per una chiesa di tutti

 

“tutti, tutti, tutti”

il nuovo arcivescovo di New York indica una Chiesa
di ponti e dialogo

di Camillo Barone
in “www.ncronline.org” del 5 febbraio 2026 (traduzione: www.finesettimana.org)

L’arcivescovo designato Ronald Hicks ha delineato una scelta pastorale radicata nella semplicità,
plasmata dall’evangelizzazione, attenta agli immigrati e ai poveri e incentrato sulla costruzione di
una chiesa missionaria che si apra verso l’esterno.
L’arcivescovo designato Ronald Hicks si è fermato davanti ai murales all’ingresso della Cattedrale
di San Patrizio a New York che raffigurano Santa Francesca Cabrini, Dorothy Day, i primi
soccorritori dell’11 settembre e gli immigrati del passato e del presente, e ha visto in essi un riflesso
sia della sua storia personale che della storia di New York.
“Mi ha ricordato la mia famiglia di immigrati che è venuta qui dalla Germania, dall’Irlanda e dalla
Polonia, e mi ha anche ricordato le persone che ho incontrato durante il mio lavoro missionario in
America Latina”, ha detto Hicks. “Mi ha ricordato che le persone continuano a guardare a quella
porta dorata come fonte di speranza e opportunità qui negli Stati Uniti”.
Il nuovo arcivescovo, che diventerà l’undicesimo leader dell’arcidiocesi di New York, ha
approfittato della conferenza stampa pre-insediamento del 5 febbraio per indicare il tono pastorale
che spera di imprimere: radicato nella semplicità, plasmato dall’evangelizzazione, attento agli
immigrati e ai poveri e incentrato sulla costruzione di una chiesa missionaria che si apra verso
l’esterno.
Il 18 dicembre Papa Leone XIV ha nominato Hicks, 58 anni, successore del cardinale Timothy
Dolan, le cui dimissioni sono state accettate dopo che questi ha raggiunto l’età pensionabile
obbligatoria di 75 anni nel febbraio 2025.
Hicks ha affermato che i giorni che precedono e seguono il suo insediamento sono intesi
innanzitutto come momenti di preghiera non di autopromozione. Stasera (5 febbraio) l’arcidiocesi
celebrerà i vespri e domani (6 febbraio) Hicks sarà ufficialmente insediato come arcivescovo
durante una messa che dovrebbe attirare più di 2.000 persone, tra cui circa 90 vescovi, sette
cardinali e circa 400 preti.
“Stasera non è il momento di fissare un programma o di promuovere la mia visione, ma è il
momento di chiedere la benedizione di Dio nella preghiera e di farlo insieme”, ha detto. Durante la
messa di insediamento, intende sottolineare la gratitudine e la missione della Chiesa, facendo
ripetutamente riferimento a Papa Leone XIV e promettendo di collaborare con la sua visione.
Hicks ha descritto questa missione in termini chiaramente orientati verso l’esterno. “Parlerò
semplicemente di essere una Chiesa composta da discepoli missionari che vogliono andare e fare
discepoli, e anche trasmettere la nostra fede alle generazioni future”, ha affermato. “Parleremo di
una Chiesa che costruisce ponti, va nelle periferie, si impegna nel mondo e vive la sua missione:
una Chiesa missionaria”.
Le liturgie stesse rifletteranno questa visione e includeranno elementi bilingui. Facendo riferimento
a trent’anni di presbiterato in cui la comunità ispanica è stata al centro del suo ministero, Hicks ha
affermato che intenzionalmente predica in parte in spagnolo.
“Voglio comunicare al mondo che la comunità ispanica è molto importante nella vita della Chiesa
cattolica, ed è anche un modo per mostrare il mio rispetto e il mio amore per la comunità latina
riconoscendo la sua dignità”, ha affermato.
La prima lettura alla Messa di insediamento di Hicks sarà proclamata da Samuel Jimenez Correas,
un orfano salvadoregno immigrato a Chicago, che Hicks ha incontrato durante i suoi cinque anni di
lavoro come missionario in El Salvador dal 2005 al 2010.
Hicks ha anche sottolineato la varietà delle persone che saranno presenti alle celebrazioni. Accanto
al clero cattolico e ai laici ci saranno rappresentanti di altre tradizioni religiose, del governo, del
mondo degli affari, del lavoro, dell’istruzione, delle organizzazioni non-profit, dei soccorritori di
pronto intervento e delle arti.
“In altre parole, chi ci sarà? Tutti. Tutti”, ha detto. “Per citare Papa Francesco, quando diceva: chi ci
sarà, todos, todos, todos. Questo è positivo, perché New York è un luogo dove vive e si sente a casa
il mondo intero, e la Chiesa cattolica è universale, riunisce e coinvolge tutti”.
Alla domanda del National Catholic Reporter sul suo messaggio agli immigrati cattolici, le cui voci
faticano a farsi sentire a livello nazionale, Hicks ha inquadrato la sua risposta nella dottrina sociale
cattolica.
“La mia risposta deriva da una chiara comprensione, nella Chiesa cattolica e nella nostra giustizia
sociale, di cosa sia la dignità umana”, ha affermato. “Il mio messaggio è: come ci trattiamo con
rispetto? Come possiamo semplicemente vederci come fratelli e sorelle e usare questo come
fondamento per tutto?”.
Hicks ha anche parlato di colmare il divario tra ricchi e poveri in una città caratterizzata da forti
contrasti.
“Penso che questo sia il potere di Gesù. Egli ama, conosce e si rivolge a tutti, a tutti, e vuole che
tutti siano salvati”, ha affermato.
Proveniente dalla diocesi di Joliet, nell’Illinois, dove vivono poco più di 500.000 cattolici, Hicks ha
riconosciuto la portata e la visibilità globale di New York, definendola di influenza nazionale e
internazionale. Ha affermato di essere consapevole che la sua voce ora arriva ben oltre i confini di
una diocesi, anche attraverso la messa televisiva nazionale delle 10:15 della domenica nella
Cattedrale di San Patrizio.
Secondo il suo sito web, l’arcidiocesi di New York conta circa 2,5 milioni di cattolici in circa 300
parrocchie.
Nonostante la visibilità e le esigenze amministrative del ruolo, Hicks ha affermato di non
considerarsi in primo luogo un dirigente.
“Non voglio essere visto solo come l’amministratore delegato o il presidente di un gruppo”, ha
detto. “Sono stato chiamato qui per essere un pastore e, come pastore, il mio desiderio è quello di
essere un buon pastore”.
Mentre si prepara ad assumere la cattedra e ad iniziare formalmente il suo ministero, Hicks ha
descritto la sua visione in una sola parola: “provvidenza”. Ha affermato di confidare che Dio lo
abbia preparato per questo momento e che il suo compito ora sia quello di arrendersi, fidarsi e
seguire.
“Voglio solo fidarmi di Lui, seguirLo e continuare a farlo”, ha affermato

ci manca la profezia di papa Francesco

quanto ci manchi, Francesco!

di José Manuel Vidal
in “Religión Digital” del 9 febbraio 2026

Papa Francesco è stato, prima di tutto, un profeta: qualcuno che ha osato dire ad alta voce ciò che
milioni di coscienze intuivano silenziosamente.
La sua morte non ha solo chiuso un pontificato; ha aperto un buco nero di autorità morale in un
mondo che da allora sembra più caotico, più brutale e più schiavo dei Trump di turno.
Oggi, guardando indietro, inizia ad imporsi una scomoda certezza: non siamo riusciti ad apprezzare
appieno il privilegio di essere stati contemporanei del papa dei poveri e della primavera della
Chiesa.
Il papa che ci chiedeva costantemente di pregare per lui, perché sapeva di essere il bersaglio
principale dei «fiori del male».
Ora sappiamo che Bannon ed Epstein volevano abbatterlo.
Un profeta con nome e volto
Francesco ha avuto qualcosa che non si può comprare né fabbricare: carisma e autorità morale
riconosciuta anche dai suoi detrattori.
Proprio perché la sua parola raggiungeva gli emarginati, i ricchi e i potenti si sono sentiti in dovere
di reagire: lo hanno accusato di essere eretico, marxista, ingenuo e pericoloso, perché il suo Vangelo
sociale metteva a nudo l’oscenità di molte strutture economiche e politiche e di un «capitalismo che
uccide», come ripeteva spesso.
Questo rifiuto è stato, paradossalmente, la prova migliore che la sua voce toccava i veri nervi
scoperti di un mondo in mano agli Epuloni di turno.
Per questo, dal mondo oscuro della costellazione MAGA (che ora subiamo in tutta la sua brutalità),
volevano la sua testa ed hanno manovrato per ottenerla.
Senza riuscirci, perché il potere della preghiera è più grande di loro.
Allo stesso tempo la immensa maggioranza silenziosa – credenti, agnostici, gente di strada – lo ha
riconosciuto come un punto di riferimento diverso: qualcuno che parlava chiaro sui migranti, sui
poveri, sugli anziani, sugli emarginati e sui giovani senza futuro, senza ricorrere a tecnicismi o a
comode neutralità.
E lo faceva con parole semplici e gesti concreti che tutti comprendevamo, senza bisogno di
intermediari.
Molti di noi, durante il suo pontificato, ci siamo sentiti orgogliosi di «avere» un papa così, anche
coloro che non condividevano tutte le sue impostazioni, perché incarnava qualcosa di raro: la
coerenza tra ciò che diceva e come viveva.
Un vuoto morale che diventa più evidente nel tempo
Da quando quest’uomo di Dio ci ha lasciato, il mondo ha avuto le convulsioni e non è più stato lo
stesso.
Non perché Francesco sia stato un supereroe capace di fermare guerre o abbattere muri con
un’omelia, ma perché all’improvviso è scomparsa una voce che organizzava, con autorità globale,
la difesa dei più deboli.
E questa lacuna si avverte in ogni conflitto in cui mancano parole chiare, in ogni deriva autoritaria
senza una denuncia che risuoni a livello globale, in ogni crisi climatica in cui l’economia torna ad
imporsi senza una «Laudato si’» che scomodi tutti.
Ciò che resta è uno strano silenzio: le istituzioni continuano a parlare, i comunicati si moltiplicano, i
discorsi si susseguono, ma manca questo misto di parrhesía e di tenerezza, di denuncia e di
consolazione, con cui Francesco si rivolgeva allo stesso modo a presidenti ed a raccoglitori di
cartone.
Quanto abbiamo bisogno oggi di qualcuno che, senza paura, ripeta che «questa economia uccide»,
che «nessuno si salva da solo», che la guerra è sempre un fallimento assoluto della politica e
dell’umanità.
Il migliore di noi: memoria e responsabilità
«Il migliore essere umano di tutti» è, ovviamente, un’iperbole affettiva, ma dice qualcosa di
vero: per molti Francesco ha incarnato il meglio della nostra capacità di umanità condivisa. Per
questo il lutto non è solo ecclesiale; è di civiltà.
Andandosene, ci ha costretto a porci una domanda scomoda: chi occupa ora questo posto di autorità
morale globale, trasversale, scomoda per tutti e vicina agli ultimi?
Leone XIV, il suo successore, è forse l’unico che può farlo.
Ma ha bisogno di tempo per consolidare la sua posizione a livello mondiale e diventare, come il suo
predecessore, un punto di riferimento globale.
E per farlo, deve vincere la potentissima macchina mediatica nordamericana, nelle mani degli
alleati del MAGA, che sta cercando con tutti i mezzi di «mettere a tacere» i messaggi del primo
papa americano.
Col passare del tempo, la memoria si sedimenta: la schiuma delle polemiche si diluisce e resta la
sostanza di un pontificato che, con le sue luci e ombre, ha riaperto finestre, ha riabilitato la
misericordia come categoria centrale, ha posto i poveri al centro del discorso e ha ricordato che la
Chiesa non è una dogana, ma un ospedale da campo.
Il tempo ci sta facendo comprendere la grandezza del privilegio: aver respirato la stessa epoca
storica del papa dei poveri e della primavera ecclesiale.
Non solo nostalgia: ereditare la sua audacia
Dire «non smetteremo mai di sentire la sua mancanza» non può consistere solo in una malinconica
consegna.
Il modo migliore per onorare la sua memoria non è imbalsamarla, ma tradurre la sua intuizione
profetica in contesti concreti: alzare la voce di fronte alla crudeltà verso i migranti, disarmare
discorsi di odio, smascherare pseudo-vangeli neoliberisti (come quello del vicepresidente
statunitense J.D. Vance) e sostenere le comunità che continuano a vivere il Vangelo sul campo.
Se Francesco è stato un profeta dotato di carisma, di una personalità straordinaria e di una
riconosciuta autorità morale, la domanda che lascia come testamento è semplice e impegnativa:
siamo disposti ad assumerci, anche su piccola scala, il costo di questa stessa profezia?
Sentire la sua mancanza è inevitabile. Trasformare quest’assenza in una scusa per il cinismo sarebbe
tradirlo.
Forse l’unico modo adulto di superare il lutto consiste in qualcosa di semplice e difficile come
questo: quando manca la sua voce per difendere i popoli più deboli, chiederci cosa direbbe lui… e
avere il coraggio, anche se la nostra voce trema, di dirlo noi stessi.
E chiedere a Leone XIV di ricaricare le batterie della parrhesía e di diventare cassa di risonanza del
Vangelo della misericordia. E anche di denunciare il tentativo di «abbattere» il suo amato
predecessore.
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Articolo pubblicato il 9.2.2026 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.com)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommasell

messaggio del Papa per la giornata mondiale della pace

verso una pace disarmata e disarmante

di: Leone XIV

leone xiv

Papa Leone XIV (AP Photo/Alessandra Tarantino)

 

Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la LIX Giornata mondiale della pace, «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante», 1° gennaio 2026

«La pace sia con te!».

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» (Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: «La pace sia con voi!». Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. [1]

La pace di Cristo risorto

Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cf. Ef 2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cf. Gv 10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.

Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano.

La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida «basta», alla pace si sussurra «per sempre». In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito «terza guerra mondiale a pezzi», ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso». [2]

Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.

Una pace disarmata

Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cf. Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cf. Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.

Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica». [3]

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico». [4]

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. [5] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». [6] Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità». [7]

Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». [8] È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.

Una pace disarmante

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cf. Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cf. At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità». [9]

Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità». [10]

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». [11] Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». [12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». [13] Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», [14] a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov 18,19)». [15]

Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2025

Leone PP. XIV


[1] Cf. Benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).

[2] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 3.

[3] Ibid., 1.

[4] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 60.

[5] Cf. SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security (2025).

[6] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 1.

[7] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 80.

[8] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 4.

[9] Id., Lettera al Direttore del Corriere della Sera (14 marzo 2025).

[10] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 61.

[11] Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana (17 giugno 2025).

[12] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 63.

[13] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 42.

[14] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 15.

[15] Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 37.

i vescovi contro il modello Albania

“preoccupante la scelta dell’Ue: così si rischia di erodere il
diritto d’asilo”

 

di Eleonora Camilli
in “La Stampa” 

Il modello Albania per la gestione dei migranti è «ai margini della democrazia». Mentre il governo
italiano esulta per l’accordo raggiunto a Bruxelles sui tre nuovi regolamenti in tema di paesi di
origine sicuri, paesi terzi sicuri e rimpatri, sono i vescovi italiani, nel nuovo rapporto Migrantes, a
bocciare le politiche del governo Meloni. E lo fanno mentre nella maggioranza regna la convinzione
che l’intesa tra gli Stati europei renderà di nuovo pienamente operativi i centri di Shenjing e Gjader.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, così come aveva già fatto il titolare del Viminale, parla di
un possibile «sblocco dell’impasse Albania» e di «un eccellente viatico verso una soluzione
definitiva che porterà chiarezza, sia dal punto di vista giurisprudenziale che da quello operativo»
anche se l’iter non è ancora concluso e «la situazione è ancora soggetta alla decisione finale del
trilogo Ue». Per ora, dunque, una data su un nuovo trasferimento di migranti nel Paese per le
procedure accelerate di frontiera (secondo il modello del protocollo con Tirana) non c’è.
L’intenzione è quella di aspettare almeno qualche mese per la definizione dei regolamenti. La
ripartenza quindi potrebbe slittare a primavera o direttamente a giugno 2026, quando entrerà in
vigore il nuovo patto. Nell’immediato, quindi, resta operativo solo il centro per il rimpatrio, in cui
sono state trasferite nei mesi scorsi alcune decine di migranti dai cpr.
Un esperimento che secondo l’ente della Conferenza episcopale italiana rappresenta «un banco di
prova per la tenuta dei principi democratici e giuridici dell’Unione». «Il modello Albania, piuttosto
che essere visto come un mostro isolato, va collocato nel continuum delle politiche europee di
esternalizzazione» nota il rapporto Migrantes «una messa in scena del potere sovrano sui corpi dei
migranti» caratterizzato «dall’opacità sistemica, alimentata dall’esclusione di società civile e
media». Molto critiche anche le ong che operano nel salvataggio in mare. Per Mediterranea è «un
dispositivo costruito per allontanare dai confini europei la responsabilità dell’accoglienza, basato su
detenzione illegale e sospensione dei diritti fondamentali». E Sea Watch: è un «nuovo stato di
polizia europeo». Dalle file dell’opposizione è Laura Boldrini del Pd a sottolineare che il Patto va a
discapito dell’Italia: «Consiglierei prudenza a Piantedosi perché avremo più oneri di prima. Essendo
Paese di primo approdo, l’Italia dovrà aspettare che altri Paesi Ue diano disponibilità ad accogliere o
a dare sostegno economico».

il vangelo va annunciato al mondo di oggi

una chiesa che sa parlare al mondo

di Enzo Bianchi
in “Vita Pastorale” del dicembre 2025

 

In questo tempo intermedio tra la Terza assemblea sinodale della Chiesa che è in Italia, che ha approvato il Documento finale con le proposizioni da presentare ai vescovi perché attuino accurato discernimento e con l’autorità apostolica che solo a essi compete le approvino o le lascino cadere, mi sembra opportuna una riflessione sulla speranza, che papa Francesco volle non solo come motto ma come atmosfera da percepire nel Sinodo e nella Chiesa universale. Il tema è molto significativo e monsignor Rino Fisichella ha dato un ottimo contributo all’interpretazione del messaggio papale, indicando piste di cammino per esercitarsi in questa virtù teologale.
Ecco, dunque, un’ulteriore meditazione che vuole sottolineare come sia decisiva la speranza dei cristiani nel cercare una Chiesa diversa e una Chiesa che sa parlare al mondo. Nella notte oscura che stiamo attraversando, se non avessimo la speranza anche la nostra fede sarebbe fragile, debole.
Sono tramontati gli anni in cui scienza e tecnica ci promettevano di prevedere positivamente le traiettorie geopolitiche, finanziarie, democratiche, sanitarie… Noi ora facciamo la faticosa esperienza dell’impotenza rispetto alle situazioni contingenti della vita fragile, assalita dalla brama di potere e dall’avidità della ricchezza. L’azione politica si mostra oggi molto difficile oltre che confusa: c’è sfiducia generalizzata, volontà di prevaricazione, aggressività quotidiana. Sì, il nostro mondo vive un’epoca caratterizzata da instabilità, volontà politiche non convergenti e frammentarie.
Ecco perché c’è chi ha detto: «La speranza è morta!». Ma la speranza non può morire se non insieme all’umanità. E finché ci sono esseri umani ci saranno resistenti, ci saranno sentinelle e vedette notturne capaci di sperare contro ogni speranza.
Molti non capiranno ma io per leggere, conoscere e dire qualcosa della speranza cristiana resto convinto che occorre farlo a partire dal Vangelo, cioè da Gesù Cristo. Sì perché Gesù è la speranza.
È vero, noi abbiamo tanti passi del Vangelo che rimandano a parole di speranza dette da Gesù, ma non sempre abbiamo il coraggio di dire che Gesù Cristo, oltre a dire parole di speranza, è in sé stesso la speranza; più che dire parole di vita, è la vita! Ora, nei Vangeli, dove ci è consegnata in Gesù Cristo l’unica immagine senza veli di Dio, noi ci accorgiamo che lui, che è disceso dal cielo attraverso l’incarnazione e si è fatto umanissimo, uguale a noi in tutto, non ha mai ceduto alla tentazione di vivere secondo una negazione illusoria della realtà. Egli, infatti, vedeva la difficoltà che la condizione umana gli presentava senza eccezioni, tenendo una porta aperta alla possibilità di essere sospeso da un evento di bene, da una forza buona che procedeva da Dio.
La speranza è una fessura, non la si vede sempre, ma occorre credere che c’è, e che è destinata ad allargarsi, a diventare una finestra attraverso la quale passa la luce. Ovunque ci sia un uomo, una donna, la speranza non può morire, salvo che avvenga un suicidio: prima della speranza, poi del corpo! Eppure, basterebbe che una mano dall’alto o dal basso aprisse uno spiffero di luce che arrivi fin dove c’è tenebra mortale per dare ragioni per continuare a tirare il fiato.
Tra noi ebrei e cristiani, poi, non si dovrebbe dimenticare che di fronte al Mar Rosso nessuno poteva credere di poterlo attraversare a piedi asciutti, nessuno pensava di giungere all’altra riva, ma quando i figli d’Israele hanno osato mettere il piede in mare e camminare tenendosi per mano si sono trovati all’altra riva e hanno cantato pieni di gioia la Cantica del mare (cf Es 15). Ecco perché guardiamo a Cristo: «Cristo in voi, vostra speranza» (cf Col 1,27). Questa non è solo un’affermazione cristologica decisiva, ma testimonia che Gesù era la speranza di chi lo incontrava nella sua vita, lo ascoltava nella predicazione del Regno.
Basta fare riferimento al suo sguardo perché proprio nello sguardo di una persona è percepibile la presenza della speranza. L’occhio che spera è un occhio aperto, sempre vigilante. Ecco perché, dove vedeva un campo di grano maturo, Gesù percepiva l’immagine di una mietitura escatologica vicina;
là dove vedeva un gregge disperso sulle colline vedeva la sua comunità errante senza pastori; là dove altri erano abbagliati dalle pietre del tempio, Gesù ne prevedeva la distruzione; là dove avvenivano i solenni pontificali del tempio, lui vedeva una povera vedova che buttava nel tesoro del tempio tutto ciò che possedeva. Nello stesso modo, dove i sacerdoti vedevano una prostituta, lui sapeva vedere una donna capace di santità, dove gli uomini religiosi vedevano pubblici peccatori, Gesù vedeva possibili discepoli, i primi ammessi al Regno…
Quante volte Gesù a chi si reca da lui dice, rimandandolo indietro: «Va’, la tua fede ti ha salvato!». Parole di vertigine, dove la speranza nella forza dello Spirito santo rifà un uomo, una donna, quale nuova creatura. Lo sguardo di Gesù non è solo missionario, capace di elezione e di chiamata, ma soprattutto è sguardo di misericordia, che desta speranza: distrugge tutto ciò che è tenebra e prigionia. Gesù si fa “colui che mostra la strada” della speranza per tutti i suoi discepoli, e li porta a comprendere a poco a poco la speranza delle speranze, la Risurrezione!
La speranza può rendere possibile ciò che agli uomini pare impossibile. Nell’ora dell’angoscia e della
desolazione, quando si è stati calunniati e ripudiati da tutti, quando si sono allontanati gli amici e sembra che  siamo stati consegnati dai nostri compagni dell’intimità alla distruzione, magari da chi ci ha tradito, il compagno fedele che mangiava il pane con noi alla nostra tavola, possiamo protestare con Dio fino a scagliare invettive contro di lui. Vediamo il suo volto come quello di un nemico, che non ci guarda, che ci getta nelle tenebre, che ci  assale come un orso… Perché Signore? Dove sei? Chi prega così si fabbrica un’immagine perversa del volto di Dio e giustifica il suo pianto e la sua protesta. Ma proprio perché “è bene attendere in silenzio la risposta del Signore”, si deve invece imparare con pazienza a “stare fermi”, ad attendere, perché Dio interverrà. Lo dicono tutti gli oranti che sono passati attraverso la tribolazione dell’assenza di Dio. A poco a poco capiscono che non era Dio a essere muto, come essi pensavano (una bestemmia!), ma che erano loro a essere sordi alla sua Parola.
E imparano che Dio parla nel silenzio, e che nel silenzio è vicino più che mai!
Durante la salita a Gerusalemme, per tre volte Gesù annuncia ai discepoli la necessità della passione e morte, eventi strettamente legati alla Risurrezione, all’intervento del Padre, che richiamerà dai morti il suo Figlio amato: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molte cose, essere crocifisso e risorgere il terzo giorno!». Speranza che i discepoli sentivano affiorare sulle labbra di Gesù, ma per ora non comprendevano. Ma con l’alba del terzo giorno, l’annuncio Pasquale risuona per le donne discepole e da allora la speranza trionfa in un canto parallelo alla Cantica del mare: «Cristo è veramente risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24,34).
Cristo appare l’unica e vera speranza dei discepoli e del cosmo intero. È lui la sorgente della nostra speranza, che nella sua estrema impotenza è speranza della risurrezione dai morti. Se Cristo è risorto dai morti, noi tutti risorgeremo dietro a lui. Questa è la speranza cristiana: la morte sarà vinta, il Regno sarà aperto, abiteremo la Gerusalemme celeste nella comunione dei santi e Dio sarà tutto in tutti! Questa speranza che la morte non sia l’ultima parola è la differenza cristiana rispetto agli altri uomini: comunicare loro la speranza significa comunicare che l’amore da loro vissuto vince la morte; di questo devono sempre essere consapevoli.
Questo mi pare l’unico debito, l’unico messaggio che noi possiamo offrire, se lo accolgono, ai non cristiani. E offrirlo non solo annunciando l’amore, ma amando concretamente. Osiamo così poco amare! Così poco che l’amore non è credibile, e dunque è incapace di vincere la morte. Ma la speranza è il dono dello Spirito santo: nella sua kenosi nel cuore degli uomini apre una fessura di luce, apre le tenebre e lascia germinare la speranza di  risurrezione, di vita per sempre

la bestemmia di usare Dio per legittimare la guerra

papa Leone:

“troppe guerre in nome di Dio

di Redazione
in “La Stampa” del 24 novembre 2025

«In un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica comunità cristiana universale può essere
segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale
per la pace». Nell’ultimo Angelus prima della partenza per il suo primo viaggio apostolico da dove,
in Turchia, farà tappa a Nicea per i 1.700 anni dal Concilio, Papa Leone XIV pubblica una lettera
apostolica “In Unitate Fidei” che non solo guarda all’ecumenismo ma rappresenta anche una
summa del suo programma per il pontificato. E offre un mea culpa: «Oggi, per molti, Dio e la
questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che
i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera
fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. Si sono
combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un
Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce».
Inoltre, il Pontefice sostiene che «dobbiamo lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno
perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune
allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore».

guerra giusta o pace giusta? nessuna guerra secondo il vangelo

qualche riflessione sulla pace

di Luca Baratto
in “Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del28 novembre
2025

Care ascoltatrici e ascoltatori, oggi parliamo insieme di pace.
Lo so, non è un tema su cui si possa dire una qualunque cosa intelligente nei tre minuti di questo
spazio radiofonico. Vorrei però condividere con voi alcune considerazioni che ho ricavato dalla
lettura di un bel libro, che abbiamo già presentato al “Culto evangelico” quest’estate: I cristiani, la
violenza e le armi, scritto dal professor Massimo Rubboli. Una lunga cavalcata sul tema, dal
primissimo cristianesimo fino a oggi. Dalla lettura sono emersi alcuni elementi costanti.

Il primo è che più il cristianesimo si è avvicinato al potere, o è esso stesso diventato fonte di potere,
più i cristiani hanno avallato la guerra. Nel primissimo cristianesimo, quando i cristiani sentivano di
non poter conciliare la fedeltà a Dio e quella all’Impero romano, soprattutto alla pretesa
dell’Imperatore di essere una divinità, la guerra era vista come inconciliabile con la fede – non da
tutti, naturalmente, ma da teologi di primo piano come Tertulliano. Quando Costantino ha invece
reso il cristianesimo costitutivo dell’Impero, questa inconciliabilità è pian piano svanita e la
domanda centrale non era più se a un cristiano fosse consentito combattere, quanto piuttosto come
un cristiano dovesse comportarsi in battaglia. E da allora è stato così, fino alla benedizione dei
cannoni nelle Guerre mondiali e anche nell’attuale guerra d’invasione in Ucraina, benedetta dai
vertici della Chiesa ortodossa russa.

Il secondo elemento è che, comunque si guardi la questione, non è possibile giustificare una guerra
basandosi sulle parole di Gesù.
Tutti i movimenti nonviolenti o pacifisti cristiani – dai valdesi agli anabattisti – sono partiti
dall’ascolto del sermone sul monte, quello in cui Gesù dice di non resistere al malvagio, di porgere
l’altra guancia, di amare i propri nemici. Gesù e la guerra non stanno insieme.
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Il terzo è che sebbene nel corso dei secoli siano stati più numerosi i cristiani che hanno combattuto
di quelli che hanno rifiutato la guerra, tuttavia la nonviolenza e il pacifismo sono sempre stati
presenti nel cristianesimo come un fiume carsico, a tratti sotterraneo, altre volte ben visibile.

L’ultimo elemento è che, sebbene la storia del pacifismo non costituisca un percorso lineare e che
oggi la guerra nel mondo e anche in Europa sia purtroppo una realtà concreta, tuttavia per la prima
volta nella storia si è compiuto un cambiamento concettuale considerevole: per secoli i cristiani
hanno discusso sulla guerra giusta, cioè su come definire la legittimità di un conflitto per potervi
prendere parte con buona coscienza. Oggi invece è emerso il concetto di pace giusta. Si è cioè
prima di tutto definito che i cristiani non devono primariamente riflettere e discutere di guerra, ma
che il loro tema è la pace. E non una pace qualsiasi ma una pace basata sulla giustizia, una pace
giusta.
Se volete saperne di più, vi consiglio il bel libro del professor Rubboli, I cristiani, la violenza e le
armi.

giustizia e misericordia a proposito della violenza sessuale sui minori

ipocrisia, non misericordia

di Enzo Bianchi
in “il Blog di Enzo Bianchi” – E il gallo cantò… – del 16 novembre 2025

Mai si è predicata la misericordia come negli ultimi tempi e non dimentichiamo che Papa Francesco
volle dedicare un intero anno alla contemplazione del mistero dell’inesauribile misericordia di Dio.
Eppure la mia attenta lettura della vita ecclesiale mi spinge a dire che, in verità, oggi domina troppo
spesso l’esercizio di una giustizia farisaica, di atteggiamenti ipocriti che ammorbano tutto il corpo
ecclesiale, vescovi, presbiteri, ma anche le comunità cristiane. Si cita frequentemente la
misericordia del Signore, si ricordano gli insegnamenti dati da Gesù su di essa attraverso le parabole
e gli incontri con i peccatori ma poi non si fa misericordia. Non dico che non si eserciti facilmente il
perdono verso chi ha recato personale offesa, ma non si accetta che chi ha peccato, una volta
scontata la pena e dati segni di conversione, sia giudicato capace di una nuova vita e dunque non sia
ritenuto imperdonabile.
Molti vescovi, soprattutto per paura dell’opinione pubblica e dei mass media, di fronte a delitti
come gli abusi sessuali assumono posizioni di assoluta rigidità, condannano spesso senza pietà i
loro preti e anziché pensare a itinerari di cura che aiutino il colpevole verso la redenzione lo
espellono dalla diocesi e si rifiutano di accompagnarlo come il pastore deve fare con la pecora
malata. Sì, ci sono purtroppo alcuni vescovi che rifiutano la piena integrazione nel presbiterio anche
di chi ha scontato la pena secondo la giustizia canonica e quella civile. E le comunità, sovente
influenzate non solo dalla stampa laica ma anche da quella cattolica o dai siti cattolici (che
sembrano specializzati nella caccia e nella pubblicazione di notizie circa abusi sessuali), protestano
senza rendersi conto di assomigliare in tutto a quegli scribi e farisei che accusavano l’adultera
portata davanti a Gesù e giudicata da loro degna della morte. Sì, in questi tempi talvolta le comunità
hanno atteggiamenti che gridano vendetta al cospetto di Dio.
È per la loro responsabilità che è stato accusato un uomo di Dio come il cardinal Philippe Barbarin,
già arcivescovo di Lione, successivamente assolto ma troppo tardi. Roma stessa aveva recepito quel
brusio calunnioso che ostacolava il suo ministero episcopale. Sempre le comunità hanno fatto
dimettere l’arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, per un chiacchiericcio (che comunque
non riguardava una colpa morale!) e ultimamente sono le comunità alle quali si è aggiunta anche la
Conferenza episcopale francese che biasimano l’arcivescovo di Tolosa, monsignor Guy André
Marie de Kérimel, per aver nominato cancelliere un prete giudicato e condannato vent’anni fa per
abuso sessuale. No, non sono d’accordo con questo neofariseismo che avvelena la vita ecclesiale.
Non dimentichiamo che anche alla chiesa di oggi Gesù dice: Voglio misericordia, non la giustizia da
farisei, la conoscenza di Dio piuttosto della rigidità della legge!
Gli abusi sessuali sui minori vanno certamente sanzionati dalla legge canonica e da quella civile e
occorre rendere inoffensivo chi si è macchiato di tali crimini, ma anche il peccatore più infernale ha
accesso alla misericordia di Dio che si fa carne e si fa prassi nella chiesa. Una chiesa senza
misericordia è un’assemblea settaria, non la chiesa del Signore Gesù Cristo!

il grido di M. Barros contro il tradizionalismo e il clericalismo

una nuova cristianità

il grido profetico di Marcelo Barros

il teologo della Liberazione ordinato prete dall’arcivescovo dei poveri dom Helder Camara denuncia il ritorno al devozionismo e propone una Chiesa sinodale, incarnata e aperta al mondo

 

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«La maggior parte delle parrocchie cattoliche in tutti i continenti esprime ancora un cattolicesimo devozionale, tipico dell’epoca delle nostre nonne».

Il giudizio, lapidario, è del monaco e teologo della Liberazione brasiliano Marcelo Barros (sul suo sito web le sue ultime pubblicazioni), ordinato prete nel 1969 dall’arcivescovo dei poveri dom Helder Camara. Alla combattiva e sempre interessante agenzia Adista, che dal 1967 segue le vicende cattoliche e religiose da Roma, Barros ha inviato una riflessione teologica che mostra quanto ancora stantia e ferma sia la teologia cattolica – e di conseguenza la pratica religiosa – in diverse parti del mondo. Come scrive Claudia Fanti in un articolo a commento di Barros, nonostante la riflessione teologica più avanzata si interroghi da tempo sulla possibilità di una religione senza dogmi, dottrine, gerarchie e pretese di verità assoluta, oggi la realtà ecclesiale è ancora lontana da tali prospettive di rinnovamento (leggi qui un approfondimento della RSI sul tema).

Il teologo brasiliano sottolinea come, paradossalmente, si sia verificata un’involuzione in molti contesti: «Nelle parrocchie e nelle diocesi in cui, alcuni decenni fa, si tenevano incontri di comunità ecclesiali di base e di circoli biblici oggi si celebrano solo novene ai santi, seguite dal rosario e dall’adorazione del Santissimo Sacramento». Questo ritorno a forme di devozione tradizionali, scrive Adista, sembra indicare una resistenza al cambiamento e un’incapacità di rispondere alle sfide della contemporaneità.

Barros evidenzia come il modello ecclesiale dominante sia ancora profondamente radicato nella logica della cristianità: «Le parrocchie e le diocesi continuano a essere organizzate secondo il modello della vecchia cristianità, con l’organizzazione interna della Chiesa che questo prevede e con la sua spiritualità e la sua missione». In questa visione, la Chiesa è ancora concepita come «sinonimo di gerarchia, una piramide al vertice della quale si trova il Papa, e in cui la sinodalità viene accettata solo nella misura in cui rimanga intoccabile il potere del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti».

Questa struttura gerarchica e piramidale ha conseguenze profonde sulla vita ecclesiale. Come afferma Barros, «il clericalismo persiste necessariamente, e non come un abuso del sistema ecclesiastico, come spesso denunciato da papa Francesco, ma, purtroppo, come espressione normale del sistema stesso». In altre parole, il clericalismo non è un’aberrazione, ma una caratteristica intrinseca del modello ecclesiale dominante.

Le conseguenze di questa impostazione sono molteplici e toccano vari aspetti della vita ecclesiale. Ad esempio, Barros sottolinea come sia impossibile «mettere in pratica la proposta di vivere una Chiesa in uscita, a partire dalle periferie del mondo, e organizzarsi sulla base della sinodalità». L’attuale struttura ecclesiale, infatti, non permette una reale apertura e un autentico coinvolgimento delle periferie esistenziali e geografiche tanto care a papa Francesco.

Un altro aspetto problematico evidenziato da Barros è la persistente separazione tra sacro e profano, che impedisce «che la proposta del regno divino come offerta per il mondo abbia una reale importanza». Questa dicotomia rende difficile per la Chiesa incarnarsi realmente nel mondo e rispondere in modo efficace alle sfide sociali, politiche ed ecologiche del nostro tempo.

Il teologo brasiliano critica anche il modo in cui vengono gestite le cosiddette «pastorali sociali» all’interno delle diocesi. Pur riconoscendo il diritto dei vescovi di organizzarle in modo che si orientino all’azione sociale trasformatrice, Barros nota che «se la stessa ecclesialità e la stessa missione sono ancora viste all’interno di una cultura di neocristianità, allora, nella vita quotidiana delle parrocchie e delle diocesi, le pastorali sociali appariranno ancora come qualcosa di esterno e secondario nella vita e nella missione della Chiesa».

Barros affronta anche il tema della spiritualità, sottolineando come il modello di cristianità influenzi profondamente il modo in cui viene vissuta la fede. «Le devozioni, le novene e la spiritualità proposte dalla maggior parte delle parrocchie hanno come fondamento e orizzonte una visione spirituale che separa il cielo dalla terra», afferma il teologo. Questa separazione tra sacro e profano impedisce una reale incarnazione del messaggio evangelico nella realtà quotidiana.

Il teologo brasiliano non si limita a criticare, ma propone anche delle vie di rinnovamento. Suggerisce di «rileggere il Concilio Vaticano II e la Conferenza Episcopale di Medellín che lo ha tradotto e aggiornato in America Latina, a partire da una Chiesa che sia comunione di comunità organizzate in modo sinodale, come minoranze abramitiche profetiche nella diaspora di un mondo laico». Questo approccio richiederebbe un superamento degli schemi e delle visioni ecclesiali della cristianità che ancora persistono.

Barros sottolinea l’importanza dell’ecumenicità, intesa non solo come dialogo interreligioso, ma come dimensione trasversale della fede che va oltre l’ecclesiasticismo. Questa apertura, secondo il teologo, potrebbe aiutare la Chiesa a rinnovarsi e ad assomigliare maggiormente al movimento di Gesù.

In conclusione, Barros invita a sostenere e rafforzare «questi cenacoli di resistenza, queste esperienze ecclesiali che vanno oltre la cristianità, in direzione della costruzione di un nuovo stile di Chiesa e di missione». Solo attraverso queste esperienze profetiche e innovative, secondo il teologo, la Chiesa potrà realmente rinnovarsi e rispondere alle sfide del mondo contemporaneo.

il commento al vangelo della domenica

NEGLI INVISIBILI, L’ETERNO
Lc 16, 19-31
il commento di E. Ronchi al vangelo della ventiseiesima domenica del tempo ordinario
C’era una volta un ricco… e un povero alla sua porta: inizio da favola antica.
Il ricco è senza nome, il povero ha il nome dell’amico di Gesù, Lazzaro. Uno è vestito di piaghe, l’altro di porpora.
Uno è sul tetto del mondo, l’altro è in fondo alla scala.
I due protagonisti si incrociano ma non si incontrano, tra loro c’è un abisso.
È questo il mondo sognato da Dio per i suoi figli? Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì. Non abita i riflessi della porpora ma le piaghe di un povero; non c’è posto per lui dentro il palazzo.
Forse il ricco è perfino un devoto, osserva i dieci comandamenti, e prega: “o Dio tendi l’orecchio alla mia supplica”, mentre è sordo al lamento del povero. Lo scavalca ogni giorno come si fa con una pozzanghera.
Di fermarsi, di toccarlo neppure l’idea: il povero Lazzaro è invisibile, nient’altro che un’ombra fra i cani.
Attenzione agli invisibili attorno a noi, vi si rifugia l’Eterno.
“Tra noi e voi è posto un grande abisso”, in terra come in cielo, dice Abramo. Il ricco poteva colmare il baratro che lo separava dal povero, e invece l’ha ratificato e reso eterno.
Che cosa scava grandi fossati tra noi, o innalza muri e ci separa?
Il ricco non ha fatto del male al povero, non lo ha aggredito o scacciato. Fa qualcosa di peggio: non lo fa esistere, lo riduce a un rifiuto, uno scarto, un nulla. Semplicemente Lazzaro non c’era, invisibile ai suoi pensieri. E lo uccideva ogni volta che lo scavalcava.
Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro.
Il sangue del male, la linfa oscura è l’indifferenza, il lasciare intatto l’abisso fra le persone. Invece «il primo miracolo è accorgersi che l’altro esiste» (S. Weil), e provare a colmare l’abisso di ingiustizia che ci separa.
Nella seconda parte della parabola la scena si sposta dal tempo all’eternità. Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto negli inferi.
L’eternità inizia quaggiù, sarà la lenta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Mente l’inferno è, in fondo, la dichiarazione che è possibile fallire la vita.
Perché il ricco è condannato? Per la ricchezza, i bei vestiti, la buona tavola? No, Dio non è moralista; a Dio stanno a cuore i suoi figli. Il peccato del ricco è l’abisso con Lazzaro, neppure un gesto, una briciola, una parola. Tre verbi sono assenti nella storia del ricco: vedere, fermarsi, toccare. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri.
Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida (1 Gv 3,15).
Ma “figlio” è chiamato anche lui, nonostante l’inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre: “Padre, una goccia d’acqua! Una parola sola per i miei cinque fratelli!”
E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita.
«Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)».
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