una vita di condivisione col popolo rom – in memoria di suor Rita ‘luigina’

 

quarant’anni di vita condivisa coi rom

l’ultimo saluto a suor Rita Viberti della congregazione delle Luigine

L'ultimo saluto a suor Rita Viberti della congregazione delle Luigine
Suor Rita Viberti

 Giovedì 5 novembre a La Morra è deceduta suor Rita Viberti (nata Giuseppina), religiosa della congregazione delle Luigine di Alba. Originaria di Monforte, aveva 81 anni e ha svolto il suo servizio a Torino con la comunità di suore che da quarant’anni vive tra i sinti e rom.

I funerali si sono svolti sabato 7 novembre alle 10 nella parrocchiale di La Morra.


 

La Comunità delle Suore
da quarant’anni vive tra i Sinti e Rom.
Una presenza ecclesiale profetica
Sono passati quasi 40 anni da quando la Comunità delle Suore Luigine di
Alba ha deciso di vivere direttamente tra i Sinti e Rom nelle periferie torinesi.
La loro prima dimora è stata una vecchia carovana.
Era la fine degli anni 80. Poi a seguire altre sistemazioni in roulottes
e baracche. Infine, in questi ultimi anni, una modesta casetta in muratura,
nell’accampamento di Via Germagnano.
Una presenza di Chiesa profetica : accoglienza e rispetto del diverso.
Ogni giorno le suore hanno sperimentato, nell’incontro con i Sinti e Rom, il
desiderio di rappresentatre il Gesù che accoglie, che non allontana, che
ascolta, perdona e non condanna.
Una presenza che non separa i buoni dai cattivi, i giusti da chi sbaglia.
Quarant ‘anni vissuti all’insegna dell’ accoglienza e della concreta attenzione
con chi vive la sofferenza dell’emarginazione, con chi si trova in carcere, con
chi è legato alle dipendenze, con chi vive situazioni di dolore e fatica.
Condivisione della cultura, lingua e tradizione del popolo sinto e rom
Vivendo tra i Sinti e Rom, le suore hanno fatto propria e rispettato la
cultura nomade assumendone in pieno sfacettature, valori e contraddizioni.
” Comunità – ponte ” tra due culture e mentalità.
La loro presenza è stata quella che il ministero missionario richiede:
partecipare pienamente alla vita di un popolo vivendone le medesime
condizioni sociali e culturali per poi rendere sensibili le comunità civili e
cristiane a partire dal loro incontro.
Le suore infatti, oltre a vivere la vita nomade, hanno partecipato attivamente
alla vita ecclesiale torinese. Le loro dimore hanno accolto indistintamente
cattolici, ortodossi, mussulmani, atei.
Le porte delle loro baracche sono state aperte a tutti coloro che si
avvicinavano, dal nomade al sedentario, ricco o povero, dal Sindaco di una
grande città al cittadino comune, dal Vescovo all’ ultimo cristiano.
Chiunque entrava nella loro carovana ne usciva beneficiato. Ciascuna
persona ha sperimentato l’accoglienza, il dialogo, il confronto e la fiducia.
Chi si è seduto alla loro tavola non è uscito senza un caffè, un thè, un pasto
o semplicemente un assaggio del loro cibo o un bicchiere d’acqua. Ma
soprattutto attingendo dalla loro esperienza e arricchendosi della loro
testimonianza.
Quarant ‘ anni all’insegna della sobrietà
Fin dall’inizio suor Carla e suor Rita hanno avvertito l’esigenza di vivere tra
Sinti e Rom con uno stile di vita essenziale, esigente e sobrio.
Hanno sperimentato la povertà come scelta di libertà che riduce il consumo,
le cose e i beni.
Il loro stile di vita silenzioso condannava l’ostentazione della ricchezza, sia
dei Rom sia dei gagè, quando questa si esprimeva in beni di lusso, privilegi
o scelte di potere.
Le diversità possono vivere insieme
La presenza di queste suore nel campo, in questi quarant’anni, lascia a chi le
ha conosciute e a tutta la comunità civile e religiosa un grande
messaggio: l’incontro con il diverso è possibile.
La loro vita è un segno concreto di speranza. Eppure non sono
mancati momenti di tensione che hanno messo in crisi la loro scelta
quando tra i nomadi sono esplosi momenti di rabbia e frustrazione scatenati
da chi ha perso ogni prospettiva nel futuro e si abbandona alla violenza.
Nel campo non sempre le istituzioni sono presenti e la giustizia non è
assicurata.
Ma ogni volta le suore hanno saputo ricominciare, come l’erba che si
piega al vento, anche se a volte il prezzo da pagare è stato alto.
Le vostre idee camminano
Dalle righe di questo giornale vorremmo dire grazie alla Comunità delle Suore
perché le loro idee camminano e vanno oltre l’esperienza, che la loro
presenza ha fatto riflettere i Sinti e Rom perchè si sono sentiti amati, che la
e porte delle loro baracche sono state aperte a tutti coloro che si
avvicinavano, dal nomade al sedentario, ricco o povero, dal Sindaco di una
grande città al cittadino comune, dal Vescovo all’ ultimo cristiano.
Chiunque entrava nella loro carovana ne usciva beneficiato. Ciascuna
persona ha sperimentato l’accoglienza, il dialogo, il confronto e la fiducia.
Chi si è seduto alla loro tavola non è uscito senza un caffè, un thè, un pasto
o semplicemente un assaggio del loro cibo o un bicchiere d’acqua. Ma
soprattutto attingendo dalla loro esperienza e arricchendosi della loro
testimonianza.
Quarant ‘ anni all’insegna della sobrietà
Fin dall’inizio suor Carla e suor Rita hanno avvertito l’esigenza di vivere tra
Sinti e Rom con uno stile di vita essenziale, esigente e sobrio.
Hanno sperimentato la povertà come scelta di libertà che riduce il consumo,
le cose e i beni.
Il loro stile di vita silenzioso condannava l’ostentazione della ricchezza, sia
dei Rom sia dei gagè, quando questa si esprimeva in beni di lusso, privilegi
o scelte di potere.
Le diversità possono vivere insieme
La presenza di queste suore nel campo, in questi quarant’anni, lascia a chi le
ha conosciute e a tutta la comunità civile e religiosa un grande
messaggio: l’incontro con il diverso è possibile.
La loro vita è un segno concreto di speranza. Eppure non sono
mancati momenti di tensione che hanno messo in crisi la loro scelta
quando tra i nomadi sono esplosi momenti di rabbia e frustrazione scatenati
da chi ha perso ogni prospettiva nel futuro e si abbandona alla violenza.
Nel campo non sempre le istituzioni sono presenti e la giustizia non è
assicurata.
Ma ogni volta le suore hanno saputo ricominciare, come l’erba che si
piega al vento, anche se a volte il prezzo da pagare è stato alto.
Le vostre idee camminano
Dalle righe di questo giornale vorremmo dire grazie alla Comunità delle Suore
perché le loro idee camminano e vanno oltre l’esperienza, che la loro
presenza ha fatto riflettere i Sinti e Rom perchè si sono sentiti amati, che la
Le porte delle loro baracche sono state aperte a tutti coloro che si
avvicinavano, dal nomade al sedentario, ricco o povero, dal Sindaco di una
grande città al cittadino comune, dal Vescovo all’ ultimo cristiano.
Chiunque entrava nella loro carovana ne usciva beneficiato. Ciascuna
persona ha sperimentato l’accoglienza, il dialogo, il confronto e la fiducia.
Chi si è seduto alla loro tavola non è uscito senza un caffè, un thè, un pasto
o semplicemente un assaggio del loro cibo o un bicchiere d’acqua. Ma
soprattutto attingendo dalla loro esperienza e arricchendosi della loro
testimonianza.
Quarant ‘ anni all’insegna della sobrietà
Fin dall’inizio suor Carla e suor Rita hanno avvertito l’esigenza di vivere tra
Sinti e Rom con uno stile di vita essenziale, esigente e sobrio.
Hanno sperimentato la povertà come scelta di libertà che riduce il consumo,
le cose e i beni.
Il loro stile di vita silenzioso condannava l’ostentazione della ricchezza, sia
dei Rom sia dei gagè, quando questa si esprimeva in beni di lusso, privilegi
o scelte di potere.
Le diversità possono vivere insieme
La presenza di queste suore nel campo, in questi quarant’anni, lascia a chi le
ha conosciute e a tutta la comunità civile e religiosa un grande
messaggio: l’incontro con il diverso è possibile.
La loro vita è un segno concreto di speranza. Eppure non sono
mancati momenti di tensione che hanno messo in crisi la loro scelta
quando tra i nomadi sono esplosi momenti di rabbia e frustrazione scatenati
da chi ha perso ogni prospettiva nel futuro e si abbandona alla violenza.
Nel campo non sempre le istituzioni sono presenti e la giustizia non è
assicurata.
Ma ogni volta le suore hanno saputo ricominciare, come l’erba che si
piega al vento, anche se a volte il prezzo da pagare è stato alto.
Le vostre idee camminano
Dalle righe di questo giornale vorremmo dire grazie alla Comunità delle Suore
perché le loro idee camminano e vanno oltre l’esperienza, che la loro
presenza ha fatto riflettere i Sinti e Rom perchè si sono sentiti amati, che la
loro scelta ha incoraggiato tanti sedentari a mettersi in gioco e molti cristiani
a verificare la via del confronto e dell’impegno, senza lasciarsi prendere dallo
scoraggiamento.
Suor Rita e Suor Carla ci hanno insegnato che realizzare un “sogno” è
ancora possibile.
Pio Caon
operatore pastorale tra i Sinti e Rom della Diocesi di Torino e amico da 40
anni amico di Suor Rita e Suor Carla.

 

la sofferta dichiarazione delle due sorelle  Rita e Carla nel dover lasciare la vita del ‘campo’ 

Torino 25/07/2017

Lasciate il campo, ma non i Rom! Non ci potete più lasciare perché siamo la vostra famiglia”

Queste parole di una amica Rom, esprimono già quanto cerchiamo di dire sulla nostra attuale situazione.

Dopo un lungo tempo di difficile discernimento e di preghiera, considerando l’avanzare degli anni, la precarietà della salute e le difficoltà sempre più pesanti della vita in quell’accampamento di Rom, abbiamo, in accordo con la Madre Jancy, deciso di lasciare l’abitazione al campo, seppure con le lacrime nostre e delle nostre amiche e amici Rom.

Ci è molto costato questa decisione presa nel momento in cui tutti hanno abbandonato a se stesse queste famiglie, già di per sé rifiutate dall’attuale società.

Abbiamo molto creduto nello stile dell’incarnazione, e questo “stare ” con gli ultimi tra gli ultimi, nel corso degli anni, ci ha allenato al silenzio, ad accogliere e a lasciarci accogliere, a farci compagne di viaggio, ad accettare di essere nulla accanto a chi non conta nulla, sperimentando anche noi, indifferenza, rifiuto, giudizi, disprezzo…, cose che per loro, da sempre, sono pane quotidiano.

Nel cammino di questi 38 anni , ci hanno sostenute e incoraggiate i nostri amici Rom e Sinti, le sorelle luigine, il nostro vescovo Cesare Nosilia, l’ufficio migrante, l’ufficio nomadi e tante amici e amiche. Continueremo, come da più parti ci è stato richiesto, ad accompagnare questo popolo con una modalità diversa di frequentazione e di accoglienza.

Abiteremo in un alloggio offertoci calorosamente dall’amico Don. Luigi Ciotti del Gruppo Abele. Grazie alle sorelle che ci hanno sempre sostenute, ascoltate e visitate. Alle sorelle più giovani, in Italia e all’estero, che poco o niente sanno della nostra esperienza di vita nomade, vorremmo umilmente dire una parola: andate verso chi fa più fatica, andate e restate, sedete con loro, ascoltate; la vita è il più importante mezzo di comunicazione. Andate non solo per fare delle cose ma per ”lasciarvi fare “da loro, non per insegnare ma desiderose di imparare, non per dare delle cose ma per ricevere e per dare la vita perché “chi avrà perso la vita la troverà ” e non abbiate paura di sentirvi “ servi inutili ” o di sperimentare dei “ fallimenti “, inevitabili per chi si pone accanto agli “ scartati “. Queste esperienze possono rivelarsi tempi e luoghi di salvezza, senza che li andiamo a “cercare ”

Buon Cammino a tutte e tutti!

Sorelle Luigine Rita e Carla

il vangelo letto da una roulotte tra i rom – la teologa Cristina Simonelli

guardare il Vangelo dalle periferie.

la scelta di vivere in roulotte con i Rom

a proposito di Vangelo, di centro e di periferia


Daniele Rocchetti

Per più di dieci anni ci siamo incontrati quasi ogni giovedì mattina per la redazione di Evangelizzare, allora una delle riviste di catechesi più significative. Ci era stata presentata come patrologa, studiosa e conoscitrice dei Padri della Chiesa, ma subito ci siamo accorti che le piacevano le incursioni sui temi di attualità ecclesiale. Ogni volta con uno sguardo acuto e divergente, mai scontato.
Sto parlando di Cristina Simonelli, dal 2013 presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane e docente di Storia della Chiesa e Teologia Patristica in diverse Istituti e Facoltà Teologiche. Con Cristina, dopo la fine della nostra comune avventura editoriale, ci siamo rivisti qualche volta: a Molte Fedi, per una meditatio a Fontanella, e a Bose, in un paio di convegni di spiritualità. Ho letto con piacere il bellissimo articolo che ha scritto sull’ultimo numero di “Donne Chiesa Mondo”, l’inserto dell’Osservatore Romano, dove racconta, da par suo, i suoi trentacinque anni di condivisione profonda con donne e uomini sinti-rom.

Mettere alla prova il Vangelo nelle frontiere

“Sono entrata in un campo rom a 20 anni, un po’ per caso e un po’ per sfida, e ci sono rimasta 35 anni. Volevo mettere alla prova il Vangelo, nelle sue frontiere: perché se funziona lì allora funziona anche al centro, pensai. Quando lo dissi a mio padre, lui mi rispose: «Se Dio non esiste, voi siete perduti»: io perduta non mi sono sentita mai.

E’ il racconto di una vita di una ragazza degli anni Settanta,

“asimmetrica, terzomondista, resistente e di quel femminismo respirato per cui ritenevo di non dover essere autorizzata da nessuno”

Trentacinque anni sono una vita, eppure, scrive,

“ho passato quei 35 anni come un giorno, come un’ora di veglia nella notte, citando il salmo. In un lembo di terra in cui, rifatte le mappe, la vita comune è possibile, promessa di più pacifici universi di vita e di pensiero.
Anche le frontiere della comunità ecclesiale avrei voluto abitare permanentemente, perché la chiesa è in se stessa profondità e frontiera, e studiando la storia delle donne mi resi conto che alcune figure femminili partivano corpo a corpo col Vangelo, come se fossero autorizzate dal Vangelo. Quando mi sono chiesta perché, mi sono risposta che alla donna accade ciò che accade alle minoranze, anche se minoranze non sono: ma è la marginalità imposta che le accomuna e tramuta la quantità (siamo maggioranza) in qualità (siamo ritenute secondarie). A volte sembra che le donne, come i rom, siano oggetti che la chiesa tratta e non soggetti ecclesiali con pieni diritti. Non è così: cambiamo l’idea di centro e di periferia e si vedrà che siamo soggetti a pieno titolo”.

I rom, la mia rosa

Certo, quando è partita erano gli anni del dopo Concilio, dell’entusiasmo di una fede che doveva essere “gridata con la vita”, che aveva i perimetri del mondo. Come è accaduto a tanti in quegli anni, Cristina voleva partire per l’Africa, ai rom non ci pensava ancora.

“Li vedevo per strada e mi colpivano per la loro estraneità e quella loro fierezza, ma niente di più. Ora, a chi mi chiede sempre e soltanto questo, la mia vita con i rom, rispondo, come faceva un’amica, con un brano di Saint Exupery: «Certamente un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola è più importante di tutte voi perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi e vantarsi o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa». Sì, loro sono la mia rosa.”

Il principio della mula. Quella di don Abbondio

E dunque la scelta di andare a vivere nel campo rom, ad abitare in una roulotte. Lì a poco a poco matura la scelta di studiare teologia.

“Anche nella teologia, tradizionale dominio maschile, sto bene ma mi sento pure un po’ fuori posto: è un mondo che mi consente di incrociare linguaggi diversi, persino molto stimolante, tanto da apparirmi una sorta di principio euristico, un modo di stare al mondo, di abitare la città e anche la chiesa, secondo il principio della mula: «La mula (…) pareva che facesse per dispetto a tener sempre dalla parte di fuori e a metter proprio le zampe sull’orlo; e don Abbondio vedeva sotto di sé, quasi a perpendicolo, un salto o, come pensava lui, un precipizio. “Anche tu — diceva tra sé alla bestia – hai quel maledetto vizio d’andare a cercare i pericoli, quando c’è tanto   sentiero”».

L’intolleranza e il razzismo coinvolgono anche le Chiese

“Ho calpestato queste terre, ho abitato questi mondi, per comprenderli. E ho condiviso la vita, le nascite, i matrimoni, le difficoltà, i pregiudizi. Sono loro, i rom ma soprattutto le donne, le romnia , le principali vittime della discriminazione; con loro e per loro attraversi un’altra frontiera che è quella del razzismo perché morte le streghe, morto l’antisemitismo, forse, sono rimaste le zingare rapitrici a nutrire le isterie di cui la società ha bisogno e di cui l’alterità interpretata come minacciosa è stata sempre ottima fornitrice. L’intolleranza e il razzismo non sono scomparsi, e coinvolgono anche le chiese.”

Un’idea diversa di centro e di periferia

Finito di leggere l’articolo, mi è tornata alla mente una battuta che mi fece una volta don Tonino Bello quando gli chiesi se non sentiva un vescovo “anomalo”. Mi rispose di no, soggiungendo subito che “bisogna poi vedere che cosa significa essere anomalo. Introdurre in casa i poveri per farli dormire d’inverno, è anomalo per un vescovo, o non è anomalo il contrario?” Come a dire che il Vangelo ha un concetto, diverso dal nostro, di centro e di periferia.
E da dove sei lo leggi e lo comprendi in modo diverso. Ricordiamocelo, noi che solitamente lo leggiamo dal centro e seguendo il buonsenso. Non è l’unico osservatorio e forse neanche il più privilegiato.

una teologa che si è formata tra i rom

Cristina Simonelli
la teologa che ha vissuto con i Rom

Ha scelto di studiare proprio grazie all’esperienza nell’accampamento e ci racconta: “Ho capito che le vite di tutti sono appelli di Dio e insieme aiutano a interrogare il Vangelo”. Per questo nei suoi studi continua a prediligere i “temi scomodi”

“Ultimi chi?” La teologa Cristina Simonelli presidente del Coordinamento teologhe italiane, ha vissuto dal 1976 al 2012 in un campo Rom, prima a Lucca, poi a Verona, e di approcci alla “questione Rom” ne ha incontrati di tutti i tipi. Per questo è molto critica sia verso l’atteggiamento di chiusura, “espresso anche da tanti preti e laici che condividevano quel disprezzo rispetto al quale papa Francesco ha chiesto perdono durante il viaggio in Romania lo scorso giugno”, sia verso il “buonismo”, “estremamente dannoso “, perché ancora una volta ha a che vedere con il guardare dall’alto in basso. “Le persone non vogliono la nostra compassione, ma la sua trascrizione nella simpatia e nella stima “, spiega Simonelli. Al campo non abbiamo mai lavorato “per”, ma sempre “con”, sia che si trattasse di dove posizionare le piazzole, che di questioni sanitarie o scolastiche”.

COMUNITA’ IN ROULOTTE

Cristina ha vissuto in comunità con altre laiche e un prete diocesano, costituendo il “Gruppo ecclesiale veronese fra i Sinti e i Rom”, con mandato del vescovo. In quegli anni e fino a poco tempo fa la pastorale dei Rom in Italia era condotta da un gruppo molto affiatato di uomini e donne, laici, religiosi e preti: tutte persone che vivevano in roulotte, con un referente nazionale (si sono succeduti don Mario Riboldi, don Francesco Cipriani, don Piero Gabella, don Federico Schiavon), pure provenienti dal mondo delle carovane. Era qualcosa di nuovo, di comunitario, ma con alle spalle spiritualità “provate”. “Venivamo da esperienze diverse, io dall’ambiente missionario, altri dal francescanesimo o dalla spiritualità di Charles de Foucauld, ma eravamo stati tutti formati dal concilio Vaticano II e dai movimenti terzomondisti e dell’America Latina. Era una stagione di grande fermento culturale, civile, politico, e anche di Chiesa. Credevamo fermamente che un altro mondo era possibile. Ma “l’evangelizzazione doveva partire dai piedi””.

VOCAZIONE PER LO STUDIO: TEOLOGIA E VITA, COSÌ CRISTINA SIMONELLI SE N’È INNAMORATA

Dopo dieci anni di vita al campo, gli amici della comunità propongono a Cristina gli studi di teologia. “All’inizio non ne volevo sapere. I teologi mi sembravano astrusi, sparatori di frasi astratte, lontani dalla vita reale nella quale io ero profondamente immersa. Poi la teologia mi ha conquistata, l’ho trovata un luogo di riflessione critica, di profondità, che andava molto d’accordo con quello che facevamo”.
Negli anni Ottanta lo studio teologico San Zeno di Verona incoraggiava la presenza delle donne. Cristina inizia come uditrice, poi studentessa a Verona e Firenze, quindi la laurea e il dottorato a Roma. Dal 1997 insegna Patristica a Verona e Milano. Un percorso insieme formativo, professionale e personale. “Sono credente da cristiana in senso ecumenico e praticante nella Chiesa cattolica. Sono convinta che fede ed esodo (il tema di un documento ecumenico del Gruppo di Dombes) vadano insieme. Dio è un Altro o un’Altra che per brevità chiameremo Dio, come ben si esprime la filosofa Luisa Muraro e ci attende, ci chiama, ci convoca sempre oltre, anche oltre i confini. Una nostra collega americana, Mary Boys, suggerisce che più si va in profondità nella propria appartenenza, alle radici spirituali, più i confini della separazione diventano sottili e trasparenti. La teologia aiuta a porre domande, a non scambiare piccole convinzioni con le grandi questioni del Vangelo. Ma non da sola: la vita, le vite di tutti sono appelli di Dio e insieme aiutano a interrogare il Vangelo, che può dare così gemme che in astratto non si trovano. La preghiera di tutto questo è il respiro, ma fatta corpo, fatta mani, fatta pane, sia nel rito che nella vita”.

DONNE E CHIESA

Sebbene lo spazio delle donne nella Chiesa rimanga una questione dibattuta, qualche passo avanti è stato fatto. “Premetto che, per quanto mi riguarda, la questione dei ruoli non è prioritaria. A me stanno a cuore più la pace, la giustizia, la possibilità di una vita migliore per tutti, anche dal punto di vista evangelico teologico: questa è per me la questione femminile, in primo luogo. Tuttavia, in questi miei quarant’anni di vita adulta, qualche cambiamento è avvenuto. Ne è prova la presenza sempre maggiore di donne teologhe. Dal 2013 presiedo il Coordinamento delle teologhe italiane (iniziato nel 2003 da Marinella Perroni) e anche quest’anno per l’assemblea ho mandato 150 convocazioni.
Cominciamo a essere un soggetto riconosciuto nella parola, anche se da qualcuno ancora guardato con sarcasmo. Siamo un gruppo ecumenico e le nostre socie hanno ruoli diversi nelle Chiese di appartenenza, molte sono pastore, mentre nella Chiesa cattolica non è in agenda neanche il diaconato femminile, perché è forte la resistenza di ambienti soprattutto clericali. Io credo che sia importante tenere aperto questo dibattito, focalizzandolo su che cosa impedisce che le donne possano essere ordinate diaconesse. Bisogna stanare i motivi di questa fobia. Papa Francesco sulla questione femminile ha scelto la via del discernimento, che probabilmente è un processo più radicale, ma è lungo. Una riforma istituzionale ormai va fatta: il Diritto canonico sul diaconato permanente degli uomini è cambiato, quindi può cambiare ancora. Lo spazio delle donne nella Chiesa non è un problema solo delle donne, ma di tutta la Chiesa”.

CRISTINA SIMONELLI SU GENDER E OMOFOBIA: NUOVE PAURE

Ma le fobie ai giorni nostri sono in aumento, e Cristina con i “temi scomodi” si sente a proprio agio. “Lavorando sul gender, rispetto al quale è stata montata una campagna totalmente fuorviante, mi sono scontrata con un odio nei confronti delle persone omosessuali, che se prima non era un mio tema, d’ora in poi lo sarà per sempre. La Chiesa prima o poi arriverà a chiedere perdono anche per l’omofobia dilagante. Ancora oggi il parroco che decida di approntare una pastorale Lgbt lo paga molto pesantemente “. Questo clima di odio, riflette, ha avuto un momento significativo nel Congresso di Verona dello scorso marzo che, “con i proclami a difesa della famiglia, mirava a rifare una “verginità cattolica” ad ambienti che si possono definire nazisti, finanziati da lobbies internazionali. Ma la realtà è diversa e migliore, e in molti abbiamo affermato che essere cattolici è un’altra cosa”.

CHI È LA TEOLOGA CRISTINA SIMONELLI

Esperta della Chiesa antica, Cristina Simonelli insegna Patristica, la branca della teologia che studia il pensiero dei padri della Chiesa, i grandi maestri dei primi secoli dell’era cristiana, su cui si fonda buona parte della dottrina. Tra i più importanti si ricordano: sant’Ignazio d’Antiochia, sant’Ambrogio, sant’Agostino e san Girolamo.

di Romina Gobbo
https://www.famigliacristiana.it/articolo/cristina-simonelli-la-teologa-che-ha-vissuto-con-i-rom.aspx

la Lega di Pisa infuriata per la presenza di una piccola rom nel libro di testo

baby rom nel libro di testo

genitori in rivolta a Pisa

“Dorin vende fazzoletti al semaforo”

Insorge anche la Lega: e il rispetto delle regole?

di ANTONIA CASINI

 Dorin a scuola non ci va, ma sui banchi ci finisce lo stesso, almeno attraverso la sua storia. Dorin, che ha scatenato la bufera a Pisa, è il nome di una piccola rom, anche se nel racconto non la si definisce mai così. È un personaggio inventato da Federico Taddia, giornalista e autore, nel suo ‘Girogirotonda’, edito da Mondadori (per gli Oscar, Primi Junior). Un estratto, riadattato, è stato pubblicato in un testo scolastico di cittadinanza attiva diffuso in molte elementari di Pisa e Toscana che ha per protagonista Rudi, un extraterrestre. La segnalazione è arrivata da alcuni genitori, di bambini iscritti alla prima classe a Pisa, che hanno letto la trama trovando il messaggio ‘fuorviante’. “Nelle schede che seguono non si parla mai di rispetto delle regole”, dicono papà e mamme. A raccogliere le lamentele è l’europarlamentare della Lega (che governa a Pisa), Susanna Ceccardi, che fra pochi giorni diventerà mamma di Kinzica. “Si legge ‘Dorin ha gli occhi grandi e neri, i capelli lunghi e ricci, il naso un po’ a punta, due orecchini piccoli piccoli e un neo tondo tondo sulla guancia destra. Dorin vive in un semaforo – afferma la leonessa della politica che sul caso annuncia un’interrogazione parlamentare –. Anzi, no, vive in una roulotte e vende fazzoletti e altri oggettini’”.

Fino qui “non ci sarebbe nulla di strano, uno spaccato di vita quotidiana a cui assistiamo nelle nostre città. Ma questo racconto è stato inserito in un libro di testo della primaria: dove si dice che la bambina sbaglia ad accattonare e che non si abita in una roulotte?. La realtà viene rovesciata”. Ceccardi trova assurdo “che situazioni al confine tra la legalità e l’illegalità siano prese come esempio positivo per formare le nuove generazioni”. E ancora: “L’integrazione è un principio sacrosanto che bisognerebbe insegnare ai genitori dei bambini stranieri. Assenti, invece, informazioni sul nostro Paese e sulla nostra cultura. Non si fanno riferimenti alle nostre tradizioni e leggi”. Sotto accusa anche altri punti: “Frasi da completare in cui si chiede ai maschietti perché vorrebbero essere delle femmine e viceversa”.

Quelle pagine le conosce bene Alessandro Castellano, del Capitello, che ha edito ‘Tutti cittadini attivi con Rudi’: “Ognuno può leggere e interpretare la storia come vuole. Ma è inserita nel testo per mostrare agli alunni cosa vivono quotidianamente i loro compagni. E negli esercizi successivi si chiede quali diritti le sono negati! Un invito a riflettere”. Anche la preside di una delle scuole (le Toti) dove il libro è stato scelto, la prof Teresa Bonaccorsi, interviene: “Nel testo è citata la Convenzione internazionale sui diritti dei bambini del 1989. L’obiettivo è far meditare. Inoltre, l’adozione è passata dai consigli di classe, formati anche da genitori”. Un argomento delicato che farà discutere. E la prima campanella è suonata soltanto da cinque giorni.

padre Zanotelli in difesa dei rom: “gli ultimi della nostra società”

Alex Zanotelli

“come missionario, come prete, non posso accettare che esseri umani siano trattati così”

In questo paese i Rom e i Sinti sono sempre più nell’occhio del ciclone, perché sono l’anello debole della catena migratoria: gli ultimi della nostra società. I pregiudizi contro di loro sono molto pesanti e atavici. Lo abbiamo visto il 3 aprile, a Torre Maura, periferia est di Roma: 77 rom, destinati a un centro di accoglienza, sono stati accolti da cittadini infuriati con calci, sputi, saluti fascisti e insulti: “Zingari da bruciare!”.

È stato agghiacciante vedere il pane destinato ai Rom, scaraventato a terra e calpestato. Un segno inequivocabile: i Rom non hanno diritto alla vita. Pochi giorni dopo, di nuovo nella periferia est di Roma, Casal Bruciato, un altro incredibile episodio di razzismo contro di loro. Una donna rom, con una bambina in braccio, mentre stava entrando nella casa che le era stata assegnata con regolare bando dal Comune di Roma, è stata apostrofata con quel “Troia, ti stupro!”.

Altro episodio brutale è stato lo sgombero, lo scorso 10 maggio, del campo rom di Giugliano(Napoli). Quelli sono Rom bosniaci, fuggiti dalla guerra di Jugoslavia e insediati negli anni ’80 nella zona industriale di Giugliano. Si tratta di oltre 450 persone, di cui 150 bambini, tutti nati a Giugliano, molti sono cittadini italiani. Nel 2007 erano stati sgomberati dal campo, nell’area industriale, su ordine della Procura di Napoli, senza un’alternativa. Da allora, è iniziata una vera e propria Via Crucis, che non è ancora finita. Per anni hanno vagato per le campagne del Giuglianese.

Ogni volta che li visitavo, mi si spezzava il cuore. Dopo tante pressioni sul Comune da parte del comitato, il Sindaco li ha collocati a Masseria del Pozzo, ex-Resit, uno dei posti più inquinati della Campania dove respiravano bio-gas, emanato dal sottosuolo. Un atto criminale! Quante delegazioni di parlamentari sono passate di là, senza fare nulla.

Dopo altri anni di sollecitazioni e proteste, il Sindaco li ha piazzati in una buca orrenda alla Madonna del Pantano, dove non metteremmo nemmeno i nostri animali. Fratel Raffaele, che opera a Scampia, ha dato loro una grossa mano in questi anni. Il comitato ha continuato a premere sul Sindaco Pozziello perché trovasse un luogo dignitoso per un essere umano. Il Comune aveva ricevuto 900.000 euro per costruire un eco-villaggio per i Rom. Ma i cittadini di Giugliano hanno raccolto migliaia di firme contro questo progetto. E il Sindaco, intimidito, ha abbandonato il progetto e ha deciso di non fare più nulla per i Rom, per calcoli elettorali.

Invano tutti i tentativi che abbiamo fatto sul Sindaco che invece ha iniziato una politica di terrorismo psicologico, mandando nel campo il personale comunale che invitava i Rom ad andarsene dal territorio di Giugliano, minacciando di toglierli dall’anagrafe e di prendersi i loro bambini. Quando il 10 maggio si sono presentati nel campo una cinquantina di poliziotti insieme agli assistenti sociali, i Rom sono fuggiti e hanno trovato rifugio in una ex-fabbrica di fuochi d’artificio di un privato, a Ponte Riccio. In quel luogo desolato non c’è nulla, né acqua, né elettricità, né bagni.

L’associazione 21 luglio di Roma ci ha aiutato a far conoscere in Europa il loro dramma. Solo una settimana fa il Comune ha provveduto a portare solo i bagni! Dopo quasi tre settimane, i Rom vivono in condizioni disumane, particolarmente tali per le donne e i bambini.
E’ incredibile che questo avvenga in un paese come l’Italia con una costituzione che fa dell’uguaglianza e della solidarietà, uno dei principi fondamentali. C’è un razzismo pauroso in mezzo a noi, fomentato in particolare dalla Lega. Lo scorso anno Salvini aveva parlato di un “censimento” dei Rom ed aveva aggiunto: “Sto facendo preparare un dossier al Viminale sulla questione dei rom. Quelli che possiamo espellere, li espelleremo. Gli italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”.

“Sono il capro espiatorio da secoli, fino allo sterminio nazista”, scrive il vescovo Nosiglia di Torino in una sua lettera pastorale sull’argomento. I Rom e i Sinti rievocano la disumanità di una convivenza, la nostra, che vuol dirsi civile, ma lascia nella miseria più nera e nell’emarginazione più amara i figli del popolo più giovane d’Europa.”

Come missionario, come prete, non posso accettare che esseri umani siano trattati così. Chiedo con forza alla Chiesa italiana di schierarsi dalla parte dei Rom. Papa Francesco ha detto: “Prima gli ultimi!”. I Rom sono gli ultimi.

 

il mea culpa di papa Francesco per le discriminazioni ai rom

le scuse di papa Francesco ai Rom

“troppe volte anche i cristiani vi hanno discriminato”

Le scuse di papa Francesco ai Rom: "Troppe volte anche i cristiani vi hanno discriminato"

In Transilvania il pontefice incontra una rappresentanza di una delle comunità maggiormente colpite dal veleno della discriminazione

” Chiedo perdono in nome della Chiesa per quando vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele”

Le parole del Papa arrivano diciannove anni dopo il grande “mea culpa” di Giovanni Paolo II che, in occasione del Giubileo del 2000, chiese scusa per le guerre di religione, gli scismi, le persecuzioni contro gli ebrei, il sostegno al colonialismo, la discriminazione etnica e sessuale, la quiescenza contro le ingiustizie sociali. Karol Wojtyla, nella Giornata del perdono, fece un lungo elenco dei peccati commessi dai figli della Chiesa e un rappresentante della curia romana pregò per il pentimento dei cristiani che “si sono macchiati di inimicizia verso gli aderenti ad altre religioni e verso gruppi sociali più deboli, come quelli degli immigrati e degli zingari”. Wojtyla chiese perdono certo, ma quello di Francesco oggi, nel Paese dove l’etnia Rom è minoranza importante, è un passo ulteriore.

“Nella Chiesa di Cristo c’è posto per tutti”, dice il Papa. E “abbiamo bisogno di ricordarlo non come un bello slogan ma come parte della carta d’identità del nostro essere cristiani”. Tuttavia esistono anche sentimenti contrapposti. È quando nell’indifferenza si alimentano “pregiudizi e si fomentano rancori”.

“Quante volte – continua il Papa – giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze! Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina. Non siamo fino in fondo cristiani, e nemmeno umani, se non sappiamo vedere la persona prima delle sue azioni, prima dei nostri giudizi e pregiudizi”.

Francesco si è messo dalla parte dei Rom più volte. Lo scorso 9 maggio ha ricevuto una comunità in Vaticano e, lo stesso giorno in San Giovanni in Laterano, la famiglia Rom finita tra le polemiche e minacce per via dell’assegnazione di un appartamento a Casal Bruciato. Contro il primo incontro disse la sua anche il vicepremier Matteo Salvini in un comizio a Montegranaro, nelle Marche: “Oggi ho letto che il Papa ha incontrato 500 Rom, è libero di farlo, ognuno incontra chi vuole. Il mio obiettivo è la chiusura di tutti i campi Rom”

storico mea culpa di papa Francesco nei confronti dei rom

papa Francesco ha pronunciato uno storico mea culpa rivolto alla comunità Rom

“nel cuore porto però un peso. E’ il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità”,

ha detto il pontefice

“Chiedo perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele, e non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità”

È lo storico mea culpa di Papa Francesco che a Blaj, nel quartiere di Barbu Lautaru, ha rivolto alla comunità Rom che qui vi risiede.

“Nel cuore porto però un peso. E’ il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità”. Papa Francesco si rivolge così alla comunità Rom di Blaj incontrata nel quartiere di Barbu Lautaru.

“La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male”, ha sottolineato il Pontefice che ha pronunciato un mea culpa, chiedendo perdono “in nome della Chiesa al Signore e a voi”.

“A Caino non importa il fratello. È nell’indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori”, ha continuato Papa Francesco. “Quante volte giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze!”. “Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina”.

papa Francesco contro Casa Pound … e Salvini

il papa riceve i rom di Casal Bruciato

«quel che è successo non è civiltà»

di Maria Rosaria Spadaccino
in “Corriere della Sera

«Quando leggo sui giornali qualcosa di brutto vi dico la verità: soffro. Oggi ho letto qualcosa di brutto e soffro perché questa non è civiltà, non è civiltà»

Sedana si fa il segno della croce quando papa Francesco arriva sull’altare di san Giovanni in Laterano durante l’assemblea diocesana. Nascosta dietro la prima navata, con Violetta la piccola di 3 anni tra le braccia, sorride emozionata. Imer Omerovic e la moglie Sedana, bosniaci musulmani, prima attendono tra la gente, poi raggiungono la sacrestia dove incontrano il Papa.

Francesco scherza con la bimba, li invita a chiedere aiuto alla Chiesa per qualunque cosa, si fa raccontare la loro storia. «Dovete resistere», li esorta. In questo modo manifesta il suo affetto alla famiglia vittima di minacce ed insulti razzisti, perché assegnatari legittimi di una casa popolare a Casal Bruciato. «Quando leggo sui giornali qualcosa di brutto vi dico la verità: soffro. Oggi ho letto qualcosa di brutto e soffro perché questa non è civiltà, non è civiltà». Le parole del Papa pronunciate ieri mattina in Vaticano durante l’incontro con il popolo rom sono una consolazione potente per chi da 4 giorni vive blindato nella casa che era il sogno di una vita. Ieri, in un primo momento, si era diffusa la voce che gli Omerovic spaventati avrebbero manifestato l’intenzione di andarsene, poi questa idea sarebbe cambiata nel corso della giornata. «Sono certo turbati e molto stanchi, ma vogliono provare davvero a cambiare vita. E questa casa è una grande opportunità», osserva Patrizia, l’operatrice sociale che li sta aiutando.

Ma le tensioni di questi giorni non si sono ancora dissolte come testimoniano ieri a Casal Bruciato le molte bandiere tricolori appese alle finestre (distribuite da CasaPound). Intanto dalle indagini sarebbero stati già denunciati gli autori, militanti di estrema destra, delle minacce di stupro alla madre della famiglia rom. Ma la vita per gli Omerovic è sempre complessa. Per uscire di casa e raggiungere la basilica di San Giovanni infatti sono stati scortati dalla polizia. Sul fronte politico la sindaca Virginia Raggi rivendica con forza la vicinanza ai rom: «Un sindaco deve stare vicino agli ultimi». E il vicepremier Luigi Di Maio precisa: «È giusto dare la massima solidarietà a una donna che viene minacciata di stupro da CasaPound o da fascisti».

Ma nella trasmissione «Dritto e Rovescio» aggiunge: «Però dobbiamo rivedere le norme che fanno arrabbiare le persone. Per evitare episodi come questo». Mentre il premier Giuseppe Conte aggiunge: «La legge va applicata». E il segretario del Pd Nicola Zingaretti annuncia la riapertura della sezione del partito a Casal Bruciato: «Bisogna starci 365 giorni l’anno, tornare nei luoghi dove la vita, se non ci sono politica e servizi, può provocare questi istinti

l’ ‘inammissibile “amnesia storica” a proposito dello sterminio di rom e sinti

l’olocausto di rom e sinti

Porrajoms

lo sterminio di cui non si parla

  Sull’olocausto di rom e sinti da parte del regime nazifascista è calata un’inammissibile “amnesia storica”. Ma 500 mila morti non si possono dimenticare

l’appello di Moni Ovadia e del rabbino Ariel Toaff affinché il Giorno della memoria venga dedicato anche alle vittime rom e sinti

500 mila morti praticamente dimenticati. Chi non conoscesse la parola porrajmos, non se ne faccia però una colpa: dell’olocausto dei popoli rom e sinti in Italia si parla ben poco. Ma è una mancanza grave, un’inammissibile “amnesia storica” a cui si deve porre riparo. In lingua romanes porrajmos significa infatti “devastazione” e indica lo sterminio delle minoranze rom e sinte da parte del regime nazifascista. La Shoah dei rom e dei sinti, per dirla in breve.

Una tragedia quasi rimossa, tant’è che quando nel 2000 venne istituito il Giorno della memoria per ricordare gli ebrei vittime della persecuzione, lo sterminio dei rom non venne nemmeno preso in considerazione. Per questo lo scorso ottobre l’artista Moni Ovadia e il rabbino Ariel Toaff hanno rivolto un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: obiettivo, chiedere che la memoria del 27 gennaio venga dedicata anche al porrajmos.

Se tanti sanno infatti che Elvis Presley, Zatlan Ibrahimovic e le famiglie Togni e Orfei appartengono al popolo rom, pochissimi ricordano che dalla metà del dicembre 1942 rom e sinti di tutta Europa furono deportati nei campi di concentramento e sterminati alla pari di ebrei, omosessuali, persone con disabilità e dissidenti politici. «Mio padre, nato a Postumia, a cinque anni fu deportato nel campo di concentramento di Tossicia, in provincia di Teramo», dice Giorgio Bezzecchi, docente di Lingua e cultura romanì all’Università di Pavia e figlio di Goffredo Bezzecchi, sopravvissuto all’internamento.

Parlando a nome del padre Goffredo, 80 anni e provato prima dalle conseguenze dell’internamento sulla psiche e poi dalla malattia, nei giorni scorsi Bezzecchi è intervenuto davanti agli studenti dell’istituto Severi-Correnti di Milano. Con sé aveva la Targa d’Argento del Senato, assegnata al padre lo scorso aprile. «Per la prima volta abbiamo ricevuto un riconoscimento istituzionale per la persecuzione», ha fatto notare Bezzecchi. «In Slovenia avevo una grande famiglia ma oggi non ce l’ho più». I nonni e una zia di Goffredo furono infatti deportati e uccisi ad Auschwitz, il padre fu condotto a Birkenau e altri parenti internati nel campo di Agnone (Isernia). Uno degli zii nacque invece a Tossicia nel 1943 e «lo chiamarono Benito», ricorda amaro Bezzecchi.

In Italia i campi d’internamento disposti per gli “zingari” furono 50, da Vinchiaturo (Campobasso) a Perdasdefogu, in Sardegna, passando per Ferramonti (Cosenza). «Mio padre racconta che non avevano le scarpe. Faceva freddo, avevano ognuno un vestito e c’erano solo due coperte per tutti, anche quando nevicava. Avevano fame e soffriva per la clandestinità: nessuno li voleva e temevano di morire», riprende Bezzecchi. «Mio padre oggi è scosso dal disinteresse per chi muore nel Mediterraneo.  Io stesso sono molto preoccupato: mi spaventa il silenzio della società civile».

Oggi in Italia fra rom, sinti  e camminanti (un gruppo che vive nella Sicilia orientale, ndr) si parla 110-170 mila persone, pari alla popolazione della città di Mantova. «A Milano, dove vivo con la mia famiglia, spesso siamo stati additati come “un problema da sgomberare”… ma siamo 4 mila, di cui 2 mila minorenni, su un milione di residenti: non certo cifre da potersi considerare “un problema”», fa notare Bezzecchi.

Rom e sinti sono la più grande minoranza europea: tra i 10 e i 12 milioni distribuiti fra Italia, Spagna e Germania soprattutto. «Sono tutti cittadini europei. Si tratta di persone per lo più sedentarie, in Italia solo il 3 % dei rom, i circensi, pratica il nomadismo », spiega Carlo Scovino di Amnesty International. «Eppure è da più di 500 anni che queste persone subiscono forme più o meno esplicite di discriminazione, dal pregiudizio allo sterminio, passando per le classi speciali nella scuola pubblica e la richiesta di schedatura come negli anni Quaranta e nel 2008».

L’antiziganismo ha origini antichissime, che in Italia risalgono al 15° secolo. «La parola zingari viene dal greco atziganoi, che significa “persone senza Dio”. Arrivarono in Europa dall’India e dal Bangladesh nel 1300, subito indicati come un gruppo diverso, pericoloso e quindi da allontanare», spiega Ulderico Daniele, antropologo e docente all’Università degli Studi di Roma Tre. Fra gli stereotipi duri a morire, gli zingari ruberebbero i bambini e sarebbero, di default, ladri. «A dir la verità fino al 1973 è stata la civilissima Svizzera a strappare i “figli del vento” alle famiglie per rieducarli in istituto. E per quanto riguarda la delinquenza, i disonesti ci sono in tutte le popolazioni», chiude Scovino: «Non si tratta di beatificare i rom, ma oggi sembra che davanti alla legge cada il principio dell’uguaglianza».

rom e sinti e lo sterminio nazista

il Porajmos

lo sterminio nazista di rom e sinti, ci sia di lezione per l’oggi

di Annamaria Rivera

Soltanto nel corso degli ultimi decenni la persecuzione e lo sterminio nazi-fascisti della popolazione romaní (rom, sinti e caminanti) sono divenuti oggetto di studi e di commemorazioni in occasione del Giorno della Memoria (27 gennaio). D’altronde, basta dire che nel corso dello stesso Processo di Norimberga ai superstiti del Porajmos (traducibile dalla lingua romaní come “grande divoramento” o “devastazione”) fu rifiutata la costituzione quale parte civile.

Eppure a esserne vittime furono centinaia di migliaia di loro. Alcuni/e studiosi/e − in particolare il rom Ian Hancock, ottimo linguista ma anche strenuo attivista, nonché direttore del Romani Archives and Documentation Center, presso l’Università del Texas − sostengono si tratti di un numero che si aggirerebbe tra le 500mila e il milione e mezzo di martiri, se si comprendono coloro che perirono nel corso delle fucilazioni di massa in tutte le aree occupate dai nazisti, in particolare nei paesi baltici e balcanici, a opera non solo dei nazisti, ma anche dei collaborazionisti locali.

Quanto all’Italia fascista, già nel 1926 il ministero dell’Interno emanò una circolare volta a “epurare” il territorio nazionale dalla presenza di una minoranza considerata pericolosa “per la sicurezza e l’igiene pubblica” nonché per lo stile di vita: degli eterni randagi privi di senso morale”, come li avrebbe definiti Guido Landra, tra i più noti firmatari del Manifesto della Razza.

Con le leggi per “la difesa della razza” e l’entrata in guerra dell’Italia, si passò rapidamente dalle pratiche di schedatura, detenzione ed espulsione a quelle di persecuzione e deportazione, preceduta dall’internamento in lager riservati agli “zingari”: ve ne furono nei comuni di Agnone, Berra, Bojano, Chieti, Fontecchio negli Abruzzi, Gonars, Prignano sulla Secchia, Torino di Sangro, Tossicia, ma anche nelle isole Tremiti…

Il regime hitleriano, com’è ben noto, portò alle estreme conseguenze l’antiziganismo, che era assai diffuso, anche in forma istituzionale, perfino nella democratica Repubblica di Weimar: per fare un solo esempio, nel 1929 un centro di studi e controllo su questa minoranza, fu rinominato e convertito in Ufficio centrale per la lotta contro la piaga zingara. Subito dopo l’avvento del Terzo Reich, nel 1933, fu promulgata la legge Per la prevenzione di progenie affetta da malattie ereditarie, che introdusse la pratica della sterilizzazione forzata anche per rom e sinti, perfino per donne incinte e ragazzi, con esiti in non pochi casi letali.

Nel 1935 si aggiunsero le leggi razziste di Norimberga, che privarono la minoranza romanì della nazionalità e di qualsiasi pur elementare diritto. Tre anni dopo, una circolare emanata da Heinrich Himmler faceva riferimento alla “soluzione finale della questione zingara” e ordinava la schedatura di tutti gli “zingari”, che fossero nomadi o stanziali.

Già a partire da dicembre del 1941 cinquemila “zingari”, provenienti dal ghetto di Łódź, furono gasati nel campo di sterminio di Chelmno, al pari degli ebrei. Infine, il 16 dicembre 1942, Himmler firmò l’ordine d’internamento dei rom e sinti tedeschi nello Zigeunerlager del campo di Auschwitz-Birkenau, un lager nel lager. Qui anche dei bambini “zingari”, oltre a quelli ebrei, sarebbero stati selezionati per essere sottoposti agli orrendi esperimenti pseudo-scientifici di Josef Mengele.

Nondimeno gli “zingari” vendettero assai cara la pelle. Furono loro gli attori dell’unico episodio di resistenza compiuto in un lager. Il 16 maggio del 1944, avuta notizia dello sterminio imminente, un folto gruppo d’internati nello Zigeunerlager, armato di pietre e bastoni, riuscì a tenere testa alle SS, tanto da ucciderne undici e ferirne un buon numero. La loro rivolta durerà ben tre mesi, fino alla “soluzione finale”. Lì furono in 19.300 a perdere la vita: 5.600 finirono gasati; 13.700 morirono per fame, per malattie, per gli esiti delle sperimentazioni compiute dall’Angelo della Morte.

Tuttora, specialmente in Italia, rom, sinti e caminanti, sbrigativamente chiamati “zingari”, costituiscono la minoranza più disprezzata e stigmatizzata, discriminata ed emarginata, addirittura segregata: sono, si potrebbe dire, le vittime strutturali del razzismo. Si tenga conto che l’ordinamento italiano non contempla alcuna norma che riconosca questa popolazione quale minoranza etnico-linguistica, in quanto tale titolare di diritti poiché tutelata, tra l’altro, dall’art. 6 della Costituzione repubblicana.

Si aggiunga che l’Italia è il solo Paese in Europa ad aver elevato a vero e proprio sistema i cosiddetti campi-nomadi: materializzazione perfetta della discriminazione nonché del pregiudizio che vuole che essi siano nomadi per natura e vocazione. Si tratta di un sistema di ghetti, per lo più degradati e collocati in periferie urbane estreme, esse stesse degradate, che viene organizzato e sostenuto pubblicamente allo scopo di segregare gli “zingari”, privandoli della possibilità di lavorare, partecipare alla vita italiana, avere contatti e rapporti con la società maggioritaria.

Il repertorio di pregiudizi, atti discriminatori, violazioni di diritti umani fondamentali, minacce e aggressioni ai danni di rom e sinti, fino all’incitamento al linciaggio da parte di alcuni soggetti istituzionali e rappresentanti di partiti politici, è talmente vasto che non basterebbero alcuni tomi a contenerlo. Fra le altre cose, eventi abituali nella vita dei rom e dei sinti sono le irruzioni nei “campi-nomadi” delle forze di polizia, condotte con metodi tanto brutali da somigliare a rastrellamenti, nonché gli sgomberi forzati, la sistematica distruzione dei loro insediamenti e delle loro cose, spesso seguita dalla deportazione.

In Italia da alcuni anni la politica istituzionale antizigana, basata su sgomberi e deportazioni, si compie attraverso la periodica decretazione dello stato di emergenza, una misura che dovrebbe essere riservata solo ai casi di gravi calamità naturali quali i terremoti. L’”emergenza-nomadi” è in sostanza una misura che assimila a una catastrofe la presenza di poche migliaia di “indesiderabili”: basta pensare che i rom presenti a Roma, città che s’illustra per questo genere di politica, sono poco più di 4.500 persone su 4.355.725 abitanti (dati del 2018), vale a dire circa lo 0,1 per cento della popolazione.

Pochi dati fanno risaltare, per contrasto, di quante dicerie e leggende si nutrano la discriminazione e segregazione dei rom, sinti e caminanti, a cominciare dal mito del nomadismo: l’80% dei cosiddetti zingari dopo il XVI secolo non si sono mai allontanati dal proprio paese europeo di residenza; in alcune regioni italiane essi sono stanziali almeno dal XV secolo.

Secondo dati del 2018, sarebbero tra le 110mila e le 170mila le persone che s’identificano come rom, sinti o caminanti. Di loro circa 70mila sono di nazionalità italiana, per lo più discendenti da famiglie giunte in Italia nel tardo Medioevo. Gli altri provengono in gran parte da paesi dell’Est-Europa, soprattutto dalla Romania, quindi in quanto tali “regolari” e inespellibili. Checché ne pensi Beppe Grillo, che già nel 2007 definiva “una bomba a tempo” i rom di nazionalità romena e proponeva d’interdire loro la libera circolazione nell’Ue, onde salvaguardare “i sacri confini della Patria”.

A vivere nei campi sono in 26mila, dei quali 10mila in campi non autorizzati. Più della metà di loro è costituita da bambini e ragazzi al di sotto dei 16 anni. La fame, il freddo, l’emarginazione, le malattie, i roghi, la discriminazione negano loro il diritto di invecchiare: solo il 2% raggiunge i 60 anni di età.

Eppure la gran parte di questa minoranza, come ho detto, è parte integrante della popolazione e della storia italiane. Per limitarci a un dato relativo alla storia contemporanea, basta dire che numerosi rom e sinti parteciparono alla Resistenza contro il nazifascismo. Fra i pochi dei quali conosciamo le biografie, si può citare il sinto piemontese Amilcare Debar, detto Taro, scomparso il 12 dicembre 2010. A soli diciassette anni Taro fu staffetta partigiana; poi, sfuggito fortunosamente alla fucilazione, divenne partigiano combattente nelle Langhe e militò, con il nome di “Corsaro”, nel battaglione “Dante di Nanni” della 48ma Brigata Garibaldi, al comando di Pompeo Colajanni. Rastrellato dai nazisti nel 1944, fu deportato a Mathausen e ad Auschwitz e liberato nel 1945.

Nel dopoguerra egli fu rappresentante del suo popolo alle Nazioni Unite a Ginevra.

Benché onorato e pluridecorato, Taro, al pari di altri rom e sinti sopravvissuti ai campi di sterminio, visse fino alla fine dei suoi giorni in un “campo-nomadi”. Nel 2008 (ministro dell’Interno Maroni) nel corso di una vasta campagna istituzionale mirante alla schedatura “etnica” di massa, con rilevamento delle impronte digitali, dei rom, sinti e caminanti presenti sul territorio italiano, compresi i bambini, furono schedati anche ex-deportati ed ex-internati nei lager fascisti e nazisti.

Oggi, niente di buono per loro c’è da aspettarsi dal governo fascio-stellato. Appena insediatosi, Matteo Salvini, annunciando un censimento “etnico” alla maniera di Maroni, ne sparò una delle sue: “Se gli stranieri irregolari vanno espulsi, i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa”. Quanto alla famigerata legge sulla sicurezza, da lui fermamente voluta, rafforzando ed estendendo il “Daspo urbano” e altri dispositivi repressivi, essa ancor più espone la minoranza romaní a soprusi, discriminazioni, deportazioni.

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