tempi brutti per i rom – la storia triste dell’Europa si sta ripetendo a Roma con politiche di esclusione per i rom

Roma è un laboratorio delle politiche di esclusione dei rom

all’interno del Camping River, Roma, il 24 luglio 2018

Nel primo pomeriggio del 17 luglio 2018 un uomo si è affacciato dalla sua casa al settimo piano di un palazzo di via Palmiro Togliatti, a Roma, e ha sparato con una carabina ad aria compressa colpendo una bambina di 15 mesi, Cirasela, che era in braccio a sua madre sul marciapiede della strada a scorrimento veloce nella periferia orientale della capitale.

Con il marito e i figli la donna stava rientrando nella sua baracca, costruita in un affossamento sotto il ciglio della strada, in un campo nascosto alla vista dei passanti dietro a dei cespugli di erbe infestanti e a una recinzione, in cui vive da qualche anno.

Si è sentito uno sparo, la bimba è scoppiata a piangere e i genitori si sono accorti che perdeva sangue da una spalla: è stata subito chiamata un’ambulanza che ha portato Cirasela all’ospedale dove è stata operata d’urgenza. Dalla schiena della bambina è stato estratto “un corpo metallico molto simile a un piombino di una pistola ad aria compressa”. Dopo qualche giorno di ricovero in terapia intensiva all’ospedale Bambin Gesù di Roma, la bambina è stata trasferita nel reparto in cui è ancora ricoverata. Rischia danni permanenti alla deambulazione a causa di una lesione vertebrale che ha toccato il midollo spinale.

Il clima di ostilità verso i rom in città si nutre della mancanza strutturale di politiche pubbliche di inclusione

Qualche giorno dopo la sparatoria, i carabinieri hanno individuato l’uomo che ha sparato. Si tratta di un pensionato di sessant’anni, ex impiegato del senato, che ha ammesso di aver usato la sua carabina ad aria compressa, ma assicura di aver colpito la bambina per errore.

Il padre di Cirasela, Otet Alinna, non è convinto che si sia trattato di un errore: “Se fosse stato solo uno sbaglio, l’uomo sarebbe venuto in ospedale, ci avrebbe chiesto scusa. Io lo avrei capito”, dice Alinna. Invece i genitori di Cirasela hanno saputo che lo sparo era stato esploso da un appartamento al settimo piano di un palazzo solo qualche giorno dopo l’accaduto, all’inizio avevano pensato a qualcuno che aveva sparato da un’auto in corsa. Ora hanno paura che la salute di Cirasela sia compromessa per sempre.

Anche le altre famiglie rom che abitano nella zona e frequentano un parco alberato a pochi passi dall’accampamento temono che i loro bambini possano essere di nuovo attaccati da qualcuno. L’accusa contro l’uomo che ha sparato è di lesioni aggravate, ma per ora gli inquirenti escludono il movente razzista.

Per le associazioni che si occupano dei rom nella capitale, tuttavia, il clima di ostilità verso i rom in città si nutre della mancanza strutturale di politiche pubbliche di inclusione. A Roma, anzi, ancora resiste il “sistema dei campi” per cui l’Italia è stata richiamata diverse volte dalle autorità europee. L’Italia è uno dei paesi dell’Unione europea dove abitano meno rom (tra le 120mila e le 180mila persone, lo 0,2 per cento della popolazione). Dagli anni ottanta, in alcune città italiane si è deciso di sgomberare gli accampamenti spontanei e di confinare i rom, i sinti e i camminanti all’interno di campi di container gestiti dallo stato, lontano dalle città. Roma è la città con più campi statali e in questi insediamenti vivono circa cinquemila persone. Oltre ai campi riconosciuti ci sono poi molti campi informali.

Da diversi anni una sessantina di persone vive nell’accampamento informale in cui stava Cirasela con i suoi genitori: sono famiglie di rom romeni arrivati in Italia dopo l’entrata della Romania nell’Unione europea nel 2007, lavoratori stagionali arrivati nella capitale con l’idea di rimanere per un breve periodo. Vivono in campi informali senza servizi, sempre a rischio di essere sgomberati, in particolare nel quadrante orientale della città in cui c’è una presenza storica della comunità rom.

I sette campi rom ufficiali a Roma -

i sette campi rom a Roma

 

Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, racconta come già lo scorso anno proprio in quell’insediamento fosse scoppiata una forte tensione tra gli abitanti del quartiere e le famiglie rom. Nel luglio del 2017 il campo era stato distrutto da un incendio partito da un centro sportivo nelle vicinanze. Le fiamme avevano costretto le famiglie a trasferirsi temporaneamente nel parco vicino e poi in altre piazzole lungo via Palmiro Togliatti. Quando poi è rinata l’erba nello spazio in cui sorgeva il primo accampamento, le famiglie sono tornate a viverci.

Tuttavia, nel corso dell’estate la permanenza delle famiglie nel parco giochi aveva infastidito gli abitanti dei palazzi limitrofi che avevano protestato con le autorità cittadine. Ma invece di trovare una soluzione per le famiglie rom in emergenza abitativa, le autorità avevano deciso di chiudere la fontanella di acqua potabile nel parco giochi in modo da rendere ancora più inospitale lo spazio. “Con le temperature estive molto alte e la situazione difficile delle famiglie la chiusura della fontanella è stato un accanimento, senza che fosse risolta la tensione che si era creata con gli abitanti dei palazzi”, dice Stasolla.

Per il presidente della 21 luglio ci sono “responsabilità dell’amministrazione” perché l’insediamento di Palmiro Togliatti esiste da circa otto anni, è poverissimo e viene ciclicamente sgomberato, senza che sia trovata una soluzione definitiva per le persone che ci abitano, che finiscono per spostarsi di pochi metri lungo via della Serenissima per poi tornare dopo poco tempo nel vecchio insediamento.

Il presidente dell’Associazione 21 luglio conferma che sono circa 1.800 i rom che nella capitale vivono in campi informali in una situazione di emergenza abitativa, ma accusa anche l’amministrazione capitolina di non avere nessun piano per il superamento di questa situazione. Anzi negli ultimi mesi gli sgomberi sono aumentati e i rom che vivono in emergenza abitativa sono tornati a essere strumentalizzati in “una vera e propria operazione di propaganda” dell’amministrazione capitolina che ha l’appoggio del governo nazionale, accusa Stasolla.

Lo sgombero del Camping river

Esemplificativo di questa strategia è lo sgombero del Camping River, un campo rom a Prima Porta, nella zona settentrionale della città, avvenuto il 26 luglio, nonostante la Corte europea dei diritti umani ne avesse chiesto la sospensione. Circa duecento famiglie sono finite per strada, cacciate dall’unico campo rom della città in cui le condizioni di vita erano accettabili e dove c’era un alto tasso di scolarizzazione tra i bambini.

Il campo era da tempo sotto minaccia di sgombero, ma negli ultimi mesi la situazione aveva subìto un’accelerazione fino a quando la mattina del 26 luglio è andata in scena l’evacuazione e la demolizione del campo da parte delle forze dell’ordine, dopo un incontro tra il ministro dell’interno Matteo Salvini e la sindaca di Roma Virginia Raggi in cui il ministro ha garantito il suo sostegno politico all’operazione. Per motivare lo sgombero, l’amministrazione capitolina ha portato ragioni igienico-sanitarie. Mentre l’operazione era in corso il ministro Salvini ha twittato: “Finalmente si sgombera il Camping River”.

Ma il Camping River non era un campo spontaneo, era stato allestito dall’amministrazione comunale. Era un’ex rimessa di camper in cui nel 2005 la giunta di Walter Veltroni aveva allestito dei container per dare alloggio a duecento persone che erano state sgomberate da un insediamento informale nella zona dell’ex Snia, nel quartiere Prenestino. Nel campo erano in seguito state trasferite famiglie rom romene e dell’ex Jugoslavia. Nel 2010 al gruppo iniziale di famiglie si era aggiunto un altro gruppo di sessanta persone di origine kosovara appena sgomberate dal campo Casilino 900, nella periferia est della città.

Il campo sorgeva su un’area privata e il comune aveva sottoscritto una convenzione con il proprietario del Camping River Massimo Fagiolari che veniva pagato per i servizi che offriva tra cui la guardiania. “Dopo l’esplosione dell’inchiesta Mafia capitale nel 2014 (anche se il Camping River non è stato direttamente coinvolto), c’è stata una maggiore attenzione dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) perché nel caso del River c’era stata un’assegnazione diretta”, spiega Carlo Stasolla. Per questo, prima il commissario Francesco Paolo Tronca e poi la sindaca Virginia Raggi hanno indetto un bando per l’assegnazione della convenzione.

“Il bando sembrava fatto ad hoc per il Camping River, infatti l’organizzazione che lo gestiva fu l’unica a partecipare”, racconta Stasolla. Nella primavera del 2017 il bando fu però dichiarato inidoneo e poche settimane più tardi, il 31 maggio 2017, la sindaca Raggi presentò il piano rom, nel quale qualche giorno dopo incluse con una delibera specifica anche il Camping River. Nel progetto si annunciava che entro il 2020 sarebbero stati chiusi tre campi, quello della Barbuta, quello di Monachina e il Camping River, usando 3,8 milioni di euro stanziati dall’Unione europea.

Dal 1 luglio al 30 settembre 2017 è partita la prima sperimentazione e si è cominciato proprio con il Camping River. L’ufficio rom, sinti e caminanti del comune di Roma aveva mandato una lettera a tutti gli abitanti del campo – che all’epoca erano più di quattrocento – fissando al 30 settembre la chiusura del campo e in contemporanea aveva cominciato le indagini patrimoniali sulle famiglie per capire chi avesse diritto a entrare nel piano rom. Era emerso che la maggioranza (370 persone) degli abitanti del campo aveva un reddito e un patrimonio inferiore ai diecimila euro all’anno e perciò aveva diritto a entrare nel piano che prevedeva alcune misure di sostegno come un buono affitto fino a ottocento euro al mese per due anni.

Dopo le elezioni si è capito che in breve tempo si sarebbe arrivati a uno sgombero anche in assenza di sistemazioni alternative

Quando sono cominciati i colloqui con le famiglie si è compreso subito che in così poco tempo non era possibile trovare delle case in affitto, così la chiusura era stata spostata al 31 dicembre 2017. “Molte famiglie durante i colloqui chiedevano come potevano trovare un affitto dato che nessuno avrebbe mai affittato una casa a una famiglia rom senza reddito”, racconta Stasolla. E infatti nel corso dei mesi solo pochissime persone sono riuscite a firmare un contratto di affitto e a beneficiare del piano.

Tuttavia, dopo le elezioni di marzo 2018 la situazione è precipitata e si è capito che in breve tempo si sarebbe arrivati a uno sgombero anche in assenza di sistemazioni alternative per gli abitanti del campo. “Il 26 aprile è cominciato il presidio permanente dei vigili al campo e quello di solito è il segnale che lo sgombero è imminente”, racconta Stasolla.

Il 13 luglio la sindaca Raggi ha firmato un’ordinanza in cui chiedeva alle famiglie del River di lasciare il campo entro 48 ore dalla notifica del provvedimento. Lo sgombero è arrivato la mattina del 26 luglio, le persone sono state fatte uscire dal campo, 38 di loro hanno accettato i posti in accoglienza messi a disposizione dalla Sala operativa sociale. Una soluzione che è temporanea (dura al massimo per due mesi) ed è destinata solo alle persone più vulnerabili come le donne con i bambini.

Le donne hanno dovuto però accettare di essere separate dai mariti e di entrare nei centri solo con i loro figli minorenni. Diciannove persone hanno accettato di partecipare ai programmi di rimpatrio volontario in Romania, ma la maggior parte degli sgomberati del Camping River ha dovuto trovare un’altra sistemazione temporanea a casa di amici oppure è rimasto a dormire per strada.

Per prendere le distanze da Salvini, Raggi ha spesso parlato di “terza via” per risolvere la situazione dei rom a Roma: né campi né sgomberi sembrava essere la posizione della sindaca. Ma di fatto nel progetto pilota del Camping River è avvenuto uno sgombero forzato senza che nessuna terza via fosse di fatto sperimentata.

“Se volessimo tirare le fila di tredici mesi di lavoro dell’amministrazione capitolina per superare il Camping River secondo la strategia d’inclusione rom restano, al di là delle violazioni dei diritti umani, i numeri: delle 359 persone ammesse alle azioni del piano rom, alla fine solo il 9 per cento è rientrato nei programmi di rimpatrio assistito o sostegno all’affitto”, sottolinea Carlo Stasolla.

“Il 52 per cento delle famiglie non ha trovato alcuna soluzione e ora è in strada, mentre al 30 luglio 2018 risultano 123 le persone collocate in strutture di emergenza, dove, come da accordi verbali, resteranno solo fino al 30 settembre 2018. Per questa accoglienza il comune di Roma dovrà spendere una cifra stimata di circa 400mila euro”, continua.

“Quello che più ci allarma sono le falsità raccontate ai cittadini durante lo sgombero, una serie di affermazioni che ci fanno pensare alla propaganda e dobbiamo sempre ricordare che di solito le politiche che sono sperimentate sui rom poi vengono applicate anche ad altri settori della società, a partire da quelli più marginali. Ora vedremo che succederà nei grandi campi di Monachina e Barbuta”, conclude Stasolla.

la follia e la disumanità di distruggere campi rom pur di far voti!

Raggi a caccia di voti butta giù l’unico campo nomadi funzionante a Roma

Il Camping River era considerato un modello europeo: bambini scolarizzati, pulizia, integrazione. Per adeguarsi a Salvini, la sindaca distrugge i container comprati dal Comune: ognuno costa 20mila euro

La distruzione dei container al Camping River, foto da Facebook di Stefano Costa

La distruzione dei container al Camping River

Era uno dei pochi campi nomadi a funzionare, tra i migliori d’Europa. E si trova a Roma. Ma siccome Salvini ordina, i 5 Stelle per stare al passo (arraffare consensi) si adeguano. Così la sindaca Virginia Raggi sta smantellando, pezzo dopo pezzo, il Camping River una struttura dove non dilagava il degrado, i bambini andavano a scuola, e convivevano più etnie pacificamente. Se non bastasse c’è il costo del luddismo forsennato dei pentastellati in Campidoglio: ogni modulo abitativo distrutto costa la bellezza di 20mila euro. Sono 50 container tutti pagati dal Comune, un autogol nei conti in rosso della Capitale. Complimenti. Neppure l’idea di inviarli nelle zone terremotate. Ma no. Qui nell’Urbe devastata da scandali, dove nulla funziona, si distrugge tutto a colpi di ruspa mentre le famiglie rom urlano e piangono.
Oggi i vigili urbani sono tornati anche oggi nel campo ed hanno “liberato” altri 8 moduli abitativi. L’attività è partita nelle scorse settimane e, secondo quanto si è appreso, sono oltre 30 i moduli sgomberati finora dalla polizia locale.

Le proteste di Sant’Egidio

Le operazioni di sgombero stanno sollevando polemiche e preoccupazioni nel mondo delle associazioni. La Comunità di Sant’Egidio ha lanciato nei giorni scorsi un appello alla sindaca per fermare lo sgombero del Camping River che, a suo giudizio, mette anche a rischio la scolarizzazione dei bambini che aveva funzionato tutto l’anno. E sulla vicenda proprio ieri è intervenuto anche il direttore della Caritas di Roma, monsignor Enrico Feroci, che ha definito lo sgombero “disumano”. “Non so le motivazioni che hanno spinto all’intervento – ha affermato Feroci – ma quello che mi ha inorridito è la modalità con cui sta facendo questo sgomberi: è disumano e non conforme al principio del rispetto delle persone. I bambini guardavano le loro case distrutte e se non fossero stati rom avrebbero già attivato gli psicologici ed i medici”


La foto realizzata da Stefano Costa prima dell’intervento delle ruspe

Il racconto di Stefano, volontario

Scrive su Facebook Stefano Costa, uno dei volontari che ha lavorato nel Camping River. “Oggi la nostra Sindaca ha compiuto l’ultima azione nefanda. A Roma c’era un solo campo rom che funzionava, che non era un lager come gli altri, dove tutto era gestito bene, casette pulite con tendine e gerani, nemmeno una carta per terra, servizio d’ordine all’ingresso gestito dagli stessi rom, più etnie che convivevano pacificamente e tutti i bambini andavano ogni giorno a scuola e si erano perfettamente integrati, a conferma che se si dà loro l’occasione per emanciparsi, loro la colgono. Beh, di tutti i campi che la Raggi in campagna elettorale aveva detto che avrebbe chiuso, stessa demagogia di Salvini, perché il Rom va bene per ogni stagione, orbene, ha fatto smantellare proprio questo campo, ritenuto il migliore in Europa. E senza offrire loro nessuna, dico NESSUNA alternativa abitativa.
Avrebbe dato loro una sovvenzione se si fossero trovati una casa in affitto. Potete immaginate quanto questo possa essere semplice. Loro ci hanno anche provato, con l’inevitabile e prevedibile risultato. Conosco bene la situazione perché l’ho seguita da vicino, in particolare una donna di 37 anni che ha 10 figli di cui uno di un mese. Ora sono per strada, tutto distrutto, anni di lavoro, di riscatto, di integrazione buttati via così. Questo era il campo, ora non c’è più niente e centinaia di persone tra cui donne, anziani e tantissimi bambini buttati in strada”.

gli zingari un popolo perseguitato

storia di un popolo

gli zingari, perseguitati da cinquecento anni in tutta Europa


Alessandro Marzo Magno
fuggiti dagli ottomani, si diffondono in tutto il continente suscitando simpatie 
poi vengono accusati di furti e rapine e cacciati da ogni governo

Una bambina gioca tra i rifiuti in un campo rom a Giugliano (Napoli), nella Terra dei Fuochi

una bambina gioca tra i rifiuti in un campo rom a Giugliano (Napoli), nella Terra dei Fuochi

Il primo a volerli cacciare è stato Ludovico il Moro: nel 1473 stabilisce che gli zingari vengano allontanati dal territorio del ducato di Milano, pena la morte. Da lì comincia una lunga serie di editti – “grida”, come ci ha insegnato Alessandro Manzoni – contro i gitani che termineranno soltanto ai tempi di Maria Teresa. Anche con lei, però, non avranno piena cittadinanza, semplicemente si passerà dalla persecuzione all’assimilazione.
Un po’ in tutta Italia, e pure nel resto d’Europa, dal Cinquecento in poi gli zingari diventano oggetto di bandi e persecuzioni, ma da nessuna parte accade con tanta ossessività come a Milano. Con gli spagnoli si arriverà a una sessantina di grida sul tema. Il che, in un paio di secoli, fa una media di una legge ogni poco più di tre anni, con un crescendo di pene talmente esagerato da rivelarne l’assoluta inefficacia.
E pensare che all’inizio gli zingari vengono accolti con simpatia: sono costretti a lasciare i Balcani dopo le conquiste ottomane del XV secolo e sciamano un po’ in tutta Europa. Quando già a Milano li si perseguitava, a Venezia attorno al 1505 Giorgione dipinge un quadro, La Tempesta, destinato a cambiare la storia dell’arte: è il primo dove il paesaggio diventa protagonista. Viene descritto come “paesetto in tela cum la tempesta, cum la cingana et sodato” e se una zingara aveva un tale posto di prestigio all’interno dell’opera di uno degli artisti più celebri dell’epoca, significa che non era ancora stata colpita dalla riprovazione sociale. Mancava poco. «È finito quel brevissimo lasso di tempo in cui lo zingaro, esotico e misterioso, incuriosiva la gente e commuoveva con la sua triste storia di pellegrino: inizia ora la caccia allo zingaro ladro, pigro e imbroglione», scrive Giorgio Viaggio nel suo Storia degli zingari in Italia.
La Serenissima non vede l’ora di prendere gli zingari e incatenarli ai remi delle proprie galee. Il decreto papale del 1557 stabilisce che «gli zingari debbino uscire di Roma e suo territorio» e concede tre giorni di tempo, pena la galera per gli uomini e la frusta per le donne. Nel 1570 a Cremona un gruppo di ventidue zingari viene assalito dalla popolazione cittadina che ne brucia la casa provocando la morte degli occupanti. Nel 1572 trecento zingari nella provincia di Parma vengono attaccati e sterminati dai soldati del duca, accompagnati da una folla inferocita.
A Milano dopo la fine della dinastia Sforza (1498) i francesi ribadiscono le norme anti gitani che vengono riprese e rafforzate dagli spagnoli. Col duca di Terra Nova (1568) e Carlo d’Aragona (1587) inizia la repressione vera e propria, con la condanna a cinque anni di remo per gli uomini e alla «pubblica frusta» per le donne; nel decreto del 1587 si parla di «cingheri, gente pessima, infame, data solo alle rapine, ai furti e ogni sorte di mali». Una grida del 1605 comanda invece che «niuna persona, ancora privilegiata o feudataria, ardisca alloggiare, dare ricetto, aiuto o favorire in alcun modo a detti cingari».

Nel 1624 in una legge contro le delinquenza comune gli zingari vengono definiti i più pericolosi tra i malfattori e si dichiara lecito derubarli delle loro cose, senza tener conto di permessi e licenze da essi posseduti (spesso avevano autorizzazioni all’accattonaggio e al girovagare emesse in Germania). Inoltre si intima il divieto di frequentarli. Evidentemente le autorità del ducato di Milano non riescono a fare nulla di concreto contro i nomadi, visto che autorizzano la giustizia fai da te: nel 1657 si concede alle popolazioni di riunirsi al suono della campane a martello «e perseguitare detti cingari prenderli e consignarli prigioni».
Non si riesce a farli star buoni? E allora che non entrino nemmeno: il 15 marzo 1663 una nuova grida vieta l’accesso agli zingari nel ducato, pena sette anni di galera agli uomini e alle donne di essere pubblicamente frustate e mutilate di un orecchio (la pena della galera non significa andare in prigione, ma diventare “forzati da remo” a bordo delle unità militari: Milano “affittava” vogatori forzati a Venezia). Trent’anni dopo, nell’agosto 1693, è prevista l’impiccagione immediata per gli zingari che fossero trovati nel territorio milanese. Di più: qualunque cittadino ha diritto di «ammazzarli impune» e poi di «levar loro ogni sorta di robbe, bestiami denari che gli trovasse», in regime di esenzione fiscale, «senza che s’habbia a interessare il regio fisco». Si ha diritto di ammazzare e di far bottino come se si fosse in guerra, ma il nemico, in questo caso, non sono i soldati stranieri, bensì gli zingari.

preghiera d’inizio C.C.I.T. 2018 in Belgio

CCIT 2018 Banneux

PREGHIERA ECUMENICA

06 aprile 2018

riunione alla reception dell’ Hospitalité

Nostra Signora di Banneux : la Vergine delle Nazioni !

Venuti da 18 nazioni differenti, eccoci riuniti ai piedi di Nostra Signora per camminare sotto la Sua protezione, verso Suo Padre che è anche nostro Padre. E in questo progredire ci sentiamo uniti con i nostri fratelli di differenti confessioni, in particolare gli Ortodossi e i Greco-cattolici che festeggeranno la Pasqua questa domenica, gli Zigani mussulmani che vengono a Banneux ogni 15 agosto ,ma anche i nostri fratelli zigani della Chiesa di Pentecoste che, come noi cercano Dio, questo Dio che è infinitamente più grande di tutte le nostre differenze e che ci unisce tutti in uno stesso amore, in una stessa gioia.

Nostra Signora di Banneux : la Vergine dei poveri !

I Viaggiatori e gli Zigani,Rom,Manush,Jenisch,Camminanti,Béas,questi indifesi

spesso malvisti ci accompagnano:sono al nostro fianco in questa preghiera come noi siamo al loro fianco nella vita quotidiana !

Nostra-Signora, ci mettiamo in cammino accompagnati e arricchiti da questi fratelli al di là delle frontiere religiose, politiche ed etniche. Noi ci sentiamo poveri con loro e ti raggiungiamo tutti insieme nell’affetto che portavi a tuo Figlio e che noi vogliamo magnificare ; Che questo pellegrinaggio di qualche istante sia l’immagine del nostro pellegrinaggio quotidiano verso la tua Bontà e la tua Bellezza !

Partenza verso la stele collocata dagli Zigani belgi.

Banneux e gli Zigani : è una relazione privilegiata che noi possiamo festeggiare in questo giorno che è anche quello della « Giornata mondiale degli Zigani ».

Nostra Signora, gli Zigani belgi furono tra i primi pellegrini a venire a raccogliersi per incontrarti e renderti grazie. Da anni ,continuano a venire regolarmente verso di Te.

E, prova che tu sei ben presente nel nostro tempo e i suoi molteplici problemi, ogni 15 agosto, numerosi Rom dell’Est,rifugiati ortodossi e mussulmani, vengono anche a dirti a modo loro e nell’espressione popolare della loro Fede, le loro sofferenze, le loro gioie e le loro speranze.

Dio Padre nostro, ci raccogliamo davanti a questa stele che gli Zigani belgi hanno posto vicino a tua madre per essere continuamente vicino a Lei . Che Lei sia e resti il punto saldo della loro Fede.

Tutti gli Zigani ci danno un esempio di adorazione e di prossimità con Te e con tua Madre. Aiutaci ad avere abbastanza umiltà e forza per seguire questo esempio.

Ci appropriamo un istante di questa stele per portare con loro la testimonianza del tuo amore per i più deboli.

Partenza verso la sorgente .

Durante una delle sue apparizioni, Nostra Signora ha domandato alla giovane Mariette Béco di rompere il ghiaccio in questo posto per far apparire la sorgente e immergervi le mani. Da allora, questa sorgente è venerata come simbolo di vita e decine di migliaia di pellegrini vengono anche loro a immergervi le mani.

Nostra Signora, quest’acqua che hai fatto scaturire qui è fonte di vita, è anche, per il Battesimo che abbiamo ricevuto, il simbolo della nostra Fede. Immagine dell’eternità, continua a scorrere ininterrottamente. Ci abbevera e ci nutre.

Intercedi presso tuo Figlio affinché ci dia la resistenza e l’audacia di proclamare il suo amore e di viverlo nell’abbondanza del cuore, giorno dopo giorno nella freschezza della sua eterna Risurrezione e nella novità che non finisce di illuminarci.

Nostra Signora con tuo Figlio e con Giuseppe, siete stati costretti a fuggire il disprezzo degli uomini e a diventare nomadi. Voi eravate già dei rifugiati che sono di troppo e che non trovano posto nella società. Tu hai conosciuto di persona il dramma del rigetto dei nomadi e dei migranti.

In questa terra in cui l’egoismo personale o collettivo soppianta spesso la giustizia siamo tutti un po’ migranti, nomadi alla ricerca della felicità , di un’isola di pace. In questo luogo in cui noi riceviamo l’acqua viva per condividerla, Tu ci accogli con tenerezza, Tu ci chiami per nome. Noi siamo a casa nostra nella tua casa.

Dio nostro Padre, noi immergiamo le mani in questa sorgente che ci rigenera ; aiutaci a comprenderne il simbolo della limpidità, aiutaci a integrare questa freschezza nella nostra vita per farne la linfa feconda del nostro accompagnamento degli Zigani.

Ognuno immerge le mani nell’acqua mentre si canta Ubi Caritas poi ci rechiamo alla cappella delle apparizioni.

Ci troviamo esattamente nel posto in cui, nel 1933, una bambina, Mariette Béco ha visto otto volte questa Signora che ha detto lei stessa di chiamarsi la Vergine dei Poveri, la Vergine delle Nazioni.

Già due anni dopo, degli Zigani sono venuti qui per confidare a Maria le loro pene, le loro sofferenze,le loro speranze.Al loro seguito e come loro, noi domandiamo a Nostra Signora di prenderci per mano e di condurci con la fiducia di un bambinoverso il tutto Amore ; Accendiamo la nostra candela in questo luogo di Luce !

Signore, il cammino sul quale tu ci inviti è un cammino di Luce ; Che la tua Luce, di cui questa piccola candela è un simbolo, ci aiuti a scoprirti giorno dopo giorno. L’hai detto Tu : sono i poveri e gli indifesi e non i saggi e i sapienti che capiscono il tuo messaggio di bontà;tu lo ripeti qui attraverso Maria. Dacci un cuore da poveri affinchè siamo capaci di scoprirti nel nostro cammino ,sul viso di tutti gli uomini

Maria tu sei stata all’origine e tu sei ancora il prolungamento, della venuta sulla terra di tuo Figlio e della sua perfetta solidarietà con tutti gli uomini, con ognuno di noi. Noi vogliamo ringraziarti d’aver accettato liberamente di essere l’indispensabile strumento dell’Incarnazione.

Noi ti ringraziamo, preziosa Nostra Signora !

Signore,per servirti meglio,per due giorni rifletteremo sulla Fede popolare, la Fede ordinaria che, anche se è imperfetta, è uno sguardo verso di Te.

Che questa riflessione sia preghiera e noi ti domandiamo di accettare già la Fede semplice e ordinaria , quella di molti Zigani e spesso la nostra , di benedirla e di renderla feconda per l’onore del tuo nome !

Nostra Signora tu hai innondato di tenerezza la vita di tuo Figlio, una tenerezza che fu nello stesso tempo gioia,inquietudine e sofferenza poichè tu l’hai accompagnato fino al suo Calvario affinchè « tutto sia compiuto. » Questo stesso sguardotenero, tu lo porti anche su ciascuno di noi ,noi rispondiamo spesso molto imperfettamente, ma vogliamo dirti qui molto semplicemente, con tutta la sincerità e la forza della nostra povertà:

GRAZIE, Maria !

Canto : Nostra-Signora dei Gitani

Ritornello : Veglia su di noi Santa Maria O Nostra Signora dei Gitani(bis)

Tu che Gesù scelse come Madre

Tu l’hai seguito fino al calvario

Resta con noi nella vita Santa Maria.

Vedi la nostra pena e la nostra miseria

che ci portiamo dietro su questa terra

Resta con noi nella vita Santa Maria.

Con Gesù la liberazione

Nel nostro cuore vive la speranza

Resta con noi nella vita Santa Maria..

la fede del popolo rom – in Belgio il C.C.I.T. sulla pietà popolare vissuta dai rom

il C.C.I.T. 2018 nella ‘Lourdes dei rom’ a Banneux, in Belgio

la religiosità popolare vissuta dai rom

“la pietà popolare, culto e devozione”

Nel santuario di Banneux, il più grande santuario mariano del Belgio, ha avuto luogo – dal 6 all’8 aprile 2018  con la partecipazione di circa 120 persone animatrici della pastorale tra i rom e i sinti, rappresentative di 18 paesi europei – il 41° C.C.I.T. (Comitato Cattolico Internazionale per l’evangelizzazione del popolo Zingaro) – in coincidenza della giornata mondiale dedicata dall’ ONU al popolo rom.

Il santuario di Banneux è meta annuale di tanti rom, provenienti soprattutto dai paesi dell’est europeo da diversi anni in pellegrinaggio devoto – ogni 15 di agosto – a ‘Nostra Signora di Banneux la Vergine dei poveri’, la ‘Madonna dei rom’, nella ‘Lourdes del Belgio’.

‘La pietà popolare, culto e devozione’ dei rom e dei sinti è stata la tematica che ci ha visto dialogare e riflettere in accoglienza rispettosa e grata dei segni di autentica fede che, a saper leggere nella sua vita quotidiana, ci vengono spesso da questo popolo. Segni e messaggi che  – come la nostra religiosità considerata dai noi più strutturata, ‘seria’, istituzionalizzata e significativamente ritualizzata ma pur sempre, a ben riflettere, mescolata a tanti aspetti di ‘magia’ e superstizione – ci vengono da loro e utili a rendere più autentica anche la nostra fede.

Il pomeriggio del 6 aprile il C.C.I.T. si è aperto, come da programma, con un reciproco saluto e accoglienza amichevoli di tanti amici venuti da lontano e con la cena conviviale.

La consueta ‘preghiera introduttiva’ ai lavori di riflessione e dialogo è stata animata dal gruppo pastorale del Belgio, con una caratteristica e suggestiva processione aux flambaux alla statua della Madonna dello stesso santuario, per concludere la serata con il consueto ‘bicchiere dell’amicizia’ che – come da suggerimento paolino – ‘laetificet cor hominis’.

La giornata del sabato 7 aprile si è aperta con i saluti formali in assemblea generale del gruppo animatore ospitante del Belgio cui ha fatto seguito il Messaggio del Consiglio Pontificio Vaticano presieduto dal cardinal Turkson (che sarà presente la domenica 8 aprile si lavori conclusivi del C.C.I.T.), ma letto da suor Alessandra dell’ufficio di tale Consiglio, e l’Introduzione dei lavori da parte del Presidente pro tempore del C.C.I.T., il sacerdote rom Claude Dumas.

Nella seconda parte della stessa mattina di sabato ha avuto luogo la presentazione da parte di p. Agostino Rota Martir di una serie di immagini col programma power point illustrative delle modalità semplici, essenziali, quotidiane che il popolo rom usa, con gesti, parole, formule, per esprimere e vivere la propria fede viva e sentita, ancorché lontana dai ‘circuiti tradizionali religiosi’.  Chi si accosta a questo popolo con occhi e orecchi ‘spirituali’ sa cogliere spazi inediti di culto e di fede ordinaria che fanno toccare con mano “quello che lo Spirito ha seminato nella loro vita”.

Quasi superfluo osservare quanto questa presentazione sia stata fortemente stimolante ed apprezzata. Stimoli e apprezzamento che hanno occupato i cosiddetti ‘carrefour’, i gruppi di studio diversificati per gruppi linguistici (data la da sempre presente la non indifferente difficoltà di intesa linguistica di ben 18 e più provenienze diverse).

Il pomeriggio del sabato ha tenuto occupato il C.C.I.T. con la conferenza del teologo Hans Geybels, insegnante alla facoltà di scienze religiose presso l’Università Cattolica di Lovanio, su “la fede ordinaria: sorprendentemente attuale!”.

Di grande importanza è apparsa a tutti la distinzione focalizzata dal relatore tra ‘fede’ e ‘superstizione’, superstizione che in ogni modalità di espressione religiosa (quella dei rom come anche quella nostra ancorché più formalizzata e istituzionalizzata) è inevitabilmente presente’:

“La differenza tra fede e superstizione è la seguente. Nella superstizione le persone pregano con precisi testi e seguono determinati rituali con l’intenzione di portare Dio dalla propria parte, di manipolarlo. Nella fede le persone pregano e praticano certi rituali restando ben consapevoli che questi non possono strumentalizzare Dio. Esse pregano per avere energia e forza, per ottenere qualcosa, ma tengono sempre in primo piano il ‘sia fatta la tua volontà … ‘.  In una pratica superstiziosa si è sempre convinti che se si rispetta perfettamente il rituale, si otterrà realmente ciò che si desidera”.

I Carrefour a seguito della relazione hanno cercato di approfondire e incarnare, anche autocriticamente, questo criterio fondamentale di carattere generale.

La celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo mons. Hoogmrtens e la serata festiva sono stati il più bel coronamento di questa densa giornata.

La domenica 8 aprile ha visto la dettagliata e puntuale descrizione della ‘situazione’ dei sinti e rom in Belgio e della attività pastorale e catechetica della chiesa locale da parte del relatore Pierre Deleu:

Leòn Tambour insieme alla moglie Elisa (ambedue da sempre attivi promotori e collaboratori del C.C.I.T. fin dalla nascita (quello di questo anno è il 41° C.C.I.T.) ci hanno presentato nelle sue linee essenziali la storia e la spiritualità del C.C.I.T. con le sue “difficoltà, problemi, dubbi e rotture” che nel suo nascere e cfrescere ha visto e vissuto, per diventare, nella sua maturità, uno spazio di AMICIZIA, di GRATUITA’, di LIBERTA’, la cui missione è ancora fortemente attuale perché trova ala sua radice nel vangelo:

“essere piccolissimo seme piantato con una gioia fraterna e una fiducia incondizionata, un seme che sarà tanto più fecondo quanto più è piccolo, fragile e discreto”

perché

“quello che è importante per il C.C.I.T. non è il C.C.I.T. in se stesso: sono gli zingari, la loro realizzazione nel nostro mondo”.

 

Le conclusioni del Presidente del C.C.I.T. Claude Dumas, l’eucarestia presieduta dal card. Turkson e la visita turistica di Liege hanno concluso il 41° C.C.I.T. dandoci tutti appuntamento al C.C.I.T. 2019 in Croazia (a meno di sorprese per un C.C,I,T. straordinario: ma come tutte le sorprese anche questa deve rimanere tale … se no che sorpresa sarebbe?!

 

 

 

 

 

l’intervento di p. Agostino R. Martir al C.C.I.T. 2018

 

 

 

 

 

C.C.I.T. 2018 – Banneux

 

la pietà popolare quotidiana dei rom

La fede ordinaria -pietà popolare caratterizza la vita e il cammino di ogni popolo, si esprime con modalità e tempi propri. C’ è una fede ordinaria che si manifesta esplicitamente in luoghi particolari, esempio nei santuari Mariani, nei pellegrinaggi, in Chiese o moschee attraverso le devozioni verso i santi ufficiali” o quelli “popolari. Le forme di questa fede popolare ovviamente sono varie e diversificate, ma attraverso queste modalità è possibile scorgere lo Spirito di un popolo. Uno Spirito che viene in superficie, come un’’acqua sotterranea, rimasta nascosta e che improvvisamente emerge per dissetare e irrigare la vita.

E’ possibile scoprire una fede ordinaria che i Sinti e i Rom vivono anche nella loro vita quotidiana, lontano dai circuiti tradizionali religiosi? Come valorizzare questa fede popolare, perché possa esprimere il meglio di sé e possa evangelizzare anche noi e le nostre comunità? Si tratta di una fede popolare più nascosta (come il santino tenuto nel portafoglio), ma non meno importante, anche se mischiata ai momenti diversi che essi vivono quotidianamente: momenti di gioia, di speranza, di dolore, imprevisti, tragedie, abbandoni, nuovi inizi ..dove ciò che sembra essere profano è avvolto da qualcosa di sacro o viceversa.. non sempre afferrabile a prima vista, al meno ai nostri occhi a volte ci sembra disordinato, a volte superstizioso, confuso appunto: poco catechizzabile” secondo i nostri parametri. E’ ’una fede popolare che scorre al di fuori dagli spazi privilegiati della “zona sacra, con le sue liturgie definite, con i suoi incaricati religiosi. Spesso la fede ordinaria dei Sinti e Rom è trasmessa da generazione a generazione e profondamente ancorata all’interno della famiglia, che nonostante i cambiamenti del mondo esterno, sembra mantenere la sua forza e originalità.

Papa Francesco, nella sua esortazione apostolica, Evangelii Gaudium dedica i paragrafi dal 122-126 alla “forza evangelizzatrice della pietà popolare”.

“Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione..” (n° 126)

Seguirà ora la presentazione di un Power Point, dove attraverso delle immagini e frasi siamo invitati a osservare dei momenti di pietà polare dei Rom e Sinti, spazi di culto e di fede ordinaria si alternano, si mischiano. Tocca a noi far emergere nei nostri carrefour, quello che lo Spirito ha seminato nella loro vita, seguendo l’invito di papa Francesco:

“Si tratta di una vera spiritualità incarnata nella cultura dei semplici…è un modo legittimo di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della Chiesa e di essere missionari, porta con sé la grazia della missionarietà, dell’uscire da se stessi e dell’essere pellegrini…non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria.”” (n° 124)

Donna, la tua fede ti ha salvata! Va in pace e sii guarita dal tuo male”.

 

Detti- Frasi sulla religiosità Rom

 

  1. O Dol te ciol po milo petute / Che Dio metta la sua Misericordia su di te. (molto usato tra i rom, quando qualcuno è malato)
  2. O Dol si yec / Dio è uno solo. (la nostra vita è nelle sue mani)
  3. Vallay Billjai…Dio è grande in terra.
  4. O Dol taraciol tu/ Dio ti protegga.
  5. O Dol anglal tumen palal, jan e Devlesa / Dio avanti e voi dietro, andate con Dio…
  6. Pasciol Dol / giuro su Dio.
  7. Vavallay/ in nome di Dio dico la verità.
  8. Devla pomoji/ Dio aiuta.
  9. Devel dicma, Devel aracma/ Dio guardami, Dio proteggimi.
  10. O Dol sa diciol/ Dio tutto guarda.
  11. O Dol baro/ Dio è grande.
  12. O Dol te araciole taro giungalipe/ Che Dio ti protegga dal male.
  13. O Dol te aracol savren, napal amen/ Dio protegga gli altri, poi noi.
  14. O Dol, dol saborri/ Dio ci dona la pace.
  15. Devla iklav ce anavesa ani buci/ Dio esco con il tuo nome al lavoro.

 

 

  • La fede popolare nella vita ordinaria dei Rom e Sinti.
  • Frasi comuni sulla religiosità dei Rom.
  • Frase molto usata quando qualcuno è ammalato.
  • La benedizione sui figli.
  • Frase usata quando una famiglia ha dei problemi (carcere, morte, malattia..)
  • Quando qualcuno ci da qualcosa, noi prima ringraziamo Dio, poi chi ci aiuta.
  • Come augurio quando qualcuno parte da casa sua.
  • Frase che si dice al mattino, quando apriamo la porta di casa per uscire a lavorare.

relazione del teologo Hans Geybels al c.c.i.t. 2018 in Belgio

CCIT – Banneux 2018

La fede ordinaria : sorprendentemente attuale !

Hans Geybels

Hans Geybels, nato nel 1971, ha studiato storia moderna e teologia all’Università cattolica di Lovanio e all’Università di Oxford. Ha pubblicato numerosi articoli in riviste internazionali in particolare sulle relazioni fra la Chiesa e i media, sull’arte religiosa e sulla cultura popolare, in merito alla quale ha svolto numerose ricerche. Insegna alla facoltà di teologia scienze religiose presso l’Università cattolica di Lovanio. E’ sposato e padre di due figli.

Terminologia

Le discussioni riguardanti la terminologia sono una coppa a alla quale avrei piacere di non dover bere: cultura religiosa popolare, devozione popolare, pietà popolare… Si tratta di concetti passe-partout, tutti sanno di cosa si tratta, ma nessuno è in grado di definirli con precisione. Questo deriva evidentemente dai numerosi legami che la devozione popolare ha con la religione ufficiale, istituzionale. Il termine «devozione popolare» contiene la nozione problematica di «popolo»: non è soltanto nel «popolo» che si constatano molti rituali e molte forme di devozione, ma anche nei livelli socioeconomici e culturali più elevati della popolazione. I ricchi come i poveri offrono ex-voto, pregano il rosario, accendono candele…

Lo studio della devozione popolare è attualmente presentato in maniera più neutra attraverso la denominazione di «Fede ordinaria». Nelle scienze della religione, questa disciplina studia le forme di espressione religiosa che si trovano al margine di una ortodossia religiosa (concezione esatta della fede) e della sua ortoprassi (rituali esatti). La fede ordinaria si manifesta in sistemi religiosi nei quali le autorità religiose esercitano una influenza importante sull’ortodossia e sull’ortoprassi, in riferimento alle rappresentazioni, alle emozioni e alle usanze. Il fenomeno della fede ordinaria è difficile da definire perché si manifesta al livello della vita quotidiana, indipendentemente dalla classe sociale di chi lo vive.

Uno degli ambiti più importanti nelle ricerche sulla cultura religiosa popolare è la «teologia della fede ordinaria». Queste ricerche si situano nell’area di tensione tra la prescrizione e il vissuto. Molti preti e molti religiosi si trovano confrontati con questa tensione fra prescrizione e vissuto. Nelle diverse culture nelle quali si trovano come preti e come religiosi, la frontiera fra le due dimensioni è vissuta come conflittuale. Se ne possono individuare molteplici ragioni, come la presenza di altre religioni o la sopravvivenza di tradizioni spirituali ancestrali come il culto degli antenati (sincretismo). Ne consegue che molti riti e molte pratiche sono relegati, nell’interpretazione, al campo della superstizione o della magia. Riprenderò questo tema alla fine della mia relazione.

A partire dalla prescrizione, si pone una questione ulteriore. Lo studio della cultura religiosa popolare contribuisce a illuminare la situazione della Fede in Belgio. Mentre il numero dei cattolici praticanti diminuisce, è relativamente stabile la popolarità dei luoghi di pellegrinaggio. Forse bisogna mettere questo fenomeno in relazione con il carattere ‘post-moderno’ della fede ordinaria. E’ questa la prima questione che correi approfondire: perché la fede ordinaria resta così popolare?

Un paradosso

Bisogna dunque rispondere a questo paradosso: perché la fede ordinaria – la devozione popolare – è così presente in questo tempo d’erosione quantitativa del cristianesimo istituzionale? La domanda parrebbe ancora più pertinente dal momento che la nostra cultura religiosa continua a «pluralizzarsi» e a de/tradizionalizzarsi», ragione per cui il relativismo prende ancora nuova forza. I «pragmatisti» (qualunquisti= ci sarà ben qualcosa!) si moltiplicano, ma le frontiere sicure, istituzionali, dell’antica religione non cessano di deteriorarsi e. a dispetto di questa che è – a prima vista – una fragilità, la fede di tutti i giorni continua a esistere. Come si produce tutto questo?

La risposta si trova in parte in un’analisi della cultura (di fede) postmoderna e frammentata. Nonostante molti parlino di secolarizzazione, io penso che questa analisi sia in parte sorpassata. Il nostro tempo non è secolarizzato in maniera preponderante, al contrario anzi, il religioso è in procinto di rinascere. Riprende piede anche nello stesso dibattito politico e sociale: in maniera negativa quando si tratta di sviluppo del fondamentalismo religioso (come nell’islamismo), in maniera anche positiva nella misura in cui le autorità politiche osano nuovamente affermare che le religioni sono importanti in quanto legame sociale e elemento costitutivo della società. Non secolarizzazione dunque, ma per contro, la pluralizzazione e de/tradizionalizzazione si inseriscono più strettamente nel contesto postmoderno attuale. Questi due fenomeni costituiscono il rovescio della medaglia. La de/tradizionalizzazione mostra che le culture di classe specifiche che erano legate all’una o all’altra «grande narrazione» (cristianesimo, socialismo, liberalismo..) tendono a sparire progressivamente. Le frontiere fra contadini, operai, impiegati, classi medie ecc di dissolvono sempre di più. Il loro antico linguaggio, le loro norme e i loro usi vengono erosi sempre di più fino alla loro scomparsa. Ne sono responsabili soprattutto i (nuovi) media che trasmettono e intensificano nuove concezioni come, fra le altre, la mobilità crescente e il più alto grado di scolarizzazione. In breve a seguito della Rivoluzione Culturale degli anni Sessanta del secolo scorso, si sono registrati diversi sviluppi in maniera estremamente rapida. L’individuo non è più ormai dipendente dal contesto che tradizionalmente era donatore di senso (educazione, religione, cultura, lavoro, ecc) ma può scegliere fra diverse scale di valori, religioni, hobbies, correnti politiche in particolare.

La de/tradizionalizzazione va di pari passo con la pluralizzazione. Di pari passo e a misura che la «gabbia» tradizionale si allenta, la libertà di scelta diviene una opzione sempre più presente. Il libero mercato si afferma sempre di più e propone un ventaglio di libertà di scelta in tutti i campi della vita, compreso quello del senso stesso della vita. Una nuova grande realtà si afferma: il mercato. Cose che tradizionalmente erano fuori discussione diventano ormai oggetti di compravendita. Si veda tutto il mercato del tempo libero o dei ‘relimarchés’.

E ancora : una volta che qualcuno si assegna una identità, non è necessariamente tenuto a mantenerla in maniera stabile. La durata sul mercato di un prodotto è notevolmente accorciata (=obsolescenza programmata) e la sua data di scadenza viene avvicinata. Sono costantemente proposte nuove opzioni fra le quali si può scegliere. Lo stesso si verifica per l’identità religiosa, che è ormai à la carte : si crede quello che si vuole, come si vuole e per il tempo che si vuole. Molti restano in certa maniera fedeli alla religione della loro giovinezza, ad esempio al cristianesimo, ma credono ugualmente alla reincarnazione o al karma. Altri hanno rotto con la religione della loro giovinezza e l’hanno abbandonata per rivolgersi al buddismo a un pot pourri di religioni o anche solo di riti. E che pensare del regno del ‘phantasy’ : Il Signore degli Anelli, Narnia, Il Codice da Vinci..?

Una analisi degli atteggiamenti della fede ordinaria mostra immediatamente che essa si connette alla perfezione con la frammentazione postmoderna dell’individuo. L’individuo stesso crea, sulla base del proprio libero arbitrio, la propria personalità: non si nasce più in una religione ben determinata con la sua estensione in una convinzione politica, con il documento di membro delle associazioni che ne fanno parte, ecc. SI crea tutto da se stessi. Si può perfettamente oggi essere stati battezzati ed essere cresciuti in una famiglia cristiana ma votare per un partito liberale ed essere soci di un sindacato socialista. La convinzione liberale può nascere dal malcontento per altri partiti politici e il sindacato socialista può essere scelto in ragione delle sue affermazioni perentorie. Nello stesso modo si sceglie da soli se si vuole credere e se sì in quale maniera.

Che ognuno scelga da sé come vuole essere credente spiega anche, in buona parte, il successo del “new age” (che, del resto, ha ormai raggiunto l’apice della sua parabola), o dei numerosi altri movimenti religiosi: teosofia, yoga & meditazione, reiki, astrologia, spiritualità & mistica, mindfulness, elementi di religioni esotiche (soprattutto del buddismo).

Filo rosso – uno, almeno – di questa evoluzione postmoderna è una reazione nei confronti della metanarrazione della Modernità. L’antiautoritarismo è una caratteristica sensibile dell’identità postmoderna. Questo viene bene espresso in una testimonianza di Herman Finkers che ha riempito interamente la sua casa di oggetti di devozione: “Dopo il Concilio Vaticano II, certi volevano eliminare anche Maria, ma uesto non è possibile. Maria è la santa popolare per eccellenza. E’ vicino a lei che sono accese le candele, in massima parte. Potete avere la devozione ritualizzata della santa messa che appartiene totalmente ai canoni della liturgia. Viene messa a punto e codificata dall’alto. Ma quello che viene dal basso è Lourdes, è Fatima “.1

Oltre all’antiautoritarismo, anche la visibilità è importante. Il santo deve poter essere associato al campo dell’esperienza personale dell’individuo. Padre Jan van der Zandt, per più di 25 anni organizzatore di pellegrinaggi a Notre-Dame (Onze-Lieve-Vrouw in ‘t Zand) di Roermond testimonia : “Prima di morire sulla croce, Gesù ha detto a Giovanni: «ecco tua madre»; Maria è così divenuta in qualche modo la madre della Chiesa. Questo a loro (i pellegrini) dice qualcosa: identificano Maria con la propria madre. Nel momento in cui è per essi una madre piena di tenerezza, allora essa lo diventa realmente» .2

Considerando con attenzione i diversi aspetti della fede ordinaria, si arriva rapidamente a comprendere perché essa sopravviva attraverso i tempi, compresi quelli postmoderni.

1. I gesti e i rituali

Molti dei rituali praticati sono caratteristici della fede ordinaria: toccare e baciare reliquie, oggetti religiosi, immagini, partecipare a processioni, camminare a piedi nudi o sulle ginocchia, percorrere tragitti ben precisi in maniera speciale, l’offerta di candele, di denaro o di doni votivi, camminare attorno a luoghi o oggetti di culto, portare medaglie o scapolari come talismani o amuleti, l’uso di oggetti benedetti, portare abiti speciali …Tutto questo è il vissuto. Le autorità religiose ne segnalano il pericolo a partire dalla prescrizione:

Una grande varietà e ricchezza di espressioni corporee, gestuali e simboliche caratterizza la pietà popolare. Si pensi esemplarmente all’uso di baciare o toccare con la mano le immagini, i luoghi, le reliquie e gli oggetti sacri; intraprendere pellegrinaggi e fare processioni; compiere tratti di strada o percorsi “speciali” a piedi scalzi o in ginocchio; presentare offerte, ceri e doni votivi; indossare abiti particolari; inginocchiarsi e prostrarsi; portare medaglie e insegne…  Simili espressioni, che si tramandano da secoli di padre in figlio, sono modi diretti e semplici di manifestare esternamente il sentire del cuore e l’impegno di vivere cristianamente. Senza questa componente interiore c’è il rischio che la gestualità simbolica scada in consuetudini vuote e, nel peggiore dei casi, nella superstizione. (n° 15 del Direttorio sulla religiosità popolare ecc http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_doc_20020513_vers-direttorio_it.html2001).

Questo ultimo caso resta evidentemente una domanda aperta. Nella fede ordinaria c’è sempre una componente interiore che porta a eseguire questi rituali, ma per la Chiesa, questa motivazione individuale non è sempre «cattolica». Questa motivazione risiede soprattutto nel desiderio di ottenere un favore o, in ogni caso, di pregare per un caso personale.

Il fatto che che ci si prenda una certa «libertà» nella pratica dei rituali mostra chiaramente, per un verso almeno, la popolarità della fede ordinaria al di fuori dei «circuiti ufficiali». Dal punto di vista della Chiesa, non è raro che ci si mostri troppo poco condiscendenti nei confronti dei rituali sopra enumerati, ma nell’espressione della fede ordinaria, il rituale è precisamente legato a regole: se non è compiuto con precisione, non funziona. E’ esattamente nella magia dell’esecuzione libera ma esatta del rituale che si nasconde il successo della fede ordinaria. Da una parte i rituali non sono più legati a una liturgia ben precisata dalla Chiesa, ma possono essere eseguiti dal credente stesso, indipendentemente dalle autorità religiose. D’altra parte, la pratica di questi rituali risponde a regolamentazioni proprie: il credente deve camminare un numero stabilito di volte attorno al santuario, deve impugnare l’oggetto sacro in maniera ben precisa o toccarlo in sezioni ben precise, o deve fare un’offerta in maniera precisa con una preghiera stabilita, ecc…

La fede ordinaria crea anche nuovi rituali o riconosce rapidamente un atto come rituale. Così dei fogli pubblicitari hanno molto successo e procurano molto guadagno grazie ad annunci nei quali dei credenti ringraziano l’uno o l’altro santo, ad esempio: «Preghiera al sacro Cuore. Che il Cuore di Gesù sia invocato, benedetto e santificato nel mondo intero nei secoli dei secoli Amen. Recitate questa preghiera sei volte al giorno per nove giorni e la vostra preghiera sarà esaudita, anche se sembrava una cosa impossibile». Nelle colonne di certi fogli distribuiti porta a porta, si trovano sempre più spesso, fra piccoli annunci, rubriche di annunci immobiliari o annunci funebri, ringraziamenti indirizzati al Sacro Cuor di Gesù alla Vergine Maria, a Sant’Antonio, Santa Chiara… Secondo Piet De Baets del foglio di informazione Taptoe a Eeklo, questo fenomeno è sorto negli anni novanta del secolo scorso, quando una anziana signora ha voluto pubblicare un breve ringraziamento per la guarigione di suo marito ed è stata aiutata a redigere questo testo. “Si trattava di un vero bisogno perché già una settimana più tardi, ho ricevuto tre o quattro richieste simili» Allora le ho trattate in maniera più professionale integrando una piccola foto e qualche variante. In seguito le domande si sono moltiplicate “3

In queste donne una cosa era chiara: «i riti per bisogni specifici»4 Il termine è dell’antropologo olandese W. Van Beek. Si deve essere chiari: questi riti per bisogni specifici non sono propri unicamente delle donne. Si tratta di «atti religiosi per i quali un gruppo o un individuo cerca di risolvere i propri problemi. Questo può essere legato a bisogni individuali come la malattia la mortalità infantile, la sterilità, ma anche a problemi più ampi come la siccità, le alluvioni, le epidemie, le guerre.[…] ( ) In ragione dello scopo assegnato, questi rituali hanno sovente un carattere strumentale tecnico. [–] L’esecuzione del rituale diviene ragione indispensabile per raggiungere lo scopo perseguito: per questo si utilizza spesso il termine «manipolazione» . Se lo scopo perseguito non viene raggiunto, si cercano altre forme di magia per raggiungere tale scopo, oppure vi si rinuncia.”5 E’ in questo contesto che sorge dunque il termine di magia. Per l’antropologo moderno, magia è parola relativamente neutra che lascia intendere la strumentalizzazione della trascendenza. In questo senso, la magia appartiene all’essenza di pressoché tutte le religioni.

2. I testi e le formule

Il numero di «preghiere potenti» nella fede ordinaria è incredibile: dalla preghiera conosciuta come dell’Imperatore Carlo V all’inizio del Vangelo di Giovanni fino al Pater Noster dei cavalli di Wannes Raps (dal libro con lo stesso titolo di Ernest Claes ), dal numero incalcolabile di preghiere «trovate» a preghiere legate a devozioni particolari rivolte ad un numero altrettanto incalcolabile di angeli e santi… La lista è inesauribile. Dal punto di vista teologico, molti incantesimi sono considerati, per lo meno sospetti. Non è senza ragione che il Direttorio insiste perché le preghiere siano ispirate ai testi della Sacra Scrittura, della Liturgia, dei Padri e del Magistero. Essi devono, d’altra parte, essere conformi alla fede della Chiesa e, per questo, avere l’approvazione dell’ordinario del luogo (n° 16). Ma questi testi «rigorosi» sono in linea e in contatto con l’esperienza della fede e la comprensione della fede ordinaria? Il successo di molte «preghiere popolari» non si spiega per il linguaggio diretto, la valorizzazione centrale della preghiera di domanda, l’esagerazione, la ripetizione, ecc. Anche in quel caso il successo risiede in un uso libero: si prega quello che si vuole pregare: un padre Nostro, una Ave Maria, la preghiera centrale.. Non si è legati all’una o all’altra preghiera dell’ordo fissato da un messale o da un breviario.

3. Il canto e la musica

Non è raro che le messe di matrimonio o dei funerali creino frizioni fra gli interessati e il prete. Gli sposi nel primo caso, la famiglia nell’altro, desiderano che sia suonata una musica di loro scelta senza tener conto del contesto liturgico della celebrazione. Il Direttorio precisa che, nel contesto della pietà popolare e della liturgia La cura nel conservare l’eredità di canti ricevuti dalla tradizione deve coniugarsi con il sentire biblico ed ecclesiale (n° 24 è sbagliato. Il riferimento è al 17). In realtà, nella fede ordinaria, non ci sono simili problemi rispetto a canti e musica. L’edizione interdiocesana del lirbetto Zingt Jubilate (ultima edizione2007) ha vegliato affinché vi fosse maggiore uniformità e anche l’aggiornamento di larga parte del materiale. I testi più antichi, barocchi, che all’epoca [della prima edizione] avevano privilegiato la «ricca via di Roma», sono per la maggior parte scomparsi.

4. Le immagini

La Fede ordinaria ha una dimensione altamente visiva. Di fatto si indirizza a tutti i sensi, ma la visione è di importanza primordiale: le immagini, le processioni, le torce, gli addobbi… . Mentre nelle chiese dopo il Concilio di Trento (1545-1963) si è insistito sulla sobrietà (ad esempio una sola immagine per ogni santo), la fede ordinaria manifesta la preferenza per una profusione di immagini e abiti. Che in una stessa cappella vi siano quattro immagini della Madonna non rappresenta il benché minimo problema. Questa è bella ! Il Direttorio (errore nel francese, non è decreto!) – citando il diritto canonico – dà a questo riguardo istruzioni precise a causa delle esagerazioni del passato:

Poiché l’iconografia per gli edifici sacri non è lasciata all’iniziativa privata, i responsabili di chiese e oratori tutelino la dignità, la bellezza e la qualità delle immagini esposte alla pubblica venerazione, impedendo che quadri o statue ispirati da devozioni private di singoli siano imposte di fatto alla venerazione comune.(n° 18).

Di fatto, il controllo dipende sovente unicamente dal prete che ne ha la responsabilità. Di più: chi controlla i numerosi piccoli luoghi di culto popolare che sono interamente riempiti di questi oggetti di devozione?

Una devozione molto antica è stata praticamente abbandonata: mi riferisco al culto idolatrico delle immagini. Contemporaneamente è dato acquisito anche nella religione ordinaria che i cristiani non venerano più le immagini in quanto tali, ma piuttosto i santi che esse raffigurano. Tuttavia il fatto che il Direttorio ne parli ancora mostra che non è ovunque e sempre così scontato: “l’onore reso all’immagine è rivolto alla persona raffigurata»(n° 18).

5. I luoghi

Le autorità religiose autorizzano alcuni luoghi di pietà popolare al di fuori delle chiese: la casa, luoghi di vita e di lavoro e in certe circostanze, le strade e le piazze (n° 19). Il culto, nel senso stretto del termine, è infatti autorizzato unicamente nelle chiese, nelle cappelle riconosciute, nei santuari. La pratica della fede ordinaria non si lascia legare a localizzazioni così strettamente delimitate. E i credenti si recano anche, al di fuori dei luoghi riconosciuti dalla Chiesa, in numerosi luoghi non riconosciuti, spesso cappelle o – ma molto più raramente – ambienti naturali come sorgenti e alberi. A questo proposito si deve menzionare anche il fenomeno della cosiddetta devozione latente. A causa di un sentimento di vergogna, molti si recano in piccole cappelle ritirate per pregare; in questi luoghi scelti da loro stessi, possono fare le loro devozioni in maniera anonima; sono generalmente luoghi del tutto isolati, sovente dentro un bosco.

6. I momenti

Nella fede ordinaria ci si prende molta libertà non solo nella scelta del luogo di culto, ma anche in quella dei tempi. Non si è legati a un’ora precisa e stretta, come quella della messa domenicale nella propria parrocchia. Come la partecipazione all’eucaristia è sempre meno considerata obbligatoria, così non ci si sente vincolati agli orari delle messe nei santuari: vi si entra per pregare un istante, per accendere una candela, ecc. Il santuario o il luogo di culto che si sceglie è spesso aperto permanentemente. Il fatto di poter fare le “proprie devozioni” quando si vuole collima perfettamente con la sensibilità post-moderna dell’uomo d’oggi, che vuole poter dettare autonomamente la propria agenda.

6. Fede e superstizione

Devo ora tornare a una questione che ho sollevato all’inizio della mia relazione. Se la fede ordinaria è caratterizzata da un apporto personale della concezione della fede, dei suoi usi e dei suoi rituali, questo non la fa facilmente spostare verso la superstizione e la magia? Quale dovrebbe essere allora l’atteggiamento dei responsabili della pastorale ?

Per rispondere a questo interrogativo, sono obbligato, dai fatti stessi, a rendere ancora più complessa la situazione, perché la differenza fra fede e superstizione si sviluppa sulla base di parametri larghi, ma se ne può dar lettura [solo] a partire dalle preghiere o dai rituali della singola persona. Dall’esterno, la differenza è del tutto invisibile. Un esempio: qualcuno può accendere una candela – cosa considerata atto religioso – ma questo stesso atto può anche ugualmente costituire un atto superstizioso. Di contro, uno può eseguire un rituale che, a prima vista, è pura magia, ma che costituisce, di fatto, un atto di fede pura. Come è possibile questo?

La differenza fra fede e superstizione è la seguente. Nella superstizione, le persone pregano con precisi testi e eseguono determinati rituali con l’intenzione di portare Dio dalla propria parte, di manipolarlo. Nella fede le persone pregano e praticano certi rituali restando ben consapevoli che questi non possono strumentalizzare Dio. Esse pregano per avere energia e forza, per ottenere qualcosa, ma tengono sempre in primo piano il “Sia fatta la tua volontà…”. In una pratica superstiziosa si è invece convinti che se si rispetta perfettamente il rituale, si otterrà realmente ciò che si desidera.

La distinzione fra un atto religioso e un atto superstizioso, di fatto, nella testa, si trova nell’intenzione e dunque non è visibile! Ma i rituali possono talvolta essere strani si deve senza dubbio cercare di correggerli o di costruire una alternativa. Questo è il motivo per cui i responsabili pastorali debbono essere estremamente prudenti nei loro giudizi… Solamente dei confronti e delle verifiche dall’interno della prospettiva cristiana possono rivelare se la pratica è realmente superstiziosa o meno. E che succede se è realmente così? E’ necessario senza dubbio dar prova di molta pazienza e empatia. La fede ordinaria è così profondamente ancorata nella personalità e trasmessa di generazione in generazione , che si deve dar prova di molto tatto e rispetto. Una reazione brusca sortirebbe per lo più un effetto contrario a quello che si vorrebbe ottenere. Non per niente la pazienza è una virtù cardinale… 

1  Tervoort, O.c., pag. 25-26. Riguardo al fenomeno dei ‘huisaltaren’, si veda Margry, P.J. ‘Persoonlijke altaren en private heiligdommen. De creatie van sacrale materiële cultuur als resultante van geïndividualiseerde religiositeit,’ A.L. Molendijk (ed.) Materieel Christendom. Religie en materiële cultuur in West-Europa (Hilversum: Verloren, 2003) 51-78 in Idem, ‘Sakrale materielle Kultur in den Niederlanden der Gegenwart: Persönliche Altäre und private Heiligtümer,’ Rheinisches Jahrbuch für Volkskunde 35 (2004) 247-263.

2 Tervoort, O.c., pag.94

3 De Standaard van donderdag 26 oktober 2006. Sommige mensen specialiseren zich zelf in het uitvinden van nieuwe rituelen of in het stimuleren van mensen om rituelen te ontdekken die het best bij hen aansluiten: Carla Rosseels, Rituelen vandaag (Antwerpen-Baarn: Hadewijch, 1995) en Idem, Natuurrituelen: een innerlijke reis (Antwerpen: Houtekiet, 2004). Het gaat in die boeken eerder om rituelen bij ‘rites-de-passages’ en andere gebeurtenissen, dan wel om rituelen die typisch thuishoren in de context van het alledaags geloof. Wat dat laatste betreft, gaat er bij onderzoekers tegenwoordig meer aandacht naar het fenomeen van ‘nieuwe rituelen’ bij bijvoorbeeld rampen of ongelukken (cf. het plaatsen van zogenaamde bermmonumentjes). P. Post, A. Nugteren & H. Zondag, Rituelen na rampen. Verkenning van een opkomend repertoire, Meander 3 (Kampen: Gooi en Sticht, 2002 en hoofdstuk V, 6 (Formes semi-profanes et profanes) van Jean Chélini & Henry Branthomme, Les pèlerinages dans le monde à travers le temps et l’espace (Parijs: Hachette Littératures, 2004), 305-315.

4 W. Van Beek, Spiegel van de mens. Religie en antropologie (Assen: Van Gorcum, 1982) 37-42

5 Ibidem, 37-39

l’introduzione al C.C.I.T. 2018 del presidente Claude Dumas

CCIT ­­– Banneux 2018

INTRODUZIONE

Claude DUMAS

Non tornerò sui saluti e le parole di benvenuto pronunciate a monte, alle quali mi associo pienamente, ma solamente ringraziare, particolarmente il santuario di Banneux che mette a nostra disposizione le sue strutture per assicurarci un’accoglienza calorosa, e ringraziare anche i nostri amici Leon e Elisa Tambour insieme all’equipe che li accompagna.. organizzare un incontro del CCIT, anche se si ha una solida pratica, è sempre un’avventura, fonte di stress e di gioia..si, grazie a tutti.

La pietà popolare : culto e devozione

Per introdurre la conferenza del Sig. Hans Geybels, mi sono inspirato al passaggio della piscina di Betsaida in Giovanni 5.

Dopo queste cose, c’era una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle pecore, c’era una piscina denominata in ebraico Bethesda, con cinque portici, sotto questi stavano buttati per terra un mucchio di ammalati, ciechi, zoppi, paralitici. C’era un uomo che era malato da trentotto anni. Gesù, visto costui che stava per terra e saputo che già da parecchio tempo stava così, gli disse : « Vuoi guarire ? ». Il malato gli rispose : « Signore, non ho nessuno che mi butti nella piscina quando l’acqua si agita ; e mentre tento di andarci io, qualcun’altro vi scende prima di me ». Gesù gli disse : « Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina ». E subito l’uomo guarì. Prese il suo lettuccio : camminava ! Era, però, sabato in quel giorno.

Perchè Gesù era andato alla piscina di Bethesda ? Si sa che questa piscina era un luogo pagano dedicato ad Asclepio, il dio della salute. Correva voce che ogni tanto i malati guarivano. I Giudei devoti, scandalizzati nel vedere avverarsi delle guarigioni in un luogo pagano, dicevano che erano stati guariti non da Asclepio ma da un angelo del Signore. Dei credenti, poco scrupolosi sono venuti a cercare la guarigione nel tempio dei gentili.

A Bethsda, Gesù si trova in diverse periferie. E’ innanzitutto alla periferia della città poichè questa piscina si trova in una delle porte di Gerusalemme. Poi è alla periferia religiosa, poichè la piscina era un luogo dedicato al dio della salute. Nello stesso tempo è anche nella periferia umana perchè c’è tutto il rottame dell’umanità che si trova là : malati e marginali che non fanno altro che attendere..considerati come dei parassiti. E infine la periferia della morale perchè è il posto dove domina la legge del più forte, una specie di giungla dove non si accede all’acqua se non dribblando gli altri : « .. e mentre tento di andarci io, qualcun’altro vi scende prima di me. »

Questo posto era dunque conosciuto per i miracoli e improvvise guarigioni, la gente ne parlava, ma non ne era certa la fonte di queste guarigioni. Quando si è malati, noi siamo pronti a tutto per essere guariti : vedi i guaritori, gli incantatori, ci affidiamo a qualsiasi ciarlatano.

Qualunque sia la fonte delle guarigioni avvenute, Gesù viene in questo posto per dimostrare la sua autorità sulle potenze del male. La guarigione è totale. Senza spettacolo, senza folklore e senza magia, miracolosa, ma discreta. Un ordine e basta. Un uomo è accasciato e Gesù gli domanda di alzarsi e di camminare. E’ tutto. Non ci sono incantesimi, gente in trance, niente che possa attirare gli sguardi e far arrivare i giornalisti.

Attraverso questa guarigione, Gesù rimette le cose nella loro giusta dimensione, non è l’acqua che si agita che guarisce, ma di sicuro è Lui con suo padre, d’altronde non è forse lui a fare il primo passo verso lo storpio..tutto ciò ridona senza dubbio, senso a tutte quelle devozioni o culti che noi offriamo ai Santi, alle icône, ai pellegrinaggi o ad altre forme, che spesso sono considerati, a prima vista, come delle suspestizioni, mentre possono rivelarci la vera fonte di ogni guarigione.

Papa Francesco ha detto ai membri delle confraternite del mondo intero riunite a Roma il 5 Maggio 2013 : « La pietà popolare, voi siete un’importante manifestazione, è un tesoro della Chiesa..una spiritualità, una mistica, uno spazio di incontro con Gesù Cristo..Questa fede, che nasce dall’ascolto della Parola di Dio, voi la manifestate nelle forme che coinvolgono i sensi, i sentimenti, i simboli delle differenti culture ».. e concluse : »Siate dei veri evangelizzatori ! »

Noi in quanto membri del CCIT siamo confrontati con delle pratiche che, a volte, sfiorano la supestizione, la magia..Ma chiamati ad essere, alla sequela di Cristo, questi evangelizzatori che si uniscono ai Sinti/Rom dentro le loro domande e nei loro modi di agire, a me sembra che noi abbiamo in questo giorno un grande bisogno di essere illuminati su questa fede ordinaria..il nostro conferenziere, ne sono certo, saprà metterci sulla strada giusta.

 

omelia di Claude Dumas al C.C.I.T. 2018

 

 

 

 

 

CCIT – Banneux 2018

Omelia di domenica

Claude Dumas

Marco ci dipinge il ritratto di questa donna..un ritratto un pò lusinghiero. E’ malata e soffre da 12 anni di emmoragia ..ma questa malattia la rende ritualmente impura secondo la legge di Mosè. La sua vita sociale è duramente colpita, 12 anni di calvario dove ha visto la sua salute peggiorare, la sua economia svuotarsi e il suo isolamento aumentare in quanto tutte le persone che la toccano diventano ritualmente impure a loro volta..un vero incubo !

Ma ecco prodursi un fatto. La donna ha sentito parlare di Gesù, senza dubbio come un uomo capace di guarire le malattire. Coglie l’occasione del suo passaggio come una chance da non perdere. Lei, la donna « impura » che non può toccare nessuno, cerca di aprrofittare della situazione. Nonostante il divieto che pesa su di lei, scivola, anonima, in mezzo alla folla con la folle speranza di strappare una guarigione, toccando Gesù o almeno il suo vestito.

A prima vista, l’atteggiamento di questa donna corrisponde più ad un approccio magico, superstizioso che ad un approccio di fede.. Furtivamente, viene da dietro, un pò come una ladra, e tocca il mantello di Gesù. Non vuole farsi vedere..la sua impurità le proibisce di avvicinarsi alla folla..per il solo fatto di toccare una frangia del vestito di Gesù, si sente guarita.

« Chi mi ha toccato ? » domanda Gesù. Lei che voleva sopratutto rimanere anonima, si sente smascherata, obbligata a rivelare la sua frode a Gesù. La sua speranza e la sua fiducia l’hanno spinta a toccare l’abito di Gesù raggirando il divieto posto dalla legge..il divieto che la escludeva, che la rendeva una paria della società, una morta-vivente da 12 anni. Allora si getta ai piedi di Gesù per rivelare la verità, la sua verità..le tappe che l’hanno condotta a questo gesto folle : credere nella salvezza..credere che le cose possano cambiare grazie a Gesù..credere che Gesù può guarire..e per lo stesso motivo, farla uscire dal suo stato di sofferenza e di esclusione.

Di fronte a questa confessione, a questa verità svelata che mette in luce il suo desiderio e il suo atteggiamento di fede..l’audacia e il coraggio che le hanno permesso di rompere il tabù della legge, di uscirne..per essere alla fine restaurata nella sua vera identità di figlia di Dio.. Gesù non gli rimane che piegarsi alla sua volontà. E’ questo che lascia capire nelle sue parole : « Donna, la tua fede ti ha salvata. Va in pace e sii guarita dal tuo male » !

La fede di questa donna, lo vediamo, qui, quanto è discutibile, mischiata di credenze, di feticismo e di supestizione..come se il mantello di Gesù fosse imbevuto/bagnato di un potere, una specie di fluido vitale, capace di guarirla..la fede non appartiene alla magia ! Non è perchè ha toccato il mantello di Gesù che lei si trova guarita. In realtà ciò che l’ha salvata, è aver potuto incontrare Gesù ! E’ proprio questo che l’ha condotta da Gesù, è questa fiducia che l’ha portata a lui.. che l’ha portata a muoversi, a spostarsi, superando le barriere della legge che la teneva prigioniera, condannata all’impurità.

Ma quello che qui ci mostra questo passaggio del vangelo sono i primi passi della fede..è questa attenta e attiva fiducia, che ci mette in movimento verso Gesù, nella certezza che le cose della nostra vita possono cambiare, che porta la chiave della salvezza per noi e per il mondo intiero..un mondo dove spesso delle leggi o dei divieti umani ci bloccano in posti fissi, in comportamenti riduttivi e sclerottizzanti.

Allora, oseremo anche noi porre dei gesti in apparenza un pò folli, per far cadere le catene dei nostri confini e sentirci dire da Gesù: « Va in pace e sii guarito dal tuo male. »

programma ccit 2018 a Banneux in Belgio

 

 

 

 

 

Banneux C.C.I.T.2018 6-8 aprile

PROGRAMMA 

” La pietà popolare, culto e devozione “

Venerdi 6 Aprile

Pomeriggio : Accoglienza

 Cena

 Preghiera animata dalla Belgio

 vino dell’amicizia

Sabato 7 Aprile

Saluti  del gruppo pastorale del Belgio

Messaggio del Consiglio Pontificio Suor Alessandra(Vat)

Introduzione Claude Dumas (F)
Pausa

Presentazione di a “powerpoint “sul tema Agostino Rotamartir (I)

Discussione, scambi in carrefour

Pranzo

Conferenza : « Fede ordinaria : sorprendentemente attuale» Hans Geybels (G)

Pausa

Discussione, scambi in Carrefour  (17h45 —18h15)

scambi sul CCIT

Eucaristia (Presidenza + omelia Mgr Hoogmrtens (B)

Preparazione serata festiva
Serata festiva

Domenica 8 Aprile

La situazione in Belgio .Pierre Deleu (8)
Storia et spiritualità del CCIT Léon Tambour (B) + Procedimento elettorale del Presidente CCIT

Pausa

Assemblea plenaria: voto e risultati

Informazioni- data e luogo del prossimo CCIT

Conclusione

Eucaristia CCIT ( omelia por Claude Dumas (F).

 

pranzo 

Partenza per la visita turistica (Liège) Cena

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