tre teologi di fronte al problema del male – Dio in tempi di coronavirus

l’enigma del male

di Jesús Martínez Gordo

tutte le volte che l’uomo e il mondo sperimentano il dolore, torna il discorso su Dio e il problema del male

la posizione di alcuni teologi

«Ora che ci siamo resi conto che Dio e la preghiera non servono a niente, sarebbe l’occasione di dare il resoconto delle spese della Chiesa per la sanità».

Così si leggeva in uno degli whatsapp che ho ricevuto in questi giorni. A parte che c’è sempre qualcuno che, approfittando del fatto che san Giuseppe era un falegname, voglia parlare della confessione, mi interessa riflettere a voce alta su una vecchia questione che, formulata oltre due millenni fa da Epicuro, riemerge in questi momenti con particolare vigore.

«Dio vuole evitare il male, ma non lo può»?,

allora è impotente. «Può, ma non vuole»?, allora è malevolo.

«Se può e vuole, allora perché esiste il male?».

Dovendo confrontarci con un tale dramma (e con la contraddizione – esistenziale e razionale che pone), è normale assistere non solo al crollo dell’immaginario di un Dio onnipotente e perfino benevolo, ma anche della difesa di maggior consistenza razionale dell’ateismo e dell’agnosticismo ateo di fronte alle spiegazioni deiste o teiste.
Uno degli esempi, probabilmente quello che mi ha colpito di più, è la testimonianza del pastore americano Bart D. Ehrman sul suo passaggio dalla fede cristiana all’incredulità per non essere riuscito a sopportare questa contraddizione.
Ma devo ricordare, come contrappunto necessario e inevitabile, che nemmeno ai nostri giorni mancano coloro per i quali questo è anzitutto e soprattutto un problema strettamente razionale. E che perciò ci riguarda tutti: deisti e teisti, atei o agnostici-atei e persino antiteisti e indifferenti. Non vale niente – dicono – criticando questi ultimi, credere di aver trovato una spiegazione razionale più consistente di quella teista negando l’esistenza di Dio e rimanendo, a seconda dei casi, sereni e tranquilli o angosciati nel silenzio o nel mutismo. Una simile risposta o un siffatto tentativo di spiegazione alternativa – che non riesce affatto ad eludere la perplessità che attanaglia tutti, teisti o atei – non è, quando esiste, una spiegazione razionalmente più solida di quella credente.
Forse per questo, negli ultimi anni i teologi hanno continuato a riflettere su questo problema.

Nel caso specifico, ho trovato tre saggi di spiegazione che meritano di essere presi in considerane quello di

J.A. Estrada,

di J.-B. Metz

e di A. Torres Queiruga.

Juan Antonio Estrada dichiara «impossibile» il tentativo di armonizzare razionalmente il male con un Dio buono e onnipotente. Non si può discolpare Dio. Quando si tenta di farlo, si finisce col favorire l’immaginario di un essere malvagio che sacrifica la persona. È più sensato riconoscere che il cristianesimo, non avendo una risposta razionale a questo problema, consente tuttavia di affrontarlo in maniera coerente e lucida, ben lungi dall’indifferenza o dalla disperazione: chi, come nel suo caso, si autocomprende come cristiano sa e ha delle ragioni più che abbondanti per combattere il male, in particolare quello ingiusto e prematuro, come ha fatto Gesù di Nazaret.


Senza ignorare il silenzio a cui ci induce di solito la richiesta di una risposta coerente da parte di Epicuro, non bisogna trascurare le grida e le richieste di giustizia che, nonostante tutto, le vittime continuano a innalzare a Dio. Questo è il punto di partenza della spiegazione presentata da J.B. Metz. L’attenzione a queste domande lo porta a elevare tali grida e lamenti al principio conoscitivo di tutta la realtà e, insieme, a comprendere la fede cristiana come «memoria della passione», vale a dire, come memoria di un Crocifisso il cui dramma si attualizza nel grido di tutti i crocifissi del nostro tempo. E anche in quello di coloro che, come sta succedendo in queste ultime settimane, muoiono perché sono anziani, malati, deboli o professionisti della medicina o lavoratori nei servizi essenziali ai cittadini; e senza per di più poter dare l’ultimo saluto ai loro cari.


Andrés Torres Queiruga, proseguendo sulla via aperta ai suoi tempi da G. Leibniz, sbarra criticamente la strada alle spiegazioni che sottolineano l’oscurità, il silenzio o il ritiro di Dio – lo tzimtzum (antica parola ebraica (צמצום) che significa letteralmente «ritrazione» o «contrazione» ed è utilizzata originariamente dai cabalisti in riferimento all’idea di una «autolimitazione» di Dio che si «ritrae» nell’atto della creazione del mondo, ndtr). – e pone la chiave esplicativa del male nella finitudine in quanto tale e quindi non in Dio stesso. La sua è una proposta che intende mostrare l’articolazione esistente e senza stridere in alcun modo tra l’atteggiamento insuperabile dell’amore divino – che lo caratterizza non tanto in quanto Onnipotente, ma in quanto Antimale – e il male che si racchiude nel limite costitutivo del finito e, soprattutto, nella morte prematura e ingiusta. Questo – ricorda – è un problema razionale. Perciò ci riguarda e richiede una spiegazione da parte di tutti, oltre la nostra fede o la sua assenza, anche se noi credenti abbiamo numerosi motivi e ragioni per non disperare.
Questi tre contributi, indubbiamente teisti, non impediscono ai credenti e non credenti di condividere il compito di sradicare qualcosa di tale desolazione in questo tempo di coronavirus; rimasugli anticlericali a parte, ovviamente.

la pandemia da coronavirus e la sospensione della triade classica della pastorale: catechesi, liturgia, carità

una chiesa in aspettativa?

di Gilberto Borghi 

Sospese le messe. Sospese le attività catechistiche. Fortemente limitate anche quelle caritative. Colpita al cuore la triade classica della pastorale: catechesi, liturgia, carità. Ma non siamo tutti chiamati a vivere il vangelo, a prescindere dallo specifico del ruolo ecclesiale?

Sospese le messe. Sospese le attività catechistiche. Fortemente limitate anche quelle caritative. Colpita al cuore la triade classica della pastorale: catechesi, liturgia, carità. Con tanto dispiacere accetto questa situazione e credo che si dovesse davvero fare così, soprattutto dopo la decisione di “blindare” l’Italia. Milioni di persone colpite economicamente, psicologicamente, spiritualmente. Non mi sarei mai immaginato di vivere in queste condizioni in Italia. Ma accetto. E provo a continuare a vedere cosa si possa imparare da questa situazione.
Una chiesa che non può più vivere i propri ruoli interni nelle forme ormai codificate da tempo, sembra una chiesa “in aspettativa”. E’ di questi giorni lo “sfogo” di un amico prete: “Va bene, capisco la questione sanitaria, ci mancherebbe. Ma se mi tolgono la messa, il catechismo e gli incontri io che faccio?” Provo ad immaginare che abbia una sua ragione per dirlo. Formati ed educati a vivere il sacerdozio come condizione per espletare le funzioni specifiche che lo riguardano, i preti possono anche faticare a cogliere il senso della loro esistenza fuori da tale specifico. Ma forse la stessa domanda potrebbe farsela anche un laico, un catechista, ad esempio, che si trova senza ruolo specifico da svolgere, e che di fronte a questa “tempesta” inaudita può pure lui sentirsi svuotato dell’ordinario modo di essere cristiano.
Ma non siamo forse tutti battezzati? Anche il prete? E come tali non partecipiamo tutti della regalità, profezia e sacerdozio universale dei fedeli? Cioè, siamo tutti chiamati a vivere il vangelo, nella sua essenza di fondo, a prescindere dallo specifico del ruolo ecclesiale. In un bel post di fb, don Cristiano Mauri chiarisce, molto meglio di quanto posso fare io, cosa significa vivere il vangelo fuori dai ruoli ecclesiali “in aspettativa”.

“Guardo con meraviglia e sorpresa uomini e donne di fede che non si sono troppo scomposti all’arrivo della “tempesta”. Certo, gli è sobbalzato il cuore in petto, hanno vissuto lo smarrimento della sorpresa, si sono preoccupati e si preoccupano dei loro cari, hanno conosciuto il turbamento profondo e la paura di perdersi. Ma poi, son tornati semplicemente a “fare il Vangelo” che stavano facendo.
Pregano il Padre, così come gli viene, come hanno sempre fatto con umiltà, libertà e fiducia nel suo amore. Amano i fratelli e le sorelle in tutto, così come riescono, non per spirito eroico, ma perché è l’unico modo che ritengono buono per dar senso alla vita. La “tempesta” per loro non è la fine di tutto. Solo un luogo diverso in cui “fare Vangelo”. Un luogo più faticoso, pieno di scuotimenti, carico di rischi, è vero. Ma non la ragione per smettere il Vangelo come un vestito inadatto.
E non cessano di amare. I fratelli, il Padre, come un unico movimento. Perché il Padre non abbandona e i fratelli non si possono abbandonare. Lo fanno come riescono e come possono. E son così abituati a farlo che reinventare modi, gesti, parole, iniziative di vicinanza e di amore non gli viene poi così difficile. Anzi, trovano perfino una grazia nella possibilità di aprire strade nuove.
Non si preoccupano troppo di distinguersi dagli altri, anzi sono più beati se non vengono riconosciuti. Non nascondono le loro inadeguatezze, sanno i loro limiti, ma non ne hanno soggezione né vergogna. Non si ritengono meritevoli di ammirazione, pensano semplicemente che stanno facendo quel che devono. Non pretendono l’esclusiva del bene ma si sentono alleati di tutti coloro che stanno lavorando per salvare, guarire, proteggere, li considerano come fratelli senza guardare al loro credo, e lodano il Padre perché vedono quanto la sua Opera sia molto più grande delle loro opere.
Guardo queste donne e questi uomini, che mi stanno insegnando molto, con grande riconoscenza e ammirazione. E poi guardo a chi, sbandierando la propria fede, grida e si lamenta perché «ci stanno impedendo di essere cristiani». Mi chiedo, sommessamente, che cosa mai stessero davvero facendo questi prima della “tempesta”, per non saper che fare durante. Molti chiedono parole di Speranza. Ma se non ho letto male il Vangelo, la Speranza cristiana, più che un discorso, è una vita donata per amore. La Speranza cristiana forse si dice, ma anzitutto si fa. E io sono grato a chi, in questo tempo, col suo fare, “fa sperare”. Che creda, o no”.
Grazie don Cristiano.

in tempi di coronavirus fede e preghiera, sì, ma non fanatismo personale ed ecclesiale

 

 

“così papa Francesco ci insegna a riscoprire il divino che è in noi”

intervista a Alberto Maggi

a cura di Paolo Rodari
in “la Repubblica” del 28 marzo 2020

«Le messe senza popolo online? Non mi piacciono. Purtroppo molti preti sono stati abituati così. Per loro non c’è salvezza senza un Dio che da fuori viene a salvare l’uomo. Se si toglie loro la celebrazione della messa non sanno cosa fare. Non capiscono che il Signore è già in noi, si fa pane nella parola. Egli è dentro l’uomo e chiede solo di andare ad aiutare gli altri».

Alberto Maggi, fine biblista, sacerdote e teologo, commenta il momento presente. Il Papa ha detto che è possibile, in attesa che tutto torni alla normalità, chiedere perdono a Dio dei propri peccati pregando nel silenzio. Un ritorno alla preghiera personale e intima spesso elusa da una Chiesa che vuole invece avere il controllo sui fedeli.

Padre Maggi, alcune cronache raccontano di sacerdoti che celebrano con i fedeli di nascosto. Cosa pensa?

«Assurdo. Danno anche la comunione sotto le due specie, bevendo dal calice sostenendo che tanto è sangue di Cristo e come tale non può trasmettere il virus. Questa non è fede, è fanatismo. Giocano a fare i cristiani delle catacombe e non sanno che provocano un’ecatombe».

Un errore grossolano di visione di sé, di Dio e del mondo? 

«Pensano di essere gli unici intermediari fra la gente e Dio, ma il Signore non ha bisogno di intermediari. Dio è stato per troppo tempo visto come esterno all’uomo e lontano. Gesù ha superato ciò. Giovanni dice che a chi ama il Padre, Gesù e lo stesso Padre verranno in lui. Dio si manifesta non quando alziamo le mani al cielo, ma quando ci rimbocchiamo le maniche e aiutiamo gli altri».

Per un certo clero tutto ciò significherebbe perdere il controllo sui fedeli e per certi fedeli uscire da una visione clericale della fede.

«Se Dio sta nel cuore dell’uomo non lo puoi controllare. Ma quando scopri Dio dentro di te tutto cambia. Non devi più cercarlo e vivere per lui, ma vivi di lui. Dio non ti chiede più nulla».

A cosa serve chiedere a Dio di fermare la pandemia?

«Dio non può fermarla, non può cambiare il corso della storia, ma può dare all’uomo la sua forza per viverla».

Come si spiega questo tempo così difficile?

«I danni del coronavirus sono anche il prodotto di una politica che all’inizio ha privilegiato gli interessi economici di pochi a discapito del bene comune. Francesco in Laudato Sì chiede una cura per la casa comune che pochi perseguono. Il paradiso perduto è da guadagnare adesso».

In che senso?

«Francesco fa sua una lettura profetica del racconto della creazione. Il libro della Genesi non guarda al passato, non è storia ma teologia. L’autore non descrive il rimpianto per un passato, ma la profezia per il paradiso da costruire»

il coronavirus e l’aiuto della fede oltre le supestizioni e le strumentalizazioni

 

LA FEDE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

 

una riflessione di p. Felice Scalia

 In questi giorni neri, dove la primavera anticipata sembra una beffa della natura, mi vengono spesso in mente due capolavori: “I Promessi Sposi” di Manzoni – con le celebri pagine sulla peste – e “La Peste” di Camus. In tutti e due le opere c’è chi vive la tragedia nella fede cristiana e chi la perde questa fede. Mi chiedo come oggi stiamo vivendo noi cristiani la tragedia, tutti in qualche modo minacciati dal nemico invisibile.
Avviene, ma come mai, che nei periodi in cui il pericolo è universale si dimentichi perfino quanto in tempi normali si riteneva essenziale della nostra vita? O che si perda la fede sentendoci ancora più soli? O che nasca il cinismo di chi non ha neppure il pudore di tenere per sé un pensiero come il seguente: “Muoiono i vecchi. Benissimo. Liberiamocene!”?
Siccome questa è storia concreta, devo aggiungere che non è la sola storia di questi giorni. C’è l’abnegazione di medici e personale sanitario, ci sono scene di struggente altruismo, c’è gratitudine popolare, forse tutta italiana, per chi mette a repentaglio la sua vita per far vivere. La sorprendente dichiarazione di un medico – “Se non avessi la fede, non avrei fatto il medico” – mi induce a pensare che c’è molta fede implicita in questi eroi quotidiani. Forse non è così sbagliato il cosiddetto Teorema di Quarantelli (sociologo americano): “Peggiore è la situazione, migliori diventano gli uomini”.
Ma, come cristiano (almeno in spe) e come prete mi chiedo come vivere nella fede del Signore Gesù questi giorni.
Mi scrive un giovane presbitero amico:

In isolamento anch’io, ma tutto bene grazie a Dio. Le mie “pecorelle” stanno bene, si scoraggiano un po’ a stare lontano dalla parrocchia… ma io cerco di stare vicino con qualche telefonata e qualche “chiacchierata” a distanza con i miei vicini di casa! Nel frattempo approfitto un po’ anche per recuperare forza e coraggio anch’io. Prego e leggo … Mi chiedo quanto sforzo dobbiamo fare per riuscire a superare una certa impostazione e un modo di conoscere Dio più legato ai nostri schemi (quelli nei quali siamo cresciuti, anche noi giovani) che alla freschezza del Vangelo … Con tutta la buona volontà, ho l’impressione che anche involontariamente a volte restiamo impigliati. Avremo modo di discuterne a voce.
Ma il mio pensiero è sempre per la parrocchia. Forse questo “digiuno” eucaristico potrà contribuire ad accrescere il desiderio di Dio nella gente… io me lo auguro e cerco di accompagnarlo. Credo che la nostra principale missione, in questo momento, sia proprio questa, più che fare videomessaggi e catechesi on-line. Potrei sbagliarmi, ma punto a stimolare una fede più genuina e meno superstiziosa. Non legata al monte e al tempio, per dirla con la samaritana, ma allo spirito e alla verità. A volte il silenzio intorno a me, lo sguardo che non riesce ad incrociare altri occhi, l’incertezza del domani… lasciano qualche varco alla paura. Che cerco di affidare sempre al Signore.”

Mi affido a queste parole per rispondere alle mie domande sul come vivere “coram Domino” questi difficili giorni e come camminare con la gente domani. Tanta sofferenza e tanto sbigottimento non possono passare invano. Mi fermo a tre soli spunti.

“Il mio pensiero è sempre per la parrocchia”

Se credo davvero nel Risorto e so che l’ultima parola è la Vita, oggi sto accanto alla mia gente, e non solo localmente. Non mi rendo irraggiungibile, per paura che sia costretto a fare l’eroe, non scendo per primo dalla nave in pericolo, “perché il coraggio, mica uno se lo può dare!”. Se tutti hanno paura, anche io ho diritto di averla; se tutti hanno incertezze, anche io le avrò; se nessuno ha risposte certe sul domani, neppure io prete. Ma qualcosa di particolare la ho e la posso dire: non può affondare una nave in cui è imbarcato lo stesso figlio di Dio.

“Contribuire ad accrescere il desiderio di Dio nella gente…”

Non credo si tratti di accrescere quel desiderio di Dio che domani farà venire la gente in chiesa e moltiplicherà i nostri “clienti”. Desiderio di Dio è desiderio di vivere secondo Verità. È infatti menzogna pensarci autori della vita, arbitri del bene e del male (i due alberi violati di Genesi 3), e dunque possibili padroni della Terra e degli uomini, secondo la legge bestiale della giungla “la forza è fondamento del diritto” – come affermano gli “empi” in Sap 2,11.
Noi preti questo non sempre lo abbiamo detto. Anzi a volte abbiamo presentato Dio non come Colui che ci dava le leggi della vita, quelle che ci strutturano dall’intimo e ci permettono di vivere, ma come una sorta di monarca che impone leggi e balzelli, per vedere se i sudditi sono ossequienti o no, perché al suo potere ci tiene e lo vuole assicurare con la paura.
Il desiderio di Dio non ha dunque niente da condividere con il possibile risvolto ideologico che si può desumere da tante preghiere rivolte a Lui. Devo stare attento – mi dico. Chiedere a Lui la fine della prova, non può ingenerare l’idea che sia stato Dio a mandarci il flagello? Chiedere di avere pietà di noi, non può fare pensare che Dio ci stia castigando? Non è così. E lo sappiamo aprendo appena il Vangelo, come dovrebbero aprirlo certe trasmittenti fin troppo devote ma forse di ben poca fede cristiana. Domani, in giorni “più leggiadri e men feroci”, dovremmo reimparare e reinsegnare il senso della preghiera come Gesù la comanda.

“Stimolare una fede più genuina e meno superstiziosa”

Sorvolo sulle molte forme di superstizione di cui è intrisa la religiosità popolare e non solo essa. Ogni prete queste cose le sa bene. Se le trova davanti ad ogni Festa Del Patrono, dove non si capisce che cosa stia facendo propriamente la gente con le sue acclamazioni ed i suoi rituali centenari. Tuttavia il modo migliore per combattere questo pericolo di superstizione è “stimolare una fede più genuina”.
E cioè? Un fede più centrata sul Gesù del Vangelo e molto meno sulle speculazioni di una teologia astratta. Più sul vivere come Gesù ha vissuto che sul sapere tutto di lui, come se noi potessimo conoscere di Dio e di Gesù qualcosa, oltre quello che la vita, i gesti di Gesù ci rivelano. Una fede che spinge non solo alla “fede in Gesù”, ma anche ad assumere come propria, nel quotidiano “la fede di Gesù”: il suo modo guardare il mondo, il destino umano, il Mistero Santo dell’Origine, lo scopo della vita. Egli ci ha “salvati” togliendoci dalla disperazione di sentirci abbandonati da uno strano Creatore nelle mani dei potenti. E ci ha detto che Dio è “Padre” amorevole e misericordioso. Ci ha “salvati” dicendoci qual è la nostra verità di umani: siamo figli amati del Padre e fratelli benevoli tra noi. Ci ha detto che la nostra dignità di umani non è legata a ciò che abbiamo accumulato, al potere che abbiamo, al successo, ma solo ed esclusivamente al fatto che siamo creature con lo ”stampo” del Padre, assetate di infinita bellezza, di estasi della vita, intrinsecamente impastate di Amore, fino a non avere requie se non amiamo come il Padre ama.
Per farci comprendere questo, Gesù non ha preteso di divinizzare l’uomo, di elevarlo a ciò che non è (avrebbe sacralizzato la prepotenza dei prepotenti che si autoproclamavano “divini” e “sacra maestà”, avrebbe giustificato i superuomini) ma ha umanizzato Dio, ci ha detto che possiamo vivere di Dio e con Dio nei gesti della nostra umanità. Tutti possiamo esprimere l’Infinito nei piccoli gesti del finito, possiamo odorare di Eterno negli atteggiamenti che operiamo nel tempo. E perché non restassero dubbi, Gesù nasce da un popolo disprezzato, in una famiglia povera, ama stare con gente di cattiva reputazione, con peccatori e pubblicani, con coloro che non hanno nessun titolo oltre la loro nuda (ed a volte ambigua) umanità. In tutti costoro vede una traccia indelebile e non negoziabile della loro somiglianza col Padre. Gesù ci ha detto che l’uomo è “divino” se vive pienamente la sua umanità quotidiana di creatura umana. Se vive per ciò che intrinsecamente è, se tende al raggiungimento dello scopo per cui è stato creato: uomo così umano da fare trasparire la sua origine divina.
Non vorrei cadere nella stessa trappola di quanti strumentalizzano la sofferenza e la paura per assicurarsi che domani, quando Dio vorrà, le chiese saranno finalmente piene. Oggi noi preti siamo chiamati a stare con la gente. Questo nostro stare-con è già un segno che Dio non ha abbandonato il suo popolo. Oggi dobbiamo spingere a questa forma di amore che è la distanza e la paura di essere untori. Ma abbiamo anche l’obbligo di pregare meditando su quanto accade. Nella quiete di giornate fin troppo lunghe, non possiamo, non dobbiamo preoccuparci di rivedere la nostra storia e chiederci se per caso, proprio noi esperti della “salvezza”, non abbiamo trascurato di dire con chiarezza che la fede non è tanto nozione appresa che fa conoscere la definizione esatta di Dio, quanto piuttosto luce per dare senso alla vita? O che essa è significato ultimo dei nostri giorni e di tanto nostro “fare”? E ancora ritengo urgente chiederci se, ancora noi, non abbiamo finito per appoggiare chi è responsabile del disastro attuale meticolosamente annunziato dai disastri precedenti. Siamo stati le sentinelle della Vita o abbiamo finito per stare – senza accorgercene – dalla parte di chi offendeva questa vita offrendo benefici ad una parte della popolazione mondiale e disprezzando chi stava al di fuori dei beneficiati? Non è strano che la pandemia colpisca i Paesi benestanti e, in Occidente, i Paesi di tradizione cristiana?
Qui non si tratta di scelte politiche fatte o non fatte dalla Chiesa. Mi sto chiedendo se la nostra teologia e la nostra pastorale siano state così accorte da volere rimanere cristiane, degne cioè dell’unico Gesù della storia che traspare dal Vangelo. Di quel Gesù che ha osato definirsi Vita e portatore di Vita.
Mentre ridicoli potenti si chiedono se il coronavirus sia cinese o americano, mentre questi potenti evitano di affrontare il problema se il sistema da essi imposto con inaudita violenza sia compatibile con la vita sul Pianeta, a noi preti corre l’obbligo di chiederci se non abbiamo trascurato qualcosa di importante nella trasmissione del Vangelo. Qualcosa come la Bella Notizia così come ce l’ha lasciata Gesù di Nazareth e come oggi disperatamente cerca di portarla in evidenza Papa Francesco.
Ne abbiamo da fare, mentre c’è … tanto poco da fare nelle chiese chiuse.

padre Felice Scalia è gesuita dal 1947. Laureato in filosofia, teologia e scienze dell’educazione, ha insegnato alla facoltà teologica dell’Italia Meridionale e poi all’Istituto Superiore di Scienze Umane e Religiose di Messina. Collabora con Presbyteri, Horeb, Rivista del clero, Vita consacrata, Spirito e Vita e Vita Pastorale

in morte di Ernesto Cardenal poetra e mistico

il poeta di Solentiname

“Siamo in un’universo così vuoto circondato ovunque dal mistero”

È morto in pace con la Chiesa grazie a Papa Francesco padre Ernesto Cardenal. I suoi canti e il suo Vangelo di Solentiname ci hanno dato lacrime di indignazione e di speranza.

 

di  Tonio Dell’Olio

È morto ieri in Nicaragua Ernesto Cardenal. Aveva 95 anni distillati nella lotta per la giustizia e per la bellezza. Metà dei suoi anni furono vissuti sotto il tallone degli anfibi della dittatura sanguinaria di Somoza e l’altra metà a dare il proprio contributo alla costruzione di una società liberata. Dopo l’incontro con Tomas Merton e i suoi insegnamenti, questo monaco irregolare si stabilì a Solentiname, un’isola del Gran Lago di Nicaragua, dove fondò una comunità di artisti, scrittori, poeti… che rileggessero il Vangelo nell’arte al servizio dei poveri (cfr. E. Cardenal, Il Vangelo a Solentiname, Cittadella Ed., 1976). Qualche tempo dopo, con quegli artisti abbandonò l’esperienza dell’isola per unirsi alla rivoluzione contro la tirannia. Nel primo governo democratico divenne ministro della cultura e, per questa ragione, fu sospeso dalle sue funzioni sacerdotali.

Tutti ricordiamo (o abbiamo visto) l’immagine di Giovanni Paolo II che lo redarguisce agitando il dito indice contro di lui che gli è inginocchiato davanti al suo arrivo all’aeroporto di Managua. Poi la riabilitazione lo scorso anno e la prima messa celebrata nella sua stanza. Abitava una stanza con un letto, un comodino e un’amaca. Un eremo. Non so dire se il mondo si sia accorto del suo passaggio, ma la terra sì, è stata concimata anche dalla sua poesia e dal suo amore per il vangelo dei poveri. In silenzio qualche albero è cresciuto anche grazie a quella linfa.

 

J. Moltmann e la croce di Gesù – l’impegno per la causa di tutti gli oppressi

 

di don Paolo Zambaldi

 

il Dio sofferente e crocifisso

un Dio che scende, assume la condizione degli ultimi e muore come loro, non può essere accolto da chi è in cerca di legittimazione per i propri soprusi

«Perché e in quale modo il Dio sofferente e crocifisso divenne il Dio dei poveri e degli abbandonati? Quale significato assume la mistica della croce nella pietà popolare? Manifestamente, queste persone emarginate lo hanno compreso, partendo dalla propria situazione, meglio dei ricchi e dei padroni. E questo perché giustamente avevano l’impressione di poterlo comprendere meglio di loro» (1).

Restituire la dignità.
Nel solidarizzare, nell’attraversare il medesimo deserto, Dio dimostra, verso i miseri, la più alta forma di amore: la condivisione.

«Nella sua passione e morte Gesù si identificò con gli schiavi e prese su di sé il loro tormento. E come lui non fu solo nella propria sofferenza, così anch’essi non si sentivano abbandonati nello strazio della loro schiavitù. Gesù era con loro. Su questo si fondava anche la speranza nella liberazione, per mezzo di colui che fu richiamato in vita, nella libertà di Dio. Gesù significava la loro identità con Dio, in un mondo che aveva sottratto loro ogni speranza e distrutto la loro dignità umana, fino a renderla irriconoscibile» (2).

Una mistica che porta alla trasformazione.

Porsi davanti al mistero Dio, rendersi disponibili alla relazione, accogliere il suo amore, porta necessariamente all’impegno per la causa degli oppressi.

«Senz’altro la mistica della passione può facilmente tramutarsi in una giustificazione della sofferenza, la mistica della croce può celebrare come virtù la rassegnazione al destino e sfociare in una malinconica apatia. Soffrire con il Crocifisso può anche condurre alla commiserazione di sé. In questi casi però la fede si dissocia dal Cristo sofferente, in quanto vede in lui soltanto uno dei modelli che rischiarano la nostra via dolorosa e lo comprende solo come esempio di rassegnazione, utile per insegnarci a sopportare un destino estraneo. Qui la sofferenza non viene ad assumere un significato particolare per l’integrazione del proprio soffrire. Non produce cambiamento alcuno, né nella sofferenza né nelle persone che soffrono. La chiesa ha gravemente abusato della teologia della croce e della mistica della sofferenza, soddisfacendo così gli interessi di coloro che furono la causa di tante pene» (3).

Conflitti inevitabili.

Dice il Signore: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (4).

«Di fronte al suo mondo Gesù non è rimasto passivo, ma ad un determinato ordine di rapporti contrappose un altro: con il suo messaggio e con la sua vita vissuta. […] Annunciando la giustizia di Dio come diritto della grazia a coloro che spietatamente erano stati emarginati dalla società, egli provocò la dura reazione dei tutori della legge. Facendosi “amico dei peccatori e dei pubblicani”, si rese nemici i loro nemici. Rivendicando un Dio che sta dalla parte dei senza Dio, s’attirò l’opposizione delle persone pie e venne cacciato nell’assenza di Dio del Golgotha. Quanto più la mistica della croce prende coscienza di questa realtà, tanto meno sarà tentata di vedere in Gesù il modello della sopportazione e della rassegnazione al destino. […] Egli patì a causa della parola liberante di Dio e morì a motivo della sua comunione liberante con gli schiavi. La sua passione e morte sono quindi la passione e morte messianiche del “Cristo di Dio”…I suoi dolori, in altri termini, sono i dolori inferti dall’amore per gli uomini abbandonati, verso i quali ci conduce questa mistica della croce quando traspone le sofferenze degli uomini nelle sofferenze di Cristo. Il noto inno che i cristiani elevano alla povertà non può essere cristiano quando si limita a tracciare una benedizione religiosa sulla situazione in cui versano i poveri, promettendo loro una ricompensa in cielo, perché sulla terra i poveri diventino sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Secondo la concezione di Gesù, povertà significa “diventare poveri”, cioè alienare e impegnare ciò che si è e ciò che si ha per la liberazione dei poveri» (5).

La chiesa del crocifisso.
Seguire Cristo significa ripercorre le sue opzioni ed essere segno di contraddizione davanti all’Iniquità (6).

«Nella stessa misura in cui i poveri, con questa mistica della croce, vedono la croce come croce di Cristo, verranno anche liberati dalla loro apatia e rassegnazione alla sorte. La pietà della croce, vissuta da questi poveri, dispone dunque di un potenziale ben diverso da quello che la religione dominante ha riconosciuto in essa. La ripresentazione del Messia crocifisso da parte degli schiavi è quindi, per i padroni, altrettanto pericolosa della loro lettura della Bibbia. La chiesa del Crocifisso è stata fin dagli inizi, ma fondamentalmente lo sarà sempre, la chiesa degli umiliati e degli offesi, dei poveri e dei miseri, la chiesa del popolo. E d’altra parte, è la chiesa di coloro che rompono con le proprie forme di potere e di oppressione, esercitate sia all’interno che all’esterno. Non è invece la chiesa di quelli che si giustificano interiormente e che esercitano il proprio dominio sui loro simili. Se realmente conserva intatto il ricordo del Crocifisso, essa non potrà lasciar spazio a un atteggiamento di smorta indifferenza religiosa nei confronti di qualsiasi persona» (7).

(1) Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso. La croce di Cristo, fondamento e critica della teologia cristiana, traduzione dal tedesco di Dino Pezzetta, Queriniana, Brescia (1973) 2013, p. 62-63
(2) Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso, cit., p. 64
(3) Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso, cit., p. 64
(4) Vangelo di Matteo 10, 34
(5) Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso, cit.,67-68
(6) Vangelo di Luca 2, 33-35
(7) Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso, cit., p. 68

crocifissi e crocifissori – il cristiano non può non scegliere: o coi primi o coi secondi

come si può scegliere un Dio crocifisso e poi non stare dalla parte dei crocifissi della storia?

 

 

La croce è ormai un “oggetto” di culto. Così onnipresente e così ignorata. Appesa solitaria nei luoghi pubblici, riprodotta come un gioiello qualunque, esaltata da molti “atei devoti” come simbolo di un’identità cristiana escludente e violenta.

Adorata nelle chiese come simbolo di redenzione. Baciata con tenerezza da chi “soffre” per quel povero Cristo crocifisso dai malvagi dell’epoca, ucciso dai nostri peccati…

Quanta retorica, quanta indifferenza, quanta ipocrisia.

La croce in realtà rimane un patibolo.

Il patibolo riservato ai delinquenti, ai reietti, a coloro che disobbediscono alle regole dell’impero, ai profeti, ai poveri che non hanno nessuno che li difenda.

La croce è il luogo dell’ignominia. Il luogo dell’abbassamento. Il luogo del non-potere.

Gesù, figlio di Dio, mite predicatore, uomo libero e profeta, messia atteso da un popolo intero, sceglie di esservi appeso perché nulla dell’umano potesse rimanergli estraneo.

Nemmeno l’ingiusta condanna, nemmeno la morte.

Su quella croce il Dio onnipotente, il Dio che sta nell’alto dei cieli, il Dio biblico della vendetta che stermina e uccide i nemici, il Dio contaminato da una visione umana di giustizia, ecco ora sceglie di stare “con i perdenti e gli oppressi”, con quelli che generalmente la società dei benpensanti respinge.

Per questo, davanti a quella croce, non possiamo più porci in atteggiamento devozionista e intimista.

Non possiamo identificarla solo con le nostre croci quotidiane, per quanto difficili da portare.

Non possiamo più non pensare, guardandola, a tutti i crocifissi della storia: popoli violentati da guerre scatenate dai potenti per rapinare i loro territori, persone costrette a lasciare la loro terra per sopravvivere alla fame e a condizioni miserabili di vita, testimoni e profeti sacrificati sull’altare dell’ortodossia, intere nazioni in balia di odi religiosi cavalcati con astuzia dai mestatori di turno. E che dire di coloro che sono crocifissi dai pregiudizi che oscurano la ragione e fanno prevalere quell’esclusione che spesso uccide più di un fucile.

Il popolo immenso degli oppressi muore ogni giorno su quella “croce” che noi tutti abbiamo costruito con la nostra indifferenza, i nostri pregiudizi, col nostro egoismo, con il nostro “cristianesimo” da quattro soldi.

Non si può essere seguaci di un Dio che ha scelto di essere crocifisso coi crocifissi e non farsi carico delle ingiustizie che i poveri subiscono.

Oggi assistiamo con orrore all’instaurarsi nell’Europa che orgogliosamente rivendica radici cristiane, di un odio insensato verso chi arriva da lontano per chiedere pane e rifugio. Si alzano muri, si spara, si picchia, si agitano pugni… Il recente odioso passato non ha insegnato nulla?

Ma si sa spesso la storia pare un’inutile maestra.

Ma noi che guardiamo quel crocifisso, noi che facciamo via crucis e adorazioni della croce, noi che in quaresima meditiamo la morte e la resurrezione di Cristo, come possiamo allo stesso tempo negarne così clamorosamente il senso?!

Per comodità, per abitudine, per infantilismo religioso.

Dobbiamo allora convertirci, invertire il nostro cammino, con coraggio e forza.

Dobbiamo superare quella visione “mistica” del Cristo, che lo riduce a un santino innocuo o a una figura “divinizzata” e perciò lontana nel tempo ed estranea ai tempi che stiamo vivendo.

Nel crocifisso, in tutti crocifissi della storia, dobbiamo riscoprire il senso della sequela.

don Paolo Zambaldi

giù le mani dai simboli cristiani traformati in strumenti di odio!

l’estrema destra e quell’uso osceno della religione

di Tomaso Montanari
in “altraeconomia” del gennaio 2020

L’uso politico della religione è antico quanto la religione. E, nella Chiesa cattolica, la tentazione dell’alleanza con il potere di questo mondo è la Grande Tentazione cui si cede già nel 380 d. C., quando l’imperatore Teodosio dichiara il cristianesimo religione di Stato e la gerarchia ecclesiastica si avvia a ereditare il ruolo della struttura di governo dell’Impero. Il cardinale Camillo Ruini che apre a Matteo Salvini è solo l’ultimo di una infinita teoria di alti prelati che credono che il regno di Cristo (e, con esso, naturalmente il loro piccolo, personalissimo regno) sia di questo mondo. Eppure lui, Gesù, si è sgolato per tutta la vita a dire il contrario: “Il mio regno non è di questo mondo!”. Ha affermato che bisogna tenere separati Cesare e Dio, dando a ciascuno il suo. E nel momento più terribile della sua vita, all’inizio della passione, ha fatto rinfoderare le spade dicendo che avrebbe potuto avere dodici legioni di angeli a difenderlo, ma che non voleva vincere con la forza. La radice di questa avversione del Cristo al potere terreno sta forse nell’episodio in cui il Diavolo gli offre, in cambio della sua adorazione, tutti i regni di questo mondo. Il che significa, chiosavano i padri della Chiesa, che evidentemente il Male disponeva liberamente di quei poteri terreni. Ma papi, cardinali e vescovi non sono Gesù: da secoli benedicono crociate e spade, ungono re e imperatori, rassicurano i ricchi sulla loro capacità di passare dalla cruna di un ago. E tutti quei potenti, da sempre, ricambiano: coprendo la Chiesa di denaro e potere, e ostentando grande devozione personale. È tutto ben noto. Eppure, nell’uso che Matteo Salvini, e con lui una buona parte dei vertici della estrema destra italiana, fanno della religione cristiana c’è qualcosa di ancora più osceno. Ed è l’ovvia, perfino caricaturale, malafede di chi inzuppa il rosario nel mojito, incorniciato dai misteri gaudiosi delle natiche delle cubiste. Ma è solo la superficie: il cortocircuito vero è nella sostanza. E la sostanza è che il più violento predicatore di odio della storia italiana recente brandisce i simboli di una fede fondata sull’amore incondizionato. Che il signore dei porti chiusi sventola un Vangelo in cui Gesù fonda il giudizio finale anche su questa domanda e su questa minaccia: “Ero straniero e non mi avete accolto: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli”. Che un potente al centro di un giro internazionale di denaro e potere continua a proclamare la sua devozione alla Madonna, che nel Magnificat loda il Signore perché “ha abbattuto i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”. Che il Dio della vita è ridotto a strumento di una politica di morte. In questo clima anche l’antica nostra incapacità di costruire uno Stato laico (senza crocifissi e presepi nelle scuole della Repubblica, ad esempio) assume connotazioni drammatiche e pericolose. Ebbene, chi invece davvero ci crede, i cristiani “veri”, hanno un solo modo per fermare questa violenza fatta sulla loro fede: prendere la parola in pubblico per condannare l’uso politico della religione. Che è sempre un errore terribile: ma che oggi appare particolarmente grave. Perché se è orribile usare la religione senza crederci, è addirittura mostruoso farlo operando attivamente per realizzare il suo opposto. Perché è evidente che, nelle famose (quanto parziali) radici cristiane la destra sta intagliando clave e bastoni con cui percuotere ogni diverso. E non ci potrebbe essere bestemmia più grande.

per una comprensione evangelica del sacredozio contro una concezione sacrale di esso

Ratzinger contrasta papa Francesco e si fa portavoce dei conservatori presenti nella Chiesa e del peggio della Curia romana

una bella riflessione di   “NOI SIAMO CHIESA” 

La prima reazione alla notizia che tutti i media danno oggi dell’intervento di Ratzinger contro l’abolizione del celibato sacerdotale è stata di sconcerto. Egli rompe la sua iniziale molto esplicita promessa di non intervenire sull’operato del suo successore. Il fatto è grave anche perché non dice cose neutre o fa riflessioni senza riferimenti all’attualità ecclesiale. Stiamo infatti attendendo le decisioni di papa Francesco sulla proposta del Sinodo dell’Amazzonia sui viri probati che sono necessari per la vita della Chiesa in quel continente. Egli si schiera con l’ala più arretrata presente in Vaticano, in questo caso con il Prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti Card. Robert Sarah. Questo Cardinale compie 75 anni in giugno e non dubitiamo che sarà congedato da papa Francesco, come già fece con il prefetto dell’ex-Sant’Uffizio Card. Müller. Avevamo auspicato a suo tempo che, secondo buon senso e responsabilità ecclesiale, Ratzinger-Benedetto XVI si ritirasse, silente, in qualche monastero in Baviera. Ciò non è successo ed ora egli sta perdendo con questo intervento e con quello dello scorso aprile il credito che aveva acquisito, in grandi aree della nostra Chiesa, con le sue dimissioni. Soprattutto ci sembra scorretto che il libro, che uscirà a giorni da Fayard e scritto con Sarah, sia firmato da “Benoit XVI” come appare sulla copertina. Egli, ci sembra, abusi in questo modo della sua precedente autorità nella Chiesa.

Detto questo, ciò che emerge dal testo di Ratzinger/Sarah è una concezione sacrale del “Sacerdote” (noi preferiamo chiamarlo “presbitero”) che è in contraddizione con la migliore teologia, con lo “spirito” del Vaticano II e con la pratica di una parte della vita quotidiana della Chiesa. Il Sacerdote deve essere impegnato soprattutto nella preghiera e nel celebrare l’Eucaristia. Inoltre si afferma nel libro: “Si può dire che l’astinenza sessuale funzionale si è trasformata in astinenza ontologica”. Che significa? Che la consacrazione porterebbe a un cambiamento della natura stessa del credente-prete? Ma i preti sposati, che ci sono nella Chiesa Cattolica, sono di serie B? Non avrebbero questa mutazione ontologica? Noi pensiamo che il prete ha un ruolo nella Chiesa solo perché riconosciuto e accettato dalla sua comunità per la quale egli è il presidente dell’Eucaristia. Qualsiasi riferimento al rapporto presbitero-comunità pare sia assente nel testo. Questa idea del Sacerdote inoltre non fa che congelare l’attuale distinzione rigida esistente tra struttura gerarchica e i “laici”. Essa è evangelica? Non si potrebbe pensare che il celibato sia comprensibile con la vita monastica che ha così tanta tradizione, ma non per la normale vita delle nostre diocesi e delle nostre parrocchie? E poi la negazione dell’Eucaristia a una parte dei credenti, perché impossibile di fatto in alcune situazioni, non costituisce forse un “peccato” della Chiesa a cui si può senza difficoltà porre rimedio modificando una legge solo ecclesiastica? E perché fermare ora una riforma che sarà inevitabile fare in un futuro neanche troppo lontano? Nel testo si afferma anche “che nella Chiesa antica gli uomini sposati potevano ricevere il sacramento dell’Ordine solo se si fossero impegnati a rispettare l’astinenza sessuale e, perciò, a vivere una vita matrimoniale come fratello e sorella. Ciò sarebbe stato del tutto normale nei primi secoli”. È possibile che succedesse una cosa del genere? Che dicono gli storici della Chiesa?

Se si vuole parlare del celibato bisognerebbe parlare allora di tutta la situazione dei presbiteri nella Chiesa, della loro formazione al celibato, delle degenerazioni dei comportamenti di una piccola minoranza (abusi sessuali nei confronti di minori e di suore), della difficoltà ad avere la dispensa dal celibato e anche di altro (oltre a tutti gli aspetti positivi del clero), per esempio del fatto che il prete, per la sua collocazione nella struttura, non rischia mai la disoccupazione o la vera povertà. Poi il libro dice: “Senza la rinuncia ai beni materiali non si può avere sacerdozio”. Bella affermazione, ma bisognerebbe continuarla con una riflessione sui beni della Chiesa, sulla povertà della Chiesa e nella Chiesa. La povertà del singolo, qualora esista, si accompagna, a volte ed almeno in certi paesi, alla gestione, con ben scarsi controlli, dei beni della Chiesa, a volte cospicui; egli dovrebbe avere la preoccupazione di un uso rigoroso e, soprattutto, della loro effettiva destinazione “ai poveri” (come diceva con chiarezza lo stesso codice di diritto canonico del 1917).

Roma, 13 gennaio 2019 Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale “NOI SIAMO CHIESA”

la pace come cammino – messaggio di papa Francesco

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA LIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2020

LA PACE COME CAMMINO DI SPERANZA

DIALOGO, RICONCILIAZIONE E CONVERSIONE ECOLOGICA

1. La pace, cammino di speranza di fronte agli ostacoli e alle prove
La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità. Sperare nella pace è un atteggiamento umano che contiene una tensione esistenziale, per cui anche un presente talvolta faticoso «può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino».[1] In questo modo, la speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili.
La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli. Anche intere nazioni stentano a liberarsi dalle catene dello sfruttamento e della corruzione, che alimentano odi e violenze. Ancora oggi, a tanti uomini e donne, a bambini e anziani, sono negate la dignità, l’integrità fisica, la libertà, compresa quella religiosa, la solidarietà comunitaria, la speranza nel futuro. Tante vittime innocenti si trovano a portare su di sé lo strazio dell’umiliazione e dell’esclusione, del lutto e dell’ingiustizia, se non addirittura i traumi derivanti dall’accanimento sistematico contro il loro popolo e i loro cari.
Le terribili prove dei conflitti civili e di quelli internazionali, aggravate spesso da violenze prive di ogni pietà, segnano a lungo il corpo e l’anima dell’umanità. Ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana.
La guerra, lo sappiamo, comincia spesso con l’insofferenza per la diversità dell’altro, che fomenta il desiderio di possesso e la volontà di dominio. Nasce nel cuore dell’uomo dall’egoismo e dalla superbia, dall’odio che induce a distruggere, a rinchiudere l’altro in un’immagine negativa, ad escluderlo e cancellarlo. La guerra si nutre di perversione delle relazioni, di ambizioni egemoniche, di abusi di potere, di paura dell’altro e della differenza vista come ostacolo; e nello stesso tempo alimenta tutto questo.
Risulta paradossale, come ho avuto modo di notare durante il recente viaggio in Giappone, che «il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo. La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani».[2]
Ogni situazione di minaccia alimenta la sfiducia e il ripiegamento sulla propria condizione. Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace. In questo senso, anche la dissuasione nucleare non può che creare una sicurezza illusoria.
Perciò, non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e chiuso all’interno dei muri dell’indifferenza, dove si prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato, invece di custodirci gli uni gli altri.[3] Come, allora, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente?
Dobbiamo perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo.
2. La pace, cammino di ascolto basato sulla memoria, sulla solidarietà e sulla fraternità
Gli Hibakusha , i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, sono tra quelli
che oggi mantengono viva la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi. La loro testimonianza risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione: «Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno».[4]
Come loro molti, in ogni parte del mondo, offrono alle future generazioni il servizio imprescindibile della memoria, che va custodita non solo per non commettere di nuovo gli stessi errori o perché non vengano riproposti gli schemi illusori del passato, ma anche perché essa, frutto dell’esperienza, costituisca la radice e suggerisca la traccia per le presenti e le future scelte di pace.
Ancor più, la memoria è l’orizzonte della speranza: molte volte nel buio delle guerre e dei conflitti, il ricordo anche di un piccolo gesto di solidarietà ricevuta può ispirare scelte coraggiose e persino eroiche, può rimettere in moto nuove energie e riaccendere nuova speranza nei singoli e nelle comunità.
Aprire e tracciare un cammino di pace è una sfida, tanto più complessa in quanto gli interessi in gioco, nei rapporti tra persone, comunità e nazioni, sono molteplici e contradditori. Occorre, innanzitutto, fare appello alla coscienza morale e alla volontà personale e politica. La pace, in effetti, si attinge nel profondo del cuore umano e la volontà politica va sempre rinvigorita, per aprire nuovi processi che riconcilino e uniscano persone e comunità.
Il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni. Infatti, non si può giungere veramente alla pace se non quando vi sia un convinto dialogo di uomini e donne che cercano la verità al di là delle ideologie e delle opinioni diverse. La pace è «un edificio da costruirsi continuamente»,[5] un cammino che facciamo insieme cercando sempre il bene comune e impegnandoci a mantenere la parola data e a rispettare il diritto. Nell’ascolto reciproco possono crescere anche la conoscenza e la stima dell’altro, fino al punto di riconoscere nel nemico il volto di un fratello.
Il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta. In uno Stato di diritto, la democrazia può essere un paradigma significativo di questo processo, se è basata sulla giustizia e sull’impegno a salvaguardare i diritti di ciascuno, specie se debole o emarginato, nella continua ricerca della verità.[6] Si tratta di una costruzione sociale e di un’elaborazione in divenire, in cui ciascuno porta responsabilmente il proprio contributo, a tutti i livelli della collettività locale, nazionale e mondiale.
 Come sottolineava San Paolo VI, «la duplice aspirazione all’uguaglianza e alla partecipazione è diretta a promuovere un tipo di società democratica […]. Ciò sottintende l’importanza dell’educazione alla vita associata, dove, oltre l’informazione sui diritti di ciascuno, sia messo in luce il loro necessario correlativo: il riconoscimento dei doveri nei confronti degli altri. Il significato e la pratica del dovere sono condizionati dal dominio di sé, come pure l’accettazione delle responsabilità e dei limiti posti all’esercizio della libertà dell’individuo o del gruppo».[7]
Al contrario, la frattura tra i membri di una società, l’aumento delle disuguaglianze sociali e il rifiuto di usare gli strumenti per uno sviluppo umano integrale mettono in pericolo il perseguimento del bene comune. Invece il lavoro paziente basato sulla forza della parola e della verità può risvegliare nelle persone la capacità di compassione e di solidarietà creativa.
Nella nostra esperienza cristiana, noi facciamo costantemente memoria di Cristo, che ha donato la sua vita per la nostra riconciliazione (cfr Rm 5,6-11). La Chiesa partecipa pienamente alla ricerca di un ordine giusto, continuando a servire il bene comune e a nutrire la speranza della pace, attraverso la trasmissione dei valori cristiani, l’insegnamento morale e le opere sociali e di educazione.
3. La pace, cammino di riconciliazione nella comunione fraterna
La Bibbia, in modo particolare mediante la parola dei profeti, richiama le coscienze e i popoli all’alleanza di Dio con l’umanità. Si tratta di abbandonare il desiderio di dominare gli altri e imparare a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli. L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé. Solo scegliendo la via del rispetto si potrà rompere la spirale della vendetta e intraprendere il cammino della speranza.
Ci guida il brano del Vangelo che riporta il seguente colloquio tra Pietro e Gesù: «“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”» ( Mt 18,21-22). Questo cammino di riconciliazione ci chiama a trovare nel profondo del nostro cuore la forza del perdono e la capacità di riconoscerci come fratelli e sorelle. Imparare a vivere nel perdono accresce la nostra capacità di diventare donne e uomini di pace.
Quello che è vero della pace in ambito sociale, è vero anche in quello politico ed economico, poiché la questione della pace permea tutte le dimensioni della vita comunitaria: non vi sarà mai vera pace se non saremo capaci di costruire un più giusto sistema economico. Come scriveva Benedetto XVI, dieci anni fa, nella Lettera Enciclica Caritas in veritate : «La vittoria del sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo scambio, non solo sui trasferimenti delle strutture assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e comunione» (n. 39).
4. La pace, cammino di conversione ecologica
«Se una cattiva comprensione dei nostri principi ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio dispotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza, come credenti possiamo riconoscere che in tal modo siamo stati infedeli al tesoro di sapienza che avremmo dovuto custodire».[8]
Di fronte alle conseguenze della nostra ostilità verso gli altri, del mancato rispetto della casa comune e dello sfruttamento abusivo delle risorse naturali – viste come strumenti utili unicamente per il profitto di oggi, senza rispetto per le comunità locali, per il bene comune e per la natura – abbiamo bisogno di una conversione ecologica.
Il recente Sinodo sull’Amazzonia ci spinge a rivolgere, in modo rinnovato, l’appello per una relazione pacifica tra le comunità e la terra, tra il presente e la memoria, tra le esperienze e le speranze.
Questo cammino di riconciliazione è anche ascolto e contemplazione del mondo che ci è stato donato da Dio affinché ne facessimo la nostra casa comune. Infatti, le risorse naturali, le numerose forme di vita e la Terra stessa ci sono affidate per essere “coltivate e custodite” (cfr Gen 2,15) anche per le generazioni future, con la partecipazione responsabile e operosa di ognuno. Inoltre, abbiamo bisogno di un cambiamento nelle convinzioni e nello sguardo, che ci apra maggiormente all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice.
Da qui scaturiscono, in particolare, motivazioni profonde e un nuovo modo di abitare la casa comune, di essere presenti gli uni agli altri con le proprie diversità, di celebrare e rispettare la vita ricevuta e condivisa, di preoccuparci di condizioni e modelli di società che favoriscano la fioritura e la permanenza della vita nel futuro, di sviluppare il bene comune dell’intera famiglia umana.
La conversione ecologica alla quale facciamo appello ci conduce quindi a un nuovo sguardo sulla vita, considerando la generosità del Creatore che ci ha donato la Terra e che ci richiama alla gioiosa sobrietà della condivisione. Tale conversione va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita. Per il cristiano, essa richiede di «lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo».[9]
5. Si ottiene tanto quanto si spera [10]
Il cammino della riconciliazione richiede pazienza e fiducia. Non si ottiene la pace se non la si spera.
Si tratta prima di tutto di credere nella possibilità della pace, di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. In questo, ci può ispirare l’amore di Dio per ciascuno di noi, amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile.
La paura è spesso fonte di conflitto. È importante, quindi, andare oltre i nostri timori umani, riconoscendoci figli bisognosi, davanti a Colui che ci ama e ci attende, come il Padre del figlio prodigo (cfr Lc 15,11-24). La cultura dell’incontro tra fratelli e sorelle rompe con la cultura della minaccia. Rende ogni incontro una possibilità e un dono dell’amore generoso di Dio. Ci guida ad oltrepassare i limiti dei nostri orizzonti ristretti, per puntare sempre a vivere la fraternità universale, come figli dell’unico Padre celeste.
Per i discepoli di Cristo, questo cammino è sostenuto anche dal sacramento della Riconciliazione, donato dal Signore per la remissione dei peccati dei battezzati. Questo sacramento della Chiesa, che rinnova le persone e le comunità, chiama a tenere lo sguardo rivolto a Gesù, che ha riconciliato «tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» ( Col 1,20); e chiede di deporre ogni violenza nei pensieri, nelle parole e nelle opere, sia verso il prossimo sia verso il creato.
La grazia di Dio Padre si dà come amore senza condizioni. Ricevuto il suo perdono, in Cristo, possiamo metterci in cammino per offrirlo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Giorno dopo giorno, lo Spirito Santo ci suggerisce atteggiamenti e parole affinché diventiamo artigiani di giustizia e di pace.
Che il Dio della pace ci benedica e venga in nostro aiuto.
Che Maria, Madre del Principe della pace e Madre di tutti i popoli della terra, ci accompagni e ci sostenga nel cammino di riconciliazione, passo dopo passo.
E che ogni persona, venendo in questo mondo, possa conoscere un’esistenza di pace e sviluppare pienamente la promessa d’amore e di vita che porta in sé.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2019
Francesco

[1] Benedetto XVI, Lett. enc. Spe salvi (30 novembre 2007), 1. 
[2] Discorso sulle armi nucleari , Nagasaki, Parco “Atomic Bomb Hypocenter”, 24 novembre 2019.
[3] Cfr Omelia a Lampedusa , 8 luglio 2013.
[4] Discorso sulla Pace , Hiroshima, Memoriale della Pace, 24 novembre 2019.
[5] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes , 78.
[6] Cfr Benedetto XVI, Discorso ai dirigenti delle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani , 27 gennaio 2006.
[7] Lett. ap. Octogesima adveniens (14 maggio 1971), 24.
[8] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 200.
[9] Ibid. , 217.
[10] Cfr S. Giovanni della Croce, Notte Oscura , II, 21, 8.messaggio