in morte di Eugenio Melandri … una bella pagina del quotidiano ‘il manifesto’

«hai fatto bene!»

di Luca Kocci
in “il manifesto” del 29 ottobre 2019

Quando il 19 ottobre 2018 Eugenio Melandri va a Roma ad incontrare il papa per la messa a Santa Marta e gli riassume brevemente la propria vita di missionario, pacifista e comunista, «Francesco – racconta lo stesso Melandri – mi prende una mano, me la stringe forte e mi sorride. Poi mi dice: hai fatto bene!».

Melandri è ancora sospeso a divinis e non può esercitare il ministero sacerdotale. Il provvedimento gli era stato comminato dal Vaticano trent’anni prima quando, dopo essere stato allontanato dalla direzione di Missione Oggi, il mensile dei saveriani che aveva trasformato in un periodico fortemente impegnato sui temi della pace e del disarmo, nel giugno 1989 era stato eletto europarlamentare con Democrazia proletaria, violando il Codice di diritto canonico («è fatto divieto ai chierici di assumere uffici pubblici, che comportano una partecipazione all’esercizio del potere civile»; «non abbiano parte attiva nei partiti politici») e venendo punito con la sospensione a divinis. Quell’«hai fatto bene» di Francesco, però, non poteva restare senza conseguenze. Così poche settimane fa – ma con un ritardo di almeno un paio di decenni –, la Congregazione vaticana per il clero annulla la sospensione: Melandri viene riammesso all’esercizio del ministero sacerdotale e incardinato nella diocesi di Bologna guidata dal cardinal Matteo Zuppi. Una «riabilitazione» che, durante il pontificato di Bergoglio, ha riguardato anche altri preti, in passato giudicati troppo di sinistra: sia viventi, come il nicaraguense sandinista Ernesto Cardenal, sia già morti, come Primo Mazzolari e Lorenzo Milani.

La scorsa settimana, il 20 ottobre, Melandri torna a celebrare l’eucaristia, insieme ai confratelli amici e «compagni» di una vita («compagno è una bellissima parola, significa spezzare e condividere il pane», ha detto durante la messa), quella generazione «post-sessantottina» di preti impegnati per la giustizia e la pace dalla seconda metà degli anni ‘80:

Albino Bizzotto (dei Beati i costruttori di pace, con cui nel 1992 ha partecipato alla marcia per la pace a Sarajevo assediata),

Tonio Dell’Olio (già coordinatore nazionale di Pax Christi, poi responsabile internazionale di Libera, ora alla Pro Civitate Christiana di Assisi),

Renato Sacco (coordinatore nazionale di Pax Christi),

il vescovo Giorgio Biguzzi, animatore della campagna contro i bambini soldato in Sierra Leone.

Giusto una settimana prima di morire, nella mattinata del 27 ottobre, a causa di un tumore, che ha affrontato con forza, condividendo senza reticenze sul suo profilo Facebook tutti i momenti di sofferenza, di speranza e di gioia – come appunto l’incontro con papa Francesco e la riabilitazione canonica – e senza mai rinunciare ad intervenire sull’attualità politica, dalle leggi contro i migranti volute dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, alla recente aggressione turca contro i curdi.

Nato a Brisighella (Ra) nel 1948, nel 1974 Melandri entra nei missionari saveriani. Dal 1980 al 1988 dirige Missione Oggi, dalle cui colonne conduce importanti battaglie contro lo scandalo della cooperazione internazionale e per il disarmo, attirando su di sé le ire del governo e della Dc che, con la complicità del Vaticano e dei vertici dei saveriani, riescono a farlo allontanare dalla rivista. Si impegna in politica (europarlamentare di Dp, poi con Rifondazione comunista), nel sociale (con Dino Frisullo fonda Senzaconfine), per la pace e il disarmo.

Questa mattina l’addio ad Eugenio Melandri: i funerali si svolgeranno alle ore 11, presso la casa dei saveriani di San Pietro in Vincoli (Ra), in via monsignor Bertaccini.

dalla parte di papa Francesco … la decisa scelta di Pérez Esquivel

perché io scelgo Francesco

di Adolfo Pérez Esquivel

 

Papa Francesco segna un cammino chiaro e preciso: tornare alla fonte del Vangelo, alla spiritualità, all’impegno con i poveri e a porre “l’Amore in azione”. Ci chiede “pregate per me”, perché conosce la responsabilità dell’essere il successore di Pietro, sa quali sono le sfide e sa che è necessario cercare il dialogo e l’unità nella diversità.

La Chiesa cammina per il mondo tra luci e ombre, angosce e speranze (GS.1). Sappiamo che è sottomessa a conflitti e interessi politici, sociali ed economici di gruppi di potere che sono dentro e fuori dal Vaticano. Questi gruppi non sono disposti a perdere privilegi e spazi di potere e per questo portano avanti un’intensa campagna contro Papa Francesco.

 Papa Francesco ha assunto il proprio ruolo per affrontare e risolvere questi numerosi conflitti che vive la Chiesa nell’attualità.

Francesco si è mosso con fermezza e anche con dolore contro l’occultamento di crimini, come la pedofilia, commessi da parte di settori del clero e messi a tacere per secoli grazie alla complicità e alle paure.

Ci invita a risvegliare la spiritualità e a impegnarci con i poveri per rafforzare il cammino della Chiesa come popolo di Dio.

Di fronte al neoliberalismo, la recessione e il conformismo, Francesco non predica la rassegnazione.

Disegna invece cammini di trasformazione spirituale, sociale, culturale e politica alla luce del Vangelo.

Di fronte agli interessi economici e politici dei governi e delle imprese che negano il cambio climatico mettendo a rischio il pianeta e la vita, con l’Enciclica Laudato Si’ egli chiede a tutti di ristabilire l’equilibrio dell’opera della Creazione, tra i bisogni dell’umanità e il rispetto per la Madre Terra.

Papa Francesco chiede ai paesi ricchi di ricevere le migliaia di rifugiati che fuggono dalle proprie terre rase al suolo dai conflitti armati, dalla fame e dalla disperazione per trovare nuovi orizzonti di vita.

Convoca le grandi potenze per far sì che le armi nucleari vengano messe al bando e vengano fatti accordi per costruire la Pace.

Di fronte alle molteplici divisioni su questioni religiose, apre le proprie braccia per guidare un dialogo interreligioso che promuova l’unità nella diversità.

Di fronte a tanta disperazione si appella ai giovani perché diventino protagonisti delle proprie vite e della storia.

Di fronte allo sviluppo e alla creazione di piattaforme tecnologiche, Papa Francesco ci esorta a non scegliere un “internet dell’indifferenza” ma “un internet della solidarietà”. Ci esorta a rammentare che “siamo membra gli uni degli altri” (Lettera agli Efesini, 4,25) e ci ricorda che “Dio non è indifferente”, che a “Dio interessa l’umanità e non l’abbandona”. Ci invita a comprendere che la social network commuity non è sinonimo di comunità e ci spinge a evitare che “ciò che dovrebbe essere una finestra aperta al mondo (la comunità in rete) diventi una vetrina per esibire il proprio narcisismo”.

Francesco apre cammini guidati dalla forza del Vangelo e ricorda che durante il Concilio Vaticano II, Papa Giovanni XXIII diceva che la Chiesa doveva aprire le porte e le finestre per far entrare la luce e togliere la polvere accumulata nei secoli. È necessario ricordare queste parole per illuminare il presente.

Vincolati allo spirito del Concilio Vaticano II e al Patto delle Catacombe con i poveri, ci preoccupano le cospirazioni contro Papa Francesco di chi mantiene il silenzio complice per coprire le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani e dei popoli dentro e fuori alla Chiesa. Dimenticano che il Vangelo ci invita a seguire gli insegnamenti e la vita di Gesù per camminare e incontrare la grande famiglia umana e costruire la Pace. Ignorano il Pontefice che — in linea con il Concilio Vaticano II — ci invita a camminare insieme per comprendere i segni dei tempi in un’esperienza di Chiesa Sinodale per incontrarci attraverso la volontà di Dio.

Rivolgo un appello a tutti i popoli per sostenere nostro fratello Papa Francesco. Alziamo le nostre voci contro gli attacchi dei gruppi conservatori e reazionari che stanno portando avanti una battaglia contro di lui, anche grazie all’appoggio dei gruppi egemonici di comunicazione.

Mi appello alle comunità religiose, alle comunità ecclesiali di base, ai movimenti laici, alle organizzazioni sociali, sindacali, politiche e intellettuali e a tutte le e persone e gruppi che hanno senso umanitario per sostenere Papa Francesco nel suo impegno di proteggere il pianeta, creare un mondo più giusto e solidale e costruire la Pace.

 

l’autore

Adolfo Pérez Esquivel, 87 anni, nel 1980 ha vinto il premio Nobel per la pace per le sue denunce contro gli abusi della dittatura argentina

torna in auge il ‘patto delle catacombe’ – un buon segno per la nostra chiesa

a Roma 150 vescovi del Sinodo rinnovano il “Patto delle Catacombe” per una Chiesa povera

Un gruppo di partecipanti all’assise sull’Amazzonia e di altre iniziative parallele, guidati da monsignor Kräutler, si ritroveranno nelle Catacombe di Santa Domitilla per rinnovare le promesse fatte nel 1965 da 42 Padri Conciliari

di Salvatore Cernuzio

 Circa 150 partecipanti al Sinodo dell’Amazzonia si incontreranno questa domenica 20 ottobre per rinnovare il cosiddetto “Patto delle Catacombe”, il documento che quarantadue vescovi e cardinali, soprattutto latinoamericani, firmarono il 16 novembre 1965, a pochi giorni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, per impegnarsi a vivere in povertà e servizio e mettere i poveri al centro del loro ministero. Si pensa che fu proprio questo atto ad aver ispirato la Teologia della Liberazione, sorta poi negli anni seguenti.
L’incontro avvenne nelle Catacombe di Santa Domitilla, sulla via Ardeatina a Roma. È lì che si recheranno in carovana domenica mattina, intorno alle 7, i Padri del Sinodo – principalmente brasiliani e colombiani – insieme ai partecipanti di altre iniziative concomitanti all’assise come “Amazzonia, Casa Comune” con base nella parrocchia di Santa Maria in Traspontina.
Nella basilica semi sotterranea dedicata ai martiri Nereo e Achilleo, sarà firmato un nuovo documento che, secondo il sito brasiliano Dom Total, avrà il titolo di “Patto delle Catacombe per la Casa comune”. In esso confluiranno quindi i temi trattati dal Sinodo per la Regione pan-Amazzonica in corso in Vaticano.
Quello di domenica sarà, dunque, un evento parallelo. A guidarlo sarà l’arcivescovo austriaco naturalizzato brasiliano, Erwin Kräutler, pastore emerito della prelatura di Xingu, tra i protagonisti di questo Sinodo. La messa verrà presieduta invece dal cardinale Claudio Hummes. La celebrazione come pure l’atto della firma si svolgeranno in forma privata e non sarà consentita la partecipazione della stampa.
L’iniziativa è stata preparata «alcuni mesi prima» dell’inizio del Sinodo, come spiega a Vatican Insider l’organizzatore padre José Oscar Beozzo. «Il 16 novembre 2015, abbiamo celebrato i 50 anni del “Patto” firmato nelle Catacombe di Santa Domitilla. Con il Sinodo, alcuni vescovi di Brasile, Colombia, Ecuador hanno voluto riprendere il “Patto” e rinnovarlo nel contesto amazzonico alla luce delle sfide di oggi».
I presuli firmatari hanno quindi tenuto diverse riunioni per comporre il nuovo testo che trae le mosse da quello del 1965. In esso gli allora Padri riuniti nel Concilio si impegnavano a rinunciare a tutti i simboli, i beni materiali o ai privilegi del potere, e a mettere i poveri al centro del ministero pastorale. Una sfida, dunque, da parte dei «fratelli nell’Episcopato» per dar vita, attraverso tredici promesse concrete, a quella Chiesa «serva e povera» auspicata all’epoca da Papa Giovanni XXIII e, cinquant’anni dopo, dal successore Francesco.
A firmare il “Patto” furono 42 prelati e tra coloro che collaborarono alla stesura si segnala la presenza di dom Helder Câmara (1909-1999), l’arcivescovo di Olinda e Recife, servo di Dio, scomparso vent’anni fa a 90 anni. Detto «o bispinho» per la bassa statura, Câmara – del quale si è conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione – ha lasciato una traccia pastorale profonda nel suo Paese sapendo coniugare il Vangelo e le lotta per la giustizia e percorrendo sempre la strada della pacificazione.
Il suo insegnamento risalta nel “Patto delle Catacombe” dal quale, come detto, ha tratto ispirazione quella corrente di pensiero teologico sviluppatasi con la riunione del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) di Medellín del 1968, come diretta estensione delle idee e dei principi riformatori messi in moto in Roma dal Concilio, che passò alla storia con il nome di “Teologia della Liberazione”.
Nel documento si leggono promesse come «dare tutto il tempo, la riflessione, il cuore, i mezzi» al «servizio apostolico e pastorale del lavoro e dei gruppi economicamente deboli e sottosviluppati». In altri passaggi i vescovi assicurano: «Cercheremo di vivere secondo il modo ordinario della popolazione, per quanto riguarda l’alloggio, il cibo e i mezzi di trasporto», «affideremo la gestione finanziaria nella nostra diocesi a una commissione laica», «eviteremo ciò che può sembrare conferire privilegi», «saremo aperti a tutti, qualunque sia la loro religione».
Tutti impegni che ora i partecipanti al Sinodo vogliono rinnovare per il loro ministero nelle terre dell’Amazzonia sfruttate dalle grandi multinazionali nelle sue risorse e umiliate per il trattamento riservato ai suoi popoli, depredati dei loro territori e, in alcuni casi, condannati ad un lento annientamento.

PATTO DELLE CATACOMBE PER LA CASA COMUNE

per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana

Noi, partecipanti al Sinodo panamazzonico, condividiamo la gioia di vivere tra numerosi popoli indigeni, quilombos, costieri, migranti, comunità alla periferia delle città di questo immenso territorio del Pianeta. Con loro abbiamo sperimentato la forza del Vangelo che agisce nei piccoli. L’incontro con queste persone ci sfida e ci invita a una vita più semplice di condivisione e di gratuità. Influenzati dall’ascolto delle loro grida e lacrime, accogliamo di cuore le parole di papa Francesco: “Molti fratelli e sorelle in Amazzonia portano pesanti croci e attendono il conforto liberatore del Vangelo, la carezza amorevole della Chiesa. Per loro, con loro camminiamo insieme”.

Ricordiamo con gratitudine i vescovi che alla fine del Concilio Vaticano II nelle Catacombe di Santa Domitilla firmarono Il Patto per una Chiesa serva e povera. Ricordiamo con riverenza tutti i martiri membri delle comunità ecclesiali di base, delle comunità pastorali e dei movimenti popolari; leader indigeni, missionarie e missionari, laici, preti e vescovi, che hanno versato il loro sangue a causa di quest’opzione per i poveri, per difendere la vita e lottare per la salvaguardia della nostra Casa Comune. Al ringraziamento per il loro eroismo uniamo la nostra decisione di continuare la loro lotta con fermezza e coraggio. È un sentimento di urgenza che si impone di fronte alle aggressioni che oggi devastano il territorio amazzonico, minacciato dalla violenza di un sistema economico predatore e consumistico.

Di fronte alla Santissima Trinità, le nostre Chiese particolari, le Chiese dell’America Latina e dei Caraibi e di quelle che sono solidali in Africa, Asia, Oceania, Europa e nel nord del continente americano, ai piedi degli apostoli Pietro e Paolo e della moltitudine di martiri di Roma, dell’America Latina e in particolare della nostra Amazzonia, in profonda comunione con il successore di Pietro invochiamo lo Spirito Santo e ci impegniamo personalmente e comunitariamente a quanto segue:

1. Assumere, di fronte all’estrema minaccia del riscaldamento globale e dell’esaurimento delle risorse naturali, un impegno a difendere la giungla amazzonica nei nostri territori e con i nostri atteggiamenti. Da essa provengono il dono dell’acqua per gran parte del territorio sudamericano, il contributo al ciclo del carbonio e la regolazione del clima globale, una biodiversità incalcolabile e una ricca socio-diversità per l’umanità e l’intera Terra.

2. Riconoscere che non siamo padroni della madre terra, ma suoi figli e figlie, formati dalla polvere della terra (Gen 2, 7-8), ospiti e pellegrini (1 Pt 1, 17b e 1 Pt 2, 11), chiamati ad essere suoi gelosi custodi (Gen 1,26). Pertanto ci impegniamo per un’ecologia integrale, in cui tutto è interconnesso, il genere umano e tutta la creazione perché tutti gli esseri sono figlie e figli della terra e su di loro aleggia lo Spirito di Dio (Gen 1,2).

3. Accogliere e rinnovare ogni giorno l’alleanza di Dio con tutto il creato: “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra”. (Gen 9, 9-10; Gen 9, 12-17).

4. Rinnovare nelle nostre chiese l’opzione preferenziale per i poveri, in particolare per i popoli originari, e insieme a loro garantire il diritto ad essere protagonisti nella società e nella Chiesa. Aiutarli a preservare le loro terre, culture, lingue, storie, identità e spiritualità. Crescere nella consapevolezza che devono essere rispettati a livello locale e globale e, di conseguenza, con tutti i mezzi alla nostra portata promuovere la loro accoglienza su un piano di parità nel concerto mondiale di altri popoli e culture.

5. Abbandonare, di conseguenza, nelle nostre parrocchie, diocesi e gruppi ogni tipo di mentalità e posizione colonialista, accogliendo e valorizzando la diversità culturale, etnica e linguistica in un dialogo rispettoso con tutte le tradizioni spirituali.

6. Denunciare tutte le forme di violenza e di aggressione contro l’autonomia e i diritti delle popolazioni indigene, la loro identità, i loro territori e i loro modi di vita.

7. Annunciare la novità liberante del Vangelo di Gesù Cristo, nell’accogliere l’altro e il diverso, come accadde a Pietro nella casa di Cornelio: “Voi sapete che a un Giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”. (At 10,28).

8. Camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane nell’annuncio inculturato e liberante del Vangelo, e con altre religioni e persone di buona volontà, in solidarietà con i popoli originari, i poveri e i piccoli, in difesa dei loro diritti e nella preservazione della Casa Comune.

9. Stabilire nelle nostre chiese particolari uno stile di vita sinodale, in cui i rappresentanti dei popoli originari, i missionari, i laici, a causa del loro battesimo e in comunione con i loro pastori, abbiano voce e voto nelle assemblee diocesane, nei consigli pastorali e parrocchiali, in breve, in tutto ciò che compete loro nel governo delle comunità.

10. Impegnarsi nell’urgente riconoscimento dei ministeri ecclesiali già esistenti nelle comunità, portati avanti da agenti pastorali, catechisti indigeni, ministre e ministri della Parola, valorizzando soprattutto la loro attenzione per i più vulnerabili ed esclusi.

11. Rendere effettivo nelle comunità che ci hanno affidato il passaggio da una pastorale di visita a una pastorale di presenza, assicurando che il diritto alla mensa della Parola e alla mensa dell’Eucaristia diventi effettivo in tutte le comunità.

12. Riconoscere i servizi e la reale diaconia della grande quantità di donne che oggi gestiscono comunità in Amazzonia e cercano di consolidarle con un adeguato ministero di donne leader di comunità.

13. Cercare nuovi percorsi di azione pastorale nelle città in cui agiamo, con il protagonismo di laici e giovani, con attenzione alle loro periferie e ai migranti, ai lavoratori e disoccupati, agli studenti, agli educatori, ai ricercatori e al mondo della cultura e della comunicazione.

14. Assumere contro la valanga del consumismo uno stile di vita gioiosamente sobrio, semplice e solidale con coloro che hanno poco o niente; ridurre la produzione di rifiuti e l’uso di materie plastiche, favorire la produzione e la commercializzazione di prodotti agro-ecologici e utilizzare i trasporti pubblici, se possibile.

15. Porsi accanto a coloro che sono perseguitati per il servizio profetico di denuncia e di riparazione di ingiustizie, di difesa della terra e dei diritti dei piccoli, di accoglienza e sostegno dei migranti e dei rifugiati. Coltivare vere amicizie con i poveri, visitare i più semplici e i malati, esercitando il ministero dell’ascolto, della consolazione, del sostegno e dell’appoggio, cose che portano incoraggiamento e rinnovano la speranza.

Consapevoli delle nostre debolezze, della nostra povertà e piccolezza di fronte a sfide così grandi e serie, ci affidiamo alla preghiera della Chiesa. Possano le nostre comunità ecclesiali, soprattutto, aiutarci con la loro intercessione, con il loro affetto nel Signore e, quando necessario, con la carità della correzione fraterna.

Accogliamo con favore l’invito del cardinale Hummes a essere guidati dallo Spirito Santo in questi giorni del Sinodo e al nostro ritorno alle nostre chiese: “Lasciatevi avvolgere dal manto della Madre di Dio e della Regina dell’Amazzonia. Non lasciamo che ci vinca l’autoreferenzialità, ma la misericordia davanti al grido dei poveri e della terra. Saranno necessarie molta preghiera, meditazione e discernimento, nonché una pratica concreta di comunione ecclesiale e spirito sinodale. Questo sinodo è come una mensa che Dio ha preparato per i suoi poveri e ci chiede di essere quelli che servono alla mensa”.

Celebriamo quest’Eucaristia del Patto come “un atto di amore cosmico”. “Sì, cosmico! Perché anche quando si svolge sul piccolo altare di una chiesa di un villaggio, l’Eucaristia è sempre celebrata, in un certo senso, sull’altare del mondo.” L’Eucaristia unisce cielo e terra, abbraccia e penetra tutta la creazione. Il mondo uscito dalle mani di Dio ritorna a Lui in felice e piena adorazione: nel Pane Eucaristico “la creazione tende alla divinizzazione, alle sante nozze, all’unificazione con il Creatore stesso”. Per questa ragione, l’Eucaristia è anche fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per il medio ambiente e ci porta a essere custodi di tutta la creazione”.

Roma, 20 ottobre 2019
Catacombe di Santa Domitilla

 

 

la sfida dell’ambiente nell’ultimo libro di papa Francesco

 

papa Francesco

rivedere i criteri della vita per salvare la vita sulla Terra

In uno scritto inedito, Francesco parla della necessità di chiedere e dare perdono, azioni possibili solo nello Spirito Santo, per superare l’attuale crisi ecologica. Il testo, di cui il Corriere della Sera ha pubblicato un estratto, è contenuto nel volume “Nostra Madre Terra. Una lettura cristiana della sfida dell’ambiente”, edito dalla Lev, che raccoglie i discorsi del Papa sulla cura del creato e uscirà il 24 ottobre in Italia e Francia con prefazione del Patriarca Bartolomeo

Proprio perché tutto è connesso (cfr. Laudato si’ 42; 56) nel bene, nell’amore, proprio per questo ogni mancanza di amore ha ripercussione su tutto. La crisi ecologica che stiamo vivendo è così anzitutto uno degli effetti di questo sguardo malato su di noi, sugli altri, sul mondo, sul tempo che scorre; uno sguardo malato che non ci fa percepire tutto come un dono offerto per scoprirci amati. È questo amore autentico, che a volte ci raggiunge in maniera inimmaginabile e inaspettata, che ci chiede di rivedere i nostri stili di vita, i nostri criteri di giudizio, i valori su cui fondiamo le nostre scelte. In effetti, è ormai noto che inquinamento, cambiamenti climatici, desertificazione, migrazioni ambientali, consumo insostenibile delle risorse del pianeta, acidificazione degli oceani, riduzione della biodiversità sono aspetti inseparabili dall’iniquità sociale: della crescente concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochissimi e delle cosiddette società del benessere, delle folli spese militari, della cultura dello scarto e di una mancata considerazione del mondo dal punto di vista delle periferie, della mancata tutela dei bambini e dei minori, degli anziani vulnerabili, dei bambini non ancora nati.

Non bastano soluzioni puramente ambientali

Uno dei grandi rischi del nostro tempo, allora, di fronte alla grave minaccia per la vita sul pianeta causata dalla crisi ecologica, è quello di non leggere questo fenomeno come l’aspetto di una crisi globale, ma di limitarci a cercare delle — pur necessarie e indispensabili — soluzioni puramente ambientali. Ora, una crisi globale domanda una visione e un approccio globale, che passa anzitutto per una rinascita spirituale nel senso più nobile del termine. Paradossalmente i cambiamenti climatici potrebbero diventare un’opportunità per farci le domande di fondo sul mistero dell’essere creato e su ciò per cui vale la pena vivere. Questo porterebbe a una profonda revisione dei nostri modelli culturali ed economici, per una crescita nella giustizia e nella condivisione, nella riscoperta del valore di ogni persona, nell’impegno perché chi oggi è ai margini possa essere incluso e chi verrà domani possa ancora godere della bellezza del nostro mondo, che è e rimarrà un dono offerto alla nostra libertà e alla nostra responsabilità.

Prendere coscienza di una cultura che si impone

La cultura dominante — quella che respiriamo attraverso le letture, gli incontri, lo svago, nei media, ecc. — è fondata sul possesso: di cose, di successo, di visibilità, di potere. Chi ha molto vale molto, è ammirato, considerato ed esercita una qualche forma di potere; mentre chi ha poco o nulla, rischia di perdere anche il proprio volto, perché scompare, diventa uno di quegli invisibili che popolano le nostre città, una di quelle persone di cui non ci accorgiamo o con cui cerchiamo di non venire a contatto. Certamente ciascuno di noi è anzitutto vittima di questa mentalità, perché veniamo in tanti modi bombardati da essa. Fin da bambini, cresciamo in un mondo dove un’ideologia mercantile diffusa, che è la vera ideologia e pratica della globalizzazione, stimola in noi un individualismo che diventa narcisismo, avidità, ambizioni elementari, negazione dell’altro… Pertanto, in questa nostra attuale situazione, un atteggiamento giusto e sapiente, anziché l’accusa o il giudizio, è anzitutto quello della presa di coscienza.

Strutture di peccato

Siamo coinvolti, infatti, in strutture di peccato (come le chiamava san Giovanni Paolo II) che producono il male, inquinano l’ambiente, feriscono e umiliano i poveri, favoriscono la logica del possesso e del potere, sfruttano in maniera esagerata le risorse naturali, costringono popolazioni intere a lasciare le loro terre, alimentano l’odio, la violenza e la guerra. Si tratta di un trend culturale e spirituale che opera una distorsione del nostro senso spirituale che viceversa — in virtù del nostro essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio — ci orienta naturalmente al bene, all’amore, al servizio nei confronti del prossimo.

Riscoprirsi persone appartenenti a una sola famiglia

Per questi motivi, la svolta non potrà venire semplicemente dal nostro impegno o da una rivoluzione tecnologica: senza trascurare tutto ciò, abbiamo bisogno di riscoprirci persone, cioè uomini e donne che riconoscono di essere incapaci di sapere chi sono senza gli altri, e che si sentono chiamati a considerare il mondo intorno a loro non come uno scopo in sé stesso, ma come un sacramento di comunione. In questo modo i problemi di oggi possono diventare delle autentiche opportunità affinché ci scopriamo davvero una sola famiglia, la famiglia umana.

Il perdono per superare la crisi ecologica

Mentre prendiamo consapevolezza che stiamo mancando l’obiettivo, che stiamo dando priorità a ciò che non è essenziale o addirittura a ciò che non è buono e fa male, può nascere in noi il pentimento e la richiesta di perdono. Sogno sinceramente una crescita nella consapevolezza e un pentimento sincero da parte di noi tutti, uomini e donne del XXI secolo, credenti e non, da parte delle nostre società, per esserci lasciati prendere da logiche che dividono, affamano, isolano e condannano. Sarebbe bello se diventassimo capaci di chiedere perdono ai poveri, agli esclusi; allora diventeremmo capaci di pentirci sinceramente anche del male fatto alla terra, al mare, all’aria, agli animali…

Chiedere e dare perdono sono azioni che sono possibili solo nello Spirito Santo, perché è Lui l’artefice della comunione che apre le chiusure degli individui; ed è necessario molto amore per mettere da parte il proprio orgoglio, per rendersi conto di aver sbagliato e per avere speranza che sono veramente possibili nuove strade. Il pentimento dunque per noi tutti, per la nostra èra, è una grazia da implorare umilmente al Signore Gesù Cristo, affinché nella storia questa nostra generazione possa essere ricordata non per i suoi errori, ma per l’umiltà e la saggezza di aver saputo invertire la rotta.

Ripartire dalle relazioni, non è sufficiente l’innovazione tecnologica

Quanto sto dicendo può forse apparire idealista e poco concreto, mentre appaiono più percorribili le strade che puntano a sviluppare delle innovazioni tecnologiche, alla riduzione del ricorso agli imballaggi, allo sviluppo dell’energia da fonti rinnovabili, ecc. Tutto questo è senza dubbio non solo doveroso, ma necessario. Eppure non è sufficiente. L’ecologia è ecologia dell’uomo e della creazione tutta intera, non solo di una parte. Come in una grave malattia non basta la sola medicina, ma occorre guardare al malato e capire le cause che hanno portato all’insorgere del male, così analogamente la crisi del nostro tempo va affrontata nelle sue radici. Il cammino proposto consiste allora nel ripensare il nostro futuro a partire dalle relazioni: gli uomini e le donne del nostro tempo hanno tanta sete di autenticità, di rivedere sinceramente i criteri della vita, di ripuntare su ciò che vale, ristrutturando l’esistenza e la cultura.

papa Francesco

 

il dono delle lacrime perché non ci resta che piangere

davanti a questa società rimangono solo le lacrime

si deridono gli ultimi, convinti che la ricchezza sia meritata si disprezzano i poveri

 

Illuminati dalla Parola, sospinti dallo Spirito, occorre perseguire l’alternativa evangelica al pensiero dominante.

da Altranarrazione

Ti chiediamo, Signore, il dono delle lacrime.
Lacrime di sdegno per l’ingiustizia, di compassione e di comprensione per i calpestati.
Vediamo il loro dolore per la scientifica sottrazione di opportunità e non vogliamo né girarci dall’altra parte, né passare oltre.
Ascoltiamo parole vuote di senso, senza partecipazione e non vogliamo né adeguarci, né addormentarci in una quiete ipocrita.
Ci troviamo nel cuore dell’Impero, in una società malata di distanza e ubriaca di gossip. Si vivono relazioni prigioniere della forma, si recita il copione previsto dal ruolo. Sul grande palcoscenico costruito dall’opulenza, la massima aspirazione è diventata una felicità di plastica. Senza luce negli occhi. Senza sorriso. Senza calore.
Non ci si ferma a confrontare il pensiero dominante con il paradigma evangelico. Non si considerano prospettive diverse, non emergono decisioni radicali, testimonianze autentiche. Scarseggiano i profeti, abbondano i replicanti. È una società rigida, legata dalla catena dell’immodificabilità, che preferisce la sicurezza garantita dai modelli iniqui alla novità introdotta dal dinamismo dello Spirito.
Si rende culto alla competizione con sofisticate liturgie. E non si manifestano dubbi o esitazioni neanche davanti al suo frutto avvelenato: il cinismo. Si abbandonano defunti e feriti per non perdere il “proprio” turno.
Rassicurati dai risultati raggiunti si deridono gli ultimi, convinti che la ricchezza sia meritata si disprezzano i poveri.
Perdonali, Signore, perché non sanno che insieme a Te si risorge da qualsiasi morte (soprattutto quando la causa è da ricercare nell’indifferenza, nella sopraffazione, nell’emarginazione).
Donaci, Signore, la grazia delle lacrime, perché il tempo è compiuto (Mc 1,15).

 Luca 7,31-35

«”A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: È indemoniato. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!. Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli”».

il ‘barbone’ guardato con imbarazzo e fastidio era il vescovo

in Colombia il vescovo si traveste da senzatetto

“ho capito la solitudine e l’indifferenza”

Tutti attendevano mons. Carlos Quintero, al convegno di Pastorale sociale, svoltosi qualche giorno fa nella diocesi di Armenia, nel dipartimento colombiano del Quindío. Invece il vescovo si è fatto aspettare. Ha fatto irruzione un personaggio vestito di stracci, un senza dimora, provocando l’imbarazzo e addirittura il fastidio dei presenti. Qualcuno ha pure lasciato la sala. Il “barbone” si è seduto qua e là, un paio di volte è incespicato senza che nessuno lo aiutasse… Poi, a sorpresa, è salito sul palco dei relatori. E ha svelato la sua vera identità

Un vescovo travestito da”barbone”. Qualcosa di più di una provocazione, anzi soprattutto la volontà di mostrare che “lo sguardo della Chiesa dev’essere quello dei poveri e della povertà”. Tutti attendevano mons. Carlos Quintero, al convegno di Pastorale sociale, svoltosi qualche giorno fa nella diocesi di Armenia, nel dipartimento colombiano del Quindío. Invece il vescovo si è fatto aspettare. Ha fatto irruzione un personaggio vestito di stracci, un senza dimora, provocando l’imbarazzo e addirittura il fastidio dei presenti. Qualcuno ha pure lasciato la sala. Il “barbone” si è seduto qua e là, un paio di volte è incespicato senza che nessuno lo aiutasse… Poi, a sorpresa, è salito sul palco dei relatori. E ha svelato la sua vera identità.

Un’idea maturata da tempo

Questo tipo di travestimento, lo si sa è diventato un “classico” del giornalismo, ma mai era accaduto che un vescovo adottasse una scelta di questo tipo per esercitare il suo ministero di annuncio del Vangelo. “Eppure l’idea mi era venuta da diverso tempo, prima ancora di diventare vescovo, mi incuriosiva vedere la reazione delle persone quando un povero, un senza dimora, entrava in una chiesa o in un ufficio, e aspettavo solo che ci fosse l’occasione”, confida al Sir mons. Quintero, cinquantaduenne, alla guida da meno di un anno di questa diocesi, situata nella Colombia centro-occidentale, nel cuore della cosiddetta zona cafetera, per il grande numero di piantagioni di caffè che rendono il Quindío un dipartimento turistico, caratterizzato da un paesaggio lussureggiante, non tra i più poveri del Paese sudamericano. “Tuttavia – prosegue il vescovo –

anche qui povertà e insicurezza aumentano, così come il numero di chi vive in strada. Per queste persone la nostra diocesi ha un progetto”.

L’occasione, dunque, si è presentata al convegno di Pastorale sociale. Racconta il presule: “E’ un settore pastorale al quale tengo molto, ho chiesto che ogni parrocchia o vicaria attivi un’opera sociale di aiuto ai più poveri. Il nostro sguardo di Chiesa non può che partire dai poveri e dalla povertà, ce lo chiede continuamente Papa Francesco. Sono arrivato presto al convegno, e ho iniziato il travestimento. Sono stato aiutato dalla compagnia Versión Libre Teatro. Pochissimi sapevano della mia intenzione. Poi sono entrato nella sala dove si sarebbe dovuto tenere il convegno”.

“Ho provato sulla mia pelle l’indifferenza”

Mons. Quintero racconta cosa ha provato in quel frangente:

“Fin dall’inizio ho cercato di immedesimarmi nella persona che stavo rappresentando. Devo dire che ho sperimentato una grande tristezza e desolazione interiore. Varie volte sono stato respinto dai presenti, molti erano in imbarazzo, altri hanno provato fastidio. Per la verità nessuno mi ha trattato realmente male, ma ho provato sulla mia pelle, tanta indifferenza, quella sì. Se devo sintetizzare in una parola l’esperienza che ho vissuto, è proprio l’indifferenza. Nessuno mi ha chiamato, mi ha rivolto la parola. Ho capito la solitudine della persona che si trova in una situazione come questa”.

E quando il vescovo ha svelato la sua identità?

“Molti si sono stupiti, qualcun altro si è complimentato, credo che per tutti si sia trattato di un invito alla riflessione, alla conversione. L’obiettivo era quello di risvegliare nei fedeli una grande sensibilità sociale. L’esperimento ci ha permesso di parlare del tema dell’ingiustizia sociale e della situazione delle persone senza dimora. Ogni persona povera ha dei talenti e potrebbe portare un importante contributo alla società. E’ molto importante portare la fede sulla strada, entrare in contatto con le persone più povere. Su questi temi vogliamo continuare a lavorare, senza cadere però nell’assistenzialismo, ma aiutando le persone a uscire dalla loro situazione, a camminare con le loro gambe”.

suor Forcades continua le sue battaglie dentro e fuori della chiesa

suor Forcades

con papa Francesco nella chiesa “le persone che parlano dell’unione omosessuale come benedetta da Dio hanno smesso di essere perseguitate”

 

il volto del cristianesimo del terzo millennio secondo E. Bianchi

il giudizio di Dio sulle nostre omissioni

di Enzo Bianchi
in “Vita pastorale” dell’ottobre 2019

C’è una domanda che spesso mi viene rivolta e che anch’io pongo con frequenza a me stesso: noi, cristiani di oggi, all’inizio del terzo millennio come ci descriviamo? Come vogliamo vivere, da cristiani, in questa società dell’Europa occidentale multireligiosa e multiculturale? Innanzitutto, non dovremmo dimenticare che il primo nome dato ai discepoli di Gesù dopo la Pentecoste è stato “i credenti” (At 5,14). I discepoli e le discepole di Gesù furono chiamati così a causa della specificità della loro fede, della differenza tra la loro fede, il cui iniziatore era Gesù, e la fede giudaica. C’è una semplicità della fede cristiana che dobbiamo saper assumere, soprattutto in questo tempo in cui il cristianesimo rischia d’essere posto in concorrenza cori le altre religioni, in primo luogo con i monoteismi, quindi con le varie spiritualità presenti nella nostra società. La nostra fede deve insistere sull’evidenza che «Dio nessuno l’ha mai visto», «nessuno l’ha mai contemplato», e che Gesù di Nazaret l’ha rivelato e raccontato a noi con la sua stessa vita umana, le sue parole, le sue azioni, i suoi sentimenti. La singolarità della fede cristiana sta tutta in questa “umanizzazione di Dio”, che s’è fatto uomo, carne, cioè corpo, respiro, sensibilità, libertà, parola e gesto. Dio s’è fatto veramente uomo! La fede cristiana deve confessare, oggi più che mai, l’umanità di Gesù Cristo come carne di Dio. Per la maggioranza delle persone Dio è oggi un’espressione ambigua. Di fronte alla questione “Dio” c’è indifferenza. E, da parte delle nuove generazioni, addirittura diffidenza. Perché Dio è spesso assimilato all’intolleranza e all’integralismo religioso. Ebbene, noi cristiani, consapevoli dell’idolatria sempre possibile nelle immagini di Dio, aderiamo a Gesù quale «immagine del Dio invisibile». Sappiamo che solo attraverso Gesù andiamo a Dio, e che solo vedendo Gesù possiamo vedere il Padre. Dio s’è fatto uomo, e nell’umanità vissuta da Gesù s’è fatto conoscere a noi. Gesù ha rivelato Dio perché è stato umanissimo. Nella sua vita umana ha tracciato i cammini che ci portano a Dio e, nello stesso tempo, all’umanizzazione autentica. In virtù della rivelazione di Dio fatta da Gesù, la nostra fede confessa che «Dio è amore, carità». Da questa fede-fiducia nasce l’amore che noi cristiani dovremmo vivere in mezzo agli altri uomini e donne. È significativo che Gesù non abbia mai cercato un riconoscimento della sua missione e, di conseguenza, della missione dei discepoli, ma abbia offerto un criterio molto semplice: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Non basta invocare il Signore, non basta ascoltare la sua parola né mangiare e bere con lui per essere cristiani. Occorre vivere l’amore, la carità, come Gesù stesso l’ha vissuta “fino all’estremo”, fino al dono della propria vita a servizio degli altri. Proprio per questo il giudizio finale su tutta l’umanità di ogni terra e di ogni tempo sarà fondato sulle relazioni che ciascuno avrà vissuto con gli altri. Gesù non ci ammonisce su un giudizio che riguarda le nostre debolezze e fragilità di uomini e donne, ma sulle nostre omissioni quando incontriamo l’altro, in particolare il bisognoso: l’affamato, l’assetato, lo straniero, il povero, il malato, il carcerato (cf Mt 25,31-46). Ciò che è chiesto al cristiano è di incontrare l’altro in quanto essere umano come lui, ascoltandolo fino a discernere il suo bisogno, la sua sofferenza. Fino a prendersene cura, all’insegna della gratuità. Questa carità vissuta esprime la verità dell’appartenenza a Cristo e richiede che i cristiani sappiano dare una forma politica alla solidarietà, all’uguaglianza, alla giustizia. Occorre un’opzione personale e preferenziale per i bisognosi, ma guai se i cristiani non sapessero assumersi responsabilità nella polis e restassero afoni nella società! Nella nostra Europa siamo sempre più testimoni che i cristiani, la cui carità personale non viene meno, restano però incapaci di far sentire con efficacia la loro presenza di fronte alla costruzione di muri e barriere alle frontiere degli Stati. Incapaci di opporsi alla moltiplicazione degli egoismi nazionali, che non sanno governare le migrazioni e negano l’accoglienza a chi fugge la fame, la violenza, le guerre, e cerca semplicemente una vita più umana.
Si tratta di manifestare, innanzitutto con la vita, che l’amore è un dono gratuito, e che può essere vissuto in questo mondo. E tutto ciò fino all’amore del non amabile, fino all’amore del nemico, sempre sull’esempio di Gesù. Un messaggio eloquente per tutti. Infine, la nostra condizione di cristiani ci chiede di rispondere a un’ultima domanda, che formulo parafrasando le parole di Immanuel Kant: «Che cosa la nostra fede e il nostro amore vissuto ci permettono di sperare?». Viviamo in un tempo segnato dalla presenza di molte paure, che hanno spento le grandi speranze delle ideologie e delle utopie secolarizzate; un tempo che è posto sovente sotto il segno della crisi e, a volte, letto come “tempo della fine”. Non è un caso che papa Francesco chieda con insistenza di combattere e vincere le paure, come antidoto al rinchiudersi in un orizzonte individualistico, in un vortice di egoismo. Il cristiano subisce oggi la tentazione di rifugiarsi in una spiritualità seducente, che appare accattivante ed efficace. Una spiritualità che consiste nel presentare la salvezza come “benessere individuale”. Si propone un deismo etico-terapeutico, che cerca armonia e benessere quotidiano e sazia il bisogno di conforto interiore. In questa spiritualità il primato viene accordato a un dioenergia, all’offerta di un moralismo dettato dall’antropologia, alla salvezza come pace interiore. Si assiste al trionfo di una speranza terapeutica: l’unica salvezza che si attende e si persegue è la salute, la guarigione e, più in profondità, tutto ciò che coincide con l’interesse momentaneo dell’individuo. Non sembra, dunque, esserci più spazio né per la grazia, cioè per l’amore preveniente di Dio, né per una speranza che sia speranza per tutti. Ma ricordiamolo bene: la speranza cristiana è quella del Vangelo, della buona notizia. Ed è speranza di liberazione, innanzitutto, dalla morte. Qui si evidenzia la timidezza dei cristiani, che non riescono ad affermare che proprio la vittoria sulla morte è lo specifico della loro fede. Di più, se la vita di Gesù è stata “vita salvata” dalla forma e dallo stile del suo vivere; se la sua pratica di umanità sapeva destare fiducia e speranza, allora ancora oggi per il cristiano è possibile conoscere la speranza di una vita che trovi una ragione per essere vissuta e donata. Ed è a partire da questa prassi quotidiana che si può giungere a sperare con tutti e per tutti.

Occorre un’opzione preferenziale e personale per i bisognosi, ma guai se i cristiani restassero afoni nella società

Come vogliamo vivere da cristiani in questa società dell’Europa occidentale che è multireligiosa e multiculturale? La carità vissuta richiede che i cristiani sappiano dare anche una forma politica alla solidarietà, all’uguaglianza e alla giustizia

Al cristiano è chiesto d’incontrare l’altro, fino a prendersene cura all’insegna della totale gratuità

per papa Francesco è più cristiano dire ‘prima gli ultimi’ che ‘prima i nostri’

il papa sui migranti

il motto dei veri cristiani è

«prima gli ultimi»


Il Messaggio del Santo Padre per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2019, che si celebrerà il prossimo 29 settembre, sul tema “Non si tratta solo di migranti”

Foro Osservatore Romano

il testo del Messaggio del papa per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2019, che si celebrerà in prossimo 29 settembre

Cari fratelli e sorelle,

la fede ci assicura che il Regno di Dio è già presente sulla terra in modo misterioso (cfr CONC. ECUM. VAT. II, Cost. Gaudium et spes, 39); tuttavia, anche ai nostri giorni, dobbiamo con dolore constatare che esso incontra ostacoli e forze contrarie. Conflitti violenti e vere e proprie guerre non cessano di lacerare l’umanità; ingiustizie e discriminazioni si susseguono; si stenta a superare gli squilibri economici e sociali, su scala locale o globale. E a fare le spese di tutto questo sono soprattutto i più poveri e svantaggiati.

Le società economicamente più avanzate sviluppano al proprio interno la tendenza a un accentuato individualismo che, unito alla mentalità utilitaristica e moltiplicato dalla rete mediatica, produce la “globalizzazione dell’indifferenza”. In questo scenario, i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta sono diventati emblema dell’esclusione perché, oltre ai disagi che la loro condizione di per sé comporta, sono spesso caricati di un giudizio negativo che li considera come causa dei mali sociali. L’atteggiamento nei loro confronti rappresenta un campanello di allarme che avvisa del declino morale a cui si va incontro se si continua a concedere terreno alla cultura dello scarto. Infatti, su questa via, ogni soggetto che non rientra nei canoni del benessere fisico, psichico e sociale diventa a rischio di emarginazione e di esclusione.

Per questo, la presenza dei migranti e dei rifugiati – come, in generale, delle persone vulnerabili – rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità. Ecco perché “non si tratta solo di migranti”, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; prendendoci cura di loro, cresciamo tutti; ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista.

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27). Non si tratta solo di migranti: si tratta anche delle nostre paure. Le cattiverie e le brutture del nostro tempo accrescono «il nostro timore verso gli “altri”, gli sconosciuti, gli emarginati, i forestieri […]. E questo si nota particolarmente oggi, di fronte all’arrivo di migranti e rifugiati che bussano alla nostra porta in cerca di protezione, di sicurezza e di un futuro migliore. È vero, il timore è legittimo, anche perché manca la preparazione a questo incontro» (Omelia, Sacrofano, 15 febbraio 2019). Il problema non è il fatto di avere dubbi e timori. Il problema è quando questi condizionano il nostro modo di pensare e di agire al punto da renderci intolleranti, chiusi, forse anche – senza accorgercene – razzisti. E così la paura ci priva del desiderio e della capacità di incontrare l’altro, la persona diversa da me; mi priva di un’occasione di incontro col Signore (cfr Omelia nella Messa per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 14 gennaio 2018).

«Se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?» (Mt 5,46). Non si tratta solo di migranti: si tratta della carità. Attraverso le opere di carità dimostriamo la nostra fede (cfr Gc 2,18). E la carità più alta è quella che si esercita verso chi non è in grado di ricambiare e forse nemmeno di ringraziare. «Ciò che è in gioco è il volto che vogliamo darci come società e il valore di ogni vita. […] Il progresso dei nostri popoli […] dipende soprattutto dalla capacità di lasciarsi smuovere e commuovere da chi bussa alla porta e col suo sguardo scredita ed esautora tutti i falsi idoli che ipotecano e schiavizzano la vita; idoli che promettono una felicità illusoria ed effimera, costruita al margine della realtà e della sofferenza degli altri» (Discorso presso la Caritas Diocesana di Rabat, 30 marzo 2019).

«Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione» (Lc 10,33). Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità. Ciò che spinge quel Samaritano – uno straniero rispetto ai giudei – a fermarsi è la compassione, un sentimento che non si spiega solo a livello razionale. La compassione tocca le corde più sensibili della nostra umanità, provocando un’impellente spinta a “farsi prossimo” di chi vediamo in difficoltà. Come Gesù stesso ci insegna (cfr Mt 9,35-36; 14,13-14; 15,32-37), avere compassione significa riconoscere la sofferenza dell’altro e passare subito all’azione per lenire, curare e salvare. Avere compassione significa dare spazio alla tenerezza, che invece la società odierna tante volte ci chiede di reprimere. «Aprirsi agli altri non impoverisce, ma arricchisce, perché aiuta ad essere più umani: a riconoscersi parte attiva di un insieme più grande e a interpretare la vita come un dono per gli altri; a vedere come traguardo non i propri interessi, ma il bene dell’umanità» (Discorso nella Moschea “Heydar Aliyev”di Baku, Azerbaijan, 2 ottobre 2016).

«Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10). Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessuno. Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili, ai quali si impedisce di sedersi a tavola e si lasciano le “briciole” del banchetto (cfr Lc 16,19-21). «La Chiesa “in uscita” […] sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 24). Lo sviluppo esclusivista rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Lo sviluppo vero è quello che si propone di includere tutti gli uomini e le donne del mondo, promuovendo la loro crescita integrale, e si preoccupa anche delle generazioni future.

«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,43-44). Non si tratta solo di migranti: si tratta di mettere gli ultimi al primo posto. Gesù Cristo ci chiede di non cedere alla logica del mondo, che giustifica la prevaricazione sugli altri per il mio tornaconto personale o quello del mio gruppo: prima io e poi gli altri! Invece il vero motto del cristiano è “prima gli ultimi!”. «Uno spirito individualista è terreno fertile per il maturare di quel senso di indifferenza verso il prossimo, che porta a trattarlo come mero oggetto di compravendita, che spinge a disinteressarsi dell’umanità degli altri e finisce per rendere le persone pavide e ciniche. Non sono forse questi i sentimenti che spesso abbiamo di fronte ai poveri, agli emarginati, agli ultimi della società? E quanti ultimi abbiamo nelle nostre società! Tra questi, penso soprattutto ai migranti, con il loro carico di difficoltà e sofferenze, che affrontano ogni giorno nella ricerca, talvolta disperata, di un luogo ove vivere in pace e con dignità» (Discorso al Corpo Diplomatico, 11 gennaio 2016). Nella logica del Vangelo gli ultimi vengono prima, e noi dobbiamo metterci a loro servizio.

«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Non si tratta solo di migranti: si tratta di tutta la persona, di tutte le persone. In questa affermazione di Gesù troviamo il cuore della sua missione: far sì che tutti ricevano il dono della vita in pienezza, secondo la volontà del Padre. In ogni attività politica, in ogni programma, in ogni azione pastorale dobbiamo sempre mettere al centro la persona, nelle sue molteplici dimensioni, compresa quella spirituale. E questo vale per tutte le persone, alle quali va riconosciuta la fondamentale uguaglianza. Pertanto, «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (S. PAOLO VI, Enc. Populorum progressio, 14).

«Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). Non si tratta solo di migranti: si tratta di costruire la città di Dio e dell’uomo. In questa nostra epoca, chiamata anche l’era delle migrazioni, sono molte le persone innocenti che cadono vittime del “grande inganno” dello sviluppo tecnologico e consumistico senza limiti (cfr Enc. Laudato si’, 34). E così si mettono in viaggio verso un “paradiso” che inesorabilmente tradisce le loro aspettative. La loro presenza, a volte scomoda, contribuisce a sfatare i miti di un progresso riservato a pochi, ma costruito sullo sfruttamento di molti. «Si tratta, allora, di vedere noi per primi e di aiutare gli altri a vedere nel migrante e nel rifugiato non solo un problema da affrontare, ma un fratello e una sorella da accogliere, rispettare e amare, un’occasione che la Provvidenza ci offre per contribuire alla costruzione di una società più giusta, una democrazia più compiuta, un Paese più solidale, un mondo più fraterno e una comunità cristiana più aperta, secondo il Vangelo» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

Cari fratelli e sorelle, la risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma questi verbi non valgono solo per i migranti e i rifugiati. Essi esprimono la missione della Chiesa verso tutti gli abitanti delle periferie esistenziali, che devono essere accolti, protetti, promossi e integrati. Se mettiamo in pratica questi verbi, contribuiamo a costruire la città di Dio e dell’uomo, promuoviamo lo sviluppo umano integrale di tutte le persone e aiutiamo anche la comunità mondiale ad avvicinarsi agli obiettivi di sviluppo sostenibile che si è data e che, altrimenti, saranno difficilmente raggiunti.

Dunque, non è in gioco solo la causa dei migranti, non è solo di loro che si tratta, ma di tutti noi, del presente e del futuro della famiglia umana. I migranti, e specialmente quelli più vulnerabili, ci aiutano a leggere i “segni dei tempi”. Attraverso di loro il Signore ci chiama a una conversione, a liberarci dagli esclusivismi, dall’indifferenza e dalla cultura dello scarto. Attraverso di loro il Signore ci invita a riappropriarci della nostra vita cristiana nella sua interezza e a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione, alla costruzione di un mondo sempre più rispondente al progetto di Dio.

È questo l’auspicio che accompagno con la preghiera invocando, per intercessione della Vergine Maria, Madonna della Strada, abbondanti benedizioni su tutti i migranti e i rifugiati del mondo e su coloro che si fanno loro compagni di viaggio.

la forza rivoluzionaria della misrericordia secondo il vescovo Zuppi

io, vescovo di strada, vi spiego la “misericordia rivoluzionaria”

  

il vescovo di Bologna Matteo Zuppi, già assistente spirituale di Sant’Egidio, ha spiegato a Rimini il ruolo della Chiesa in un’epoca di svolte epocali

«Non esiste un bene cattolico, perché il bene comune è di tutti, e dobbiamo cercarlo insieme agli altri, anche ai musulmani. La misericordia è la vera rivoluzione. A patto che non sia declinata al ribasso»

 

Copertina

La misericordia deve essere “rivoluzionaria”, e la Chiesa deve aprirsi per cercare il bene comune, che non è un bene solo cattolico (perché non esiste) ma un bene di tutti. Sono stati questi alcuni dei significativi passaggi dell’intervento al Meetgin di Rimini di monsignor Matteo Maria Zuppi, romano, 60 anni, dal 2012 vescovo ausiliare di Roma ma per molti anni parroco a Trastevere ed esponente della Comunità di Sant’Egidio. Il “prete di strada”, nominato a sorpresa da papa Francesco vescovo di Bologna, che gira per la città con la sua semplice utilitaria ed è stato il primo esponente dell’episcopato a salire sul palco del 1° maggio per salutare i lavoratori, era chiamato a parlare del Convegno ecclesiale di Firenze e delle ricadute sulla Chiesa italiana, ma ha in realtà spaziato toccando molti temi sociali, con un intervento che ha ricevuto numerosi applausi dalla platea.

A partire dall’inizio, quando il prelato ha voluto ricordare la tragedia del terremoto di questa notte, facendo recitare al pubblico un Padre Nostro e un’Ave Maria. Zuppi (che finì sui giornali ai tempi delle polemiche su monsignor Luigi Negri, accusato di aver criticato la sua nomina a vescovo) è poi passato ad analizzare, lodandolo, il tema del Meeting “Tu sei un bene per me”, affermando che «la solitudine è la grande minaccia di questi tempi di individualizzazione, in cui si diffida di tutto e ci si infastidisce della concretezza dell’altro», soprattutto, ha continuato il vescovo di Bologna, «del profugo, del diverso».

Zuppi ha poi proseguito invitando a cercare «un bene non solo soggettivo e individuale, ma un bene che è di e per tutti, insieme agli altri, anche ai musulmani», sottolineando come «non esiste un bene cattolico, perché il bene comune è di tutti, e dobbiamo cercarlo con gli altri con intelligenza, umiltà e visione. Dobbiamo accettare la sfida della ricostruzione, come 70 anni fa», ha aggiunto, riprendendo le parole del presidente Mattarella a Rimini, «perché tanto bene comune è stato distrutto, a iniziare dalla speranza, e la responsabilità di queste macerie sono tante: dissennatezza, ignavia, indifferenza, presunzione e furto, non solo di soldi ma anche di speranza».

Riprendendo i temi del convegno di Firenze, l’arcivescovo ha poi toccato il tema della misericordia, declinandola però secondo l’accezione data dalla poetessa e mistica francese Madeleine Delbrêl, che scrisse di una «misericordia rivoluzionaria»: i cristiani, cioè, non si devono modellare a misericordia al ribasso, riducendosi a essere medici, infermieri o operatori sociali; devono rifiutare la misericordia del giusto mezzo, da burocrati. La chiesa – ha detto – «è come una madre ansiosa alla porta di un ospedale dove degli estranei curano i suoi figli».

La conclusione del suo intervento ha riguardato la necessità che i cristiani diano una scossa al loro agire, senza perdersi in contrapposizioni tra conservatori e progressisti: «La vicenda della Siria e di Aleppo e dei suoi cristiani ci ammoniscono, ci sfidano a essere più svegli, più forti e uniti per avere una misericordia rivoluzionaria che cambia le cose, lascia un’impronta. La misericordia fa entrare nella storia».

« Siamo di fronte a una svolta epocale», ha continuato, «e non possiamo essere mediocri, anche nella Chiesa. La contrapposizione non è tra conservatori e progressisti ma tra la Chiesa prima di pentecoste, chiusa, che non si misura con il mondo, e una Chiesa piena del fuoco dell’amore che la spinge a uscire a parlare tutte le lingue dei cuori degli uomini».

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