una povertà che uccide

morire di povertà

Secondo un rapporto Istat (pubblicato il 26 Giugno 2018) con riferimento all’anno 2017, in Italia, la povertà assoluta è aumentata rispetto al 2016 sia in termini di famiglie che in termini di individui.

Secondo la definizione:

“la povertà assoluta è calcolata su una base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile”.

In altre parole, ci sono famiglie e individui che non possono letteralmente comprare i beni necessari (e tra i beni sono compresi cibo e medicinali) e che quindi non hanno un livello di vita umanamente accettabile. In particolare, la soglia di povertà è peggiorata per i minori e ed è aumenta rispetto al 2016 nelle famiglie con uno o più minori a carico.

Dunque, l’aumento della povertà è un triste dato di fatto. Come questo influisca non solo sulla qualità della vita ma sulla vita stessa e una correlazione che espliciterò tra un attimo. Esiste una vasta letteratura in merito al legame tra povertà e condizioni di salute generale. Nella mia carriera ho dedicato larga parte allo studio di quelle che vengono definite le determinanti socio-economiche che influiscono sul livello di Salute delle donne e dei bambini e purtroppo sono giunta a terribili conclusioni.

Al pari dell’alcool, dell’inquinamento e del fumo, la povertà è un killer silenzioso che aumenta la sua azione in tempi di crisi. Come questo avvenga è dimostrabile e determinabile. Prendiamo in considerazione, per esempio, il dato sulla mortalità infantile e la malnutrizione. Questi fenomeni registrano un calo generale, tuttavia le disuguaglianze tra poveri e ricchi all’interno della stessa nazione e tra nazioni persistono e, anzi, sembrano essere in aumento.

Inoltre, le disparità tra paesi industrializzati e in via di sviluppo è considerevole: rispettivamente un tasso di mortalità per bambini sotto i cinque anni nel primo caso di 6/1000 e nel secondo di 91/1000. La stessa dinamica si ripete all’interno dei paesi stessi. Per esempio, in Brasile, tra il 1987-1992 il tasso di mortalità per i bambini più poveri era circa sei volte quello dei bambini più ricchi. Ciò impone di pensare strategie per la riduzione della mortalità infantile. Dapprima analizzando il materiale a disposizione sulle cause socio-economiche delle diseguaglianze.

Le maggiori cause di morte per i bambini sotto i cinque anni sono: polmonite, diarrea, malaria, morbillo, HIV/AIDS. Cosa determina la distribuzione di queste cause specifiche di morte? Risposta: le determinanti che influiscono sulla salute della madre e del bambino. Vi sono determinati dirette e indirette. Tra le prime si annoverano: la nutrizione (appunto), l’attività di prevenzione e le cure durante la maternità e i primi mesi di vita.

Per quanto riguarda il primo punto, è importante ricordare che la malnutrizione è causa del 60% delle morti dei bambini sotto i cinque anni. Dunque, riproponendo il dato citato prima sull’impossibilità di comprare cibo, possiamo affermare che è probabile causa di morte. Tra le cause indirette vi sono: il livello di educazione della madre, il reddito e la possibilità di accedere alle cure. Tali cause indirette potremmo definirle le già citate determinanti socio-economiche.

Educazione, reddito e accesso alle cure sono dipendenti dall’ambiente in cui il soggetto vive, ovvero il contesto economico e sociale. Ecco che allora la povertà emerge come principale fattore nel determinare lo stato di Salute ed è una vera e propria causa di morte. Dobbiamo iniziare a ripensare la povertà non solo in termini di una maggior giustizia sociale ed equità, ma di una vera e propria “emergenza sanitaria”.

È importante ricordarlo, soprattutto in questo contesto di crisi economica, dove un taglio alle spese potrebbe avere ricadute pesanti sullo stato di salute generale del paese, in particolare quello delle categorie più vulnerabili: bambini, donne e anziani. Categorie, che per definizione, hanno meno possibilità di uscire da uno stato di povertà, poiché si vedono impedite nell’accesso al lavoro, che è il mezzo primario per produrre ricchezza. Se non si tiene a mente questo importante fattore si rischia letteralmente di “tornare indietro”.

Un caso simile è già accaduto nella storia. Ho lavorato in Argentina proprio negli anni della crisi economica tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000 e ho avuto (purtroppo) modo di verificarne personalmente i pesanti effetti. Questo paese, che aveva raggiunto un buon livello di Salute pubblica in tempi pre-crisi, è velocemente ripiombato nel baratro, danneggiando soprattutto donne e bambini.

E insieme alle conseguenze monetarie del default argentino, ricomparirono nello spazio di sei mesi casi di Kwashiorkor, severa malnutrizione nei bambini, che determina rigonfiamento dell’addome e rallenta irreversibilmente lo sviluppo cognitivo dei bambini. Raggiungere un buon livello di Salute per un Paese richiede immani sforzi e moltissimo tempo.

Perdere quanto ottenuto può essere invece molto rapido, se non si presta la giusta attenzione. Rivolgo quindi un appello urgente a questo governo. È necessario difendere ora in ogni modo il sacro principio sancito dalla Costituzione all’articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

E con questo si intendono tutti indigenti, anche coloro che non vengono definiti propriamente italiani. È un dovere costituzionale, oltre che etico. Perché di povertà si muore, purtroppo. Anche nel 2018. Anche in Italia.

la scandalosa povertà nel nostro mondo

papa Francesco

“nel mondo c’è una povertà scandalosa”

lo ha detto il papa nell’udienza generale a San Pietro:

“per non rubare occorre imparare a condividere, nessuno è padrone assoluto dei beni”

Papa Francesco

La nostra vita non è fatta per “possedere” ma “per amare”. Lo ha ribadito Papa Francesco nell’udienza generale in Piazza San Pietro dedicata al settimo comandamento ‘non rubare’.
“Il mondo – ha detto il Papa – è ricco di risorse per assicurare a tutti i beni primari. Eppure molti vivono in una scandalosa indigenza e le risorse, usate senza criterio, si vanno deteriorando”.
“La ricchezza del mondo – ha sottolineato Francesco – oggi è nelle mani della minoranza, di pochi, e la povertà e la miseria è la sofferenza di tanti, della maggioranza”.
“Nessuno – ha proseguito Bergoglio – è padrone assoluto dei beni: è un amministratore dei beni. Ogni ricchezza, per essere buona, deve avere una dimensione sociale. Per non rubare occorre imparare a condividere”.
“Se sulla terra c’è la fame – ha concluso il Papa – non è perché manca il cibo! Anzi, per le esigenze del mercato si arriva a volte a distruggerlo, si butta. Ciò che manca è una libera e lungimirante imprenditoria, che assicuri un’adeguata produzione, e una impostazione solidale, che assicuri un’equa distribuzione”.

Dio non è distante dalla storia dell’uomo

trasformare la società

un cristiano si riconosce da questo non si adegua alle situazioni di oppressione

«Dare da mangiare o da bere è ,al giorno d’oggi, un atto politico: significa la trasformazione di una società strutturata a beneficio di pochi che si appropriano il plusvalore del lavoro dei più»

Gustavo Gutierrez

Ci hanno convinto dell’immodificabilità della realtà e di conseguenza della distanza di Dio dalla storia dell’uomo. Se cerchiamo la semplice sopravvivenza materiale conviene certamente prendere atto dell’esistente e adeguarsi. Si tratterà di scegliersi il posto migliore a discapito di un nostro simile trasformato in nemico. Dovremo, è vero, sopportare la fatica di difenderlo ma la legge e le armi di solito vengono in soccorso di chi sceglie il compromesso con il regime dell’iniquità. Si diventa come loro, infatti il potere ha la capacità di convincere l’uomo che il cinismo sia necessario per proteggere la propria vita e quella dei familiari. Diventiamo dei cani rabbiosi e accettiamo un criminale come padrone che ci tiene al guinzaglio in cambio di qualcosa nella ciotola. Il Vangelo predica invece che l’uomo non si realizza nella sopravvivenza, nel lasciare le cose come stanno, ma nella trasformazione della realtà*. L’attuale assetto sociale è il frutto di logiche economico-finanziarie che rappresentano tutto il male possibile per l’uomo. Il Vangelo vive in esilio, ai margini, nelle minoranze, nei luoghi dove abitano le vittime di quelle scelte e di quei compromessi, fuori dagli spazi istituzionali, convenzionali ed ufficiali. Il Vangelo attende qualcuno che sia disposto a perdere la vita ossia la reputazione, l’approvazione di quelli che contano, l’immagine di plastica, per esistere, al contrario, secondo l’immagine autentica che Dio non impone ma che costruisce insieme a noi. Una società che si muove agli ordini del Capitale non può considerarsi cristiana anche se abitata da milioni di persone che si definiscono cristiane. Non basta una definizione per determinare la realtà che parla di oppressione e ingiustizia piuttosto che di compassione e di comunità. Di conseguenza occorrerebbe modificare la terminologia scegliendo tra: capitalisti, competitivi, selettivi, emarginatori, speculatori, indifferenti etc. Altrimenti la parola cristiano risulta o comica o ipocrita.

* “L’evangelizzazione deve calare profondamente nel cuore dell’uomo e dei popoli; perciò la sua dinamica tende alla conversione personale e alla trasformazione sociale”.

documento di Puebla, 362

in Italia triplicati i poveri parola di Caritas

la povertà è triplicata in Italia

l’allarme della Caritas: un povero su due ha meno di 34 anni

In Italia, dagli anni pre-crisi ad oggi, c’è stato un aumento del 182 per cento dei poveri assoluti. Pesa la mancanza di istruzione e non solo tra i giovani

La povertà è triplicata in Italia. L'allarme della Caritas: un povero su due ha meno di 34 anni

globalist 17 ottobre 2018www.redattoresociale.it

La povertà assoluta in Italia è quasi triplicata dagli anni pre-crisi ad oggi: negli ultimi dieci anni è aumentata del 182 per cento, “un dato che dà il senso dello stravolgimento avvenuto per effetto della recessione economica”. È il nuovo rapporto 2018 di Caritas Italiana sulla povertà e sulle politiche di contrasto presentato oggi a Roma a dare le dimensioni di un fenomeno che anno dopo anno, nonostante le misure introdotte ad oggi, non fa che crescere. “In Italia il numero dei poveri assoluti continua ad aumentare – spiega la Caritas -, passando da 4 milioni e 700 mila del 2016 a 5 milioni e 58 mila del 2017, nonostante i timidi segnali di ripresa sul fronte economico e occupazionale”.

Sempre più poveri tra minori e giovani. Sono soprattutto i giovani a soffrirne negli anni successivi alla crisi economia e finanziaria che ha colpito l’intero occidente negli anni scorsi. “Da circa un lustro la povertà tende ad aumentare al diminuire dell’età – spiega la Caritas -, decretando i minori e i giovani come le categorie più svantaggiate (nel 2007 il trend era esattamente l’opposto). Tra gli individui in povertà assoluta i minorenni sono 1 milione e 208 mila (il 12,1 per cento del totale) e i giovani nella fascia 18-34 anni 1 milione e 112 mila (il 10,4 per cento): oggi quasi un povero su due è minore o giovane”. Per quanto riguarda la cittadinanza, aggiunge il rapporto, la povertà assoluta si mantiene al di sotto della media tra le famiglie di soli italiani (5,1 per cento), “sebbene in leggero aumento rispetto allo scorso anno”, precisa la Caritas. Livelli molto elevati di povertà, invece, si riscontrano tra i nuclei con soli componenti stranieri (29,2 per cento). “Lo svantaggio degli immigrati non costituisce un elemento di novità e nel 2017 sembra rafforzarsi ulteriormente – spiega la Caritas -. Volendo semplificare, tra i nostri connazionali risulta povera una famiglia su venti, tra gli stranieri quasi una su tre”.

L’istruzione continua ad essere tra i fattori che più influiscono (oggi più di ieri) sulla condizione di povertà, spiega la Caritas. I dati nazionali dei centri di ascolto, infatti, dimostrano anche una associazione tra livelli di istruzione e cronicità della povertà. “Esiste uno zoccolo duro di disagio che assume connotati molto simili a quelli esistenti prima della recessione – spiega Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana -, con la sola differenza che oggi il fenomeno è sicuramente esteso a più soggetti. Si tratta, dunque, di un esercito di poveri in attesa, che non sembra trovare risposte e le cui storie si connotano per una cronicizzazione e multidimensionalità dei bisogni davvero pericolose”. Secondo il rapporto, infatti, dal 2016 al 2017 si aggravano le condizioni delle famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza elementare (passando dal 8,2 per cento al 10,7 per cento). Al contrario i nuclei dove il “capofamiglia” ha almeno un titolo di scuola superiore registrano valori di incidenza della povertà molto più contenuti (3,6 per cento). Particolarmente accentuato, nel nostro paese, anche il legame tra povertà educativa minorile e povertà. Per Soddu, si tratta di un “fenomeno principalmente ereditario  – spiega -, che a sua volta favorisce la trasmissione intergenerazionale della povertà economica”. Il dossier della Caritas, infatti, evidenzia situazioni di maggior svantaggio “proprio nelle regioni del Mezzogiorno che registrano i più alti livelli di povertà assoluta – si legge nel rapporto -. Al Sud e nelle Isole c’è una minore copertura di asili nido, di scuole primarie e secondarie con tempo pieno, una percentuale più bassa di bambini che fruiscono di offerte culturali e/o sportive e al contempo una maggiore incidenza dell’abbandono scolastico”.

La povertà educativa colpisce anche gli adulti. Ad approfondire il tema, un’indagine sperimentale condotta sull’utenza Caritas in Germania, Grecia, Italia e Portogallo. “Limitando l’analisi ai tre Paesi che condividono una comune classificazione dei livelli scolastici (Grecia, Italia e Portogallo) si conferma una situazione di forte debolezza scolastica degli utenti Caritas – continua il rapporto -: in media, l’11,4 per cento è analfabeta o non possiede nessun titolo scolastico. Solo una esigua minoranza del campione (10,2 per cento) è in possesso di un titolo di scuola media superiore. Il titolo di studi più diffuso in tutti i Paesi esaminati tuttavia è la licenza media inferiore (38,1 per cento)”. L’analisi mostra una forte correlazione tra l’assenza di titoli di studio e situazione reddituale della famiglia. “Se nel campione complessivo quasi la metà delle persone risulta privo di una fonte stabile di entrate economiche, l’assenza totale di reddito appare più preoccupante nel caso delle persone che hanno un capitale formativo molto basso: si giunge infatti a sfiorare l’ottanta percento delle persone senza titoli di studio che, allo stesso tempo, non possono godere di nessun tipo di entrata economica”. Secondo la Caritas, si tratta di una popolazione di elevata marginalità sociale, in quanto all’assenza di lavoro si somma la quasi totale insufficienza del capitale formativo. “In termini assoluti, questo tipo di utenti, in evidente situazione di esclusione sociale, è pari al 4 per cento dell’intero campione – spiega il rapporto -. Si tratta quindi di un piccolo gruppo di persone per le quali è tuttavia necessario un duplice intervento, per favorire la ricerca di un lavoro e al tempo stesso il raggiungimento di un livello formativo idoneo”.

insopportabile! il nostro mondo è assurdo!

un mercato di Port-au-Prince, ad Haiti, marzo 2016

otto uomini possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale

Otto uomini possiedono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) di 3,6 miliardi di persone. Lo rivela il nuovo rapporto di Oxfam, diffuso alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, che analizza quanto la forbice tra ricchi e poveri si stia estremizzando.

Secondo l’organizzazione, le multinazionali e i potenti del mondo continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica. “È necessario un profondo ripensamento – secondo Oxfam – dell’attuale sistema economico che fin qui ha funzionato a beneficio di pochi fortunati e non della stragrande maggioranza della popolazione mondiale”.

Una tendenza preoccupante
Secondo le nuove stime sulla distribuzione della ricchezza, la metà più povera del pianeta è ancora più povera che in passato. Se questi dati fossero stati disponibili già lo scorso anno, avremmo avuto nove miliardari in possesso della ricchezza della metà della popolazione.

“È osceno che così tanta ricchezza sia nelle mani di una manciata di uomini, che gli squilibri nella distribuzione dei redditi siano tanto pronunciati in un mondo in cui 1 persona su 10 sopravvive con meno di 2 dollari al giorno”, ha detto Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia. “La disuguaglianza stritola centinaia di milioni di persone, condannandole alla povertà: rende le nostre società insicure e instabili, compromette la democrazia”.

“I servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione subiscono tagli, ma a multinazionali e super ricchi è permesso di eludere impunemente il fisco. La voce del 99 per cento della popolazione rimane inascoltata perché i governi mostrano di non essere in grado di combattere l’estrema disuguaglianza, continuando a fare gli interessi dell’1 per cento più ricco: le grandi corporation e le élites più prospere”, afferma Barbieri.

Il rapporto di Oxfam dimostra come l’attuale sistema economico favorisca l’accumulo di ricchezza nelle mani di una élite privilegiata ai danni dei più poveri, che sono in maggioranza donne.

Sette persone su dieci vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni: tra il 1988 e il 2011 il reddito medio del 10 per cento più povero è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari all’anno, mentre quello dell’1 per cento più ricco di 11.800 dollari.

In questo quadro, le donne sono particolarmente svantaggiate perché trovano prevalentemente lavoro in settori con salari più bassi e hanno sulle spalle la gran parte del lavoro domestico e di cura non retribuito. Di questo passo ci vorranno 170 anni perché una donna raggiunga gli stessi livelli retributivi di un uomo, denuncia il rapporto.

E in Italia?
Nel 2016 la ricchezza dell’1 per cento degli italiani (in possesso oggi del 25 per cento di ricchezza nazionale) è oltre 30 volte la ricchezza del 30 per cento più povero dei cittadini italiani e 415 volte quella posseduta dal 20 per cento più povero della popolazione italiana.

Per quanto riguarda il reddito tra il 1988 e il 2011, il 10 per cento più ricco della popolazione ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani. E come rilevato da una recente indagine demoscopica di Demopolis per Oxfam Italia sono proprio reddito e ricchezza a rappresentare le due dimensioni in cui i cittadini italiani percepiscono oggi le disuguaglianze più pronunciate.

La sintesi del rapporto in cinque punti

  • Dal 2015, l’1 per cento della popolazione possiede la maggior parte della ricchezza mondiale.
  • Al momento otto uomini possiedono il corrispettivo della ricchezza del 50 per cento della popolazione mondiale. Ecco gli otto miliardari: Bill Gates (75 miliardi di dollari), Amancio Ortega (67 miliardi di dollari), Warren Buffett (60,8 miliardi di dollari), Carlos Slim Helu (50 miliardi di dollari), Jeff Bezos (45,2 miliardi di dollari), Mark Zuckerberg (44,6 miliardi di dollari), Larry Ellison (43,6 miliardi di dollari), Michael Bloomberg (40 miliardi di dollari).
  • L’amministratore delegato di una delle cento aziende più grandi quotate in borsa a Londra guadagna in un anno quanto diecimila lavoratori di una fabbrica tessile del Bangladesh.
  • Una ricerca dell’economista Thomas Piketty mostra che negli ultimi trent’anni la crescita dei salari del 50 per cento della popolazione mondiale è stata pari a zero, mentre quella dell’1 per cento della popolazione mondiale è aumentata del 300 per cento.
  • In Vietnam l’uomo più ricco guadagna in un giorno di più di quello che la persona più povera guadagna in dieci anni.

la vera motivazione di Francesco d’Assisi e di papa Francesco

Francesco d’Assisi: alterità e identità

«Quando crollano i beni di un istituto religioso, io dico: “Grazie, Signore!”, perché questi incominceranno ad andare sulla via della povertà e della vera speranza nei beni che ti dà il Signore»

papa Francesco

 

La povertà di Francesco era diversa da quella dei suoi contemporanei: non era protesta verso i ricchi né riflessione sociologica.

 Francesco non ne sapeva niente di queste cose: giovane commerciante di stoffe, desiderava solo vestirsi come il suo Dio. Quel Signore che indossa la povertà con i poveri; la misericordia con i peccatori; la compassione con i deboli; la vicinanza con i lontani.
Quel Signore che indossa una tunica, senza sandali né bastone e va per le strade augurando la pace.

Doi è nella fragilità umana

confida … nonostante tutto …

Quando stai per fare l’ultimo passo verso il baratro,

quando la disperazione sembra l’unica realtà non solo possibile ma anche immaginabile,

quando ti rendi conto che l’oppressione è imbattibile perché trova molti alleati soprattutto tra gli ipocriti,

quando comprendi che solo i vincitori hanno amici e che le relazioni sono malate di funzionalismo,

quando scopri che dentro di te abita anche il nulla e non trovi qualcosa a cui aggrapparti,

quando vedi soffrire l’innocente e festeggiare l’iniquo,

quando senti uomini esultare in uno stadio di calcio mentre accadono tragedie immani che non fanno neanche più notizia,

quando vivi in Paese molto democratico e molto cattolico in cui governano impunemente le élite e che investe in un anno 23,4 miliardi di euro per le forze armate,

quando vedi passare le Frecce Tricolori al G7 mentre i migranti devono arrivare fino a Napoli per poter sbarcare,

confida sempre nel Signore*

Non chiedermi cosa significhi e come si faccia di preciso. So però che Lui è nel baratro, nella disperazione, con gli sconfitti, nella gratuità, nel nulla, nella sofferenza, nelle tragedie, nella pace, con i migranti, e con tutti quelli che lo ospitano in questo mondo senza vita.

*Isaia 26,4

pubblicato da ‘altranarrazione’

 

le ferite che provoca il sistema economico che ha al centro il dio denaro

“l’economia che produce ferite”

le parole nette di papa Francesco

Capitalismo finanziario

Strutture di peccato

 

 La disuguaglianza sociale nel capitalismo finanziario non è un elemento accidentale o temporaneo ma strutturale. Dovendo garantire un extra-benessere a pochi non può tollerare forme di redistribuzione della c.d. ricchezza. È un sistema economico incompatibile con la democrazia: ne impedisce le dinamiche basilari. Dove c’è il capitalismo, al di là delle denominazioni, vige di fatto l’oligarchia. L’1% è in grado di soggiogare il 99% attraverso un uso smaliziato della forza e l’aiuto fondamentale degli intermedi: di coloro cioè che non appartengono all’1% ma sono pronti a tutto pur di raccogliere le briciole che cadono da quel tavolo. Allora li vedi sostenere le tesi della tecnocrazia europea, della finanza e dei globalizzatori dello sfruttamento. Li vedi tristemente al servizio dell’iniquità, attori non protagonisti di una squallida commedia. Il 99% può indignarsi, ne ha facoltà, ma con calma: nei luoghi, nei modi e nei tempi concessi dal potere. L’importante è che dopo lo sfogo  ritorni velocemente alla catena di montaggio.

testo di Papa Francesco

Le ferite che provoca il sistema economico che ha al centro il dio denaro, e che a volte agisce con la brutalità dei ladri della parabola [del samaritano], sono state criminalmente ignorate. Nella società globalizzata, esiste uno stile elegante di guardare dall’altro lato, che si pratica ricorrentemente: sotto le spoglie del politicamente corretto o le mode ideologiche, si guarda chi soffre senza toccarlo, lo si trasmette in diretta, addirittura si adotta un discorso in apparenza tollerante e pieno di eufemismi, ma non si fa nulla di sistematico per curare le ferite sociali e neppure per affrontare le strutture che lasciano tanti esseri umani per strada. Questo atteggiamento ipocrita, tanto diverso da quello del samaritano, manifesta l’assenza di una vera conversione e di un vero impegno con l’umanità. Si tratta di una truffa morale, che, prima o poi, viene alla luce, come un miraggio che si dilegua. I feriti stanno lì, sono una realtà. La disoccupazione è reale, la corruzione è reale, la crisi d’identità è reale, lo svuotamento delle democrazie è reale. La cancrena di un sistema non si può mascherare in eterno, perché prima o poi il fetore si sente e, quando non si può più negare, nasce dal potere stesso che ha generato quello stato di cose la manipolazione della paura, dell’insicurezza, della protesta, persino della giusta indignazione della gente, che trasferisce la responsabilità di tutti i mali a un “non prossimo”.

(Papa Francesco, Messaggio in occasione dell’incontro dei movimenti popolari a Modesto, California, 16-19 febbraio 2017)

pubblicato da ‘altranarrazione’ 

una teologia preoccupante e antievangelica

 

 

la teologia che sembra sostenere il pensiero di Trump

un importante esponente della teologia della prosperità, Fillmore, riscrisse il Salmo 23, inserendovi questi versi:

“il Signore è il mio banchiere/ il mio credito è buono”

Riccardo Cristiano giornalista 

Molti in questi giorni hanno sostenuto che le parole attribuite al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sui “paesi cesso” dai quali non vorrebbe più immigrazione, siano state il solito scivolone, una gaffe insomma. In certo parzialissimo modo lo ha confermato lui stesso, rinnegando la forma-“paesi-cesso” o “paesi-merdaio” a seconda della traduzione di shithole countries che si ritenga più appropriata- ma non la sostanza. Ma la discussione a mio avviso non riguarda solo loro, perché in quelle parole, al di là della forma, c’è un messaggio autentico, sincero e profondo. E lo possiamo desumere dalla teologia alla quale Trump fa in certo qual modo riferimento. E’ la teologia della prosperità.


Una figura di assoluto rilievo nel panorama della teologia della prosperità è il pastore Norman Vincent Peale, il quale ha officiato il rito funebre dei genitori di Donald Trump. Apprezzato anche da Richard Nixon e Ronald Reagan, gli va riconosciuto di essere stato un predicatore di enorme successo. Il libro che scrisse già nel 1952, “Il potere del pensiero positivo”, ha venduto milioni di copie. E che cosa ha scritto Norman Vincent Peale in questo volume? Ha scritto che se credi in qualcosa la otterrai, che se ti dici che Dio è con te nulla ti fermerà. E anche altro ovviamente.
La teologia della prosperità oggi, sostengono studi autorevoli, convince il 17% degli americani. E buona parte di questo 17%, protestanti o cattolici che siano, vota per Trump. E se il suo attacco si radicasse  in questo pensiero Trump potrebbe comunicare a costoro: hanno creduto in qualcosa gli abitanti di paesi oggettivamente privi di prosperità?
In un paese dove Dio conta, eccome, tanto che sulla banconota americana è scritto “In Dio crediamo” avere una teologia sulla quale basarsi è importante. In un saggio al riguardo apparso su Vox e relativo a Joel Osteen, esponente di spicco della teologia della prosperità e intitolato “ Perché Joel Osteen crede che le preghiere ti possano rendere ricco” Tara Isabella Burton ha scritto che un altro importante esponente della teologia della prosperità, Fillmore, riscrisse il Salmo 23, inserendovi questi versi: “il Signore è il mio banchiere/ il mio credito è buono”.

Centrale nella visione della teologia della prosperità è l’idea di dare parte dei propri averi alla propria chiesa come forma di investimento: dimostrando la propria fede, o fiducia, il parrocchiano riceverebbe cento volte il suo investimento, visto che nel Vangelo di Marco si assicura che colui che soffrirà per Cristo otterrà una ricompensa cento volte maggiore. Al di là di quanto a noi possa apparire curioso o “strumentale”, per così dire, di tale teologia, il suo punto rilevante è che legittima un’economia basata sulla speculazione finanziaria e su guadagni forse eccessivi. Il letteralismo può condurre molto lontano, magari complice una lettura non proprio “letterale” del Salmo 23, ma è una teologia che aleggia negli ambienti più cari a Donald Trump e in cui il molto citato Steve Bannon ha elaborato la sua visione dei rapporti tra culture, e persone.
Probabilmente è anche per questo che il cardinale Cupich, arcivescovo di Chicago, in queste ore ha voluto ricordare e ringraziare Jean Baptiste Point Du Sable, fondatore della città dove lui svolge il suo ministero, immigrato da Haiti negli Usa. Per tenere la sua religione fuori da questa deriva.

Scrivere tutto questo nel giorno in cui papa Francesco officia in San Pietro la messa per rifugiati, asilanti, migranti e tanti altri mi conferma che quella frasetta “Bergoglio o barbarie”, non è una battuta, è la fotografia della realtà nella quale ci troviamo.

la povertà dei giovani – i figli stanno peggio dei genitori e i nipoti peggio dei nonni

più sei giovane, più sei povero

di Roberto Ciccarelli
in “il manifesto” del 18 novembre 2017

I figli stanno peggio dei genitori e i nipoti peggio dei nonni. Ad ogni passaggio di testimone tra le generazioni la disuguaglianza aumenta, mentre la povertà cresce al diminuire dell’età. Più sei giovane, più sei precario

Negli anni corrispondenti alle politiche dell’austerità – gli ultimi cinque – questo dato strutturale prodotto dalla crisi finanziaria è esploso, colpendo più i giovani tra i 15 e i 34 anni rispetto agli over 65. Lo sostiene il rapporto su povertà giovanile ed esclusione sociale 2017 «Futuro anteriore», presentato ieri al circolo della Stampa Estera di Roma dalla Caritas italiana.

Un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta in Italia. Nel 2007 la proporzione era completamente diversa: era solo uno su cinquanta. Nei dieci anni successivi sono diminuiti i poveri tra gli over 65 (da 4,8% a 3,9%). Tornando indietro nel tempo, rispetto al 1995 il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni oggi è meno della metà, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60%. Si presuppone allora che il capofamiglia ultra-sessantenne sia il padre, o comunque un parente, di quello con meno di 34 anni. Questo significa che il primo sostiene il secondo, condividendo risorse e rendite necessarie per proteggere il nucleo ostaggio dei ricatti della precarietà: dall’affitto alla rata dell’asilo, dal sostegno economico in caso di lavori intermittenti o di spese per la nascita di un figlio. È il «welfare parentale» che sostituisce quello «sociale» esploso a causa delle riforme, dei tagli e della negazione dei diritti universali. L’Italia del 2017, in poche parole.

La Caritas osserva la situazione dai «Centri di ascolto in rete». Nel 2016 sono state 205.090 le persone che hanno chiesto qui ciò che non trovano sul «mercato» e non ottengono dallo Stato: un reddito e una tutela. Il 22,7% ha meno di 34 anni. Le richieste sono maggiori a Nord (46%), dove vivono più stranieri, il 33,7% nel Centro, il 20,2% al Sud. Oltre il 43% si è rivolto ai centri per la prima volta. La crisi per loro non è finita, moltiplica silenziosamente i suoi effetti mentre ai piani alti continuano a parlare di una «crescita» che non produce né occupazione fissa, né un’oncia di redistribuzione.

Lo status familiare degli under 34 va compreso meglio. Per la Caritas prevalgono le famiglie «tradizionali» con coniugi e figli (35%), seguite da quelle «uni-personali» (25,7%), in netto aumento rispetto al 2015. Formula macchinosa, e involontariamente parodistica, che significa: persona sola, single, disaffiliato. Persona che potrebbe vivere in coppia, ma si presenta come un individuo e non rientra nel welfare statale, né nelle statistiche. È ragionevole pensare che questa condizione – di «apolide» – sia quella più ricorrente in un paese come il nostro dove non si ha il coraggio di considerare il «precario» come soggetto di diritto, preferendo identificarlo con la «famiglia». Per queste «famiglie di se stessi» non è previsto un sostegno. Nemmeno il miserabile «reddito di inclusione» che il ministro del lavoro Poletti si è affrettato a garantire dal primo dicembre. Stando ai dati della Caritas non andrà nemmeno a gran parte delle famiglie «tradizionali», salvo che non abbiano fino a cinque figli e siano povere «assolute»

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