razzisti senza … motivo

 

non sono razzista, ma …

 

Qualcuno è razzista perché è arrabbiato.
Qualcuno è razzista perché è discriminato sul lavoro.
Qualcuno è razzista perché gli altri sono razzisti.
Qualcuno è razzista perché “e allora il PD?”.
Qualcuno è razzista perché sono loro che sono neri.
Qualcuno è razzista perché loro hanno il telefonino.
Qualcuno è razzista perché “lasciamoli lavorare”.
Qualcuno è razzista perché c’è chi sfrutta l’immigrazione.
Qualcuno è razzista sempre, tranne quando c’è un corpo da comprare.
Qualcuno è razzista perché “loro rubano”. (“E allora il PD?”)
Qualcuno è razzista ma non lo vuole ammettere.
Qualcuno è razzista perché dice “è meridionale, ma è una gran brava persona”.

Tante persone sono razziste, ma nessuno ha un buon motivo per esserlo.

e dicono che il razzismo in Italia non è un problema serio …

quegli otto spari sui migranti in tutta Italia

di Fiorenza Sarzanini
in “Corriere della sera” del 28 luglio 2018

In un mese e mezzo ci sono stati otto casi. E a questo punto sembra davvero difficile parlare di coincidenze. Perché è vero che gli episodi sono accaduti in città diverse — anche se a Caserta e Forlì è già accaduto per due volte — e differenti sono le modalità. Ma gli spari contro gli stranieri, con armi a pallini o ad aria compressa, sono sempre più frequenti e tanto basta per far scattare l’allerta negli apparati di sicurezza. I controlli sui social L’ipotesi valutata al momento è quella dell’emulazione, ma senza escludere che dietro alcuni «attacchi» possa esserci una matrice di odio razziale. Ecco perché carabinieri e polizia stanno cercando di ricostruire nei dettagli ogni vicenda, concentrandosi sulla possibilità che qualcuno possa essere stato fomentato attraverso la «rete» dei social. Un lavoro affidato alla Postale che sta monitorando «profili» e siti proprio per trovare tracce utili. Verifiche che si affiancano a quelle svolte da commissariati e stazioni dell’Arma per scoprire se dietro alcuni fatti possa esserci un’unica regia.

Senza dimenticare quanto accaduto a Macerata nel febbraio scorso quando Luca Traini sparò e ferì sei stranieri «per vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro», la giovane che era stata adescata da un gruppo di nigeriani. Gli spari in Campania L’11 giugno scorso c’è la prima denuncia. Due ragazzi maliani — ospiti di una struttura per migranti — si presentano alla questura di Caserta e raccontano di essere stati colpiti da una raffica di colpi di pistola ad aria compressa sparati da una Panda nera in corsa. Uno ha una ferita all’addome. Parlano di tre aggressori, raccontano che inneggiavano a Matteo Salvini. Scattano le verifiche, intanto nove giorni dopo un altro giovane maliano viene colpito a Napoli da due ragazzi armati di un fucile a piombini mentre sono a bordo di un’auto per le vie del centro. L’ultimo caso ancora a Caserta è di ieri, con il ragazzo della Guinea, ospite in un centro di accoglienza, che racconta di essere stato colpito al volto con la pistola ad aria compressa. A Forlì sono due gli assalti contro gli stranieri. Il primo viene denunciato il 2 luglio da una donna nigeriana ferita a un piede. In realtà quando si presenta spiega che l’episodio è accaduto qualche giorno prima, ma spiega di aver avuto paura. Appena tre giorni dopo c’è un nuovo caso. Questa volta ad essere colpito all’addome è un ivoriano di 33 anni. Il suo racconto è preciso: mentre stava in bicicletta è stato affiancato da un’auto e qualcuno si è sporto dal finestrino sparando con una pistola modello softair. È lo stesso tipo di arma usato dai tre ragazzi denunciati mentre vengono sorpresi a fare fuoco contro le macchine in corsa. E gli investigatori non escludono che siano proprio loro, o comunque qualcuno a loro collegato, ad aver agito.

Il Lazio e i rom L’11 luglio vengono presi di mira due nigeriani mentre aspettano l’autobus a Latina Scalo da sconosciuti a bordo di una vettura scura. Il sindaco Damiano Coletta non crede alla causalità, parla subito di «matrice discriminatoria». Più cauti sono i magistrati di Roma che indagano sul ferimento della bimba rom di 15 mesi colpita il 17 luglio in una strada trafficata mentre è in braccio alla mamma. Perché, spiegano, l’ex dipendente del Senato che ha sparato dal balcone del suo appartamento non mostra di avere alcuna tendenza razzista. Resta però da capire come mai non si sia presentato ai carabinieri pur avendo saputo di aver ferito la piccola e soprattutto perché avesse modificato l’arma per potenziarla. Non ha avuto il coraggio di dire che «volevo sparare a un piccione» come ha sostenuto l’uomo che in Veneto due giorni fa ha colpito alla schiena un operaio di Capoverde. Ma anche la giustificazione del «colpo partito per sbaglio» appare poco credibile.

“i vecovi ci aiutino a combattere il razzismo”

l’appello degli operatori della chiesa alla Cei:

aiutateci a sconfiggere il razzismo

prelati, suore, capi di associazioni, tutti uniti contro il razzismo:

“non si può essere cristiani e maltrattare i migranti. Fate chiarezza su questo punto”

Vescovi della Cei

vescovi della Cei

Centodieci operatori della Chiesa hanno scritto una lettera aperta alla Conferenza episcopale italiana, con possibilità di essere sottoscritta anche da altri, in cui si esprime preoccupazione per la dilagante “cultura del rifiuto, paura degli stranieri, razzismo e xenofobia, una cultura avallata e diffusa persino da rappresentanti delle istituzioni”.

“Sono diversi a pensare” continua la lettera, “che sia possibile essere cristiani e, al tempo stesso, rifiutare o maltrattare gli immigrati: un vostro intervento, in sintonia con il magistero di Papa Francesco, potrebbe dissipare i dubbi e chiarire da che parte il cristiano deve stare, sempre e comunque”.

A firmare la lettera sono decine di persone tra prelati, religiosi e religiose, ma anche laici, impegnate nella pastorale della Chiesa, da parroci a direttori delle Caritas, da docenti delle università pontificie a responsabili scout, da congregazioni religiose a operatori delle diocesi. La lettera è stata inviata al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e a tutti i vescovi singolarmente.

“Vi scriviamo per riflettere con voi – si legge nella lettera – su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l’intera Europa”. Si rileva il dilagare di “razzismo e xenofobia” ma anche “le strumentalizzazioni della fede cristiana con l’uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo. I recenti richiami, in primis dei cardinali Parolin e Bassetti, al tema dell’accoglienza sono il punto di partenza; ma restano ancora poche le voci di Pastori – sottolineano i firmatari dell’appello – che ricordano profeticamente cosa vuol dire essere fedeli al Signore nel nostro contesto culturale, iniziando dall’inconciliabilità profonda tra razzismo e cristianesimo. Un vostro intervento, in materia, chiaro e in sintonia con il magistero di papa Francesco, potrebbe servire a dissipare i dubbi e a chiarire da che parte il cristiano deve essere, sempre e comunque, come il Vangelo ricorda”.

Nella lettera si evidenzia che nulla

“può fermare in questo impegno profetico: né la paura di essere fraintesi o collocati politicamente, né la paura di perdere privilegi economici o subire forme di rifiuto o esclusione ecclesiale e civile”. “Oggi riteniamo che l’urgenza non sia solo quella degli interventi concreti ma anche l’annunciare, con i mezzi di cui disponiamo, che la dignità degli immigrati, dei poveri e degli ultimi per noi è sacrosanta”.

 

l’ “antirazzismo” di Gesù

‘ero straniero e mi avete accolto’

la grande attualità del messaggio ‘antirazzista’ di Gesù

di Alberto Maggi

 
 
“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.
 
“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.
 
Ero straniero
 
Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7). Al tempo di Gesù vige una separazione totale tra giudei e stranieri, come riconosce Pietro: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).
 
In questo ambiente stupisce il comportamento del Cristo che da una parte arriva a identificarsi con gli ultimi della società (“Ero straniero e mi avete accolto”, Mt 25,35.43), e proclama benedetti quanti avranno ospitato lo straniero (“Venite benedetti del Padre mio”¸ Mt 25,34), dall’altra, Gesù accusa con parole tremende quelli che non lo fanno (“Via, lontano da me, maledetti… perché ero straniero e non mi avete accolto”, Mt 25,41.43), con una maledizione che richiama quella del primo assassino della Bibbia, il fratricida Caino (“Ora sii maledetto”, Gen 4,11). Se la risposta alle altrui necessità era un fattore di vita, la mancata risposta è causa di morte. Per Gesù negare l’aiuto all’altro è come ucciderlo.
Gesù non solo si identifica nello straniero, ma nei vangeli il suo elogio va proprio per i pagani, personaggi tutti positivi (eccetto Pilato in quanto incarnazione del potere) e portatori di ricchezza. Si teme sempre cosa e quanto si debba dare allo straniero e non si riconosce quel che si riceve dallo stesso. Nella sua attività Gesù si troverà di fronte ottusità e incredulità persino da parte della sua famiglia e dei suoi stessi paesani, ma resterà ammirato dalla fede di uno straniero, il Centurione, e annuncerà che mentre i pagani entreranno nel suo regno, gli israeliti ne resteranno esclusi (Mt 8,5-13; Mt 27,54).
Nella sinagoga di Nazaret, il suo paese, Gesù rischierà il linciaggio per aver avuto l’ardire di tirare fuori dal dimenticatoio due storie che gli ebrei preferivano ignorare: Dio in casi di emergenza e di bisogno non fa distinzione tra il popolo eletto e i pagani, ma dirige il suo amore a chi più lo necessita. Così nel caso di una grande carestia che colpì tutto il paese, aiutò una straniera, una pagana, “una vedova a Sarepta di Sidone” (Lc 4,26), e con tutti i lebbrosi che c’erano al tempo del profeta Eliseo, il signore guarì uno straniero: “Naamàn, il Siro” (Lc 4,27).
Prima noi? Gesù, manifestazione vivente dell’amore universale del Padre, vuole condividere i pani in terra pagana così come ha fatto in Israele (Mt 14,13-21). La resistenza dei discepoli di portare anche agli stranieri la buona notizia, viene dagli evangelisti raffigurata nell’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea (fenicia) che invoca la liberazione della figlia da un demonio (Mt 15,22). La donna, succube dell’ideologia nazional religiosa che faceva ritenere i pagani inferiori ai Giudei, si accontenterebbe di poco, anche delle briciole (“Sì, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro signori”, Mt 15,27). Nella tradizione biblica i figli di Israele sono chiamati a dominare le nazioni pagane, mentre i pagani sono destinati ad essere dominati. Non c’è uguaglianza tra gli appartenenti al popolo eletto e gli esclusi. Gli uni sono figli, e gli altri cani, animali ritenuti impuri e portatori del demonio. Per questo non si può dare il pane a quanti, per la loro condizione di pagani, sono veicolo di impurità e contaminazione.
Sarà una donna, per giunta pagana, a impartire una lezione ai discepoli del Cristo. Costei ha infatti compreso che non ci sono dei figli e dei cani, quelli che meritano e gli esclusi, quelli che hanno diritto e quelli no, un prima (noi) e un dopo (gli altri), ma tutti possono cibarsi insieme, e allo stesso tempo, dell’unico pane che alimenta la vita. Essa comprende quello che i discepoli fanno fatica a capire e ad accettare, cioè, che la compassione e l’amore vanno al di là delle divisioni razziali, etniche e religiose.
La reazione di Gesù è di grande ammirazione: “Allora Gesù le replicò: Donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come vuoi”. (Mt 15,28), e ai pagani Gesù non concederà le briciole, ma anche in terra straniera ci sarà l’abbondante condivisione dei pani, segni della benedizione divina (Mt 15,32-39).
L’esperienza e il messaggio di Gesù verranno poi raccolti dagli altri autori del Nuovo Testamento, in particolare da Paolo, che in occasione di un naufragio, si stupirà per la “rara umanità” con cui lui e gli altri naufraghi sono stati ospitati dai barbari di Malta (At 28,2), e arriverà a capire una verità importante: “Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11; Gal 3,28).
La Chiesa ha compreso e annuncia che con Gesù non si possono innalzare barriere, ma solo abbattere tutti i muri che gli uomini hanno costruito (“Egli infatti è la nostra pace, colui che dei due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che ci divideva…”, Ef 2,14), non solo i muri esteriori (mattoni), forse i più facili da demolire, ma quelli interiori (pregiudizi), mentali, teologici, morali, religiosi, i più difficili da estirpare perché li crediamo buoni o di provenienza divina.

i migranti sono davvero il grande disastro italiano?

il grande male dell’Italia sono gli immigrati

A sentire questa campagna elettorale, pare che tutte le colpe del nostro disagio siano degli immigrati. E se, invece, il grande male dell’Italia fosse un altro: l’ipocrisia. La finzione, la falsità. Puntiamo – i partiti, ma anche noi cittadini – il dito altrove, contro dei poveracci indifesi e senza voce, per non affrontare i nostri mali: corruzione, mafie, evasione

Ascolti i battibecchi elettorali e ti pare che il grande, unico male dell’Italia siano gli immigrati.
Ascolti i programmi dei partiti – quasi tutti – e l’unico punto che ti rimane impresso sono gli immigrati.

Ma è proprio così? Vogliamo crederci davvero?
Nessuno nega che l’arrivo in massa di centinaia di migliaia di persone ponga problemi e richieda spese e investimenti. E, comunque, se la presenza dei migranti suscita allarme, è giusto tenere in considerazione il timore dei cittadini. Non liquidarlo con sufficienza.
Però bisogna ricordare i reali termini della questione. Affrontarla nella sua complessità, basandoci sui dati di fatto.   

Non è vero, come dicono molti, che gli immigrati sono la principale causa della crisi e dell’impoverimento del nostro Paese. Non sono il primo problema, nemmeno il secondo. E neppure il terzo. Le cifre variano, ognuno dà i numeri. L’accoglienza, secondo alcune stime, nel 2017 è costata intorno ai 5 miliardi. Tanto, certo. Mettiamo pure che ci costi il doppio, il triplo. Si potrebbe obiettare che il dovere morale di accoglienza e solidarietà nei confronti di altri essere umani (ammesso che gli immigrati vengano ancora considerati tali) possa valere questa cifra. Si potrebbe dire che i ricchi paesi occidentali posseggono tanto, troppo, e hanno l’obbligo di rinunciare a qualcosa a favore di chi ha un decimo, un centesimo di noi (il Pil pro capite dei paesi più poveri è una frazione infinitesimale del nostro). Si potrebbe ricordare che un europeo consuma anche dieci volte tanto le risorse del pianeta rispetto a un africano. Insomma, qualche sacrificio sarebbe doveroso, se volessimo accettare le nostre responsabilità di essere umani.
Ma restiamo ai dati dell’accoglienza: nello stesso 2017 l’evasione fiscale in Italia è stata quantificata in 111 miliardi. Venti volte quanto ci costa l’accoglienza. Insomma, se mancano i soldi per scuole, ospedali, assistenza sociale, sanità, infrastrutture non è colpa degli immigrati. Se volessimo essere onesti intellettualmente, dovremmo puntare il dito verso noi stessi.

Non è vero, come dice qualcuno, che dobbiamo chiudere le porte in faccia agli immigrati perché portano il crimine nel nostro Paese. E lasciamo perdere banalissime – ma doverose – considerazioni. Una per tutte: gli italiani non sono stinchi di santi. Siamo stati e siamo tra i maggiori esportatori al mondo di criminalità. Le nostre mafie hanno messo radici ovunque: America, Francia, Germania, soltanto per citare alcuni esempi. Ma atteniamoci ai numeri: nel 2016 i reati in Italia sono calati, proprio quando l’immigrazione aumentava. E’ vero che la micro-criminalità arruola manovalanza tra i disperati, quindi spesso tra i migranti. Ma, se vogliamo ancora essere onesti con noi stessi, crediamo davvero che il problema per la nostra sicurezza siano soltanto i piccoli criminali da strada?
No, la nostra sicurezza è minacciata prima di tutto dalle grandi mafie made in Italy. Che arruolano gli immigrati e li riforniscono di droga, che uccidono, corrompono, impoveriscono intere regioni del Sud, minano la salute dell’economia del Nord, si infiltrano nella politica e nell’impresa, e si mangiano ogni anno più di cento miliardi di euro. Mafia, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita sono mali di cui sono responsabili criminali italiani.
E che dire della corruzione? Ci costa oltre cento miliardi l’anno, di nuovo venti volte quanto dobbiamo investire per accogliere i migranti.  

Non è vero neanche che la piaga della disoccupazione che colpisce i giovani italiani dipenda dagli immigrati. Chi arriva fa spesso lavori che noi non accettiamo più. Non solo, come ha scritto Vladimiro Polchi su Repubblica, i contributi pagati dagli immigrati sostengono il nostro sistema previdenziale. Per non dire che decine di migliaia di stranieri tornano nei loro paesi senza prendere la pensione in Italia (quindi regalandoci miliardi di euro).

E’ vero, gli immigrati pongono dei problemi. C’è chi ci specula (ma anche tantissimi che lavorano onestamente per assistere chi soffre). E’ vero, ci costa del denaro, ma cerchiamo di essere davvero onesti: per secoli (dall’epoca delle Repubbliche Marinare al Fascismo) abbiamo depredato i paesi da cui provengono i migranti. Forse questo ci imporrebbe un dovere morale nei loro confronti. Ma se pure crediamo di non aver alcun debito nei confronti del nostro passato, guardiamo al presente: ci sono multinazionali italiane ed europee che oggi sono accusate di pagare mazzette miliardarie per sfruttare materie prime nei paesi poveri. Ci sembra giusto? Noi, se le accuse fossero confermate, diamo soldi ai governanti corrotti sottraendo ricchezze agli africani e poi facciamo le anime candide quando gli immigrati ci chiedono uno sforzo per assisterli?   

A sentire questa campagna elettorale, pare che tutte le colpe del nostro disagio siano degli immigrati. E se, invece, il grande male dell’Italia fosse un altro: l’ipocrisia. La finzione, la falsità. Puntiamo – i partiti, ma anche noi cittadini – il dito altrove, contro dei poveracci indifesi e senza voce, per non affrontare i nostri mali: corruzione, mafie, evasione. Mancanza di senso civile.
Essere un popolo, essere italiani (come si sente dire tanto spesso in tv), significa prima di tutto questo: sapere chi siamo e affrontare le nostre responsabilità. Lo facciamo davvero?

ogni giorno in Italia cinque casi di razzismo

il razzismo in Italia non è una fake news

almeno cinque casi di discriminazione al giorno

la rete di 16 associazioni ed enti pubblici di cui fa parte il Csv delle Marche

“Pericoloso mettere in connessione immigrati e sicurezza”

No Razzismo- immagine di repertorio

“La tentata strage di stampo razzista di Macerata impone una profonda riflessione sulla pericolosa diffusione del fenomeno del razzismo”: ad affermarlo le 16 organizzazioni ed enti locali che fanno parte, insieme anche al Csv delle Marche, del progetto Voci di confine, nato nel 2017 per raccontare – attraverso dati, storie e testimonianze – il fenomeno migratorio al di là degli stereotipi.

I dati diffusi nel comunicato stampa delle organizzazioni che aderiscono al progetto sono preoccupanti: nonostante l’Italia abbia un sistema normativo adeguato (leggi 654/1975, 205/1993, 40/1998, DL 9-7-2003 n.215) i casi di razzismo sono all’ordine del giorno.
Dei 2.652 episodi di discriminazione rilevati dall’Unar nel 2016, il 69% – ovvero più di 1800 – riguarda fatti discriminatori per motivi razziali, con una media di 5 al giorno.
A questi si aggiungono i dati sui crimini d’odio: secondo l’Odihr (Office for Democratic Institutions and Human Rights) dell’Osce, su 555 crimini d’odio rilevati dalle Forze dell’Ordine in Italia nel 2015, 369 erano relativi a episodi di razzismo e xenofobia. A cui si aggiungono altri 101 casi riportati da organizzazioni della società civile. La relazione della commissione d’indagine del Parlamento italiano su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia, e razzismo (nota come Commissione Jo Cox) dimostra infinel’esistenza di una piramide dell’odio alla cui base si pongono stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile “normalizzato” o banalizzato e, ai livelli superiori, le discriminazioni e quindi il linguaggio e i crimini di odio”.

“La narrazione sui cittadini di origine straniera presenti in Italia va normalizzata su dati precisi di realtà e con informazioni corrette”, ha sottolineato Renata Torrente, referente di Voci di Confine per Amref, organizzazione capofila. Anche per questo l’obiettivo di Voci di confine per il 2018 è quello di portare avanti campagne d’informazione basate su dati concreti e storie di vita vissuta; percorsi educativi nelle scuole e nei centri di aggregazione, per diffondere tra i giovani un punto di vista basato sull’obiettività delle statistiche e delle esperienze. Il progetto prevede anche scambi di buone pratiche, con incontri territoriali che vedranno protagonisti le associazioni delle diaspore e di volontariato, gli enti locali, le ong e i soggetti privati, con l’obiettivo di raggiungere 4 milioni di cittadini, oltre 6.500 giovani, docenti ed educatori, quasi 2.000 operatori della cooperazione, ricercatori, imprenditori e 300 rappresentanti di enti locali italiani ed euromediterranei.

I fatti di Macerata “sono un campanello d’allarme da non sottovalutare come cittadini, prima di tutto, e poi come operatori del terzo settore”, ha sottolineato Simone Bucchi, presidente del Csv delle Marche –  tra i partner del progetto Voci di confine – confermando l’impegno a “rafforzare le reti territoriali che mettono al centro i bisogni delle persone più vulnerabili,  lavorando nel mondo del volontariato, rivolgendoci ai giovani e ai ragazzi, interloquendo con gli enti locali e con tutti coloro che come noi credono fermamente che le Marche siano una regione plurale, solidale e accogliente verso ogni individuo desideroso di costruirsi un futuro qui, a prescindere dal colore della pelle o dalla religione professata”.

Il progetto Voci di confine è stato cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo ed è promosso da Amref Health Africa – Italia Onlus,; Amref Health Africa – Headquarters, Africa e Mediterraneo;  Associazione Le Réseau; Centro Servizi Volontariato Marche; Centro Studi e Ricerche Idos (IDOS); Comitato Permanente per il Partenariato Euromediterraneo (COPPEM); Comune di Lampedusa; Comune di Pesaro; Etnocom; Internationalia; Provincia Autonoma di Bolzano; Regione Puglia; Rete della Diaspora Africana Nera in Italia (REDANI); Step4; Terre des Hommes Italia.

fa rabbrividire la mancanza di argine a un razzismo ormai tronfio di se stesso

“tu, migrante, non sei nulla”

le “colpe” del genocidio e dei razzismi

l’inchiesta di Lunaria analizza l’escalation del rancore

Migranti a pochi metri dall'approdo

migranti a pochi metri dall’approdo

di Delia Vaccarello

Il volto tumefatto insanguinato e bendato di Kartik Chondro, il giovane bengalese massacrato di botte a Roma a due passi da Largo Argentina, fa rabbrividire. Sei nero, ti ammazziamo: devono aver “ragionato” così i neanche ventenni che lo hanno aggredito. Fa altrettanto rabbrividire la mancanza di argine a un razzismo ormai tronfio di se stesso. Ed è l’anello di una catena che vede saldate le responsabilità politiche con quelle istituzionali, sia nazionali che europee, con la delegittimazione della solidarietà, nonché con la presenza massiccia di una ideologia del rancore.

A quel volto forse non tutti siamo sensibili. Perché il migrante termine falsamente neutro che spesso viene associato a criminale, è considerato non umano, una specie di “cosa” che però è capace di nuocere. Erba infestante.

Rimanda al concetto utile al potere di “nuda vita”. Scrive Cristiana Cimino in “La nuda vita dei migranti”: “A fronte di una concezione moderna della sacralità, o sacertà, della vita in quanto diritto imprescindibile anche in opposizione al potere sovrano, esiste una originaria e assoluta esposizione della vita al potere e alla sua uccidibilità e a quella che Agamben chiama relazione di abbandono. In quanto vita nuda e uccidibile il soggetto che ne è portatore in qualche modo è già morto, è uno zombie il cui statuto di esclusione/inclusione è necessario, tuttavia, alla costituzione del potere stesso, o meglio, della sua componente violenta”.

Dunque, anche se nel Mediterraneo sta avvenendo un genocidio, ad alcuni non sembra. Per alcuni (molti) non stanno morendo donne uomini e bambini, stanno morendo “nude vite”, cose, pezzi, zombie.

Partiamo dai numeri. Lo facciamo con il conforto del quarto libro bianco sul razzismo di Lunaria. 

Dal 1° gennaio al 22 giugno 2017 i decessi accertati lungo le tre rotte del Mediterraneo sono stati almeno 2.108, esclusi quelli lungo le rotte terrestri. Occhio, sono stime al minimo, come avverte il Missing Migrant Project, facente capo all’Oim (Organizzazione mondiale per le migrazioni). Nello stesso periodo 2.848 sono state le vittime di migrazioni ed esodi su scala planetaria. Vuol dire che tre persone su quattro che muoiono nel corso di un esodo in tutto il pianeta perdono la vita nel Mediterraneo, sotto i nostri occhi, a casa nostra. Nel mare che è nostro (2.108 corrisponde a più del 74per cento del totale mondiale).

A questi numeri vanno aggiunti i “decessi per fame, sete, disidratazione, nonché conseguenti a rapine, aggressioni, sequestri, stupri e torture fino alla morte, inflitti a migranti e rifugiati in Paesi quali la Libia. Qui – dove la “caccia al nero” è prassi abituale – le violenze, anche estreme, si compiono nei pressi dei check-point, anche da parte di uomini in divisa; nei centri di detenzione, veri e propri lager, alcuni dei quali gestiti dalle milizie, in cui vengono rinchiusi migranti, rifugiati e richiedenti-asilo: tutti considerati e trattati al pari di criminali. Per non dire delle brutalità, anche letali, compiute dalle bande che si aggirano nel deserto tra il Niger, il Mali, il Sudan e la stessa Libia: paesi con i quali, nondimeno, l’Unione Europea e l’Italia sottoscrivono accordi bilaterali”.

Che tipo di politica serve? Il governo ai tempi di Letta aveva lanciato una operazione ritenuta capace di dare sostegno e salvataggio. Il nome: Mare Nostrum (nei nomi, il senso). Peccato che per l’Unione Europea Mare Nostrum era troppo costosa. A rimpiazzarla è la missione Triton. Volta non più a salvare i naufraghi, bensì tesa a difendere i confini. E qui facciamo una domanda a coloro che ritengono che i nemici siano i migranti : difendere le frontiere dall’arrivo di disperati che scappano dai conflitti e dalla fame, dalla tortura e dalle violenze, che desiderano cambiare paese aumenta o no il numero dei morti?

Dice Lunaria: “Uno studio di Charles Heller e Lorenzo Pezzani, pubblicato il 18 aprile 2016, dimostra che la sostituzione di un’operazione di salvataggio con una di controllo e salvaguardia delle frontiere (tale è Triton) è da annoverare fra le cause del vertiginoso incremento della mortalità nel Mediterraneo”.

Il genocidio sale alle stelle perché le politiche sposano una logica semplice: il migrante è lo straniero e noi dobbiamo difendere le nostre frontiere dallo straniero. Il migrante è delinquente, se non terrorista. Non ha diritto di cambiare paese, è zombie. Noi dobbiamo fare di tutto per non lasciarlo arrivare. Secondo il quarto libro bianco sul razzismo: “A rendere i viaggi sempre più rischiosi, e spesso fatali, sono anzitutto le politiche proibizioniste europee, gli accordi con Paesi terzi tutt’altro che “sicuri”, il rifiuto di realizzare corridoi umanitari e percorsi migratori protetti e legali, nonché il mancato o maldestro soccorso in mare da parte di missioni militari quali Triton”.

Ma cosa cambia nella percezione dell’Altro? Facciamo un passo indietro. Venti anni fa vide la luce il lavoro straordinario di Giovanni Maria Bellu “I fantasmi di Porto Palo”. Storia di un naufragio di trecento migranti che si fece di tutto per dimenticare. Era il Natale 1996. Leggendo l’opera di Bellu si capì subito che stavamo assistendo all’abbassamento della percezione dell’umanità dell’Altro. Naufraghi? Meglio tacere, meglio non dire cosa tiravano su i pescherecci nei giorni dopo quel terribile Natale. Perché tiravano su pezzi di corpi. In fondo i cadaveri sono muti. Sono pezzi. Sono cose. Non sono persone ora morte e un tempo vive, con legami, patria, sogni, e qualcuno che ancora vuole sapere di loro. Abbiamo ragione di credere che questo sentimento di “deumanizzazione” dell’Altro abbia messo radici. Così dinanzi al problema delle grandi e incessanti migrazioni in atto da un lato ci si difende, dall’altro si attacca chi vuole dare una mano.

Se dobbiamo difenderci dagli sbarchi, occorre prendere le distanze da chi non lo fa. Inizia così la campagna del sospetto contro le Organizzazioni non governative, le Ong “impegnate in operazioni di ricerca e soccorso nel tratto di mare tra l’Italia e la Libia”. A far partire tale discredito è Frontex. Cioè la nuova Frontex, Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. La precedente, che ha operato fino al 2015, è stata “debole”, la nuova ha più poteri. “In un rapporto “confidenziale”, rivelato dal Financial Times il 15 dicembre 2016, Frontex accusava le Ong di agire d’intesa coi trafficanti e di contribuire in tal modo a incrementare le partenze, quindi le stragi nef Mediterraneo”.

Tale atteggiamento a livello europeo è stato rafforzato in casa nostra. Scrive il rapporto: “All’opera denigratoria hanno partecipato i più vari soggetti politici, compreso il Movimento 5 Stelle. Lo ha fatto con un editoriale su Il blog delle Stelle, tanto disinformato quanto calunnioso, che ha ricevuto una valanga di commenti apertamente razzisti; ed è stato rilanciato da Luigi Di Maio, vice-Presidente della Camera, il quale ha definito “taxi del Mediterraneo” le imbarcazioni delle Ong impegnate nell’opera di ricerca e soccorso”.

Ancora, facendo esplicito riferimento alle accuse lanciate da Frontex, il Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nei mesi scorsi annuncia di aver aperto un’inchiesta sulle presunte “collusioni” tra Ong e trafficanti libici. Dopo un po’ però, le presunte collusioni si rivelano solo ipotesi senza prove, prive di appigli. Ma le polemiche hanno lasciato il segno. Il primo pensiero che viene in mente è semplice: le Ong sono testimoni, osservatori neutri in acque “calde”, frequentate da imbarcazioni di trafficanti e da operazioni di difesa delle frontiere. Meglio che non ci siano.

E il ruolo dei media? Troppo spesso non aiutano. Nel libro bianco non mancano i casi di allarmismo e di vera e propria diffusione del razzismo. La dice lunga il modo in cui venne ricordato, dopo giorni di dimenticanza, il profilo di Faye Dame non inserito subito nella lista dei dispersi della tragedia dell’hotel Rigopiano. Era il 23 gennaio scorso, di lui chiesero con insistenza due turisti. Questo il lancio di agenzia che ne diede conto: “Aveva da poco rinnovato il suo permesso di soggiorno, presso gli uffici della Questura di Torino dove risulta residente, Faye Dame, l’immigrato senegalese al lavoro all’hotel Rigopiano quando è stato travolto dalla valanga. L’uomo, 42 anni, aveva ottenuto il rinnovo del permesso esibendo il contratto di lavoro con l’albergo. Incensurato….”. Ma di quale superstite ci siamo chiesti se fosse o meno “incensurato”?

Se fa notizia l’uomo che morde il cane, e non viceversa, qui nell’immaginario del giornalista ha fatto notizia il fatto che il povero disperso senegalese avesse la fedina penale bianca come la neve che lo ha travolto.

L’elenco dei piccoli e grandi veleni che fomentano le aggressioni come quelle ai danni di Kartik Chondro è lungo e articolato. Il quarto libro bianco sul razzismo analizza e fornisce dati e dettagli. Accennando a qualche conclusione: “Le discriminazioni istituzionali, l’allarmismo dei media, il costante amalgama fra migranti o rifugiati e terroristi, nonché la cattiva gestione dell’accoglienza, almeno in alcuni Stati-membri, non fanno che favorire ondate ricorrenti di xenofobia – che a volte assume tratti paranoidi –, alimentando anche violenza razzista “spontanea” nei confronti degli indesiderabili, spesso usati come capri espiatori”. Certo la crisi economica non aiuta, e neanche la “voragine che separa le classi super-agiate dalla moltitudine d’indigenti, disoccupati, impoveriti, declassati, salariati a basso reddito. Per non dire del peso che ha la crisi della democrazia e della rappresentanza , la quale incrementa, tra l’altro, quel senso di frustrazione, spaesamento” rabbia che facilmente s’indirizza verso capri espiatori, verso categorie fra le più deboli e vulnerabili “. Ne viene fuori un mix di reazione in crescendo, fatto di egoismo, cecità, odio, insensibilità sociale, ricerca dei facili colpevoli. Fatto di “caccia al nero”. Una miccia pronta ad accendersi, collegata a quell’esplosivo che il tempo non disinnesca e che si chiama rancore.

i danni europei provocati dal pensare che la distinzione tra destra e sinistra sia superata

la maschera fascista dell’Europa

di Nadia Urbinati
in “la Repubblica” del 17 ottobre 2017

 

Dopo le elezioni tedesche, anche quelle austriache confermano le trasformazioni politiche in corso nel vecchio continente, la cui faccia sta decisamente prendendo una fisionomia di destra, e perfino nazi-fascista. Il populismo è lo stile e la strategia che le vecchie idee di destra (il razzismo, l’intolleranza, l’ideologia identitaria nazionalista, il mito maggioritarista e anti-egualitario) adottano per conquistare gli elettori moderati. I partiti di destra sono quelli che meglio usano questa strategia; ne hanno anzi bisogno per uscire dall’isolamento nel quale l’ideologia socialdemocratica li aveva condannati per decenni. Sebastian Kurz, alla guida del partito dei popolari, ha trasformato il suo partito in un movimento elastico, aggressivo sui social, attento all’immagine e capace di usare gli argomenti giusti: la paura dell’immigrazione, la preoccupazione per la precarietà occupazionale, l’erosione del benessere. L’Austria è tra i Paesi più ricchi d’Europa e con una popolazione residente straniera che sfiora il 15%. La campagna elettorale di Kurz è stata radicalmente personalistica (il suo nome ha dato il nome alla lista) e ossessivamente imbastita sulla paura, tanto da fare apparire l’Austria come un Paese straniero agli austriaci, sul baratro economico e con il rischio di avere una maggioranza religiosa islamica. La personalizzazione e la radicalizzazione del messaggio hanno fatto volare il suo partito. Altrettanto vincente la strategia del partito di estrema destra neo-nazista, detto della libertà, guidato da Heinz-Christian Strache che potrebbe essere alleato del partito di Kurz. La ricetta per il governo del Paese di questa ipotetica coalizione è un misto di protezionismo e liberismo: chiusura delle frontiere agli immigrati, difesa dell’identità culturale cattolica, sicurezza e taglio delle tasse. Liberisti e nazionalisti alleati. Il restyling dei due partiti di destra ha pagato, smussando il messaggio nazista e islamofobico e insistendo su una strategia che da qualche anno sta facendo proseliti a destra. La critica alla tecnocrazia di Bruxelles non porta più alla proposta di uscire dall’Unione. L’Europa va conquistata, non lasciata. Il populismo transnazionale di destra non propone il ritorno agli stati nazionali indipendenti, non ha nostalgie per un’Europa pre-Trattato di Roma. Comprende l’utilità dell’Unione e vuole però guidarla in conformità a quella che il leader ungherese Viktor Orbán (il primo ad aver lanciato la proposta di una destra populista transnazionale) ha definito come l’identità spirituale del continente: la cristianità. La secolarizzazione, soprattutto nella parte occidentale del continente, è un fatto difficilmente negabile. E quindi l’apppello alla cristianità ha poco a che fare con la spiritualità religiosa e molto con l’identità nazionale. Il populismo di destra è oggi un progetto identitario transnazionale. La storia del populismo è innestata nella storia della democrazia; una competizione con la democrazia costituzionale sulla rappresentanza e la rappresentazione del popolo, che nei Paesi europei è in effetti la nazione. La tendenza a identificare il popolo con un’entità organica omogenea è il motore che muove questa potente interpretazione della sovranità come sovranità di una parte, maggioritaria, contro un’altra, per umiliare l’opposizione e soprattutto le minoranze culturali. Le democrazie del dopoguerra hanno neutralizzato questa tendenza olistica articolando la cittadinanza nei partiti politici. E il dualismo destra/sinistra è stato un baluardo di protezione della battaglia politica dalle pulsioni identitarie, nazionaliste e fasciste. La fine di questa distinzione è oggi il problema; essa è stata favorita dalla sinistra stessa che, nel solco del blarismo ha sostenuto la desiderabilità di andare oltre la divisione destra/sinistra. Una iattura che ha preparato il terreno alla destra. L’uso di strategie comunicative populiste si dimostra vincente anche perché l’audience è informe e con deboli distinzioni idelogiche; facile da conquistare con messaggi generici, gentisti diremmo, ovvero basati sul buon senso e capaci di arrivare a tutti indistintamente. La caduta di partecipazione elettorale, che l’erosione della distinzione destra/ sinistra ha portato con sé, è un segnale preoccupante di cui purtroppo quel che resta della sinistra non si avvede. L’esercito elettorale di riserva è pronto, depoliticizzato abbastanza da essere catturato da messaggi populisti di destra, generici, e molto semplici.

Il caso austriaco, come quello tedesco di poche settimane fa, è quasi da manuale nel dimostrare quanto danno abbia fatto alla democrazia la convinzione che destra e sinistra appartengano al passato. Di questa insana idea si approfitta la destra, che da parte sua non ha mai messo quella distinzione in soffitta

il razzismo della chiesa polacca contro papa Francesco

la rivolta della Polonia contro papa Francesco

la deriva razzista dei vescovi di Varsavia

ventidue le diocesi polacche su un totale di 42 vi hanno preso parte. L’iniziativa che ha coinvolto un milione di persone si è mossa in senso contrario all’impegno continuo e lucido di Francesco per l’accoglienza ai profughi e agli immigrati nel bisogno, è stata appoggiata dal Governo polacco da una parte dei vescovi e dal vertice della Conferenza episcopale oltre che dalla potente Radio Maria di stampo tradizionalista e dalla televisione pubblica polacca

Il Papa in Polonia (foto agensir)
Il papa in Polonia 

Uno dei fronti anti Francesco passa per la Polonia dove il solo papa per ora considerato dalla maggior parte dei fedeli cattolici è san Giovanni Paolo II. Il campanello di allarme è suonato lo scorso 7 ottobre, anniversario della vittoria navale dei cattolici contro l’islam a Lepanto del 1571. Per iniziativa di due laici cattolici neoconvertiti e nostalgici di una Chiesa che menava le mani, un milione di cattolici schierato lungo i 3500 chilometri di confini ha recitato in contemporanea il Rosario “per la pace e per salvaguardare la patria e il resto d’Europa dalla secolarizzazione e soprattutto dall’islamizzazione”.

Un modo un tantino articolato e pomposo per nascondere in realtà il vero obiettivo: una parola d’ordine contro immigrati e profughi che in maggioranza musulmana a parere dei singolari cattolici polacchi stanno invadendo l’Europa e mettendo a rischio l’identità cattolica del continente e della stessa Polonia. Ventidue le diocesi polacche su un totale di 42 vi hanno preso parte. L’iniziativa che si è mossa in senso contrario all’impegno continuo e lucido di Francesco per l’accoglienza ai profughi e agli immigrati nel bisogno, è stata appoggiata dal Governo polacco da una parte dei vescovi e dal vertice della Conferenza episcopale oltre che dalla potente Radio Maria di stampo tradizionalista e dalla televisione pubblica polacca.

 L’iniziativa è stata pubblicamente criticata dal vescovo Tadeusz Pieronek, ex segretario della Conferenza episcopale che intervistato da “Famiglia Cristiana” ha voluto precisare che il rosario “non è un’arma ideologica” denunciando l’appoggio di una parte dei vescovi alla deriva razzista del Governo di Varsavia. A suo parere sembra che i vescovi non si accorgano” della strumentalizzazione della Chiesa da parte del Governo” e che una parte della Chiesa è stata per lo meno gravemente ingenua in questa circostanza. A parere del presule tutti i polacchi che hanno partecipato al rosario “sono contro il pensiero e l’insegnamento di papa Francesco” rilevando che in Polonia “è in atto una battaglia per persuadere la gente che ogni profugo è un bandito che attenta all’identità polacca ed è una minaccia grave e reale per la salute e la vita dei polacchi”.

Laici cattolici progressisti che sono una minoranza sono entusiasti per papa Francesco e sono preoccupati per la furbizia con cui tanti preti e vescovi del paese lasciano intendere di essere d’accordo con Francesco ma poi predicano e operano contro le sue direttiva pastorali e dottrinali. Si nascondo dietro una finta preoccupazione secondo cui la cosa migliore da fare è aiutare i profughi a casa loro. Molta parte della gente segue i vescovi ma sembra quasi che i conservatori più determinati stiano tra i laici. Eppure la Chiesa in Polonia dispone di un benessere economico notevole dal momento che alla disponibilità di denaro si è aggiunta la restituzione del patrimonio immobiliare sequestrato sotto il comunismo. Anche in Polonia è tempo di nazionalismo che si nutre con il populismo che – secondo alcuni – sposta l’asse del Paese e della Chiesa su una china pericolosa per la stessa democrazia.

A più riprese, ormai da tempo, ci si chiede dove siano i critici di papa Francesco. In Polonia sono venuti allo scoperto con l’equivoco di una preghiera chiaramente e tranquillamente strumentalizzata. Analoghe resistenze si possono registrare in altri Paesi specialmente occidentali. Il papa né è cosciente ma non demorde dall’impegno a cambiare il paradigma della coscienza che la Chiesa ha di sé e della tradizionale presenza pastorale. Opera gigantesca avviata dal concilio che il papa intende portare avanti senza tentennamenti e tuttavia (in ottemperanza alla misericordia) con guanto di velluto, lasciando ai suoi critici inutili polemiche e chiarendo sempre più decisamente la necessità di passare da una Chiesa che celebra la battaglia di Lepanto a una Chiesa che manifesta con chiarezza e sempre la misericordia di Dio. Con tutte le conseguenze anche nei tradizionali rapporti con il potere politico ed economico.

10 parole contro il razzismo

mini-sillabario antirazzista

dieci parole per non tacere

di Paolo Rumiz
in “la Repubblica” del 20 maggio 2017

Come rispondere al razzismo aggressivo e manifesto senza mettersi sullo stesso piano di violenza verbale? Sono in tanti a tacere per questo timore, ma è un chiamarsi fuori che non paga. Il demoniaco sproloquio sul web dilaga anche perché sono forse troppo pochi quelli che hanno animo di rispondere pubblicamente, sul treno, per strada, al bar. La prima, vera guerra da combattere è contro il silenzio. Brecht scrisse: «Non si dica mai che i tempi sono bui perché abbiamo taciuto». E i tempi furono bui per davvero. Non è la xenofobia il problema: ad essa va prestato attentamente ascolto. Essere inquieti di fronte all’Altro è un riflesso naturale e umano. Sbaglia chi non sa ascoltare questa paura. La classe politica ha il dovere di capire e gestire le tempeste identitarie generate dalla società globale per evitare che diventino odio, perché con quell’odio, poi, non si potrà più ragionare. È quanto accade sempre più spesso oggi. Oggi siamo oltre il limite. Ed è diventato indilazionabile chiedersi in concreto con che parole rispondere a caldo, in modo efficace, alle provocazioni, stante che non serve porgere l’altra guancia, belare come agnelli o lanciarsi in raffinati pensieri. Bisogna avere a disposizione un’arma. Un vocabolario forte, metaforico, fulminante, capace di viaggiare su registri diversi. Qui provo a proporre un primo, un modesto arsenale di parole, una piccola officina che faccia da base per un vocabolario antagonista alle parole ostili.

 

 

 

 

LA PREGHIERA

«Prego perché tuo figlio non debba mai finire dietro un reticolato e perché tu non debba mai essere guardato come un miserabile. Prego Iddio che il tuo denaro e il tuo passaporto non siano mai rifiutati come carta straccia da un agente di polizia. Invoco il Signore perché i tuoi nipotini non debbano passare inverni nel fango, sotto una tenda, a mezzo chilometro da un cesso comune, con gli scorpioni e i serpenti che si infilano nelle loro coperte. Prego perché il tuo focolare non si riduca a un mucchietto di legna secca e il tuo unico contatto con la famiglia lontana sia il telefonino. Prego soprattutto perché tu non debba mai udire, rivolte a te, parole come quelle che hai appena pronunciato».

L’AUGURIO

«Vorrei che tu non diventassi mai un miserabile, perché lo si diventa in un attimo. Basta molto meno di una guerra. È sufficiente un terremoto, un’alluvione. Una malattia, un tradimento, una truffa, un divorzio, un licenziamento, un bancomat che si nega allo sportello. Mio nonno emigrò per fame in Argentina, fece fortuna, poi la banca con tutti i suoi risparmi fallì e lui morì di crepacuore a quarant’anni, lasciando la famiglia in miseria. Oggi è peggio. Si diventa superflui per un nonnulla. Ti licenziano con un Sms. Anche senza emigrare».

L’ACCUSA

«A sentire parole come le tue, se fossi un terrorista dell’Isis mi fregherei le mani. Penserei: che bisogno ho di fare altri attentati? Questi europei sono la mia quinta colonna. Si dividono invece di unirsi. Alzano reticolati fra loro. Risuscitano frontiere morte e sepolte. Picconano i loro valori: il laicismo, le garanzie, l’educazione scolastica. Invocano lo stato di polizia. Odiano le vittime del nostro stesso odio. Allontanano proprio quelli che meglio conoscono il loro nemico e potrebbero proteggerli dalla nostra aggressione. Cosa posso chiedere di più?».

L’IRONIA

«Bravi! Quando non ci saranno più stranieri, tutti i problemi saranno risolti. Niente più evasori fiscali, niente più debito di Stato, esportazioni di capitali, banche rapinate, assenteismo, inquinamento, disoccupazione, camorra, istruzione a pezzi… niente più ladri e imboscati, niente più congreghe di raccomandati che costringono i nostri figli a emigrare… Ma già, tu non chiami “emigrazione” quella dei tuoi figli, anche se finiscono nei call center con paghe da fame: la chiami “mobilità”, perché credi che a emigrare siano solo quelli con la pelle di un altro colore».

LO SFOTTIMENTO

«Urla, urla pure contro i migranti… Urlare è l’unica libertà che hai… Avrai tutti i megafoni che vuoi… Ti lasceranno fare perché le tue urla fanno il gioco dei potenti. Servono a coprire le loro responsabilità. A impaurire gli stranieri e abbassare il costo del lavoro. Le mafie, la grande distribuzione, l’alta finanza sentitamente ringraziano. Ma sappi che dopo gli stranieri toccherà ai tuoi, ai nostri figli. Non è mai stata inventata una forma più perfetta e perversa di dominio».

IL GHIGNO

«Però ti fa comodo che non tocchi a tuo figlio scannare galline in serie, sotterrare morti, pulire cessi e sottoscala, conciare pelli puzzolenti, raccogliere pomodori a cottimo, scuoiare manzi abbattuti, pulire i nostri vecchi in casa o in ospedale… Ti fa comodo, confessa, che ci siano gli stranieri. Il problema è che vorresti che, finito l’orario di lavoro, sparissero e che l’happy hour fosse solo per i tuoi figli. E io so perché: perché hai paura di conoscerli, gli stranieri. Perché se li conoscessi sapresti che sono come noi. E allora capiresti che il cerchio si chiude. Capiresti che dopo di loro toccherà a noi scannare galline in serie, pulire cessi e conciare pelli puzzolenti».

LA COMMISERAZIONE

«Vedi, io ho un’immensa pietà per quello che dici. Me ne dispiace. Perché se Gesù bambino tornasse, con sua madre, suo padre e l’asinello, lo chiuderesti in un centro di espulsione. Guai pensare che c’è qualcuno fuori al freddo. Sono cose pericolose. Fanno venire scellerati pensieri di frugalità… Non sia mai che la macchina del consumo rallenti prima di aver raschiato il fondo del barile. Perché solo allora capiremo che tra ghetti e agenzie di lavoro interinale, tra mafia e call center, tra il caporalato e le ottanta ora settimanali di lavoro inflitte legalmente da aziende senza patria, tra gli schiavi dei pomodori e i profitti dei signori in grigio non c’era nessunissimo confine».

L’AVVERTIMENTO 

«Ti piace Trump? Ti piacciono Theresa May e Marine Le Pen? Guardati dai falsi profeti, dai ladri e dagli scassinatori, guardati dai clown che recitano copioni da tragedia, dai contrabbandieri e dai seminatori di zizzania. Solo un’immensa, planetaria ingenuità può farti credere che un miliardario possa farsi paladino degli ultimi. Solo una colossale ignoranza, dopo due guerre mondiali, dopo l’autodistruzione della Jugoslavia e i massacri in Ucraina, può farti credere ancora alle parole di chi invoca la costruzione di muri nel nome delle nazioni. Additare nemici è l’ultima risorsa dei governanti incapaci».

LA MALEDIZIONE

«Via dall’Euro? Abbasso l’Europa? Vai, vai pure. Poi te lo paghi tu il mutuo. E dimmi, dove andrai? A diventare una colonia cinese? Ricordati la notte dell’Europa! Ricordati che ci siamo già suicidati due volte! Perfino il fascismo era meglio del berciare analfabeta! Oggi è Mein Kampf più Facebook, un’idea di stato governato da sceriffi e regolato dal porto d’armi universale. È questo che vuoi? Ricordati dei giornalisti uccisi! Ricordati che ci sono luoghi dove per il diritto all’informazione si muore!».

LE CITAZIONI

«Non molesterai lo straniero, né l’opprimerai, perché foste anche voi stranieri in Egitto. Bibbia, Deuteronomio, 10.14 e 16-19». E ancora, anche se il rimando non è letterale: «Omero, Odissea, canto sesto. E Ulisse si accasciò sulla spiaggia dei Feaci, orrido a vedersi, ma Nausicaa, la figlia del re, non scappò da lui, gli diede di che mangiare, lavarsi e rivestirsi, e poi disse: raccontami la tua storia, straniero».

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