p. Zanotelli indignato per l’economia di guerra di Italia ed Europa

è questo il nostro Natale di pace?

 Alex Zanotelli

sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando

 

Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (la parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, come vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia), è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS.

Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio (forse, non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!).

Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).

L’Italia, infatti, sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo e internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta  di 14 miliardi di euro!

Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.

Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ottavo posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015!

Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti Paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei Paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!). Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.

Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione dell’UE. È stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre, la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che, a regime, svilupperà 5,5 miliardi d’investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare.

Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la “PESCO-Cooperazione strutturata permanente” dell’UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!).

“Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE, per gli Affari Esteri- rafforza anche la NATO”.

La NATO, di cui l’UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 Paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia ne destina 1,2 %. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di Sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere100 milioni al giorno in armi. E la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE. Infatti, è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia.

La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili”. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12. Il ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi, solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così, rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! Nel silenzio più totale!

Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al “baratro atomico”. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo. È una vergogna nazionale.

Siamo grati a papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtroppo ognuno fa la sua strada.

E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire delle parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”

“Siamo vicini al Natale – ci ammonisce papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”.

Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

 

 

il presepe sul gommone dei profughi

dov’è Cristo?

oggi è sul gommone

 

La Sacra Famiglia sul gommone: l’immagine scelta da un comune del Bolognese per rappresentare il presepe – non nuova perché molte comunità cristiane hanno scelto la stessa lettura della Natività in anni recenti –, si è accompagnata al solito stuolo di polemiche, spesso violente, che fioriscono ogni volta che si tocca il delicato tema dei migranti. E la scelta del comune è ancor più significativa, se pensiamo al recente conformismo che rende impopolare ogni forma di apertura e di empatia nei confronti dei sofferenti, siano essi rifugiati o migranti economici.

 

«Riconoscere Cristo in chi soffre» è uno dei messaggi che, nel solco della tradizione della Chiesa, sempre più frequentemente lancia papa Francesco, sfidando l’onda nera che porta con sé chiusure ed egoismi e che monta nelle nostre opulente, per quanto affannate, società occidentali. Un’onda che si sta pericolosamente alimentando della complicità di settori rilevanti del mondo cattolico, non necessariamente le correnti più estremiste che oggi contestano Francesco. Ambienti che, nel nome della difesa di presunti “principi non negoziabili”, fanno un’accurata selezione di detti principi da difendere, proclamandosi difensori della vita nascente se si parla di leggi sulla libertà di scelta della donna, ma ignorando e respingendo come minaccia la vita del bambino denutrito che approda sulle coste italiane (che dovrà rimanere straniero anche dopo anni di vita e di socializzazione in Italia!) o dell’adulto che è scampato alla morte nella sua terra o in mare.

Questi “valori”, branditi come arma e non vissuti come testimonianza, cristallizzati in forme anonime e anodine e non incarnati nella vita quotidiana, diventano strumento al servizio delle correnti più radicali della politica, innervate di razzismo e nazionalismo, che sempre hanno cercato di legittimarsi ricorrendo al linguaggio e all’immaginario religiosi, ben lungi dall’essere reali portatrici delle istanze professate. Era così negli anni Trenta.

È vero, ci sono molti poveri autoctoni. Molti che non riescono a far quadrare i conti, a dare un domani ai propri figli, a fare progetti per il futuro. Ma la povertà relativa dei nostri ultimi non è paragonabile alla miseria assoluta dei dannati della Terra, quelle mamme che devono scegliere quale figlio far sopravvivere perché non c’è spazio per tutti, quei papà che devono abbandonare la famiglia per anni per cercare il più umile dei lavori concesso dagli europei. Lo ha ricordato papa Francesco, ai cristiani e ai laici, inaugurando il Giubileo della Misericordia nella Repubblica Centrafricana e non a Scampia o a Quarto Oggiaro, chiedendoci di riprendere possesso del senso della realtà e delle proporzioni.

Lo avevano ben capito i nostri poveri e poverissimi nonni, che nelle campagne, nonostante anni di privazioni e di sofferenze dovute alla guerra fascista, nell’ora più buia non esitarono a mettere a disposizione quel poco che avevano di fronte al dolore e alla miseria più grandi che bussavano alle loro porte nelle vesti dei perseguitati in cerca di salvezza. Loro sì che avevano il senso delle proporzioni.

Oggi, Cristo, dimenticato e svuotato dai cristiani d’Europa, è su quel gommone e, prima ancora, là da dove quel gommone è partito.

la vera mistica non è intimismo – J. B. Metz e la ‘mistica dagli occhi aperti’

Johann Baptist Metz

il senso della mistica

spesso si scambia la mistica con l’intimismo

L’uomo spirituale (ma non “spiritualizzato”) cerca la solitudine per ascoltare e ascoltarsi. Rifugge il ripiegamento. Al contrario cerca di fare ancora più spazio all’altro. Il mistico è un uomo capace di relazione, un uomo sociale che sente proprio e condivide il dolore degli oppressi. La mistica infatti non può non avere implicazioni politiche.

“L’esperienza cristiana di Dio è legata alla percezione del destino degli altri. Pertanto anche la mistica, nel suo nucleo centrale, non è una mistica degli occhi chiusi, ma degli occhi aperti sul dolore. Essa esige un particolare esercizio del vedere, un superamento delle nostre congenite difficoltà e dei nostri narcisismi creaturali. Chi dice “Dio”, si accolla la ferita della propria coscienza prodotta dall’infelicità degli altri”.

(Johann Baptist Metz, Mistica degli occhi aperti, Per una spiritualità concreta e responsabile, a cura di J. Reikerstorfer, trad. G. Poletti, Queriniana, Brescia, 2013, p. 63)

pubblicato da altranarrazione

papa Francesco chiede perdono agli (impronunciabili) Rohingya

papa Francesco

“la presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya”

di Andrea Tornielli
in “La Stampa-Vatican Insider” del 1° dicembre 2017

È un incontro commovente, fatto di sguardi, di gesti e di lacrime, più che di parole. Un gruppo di profughi Rohingya sale sul palco alla fine dell’incontro interreligioso. Dopo la preghiera ecumenica presieduta dal vescovo anglicano , che si è inginocchiato davanti al Pontefice chiedendo di essere benedetto, i Rohingya si avvicinano. Sono sedici, 12 uomini, due donne e due bambine. Le due donne indossano il velo e portano anche il niqab sul volto, ma lo abbassano. Migliaia di persone presenti li accolgono con un applauso e dopo i primi saluti, quando Bergoglio parla brevemente a loro, le immagini e l’audio vengono tagliati. Sfilano uno ad uno a salutare il Papa, che ha deciso di intrattenersi con loro anche dopo la fine dell’evento pubblico. Francesco poggia la sua mano sul capo di alcuni di loro, ha ascoltato con il volto serio e partecipe i racconti e le loro richieste. Bergoglio aveva lanciato un forte appello pubblico in loro favore lo scorso agosto , ha parlato dei diritti delle minoranze alle autorità del Myanmar, ha chiesto ieri alla comunità internazionale di intervenire in questa emergenza umanitaria e infine ha reso visibile questa sua vicinanza e compartecipazione alle loro sofferenze. Il Papa ha detto loro: «Vi siamo vicini, la vostra situazione è molto dura. In nome di tutti quelli che vi hanno fatto del male, per l’indifferenza del mondo, chiedo perdono». «Cari fratelli e sorelle – ha aggiunto Bergoglio – tutti noi siamo creati a immagine di Dio, noi siamo tutti immagini del Dio vivente. La vostra religione insegna che all’inizio Dio ha preso un po’ di sale e l’ha buttato nell’acqua che è l’anima di tutti gli uomini, e ognuno di noi porta un po’ di questo sale. Questi fratelli e sorelle portano dentro il sale di Dio».

Alcuni Rohingya piangono.

«Cari fratelli e sorelli soltanto facciamo vedere al mondo che cosa fa l’egoismo del mondo con l’immagine di Dio. Continuiamo a fare del bene a loro, ad aiutarli, continuiamo a muoverci perché siano riconosciuti i loro diritti, non chiudiamo il cuore. Non guardiamo dall’altra parte. La presenza di Dio oggi anche si chiama Rohingya. Ognuno di noi dia la propria risposta». Francesco ha infine assicurato che farà «tutto ciò che posso per aiutarvi!».

G. Gutierrez: il vangelo è “ontologicamente” sovversivo

 se il Vangelo non scuote le coscienze non è colpa del messaggio contenuto ma dell’interpretazione

Il contenuto infatti è radicalmente incompatibile con le strutture che realizzano e mantengono l’ingiustizia. Solo la manipolazione può contribuire invece a stabilizzarle e garantirle. Il Vangelo è “ontologicamente” sovversivo: o Dio o mammona. Su questo non c’è compromesso né mediazione. Bisogna schierarsi, il Vangelo non tollera sistemi oppressivi. Sopravvive quietamente solo in comunità solidali. 

 Gustavo Gutierrez:

“…non si può dimenticare che la bibbia è stata letta e comunicata a partire dai settori e dalle classi dominanti (è ciò che capita con buona parte dell’esegesi considerata scientifica). Si è fatto svolgere all’elemento «cristiano» un certo ruolo all’interno dell’ideologia imperante che sostiene e dà coesione a una società divisa in classi […] Per questa ragione, la comunicazione del messaggio riletto dal punto di vista del povero e dell’oppresso, e capito a partire dalla solidarietà attiva con le loro lotte, avrà una funzione smascheratrice di ogni tentativo di utilizzare il Vangelo per giustificare una situazione contraria «alla giustizia e al diritto», come afferma la bibbia.”

(Gustavo Gutiérrez, La forza storica dei poveri, trad. C. Delpero, Queriniana, Brescia, 1979, p. 24)

pubblicato da altranarrazione

caro Dio … non sappiamo a chi rivolgerci

lettera aperta a Dio

non sappiamo a chi rivolgerci …

(in un momento storico difficile, soprattutto in mezzo agli ‘invisibili’, ai ‘condannati per reato esistenziale’)

da: ‘altranarrazione’

noi vorremmo fare come te. Ma siamo soli, c’è un clima diffuso di torpore che ostacola. Sono rarissime le voci che rompono il compromesso tra benestanti con il problema della noia e i loro assistenti spirituali. Il professionista che porta soldi e prestigio viene ossequiato, il povero che chiede soldi e disturba le “funzioni” fa anticamera, o peggio, allontanato. Ci fanno sentire eretici quando diciamo che Tu sei presente nei diseredati come nel tabernacolo”

Non sappiamo a chi rivolgerci. Sentiamo che ci chiami negli abissi della terra, in mezzo agli invisibili, ai condannati per reato esistenziale. Ma gli esperti, quelli che dicono di aver lasciato tutto per Te, Signore, ci ammoniscono di non esagerare. Ci spiegano che i poveri non sono solo i mendicanti (di solito li chiamano barboni) e la povertà non è solo materiale, ma anche spirituale: carrierismo, infedeltà coniugali, ed altri disagi tipicamente borghesi. Altri ci scherniscono domandandoci, con un ghigno di circostanza, se vogliamo andare anche noi nelle baracche. Altri ci scoraggiano dicendo che aiutiamo ubriaconi, parassiti, e comunque persone che non si meritano nulla (secondo il loro amorevole giudizio). Ma soprattutto che la nostra attività è totalmente inutile. Allora, noi, ci mettiamo alla ricerca, ma nel Vangelo l’utilità non è contemplata.

Ci dicono che occorre interpretare Matteo 25, e che non va preso alla lettera, a differenza dei c.d. 10 comandamenti (soprattutto il sesto). Allora noi, tra questi, ci mettiamo alla ricerca ma nella lista delle priorità riportata dall’evangelista di genitori/fratelli/amici delusi per il mancato premio aziendale, nervosi per il traffico o per aver litigato con i condòmini non c’è traccia. Piuttosto si fa riferimento ai lontani, gli sconosciuti, e proprio a quelli che hanno sbagliato. Infatti si tratta del Vangelo, non del manuale del bravo cittadino. Non lo comprendono, è la Tua logica “al contrario” a risultare indigesta. Ti vedono come uno che premia l’impegno e lo sforzo e si aspettano il salario. Rivendicano il contraccambio e così fanno nelle relazioni sociali. Ma tu sei il Dio degli operai dell’ultima ora, che viene per condividere e non per retribuire. E noi vorremmo fare come te. Ma siamo soli, c’è un clima diffuso di torpore che ostacola. Sono rarissime le voci che rompono il compromesso tra benestanti con il problema della noia e i loro assistenti spirituali. Il professionista che porta soldi e prestigio viene ossequiato, il povero che chiede soldi e disturba le “funzioni” fa anticamera, o peggio, allontanato. Ci fanno sentire eretici quando diciamo che Tu sei presente nei diseredati come nel tabernacolo.

Per recuperare qualche testimonianza che ci possa incoraggiare andiamo nelle biblioteche a disseppellire dalla polvere i testi che parlano dell’opzione preferenziale per i poveri. E se non ci fossero state le parole di questi “martiri” autentici forse ci saremmo arresi. Ma questi “scandali” ci hanno anche insegnato una cosa fondamentale: per collaborare alla costruzione del tuo Regno si deve prendere l’iniziativa (“Primerear”* come direbbe Papa Francesco). E questa, oggi, è la nostra gioia più grande: renderci disponibili al Tuo progetto ritirando tutte le deleghe.

*”prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi” (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 24)

 

contro papa Francesco quelli che gli erano più vicini – il messaggio sibillino del card. Müller

il cardinale Müller

«mi vogliono guida di un gruppo contro il papa»

 «si rischia una separazione che potrebbe sfociare in uno scisma. Io resto con Bergoglio, ma chi reclama va ascoltato»

Gerhard Müller (LaPresse) Gerhard Müller

«C’è un fronte dei gruppi tradizionalisti, così come dei progressisti, che vorrebbe vedermi a capo di un movimento contro il Papa. Ma io non lo farò mai. Ho servito con amore la Chiesa per 40 anni da prete, 16 anni da cattedratico della teologia dogmatica e 10 anni da vescovo diocesano. Credo nell’unità della Chiesa e non concedo a nessuno di strumentalizzare le mie esperienze negative degli ultimi mesi. Le autorità della Chiesa, però, devono ascoltare chi ha delle domande serie o dei reclami giusti; non ignorarlo o, peggio, umiliarlo. Altrimenti, senza volerlo, può aumentare il rischio di una lenta separazione che potrebbe sfociare in uno scisma di una parte del mondo cattolico, disorientato e deluso. La storia dello scisma protestante di Martin Lutero di cinquecento anni fa dovrebbe insegnarci soprattutto quali sbagli evitare».

Il cardinale Gerhard Müller parla con voce piana e un marcato accento tedesco. Siamo nell’appartamento di Piazza della Città Leonina che in passato aveva occupato Joseph Ratzinger prima di diventare Benedetto XVI, in un palazzo abitato da alti prelati.

 

Müller, forse il più rispettato teologo cattolico, è l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sostituito a sorpresa nel luglio scorso da Jorge Mario Bergoglio. «Il Papa mi confidò: “Alcuni mi hanno detto anonimamente che lei è mio nemico” senza spiegare in qual punto», racconta affranto. «Dopo quarant’anni al servizio della Chiesa, mi sono sentito dire questo: un’assurdità preparata da chiacchieroni che invece di instillare inquietudine nel Papa farebbero meglio a visitare uno strizzacervelli. Un vescovo cattolico e cardinale di Santa Romana Chiesa è per natura con il Santo Padre. Ma credo che, come diceva il teologo del Cinquecento, Melchior Cano, i veri amici non sono coloro che adulano il Papa ma quelli che lo aiutano con la verità e la competenza teologica ed umana. In tutte le organizzazioni del mondo i delatori di questa specie servono solo se stessi».

Parole dure, risentite, di chi sente di avere subito un torto immeritato. Il cardinale esclude, come sostengono alcune voci allarmistiche, che qualcuno stia ordendo complotti contro Francesco, in polemica con alcune prese di posizione ritenute troppo progressiste: lo considera «un’assoluta esagerazione». Ma ammette che la Chiesa è percorsa da tensioni profonde. «Le tensioni nascono dalla contrapposizione tra un fronte tradizionalista estremista su alcuni siti web, e un fronte progressista ugualmente esagerato, che oggi cerca di accreditarsi come superpapista», secondo Müller. Si tratta di minoranze, ma agguerrite.

Per questo il cardinale trasmette un messaggio di unità ma anche di preoccupazione. «Attenzione: se passa la percezione di un’ingiustizia da parte della Curia romana, quasi per forza di inerzia si potrebbe mettere in moto una dinamica scismatica, difficile poi da recuperare. Credo che i cardinali che hanno espresso dei dubbi sull’Amoris Laetitia, o i 62 firmatari di una lettera di critiche anche eccessive al Papa vadano ascoltati, non liquidati come “farisei” o persone brontolone. L’unico modo per uscire da questa situazione è un dialogo chiaro e schietto. Invece ho l’impressione che nel “cerchio magico” del Papa ci sia chi si preoccupa soprattutto di fare la spia su presunti avversari, così impedendo una discussione aperta ed equilibrata. Classificare tutti i cattolici secondo le categorie di “amico” o “nemico” del Papa, è il danno più grave che causano alla Chiesa. Uno rimane perplesso se un giornalista ben noto, da ateo si vanta di essere amico del Papa; e in parallelo un vescovo cattolico e cardinale come me viene diffamato come oppositore del Santo Padre. Non credo che queste persone possano impartirmi lezioni di teologia sul primato del Romano Pontefice».

Müller non vede una Chiesa più divisa di quanto fosse negli anni di Benedetto XVI. «Però la vedo più debole. Fatichiamo ad analizzare i problemi. I sacerdoti scarseggiano e diamo risposte più organizzative, politiche e diplomatiche che teologiche e spirituali. La Chiesa non è un partito politico con le sue lotte per il potere. Dobbiamo discutere sulle domande esistenziali, sulla vita e la morte, sulla famiglia e le vocazioni religiose, e non permanentemente sulla politica ecclesiastica. Papa Francesco è molto popolare, e questo è un bene. Ma la gente non partecipa più ai Sacramenti. E la sua popolarità tra i non cattolici che lo citano con entusiasmo, non cambia purtroppo le loro false convinzioni. Emma Bonino, per esempio, loda il Papa ma resta ferma sulle sue posizioni in tema di aborto che il Papa condanna. Dobbiamo stare attenti a non confondere la grande popolarità di Francesco, che pure è un enorme patrimonio per il mondo cattolico, con una vera ripresa della fede: anche se tutti sosteniamo il Papa nella sua missione».

Nell’ottica del cardinale Müller, dopo quasi cinque anni di pontificato una fase si è chiusa: quella della Chiesa intesa come «ospedale da campo», definizione felice che Francesco affidò alla Civiltà Cattolica nel 2013, poco dopo l’elezione. «Fu una grande intuizione del Papa. Ma forse ora bisogna andare oltre l’ospedale da campo, e archiviare la guerra contro il bene naturale e soprannaturale degli uomini di oggi che lo ha reso necessario», sostiene. «Oggi avremmo bisogno più di una Silicon Valley della Chiesa. Dovremmo essere gli Steve Jobs della fede, e trasmettere una visione forte in termini di valori morali e culturali e di verità spirituali e teologiche». Non basta, aggiunge, «la teologia popolare di alcuni monsignori né la teologia troppo giornalistica di altri. Abbiamo bisogno anche della teologia a livello accademico».

Dalle sue parole si intuisce che le critiche sono rivolte soprattutto ad alcuni collaboratori di Francesco. «Va bene la divulgazione. Francesco tende giustamente a sottolineare la superbia degli intellettuali. A volte, tuttavia, i superbi non sono solo loro. Il vizio della superbia è una impronta del carattere e non dell’intelletto. Io penso alla umiltà di San Tommaso, il più grande intellettuale cattolico. La fede e la ragione sono amiche».Nell’ottica del cardinale, il modello di papato che tende a emergere a intermittenza, «più come sovrano dello Stato del Vaticano che come supremo insegnante della fede», può suscitare qualche riserva.

«Ho la sensazione che Francesco voglia ascoltare e integrare tutti. Ma gli argomenti delle decisioni devono essere discussi prima. Giovanni Paolo II era più filosofo che teologo, ma si faceva assistere e consigliare dal cardinale Ratzinger nella preparazione dei documenti del magistero. Il rapporto fra il Papa e la Congregazione per la dottrina della fede era e sarà sempre la chiave per un proficuo pontificato. E ricordo anche a me stesso che i vescovi sono in comunione con il Papa: fratelli e non delegati del Papa, come ci ricordava il Concilio Vaticano II». Müller non ha ancora smaltito «la ferita», la chiama così, dei suoi tre collaboratori licenziati poco prima della sua sostituzione. «Sono stati dei preti buoni e competenti che lavoravano per la Chiesa con dedizione esemplare», è il suo giudizio. «Le persone non possono essere mandate via ad libitum, senza prove né processo, solo perché qualcuno ha denunciato anonimamente vaghe critiche al Papa mosse da parte di uno di loro…».

l’ira di papa Francesco – gli imprenditori della paura sono violenti e razzisti

migranti

l’ira di Papa Francesco

“fomentare la paura semina violenza razzista”

Migranti, l'ira di Papa Francesco: "Fomentare la paura semina violenza razzista"

il messaggio per la 51.ma Giornata Mondiale della Pace

“Combattere quanti favoriscono il timore nei confronti dei migranti a fini politici”

di PAOLO RODARI

“Spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso” e combattere “quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti a fini politici”.

Il tutto arrivando entro il 2018 “alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati”.

È quanto chiede Papa Francesco nel suo Messaggio per la 51.ma Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio 2018 sul tema: Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace.

Francesco, che fin dal suo primo viaggio a Lampedusa, nel luglio del 2013, ha mostrato di avere particolarmente a cuore “gli oltre 250 milioni di migranti nel mondo, dei quali 22 milioni e mezzo sono rifugiati”, ha denunciato il fatto che “in molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio”.

Questa retorica, largamente diffusa anche in Italia, non piace a papa Bergoglio che anzi ha ricordato che quanti fomentano la paura a fini politici “anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano”.

E ancora: “Tutti gli elementi di cui dispone la comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro. Alcuni le considerano una minaccia. Io, invece, vi invito a guardarle con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace”. 

La maggior parte dei migranti non cerca altro che un luogo in cui poter vivere in pace. Per trovarlo, molti di loro, ha detto il Papa, “sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, a subire fatiche e sofferenze, ad affrontare reticolati e muri innalzati per tenerli lontani dalla meta”. Il motivo per il quale lasciano la loro terra è principalmente uno: “Fuggono dalla guerra e dalla fame o sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale”. 

Francesco chiede azioni di accoglienza concrete, chiamando in causa anzitutto i governanti che “praticando la virtù della prudenza sapranno accogliere, promuovere, proteggere e integrare, stabilendo misure pratiche, nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, per permettere l’inserimento”. 

Sono loro ad avere una “precisa responsabilità”. Dopo “l’interminabile e orrenda sequela di guerre, di conflitti, di genocidi, di pulizie etniche che hanno segnato il XX secolo” ci sono oggi altri motivi che spingono le persone a migrare: “I conflitti armati e le altre forme di violenza organizzata continuano a provocare spostamenti di popolazione all’interno dei confini nazionali e oltre”. E poi, come detto, il desiderio di una vita migliore. 

I migranti “non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono”. Ma offrire a richiedenti asilo, rifugiati, migranti e vittime di tratta una possibilità di trovare quella pace che stanno cercando, “richiede una strategia che combini quattro azioni: accogliere, proteggere, promuovere e integrare”.

 

Francesco, quindi, auspica “che lungo il 2018” si possa arrivare “alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati. In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche”.

il ‘pizzino’ del card. Mueller contro papa Francesco contiene gravi affermazioni

le gravi affermazioni del card. Mueller contro papa Francesco

di Andrea Grillo

in “Come se non” http://www.cittadellaeditrice.com/munera/come-se-non/ – del 27 novembre 2017

Se “per natura” dice di essere con il Santo Padre, non dimostra affatto di esserlo per cultura. La minaccia di scisma è la coda di paglia di chi non ha argomenti teologici e spirituali da contrapporre alla svolta conciliare di papa Francesco. Il sintomo più grave di questa lettura deficitaria è la esigenza di “superare la definizione di Chiesa come ospedale da campo”. Se c’è un papa che ha recuperato, non solo nell’immaginario collettivo, ma nel cuore stesso della Chiesa, la qualità “paterna e fraterna”, è proprio Francesco

Le accuse che il card. Mueller ha rivolto ieri al papa, direttamente o indirettamente, sono molto gravi e meritano di essere accuratamente identificate

in appendice, il testo integrale della intervista

Presentato da Massimo Franco come “forse il teologo cattolico più rispettato” – espressione davvero ambigua e senza fondamento – nel corso della intervista dimostra proprio di essere debole sul versante squisitamente teologico intorno alle questioni affrontate. Ma andiamo per ordine:

a) la richiesta di “leadership ostile” e la fedeltà

Massimo Franco le definisce “parole dure e risentite”: come un Giobbe offeso, Mueller chiede conto al Papa della ingiustizia subita e dei consiglieri satanici…un quadro a dir poco paradossale e davvero privo di temperanza. Un uomo di Chiesa, che voglia salvaguardare la comunione, in questi casi tace, o parla con discrezione e misura. Se invece parla accusando apertamente il papa di ingiustizia, si chiama fuori dalla Chiesa, si isola su una turris eburnea molto isolata e non poco autoreferenziale. E la sua ribadita fedeltà al Romano Pontefice è puramente formale, astratta. In concreto continua a lottare contro il pontificato, in modo vistosamente sleale. Se “per natura” dice di essere con il Santo Padre, non dimostra affatto di esserlo per cultura.

b) la minaccia di scisma

Se passa il messaggio di una “ingiustizia da parte della Curia romana”… ma che cosa sta facendo Mueller da 5 anni se non continuamente insistere su questa ingiustizia? In un certo senso Mueller mette in guardia la Chiesa da se stesso. Fin dall’inizio ha interpretato se stesso, come Prefetto, come “correttore del papa”. E ora pretende di parlare “super partes”? Come se fosse un osservatore romano disinteressato? Come se non fossero state proprio le sue parole ad alimentare la fronda nostalgica e tradizionalista? La minaccia di scisma è la coda di paglia di chi non ha argomenti teologici e spirituali da contrapporre alla svolta conciliare di papa Francesco. Dare credito ai “dubia” di 4 cardinali e alla lettera di accuse di 62 cattolici poco competenti è un errore irrimediabile del suo approccio.

c) la presunta debolezza teologica e spirituale

Molto grave, ma non nuova, è la affermazione secondo cui oggi la Chiesa di Francesco sarebbe più debole teologicamente e spiritualmente. Questo è davvero il colmo. Mueller identifica nella autoreferenzialità teologica degli ultimi 30 anni il modello teologico e spirituale che “conserva lo status quo”. Per Mueller questo è l’orizzonte: quieta non movere et mota quietare. Non riconosce affatto né la grande dinamica spirituale introdotta dal pontificato di Francesco, né il grande approfondimento teologico, che ha ripreso lo slancio della fase conciliare di riflessione nella Chiesa. Il sintomo più grave di questa lettura deficitaria è la esigenza di “superare la definizione di Chiesa come ospedale da campo”. Quella affermazione è lo specchio di una profonda e forse irrimediabile estraneità di L. Mueller alla Chiesa conciliare, ripensata 50 anni dopo in modo dinamico e capace di “prendere la iniziativa”. Egli legge come “cedimento alla immanenza” la logica della incarnazione. E questo compromette tutto. Applica al papato di Francesco schemi antimodernistici e resta giocato dalla sua teologia non aggiornata. Un deficit teologico sta alla radice del disagio.

d) La domanda di “teologia accademica” e il ruolo della Congregazione

Bisogna infine sottolineare l’esito ultimo di questo approccio distorto al pontificato: la percezione, che Mueller ripete più volte, secondo cui Francesco sarebbe più un sovrano che un “padre nella fede”. Questo è davvero difficile da capire. Se c’è un papa che ha recuperato, non solo nell’immaginario collettivo, ma nel cuore stesso della Chiesa, la qualità “paterna e fraterna”, è proprio Francesco. E questo è dovuto non anzitutto al suo “personaggio mediatico”, ma alla sua spiritualità e alla sua teologia. Su questo punto Mueller sembra aver vissuto, in questi 5 anni, in un altro mondo, in un’altra storia, con altre prospettive e preoccupazioni. Anche la domanda di “teologia accademica” mi sembra paradossale. Proprio in questi 5 anni abbiamo avuto una ripresa e un rilancio del pensiero teologico, che ha riscoperto profondamente il prezioso tesoro della sua immaginazione, della sua incompletezza e della sua inquietudine nel restituire il “depositum fidei” con nuova forza e con efficace eleganza. Le “tre i” con cui Francesco ha identificato il “lavoro teologico” sembrano totalmente estranee alla cultura di L. Mueller. Che un teologo tanto sordo alle prospettive teologiche e spirituali di Francesco e tanto preoccupato di dover condizionare come Prefetto un papato davvero proficuo avesse la pretesa di restare in carica e di condizionare così pesantemente il pontificato, risulta difficile da comprendere.

appendice

la Intervista integrale del Card Mueller al Corriere della sera di ieri (26/11/2017)

di Massimo Franco

«C’è un fronte dei gruppi tradizionalisti, così come dei progressisti, che vorrebbe vedermi a capo di un movimento contro il Papa. Ma io non lo farò mai. Ho servito con amore la Chiesa per 40 anni da prete, 16 anni da cattedratico della teologia dogmatica e 10 anni da vescovo diocesano. Credo nell’unità della Chiesa e non concedo a nessuno di strumentalizzare le mie esperienze negative degli ultimi mesi. Le autorità della Chiesa, però, devono ascoltare chi ha delle domande serie o dei reclami giusti; non ignorarlo o, peggio, umiliarlo. Altrimenti, senza volerlo, può aumentare il rischio di una lenta separazione che potrebbe sfociare in uno scisma di una parte del mondo cattolico, disorientato e deluso. La storia dello scisma protestante di Martin Lutero di cinquecento anni fa dovrebbe insegnarci soprattutto quali sbagli evitare».

Il cardinale Gerhard Müller parla con voce piana e un marcato accento tedesco. Siamo nell’appartamento di Piazza della Città Leonina che in passato aveva occupato Joseph Ratzinger prima di diventare Benedetto XVI, in un palazzo abitato da alti prelati. Müller, forse il più rispettato teologo cattolico, è l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sostituito a sorpresa nel luglio scorso da Jorge Mario Bergoglio.

«Il Papa mi confidò: “Alcuni mi hanno detto anonimamente che lei è mio nemico” senza spiegare in qual punto»,

racconta affranto.

«Dopo quarant’anni al servizio della Chiesa, mi sono sentito dire questo: un’assurdità preparata da chiacchieroni che invece di instillare inquietudine nel Papa farebbero meglio a visitare uno strizzacervelli. Un vescovo cattolico e cardinale di Santa Romana Chiesa è per natura con il Santo Padre. Ma credo che, come diceva il teologo del Cinquecento, Melchior Cano, i veri amici non sono coloro che adulano il Papa ma quelli che lo aiutano con la verità e la competenza teologica ed umana. In tutte le organizzazioni del mondo i delatori di questa specie servono solo se stessi».

Parole dure, risentite, di chi sente di avere subito un torto immeritato. Il cardinale esclude, come sostengono alcune voci allarmistiche, che qualcuno stia ordendo complotti contro Francesco, in polemica con alcune prese di posizione ritenute troppo progressiste: lo considera «un’assoluta esagerazione». Ma ammette che la Chiesa è percorsa da tensioni profonde.

«Le tensioni nascono dalla contrapposizione tra un fronte tradizionalista estremista su alcuni siti web, e un fronte progressista ugualmente esagerato, che oggi cerca di accreditarsi come superpapista»,

secondo Müller. Si tratta di minoranze, ma agguerrite. Per questo il cardinale trasmette un messaggio di unità ma anche di preoccupazione.

«Attenzione: se passa la percezione di un’ingiustizia da parte della Curia romana, quasi per forza di inerzia si potrebbe mettere in moto una dinamica scismatica, difficile poi da recuperare. Credo che i cardinali che hanno espresso dei dubbi sull’Amoris Laetitia, o i 62 firmatari di una lettera di critiche anche eccessive al Papa vadano ascoltati, non liquidati come “farisei” o persone brontolone. L’unico modo per uscire da questa situazione è un dialogo chiaro e schietto. Invece ho l’impressione che nel “cerchio magico” del Papa ci sia chi si preoccupa soprattutto di fare la spia su presunti avversari, così impedendo una discussione aperta ed equilibrata. Classificare tutti i cattolici secondo le categorie di “amico” o “nemico” del Papa, è il danno più grave che causano alla Chiesa. Uno rimane perplesso se un giornalista ben noto, da ateo si vanta di essere amico del Papa; e in parallelo un vescovo cattolico e cardinale come me viene diffamato come oppositore del Santo Padre. Non credo che queste persone possano impartirmi lezioni di teologia sul primato del Romano Pontefice».

Müller non vede una Chiesa più divisa di quanto fosse negli anni di Benedetto XVI.

«Però la vedo più debole. Fatichiamo ad analizzare i problemi. I sacerdoti scarseggiano e diamo risposte più organizzative, politiche e diplomatiche che teologiche e spirituali. La Chiesa non è un partito politico con le sue lotte per il potere. Dobbiamo discutere sulle domande esistenziali, sulla vita e la morte, sulla famiglia e le vocazioni religiose, e non permanentemente sulla politica ecclesiastica. Papa Francesco è molto popolare, e questo è un bene. Ma la gente non partecipa più ai Sacramenti. E la sua popolarità tra i non cattolici che lo citano con entusiasmo, non cambia purtroppo le loro false convinzioni. Emma Bonino, per esempio, loda il Papa ma resta ferma sulle sue posizioni in tema di aborto che il Papa condanna. Dobbiamo stare attenti a non confondere la grande popolarità di Francesco, che pure è un enorme patrimonio per il mondo cattolico, con una vera ripresa della fede: anche se tutti sosteniamo il Papa nella sua missione».

Nell’ottica del cardinale Müller, dopo quasi cinque anni di pontificato una fase si è chiusa: quella della Chiesa intesa come «ospedale da campo», definizione felice che Francesco affidò alla Civiltà Cattolica nel 2013, poco dopo l’elezione.

«Fu una grande intuizione del Papa. Ma forse ora bisogna andare oltre l’ospedale da campo, e archiviare la guerra contro il bene naturale e soprannaturale degli uomini di oggi che lo ha reso necessario»,

sostiene.

«Oggi avremmo bisogno più di una Silicon Valley della Chiesa. Dovremmo essere gli Steve Jobs della fede, e trasmettere una visione forte in termini di valori morali e culturali e di verità spirituali e teologiche».

Non basta, aggiunge,

«la teologia popolare di alcuni monsignori né la teologia troppo giornalistica di altri. Abbiamo bisogno anche della teologia a livello accademico».

Dalle sue parole si intuisce che le critiche sono rivolte soprattutto ad alcuni collaboratori di Francesco.

«Va bene la divulgazione. Francesco tende giustamente a sottolineare la superbia degli intellettuali. A volte, tuttavia, i superbi non sono solo loro. Il vizio della superbia è una impronta del carattere e non dell’intelletto. Io penso alla umiltà di San Tommaso, il più grande intellettuale cattolico. La fede e la ragione sono amiche».

Nell’ottica del cardinale, il modello di papato che tende a emergere a intermittenza,

«più come sovrano dello Stato del Vaticano che come supremo insegnante della fede»,

può suscitare qualche riserva.

«Ho la sensazione che Francesco voglia ascoltare e integrare tutti. Ma gli argomenti delle decisioni devono essere discussi prima. Giovanni Paolo II era più filosofo che teologo, ma si faceva assistere e consigliare dal cardinale Ratzinger nella preparazione dei documenti del magistero. Il rapporto fra il Papa e la Congregazione per la dottrina della fede era e sarà sempre la chiave per un proficuo pontificato. E ricordo anche a me stesso che i vescovi sono in comunione con il Papa: fratelli e non delegati del Papa, come ci ricordava il Concilio Vaticano II».

Müller non ha ancora smaltito «la ferita», la chiama così, dei suoi tre collaboratori licenziati poco prima della sua sostituzione. «Sono stati dei preti buoni e competenti che lavoravano per la Chiesa con dedizione esemplare»,

è il suo giudizio.

«Le persone non possono essere mandate via ad libitum, senza prove né processo, solo perché qualcuno ha denunciato anonimamente vaghe critiche al Papa mosse da parte di uno di loro…».

contro papa Francesco senza tregua – la nuova destra europea in difesa dell’Occidente cristiano

Cristianesimo e Nuova Destra in Europa

di: Hans Schelkshorn

Il supplemento del Quaderno n. 204 di Cristianisme i Justicia (giugno 2017), del noto Centro dei gesuiti di Barcellona, dove è assai attivo il teologo José Ignacio Gonzalez Faus, riporta un articolo di Hans Schelkshorn, presidente dell’Istituto di filosofia cristiana della Facoltà cattolica dell’Università di Vienna

Difesa dell’Occidente cristiano? L’ideologia della nuova destra in Europa

In numerosi stati i partiti della nuova destra (ND) determinano in maniera crescente l’avvenire politico. I movimenti di Le Pen, il blocco fiammingo, il FPO austriaco e, più recentemente, la AFD tedesca mettono in discussione la democrazia liberale e il progetto di pace dell’Unione Europea.

Questi partiti non sono sorti dal nulla, ma dal vuoto morale che l’ideologia neoliberale ha lasciato dietro di sé negli ultimi trent’anni. In questo periodo si è svuotata la sostanza morale tanto della socialdemocrazia come dei partiti della democrazia cristiana. In sintesi: come il fascismo fu una reazione al liberalismo sfrenato, così la ND è una risposta al neoliberalismo.

A questo si è aggiunto il massiccio arrivo di rifugiati, che fuggono dalla caduta del Vicino e Medio Oriente e dall’instabilità di numerosi stati africani, ciò che ha alimentato ancor più l’ascesa di partiti della ND, alcuni dei quali sono stati i più votati nei loro paesi.

L’ideologia dei movimenti della ND

Tanto l’opinione pubblica come la scienza politica li qualificano con disprezzo come populisti. Una denominazione che, benché bene azzeccata, la considero tuttavia problematica. In effetti, la parola populismo suggerisce una politica ampiamente priva di ideologia, che si adatta alle opinioni mutevoli del popolo. In altre parole, l’ideologia del populismo consiste nel non avere nessuna ideologia stabile. Ora credo che una tale analisi sia una pericolosa minimizzazione di ciò che questi partiti rappresentano.

Molti analizzano il fenomeno alla luce di categorie psicologiche (risentimento nei confronti degli stranieri e dei partiti “consolidati”, paura della decadenza della classe media ecc.) Di tanto in tanto, sono percepiti come correttivi delle strutture bloccate dei partiti consolidati nella democrazia, in maniera che, come movimenti di protesta, non avrebbero ambizioni di governo. Benché non siano analisi false, sottovalutano la visione ideologica che hanno del mondo.

D’accordo con Jan-Werner Muller, percepisco nella ND una determinata ideologia, certamente flessibile, ma che mina pericolosamente i principi e i valori delle democrazie dello stato di diritto, così come si sono costruite in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

La concezione fondamentale dell’ideologia della ND è sorta in Francia, nell’ambito del movimento presieduto da Le Pen. È stato soprattutto Alain de Benoist, uno degli ideologi della Nouvelle Droite, incaricato a formularla: una concezione che differenzia strettamente la ND dal vecchio fascismo tra le due guerre che si costruì su due pilastri. In primo luogo, essi erano apertamente anti-democratici. Avevano per scopo di abbattere la democrazia, ricorrendo alla violenza qualora fosse necessario. In secondo luogo, erano basati sul razzismo.

La ND prescinde da questi due principi fondamentali del fascismo e adotta i diritti civili e la democrazia. Rinuncia, quindi, alla presa del potere ricorrendo all’uso della violenza e accetta i risultati delle elezioni democratiche. Inoltre, sostituisce il “vecchio” razzismo con un “etno-pluralismo”, promuovendo il riconoscimento delle diverse etnie e culture, ciascuna nel proprio territorio. Un concetto chiave della ND è la preservazione dell’“unione etnica” di una nazione. Dal 1986, insieme al movimento di Le Pen, il FPO austriaco è diventato uno dei più importanti protagonisti della ND europea. Jorg Haider, il leader, espresse in maniera precisa il nucleo di questo pensiero: «se la politica non si costruisce su principi etnici, all’umanità non le rimane nessun futuro».

Ciò nonostante, tra gli stessi partiti che difendono i principi sopra ricordati, la questione di come si determina la etnia dal punto di vista concettuale è ancora oggetto di controversia. De Benoist, per esempio, rappresenta un punto di vista anticristiano, decisamente “pagano”, della nazione francese. Mentre altri, tra questi il FPO, si sono accostati al cristianesimo, erigendosi a difensori dell’Occidente cristiano nella lotta contro l’islam.

Il pericolo delle imposizioni della ND consiste nel fatto che l’interpretazione etnica di “nazione” o di “popolo” è prioritaria, e viene posta al di sopra dei diritti umani. De Benoist parla appunto dell’«ideologia dei diritti umani», criticandola come secolarizzazione della morale cristiana. L’ideale di fraternità, che insieme a quello di libertà e di uguaglianza, è una delle tre colonne della Rivoluzione francese, deve limitarsi, a suo parere, alla nazione. Per questo i partiti della ND mettono in discussione i diritti umani.

Più ancora, considerano che l’interpretazione etnica di “popolo” o di “nazione” sia il fondamento dello Stato e quindi vada tutelata con mezzi statali. Proprio per questo, il FPO ha messo transitoriamente nel suo programma elettorale un “diritto alla patria”, che dovrebbe aggiungersi alla lista dei diritti umani. Così si apre di colpo uno spiraglio ad una politica autoritaria.

Tuttavia, il “diritto alla patria” non è un diritto umano che si debba imporre allo Stato né che possa essere rivendicato giudizialmente. In una democrazia pluralista, i concetti di “patria” o di “identità nazionale” sono piuttosto oggetto di dibattito pubblico e si basano su determinati diritti umani, soprattutto sul diritto alla libertà di opinione e di riunione. Nel “diritto umano alla patria”, che sembra così inoffensivo, si nasconde una carica esplosiva estremamente pericolosa che, a lungo termine, mina le democrazie dello stato di diritto, trasformandole in sistemi autoritari. Di fatto, Jorg Haider rivendicò l’ instaurazione di una “terza repubblica”.

È chiaro che le democrazie liberali si fondano sul principio universale dei diritti umani, ma anche su un determinato consenso sull’“identità nazionale”. Anche Habermas, che sostiene solo la legittimità di un patriottismo costituzionale, mette in rapporto l’universalità dei diritti umani con tutto il sistema democratico di diritto, tenendo conto di determinate concezioni della conservazione dell’identità nazionale.

Il punto caldo della ND consiste nel diluire in maniera unilaterale, a favore della nazione, la tensione tra diritti umani considerati da un punto di vista universale e concezioni particolari di identità nazionale. Per questo, sono partiti che cercano di controllare i media in nome di una ideologia popolare che debilita la separazione di poteri, specialmente l’indipendenza della giustizia e, soprattutto, la giustizia del tribunale costituzionale, creato in molti paesi dopo la seconda guerra mondiale, come conseguenza del fascismo. Il tribunale costituzionale è un’istituzione di grande importanza per la protezione delle democrazie dello stato di diritto.

Cosicché i partiti della ND non sono populisti per il fatto di adattarsi alle mutevoli opinioni del popolo. Al contrario, sanno da sempre quale deve essere “la volontà del popolo”, e soprattutto chi appartiene al popolo. Zingari, giudei, atei, socialisti e artisti di avanguardia non ne fanno parte, di regola.

Viktor Orbán, protagonista cristiano della ND

Queste ideologie non sono patrimonio esclusivo dei partiti della ND, ma vengono adottate da altri, soprattutto nella democrazia cristiana. Un esempio è proprio il democristiano ungherese Viktor Orbán, che è diventato uno dei dirigenti più potenti. Orbán difende pubblicamente l’idea di uno stato “a-liberale”, che ha tutti gli elementi sopra ricordati. Di più: appoggiato da una maggioranza di due terzi, sulla base di un 53% di votanti, Orbán, con la nuova costituzione, per la prima volta ha costruito in Europa uno stato che si basa su questi principi, realizzando il sogno di Haider di instaurare la “terza repubblica”.

In una intervista a Weltwoche (n. 46, dicembre 2015) Orbán espresse con tutta chiarezza la priorità della nazione sui diritti umani: «La mia impressione personale è che, quando si tratta di questioni spirituali, le élites europee dibattono soltanto temi superficiali e secondari. Belle parole su diritti umani, progresso, pace, apertura, tolleranza. Nel dibattito pubblico non si parla mai di temi fondamentali, cioè, da dove procedono di fatto queste cose così simpatiche. Non parliamo della libertà, non parliamo del cristianesimo, non parliamo della nazione, non parliamo dell’orgoglio. Detto brutalmente: ciò che oggi impera nell’opinione pubblica europea è soltanto un “bla-bla-bla” europeo e liberale su tempi simpatici ma secondari».

Questo spirito è stato trasferito in particolare alla costituzione ungherese. Nel suo preambolo, si presenta l’Ungheria come una nazione cristiana. Chiaro che nei preamboli di molte costituzioni a volte si presenta in maniera idealizzata la storia della nazione. Però, a differenza di altre costituzioni occidentali, il tribunale costituzionale ungherese è obbligato a prendere le sue decisioni alla luce di questo preambolo, cioè, alla luce della concezione dell’Ungheria come nazione cristiana.

Inoltre, la questione attuale dei rifugiati proietta ancor più luce sulla ideologia neo-destrista di Orbán. Le democrazie dello stato di diritto insistono sul fatto che esiste una unità tra i diritti umani e le idee dell’identità nazionale. Per questo, gli stati dell’Unione Europea discutono vivacemente la questione di quanti rifugiati possano essere accolti e dove si mette il limite dell’accoglienza. Nonostante tutte le obbligazioni del diritto dei popoli, vi è un ampio campo per considerare legittimi i pro e i contro.

Le ideologie della ND risolvono, tuttavia, la tensione tra identità azionale e diritti umani unilateralmente ed esigono che si metta fine all’accoglienza di rifugiati. Posto che si debba preservare la purezza etnica della “nazione cristiana”, secondo Orbán, non è accettabile neppure una quota minima di 1.300 rifugiati.

Contro l’autodefinizione di “difensore dell’Occidente cristiano”

I nuovi difensori dell’Occidente cristiano tradiscono per questo i successi dello stato democratico di diritto e il contenuto universalista della morale cristiana. Su questo sfondo, è un paradosso storico che sia papa Francesco, che viene dall’America Latina e nel quale si avverte lo spirito della teologia della liberazione, che debba ricordarci sia i fondamenti delle democrazie europee, basati sui diritti umani, come il contenuto centrale della morale cristiana. Il suo discorso a Lampedusa e il recente appello alle parrocchie e monasteri ad accogliere come minimo una famiglia di rifugiati sono stati colti intuitivamente, da parte di settori dell’Europa secolare, come una testimonianza originariamente cristiana. Al contrario, coloro che, di destra, si definiscono i nuovi difensori dell’Occidente cristiano, insultano pubblicamente il papa e persino lo condannano come traditore.

Le Chiese cristiane si portano ancora dietro la passata eredità delle loro alleanze con i sistemi fascisti del secolo XX. Una rinnovata complicità con le ideologie della ND all’inizio del secolo XXI le precipiterebbe in una nuova crisi di credibilità, le cui ombre oscurerebbero per secoli la vita dei cristiani e delle cristiane di tutta Europa.

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