“non sono razzista ma … ” a proposito di migranti, un problema divisivo che ci fa riscoprire razzisti

Italiani brava gente. «Non sono razzista, ma...»

italiani brava gente

«non sono razzista, ma…»

 da: Adista Segni Nuovi n° 4 del 01/02/2019

Oggi porre il tema dell’immigrazione risulta essere divisivo. È paradossale come l’immagine di persone che lasciano il loro Paese e attraversano una condizione disperata e situazioni terrificanti, invece di suscitare unità e canalizzare energie e risorse in spirito di umanità, riesca a creare divisioni, fazioni contrapposte, ideologie che usano proprio quella situazione di fragilità per osteggiarsi se non addirittura combattersi, facendo emergere beceri razzismi o giudizi taglienti.

Se è vero che da un lato sembra continuare una sorta di comune denominatore che è un certo sentimento di insofferenza e razzismo, dall’altro tutto il resto è in continuo mutamento: punti di arrivo, circolari ministeriali, discussioni pubbliche, vissuti dei migranti. Pertanto ogni tentativo di semplificazione risulta essere fuorviante e ingiusto. Da una parte c’è una negazione netta e radicale all’arrivo dei migranti. Esagerazioni di numeri, di messaggi mediatici, la categorizzazione in stupratori o terroristi, la divisione in migranti economici e politici, fanno da contraltare invece all’uso dei migranti nella prostituzione e nel caporalato.

L’immigrazione oggi è sempre più un fenomeno complesso e come tutti i fenomeni complessi richiede analisi, percorsi, interpretazioni strutturate. Come il liquido di contrasto nelle analisi cliniche, il fenomeno migratorio riesce, con lucidità, a mettere in evidenza alcune criticità della nostra società. Ad esempio ha svelato spesso con brutale forza che l’argomento razzismo non può certo dirsi risolto pur a decenni di distanza dalle leggi razziali o dopo le esperienze di Martin Luther King o Nelson Mandela. Ci riscopriamo essere un popolo razzista. Certo cerchiamo sempre e subito di giustificare dicendo “Non sono razzista, ma..”. Basta andare davanti a un ufficio postale, davanti a un supermercato e osservare. Lì in un angolo appoggiato al muro un immigrato che chiede uno spicciolo, magari in cambio di un aiuto per portare la spesa e quella presenza genera commenti, giudizi, appellativi e nomignoli che hanno tutto il sapore del becero razzismo di piazza. Credo che la questione razzistica non sia affatto risolta, e l’afflusso, oggettivamente consistente, di persone provenienti da culture, lingue e religioni diverse abbia accentuato l’atteggiamento di chiusura, inacerbendo le menti, anziché promuovere un’occasione per sviluppare un multiculturalismo già presente da decenni nelle grandi metropoli europee. Così, credo, quest’aria di intolleranza del “diverso” in fondo renda noi “diversi”: incapaci di accogliere, incapaci di interagire con culture differenti, con l’atavica e infantile paura “dell’uomo nero”. Questo rivela che abbiamo ancora molta, moltissima strada da fare.

Altra criticità che emerge con virulenza è certamente la discrepanza all’interno del mondo cristiano, dove incontriamo sempre più frequentemente persone che si identificano con il messaggio cristiano e contemporaneamente aderiscono a forme politiche o di comune sentire che vanno in direzione diametralmente opposta. Così non è raro vedere persone che in chiesa pregano per i profughi e fuori firmano al banchetto di raccolta firme contro l’arrivo degli stessi in quartiere. Questa che chiamo schizofrenia religiosa è presente più di quanto pensiamo e rischia di scindere il nostro essere religiosi e credenti: «La grande tentazione è quella di diventare praticanti di pratiche religiose. Accendere candele e sostare un paio di minuti a mani giunte, per poi uscire di chiesa lasciando lì dentro le cose di Dio… È una sorta di dissociazione dell’anima, in cui con abilità sappiamo vestire mille facce tutte belle e tutte pronte all’occorrenza. Apriamo l’armadio e indossiamo l’abito più opportuno» (Luca Favarin, Animali da circo. I migranti obbedienti che vorremmo, ed. San Paolo, 2018 p. 112).

Infine, una terza criticità che mi sembra emergere chiaramente è che si continua a gestire, ma ancora prima a concepire e leggere, il fenomeno migratorio come un fatto emergenziale. È fallimentare considerare emergenziale ciò che è epocale. La gente si sposta perché dove si trova non sta ben. Lo fa perché è nella natura umana cercare soluzioni migliori per sé e per la propria famiglia. La migrazione trova giustificazione nell’animo umano. E in fondo è la stessa identica motivazione che spinge un giovane europeo a fare le valigie e tentare la fortuna in una grande metropoli occidentale.

In quest’ottica è fuorviante e, ridicolo, continuare ostinatamente a dividere i migranti in politici ed economici, come se dicessimo “Tu che scappi dalla guerra e dalle bombe vieni, ti accolgo, sei il benvenuto” e invece “Per te che scappi dalla miseria, dalla fame, dalla desertificazione e dalla deforestazione non c’è posto”. È una distinzione illusoria che non porta a nulla. Come vane restano le promesse e gli annunci che garantiscono rimpatri. A parte due o tre messe in scena il rimpatrio richiede una gestione che tra accordi bilaterali con ogni Paese, gestione dei transiti e personale necessario risulta essere fisicamente irrealizzabile.

C’è poi l’accoglienza che chiede di essere declinata: non è semplice gestione di strutture e servizi, significa avere a che fare con persone, con la loro storia, è chiamata a declinare una progettualità. E questo significa fare i conti con sogni, a volte sogni infranti o feriti, aspettative e desideri.

Ecco perché è più corretto parlare di “gestione” dell’accoglienza più che di “fare” accoglienza. Questa gestione dell’accoglienza richiede una professionalità di saperi, di pratiche, di metodologie. L’approccio che in questi anni stiamo sperimentando è un approccio olistico. Operatori con competenze e laurea diverse ci permettono di leggere in maniera più completa un fenomeno complesso. La storia del migrante e, soprattutto, il suo accompagnamento richiedono una molteplicità di conoscenze. Il lavoro di una buona équipe è essenziale. Il prendersi cura di colui che arriva dal Mediterraneo richiede grande umanità e professionalità. Un operatore in questo campo deve essere posto anche in continua formazione.

Sull’accoglienza, in Italia, si è fatto molto. Troppo, a mio avviso, guidati da una logica emergenziale. Le sbavature pesanti in termini di eticità dell’accoglienza che abbiamo visto a livello nazionale in più occasioni hanno rischiato di inficiare il lavoro di tutti. Come spesso avviene dove non si approfondisce, bastano gli errori di pochi per compromettere il buon lavoro dei molti. Certo è che la narrazione pesante, offensiva e volgare, distruttiva e maligna che viene fatta sulle ONG o sulle organizzazioni umanitarie non ha precedenti nella storia del nostro Paese. E offende tutti coloro che rimboccandosi le maniche ogni giorno e ogni notte si occupano di anziani, disabili, poveri, emarginati, immigrati, persone senza dimora e molto altro. Ogni organizzazione di servizio o di volontariato si occupa di un “piccolo pezzo di umanità”: lo fa con cura, con amore.

Lo Stato è chiamato a occuparsi del tutto. Sarebbe bello che le istituzioni ai massimi livelli invece di offendere, denigrare, screditare le organizzazioni, semplicemente le ringraziassero perché, liberamente e per amore, si occupano di umanità. Quella che a volte, sembra, abbiamo smarrito e che fatichiamo a ritrovare.

* Luca Favarin è prete di Padova, ha realizzato numerosi progetti in diversi Paesi africani, nonché con vittime di tratta, persone senza dimora e carcerati. Ha fondato ed è presidente di Percorso Vita onlus, organizzazione che si occupa di migranti, minori e forme estreme di povertà

* Parte superiore del libro di Luca Favarin, Animali da circo. I migranti obbedienti che vorremmo

una bimba e il suo tema sul razzismo

il razzismo attraverso gli occhi di una bambina

ecco il tema che ha commosso il web

ecco il tema di una bambina bolognese che fa un ritratto inconsueto del razzismo: autentico, delicato e senza giri di parole

Tema

Il tema di una bambina bolognese di circa dieci anni, ha fatto il giro del web dopo essere stato postato dalla mamma su Facebook.
La bambina nel compito svolto in classe, ha raccontato il razzismo dal suo punto di vista scrivendo:
“Non so bene cos’è il razzismo. So solo che è una chiusura mentale nelle persone. Non accettare qualcuno per il colore della pelle è impossibile, è terribile! Ma il razzismo non si manifesta solo con una persona di un altro colore: parte tutto dalla religione, poi dalle abitudini, dai vestiti, dai cibi”.
I compagni di scuola della bambina provengono da più parti del mondo.
Un ambiente formativo, dunque, dove l’integrazione è all’ordine del giorno. Per questo motivo un’insegnante ha coinvolto fin dal principio i suoi alunni in dibattiti e letture sull’argomento.
“Una persona può essere razzista anche se non se ne accorge o non volendo. Si può essere razzisti anche in classe non accettando un compagno, ad esempio, se è di un altro colore e quindi mangia diversamente, e magari per quello nei suoi vestiti è impregnato l’odore delle spezie. O perché è un po’ dispettoso, quella è una piccola forma di razzismo. Bisogna sforzarsi di accettarlo per com’è”, ha continuato la bambina. Che è giunta poi a una riflessione più ampia: “La diversità ha sempre creato problemi nella mentalità delle persone”.
La bimba si è soffermata anche su una questione italiana:
“Un tempo non si era razzisti solo con i neri, ma anche con i meridionali, che non potevano affittare case o stanze al Nord, perché sulla porta c’era scritto ‘Non affittasi ai meridionali’. Ma il bello è che oggi i meridionali che oramai avranno 60 anni, sono più inferociti e razzisti delle altre persone e non so perché. Mi chiedo: se lo sono già scordati cosa gli facevano?”.
“Io auguro a tutti i razzisti di non restare razzisti per sempre”,
ha concluso la ragazzina.
La madre, orgogliosa della figlia, ha commentato sui social:
“Mi ha fatto commuovere, perché è privo di violenza e odio. Voglio che diventi virale perché abbiamo bisogno di messaggi positivi considerando i morti in mare. L’Italia può ripartire e migliorare, a cominciare dai bambini”.

il nostro razzismo secondo p. Zanotelli

Alex Zanotelli

«il nero a chilometro zero svela il nostro razzismo»

 un brano da “prima che gridino le pietre”, pamphlet del missionario per una disobbedienza civile per non «tradire i valori cristiani»

Alex Zanotelli

Alex Zanotelli

«L’Europa ha perso la coscienza, la memoria e l’umanità. Ci preoccupiamo di difendere i nostri valori “cristiani” di fronte ad altre religioni, ma quei valori li stiamo tradendo da soli». Lo scrive un uomo che i principi del cristianesimo li conosce e li ha vissuti sulla propria pelle come missionario, Alex Zanotelli, nel pamphlet “Prima che gridino le pietre” (Chiarelettere, pp. 160, € 15, a cura di Valentina Furlanetto) dal sottotitolo che elimina ogni possibile malinteso: «Manifesto contro il nuovo razzismo».
«Questo libro racconta il razzismo di ieri e soprattutto di oggi, potente macchina del consenso», annota l’editore nella scheda. Il missionario e attivista, per il quale «Dio è schierato, è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri», per più di mezzo secolo ha convissuto con «gli ultimi della terra, prima in Sudan poi in Kenya, in una delle infinite baraccopoli di Nairobi, Korogocho». Nato a Trento nel 1938, sacerdote dal 1964, missionario comboniano, direttore della rivista “Nigrizia” dal 1978 al 1987, Zanotelli traccia una storia di emigrati e migranti ricordando un linciaggio di italiani emigrati del 1893 nel sud della Francia scatenato da notizie false e con il furore popolare. Ci ricorda qualcosa?, chiede e si chiede. Arrivando all’esperienza di Riace e del sindaco Mimmo Lucano, Zanotelli rilancia «il valore politico della disobbedienza civile». Un dato citato nel libro: l’86% dei 65 milioni di rifugiati nel mondo calcolati dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite  (Unhcr) è nei paesi poveri, appena il 14% nell’Occidente. Di seguito, su gentile concessione dell’editore potete leggere un estratto dal paragrafo «Razzismo di Stato» dal capitolo «Rompere il silenzio».

Razzismo di Stato
Mi viene da ripetere la domanda che ha fatto il papa ai leader della Ue: «Europa, che cosa ti è successo?». Purtroppo non naufragano solo i migranti nel Mediterraneo, sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Il razzismo sta crescendo in Europa e anche in Italia.
Abbiamo sempre pensato agli italiani come a delle persone accoglienti, ci siamo sempre vantati del detto «italiani brava gente». Ma solo perché in realtà da noi non c’erano africani, non c’erano persone di colore. Era facile non essere razzisti senza neri in giro. Da quando nel nostro paese sono arrivate delle persone con la pelle scura si è visto di che pasta siamo fatti. E da dove arriva questo razzismo? Arriva da un senso di superiorità che hanno gli europei e gli italiani.
Noi europei crediamo fermamente che la nostra civiltà sia migliore di quella degli altri popoli. Crediamo di essere detentori di una cultura, una religione, una filosofia superiori. Questa convinzione è quella sulla quale si sono appoggiati primo lo schiavismo e poi il colonialismo. C’è questo senso di superiorità che impedisce di sentire il nero come un pari. Altrimenti non si spiegherebbe questa ostilità nei confronti dei migranti africani.
Prestiamoci attenzione: i migranti cinesi in Italia sono presenti in misura pari a quelli africani e tuttavia non suscitano la stessa rabbia, la stessa riprovazione, lo stesso furore. Evidentemente scatta qualcosa a livello psicologico, qualcosa che è dentro di noi, un rifiuto, un senso di superiorità atavico, che non riusciamo a sopprimere.Quando anni fa chiedevo ai fedeli delle parrocchie che frequentavo delle sottoscrizioni per i poveri in Africa oppure di adottare a distanza dei bambini africani erano tutti molto generosi; toccati profondamente dalle situazioni di povertà che raccontavo, aprivano volentieri il portafoglio.
Un po’ perché le donazioni verso i poveri pongono sempre chi dona in una situazione di superiorità morale, il dono è sempre verso qualcuno che ha bisogno, che tende la mano. Ci sentiamo lusingati e gratificati da questo. Ma bisognerebbe saper rispettare il diritto dell’altro alla dignità, non soltanto donare con condiscendenza e senso di superiorità.
Il fatto nuovo è che il nero a chilometro zero non funziona. Il nero va bene se sta in Africa, più lontano possibile, il nero al nostro fianco ha svelato il razzismo che c’è in noi. Una ostilità che non dimostriamo verso i migranti di altri paesi. Evidentemente è proprio la pelle nera a disturbare l’uomo bianco. E come chiamare questo se non razzismo?
Siamo di fronte a un razzismo di Stato, preparato da decenni da leggi come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, i decreti Maroni, la realpolitik di Minniti. È un fenomeno che ci interpella tutti. Ora, con il governo Salvini-Di Maio-Conte siamo addirittura allo sdoganamento verbale del razzismo, della xenofobia, dell’aggressività. La politica sull’immigrazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che porta a chiudere i porti, va contrastata. La disobbedienza civile in questo contesto è l’unica arma che abbiamo. «Una legge che degrada la personalità umana è ingiusta», scriveva dal carcere di Birmingham Martin Luther King. Le sue parole ci chiamano in causa: «I primi cristiani si rallegravano di essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano.
Allora la Chiesa non era un semplice termostato che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica, era un termostato che trasformava la società. Quando i primi cristiani entravano in una città le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionarli perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”. Ma i cristiani non cedettero».

È questo lo spirito che deve tornare ad animare le comunità cristiane, se vogliamo sconfiggere il razzismo e la xenofobia che ci stanno travolgendo. Papa Francesco ha lanciato molti segnali, ma è rimasto inascoltato. Il suo messaggio non sta passando. È attaccato, è solo.

una ostilità immotivata e razzista contro i migranti

migranti

gli sbarchi si riducono, l’ostilità aumenta

di Andrea Federica de Cesco
in “Corriere della Sera” del 5 dicembre 2018

«Nel corso del 2018 abbiamo vissuto un paradosso: a fronte di una drastica riduzione degli sbarchi (dell’80%), c’è stata una drammatizzazione e strumentalizzazione del fenomeno migratorio, che si sta traducendo in un’aperta ostilità verso gli stranieri»

Vincenzo Cesareo, segretario generale della Fondazione Ismu (iniziative e studi sulla multietnicità), ha aperto così la mattinata dedicata al ventiquattresimo rapporto dell’ente di ricerca scientifica indipendente, che dal 1993 è impegnato nello studio e nella diffusione di una corretta conoscenza dei fenomeni migratori.

Il testo, edito da FrancoAngeli, è stato presentato  all’Università degli Studi di Milano, con il vicedirettore del Corriere Venanzio Postiglione in veste di moderatore e con il politologo Nicola Pasini ad aprire il dibattito.

Il responsabile del settore Statistica della Fondazione Ismu Gian Carlo Blangiardo ha poi messo in luce alcuni dei numeri raccolti nel volume, a partire da quelli sulla presenza di stranieri in Italia: al primo gennaio scorso erano 6 milioni e 108 mila; considerando che la popolazione italiana conta 60 milioni e 484 mila residenti, ciò significa che è stata superata la soglia simbolica di uno straniero ogni 10 abitanti. «Rispetto al 2017 c’è stato un incremento del 2,5% degli stranieri presenti in Italia. Tale aumento è trascinato in particolare da quello dell’8,6% degli irregolari», ha detto Blangiardo, che è a un passo dalla guida dell’Istat.

Un altro tema centrale è la formazione dei giovani stranieri e l’intercultura come pratica educativa, su cui si è concentrata la responsabile Ismu del settore Educazione Mariagrazia Santagati, mentre il direttore generale della Cooperazione internazionale e dello sviluppo della Commissione europea Stefano Manservisi ha evidenziato l’importanza di facilitare gli investimenti privati nei Paesi africani e anche le rimesse dei migranti. Nello stesso contesto il Centro sportivo italiano di Milano ha ricevuto il riconoscimento della Fondazione Cariplo e della Fondazione Ismu 2018 per il progetto «Sport Inside», che promuove i percorsi d’integrazione sociale e di inserimento per i giovani stranieri che chiedono la protezione internazionale

il nuovo libro di Zanotelli contro il ‘nuovo razzismo’

il manifesto antirazzista di un vero rivoluzionario

il nuovo libro di Alex Zanotelli

“prima che gridino le pietre”

“manifesto contro il nuovo razzismo”

pubblicato da Chiarelettere (150 pagine, 15 euro)

di Paolo Piffer
in “Trentino” del 5 dicembre 2018

Un dato:

Secondo l’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni unite che si occupa di migrazioni), i rifugiati nel mondo sono 65 milioni, l’86% dei quali è ospite dei Paesi più poveri. Solo il restante 14% si trova in Occidente.

E un commento:

“Eppure l’Europa si sente sotto assedio, si sente invasa, reagisce con paura e ostilità, erge muri, srotola filo spinato, chiude i porti, respinge i migranti. Quella stessa Europa che pretende di essere l’esempio della civiltà tollera episodi di discriminazione e xenofobia. Gli italiani, emigrati negli anni in tutto il mondo, hanno dimenticato la loro storia, o fanno finta di non ricordarla”.

Padre Alex Zanotelli, il comboniano originario di Livo, in val di Non, torna in libreria dopo “Korogocho. Alla scuola dei poveri” – che risale ormai ad una quindicina d’anni fa, sulla sua esperienza missionaria nella baraccopoli alle porte di Nairobi, in Kenia – con “Prima che gridino le pietre”, pubblicato da Chiarelettere (150 pagine, 15 euro).”Manifesto contro il nuovo razzismo” è il sottotitolo. Perché di questo si tratta. Di un accorato appello, indignato, contro il trattamento riservato ai migranti da gran parte dell’Europa, come dagli Stati Uniti di Trump.

Da buon giornalista, è stato per anni direttore della rivista “Nigrizia”, Zanotelli prende in mano i numeri.

“È semplicemente ridicolo parlare di invasione – scrive – In Europa gli abitanti sono più di cinquecento milioni e gli immigrati arrivati negli ultimi sei anni sono meno di due milioni della popolazione, meno dello 0,4%: una goccia nel mare”.

E ancora:

“Se si guarda all’Italia è vero che abbiamo avuto molti sbarchi ma il numero di rifugiati ogni mille abitanti è molto più basso che in altri Paesi d’Europa: 2,4 rifugiati ogni 1000 abitanti secondo i dati dell’Unhcr, tutto sommato pochi rispetto ai 23 rifugiati ogni 1000 della Svezia, gli 11 ogni 1000 della Norvegia, ma anche la Germania ne ospita di più (8,1 ogni 1000) e la Francia (4,6 ogni 1000)“.

Sugli irregolari presenti in Italia, annota:

“Non sappiamo esattamente quanti siano ma non è difficile fare una stima realistica e non di pura propaganda (come invece il ministro dell’interno Matteo Salvini che in campagna elettorale ha promesso di mandarne a casa 500mila). Se si sommano le richieste di asilo respinte dalle commissioni territoriali dal 2014 ad oggi si arriva ad una cifra di poco superiore a 100mila persone”.

“Siamo di fronte a un razzismo di Stato”, e Zanotelli ne ha per tutti, dalle leggi TurcoNapolitano alla Bossi-Fini, dai decreti Maroni alla “realpolitik di Minniti”. Di fronte al quale

“l’unica arma che abbiamo è la disobbedienza civile, ciascuno nel suo ruolo, se non diciamo no qui e ora salta la nostra umanità”.

Guarda anche in casa sua il comboniano.

“Nel mio paese d’origine, in Trentino, il 50% ha votato Lega (per l’esattezza, alle ultime politiche, il 54,04% ndr). Ne fui profondamente indignato – scrive – Mi sono vergognato perché non ci si può dire cristiani e contemporaneamente aderire ai valori della Lega, o l’una o l’altra cosa”.

Neanche presagisse l’invito del neoassessore provinciale leghista Mirko Bisesti a porre crocefissi nelle aule scolastiche e metter su presepi in vista del Natale negli istituti, padre Alex tuona:

“La croce rappresenta un uomo che predicava l’amore e la fratellanza ed è morto per le sue idee, morto insieme a due ladroni, non compreso, non amato, tradito. Quell’uomo stava con i poveri, le prostitute, gli stranieri, i malati, gli infermi. Quando guardiamo il presepe dobbiamo renderci conto che non è una composizione pittorica e folcloristica, è la rappresentazione di una famiglia povera che vaga in cerca di riparo. Altrimenti il presepe, se viene usato come simbolo identitario contro altri, diventa l’opposto del suo significato originario”.

Nel “manifesto” c’è poi la lista dei tanti casi di stranieri che negli ultimi mesi, da nord a sud della penisola, sono stati attaccati, da italiani. Una sequela dolorosa. E una sorta di “breviario” africano. Il continente dal quale arrivano migliaia e migliaia di migranti, spesso non accolti. Fortunatamente, sottintende Zanotelli,

“c’è sempre qualcuno che si ribella, che non sta in silenzio. E sono queste persone a fare la differenza”.

sempre più cattivi e sempre più razzisti … linciaggio di una rom per tentato furto

Roma

l’odio viaggia anche in metro

rom pestata davanti alla figlia per un tentato furto

La giovane aggredita brutalmente alla presenza della piccola. Il drammatico racconto della giornalista insultata dalla folla per aver cercato di fermare il pestaggio

di GABRIELE ISMAN

Roma sempre più cattiva e sempre più razzista

Capita così che alla fermata San Giovanni della Metro A una giovane rom tenti di rubare il portafoglio a un passeggero.
Con lei una bambina di 3-4 anni. Il furto viene sventato: come racconterà su Facebook Giorgia Rombolà, giornalista di Rai News 24,
“ne nasce un parapiglia, la bambina cade a terra, sbatte sul vagone. Ci sono già i vigilantes a immobilizzare la giovane (e non in modo tenero), ma a quest’uomo alto mezzo metro più di lei, robusto (la vittima del tentato furto?) non basta. Vuole punirla. La picchia violentemente, anche in testa. Cerca di strapparla ai vigilantes tirandola per i capelli. Ha la meglio. La strattona fina a sbatterla contro il muro, due, tre, quattro volte.
La bimba piange, lui la scaraventa a terra”.
Rombolà interviene prima urlando all’uomo di non picchiare la ragazza, poi cercando di fermarla. I vigilantes poi riescono a portare via la rom, l’uomo robusto se ne va, ma a bordo del treno la giornalista si ritrova circondata.
“Un tizio che mi insulta dandomi anche della puttana dice che l’uomo ha fatto bene, che così quella stronza impara. Due donne (tra cui una straniera) dicono che così bisogna fare, che evidentemente a me non hanno mai rubato nulla.
Argomento che c’erano già i vigilantes, che non sono per l’impunità, ma per il rispetto, soprattutto davanti a una bambina. Dicono che chissenefrega della bambina, tanto rubano anche loro, anzi ai piccoli menargli e ai grandi bruciarli”.Ancora Rombolà scrive:

“Un ragazzetto dice se c’ero io quante mazzate. Dicono così. Io litigo, ma sono circondata. Mi urlano anche dai vagoni vicini. E mi chiamano comunista di merda, radical chic, perché non vai a guadagnarti i soldi buonista del cazzo. Intorno a me, nessuno che difenda non dico me, ma i miei argomenti. Mi guardo intorno, alla ricerca di uno sguardo che seppur in silenzio mi mostri vicinanza.
Niente. Chi non mi insulta, appare divertito dal fuori programma o ha lo sguardo a terra. Mi hanno lasciato il posto, mi siedo impietrita. C’è un tizio che continua a insultarmi. Dice che è fiero di essere volgare. E dice che forse ci rivedremo, chissà, magari scendiamo alla stessa fermata”.

Il racconto sul social si conclude in modo amarissimo:

“Cammino verso casa, mi accorgo di avere paura, mi guardo le spalle. E scoppio a piangere. Perché finora questa ferocia l’avevo letta, questa Italia l’avevo raccontata. E questo, invece, è successo a me

un’Europa dove riprendono paurosamente i pogrom contro rom ed ebrei

Kiev

pogrom neonazi contro i rom

allenamento per il seguito

Ucraina. Almeno sei gli attacchi registrati quest’anno. Tra le vittime anche una bambina di dieci anni uccisa

I fascisti del gruppo S-14, le sovvenzioni statali e le complicità vergognose.
-E altri miliardi senza rendiconti di democrazia dall’Unione europea.

problema irrisolto la destra estrema

Kiev, pogrom neonazi contro i rom, che prima di passare al bersaglio classico degli ebrei, scelgono un bersaglio più facilmente detestabile, i Rom, per allenamento e proselitismo. Lo denuncia la giornalista Halya Coynash sul portale Kharkiv Human Rights, che ci da anche nome ed indirizzo degli squadristi molto, troppo ben protetti. I «vigilantes» fascisti del ‘S-14’ che da mesi spadroneggiano per le vie delle città ucraine portando violenza e paura con l’avvallo silenzioso e quindi complice delle forze di sicurezza. Arroganza da impunità, con rivendicazioni pubbliche, ad esempio, del pogrom del 24 ottobre. Kiev, pogrom neonazi contro i rom, Il 24 ottobre, ma attorno c’è ben altro. Torniamo ad Halya Coynash, la giornalista, che a sostegno delle sue accuse a Human Rights, ha portato video e fotografie: «il 24 ottobre nell’area vicino alla stazione meridionale di Kiev un raid neonazista ha devastato un campo abitato da famiglie rom». La particolare gravità di questo assalto è che per la prima volta la polizia municipale non è restata solo ad osservare le gesta dei fascisti del gruppo S-14 ma ha attivamente partecipato all’azione, dando l’impressione -oramai, vedremo tra poco- molte conferme che i raid erano stato organizzati e coordinati. Dall’inizio dell’anno sono già 6 i casi noti di pogrom in Ucraina, uno dei quali terminato con l’uccisione di una bambina di soli 10 anni. Denunce pubbliche ma nessuna protesta dalla Ue. Anzi, quasi fossero premi meritati, piovono euro su Kiev. Con la Rada -il parlamento locale- che per una volta a grande maggioranza, decise di accettare il miliardo di euro di aiuti dall’Unione Europea. Spiccioli in realtà, visto che all’ascesa del governo di Petr Poroshenko, 2014, arrivò il maxi prestito di 17,5 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale, e l’anno dopo 1,8 miliardi di euro Ue, in cambio di promesse di democrazia. A oltre quattro anni dalla Maidan, l’Ucraina ha il problema irrisolto di un sottobosco di gruppi estremisti, filonazisti e xenofobi che non si limitano alle parole. A inquietare, è l’immobilismo di governo, polizia, politica di Kiev. Il disinteresse per una serie di crimini violenti che hanno come obiettivo minoranze ai margini della società. Un immobilismo che qualche volta rasenta la connivenza. È il caso del gruppo neonazista ‘C14’ che, secondo ‘Human rights protection group’, ha ricevuto soldi pubblici per «educazione patriottica». Circa 40mila euro con i quali il ministero della Gioventù ha finanziato iniziative «nazional-patriottiche» . La matrice neonazista di questo gruppuscolo non è in discussione. C in cirillico è S, iniziale di slova, слова, parole. C14 si rifà alle 14 parole di David Lane, leader defunto del gruppo suprematista americano The Order: «We must secure the existence of our people and a future for white children». È una formazione apparsa di recente, in parte come spin off di Svoboda, il partito estremista che svolse un ruolo di primo piano nelle occupazioni violente dei palazzi del potere nei giorni della Maidan. Ma che ha anche contatti stretti con la galassia dell’estrema destra nazionalista, da Pravyi Sektor al Natsionalyikorpus, al Karpatska Sich. Kiev, pogrom neonazi contro i rom Il realtà, da analisti non legati a politica e Stati, ben poco sul fronte e delle riforme democratiche promesse da Kiev è stato fatto. In Ucraina si parla ormai di miseria e degrado. Reddito medio annuo a parità di potere d’acquisto è di 2990 dollari, mentre -accusa diffusa- ‘le oligarchie dilapidano i prestiti internazionali’. Per protestare contro una situazione ogni giorno più insostenibile, la Federazione dei Sindacati Ucraini aveva organizzato il 23 ottobre scorso un grande sciopero nazionale e a tutt’oggi nel Donbass, la parte non separatista, i minatori restano a rotazione nei pozzi per protestare per il mancato pagamento dei salari da 4 mesi a questa parte.

NEONAZISTI CRESCONO

rischiamo davvero l’imbestialimento della politica

attenti ai lupi

così la politica in Italia ed Europa si bestializza


di Marco Morosini
linguaggi sempre più aggressivi e contenuti violenti
la nuova destra “istintiva” si batte contro i più poveri

Una manifestazione in Germania contro i migranti

una manifestazione in Germania contro i migranti

“Libera la bestia che c’è in te”. “Volete restare pecore? O volete diventare lupi e farli a pezzi? (i delinquenti tra i migranti, ndr) Aspettiamoli sotto casa. Occhio per occhio, dente per dente!”

Dobbiamo a due politici eletti, rispettivamente in Italia e in Germania, questi due incitamenti espliciti a “bestializzare” la politica. Non è folclore. Sono parole che dobbiamo prendere sul serio, perché è così che in Europa cominciarono derive che finirono in tragedie. Questi incitamenti potrebbero essere solo l’inizio di ciò che ci aspetta se i politici che attizzano l’odio diventassero egemoni in altri Paesi – oltre che già in Italia e Ungheria – e nel Parlamento Europeo. Le cause “scatenanti” di questo imbestialimento sono la paura – solo in parte comprensibile – e la reazione – sbagliata – al fenomeno di portata storica delle migrazioni verso l’Europa. La crescente esasperazione che esso genera in una parte degli europei è per certi aspetti paragonabile a quella provocata negli anni 20 e 30 dai rancori postbellici, dalla crisi economica del 1929 e dalla conseguente disoccupazione e povertà. Anche allora furono le estreme destre nazionaliste a profittare dell’astio di massa. Anche allora troppi dissero: non dobbiamo demonizzarli, se no facciamo il loro gioco. Si sa come andò a finire. Sta accadendo qualcosa di simile, ora?

Un ministro “fuori controllo”

Il motto “Libera la bestia che c’è in te” è riconducibile al Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Interni Matteo Salvini. Un’esortazione sorprendente da parte di chi è responsabile di mantenere l’ordine nel Paese. L’incitamento è nella testata de “Il populista”, il giornale on line della Lega fondato da Salvini (e diretto da Marco Dozio e Alessandro Morelli), e nell’immagine di copertina della sua pagina Facebook. La bestia da liberare è simbolizzata dalla fronte di un lupo dagli occhi gialli minacciosi, messo lì come un logo. Il sottotitolo de “Il populista” è: “Audace, istintivo, fuori controllo”. Il secondo incitamento «… o volete diventare lupi e farli a pezzi? Occhio per occhio, dente per dente! Aspettiamoli sotto casa!» è di David Köckert, il politico e consigliere comunale di un partito tedesco, che il 9 settembre ha arringato con queste parole una folla di 2.500 manifestati anti-immigrati nella cittadina tedesca di Köthen. Non è da meno un altro politico nelle istituzioni, il deputato leghista Giuseppe Bellachioma, che ha scritto rivolgendosi ai giudici: «Se toccate il Capitano (Salvini, ndr) vi veniamo a prendere sotto casa… occhio!».

Le violenze razziste

Chi pensasse “lupo che abbaia non morde” sbaglierebbe. In Italia, infatti, crescono da tre mesi le violenze razziste. Il giornalista Luigi Mastrodonato ha creato e aggiorna una carta interattiva dell’Italia (su Google Maps) con le “Aggressioni razziste dall’1 giugno 2018”. Vi si leggono i luoghi e gli articoli relativi a ogni episodio violento: finora due omicidi e 60 aggressioni. Ogni due giorni una o più persone, spesso extraeuropee e con la pelle scura, sono state aggredite con pugni, spranghe, armi, a volte anche al grido di “Salvini, Salvini”, come a Caserta l’11 giugno. A Macerata, il 3 febbraio, otto persone di colore sono state ferite a rivoltellate da Luca Traini, candidato leghista nel 2017. Sulle crescenti aggressioni razziste in Italia l’Onu sta aprendo un’inchiesta.

Il ruolo di Steve Bannon

Le estreme destre guadagnano consensi e puntano ora a conquistare l’Unione Europea per smantellarla dall’interno. L’orchestratore di questo disegno è lo statunitense Steve Bannon, ex-stratega di Donald Trump. Così come portò Trump alla Casa Bianca Bannon si è dato ora la missione di favorire la presa del potere in Europa delle destre estreme. Con questo dichiarato obiettivo ha aperto a Bruxelles l’agenzia politica “The Mouvement” per coordinare e consigliare i partiti nazionalisti. Secondo Bannon «I movimenti di destra populista e nazionalista vinceranno in Europa e governeranno. (…) È in Italia il cuore della nostra rivoluzione». Per questo è venuto più volte in Italia e ha incontrato Salvini e altri politici di governo. «Questo è un momento della Storia di cui si parlerà per 100 anni» ha detto Bannon. Ha ragione. Le reazioni politiche al fenomeno migratorio possono essere comprese solo in una prospettiva storica. L’impossibilità sia di fermare sia di accogliere completamente le crescenti migrazioni sta mettendo in gioco la convivenza nel continente. In pericolo è la stessa Unione Europea, l’istituzione che ha garantito sessant’anni di pace e sviluppo.

La copertina della pagina Facebook del 'Populista'

la copertina della pagina Facebook del “Populista”

Immaginare di poter impedire queste crescenti migrazioni, è come pensare di poter “vietare” l’alta marea dopo la bassa. Gli africani, oggi 1,2 miliardi, nel 2050 saranno 2,5 miliardi, mentre gli Europei resteranno 500 milioni. Come tra i vasi comunicanti, un travaso dall’Africa all’Europa sembra inevitabile. Non potendo impedirlo, occorrono in Africa e in Europa politiche che lo regolino e lo rendano fonte di benessere anziché di conflitto. Non basterà “aiutarli a casa loro”. Secondo Stephen Smith, uno studioso africanista franco-americano autore del libro “La corsa verso l’Europa”, in mancanza di altre strategie un lento innalzamento dei redditi in Africa porterà verso l’Europa più migranti, non meno. I migranti attuali, infatti, non sono gli africani più poveri. In buona parte, invece, sono quei giovani più intraprendenti che sanno racimolare i soldi per pagarsi l’odissea verso l’Europa. Secondo Smith il numero di costoro aumenterà quando gradualmente aumenterà il reddito in Africa. Questo fenomeno è drammatico specialmente per l’Africa, che perde così la parte potenzialmente più attiva dei suoi giovani. Ulteriori cause dei drammi dell’Africa sono corruzione, malgoverno, dittature, conflitti e cambiamenti climatici.

Da cittadini a consumatori

C’è però un altro fenomeno più recente che concorre a stimolare sia l’emigrazione dall’Africa sia la violenta ostilità di una minoranza di Europei verso i migranti: il consumismo nell’era di internet. Da alcuni anni, infatti, milioni di africani ammirano, grazie a internet, la vetrina di un Europa delle meraviglie. Lo spettacolo pubblicitario continuo di persone euforiche perché allietate da ogni sorta di mercanzia è una caricatura mendace della realtà.
La stessa messinscena consumistica che attira gli africani è quella che ha alterato la scala di valori in Europa. Eravamo cittadini, siamo diventati “consumatori”. La pubblicità, già onnipresente, cerca di infiltrarsi ulteriormente in ogni metro del nostro spazio e in ogni minuto del nostro tempo. Sempre più europei, specialmente i giovani, sono indifferenti e ignoranti della nostra storia, dei nostri valori comuni – libertà, democrazia, rispetto, tolleranza – e della necessità di difenderli. La cosa che più ci importa è consumare, è cercare identità e soddisfazione nelle merci, non nei valori, e tanto meno nelle persone. Come disse un grande regista, gli unici due valori rimasti all’Occidente sono comprare e vendere.

Consumatori contro consumati

Tra l’ascesa delle estreme destre nazionaliste negli anni 20 e 30 e quella attuale c’è tuttavia una grande differenza. L’animosità popolare che allora portò al potere i partiti totalitari era quella degli impoveriti contro gli arricchiti. Oggi, invece, accade il contrario: l’ostilità che nutre le destre estreme è quella dei ricchi (noi europei, se comparati con gli africani) contro i poveri e i disperati che noi stessi abbiamo contribuito a impoverire e che cercano ora di raggiungerci. È l’ostilità dei consumatori contro i consumati. È la gelosia di chi teme che altri, più poveri di lui, gli portino via “la roba”. È l’affermazione di una “libertà” sinistra (la mia libertà di avere tutto e subito), che sta eclissando la eguaglianza e la fraternità. Nella crisi crescente dell’immigrazione e nelle sue drammatiche conseguenze politiche, il consumismo conta più di quello che sembra. Molti non lo vedono, così come i pesci non vedono l’acqua. È una cecità fatale. Inebetiti da tanti mulini bianchi, non vediamo avvicinarsi i lupi neri.

le chiese cristiane contro xenofobia, razzismo e nazionalismo populista

il “no” delle chiese cristiane

all’«idolatria dei confini nazionali»

di Luca Liverani
in “Avvenire” del 21 settembre 2018

Le chiese cristiane «sono chiamate ad essere luoghi di memoria, speranza e amore». E dunque «la protezione dei valori o delle comunità cristiane» perseguita «escludendo chi cerca un rifugio sicuro dalla violenza e dalla sofferenza è inaccettabile e mina la testimonianza cristiana nel mondo, elevando i confini nazionali a idoli»

Parole nette, rivolte innanzitutto ai cristiani e sottoscritte nel documento finale dai partecipanti alla Conferenza internazionale su «Xenofobia, razzismo e nazionalismo populista nel contesto della migrazione globale», organizzata a Roma dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e dal Consiglio Mondiale delle Chiese (Wcc), con il Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani.

A chiudere la tre giorni è stata l’udienza papale. E padre Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero, ha ricordato che «in accordo con gli insegnamenti di papa Francesco», i punti cardinali della «risposta integrale alle sfide migratorie globali» sono «quattro verbi attivi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare». «Sosteniamo l’istituzione dell’asilo – si legge dunque nel documento finale della tre giorni – per coloro che fuggono da conflitti armati, persecuzioni o calamità naturali». Allo stesso tempo «invochiamo il rispetto dei diritti per tutte le persone migranti, indipendentemente dal loro status». Al contrario, «il razzismo crea e mantiene la vulnerabilità dei membri di alcuni gruppi, negando i loro diritti e la loro esistenza, e cerca di giustificare la loro oppressione». E allora «in questo senso il razzismo è un peccato, radicalmente incompatibile con la fede cristiana». Nell’analisi del documento «il nazionalismo populista è una strategia politica che cerca di fare affidamento e promuovere le paure » al fine «di affermare la necessità di un potere politico autoritario per proteggere gli interessi del gruppo sociale o etnico dominante». È «nel nome di questa ‘protezione’ che i populisti giustificano il rifiuto di offrire rifugio, ricevere e integrare individui o gruppi di altri paesi». Ma è un rifiuto «contrario all’esempio e alla chiamata di Gesù Cristo». I partecipanti alla Conferenza quindi invitano «tutti i cristiani» a «respingere tali iniziative populiste», definite «incompatibili con i valori del Vangelo. Ciò dovrebbe ispirare la vita politica e il discorso pubblico, e informare le scelte fondamentali soprattutto al momento delle elezioni». L’invito ai mass media è di «astenersi dal diffondere idee e iniziative divisive e disumanizzanti e impegnarsi per la promozione di messaggi positivi». L’analisi non nega le problematiche: «Le preoccupazioni di molti individui e comunità che si sentono minacciate dai migranti devono essere riconosciute ed esaminate», in un dialogo «autentico con tutti coloro che le nutrono». Ma «sulla base dei principi della nostra fede cristiana e dell’esempio di Gesù Cristo, cerchiamo di innalzare una narrativa di amore e di speranza, contro la narrativa populista dell’odio e della paura». Anche le chiese cristiane devono «far crescere la coscienza critica tra i cristiani sulla complicità di alcune teologie nella xenofobia e nel razzismo».

papa Francesco contro i cristiani razzisti

migranti

papa Francesco critica i cattolici razzisti

 papa Francesco riceve in udienza i direttori degli Uffici della pastorale per le migrazioni e si dice preoccupato per i sentimenti di intolleranza e xenofobia diffusi anche tra i cattolici e giustificati, spiega, «da un non meglio specificato “dovere morale” di conservare l’identità culturale e religiosa originaria»

Denuncia l’incoerenza di molti credenti e di alcune Chiese locali di fronte al problema delle migrazioni in Europa. Papa Francesco, nel discorso direttori degli Uffici per i migranti delle Conferenze episcopali d’Europa, è molto severo nella critica e parla apertamente di “reazione di difesa e di rigetto”, veri e propri atteggiamenti razzisti in molti cattolici.

L’incontro è avvenuto venerdì 22 settembre e i direttori erano accompagnati dal cardinale Angelo Bagnasco, ex-presidente della Cei e attuale presidente dei vescovi europei. Il Papa ha confidato: “Non vi nascondo la mia preoccupazione di fronte ai segni di intolleranza, discriminazione e xenofobia che si riscontrano in diverse regioni d’Europa. Esse sono spesso motivate dalla diffidenza e dal timore verso l’altro, il diverso, lo straniero. Mi preoccupa ancor più la triste constatazione che le nostre comunità cattoliche in Europa non sono esenti da queste reazioni di difesa e rigetto, giustificate da un non meglio specificato ‘dovere morale’ di conservare l’identità culturale e religiosa originaria”.

I rimproveri di Francesco riguardano il settore orientale dell’Europa e le posizioni tiepide degli episcopati di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca nei confronti delle politiche nazionali dei loro governi che hanno ripetutamente negato l’accettazione delle quote di migranti previste dall’Unione Europea. La maggior parte dei cattolici è d’accordo con i governi sul contrasto all’immigrazione e sull’ingresso dei migranti in quei Paesi. La situazione più delicata appare quella polacca. Qualche mese fa monsignor Krzysztof Zadarko, vescovo ausiliare di Koszalin-Kołobrzeg e responsabile della conferenza episcopale polacca per l’immigrazione, ha affermato che è “necessaria una maggiore apertura verso il prossimo in difficoltà”, riferendosi ai dati di un sondaggio secondo cui solo il quattro per cento dei polacchi è “decisamente favorevole” all’accoglienza dei profughi provenienti dal Medio Oriente.

Lo studio, dell’istituto polacco Cbos (Centro di analisi dell’opinione pubblica), indicava una costante crescita della porzione della popolazione, fino al 74 per cento, contraria alla ricollocazione dei profughi, secondo le quote previste dall’Unione in Polonia. Da dicembre del 2015 ad oggi il numero di polacchi che rifiutano gli immigrati mediorientali e africani supera stabilmente i favorevoli all’accoglienza. Tuttavia, il 55 per cento della popolazione polacca accetterebbe i profughi ucraini senza distinzioni di fede o di etnia. Monsignor Zadarko aveva detto di essere “profondamente rattristato”. E’ la stessa amarezza che si coglie nelle parole del Papa, che invece sostiene che “riconoscere e servire il Signore in questi membri del suo ‘popolo in cammino’ è una responsabilità che accomuna tutte le Chiese particolari nella profusione di un impegno costante, coordinato ed efficace”.

Beroglio ha denunciato anche una “sostanziale impreparazione delle società ospitanti e da politiche nazionali e comunitarie spesso inadeguate”. E ha aggiunto anche una critica ai “limiti dei processi di unificazione europea” e agli “ostacoli con cui si deve confrontare l’applicazione concreta della universalità dei diritti umani, dei muri contro cui si infrange l’umanesimo integrale che costituisce uno dei frutti più belli della civiltà europea”.

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