due ‘dei’ – un solo ‘dio’, quello dei mafiosi e dei leghisti

il ‘dio dei leghisti’ e il ‘dio dei mafiosi’

Premessa necessaria: la mafia e la Lega sono due organizzazioni radicalmente differenti. La mafia è un fenomeno di origine meridionale che si è diffuso al centro e al nord della Penisola; la Lega è un fenomeno di origine settentrionale che si è diffuso al centro e al sud della Penisola. La mafia è un’associazione di criminali che ha come obiettivo di acquisire l’egemonia mediante metodi (almeno potenzialmente) violenti; la Lega è un’associazione di cittadini che ha come obiettivo di acquisire l’egemonia mediante metodi (almeno formalmente) legali. La mafia ha conquistato Roma per inquinarla, corromperla, sfruttarla; la Lega ha conquistato Roma con l’intenzione di liberarla dagli inquinamenti dei corrotti e dallo sfruttamento dei “ladroni” (quanto ci sia riuscita, è ancora presto per dirlo). Negli ultimi anni un numero crescente di politici meridionali si guarda bene dall’ostentare relazioni mafiose nel timore di perdere consensi elettorali; invece, sempre negli ultimi anni, un numero crescente di politici meridionali si affanna ad ostentare relazioni leghiste nella speranza di accrescere i consensi elettorali.

Si potrebbe continuare per intere pagine nell’elencare le differenze fra la mafia e la Lega. Ma non hanno proprio nulla di comune?

Quando, alcuni anni fa, presentai in provincia di Bergamo un mio libro intitolato Il Dio dei mafiosi, interamente dedicato alla strumentalizzazione dell’universo simbolico cattolico da parte delle organizzazioni criminali del Sud, un signore del luogo, intervenendo al dibattito, mi chiese – non so se con candore o con malizia ben celata – se dunque la mafia non avesse insegnato alla Lega come rapportarsi all’elettorato cattolico, radicato nel lombardo-veneto non meno che in Sicilia. L’osservazione mi colpì al punto che volli studiare la questione e la stessa casa editrice milanese (la San Paolo) che aveva ospitato il primo volume pubblicò dopo poco anche Il Dio dei leghisti.

Eravamo nel 2012 e bisognava acuire lo sguardo per trovare documenti che attestassero questa strategia promozionale della Lega: l’associazione “Cattolici padani” del senatore Giuseppe Leoni; le dichiarazioni di Angelo Alessandri, presidente della Lega Nord (“Come molti fondamentalisti cattolici, pensiamo che la nostra fede sia tutt’uno con la nostra identità. E non dimentichiamo mai che è stata il sostegno più grande nella lotta di sempre: quella contro gli islamici”); alcune esternazioni confidenziali dello stesso Umberto Bossi che, convertitosi dopo una difficile crisi clinica, aveva abbandonato le originarie posizioni anti-clericali neo-pagane (quando accusava “il papa polacco” di “rubare il lavoro ai papi italiani”) , riscoprendo alcune devozioni dell’infanzia (“E’ un portafortuna. Ogni volta che vado via lo tocco…” dichiarò del crocifisso di legno esposto alla porta di casa) e sbilanciandosi anche in ardite speculazioni teologiche (“Anche Dio è federalista: c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”).

Dopo il tramonto del padre fondatore e l’ascesa del giovane Matteo Salvini tutto è diventato più chiaro, più tangibile: rosari e vangeli, Madonne e Padri Pii, vengono sventolati in radunate oceaniche sotto gli occhi di telecamere da ogni parte del mondo. Con quanta sincerità interiore? Con quanta adesione intima al vangelo della solidarietà, della compassione, dell’accoglienza dello straniero? Con quanta sintonia con un rabbino nomade che, dovendo spiegare come si dovrebbe amare il prossimo, sceglie il racconto di un Samaritano che si china a curare le piaghe di un poveraccio di un’altra religione e di un’altra etnia? Qui, come nel caso di don Calò Vizzini e di Genco Russo, di Benedetto Provenzano e di Pietro Aglieri, l’ultimo giudizio non spetta a noi mortali.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

il vangelo, Salvini e la religiosità degli italiani – una bella ‘foto’ di M. Serra

i comfort della religione

di Michele Serra

 

Sarebbe bello se davvero, tra i cattolici italiani, si aprisse una discussione sul “bivio” indicato dalla nostra prima pagina di ieri: stai con il Papa o con Salvini? Se fossi un bookmaker darei comunque per favorito Salvini. Se si eccettua una valorosa e nutrita minoranza di persone per le quali la fede cristiana è testimonianza di carità, per l’evidente maggioranza dei cattolici italiani la religione è soprattutto un omaggio alle tradizioni; un’abitudine sociale; un comfort identitario (il cattolico Michele Straniero citava, beffardo, «i comfort della religione»); una difesa pret-à-porter contro “gli altri”, il mondo ignoto che preme alle frontiere e ci impiccia per la strada.

Sono formalmente cattolici moltissimi leghisti. Si può essere cattolici come il ministro Fontana e Matteo Salvini, e cattolici come Bergoglio, o Luigi Ciotti, o Enzo Bianchi. C’è forse un nesso? Si può baciare un rosario o inalberare una croce per invocare la protezione divina sulla Nazione e i suoi sacri confini; si possono pregare lo stesso Dio e la stessa Vergine perché i disgraziati sui barconi arrivino salvi in porto: c’è forse un nesso? Anche per esperienza personale, non ho dubbi: la sensibilità di ogni singola persona e le sue opinioni politiche (ivi compresi i pur logori concetti di “destra” e “sinistra”) orientano gli animi ben più dell’appartenenza religiosa. Ho conosciuto cattolici praticanti che erano ben poco cristiani, e miscredenti più cristiani di loro. Dalle chiese escono ogni domenica persone magnifiche e farabutti, carabinieri e mafiosi, grandi spiriti e spiriti mediocri. Chi preferisce Salvini non lo fa perché è cattolico, ma perché non vuole scocciature. Chi preferisce Bergoglio non lo fa per fedeltà alla Chiesa, ma perché alle scocciature è un poco più disposto. È per questo che Salvini parte avvantaggiato.

la ‘cattiva’ intervista al vescovo di Lucca e le franche risposte del vescovo Paolo

il vescovo di Lucca Paolo Giulietti

“I dubbi su Bergoglio? Tutta colpa dei giornalisti”

(il titolo che viene dato all’intervista la dice lunga sulla ‘cattiveria’ e faziosità dell’intervistatore)

di aldo grandi

Monsignor Paolo Giulietti, una prima impressione dell’universo lucchese.

Io distinguerei. Della chiesa di Lucca ho avuto e sto avendo un riscontro abbastanza oggettivo perché ho incontrato tutti i preti e i diaconi e quasi tutti gli operatori pastorali in una quindicina di incontri. L’impressione che ne ho ricavato è quella di una Chiesa che ha imboccato un cammino di rinnovamento e di crescita sulle linee del Concilio e del magistero di Papa Francesco e che ha bisogno di dare concretezza alle scelte fatte. Questo per la Chiesa di Lucca. Peraltro una Chiesa ricca di risorse umane e spirituali. Per quanto riguarda la società lucchese chiaramente è una impressione superficiale e occasionale, ma caratterizzata dal calore dell’accoglienza e anche dal piacere della scoperta di tanti aspetti interessanti, per me che vengo da un’altra realtà, di questa società.

Non sono pochi i fedeli che si domandano dove stia andando la Chiesa. Certe posizioni di Papa Francesco destano non poche perplessità.

La Chiesa sta andando nella direzione del Concilio, quindi verso un modo nuovo di vivere e operare, caratterizzato dal primato dell’annuncio del Vangelo e del servizio al mondo. Papa Francesco porta avanti questa linea con l’originalità che gli viene dal punto di vista che la sua storia gli dà per guardare le vicende della Chiesa e del mondo. Nessun papa accontenta tutti e, quindi, è normale che alcune delle cose che dice e che fa incontrino delle resistenze. E’ sempre accaduto.

Lei riduce il tutto a una semplice ripetizione di cose già avvenute in passato, ma, a pensarci bene, mai come durante questo pontificato si assiste ad un impegno decisamente concreto della Chiesa nella vita politica e sociale del Paese.

Ma vuole scherzare? Ci siamo dimenticati la Democrazia Cristiana, i referendum…? Mai come oggi il Vaticano si è disinteressato della politica in Italia, è proprio l’opposto. E’ che oggi il papa mette in evidenza, in continuità con tutto il magistero sociale dei suoi predecessori, il nesso che esiste tra professione della fede e impegno fattivo per il regno di Dio cioè per la giustizia e per la pace e per la salvaguardia del creato. Quest’ultimo, casomai, è un apporto particolarmente legato all’insegnamento di papa Francesco.

Prendiamo ad esempio l’immigrazione. Non le sembra che il papa parli spesso e soprattutto di migranti nemmeno si trattasse di una questione fondamentale per il futuro della nostra società?

E’ una questione fondamentale perché il fenomeno migratorio di cui noi in Italia viviamo una parte microscopica sposta nel mondo ogni anno, tra migrazioni interne ed esterne dovute a cause di natura diverse, decine di milioni di persone e, quindi, si tratta di una delle questioni sociali ed economiche fondamentali del nostro pianeta.

Non è che noi possiamo farci carico di tutte le disavventure che colpiscono l’umanità.

Infatti noi ne stiamo gestendo una modestissima parte; torno da Antiochia di Siria (che si trova in Turchia), dove una città di 500 mila abitanti ospita 150 mila rifugiati.

E secondo lei dovremmo essere tutti così?

Secondo me ciascuno, avendo ben presente la complessità e la globalità del fenomeno, dovrebbe fare la sua parte con intelligenza, ma senza nascondere la testa sotto la sabbia.

Non crede che questa migrazione epocale di individui che si spostano verso l’Europa occidentale, con usi, costumi e principi spesso in contrasto con le realtà che li ospitano, possa in qualche modo portare a una perdita di identità religiosa, storica, nazionale?

Innanzitutto dobbiamo essere un pochino più precisi sul fenomeno migratorio che viene spesso considerato in maniera superficiale, non tenendo conto del fatto che la maggioranza dei migranti sono molto più vicini alle nostre tradizioni e religioni di quanto si pensi. A titolo di esempio, solo un terzo dei migranti che si trovano in Italia sono musulmani. Dopodiché non ci dobbiamo dimenticare che la nostra cultura e identità è frutto dell’incontro tra popoli che si sono spostati occupando in epoche successive i nostri territori. Basterebbe pensare a Lucca e ai Longobardi. Il problema non è la migrazione, ma la capacità di un popolo di confrontarsi, trasmettere i propri valori e pervenire a una sintesi nuova. La paura che abbiamo verso questo fenomeno deriva non tanto dalle sue proporzioni, ma dalla percezione che abbiamo di non aver più niente da dire di forte e di significativo sulla base delle nostre radici più autentiche.

Ma lei pensa davvero che ai nuovi migranti che vorrebbero sbarcare a milioni sulle coste europee frega qualcosa delle nostre tradizioni e della nostra identità?

E’ sempre andato così. Dall’indifferenza si passa all’incontro e quindi alla sintesi: basta imparare dalla storia.

Quindi ci faccia capire: per lei chiunque, in Italia, non è favorevole a questa sostituzione etnica o migrazione, è perché ha paura e non perché ritiene che siano in pericolo le fondamenta stesse della nostra società?

E’ un dato di fatto che gli italiani sono tra i peggio informati sul fenomeno migratorio per quello che riguarda i numeri, la qualità e le conseguenze sociali che esso comporta. Non lo dico io, lo dicono esperti del campo culturale e della comunicazione. Questo comporta che la nostra percezione sia distorta e non corrisponda alla realtà dei fatti. Lo stesso concetto che lei usa di “sostituzione etnica” è espressione di questa disinformazione. Dopodiché la paura, comprensibile, va affrontata con una corretta consapevolezza e con scelte che consentano una gestione ordinata e sapiente di questo fenomeno. Certamente questo richiede una governance ampia. E per questo Papa Francesco sollecita la comunità internazionale nel suo complesso a rendersi protagonista di tale processo.

Molti faticano a comprendere tutta questa apertura verso l’Islam. In fondo la storia ha sempre tenuto particolarmente distanti questi due aspetti religiosi.

Noi ricordiamo della storia alcuni episodi, per esempio Lepanto, Vienna.. di scontro violento, ma dimentichiamo i processi secolari di incontro fruttuoso tra questi mondi per i quali l’Occidente si è arricchito di conoscenze, competenze tecniche e scientifiche che hanno dato un apporto significativo alla nostra civiltà. E viceversa. L’esistenza di differenze profonde, pertanto, può generare non solo e non tanto il conflitto, ma l’incontro e lo scambio. Come è già accaduto.

In sostanza lei il crocifisso dalle aule scolastiche o da qualunque altro luogo per non urtare la suscettibilità dei musulmani sempre più numerosi, la accetta o la respinge?

Io credo che il crocifisso nelle aule non urti la suscettibilità dei musulmani, i quali normalmente non hanno alcun problema con i nostri simboli, ma che questo sia un pretesto per chi intende laicizzare in maniera estremistica la nostra società. Ancora una volta il problema non sono loro, ma siamo noi.

Ha notato come, negli ultimi tempi e salvo sporadiche eccezioni, l’operato di papa Francesco vada a braccetto con l’entusiasmo e l’approvazione della sinistra anche più radicale?

Non credo che la sinistra radicale apprezzi tutto il magistero di papa Francesco. Per esempio quando parla in difesa della vita, della famiglia naturale e di altri valori tradizionalmente appartenenti a un’altra visione del mondo e della vita. E’ normale che ciascuno tenda a sottolineare, nel magistero del pontefice, ciò che è più affine al proprio modo di vedere, trascurando il resto. Chi è onesto e scevro da ideologie prende in considerazione il complesso dell’insegnamento del papa, legge i suoi scritti e non si limita a quello che scrivono i giornali e così può riconoscere che il papa non è di nessuno.

A noi sembra che il papa affronti sì molteplici questioni e, a volte, anche in maniera diversa rispetto alle attese delle varie forze in campo, ma che non prenda mai una posizione di netta critica e di netto rifiuto verso quei valori o quelle concezioni della vita che sono lontane, da sempre, anni luce per chi segue e condivide il messaggio cristiano.

Legga.

Quindi la colpa è sempre dei giornalisti?

Tu lo dici.

Ma la gente normale, quella che la mattina si alza e deve andare a lavorare e non ha molto tempo per dedicarsi, la sera, alla lettura dei saggi pontifici o di altri temi analoghi, come può fare per comprendere quando il papa è contro qualcosa?

Suggerirei che si informasse da fonti oggettive e attendibili. Per esempio Avvenire, Toscana Oggi, Tv2000 e altri organi di stampa che hanno tra le proprie finalità quella di restituire in maniera semplice e immediata gli insegnamenti della Chiesa e del papa. Se uno si informa superficialmente, saranno superficiali anche i suoi giudizi.

La Chiesa mai come oggi appare tutt’altro che dogmatica. Non rischia a suo avviso di diventare una sorta di Ong o associazione di mutuo soccorso perdendo di vista quelli che sono stati, da sempre, i suoi fondamenti religiosi inamovibili?

E’ un rischio che ha ben presente anche Papa Francesco, il quale ci invita con insistenza a riscoprire e a tenere ben presenti le motivazioni evangeliche del servizio e dell’impegno accanto ai poveri, proprio per non rischiare di diventare una Ong. Accanto a questo, Papa Francesco ci richiama a rimettere al centro della nostra vita e di persone e di comunità la Parola di Dio e l’impegno per l’evangelizzazione. Il prossimo mese missionario straordinario di ottobre esprime il desiderio del papa che la Chiesa si fondi su ciò che è davvero essenziale e lo annunci al mondo con le parole e le opere.

Sia sincero: in Italia aumentano le conversioni all’Islam. Quest’ultimo non le sembra rappresentare una sorta di punto fermo che, a differenza della Chiesa, rifiuta ogni forma di secolarizzazione?

Innanzitutto i dati sulle conversioni sono discutibili, anche alla luce del fatto che, in molti casi, si tratta di conversioni formali richieste per i matrimoni misti. Bisogna anche aggiungere che ogni anno, nel nostro paese, sono molti coloro che fanno il percorso opposto ricevendo il battesimo; anche nei paesi islamici, spesso sotterraneamente, esiste un importante processo di avvicinamento al cristianesimo da parte di molte persone e famiglie.

Che, ci perdoni l’interruzione, finiscono spesso per essere perseguitate senza che il papa lanci anatemi o si mostri particolarmente ed evidentemente arrabbiato.

Non ovunque e non sempre. Torno ieri dalla Turchia dove ho ascoltato storie di convertiti che non hanno avuto particolari problemi. Va anche detto che non esiste un solo Islam, né tutti i paesi islamici sono uguali, per cui atteggiamenti di apertura e di dialogo e possibilità di conversioni, in alcuni luoghi stanno diventando molto più frequenti che in passato.

Lei ha citato i matrimoni misti. Ricordo che fino ad alcuni lustri fa la Chiesa metteva pubblicamente in guardia le donne italiane e cristiane dal contrarre matrimonio con uomini islamici proprio per la forte differenza di vedute che da sempre caratterizza le due filosofie di vita. Non se ne sente più parlare, ma non ci pare che, nel concreto, le cose siano cambiate. Perché questo silenzio?

Il matrimonio interreligioso continua ad essere sottoposto a particolari procedure per cui va autorizzato dall’ordinario diocesano e caso per caso si valuta la praticabilità delle unioni continuando a rendere consapevole la parte cattolica dei rischi che ci possono essere.

Teoria Gender. Perché il santo padre non tuona e non si sofferma così fortemente e quotidianamente su questa ideologia così difforme dai dettami della Chiesa, come fa, in genere, con la questione dei migranti?

Il papa ha detto e scritto in maniera chiara il suo pensiero nettamente contrario alla diffusione di questa teoria che nega il valore della differenza sessuale. Probabilmente non tutti i suoi interventi sono rilanciati con eguale evidenza per cui l’impressione che alcuni temi siano prevalenti su altri non è sempre corretta.

Antonio Socci. Una spina nel fianco per papa Bergoglio.

Le spine nel fianco fanno parte della nostra missione. Papa Francesco sa che gli basta la grazia di Dio.

I lucchesi sono sempre stati profondamente vicini alla Chiesa. Oggi, tuttavia, per i motivi che abbiamo affrontato in questa intervista, hanno anche loro dubbi e perplessità. Lei, volendo trasmettere un messaggio all’inizio del suo mandato, cosa si sente di poter promettere a questa comunità in cerca di conferme?

Cosa posso promettere? Che cercheremo insieme le risposte e troveremo insieme la strada per essere una Chiesa nuova in un mondo nuovo.

Lei si definisce un pellegrino e nella sua vita ha percorso in lungo e in largo i cammini classici della fede cristiana. Cosa vuol dire sentirsi pellegrini?

Vuol dire riconoscere che siamo fondamentalmente in cammino in questo mondo tesi verso l’assoluto nella compagnia di altri esseri umani.

il commento al vangelo della domenica di pentecoste

lo Spirito Santo? È Dio in libertà


il commento di Ermes Ronchi al vangelo della domenica di pentecoste (9 giugno 2019):
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Lo Spirito, il misterioso cuore del mondo, radice di ogni femminilità che è nel cosmo (Davide M. Montagna), vento sugli abissi e respiro al primo Adamo, è descritto in questo vangelo attraverso tre azioni: rimarrà con voi per sempre, vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Tre verbi gravidi di bellissimi significati profetici: “rimanere, insegnare e ricordare”.
Rimanere, perché lo Spirito è già dato, è già qui, ha riempito la “camera alta”
di Gerusalemme e la dimora intima del cuore. Nessuno è solo, in nessuno dei giorni. Se anche me ne andassi lontano da lui, lui non se ne andrà mai. Se lo dimenticassi, lui non mi dimenticherà. È un vento che non ci spinge in chiesa, ma ci spinge a diventare chiesa, tempio dove sta tutto Gesù.
Insegnare ogni cosa: nuove sillabe divine e parole mai dette ancora, aprire uno spazio di conquiste e di scoperte. Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto “’in quei giorni irripetibili” quando la carne umana è stata la tenda di Dio, e insieme sarà la tua genialità, per risposte libere e inedite, per oggi e per domani. Letteralmente “in-segnare” significa incidere un segno dentro, nell’intimità di ciascuno, e infatti con ali di fuoco/ ha inciso lo Spirito /come zolla il cuore (Davide M. Montagna).
Ricordare: vuol dire riaccendere la memoria di quando passava e guariva la vita e diceva parole di cui non si vedeva il fondo; riportare al cuore gesti e parole di Gesù, perché siano caldi e fragranti, profumino come allora di passione e di libertà. Lo Spirito ci fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, incantamento, fervore, poesia, perché “la fede senza stupore diventa grigia” (papa Francesco).
Un dettaglio prezioso rivela una caratteristica di tutte e tre le azioni dello Spirito: rimarrà sempre con voi; insegnerà ogni cosa, ricorderà tutto.
Sempre, ogni cosa, tutto, un sentore di pienezza, completezza, totalità, assoluto. Lo Spirito avvolge e penetra; nulla sfugge ai suoi raggi di fuoco, ne è riempita la terra (Sal 103), per sempre, per una azione che non cessa e non delude. E non esclude nessuno, non investe soltanto i profeti di un tempo, le gerarchie della Chiesa, o i grandi mistici pellegrini dell’assoluto. Incalza noi tutti, cercatori di tesori, cercatrici di perle, che ci sentiamo toccati al cuore dal fascino di Cristo e non finiamo mai di inseguirne le tracce.
Che cos’è lo Spirito santo? È Dio in libertà. Che inventa, apre, fa cose che non t’aspetti. Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un
figlio profeta. E a noi dona, per sempre, tutto ciò di cui abbiamo bisogno per diventare, come madri, dentro la vita donatori di vita.

padre Zanotelli in difesa dei rom: “gli ultimi della nostra società”

Alex Zanotelli

“come missionario, come prete, non posso accettare che esseri umani siano trattati così”

In questo paese i Rom e i Sinti sono sempre più nell’occhio del ciclone, perché sono l’anello debole della catena migratoria: gli ultimi della nostra società. I pregiudizi contro di loro sono molto pesanti e atavici. Lo abbiamo visto il 3 aprile, a Torre Maura, periferia est di Roma: 77 rom, destinati a un centro di accoglienza, sono stati accolti da cittadini infuriati con calci, sputi, saluti fascisti e insulti: “Zingari da bruciare!”.

È stato agghiacciante vedere il pane destinato ai Rom, scaraventato a terra e calpestato. Un segno inequivocabile: i Rom non hanno diritto alla vita. Pochi giorni dopo, di nuovo nella periferia est di Roma, Casal Bruciato, un altro incredibile episodio di razzismo contro di loro. Una donna rom, con una bambina in braccio, mentre stava entrando nella casa che le era stata assegnata con regolare bando dal Comune di Roma, è stata apostrofata con quel “Troia, ti stupro!”.

Altro episodio brutale è stato lo sgombero, lo scorso 10 maggio, del campo rom di Giugliano(Napoli). Quelli sono Rom bosniaci, fuggiti dalla guerra di Jugoslavia e insediati negli anni ’80 nella zona industriale di Giugliano. Si tratta di oltre 450 persone, di cui 150 bambini, tutti nati a Giugliano, molti sono cittadini italiani. Nel 2007 erano stati sgomberati dal campo, nell’area industriale, su ordine della Procura di Napoli, senza un’alternativa. Da allora, è iniziata una vera e propria Via Crucis, che non è ancora finita. Per anni hanno vagato per le campagne del Giuglianese.

Ogni volta che li visitavo, mi si spezzava il cuore. Dopo tante pressioni sul Comune da parte del comitato, il Sindaco li ha collocati a Masseria del Pozzo, ex-Resit, uno dei posti più inquinati della Campania dove respiravano bio-gas, emanato dal sottosuolo. Un atto criminale! Quante delegazioni di parlamentari sono passate di là, senza fare nulla.

Dopo altri anni di sollecitazioni e proteste, il Sindaco li ha piazzati in una buca orrenda alla Madonna del Pantano, dove non metteremmo nemmeno i nostri animali. Fratel Raffaele, che opera a Scampia, ha dato loro una grossa mano in questi anni. Il comitato ha continuato a premere sul Sindaco Pozziello perché trovasse un luogo dignitoso per un essere umano. Il Comune aveva ricevuto 900.000 euro per costruire un eco-villaggio per i Rom. Ma i cittadini di Giugliano hanno raccolto migliaia di firme contro questo progetto. E il Sindaco, intimidito, ha abbandonato il progetto e ha deciso di non fare più nulla per i Rom, per calcoli elettorali.

Invano tutti i tentativi che abbiamo fatto sul Sindaco che invece ha iniziato una politica di terrorismo psicologico, mandando nel campo il personale comunale che invitava i Rom ad andarsene dal territorio di Giugliano, minacciando di toglierli dall’anagrafe e di prendersi i loro bambini. Quando il 10 maggio si sono presentati nel campo una cinquantina di poliziotti insieme agli assistenti sociali, i Rom sono fuggiti e hanno trovato rifugio in una ex-fabbrica di fuochi d’artificio di un privato, a Ponte Riccio. In quel luogo desolato non c’è nulla, né acqua, né elettricità, né bagni.

L’associazione 21 luglio di Roma ci ha aiutato a far conoscere in Europa il loro dramma. Solo una settimana fa il Comune ha provveduto a portare solo i bagni! Dopo quasi tre settimane, i Rom vivono in condizioni disumane, particolarmente tali per le donne e i bambini.
E’ incredibile che questo avvenga in un paese come l’Italia con una costituzione che fa dell’uguaglianza e della solidarietà, uno dei principi fondamentali. C’è un razzismo pauroso in mezzo a noi, fomentato in particolare dalla Lega. Lo scorso anno Salvini aveva parlato di un “censimento” dei Rom ed aveva aggiunto: “Sto facendo preparare un dossier al Viminale sulla questione dei rom. Quelli che possiamo espellere, li espelleremo. Gli italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”.

“Sono il capro espiatorio da secoli, fino allo sterminio nazista”, scrive il vescovo Nosiglia di Torino in una sua lettera pastorale sull’argomento. I Rom e i Sinti rievocano la disumanità di una convivenza, la nostra, che vuol dirsi civile, ma lascia nella miseria più nera e nell’emarginazione più amara i figli del popolo più giovane d’Europa.”

Come missionario, come prete, non posso accettare che esseri umani siano trattati così. Chiedo con forza alla Chiesa italiana di schierarsi dalla parte dei Rom. Papa Francesco ha detto: “Prima gli ultimi!”. I Rom sono gli ultimi.

 

non diremo mai “prima gli italiani”, ma sempre “prima gli ultimi” – così l’associazione ‘sulla strada’

Prima gli ultimi

prima gli ultimi

da: Adista Segni Nuovi n° 21 del 08/06/2019

Sulla Strada si dissocia dalle politiche attuali sull’immigrazione del nostro governo. Respinge come strumentale il gesto di chi brandisce Vangelo e rosario per giustificare una politica escludente, come gli antichi conquistadores, in America Latina, che brandivano la croce per soggiogare con la spada e la morte coloro che conquistavano. Si forza il Vangelo per farlo diventare a nostra immagine e somiglianza, senza il minimo sospetto che è il Vangelo stesso a proporci l’esatto contrario.

L’Associazione Sulla Strada non è confessionale, ma non dimentica le sue origini: siamo nati dalle acque del Vangelo di Gesù. L’apporto laico dei tantissimi che in Sulla Strada sono poi confluiti, e ci si sono identificati, nel tempo ci ha definito molto meglio.

Il Vangelo continua ad essere la nostra Carta Magna e la strada che ci indica è il servizio ai più piccoli, ai poveri e agli esclusi della società. Da lì partiamo per abbracciare tutti gli altri.

Non diremo mai “Prima gli italiani”, ma sempre “Prima gli ultimi”.

Nel conformarci alla proposta che vi è contenuta, e andando perciò sempre in direzione dei bassifondi della società, noi abbiamo trovato la gioia di vivere nella gratuità del servizio agli ultimi della società. Per questo rifiutiamo l’ideologia dell’esclusione e del razzismo, come ci scandalizzano profondamente le accuse di reato contro chi salva gente in mare. Questo significa chiamare male il bene, e bene il male assoluto.

Noi che siamo stati accolti con riconoscenza dai più poveri in America Latina e poi dagli ultimi in Italia, dove operiamo; noi che siamo stati conquistati dal sorriso contagioso e felice dei bambini, i più piccoli dei poveri, ci dissociamo da una politica che, invece, non soltanto non accoglie, ma addirittura respinge e non soccorre i poveri e i loro figli.

La nostra coscienza, profondamente ferita, non si darà pace finché non tornerà nel cuore di tutti gli italiani la compassione, la solidarietà e il senso dell’accoglienza, senza se e senza ma. Il nostro nome è “Sulla Strada”: sono vent’anni che percorriamo la strada appena descritta e non intendiamo fuoriuscirne.

Sulla Strada crede fermamente che non si può costruire un mondo migliore senza combattere tutto ciò che si oppone a questo progetto e che ci intralcia nel nostro lavoro. L’esercizio della verità ci rende liberi e così noi andremo avanti leggeri e spediti, servendo sempre i più piccoli, sia quando costruiscono fuochi artificiali in Guatemala, sia quando, terrorizzati, si abbarbicano alle loro mamme mentre il gommone che li sta portando verso l’Italia comincia ad affondare nel Mediterraneo, e non c’è nessuno che li vuole salvare.

Carlo Sansonetti – Presidente Associazione Sulla Strada www.sullastradaonlus.com

solidarietà a papa Francesco con le parole di Pax Christi

“anche noi eretici come te”

di: Pax Christi Verona, Centro Studi di Pax Christi Italia

Caro papa Francesco,

lo sai bene visto che ci chiedi sempre di pregare per te. C’è chi vuole screditarti. Chi vuole zittirti. Chi vuole eliminarti. Chi ti vuole morto. Il problema non è criticarti, visto che chiedi un linguaggio libero, anche a te contrario.

 Una bella eresia.  Il problema non è la critica ma lo scatenarsi di una nuova inquisizione incalzante e cattiva. E’ l’attacco ossessivo. La polemica compulsiva. La condanna predeterminata.  Gli ecclesiastici ora ipercritici (un tempo ossequienti ad ogni parola del papa) vogliono insegnarti la vera dottrina. Nel 2017 alcuni preti e studiosi ti hanno accusato di 7 eresie. Il 30 aprile scorso altri ecclesiastici hanno proposto di processarti per il “delitto canonico di eresia”. Da tempo alcuni prelati “dubitanti” hanno preparato il terreno. Ce l’hanno con quello che dici e che fai. Con i viaggi, gli incontri, i gesti. Ce l’hanno con Amoris laetitia o con Evangelii gaudium, Misericordiae vultus, Laudato si’ e con altri interventi che contengono indicazioni di sconvolgente e scomoda attuazione. Per noi di grande bellezza, perché profumano di Vangelo. Tu testimoni con gesti concreti la presenza di Dio padre dall’infinito amore, di Gesù Cristo morto e risorto, dello Spirito Santo che vola fuori da ogni gabbia. Se questa è eresia, noi siamo con te. Vogliamo farne parte.

Un movimento anticonciliare. Il vero bersaglio dei nuovi inquisitori è il concilio Vaticano II. Sembrano cristiani senza Cristo. A disagio davanti alla carne e al sangue di Gesù Cristo (presente dentro e oltre ogni cultura). Ritengono pericoloso il dialogo ecumenico e interreligioso. Li hai definiti «testardi che vogliono addomesticare lo Spirito, stolti e lenti di cuore» oppure «restaurazionisti ideologici». Vorrebbero esaltare la tradizione senza coglierne il valore dinamico (Dei Verbum 8, Gaudium et spes 44). Rifiutano una visione alta di tradizione: quella evangelica e apostolica, quella dei santi e dei martiri che hai ricordato nella Gaudete et exultate.

Una triste compagnia. Quelli che ti attaccano non saranno tantissimi ma sono aggressivi e organizzati. Il loro assalto è avvolgente. Proviene da fronti diversi: quello tradizionalista ecclesiastico; quello nazionalista etno-religioso; quello reazionario di matrice neofascista; quello progressista o iperliberista legato alla religione della prosperità e alla cultura dello scarto. Alcuni si sentono “disorientati” forse perché preferiscono strutture imbalsamate, magari rosari sventolati sulla folla o crocifissi branditi come armi politiche. Altri sono nostalgici della cristianità basata sull’alleanza tra trono e altare. Ci sono anche i distratti, i tiepidi, i muti, i grigi o i furbi. Ci sono senz’altro quelli che hai chiamato pianificatori del terrore, organizzatori dello scontro, affaristi della guerra, mercanti di armi e di morte, imprenditori della paura, promotori dello scarto, poteri della finanza speculativa, povera gente criminale. Ci sono i siti e le agenzie d’assalto (maestre in fake news). Ci sono i negazionisti climatici e i primatisti bianchi. Stanno anche trasformando un’abbazia laziale in scuola per sovranisti guerrieri.

Papa coraggio.  Fin dai primi mesi sei stato accusato di essere populista, pauperista, comunista, demagogo, musulmano, relativista, quindi pericoloso, traditore, incolto, abusivo. Negli Stati Uniti qualcuno ti ha definito «l’uomo più pericoloso per il mondo». Osi parlare di un sistema economico che scarta e uccide. Parli di pace, di giustizia e di cura del creato. Inviti al dialogo e all’incontro, alla misericordia e alla tenerezza. Insisti sulla riforma della Chiesa “in uscita”, sulla Chiesa povera e dei poveri, sulla Chiesa inquieta e gioiosa, aperta ai giovani. Nel dicembre 2014 hai elencato 15 grandi patologie curiali (tra esse il clericalismo, il carrierismo, la vanagloria, il denaro, l’arroganza, la tristezza). Hai poi affrontato con coraggio il tema degli “abusi di coscienza, di potere e sessuali”. Ci sembrano ipocriti coloro che, forse per coprire le loro complicità, ti accusano di essere debole proprio dove stai introducendo una forte innovazione dando sostegno alle vittime.

Periferie e frontiere. In Italia hai visitato le tombe di Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Tonino Bello, Zeno Saltini, Pino Puglisi e altri, indicandoli come «preti non clericali», «luminosi e scomodi», «dono e profezia» da accogliere e imitare. Solo un papa giunto dalla periferia della terra poteva comprendere la bontà delle periferie di casa nostra. Te ne siamo grati.

 Amici e corresponsabili. Ricordiamo tutto questo per amore di verità e impulso di vicinanza anche se quanto ti sta capitando non ci sorprende, considerando cosa è accaduto a Gesù e alla Chiesa primitiva o contemplando le beatitudini dei poveri, dei miti, dei perseguitati, dei misericordiosi, degli affamati di giustizia e di pace.

Vogliamo semplicemente dirti che siamo con te (anche in caso di opinioni diverse su alcune questioni). Che vogliamo aiutarti con la preghiera, la parola e l’azione. Che intendiamo accompagnarti. Che ci sentiamo corresponsabili della stagione ecclesiale che stiamo vivendo. Speriamo e preghiamo che non ti capiti qualcosa di male. Sei per noi una meraviglia coinvolgente. Testimone credibile del Signore. Profeta di nuova umanità. Ci fai respirare aria fresca. In noi non c’è alcuna mitizzazione. C’è una profonda spirituale amicizia. C’è il nostro affetto. C’è il desiderio di un impegno conviviale. C’è la realistica consapevolezza di un mondo violento bisognoso di ospedali da campo, di buone relazioni, di radicali riforme e di quotidiana profezia.

Con tutti i nostri limiti (e assieme a tanti altri) intendiamo sviluppare con te

  • il tema del dialogo interreligioso, alla luce del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019
  • il tema della pace nonviolenta, nel contesto del movimento per il disarmo, con ipotesi di intervento educativo nei luoghi di formazione, negli itinerari catechistici, nelle scuole
  • il tema della riforma della Chiesa proposto dalla Evangelii gaudium e dalla Lettera al popolo di Dio mettendo a fuoco il contributo decisivo delle donne
  • il tema della cura del creato rilanciando con i giovani in lotta la tua splendida Laudato si’.

Un grande abbraccio, un’intensa preghiera, un augurio di buon cammino (comune).

15 maggio 2019

un vescovo, quello di Lucca, esempio di chiesa viva – lo dice papa Francesco

papa Francesco:

“Il vescovo di Lucca? Un modello”

papa Francesco, in un’intervista tv, definisce monsignor Giulietti esempio di Chiesa viva

 

Monsignor Paolo Giulietti
monsignor Paolo Giulietti

 «…Ci sono persone più popolari di me nella Chiesa e pastori popolari molto amati dal popolo. E io l’ho visto nella mia patria e altrove. Anche qui in Italia. L’esempio è il nuovo vescovo di Lucca, Giulietti».

“un pastore che non viene in una limousine già tutto ben vestito”

A pronunciare queste parole non è un qualsiasi presule di Santa Romana Chiesa che ammetta i propri limiti di fronte alla comunicativa, all’energia, alla capacità di instaurare un dialogo diretto con la gente come ha fatto il nuovo arcivescovo di Lucca.
No. A pronunciare queste parole è nientemeno che Papa Francesco. Che nel corso di una lunga intervista in lingua spagnola a Valentina Alazraki, per l’emittente messicana Televisa, si è richiamato direttamente all’ingresso nella diocesi di Lucca di monsignor Paolo Giulietti, avvenuto lo scorso 12 maggio, descrivendolo nei dettagli ai telespettatori.

Il Papa ha ricordato che Giulietti aveva promesso:

«Entrerò camminando nella mia diocesi, camminando».

Poi il Papa commenta:

«Un po’ di semi-sport, chiaro, la gente ha visto: “questo nuovo pastore non viene in una limousine già tutto ben vestito. E il popolo gli si è andato raccogliendo attorno e c’erano 2300 giovani con lui. Arrivato alla cattedrale, prima di entrare, si mette la sottana, si veste da vescovo e entra con il suo popolo. È fantastico!».

La domanda della intervistatrice a Francesco riguardava la crisi di contenuti della Chiesa, in contrasto con la popolarità di cui gode il Papa. Il quale, riferendosi all’ingresso a Lucca di Giulietti osserva: «Questa non è una Chiesa in crisi, è una Chiesa in crescita! Ed è solo l’ultimo esempio che è uscito sui giornali. E ce ne sono tanti». A questo punto il Papa paragona la “Chiesa viva” che si rintraccia fuori, al modello vaticano. «La Città del Vaticano come forma di governo, la Curia, quello che è, è l’ultima corte europea di una monarchia assoluta. L’ultima. Le altre sono ormai monarchie costituzionali. La corte si diluisce. Qui ci sono ancora strutture di corte, che sono ciò che deve cadere».

Una chiesa immobile e modellata come corte cui si contrappone la Chiesa di popolo di cui è rappresentante Giulietti con il suo ingresso nella comunità di Lucca. Ecco il pensiero di Francesco. Per tutta la comunità lucchese, non soltanto quella credente e religiosa, uno stimolo senza precedenti. Vedremo come verrà raccolto

 

P. Ceccarelli

il mea culpa di papa Francesco per le discriminazioni ai rom

le scuse di papa Francesco ai Rom

“troppe volte anche i cristiani vi hanno discriminato”

Le scuse di papa Francesco ai Rom: "Troppe volte anche i cristiani vi hanno discriminato"

In Transilvania il pontefice incontra una rappresentanza di una delle comunità maggiormente colpite dal veleno della discriminazione

” Chiedo perdono in nome della Chiesa per quando vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele”

Le parole del Papa arrivano diciannove anni dopo il grande “mea culpa” di Giovanni Paolo II che, in occasione del Giubileo del 2000, chiese scusa per le guerre di religione, gli scismi, le persecuzioni contro gli ebrei, il sostegno al colonialismo, la discriminazione etnica e sessuale, la quiescenza contro le ingiustizie sociali. Karol Wojtyla, nella Giornata del perdono, fece un lungo elenco dei peccati commessi dai figli della Chiesa e un rappresentante della curia romana pregò per il pentimento dei cristiani che “si sono macchiati di inimicizia verso gli aderenti ad altre religioni e verso gruppi sociali più deboli, come quelli degli immigrati e degli zingari”. Wojtyla chiese perdono certo, ma quello di Francesco oggi, nel Paese dove l’etnia Rom è minoranza importante, è un passo ulteriore.

“Nella Chiesa di Cristo c’è posto per tutti”, dice il Papa. E “abbiamo bisogno di ricordarlo non come un bello slogan ma come parte della carta d’identità del nostro essere cristiani”. Tuttavia esistono anche sentimenti contrapposti. È quando nell’indifferenza si alimentano “pregiudizi e si fomentano rancori”.

“Quante volte – continua il Papa – giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze! Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina. Non siamo fino in fondo cristiani, e nemmeno umani, se non sappiamo vedere la persona prima delle sue azioni, prima dei nostri giudizi e pregiudizi”.

Francesco si è messo dalla parte dei Rom più volte. Lo scorso 9 maggio ha ricevuto una comunità in Vaticano e, lo stesso giorno in San Giovanni in Laterano, la famiglia Rom finita tra le polemiche e minacce per via dell’assegnazione di un appartamento a Casal Bruciato. Contro il primo incontro disse la sua anche il vicepremier Matteo Salvini in un comizio a Montegranaro, nelle Marche: “Oggi ho letto che il Papa ha incontrato 500 Rom, è libero di farlo, ognuno incontra chi vuole. Il mio obiettivo è la chiusura di tutti i campi Rom”

storico mea culpa di papa Francesco nei confronti dei rom

papa Francesco ha pronunciato uno storico mea culpa rivolto alla comunità Rom

“nel cuore porto però un peso. E’ il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità”,

ha detto il pontefice

“Chiedo perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele, e non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità”

È lo storico mea culpa di Papa Francesco che a Blaj, nel quartiere di Barbu Lautaru, ha rivolto alla comunità Rom che qui vi risiede.

“Nel cuore porto però un peso. E’ il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità”. Papa Francesco si rivolge così alla comunità Rom di Blaj incontrata nel quartiere di Barbu Lautaru.

“La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male”, ha sottolineato il Pontefice che ha pronunciato un mea culpa, chiedendo perdono “in nome della Chiesa al Signore e a voi”.

“A Caino non importa il fratello. È nell’indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori”, ha continuato Papa Francesco. “Quante volte giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze!”. “Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina”.

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