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il sì del papa e il no del cardinale ai due ‘preti ribelli’ – ma per fortuna che c’è … Bassetti

il cardinale di Firenze su don Milani
«no alla causa di beatificazione»

secondo mons. Betori il parroco di Barbiana non fu mai escluso dalla Chiesa ed è stato impropriamente usato come modello di contestazione

«Ma ora si chiude una fase»

Per don Lorenzo Milani non ci sarà alcun «processo canonico. Assolutamente no, almeno fino a quando ci sarò io. Dopo non tocca a me dirlo… ma io non credo alla santità di don Lorenzo: qui non ci farò un santuario». Lo ha detto l’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, al termine della visita di Papa Francesco a Barbiana. «A Barbiana mi aspetto che non cambi nulla», ha aggiunto Betori ricordando che già ora la piccola chiesa di don Lorenzo è meta di oltre 10 mila persone l’anno, moltissimi studenti, e soffermandosi a lungo sulle parole del Papa che ha richiamato la fedeltà di don Milani alla Chiesa. «La giornata porta luce ulteriore sulla figura di don Lorenzo» e nella chiesa fiorentina, «e spero che questa nostra chiesa sia capace di riprendere in mano pagine difficili. Una chiesa – ha concluso il cardinale – mai rifiutata da questo suo figlio».

«Mai escluso dalla Chiesa»

«Io credo poco a riabilitazioni postume. Don Milani non si è mai sentito escluso dalla Chiesa, ha sempre rivendicato di starci dentro» ha aggiunto il cardinale Betori, ricordando che don Lorenzo «non appartiene alla contestazione ecclesiastica, è stato utilizzato da questa, come don Mazzolari, ma non è mai stato in contrapposizione. E per questo non c’è niente da riparare. Nella Chiesa ci si sta, soffrendo ma anche godendo e oggi abbiamo goduto». La giornata di oggi «riporta luce sulla Chiesa fiorentina che, mi auguro, sarà capace di riprendere in mano pagine ancora difficili da recuperare, comprendere bene nella specificità delle situazioni» ha proseguito l’arcivescovo di Firenze, ribadendo che questa Chiesa «non ebbe un facile rapporto con suo figlio, ma mai fu da lui rifiutata, da un sacerdote che con il suo essere maestro ed educatore fu sacerdote fino in fondo, che visse la sua missione di riscatto degli ultimi».

 

capire perché fu ostacolato

Per un verso, con la visita di Papa Francesco, «si chiude il percorso di recupero della dimensione ecclesiale di don Milani, iniziato con il cardinale Silvano Piovanelli – ha spiegato ancora Betori, che al suo fianco aveva i rappresentanti degli allievi di don Lorenzo, di Calenzano e di Barbiana e il sindaco di Vicchio, Roberto Izzo – ma ora abbiamo un compito nuovo, che è capire le ragioni per cui era stato ostacolato, ragioni che vanno rimosse, e questo è il compito della Chiesa. Anche per questo nel prossimo mese di ottobre organizzeremo un convegno su `Esperienze pastorali”. L’arcivescovo si è detto convinto che don Milani sarebbe stato lo stesso anche in una parrocchia del centro di Firenze, come «San Lorenzo. Credo sarebbe stato se stesso anche lì. Barbiana non era Scampia: qui c’era tutto da fare anche per la dignità, e io ammiro la sua fede assoluta, senza la quale non si spiega niente: ha vissuto il suo sacerdozio spendendosi totalmente per i più poveri».

 il cardinale Bassetti

“don Lorenzo Milani per me è un santo”


di Stefania Falasca 
Il presidente della Cei conosceva bene il priore di Barbiana: come Mazzolari era un prete fino in fondo. «Aveva una fedeltà assoluta alla Chiesa»

Don Lorenzo Milani (Ansa)

don Lorenzo Milani

«No, non direi che la visita del Papa possa essere considerata un risarcimento. Tutti abbiamo sofferto e pagato qualcosa. Anche il Papa ne ha avuto. E quello che si è pagato non ce lo può dare il Papa, non ce lo dà la Chiesa, ma Dio». Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, commenta così la visita di papa Francesco a Barbiana. Un gesto che «ci dice semplicemente che quest’uomo, questo sacerdote ha camminato sulla strada giusta, è stato un pastore fedele. E la Chiesa oggi ne riconosce la profezia».

Nativo del Mugello, l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, conosce bene il priore di Barbiana, per lui è uno di casa. «I profeti li fa Dio – aggiunge – e li fa in un determinato tempo, nunc pro tunc, ora e per dopo. E allora io dico che di don Mazzolari c’è bisogno oggi, e così di don Milani».

Quella di andare a Bozzolo e Barbiana è ancora una volta una scelta in direzione degli ultimi. «Come quella di andare a benedire le case – continua il presidente della Cei –. Che vuol dire? C’era bisogno che il Papa andasse a benedire le case? Voleva dire: sacerdoti ricordatevi di visitare le vostre famiglie. Sono segni esemplari che il Papa fa come pastore di tutta la Chiesa perché noi possiamo seguirlo. E certamente è un fatto esemplare andare sulle tombe di don Mazzolari e di don Milani».

Nella riflessione del porporato non può mancare il ricordo personale di don Milani. «Era un uomo che aveva un’intelligenza creativa e che io, per le sue scelte così radicali e coerenti e per il primato che ha dato alla coscienza, ho spesso paragonato a Newman. Lui è stato, diciamo così, un po’ come Gesù: un segno di contraddizione». Bassetti racconta come fosse ieri l’incontro avuto con don Milani, da seminarista quando partì in lambretta da Firenze con un suo amico del Seminario, di nascosto perché il rettore non gli avrebbe potuto dare il permesso. «Ma ci venne il desiderio di conoscere questo prete, che vedevamo sulle riviste ». Quell’incontro è rimasto fissato nella sua memoria: «A Barbiana don Milani ci venne incontro sulla strada: “Chi siete?” chiese. Eravamo in talare, ci riconobbe come due seminaristi. “Avete chiesto il permesso al rettore? – aggiunse –. “No”. “Ecco, si comincia male”, disse. “Fossi io il rettore vi butterei tutt’e due fuori dal Seminario, perché siete disobbedienti”. Questo era don Milani». Si è parlato molto del paradosso di questa “disobbedienza obbedientissima” del priore di Barbiana. Lei cosa ne pensa? «Se don Milani non fosse stato obbedientissimo, non avrebbe avuto senso la visita di papa Francesco a Barbiana, perché sarebbe stato uno dei tanti preti anticonformisti che si sono distinti con un carattere estremamente forte… Ma don Milani non è tutto questo. Don Milani è un prete fino in fondo, un uomo con una fedeltà assoluta alla Chiesa e alla sua coscienza».

Eminenza, lei ha parlato di primato della coscienza… «È Il coraggio suggerito da Dio di dire la verità senza disobbedire alla Chiesa. Obbedire a Dio prima che agli uomini e loro, don Mazzolari come don Milani, l’hanno fatto. Ma queste sono delle costanti e delle linee direttrici per la Chiesa di ogni tempo». Don Milani è un sacerdote che dopo l’esperienza di Calenzano, piuttosto breve, va certamente inquadrato per quindici anni, dal 1952 a 1967, a Barbiana, dove è stato parroco solo di un centinaio di anime. È ancora incompreso don Milani secondo lei? «Non credo che tutti l’abbiamo compreso – sottolinea il presidente della Cei –. Quando la sua mamma è andata per la prima volta a Barbiana scrive una lettera dove lei gli dice: “Lorenzo non avere paura… parleremo con il cardinale, prima o poi te leva da lì,stai tranquillo”. E lui le dà una riposta feroce. È l’unica volta: “Tu misuri la dignità di un prete dalla grandezza della parrocchia. Ma che importa se un parroco ha dieci anime o ottantamila, quando è chiamato ad annunciare il Vangelo e a fare il prete nell’obbedienza dove stato chiamato. Io sono contento di essere a Barbiana e ti dico che voglio morire a Barbiana”. Don Milani è un prete fino in fondo intriso della sua missione della grazia di Dio. Non si spiegano né Mazzolari né Milani senza il tocco della grazia di Dio, senza il loro attaccamento ai sacramenti, alla visione sacramentale della Chiesa».

Mazzolari e Milani, «preti autentici», modelli che possono essere riproposti anche alla Chiesa di oggi. Per don Mazzolari sta per aprirsi la causa di canonizzazione. Secondo lei è santo don Milani? «Don Lorenzo Milani è santo, per come l’ho conosciuto io, è un santo». «Del resto – aggiunge il cardinale Bassetti – chi è il santo? Non è quello che ha meno difetti di tutti o che moralmente ha il profilo più alto di tutti, questa non è la santità. Il santo per me è uno che è vaccinato di Spirito Santo. E lo rimane certo… anche con il suo caratteraccio, perché don Lorenzo a volte ha avuto dei modi di trattare quasi al limite. Ma possiamo dire è un santo, anche senza aureola riconosciuta canonicamente, perché tutto in lui nasceva dalla purezza del cuore e in questo modo insegnava e andava avanti nella ricerca della perfezione, confidando nella realtà dei sacramenti». La sua osservazione non stenterebbe certo a trovare consensi anche presso i suoi ex alunni e a quelli che sono stati accanto al priore di Barbiana, ma che forse non vorrebbero la sua canonizzazione. «Vuole un mio parere? Preferirei ora tenermi il mio Lorenzo con me, che per me è un grande santo, anche senza l’aureola. Non c’è bisogno che don Lorenzo faccia i miracoli, perché la sua vita è stata un miracolo».

l’evento storico dell’onore restituito da parte di papa Francesco a don Milani e don Mazzolari

 

don Milani e don Mazzolari, il primo Papa a casa dei due preti ribelli

19/06/2017 

oggi papa Francesco rende onore ai due grandi sacerdoti che avevano anticipato il vento del Concilio

storia di due anime tormentate e a lungo incomprese

Tra Barbiana e Bozzolo ci sono 155,6 km in linea d’aria. Papa Francesco li percorrerà in elicottero la mattina del 20 giugno. Bozzolo e Barbiana non sono soltanto quello che sono fisicamente: un paesone in provincia di Mantova sotto la diocesi di Cremona e una punta di campanile tra le case sparse nella vegetazione intricata dei monti del Mugello a 40 km da Firenze.

Sono molto di più: sono il luogo, fisico e spirituale, di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani. Il luogo delle loro – diverse – solitudini, anche. Solitudini spiritualmente vicine, molto più dei chilometri che li dividevano. Solitudini che oggi prova a raccogliere in un abbraccio comune – per la prima volta a 50 anni dalla morte di Lorenzo Milani e 58 dalla morte di Primo Mazzolari – papa Francesco.

Abbiamo chiesto a Mariangela Maraviglia, storica della Chiesa, nel comitato scientifico della Fondazione Don Primo Mazzolari, una vita a studiare i “disobbedienti”, Mazzolari, Milani, Turoldo, di guidarci a capire la “storicità” di questo viaggio, in luoghi in cui arrivavano a fatica i vescovi, figuriamoci un Papa. «C’è di certo una portata storica in questa visita: queste due figure furono in vita condannate da una Chiesa che tentò inutilmente di ridurle al silenzio: furono censurati i loro libri, nel caso di Mazzolari anche la predicazione, don Milani fu esiliato a Barbiana, gli fu ritirato dal commercio Esperienze pastorali (quel decreto dell’allora Sant’Uffizio è stato dichiarato decaduto solo nel 2015 da papa Francesco, ndr). Furono osteggiati anche dopo la morte e anche dopo il concilio Vaticano II. Ancora oggi non sono unanimemente amati. E ora vengono riconosciuti da un Papa come figure degne di speciale attenzione. A me sembra che questa visita possa essere letta come un segno esteriore, rilevante simbolicamente, di quel cambio di passo, qualcuno ha detto della “rivoluzione culturale”, che Francesco sta imprimendo alla Chiesa; poi per capire meglio l’intenzione di Francesco dovremo sentire le sue parole. Ma sicuramente possiamo dire che don Milani e don Mazzolari avvertirono fortemente nella propria vita la necessità che la Chiesa fosse come indica il Papa: “Non una Chiesa chiusa in sé stessa, autoreferenziale, ma un corpo vivente che cammina e agisce nella storia”. Ho l’impressione che in entrambi papa Francesco individui quell’amore fattivo per gli “scartati della storia” e insieme quella fedeltà alla Chiesa, mai venuta meno, che fanno di loro testimoni privilegiati del modello di Chiesa che il Papa indica nel suo ministero quotidiano».

AFFINITÀ ELETTIVE

Don Milani e don Mazzolari non si sono mai incontrati ma in vita si sono conosciuti, scambiandosi poche lettere; da queste si colgono una consonanza profonda e alcuni innegabili elementi comuni pur appartenendo a generazioni diverse: Mazzolari era nato nel 1890 e morto nel 1958, don Milani è morto il 26 giugno del 1967 a 44 anni.

«Li accomuna», continua Mariangela Maraviglia, «il metodo, per dirla con Mazzolari, dell’incarnazione: la convinzione che il cristianesimo nasca dall’incarnazione di Cristo nella storia, che non possa ridursi a uno “spiritualismo disincarnato”. Li accomuna la convinzione, sintetizzata nell’I care (“mi interessa”) milaniano, che un cristiano che prenda sul serio il Vangelo non possa che tradurlo nello spendersi per una società più giusta. Li accomuna il fatto di credere nel dialogo con i lontani, cosa che portò entrambi a prese di posizioni costose in epoca di scomunica dei comunisti. Mazzolari sul quindicinale Adesso, da lui fondato, a quel proposito scrisse: “Il Vangelo mi chiede di condannare l’errore ma di amare l’errante: condanno il comunismo, amo i comunisti”».

Don Milani, con pragmatismo, negli stessi anni, a San Donato a Calenzano, fondò una scuola laica, ponendosi il problema di non imporre ai figli degli operai comunisti scelte laceranti tra la scuola popolare e la famiglia: «Nella sua visione credenti e atei devono dialogare senza preclusioni per la ricerca della verità».

SEMPRE DENTRO LA CHIESA

Anche nei momenti di massima amarezza, di fronte a una Chiesa non pronta a comprendere le urgenze pragmatiche dei contesti sociali in cui operavano: «Don Milani e don Mazzolari non pensarono mai che la Chiesa potesse essere abbandonata, neppure quando li colpiva con durezza. Nessun dubbio per loro che il primato del Vangelo e della coscienza debbano essere affermati dentro la Chiesa, non contro. A questo proposito Mazzolari parlava di “servire in piedi”, concetto che anche Milani ha applicato vivendo».

Una sintonia a distanza la loro che si è nutrita anche di significative differenze: «Mazzolari, figlio di contadini, era entrato in seminario a 12 anni, Milani, di famiglia facoltosa, colta e laica, folgorato dalla vocazione a 23 anni».

LA PAROLA AI POVERI

Lo stesso concetto, fondamentale nel ministero di entrambi: “Dare la parola ai poveri”, non a caso titolo di una rubrica mazzolariana su Adesso, che ospitò anche scritti di don Lorenzo Milani: «È declinato in modi diversi: per Mazzolari significò riconoscere l’esistenza dei poveri e incalzare con i suoi scritti la Chiesa e la politica perché si facessero carico dell’emergenza sociale. Milani affidò alla scuola, prima a San Donato poi a Barbiana, il compito di dare ai poveri il dominio della parola, con l’idea, forse utopica, che cittadini consapevoli potessero raddrizzare il mondo».

Nemmeno Bozzolo e Barbiana sono la stessa cosa: «Bozzolo è un grosso borgo in cui Mazzolari, che si definiva prete rurale, ha potuto esprimersi dentro una comunità. Barbiana è stata un esilio. Ma mi sembra significativo che queste visite alla periferia, in cui, diceva Mazzolari, “maturano i destini del mondo”, avvengano nello stesso giorno. E non credo che sia senza peso, alla base, l’esperienza personale e pastorale di Bergoglio, sacerdote e vescovo a contatto diretto con la povertà in Argentina e ora Papa dalla scelta di vita semplice».

Dagli slum di Buenos Aires a Barbiana. Dalla fine del mondo, alla fine del mondo.

Marcelo Barros e la ‘laudato sì’ a due anni dalla pubblicazione

a due anni dalla ‘laudato sì’ di papa Francesco

Marcelo Barros

“mai documento ha avuto una ripercussione così forte in tutto il mondo”

“Penso che mai un documento pontificio abbia avuto una ripercussione così forte in tutto il mondo, quello cristiano e quello non cristiano. Tutti si sono sentiti coinvolti in questa chiamata a un’alleanza tra umanità e ambiente, come dice il Papa, a camminare insieme per prendersi cura della vita, degli altri, di tutti gli esseri viventi”.

Lo afferma Marcelo Barros, biblista e monaco benedettino brasiliano, figura di spicco della teologia della liberazione, che in questi due anni ha dedicato molti incontri a presentare e approfondire il testo

L’Enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco “sulla cura della casa comune” sta per compiere due anni. Pubblicata il 18 giugno 2015, porta in realtà la data del 24 maggio, solennità della Pentecoste. “Penso che mai un documento pontificio abbia avuto una ripercussione così forte in tutto il mondo, quello cristiano e quello non cristiano. Tutti si sono sentiti coinvolti in questa chiamata a un’alleanza tra umanità e ambiente, come dice il Papa, a camminare insieme per prendersi cura della vita, degli altri, di tutti gli esseri viventi”. Lo dice Marcelo Barros, biblista e monaco benedettino brasiliano, figura di spicco della teologia della liberazione, che in questi due anni ha dedicato molti incontri a presentare e approfondire il testo.   

Per Barros l’elemento centrale di “novità nella coscienza della Chiesa” è stato il fatto che “un Papa abbia assunto la nozione di ecologia integrale: l’ecologia non solo come cura dell’ambiente, ma l’unione tra la cura dell’ambiente, l’ecologia sociale e l’ecologia interiore, la conversione ecologica”. Che cosa è successo in questi due anni? “Non credo che la Laudato sì’ abbia potuto in due anni cambiare la struttura del mondo dal punto di vista economico e sociale”. Barros fa riferimento alla prima parte dell’Enciclica, in cui si “dice chiaramente chi è il colpevole di questa situazione ecologica: se continuiamo a mettere l’interesse del mercato come assoluto non c’è salvezza né per l’umanità né per l’ambiente. E questo non può cambiare miracolosamente.

Ma sta cambiando una coscienza.

Penso ad esempio a tutti i movimenti sociali e al dialogo che adesso hanno con il Vaticano. Il Papa ha fatto tre incontri con i loro rappresentanti ed è una cosa nuova ed è una conseguenza di questo appello. Credo anche che nella spiritualità, sia della Chiesa cattolica sia di quelle evangeliche, la Laudato si’ sia riuscita a indicare elementi nuovi”.

Non mancano iniziative concrete: la più recente, la “Laudato si’ challange”, la sfida tra start-up che hanno un interesse nel sociale secondo gli orientamenti dello sviluppo sostenibile dell’Onu, lanciata il 5 maggio all’Accademia Pontificia delle scienze sociali.

Altre hanno ricevuto un’accelerazione, come le esperienze di ricerca e di valorizzazione dei semi originari in Brasile e la consapevolezza dell’importanza dell’agricoltura ecologica e dell’alimentazione sana. O ancora la campagna internazionale “fossil fuel divestment” a cui stanno ora aderendo anche realtà cattoliche che decidono di ricorrere a fonti energetiche alternative.

Un altro “appello di papa Francesco nella Laudato si’ è che si crei un’alleanza ecumenica o interreligiosa dal punto di vista dell’ecologia, che le religioni si uniscano per la cura della terra”, ricorda Barros.

Il cristianesimo, che pure ha una sorgente biblica aperta a una spiritualità ecologica, ha sempre nutrito un certo pregiudizio contro la sacralizzazione della natura e per questo nella storia della spiritualità cristiana si è creato un dualismo tra natura e storia” dando la precedenza alla “manifestazione di Dio nella storia più che nella natura”. Nel superamento del dualismo le Chiese della Riforma sono arrivate prima, mentre “la Chiesa cattolica ci è arrivata con un certo ritardo”. Sono però circa trent’anni (dall’Assemblea ecumenica di Basilea nel 1989) che il tema della salvaguardia del creato è entrato a pieno titolo tra gli imperativi ecumenici. “L’ecologia è già una strada per l’ecumenismo in America latina come anche in Europa. Papa Francesco ha sempre sottolineato che l’ecumenismo si fa con gesti concreti e un cammino insieme a servizio dell’umanità. Però se questo cammino non è confermato anche da un approfondimento della dottrina e da un dialogo sulla fede, può essere superficiale. Una cosa dipende dall’altra, però la prima cosa è la praxis”.

Se sul piano dell’”ecologia ambientale” i cambiamenti climatici sono l’emergenza, in ambito di “ecologia sociale” lo è la migrazione: “Ogni popolo ha un rapporto esistenziale con la sua terra. E quando una persona deve andare via dalla sua terra, c’è qualcosa che si rompe. La migrazione non è un fenomeno spontaneo, i migranti non sono turisti, ma arrivano da noi perché non possono vivere nella loro terra per le conseguenze di un sistema economico generato dalle nazioni ricche” che foraggia le guerre ed è all’origine dei cambiamenti climatici.

“La grande ipocrisia di questo mondo è che provoca la migrazione, con un’azione intenzionale, e poi dice: come la possiamo reggere?”.

Quindi oggi è necessario “attaccare le cause di questa situazione che altrimenti prosegue o peggiora. Allo stesso tempo è necessario aprirsi alla realtà attuale che è questa e non può cambiare magicamente”. Per un verso, quindi, se l’economia è la “gestione della casa comune, significa che un’economia non può mai essere pensata in modo isolato dal bene comune, che è l’obiettivo dell’economia e dell’organizzazione della società. Se un’organizzazione sociale ha regole che non portano alla vita, che accettano la morte o la promuovono, quella regola è ingiusta e iniqua” e va cambiata. Per altro verso accogliere e vivere la solidarietà deve avvenire in modo “razionale, ben pensato, concreto e sistematico, non solo sentimentale. La sfida per i cristiani è “reimparare a tenere insieme giustizia e fede”: occorre dialogare e trovare una pedagogia che faccia di nuovo percepire “la contraddizione tra egoismo, individualismo e fede”.

la grande notte della teologia odierna

non c’è successione per la generazione dei teologi del concilio

introduzione di  Eletta Cucuzza 12/06/2017

da: Adista Documenti n° 22 del 17/06/2017

 Non c’è più la “grande teologia”, quella che ha reso possibile realizzare e alimentare il Concilio Vaticano II, la legge della vita ha portato via quei maestri, ma il guaio è che è senza eredi, perché la paura ha coartato la creatività dei teologi: troppe teste sono cadute sotto la scure della Congregazione per la Dottrina della Fede durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI! Eppure ci sarebbe un gran bisogno di attualizzare le risposte della teologia cattolica alle fondamentali domande degli esseri umani, di rendere comprensibile oggi il messaggio di Gesù, di non insistere su «presunte “verità”» ormai indifendibili, su rituali liturgici che si continua ad imporre malgrado vecchi di secoli. È questo il cuore della riflessione del teologo José María Castillo che riconosce a papa Francesco l’intelligenza e la volontà di un essenziale rinnovamento, ma teme che non glielo consentiranno i «molti uomini» che nella Chiesa hanno «il bastone del comando» e «non sono disposti a lasciare il potere che esercitano».

 

di seguito, in una  traduzione di Adista, l’articolo di Castillo, tratto da Religión digital del 15 maggio scorso.

non c’è più teologia

e la chiesa non ha le parole per l’umanità di oggi

 

Per la legge della vita, la grande generazione dei teologi che hanno reso possibile il rinnovamento teologico che ha realizzato il Concilio Vaticano II è sul punto di estinguersi del tutto. E nei decenni successivi, purtroppo, non è emersa una generazione nuova che ha potuto continuare il lavoro che i grandi teologi del XX secolo hanno iniziato.

Gli studi biblici, alcuni lavori storici e anche altro in materia di spiritualità sono ambiti del lavoro teologico che sono stati degnamente mantenuti. Per converso si ha l’impressione che movimenti anche importanti, come ad esempio la teologia della liberazione, stiano venendo meno. Speriamo che mi stia sbagliando.

Cos’è successo nella Chiesa? Cosa ci sta succedendo? La prima considerazione è che quello che stiamo vivendo in questo ordine di cose è molto grave. Gli altri ambiti del sapere non smettono di crescere: le scienze, gli studi storici e sociali, sicuramente le più diverse tecnologie ci sorprendono ogni giorno con nuove scoperte; mentre la teologia (sto parlando di quella cattolica) rimane ferma, inaccessibile e scoraggiante, interessante per sempre meno gente, incapace di dare risposte alle domande che si pongono tante persone e, soprattutto, impegnata a mantenere come intoccabili presunte “verità” che non so come si possa continuare a difendere a questo punto della storia.

Per fare alcuni esempi: come possiamo continuare a parlare di Dio con tanta sicurezza che diciamo quello che pensa e quello che vuole, sapendo che Dio è il Trascendente, che pertanto non è alla nostra portata? Com’è possibile parlare di Dio senza sapere esattamente quello che diciamo? Come si può affermare con sicurezza che “attraverso un uomo è entrato il peccato nel mondo”? E com’è che presentiamo come verità centrali della nostra fede quelli che in realtà sono miti vecchi di oltre quattro mila anni? Con quali argomenti si può dar per certo che il peccato di Adamo e la redenzione da questo peccato sono verità centrali della nostra fede?

Com’è possibile difendere l’affermazione che la morte di Cristo è stato un “sacrifico” rituale di cui Dio ha avuto bisogno per perdonarci le nostre malvagità e salvarci per il cielo? Come si può dire alla gente che la sofferenza, la disgrazia, il dolore e la morte sono “benedizioni” che Dio ci manda? Perché continuiamo a mantenere rituali liturgici che risalgono a più di 1.500 anni fa e nessuno comprende né sa perché li si continui ad imporre alla gente? Davvero crediamo a quello che ci dicono in alcuni sermoni sulla morte in merito al purgatorio e all’inferno?

A ben guardare, la lista delle domande strane, incredibili, contraddittorie sarebbe interminabile. E intanto le chiese sono vuote o frequentate da poche persone anziane che assistono alla messa per inerzia o per abitudine. E in tutto questo i nostri vescovi gridano al cielo per questioni di sesso, mentre tacciono (o fanno affermazioni tanto generiche da equivalere a silenzi complici) di fronte alla quantità di abusi di minori commessi da sacerdoti, di abusi di potere commessi da quanti maneggiano il potere per abusare di alcuni, rubare ad altri ed umiliare quelli che sono alla loro portata.

Insisto: a mio modo di vedere, il problema è nella povera, poverissima teologia che abbiamo. Un teologia che non prende sul serio la cosa più importante della teologia cristiana, che è la “incarnazione” di Dio in Gesù, il richiamo di Gesù a “seguirlo”, l’esemplarità della vita e del progetto di vita di Gesù. E la grande domanda che noi credenti dovremmo porre è: come rendiamo presente il Vangelo di Gesù in questo tempo e in questa società in cui ci è dato vivere?

E insisto, infine, sul fatto che il controllo di Roma sulla teologia è stato molto forte, dalla fine del pontificato di Paolo VI fino alla rinuncia al papato di Benedetto XVI. Il risultato è stato tremendo: nella Chiesa, nei seminari, nei centri di studi teologici, c’è paura, molta paura. E ben sappiamo che la paura blocca il pensiero e paralizza la creatività.

L’organizzazione della Chiesa, in questo ordine di cose, non può continuare come negli ultimi anni. Papa Francesco vuole una “Chiesa in uscita”, aperta, tollerante, creativa. Ma porteremo avanti questo progetto? Purtroppo nella Chiesa ci sono molti uomini, con il bastone del comando, che non sono disposti a lasciare il potere che esercitano. E se così, avanti!, che presto avremo liquidato il poco che ci rima

seminare oggi il futuro – frei Betto e il fallimento della modernità

il futuro nascerà dal seme che piantiamo

 

 

diventare seme perché altri possano avere un raccolto

alla ricerca del paradigma della post-modernità

 
da: Adista Documenti n° 22 del 17.06.2017

 Se «la storia del futuro sarà il risultato di quello che noi facciamo oggi, nel presente», il seme che ora siamo chiamati a piantare dovrà andare molto oltre quel paradigma di sviluppo proprio dell’età moderna da cui è derivata la «globocolonizzazione» in corso. Non ha infatti nessuna esitazione il domenicano brasiliano Frei Betto a proclamare il fallimento della modernità – evidentemente incapace di estendere all’insieme dell’umanità i benefici prodotti dai pur grandi progressi realizzati in questi secoli – e ad attribuirne la responsabilità al capitalismo. Ed è quanto mai significativo che tale riflessione Frei Betto l’abbia condotta a Cuba, la patria del socialismo, e precisamente a Guantánamo, dove si è recato su invito del Centro Martin Luther King, in occasione del trentesimo anniversario della sua fondazione. «Questa mattina – così il domenicano ha iniziato la sua conferenza, il 26 aprile scorso – ho potuto realizzare il primo di due sogni: sono potuto andare a Caimanera a conoscere la Baia di Guantánamo, e persino rivolgere uno sguardo agli invasori statunitensi. E ora spero di realizzare il secondo: vedere la Baia recuperata dal popolo cubano».

Una riflessione a tutto campo, quella di Frei Betto, che non ha mancato di soffermarsi sulla delicata congiuntura attuale dell’America Latina, segnata da quella che in più occasioni egli ha definito come «impasse dei governi progressisti», denunciando i limiti del modello neodesarrollista (ed estrattivista) seguito da questi ultimi, mirato sostanzialmente a fare dell’America Latina un’oasi di stabilità del capitalismo in crisi, ed evidenziando come tali governi, se hanno avuto indubbiamente il merito di adottare importanti misure a favore delle fasce più povere, non sono riusciti però a ridurre il potere di espansione del grande capitale, né a intaccare l’egemonia ideologica della destra. Scegliendo, infatti, la via dell’accesso al consumo di beni personali, anziché puntare prioritariamente a garantire beni sociali come istruzione, salute, trasporto, casa, i governi progressisti hanno rinunciato ad alimentare un più che mai necessario processo pedagogico di formazione e di organizzazione politica, finendo per intaccare i tradizionali simboli identitari della sinistra: l’organizzazione della classe lavoratrice, la garanzia dell’etica in politica e la realizzazione di cambiamenti strutturali.

È in questo quadro che, agli occhi di Frei Betto, Cuba si presenta ancora oggi come un «simbolo per tutti i militanti della speranza del mondo», un riferimento per «tutta la gente che sogna un altro mondo possibile». Convinto che i cambiamenti in corso nell’isola non condurranno a una sua trasformazione in una mini-Cina, un mix tutt’altro che emancipatore di governo socialista ed economia capitalista, quanto piuttosto al benefico passaggio da un’economia statalizzata a un’economia popolare, il domenicano invita i cubani a non perdere mai di vista la necessità di un’alfabetizzazione politica e ideologica, in quanto, sottolinea Frei Betto, il solo fatto di nascere in un Paese come Cuba non rende le persone «naturalmente socialiste»: «come diceva Lenin, l’amore è un prodotto culturale, è frutto di un’educazione».

Da qui l’impegno a «calzare i valori socialisti», che poi sono gli stessi valori evangelici: «Tutto il vangelo – afferma – si riassume in due valori: quello dell’amore per quanto riguarda le relazioni personali, e quello della condivisione per quanto riguarda le relazioni sociali. Per questo dico che il socialismo è il nome politico dell’amore».

Di seguito, in una traduzione di Adista dallo spagnolo, il testo della conferenza di Frei Betto, pubblicato su Resumen Latinoamericano/Cubadebate del 7 maggio scorso. 

 

Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca

 

Stiamo vivendo qualcosa che i nostri nonni non hanno potuto sperimentare: se essi hanno conosciuto epoche di cambiamenti, noi stiamo vivendo un cambiamento d’epoca. Una cosa profondamente diversa. L’ultima volta che l’Occidente ha assistito a un cambiamento d’epoca è stato 500 anni fa, nel passaggio dall’epoca medievale a quella moderna.

Stiamo vivendo un’esperienza che hanno sperimentato persone che conosciamo solo per fama, come Copernico, Miguel de Cervantes, Erasmo da Rotterdam, Teresa d’Avila, Galileo Galilei, i quali hanno vissuto il passaggio dal Medioevo alla Modernità esattamente come noi stiamo vivendo quello dalla modernità alla postmodernità.

Ogni cambiamento d’epoca suscita problemi, incertezze e dubbi, a causa della difficoltà di comprendere i mutamenti di valori e di riferimenti…

Ma cos’è che caratterizza un’epoca? È il suo paradigma, come il palo centrale che sostiene il tendone del circo. Il paradigma del periodo medievale, durato mille anni, è stata la religione: da qui la supremazia della Chiesa, il potere del papa di nominare re e principi, la centralità della concezione teologica della natura.

I greci avevano già scoperto, tre secoli prima di Cristo, che la Terra era sferica e danzava intorno al sole. Ma la Chiesa adottò la cosmologia di Tolomeo, secondo cui il nostro pianeta era immobile ed era il sole a girargli intorno, passando sotto di esso di notte. Poiché infatti non conveniva alla Chiesa affermare che Dio si era incarnato in un pianeta qualsiasi, la Terra doveva essere il centro dell’universo. E d’altro canto i nostri sensi non colgono il fatto che la Terra si muova.

Finché non arriva Copernico, il quale aveva letto Paulo Freire! Perché lo dico? Perché, questo maestro dell’Educazione Popolare insegna che, quando cambiamo luogo sociale, cambiamo anche il luogo epistemico, ossia cambiamo il nostro modo di conoscere la realtà.

Se vivi a Guantánamo, guarderai alla realtà in un modo, se vai a vivere a Miami, la guarderai in un altro modo. È un principio dell’Educazione Popolare: la testa pensa dove poggiano i piedi. Se la gente non sta con il popolo, difficilmente penserà a favore del popolo.

Per questo dico che Copernico aveva letto Paulo Freire: fino a quel momento, gli scienziati avevano guardato al sistema solare tenendo i piedi sulla Terra. Copernico, al contrario, guardando al sistema solare con i piedi virtualmente sul Sole, vide tutto, scientificamente, in maniera diversa, prendendo atto che era il sole il centro del nostro sistema. E fu una rivoluzione.

Non è stata però solo la cosmologia di Copernico a determinare il cambiamento d’epoca. Bisogna ricordare anche le invasioni musulmane in Europa, con la conseguente diffusione della cultura orientale (fino all’arrivo degli arabi, nel XIII secolo, gli europei non conoscevano l’esistenza del numero zero).

Un altro fattore importante è stato quello dell’erosione dell’egemonia della Chiesa cattolica: proprio quest’anno stiamo celebrando i 500 anni della Riforma Protestante di Martin Lutero, iniziata con la presentazione, nel 1517, delle sue 95 tesi per la riforma della Chiesa. E infine un grande peso assumono anche le spedizioni marittime condotte dai Paesi della Penisola Iberica, con la scoperta di un nuovo continente. (…).

Il fallimento della modernità

Sono stati questi i fattori che hanno condotto al superamento del paradigma medievale, con la sostituzione della religione da parte della ragione, nei suoi due versanti della scienza e della tecnologia. E con il sorgere di un profondo ottimismo, dettato dalla convinzione che, una volta estromessa la superstizione religiosa, come sarebbe stata chiamata dagli illuministi, la scienza e la tecnologia avrebbero trovato una soluzione per tutti i problemi del mondo: le malattie, la peste, le guerre… Ma il fatto è che, guardando al passato e tracciando un bilancio di questi 500 anni, noi, figli della modernità, ci rendiamo conto che i progressi sono stati moltissimi – l’essere umano ha persino messo i piedi sul suolo lunare, la gente vive più a lungo, molte malattie come la peste sono state debellate – ma, ecco il problema, hanno beneficiato solo pochi.

A vivere su questo pianeta siamo oggi 7,2 miliardi di abitanti e di questi la metà, 3,6 miliardi di persone, non ha neppure accesso a diritti animali come mangiare, allevare la prole, ripararsi dal freddo e dalle intemperie. 3,6 miliardi di persone per cui è un lusso parlare di diritti umani. Si tratta di persone che passano la loro intera esistenza nello sforzo di garantirsi la conservazione biologica, di poter mangiare e dar da mangiare alla famiglia, come fanno il leone e l’elefante o un uccello che si allontana dal nido per cercare cibo per i piccoli. Si può dire pertanto che la modernità ha fallito e che ciò è avvenuto a causa del capitalismo.

È stato il capitalismo a far sì che le conquiste, reali e buone, restassero un privilegio del 10% dell’umanità. Chi può godere delle grandi conquiste della medicina? I più ricchi. Chi può utilizzare i più veloci mezzi di trasporto? Ancora i più ricchi. E chi ha accesso a tutta la tecnologia della comunicazione? Sempre loro, e scandalosamente. Secondo i dati dell’ong britannica Oxfam, appena 8 persone possiedono una ricchezza pari a quella di 3,6 miliardi di abitanti del pianeta, la metà dell’umanità.

La modernità è fallita. Ed è fallita perché, come evidenzia Thomas Piketty, l’autore del libro Il capitale nel XXI secolo, si registra una sempre maggiore accumulazione di ricchezza in poche mani, una brutale e crescente disuguaglianza.

Ci chiediamo allora se la modernità, con tutti i suoi progressi, non finirà per abbandonare questo paradigma della ragione, considerando che ad appropriarsene è stata la logica capitalista. Nell’economia classica, la relazione è la seguente: io, un essere umano, indosso una camicia, in funzione delle mie relazioni sociali con altri esseri umani. Quello che conta è, da un lato, l’essere umano con altri esseri umani e, dall’altro, le merci come strumenti di avvicinamento, di socialità, di comodità. Ma ora i termini si sono invertiti: non più essere umano-merce-essere umano, ma merce-essere umano-merce. La marca della mia camicia deve far sì che gli altri vedano che valgo perché indosso una merce di valore. In altre parole, se vengo a casa tua a piedi, ho un valore “Z”, se vengo con l’ultimo modello di Mercedes Benz, ho un valore “A”. La persona è la stessa, ma è la merce a decidere che valore ha come essere umano. Il che significa che, nella nostra cultura, un uomo o una donna che vivono in strada – in Brasile ve ne sono moltissimi, in attesa che qualcuno dia loro una moneta o un pezzo di pane – non hanno alcun valore. Sono esseri umani, frutto di una relazione d’amore tra due persone, ma non hanno valore perché non sono rivestiti di alcuna merce. E non hanno valore neppure per lo Stato capitalista. Uno Stato che ha due braccia: quello amministrativo, quello per cui chi vive in strada non vale nulla, e quello repressivo, che entra immediatamente in azione allorché chi vive in strada, mosso dalla fame, rompe la vetrina di una panetteria – una proprietà privata, e la proprietà privata è sacra – per mangiare qualcosa.

Si tratta di un capovolgimento completo: nella teologia classica di San Tommaso è questa persona che ha fame a essere sacra, mentre, nella logica capitalista, a essere sacra è questa panetteria, questo negozio, che non può essere toccato neppure se una persona ha fame.

Il futuro sarà il seme che piantiamo

Il futuro sfida ciascuno di noi, perché la storia non è già stata scritta: la storia del futuro sarà il risultato di quello che noi facciamo oggi, nel presente.

Questo vale per le nostre vite personali e per le nostre vite sociali. Quello che sarà il futuro è il risultato del seme che stiamo piantando oggi, e dobbiamo chiederci che seme sia, quale raccolto ci si aspetti, che tipo di umanità e di mondo si pensi di costruire.

Quale sarà il paradigma della postmodernità? Vorremmo che fosse la globalizzazione della solidarietà, anziché l’attuale globocolonizzazione, l’imposizione del modello consumista ed edonista delle società capitaliste. Dobbiamo lottare per tale obiettivo, ma non sarà un compito facile. Perché le nostre forze sono scarse rispetto a quelle di chi vuole che prevalga il paradigma del mercato, quella mercificazione di tutti gli aspetti della vita umana e della natura così appropriatamente denunciata da papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’, il primo documento papale della storia della Chiesa sul tema socioambientale. Un’enciclica che il filosofo e sociologo Edgar Morin ha definito come il documento più avanzato nella storia dell’ecologia, in quanto, a differenza dei precedenti, non si limita solo a indicare gli effetti della degradazione ambientale, ma affronta anche e soprattutto le cause.

Se il mercato si impone come paradigma della postmodernità, per l’umanità non c’è più futuro. E oggi sappiamo che tutto è in funzione del mercato, l’unico ente che è senza frontiere, che non ha bisogno di passaporto, che non deve chiedere permesso per entrare non solo in qualunque Paese e in qualunque casa, ma anche nella nostra coscienza e nella nostra cultura.

Per questo, se ciascuno di noi è chiamato a rispondere alla domanda sul tipo di mondo che vuole lasciare alle future generazioni, può farlo solo in due modi. Può dire: “non mi importano le generazioni future, voglio solo godermi la mia vita”. Ma in questo modo, abbracciando un’opzione egocentrica, antietica e criminale, difficilmente sarà una persona felice, perché la felicità esiste solo per chi rende felici gli altri. E non si tratta di un’opzione: si è totalmente preda del neoliberalismo – che ci vuole convincere che la cosa più importante è la nostra vita personale – totalmente addomesticati dal sistema.

E poi c’è l’altra alternativa: “intendo costruire un mondo per tutti”. Quando finii in carcere, sognavo che il mio tempo personale sarebbe coinciso con il mio tempo storico, come avvenuto a Fidel e a Raúl. È molto raro che si possa avere un sogno, vivere la realtà di questo sogno e sopravvivere come hanno fatto loro. È molto raro! Non esiste un altro leader rivoluzionario nella storia a cui sia accaduto quanto avvenuto a Fidel. Oggi la penso come Che Guevara: devo essere un seme affinché altre generazioni possano avere un raccolto. Questa è la disposizione rivoluzionaria di oggi: fare della vita un seme perché gli altri abbiano vita.

Gesù lo ha detto nel Vangelo di Giovanni: che era venuto perché tutti avessero vita, e vita in abbondanza e pienezza. E ha incontrato una morte precoce per dare vita, perché altri avessero vita.

Gli errori dei paesi progressisti

Noi oggi viviamo all’interno di questo mondo globocolonizzato e dobbiamo analizzare per quale motivo l’esperienza socialista sia fallita in Europa Orientale. Sono stato quattro volte in Unione Sovietica e oggi mi chiedo cosa stiano facendo quei compagni che mi guardavano dall’alto in basso come se io, in quanto credente, non fossi sufficientemente rivoluzionario: staranno lottando per il socialismo o si saranno adeguati al sistema capitalista?

Non era quello il socialismo che vogliamo, perché non aveva radici. E neppure il socialismo della Cina, dove un’economia capitalista si è unita a un governo teoricamente socialista. Resta Cuba.

A volte mi chiedo se voi cubani siete consapevoli dell’importanza storica di questo Paese come simbolo per tutti i militanti della speranza del mondo, e non parlo solo della sinistra, ma di tutta la gente che sogna un altro mondo possibile. Cuba è un riferimento.

Se il socialismo fallisse a Cuba, l’unica alternativa sarebbe un futuro capitalista, che è il presente dell’Honduras, del Guatemala, di nazioni segnate da un alto livello di violenza, miseria, povertà, disuguaglianza. Negli ultimi anni, in questo blocco che chiamiamo America Latina e Caraibi, sono sorti molti governi progressisti (e in questo Cuba ha avuto un ruolo ispiratore): in Argentina, Ecuador, Bolivia, Brasile, Paraguay, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Venezuela. Ma, sebbene si siano registrate molte conquiste importanti, ora si assiste a una crisi, a una impasse.

Prendiamo il caso del Brasile: se gli anni dei governi di Lula e Dilma sono stati i migliori di tutta la storia del Paese, sono stati però commessi anche grandi errori.

Per prima cosa, non è stato cambiato il paradigma di sviluppo. Alla scuola primaria si apprende che il Brasile è stato storicamente una nazione esportatrice di materie prime, cominciando dal pau brasil (un albero della famiglia delle Fabaceae, ndt) che ha dato il nome al Paese, per finire allo zucchero, all’oro, al caffè. E lo è ancora. L’unica cosa che è cambiata è che adesso non le chiamiamo più materie prime, ma commodities.

I nostri governi progressisti hanno commesso il grave errore di confidare eccessivamente su una congiuntura internazionale caratterizzata dall’alto prezzo di queste commodities (il Venezuela, per esempio, non immaginava che il prezzo del petrolio sarebbe crollato, incidendo pesantemente su tutta la sua economia). Un quadro, questo, in cui risultava più economico importare merci dalla Cina che fabbricarle al proprio interno, con la conseguenza che in alcuni Paesi, come il Brasile, si è registrato un devastante processo di de-industrializzazione, con relativa chiusura di fabbriche e perdita di posti di lavoro. Così, i prodotti che prima fabbricavamo noi ora dobbiamo acquistarli fuori.

Ma c’è un secondo errore. Immaginiamo una famiglia povera che vive in una baracca di legno di una favela di Rio de Janeiro: nella sua baracca la famiglia dispone di computer, cellulare, frigorifero, televisore, forno a microonde, ma vive pur sempre in una favela, non ha una vera casa, non ha accesso alla salute, all’educazione, al trasporto, alla cultura, alla sicurezza.

I nostri governi, insomma, hanno commesso l’errore di dare la priorità all’accesso delle persone ai beni personali, quando avrebbero dovuto invece seguire l’esempio di Cuba, privilegiando, in primo luogo, i beni sociali: educazione, salute, alimentazione, casa… Perché, in mancanza di accesso ai beni sociali, è assai difficile raggiungere un livello sufficiente di qualità di vita solo con i beni personali, soprattutto nel quadro del modello consumista e neoliberista, considerando per esempio che un cellulare diventa vecchio già dopo un anno. Così funziona il mercato: chi sta dietro al mercato ha bisogno che quanti hanno la possibilità di spendere acquistino sempre nuovi modelli dello stesso prodotto, ai fini del mantenimento del sistema.

Il terzo errore è che non abbiamo promosso l’alfabetizzazione politica del popolo. È venuto meno il lavoro, che qui porta avanti il partito, e anche il Centro Martin Luther King, di formazione ideologica e di organizzazione popolare.

Voi sapete che la neutralità non esiste: se io non vengo educato a una concezione solidale, altruista, socialista, significa che la mia formazione avverrà all’interno di una prospettiva individualista, egocentrica, consumista. Se l’apparato di formazione, o, piuttosto, di deformazione ideologica, è di gran lunga più potente dei nostri piccoli sistemi di educazione politica, bisogna ciononostante impegnarsi in tal senso, perché ciascuno di noi, nel suo cuore, ha dei valori ed è a partire da questi che imprimiamo una determinata direzione alle nostre vite. Solo la nostra coerenza con tali valori ci rende felici.

Torniamo all’esempio del Che: era in pace con la storia, aveva vissuto il successo della Rivoluzione Cubana, era sopravvissuto alla Sierra Maestra, era ministro del governo di Cuba; avrebbe potuto restare lì e magari essere ancora vivo, alla guida del governo di Cuba insieme a Raúl. Ma, come un San Francesco d’Assisi della politica, rinunciò a tutto per dare la propria vita affinché altri avessero vita. Prima va in Congo, poi in Bolivia, dove muore a 37 anni, sicuramente felice, perché a renderci felici è la motivazione interiore, sono i valori che ci portiamo dentro e non il denaro, né la funzione che esercitiamo. Ciascuno, durante la sua vita, risponde a questa domanda ontologica: la mia vita è soltanto per me stesso o è perché anche altri abbiano vita?

I nostri governi hanno ottenuto dei successi che è importante ricordare, ma più importante ancora, adesso, è correggere gli errori che sono stati commessi. Se il Brasile è oggi una nazione governata da un golpista di nome Temer, vuol dire che dobbiamo fare autocritica. Non so se in Unione Sovietica si sia fatta autocrítica, ma Dio non voglia che un giorno mi trovi a incontrare cubani che dicano di dover fare autocritica per il fallimento del socialismo a Cuba: sarebbe la fine di tutta la speranza storica dell’umanità.

Cuba è la speranza

Dobbiamo fare autocritica prima che fallisca ciò che avrebbe avuto la possibilità di avanzare. Non abbiamo promosso l’alfabetizzazione politica e ideologica perché pensavamo che il solo fatto di stare sotto un governo progressista rendesse le persone progressiste. È come pensare che a Cuba chiunque nasca sia, naturalmente, socialista. Non è vero. Ogni bambino cubano è naturalmente capitalista, perché, come diceva Lenin, l’amore è un prodotto culturale, è frutto di un’educazione.

Se hai un neonato in casa, sai bene che alle 3 di mattina, quando hai bisogno di dormire, egli avrà fame e vorrà il latte, e piangerà per averlo, indipendentemente dalla tua stanchezza e dal fatto che dovrai andare a lavoro, finché la sua richesta non verrà soddisfatta. Per questo il sistema capitalista ha tanta forza: perché risponde a ciò che di meno umano c’è nella nostra natura.

All’interno del contesto latinoamericano e mondiale di egemonia del mercato e del capitalismo, di crisi dei governi progressisti, come si presenta Cuba agli occhi di uno straniero che viene in questo Paese da 37 anni, condividendo molti momenti di difficoltà, soprattutto durante il Periodo Speciale, e conservando sempre una vicinanza profondamente fraterna a Fidel e Raúl?

Una volta, durante gli anni ’80, chiesi a Fidel se avessi potuto rivolgere una critica alla Rivoluzione ed egli mi rispose: «Tu, Betto, non solamente hai il diritto, ma hai anche il dovere di rivolgere le critiche che ritieni opportune». E da quel momento mi sono sentito molto a mio agio in questo Paese nel dire le cose in maniera chiara, senza eufemismi.

Cuba attraversa ora una fase di trasformazione, all’interno di questo contesto mondiale. Tant’è che, fuori dall’isola, le persone mi chiedono se, con tutti i cambiamenti in corso, l’apertura al capitale straniero, le relazioni con le transnazionali, Cuba non si trasformerà in una mini-Cina, sposando un’economia capitalista con un governo socialista (lo chiedevano anche dopo la caduta del Muro di Berlino, quando tutti parlavano di effetto domino e affermavano che Cuba sarebbe caduta subito dopo, e invece ha resistito, anche se non ho incontrato nessun capitalista disposto a riconoscerlo). Io rispondo di no, per due ragioni. La prima ragione è che questo Paese sta cambiando il proprio modello economico, ma è un errore pensare che stia uscendo da un’economia socialista per entrare in un’economia capitalista. In realtà, Cuba esce da un’economia statalizzata in direzione di un’economia popolare. La distinzione è semplice: in un’economia statalizzata, lo Stato fornisce tutto, mentre, in una popolare, lo Stato è, sì, fornitore, ma non interamente, perché ci sono anche imprenditori privati, cooperative, forme di economia solidale…, e molte altre forme che vanno crescendo dal basso verso l’alto.

Economia popolare nel quadro del socialismo significa che i protagonisti di questo processo devono avere uno spirito socialista molto radicato. Io dico sempre che il socialismo è il nome politico dell’amore. Quando ami la tua famiglia, non neghi ai tuoi figli da mangiare e da bere e tutti, benché diversi, hanno uguali diritti e uguali opportunità. Così deve essere per un popolo.

Fidel un giorno mi disse: «Abbiamo commesso l’errore di dare alla gente l’impressione che la Rivoluzione sia come una mucca con una mammella per ogni bocca». Così la gente aveva cominciato a pensare: «se vado a lavoro guadagno, se non vado guadagno ugualmente». Sono alcuni vizi legati alla creazione di questa tremenda dipendenza.

Ora no, ora assistiamo al protagonismo economico della gente, del popolo cubano con la sua creatività, con la sua capacità di iniziativa, con la sua capacità di inventare meraviglie dal niente – tutti gli stranieri che arrivano all’Avana si meravigliano nel vedere quelle auto che io guardavo quando avevo 6 anni -, un popolo che ha resistito a tante aggressioni e che resiste ancora… Ora la palla è vostra: per quanto il governo, malgrado tutte le difficoltà, possa incontrare le migliori soluzioni economiche per il Paese, siete voi che dovete prendere una decisione etica: trarrò beneficio da questo protagonismo per me o contribuirò a creare una cultura etica? Perché non c’è dubbio che il danno provocato dalla corruzione nei nostri governi progressisti sia irreparabile.

Ricordo Fidel quando diceva che un rivoluzionario può perdere tutto: può perdere la libertà andando in carcere e la famiglia andando in esilio, può perdere la salute ammalandosi e la scolarità non potendo seguire studi universitari, può perdere il lavoro, facendosi cacciare in quanto rivoluzionario, e persino la vita, ma solo una cosa non può perdere: l’etica. Non c’è via di uscita se un rivoluzionario perde la morale, se passa ad agire senza etica, a volte addirittura a nome della Rivoluzione, sì, a nome della Rivoluzione, perché ci sono persone che sono d’accordo con il processo non perché siano rivoluzionari, ma perché ne traggono profitti personali, esattamente come nella Chiesa vi sono molti vescovi e preti che sono lì non perché siano convinti e abbiano fede, ma perché risulta per loro conveniente.

Sono stato due anni nel governo Lula come consigliere speciale del programma Fame zero, e ho scritto due libri, La mosca azzurra, pubblicato anche a Cuba, e Calendario del potere, dove ho evidenziato quanto sia stata illuminante l’esperienza del potere. Per esempio, pensavo che il potere cambia le persone e invece ho scoperto che non è vero: il potere non cambia nessuno, fa solo sì che la persona si riveli per quella che è. Vale a dire che quella persona era già arrogante, egoista, autoritaria, oppressiva, ma non aveva ancora la possibilità di mettere tutto questo in  pratica. Tutto è sintetizzato in un detto spagnolo: se vuoi conoscere Juanito, dagli una carica.

Il potere fa questo. Ma il potere è questo: mettersi anonimamente al servizio di una causa di liberazione nel Congo e poi in Bolivia, come ha fatto il Che.

Quando ci si identifica con la propria funzione, e non importa di quale funzione si tratti, non parlo solo di coloro che stanno al governo, alla guida di un partito, no, parlo anche della direttrice di una scuola, del direttore di una banca, di un vigile urbano…, se la gente non viene educata a questa dimensione di servizio, il capitalismo arriva e con il suo potere di persuasione impedisce che un giorno l’umanità possa essere come una famiglia, dove persone con diversi livelli di intelligenza, e talenti e doni distinti, hanno tutti gli stessi diritti e le stesse opportunità. È così che un giorno deve diventare l’umanità. Ma per ottenerlo ci vuole un progetto storico.

Cosa dobbiamo fare quotidianamente per raggiungere tale scopo? Calzare i valori socialisti, che sono gli stessi valori evangelici. Esattamente la stessa cosa. Tutto il vangelo si riassume in due valori: quello dell’amore per quanto riguarda le relazioni personali, e quello della condivisione per quanto riguarda le relazioni sociali. Per questo dico che il socialismo è il nome politico dell’amore.

Noi cristiani preghiamo il Padre nostro, e chiediamo il nostro pane quotidiano. Dio è padre nostro, non mio, e lotto perché il pane sia un bene di tutti, non solamente mio; per questo un credente che non sia disposto a condividere e a lottare per una società in cui si condividano i beni non dovrebbe pregare il Padre nostro. Un credente del genere vive in una menzogna: egli crede in un idolo, un dio creato nella sua testa per giustificare la sua posizione anti-etica. Perché la preghiera di Gesù riguarda il Padre nostro e il pane nostro, il fatto cioè che tutti abbiano il necessario per la vita.

Termino con questa frase che poi dirò di chi è. «Sono i comunisti che la pensano come i cristiani. Cristo ha parlato di una società dove i poveri, i deboli, gli esclusi, siano loro a decidere. Non i demagoghi, non i barabba, ma il popolo, i poveri, che abbiano fede nel Dio trascendente oppure no, sono loro che dobbiamo aiutare per ottenere l’eguaglianza e la libertà». È quanto ha affermato papa Francesco nell’intervista concessa a La Repubblica l’11 novembre 2016.

Ed è curioso. «Sono i comunisti che la pensano come i cristiani»: è chiaro che, molto prima che ci fossero comunisti, vi furono, in tre secoli di Impero Romano, cristiani rivoluzionari che provocarono il crollo dell’Impero. Cristiani che non solamente condividevano i loro beni, ma che lottavano anche contro un potere oppressore, che era l’Impero Romano.

E finisco dicendo un’ultima cosa. Non c’è distinzione tra credenti e non credenti, se gli uni e gli altri hanno come scopo l’amore, anche per i nemici. Attenzione, però: amare i nemici non significa concordare con essi o sostenerli. Amare il nemico è sottrargli gli strumenti che gli permettono di essere un oppressore e restituirgli la dignità umana. Far sì, per esempio, che Trump si guadagni il salario lavorando! Perché, se Nerone ha dato fuoco a Roma e Hitler all’Europa, questo pazzo vuole ora dare fuoco a tutto il mondo. E noi non possiamo permetterlo.

la monaca che parla di ‘teologia queer’ allergica al cristianesimo conservatore

 

intervista a Teresa Forcades

a cura di Antonio Gnoli
in “la Repubblica” del 11 giugno 2017

Non si immagina facilmente cosa sia la vita di una suora senza pensare alla condizione in un certo senso di emarginazione in cui per lo più versa. Perciò quando ho incontrato la prima volta Teresa Forcades e l’ho sentita parlare non di Dio ma di uomini e donne, non di anime ma di corpi, non di astinenza ma di sessualità ho provato una sconcertante meraviglia. Era come se nel ciclo di parole religiose si nascondesse una coscienza concretamente amorosa.

Teresa Forcades è una monaca benedettina, di origine catalana. Ha poco più di cinquant’anni e osserva le regole della clausura, con alcune aperture dedicate alla socialità. È medico (ha studiato negli Stati Uniti), teologa (dottorato a Barcellona e a Berlino); si interessa di psicoanalisi e di femminismo.

Come è passata dalla medicina alla teologia?

«Avrei fatto volentieri il medico condotto in qualche piccolo paesino della Catalogna, dove il contatto con la gente è più forte. Ma quando finii l’università ho avvertito un bisogno di raccoglimento. Per circa un anno mi ritirai solitaria in una casa di campagna».

Come passava le giornate?

«Le ore erano scandite da un ordine semplice: mangiare, dormire, meditare. Avevo con me gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Ma non ero pronta a una vita diversa. Ero giovane, desiderosa ancora di approfondire lo studio della medicina. Preparai così l’ammissione a una università americana. Fui accettata e trascorsi un certo periodo in un ospedale di Buffalo. Sembrava una carriera assicurata. Ma il destino aveva in serbo altre cose».

Quali?

«Conobbi Elisabeth Schüssler Fiorenza, teologa e femminista cattolica romena naturalizzata americana. Fu lei ad avvicinarmi alla teologia e al femminismo. Ma era complicato tenere insieme l’ospedale e i nuovi interessi. Avevo anche fatto domanda per Harvard e l’università aveva accettato il mio curriculum. Mi ritrovai in una situazione complicata: non volevo rinunciare ai miei studi di teologia».

Doveva scegliere tra la Chiesa e l’Università?

«Più esattamente tra un colloquio finale che mi avrebbe in seguito consentito l’ingresso nei migliori ospedali oppure…».

Oppure?

« In quel periodo, era il 1995, tornai per breve tempo in Spagna, presso il monastero di Montserrat. Ero confusa e inquieta. Ma sentii che quel luogo aveva per me un senso familiare».

Era un monastero benedettino?

«Per monache di clausura. Passai alcune settimane in preghiera. Un giorno la badessa mi convocò dicendomi che aveva saputo dei miei trascorsi di medico, in particolare di esperta di malattie infettive. Chiese se potevo spiegare a lei e alle sorelle cos’era il virus dell’Aids che in quegli anni mieteva molte vittime. Organizzammo l’incontro in un pomeriggio durante il quale volli parlare anche dell’omosessualità e del modo in cui nell’immaginario della gente era passato il messaggio sbagliato che la malattia fosse da attribuire al peccato di essere gay».

Come reagirono le monache?

«Con mio grande stupore benissimo. Ci furono molte domande e la discussione continuò durante la cena. Mi sembrava di aver trovato il mio mondo. Il giorno dopo manifestai alla badessa l’intenzione di entrare in convento. Si mise a ridere. Non se l’aspettava. Dissi convinta che preferivo Monserrat ad Harvard. Lei cercò di frenare il mio entusiasmo. Mi consigliò di andare ad Harvard e, se dopo i due anni di borsa di studio avessi sentito ancora la “chiamata”, ne avremmo riparlato».

Il tempo non ha scalfito quella decisione.

«Infatti, nel 1997 presi i voti».

I suoi genitori come reagirono?

«Mio padre era incredulo, mia madre arrabbiatissima. Solo mia sorella appoggiò fino in fondo la
decisione. Quanto ai miei amici, quasi tutti mi diedero della pazza. Lasciare la prospettiva di Harvard per il convento era una scelta inconcepibile».

La sua è una famiglia borghese?

«No, mio padre era un agente di commercio e mia madre infermiera. Si separarono che avevo undici anni. Ero la prima di tre sorelle. Un giorno mio padre, mentre ci accompagnava a scuola, ci informò che si era innamorato di un’altra donna».

Lei come la prese?

«Restai in silenzio. Fu una reazione strana. Mi sembrava un gesto enorme ma al tempo stesso temevo per lui».

Che anno era?

«Era il 1977. Il caudillo Franco era morto da un paio d’anni, dopo una lunghissima agonia. La Spagna appariva un Paese immobile. Isolato da tutto. Ricordo che quando nel 1978 con le sorelle e mia madre andammo a Parigi, provai una sensazione di libertà e un’emozione per tutto quello che lì percepivo».

Ha qualche memoria della dittatura franchista?

«In quanto catalani, i miei non erano favorevoli al regime. In famiglia circolava la storia dei due nonni. Quello paterno aveva militato per la sinistra. Quello materno era medico e durante la guerra civile venne arrestato dai repubblicani. Non aveva sentimenti franchisti, ma il fatto che fosse una delle autorità del Paese, convinse i “ rossi” che il nonno era un nemico del popolo e come tale andava fucilato».

Ci fu l’esecuzione?

«Mia nonna pianse e implorò il comandante. Consegnò i gioielli di famiglia e disse che aspettava un figlio (era incinta di mia madre) e che se il padre fosse stato fucilato nessuno avrebbe potuto badare al loro sostentamento. Fu questo a salvargli la vita».

Come visse il suo ruolo di novizia?

«All’inizio ci fu entusiasmo. Poi cominciarono i dubbi. Accompagnati da un senso di oppressione, noia, assenza di prospettiva».

Si stava accorgendo della durezza di quei voti?

«Avvertivo il conforto della preghiera e la semplicità di quel mondo, governato da un silenzio armonico. E tuttavia mi sembrava di sprofondare nella disperazione. Era come se non avessi la forza, la convinzione, la tenuta per sostenere quella scelta. Mi chiedevo se Dio mi avrebbe aiutata. Vedevo intorno a me gente felice e provavo per contrasto un senso di profondo disagio».

Aveva capito cosa non andava?

«Non coglievo intorno a me nessuno stimolo culturale. Avevo girato il mondo e discusso con le menti più aperte, imparato lingue. Improvvisamente mi ritrovavo in una specie di calma piatta».

Dubitò della sua vocazione?

«Ero in crisi. Non avevo ancora preso i voti. Accadde in quel periodo che mi innamorassi di un giovane medico. Fu un mettere alla prova i miei veri sentimenti. Dovevo scegliere tra Dio e il mondo. Fu a quel punto che avvertii fortissima l’esigenza di diventare monaca».

Cosa significò essere chiamata? Glielo chiedo perché magari in quella “voce che chiama” ci può essere suggestione, fraintendimento, proiezione di sé.

«Può esserci tutto questo, solo il tempo decide il grado di autenticità di quella voce».

Non avverte il peso dell’emarginazione?

«Al contrario, mi sento al centro di tutto quel che faccio».

Cosa intende per centralità?

«Non intendo dominio o controllo di un ambiente. Penso semmai a una radicalità senza dogma. Ogni volta che si cerca un centro si cerca un vuoto».

Non rischia di essere un’illusione?

«Immagino il centro non come un principio di stabilità ma di rottura ».

Forse occorrono entrambe.

«Stabilità e rottura si possono anche alternare. Come l’ordine e il disordine. La storia lo insegna. Ma penso che la mia vita riposi in un centro invisibile che non si può definire. E che per questo chiamerei esperienza mistica».

Ho letto nel suo “Siamo tutti diversi” (edito da Castelvecchi) che lei riconduce l’esperienza del vuoto al pensiero di Lacan.

« Può sorprendere che una monaca legga Lacan e tragga dal suo pensiero qualche utile suggerimento. Mi sono occupata di psicoanalisi e in particolare della nozione di “ soggetto inconscio”. Freud sostiene che l’autenticità interiore di una persona sia stata repressa».

Che può dunque essere liberata?

«È il ruolo che dovrebbe svolgere la psicoanalisi. Stiamo parlando di un ideale moderno: liberare le forze dell’uomo! Nel momento in cui si è sostituito a Dio, l’uomo ha sviluppato un desiderio infinito di sé. In teoria pensa di poter fare tutto».

E in pratica?

« La società, lo Stato, la Chiesa sono le istituzioni che lo opprimono. È così che il soggetto scopre di non avere nessuna autentica interiorità. Ecco perché Lacan dice che l’interiorità è un vuoto e che questo vuoto lo si può rappresentare come la morte del soggetto».

La morte del soggetto viene dopo la morte di Dio?

«Non vi sarebbe quella senza questa».

Eppure desideriamo diventare persone autentiche.

«Nell’orizzonte mondano la nostra identità ci arriva dall’esterno, come i desideri, è indotta. Nell’infanzia è data dal rapporto con la madre. Pensiamo che da questa relazione originaria scaturisca la nostra autenticità. Ma non è così. La madre passa e cerchiamo una nuova identità, che troveremo in qualche altra cosa o situazione. È ciò che spinge Lacan a dire che non c’è nessuna autenticità in noi. Siamo abitati soltanto da un vuoto».

Anche il desiderio è una forma di vuoto?

« Il desiderio che si realizza nel vuoto è appunto ciò che chiamo misticismo. Ma si tratta di un desiderio senza determinazioni».

Il desiderio nasce sempre come una forma di assenza.

«Ma quasi sempre è indotto da ciò che ci manca del di fuori: un paio di pantaloni firmati, una giacca elegante, una macchina fuoriserie. Non è in questo senso che intendo il desiderio. Agostino si era spinto fino a dire che tutti desiderano Dio, ma non tutti danno lo stesso nome alla cosa».

Cosa significa desiderare Dio nell’epoca della sua morte?

«Per me significa difendere la verità».

Tutti sostengono, religiosamente, di volerla difendere, perfino con l’uso delle armi e dell’omicidio.

«Quella non è verità: è soltanto fanatismo. D’altro canto, la verità non può essere un concetto relativo, per cui ciascuno ha la propria brava verità pronta all’uso».

E allora?

« La verità per me è tutto ciò che essa non è. Ma il punto è che occorre argomentare ogni volta questo “non è”».

Non si sente una privilegiata?

«In che senso?».

Penso alla semplicità delle sue sorelle; al fatto che non posseggono né usano strumenti sofisticati; che non si occupano di filosofia e di omosessualità; che rispettano la clausura.

«Ho molta invidia per le sorelle che vivono permanentemente la loro clausura. Non parlerei di privilegio; ma di una disposizione a compiere alcune azioni. Quanto alla clausura dopo il concilio di Trento fu introdotta quella parziale. La comunità del monastero decide la dispensa, come applicarla e quando revocarla».

Com’è la sua vita nel monastero?

«È divisa in proporzioni uguali tra il lavoro e la preghiera».

Per lavoro cosa intende?

« Svolgo soprattutto un’attività intellettuale: faccio traduzioni, scrivo articoli, insegno. Quest’anno la mia lezione è divisa in due parti: sulla necessità dell’anima, che prende spunto dal libro di Simone Weil La prima radice, e sulla teologia femminista nella storia».

Lei ha parlato di una “teologia queer”. Cosa significa?

« Queer è un termine che cominciò a circolare negli anni Novanta. Può voler dire “attraversamento”, “passaggio”, “transizione”. Poi ha preso il significato di bizzarro, strano, stravagante».

È stato ricondotto all’universo transgender.

«È vero e si tratta di una declinazione possibile. Quello che intendo è affrontare una teologia fuori dagli schemi precostituiti. La teologia non è la difesa concettuale dell’esistenza di Dio. Il che potrebbe creare parecchi malintesi. No. È una forma di co-creazione».

Cioè?

«Penso che Dio non si sia limitato a creare il mondo e noi in sette giorni. Co-creazione significa che noi continuiamo a svolgere il suo lavoro con altri strumenti».

Però non siamo perfetti.

«Creare è anche rischiare. Senza il rischio, dice Weil, non c’è libertà. Dio ha creato dei pezzi unici. Sta a noi continuare a esserlo».

Questo vuol dire per lei essere monaca?

«Vuol dire anche questo».

Si potrebbe accostarla a un pensiero eretico.

«Non sono mai stata indottrinata a un cristianesimo conservatore. Per ogni giorno che passa dovremmo essere disposti ad apprendere qualcosa di nuovo».

Non teme la scomunica?

«Sono preparata, non la temo. La scomunica è stata la cosa peggiore del cattolicesimo. Equivale all’ostracismo dei greci».

È felice?

«Lo sono ogni volta che rientro in monastero. Ogni volta che faccio qualcosa che aiuta a trasformarci. Agostino ha detto: “ Dio ci ha creato senza di noi, però non ci vuole salvare senza di noi”. Felicità è anche questa consapevolezza del nostro essere umani per e con gli altri».

in morte di Miguel d’Escoto

Miguel d’Escoto

il teologo che umiliò gli Usa

di Geraldina Colotti
in “il manifesto” del 10 giugno 2017

Il Nicaragua dice addio a Padre Miguel d’Escoto Brockmann, figura storica del sandinismo e della Teologia della Liberazione. Un addio senza tristezza – ha detto la vicepresidente Rosario Murillo – rendendo omaggio a

“una personalità eccezionale, un fratello che triste non è stato mai, un fratello indomabile che ha combattuto per il popolo e con il popolo, per tutte le cause giuste, pieno di allegria, di speranza, di fiducia e certezza in quel futuro migliore in cui tutti crediamo e che ci meritiamo”.

Miguel d’Escoto, sacerdote cattolico, nasce a Los Angeles il 5 febbraio del 1931. Trascorre l’infanzia in Nicaragua, poi torna negli Usa per studiare alla fine degli anni 1940. Nel 1953 entra nel seminario della Società missionaria di Maryknoll, dove viene ordinato sacerdote sette anni dopo. A metà degli anni ’70, mentre il continente latinoamericano cerca di seguire la via cubana e si scontra con la dura reazione degli Usa, il sacerdote aderisce alla Teologia della Liberazione, che accompagna il marxismo nella ricerca di giustizia sociale e per questo entra in conflitto aperto con il Vaticano. Nel 1975 aderisce in segreto al Frente sandinista di liberazione nazionale (Fsln), la guerriglia che combatteva la dittatura in Nicaragua. Nel 1977 fa già parte del Gruppo dei dodici, composto da intellettuali e imprenditori che si oppongono al dittatore Somoza Debayle, ed esprime il suo appoggio pubblico all’Fsln. Dopo la vittoria del Frente sandinista, nel luglio del 1979, d’Escoto diventa ministro degli Esteri fino al 1990, anno in cui i sandinisti perdono le elezioni e il potere. A differenza di un altro prete sandinista, il poeta Ernesto Cardenal (scomparso di recente), continua ad accompagnare il percorso del leader sandinista Daniel Ortega, fino al suo ritorno alla presidenza, nel 2007. Nel 2008 assume per un anno l’incarico di presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni unite. Tra il 2007 e il 2011 accompagna il presidente nicaraguense Daniel Ortega come massimo consulente agli Affari esteri. Viene insignito di due onorificenze, l’ordine Rubén Darío e Carlos Fonseca. Come ministro degli Esteri, è protagonista di una vittoria storica contro gli Usa. Nel 1984, denuncia alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja le attività militari statunitensi contro il Nicaragua, e la Corte gli dà ragione.

In quello stesso anno, per la sua attività di teologo progressista e per il ruolo politico che ricopre nel sandinismo, viene sospeso “a divinis” da Vojtyla, il papa guerriero che combatte il “pericolo rosso” a fianco di Reagan e di Tatcher e che praticamente abbandona nelle mani dei carnefici anche il vescovo salvadoregno Oscar Romero. Anche Ernesto Cardenal viene umiliato pubblicamente e sospeso “a divinis” dal papa polacco. Trent’anni dopo, nell’agosto del 2014, il papa argentino Jorge Bergoglio, annulla l’ordine di sospensione, accogliendo la richiesta di d’Escoto di poter tornare “a celebrare la Santa Eucaristia prima di morire”. D’Escoto torna a celebrare messa a settembre di quell’anno, festeggiato anche in Italia come “sacerdote del mondo”. Pur essendo lontano dalla politica istituzionale, non smette di levare la voce per le cause che considera giuste a livello internazionale. Insieme ad altre figure storiche della Teologia della Liberazione come Leonardo Boff, due anni fa invia una lettera a Barack Obama per protestare contro le sanzioni imposte al Venezuela di Nicolas Maduro il 9 marzo del 2015: ritenendo “estremamente vergognosa” la motivazione che definisce il Venezuela “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati uniti”.

Una misura – sottolinea nella lettera – “incredibilmente simile a quella emessa da Reagan oltre tre decenni fa per avere le mani libere e aggredire la legittima Rivoluzione sandinistra con la sua guerra dei Contras, nel decennio del 1980. Anche gli ultimi due appelli internazionali, firmati da un altro grande teologo della Liberazione, Francois Houtart, pochi giorni prima di morire, sono stati in difesa del Venezuela. Da oggi a lunedì, sarà possibile firmare il “libro di condoglianze” presso l’ambasciata del Nicaragua a Roma, per ricordare “un messaggero di pace e di riconciliazione

papa Francesco non vuole “una chiesa tranquilla che perseguita i profeti che disturbano la quiete”

papa Francesco contro una chiesa che non rischia per il bene degli uomini 

 

“il cattivo spirito preferisce una Chiesa tranquilla, senza rischi, comoda, tiepida” 
“il cattivo spirito entra sempre dalle tasche”
 
Una Chiesa che ha paura di cacciare via l’idolo del denaro, non è la Chiesa di Gesù, ha sottolineato papa Francesco
Sulla strada della conversione, non si può rimanere “tranquillo”, ha dichiarato il Pontefice: quando il popolo è tranquillo, perseguita i profeti che disturbano la quiete, cioè si accontenta di uno “spirito di tepore”, che rende la Chiesa “tiepida”. “Nella Chiesa quando qualcuno denuncia tanti modi di mondanità è guardato con occhi storti, questo non va, meglio che si allontani”, ha raccontato Francesco.
“Io ricordo nella mia terra tanti, tanti uomini e donne, consacrati buoni, non ideologi, ma che dicevano: ‘No, la Chiesa di Gesù è così…’ – ‘Questo è comunista, fuori!’, e li cacciavano via, li perseguitavano”, ha proseguito il Pontefice italo-argentino, che poi ha fatto riferimento a monsignor Oscar Romero (1917-1980), di cui ricorre oggi il secondo anniversario della beatificazione. “Pensiamo al beato Romero, no? Cosa è successo per dire la verità”, ha chiesto Francesco.
“Perché?”, ha continuato il Papa. “Perché il cattivo spirito preferisce una Chiesa tranquilla senza rischi, una Chiesa degli affari, una Chiesa comoda, nella comodità del tepore, tiepida”, ha spiegato. Infatti, “il cattivo spirito entra sempre dalle tasche”, ha avvertito i presenti nella Cappella di Santa Marta. “Quando la Chiesa è tiepida, tranquilla, tutta organizzata, non ci sono problemi, guardate dove ci sono gli affari”, ha aggiunto. 
Per Francesco, l’evento simboleggia “il cammino della nostra conversione quotidiana”, cioè il “passare da uno stato di vita mondano, tranquillo senza rischi, cattolico, sì, sì, ma così, tiepido, a uno stato di vita del vero annuncio di Gesù Cristo, alla gioia dell’annuncio di Cristo”.
“Una Chiesa senza martiri dà sfiducia; una Chiesa che non rischia dà sfiducia; una Chiesa che ha paura di annunciare Gesù Cristo e cacciare via i demoni, gli idoli, l’altro signore, che è il denaro, non è la Chiesa di Gesù”, ha insistito il Pontefice, che ha concluso la sua riflessione quotidiana con il seguente augurio per i battezzati: “una rinnovata giovinezza, una conversione del modo di vivere tiepido all’annuncio gioioso che Gesù è il Signore”

una giornata importante da diversi anni ma che stenta a dare risultati apprezzabili nella chiesa

credenti contro l’omo-transfobia

veglie, contestazioni e passi avanti

di Luca Kocci
in “il manifesto” del 17 maggio 2017

Si celebra oggi la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia e, come succede ormai da diversi anni, in decine di città italiane ed europee si svolgono veglie, culti e fiaccolate per le vittime della violenza dell’omo-transfobia promosse da gruppi di omosessuali credenti, parrocchie cattoliche, chiese battiste, metodiste e valdesi. Avviate undici anni fa in maniera semiclandestina da pochi gruppi e comunità di frontiera che decidevano di sfidare l’indifferenza e talvolta l’ostilità delle istituzioni ecclesiastiche – soprattutto cattoliche – oggi, pur non essendo ancora diventate esperienze pienamente condivise, le veglie sono un appuntamento diffuso. Tanto che i settori più tradizionalisti del mondo cattolico e i loro mezzi di informazione (siti web e blog), che fino ad ora hanno quasi sempre scelto di ignorare eventi considerati di nicchia, si sono fatti più aggressivi.

A Reggio Emilia c’è stata una dura contestazione degli ultrà cattolici – e il silenzio del vescovo, il ciellino mons. Camisasca – nei confronti del parroco che ha ospitato la veglia nella sua parrocchia, dove si è svolta regolarmente, e con una grande partecipazione, la sera del 14 maggio. E uno dei siti di riferimento della galassia dell’integralismo cattolico (La nuova bussola quotidiana) pubblica articoli dal titolo eloquente: “Veglie per inesistenti vittime dell’omofobia”. Chissà cosa ne pensano gli omosessuali reclusi dei campi di rieducazione in Cecenia. Sono più di venticinque le città italiane coinvolte. Nei giorni scorsi veglie ed iniziative ecumeniche per le vittime della violenza omo-transfobica si sono già svolte nei tempi valdesi di Milano e Firenze, nella chiesa luterana di Trieste, in una parrocchia cattolica di Pistoia. Stasera sarà la volta di Palermo e di nuovo Firenze (dove le veglie saranno seguite da fiaccolate per le vie della città), Catania, Sanremo, Torino, Varese. E altre nei giorni successivi: Bologna, Cagliari, Napoli, Padova, Siracusa, Genova. A Roma la veglia ecumenica, organizzata dai cattolici di Cammini di speranza-Nuova proposta e dalla Rete evangelica fede e omosessualità (Refo), si terrà domenica sera in piazza del Campidoglio, al termine della Settimana contro l’omotransfobia: uno spazio pubblico all’aperto anche perché il card. Vallini (vicario del papa per la diocesi di Roma) nei mesi scorsi ha invitato le due parrocchie romane che ospitavano gli incontri periodici dei gruppi di omosessuali cattolici a chiudere loro le porte, per cui la possibilità di svolgere la veglia in una parrocchia non è stata nemmeno presa in considerazione dai promotori. Segnale eloquente che, nonostante i passi avanti, nella Chiesa cattolica il tema è ancora controverso e che l’azione di papa Francesco, camminando sul filo dell’equilibrismo di una pastorale più aperta e inclusiva e di una dottrina immutata, ha modificato il clima ma non ha prodotto cambiamenti strutturali.

 “abbatteremo tutti i muri” parola di papa francesco

la preghiera del ‘vescovo vestito di bianco’

“abbatteremo i muri”

Fatima, la supplica di Francesco a Maria. Bergoglio parla di sé stesso usando le stesse parole del Terzo Segreto. Implora pace e «concordia fra tutti i popoli»
“percorreremo così ogni rotta, andremo pellegrini lungo tutte le vie, abbatteremo tutti i muri e supereremo ogni frontiera, uscendo verso tutte le periferie, manifestando la giustizia e la pace di Dio”

Francesco in preghiera nella Cappellina delle Apparizioni

 andrea tornielli

«Guardo la tua veste di luce e come vescovo vestito di bianco ricordo tutti coloro che, vestiti di candore battesimale, vogliono vivere in Dio e recitano i misteri di Cristo per ottenere la pace». Francesco è assorto in preghiera davanti alla statua della Madonna di Fatima, davanti alla cappellina delle apparizioni del Santuario di Fatima. E recitando la supplica rivolta alla Vergine usa l’espressione contenuta nel testo del Terzo Segreto di Fatima per definire sé stesso: «vescovo vestito di bianco». Come si ricorderà, nel mettere nero su bianco venticinque anni dopo la visione ricevuta il 13 luglio 1917, suor Lucia aveva parlato di un «vescovo vestito di bianco» che subisce il martirio insieme a tanti altri cristiani, affermando di aver avuto il presentimento che si trattasse «del Santo Padre» 

Nella preghiera, intercalata dal canto di invocazioni mariane, Francesco si è presentato come «pellegrino della pace» e ha aggiunto: «Imploro per il mondo la concordia fra tutti i popoli». Il Papa ha chiesto alla Madonna di guardare «i dolori della famiglia umana che geme e piange in questa valle di lacrime». «Fa’ che seguiamo – ha continuato Bergoglio – l’esempio dei beati Francesco e Giacinta, e di quanti si consacrano all’annuncio del Vangelo. Percorreremo così ogni rotta, andremo pellegrini lungo tutte le vie, abbatteremo tutti i muri e supereremo ogni frontiera, uscendo verso tutte le periferie, manifestando la giustizia e la pace di Dio».

«Saremo, nella gioia del Vangelo – ha concluso – la Chiesa vestita di bianco, del candore lavato nel sangue dell’Agnello versato anche oggi nelle guerre che distruggono il mondo in cui viviamo». L’invocazione della pace e la memoria del sangue versato dalle vittime delle guerre è dunque presente fin dal primo atto pubblico nel santuario, dove si sono radunati decine di migliaia di pellegrini.

Francesco è arrivato al santuario in elicottero dalla base aerea militare di Monte Real, accolto da decine di migliaia di fedeli, che hanno atteso il passaggio della papamobile per salutarlo e in qualche caso per lanciare petali di fiori. Nonostante le previsioni metereologiche non fossero delle migliori, quando il Papa è giunto al santuario il cielo era sereno. Ha deposto ai piedi della statua un mazzo di fiori bianchi e si è fermato a lungo a pregare rimanendo in piedi di fronte all’effigie mariana, seguito con commozione da tutti i fedeli.

La corona di quella statua, oggi conservata nel museo del santuario, porta incastonata nella corona la pallottola estratta dal corpo di Giovanni Paolo II dopo l’attentato del 13 maggio 1981. Un profondo silenzio è calato sulla spianata dove si trovava la Cova da Iria, la conca naturale utilizzata dai tre pastorelli veggenti per portare il gregge al pascolo. Prima di lasciare la cappellina, Francesco ha donato alla Madonna delle rose d’oro, dono tradizionale dei Pontefici per grandi santuari mariani.

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