che il vescovo di Roma, il papa Francesco ha affermato per tre volte, che siamo dentro a una terza guerra mondiale. Non è impossibile che una nuova guerra fredda tra USA, Russia e Cina finisca per scatenare un conflitto nucleare.

Se si verifica questa tragica eventualità, sarà la fine del sistema vita e della specie umana. Questo stato di permanente belligeranza deriva dalla logica del paradigma civilizzatore affermatosi lentamente per secoli fino, ad arrivare alla forma parossistica dei nostri giorni: l’illusione che l’essere umano sia un “piccolo dio” che si colloca al di sopra delle cose per dominarle e accumulare benefici a costo di danneggiare la natura e intere popolazioni. Abbiamo perso la nozione di appartenenza alla terra e che siamo parte della natura. Tale coscienza ci porterebbe a una confraternizzazione con tutti gli esseri di questo magnifico pianeta.

Urge un nuovo rapporto con la natura e con la Terra, rapporto fatto di sinergia, rispetto, convivenza, attenzioni e senso di responsabilità collettiva.

Questa relazione conviviale è sempre stata viva in tutte le culture dell’Occidente e dell’Oriente, specialmente tra i nostri popoli nativi, che nutrono un profondo rispetto verso la Terra.

Nella nostra cultura abbiamo la figura emblematica di San Francesco di Assisi aggiornata dal vescovo di Roma Francesco, nella sua enciclica Laudato si: cura della Casa Comune. Proclama il poverello di Assisi “Santo Patrono di tutti coloro che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia…Per Francesco, qualsiasi creatura era sorella unita a lui con vincoli di amore. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto quello che esiste”(n.10 e 11). Con un certo humor ricorda che “Francesco chiedeva che in convento si lasciasse sempre una parte dell’orto dedicata alle piante selvatiche (n.12), perché anch’esse, a modo loro, lodano Dio.

Questo atteggiamento di tenerezza lo conduceva a spostare, durante le passeggiate, eventuali lombrichi che rischiavano di essere schiacciati lungo il sentiero.

Per San Francesco tutti gli esseri sono animati e personalizzati. Per intuizione spirituale scoperse quello che noi sappiamo oggi per via scientifica (Crick e Dowson, quelli che hanno decifrato il DNA) che tutti noi viventi siamo parenti, cugini, fratelli e sorelle: il sole, la luna, il, lupo di Gubbio perfino la morte. Questa visione supera la cultura della violenza e inaugura la cultura dell’amore e della pace.

San Francesco realizzò pienamente la splendida definizione che la Carta della Terra ha trovato per la pace: “E’ quella pienezza creata da relazioni corrette con se stessi, con le altre persone, altre culture, altre vite, con la Terra, con il Tutto più grande di cui siamo parte”(n.16).

Il papa Francesco pare aver realizzato le condizioni per la pace come predica dappertutto e personalmente dimostra. Ha espresso emotivamente un pensiero che sempre ritorna nell’enciclica: “Tutto sta in relazione, e tutti noi esseri umani camminiamo uniti, fratelli e sorelle in un meraviglioso cammino, abbracciati nell’amore che Dio ha per le sue creature e che ci unisce pure con sentimenti di tenero affetto al fratello Sole, alla sorella Luna, al fratello fiume, e alla Madre Terra” (n.92).

Altrove ha trovato la seguente formulazione, ora critica: “E’ necessario risvegliare la coscienza che siamo un’unica famiglia umana. Non ci sono frontiere né barriere politiche o sociali che permettano di isolarsi e perciò stesso, è proprio per questo non c’è spazio per globalizzare l’indifferenza (n.52).

Da questo atteggiamento di totale apertura, che tutti abbraccia e nessuno viene escluso è nata una pace imperturbabile, senza paura né minacce, pace di coloro che si sentono sempre in casa con genitori, fratelli, sorelle con tutte le creature.

Invece di violenza, pone i fondamenti della cultura della pace: amore, capacità di sopportare le contraddizioni, perdono, misericordia e riconciliazione al di là di ogni presupposto e esigenza previa.

Quando l’enciclica abborda il problema della pace, il vescovo di Roma, Francesco, ripete quello che Gandhi e altri avevano già detto: “La pace non è assenza di guerra. La pace interiore delle persone ha molto a che vedere con la cura, con l’ecologia e il bene comune, perché quando è vissuta autenticamente riflette un equilibrato stile di vita, alleato alla capacità di ammirazione che porta alla profondità della vita, la natura è piena di parole e di amore (n.225). In un altro passo afferma: “La gratuità ci conduce ad amare e accettare il vento, il sole, le nuvole, anche se non stanno sotto il nostro controllo. Così possiamo parlare di fratellanza universale” (n.228).

Con questa sua visione della pace e della gratuità, egli rappresenta un altro modo di-essere- e-di-stare-nel-mondo-con gli altri, una alternativa al modo di essere della modernità che sta fuori e sopra gli altri non insieme con gli altri convivendo nella stessa Casa Comune.

La scoperta e l’esperienza vissuta di questa fratellanza cosmica ci aiuterà a uscire dalla crisi attuale, ci renderà l’innocenza perduta e ci farà venire la nostalgia del paradiso terrestre, i cui segni possiamo anticipare.


*Leonardo Boff è columnist del JB on line e ha scritto Francesco d’Assisi, Francesco di Roma. Una nuova primavera per la Chiesa, EMI 2014.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

originale in: https://leonardoboff.wordpress.com/2017/03/21/alla-cultura-della-violenza-opponiamo-la-cultura-della-pace/

l’entusiasmo di L. Boff per papa Francesco continua

Leonardo Boff

“papa Francesco è uno di noi”

intervista a Leonardo Boff

a cura di Joachim Frank
in “www.ksta.de”

Il brasiliano Leonardo Boff, nato nel 1938, è discendente di immigrati italiani. Nel 1959 è entrato nell’ordine francescano e per cinque anni ha studiato in Germania. Negli anni 80 Boff, come principale rappresentante della teologia della liberazione e a causa delle sue critiche alla Chiesa ufficiale, entrò in conflitto con il Vaticano e con il suo massimo “guardiano della fede”. Dopo aver avuto per due volte un divieto di esprimersi pubblicamente, Boff uscì dall’ordine e abbandonò il presbiterato.

Signor Boff, le piacciono i canti di Natale? Che cosa crede?

(canta): “Stille Nacht, heilige Nacht…”. Viene cantata in ogni famiglia che celebra il Natale. È tradizione da noi in Brasile come da voi in Germania. Questo tipo di Natale non le pare kitsch e commerciale? La cosa è diversa da paese a paese. Certo Natale è diventato un grande business. Ma con tutto ciò, è rimasta comunque viva la gioia, il riunirsi della famiglia, per molti anche un momento di fede. E da come io ha vissuto il Natale in Germania, è una festa del cuore, molto suggestiva, meravigliosa.

Come si accorda una fede che a Natale parla di un “Dio della pace”, con la discordia che viviamo ovunque?

La fede è soprattutto promessa. Ernst Bloch dice: “La vera genesi non è all’inizio, ma alla fine, ed essa inizia a cominciare solo quando la società e l’esistenza diventano radicali, cioè mettono radici”. La gioia del Natale sta in questa promessa: la Terra e gli uomini non sono condannati a continuare sempre così come sperimentano ora – con tutte le guerre, la violenza, il fondamentalismo. Nella fede ci è promesso che alla fine tutto sarà buono; che nonostante tutti gli errori, le strade sbagliate, le sconfitte, ci avviciniamo ad una fine buona. L’autentico significato del Natale non è che “Dio si è fatto uomo”, ma che è venuto per dirci: “Voi uomini mi appartenete, e quando morirete tornerete a casa”.

Il Natale significa che Dio viene a prenderci?

Sì. L’incarnazione significa che qualcosa di noi è già divino, è diventato eterno. Il divino sta in noi stessi. In Gesù si è mostrato nel modo più evidente. Ma è in tutti gli uomini. In una visione evolutiva, Gesù non viene dall’esterno nel mondo, ma cresce dal mondo. Gesù è l’apparizione del divino nell’evoluzione – ma non è l’unica. Il divino compare anche in Buddha, nel Mahatma Gandhi e in altre grandi figure di fede.

Non mi sembra un pensiero molto cattolico.

Non dica così. Tutta la teologia francescana del Medio Evo ha inteso Cristo come parte della Creazione – non solo come il redentore da colpa e peccato che scende nel mondo. Certo, incarnazione è anche redenzione. Ma prima di tutto e soprattutto è una esaltazione, una divinizzazione della Creazione. E nel Natale è importante anche un’altra cosa. Dio appare nella figura di un bambino. Non come un vecchio con capelli bianchi e lunga barba bianca…

Come Lei…

Appunto, io assomiglio piuttosto a Karl Marx. Quello che ritengo importante è questo: quando alla fine della nostra vita dovremo rispondere davanti al divino giudice, saremo davanti a un bambino. Ma un bambino non condanna nessuno. Bisogna mettere in rilievo questo lato della fede.

La teologia della liberazione latinoamericana, di cui Lei è uno dei più importanti rappresentanti, è tornata in auge con papa Francesco. Ci sarà una riabilitazione per Lei personalmente dopo le lunghe battaglie con papa Giovanni Paolo II e il massimo guardiano della fede Joseph Ratzinger, divenuto poi papa Benedetto XVI?

Francesco è uno di noi. Ha reso la teologia della liberazione un bene di tutti nella Chiesa. E l’ha estesa. Chi parla dei poveri, oggi deve parlare anche della Terra, perché anch’essa è saccheggiata e profanata. “Ascoltare il grido dei poveri” significa ascoltare il grido degli animali, dei boschi, dell’intera Creazione maltrattata. La Terra intera grida. Quindi, dice il papa, e così facendo nomina il titolo di uno dei miei libri, oggi dobbiamo ascoltare insieme il grido dei poveri e della Terra. Ed entrambi devono essere liberati. Io stesso mi sono molto occupato un tempo di questa estensione della teologia della liberazione. Che è anche ciò che è fondamentalmente nuovo nella “Laudato si’”… Cioè nell’Enciclica ecologica del papa del 2015.

E quanto Leonardo Boff c’è in Jorge Maria Bergoglio?

L’enciclica è del papa. Ma ha consultato molti esperti.

Ha letto i suoi libri?

Ancor di più: per la Laudato si’ mi ha chiesto del materiale. Gli ho dato i miei consigli e gli ho mandato qualcosa che ho scritto. E che lui ha usato. Alcuni mi hanno detto che, leggendo, si erano detti: “Ma questo è Boff!”. Del resto, papa Francesco mi ha detto: “Boff, per favore, non mandare i documenti a me direttamente”.

Perché no?

Ha detto: “Se no, i sottosegretari li intercettano e a me non arrivano. Manda il tutto piuttosto all’ambasciatore argentino, con cui sono in buoni rapporti, così arrivano sicuramente nelle mie mani”. Deve sapere che l’attuale ambasciatore in Vaticano è un vecchio conoscente del papa fin dai tempi in cui era a Buenos Aires. Hanno spesso bevuto mate insieme. Un giorno prima della pubblicazione dell’enciclica, il papa mi ha fatto telefonare per esprimermi i suoi ringraziamenti per il mio aiuto.

Un incontro con il papa però non è ancora in vista?

Ha cercato la riconciliazione con i più importanti rappresentanti della teologia della liberazione, con Gustavo Gutierrez, Jon Sobrino e anche con me. Io gli ho detto, in riferimento a papa Benedetto: “Ma l’altro è ancora in vita!”. Questo non l’ha accettato. “No”, ha detto, “il papa sono io”.

Possiamo star tranquilli.

Lì vede il suo coraggio e la sua fermezza.

Allora perché non è ancora riuscito a fargli visita?

Avevo un invito ed ero anche già atterrato a Roma. Ma proprio quel giorno, subito prima dell’inizio del Sinodo sulla famiglia del 2015, 13 cardinali – tra cui anche il cardinale tedesco Gerhard Müller, prefetto della Congregazione della fede – avevano provato a fare un’insurrezione contro il papa con una lettera indirizzata a lui, ma che poi – miracolo! – è apparsa anche sui giornali. Il papa era furente e mi ha detto: “Boff, non ho tempo. Devo metter pace nel Sinodo. Ci vediamo un’altra volta”.

E la faccenda del metter pace non è che gli sia riuscita…

Il papa sente la durezza del vento contrario nelle sua fila, specialmente dagli USA. Il cardinal Burke, Leo Burke che ora – con il vostro cardinale emerito di Colonia Meisner – ha di nuovo scritto una lettera, è il Donald Trump della Chiesa cattolica. (ride) Ma, a differenza di Trump, ora Burke nella curia non ha più potere. Grazie a Dio. Queste persone pensano effettivamente di dover correggere il papa. Come se stessero al di sopra del papa. È qualcosa di inusuale, anzi senza precedenti nella storia della Chiesa. Si può criticare il papa, discutere con lui. Io l’ho fatto spesso. Ma che dei cardinali accusino pubblicamente il papa di diffusione di errori teologici o di eresie – questo, a mio avviso, è troppo. È un affronto, che il papa non può accettare. Il papa non può essere condannato, è dottrina della Chiesa.

Nonostante tutto il suo entusiasmo per il papa, non si vedono le riforme della Chiesa che molti cattolici avevano sperato da Francesco.

Concretamente non è successo molto… Vede, a mio avviso, il centro del suo interesse non è più la Chiesa, non è più il funzionamento interno, ma la sopravvivenza dell’umanità, il futuro della Terra. Entrambi sono in pericolo, e dobbiamo chiederci se il cristianesimo può dare un suo contributo per superare questa grande crisi, che minaccia di distruggere l’umanità.

Francesco si preoccupa per l’ambiente e lascia che la sua Chiesa vada a sbattere conto un muro?

Credo che per lui ci sia una gerarchia tra i problemi. Se la Terra si distrugge, anche tutti gli altri problemi sono sistemati.

Ma per quanto riguarda le questioni interne alla Chiesa, aspetti! Poco tempo fa il cardinal Water Kasper, che è una persona di fiducia del papa, ha detto che ci saranno presto grandi sorprese. Lei cosa si aspetta?

Chissà! Forse il diaconato femminile. O la possibilità che preti sposati possano essere riammessi nella pastorale. Questa è una espressa richiesta dei vescovi brasiliani al papa, specialmente del suo amico, il cardinale brasiliano Claudio Hummes. Ho sentito che il papa aveva intenzione – inizialmente in una fase sperimentale in Brasile – di dar corso a questa richiesta. Quel paese, con i suoi 140 milioni di cattolici dovrebbe avere almeno 100 000 preti. Ce ne sono invece solo 18 000. Dal punto di vista istituzionale, è una catastrofe. Non meraviglia che i fedeli vadano a frotte dagli evangelicali e dai pentecostali, che non hanno mancanza di personale. Se solo le molte migliaia di preti sposati potessero svolgere ancora il loro compito, sarebbe un grande passo per il miglioramento della situazione – e al contempo un impulso affinché la Chiesa cattolica tolga l’obbligo del celibato.

Se il papa dovesse decidere in questo senso – anche lei, ex frate francescano, potrebbe riprendere la sua funzione di presbitero?

Personalmente non ho bisogno di tale decisione. Per me non cambierebbe niente, perché io fino ad ora faccio ciò che ho sempre fatto: battezzo, celebro funerali e se arrivo in una parrocchia senza prete, celebro la messa con le persone.

È una cosa molto “tedesca” che le chiedo: le è permesso farlo?

Finora, nessun vescovo che io conosca lo ha contestato o proibito. I vescovi ne sono anzi contenti e mi dicono: “Il popolo ha diritto all’eucaristia. Continua tranquillamente così!”. Il mio professore di teologia, il cardinale Paulo Evaristo Arns, purtroppo morto alcuni giorni fa, era ad esempio di grande apertura su questo. Arrivava al punto chiamare all’altare accanto a sé dei preti sposati che vedeva nei banchi e celebrava con loro l’eucaristia. Lo ha fatto spesso e ha detto: “Sono pur sempre preti – e tali rimangono!”.

L. Boff individua quattro minacce serie alla terra

QUATTRO MINACCE ALLA MADRE TERRA 

Leonardo Boff

 
quattro sono le minacce che pesano sulla nostra Casa Comune e che esigono da noi un’attenzione speciale:Boff L.
La prima è la vista della Terra impoverita e senza certezze dei tempi moderni. Lei è stata condannata a impietoso sfruttamento per aumentare la ricchezza. Sotto questo aspetto ci ha procurato benefici innegabili,
ma ha portato con sé anche uno squilibrio in tutti gli ecosistemi, che hanno scatenato l’attuale crisi ecologica generalizzata.

In questa ricerca forsennata, intere popolazioni come in America Latina sono state eliminate, devastata la foresta atlantica e, in parte, la savana.

Nel gennaio del 2015, 18 scienziati hanno pubblicato sulla famosa rivista “Science”,, uno studio sopra “I limiti planetari: una guida per lo sviluppo umano in un mondo in cambiamento”. Hanno elencato 9 dati fondamentali
per la continuità della vita. Tra questi stava l’equilibrio dei climi il mantenimento della biodiversità, difesa dello strato di ozono, controllo dell’acidificazione degli oceani, e altri ancora. Tutti gli item sono in stato di erosione. Ma i due più degradati, sono classificati come “limiti fondamentali”: cambiamento climatico e estinzione delle specie. La rottura di queste due frontiere basilari può condurre la civiltà al collasso.
Aver cura della Terra in questo contesto vuol dire che al paradigma della conquista che devasta la natura dobbiamo opporre il paradigma della cura che difende la natura. Dobbiamo certo produrre quello che ci occorre per vivere, ma con attenzione ed entro limiti sopportabili di ogni regione e con la ricchezza di ciascun ecosistema.
La seconda minaccia è la macchina di morte, le armi di distruzione di massa: armi chimiche, biologiche e nucleari. Esse sono già pronte sulle rampe di lancio e possono distruggere tutta la vita del pianeta in 25 forme differenti. Siccome la sicurezza non è mai totale, dobbiamo fare attenzione che non siano usate in guerra e che i meccanismi di sicurezza siano sempre più efficaci.
A questa minaccia dobbiamo opporre una cultura di pace, di rispetto dei diritti della vita, della Natura e della Madre Terra, di distensione e dialogo tra i popoli. Invece di vinci-perdi, vivere il vinci-vinci, cercando convergenze nelle diversità. Questo significa creare equilibrio e generare cura.
La terza minaccia è la scarsità di acqua potabile. Di tutta l’acqua che esiste sulla Terra solo il 3% è dolce, Il resto, salata. Di questi 3%, il 70% viene impiegato in agricoltura, il 20% all’industria e solo il 10% di questo 3% è destinato agli usi domestici. Volume irrisorio che significa che più di un miliardo di persone vivono con quantità insufficienti di acqua potabile.
Aver cura della Terra vuol dire aver cura delle foreste, perché sono la protezione naturale di tutte le acque. Aver cura dell’acqua significa darsi da fare perché le sorgenti siano circondate da alberi, che i fiumi abbiano la loro vegetazione cigliare, perché sono loro che alimentano le sorgenti. Purtroppo più di metà delle foreste umide è stata distrutta, alterando i climi, lasciando i fiumi a secco, o diminuendo l’acqua delle falde acquifere. La cosa migliore che possiamo fare è sempre riforestare.
La quarta grande minaccia è rappresentata dal progressivo riscaldamento della Terra. Fa parte della geofisica del pianeta che conosca fasi alterne di freddo e caldo. La realtà è che questo rito naturale è stato alterato per l’eccesso di intervento umano su tutti i fronti della natura e della Terra. L’anidride carbonica, il metano e altri gas del processo industriale hanno creato una nube che circonda tutta la Terra e mantiene il calore qui in basso. Siamo vicini ai 2 gradi Celsius. Con questa temperatura, si può ancora amministrare i cicli della vita.
La COP 21 di Parigi, sul finire del 2015 ha creato un consenso tra 192 nazioni che si sono impegnate a fare di tutto per non arrivare a 2C, anzi con la tendenza all’1,5, il livello della società preindustriale. Superato tale livello, la specie umana sarà pericolosamente minacciata.
Non senza ragione gli scienziati hanno creato una parola nuova per qualificare il nostro tempo: l’antropocene. Questo configurerebbe una nuova era geologica, nella quale la grande minaccia per la vita, il vero Satana della Terra, è proprio l’essere umano con la sua irresponsabilità, mancanza di attenzione e cura.
C’è chi azzarda l’ipotesi secondo cui la Madre Terra non ci vorrebbe più in casa sua. Troverebbe un modo per eliminarci, o con un disastro ecologico di proporzioni apocalittiche, oppure un super-batterio potentissimo e inattaccabile, che permetterebbe alle altre specie di prosperare, assente la minaccia umana, e il processo di evoluzione.
Contro il riscaldamento globale dobbiamo cercare fonti alternative di energia, quella solare e quella eolica, visto che quella fossile, il petrolio, motore della nostra civiltà industriale, produce la gran parte dell’anidride carbonica. Dobbiamo vivere i vari ‘r’ della Carta della Terra:
Ridurre, Riusare, Riciclare, Riforestare, Rispettare, Rifiutare ogni appello al consumo. Tutto quello che possa inquinare l’aria deve essere evitato per impedire il riscaldamento globale.
 
da leonardoboff.wordpress.com
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