togliere i bambini rom alle loro famiglie – parola di assessora e per di più … donna – la replica di REYN

l’assessora Donazzan non ha dubbi: ‘per il loro bene’ i bambini rom vanno tolti alle famiglie per ‘educarli’

 la replica di REYN Italia

(Romani Early Years Network – Rete per la Prima Infanzia Rom)

Veneto

l’assessore regionale Donazzan

“Basta ipocrisia, togliere i figli ai rom per educarli”

La frase durante una discussione in Consiglio Regionale sull’inserimento scolastico. L’assessora ha anche rilanciato su Facebook: “Usare il buonsenso” Per educare i figli di rom e sinti bisogna toglierli ai genitori. A fare la controversa affermazione, che non è ancora una proposta, è l’assessora all’istruzione del Veneto, Elena Donazzan, che ha risposto così a un emendamento di un consigliere Pd che aveva proposto di sostenere l’inserimento scolastico dei bambini rom e sinti. Lo riporta La Nuova Venezia.

L’assessore ha anche rilanciato sul suo Facebook la sua frase, chiedendo di togliere “il velo dell’ipocrisia” e “usare il buonsenso”.

 

La Donazzan ha fatto il parallelo con una famiglia italiana. “Se un italiano si comportasse così con i propri figli, un assistente sociale glieli toglierebbe subito”. Per la Donazzan “se si vuole avere qualche speranza che vengano educati, bisogna togliere i bambini dagli 0 ai 6 anni ai genitori rom e sinti”. L’assessore ha spiegato che è d’accordo sul principio di educare, ma che è la situazione a non permetterlo.

Il consigliere Pd ha replicato: “Perché non si possono aiutare questi bambini come fanno altri Comuni, magari con un mediatore culturale? Non si possono togliere i bambini ai genitori, nessun magistrato lo farebbe”.

Reyn Italia scrive all’Assessora Donazzan

no all’antiziganismo, puntare sulle buone pratiche

In seguito alle dichiarazioni dell’Assessora Regionale Elena Donazzan («Se si vuole avere qualche speranza che vengano educati, bisogna togliere i bambini dagli 0 ai 6 anni ai genitori rom e sinti») la rete REYN Italia ha scritto e inviato una lettera alla rappresentante istituzionale. Di seguito la versione integrale del documento:

Gentile Assessora,

siamo una Rete nazionale formata da persone che lavorano a stretto contatto con le comunità rom nel campo dello sviluppo nella prima infanzia. Abbiamo seguito attoniti le sue affermazioni relative all’educazione dei figli dei rom e dei sinti che sono state riportate da diversi quotidiani – iIl Giornale di Vicenza, la Repubblica, Il Mattino di Padova, Il Giornale – e che lei stessa ha postato sulla sua pagina Facebook invitando “a togliere il velo dell’ipocrisia” e ad “usare il buonsenso”. Nel suo post sui social lei sembra confermare quella che ritiene possa essere una proposta applicabile, ovvero quella di “togliere i bambini dagli 0 ai 6 anni ai genitori rom e sinti”, affermando successivamente che “se un italiano si comportasse così con i propri figli, un assistente sociale glieli toglierebbe subito”.

A questo proposito, ci preme informarla che in Italia il 60% della popolazione rom e sinti è di cittadinanza italiana e solo 1 rom su 5 in Italia vive in emergenza abitativa, in condizione di esclusione sociale e precarietà economica.

Le sue affermazioni, oltre ad apparire pericolose, risultano palesemente discriminatorie e contrarie ai principi fondamentali sanciti dalla Costituzione.
La sottrazione di un figlio dalla propria famiglia rappresenta un provvedimento estremo che viene preso dall’autorità giudiziaria nei confronti di un soggetto con manifesta incapacità genitoriale, che non deve avvenire mai per motivi economici e comunque sempre applicato a situazioni individuali, nel maggiore interesse del minore. Peraltro l’allontanamento rappresenta sempre e comunque un evento doloroso per il bambino e per la famiglia, per cui va sempre ponderato. Si tratta di un provvedimento che riguarda indistintamente cittadini italiani e stranieri, rom e sinti compresi, in base alle valutazioni delle autorità giudiziarie, per cui è già una legge uguale per tutti.

Dalle sue dichiarazioni sembra che lei invece auspicherebbe una norma che permetta indiscriminatamente di togliere i bambini nella fascia 0-6 ai genitori rom e sinti in quanto intrinsecamente incapaci di educare i propri figli. Tale affermazione, oltre a stridere con i principi costituzionali, ci proietta in un passato non troppo lontano quando, in diversi Paesi europei, la sottrazione dei minori rom rappresentava il principale strumento per lottare contro quella che veniva definita la “piaga zingara”.

Ci preme ricordarle come il suo ruolo istituzionale le impone il preciso mandato di adoperarsi per rimuovere gli ostacoli che negano il pieno raggiungimento del diritto all’istruzione di tutti i bambini e i ragazzi, con particolare attenzione a chi i mezzi non li ha o vive in situazione di disagio socio-economico. Una vasta letteratura scientifica e numerose esperienze dimostrano come il denaro investito in politiche educative nell’età 0-6 anni, soprattutto per le fasce economicamente e socialmente più deboli, è vantaggioso sia in termini di risultati educativi e sociali che anche in termini meramente economici.

Il nostro Paese non ha bisogno di affermazioni sensazionalistiche e utili solo a incrementare un pericoloso antiziganismo.

Se ha intenzione di affrontare in modo serio e rigoroso il problema dell’infanzia che vive in condizione di precarietà economica e segregazione abitativa, di azioni utili se ne possono fare parecchie, iniziando da percorsi educativi inclusivi e di qualità per tutti che nell’esperienza internazionale della nostra Rete sono il risultato di azioni volte a rafforzare il coinvolgimento delle famiglie nei percorsi di studio dei bambini in condizioni di fragilità, a promuovere interventi educativi e strategie didattiche personalizzate e motivanti, avvalersi di personale specializzato nella mediazione culturale e educativa, sostenere le scuole perché possano attivare percorsi extrascolastici e non-formali per sostenere i bambini che hanno maggiore difficoltà nell’apprendimento.

Siamo in grado di fornirle molteplici esempi di esperienze virtuose ed efficaci consolidate in diverse città italiane, per questo restiamo a disposizione per un incontro che ci auguriamo voglia accordarci.

Le auguriamo una più approfondita riflessione sul tema,
e buon lavoro,

REYN Italia (Romani Early Years Network – Rete per la Prima Infanzia Rom)
https://reynitaliablog.wordpress.com/

anche a Parigi i rom sono di ‘serie b’ rispetto alla legge

smantellato un accampamento Rom nella periferia di Parigi

scoppia la polemica

non concessa la sospensione dello sgombero, prevista dalla legge, perché hanno occupato con la forza il terreno dopo hanno realizzato l’insediamento

La baraccopoli Rom smantellata a Parigi

la baraccopoli Rom smantellata a Parigi

globalist 28 novembre 2017

La polizia ha smantellato, oggi, un accampamento Rom nella periferia nord di Parigi. All’operazione sono state interessate un centinaio di persone, che sono state ospitate altrove. Si tratta della quarta evacuazione dal 2015 attuato nella zona di Parigi.

Lo smantellamento dell’accampamento di Poissonniers, fatto di capanne di legno, a poca distanza da un tratto ferroviario in disuso, è cominciata intorno alle 7,30 quando un piccolo gruppo di donne e bambini è stato fatto salire su un bus.
“Centotredici persone tra cui 55 bambini (…) sono stati riprotetti”, ha detto, in una nota, la prefettura dell’Ile-de-France. Non ci sono stati problemi durante l’evacuazione, garantina da un centinaio di poliziotti.
In precedenza, circa 250-300 persone, dopo le procedure di identificazione, erano già partite e sistemate in strutture alberghiere o alloggi d’emegenza, cercando di non allontanare i nuclei familiari dalle scuole frequentate dai figli.
Una sistemazione abitativa sarà offerta principalmente a persone vulnerabili, genitori di bambini in età scolare e persone in un processo di integrazione, secondo le linee anticipate dalla prefettura regionale, ricordando che una analisi sociale era stata fatta sulla baraccopoli e la sua composizione.
In previsione dello sgombero, era stato concesso un termine – fino al 10 novembre – per lasciare l’area. Ma da parte delle associazioni che tutelano i diritti umani sono state sollevate perplessità perchè la legge sull’uguaglianza e la cittadinanza, approvata all’inizio di quest’anno, prevede l’estensione anche agli abitanti delle baraccopoli della sospensione degli sgomberi in questo periodo dell’anno. Ma un tribunale deciso che la sospensione non vale per gli abitanti della baraccopoli di Poissonniers, che hanno occupato con la forza il terreno su cui hanno costruito i loro alloggi.

truffa contro i rom – sette miliardi di fondi europei svaniti nel nulla

nomadi

la mega truffa dei fondi europei per l’inclusione

“svaniti nel nulla”

a Castel Romano 70 casi scabbia, leptospirosi, epatiti e lecumeni da luglio ad oggi

Nomadi, la mega truffa dei fondi europei per l'inclusione. “Svaniti nel nulla”

sette miliardi di euro di fondi europei in sei anni destinati all’inclusione al sostegno dei rom che sono in Italia: ma ad oggi nessun programma è stato realizzato e nei campi nomadi è emergenza sanitaria. Al Campo di Castel Romano da giugno ad oggi si contano 70 casi tra scabbia, leptospirosi, epatiti e leucemie

Non un solo contratto di lavoro o affitto di una casa è stato attivato. La denuncia arriva dall’Associazione Nazione Rom secondo la quale la Procura ha aperto un fascicolo di inchiesta affidato ai Procuratori Alberto Pioletti e Letizia Golfieri.

“In Italia è in atto una truffa sui Fondi Sociali Europei destinati all’inclusione sociale dei Rom, Sinti, Caminanti (RSC)”, sostiene Marcello Zuinisi che ha denunciato il Sottosegretario di Stato Maria Elena Boschi, responsabile politico istituzionale di UNAR Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali e il Sindaco di Roma Virginia Raggi.

L’Associazione spiega:

“L’Italia ha varato una Strategia Nazionale di Inclusione per RSC rispondendo a precisi impegni presi in sede di Commissione Europei. La “governance” che doveva nascere dall’applicazione di questa Strategia è attualmente gravemente violata. A Roma Capitale è nato un tavolo di inclusione RSC dal quale sono esclusi i diretti interessati. E’ il “capolavoro” di Virginia Raggi con la complicità del Sottosegretario di Stato Maria Elena Boschi, responsabile dell’applicazione e monitoraggio della Strategia e degli Accordi Eu”.
Secondo l’Associazione dalla Commissione Europea sono arrivati stanziamenti di denaro pubblico per garantire l’inclusione di RSC. In particolare i terreni di applicazione sono quattro: casa, lavoro, scuola e salute. “Il Ministero del Lavoro, attraverso un programma denominato PON INCLUSIONE 2014 – 2010, ha dato al Sottosegretario di Stato Boschi ed al suo Dipartimento, la cifra economica di 14 milioni e 400.000 euro per garantire la prevenzione sanitaria nei campi Rom di tutta Italia. 
Da giugno, solo a Castel Romano, è emergenza sanitaria: conclamati 70 casi di scabbia, leptospirosi, epatiti e leucemie. Negli ultimi 5 anni sono morte 63 persone. Un’intera comunità privata dell’acqua e dell’energia elettrica. Gli impianti fognari costruiti da Roma Capitale erano abusivi e sono stati messi sotto sequestro dalla stessa Procura. Ad oggi nessun programma di prevenzione sanitario è stato messo in atto nonostante gli ingenti mezzi finanziari messi nelle mani del Governo e degli amministratori.
Grazie ad un’interrogazione parlamentare, presentata dagli Onorevoli Stefano Fassina e Giulio Marcon, è iniziata ad emergere la verità. Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha recentemente firmato (10 novembre 2017) gli atti predisposti dall’Ufficio Legislativo del Ministero della Salute diretto dall’Avvocato Maurizio Borgo. Gli atti sono stati spediti al legale rappresentante ANR. Oggi la consegna degli stessi alla Guardia di Finanza.

I programmi non realizzati

“I Fondi Sociali Europei ricevuti dall’Italia per il periodo 2014 – 2020 sono sette miliardi di euro. Servono per l’inclusione di RSC e dei senza fissa dimora, dei poveri. Con questi fondi, il Governo e le Città Metropolitane sono riusciti a mettere in piedi, progetti di inclusione scolastica per ben “settantotto” studenti RSC. Dovrebbero essere studenti che abitano nei Campi di Roma Capitale, del Camping River, di Salone, di Castel Romano. Nessun bambino di questi campi ha visto realizzarsi un solo progetto. Provate a chiedere agli operatori della Cooperativa Isola Verde al Camping River. Nessuna ha mai visto un solo euro o un solo progetto finanziato con i fondi europei.
RSC sono inoltre esclusi dai comitati di sorveglianza dei fondi europei. Ad oggi, dei 62 Comitati di Sorveglianza istituiti, ai sensi del regolamento Eu 1303/2013, relativi ai Fondi Strutturali, PON Inclusione 2014 – 2020, PON Metro 2014 – 2020, ed ai Regionali FES, FESR, FEASR, soltanto il programma FEASR 2014 – 2020 della Regione Valle d’Aosta è rispettoso delle leggi europee, avendo compreso la legittima rappresentanza di RSC al suo interno.
Abbiamo denunciato l’ennesimo tentativo, messo in atto dal Sottosegretario di Stato Boschi, di aggirare la corretta applicazione della Strategia, istituendo una Platform per RSC: uno pseudo tavolo di inclusione che in realtà non decide niente. Per sostenerlo la stessa ha messo a bando uno stanziamento di 475.000 euro + IVA. ANR si è rivolta ad ANAC Autorità Nazionale Anticorruzione di Raffaele Cantone ed alla Procura di Roma chiedendone il blocco.
Il Pon Inclusione è stato usato per finanziare il programma SIA (Servizio di Inclusione Attiva) destinato a RSC, senza fissa dimora, poveri.
Nel mentre, al Camping River, le famiglie destinatarie dei famosi 10.000 euro, stanziati dal Sindaco di Roma, attraverso i Fondi Europei, per affittare una casa, non hanno visto nessun sostegno concreto. L’Ufficio Speciale RSC di Roma Capitale sta ora offrendo alle stesse famiglie percorsi di sostegno all’affitto per un periodo di massimo tre mesi.
Ad oggi, in Italia, RSC non hanno visto attivato un solo contratto di lavoro o di affitto di una casa. E’ in atto una autentica truffa nazionale ed europea. Il Governo, le Regioni, i Comuni potrebbero veder azzerati i finanziamenti concessi, in base a quanto prevedono i regolamenti europei”.

la spietata intolleranza dei comuni di Pisa e Cascina nei confronti di alcune famiglie rom

il grido di disagio di alcune famiglie rom che chiedono di poter mandare i loro bambini a scuola dopo essere cacciati dai loro terreni:

Noi Rom costretti ad essere nomadi

Ora non possiamo stare in pace, neanche dentro i nostri camper.”

Anni fa, abitavamo dentro il campo Rom, ed eravamo censiti nel Progetto “Città Sottili” del comune, poi ci ha chiesto di uscire dal campo e ci siamo sistemati in aree di nostra proprietà. Anche da lì il comune ci ha allontanato, confiscandoci l’area. Ben 4 terreni ci sono stati tolti. Per vivere ci è toccato prendere dei camper. Ma cosa dobbiamo fare?

Siamo circa 12 famiglie, una cinquantina di persone, con trenta minori. Stiamo vivendo nei camper da circa un anno, ma da mesi è una vera “odissea”, costretti a continui spostamenti, da un parcheggio all’altro tra Pisa e Cascina, in seguito ad ordinanze che l’amministrazione di Cascina e Pisa hanno emanato e che vietano l’uso dei camper al di fuori delle aree attrezzate…politicamente con colori diversi (Lega e PD), ma uguali nell’accanirsi con noi. Ordinanze mirate soprattutto a perseguire la presenza di noi Rom che viviamo nei camper, non certo per una nostra scelta, ma in seguito la chiusura dei nostri terreni e senza l’offerta di reali alternative.

Il motivo della confisca dei nostri spazi è perché abbiamo messo la ghiaia su terreni destinati ad uso agricolo, ma se lo abbiamo fatto era solo per rendere la nostra vita più decorosa, soprattutto per i nostri figli, che in tutti questi anni hanno frequentato le scuole, ottenendo tra l’altro i diplomi della elementare e medie e qualcuno frequenta la superiore. Una di queste famiglie ha tre bambini portatori di handicap, tra l’altro frequentavano pure loro la scuola con il sostegno di psicologi. In questi anni abbiamo lottato perché i nostri figli frequentassero la scuola e vorremmo che continuassero a farlo, ma nelle condizioni attuali ci è praticamente impossibile. Non passa giorno che i vigili ci invitano ad allontanarci dal parcheggio in cui siamo e di andare nel parcheggio riservato per i camperisti, a volte anche due o tre volte al giorno. L’assurdo è che noi di giorno, non possiamo usare il camper, perché i vigili ci allontanano e di notte per dormire, andando nelle aree riservate ai camperisti e ci tocca pagare 30 € per 24 ore di permanenza, questo noi non ce lo possiamo permettere. E’ una ordinanza assurda che penalizza solo noi Rom, noi siamo stati costretti dalle Amministrazioni a dover vivere nei camper, non siamo dei turisti occasionali che vengono a visitare la città di Pisa per qualche giorno l’anno.

Noi Rom siamo costretti a vivere come nomadi, è forse questa la strada dell’integrazione che tutti i comuni ci gridano sulle nostre teste ogni giorno? Siamo ritornati a fare la vita di 40 anni fa, esattamente quella dei nostri padri, anzi per loro era molto più facile, perché allora non esistevano queste ordinanze assurde, la gente si spostava liberamente e trovava con facilità un posto dove sostare.

Tanti dei nostri figli sono nati qui a Pisa, cresciuti insieme ai loro compagni sui banchi di scuola, si frequentavano e giocavano insieme, ma dopo il 28 Agosto del 2017 (giorno dell’ultima ordinanza anti accampamento e bivacco del comune di Pisa, la precedente era del giugno 2016), per loro non è più possibile, questa legge ci punisce troppo e non possiamo soddisfare il loro desiderio di frequentare i loro compagni di scuola. Tutto questo che ci sta capitando non è per una nostra scelta! In questi anni sono state tante le promesse che i servizi Sociali ci hanno fatto, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti, cioè niente e tante parole al vento: come ora sono le nostre vite, siamo ritornati ad essere come nomadi al vento!

La nostra richiesta.

Noi non chiediamo e non vogliamo la casa, anche perché sappiamo che tanti italiani la stanno aspettando da anni e ne hanno più bisogno di noi, quello che chiediamo è che l’Amministrazione di Pisa ci dia la possibilità di stare nel nostro territorio, anche per far studiare i nostri bambini. Ci indichi un’area di sosta temporanea, per la durata dell’anno scolastico, dove stare anche con i camper senza dover pagare cifre troppo alte. Siamo sempre disposti a parlare con l’assessore del sociale, dott.ssa Capuzzi (finora non ha mai accettato un incontro con noi), perché con il dialogo e la mediazione è possibile risolvere tanti problemi, se c’è la volontà di capire e aiutarsi da entrambe le parti.

22 Settembre 2017

(da un parcheggio pubblico di Pisa)

Fam.Seferovic

Fam. Halilovic

Fam. Ahmetovic

dal chiedere l’elemosina sulla strada alla scalata per diventare la prima senatrice rom

aspirante avvocato, 27 anni

Anina vuole essere la prima senatrice rom

arrivata in Francia dalla Romania, dopo la caduta del comunismo, ha costruito la sua vita sullo studio, dopo avere anche mendicato per strada. Poche possibilità d’essere eletta, ma si è candidata per aprire la strada a molti altri

Anina Ciuciu

Anina Ciuciu

Il suo è un sogno ambizioso, ma se dovesse diventare realtà, la renderebbe orgogliosa. Per se stessa e per la sua gente. Perché Anina Ciuciu, 27 anni, aspirante avvocato, sogna di diventare la prima senatrice di Francia di origini rom. Passare dalle baraccopoli agli ori del Senato di Parigi per “aprire la strada” e “ripristinare l’orgoglio per coloro che sono costretti a abbassare la testa”.
E’ candidata per la lista ”Il nostro futuro” e sa benissimo che le possibilità d’essere eletta per sostituire la dimissionaria Aline Archimbaud, ambientalista che pure la sostiene nel collegio di Seine-Saint-Denis, sono minime perchè si scontra con candidati che hanno alle spalle partiti ricchi ed organizzati.  Ma la lotta non la spaventa. Come potrebbe, d’altra parte, per una che è stata anche per strada a mendicare e che ha conosciuto, con  le due sorelline, la fame, quella vera?
In Romania, Paese natale della famiglia Ciuciu, il padre era contabile, la madre infermiera. La caduta del comunismo è anche il crollo di alcune certezze. La famiglia allora parte verso l’Occidente,quando Anina ha appena sette anni. Attraversano i campi minati dell’ex Jugoslavia e raggiungono Roma, “a rischio della loro vita, come i migranti di oggi”. Dopo sei mesi di “vita inumana” in un campo nomadi gigantesco (il Casilino 900), la famiglia parte per la Francia, ”il Paese dei diritti umani”.
Ma la Francia dei ”diritti umani” non ha molto cuore e per la famiglia rom cominciano i problemi. Sino a quando, casualmente, incontrano una persona che cambia la loro storia, Jacqueline de la Fontaine, una insegnante. Jacqueline vedendo Anina in braccio alla madre, tra i banchi di un mercato, prende a cuore le sorti di quella famiglia, convincendoli però dell’importanza dell’istruzione. Anina comincia allora il suo cammino che la porta a percorrere, dopo avere imparato il francese, tutta la trafila scolastica sino agli studi giuridici alla Sorbone e la prospettiva di diventare avvocato.
Nel 2013 ha ottenuto la cittadinanza francese (è l’unica della sua famiglia) dopo la pubblicazione di un libro ( ”Sono una rom e ne sono fiera. Dalle baracche rmane alla Sorbone”, nell’edizione italiana)
Se eletta l’attivista della comunità (collabora con il periodico La voce dei rom) non vorrà essere considerata una ‘zingara di riferimento’. Ma un simbolo: “Sarebbe un fatto storico per una donna francese di origine rom essere eletta. Soprattutto in un Senato prevalentemente di sesso maschile e dove l’età media è di 64 anni”
Anina Ciuciu nella sua agenda ha molte battaglie da fare su giustizia ed ecologia, ma soprattutto per l’accesso all’istruzione, ricordando come nel collegio d Seine-Saint-Denis l’80 per cento dei bambini roma non vanno a scuola.
Ma vuole ”aprire una strada. perchè dopo di me ce ne saranno molte altre”, scommette.

il degrado di Napoli non è colpa dei rom – parola dei parroci di Miano

Miano
parroci invitano a superare gli stereotipi sui rom    versione testuale
“Il degrado a Miano non lo porteranno i rom, ma ha cause fortemente radicate in una criminalità organizzata che ha occupato, poi gestito, spazi vuoti”
Lo scrivono, in una nota inviata al Sir, i parroci di Miano (diocesi di Napoli), don Francesco Minervino, padre Lillo Di Rosa, don Salvatore Cinque, fra Gerardo Ciufo, padre Carlo De Angelis, dopo la decisione delle autorità competenti di sistemare dei rom “profughi” dall’incendiato campo di Scampia nell’ex caserma Boscariello a Miano e la protesta da parte di alcuni cittadini. “La gente del nostro quartiere è brava gente solidale e accogliente verso tutti e particolarmente verso coloro che sono in stato di disagio – sottolineano i parroci -. A Miano il degrado ha una storia antica fatta di non gestione, non soluzioni, rimandi. Questo intossica la convivenza e si arriva paradossalmente a prendersela con il più debole. Come in tutte le situazioni che non si affrontano, si accumula delusione e la delusione ha un prezzo: diventano tutti più elettrici, offensivi, difensivi. Ci sono situazioni che durano da anni e che la politica non risolve, distratta e troppo assente”. Di fronte “alle molteplici emergenze del nostro territorio, la Chiesa oggi si sente sotto pressione, perché chiamata a fare da ‘supplente’ in diverse emergenze. La Chiesa è accanto ai poveri, ma non ha il potere di sradicare la povertà. Alle politiche sociali, quando mancano o sono carenti, non è possibile rispondere in termini di supplenza”, evidenziano i sacerdoti. “Come normali cittadini e ancor più come cattolici siamo tenuti a superare e a far superare stereotipi e slogan che non fanno altro che diffondere pregiudizi e soprattutto non bisogna soffiare sul fuoco dell’odio razziale. Dobbiamo essere convinti che ogni essere umano, come ogni vita umana, merita sempre e comunque rispetto, anche chi questo rispetto sembra non meritarlo o volerlo. Può sembrare per alcuni un limite, ma segna la civiltà di un popolo”.
 

come calpestare spudoratamente la sofferenza di due suore generose per demonizzare il popolo rom

 ogni giornalista lo sa: un messaggio si fa passare mettendo un titolo ad effetto anche se non rispondente al vero e una conclusione che ribadisca il messaggio desiderato (come il calcio dell’asino!): è perfetto a questo scopo l’articolo di ‘secoloditalia’ sulle due suore che a Torino dopo una vita dedicata ai rom, ricevendone reciprocamente stima e affetto, lasciano ora il campo per una situazione di grave abbandono da parte delle istituzioni amministrative e dell’ordine pubblico: articolo che strumentalizza spudoratamente  questa situazione per far passare il messaggio che le due suore tirino i remi in barca deluse e frustrate dal popolo rom che pensavano redimibile e invece si rendono conto – finalmente . che tutto era e resta “inutile”! La conclusione  dell’articolo non è che la ciliegina che dà il tocco di completezza al messaggio!
di seguito l’articolo uscito su ‘secoloditalia’:

anche le suore si arrendono:

“non aiuteremo più i rom, è inutile…”

Anche le suore si arrendono: “Non aiuteremo più i rom, è inutile…”

La loro storia mette tristezza e allo stesso tempo fa riflettere. Dopo 38 anni di volontariato nei campi rom di Torino, due suore, ormai anziane ma ancora attivissime, hanno deciso di ritirarsi, di non aiutare più i nomadi in quell’ambiente diventato pericoloso e ingestibile. Troppa prepotenza, arroganza, bugie su bambini mandati a scuola e invece tenuti al pascolo, risate contro i volontari, considerati intrusi. La vicenda, raccontata dalla Stampa, riguarda le suore Luigine, religiose, sorelle, 78 e 77 anni, dedite per una vita ad aiutare i sinti e i rom, negli ultimi quindici anni in via Germagnano, nel campo più importante di Torino.

“Troppe prepotenze e nessun ruolo dei genitori”

«Lì vivono 30 famiglie con la residenza, da cinque-sei anni quel campo vive un momento brutto. Le pietre lanciate di notte contro la roulotte di un poveretto da ragazzi, sono il segno che mancano i genitori, che non c’è più autorevolezza. La scuola è trascurata, i ragazzi non ci vanno, i genitori non insistono. Il pulmino che li portava non c’è più e per le famiglie è difficile accompagnarli: se li mettono sul furgone capita che appena usciti dal campo prendano la multa. Poi, l’impressione è che il diploma di terza media venga dato con una facilità che non è educativa”, è la sintesi del pensiero delle due suore raccolto dalla Stampa. Ma cos’è accaduto di così grave da far allontanare le due religiose? “Cinque-sei anni fa è arrivata gente che minacciava, bruciava le case, poi le occupava. Ora piazzano i camper dentro l’area, se ci sono controlli se ne vanno. Alcune famiglie in regola se ne sono andate. Noi – tengono a ribadire – non siamo andate via per i rom, ma per l’abbandono: nonostante questa situazione che colpisce i deboli, là non vanno più né vigili, né cooperative. I volontari vengono derisi. Ci avevano detto, in caso di necessità di chiamare la polizia, finito l’orario dei vigili, ma in sei mesi non è mai arrivata”.

Se si sono arrese loro, figuriamoci chi non ha l’aiuto della fede…

fonte: secoloditalia

le ‘suore luigine’ lasciano a Torino il campo rom ma non i rom

le suore lasciano i campi rom

“troppi prepotenti, costrette a mollare dopo trentotto anni”

le religiose:
“in via Germagnano serve la presenza delle forze dell’ordine e degli educatori”

suor Rita e suor Carla sono suore Luigine, una congregazione nata nel 1915 ad Alba

dal 1979 sono vissute prima tra i sinti e poi tra i rom della ex Jugoslavia

maria teresa martinengo

«vi chiudiamo dentro, così non andate via. Se ve ne andate questo campo non sarà più come prima»,

ha detto un capofamiglia rom a Rita e a Carla. Ma loro, le suore Luigine che hanno vissuto 38 anni nei campi nomadi di Torino, con le lacrime agli occhi un mese fa hanno lasciato la loro casetta di via Germagnano. «Avremmo voluto restare, ma la nostra età e le condizioni del campo non lo permettevano più», raccontano le religiose, sorelle, 78 e 77 anni. Una frase a testa, con serenità e malinconia insieme, le suore Luigine che ai sinti e ai rom hanno dedicato la vita, dando una mano con i bambini, con le medicazioni, con la burocrazia, raccontano.  

PRESENZA AMICA  

«La nostra è stata e continua ad essere, perché siamo già tornate più volte, una presenza di amicizia, condivisione di vita». Dal 1979 in via Lega, tra i sinti, poi all’Arrivore, gli ultimi quindici anni in via Germagnano. «Ma il campo comunale di via Germagnano, dove vivono 30 famiglie con la residenza, da cinque-sei anni vive un momento brutto. L’abbiamo detto in Comune: l’abbandono in cui versa è un segnale negativo per i rom prima di tutto». Le suore, che raramente si sono espresse in tutti questi anni, ammettono che «le pietre lanciate di notte contro la roulotte di un poveretto da ragazzi, sono il segno che mancano i genitori, che non c’è più autorevolezza». La scuola è trascurata. «I ragazzi non ci vanno, i genitori non insistono. Il pulmino che li portava non c’è più e per le famiglie è difficile accompagnarli: se li mettono sul furgone capita che appena usciti dal campo prendano la multa. Poi, l’impressione è che il diploma di terza media venga dato con una facilità che non è educativa».   

TROPPI PREPOTENTI  

Rita e Carla hanno pianto. «Saremmo rimaste, ma non aveva più senso stare in un posto di cui non si cura più nessuno. Per un po’ ci siamo fermate a pensare alla proposta che i sinti di via Lega, di fronte a via Germagnano, ci hanno fatto. Ci volevano di nuovo con loro, si sarebbero accollati la spesa per comperarci una casa mobile. Ma alla nostra età non avrebbe avuto senso. Così abbiamo accettato la casa che don Ciotti ci ha offerto», spiega Rita. «Certo – aggiunge la sorella, guardandosi intorno nell’appartamento dove si trovano provvisoriamente – per noi come per i rom è difficile abituarci a una casa. Il campo è un’altra vita. Al mattino presto là c’era sempre qualcuno che gridava se volevamo un caffè…».  

I problemi sono arrivati dai prepotenti. «Cinque-sei anni fa è arrivata gente che minacciava, bruciava le case, poi le occupava. Ora piazzano i camper dentro l’area, se ci sono controlli se ne vanno. Alcune famiglie in regola se ne sono andate. Noi – tengono a ribadire – non siamo andate via per i rom, ma per l’abbandono: nonostante questa situazione che colpisce i deboli, là non vanno più né vigili, né cooperative. I volontari vengono derisi. Ci avevano detto, in caso di necessità di chiamare la polizia, finito l’orario dei vigili, ma in sei mesi non è mai arrivata».  

LAVORO PER LE DONNE  

Per Rita e Carla un’altra estate là non sarebbe più stata possibile. Se avessero lasciato la casetta per qualche settimana di riposo, al ritorno probabilmente avrebbero trovato brutte sorprese. Per far sì che il Comune potesse assegnarla a una famiglia in regola e bisognosa, e non venisse, al contrario, occupata da prepotenti, le suore sono rimaste fino all’ultimo: «Mentre uscivamo – ricordano – è entrata una giovane coppia in attesa di un bimbo». Così anche le famiglie vicine in regola sono state protette. «C’era chi ci diceva: se la vostra casa se la prendono “quelli là” noi dovremo andare via». Rita e Carla le loro idee per restituire a via Germagnano un po’ di dignità le hanno spiegate in Comune: «Presenza delle forze dell’ordine, subito, lavoro educativo nel campo. E lavoro per le donne». 

la bambina rom più intelligente di Einstein

Nicole Barr

la ragazzina rom
con il QI più alto di Einstein

Una volta qualcuno ha detto che sarebbe ingiusto affermare che abbiamo tutti le stesse abilità, ma che sarebbe altrettanto giusto sostenere che, per ogni persona che ha raggiunto il successo, ce ne sono tante altre che avrebbero ottenuto i medesimi risultati se soltanto ne avessero avuto la possibilità materiale. Ora, questa non è la storia di un talento soffocato, per fortuna, ma è la storia di un talento scovato in una roulotte, nella periferia di Londra. Di una ragazzina a cui devono essere fornite le possibilità di cui si parlava prima. Ma ogni cosa per ordine.

La ragazzina è un’adolescente rom di dodici anni e si chiama Nicole Barr. Ama leggere, soprattutto Shakespeare, è appassionata di recitazione e da grande vuole fare il medico. Ad Harlow, dove vive con la sua comunità, è diventata famosa grazie alla sua spiccata e straordinaria intelligenza. All’età di dieci anni risolveva complicati problemi di algebra, da piccola completava i puzzle in pochissimi secondi e ha sempre avuto una memoria prodigiosa: «Ricordo che quando ero alle elementari e facevo l’angelo in una recita scolastica, una compagna di classe non si presentò e io ho imparato tutte le sue battute», ha raccontato Nicole all’Herts and Essex Observer.

Inoltre, ha piacere a passare molto tempo in compagnia degli adulti, più che con i suoi coetanei, e approfondisce volentieri le materie di studio. Il padre James, che lavora come addetto alla pulizia delle strade, sapeva che la figlia era un genio e perciò ha insistito perché facesse il test per quantificare il suo quoziente intellettivo. Nicole ha riportato un punteggio di 162, più di Albert Einstein – che non è chiaro se abbia fatto il test o meno – e sicuramente più di Stephen Hawking, che si “ferma” a un Q.I. di 160.

Una sorpresa per Nicole. Una persona media ha un quoziente d’intelligenza che si aggira sui 100. Intorno al 132 si appartiene al 2 percento più alto e questo permette di entrare nel gruppo Mensa, che raccoglie gli uomini e le donne più svegli del pianeta. Dai 140 punti in su, invece, si è particolarmente dotati. Ma 162 punti non li aveva mai fatti nessuno; Nicole è la prima. La portavoce della Mensa, Ann Clarkson, ha affermato: «Il quoziente intellettivo di Nicole la colloca comodamente all’interno dell’1 percento della popolazione». Per la precisione, sono 110mila le persone che appartengono all’associazione e per lo più sono maschi (65 percento). Solo l’8 percento ha meno di sedici anni.

Il risultato del test ha sconvolto e sorpreso Nicole: «Quando ho scoperto di aver avuto un punteggio così alto, sono rimasta scioccata». Scioccata e felice, come i rom di Harlow, tra cui da tempo si era sparsa la voce che Nicole fosse veramente una fanciulla brillante. Il padre, James, ha commentato: «Questo dimostra che non importa da dove vieni. Tanto per cambiare, la comunità rom fa notizia per qualcosa di bello». La mamma Dolly, che è separata dal marito, descrive con tenerezza la figlia, dicendo che fin da piccola scovava errori nei libri e nelle riviste e che l’intelligenza in lei non fa coppia con tristezza o eccessiva pensosità; Nicole è una ragazzina allegra, divertente e molto studiosa. Una ragazzina normale, verrebbe da dire – e, in fondo, lo è davvero, come lo siamo tutti noi, nella nostra singolare unicità.

Molta intelligenza, ma altrettanta determinazione. Nicole non perde un giorno di lezioni, come ha detto la preside della sua scuola, Helena Mills: «Nicole è una studentessa brillante. Lavora tantissimo e si è buttata in molte attività, durante il suo primo anno qui da noi. Ad esempio, ha fatto campeggio, ha partecipato a competizioni di scrittura e ha preso parte a una sfida di matematica. Vive e respira il nostro motto non ufficiale, e cioè che il duro lavoro ripaga». Nicole ha numerosi interessi e quest’estate parteciperà ad una recita della Dodicesima Notte di Shakespeare.

Tra i suoi tanti impegni e le ore di scuola, Nicole non perde però di vista il suo obiettivo, che è quello di andare all’università e diventare un pediatra. Oltre a essere davvero intelligente, infatti, è anche molto determinata, come racconta la mamma, e questo le sarà sicuramente utile per affrontare le sfide che l’attendono. Nicola continuerà a vivere con la famiglia e seguirà il suo percorso di studi con l’entusiasmo che l’ha accompagnata finora. Ed è quasi inevitabile che, a questo punto, ci scappi pure un augurio, per la giovane rom di Harlow e per la speranza che ha acceso.

straparlare di integrazione e mettere continuamente bastoni fra le ruote

Donne Rom

Milano

caro Tar, così i Rom non si integreranno mai

respinto il ricorso di una cittadina rom che aveva chiesto l’equiparazione del provvedimento di sgombero, con cui aveva dovuto abbandonare il campo regolare in cui risiedeva, a uno sfratto. Avrebbe così aumentato le chance di ottenere una casa popolare. La protesta delle associazioni: «La sentenza è uno stop all’effettivo superamento dei campi»

Una battaglia giudiziaria da continuare, per sostenere il diritto dei rom alla casa. Così Fondazione Casa della carità e Sicet si sono espresse in merito alla recente sentenza con cui il Tar della Lombardia ha rigettato il ricorso presentato da N.H., ex residente del campo di via Idro, la quale chiedeva che il provvedimento di sgombero dell’insediamento, dove abitava regolarmente dal 1996, fosse equiparato allo sfratto in termini di punteggio per l’assegnazione della casa popolare.

Secondo Casa della carità e Sicet, che insieme a European Roma Rights Centre hanno supportato il ricorso, la sentenza rappresenta infatti uno stop all’effettivo superamento dei campi e a una reale inclusione sociale e abitativa dei rom, sancita anche dalle Linee guida Rom, Sinti e Caminanti approvate nel 2012 dall’allora Giunta Pisapia. “Rispettiamo la sentenza del Tar, ma non ne condividiamo le valutazioni nel merito. Riconoscere per le famiglie sgomberate solo il punteggio di “sistemazione abitativa impropria” è l’interpretazione, restrittiva ed ideologica, che il Comune ha adottato fino ad ora. Invece, equiparare lo sgombero di un campo a un provvedimento amministrativo diretto al rilascio dell’alloggio non è illegittimo, visto che le famiglie di via Idro sono state forzosamente allontanate dalle loro abitazioni in base a una ordinanza sindacale”, è la posizione del Sicet.

La chiusura di via Idro, un campo comunale autorizzato, dove dal 1989 erano regolarmente residenti decine di famiglie, era stata decisa alla fine del 2015 proprio in attuazione di quelle linee guida che, tra le altre cose, prevedevano “l’accesso ordinario all’edilizia residenziale pubblica, secondo le regole in vigore” per raggiungere l’obiettivo di superare “i campi come soluzione abitativa a tempo indeterminato, attraverso percorsi di inclusione e convivenza”. Proprio in virtù di questi principi e dal momento che le famiglie sgomberate dal campo di via Idro non erano lì abusivamente, ma erano regolarmente residenti, Casa della carità e Sicet hanno ritenuto legittimo il ricorso di N.H., scegliendo di sostenerla insieme a European Roma Rights Centre.

“Il superamento dei campi, sostenuto sia a livello comunale che nazionale, non è in discussione. Esso però richiede un accompagnamento delle famiglie verso soluzioni abitative stabili, altrimenti la chiusura dei campi significa far diventare nomadi persone che non lo erano o rendere permanenti soluzioni che invece dovrebbero essere temporanee”, dice in proposito don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità. Secondo la Fondazione, in un momento in cui tanti sono tornati a parlare della chiusura dei campi, dare una reale alternativa significherebbe, per esempio, l’inserimento nel regime delle case popolari di quei nuclei a cui, come nel caso di via Idro, un Comune aveva assegnato a tempo indeterminato un’area ad uso abitativo. In casi come questo, l’equiparazione dello sgombero di un campo regolare allo sfratto rappresenterebbe uno strumento importante per promuovere l’inclusione abitativa delle famiglie che lì avevano una vera e propria casa.

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