Oscar Romero martire per amore e testimone di pace nasce cento anni fa

a 100 anni dalla nascita

l’arcivescovo Romero torna a essere testimone di pace

 
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Da oltre quattro anni ormai Papa Francesco denuncia l’esistenza di una “terza guerra mondiale a pezzi”. In queste settimane le minacce di un conflitto globale sono diventate sempre più preoccupanti con il riaccendersi delle tensioni tra gli Usa e la Corea del Nord. Ma scenari altrettanto inquietanti ci sono anche in Iran e Venezuela.Davanti a questa escalation di tensioni il presidente nazionale di Pax Christi, l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, ha chiesto più volte a Bergoglio di scrivere una nuova Pacem in terris. Una nuova enciclica sulla pace per attualizzare il testamento spirituale che, nel 1963, san Giovanni XXIII donò al mondo inviandone una copia con dedica a John Fitzgerald Kennedy e Nikita Krusciov. Non a caso una delegazione di Pax Christi guidata dal suo presidente ha partecipato alle celebrazioni dei cento anni dalla nascita del beato Oscar Arnolfo Romero.

 

Nato il 15 agosto 1917, l’arcivescovo di San Salvador fu ucciso il 24 marzo 1980 da un cecchino di estrema destra mentre celebrava la messa a causa del suo impegno contro le violenze della dittatura militare del suo Paese. La sua beatificazione è stata fortemente voluta da Bergoglio che quest’anno ha nominato cardinale uno dei suoi più stretti collaboratori, Gregorio Rosa Chávez, il vescovo ausiliare di San Salvador. È stato proprio il neo porporato ad annunciare che nel 2018 Francesco canonizzerà Romero.

Ispirandosi a questo martire, sulla scia di quanto più volte affermato dal Papa, monsignor Ricchiuti ha chiesto di sospendere l’invio di armi made in Italy ai Paesi in guerra. Nell’anniversario delle bombe atomiche sganciate su Nagasaki e Hiroshima, il presule ha anche chiesto all’Italia di aderire al trattato firmato dall’Onu per la messa al bando delle armi nucleari. Durissima, inoltre, è stata la “denuncia della follia del progetto dei nuovi caccia F35 moralmente ed economicamente inaccettabile” secondo Pax Christi.

 

Quella dell’arcivescovo di San Salvador è una figura di un’attualità impressionante. “Monsignor Romero esortava a un umanesimo discreto, irrequieto e instancabile. Si presentava ai potenti della terra e agli umili trasmettendo a tutti egualmente il messaggio di amore e di speranza, con la fermezza della carità che aveva saputo ammirare e conquistare”. È quanto ha sottolineato la giornalista Silvina Pérez, responsabile dell’edizione spagnola de L’Osservatore Romano. A Romero il quotidiano della Santa Sede ha dedicato un numero monografico speciale per il Panama.

Nell’omelia pronunciata il giorno prima di essere ucciso, il presule ha donato al mondo un testamento di pace: “Di fronte all’ordine di uccidere dato da un essere umano deve prevalere la legge di Dio che dice: ‘Non uccidere!’. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contro la legge di Dio. Una legge immorale nessuno è tenuto a rispettarla. È ormai tempo che voi recuperiate la vostra coscienza e che obbediate prima alla vostra coscienza che all’ordine del peccato. La Chiesa, impegnata nella difesa dei diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può restare in silenzio di fronte a tanto abominio. Vogliamo che il governo prenda sul serio il fatto che a nulla servono le riforme se sono così macchiate di sangue”.

Non bisogna dimenticare che il rapporto di Romero coi Pontefici fu abbastanza burrascoso. Nell’ultima udienza privata con Paolo VI, il presule lasciò al Papa questa nota: “Lamento, Santo Padre, che nelle osservazioni presentatemi qui in Roma sulla mia condotta pastorale prevale un’interpretazione negativa che coincide esattamente con le potentissime forze che là, nella mia arcidiocesi, cercano di frenare e screditare il mio sforzo apostolico”. Quando fu ucciso, i più stretti collaboratori di san Giovanni Paolo II consigliarono al Papa polacco di non andare a presiedere i funerali. Ma proprio Wojtyla, durante il Giubileo del 2000, sposò la tesi della sua riabilitazione. Oggi Francesco lo proclama santo.

 

Oscar Romero, un vescovo fatto popolo

di don Tonino Bello

 

Noi t’invochiamo, vescovo dei poveri, intrepido assertore della giustizia, martire della pace: ottienici dal Signore il dono di mettere la sua Parola al primo posto e aiutaci a intuirne la radicalità e a sostenerne la potenza, anche quando essa ci trascende.


Liberaci dalla tentazione di decurtarla per paura dei potenti, di addomesticarla per riguardo di chi comanda, di svilirla per timore che ci coinvolga.
Non permettere che sulle nostre labbra la Parola di Dio si inquini con i detriti delle ideologie. Ma dacci una mano perché possiamo coraggiosamente incarnarla nella cronaca, nella piccola cronaca personale e comunitaria, e produca così storia di salvezza.
Aiutaci a comprendere che i poveri sono il luogo teologico dove Dio si manifesta e il roveto ardente e inconsumabile da cui egli ci parla.


Prega, vescovo Romero, perché la Chiesa di Cristo, per amore loro, non taccia.
Implora lo Spirito perché le rovesci addosso tanta parresia da farle deporre, finalmente, le sottigliezze del linguaggio misurato e farle dire a viso aperto che la corsa alle armi è immorale, che la produzione e il commercio degli strumenti di morte sono un crimine, che gli scudi spaziali sono oltraggio alla miseria dei popoli sterminati dalla fame, che la crescente militarizzazione del territorio è il distorcimento più barbaro della voca-zione naturale dell’ambiente.


Prega, vescovo Romero, perché Pietro che ti ha voluto bene e che due mesi prima della tua morte ti ha incoraggiato ad andare avanti, passi per tutti i luoghi della terra pellegrino di pace e continui audacemente a confermare i fratelli nella fede, nella speranza, nella carità e nella difesa dei diritti umani là dove essi vengono calpestati.


Prega, vescovo Romero, perché tutti i vescovi della terra si facciano banditori della giustizia e operatori di pace, e assumano la nonviolenza come criterio ermeneutico del loro impegno pastorale, ben sapendo che la sicurezza carnale e la prudenza dello spirito non sono grandezze commensurabili tra loro.


Prega, vescovo Romero, per tutti i popoli del terzo e del quarto mondo oppressi dal debito. Facilita, con la tua implorazione presso Dio, la remissione di questi disumani fardelli di schiavitù. Intenerisci il cuore dei faraoni. Accelera i tempi in cui un nuovo ordine economico internazionale liberi il mondo da tutti gli aspiranti al ruolo di Dio.

E infine, vescovo Romero, prega per noi qui presenti, perché il Signore ci dia il privilegio di farci prossimo, come te, per tutti coloro che faticano a vivere.
E se la sofferenza per il Regno ci lacererà le carni, fa’ che le stigmate, lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, siano feritoie attraverso le quali possiamo scorgere fin d’ora cieli nuovi e terre nuove.

(a conclusione dell’omelia pronunciata da don Tonino Bello nella Basilica dei Santi Apostoli in Roma, il 23 marzo 1987, nel settimo anniversario del martirio di Oscar Romero.)

O. Romero nel ricordo di Turoldo e T.Bello

il ricordo di Oscar Romero nelle parole di don Tonino Bello e di David Maria Turoldo

omelia pronunciata da don Tonino Bello nella Basilica dei Santi Apostoli in Roma nel settimo anniversario del martirio di Oscar Romero
 
Carissimi fratelli e sorelle, 
ci siamo riuniti in questa stupenda basilica dei Dodici Apostoli in Roma per celebrare non l’exploit degli uomini, ma l’exploit di Dio. 
Ricordare un martire, infatti, significa individuare il punto in cui la Parola si gonfia così tanto, che la sua piena rompe gli argini e straripa in colate di sangue. Che è sempre il sangue di Cristo: quello del martire ne è come il sacramento. 
Oscar Romero, perciò, è solo lo squarcio della diga. Gli innumerevoli testimoni che hanno dato la vita per Cristo, e che stasera ricordiamo in questa liturgia pasquale, sono solo il varco da cui il Dio dell’alleanza fa sgorgare sulla terra, in cento rigagnoli, i fiotti della sua fedeltà. 
Al Dio dei martiri, quindi, più che ai martiri di Dio, gloria, onore e benedizione. 
Se, però, il sangue dei martiri, è sacramento del sangue di Cristo, ci sarà pur lecito stasera sostare in riverente contemplazione dinanzi a questo sangue. 

in memoria del vescovo Romero di David Maria Turoldo

In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,

vi ordino: non uccidete!

Soldati, gettate le armi…

Chi ti ricorda ancora, fratello Romero?

Ucciso infinite volte

dal loro piombo e dal nostro silenzio.

Ucciso per tutti gli uccisi;

neppure uomo,

sacerdozio che tutte le vittime

riassumi e consacri.

Ucciso perché fatto popolo:

ucciso perché facevi

cascare le braccia

ai poveri armati,

più poveri degli stessi uccisi:

per questo ancora e sempre ucciso.

Romero, tu sarai sempre ucciso,

e mai ci sarà un Etiope

che supplichi qualcuno

ad avere pietà.

Non ci sarà un potente, mai,

che abbia pietà

di queste turbe, Signore?

nessuno che non venga ucciso?

Sarà sempre così, Signore?

 

 

Romero continua a parlarci direttamente

La forza spirituale della parola di Monsignor Oscar Romero 

Romero

 

 

 

 
di Pablo Richard 

 

Non vogliamo scrivere un libro in più su Monsignor Romero. Ce ne sono tanti e belli. Vogliamo piuttosto che sia lo stesso Monsignor Romero a parlarci direttamente. Qui presentiamo più di sessanta brevi paragrafi, con le parole più rappresentative di Mons. Romero; quelle che ci introducono direttamente nella sua mente e nel suo cuore di pastore e profeta.

Pablo Richard

Ciò che ho fatto fu semplicemente di cercare queste frasi e di mettere un titolo indicativo sopra il loro contenuto. Qui presento in ordine cronologico le sue parole, dall’anno 1977 fino al 24 marzo 1980. La data tra parentesi permette di trovare il testo completo nell’edizione delle sue omelie.  Ci sono due paragrafi delle sue omelie che esprimono fedelmente lo spirito di questa collezione:  “la parola resta.   E questa è la grande consolazione di chi predica.  La mia voce scomparirà, ma la mia parola che è Cristo  Resterà nei cuori di quanti lo avranno voluto accogliere” (17.12.78)  “Fratelli, custodite questo tesoro.  Non è la mia povera parola a seminare speranza e fede; è che io non sono altro che l’umile risuonare di Dio in questo popolo” (2.10.77). All’inizio di questo testo abbiamo messo una breve biografia di Mons. Romero, pensando a quelli che iniziano solo ora a conoscerlo o come aiuto alla memoria degli altri. Alla fine, dopo aver letto e “ascoltato” lo sparo che attraversò il cuore di Mons. Romero ho messo quella poesia che colpisce sempre di Mons. Pedro Casaldaliga, dal titolo “San Romero d’America, Pastore e Martire nostro”. E’ la poesia che meglio esprime ciò che uno sente e pensa dopo aver conosciuto il pensiero di Mons. Romero, dopo aver ascoltato la sua ultima omelia e aver ascoltato lo sparo che pose fine ai suoi giorni. Ma un momento: lì non termina questa presentazione. Ho messo alla fine quel testo profetico perché ci permetta di continuare ad ascoltare Mons. Romero e ad incontrarlo nella sua resurrezione. Qui anticipo due frasi di questo testo profetico:  “Se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno. Un vescovo morirà, ma la chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai” (marzo 1980). In fine, voglio dire che questo lavoro l’ho realizzato con una profonda gratitudine verso Mons. Romero. In due occasioni, nel 1979 e in un’altra nel 1980, ebbi un incontro lungo e personale con Mons. Romero, che segnò definitivamente la mia vita.

Biografia minima di Mons. Romero

(Ritaglio e adattamento della biografia presentata in internet dalla Biblioteca Virtuale Cervantes).
Oscar Arnulfo Romero nacque in Ciudad Barrios (San Miguel) il 15 agosto 1917. Fu il secondo di otto fratelli di una modesta famiglia. Suo padre, Santos, era impiegato delle poste e telegrafista e sua madre, Guadalupe de Jesus, si occupava delle faccende domestiche. Il Salvador era allora un paese di relativa prosperità economica (grazie alla coltivazione ed esportazione del caffè), ma dominato da un potere oligarchico che opprimeva la popolazione contadina. In giovane età dovette interrompere gli studi a causa di una grave malattia, così che a dodici anni già lavorava come apprendista in una carpenteria. Il suo ingresso nel seminario minore di San Miguel avvenne nel 1931. Lì restò per sei anni, finché dovette interrompere
nuovamente gli studi, questa volta per aiutare la sua famiglia in un momento di difficoltà economica. Per tre mesi lavorò con i suoi fratelli nelle miniere d’oro di Potosí, per 50 centesimi al giorno. Nel 1937 Oscar entra nel seminario minore di San José de la Montaña, a San Salvador. Sette mesi più tardi viene inviato a Roma per proseguire i suoi studi di teologia. Il 4 aprile 1942 viene ordinato sacerdote e continua a Roma gli studi per iniziare la tesi di dottorato, ma la guerra europea gli impedisce di terminare gli studi e si vede obbligato a tornare nel Salvador. Il suo lavoro come sacerdote inizia nella parrocchia di Anamorós, per spostarsi poco dopo a San Miguel, dove vi rimane per 20 anni. In questo periodo, il suo lavoro è quello di un sacerdote dedicato alla preghiera e all’attività pastorale, ma senza ancora un impegno sociale evidente. Il paese vive nel caos politico, dove si succedono i colpi di stato, dove il potere resta quasi sempre in mano dei militari. Nel 1966 Mons. Romero fu eletto segretario della Conferenza Episcopale del Salvador. Inizia così un’attività pubblica più intesa che viene a coincidere con un periodo di ampio sviluppo dei movimenti popolari. La sua nomina come vescovo ausiliare di Mons. Luis Chavez y Gonzales, nel 1970, non fu ben visto dai settori più rinnovatori: Mons. Chavez y Gonzales e Mons. Rivera y Damas (anch’egli vescovo ausiliare) stavano realizzando i cambiamenti pastorali che il Vaticano II e la Conferenza di Medellín del 1968 esigevano per lo sviluppo di un nuovo modo d’intendere il ruolo della Chiesa Cattolica in America Latina, mentre l’impostazione di Mons. Romero, nominato anche direttore del periodico Orientación, era ancora molto conservatrice.  Nominato vescovo della diocesi di Santiago de Maria, vi si trasferisce nel dicembre del 1974. Il contesto politico si caratteristica soprattutto per una speciale repressione contro i contadini organizzati. Nel giugno del 1975 avvengono i fatti di Tres Calles: la guardia nazionale assassina cinque contadini. Mons. Romero va a consolare le famiglie delle vittime e a celebrare una messa. Non fa una denuncia pubblica di quanto è successo, come gli avevano chiesto alcuni sacerdoti, ma invia una dura lettera al presidente Molina.  La nomina di Mons. Romero ad arcivescovo di San Salvador, il 23 febbraio 1977 è una sorpresa negativa per il settore rinnovatore che sperava nella nomina di Mons. Rivera y Damas, e una gioia per il governo ed i gruppi di potere, che vedevano in questo religioso di 59 anni un possibile freno alle attività d’impegno con i più poveri che stava sviluppando l’arcidiocesi. Ciò nonostante, un fatto successo poche settimane più tardi, che si rivelerà decisivo nella scalata della violenza sofferta nel Salvador, chiarisce la futura linea d’azione di Romero: il 12 marzo 1977 viene assassinato il padre gesuita Rutilio Grande, che collaborava alla creazione di gruppi contadini di auto-aiuto e buon amico di Mons. Romero. Il neo eletto arcivescovo insiste col presidente Molina perché investighi le circostanze della morte e, di fronte alla passività del governo e al silenzio della stampa a causa della censura, minaccia persino la chiusura delle scuole e l’assenza della Chiesa Cattolica negli atti ufficiali. La posizione di Oscar Romero inizia ad essere riconosciuta e valorizzata a livello internazionale: il 14 febbraio 1978 è nominato Doctor Honoris Causa dall’Università di Georgetown (JUL); nel 1979 è candidato al premio Nobel per la pace e nel febbraio 1980 è nominato Doctor Honoris Causa dall’Università di Lovagno (Belgio). In questo viaggio in Europa visita Giovanni Paolo II ed il Vaticano per comunicargli le proprie preoccupazioni di fronte alla terribile situazione che stava attraversando il suo paese.  Nel 1980 il Salvador viveva un periodo particolarmente violento, del quale il governo era senza dubbio uno dei massimi responsabili. La chiesa calcola che, tra gennaio e marzo di questo anno, furono assassinati più di 900 civili da parte delle forze di sicurezza, delle unità armate o da gruppi paramilitari sotto controllo militare. Tutti sapevano che il governo agiva in stretta relazione con il gruppo terrorista ORDEN e gli squadroni della morte.
Appena rientrato dal suo viaggio in Europa, il 17 febbraio, l’arcivescovo Romero invia una lettera al presidente Carter nella quale si oppone agli aiuti che gli Stati Uniti stanno offrendo al governo salvadoregno, aiuti che fino a quel momento avevano favorito soltanto lo stato di repressione in cui viveva il popolo. La risposta del presidente statunitense si traduce in una petizione al Vaticano perché richiami all’ordine l’arcivescovo. Ciò nonostante, in altri paesi continua il riconoscimento del lavoro di Mons. Romero: nella stessa data riceve il premio della Pace dell’Azione Ecumenica Svedese. Il cerchio si stringe: alla fine di febbraio Mons. Romero viene a conoscenza delle minacce di morte contro la sua persona; riceve anche un avviso di minaccia molto serio da parte del Nunzio Apostolico in Costa Rica Mons. Lajos Kada e agli inizi di marzo viene danneggiata una cabina di trasmissione della radio YSAK, la voce panamericana, che trasmetteva le sue omelie domenicali. Nei giorni 22 e 23 marzo le religiose che gestiscono l’ospedale della Divina Provvidenza, dove vive l’arcivescovo, ricevono chiamate telefoniche anonime che lo minacciano di morte. In fine il 24 dello stesso mese Oscar Arnulfo Romero viene assassinato da un tiratore scelto mentre celebra la messa nella cappella di questo ospedale.

Mons. Romero presente nelle sue parole
1977
La chiesa: una, santa, cattolica, apostolica… e perseguitata
La persecuzione è qualcosa di necessario nella chiesa. Sapete perché? Perché la verità è sempre perseguitata. Gesù Cristo lo disse: “se perseguitarono me, perseguiteranno anche voi”. E perciò, quando un giorno chiesero a papa Leone XIII, quell’intelligenza meravigliosa degli inizi del nostro secolo, quali sono le note che distinguono la vera chiesa cattolica, il papa disse le quattro già conosciute: una, santa, cattolica e apostolica. “Aggiungiamone un’altra – disse il papa – perseguitata”. La chiesa che compie il suo dovere non può vivere senza essere perseguitata. (29.5.77)
La parola di Dio nella nostra coscienza
Viviamo molto al di fuori di noi stessi. Sono pochi gli uomini che veramente entrano in se stessi e per questo ci sono tanti problemi. Nel cuore di ciascun essere umano c’è come una piccola cella, intima, dove Dio scende a parlare da solo con l’uomo. Ed è lì dove la persona decide il proprio destino, il proprio ruolo nel mondo. Se ciascun uomo o donna, di quelli che hanno tanti problemi, in questo momento entrasse in questa piccola cella e da lì ascoltassero la voce del Signore che ci parla nella nostra coscienza, quanto potrebbe fare ciascuno di noi per migliorare l’ambiente, la società, la famiglia in cui viviamo. (10.7.77).
Dio non cammina su pozzanghere di sangue
Dio non cammina lì, su pozzanghere di sangue e di torture. Dio cammina su sentieri puliti di speranza e di amore. (7.8.77)
Io so di non piacere a molta gente
Se uno vive un cristianesimo molto buono, ma che non tocca il nostro tempo, che non denuncia le ingiustizie, che non proclama il Regno di Dio con coraggio, che non rifiuta il peccato degli uomini, che acconsente, per stare bene con certe classi, i peccati di queste classi, non sta compiendo il suo dovere, sta peccando, sta tradendo la sua missione. La missione è data per convertire le persone, non per dire loro che va bene tutto ciò che fanno;
e per questo, naturalmente viene presa male. Tutto ciò che ci corregge, ci prende male. Io so di non piacere a molta gente, ma so di piacere molto a tutti quelli che cercano sinceramente la conversione della chiesa. (21.8.77)
Questa è la chiesa che voglio
Ora la chiesa non si appoggia su nessun potere, su nessun denaro. Oggi la chiesa è povera. Oggi la chiesa sa che i potenti la rifiutano, ma che la amano quelli che ripongono in Dio la loro fiducia. Questa è la chiesa che voglio. Una chiesa che non conta sui privilegi ed il valore delle cose terrene. Una chiesa sempre più slegata dalle cose terrene, umane, per poterle giudicare con maggior libertà dalla sua prospettiva che è quella del Vangelo, dalla sua povertà. (28.8.77)
La ricchezza è un idolo che uccide
Cos’altro è la ricchezza quando non si pensa a Dio? Un idolo di oro, un vitello d’oro. E lo stanno adorando, si prostrano davanti a lui, gli offrono sacrifici. Che sacrifici enormi si fanno di fronte all’idolatria del denaro! Non solo sacrifici, ma iniquità. Si paga per uccidere. Si paga il peccato. E si vende. Tutto si commercializza. Tutto è lecito di fronte al denaro. (11.9.77)
Mi glorio di stare in mezzo al mio popolo
E’ certo che sono andato a El Jicarón, a El Salitre e molti altri cantoni; e mi glorio di stare in mezzo al mio popolo e sentire l’affetto di tutta questa gente che guarda nella chiesa, attraverso il loro vescovo, la speranza. (25.9.77)
E’ necessario essere razionali e ascoltare la voce di Dio
I cuori non vogliono ascoltare nemmeno se fosse un morto quello che verrebbe a dire: stiamo molto male nel Salvador. Questa immagine tanto brutta della nostra patria non è necessario dipingerla bene al di fuori. Bisogna renderla bella qui dentro, perché risulti bella anche fuori. Ma finché ci saranno madri che piangono la scomparsa dei loro figli, finché avverranno torture nei nostri centri di sicurezza, finché ci saranno abusi di corruzione nella proprietà privata, finché ci sarà questo disordine spaventoso, fratelli, non potrà esserci pace e continueranno a succedere fatti di violenza e di sangue. Con la repressione non si risolve niente è necessario essere razionali e ascoltare la voce di Dio e organizzare una società più giusta, secondo il cuore di Dio. (25.9.77)
La Bibbia e i segni dei tempi
Oltre alla lettura della Bibbia, che è parola di Dio, un cristiano fedele a questa parola deve leggere anche i segni dei tempi, gli avvenimenti, per illuminarli con questa parola. (30.10.77)
Un linguaggio che semina speranza
Fratelli, volete sapere se il vostro cristianesimo è autentico? Qui c’è la pietra di paragone. Con chi state bene? Chi sono quelli che vi criticano? Chi non vi accetta? Chi vi lusinga? Saprai allora che Cristo un giorno disse: “non sono venuto a portare la pace ma la divisione e vi sarà divisione persino nella stessa famiglia”, perché alcuni vogliono vivere più comodamente, secondo i principi del mondo, del potere e del denaro e altri, al contrario hanno compreso la chiamata di Cristo e devono rifiutare tutto ciò che non può essere giusto nel mondo. (13.11.77)
La parola porta la forza della verità
La parola è forza. La parola, quando non è menzogna, porta la forza della verità. Per ciò ci sono tante parole che non hanno forza adesso nella nostra patria, perché sono parole di menzogna, perché sono parole che hanno perso la loro ragion d’essere. (25.11.77)
Vogliamo essere la chiesa che porta il Vangelo autentico
Un Vangelo che non tenga conto dei diritti degli uomini, un cristianesimo che non costruisca la storia della terra, non è l’autentica dottrina di Cristo, ma semplicemente uno strumento del potere. Lamentiamo che in qualche periodo anche la nostra chiesa sia caduta in questo peccato; ma vogliamo modificare questo atteggiamento e, secondo questa spiritualità autenticamente evangelica, non vogliamo essere giocattoli dei potenti della terra, ma vogliamo essere la chiesa che porta il Vangelo autentico, coraggioso, di nostro Signore Gesù Cristo, anche quando fosse necessario morire come Lui sulla croce. (27.11.77)
La chiesa aspetta una liberazione cosmica
La liberazione che la chiesa aspetta è una liberazione cosmica. La chiesa sente che è tutta la natura a gemere sotto il peso del peccato. Che belle piantagioni di caffè, che bei canneti, che bei campi di cotone, che campi, che terre, che Dio ci ha dato! Che bellissima natura! Ma quando la vediamo gemere sotto l’oppressione, sotto l’iniquità, l’ingiustizia, l’aggressione, allora duole alla chiesa e questa attende una liberazione che non sia solo il benessere materiale ma il potere di un Dio che libererà dalle mani peccatrici dell’uomo una natura che, insieme agli uomini redenti, canterà di felicità nel Dio liberatore. (11.12.77)
Ci sono molti templi, ma ciò che porta siete voi
Fratelli, non valutiamo la chiesa per quantità della gente, né valutiamola per edifici materiali. La chiesa ha costruito molti templi, molti seminari. Ciò che importa siete voi, le persone, i cuori, la grazia di Dio che ridà la verità e la vita di Dio. Non valutatevi per la moltitudine, ma per la sincerità del cuore con cui seguite questa verità e questa grazia del nostro Divino Redentore. (19.12.77)
1978
La chiesa non vuole la massa, vuole il popolo
Dio vuole salvarci come popolo. Non vuole una salvezza isolata. Da ciò la chiesa di oggi, più che mai, sta accentuando il senso del popolo e perciò la chiesa soffre conflitti. Poiché la chiesa non vuole la massa, vuole il popolo. Massa è l’insieme della gente quanto più addormentata, tanto meglio; quanto più conformista, ancora meglio. La chiesa vuole risvegliare nelle persone il senso d’essere popolo. (5.1.78)
Come sapere se Dio è vicino a noi
C’è un criterio per sapere se Dio sta vicino o lontano da noi: chiunque si preoccupi dell’affamato, del nudo, del povero, dello scomparso, del torturato, del prigioniero, di tutta questa carne che soffre, ha vicino Dio. “Griderai al Signore e ti ascolterà”. La religione non consiste nel pregare molto. La religione consiste in questa garanzia d’avere Dio vicino perché faccio del bene ai miei fratelli. La garanzia della mia preghiera non è quella di dire
molte parole, la garanzia della mia preghiera è molto facile da conoscere: come mi comporto con il povero? Perché Dio sta lì! (5.2.78)
Vi avevo detto di amarvi come io vi ho amato
Questa è la grande malattia del mondo di oggi: non saper amare. Tutto è egoismo, tutto è sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Tutto è crudeltà, tortura. Tutto è repressione, violenza. Si bruciano le case dei fratelli, s’imprigiona il fratello e lo si tortura. Si commettono tante rozzezze contro i fratelli! Come soffrirai Gesù questa notte nel vedere la nostra patria colpito da tanti crimini e tante crudeltà! Mi sembra di vedere Cristo intristito, dalla mensa della sua pasqua, mentre guarda il Salvador e dice: vi avevo detto di amarvi come io vi amo. (23.3.78)
La chiesa non può essere sorda né muta di fronte al clamore degli oppressi
La chiesa non può essere sorda e muta di fronte al clamore di milioni di uomini che gridano liberazione, oppressi da mille schiavitù. Ma gli dice qual è la vera libertà che si deve cercare: quella che Cristo inaugurò su questa terra, resuscitando e rompendo le catene del peccato, della morte e dell’inferno. Essere come Cristo, liberi dal peccato, è essere veramente liberi, con la vera liberazione. E colui che con questa fede, posta nel risorto, lavora per un mondo più giusto, protesta contro le ingiustizie del sistema attuale, contro tutti i soprusi di un’autorità abusiva, contro i disordini degli uomini che sfruttano gli uomini; chiunque lotta a partire dalla resurrezione del grande liberatore, solo costui è un autentico cristiano. (26.3.78)
Che Vangelo è questo?
Questo vuole la chiesa: inquietare le coscienze, provocare crisi nell’ora che stiamo vivendo. Una chiesa che non provoca crisi, un Vangelo che non inquieta, una parola di Dio che non solleva malumori – come diciamo volgarmente -; una parola di Dio che non tocca il peccato concreto della società in cui si sta annunciando, che Vangelo è? Considerazioni pietose, così buone che non infastidiscono nessuno… così molti vorrebbero che fosse la predicazione. E quei predicatori che per non molestare, per non avere conflitti e difficoltà evitano ogni cosa spinosa, non illuminano la realtà in cui si vive… il Vangelo che vale è la buona notizia che venne a togliere i peccati del mondo. (16.4.78)
Vittime del dio Moloc, insaziabile di potere e di denaro
Questa settimana dobbiamo lamentare anche la morte di due poliziotti. Sono nostri fratelli. Di fronte all’oppressione e alla violenza non ho mai parzializzato la mia voce. Mi sono posto, con la compassione di Cristo, a fianco del morto, della vittima, di colui che soffre e ha chiesto che preghiamo per loro e ci uniamo in solidarietà al dolore delle loro famiglie. Ho detto che due poliziotti che muoiono, sono due vittime in più dell’ingiustizia del nostro sistema che, come denunciavo domenica scorsa, tra i suoi crimini più grandi riesce a fare scontrare tra loro i nostri poveri. Poliziotti e operai o contadini appartengono tutti alla classe povera. La malvagità del sistema sta nell’ottenere lo scontro del povero contro il povero. Due poliziotti morti sono due poveri che sono state vittime forse di altri poveri e che in ogni caso sono vittime di questo dio Moloc, insaziabile di potere, di denaro, che per il desiderio di mantenere le sue situazioni ingiuste non gli importa la vita né del contadino, né del poliziotto, né della guardia ma lotta per la difesa di un sistema pieno di peccato. (30.4.78)
La verità non produce denaro ma amarezze
Che peccato ci siano tante penne vendute, tante lingue che attraverso la radio si alimentano della calunnia perché è quella che rende! La verità spesso non produce denaro ma amarezze. Ma vale di più essere liberi nella verità che avere molto denaro nella menzogna. (7.5.78)
Ateo non è solo il marxismo, ma soprattutto il capitalismo
Un popolo, un uomo, dove si è dissipata la tenerezza di Dio, dove interessa che Dio non esista per poter commettere ingiustizie, per commettere il peccato che Dio castiga, è ispirazione di un ateismo pratico. E per questo, ateo non è solo il marxismo, ateo pratico è anche il capitalismo. Questo divinizzare il denaro, questo idolatrare il potere, questo porre falsi idoli da sostituire al vero Dio. Viviamo tristemente in una società atea. (21.5.78)
Molte volte abbiamo fatto del nostro culto un affare
Quante apparenze di pietà, che dentro non sono altro che ateismo! Quante forme di preghiera, quante pratiche religiose meramente esteriori, rituali, legaliste! Non sono il culto che Dio vuole! E qui non possiamo esimere da quest’accusa noi stessi, i ministri sacri, che molte volte abbiamo fatto del nostro culto un affare e possa entrare il Signore con la frusta nel tempio: la mia casa è casa di preghiera e voi ne avete fatto un covo di ladri. (21.5.78)
Ci sono molti che si comunicano e sono idolatri
Un cristiano che si alimenta alla comunione eucaristica, per cui la sua fede gli dice che si unisce alla vita di Cristo, come può vivere idolatrando il denaro, il potere, se stesso, l’egoismo? Come può essere idolatra un cristiano che si comunica? Però cari fratelli, ci sono molti che si comunicano e sono idolatri. (28.5.78)
Il dio denaro, il dio potere, il dio lusso
La denuncia dell’idolatria è sempre stata la missione dei profeti e della chiesa. Ora non è il dio Baal, ma ci sono altri idoli tremendi del nostro tempo: il dio denaro, il dio potere, il dio lusso, il dio lussuria. Quanti dei intronizzati nel nostro ambiente! E la voce di Osea è attuale ancora oggi per dire ai cristiani: non mescolate queste idolatrie con l’adorazione del vero Dio. Non si può servire a due signori al Dio vero e al denaro. Bisogna seguirne uno solo. (11.6.78)
Che la chiesa riprenda la Bibbia e la renda Parola Viva
La Bibbia sola non basta. E’ necessario che la chiesa riprenda la Bibbia e torni a renderla Parola Viva. Non per ripetere alla lettera salmi e parabole, ma per applicarla alla vita concreta dell’ora in cui si predica questa parola di Dio. La Bibbia è come la fonte dove questa rivelazione, questa parola di Dio, sta custodita. Ma a cosa serve la fonte, per quanto sial limpida, se non la raccogliamo nelle nostre anfore e non la portiamo per le necessità delle nostre case. Una Bibbia che viene usata soltanto per essere letta e vivere completamente schiacciati su tradizionalismi e abitudini d’altri tempi, nei quali furono scritte queste pagine, è una Bibbia morta. Questo si chiama biblicismo, non rivelazione di Dio. (16.7.78)
Voi siete per me l’ispirazione dello Spirito Santo
Il predicatore non solo insegna, ma anche impara. La vostra attenzione è per me anche ispirazione dello Spirito Santo. Il vostro rifiuto sarebbe per me anche il rifiuto di Dio… Grazie
a Dio la chiesa in Salvador può ancora parlare. Ma ciò non sarebbe ancora sufficiente: se parla deve dire la verità, altrimenti sarebbe meglio tacesse. (16.7.78)
Come è possibile passare tutta la vita senza pensare a Dio!
L’uomo è l’altro ego di Dio. Ci ha elevato per potere parlare e condividere con noi la sua gioia, la sua generosità, le sue grandezze. Che interlocutore divino. Come è possibile che gli uomini possano vivere senza pregare! Come è possibile che l’uomo e la donna possano passare tutta la vita senza pensare a Dio! Svuotare questa capacità del divino e non riempirla mai! (13.8.78)
Cristo tracima la chiesa   Dio è in Cristo e Cristo nella chiesa. Ma Cristo tracima la chiesa. Vale a dire, la chiesa non può pretendere di avere completamente Cristo, così da dire: solo quelli che stanno nella chiesa sono cristiani. Ci sono molti cristiani nell’anima che non conoscono la chiesa, ma che forse sono più buoni di quelli che appartengono alla chiesa. Cristo tracima la chiesa, come quando si mette un bicchiere in un pozzo abbondante d’acqua, il bicchiere è pieno di acqua ma non contiene tutto il pozzo, c’è molta acqua fuori dal bicchiere… Coloro che si sentono vanamente orgogliosi dell’istituzione ecclesiale, sappiano che possiamo dire: lì non ci stanno tutti quelli che sono e lì non sono tutti quelli che stanno. Non stanno tutti quelli che sono, perché ci sono molti cristiani che non stanno nella nostra chiesa. Benedetto sia Dio che c’è molta gente buona, buonissima, fuori dai confini dell’istituzione ecclesiale… (13.8.78)
Io studio la parola di Dio e guardo il mio popolo
Vedete qual è il mio ufficio e come lo sto compiendo: studio la Parola di Dio che si legge la domenica, mi guardo intorno, guardo il mio popolo, lo illumino con questa Parola e ne traggo una sintesi per poterla trasmettere; e rendere – questo popolo – luce del mondo, perché non si lasci guidare dai criteri delle idolatrie della terra. Perciò, naturalmente, gli idoli della terra sentono un ostacolo in questa parola e gli interesserebbe molto destituirla, zittirla, ucciderla. Succeda ciò che Dio vuole, ma la sua parola – diceva San Paolo – non sta incarcerata. Ci saranno profeti, sacerdoti o laici – già ce ne sono abbondantemente – che comprenderanno ciò che Dio vuole, dalla sua Parola, per il nostro popolo. (20.8.78)
Risvegliare il senso spirituale della vita
Questa è la missione della chiesa: risvegliare, come sto facendo in questo momento, il senso spirituale della vostra vita, il valore divino delle vostre azioni umane. Non perdetelo, cari fratelli. Questo è ciò che la chiesa offre alle organizzazioni, alla politica, all’industria, al commercio, al giornaliero, alla signora del mercato, a tutti la chiesa offre questo servizio di promuovere il dinamismo spirituale. (20.8.78)
I piedi in terra e il cuore pieno di Vangelo
La chiesa non ha un affanno, una pretesa d’essere qui solo a parlare per denunciare. Io sono colui che sente, più di tutto, la ripugnanza di dire queste cose! Ma sento che è il mio dovere, che non è una spettacolarità, ma semplicemente una verità. E la verità è che dobbiamo vedere con gli occhi ben aperti e i piedi ben piantati per terra, ma il cuore ben pieno di Vangelo e di Dio, per cercare soluzioni, non con immediatismi violenti, tonti crudeli e criminali ma la soluzione della giustizia. Solo la giustizia può essere la radice della pace. (27.8.78)
Voi che credete che stia predicando la violenza
Cari fratelli, soprattutto voi miei amati fratelli che mi odiate, voi miei amati fratelli che credete che stia predicando la violenza e mi calunniate e sapete che non è così, voi che avete le mani macchiate di crimini, di tortura, di oppressione, d’ingiustizia: convertitevi! Vi amo molto, mi da pena, perché andate per cammini di perdizione. (10.9.78)
Comunità ecclesiale di base
Come potrebbe non riempirmi il cuore di speranza una chiesa dove fioriscono le Comunità Ecclesiali di Base?! E come potrei non chiedere ai miei amati fratelli sacerdoti che facciano fiorire comunità da ogni parte, nei quartieri, nei cantoni, nelle famiglie?! (10.9.78)
E’ triste la parola del sacerdote che ha perso credibilità
Il benessere della chiesa porta rilassamento. I sacerdoti che si trovano molto bene nelle loro parrocchie, stiano attenti! I cristiani che sentono che il Vangelo non li molesta stiano attenti! A questo benessere del culto senza impegno si riferisce la tremenda profezia di Malachia: “ora a voi, sacerdoti. Vi appartate dal cammino, avete fatto inciampare molti nella legge. Vi renderò disprezzabili, abietti davanti al popolo”. Non c’è cosa peggiore che un cattivo sacerdote; se il sale diventa insipido, a cosa serve! Già lo diceva Cristo: a nient’altro che ad essere gettato per terra e calpestato dalla gente. Che triste è la parola del sacerdote quando ha perso credibilità! Una scatola di latta che suona. “Non avete osservato le mie vie. E siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete rotto l’alleanza di Levi”. Se è il signor tale, se è la signora tale, con molto piacere. Se è un povero disprezzabile, non gli si fa nemmeno caso. La chiesa dei poveri è un criterio di autenticità perché non è una chiesa classista. Non significa disprezzare i ricchi, ma dire ai ricchi che se non si fanno come poveri nel cuore non entreranno nel Regno dei cieli. Il vero predicatore di Cristo è la chiesa dei poveri, per incontrare nella povertà, nella miseria, nella speranza di colui che prega nel tugurio, nel dolore, nel non essere ascoltato, un Dio che ascolta e solamente avvicinandosi a questa voce si può sentire anche Dio. “Vi fate riguardi personali nell’applicare la legge”. Come diceva bene un contadino: la legge è come il serpente, morsica solo quelli che sono scalzi! (5.11.78)
Per ascoltare il Vangelo bisogna avvicinarsi al povero
Quando parliamo della chiesa dei poveri non stiamo facendo una dialettica marxista, come se l’altra fosse la chiesa dei ricchi. Ciò che stiamo dicendo è che Cristo, ispirato dallo Spirito di Dio, disse: “il Signore mi ha inviato per portare un buon annuncio ai poveri – parole della Bibbia – per dire che per ascoltarlo è necessario farsi povero. (3.12.78)
Il lavoro per il Regno di Dio avviene anche fuori dalla chiesa Fuori dalla chiesa ogni persona che lotta per la giustizia, ogni persona che cerca rivendicazioni giuste in un ambiente ingiusto, sta anche lavorando per il Regno di Dio e può darsi che non sia cristiana. La chiesa non esaurisce il Regno di Dio. Il Regno di Dio sta in maggior parte al di fuori delle frontiere della chiesa e pertanto la chiesa apprezza tutto ciò che in sintonia con la sua lotta per impiantare il Regno di Dio. Una chiesa che cerca solamente di conservarsi pura, incontaminata, non sarebbe una chiesa al servizio di Dio e degli uomini (3.12.78).
Sono un uomo fragile
Sento che c’è qualcosa di nuovo nell’arcidiocesi. Sono un uomo fragile, limitato e non so cosa sia ciò che sta succedendo, ma so che Dio lo sa. Ed il mio ruolo di pastore è questo che oggi ci dice San Paolo: “non spegnete lo Spirito Santo”. Se con autoritarismo dico ad un sacerdote: non fare questo! O ad una comunità cristiana: non andare in quella direzione! E mi volessi costituire come se fossi io lo Spirito Santo per fare una chiesa a mio piacimento, starei spegnendo lo Spirito. (17.12.78)
Maria è la tenerezza che cerca afflitta una soluzione
Maria è l’espressione del bisogno dei salvadoregni. Maria è l’espressione dell’afflizione di quelli che stanno in carcere. Maria è il dolore delle madri che hanno perso i loro figli e nessuno gli dice dove stanno. Maria è la tenerezza che cerca afflitta una soluzione. Maria sta nella nostra patria come in un vicolo cieco, ma aspettando che Dio venga a salvarci. Imitiamo questa povera di Jahweh e sentiremo che senza Dio non possiamo nulla, che Dio è la speranza del nostro popolo, che solo Cristo, il Divino Salvatore, può essere il salvatore della nostra patria. (24.12.78)
La chiesa dei poveri
La chiesa predica a partire dai poveri e non ci vergogniamo mai di dire: “la Chiesa dei poveri”, perché Cristo volle porre tra i poveri la sua cattedra di redenzione. (24.12.78)
Essere umani, per essere cristiani
Prima d’essere cristiani dobbiamo essere molto umani. Forse è perché molte volte si vuole costruire il cristiano su false basi umane, che abbiamo falsi umani e falsi cristiani. Il beato è un falso cristiano, che non è nemmeno umano. Molti che ora difendono – dicono loro – la religione, non sono forse né uomini, né tanto meno cristiani. Io rido di queste difese interessate del cristianesimo: “autentici cattolici”. Con quale diritto si chiamano autentici cattolici se non sono nemmeno uomini che sanno adorare il vero Dio e stanno invece inginocchiati, idolatri davanti alle cose della terra. (31.12.78)
1979
Non m’interessa la mia sicurezza personale
Molte grazie, signor presidente, per avermi ascoltato. Ma voglio anche ringraziarla per essersi offerto di accordarmi una protezione se l’avessi sollecitata. Se la ringrazio, voglio però ribadire qui la mia posizione: che non cerco mai i miei vantaggi personali, cerco piuttosto il bene dei miei sacerdoti e del mio popolo… Prima della mia sicurezza personale, vorrei sicurezza e tranquillità per le 108 famiglie degli scomparsi, per tutti quelli che soffrono. Un benessere personale, una sicurezza per la mia vita non m’interessa finché vedo nel mio popolo un sistema economico, sociale e politico che tende sempre più ad accentuare queste differenze sociali. (14.1.79) Le voglio ripetere ciò che le ho già detto: “il pastore non vuole sicurezza, finché non darete sicurezza al suo gregge”. (22.7.79)
La chiesa sta con il popolo
Rendetevi conto che il conflitto non è tra la chiesa e il governo. E’ tra il governo e il popolo. La chiesa sta con il popolo e il popolo sta con la chiesa, grazie a Dio! (21.1.79)
Sono troppi i falsi profeti
Dio non disprezza i fatti concreti. Voler predicare senza riferirsi alla storia in cui si predica non è predicare il Vangelo. Molte vorrebbero una predicazione tanto spiritualista da lasciare contenti i peccatori, che non dicesse nulla agli idolatri, a coloro che stanno in ginocchio davanti al denaro e al potere. Una predicazione che non denunci le realtà peccaminose nelle quali si fa la riflessione evangelica non è Vangelo. Sono troppi gli adulatori, troppi i falsi profeti, troppi – in tempi conflittuali come i nostri – quelli che hanno una penna pagata e una parola venduta. Ma questa non è la verità. (18.2.79)
Un’evangelizzazione impegnata e senza paura
Se la nostra arcidiocesi si è trasformata in una diocesi conflittuale, non v’è dubbio, è per il suo desiderio di fedeltà a questa nuova evangelizzazione, che dal Concilio Vaticano II in poi e nelle riunioni dei vescovi latinoamericani, si esige molto impegnata e senza paura. Un’evangelizzazione esigente che indica i pericoli e rinuncia ai privilegi e che non ha paura del conflitto quando questo conflitto viene provocato da niente altro che dalla fedeltà al Signore. (22.4.79)
L’impero dell’inferno
La morte è segno del peccato, quando il peccato la produce tanto direttamente come avviene tra noi: la violenza, l’assassinio, la tortura dalla quale molti ne escono morti, il colpire di machete e il gettare a mare, il scaraventare la gente (nei burroni, n.d.). Tutti questo è l’impero dell’inferno! Appartengono al diavolo quelli che danno la morte! Lo compiono quelli che appartengono al diavolo. Collaboratori, agenti del demonio. Impositori di qualche cosa che è estraneo al piano di Dio. La morte, anche la morte naturale, è prodotto e conseguenza del peccato. (1.7.79)
L’autentica evangelizzazione non dipende dal potere
La povertà della chiesa sarà più autentica ed efficace quando veramente non dipenderà né cercherà il soccorso dei potenti, “la protezione dei potenti” quando non fa consistere l’evangelizzazione nell’avere il potere, ma nell’essere evangelica e santa; nell’appoggiarsi al povero che con la sua povertà arricchisce. (10.7.79)
Edifici costruiti con il sangue dei poveri
A cosa servono belle strade e aeroporti, belli edifici di tanti piani, se vengono costruiti con il sangue dei poveri, che non ne beneficeranno? (29.7.79)
Il male del Salvador: la ricchezza come assoluto
Io denuncio, soprattutto l’assolutizzazione della ricchezza. Questo è il grande male del Salvador: la ricchezza, la proprietà privata, come un assoluto intoccabile. E guai a toccare questo filo d’alta tensione! (12.8.79)
La parola di Dio deve toccare la realtà del nostro popolo
Se nel Salvador il pane di vita che la chiesa ripartisce, la Parola del Signore, la religione cristiana, non tocca le realtà politiche, sociali, economiche del nostro popolo, sarà un pane conservato ed il pane che si conserva non nutre. (19.8.79)
1980
Sono nella lista di quelli che saranno assassinati
Non continuate ad azzittire con la violenza quelli che vi stanno rivolgendo questo invito. Né tanto meno continuate ad uccidere quelli che stanno cercando di ottenere una più giusta distribuzione del potere e delle ricchezze del nostro paese. Sto parlando in prima persona, perché questa settimana mi è pervenuto un avviso secondo il quale sto nella lista di coloro che saranno eliminati la prossima settimana. Ma siate certi che la voce della giustizia nessuno la può uccidere. (24.2.80)
La morte del povero tocca il cuore stesso di Dio
Niente è tanto importante per la chiesa come la vita umana, come la persona umana. Soprattutto la persona dei poveri e degli oppressi, che – oltre ad essere umani – sono anche esseri divini, in quanto Gesù disse di loro che tutto ciò che si fa ad essi egli considera fatto a se. E questo sangue, il sangue, la morte, stanno al di la di ogni politica. Toccano il cuore stesso di Dio, fanno che né la riforma agraria, né la nazionalizzazione della banca, né altre misure promesse possano essere feconde con spargimento di sangue. (16.3.80)
L’ambiente che Dio vuole in Salvador
C’è molta violenza, molto odio molto egoismo. Ciascuno è convinto d’avere la verità e attribuisce la colpa dei mali all’altro. Ci siamo polarizzati. La parola adesso eccede frequentemente come una realtà che si vive, senza rendercene conto; ciascuno di noi è polarizzato, si è posto in un polo di idee intransigenti, incapaci di riconciliazione, ci odiamo a morte. Non è questo l’ambiente che Dio vuole. E un ambiente bisognoso come non mai, del grande affetto di Dio, della riconciliazione. (16.3.80)
Raccogliere il clamore del popolo e predicare il Vangelo
So già che molti si scandalizzano di queste parole e vorrebbero accusare la chiesa d’aver tralasciato la predicazione del Vangelo per mettersi in politica, ma io non accetto questa accusa: quello che faccio è uno sforzo perché tutto ciò che hanno voluto proporci il Concilio Vaticano II e le riunioni di Medellín e di Puebla, non resti sulle pagine e non ci limitiamo a studiarlo teoricamente, ma piuttosto lo viviamo e lo traduciamo in questa realtà conflittuale, predicando come si deve il Vangelo… per il nostro popolo. Per questo chiedo al Signore, durante tutta la settimana, mentre raccolgo il clamore del popolo ed il dolore di tanto crimine, l’ignominia di tanta violenza, che mi dia la parola giusta per consolare, per denunciare, per chiamare al pentimento e, sebbene continui ad essere una voce che urla nel deserto, so che la chiesa sta facendo uno sforzo per compiere la sua missione. (23.3.80)
Nessuno è obbligato a rispettare una legge immorale
Vorrei rivolgere un appello speciale, agli uomini dell’esercito e in particolare alle basi della Guardia Nazionale, della Polizia, delle Caserme. Fratelli, appartenete al nostro stesso popolo; uccidete i vostri fratelli contadini. E di fronte ad un ordine di uccidere, che dà un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: NON UCCIDERE!.. Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine contro la legge di Dio… Nessuno è obbligato ad adempiere una legge immorale… Ormai è tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediate alla vostra coscienza piuttosto che all’ordine del peccato. La Chiesa, difensora dei diritti di Dio, della legge di Dio della dignità
umana, della persona, non può restare in silenzio di fronte a tanta abominazione. Vogliamo che il governo consideri seriamente che a niente servono le riforme se vengono ottenute con tanto sangue. In nome di Dio, quindi, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo, ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione! La chiesa predica la sua liberazione tale come l’abbiamo studiata oggi nella Sacra Bibbia, una liberazione che pone al di sopra di tutto il rispetto alla dignità della persona, la salvaguardia del bene comune del popolo e la trascendenza che guarda anzitutto a Dio e solo da Dio ricava la sua speranza e la sua forza. Proclamiamo ora il nostro credo in questa verità. (23.3.80)
L’ultima omelia di Monsignor Oscar A.Romero Omelia del primo anniversario della signora Sara de Pinto.
San Salvador, 24 marzo 1980, alle 17 nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza. Testo completo.
Per le nostre molteplici relazioni alla casa editrice del giornale El Independiente, ho chiesto di associarmi ai vostri sentimenti filiali nell’anniversario della morte di vostra madre, e soprattutto a questo nobile spirito che fu la signora Sarita, che pose tutta la sua formazione culturale, la sua finezza, al servizio di una causa ora tanto necessaria: la vera liberazione del nostro popolo.  Io credo che i suoi fratelli, questa sera, devono non solo pregare per l’eterno riposo della nostra cara defunta, ma soprattutto raccogliere questo messaggio che oggi ogni cristiano dovrebbe vivere intensamente. Molti, ci sorprendono, pensano che il cristianesimo non deve mettersi in queste cose, quando è tutto il contrario. Abbiamo appena ascoltato nel Vangelo di Cristo che è necessario amare non tanto se stessi, che uno non deve preoccuparsi di non correre i pericoli della vita che la storia esige da noi e che colui che vuole allontanare da se il pericolo, perderà la sua vita. Al contrario, colui che si offre per amore di Cristo al servizio dei poveri costui vivrà come il grano di frumento che muore, ma muore solo apparentemente. Se non morisse resterebbe solo. Se c’è raccolto, perché muore, perché si lascia immolare in questa terra, decomponendosi e solo decomponendosi, produce il raccolto.  Dalla sua eternità, la signora Sarita conferma meravigliosamente in questa pagina che ho scelto per lei ciò che dice il Concilio Vaticano II:  “Ignoriamo il tempo in cui si farà la consumazione della terra dell’umanità. Nemmeno conosciamo in che modo si trasformerà l’universo. La figura di questo mondo, segnata dal peccato passa, ma Dio ci dice che ci prepara una nuova dimora e una nuova terra dove abita la giustizia e la cui beatitudine è capace di saziare e soddisfare tutti gli aneliti di pace che sorgono nel cuore umano. Allora, vinta la morte, i figli di Dio resusciteranno in cristo e ciò che fu seminato sotto il segno della debolezza e della corruzione si rivestirà di incorruttibilità e restando la carità delle loro opere, si vedranno liberi dalla schiavitù della finitezza tutte le creature che Dio creò in vista dell’uomo”. Siamo avvertiti che a nulla serve all’uomo guadagnare tutto il mondo se perde se stesso. Ciò nonostante, l’attesa di una nuova terra non deve acquietarci, ma piuttosto ravvivare la preoccupazione di perfezionare questa terra dove cresce il corpo della nuova famiglia umana, il quale, in qualche modo può anticipare un barlume del nuovo secolo. Perciò sebbene bisogni distinguere accuratamente progresso temporale e crescita del Regno di Cristo, ciò nonostante il primo, in quanto può contribuire ad ordinare meglio la società umana, interessa in grande misura anche il Regno di Dio. Poiché i beni della dignità umana, dell’unione fraterna e della libertà, in una parola tutti i frutti eccellenti della natura e del nostro sforzo, dopo averli propagati sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo mandato, torneremo a trovarli ripuliti da ogni macchia, illuminati
e trasfigurati quando Cristo consegnerà al Padre il Regno eterno e universale: “Regno di verità e di Vita; Regno di Santità e di Grazia; Regno di Giustizia di Amore e di Pace”. “Il Regno è già misteriosamente presente sulla nostra terra; quando verrà il Signore, giungerà alla sua perfezione”. Questa è la speranza che alimenta noi cristiani. Sappiamo che ogni sforzo per migliorare una società, soprattutto quando vi è questa ingiustizia e il peccato, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio vuole, che Dio esige da noi. E quando si incontra gente generosa come la signora Sarita e il suo pensiero incarnato in Jorgito e in tutti quelli che lavorano per questi ideali, bisogna cercare di purificarli nel cristianesimo: questo si, rivestirli di questa speranza dell’al di la; perché diventino più forti, perché abbiamo la sicurezza che tutto ciò che piantiamo sulla terra, se lo alimentiamo con una speranza cristiana, non falliremo mai, lo troveremo purificato in questo regno, dove il merito consiste proprio in ciò che abbiamo realizzato sulla terra. Io credo che non sarà un aspirare invano, a ore di speranza e di lotta in questo anniversario. Ricordiamo quindi, con gratitudine, questa donna generosa che seppe comprendere le inquietudini e gli sforzi di suo figlio e di tutti quelli che lavorano per un mondo migliore, e seppe mettere anche la sua parte di chicco di frumento nella sofferenza. E non c’è dubbio, che questa è la garanzia che il vostro cielo deve essere proporzionato a questo sacrificio a questa comprensione che in questo momento manca a molti nel Salvador. Vi supplico, cari fratelli, di guardare queste cose dal momento storico, con questa speranza, con questo spirito di offerta, di sacrificio e fare ciò che possiamo. Tutti possiamo fare qualcosa: da subito un sentimento di comprensione. Questa santa donna che oggi stiamo ricordando, non ha potuto forse fare cose molto dirette, ma incoraggiando quelli che potevano lavorare, comprendendo la loro lotta, e soprattutto pregando e, anche dopo la sua morte, dicendo con il suo messaggio d’eternità che vale la pena di lavorare perché tutti questi aneliti di giustizia, di pace e di bene che già abbiamo in questa terra, li abbiamo formati se li illuminiamo di una speranza cristiana perché sappiamo che nessuno può per sempre e che quelli che hanno messo nel loro lavoro un sentimento di fede molto grande, di amore a Dio, di speranza tra gli uomini, poiché tutto ciò sta abbondando ora, negli splendori di una corona che deve essere la ricompensa di tutti coloro che lavorano così, spargendo verità, giustizia, amore bontà sulla terra e non si ferma qui ma purificato dallo spirito di Dio, ci raccoglie e ci da la ricompensa. Questa santa messa quindi, questa Eucarestia, è precisamente un atto di fede. Con fede cristiana sappiamo che in questo momento l’ostia di frumento si trasforma nel corpo del Signore che si offrì per la salvezza del mondo e che in questo calice il vino si trasforma nel sangue che fu il prezzo della salvezza. Che questo corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini alimentino anche noi per dare il nostro corpo e in nostro sangue alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per sé, ma per offrire concetti di giustizia e di pace al nostro popolo. Uniamoci quindi intimamente con fede e speranza a questo momento di preghiera per la signora Sarita e per noi.
(In questo momento risuonò lo sparo)
San Romero d’America, Pastore e Martire nostro Di Pedro Casaldáliga
L’angelo del Signore annunciò il vespro…
Il cuore del Salvador segnava  24 di marzo e di agonia. Tu offrivi il pane,  il corpo vivo
– il triturato corpo del tuo popolo; il suo sangue sparso vittorioso – il sangue contadino del tuo popolo massacrato che deve tingere di vini d’allegria l’aurora impedita!
L’angelo del Signore annunciò nel vespro,  e il Verbo si fece morte, un’altra volta, nella tua morte;  come si fa morte, ogni giorno, nella carne nuda del tuo popolo.
E si fece vita nuova Nella nostra vecchia chiesa!
Stiamo un’altra volta  sul piede della testimonianza, San Romero d’America Pastore e Martire nostro! Romero della pace quasi impossibile su questa terra in guerra.  Romero in fior violetto della speranza Incolume di tutto il continente. Romero della Pasqua Latinoamericana. Povero Pastore glorioso, assassinato a pagamento, a dollaro, a valuta. Come Gesù, per ordine dell’impero. Povero Pastore glorioso,  abbandonato dai tuoi stessi fratelli del pastorale e di messa…! (Le curie non potevano comprenderti: nessuna sinagoga ben costituita può comprendere il Cristo).
I tuoi poveri si ti accompagnavano,  in disperazione fedele pastore e gregge, allo stesso tempo, della tua missione profetica. Il popolo ti fece santo. La ora del tuo popolo ti consacrò nel Kairós. I poveri t’insegnarono a leggere il Vangelo.
Come un fratello ferito da tanta morte sorella, tu sapesti piangere, solo, nell’orto.  Sapesti aver paura, come un uomo in combattimento Però sapesti dare alla tua parola, libera, il suo suono di campana!
E sapesti bere al doppio calice dell’altare e del popolo, con una sola mano consacrata al servizio. L’America Latina già ti ha posto nella sua gloria del Bernini nella spuma aureola dei suoi mari, nel baldacchino arieggiato delle Ande vigili, nella canzone di tutte le sue strade, nel calvario nuovo di tutte le sue prigioni, di tutte le sue trincee, di tutti i suoi altari… Nell’ara sicura del cuore insonne dei suoi figli!
San Romero d’America Pastore e Martire nostro: nessuno farà tacere la tua ultima omelia!
Ascoltiamo ancora la voce profetica di San Romero d’America:  “Sono stato frequentemente minacciato di morte. Devo dirvi che, come cristiano, non credo nella morte senza resurrezione. Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza alcuna presunzione, con la più grande umiltà. Come pastore sono obbligato, per mandato divino, a dare la vita per quelli che amo, che sono tutti i salvadoregni, anche per quelli che mi assassineranno. Se giungeranno a compimento le minacce, già da ora offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la resurrezione del Salvador. Il martirio è una grazia che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, che il mio sangue sia seme di libertà e il segno che la speranza sarà presto una realtà. La mia morte, se è accettata da Dio, sia per la liberazione del mio popolo e una testimonianza di speranza nel futuro. Se arrivassero ad uccidermi, potete dire che perdono e benedico quelli che lo fanno. Chissà che si convincano che stanno perdendo il loro tempo. Un vescovo morirà, ma chiesa di Dio che il popolo, non perirà mai”.
Bibliografia minima
In lingua spagnola: La voz de los sin voz. La Palabra viva de Monseñor Romero. Introducciones, comentarios y selección de textos de J. Sobrino, I. Martín-Baró y R. Cardenal. San Salvador (UCA editores) 1980.
Mons.Oscar A. Romero. Su pensamiento. Volúmenes I al VIII. Edición realizada en el año dos mil de la Redención de Nuestro Señor Jesucristo, y en el año vigésimo del martirio de Monseñor Oscar A. Romero, IV Arzobispo de San Salvador, El Salvador. Publicaciones Pastorales del Arzobispado. Textos adjuntos a los volúmenes sobre su pensamiento: Mons. Oscar A. Romero. Su diario. Día a día con Mons. Romero (meditaciones para todo el año)
Mons, Oscar Arnulfo Romero. La Violencia del amor, Edición preparada por James R.Brockman, sj., Santander (Editorial Sal Térrae) 2002
In lingua italiana:
Oscar A.Romero, Diario, Ed. La Meridiana Ettore Masina, L’arcivescovo deve morire, Ed. Gruppo Abele Maria Lopez Vigil, Oscar Romero, un mosaico di luci, Ed. EMI Pietro Radius, Monsignor Romero, una voce libera e coraggiosa, Ed. Paoline James R.Brockman, Oscar Romero, fedele alla parola, Cittadella Editrice Oscar A.Romero, Dio ha la sua ora, Ed. Borla
Gruppo Oscar Romero Milano:
Biografia, Romero, la voz de los sin voz Testinonianze, L’arcivescovo scomodo P.Richard, La forza spirituale della parola di Mons. Romero

Sobrino ricorda il suo ‘monsignore’

 
 

”Il mio ricordo di Romero”

Ronero

 

 

 

di Jon Sobrino

Il mio primo incontro personale con monsignor Romero avvenne il 12 marzo 1977. Quel pomeriggio padre Rutilio Grande e due contadini, un bambino e un anziano, erano stati assassinati vicino a El Paisnal. La sera ci riunimmo in molti nel convento di Aguilares, gesuiti, sacerdoti, religiose e centinaia di contadini, a piangere la morte di Rutilio, il sacerdote che aveva annunciato la buona notizia del Vangelo.

Sobrino

Stavamo aspettando monsignor Romero, che aveva preso possesso dell’arcidiocesi pochi giorni prima, il 22 febbraio, e il suo vescovo ausiliare monsignor Rivera, per celebrare la prima eucaristia davanti ai cadaveri dei tre assassinati. (…). Bussarono alla porta del convento, andai ad aprire e monsignor Romero entrò, insieme a monsignor Rivera. Il volto di monsignor Romero era serio e pieno di preoccupazione. Lo salutai e senza dire una parola lo accompagnai in chiesa. Fu il mio primo contatto personale con monsignor Romero. Fu breve, solo simbolico, però l’occasione lo fece diventare molto importante per me.

Indubbiamente in quei momenti il nostro pensiero andava a Rutilio e ai contadini assassinati. Tutti ci chiedevamo che cosa ci avrebbe riservato il futuro: infatti, sebbene la repressione contro i contadini fosse già cominciata e alcuni sacerdoti fossero già stati arrestati ed espulsi dal Paese, per El Salvador l’assassinio di un sacerdote era un fatto inaudito. Venivano meno non soltanto le regole del bene, ma anche quelle del male. Se i potenti si erano spinti ad assassinare un sacerdote, nel Paese sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa. Di fatto il 1977, per i contadini, per i sacerdoti e anche per noi gesuiti, fu un anno davvero tribolato. Due mesi dopo vennero espulsi dal Paese i tre gesuiti che erano rimasti ad Aguilares e il 20 giugno tutti noi gesuiti fummo minacciati di morte.

Senz’altro la cosa più importante di quella notte era il cadavere di Rutilio. Per me, tuttavia, fu importante anche guardare il volto serio e preoccupato di monsignor Romero. Quel vescovo, del quale io sapevo solo che era stato molto conservatore e fragile psicologicamente, cominciava il suo ministero arcivescovile non tra celebrazioni solenni ma tra sequestri, torture, espulsioni di sacerdoti e, ora, davanti al sangue di uno dei sacerdoti che aveva conosciuto meglio: Rutilio. E, ancor peggio, in mezzo a una crescente repressione di contadini e operai, che i vescovi, particolarmente motivati da monsignor Rivera, avevano denunciato coraggiosamente in un messaggio del 5 marzo.

Il volto serio e preoccupato di monsignor Romero quando gli aprii la porta mi attrasse subito, e dentro di me, pensai che avrei dovuto aiutarlo. Di fatto l’idea che tutti noi ci eravamo fatti di lui era già cambiata nelle riunioni col clero che si erano tenute negli ultimi giorni di febbraio, dove si era presentato come nuovo arcivescovo e ci aveva chiesto di aiutarlo in quelle gravi difficoltà. La decisione di aiutarlo era stata spontanea e condivisa da molti. Per tutti noi era anche una necessità, dato che presagivamo che le cose si sarebbero fatte molto difficili: meglio affrontarle uniti come Chiesa, piuttosto che separati e divisi. (…). Ma quella notte del 12 marzo fu decisiva. E devo dire che quel cambiamento fu sorprendente, perché le mie scarse relazioni con lui erano state piuttosto tese dal mio rientro nel Salvador, nel 1974.

A quell’epoca di monsignor Romero avevo saputo soltanto che era un vescovo molto influenzato dall’Opus Dei, contrario – a volte con aggressività intellettuale – ai sacerdoti e ai vescovi che avevano accettato la linea di Medellín. Considerava marxisti e politicizzati diversi gesuiti del Salvador, proprio quelli dai quali stavo imparando a muovere i miei primi passi di gesuita e di teologo, dopo sette anni di assenza. (…).

Questo trovò conferma il 6 agosto 1976. Quel giorno si celebra la festa del Divino Salvatore, patrono del Paese, con un’immancabile messa solenne. In quegli anni si invitava un’importante personalità ecclesiale a tenere l’omelia in presenza di tutti i vescovi, del governo e del corpo diplomatico. (…).

Se mi si permette una parentesi, l’omelia del 1970 era stata pronunciata da padre Rutilio Grande, noto e apprezzato sacerdote dell’arcidiocesi e candidato a diventare rettore del seminario. Rutilio aveva dedicato la sua omelia a commentare le tre parole che sono scritte sulla bandiera nazionale: Dio, unità, libertà. Quell’omelia fu una forte denuncia della situazione del Paese: senza unità e senza libertà, e, pertanto, senza Dio. L’omelia aveva causato grande sorpresa e un grande impatto; e Rutilio non divenne rettore del seminario. Tornando al 1976, questa volta l’oratore sacro scelto fu monsignor Romero, allora vescovo di Santiago de Maria. Non assistetti alla messa del 6 agosto, ma poche ore dopo la celebrazione un sacerdote mi portò la registrazione dell’omelia. L’ascoltai e rimasi di sasso. Nel primo punto dell’omelia, monsignor Romero criticava le cristologie sviluppate nel Paese: cristologie razionaliste, cristologie inneggianti alla rivoluzione, cristologie che portavano odio… In altre parole, la sua omelia era stata un’accesa critica della mia cristologia.

Quindi è comprensibile che non vedessimo di buon occhio la scelta di monsignor Romero come successore dell’arcivescovo Luis Chávez, che era stato un vescovo pastorale, molto vicino al popolo, col quale avevamo ottimi rapporti. (…). Mi domandai se monsignor Romero avrebbe avuto il coraggio di denunciare la repressione o se, al contrario, l’avrebbe agevolata; se avrebbe difeso i contadini e i sacerdoti minacciati. Pochi giorni dopo ricevetti una cartolina da un gesuita messicano, che quasi mi faceva le condoglianze. Tutti, in effetti, vedevamo un panorama triste. Fortunatamente ci sbagliavamo.

Questi ricordi, ovviamente, in quella sera del 12 marzo non avevano alcuna importanza. (…).

In quei momenti cominciò a venirmi in mente un altro pensiero, importante solo a livello personale. Sapevo che monsignor Romero aveva avuto l’umiltà e la delicatezza di chiedere scusa per le sue azioni precedenti. Era giunto, con parecchi anni di ritardo, a chiedere perdono a una comunità di base, per quanto aveva detto nel 1972: parole che in pratica giustificavano la militarizzazione dell’Università nazionale e la repressione che ne era scaturita. Chiese perdono anche a un compagno gesuita che era rettore del seminario quando i vescovi – e tra loro, con forza, monsignor Romero – avevano deciso che i gesuiti abbandonassero la direzione del seminario. E c’erano stati altri analoghi casi di umiltà e sensibilità.

Non so perché, mi turbava l’idea che un giorno monsignor Romero potesse rievocare i suoi attacchi contro di me e chiedermi scusa. Fortunatamente non l’ha mai fatto, e ne sono stato sollevato. Però ricordo un giorno, credo fosse la fine di aprile del 1977, in cui monsignor Romero mi vide in un angolo della cattedrale e venne a parlarmi. «La ringrazio» mi disse, «per la riflessione che ha fatto sulla Chiesa. Credo abbia aiutato molto». Si riferiva al dossier che aveva spedito a Roma per spiegare la situazione del Paese e l’azione ecclesiale dopo la morte di Rutilio. Io avevo collaborato per la parte della riflessione teologica.

In verità monsignor Romero non aveva bisogno di ringraziare né me né tanti altri per esserci posti al suo servizio. Ma il suo gesto mi fece piacere: era una specie di accettazione ecclesiale di quanto facevamo e, soprattutto, un gesto di fiducia. (…).
LA CONVERSIONE

Ritorniamo alla sera del 12 marzo. Dopo la messa, monsignor Romero chiese ai sacerdoti e ai religiosi di rimanere lì con lui; si fermarono anche alcuni contadini e laici, naturalmente senza alcuna discriminazione. (…). Ci pose una domanda elementare: che cosa dobbiamo e che cosa possiamo fare, come Chiesa, dopo la morte di Rutilio.

Mi resi conto che, per quanto potesse essere nervoso e turbato, era disposto a compiere tutto il necessario, sebbene il solo pensiero probabilmente lo terrorizzasse: infatti era giunto il momento di affrontare i potenti, l’oligarchia e il governo. E senza dubbio ricordo che le parole con cui ci chiedeva aiuto erano totalmente sincere, gli venivano dal cuore. Un arcivescovo ci chiedeva veramente aiuto. E lo chiedeva a coloro che qualche settimana prima aveva considerato sospetti, marxisti… Quel gesto di dialogo e di umiltà mi arrecò una grande gioia. E pensavo che benché apparentemente per monsignor Romero tutto iniziasse tanto male, in realtà iniziava bene. Germogliava il seme di una Chiesa unita, determinata e profetica, che in seguito sarebbe cresciuto tanto. (…).

Sentii anche, o almeno intuii, che nel suo intimo stava accadendo qualcosa di profondo. Certamente era nervoso, però credo che in quel nervosismo e in quel non sapere che cosa fare di quei primi momenti, monsignor Romero abbia preso l’intima decisione di reagire come Dio gli domandava: fece una vera scelta per i poveri, rappresentati in quella notte da centinaia di contadini radunati intorno a tre cadaveri, indifesi davanti alla repressione che già subivano e che prevedevano. (…). Credo che quella notte iniziò a maturare definitivamente la conversione di monsignor Romero.

In effetti monsignor Romero non gradiva che si parlasse di una sua «conversione», e non aveva tutti i torti. Era solito ricordare che proveniva da una famiglia umile, che non era mai vissuto nella ricchezza e abbondanza, ma nella povertà e nell’austerità. Inoltre tutti riconoscevano che la sua vita sacerdotale ed episcopale fin lì era stata notevolmente virtuosa. A suo modo era stato aperto verso i poveri e li aveva anche difesi a Santiago de Maria, nel momento della repressione. (…). Credo inoltre che monsignor Romero abbia sempre mantenuto un cuore puro e un discernimento morale che né la sua ideologia conservatrice né l’agire retrogrado di buona parte della gerarchia a cui apparteneva erano valsi a soffocare. Tuttavia la sua personalità interiore era come sdoppiata: nel cuore manteneva gli ideali religiosi, accettava le direttive del Vaticano II e di Medellín, ma la sua mente interpretava la novità del Concilio e di Medellín in una prospettiva assai conservatrice, impaurita di qualsiasi cosa potesse immischiare la Chiesa nella cruda realtà conflittuale e ambigua della storia. Fu questo sdoppiamento interiore, credo, a dissolversi quella notte, e direi che questo si possa chiamare conversione; non tanto come chi smetta di fare il male e abbracci il bene, ma come un radicale cambiamento nel cogliere e nel porre in opera la volontà di Dio. (…).

Lo si chiami o non lo si chiami conversione, il radicale cambiamento di monsignor Romero è uno degli avvenimenti che più hanno colpito tutti, me compreso. In quel momento monsignor Romero aveva cinquantanove anni, età in cui le persone hanno già consolidato la propria struttura psicologica e mentale, la loro comprensiöne della fede, la spiritualità e l’impegno cristiano. Inoltre era arcivescovo di fresca nomina, vale a dire che era stato posto come massima autorità e responsabile dell’istituzione ecclesiale, che, come tutte le istituzioni, è più propensa alla continuità e alla prudenza, se non al passo del gambero. Infine, le circostanze storiche non erano affatto favorevoli. Monsignor Romero fu pienamente consapevole, fin dal principio, di essere stato il candidato della destra, e subito conobbe le adulazioni dei potenti che gli offrirono la costruzione di un palazzo episcopale sperando che cambiasse linea rispetto al suo predecessore, Luis Chávez y Gonzáles. Cambiare, e cambiare radicalmente, significava non solo deluderli (…), bensì anche affrontarli. Se avesse cambiato, si sarebbe attirato le ire dei potenti, dell’oligarchia, del governo, dei partiti politici, dell’esercito e dei corpi di sicurezza; e, poi, della maggioranza dei suoi fratelli vescovi, di vari dicasteri vaticani e perfino del governo degli Stati Uniti. Se per spiegarci la sua conversione soppesiamo le forze in campo, monsignor Romero aveva dalla sua un gruppo di sacerdoti e religiose e, certamente, il dolore e la speranza di tutto un popolo; ma dalla parte avversa erano schierati tutti i potenti. L’equilibrio evangelico delle forze andava a suo favore, ma non quello storico. Se monsignor Rornero si è lanciato per strade così nuove alla sua età, dal punto più alto dell’istituzione e con tanti sicuri avversari, vuol dire che la sua conversione è stata piena e reale, ha toccato il più profondo del suo essere, l’ha definito per sempre e l’ha portato fino al dono della vita. (…).

Credo che l’assassinio di Rutilio Grande – che è stato anche luce e incoraggiamento per i suoi successivi percorsi – sia stato l’occasione della conversione di monsignor Romero. Monsignor Romero conosceva molto bene Rutilio, lo considerava un sacerdote esemplare e un amico (…). Tuttavia monsignor Romero non aveva condiviso la pastorale di Rutilio negli anni in cui quest’ultimo era stato parroco ad Aguilares: la considerava troppo politicizzata, troppo orizzontale, lontana dalla missione fondamentale della Chiesa e pericolosamente vicina alle idee rivoluzionarie. Rutilio fu quindi per monsignor Romero un «problema»; più ancora, un «enigma». Per un verso era un sacerdote virtuoso, zelante, davvero credente; per l’altro verso la sua missione pastorale pareva, a Romero, scorretta e sbagliata. Quell’«enigma», credo, si chiarì con l’assassinio di Rutilio. Credo che davanti al cadavere di Rutilio a monsignor Romero siano cadute le bende dagli occhi: Rutilio aveva ragione. (…). Insomma, a sbagliare non era stato Rutilio Grande, ma Oscar Romero; non Rutilio doveva cambiare, ma lui stesso. E queste riflessioni, che in teoria sarebbero potute restare sul mero piano razionale, si tradussero in decisioni di cambiamento, di proseguire la linea di Rutilio e, soprattutto, la strada di Gesù. (…). Credo che la morte di Rutilio abbia scosso monsignor Rornero e gli abbia dato la forza per un nuovo modo di agire, e che la vita di Rutilio abbia impresso la direzione fondamentale anche alla sua vita, benché egli dovesse poi tradurla in atto nella sua situazione personale di arcivescovo e nelle circostanze storiche sempre più critiche. In quei giorni si parlava della conversione di monsignor Romero come del «miracolo di Rutilio».

Una seconda cosa che dovette colpire a fondo monsignor Romero in quei primi giorni da vescovo fu la differente reazione dei diversi gruppi ecclesiali. Monsignor Rornero era al corrente del fatto che la sua nomina non era stata ben accolta, che i sacerdoti «progressisti», le comunità di base e tutti coloro che lavoravano nella linea della coscientizzazione e liberazione di Medellín, lo avevano accolto con timore. E conosceva anche le aspettative che la sua nomina aveva risvegliato nei cattolici accomodanti – quelli a volte conniventi con i gruppi di potere che avevano attaccato e calunniato monsignor Chávez – e nel gruppetto di sacerdoti collocabili in quell’orbita. Dovette rimanere davvero sorpreso nel constatare che, in quei giorni tanto duri per lui e densi di rischi concreti, i primi lo avevano accolto e i secondi lo avevano abbandonato. Nell’ora della verità, quelli che aveva guardato con sospetto, che aveva combattuto, e anche accusato e condannato, restavano con lui. Gli altri, coloro che giudicava pii e ortodossi, i prudenti e i non politicizzati, gli apparentemente fedeli a qualsiasi indicazione della Chiesa, lo lasciavano solo, come i discepoli con Gesù; e presto cominciarono a criticarlo, ad attaccarlo, a disobbedirgli (dimostrando così che la loro asserita fedeltà alla gerarchia ecclesiastica finiva quando l’arcivescovo non era di loro gradimento e le cose si mettevano male).

(…). Non si poteva dedurne che tutto quanto facevano i sacerdoti progressisti era perfetto; però se ne ricavava, almeno, che avevano molta più verità e molto più amore cristiano rispetto agli altri. (…). E che erano disposti a correre rischi personali, a parlare e a denunciare pubblicamente, sebbene in quel momento ciò comportasse essere schedati, arrestati o assassinati. (…).

Ricordo che una sera, pochi giorni dopo l’assassinio di Rutilio, lo incontrai alla Ysax – la radio dell’arcivescovado, molto nota perché ritrasmetteva le omelie di monsignor Romero e per i tanti attentati dinamitardi – e mi mostrò una lettera, su carta lussuosa e, se non ricordo male, adorna con disegni di fiori. La lettera era di una persona che era stata vicina a monsignor Romero. Questa si mostrava sorpresa del suo cambiamento e non condivideva il suo modo di agire. Monsignor Romero non si mostrò per nulla colpito. Ricordo che mi disse semplicemente: «È di una persona dell’Opus». Credo intendesse dirmi che «non capisce, come neanch’io prima capivo».

(…). Coloro che abbandonarono il Paese alla sua tragedia, nascondendosi nel loro essere cristiani, per monsignor Romero smisero di essere luce. Quelli che scelsero in favore del Paese, dicendo la verità, denunciando le atrocità e impegnandosi nella giustizia – con tutti i loro limiti e le loro esagerazioni -, per monsignor Romero divennero luce.

Un terzo elemento che spiega la conversione di Romero, quella definitiva e che lo mantenne fedele alla volontà di Dio fino alla fine, sono stati i poveri del suo popolo. Subito gli mostrarono accoglienza, appoggio, tenerezza e amore. (…). Appena monsignor Romero fece i suoi primi passi, appena fece le sue prime denunce e le prime visite alle comunità, i poveri si volsero a lui, entrarono nel suo cuore e vi rimasero. Monsignor Romero a sua volta entrò nel loro cuore, dov’è rimasto fino a oggi. (…). I poveri gli imposero di convertirsi; e tuttavia, offrendogli al tempo stesso luce e salvezza, gliela resero una via agevole. E monsignor Romero lo riconobbe. Per me non c’è dubbio che qui risieda il definitivo segreto di monsignor Romero, come lui stesso ha affermato. Con parole straordinariamente appropriate, parole che non ci si può inventare se non scaturiscono dalla verità nel cuore, ha detto: «Con questo popolo non pesa essere un buon pastore».
LA VERA “GLORIA DI DIO”

Nei giorni successivi l’assassinio di Rutilio, la curia arcivescovile e tutta la diocesi vissero momenti di grande fermento, che a loro volta tracciarono per monsignor Romero una traiettoria che poi percorse sino alla fine senza deflettere. Capì ben presto che in quanto arcivescovo doveva spiegare al popolo che cos’è la Chiesa, la sua denuncia profetica e la difesa dei poveri. (…).

Rompendo molti anni di tradizione, monsignor Romero fece il gesto davvero straordinario di promettere pubblicamente che non avrebbe partecipato ad alcuna cerimonia ufficiale del governo finché quei crimini non fossero stati chiariti e non si fosse interrotta la repressione. Mantenne la parola: in tre anni non partecipò ad alcun atto del governo, non l’approvò con la sua presenza.

Queste prime azioni di monsignor Romero cominciavano a mostrare quale sarebbe stato il suo modo di agire. Prendeva decisioni sul da farsi dopo averne discusso e dialogato con il clero, le religiose e i laici. Ricordo che una delle riunioni di quei primi giorni durò dalle otto di mattina fino alle otto di sera. Fin dal principio il suo modo di fare fu profetico, denunciando con chiarezza le aberrazioni; fu evangelico, con semplicità, senza lasciarsi intimidire dalle conseguenze politiche delle sue azioni; fu pubblico, parlando al Paese, promettendo cose verificabili, che gli si sarebbero potute contestare se non le avesse realizzate.

Fra ciò che ha promesso pubblicamente e ha mantenuto, in quei giorni, spiccarono due cose: la sospensione delle lezioni per tre giorni nelle scuole cattoliche e la messa unica del 20 marzo (in segno di protesta per l’assassinio di Rutilio Grande, fu stabilita la celebrazione di un’unica messa domenicale, di funerale, in tutta l’arcidiocesi, NdT).

La sospensione delle lezioni non fu una vacanza, come dissero i suoi detrattori, ma tre giorni di studio, riflessione e preghiera sulla Bibbia, sul Concilio e su Medellín. (…).

La messa unica causò maggior agitazione, e penso che quella decisione sia stata molto importante per monsignor Romero, perché lo portò a confrontarsi con la sua stessa fede e cominciò a metterlo a confronto con l’istituzione ecclesiastica. (…). Era convinto di dover fare qualcosa d’importante, che richiamasse l’attenzione del Paese e risvegliasse le coscienze; ma aveva uno scrupolo teologico che formulò nella riunione, con la sincerità che lo caratterizzava: «Se l’eucaristia è un atto nel quale si dà gloria a Dio, non gli darà maggior gloria la molteplicità abituale delle messe domenicali?» (…). Ci fu una lunga discussione, fin quando padre Jerez prese la parola e disse: «Io credo che monsignor Romero abbia ragione nel sostenere che dobbiamo preoccuparci della gloria di Dio, però, se non ricordo male, i padri della Chiesa dicevano gloria Dei vivens homo, la gloria di Dio è l’uomo vivente». Quest’intervento in pratica chiuse la discussione. Monsignor Romero parve convinto e sollevato dal suo scrupolo, e decise che si sarebbe celebrata la messa unica. (…).

Non si trattava soltanto di accettare una nuova formulazione teologica, ma una nuova comprensione di Dio. E monsignor Romero l’accettò. Ha ripetuto fino alla sazietà che per Dio non c’è nulla di più importante della vita dei poveri. (…). Ha riformulato il detto di sant’Ireneo citato da padre Jerez come gloria Dei vivens pauper, «la gloria di Dio è il povero che vive». E all’opposto si è scagliato contro gli idoli, le divinità false ma molto reali, che producono morte e per sussistere esigono vittime.

Credo che a cinquantanove anni monsignor Romero non soltanto abbia attraversato una conversione, ma abbia anche fatto una nuova esperienza di Dio. Da allora non poté più separare Dio dai poveri, la sua fede in Dio dalla difesa dei poveri. Credo che abbia visto in Dio il prototipo dell’opzione per i poveri, e che questo l’abbia indotto a metterla in pratica per primo, ma l’abbia anche illuminato su chi è Dio. Sicché non lo spaventavano più le nuove formulazioni su Dio: Dio di vita, Dio del Regno, Dio dei poveri; le faceva proprie in tutta naturalezza. (…).

Tutto questo però gli fece approfondire anche il mistero del Dio sempre maggiore, trascendente, ultima sede della verità, della bontà, dell’umanità su cui gli esseri umani possono contare. (…). Il 10 febbraio 1980, in una situazione ormai caotica, in pieno conflitto con il governo, l’esercito, l’oligarchia e gli Stati Uniti, monsignor Romero fu ancora una volta profeta valoroso e implacabile: parlò delle cose di questo mondo e si schierò in difesa del suo popolo oppresso. Ma in quella stessa omelia, con la medesima naturalezza con cui pronunciava le sue denunce storiche, disse le seguenti parole: «Come vorrei, cari fratelli, che il frutto di questa predicazione di oggi, per ciascuno di noi, fosse che giungessimo a incontrare Dio e a vivere la gloria della sua maestà e della nostra piccolezza! Nessun uomo si conosce finché non ha incontrato Dio».

Chi pronuncia queste parole ha una profonda esperienza di Dio. In nome di Dio monsignor Romero ha difeso la vita dei poveri: e quando voleva offrire a tutti il meglio di se stesso, ci offriva semplicemente Dio.

Il Dio dei poveri e il mistero di Dio: ecco che cosa monsignor Romero fece presente a tutti quelli che desideravano ascoltarlo. (…).
IL CONFLITTO CON I VESCOVI

Fu tale il tumulto suscitato dall’annuncio della messa unica, che monsignor Romero decise di comunicarlo personalmente al nunzio e mi chiese di accompagnarlo insieme ad altri sacerdoti. Il nunzio non c’era e ci ricevette il suo segretario. Notai che fin dall’inizio il segretario della nunziatura era visibilmente arrabbiato per la messa unica e non faceva alcuno sforzo per nasconderlo, benché fosse davanti a monsignor Romero: lui un semplice segretario, monsignor Romero l’arcivescovo di San Salvador. È stata un’esperienza di quel po’ di arroganza che con frequenza esiste nelle curie d’ogni tipo, insieme alla mancata comprensione della sofferenza di un popolo e della condizione di un arcivescovo tormentato da responsabilità tanto serie. Credo di essermi indignato poche volte come mi è accaduto quel giorno.

Il segretario cominciò col dire che l’argomentazione pastorale e teologica a favore della messa unica era buona; credo abbia detto addirittura che era molto buona. (…). «Eppure», aggiunse, «voi avete dimenticato la cosa più importante». Non riuscivo a immaginare che cosa potesse essere più importante in quei momenti, ma il segretario sentenziò: «Avete dimenticato l’aspetto canonico». Non potevo credere a quel che sentivo, e come me nessuno dei presenti. Gli risposi che non c’è niente di più importante del corpo di Cristo che veniva represso e dissanguato nel Paese; che nulla era più importante per la Chiesa, in quei momenti, che denunciare la repressione e dare speranza al popolo; che in simili occasioni gli aspetti canonici erano secondari; gli ricordai quanto detto da Gesù sul fatto che il sabato è per l’uomo. (…).

Fu un’ora lunga e molto sgradevole, ma quel che mi impressionò di più fu l’assoluto silenzio di monsignor Romero durante tutto il tempo. (…). Conclusa la riunione, senza alzare la voce, senza entrare in discussioni sugli argomenti, disse più o meno queste parole: «Il Paese sta attraversando una situazione eccezionale di denuncia ed evangelizzazione. Io sono il responsabile dell’arcidiocesi e celebreremo la messa unica». (…). «Non capiscono» mi disse laconicamente, riferendosi alla nunziatura.

Il 20 marzo si tenne la messa unica, e fu un successo pastorale senza precedenti. (…). Con quella messa, per monsignor Romero iniziò anche un lungo calvario di incomprensione e rifiuto gerarchico. (…). Nel Salvador soltanto monsignor Rivera gli rimase fedele. (…).

Dal Vaticano gli inviarono tre visitatori apostolici in un anno e mezzo, con grande stupore dei salvadoregni che si domandavano quando sarebbe stato mandato anche un solo visitatore alle diocesi che non avevano alcun piano pastorale e a volte avallavano le azioni di un esercito criminale. A Roma le sue relazioni col cardinal Baggio furono molto tese. Il cardinale giunse a parlargli perfino della possibilità che fosse nominato un amministratore apostolico – con pieni poteri -, ipotesi di fronte alla quale monsignor Romero chiese soltanto che la cosa fosse fatta con dignità, affinché il suo popolo non ne soffrisse, benché non credesse che quella fosse una soluzione valida. (…).

Monsignor Romero scoprì quindi, proprio quando meno se l’aspettava, i limiti, gli intrighi e le meschinità dell’istituzione ecclesiale. Gli era difficile capire come fosse possibile che mentre il Paese era in fiamme e persino i sacerdoti venivano assassinati, lui trovasse non appoggio ma opposizione; come fosse possibile che mentre era in gioco il regno di Dio, i vescovi salvadoregni si preoccupassero che non accadesse nulla all’istituzione. Questo lo fece soffrire molto e negli ultimi tempi provava una vera e propria nausea all’idea di partecipare alle riunioni della Conferenza episcopale, perché vi si parlava una lingua totalmente diversa dalla sua. (…).

Ho partecipato alla Conferenza di Puebla insieme ad altri teologi e sociologi per seguire più da vicino un avvenimento tanto importante e per offrire aiuto ai vescovi che l’avessero richiesto, dato che non eravamo stati invitati a partecipare ufficialmente. Una sera si tenne una riunione congiunta tra il nostro gruppo e un buon numero di vescovi che erano venuti a trovarci. (…). C’era anche monsignor Romero. (…). Ricordo che monsignor Romero era emozionato da tutto. Dalla fraternità della riunione, dalla sincerità delle nostre discussioni, dall’ambiente di fede e di Chiesa, soprattutto dalla vicinanza e solidarietà che mostravano i vecovi. Quasi con le lacrime agli occhi, disse: «Mi sono trovato come un fratello tra altri fratelli vescovi».

(…) In breve tempo monsignor Romero dovette imparare a prendere, in prima persona, decisioni importanti e a dialogare con i suoi sacerdoti; dovette imparare la serenità per non aggravare la situazione e il coraggio per denunciare e affrontare i potenti; dovette imparare a dare speranza al popolo e a ricevere dal popolo la sua sofferenza, la sua fede e il suo impegno.

Questo è quanto si notava esteriormente. Interiormente dovette apprendere la fede nel Dio dei poveri e nel Dio maggiore di tutto, anche delle sue idee precedenti e della stessa Chiesa, che per lui iniziava a prendere l’aspetto della croce. Dovette apprendere che non c’è nulla di più importante del regno di Dio, della vita, della speranza, dell’amore e della fraternità. Dovette apprendere che il luogo della Chiesa è la sofferenza dei poveri, la realtà dei popoli crocifissi, vero servo di Yahweh, come lui stesso avrebbe detto in seguito. Dovette apprendere non soltanto a dare, ma anche a ricevere luce e salvezza da quel popolo crocifisso. E lo apprese. (…).

 

“le curie non potevano comprenderti”, ma i poveri sì – sulla beatificazione di O. Romero

Avevano ragione i poveri

Ronero

non è stato facile arrivare a questo giorno della beatificazione di O. Romero: li aveva tutti contro quelli che ‘contano’, quelli del potere politico e religioso incapaci di comprendere il vangelo che incarnava
così stupendamente P. Casaldaliga: “Povero Pastore glorioso,/ abbandonato/ dai tuoi stessi fratelli del pastorale e di messa…! Le curie non potevano comprenderti”
lo hanno compreso, però, fin da subito i suoi ‘poveri’ che hanno colto nel momento in cui la pallottola lo uccide il momento della sua vera risurrezione affidandolo per sempre alla ‘chiesa dei poveri’ come il martire che come il buon pastore ha dato la vita per il suo popolo

di seguito le belle riflessioni di Juan Vicente Chopin:

 

1. LA RIVENDICAZIONE DELLA VITTIMA

I poveri avevano ragione: mons. Romero è santo! L’hanno avuta sempre, per questo non si sono mai allontanati da questa cripta, il luogo in cui riposa il suo sacro corpo. È la stessa posizione dei discepoli di Policarpo di Smirne, secondo quanto si legge nel racconto del suo martirio: «In questo modo abbiamo potuto raccogliere le sue ossa […] e le abbiamo depositate in un luogo adatto. Ogni volta che sarà possibile riunirci lì con giubilo e allegria, il Signore ci concederà di celebrare il giorno del suo martirio in memoria di quanti hanno già raggiunto il culmine della loro lotta e come preparazione per quanti lo faranno in futuro». Sappiamo già che l’anniversario di un martire non è quello della sua nascita biologica, ma quello della sua resurrezione, il giorno del suo martirio.

In quest’ottica, non sarebbe male suggerire a mons. Vincenzo Paglia di renderci visita più spesso, così da consentire all’alta gerarchia salvadoregna di visitare con maggiore frequenza la tomba dei martiri. E dico questo perché il martirio è un elemento costitutivo e fondante della Chiesa, nel senso in cui l’intende Apocalisse 1,5, che definisce Gesù il Testimone fedele, il primogenito tra coloro che sono morti. (…).

Bisogna dire che l’apparato mediatico della destra più recalcitrante ha tentato di snaturare fino all’estremo la memoria del martire d’America, il quale però risorge nobilitato e restituisce speranza alle vittime che in lui trovano il proprio simbolo. Quelle vittime anonime che sono morte prima del tempo: delegati della parola, catechisti, pastori protestanti il cui volto è riassunto nella figura di mons. Romero.

In questo senso, anche la considerazione contraria risponde a verità. Vale a dire, l’oligarchia di questo Paese non aveva ragione. Non l’ha mai avuta. Non ce l’ha ora.

Avevano torto i pennivendoli mercenari che Roque Dalton menziona nel suo poema La Jauría (“Il branco”), iniziando da Fray Ricardo Fuentes Castellanos, traditore della sua stessa Chiesa (una delle voci più dure nei confronti di Romero e delle sue omelie domenicali, ndt), e da Sidney Mazzini, entrambi editorialisti di El Diario de Hoy, fino ad arrivare agli pseudo-giornalisti dei nostri giorni, quelli che il poeta – martire della cultura – presentava nel poema citato come «i necessari corifei di sfondo/quelli di seconda fila/quelli che hanno bisogno di ululare di più/gli sciacalli furiosi che sbavando fanno la posta a ogni progresso».

Neppure avevano ragione gli oscuri cardinali, vescovi e preti amici dell’impero. Gli stessi a cui si riferisce don Pedro Casaldáliga nel suo immortale poema: «Povero Pastore glorioso, assassinato a pagamento, a dollaro, a valuta./ Come Gesù, per ordine dell’impero./ Povero Pastore glorioso,/ abbandonato/ dai tuoi stessi fratelli del pastorale e di messa…!/ (Le curie non potevano comprenderti:/ nessuna sinagoga ben costituita può comprendere il Cristo)».

Ma la verità si fa strada e va prendendo corpo ciò che il filosofo Max Horkheimer affermava con nostalgia filosofica, cioè che l’assassino non può trionfare sulla vittima innocente.

Ma non è necessario essere filosofi per capire certe cose. In quest’ottica, come solitamente accade, il popolo ci precede. Il canto popolare noto come “La cumbia de Mons. Romero” lo ripete chiaramente: «Il diavolo si è sbagliato, come si sbaglia sempre,/ a voler chiudere la bocca dell’uomo che si è dato per intero/ perché vive con noi Oscar Arnulfo Romero».
2. ROMERO, ESPRESSIONE DEL MARTIRIO CONTEMPORANEO

Mons. Romero è il primo santo ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica nella storia di El Salvador. Questo fatto riempie di gioia, rallegrando soprattutto noi che abbiamo sempre espresso pubblicamente la nostra devozione per lui.

Questo martire, che il sentire popolare, fin dai primi giorni dopo il suo assassinio, ha chiamato «San Romero de América», presenta caratteristiche peculiari: è un vescovo; dà la sua vita per difendere i poveri ed esigere il rispetto dei diritti umani; i suoi assassini si definiscono anch’essi “cristiani”; i suoi stessi fratelli vescovi lo accusano di istigare il popolo e vi sono preti e laici che diffidano della sua santità.

Tutti questi tratti fanno di mons. Romero un santo contemporaneo, le cui caratteristiche vanno oltre la visione classica della santità. È un santo per i nostri giorni, che non sarà mai compreso dai settori conservatori, i quali vivono con nostalgia il loro passato di oppressione, privi della speranza di poter costruire una società riconciliata. Ma la Chiesa, rappresentata dalla persona di papa Francesco, il 3 febbraio 2015 lo ha dichiarato martire in odium fidei. Un decreto che ha reso possibile la cerimonia di beatificazione del prossimo 23 maggio, che presenterà Romero come modello di santità, motivo di ispirazione per la resistenza popolare, difensore degli umili ed esempio di lotta contro i poteri stabiliti.

3. MARTIRIO IN ODIUM FIDEI

Nel martirio confluiscono dialetticamente i motivi del martire con i motivi del carnefice. Ignacio Ellacuría lo riassume bene con una domanda magistrale: «Perché muore Gesù e perché lo uccidono». Il primo elemento si riferisce alle motivazioni del martire, il secondo a quelle del carnefice. (…).

Le tre questioni a cui bisogna rispondere per ciò che riguarda l’odio per la fede sono tre: chi è che odia? Cos’è che odia? Perché lo odia?

Chi odia non è solamente una persona, in questo caso Roberto D’Aubuisson, ma un’élite di famiglie che hanno divinizzato il mercato, un’oligarchia miope che, nella prospettiva di un capitalismo selvaggio, ha scambiato il territorio salvadoregno per una piantagione di caffè e i suoi abitanti per coloni tenuti sempre all’obbedienza.

Quello che si odia allora è la prassi pastorale e caritativa di mons. Romero, il quale, a partire dalla sua fede, ha optato per gli emarginati ponendosi come paravento tra la voracità del capitalismo e le classi contadine e lavoratrici.

Lo si odia perché mons. Romero non è come gli altri suoi compagni di baculo, che cedono alle concessioni del sistema economico imperante, bensì sceglie di schierarsi dalla parte degli emarginati. E lo dice chiaramente: «È un fatto evidente che la nostra Chiesa è stata perseguitata negli ultimi tre anni. Ma la cosa più importante è osservare perché sia stata perseguitata. Non è stato perseguitato un qualunque sacerdote né è stata attaccata una qualunque istituzione. Si è perseguitato e attaccato quella parte della Chiesa che si è schierata dalla parte del popolo povero ed è scesa in sua difesa».

L’odio per la fede, nel martirio di mons. Romero, presenta la difficoltà legata al fatto che quanti orchestrano il suo assassinio sono convinti che sia lui a tradire la fede cristiana e che siano loro a salvaguardare l’autentica espressione del cristianesimo. È necessario allora un ampliamento del concetto canonico di martirio, per illustrare quei casi in cui l’odio per la fede non è sufficientemente chiaro.

Con la beatificazione di mons. Romero si conferma quello che scrive Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente, che cioè, «al termine del secondo millennio, la Chiesa è tornata nuovamente a essere una Chiesa di martiri».
4. IL MARTIRIO DI MONS. ROMERO CI INTERPELLA

Per non perdere l’ispirazione e l’esempio che ci vengono da San Romero d’America, intendiamo pronunciarci su aspetti molto concreti che reclamano la nostra attenzione. A tale scopo, riprenderò il pronunciamento diffuso da distinti settori della società salvadoregna dinanzi all’imminente beatificazione di mons. Romero.

La gioia che ci procura la beatificazione di mons. Romero non deve distoglierci dalle cause che hanno condotto al suo assassinio. Siamo chiamati a portare avanti la lotta per la giustizia, la verità e la riparazione «per il suo omicidio e per tutte le gravi violazioni dei diritti umani commesse prima, durante e dopo il conflitto armato, che egli cercò ardentemente di evitare, senza essere ascoltato».

Si deve ancora portare a termine il compito di sradicare l’impunità e la violenza che si sono accampate in tutta tranquillità nella nostra patria, in maniera da realizzare la giustizia, la fraternità e la solidarietà. Del sangue versato da mons. Romero possiamo dire, a maggior ragione, quello che egli stesso affermò nella sua omelia del 27 gennaio 1980 rispetto al sangue del nostro popolo: «Sono sicuro che tanto sangue versato e tanto dolore causato ai familiari delle numerose vittime non sarà senza effetto. È sangue e dolore che irrigherà e feconderà nuove e sempre più numerose sementi di salvadoregni che prenderanno coscienza della responsabilità di costruire una società più giusta e umana, che fruttificherà nella realizzazione delle riforme strutturali audaci, urgenti e radicali di cui la nostra patria ha bisogno».

Concretamente, ci pronunciamo riguardo ai seguenti punti:

1) Invitiamo i vescovi, i preti e i laici che diffamarono pubblicamente mons. Romero, bollandolo come guerrigliero o con altri epiteti analoghi, a pentirsi e a chiedere perdono anche al popolo salvadoregno.

2) Che siano tolti i simboli cristiani dalle bandiere dei partiti politici, in particolare di Arena (il partito fondato da Roberto D’Aubuisson, riconosciuto come mandante dell’omicidio di Romero), poiché non ci si può definire cristiani e ammettere l’assassinio di persone innocenti.

3) Che i deputati di Arena, per il bene del popolo salvadoregno, votino per l’approvazione della Legge Generale sull’Acqua. Ricordiamo loro che tale risorsa non è una merce, ma un diritto a cui tutti gli esseri umani devono avere accesso.

4) Chiediamo al governo degli Stati Uniti e ai suoi rappresentanti nel Paese di rispettare il diritto dei popoli, concretamente del Venezuela, all’autodeterminazione. Che si revochi il decreto che descrive assurdamente il Venezuela come una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. A essere minacciati sono i Paesi latinoamericani, non certo gli Usa. (…).

5) Chiediamo alla Procura Generale della Repubblica e al governo di El Salvador di investigare, processare e punire i mandanti e gli esecutori dell’assassinio di monsignor Romero e di conseguenza indennizzare le vittime delle violazioni commesse, in quanto sono stati dei rappresentanti dello Stato salvadoregno a pianificare ed eseguire questo crimine di lesa umanità.

6) Esigiamo che vengano adeguate le leggi del Paese alla Convenzione Americana sui Diritti Umani, revocando la Legge di amnistia approvata con il Decreto Legislativo n. 486, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 22 marzo 1993.

5. MONS. ROMERO, UN FARO DI LUCE

La beatificazione di mons. Romero non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. È un momento meraviglioso per continuare la lotta. È una porta aperta attraverso cui far passare le vittime dalla morte alla resurrezione.

Se la prima Chiesa nasce dal sangue di Gesù Cristo e dei primi martiri, alle origini del movimento cristiano, allora la Chiesa salvadoregna rinasce a partire dal sangue dei suoi martiri. Orientiamoci allora verso la rifondazione della Chiesa salvadoregna. E con ciò incoraggiamo tutte le istituzioni dello Stato a fare lo stesso in funzione della costruzione di un nuovo Paese.

La luce di questo faro illumina le tenebre di un sacerdozio che non odora di pecora ma di lupo, perché un prete che abusa di minorenni ha scelto di stare contro gli indifesi. Non è suo amico, ma suo nemico. Lo stesso papa Francesco ha dichiarato il 7 luglio 2014 che non c’è posto nel ministero della Chiesa per quanti commettono questi abusi. E ha detto ai vescovi che dovranno esercitare il proprio servizio pastorale con estrema attenzione per garantire la protezione dei minori e che dovranno rendere conto di questa responsabilità.

Mons. Romero getta luce sulle tenebre del marketing della religione, i cui pastori esigono che le donne si vestano in maniera adeguata per il culto, ma non hanno alcun problema a violentarle e ad aggredirle fisicamente.
6. COMPITI DA SVOLGERE

Spetta a noi lottare perché la santità di mons. Romero non degeneri in una devozione di bassa lega, bensì mantenga il suo carattere profetico.

In questo senso, voglio rendere omaggio alle donne della Comunità Monsignor Romero della Cripta della Cattedrale, che negli ultimi anni hanno recuperato questo luogo e hanno lottato contro varie avversità per difendere la memoria di San Romero. Il giorno della beatificazione dell’arcivescovo, il 23 maggio, questa comunità festeggerà 16 anni di lavoro condotto allo scopo di tenere viva la sua opera: «Non è stato facile – affermano -, a volte abbiamo dovuto combattere, altre volte abbiamo piegato il capo, ma siamo testarde, pazienti e resistenti. E siamo disposte ad andare avanti finché ci sosterranno le forze, perché crediamo che la ragione e la verità siano dalla nostra parte e perché monsignor Romero lo merita; è lui che ci incoraggia a proseguire». Fanno parte di questa comunità María Teresa Alfaro Fernández; Marta Segovia; Engracia Chavarría; Ruth Elizabeth Rivas; Magaly Urrutia Argot; Ana Ruth Granados; Miriam de Cañénguez; Zenaida López; Vanessa Ivonne Rivas; Alicia López; Reina Atenas de Rivas.

Ringraziamo anche i giornalisti che alimentano la memoria di mons. Romero: blog e siti alternativi, il Diario CoLatino e la Radio Maya Visión. Chiediamo loro di continuare a sostenere la Comunità della Cripta e il processo di canonizzazione di mons. Romero. A proposito, mons. Romero sarebbe un magnifico patrono dei giornalisti salvadoregni.

Monsignore è resuscitato e continuerà a resuscitare nel popolo. Manteniamo acceso il fuoco della resurrezione. Viva mons. Romero!

silenziato per anni, Romero riconosciuto “uno dei figli migliori della chiesa”

il beato Romero: «esempio dei figli migliori della Chiesa»

 

Ronero
Francesco in una lettera inviata a mons. José Luis Escobar, arcivescovo di San Salvador:

«seppe sentire la sofferenza del suo popolo»

 

Monsignor Oscar Romero «seppe guidare, difendere e proteggere il suo gregge», con «una particolare attenzione per i più poveri e marginali» fino ad «identificarsi pienamente con Colui che diede la vita per le sue pecore», nel momento della sua uccisione

È così che Papa Francesco descrive il vescovo salvadoregno oggi proclamato beato, in una lettera inviata a mons. José Luis Escobar, arcivescovo di San Salvador e presidente della conferenza episcopale locale. Questa beatificazione, scrive Bergoglio, «è motivo di grande gioia per i salvadoregni e per quanti godiamo con l’esempio dei figli migliori della Chiesa»
Francesco sottolinea che Dio «vede l’oppressione, sente le grida di dolore dei suoi figli, e accorre per aiutarli a liberarsi», e così come «un giorno scelse Mosè per guidare il popolo nel suo nome, continua a suscitare pastori che sanno pascere il loro gregge con scienza e prudenza».
«Ringraziamo Dio perché concesse al vescovo martire la capacità di vedere e sentire la sofferenza del suo popolo, e preparò il suo cuore perché lo orientasse e lo illuminasse in nome suo», scrive il Papa.
La figura di Romero, aggiunge Francesco, «ci invita alla saggezza e alla riflessione, al rispetto della vita e alla concordia», a «rinunciare alla violenza della spada, all’odio, per vivere la violenza dell’amore, la stessa che ha lasciato al Cristo inchiodato a una croce, e che ognuno fa a sé stesso per sconfiggere i nostri egoismi, perché non ci siano più diseguaglianze così crudeli fra di noi».
Il Papa auspica che «chi conosca monsignor Romero come amico nella fede, chi lo invochi come protettore e intercessore, chi ammiri la sua figura, trovi in lui la forza e l’animo per costruire il Regno di Dio, per impegnarsi a favore di un ordine sociale più equo e giusto».
Francesco sottolinea che Dio «vede l’oppressione, sente le grida di dolore dei suoi figli, e accorre per aiutarli a liberarsi», e così come «un giorno scelse Mosè per guidare il popolo nel suo nome, continua a suscitare pastori che sanno pascere il loro gregge con scienza e prudenza».
«Ringraziamo Dio perché concesse al vescovo martire la capacità di vedere e sentire la sofferenza del suo popolo, e preparà il suo cuore perché lo orientasse e lo illuminasse in nome suo», scrive il Papa.
La figura di Romero, aggiunge Francesco, «ci invita alla saggezza e alla riflessione, al rispetto della vita e alla concordia», a «rinunciare alla violenza della spada, all’odio, per vivere la violenza dell’amore, la stessa che ha lasciato al Cristo inchiodato a una croce, e che ognuno fa a sé stesso per sconfiggere i nostri egoismi, perché non ci siano più diseguaglianze così crudeli fra di noi».
Il Papa auspica che «chi conosca monsignor Romero come amico nella fede, chi lo invochi come protettore e intercessore, chi ammiri la sua figura, trovi in lui la forza e l’animo per costruire il Regno di Dio, per impegnarsi a favore di un ordine sociale più equo e giusto».

a proposito della beatificazione di Oscar Romero

Romero e quelli che non applaudono

intervista a Jon Sobrino

Sobrino

a cura di Alver Metalli
in “La Stampa-Vatican Insider” del 21 maggio 2015

Nel «Centro monsignor Romero» nel cuore dell’Università Cattolica Jon Sobrino si muove come se danzasse. L’ha fondato dopo il massacro dei suoi confratelli gesuiti – «non ho fatto la loro fine solo perché ero in Tailandia» ricorda – e vi ci si dedica come se fosse l’ultima missione della sua vita, giunta alle soglie dei 77 anni. Una ventina di anni in più, in media, di quanto abbiano vissuto Ignacio Ellacuria e compagni, caduti sotto i colpi dei killer il 16 novembre del 1989. Le resistenze, le accuse di sinistrismo e filo-guerriglierismo riversate su Romero come piombo fuso, partite dal Salvador e con orecchie condiscendenti anche a Roma, Jon Sobrino le conosce bene. Ergo la beatificazione non può che rallegrarlo. Ma non è così, o, perlomeno, ha molte cose da precisare in proposito. Gli chiediamo se avesse immaginato, anni fa, che si sarebbe arrivati al giorno di oggi, di dopodomani per l’esattezza, sabato 23 maggio. Caracolla la sua magrezza nella sala principale del mausoleo ai «martiri della Uca» e lascia uscire un provocatorio «non mi è mai interessato». Lo ripete nel timore che non avessimo capito bene. «Sul serio… lo dico sul serio: non mi è mai interessata la beatificazione di Romero». Aspettiamo chiarimenti. Ci devono essere, quelle appena pronunciate non possono essere le sue ultime parole. «Quando l’hanno ammazzato, la gente di qui – non gli italiani e nemmeno in Vaticano – ma i salvadoregni, i nostri poveri, hanno detto subito: “È santo!”. Pedro Casaldaliga quattro giorni dopo ha scritto un gran poema: “¡San Romero de América, pastor y mártir nuestro!”». Ricorda che anche Ignacio Ellacuria, abbattuto a pochi metri da qui, «tre giorni dopo l’assassinio di Romero ha detto Messa in un aula della Uca, e nell’omelia ha detto: “Con monsignor Romero Dio è passato per El Salvador”». Tira il fiato come se avesse bisogno di ossigeno. «Quello che non avrei immaginato questo sì, è che ci fosse qualcuno che potesse dire una cosa così. Che lo beatifichino va bene, hanno tardato 35 anni ma non è la cosa più importante». Si assicura che l’interlocutore abbia ricevuto il colpo. «Capisci quello che ti sto dicendo?» esclama allargando in un sorriso indulgente le sue labbra sottili. Per tutta risposta riceve una nuova richiesta di spiegazioni. «Si capisce che c’è qualcosa che non la convince in quello che sta avvenendo…». Attorno a noi stanno scaricando i pacchi freschi di stampa dell’ultimo numero di Carta a las Iglesias, la rivista che dirige. «Va bene che lo beatifichino, non dico di no, ma mi sarebbe piaciuto che fosse in un altro modo… e ancora non so cosa dirà il cardinale Angelo Amato dopodomani, non so, non so se quello che dirà mi convincerà o no». Ma Sobrino non la sentirà l’omelia del Prefetto venuto da Roma, o non lo vuole sentire. «Sappiamo che se ne andrà, che ha un viaggio programmato e che sabato non sarà in piazza con gli altri. L’ha fatto a proposito?». Tarda a rispondere, come se si stesse chiedendo come l’ho saputo. Poi la precisazione arriva: «Vado in Brasile, perché a Rio de Janeiro si celebrano i cinquant’anni della rivista Concilium. Ho lavorato in questa rivista gli ultimi 16 anni. Devo fare un discorso, e mi ritiro dalla Rivista. La beatificazione coincide con questo incontro. Non è che me ne vado, vedrò in televisione la Cerimonia di beatificazione e un po’ prima di mezzogiorno me ne andrò all’aeroporto». 16 anni a Concilium, e Sobrino che si ritira il giorno della beatificazione di Romero. È una notizia anche questa. Sulla parete davanti a noi i «Padri della Chiesa latinoamericana» ascoltano compunti. La carrellata inizia con monsignor Gerardi, assassinato in Guatemala nel 1998 e prosegue con il colombiano Gerardo Valente Cano, l’argentino Enrique Angelelli assassinato nel 1976, Hélder Pessoa Câmara, brasiliano in odore di beatificazione, il messicano Sergio Mendez Arceo con di fianco un altro messicano, don Samuel Ruíz e l’ecuadoriano Leonidas Proano, seguiti da monsignor Roberto Joaquín Ramos (Salvador 1938-1993) e don Manuel Larrain, il cileno fondatore del Celam, per finire con il successore di Romero, il salesiano Arturo Rivera y Damas, figura chiave nella storia di Romero e ingiustamente ignorato nelle celebrazioni di questo periodo.
Sabato a mezzogiorno, secondo il cronogramma diffuso dal comitato per la beatificazione, dovrebbe essere letto il decreto che porterà formalmente il servo di Dio Oscar Arnulfo Romero y Galdámez nel novero dei beati della Chiesa cattolica. Jon Sobrino, forse, non avrà tempo di ascoltarlo. Ma non se ne dispiace. Le ragioni le distende un po’ di più presentando il materiale di Carta a las Iglesias anno XXXIII, numero 661, con in copertina un frammento variopinto di un murales in cui Romero tiene per mano la figlia di un contadino che ha appena tagliato con il falcetto un casco di banane. «Due articoli sono critici. Padre Manuel Acosta critica l’attuazione della commissione ufficiale di preparazione della beatificazione. Luis Van de Velde è più critico con la gerarchia. Si chiede se monsignor Romero si riconoscerebbe nel giorno della sua beatificazione. Da tempo abbiamo messo in guardia che non beatifichino un monsignor Romero annacquato. Il pericolo c’è; speriamo che si beatifichi un monsignor Romero vivo, più tagliente di una spada a doppio filo, giusto e compassionevole». Le vesti che indossavano i sei Gesuiti suoi amici e colleghi l’ultimo giorno della loro vita sono appese nella teca della stanza di fianco, come fossero in un armadio. La vestaglia marrone di Ellacuria, un accappatoio, un paio di mutandoni un po’ ingialliti, tutti perforati dai proiettili che i militari che hanno fatto irruzione non si sono curati di risparmiare. Viene da pensare a loro, e al processo di beatificazione iniziato da poco. «Nemmeno questo mi preoccupa» esclama Sobrino. «Ero in Tailandia quel giorno e per questo non mi hanno ucciso, ho visto correre il sangue di molta gente nel Salvador, non mi interessano le beatificazioni, spero che le mie parole aiutino a conoscere di più e meglio Ellacuria, vediamo se seguiamo il suo cammino, questo è quello che mi interessa». Nemmeno un applauso per il Papa argentino che ha spinto la causa di Romero verso la conclusione? «No, non mi interessa applaudire, e se applaudo non è per il fatto che è Papa, che è argentino né che è gesuita ma per quello che dice, per come si è comportato a Lampedusa per esempio. Quello che mi interessa è che ci sia chi dica che i fondali del Mediterraneo sono pieni di cadaveri. Io non ho applaudito la Resurrezione di Gesù. Applaudire non fa per me». Il pensiero adesso va spedito a dopodomani. «Ho visto orrori che non sono stati denunciati, come li denunciava monsignor Romero. Vediamo se sabato risuoneranno le sue parole». Per essere sicuro di non venir frainteso Jon Sobrino le recita a memoria: «“In nome di Dio e in nome di questo popolo sofferente, vi chiedo, vi prego, vi ordino in nome di Dio che finisca la repressione”. Questo l’ho sentito da lui e mi è rimasto scolpito in testa». Il resto del suo pensiero su Romero, un Romero «non edulcorato», il Romero «reale» è nell’articolo che ha scritto per la rivista latinoamericana di teologia dell’Università cattolica, nel cui comitato di direzione siedono tra gli altri Leonardo Boff, Enrique Dussel, e il cileno Comblin. «Mostro quel che monsignor Romero sentì e disse nell’ultimo ritiro spirituale che fece un mese prima di essere assassinato; poi offro tre spunti che ritengo importanti. Ricordo che un contadino disse: “Monsignor Romero ci ha difesi, noi poveri; non solo ci ha aiutati, non solo ha fatto la scelta dei poveri, questo oramai è qualcosa di sloganistico. È uscito a difenderci, noi poveri. E se qualcuno viene a difendere è perché c’è chi ha bisogno di essere difeso, e ha bisogno di difesa chi è attaccato. È per questo – ha detto con sicura certezza questo contadino – l’hanno ucciso”. Madre Teresa che era buona e non dava fastidio a nessuno ha ricevuto il premio Nobel, monsignor Romero che ha dato fastidio il premio Nobel non l’ha ricevuto».

ritratto di un vescovo fatto ‘buona notizia’

“una buona notizia di Dio per i poveri”

un ritratto di mons. Romero, pastore, profeta e martire

Romero

Se, di anno in anno, la memoria di mons. Oscar Romero, anziché sbiadire, è diventata sempre più viva, superando non solo i confini di El Salvador ma anche quelli della Chiesa cattolica, la sua attesissima e imminente beatificazione, il prossimo 23 maggio, ha acceso ancor di più i riflettori sul XXXV anniversario del suo martirio, celebrato in El Salvador con eventi culturali, incontri di riflessione, veglie e pellegrinaggi. E, in Italia, con le più diverse iniziative, a cominciare dalla tradizionale veglia ecumenica a Roma, il 24 marzo, nella basilica dei Santi Apostoli.

 

Ma il XXXV anniversario del martirio, oggi riconosciuto ufficialmente, di San Romero d’America è coinciso anche con l’uscita in Italia di un libro di Jon Sobrino – Romero, martire di Cristo e degli oppressi, edito dalla Emi (pp. 281, 17 euro) – che lo ricorda davvero nel migliore dei modi, raccogliendo sette dei testi più belli, vibranti e significativi scritti nel corso degli anni dal teologo gesuita, suddivisi in tre parti: “Il mio ricordo di monsignor Romero”; “Analisi teologica della persona e della vita di monsignor Romero” e “Monsignor Romero: testimone di Dio”. Un testo che, ricostruendo magnificamente la vita, il pensiero e la teologia di Romero pastore, profeta, martire e testimone della verità – quel Romero che è diventato, semplicemente, “Monsignore”, senza aggiunte, esattamente come, nel Nuovo Testamento, il “Signore” è solo Gesù, senza «bisogno di ulteriore specificazione» – , ne restituisce un ritratto purissimo nella sua straordinaria e unica capacità di «illuminare questo mistero di Dio, reso opaco dalla crocifissione dei poveri e tanto luminoso nella loro speranza e nel loro impegno per risorgere». Senza mancare di evidenziare, naturalmente, la sua dirompente radicalità evangelica, quella che lo portava, per esempio, a proclamare che «l’interlocutore naturale della Chiesa è il popolo, non il governo» o che «la Chiesa giudicherà l’uno o l’altro progetto politico a seconda del fatto che sia gradito al popolo», polverizzando, «con queste parole, e la prassi conseguente, secoli di cristianità e tentativi, sempre ricorrenti, di neo-cristianità».

 

Ma, nel definire Romero come «una buona notizia di Dio per i poveri di questo mondo» («e, a partire dai poveri, per tutti»), il libro di Sobrino fa anche giustizia di tutte quelle letture interessate portate avanti nel corso della sua vita e continuate poi dopo la sua morte (fino ai tentativi, ancora attuali, di diluirne la portata profetica). Di tutti quei giudizi tendenti a «diminuirne la figura», secondo cui, scriveva Sobrino, Romero sarebbe stato un uomo buono, «ma senza grande personalità, debole e facilmente impressionabile», di cui si sarebbero approfittati gruppi radicali, tra cui i gesuiti, manipolandolo e forzandolo «a seguire la strada che più conveniva loro». Insomma, il suo prestigio «sarebbe stato una frode» e ora «un mito alimentato artificialmente». O di quei tentativi di metterlo a tacere trasformandolo in una figura del passato, «come se oggi non avesse più nulla da dire e da offrire al Paese e alla Chiesa», e imponendo il silenzio – «la più triste delle manipolazioni» – in risposta alla presunta tendenza di gruppi di sinistra, sempre loro, di «manipolarlo da morto per i propri interessi». O, ancora, della tendenza dell’istituzione, accentuatasi nel corso del tempo, di appropriarsene al grido «monsignor Romero è nostro» (secondo le parole pronunciate da Giovanni Paolo II, in base a quanto ha recentemente assicurato mons. Vincenzo Paglia, il postulatore della causa di beatificazione): Romero, secondo Sobrino, «è stato un arcivescovo e appartiene alla Chiesa gerarchica; è stato un cristiano e appartiene a tutti i salvadoregni. Ma richiamarsi a monsignor Romero non significa considerarlo una proprietà privata», bensì «lasciarsene possedere e metterlo a frutto». Esattamente come Sobrino aveva ben sperimentato viaggiando in Asia: «A Tokyo, New Delhi e altrove ho visto che monsignor Romero ha qualcosa di importante da dire a cristiani, a marxisti, a buddhisti e a induisti». E come un europeo gli aveva ricordato un giorno: «Le comunico una brutta notizia. Monsignor Romero non è più vostro. È di tutti».

 

Al link di seguito, dalla seconda sezione del libro, riportiamo ampi stralci della parte relativa all’inizio del suo ministero alla guida dell’arcidiocesi, immediatamente dopo l’assassinio del gesuita Rutilio Grande – di cui ha preso recentemente il via a San Salvador la causa di beatificazione – e di due contadini. Un racconto profondamente coinvolgente che, tra l’altro, smentisce nella maniera più netta la tesi di quanti – a cominciare da mons. Vincenzo Paglia e dallo storico Roberto Morozzo della Rocca (v. Adista Notizie n. 6/2015) – sostengono che non si possa parlare di una vera discontinuità tra il Romero nominato arcivescovo con il sostegno dell’oligarchia e l’arcivescovo che l’oligarchia ha deciso di assassinare ((il libro può essere richiesto ad Adista, tel. 06/6868692, e-mail: abbonamenti@adista.it; oppure acquistato online sul sito www.adista.it). (claudia fanti)

 

Fonte: Adista n. 14/2015

un grande teologo racconta la conversione di mons. Romero

il mio ricordo di Romero

Romero

di Jon Sobrino

  in “Adista” – Documenti – n. 14 del 11 aprile 2015

 il grande teologo Jon Sobrino parla di vera conversione in riferimento al radicale cambiamento che Romero ha fatto dal momento della uccisione di p. Rutilio Grande
qui sotto ampi stralci dalla seconda parte del nuovo libro di Sobrino dedicato a questa conversione da uomo dell’istituzione a pastore che dà la vita per il suo popolo: viene smentita nella maniera più netta la tesi di quanti – a cominciare da mons. Vincenzo Paglia e dallo storico Roberto Morozzo della Rocca… – sostengono che non si possa parlare di una vera discontinuità tra il Romero nominato arcivescovo con il sostegno dell’oligarchia e l’arcivescovo che l’oligarchia ha deciso di assassinare

Romero libro su Sobrino

il 35° anniversario del martirio, oggi riconosciuto ufficialmente, di San Romero d’America è coinciso  con l’uscita in Italia del libro di Jon Sobrino :”Romero, martire di Cristo e degli oppressi”, – edito dalla Emi (pp. 281, 17 euro) – che lo ricorda davvero nel migliore dei modi, raccogliendo sette dei testi più belli:

 

 

 

 

Sobrino

   Il mio primo incontro personale con monsignor Romero avvenne il 12 marzo 1977. Quel pomeriggio padre Rutilio Grande e due contadini, un bambino e un anziano, erano stati assassinati vicino a El Paisnal. La sera ci riunimmo in molti nel convento di Aguilares, gesuiti, sacerdoti, religiose e centinaia di contadini, a piangere la morte di Rutilio, il prete che aveva annunciato la buona notizia del Vangelo. Stavamo aspettando monsignor Romero, che aveva preso possesso dell’arcidiocesi pochi giorni prima, il 22 febbraio, e il suo vescovo ausiliare monsignor Rivera, per celebrare la prima eucaristia davanti ai cadaveri dei tre assassinati. (…). Bussarono alla porta del convento, andai ad aprire e monsignor Romero entrò, insieme a monsignor Rivera. Il volto di monsignor Romero era serio e pieno di preoccupazione. Lo salutai e senza dire una parola lo accompagnai in chiesa. Fu il mio primo contatto personale con monsignor Romero. Fu breve, solo simbolico, però l’occasione lo fece diventare molto importante per me. Indubbiamente in quei momenti il nostro pensiero andava a Rutilio e ai contadini assassinati. Tutti ci chiedevamo che cosa ci avrebbe riservato il futuro: infatti, sebbene la repressione contro i contadini fosse già cominciata e alcuni preti fossero già stati arrestati ed espulsi dal Paese, per El Salvador l’assassinio di un prete era un fatto inaudito. Venivano meno non soltanto le regole del bene, ma anche quelle del male. Se i potenti si erano spinti ad assassinare un prete, nel Paese sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa. Di fatto il 1977, per i contadini, per i sacerdoti e anche per noi gesuiti, fu un anno davvero tribolato. Due mesi dopo vennero espulsi dal Paese i tre gesuiti che erano rimasti ad Aguilares e il 20 giugno tutti noi gesuiti fummo minacciati di morte. Senz’altro la cosa più importante di quella notte era il cadavere di Rutilio. Per me, tuttavia, fu importante anche guardare il volto serio e preoccupato di monsignor Romero. Quel vescovo, del quale io sapevo solo che era stato molto conservatore e fragile psicologicamente, cominciava il suo ministero arcivescovile non tra celebrazioni solenni ma tra sequestri, torture, espulsioni di sacerdoti e, ora, davanti al sangue di uno dei sacerdoti che aveva conosciuto meglio: Rutilio. E, ancor peggio, in mezzo a una crescente repressione di contadini e operai, che i vescovi, particolarmente motivati da monsignor Rivera, avevano denunciato coraggiosamente in un messaggio del 5 marzo. Il volto serio e preoccupato di monsignor Romero quando gli aprii la porta mi attrasse subito, e dentro di me, pensai che avrei dovuto aiutarlo. Di fatto l’idea che tutti noi ci eravamo fatti di lui era già cambiata nelle riunioni col clero che si erano tenute negli ultimi giorni di febbraio, dove si era presentato come nuovo arcivescovo e ci aveva chiesto di aiutarlo in quelle gravi difficoltà. La decisione di aiutarlo era stata spontanea e condivisa da molti. Per tutti noi era anche una necessità, dato che presagivamo che le cose si sarebbero fatte molto difficili: meglio affrontarle uniti come Chiesa, piuttosto che separati e divisi. (…). Ma quella notte del 12 marzo fu decisiva. E devo dire che quel cambiamento fu sorprendente, perché le mie scarse relazioni con lui erano state piuttosto tese dal mio rientro nel Salvador, nel 1974. A quell’epoca di monsignor Romero avevo saputo soltanto che era un vescovo molto influenzato dall’Opus Dei, contrario – a volte con aggressività intellettuale – ai sacerdoti e ai vescovi che avevano accettato la linea di Medellín. Considerava marxisti e politicizzati diversi gesuiti del Salvador, proprio quelli dai quali stavo imparando a muovere i miei primi passi di gesuita e di teologo, dopo sette anni di assenza. (…). Questo trovò conferma il 6 agosto 1976. Quel giorno si celebra la festa del Divino Salvatore, patrono del Paese, con un’immancabile messa solenne. In quegli anni si invitava un’importante personalità ecclesiale a tenere l’omelia in presenza di tutti i vescovi, del governo e del corpo
diplomatico. (…). Se mi si permette una parentesi, l’omelia del 1970 era stata pronunciata da padre Rutilio Grande, noto e apprezzato prete dell’arcidiocesi e candidato a diventare rettore del seminario. Rutilio aveva dedicato la sua omelia a commentare le tre parole che sono scritte sulla bandiera nazionale: Dio, unità, libertà. Quell’omelia fu una forte denuncia della situazione del Paese: senza unità e senza libertà, e, pertanto, senza Dio. L’omelia aveva causato grande sorpresa e un grande impatto; e Rutilio non divenne rettore del seminario. Tornando al 1976, questa volta l’oratore sacro scelto fu monsignor Romero, allora vescovo di Santiago de Maria. Non assistetti alla messa del 6 agosto, ma poche ore dopo la celebrazione un prete mi portò la registrazione dell’omelia. L’ascoltai e rimasi di sasso. Nel primo punto dell’omelia, monsignor Romero criticava le cristologie sviluppate nel Paese: cristologie razionaliste, cristologie inneggianti alla rivoluzione, cristologie che portavano odio… In altre parole, la sua omelia era stata un’accesa critica della mia cristologia. Quindi è comprensibile che non vedessimo di buon occhio la scelta di monsignor Romero come successore dell’arcivescovo Luis Chávez, che era stato un vescovo pastorale, molto vicino al popolo, col quale avevamo ottimi rapporti. (…). Mi domandai se monsignor Romero avrebbe avuto il coraggio di denunciare la repressione o se, al contrario, l’avrebbe agevolata; se avrebbe difeso i contadini e i sacerdoti minacciati. Pochi giorni dopo ricevetti una cartolina da un gesuita messicano, che quasi mi faceva le condoglianze. Tutti, in effetti, vedevamo un panorama triste. Fortunatamente ci sbagliavamo. Questi ricordi, ovviamente, in quella sera del 12 marzo non avevano alcuna importanza. (…). In quei momenti cominciò a venirmi in mente un altro pensiero, importante solo a livello personale. Sapevo che monsignor Romero aveva avuto l’umiltà e la delicatezza di chiedere scusa per le sue azioni precedenti. Era giunto, con parecchi anni di ritardo, a chiedere perdono a una comunità di base, per quanto aveva detto nel 1972: parole che in pratica giustificavano la militarizzazione dell’Università nazionale e la repressione che ne era scaturita. Chiese perdono anche a un compagno gesuita che era rettore del seminario quando i vescovi – e tra loro, con forza, monsignor Romero – avevano deciso che i gesuiti abbandonassero la direzione del seminario. E c’erano stati altri analoghi casi di umiltà e sensibilità. Non so perché, mi turbava l’idea che un giorno monsignor Romero potesse rievocare i suoi attacchi contro di me e chiedermi scusa. Fortunatamente non l’ha mai fatto, e ne sono stato sollevato. Però ricordo un giorno, credo fosse la fine di aprile del 1977, in cui monsignor Romero mi vide in un angolo della cattedrale e venne a parlarmi. «La ringrazio» mi disse, «per la riflessione che ha fatto sulla Chiesa. Credo abbia aiutato molto». Si riferiva al dossier che aveva spedito a Roma per spiegare la situazione del Paese e l’azione ecclesiale dopo la morte di Rutilio. Io avevo collaborato per la parte della riflessione teologica. In verità monsignor Romero non aveva bisogno di ringraziare né me né tanti altri per esserci posti al suo servizio. Ma il suo gesto mi fece piacere: era una specie di accettazione ecclesiale di quanto facevamo e, soprattutto, un gesto di fiducia. (…).

LA CONVERSIONE

Ritorniamo alla sera del 12 marzo. Dopo la messa, monsignor Romero chiese ai sacerdoti e ai religiosi di rimanere lì con lui; si fermarono anche alcuni contadini e laici, naturalmente senza alcuna discriminazione. (…). Ci pose una domanda elementare: che cosa dobbiamo e che cosa possiamo fare, come Chiesa, dopo la morte di Rutilio. Mi resi conto che, per quanto potesse essere nervoso e turbato, era disposto a compiere tutto il necessario, sebbene il solo pensiero probabilmente lo terrorizzasse: infatti era giunto il momento di affrontare i potenti, l’oligarchia e il governo. E senza dubbio ricordo che le parole con cui ci chiedeva aiuto erano totalmente sincere, gli venivano dal cuore. Un arcivescovo ci chiedeva
veramente aiuto. E lo chiedeva a coloro che qualche settimana prima aveva considerato sospetti, marxisti… Quel gesto di dialogo e di umiltà mi arrecò una grande gioia. E pensavo che benché apparentemente per monsignor Romero tutto iniziasse tanto male, in realtà iniziava bene. Germogliava il seme di una Chiesa unita, determinata e profetica, che in seguito sarebbe cresciuto tanto. (…). Sentii anche, o almeno intuii, che nel suo intimo stava accadendo qualcosa di profondo. Certamente era nervoso, però credo che in quel nervosismo e in quel non sapere che cosa fare di quei primi momenti, monsignor Romero abbia preso l’intima decisione di reagire come Dio gli domandava: fece una vera scelta per i poveri, rappresentati in quella notte da centinaia di contadini radunati intorno a tre cadaveri, indifesi davanti alla repressione che già subivano e che prevedevano. (…). Credo che quella notte iniziò a maturare definitivamente la conversione di monsignor Romero. In effetti monsignor Romero non gradiva che si parlasse di una sua «conversione», e non aveva tutti i torti. Era solito ricordare che proveniva da una famiglia umile, che non era mai vissuto nella ricchezza e abbondanza, ma nella povertà e nell’austerità. Inoltre tutti riconoscevano che la sua vita sacerdotale ed episcopale fin lì era stata notevolmente virtuosa. A suo modo era stato aperto verso i poveri e li aveva anche difesi a Santiago de Maria, nel momento della repressione. (…). Credo inoltre che monsignor Romero abbia sempre mantenuto un cuore puro e un discernimento morale che né la sua ideologia conservatrice né l’agire retrogrado di buona parte della gerarchia a cui apparteneva erano valsi a soffocare. Tuttavia la sua personalità interiore era come sdoppiata: nel cuore manteneva gli ideali religiosi, accettava le direttive del Vaticano II e di Medellín, ma la sua mente interpretava la novità del Concilio e di Medellín in una prospettiva assai conservatrice, impaurita di qualsiasi cosa potesse immischiare la Chiesa nella cruda realtà conflittuale e ambigua della storia. Fu questo sdoppiamento interiore, credo, a dissolversi quella notte, e direi che questo si possa chiamare conversione; non tanto come chi smetta di fare il male e abbracci il bene, ma come un radicale cambiamento nel cogliere e nel porre in opera la volontà di Dio. (…). Lo si chiami o non lo si chiami conversione, il radicale cambiamento di monsignor Romero è uno degli avvenimenti che più hanno colpito tutti, me compreso. In quel momento monsignor Romero aveva cinquantanove anni, età in cui le persone hanno già consolidato la propria struttura psicologica e mentale, la loro comprensiöne della fede, la spiritualità e l’impegno cristiano. Inoltre era arcivescovo di fresca nomina, vale a dire che era stato posto come massima autorità e responsabile dell’istituzione ecclesiale, che, come tutte le istituzioni, è più propensa alla continuità e alla prudenza, se non al passo del gambero. Infine, le circostanze storiche non erano affatto favorevoli. Monsignor Romero fu pienamente consapevole, fin dal principio, di essere stato il candidato della destra, e subito conobbe le adulazioni dei potenti che gli offrirono la costruzione di un palazzo episcopale sperando che cambiasse linea rispetto al suo predecessore, Luis Chávez y Gonzáles. Cambiare, e cambiare radicalmente, significava non solo deluderli (…), bensì anche affrontarli. Se avesse cambiato, si sarebbe attirato le ire dei potenti, dell’oligarchia, del governo, dei partiti politici, dell’esercito e dei corpi di sicurezza; e, poi, della maggioranza dei suoi fratelli vescovi, di vari dicasteri vaticani e perfino del governo degli Stati Uniti. Se per spiegarci la sua conversione soppesiamo le forze in campo, monsignor Romero aveva dalla sua un gruppo di sacerdoti e religiose e, certamente, il dolore e la speranza di tutto un popolo; ma dalla parte avversa erano schierati tutti i potenti. L’equilibrio evangelico delle forze andava a suo favore, ma non quello storico. Se monsignor Rornero si è lanciato per strade così nuove alla sua età, dal punto più alto dell’istituzione e con tanti sicuri avversari, vuol dire che la sua conversione è stata piena e reale, ha toccato il più profondo del suo essere, l’ha definito per sempre e l’ha portato fino al dono della vita. (…). Credo che l’assassinio di Rutilio Grande – che è stato anche luce e incoraggiamento per i suoi successivi percorsi – sia stato l’occasione della conversione di monsignor Romero. Monsignor Romero conosceva molto bene Rutilio, lo considerava un prete esemplare e un amico (…). Tuttavia monsignor Romero non aveva condiviso la pastorale di Rutilio negli anni in cui quest’ultimo era stato parroco ad Aguilares: la considerava troppo politicizzata, troppo orizzontale, lontana dalla   missione fondamentale della Chiesa e pericolosamente vicina alle idee rivoluzionarie. Rutilio fu quindi per monsignor Romero un «problema»; più ancora, un «enigma». Per un verso era un prete virtuoso, zelante, davvero credente; per l’altro verso la sua missione pastorale pareva, a Romero, scorretta e sbagliata. Quell’«enigma», credo, si chiarì con l’assassinio di Rutilio. Credo che davanti al cadavere di Rutilio a monsignor Romero siano cadute le bende dagli occhi: Rutilio aveva ragione. (…). Insomma, a sbagliare non era stato Rutilio Grande, ma Oscar Romero; non Rutilio doveva cambiare, ma lui stesso. E queste riflessioni, che in teoria sarebbero potute restare sul mero piano razionale, si tradussero in decisioni di cambiamento, di proseguire la linea di Rutilio e, soprattutto, la strada di Gesù. (…). Credo che la morte di Rutilio abbia scosso monsignor Rornero e gli abbia dato la forza per un nuovo modo di agire, e che la vita di Rutilio abbia impresso la direzione fondamentale anche alla sua vita, benché egli dovesse poi tradurla in atto nella sua situazione personale di arcivescovo e nelle circostanze storiche sempre più critiche. In quei giorni si parlava della conversione di monsignor Romero come del «miracolo di Rutilio». Una seconda cosa che dovette colpire a fondo monsignor Romero in quei primi giorni da vescovo fu la differente reazione dei diversi gruppi ecclesiali. Monsignor Rornero era al corrente del fatto che la sua nomina non era stata ben accolta, che i sacerdoti «progressisti», le comunità di base e tutti coloro che lavoravano nella linea della coscientizzazione e liberazione di Medellín, lo avevano accolto con timore. E conosceva anche le aspettative che la sua nomina aveva risvegliato nei cattolici accomodanti – quelli a volte conniventi con i gruppi di potere che avevano attaccato e calunniato monsignor Chávez – e nel gruppetto di sacerdoti collocabili in quell’orbita. Dovette rimanere davvero sorpreso nel constatare che, in quei giorni tanto duri per lui e densi di rischi concreti, i primi lo avevano accolto e i secondi lo avevano abbandonato. Nell’ora della verità, quelli che aveva guardato con sospetto, che aveva combattuto, e anche accusato e condannato, restavano con lui. Gli altri, coloro che giudicava pii e ortodossi, i prudenti e i non politicizzati, gli apparentemente fedeli a qualsiasi indicazione della Chiesa, lo lasciavano solo, come i discepoli con Gesù; e presto cominciarono a criticarlo, ad attaccarlo, a disobbedirgli (dimostrando così che la loro asserita fedeltà alla gerarchia ecclesiastica finiva quando l’arcivescovo non era di loro gradimento e le cose si mettevano male). (…). Non si poteva dedurne che tutto quanto facevano i sacerdoti progressisti era perfetto; però se ne ricavava, almeno, che avevano molta più verità e molto più amore cristiano rispetto agli altri. (…). E che erano disposti a correre rischi personali, a parlare e a denunciare pubblicamente, sebbene in quel momento ciò comportasse essere schedati, arrestati o assassinati. (…). Ricordo che una sera, pochi giorni dopo l’assassinio di Rutilio, lo incontrai alla Ysax – la radio dell’arcivescovado, molto nota perché ritrasmetteva le omelie di monsignor Romero e per i tanti attentati dinamitardi – e mi mostrò una lettera, su carta lussuosa e, se non ricordo male, adorna con disegni di fiori. La lettera era di una persona che era stata vicina a monsignor Romero. Questa si mostrava sorpresa del suo cambiamento e non condivideva il suo modo di agire. Monsignor Romero non si mostrò per nulla colpito. Ricordo che mi disse semplicemente: «È di una persona dell’Opus». Credo intendesse dirmi che «non capisce, come neanch’io prima capivo». (…). Coloro che abbandonarono il Paese alla sua tragedia, nascondendosi nel loro essere cristiani, per monsignor Romero smisero di essere luce. Quelli che scelsero in favore del Paese, dicendo la verità, denunciando le atrocità e impegnandosi nella giustizia – con tutti i loro limiti e le loro esagerazioni -, per monsignor Romero divennero luce. Un terzo elemento che spiega la conversione di Romero, quella definitiva e che lo mantenne fedele alla volontà di Dio fino alla fine, sono stati i poveri del suo popolo. Subito gli mostrarono accoglienza, appoggio, tenerezza e amore. (…). Appena monsignor Romero fece i suoi primi passi, appena fece le sue prime denunce e le prime visite alle comunità, i poveri si volsero a lui, entrarono nel suo cuore e vi rimasero. Monsignor Romero a sua volta entrò nel loro cuore, dov’è rimasto fino a oggi. (…). I poveri gli imposero di convertirsi; e tuttavia, offrendogli al tempo stesso luce e salvezza, gliela resero una via agevole. E monsignor Romero lo riconobbe. Per me non c’è dubbio   che qui risieda il definitivo segreto di monsignor Romero, come lui stesso ha affermato. Con parole straordinariamente appropriate, parole che non ci si può inventare se non scaturiscono dalla verità nel cuore, ha detto: «Con questo popolo non pesa essere un buon pastore».

LA VERA “GLORIA DI DIO”

Nei giorni successivi l’assassinio di Rutilio, la curia arcivescovile e tutta la diocesi vissero momenti di grande fermento, che a loro volta tracciarono per monsignor Romero una traiettoria che poi percorse sino alla fine senza deflettere. Capì ben presto che in quanto arcivescovo doveva spiegare al popolo che cos’è la Chiesa, la sua denuncia profetica e la difesa dei poveri. (…). Rompendo molti anni di tradizione, monsignor Romero fece il gesto davvero straordinario di promettere pubblicamente che non avrebbe partecipato ad alcuna cerimonia ufficiale del governo finché quei crimini non fossero stati chiariti e non si fosse interrotta la repressione. Mantenne la parola: in tre anni non partecipò ad alcun atto del governo, non l’approvò con la sua presenza. Queste prime azioni di monsignor Romero cominciavano a mostrare quale sarebbe stato il suo modo di agire. Prendeva decisioni sul da farsi dopo averne discusso e dialogato con il clero, le religiose e i laici. Ricordo che una delle riunioni di quei primi giorni durò dalle otto di mattina fino alle otto di sera. Fin dal principio il suo modo di fare fu profetico, denunciando con chiarezza le aberrazioni; fu evangelico, con semplicità, senza lasciarsi intimidire dalle conseguenze politiche delle sue azioni; fu pubblico, parlando al Paese, promettendo cose verificabili, che gli si sarebbero potute contestare se non le avesse realizzate. Fra ciò che ha promesso pubblicamente e ha mantenuto, in quei giorni, spiccarono due cose: la sospensione delle lezioni per tre giorni nelle scuole cattoliche e la messa unica del 20 marzo (in segno di protesta per l’assassinio di Rutilio Grande, fu stabilita la celebrazione di un’unica messa domenicale, di funerale, in tutta l’arcidiocesi, NdT). La sospensione delle lezioni non fu una vacanza, come dissero i suoi detrattori, ma tre giorni di studio, riflessione e preghiera sulla Bibbia, sul Concilio e su Medellín. (…). La messa unica causò maggior agitazione, e penso che quella decisione sia stata molto importante per monsignor Romero, perché lo portò a confrontarsi con la sua stessa fede e cominciò a metterlo a confronto con l’istituzione ecclesiastica. (…). Era convinto di dover fare qualcosa d’importante, che richiamasse l’attenzione del Paese e risvegliasse le coscienze; ma aveva uno scrupolo teologico che formulò nella riunione, con la sincerità che lo caratterizzava: «Se l’eucaristia è un atto nel quale si dà gloria a Dio, non gli darà maggior gloria la molteplicità abituale delle messe domenicali?» (…). Ci fu una lunga discussione, fin quando padre Jerez prese la parola e disse: «Io credo che monsignor Romero abbia ragione nel sostenere che dobbiamo preoccuparci della gloria di Dio, però, se non ricordo male, i padri della Chiesa dicevano gloria Dei vivens homo, la gloria di Dio è l’uomo vivente». Quest’intervento in pratica chiuse la discussione. Monsignor Romero parve convinto e sollevato dal suo scrupolo, e decise che si sarebbe celebrata la messa unica. (…). Non si trattava soltanto di accettare una nuova formulazione teologica, ma una nuova comprensione di Dio. E monsignor Romero l’accettò. Ha ripetuto fino alla sazietà che per Dio non c’è nulla di più importante della vita dei poveri. (…). Ha riformulato il detto di sant’Ireneo citato da padre Jerez come gloria Dei vivens pauper, «la gloria di Dio è il povero che vive». E all’opposto si è scagliato contro gli idoli, le divinità false ma molto reali, che producono morte e per sussistere esigono vittime. Credo che a cinquantanove anni monsignor Romero non soltanto abbia attraversato una conversione, ma abbia anche fatto una nuova esperienza di Dio. Da allora non poté più separare Dio dai poveri, la sua fede in Dio dalla difesa dei poveri. Credo che abbia visto in Dio il prototipo dell’opzione per i poveri, e che questo l’abbia indotto a metterla in pratica per primo, ma l’abbia anche illuminato su chi è Dio. Sicché non lo spaventavano più le nuove formulazioni su Dio: Dio di
vita, Dio del Regno, Dio dei poveri; le faceva proprie in tutta naturalezza. (…). Tutto questo però gli fece approfondire anche il mistero del Dio sempre maggiore, trascendente, ultima sede della verità, della bontà, dell’umanità su cui gli esseri umani possono contare. (…). Il 10 febbraio 1980, in una situazione ormai caotica, in pieno conflitto con il governo, l’esercito, l’oligarchia e gli Stati Uniti, monsignor Romero fu ancora una volta profeta valoroso e implacabile: parlò delle cose di questo mondo e si schierò in difesa del suo popolo oppresso. Ma in quella stessa omelia, con la medesima naturalezza con cui pronunciava le sue denunce storiche, disse le seguenti parole: «Come vorrei, cari fratelli, che il frutto di questa predicazione di oggi, per ciascuno di noi, fosse che giungessimo a incontrare Dio e a vivere la gloria della sua maestà e della nostra piccolezza! Nessun uomo si conosce finché non ha incontrato Dio». Chi pronuncia queste parole ha una profonda esperienza di Dio. In nome di Dio monsignor Romero ha difeso la vita dei poveri: e quando voleva offrire a tutti il meglio di se stesso, ci offriva semplicemente Dio. Il Dio dei poveri e il mistero di Dio: ecco che cosa monsignor Romero fece presente a tutti quelli che desideravano ascoltarlo. (…).

IL CONFLITTO CON I VESCOVI

Fu tale il tumulto suscitato dall’annuncio della messa unica, che monsignor Romero decise di comunicarlo personalmente al nunzio e mi chiese di accompagnarlo insieme ad altri sacerdoti. Il nunzio non c’era e ci ricevette il suo segretario. Notai che fin dall’inizio il segretario della nunziatura era visibilmente arrabbiato per la messa unica e non faceva alcuno sforzo per nasconderlo, benché fosse davanti a monsignor Romero: lui un semplice segretario, monsignor Romero l’arcivescovo di San Salvador. È stata un’esperienza di quel po’ di arroganza che con frequenza esiste nelle curie d’ogni tipo, insieme alla mancata comprensione della sofferenza di un popolo e della condizione di un arcivescovo tormentato da responsabilità tanto serie. Credo di essermi indignato poche volte come mi è accaduto quel giorno. Il segretario cominciò col dire che l’argomentazione pastorale e teologica a favore della messa unica era buona; credo abbia detto addirittura che era molto buona. (…). «Eppure», aggiunse, «voi avete dimenticato la cosa più importante». Non riuscivo a immaginare che cosa potesse essere più importante in quei momenti, ma il segretario sentenziò: «Avete dimenticato l’aspetto canonico». Non potevo credere a quel che sentivo, e come me nessuno dei presenti. Gli risposi che non c’è niente di più importante del corpo di Cristo che veniva represso e dissanguato nel Paese; che nulla era più importante per la Chiesa, in quei momenti, che denunciare la repressione e dare speranza al popolo; che in simili occasioni gli aspetti canonici erano secondari; gli ricordai quanto detto da Gesù sul fatto che il sabato è per l’uomo. (…). Fu un’ora lunga e molto sgradevole, ma quel che mi impressionò di più fu l’assoluto silenzio di monsignor Romero durante tutto il tempo. (…). Conclusa la riunione, senza alzare la voce, senza entrare in discussioni sugli argomenti, disse più o meno queste parole: «Il Paese sta attraversando una situazione eccezionale di denuncia ed evangelizzazione. Io sono il responsabile dell’arcidiocesi e celebreremo la messa unica». (…). «Non capiscono» mi disse laconicamente, riferendosi alla nunziatura. Il 20 marzo si tenne la messa unica, e fu un successo pastorale senza precedenti. (…). Con quella messa, per monsignor Romero iniziò anche un lungo calvario di incomprensione e rifiuto gerarchico. (…). Nel Salvador soltanto monsignor Rivera gli rimase fedele. (…). Dal Vaticano gli inviarono tre visitatori apostolici in un anno e mezzo, con grande stupore dei salvadoregni che si domandavano quando sarebbe stato mandato anche un solo visitatore alle diocesi che non avevano alcun piano pastorale e a volte avallavano le azioni di un esercito criminale. A Roma le sue relazioni col cardinal Baggio furono molto tese. Il cardinale giunse a   parlargli perfino della possibilità che fosse nominato un amministratore apostolico – con pieni poteri -, ipotesi di fronte alla quale monsignor Romero chiese soltanto che la cosa fosse fatta con dignità, affinché il suo popolo non ne soffrisse, benché non credesse che quella fosse una soluzione valida. (…). Monsignor Romero scoprì quindi, proprio quando meno se l’aspettava, i limiti, gli intrighi e le meschinità dell’istituzione ecclesiale. Gli era difficile capire come fosse possibile che mentre il Paese era in fiamme e persino i sacerdoti venivano assassinati, lui trovasse non appoggio ma opposizione; come fosse possibile che mentre era in gioco il regno di Dio, i vescovi salvadoregni si preoccupassero che non accadesse nulla all’istituzione. Questo lo fece soffrire molto e negli ultimi tempi provava una vera e propria nausea all’idea di partecipare alle riunioni della Conferenza episcopale, perché vi si parlava una lingua totalmente diversa dalla sua. (…). Ho partecipato alla Conferenza di Puebla insieme ad altri teologi e sociologi per seguire più da vicino un avvenimento tanto importante e per offrire aiuto ai vescovi che l’avessero richiesto, dato che non eravamo stati invitati a partecipare ufficialmente. Una sera si tenne una riunione congiunta tra il nostro gruppo e un buon numero di vescovi che erano venuti a trovarci. (…). C’era anche monsignor Romero. (…). Ricordo che monsignor Romero era emozionato da tutto. Dalla fraternità della riunione, dalla sincerità delle nostre discussioni, dall’ambiente di fede e di Chiesa, soprattutto dalla vicinanza e solidarietà che mostravano i vecovi. Quasi con le lacrime agli occhi, disse: «Mi sono trovato come un fratello tra altri fratelli vescovi». (…) In breve tempo monsignor Romero dovette imparare a prendere, in prima persona, decisioni importanti e a dialogare con i suoi sacerdoti; dovette imparare la serenità per non aggravare la situazione e il coraggio per denunciare e affrontare i potenti; dovette imparare a dare speranza al popolo e a ricevere dal popolo la sua sofferenza, la sua fede e il suo impegno. Questo è quanto si notava esteriormente. Interiormente dovette apprendere la fede nel Dio dei poveri e nel Dio maggiore di tutto, anche delle sue idee precedenti e della stessa Chiesa, che per lui iniziava a prendere l’aspetto della croce. Dovette apprendere che non c’è nulla di più importante del regno di Dio, della vita, della speranza, dell’amore e della fraternità. Dovette apprendere che il luogo della Chiesa è la sofferenza dei poveri, la realtà dei popoli crocifissi, vero servo di Yahweh, come lui stesso avrebbe detto in seguito. Dovette apprendere non soltanto a dare, ma anche a ricevere luce e salvezza da quel popolo crocifisso. E lo apprese. (…).

‘l’odore delle pecore’ e il pastore Romero

 

 

 

 

 

 Oscar Arnulfo Romero
un pastore con “l’odore delle pecore”

verrà beatificato il 23 maggio prossimo

Romero

 

“Sono stato frequentemente minacciato di morte. Devo dirvi che, come cristiano, non credo nella morte senza resurrezione. Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza alcuna presunzione, con la più grande umiltà. Come pastore sono obbligato, per mandato divino, a dare la vita per quelli che amo, che sono tutti i salvadoregni, anche per quelli che mi assassineranno. Se giungeranno a compimento le minacce, già da ora offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la resurrezione del Salvador. Il martirio è una grazia che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, che il mio sangue sia seme di libertà e il segno che la speranza sarà presto una realtà. La mia morte, se è accettata da Dio, sia per la liberazione del mio popolo e una testimonianza di speranza nel futuro. Se arrivassero ad uccidermi, potete dire che perdono e benedico quelli che lo fanno. Chissà che si convincano che stanno perdendo il loro tempo. Un vescovo morirà, ma chiesa di Dio che è il popolo, non perirà mai”. (Oscar Romero)

 

Il 24 Marzo, giorno dell’assassinio di monsignor Oscar Romero (24 marzo 1980), la Chiesa Cattolica celebra la Giornata di Preghiera e Digiuno per i Missionari MartiriExternal link. Il vescovo di San Salvador è già considerato un martire dalla chiesa anglicana e da quella luterana che lo celebrano proprio il 24 marzo.

La data della Beatificazione di Oscar Romero è stata fissata: la cerimonia si svolgerà a San Salvador il 23 maggio 2015. A dare l’annuncio nel corso della sua visita in Salvador, è stato mons. Vincenzo Paglia External link, postulatore della Causa dell’arcivescovo martire, assassinato in odio della fede il 24 marzo 1980. Purtroppo Mons. romero non è un caso isolato nell’America Latina di quegli anni. Dal 1977 in Salvador, 17 preti e 5 religiose sono stati uccisi, come centinaia di cristiani e cristiane. Hanno dato la loro vita per difendere i poveri e gli oppressi. Nelle loro vite e nelle loro morti, quei cristiani e quelle cristiane sono stati simili a Gesù. Li chiamano i “martiri ‘gesuizzati’. Molti altri, decine di migliaia, sono stati uccisi, vittime innocenti e indifese. Li chiamano ‘il popolo crocifisso’”.

«La Chiesa ha canonizzato martiri del comunismo e del nazismo. Romero, come tanti altri sacerdoti dell’America Latina, è stato ucciso da persone che si dicevano cristiane e che vedevano in lui un nemico dell’ordine sociale occidentale. Romero è un martire della società occidentale cristiana. Riconoscere questo sarebbe una novità».

Gregorio Rosa Chávez, vescovo ausiliare di San Salvador


Il film

Romero

Romero, un film di John Duigan. Con Richard Jordan, Raul Julia External link, Eddie Velez, Tony Plana. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 102′ min. – USA 1989.

Il film ci presenta la drammatica situazione di un popolo, quello salvadoregno. Il Vescovo Romero nel film si interroga sul significato della sofferenza del suo popolo.

Qui di seguito viene proposto un brano tratto da un libro di un teologo dell’America Latina (Gustavo Gutierrez External link, Parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente – Una riflessione sul libro di Giobbe, ed. Queriniana, Brescia, 1987, p.19-24.) che ci aiuta a riflettere su quella situazione con gli occhi di chi l’ha vissuta in prima persona:

Guaman Poma de AyalaExternal link racconta che, colpito della situazione degli indios, si mise a ripercorrere l’antico impero degli incas

“in cerca dei poveri di Gesù Cristo”.

Questo lo portò a

“collocarsi fra di loro per trenta anni … e andò per tutto il mondo per vedere e provvedere la giustizia e il rimedio per i poveri”.

Davanti alle ingiustizie e all’indigenza degli indios, che vide e udì in paesi dove

“si scorticano i poveri di Gesù Cristo e ci si serve di loro”,

Guaman Poma esclamò:

“e così, mio Dio, dove sei? Non mi ascolti per rimediare ai tuoi poveri, che io son stanco di andar rimediando”.

“Mio Dio, dove sei?” è una domanda che nasce dalla sofferenza dell’innocente, ma anche dalla fede. In colui che la formula

“la fede, appunto, è la ragione della perplessità […] . Se pensasse che Dio non è buono, né amante, né potente, allora non ci sarebbe problema. In questo caso si tratterebbe soltanto del fatto feroce della sofferenza, facente parte di una realtà crudele”

[…] Il centro del mondo, perché li abita il Crocifisso – e con lui tutti quelli che soffrono ingiustamente, tutti i poveri e i disprezzati della terra – è il luogo da cui dobbiamo annunciare il Risorto. Penso che non possa esserci migliore commento alla situazione del popolo salvadoregno, che il film ci ha presentato, delle parole di un profeta: Isaia. In una delle sue pagine più belle e conosciute, pagina che anche la liturgia della settimana santa ci propone, ci descrive la figura del servo di JHWH (Is 53 External link). Nel volto di questo uomo si rispecchiano i volti di uomini e donne che in America Latina e in tutto il mondo soffrono.


Recensioni

film

E’ la biografia dell’arcivescovo di El Salvador Oscar Romero (1917-80) che racconta la sua trasformazione da timido e passivo sacerdote in coraggioso e ardente difensore della Chiesa e del suo popolo fino al giorno 14 marzo 1980 in cui fu assassinato in chiesa da sicari del governo. Un eccellente e persuasivo R. Julia nella parte dell’arcivescovo martire dà l’acqua della vita a un film serio, intenso, documentato e un po’ rigido, il 1° finanziato ufficialmente dalla Chiesa cattolica degli Stati Uniti. (Morandini)

“La sceneggiatura di John Sacret segue, passo dopo passo, quest’itinerario politico-morale, consentendo allo spettatore di percepire le emozioni che animano il protagonista e di ragionare sulle sue reazioni. La regia di Duigan asseconda intelligentemente questi propositi: è misurata, ma non grigia, attenta alle piccole cose più che ai grandi effetti. Con il risultato di dare maggiore intensità etica alle azioni più sussurrate. Siamo dunque agli antipodi del ‘Salvador’ di Oliver Stone. Il film mostra grande (forse eccessiva) attenzione allo studio psicologico di Romero, ben servito dall’interpretazione di Raul Julia e inquadra appropriatamente il ruolo della Chiesa, dell’esercito, dell’aristocrazia terriera e del bracciantato nel dramma. In questa puntuale ricostruzione si avverte però una carenza nell’informare e valutare il coinvolgimento statunitense. C’è, è vero, una scena molto importante, nella quale l’arcivescovo, parlando alla sua gente durante un’omelia dice: ‘Ho appena scritto una lettera al presidente degli Stati Uniti per chiedere di non seguitare a mandare armi nel nostro Paese: queste armi vengono usate per uccidere la nostra gente’. È una scena molto incisiva, ma è un’unica scena, troppo poco per realizzare anche le finalità didattiche del film, dato che l’intervento USA nel Centroamerica è il fattore principale della radicalizzazione avvenuta in questi ultimi anni nel Continente.” (Giorgio Rinaldi, ‘Attualità Cinematografiche’)

“In mancanza di tutto ciò, il film è la prevedibile cronistoria, raccontata dal regista australiano John Duigan sulla scorta d’un copione scritto da John Sacret Young, della cosiddetta ‘presa di coscienza’, da parte di Romero, dell’obbligo di schierarsi, in nome della Chiesa dei poveri, contro le destre che ricorrevano persino alla tortura pur di liberarsi dei comunisti che a loro avviso impedivano la crescita economica del paese. Ecco dunque che Romero, all’inizio prete possibilista, s’allarma e s’indigna quando un suo confratello viene ucciso, e poi a poco a poco, in polemica anche con altri sacerdoti, si rifiuta di benedire i fascisti al potere, fin quando, all’indomani della cattura d’un altro prete, che è stato accusato di terrorismo, tiene testa ai soldati impossessatisi d’una chiesa, conosce la galera, risponde con la preghiera alla violenza assassina, ordina ai soldati di cessare la repressione, e per tutta risposta viene ammazzato in cattedrale mentre alza il calice. Irreprensibile sul piano propagandistico, il film squaderna molti luoghi comuni con una regia assai banale che appena in qualche punto sfiora la commozione, e un’interpretazione di basso livello. E, nel contenuto e nel linguaggio, il trionfo della convenzione televisiva. Dunque la mercificazione d’una pagina terribile della nostra storia.” (Giovanni Grazzini, ‘Il Messaggero’, 7 Aprile 1990)

“Bello e importante è ‘Romero’ – su un versante tragicamente documentaristico – testimonianza dei nostri tempi spietati. Che un sacerdote, e molti sacerdoti, siano e siano stati uccisi per avere testimoniato il Vangelo è tragedia di quella intolleranza ideologica e culturale che ha, da sempre, molti modi, religiosi e laici, per manifestarsi. ‘Romero’ è un film povero, con un grande Raul Julia come protagonista, realizzato con pochi mezzi e poca pubblicità. Ma la contrapposizione amore-violenza, coi poveri schiacciati dalle armi e dal potere, è eterna e in ‘Romero’ è rappresentata con semplicità e scrupolo e con grande efficacia. Ucciso su un altare il 24 marzo 1980, Oscar Romero, che era stato elevato alla carica nel 1977 con fama di moderato e di uomo di biblioteca, acquistò via via fermissima consapevolezza della sua estrema missione evangelica di umanità e di fede. È un esempio luminoso di coerenza e di testimonianza, in un terra così bella e tormentata come l’America Latina. E il film lo ricorda con piena dignità e rigore, mentre la Chiesa del Salvador ne ha in corso il processo di beatificazione.” (‘Rocca’, 1 Agosto 1990)

 

Pablo Richard e Tonino Bello scrivono su Romero – Noi siamo Chiesa

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