“il futuro delle nostre società è un futuro ‘a colori’ ”

il messaggio di papa Francesco per la Giornata del migrante e del rifugiato:

la Giornata si celebrerà il 26 settembre 2021

papa Francesco ha voluto dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il cammino comune in questo mondo. Nel messaggio pubblicato oggi per la Giornata che si celebrerà il 26 settembre 2021, papa Francesco ha ricordato che “siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità”.

 

“Verso un noi sempre più grande”

Cari fratelli e sorelle!

Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).

Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.

La storia del “noi”

Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità.

E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da  Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).

La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali.

In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.

Una Chiesa sempre più cattolica

Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5).

Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia.

I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).

Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).

Un mondo sempre più inclusivo

A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso.

Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11).

È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande.

A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.

Il sogno ha inizio

Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).

Preghiera

Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato
che nei Cieli si sprigiona una gioia grande
quando qualcuno che era perduto
viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato
viene riaccolto nel nostro noi,
che diventa così sempre più grande.

Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù
e a tutte le persone di buona volontà
la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza
che ricolloca chiunque sia in esilio
nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare,
così come Tu l’hai creata,la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo 

Francesco

il vescovo Perego e il rinvio a giudizio di Salvini

“il rinvio a giudizio di Salvini sia un segnale importante anche dal punto di vista politico”

il commento dell’arcivescovo Perego

“certo non ha fatto il bene delle persone”

Il rinvio a giudizio dell’ex ministro dell’Interno per la vicenda Open Arms rappresenta

“il rispetto di una Costituzione che deve andare fino in fondo se un diritto fondamentale come il diritto di asilo non sia stato tutelato e poi è un segnale importante sul piano politico, è cioè di non fare cadere nel silenzio una tragedia che continuamente sta facendo morti”.

Lo sottolinea all’Adnkronos monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara da sempre in prima linea per i rifugiati anche come direttore generale della fondazione Cei Migrantes, riflettendo sul rinvio a giudizio per sequestro di persona disposto nei confronti del leader della Lega.

Salvini, uscendo dal Tribunale, ha commentato che andrà a processo a testa alta per avere fatto il “bene del Paese”. E’ così?

“Se avrà fatto il bene del Paese – osserva il ’vescovo dei migranti’ – lo deciderà la magistratura. Di certo non ha fatto il bene delle persone, tra loro anche malati rimasti per giorni in mezzo al mare; non ha dato l’ immagine di un Paese nel quale la Costituzione dispone la tutela per i richiedenti asilo. Quelle persone non sono state tutelate”.

L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio ricorda quindi che

“l’Italia e gli altri Paesi europei devono superare quella immobilità ancora presente sulla riforma del regolamento di Dublino in modo tale che il principio di solidarietà venga tutelato. Abbiamo visto anche nella pandemia la debolezza dell’Europa sulla solidarietà, sia sul tema dell’immigrazione, del diritto di asilo, sia sul tema della salute perché di fatto si è andati in ordine sparso e su alcuni principi fondamentali della tutela della persona l’Europa è ancora da costruire”.

Da qui l’auspicio che

“questo rinvio a giudizio sia un segnale importante anche dal punto di vista politico: si vedrà se i diritti fondamentali sono stati lesi o meno. Oltretutto è chiaro che il respingimento che avviene anche oggi è un dato allarmante che non può lasciare in silenzio le forze in campo. Anche i continui ostacoli a
riorganizzare soccorsi in mare sono un altro segnale non positivo perché non solo non si interviene ma si ostacola chi interviene a tutelare la vita delle persone”.

il «virus dell’indifferenza», letale quanto il Covid, genera «ingiustizia sociale» e porta a scartare e sfruttare i poveri

papa Francesco

la politica non disprezzi i poveri, scartandoli o sfruttandoli a fini di potere

Videomessaggio ai partecipanti alla conferenza internazionale “A Politics Rooted in the People”. Francesco scrive ai vescovi del Brasile colpito dal Covid: «Il virus dell’indifferenza infetta l’umanità e genera ingiustizia sociale»

Papa Francesco

Francesco esprime il suo sostegno al loro lavoro che, a volte, «può risultare scomodo». «Alcuni – dice – vi accusano di essere troppo politici, altri di voler imporre la religione. Ma voi percepite che rispettare il popolo è rispettare le sue istituzioni, anche quelle religiose; e che il ruolo di queste istituzioni non è imporre nulla, bensì camminare con il popolo, ricordandogli il volto di Dio che ci precede sempre».

Nel filmato, interamente in spagnolo, Francesco si appella alla politica chiedendo, anzi, implorando di non disinteressarsi dei poveri, disprezzandone cultura e valori, anche quelli religiosi, «sia scartandoli sia sfruttandoli, a fini di potere». «Il disprezzo della cultura popolare è l’inizio dell’abuso di potere», afferma il Papa. «Quando il popolo è scartato – è la sua denuncia – viene privato non solo del benessere materiale, ma anche della dignità dell’agire, dell’essere protagonista della sua storia, del suo destino, dell’esprimersi con i suoi valori e la sua cultura, della sua creatività, della sua fecondità».

Anche la Chiesa viene chiamata in causa dal Pontefice: «Per essa è impossibile separare la promozione della giustizia sociale dal riconoscimento dei valori e della cultura del popolo, includendo i valori spirituali che sono fonte del suo senso di dignità».

Il Papa esprime quindi il suo “sogno” già rivelato nel libro: «Che tutte le diocesi del mondo abbiano una collaborazione sostenuta con i Movimenti popolari», perché «andare incontro a Cristo ferito e risorto nelle comunità più povere ci consente di riacquistare il nostro vigore missionario, perché così è nata la Chiesa, nella periferia della Croce». Se la Chiesa smette di interessarsi dei poveri, «rivive le vecchie tentazioni di trasformarsi in una élite intellettuale o morale», «una nuova forma di pelagianesimo o di vita essena».

Secondo il Vescovo di Roma, c’è un rischio grande che è quello di farsi contagiare dal «virus dell’indifferenza». Lo scrive nel messaggio ai vescovi del Brasile riuniti nella loro 58esima Assemblea Generale, che si apre con parole di vicinanza alle migliaia di famiglie del Paese latinoamericano, tra i più colpiti dalla emergenza sanitaria, che piangono la perdita dei loro cari a causa del Covid, e con un ricordo dei vescovi vittime sempre del coronavirus.

«Questo andarsene senza poter salutare, questo andarsene nella solitudine più spogliata è uno dei dolori più grandi che hanno quelli che ci lasciano», afferma Papa Francesco. Di fronte a un dramma così enorme, bisogna mettere da parte «divisioni e disaccordi» e lavorare uniti «per superare non solo il coronavirus, ma un altro virus che da tempo infetta l’umanità: il virus dell’indifferenza che nasce dall’egoismo e genera ingiustizia sociale».

Parole in linea con il videomessaggio inviato sempre oggi dal Pontefice al Congresso internazionale dedicato a santa Teresa d’Avila, dal titolo “Donna eccezionale”, mutuato dalla definizione di Paolo VI della santa. Il congresso termina oggi all’università cattolica della città castigliana, nel 50esimo anniversario del dottorato di santa Teresa.

Come all’epoca di Teresa (il XVI secolo), anche oggi «viviamo in “tempi difficili”, non facili, che hanno bisogno degli “amici fedeli di Dio”, amici forti», annota il Papa nel filmato. «La grande tentazione è quella di cedere alla disillusione, alla rassegnazione, al triste e infondato presagio che tutto andrà male». Ecco, proprio «quel pessimismo sterile, quel pessimismo di persone incapaci di dare la vita» rappresenta una grande piaga per l’umanità odierna perché «chiude le persone nei loro recinti protetti». Invece Dio chiama ad aprirsi e a farlo nel segno della misericordia: «Tale cammino – rimarca il Pontefice – non è aperto a coloro che si considerano puri e perfetti, i catari di tutti i secoli, ma a coloro che, consapevoli dei loro peccati, scoprono la bellezza della misericordia di Dio, che accoglie tutti, redime tutti e chiama tutti alla sua amicizia».

 

anche la chiesa e la sua teologia hanno bisogno di una rifondazione?

CHE NE SARA’ DELLA CHIESA SENZA UNA NUOVA TEOLOGIA?

di Augusto Cavadi

 
è urgente anche, e per certi versi prioritariamente, una rivoluzione mentale. Nessuna riforma ecclesiale sarà incisiva e duratura senza una riforma del pensiero, del modo di concepire Dio e il mondo. Insomma: senza una nuova teologia

Ciò che leggiamo nel Vangelo secondo Luca (2,34- 35) a proposito di Gesù (“segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori”) lo possiamo ripetere per ogni “spada che trafigge l’anima” (ivi) dell’umanità, come la pandemia in corso nel mondo. Nell’ordinarietà del quotidiano possiamo procedere ambiguamente, in una sorta di zona grigia fra incredulità e fede, rimandando a data da destinarsi le domande cruciali sulla vita e sulla morte: ma, quando alcune calamità ci colpiscono più direttamente e più insistentemente, siamo costretti a sbilanciarci. Se non col pensiero, almeno nei fatti: con i gesti, i comportamenti privati e pubblici. Abbiamo assistito così, in questi mesi, alla divaricazione più netta delle correnti compresenti nel vasto mondo della cattolicità. Negli ambienti conservatori, tradizionalisti (le cui opinioni – espresse per esempio negli articoli di “Corrispondenza romana” – riesco a seguire solo per dovere di informazione), è stato un tripudio di suppliche, rosari, novene, processioni più o meno clandestine, benedizioni impartite per via aerea da elicotteri appositamente noleggiati… Gli ambienti più inquieti, più critici, sono stati spiazzati da questa sorta di “rivincita” del sacro che è apparsa come un salto indietro di alcuni secoli nella storia della devozione cattolica. Troppo ovvia la domanda: se Dio può fermare l’epidemia, perché aspetta le nostre preghiere per agire? Ha forse bisogno del sacrificio di migliaia di uomini e donne prima di muoversi a pietà? Nel mezzo, per così dire, Papa Francesco: se la scena di questo vecchio che avanza claudicante, sotto la pioggia sferzante, in una piazza San Pietro deserta, ha senza dubbio impressionato l’immaginario collettivo, non si può negare che per alcuni di noi il suo pellegrinaggio ad un’icona della Madonna per chiedere la fine dell’epidemia è risultato sconcertante. Questo scenario ci suggerisce molte riflessioni di cui posso qui evocarne solo qualcuna. Che ne sarà della Chiesa di papa Bergoglio? Ad ogni enciclica, ad ogni sinodo, ad ogni omelia siamo costretti a constatare che il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto: un passo avanti e uno indietro, un passo a sinistra e uno a destra, un saltello in alto e una flessione in basso. Ci siamo ripetuti a vicenda che da solo un papa non può riformare una Chiesa e che c’è bisogno di un movimento dal basso che lo sostenga e lo solleciti. Vero. Ma questo movimento dal basso che strumenti deve mettere in atto? Raccogliere firme, organizzare cortei, promuovere convegni, convocare assemblee, scrivere sui quotidiani, esprimersi sui social network…tutto giusto. Ma anche sufficiente? Non so se per deformazione professionale, ma mi sento obbligato a precisare che è urgente anche, e per certi versi prioritariamente, una rivoluzione mentale. Nessuna riforma ecclesiale sarà incisiva e duratura senza una riforma del pensiero, del modo di concepire Dio e il mondo. Insomma: senza una nuova teologia. E qui casca l’asino. Per quanto ne posso capire, papa Francesco e i suoi sostenitori sono indeboliti da un patrimonio intellettuale appartenente a un ‘paradigma’ (direbbe Küng seguendo Fayerabend) ormai insostenibile. Il Dio della Bibbia e della tradizione teologica occidentale è troppo antropomorfico per reggere l’urto dell’evoluzionismo darwiniano, della fisica quantistica e delle nuove teorie cosmologiche; il Cristo della devozione tradizionale è molto più vicino al pantocratore delle cattedrali normanne della mia Sicilia che al Gesù dei vangeli; la Chiesa cattolica è troppo simile all’impero romano d’occidente che alla famiglia dei discepoli erranti per il mondo, dotati solo di un bastone e di una bisaccia. Con questa visione teologica complessiva, mi pare non si vada molto lontano. In Italia la maggior parte dei teologi sembra non avvertire neppure le colossali dimensioni di questa problematica: tranne poche eccezioni (tra cui Carlo Molari, Cosimo Scordato, Vito Mancuso), sono solo alcuni biblisti (come Ortensio da Spinetoli, Franco Barbero e Alberto Maggi) a ricercare nuove prospettive sul divino. In occasione di questa pandemia, su iniziativa di don Paolo Scquizzato, è uscito un volume (La goccia che fa traboccare il vaso. La preghiera nella grande prova) che – pur nella varietà dei punti di vista – procede in questa direzione. Per fortuna ci sono nel mondo – cattolico e soprattutto protestante – dei ricercatori più coraggiosi come il gesuita Roger Lenaers (autore, tra l’altro, di Cristiani nel XXI secolo? Una rilettura radicale del credo) o il Vescovo episcopaliano John Shelby Spong (autore, tra l’altro, di Perché il cristianesimo deve cambiare o morire) che avanzano critiche radicali a quella impostazione che – non so quanto felicemente – definiscono ‘teismo’. Di questi tentativi non sapremmo nulla se l’agenzia di stampa “Adista” non ce ne parlasse spesso e se studiosi come don Ferdinando Sudati e Claudia Fanti non avessero pubblicato in italiano libri come cavad, Il cosmo come rivelazione, Una spiritualità oltre il mito. Personalmente sono convinto che questi studi sono più convincenti nella pars destruens che nella pars construens : ma se non si fanno ipotesi, se non ci si confronta creativamente e liberamente, si resta muti. La ‘destra’ cattolica ha duemila anni di volumi (dagli apologisti del II secolo a Joseph Ratzinger) cui attingere per riproporre la solita minestra (che l’opinione pubblica istruita tende a rifiutare sempre più diffusamente): gli altri abbiamo troppo poco in mano e dobbiamo darci da fare. Cioè: da pensare, da discutere, da scrivere, da divulgare.

di Augusto Cavadi, 27 Giugno 2020, www.zerozeronews.it

in morte di Hans Kung un teologo libero a servizio del vangelo

E’ MORTO HANS KUNG, UN GRANDE TEOLOGO
LIBERO E IMPERTINENTE. A SERVIZIO DEL VANGELO
un ricordo di Daniele Rocchetti
Ricordo la prima volta che lo incontrai. Ero a Gerusalemme con don Roberto Pennati, A quel tempo si potevano ancora visitare internamente gli edifici sulla Spianata. Don Roberto ed io riconoscemmo Kung dentro la magnifica Cupola della Roccia. Ci salutammo e uscimmo fuori insieme. In un perfetto italiano, ci parlò a lungo del suo sogno di Chiesa e terminò la chiacchierata raccontandoci una barzelletta. Impertinente.
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Anni fa – poco prima che terminasse il pontificato di Giovanni Paolo II – memore di quell’incontro gli chiesi un’intervista che mi accordò subito e che allego qui sotto. Un dialogo che bene racconta la prospettiva con cui il teologo svizzero – otto volte dottore honoris causa, insignito del premio Karl Barth dall’Unione delle Chiese evangeliche di Germania – ha interpretato il suo impegno a servizio della Chiesa.
Una postilla. Nella redazione della rivista dove lavoravo, discutemmo a lungo se pubblicare o meno l’intervista. Alla fine per prudenza decidemmo di soprassedere. Avevamo già avuto “richiami” e non volevamo prestare il fianco ad ulteriori problemi. Era il “clima” che spirava nella Chiesa di allora.
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Hans Küng è , certamente, uno dei teologi cattolici più conosciuti e discussi. Perito conciliare al Vaticano II, uomo di punta della teologia tedesca, autore di una serie di testi che, agli inizi degli anni settanta, avviano, a volte polemicamente, una riflessione all’interno della comunità cristiana. Le sue posizioni sui temi della morale sessuale, il celibato dei preti, il ruolo del papa, hanno fanno molto discutere e lo hanno portato a continui scontri con la gerarchia. Il caso diventa pubblico nel 1979 quando gli viene revocata la possibilità di insegnare come teologo cattolico in una facoltà teologica; nel medesimo anno l’Università di Tübinga procede a nominarlo professore ordinario, indipendente da una facoltà, di teologia ecumenica e a riconfermarlo con lo stesso status accademico alla direzione dell’Istituto per la ricerca ecumenica – a sua volta scorporato dalla Facoltà cattolica di teologia. Questo gli ha permesso di lavorare alacremente sui temi dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso. Finito a non molto tempo fa, nonostante l’età, Küng ha continuato a muoversi da un capo all’altro del mondo per portare il suo messaggio di pace tra le religioni. Il ruolo di promotore di un’”etica mondiale” è quello che oggi più lo caratterizza, senza per questo trascurare altri argomenti scottanti, dall’azione pastorale della Chiesa alla morale sessuale, con prese di posizione che continuano a fare di lui un personaggio controverso.
Sono passati molti anni dalla morte di Papa Giovanni XXIII: che ricordo ne ha? Cosa ha rappresentato per la chiesa e per il mondo?
A mio avviso, Giovanni XXIII è stato il papa più significativo del ventesimo secolo, il solo che il popolo cattolico aveva già da tempo beatificato senza bisogno delle prove dei miracoli. Con lui si è inaugurata una nuova stagione nella storia della chiesa cattolica. E’ Giovanni XXIII, nonostante la forte resistenza della curia romana, ad aprire la chiesa, ancora arroccata nel paradigma medievale controriformistico e anti-moderno, verso la via dell’aggiornamento, verso una proclamazione del Vangelo al passo con i tempi, verso una comprensione con le altre chiese cristiane, con l’ebraismo e con le altre religioni mondiali, verso un contatto con i paesi dell’Est, verso una giustizia sociale internazionale (pensi all’enciclica Mater et Magistra del 1961) e verso l’apertura al mondo moderno e all’affermazioni dei diritti umani (la Pacem in Terris del 1963). Con la sua condotta collegiale, papa Roncalli ha rafforzato il ruolo dei vescovi manifestando una nuova percezione pastorale dell’ufficio papale.
Lei ha partecipato come teologo – perito al Concilio Vaticano II. L’assise conciliare quale via ha aperto alla chiesa? Quali sono gli elementi di novità?
Certamente l’atto più significativo del pontificato di Giovanni XXIII è stato l’annuncio – il 25 gennaio del 1959 – del Concilio Vaticano II. Fu un atto che sorprese la chiesa e il mondo intero. Come ho scritto nel mio libro pubblicato da Rizzoli nel 2001 (La chiesa cattolica. Una breve storia.) è stato un punto di svolta decisivo. Con il Vaticano II, il cattolicesimo – malgrado tutte le difficoltà poste dal medievale sistema romano – ha tentato di ripercorrere i mutamenti di paradigma in una volta sola: ha infatti integrato fondamentali aspetti sia del paradigma riformatore, sia di quello illuministico e moderno.
Cosa ha voluto dire concretamente?
Vuol dire che il Concilio, integrando il paradigma riformatore, ha riconosciuto, per la prima volta, la complicità cattolica nella separazione della chiesa il bisogno sempre costante di riforme. Una volta si diceva “Ecclesia sempre reformanda”: occorreva cioè un costante rinnovamento nella vita e nella dottrina della chiesa secondo il Vangelo. Con il Concilio Vaticano II questo è diventato un principio anche per la chiesa cattolica. Non solo: con l’assise conciliare, le altre confessioni cristiane sono state finalmente riconosciute come chiese. Inoltre, sono state prese in considerazione una serie di centrali istanze evangeliche. Almeno in principio, ma spesso anche in termini pratici: un nuovo rispetto per la Bibbia nella liturgia, nella teologia e nella vita sia della chiesa che dei singoli credenti; l’introduzione della lingua volgare nella liturgia e una riforma della celebrazione eucaristica più legata alla comunità. Pensi anche alla rivalutazione dei laici, attraverso l’ammissione agli studi di teologia e alla formazione dei consigli parrocchiali e diocesani; all’importanza delle chiese locali e delle conferenze episcopali nazionali.
Per quanto riguarda il paradigma moderno?
Anche in questo caso i passi in avanti – almeno sulla carta – sono stati parecchi. Con il Vaticano II si è avuta una chiara affermazione della libertà di religione e di coscienza oltre che dei diritti umani in generale; un positivo cambio d’atteggiamento nei confronti dell’ebraismo e delle altre religioni al punto da riconoscere che la salvezza è possibile anche fuori dal cristianesimo, persino per gli atei e per gli agnostici, se essi agiscono in accordo con le loro coscienze. Inoltre, si è registrato un nuovo e positivo atteggiamento nei confronti del progresso moderno, a lungo condannato, e verso il mondo secolare, soprattutto per la scienza e la democrazia. E’ chiaro che tutto questo ha coinvolto profondamente la percezione della chiesa stessa. Il Concilio ha definitivamente chiuso con quel modello di chiesa intesa come una sorta di impero sovrannaturale che era rimasto intatto dall’XI secolo. In quel modello, il papa era posto al vertice come un sovrano assoluto a cui seguiva poi l’ “aristocrazia” dei vescovi e dei preti e infine – relegato ad una funzione del tutto passiva – il popolo dei credenti. Si voleva superare questa immagine di chiesa clericalizzata e trionfalistica per giungere all’immagine di “popolo di Dio”, comunità di credenti costantemente in cammino nel mondo. In questo modo si sono richiamate verità ignorate per secoli: coloro che ricoprono uffici ecclesiastici non sono sopra del popolo di Dio, bensì al suo interno. Essi non sono governanti ma servi!
Qualcosa però non ha funzionato del tutto.. Quali sono, a suo avviso, i punti di arresto della chiesa contemporanea rispetto alle indicazioni conciliari?
Non dico nulla di nuovo sostenendo che, sin dall’inizio, la macchina della curia fece tutto ciò che poteva per tenere sotto controllo il Concilio, avviando una lotta costante con i padri conciliari, la cui maggioranza – solida del resto – era progressista. La morte di Giovanni XXIII peggiorò alquanto la situazione e nei lavori si giunse spesso a forme di compromesso che impedirono un reale e radicale rinnovamento. Molte questioni furono accantonate: un nuovo ordine per la nomina dei vescovi, la riforma della curia e, soprattutto, del papato stesso. Addirittura, con la fine del Concilio assistemmo tutti ad una vera e propria restaurazione. Nonostante alcune concessioni, il rinnovamento si è fermato, al punto che molti parlano – e giustamente, a mio avviso – di “tradimento” del Concilio. Un tradimento che, in tutto il mondo, ha alienato una massa crescente di cattolici dalla chiesa. In poche battute: al posto delle parole programmatiche conciliari, vi sono le parole di un magistero spesso conservatore e autoritario; al posto dell’ “aggiornamento” nello spirito del Vangelo vi è una nuovamente una “dottrina cattolica” tradizionale e integrale (rigorose encicliche sulla morale, un catechismo tradizionale): al posto di una “collegialità” del papa con i vescovi vi è nuovamente un centralismo romano che, nella nomina dei vescovi e nell’assegnazione delle cattedre teologiche, pone se stesso al di sopra degli interessi delle chiese locali. Non solo: invece del “dialogo” vi è un rafforzamento del sistema inquisitoriale e un rifiuto della libertà di coscienza e di insegnamento all’interno della chiesa; invece dell’ “ecumenismo” si pone l’accento su tutto ciò che è romano-cattolico…
Da tempo, lei sta lavorando attorno al progetto di un’etica mondiale. Cosa vuol dire e cosa rappresenta?
Bisogna precisare, anzitutto, che un’etica mondiale non significa l’unità di tutte le religioni. Sarebbe, naturalmente, illusorio. Non significa neanche una “superstruttura” che comprenda tutte le religioni e nemmeno un sistema etico preciso alla stregua di quelli elaborati da Aristotele, Tommaso d’Aquino o Kant. Significa, semplicemente, che – come dicono le più grandi tradizioni religiose e filosofiche dell’umanità – alcuni standard e valori elementari ed etici dovrebbero oggi essere condivisi da tutte le persone. Penso, ad esempio, alle “regole d’oro”. “Chiunque tu sia, uomo o donna, bianco o nero, ricco o povero, giovane o vecchio, devi essere trattato umanamente, non in modo inumano, bestiale”. O a quella di antica tradizione, che risale fino a Confucio: “Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te”. Il Vangelo va ancora oltre, dicendo: “Fa agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te”, “Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne due”. Da tutti questi, derivano, evidentemente, i più comprensibili imperativi dell’umanità: non assassinare, non mentire, non rubare, non abusare del sesso.
Nonostante l’attuale stagnazione del dialogo ecumenico, i cristiani non potranno fare a meno di ritrovarsi insieme. Lei parla spesso di “diversità riconciliata”. Cosa vuole dire?
Qui non funziona l’idea di una chiesa unitaria o il “rientro” di tutte le altre confessioni cristiane nella chiesa cattolica. Chi la pensa in questo modo, si è opposto duramente al Vaticano II. Vedo però, dal punto di vista ecumenico, un lento crescere assieme. Sia nella base che nei vertici. In fondo, l’eredità del Concilio è stata anche la moltiplicazione di commissioni di lavoro dove si è incominciato a parlarsi e a riconoscere il valore della diversità. Certo, le resistenze sono ancora tante. Però malgrado l’attuale “depressione ecumenica” io nutro la fondata speranza che la cristianità troverà presto la strada verso un paradigma ecumenico. Per le nuove confessioni, il tempo del confessionalismo è finalmente passato. Ho scritto e detto più volte che una cristianità uniforme non è né probabile né desiderabile. Ma dopo l’abolizione di tutte le scomuniche reciproche, verrà un tempo non più caratterizzato da tre confessioni antagoniste (ortodossa, cattolica, evangelica) ma solo da tre attitudini di base complementari.
Cosa ha voluto dire per lei essere fedele alla Chiesa cattolica?
Vorrei dirle, anzitutto, che mi sono sempre sentito un prete e un teologo cattolico. Sia la gente che gli studenti dell’università mi considerano tale, anche se i vescovi, per paura di Roma, non lo ammettono. Sono invitato in tutto il mondo da istituzioni cattoliche, anche se, dal 1979, la Congregazione per la dottrina della fede e il Papa affermarono senza mezzi termini che “non potevo più insegnare teologia e non potevo più venire considerato un teologo cattolico”. Avevo messo in discussione i dogmi relativi al ruolo del Pontefice e alla gerarchia della Chiesa e sognavo (ma questo lo sogno ancora) una chiesa più vicina al Vangelo e più disposta alla riforma…
Lei conosce molto bene l’Islam. Oggi sono in molti a sostenere il pericolo di una deriva fondamentalista di questa religione. Lo ritiene possibile?
In tutte le religioni, anche nel cattolicesimo, esistono tendenze che spingono ad una deriva più radicale della fede. Lo stesso termine fondamentalismo è nato nel mondo evangelico americano agli inizi del secolo scorso. Personalmente, per quanto riguarda l’Islam, spero che vinca la tendenza di un mondo musulmano che dà grande peso alla religione ma, insieme, vuole la democrazia e la tolleranza.. Nel mondo musulmano, anche se non sempre ce ne accorgiamo, si stanno facendo progressi, pure a riguardo della condizione della donna. Ho molti contatti con personalità del mondo islamico e nessuna di queste si è mai espressa a favore dello “scontro di civiltà” e all’uso della religione come strumento di affermazione politica… Il contrario di quanto avviene, ad esempio, in alcune parti del mondo occidentale. Per questo sono stato contentissimo che il Papa si sia pronunciato contro la politica di guerra americana.
Daniele Rocchetti

la croce di Cristo e quella dei tanti crocifissi di oggi

 papa Francesco

non dimentichiamo i tanti crocifissi di oggi


nell’udienza dedicata al Triduo pasquale papa Francesco ha ricordato:
“quando andiamo a Messa è come se andassimo al Calvario”

Papa: non dimentichiamo i tanti crocifissi di oggi

 

“Non dimenticare i tanti, troppi crocifissi di oggi”. È l’invito, a braccio, per il Venerdì Santo, di cui il Papa ha ripercorso il significato, durante l’udienza di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca privata del Palazzo apostolico e dedicata al triduo pasquale “Adorando la Croce, rivivremo il cammino dell’Agnello innocente immolato per la nostra salvezza”, ha detto Francesco: “Porteremo nella mente e nel cuore le sofferenze dei malati, dei poveri, degli scartati di questo mondo; ricorderemo gli ‘agnelli immolati’ vittime innocenti delle guerre, delle dittature, delle violenze quotidiane, degli aborti…”.

Il testo integrale

“Davanti all’immagine del Dio crocifisso porteremo, nella preghiera, i tanti, troppi crocifissi di oggi, che solo da lui possono ricevere il conforto e il senso del loro patire”, ha sottolineato il Papa, che poi ha proseguito a braccio: “E oggi ce ne sono tanti: non dimenticare i crocifissi di oggi, sono l’immagine del Crocifisso: Gesù, e in loro è Gesù”. “Da quando Gesù ha preso su di sé le piaghe dell’umanità e la stessa morte, l’amore di Dio ha irrigato questi nostri deserti, ha illuminato queste nostre tenebre”, l’immagine usata da Francesco, che ancora a braccio ha commentato: “Anche il mondo è in tenebre. Facciamo la raccolta di tutte le guerre che in questo momento si stanno facendo, di tutti i bambini che muoiono di fame, che non hanno educazione, di popoli interi distrutti dalle guerre, dal terrorismo, e di tanta, tanta gente che per sentirsi un po’ meglio ha bisogno dell’industria della droga che uccide. E’ una calamità, è un deserto. Ci sono nel mondo piccole isole che conservano ancora la voglia essere di essere migliori, ma diciamoci la realtà: in questo calvario di morte è Gesù che soffre, con i suoi discepoli”.

Il Papa: il bene trionfa sempre sul male, la vita vince sempre la morte

Il Sabato Santo è “il giorno del silenzio”, ma “nelle tenebre del Sabato santo irromperanno la gioia e la luce con i riti della Veglia pasquale e in tarda serata il canto festoso dell’Alleluia. Sarà l’incontro nella fede con Cristo risorto e la gioia pasquale si prolungherà per tutti i cinquanta giorni che seguiranno”. Lo ha ricordato il Papa, nella catechesi dell’udienza di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla Biblioteca privata del Palazzo apostolico e dedicata al triduo pasquale. “Colui che era stato crocifisso è risorto!”, ha proseguito Francesco: “Tutte le domande e le incertezze, le esitazioni e le paure sono fugate da questa rivelazione. Il Risorto ci dà la certezza che il bene trionfa sempre sul male, che la vita vince sempre la morte e la nostra fine non è scendere sempre più in basso, di tristezza in tristezza, ma salire in alto. Il Risorto è la conferma che Gesù ha ragione in tutto: nel prometterci la vita oltre la morte e il perdono oltre i peccati”.

Francesco: “Chi serve il denaro è contro Dio”

“I discepoli dubitavano, non credevano. La prima a credere e a vedere è stata Maddalena, l’apostola della Resurrezione, che è andata a raccontare che Gesù l’aveva vista, l’aveva chiamata per nome, e poi tutti i discepoli l’hanno visto”. Lo ha detto, a braccio, il Papa, nella catechesi dell’udienza di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla Biblioteca privata del Palazzo apostolico, Francesco si è soffermato su un altro episodio particolare che ha a che fare con la Resurrezione. “Le guardie, i soldati che erano nel sepolcro per non lasciare che venissero i discepoli e prendessero il suo corpo lo hanno visto, lo hanno visto vivo risorto. I nemici lo hanno visto. E poi hanno fatto finta di non averlo visto. Perché? Perché sono stati pagati”. “Qui è il vero mistero”, ha commentato ancora a braccio, che ha a che fare con “quello che Gesù disse una volta”: “Ci sono due signori nel mondo, due: Dio e il denaro. Chi serve il denaro è contro Dio. Qui il denaro ha fatto cambiare la realtà. Avevano visto la meraviglia della Risurrezione, ma sono stati pagati per tacere. Pensiamo, tante volte, uomini e donne cristiani sono stati ‘pagati’ per non riconoscere nella pratica la Risurrezione di Cristo, e non fanno quello che Cristo ci ha chiesto di fare come cristiani”.

“Anche quest’anno vivremo le celebrazioni pasquali nel contesto della pandemia”

“Cari fratelli e sorelle, anche quest’anno vivremo le celebrazioni pasquali nel contesto della pandemia. In tante situazioni di sofferenza, specialmente quando a patirle sono persone, famiglie e popolazioni già provate da povertà, calamità o conflitti, la Croce di Cristo è come un faro che indica il porto alle navi ancora al largo nel mare in tempesta. La croce di Cristo è il segno della speranza che non delude; e ci dice che nemmeno una lacrima, nemmeno un gemito vanno perduti nel disegno di salvezza di Dio”. Con queste parole il Papa ha concluso la catechesi dedicata ai riti centrali della Settimana Santa, nella seconda Pasqua che ci apprestiamo a celebrare in tempi di Coronavirus, con le necessarie misure restrittive dovute all’emergenza sanitaria purtroppo ancora in corso. “Chiediamo al Signore che ci dia la grazia di servirlo, di riconoscere questo Signore, e di non lasciarci pagare per dimenticarlo”, l’appello finale.

Da domani i giorni centrali dell’anno liturgico: si apre il Triduo pasquale

“Da domani a domenica vivremo i giorni centrali dell’Anno liturgico, celebrando il mistero della Passione, della Morte e della Risurrezione del Signore”. Aveva spiegato il Papa riferendosi al Triduo pasquale, che comincia domani primo aprile, Giovedì santo.
“Questo mistero lo viviamo ogni volta che celebriamo l’Eucaristia”, ha spiegato a braccio a proposito del Giovedì Santo: “Quando noi andiamo a messa, non solo andiamo a pregare, andiamo a rinnovare, a fare di nuovo questo mistero pasquale. E’ importante non dimenticarlo: è come se andassimo al Calvario”. “La sera del Giovedì Santo, entrando nel Triduo pasquale, rivivremo nella Messa in Coena Domini, cioè una messa dove si commemora l’ultima cena, quanto avvenne durante quel momento”, ha ricordato Francesco: “È la sera in cui Cristo ha lasciato ai suoi discepoli il testamento del suo amore nell’Eucaristia, ma non come ricordo, ma come memoriale, come sua presenza perenne. Ogni volta che si celebra l’Eucaristia si rinnova questo mistero della redenzione. In questo sacramento, Gesù ha sostituito la vittima sacrificale con sé stesso: il suo Corpo e il suo Sangue ci donano la salvezza dalla schiavitù del peccato e della morte, la salvezza da ogni schiavitù. È la sera in cui Egli ci chiede di amarci facendoci servi gli uni degli altri, come ha fatto lui lavando i piedi dei discepoli”. “Un gesto che anticipa l’oblazione cruenta sulla croce, che è stata un’oblazione di servizio a tutti noi”, ha spiegato il Papa: “Quel servizio del suo sacrificio ci ha redenti tutti. E infatti il Maestro e Signore morirà il giorno dopo per rendere mondi non i piedi, ma i cuori e l’intera vita dei suoi discepoli”.

una riflessione sul giovedì santo

“come ho fatto io fate anche voi”

meditazione di E. Bianchi per giovedì santo 2020 

OMELIA IN COENA DOMINI (anno A)

Con questa liturgia noi tentiamo, possiamo solo tentare, di entrare nel mistero pasquale, il mistero della nostra salvezza che riviviamo in questi tre giorni santi della passione, morte e resurrezione del Signore.

È soprattutto l’ascolto della Parola che ci permette di partecipare a questo mistero: ciò che abbiamo ascoltato come Legge nel libro dell’Esodo (Es 12,1-14), la memoria eucaristica che fa Paolo ai cristiani di Corinto (1Cor 11,23-32) e il vangelo della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15) ci narrano alcuni aspetti della Pasqua del Signore, e noi nella nostra povertà di anno in anno cerchiamo di scrutarli, di conoscerli un po’ di più, per poter passare dalla conoscenza all’amore del Signore, dalla conoscenza al realizzare quotidianamente ciò che ci viene rivelato.

Il mistero pasquale mi appare sempre di più inesauribile, e sempre di più ho coscienza della mia inadeguatezza alla ricezione e alla trasmissione di questa parola del Signore. Però, convinto come sono che ciò che deve essere fatto, deve essere fatto e fatto bene – questa è l’unica convinzione che mi accompagnerà fino alla morte –, ancora una volta questa sera cerco di spezzare la Parola in mezzo a voi. E guardando, in un esercizio di discernimento, a ciò che è più urgente soprattutto per la nostra comunità, sosto quest’anno sulla seconda lettura, sul passo di Paolo riguardante l’istituzione dell’eucaristia da parte di Gesù. Mi fermo solo su alcune parole, senza la pretesa di commentare l’intero brano. Ma sono precisazioni, quelle che ci vengono date dal messaggio di Paolo, urgenti e decisive per la vita cristiana di ognuno di noi e di ogni comunità.

* * *
Innanzitutto l’Apostolo ricorda ai cristiani che quell’azione che essi compiono al cuore delle loro comunità, in particolare nel giorno del Signore, è un’azione che lui ha ricevuto direttamente dal Signore, e che lui ha trasmesso a loro, cristiani di Corinto, annunciando la buona notizia del Vangelo. Paolo ha ricevuto un’azione, un gesto, delle parole che vengono dal Signore stesso! L’eucaristia non è qualcosa che la chiesa si è data o che qualcuno ha normato: è semplicemente un’azione ricevuta dal Signore e che sempre deve essere trasmessa ai credenti in lui nella pienezza del mistero che contiene.
Ecco perché Paolo innanzitutto precisa: “Nella notte in cui Gesù fu tradito, consegnato”, dunque nella notte del tradimento, nella notte del non riconoscimento, nella notte dell’abbandono da parte di tutti i discepoli. Se c’è un’ora di negazione dei legami nella comunità del Signore, è proprio quella: e proprio in quella situazione Gesù consegna il gesto e le parole eucaristiche. Questo è già un messaggio di per sé: “la notte in cui fu tradito”, e significativamente la chiesa nella liturgia occidentale ce lo fa ripetere in tutte le preghiere eucaristiche. “La notte in cui fu tradito”, e si potrebbe dire: “la notte in cui fu abbandonato”, “la notte in cui fu rinnegato da Pietro”. Questo è davvero il contesto in cui Gesù fa il dono dell’eucaristia, fa il dono – lo vedremo – dell’alleanza, ma proprio quando l’alleanza è esistenzialmente rotta, infranta da parte di tutti quelli che appartenevano alla comunità del Signore. In quella notte Gesù consegna gesto e parole: questa è l’eucaristia, il memoriale essenziale alla vita di ogni chiesa. Nella notte in cui è smentita l’alleanza, Gesù celebra la sua alleanza con i suoi. Dovremmo accogliere in tutta la sua verità scandalosa questo contesto del dono dell’eucaristia, avvenuto quella notte non perché era l’ultima notte prima dell’arresto, ma perché era la notte in cui Gesù subiva esattamente ciò di cui noi siamo capaci come uomini: tradire, rinnegare, abbandonare.
Da tutti i vangeli appare con chiarezza che Gesù vuole fare una cena, un pasto di alleanza con i suoi discepoli. Ha voluto, ha progettato questo pasto, ha mandato addirittura dei discepoli perché lo preparassero, e quando è venuta l’ora ha dichiarato: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa cena con voi” (cf. Lc 22,14). Significativamente il quarto vangelo non sta neanche a dirci se quella era una cena pasquale, come precisano i sinottici: ciò che è importante, secondo Giovanni, è che si tratta di una cena di alleanza. Se guardiamo ciò che veramente fonda quella sera, non è tanto la Pasqua in sé, quanto l’alleanza. Per questo tutto quel pasto viene riassunto nel rito del pane e nel rito del vino, in un parallelismo che genera un grande significato. Pane e vino, elementi essenziali del pasto giudaico, in questa cena assumono un significato che trascende la loro materialità: Gesù ha voluto quel pasto non solo per mangiare e per bere, sempre in un contesto di preghiera e di liturgia, ma ha voluto soprattutto, attraverso quel pane e quel vino, celebrare l’alleanza.
Per questo Paolo ricorda che “Gesù prese il pane, rese grazie (eucharistésas) e lo spezzò (éklasen)”: Gesù rende grazie, cioè dice una parola di benedizione a Dio, e nella lode, nella benedizione, nel ringraziamento a Dio spezza il pane. Qui è l’essenziale, ed è qualcosa dell’eucaristia che noi non meditiamo abbastanza, forse anche perché nelle nostre eucaristie lo spezzare il pane non riceve nessun significato da parte di chi le celebra. E invece lo spezzare il pane è importante, è essenziale. Gesù prende il pane nelle mani, cioè un pane che lui riceve e accoglie da Dio; riconosce che è un dono che viene da Dio; poi lo spezza, lo divide, lo condivide. Ecco la frazione del pane.
Il pasto è un’azione dell’uomo – certamente soltanto gli uomini sanno farlo, non così gli animali – ma in quel pasto il credente riceve, ringrazia e condivide. Il pane lo si riceve per condividerlo, per “romperlo”, perché sia distribuito a tutti quelli che stanno attorno alla tavola, in modo che tutti condividano lo stesso pane. Così Gesù costituisce la comunità della tavola, di quelli che partecipano allo stesso pane, che dunque sono partecipi alla comunione, sono koinonoí e formano una koinonía, una comunione (questo è il linguaggio di Paolo). La tavola eucaristica di Gesù non è definita dall’essere giusti o ingiusti: non ce n’erano quella sera, a quel pasto eucaristico, di persone degne. Ma Gesù proprio in quel contesto ha dato il pane dicendo: “È il mio corpo per voi”. Mangiando di questo pane, nutrendosi tutti dello stesso cibo, si vive la stessa vita che è la vita di Gesù, quella di cui il suo corpo era la manifestazione più reale possibile. Tutto questo fino a essere un solo corpo, il corpo di Cristo, il corpo di cui Cristo è il capo e di cui noi siamo le membra, indegni ma membra. Questo è il dinamismo eucaristico reale e profondo, di fronte al quale le nostre preoccupazioni sulla presenza reale non solo sono inadeguate, ma sono svianti e soprattutto poco intelligenti.
Proprio ripetendo questo gesto e queste parole, come gesto e parole di Gesù, da quella sera del tradimento fino al giorno del suo ritorno nella gloria, entriamo in questa dinamica spirituale in cui diventiamo corpo di Cristo e il Cristo diventa la vita in noi. L’eucaristia è questo, non è altro! È essere alla tavola del Signore, nella quale lui spezza il suo corpo, cioè ci dà la sua vita. Non possiamo dimenticare che quella sera Gesù ha spezzato il pane per dodici apostoli che lo abbandonavano, lo rinnegavano, lo tradivano; come durante la sua vita aveva spezzato il pane con gli amici a Betania; come aveva spezzato il pane mangiando a casa dei peccatori; come aveva spezzato il pane con le folle che andavano da lui e capivano poco di ciò che lui diceva e faceva. La verità è che Gesù ha spezzato il pane con ogni sorta di commensali, tutti peccatori!
Ma Paolo, dopo aver fatto memoria di questo primo rito eucaristico, in cui l’eucaristia è una comunione in Cristo di uomini chiamati dal peccato, dalla condizione di peccatori, ci ricorda in parallelo il secondo rito: “Allo stesso modo … prese il calice, dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me’”. Le parole sul calice approfondiscono ancor di più la vita comunitaria, la koinonía, indicata soprattutto dal pane spezzato, perché precisano che questa vita è vita nell’alleanza. Ciò che la tradizione di Gerusalemme, secondo Marco e Matteo, attesta: “Questo è il mio sangue dell’alleanza” (Mc 14,23; Mt 26,27), è detto in modo chiaro dalla tradizione antiochena seguita da Luca (Lc 22,25) e da Paolo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. Ecco il termine qualificativo: “nuova alleanza”. L’alleanza tra Dio e Israele era stata rotta – “Questa alleanza, la mia alleanza, voi l’avete infranta!” (cf. Ger 31,2) –, e per questo Dio ne aveva promessa una nuova (cf. Ger 31,31), che proprio Gesù inaugura: quel calice che Gesù ha tra le mani è la nuova alleanza nel suo sangue. Ormai per entrare nell’alleanza con Dio occorre fare parte dell’alleanza nuova, nel senso di ultima e definitiva, l’alleanza siglata nel sangue di Gesù. Quel calice, grazie alla parola efficace di Gesù, contiene il suo sangue, e quel sangue è la nuova alleanza, o – se si vuole – quella vita di Gesù è la nuova alleanza. Perché se il Servo aveva ricevuto come missione di essere “alleanza per tutte le genti” (cf. Is 42,6), Gesù ha come missione di essere lui stesso l’alleanza nuova e definitiva, per sempre, che non potrà mai essere infranta, alleanza eterna. E così con questo secondo segno e con queste parole vediamo che quella che era una koinonía è anche un’alleanza.
Potremmo dire, parafrasando il commento di Paolo alle parole sul pane: “Poiché c’è un solo calice, noi comunichiamo all’unica vita che è Gesù Cristo, perché beviamo a un unico calice”. Il sangue è la vita, e Gesù l’ha spesa in un sacrificio esistenziale, non un sacrificio rituale come quelli che avvenivano al tempio: non c’è rito nel sacrificio di Gesù, ma c’è piuttosto l’offerta della sua vita, di tutta la sua esistenza, a Dio e ai fratelli. Guai se noi vedessimo nel calice solo il sangue della passione del Signore, solo l’atto puntuale della sua morte: il sangue è tutta la vita di Gesù, tutta la sua vita umana che è stata un sacrificio esistenziale, una vita di servizio, di cura, di “amore fino alla fine” (cf. Gv 13,1) dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Gesù è vissuto così, leggiamo un po’ meglio i vangeli: non si è preoccupato molto del nostro peccato, si è preoccupato della sofferenza che trovava tra noi. Questa è la verità di Gesù Cristo, che dovremmo ricordare proprio noi che tante volte parliamo a nome suo e siamo capaci di vedere più il peccato che la sofferenza degli uomini. Non dimentichiamo come la Lettera agli Ebrei ha riletto il sacrificio di Cristo, in un’ottica davvero cristiana: “Venendo nel mondo”, cioè facendosi uomo, “Gesù dice” a Dio, quasi pregando: “‘Non hai voluto né sacrifici né offerte rituali, … non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato, perché non ti piacevano ed erano inefficaci. Allora ho detto: Ecco, io vengo … per fare, o Dio, la tua volontà’” (cf. Eb 10,5-7; Sal 40,7-9).
È questo il sacrificio esistenziale di Gesù: tutta la sua vita, significata dal sangue che è la vita di ogni uomo, è stata donata pienamente, totalmente a Dio e agli uomini. Dunque la koinonía, che ci viene ricordata dallo spezzare il pane, nel segno del calice appare alleanza nuova e definitiva, “alleanza eterna” – dirà ancora la Lettera agli Ebrei (Eb 13,20) –, che non viene mai meno. Paolo non precisa che questo sangue dell’alleanza è “versato per la remissione dei peccati” (Mt 26,27), “versato per le moltitudini” (Mc 14,24), “versato per voi” (Lc 22,20), ma ciò è sottinteso, perché dove c’è alleanza non c’è più peccato, i peccati vengono rimessi ed è instaurata una comunione con Dio più forte della separazione del peccato.
L’eucaristia è dunque questa comunione in alleanza nella quale ciascuno di noi resta con la propria responsabilità. Il Signore l’ha a offerta a tutti: a Giuda che lo tradiva, a Pietro che lo rinnegava, a quei discepoli insipienti e senza nessuna coraggiosa convinzione. Erano quelli gli invitati di Gesù, come siamo noi questa sera. Ognuno di noi può chiedersi se non è Giuda, se non è Pietro, se non è uno dei discepoli che hanno abbandonato Gesù. Ciò che ci chiede Paolo è di “riconoscere il corpo di Cristo”: solo se si riconosce il corpo e il sangue di Cristo, cioè la sua vita, non si ha la condanna; e solo chi non riconosce la vita di Cristo “mangia e beve la propria condanna”, perché non vede il dono che Dio gli fa.

i neologismi di papa Francesco ritenuti interessanti dall’Enciclopedia Treccani

11 neologismi di papa Francesco esaminati dalla “Treccani”

di Gelsomino Del Guercio

da Spuzzare a Mafiarsi: così l’enciclopedia italiana più autorevole esalta il linguaggio innovativo del papa

Nel ricorso a una lingua “seconda” come l’italiano, papa Francesco si rivela un innovativo inventore di neologismi. Per la prima volta l’enciclopedia Treccani parla della “lingua” di Francesco, con un intervento del professore Salvatore Claudio Sgroi, linguista dell’Università di Catania.
«Se certamente nella pronuncia lascia trasparire tracce della sua lingua nativa (per es. nell’uso delle doppie, o della realizzazione della “s”, della “z”), al livello sintattico, morfologico e lessicale si rivela invece “più italofono” degli stessi italo-nativofoni. Inevitabilmente il suo messaggio innovativo, si avvale di forme neologiche, che focalizzano concetti-chiave del suo apostolato», afferma Sgroi. Che poi, analizza 11 neologismi di Papa Francesco.

Spuzzare

L’analisi della Treccani inizia un famoso vocabolo coniato nel viaggio apostolico a Napoli. «Si ricorderà il prefissato intensivo s-puzzare ‘puzzare’: «la società corrotta spuzza» (discorso a Napoli, 21 marzo 2015). Questo termine risale al piemontese (dei nonni) spussè ‘puzzare’, indebitamente “normalizzato” (o banalizzato) e depotenziato nel denominale puzzare in non pochi giornali cartacei e on line, e in telegiornali nazionali.

Misericordiare

Il misericordiando quale resa del lat. miserando (intervista nel sett. 2013 di Antonio Spadaro S.I.) nel motto Miserando atque eligendo. Lo stesso Pontefice così commenta il proprio uso: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando».

Nostalgiare

Un altro dei neologismi di Papa Francesco è nostalgi-are (omelia del 31 dicembre 2014): «difenderci dalla nostalgia della schiavitù, difenderci dal ‘nostalgiare’ la schiavitù», dallo sp. nostalgiar (1906).

Mafiarsi

E il pronominale mafiar-si (stessa omelia): «quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a ‘mafiarsi’, quella società si impoverisce fino alla miseria». In italiano c’è invece l’intransitivo denominale mafiare ‘comportarsi da mafioso’. In sp. mafiarse appare in una precedente omelia in spagnolo del Papa (Google libri).

Commosso ‘scosso, turbato’

In seguito alla strage compiuta dall’Isis a Parigi nel novembre 2015, Papa Francesco in una intervista telefonica del 15 novembre, aveva dichiarato di essere «commosso e addolorato». Un commosso, apparentemente un po’ flebile, non molto adeguato alla gravità dell’evento, se non fosse che si tratta di un calco dello sp. conmovido che vale ‘scosso, turbato’.
Leggi anche:‘Spuzzare’ e ‘Messicanizzane’. Gli ultimi bergoglismi che fanno discutere

Zizzaniere

Un quasi “neologismo” lo ha pronunciato nel 2016. «Nella Chiesa ci sono gli ‘zizzanieri’, quelli che dividono e distruggono le comunità con la lingua» ha detto Papa Francesco il 12 maggio 2016, durante la Messa del mattino a Casa Santa Marta. Un calco strutturale sullo spagn. cizañero agg. e sost. (1599); in italiano decisamente poco comune ma pur presente (cfr. Google libri) nel 1962: «Quell’analfabeta, […] xenofobo e zizzaniere» e nel 1986 «il seminatore e il zizzaniere».

Inequità

«La perdita del senso di giustizia e la mancanza di rispetto verso gli altri […] ci hanno portato a una situazione di ‘inequità’» si è potuto leggere nel suo volume “Solo l’amore ci può salvare” (Libreria Editrice Vaticana 2013). Ancora un esempio di calco strutturale di in-equità sul prefissato sp. in-equidad, ingiustizia (dal lat. iniquitāte(m)).
Leggi anche:Un podcast per imparare tutte le nuove parole coniate dal Papa

Disisperanza

Tra i neologismi di Papa Francesco, eccone un altro: «Semina speranza, olio di speranza, profumo di speranza, non aceto di amarezza e di disisperanza». Il Papa pronunciava queste parole nell’udienza generale del 31 maggio 2017, piazza San Pietro). Un ulteriore derivato dal prefissato sp. des-esperanza ‘mancanza di speranza’, ‘non-speranza’ (neoformazione).

Nostalgioso

«’I Re Magi erano “nostalgiosi” di Dio’» si è sentito dire nell’omelia per la festa dell’Epifania (6 gennaio 2017) da parte di Papa Francesco: calco strutturale sullo sp. nostalgi-oso, neologismo ispano-americano (1938).
Prima dell’uso del Papa, nostalgi-oso esisteva potenzialmente in italiano, ma è grazie a papa Francesco, che si è realizzato in italiano, in virtù della regola di derivazione condivisa con lo spagnolo.
Leggi anche:“Misericordiando” con papa Francesco

Dormire come un legno

In una intervista radiofonica alla fine del 2016 il Papa ha dichiarato: “Dormo come un legno. Il giorno delle scosse del terremoto, non ho sentito nulla, eh?”, che ricalca lo sp. dormir como un leño. Un italo-nativofono si sarebbe forse aspettato con altro paragone dormo come un sasso. La resa letterale dello sp. sarebbe stata dormire come un ciocco, ma scartata in quanto decisamente poco usata.
Il paragone con il “ciocco”, va anche detto, è vitale nei dialetti italiani, dal nord al sud. Un solo es. il piemontese dormir como un such, ma anche nel Lazio: dormi’ come ‘n ciocco de’ legno, o nel sic.: M’ava durmutu commu un zuccu e lignu e in non poche lingue moderne (cfr. fr. dormir comme une souche).

Rapidazione

Non meno intrigante è un altro dei neologismi del Papa: rapidazione. Nel discorso del 17 febbraio 2017 agli universitari di “Roma Tre”, Papa Francesco ha voluto denunciare come nel mondo della globalizzazione «anche la fretta, la celerità della vita ci fa violenti». «Gli olandesi ‒ ha sottolineato ‒ avevano inventato una parola, “rapidazione “, come la progressione geometrica nel tempo, […]. Quando arriva alla fine è più veloce, si va più rapidi, con il pericolo di non avere il tempo di fermarsi per poter assimilare, pensare, riflettere» (Treccani.it).

una riflessione di E. Bianchi sulla quaresima

inizia la quaresima

di Enzo Bianchi
in “Il Blog di Enzo Bianchi” del 17 febbraio 2021

ENZO BIANCHI

Ogni anno ritorna la quaresima, un tempo pieno di quaranta giorni da vivere da parte dei cristiani
tutti insieme come tempo di conversione, di ritorno a Dio. Sempre i cristiani devono vivere lottando
contro gli idoli seducenti, sempre è il tempo favorevole ad accogliere la grazia e la misericordia del
Signore, tuttavia la Chiesa – che nella sua intelligenza conosce l’incapacità della nostra umanità a
vivere con forte tensione il cammino quotidiano verso il Regno – chiede che ci sia un tempo preciso
che si stacchi dal quotidiano, un tempo “altro”, un tempo forte in cui far convergere nello sforzo di
conversione la maggior parte delle energie che ciascuno possiede. E la Chiesa chiede che questo sia
vissuto simultaneamente da parte di tutti i cristiani, sia cioè uno sforzo compiuto tutti insieme, in
comunione e solidarietà. Sono dunque quaranta giorni per il ritorno a Dio, per il ripudio degli idoli
seducenti ma alienanti, per una maggior conoscenza della misericordia infinita del Signore.
La conversione, infatti, non è un evento avvenuto una volta per tutte, ma è un dinamismo che deve
essere rinnovato nei diversi momenti dell’esistenza, nelle diverse età, soprattutto quando il passare
del tempo può indurre nel cristiano un adattamento alla mondanità, una stanchezza, uno
smarrimento del senso e del fine della propria vocazione che lo portano a vivere nella schizofrenia
la propria fede. Sì, la quaresima è il tempo del ritrovamento della propria verità e autenticità, ancor
prima che tempo di penitenza: non è un tempo in cui “fare” qualche particolare opera di carità o di
mortificazione, ma è un tempo per ritrovare la verità del proprio essere. Gesù afferma che anche gli
ipocriti digiunano, anche gli ipocriti fanno la carità (cf. Mt 6,1-6.16-18): proprio per questo occorre
unificare la vita davanti a Dio e ordinare il fine e i mezzi della vita cristiana, senza confonderli.
La quaresima vuole riattualizzare i quarant’anni di Israele nel deserto, guidando il credente alla
conoscenza di sé, cioè alla conoscenza di ciò che il Signore del credente stesso già conosce:
conoscenza che non è fatta di introspezione psicologica ma che trova luce e orientamento nella
Parola di Dio. Come Cristo per quaranta giorni nel deserto ha combattuto e vinto il tentatore grazie
alla forza della Parola di Dio (cf. Mt 4,1-11), così il cristiano è chiamato ad ascoltare, leggere,
pregare più intensamente e più assiduamente – nella solitudine come nella liturgia – la Parola di Dio
contenuta nelle Scritture. La lotta di Cristo nel deserto diventa allora veramente esemplare e,
lottando contro gli idoli, il cristiano smette di fare il male che è abituato a fare e comincia a fare il
bene che non fa! Emerge così la “differenza cristiana”, ciò che costituisce il cristiano e lo rende
eloquente nella compagnia degli uomini, lo abilita a mostrare l’Evangelo vissuto, fatto carne e vita.
Il mercoledì delle Ceneri segna l’inizio di questo tempo propizio della quaresima ed è
caratterizzato, come dice il nome, dall’imposizione delle ceneri sul capo di ogni cristiano. Un gesto
che forse oggi non sempre è capito ma che, se spiegato e recepito, può risultare più efficace delle
parole nel trasmettere una verità. La cenere, infatti, è il frutto del fuoco che arde, racchiude il
simbolo della purificazione, costituisce un rimando alla condizione del nostro corpo che, dopo la
morte, si decompone e diventa polvere: sì, come un albero rigoglioso, una volta abbattuto e
bruciato, diventa cenere, così accade al nostro corpo tornato alla terra, ma quella cenere è destinata
alla resurrezione.
Simbolica ricca, quella della cenere, già conosciuta nell’Antico Testamento e nella preghiera degli
ebrei: cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza, di volontà di cambiamento attraverso la
prova, il crogiolo, il fuoco purificatore. Certo è solo un segno, che chiede di significare un evento
spirituale autentico vissuto nel quotidiano del cristiano: la conversione e il pentimento del cuore
contrito. Ma proprio questa sua qualità di segno, di gesto può, se vissuto con convinzione e
nell’invocazione dello Spirito, imprimersi nel corpo, nel cuore e nello spirito del cristiano,
favorendo così l’evento della conversione.
Un tempo nel rito dell’imposizione delle ceneri si ricordava al cristiano innanzitutto la sua
condizione di uomo tratto dalla terra e che alla terra ritorna, secondo la parola del Signore detta ad
Adamo peccatore (cf. Gen 3,19). Oggi il rito si è arricchito di significato, infatti la parola che
accompagna il gesto può anche essere l’invito fatto dal Battista e da Gesù stesso all’inizio della loro
predicazione: “Convertitevi e credete all’Evangelo”… Sì, ricevere le ceneri significa prendere
coscienza che il fuoco dell’amore di Dio consuma il nostro peccato; accogliere le ceneri nelle nostre
mani significa percepire che il peso dei nostri peccati, consumati dalla misericordia di Dio, è “poco
peso”; guardare quelle ceneri significa riconfermare la nostra fede pasquale: saremo cenere, ma
destinata alla resurrezione. Sì, nella nostra Pasqua la nostra carne risorgerà e la misericordia di Dio
come fuoco consumerà nella morte i nostri peccati.
Nel vivere il mercoledì delle ceneri i cristiani non fanno altro che riaffermare la loro fede di essere
riconciliati con Dio in Cristo, la loro speranza di essere un giorno risuscitati con Cristo per la vita
eterna, la loro vocazione alla carità che non avrà mai fine. Il giorno delle ceneri è annuncio della
Pasqua di ciascuno di noi.

il significato delle ‘ceneri’ in tempo dio pandemia

Ceneri

padre Ronchi:

le Ceneri, per essere semplici e fecondi

in occasione del rito che introduce al tempo di Quaresima, il teologo spiega, nell’intervista a Vatican News, il senso di questo “simbolo” per l’oggi. Nella vita aggredita e crocifissa dalla pandemia, lo sguardo deve essere rivolto non tanto alla mortificazione quanto alla vivificazione. Non fissati sul ‘residuo’ dell’esistenza ma sulla pienezza che ci attende

di Antonella Palermo 

 Papa Francesco celebrerà la Santa Messa con il Rito della benedizione e imposizione delle Ceneri presso l’Altare della Cattedra, alle 9.30 nella Basilica di San Pietro, e non come tradizione nella Basilica di Santa Sabina all’Aventino. La partecipazione dei fedeli sarà molto ristretta in ottemperanza alle misure sanitarie di protezione.

Quale significato assume l’imposizione delle Ceneri oggi, dopo un anno dall’inizio della diffusione di un virus ancora temibile,  che ha mietuto quasi due milioni e mezzo di vittime nel mondo? 

R. – Penso che le ceneri sul capo delle persone siano come una inclusione battesimale. Le ceneri sono semplici. Sono la semplificazione finale delle cose. Nel ritmo naturale di un tempo, le ceneri del focolare di casa dei contadini venivano restituite alla natura in primavera sparse sui campi, lungo i filari delle viti, nell’orto, per rendere la terra più fertile, per darle nuova energia. Allora, sul capo del fedele, hanno questo significato lontano, legato alla verità della natura, alla verità del senso, alla verità delle cose. Non tanto: ‘ricordati che devi morire’ ma ‘ricordati che devi essere semplice e fecondo’. Le ceneri sono ciò che rimane quando non rimane più niente, sono il minimo, il quasi niente. Ma da qui si può e si deve ripartire. Noi siamo in una situazione difficile, ma si può e si deve ripartire.

C’è l’economia della piccolezza nella Bibbia, l’economia della povertà. Davanti a Dio non c’è niente di meglio che essere così; diceva Simone Weil: essere niente come l’aria davanti al sole, pura trasparenza. Ecco, le ceneri sono questo niente per non fermarci, farci ripartire. Con la Quaresima si entra nel cammino della trasformazione, della evoluzione e il cuore della trasformazione è essere piccoli e fragili dove Dio entra, lo Spirito entra come soffio. Non spaventarsi di questo essere fragili, ma pensare alla Quaresima come trasformazione dalle ceneri alla luce, dal residuo alla pienezza. Io lo vedo un tempo non penitenziale, ma vitale, non tempo di mortificazione, ma di vivificazione. È il tempo del seme dentro la terra. La Quaresima inizia sempre in inverno, che è l’ultima delle stagioni, un po’ la cenere dell’anno, e termina sempre in primavera. Questa sapienza della natura – il creato è la prima parola di Dio – ci fa guardare alla primavera che non si spaventa di nessun inverno, Dio non si spaventa da nessuna cenere in cui io sono seduto o che sono ridotto a diventare.

R. – Basta aprire gli occhi. Basta guardarsi attorno. Basta avere questo senso che la vita è un percorso che va dalle ceneri alla luce, dalla fatica alla corona. È un tempo di potatura perché abbiamo fatica, qualcuno ha perso delle persone care, la nostra vita viene alle volte aggredita. Però io penso alla potatura delle piante: i giardinieri potano gli alberi non per penitenza, ma perché ritrovino l’energia di primavera, li riportano all’essenziale. Ecco, viviamo un tempo che ci può riportare all’essenziale, riscoprendo ciò che è permanente nelle nostre vite, da ciò che è effimero. Quindi è un dono questo tempo per dare più frutto, non per castigare ma per rendere fecondi. Questa per me è la speranza.

Nel Messaggio per la Quaresima, Francesco ci invita a digiunare anche dalla saturazione di informazioni, vere o false che siano. Come risuonano in lei questi suggerimenti?

R. – È vero che siamo saturati da una pandemia di messaggini. A me risuonano come profondamente veri. Noi siamo lì sempre attaccati a questi strumenti, con gli occhi e con le orecchie sugli smartphone, su internet. Se noi guardassimo negli occhi cinquanta volte al giorno le persone così come guardiamo il telefonino, guardandole con la stessa attenzione e intensità, quante cose cambierebbero? Quante scoperte faremmo? Il bombardamento è così veloce che non abbiamo neanche il tempo di elaborare una nostra visione delle cose. Ci hanno tolto il piacere di pensare che è uno dei più belli che abbiamo in regalo. Sono notizie che ci portano a vivere fuori di noi stessi, di riflesso, di eco, di sponda, dentro una realtà che non siamo noi, elaborata dagli altri. Allora io penso, la verità delle delle cose va vista dentro l’amore, come dice San Paolo. Vuol dire che quando una cosa è senza amore, non è vera, quando è intollerante non è vera. Questo bombardamento ci porta a vivere in una bolla virtuale anziché dentro l’atmosfera dell’amore. I criteri sono l’effetto, l’audience, il numero di like… E questo porta fuori, e per me è la cosa più pericolosa.

R. – Un virus non cambia il cuore dell’uomo, non cambia la profondità delle persone. Penso che noi abbiamo due strumenti maggiori per avere una Pasqua di fraternità: la carità e il perdono. La carità è il prenderci cura e la cura si nutre di tenerezza verso l’altro; il perdono è quello che libera il futuro delle persone, non tanto libera il passato. Penso che il perdono da cogliere e da offrire sia qualcosa da chiedere al Signore. Vuol dire liberazione, nel Vangelo è usato il verbo della nave che salva, della carovana che parte al levare del sole, dell’uccello che spicca il volo, della freccia che scocca. E’ vero che è una Pasqua di fragili, questa, di molti crocifissi, ma quello che a me è chiesto è il segno della carità. Gesù è venuto a portare questa rivoluzione della tenerezza e la rivoluzione del perdono senza misura. Sono queste due cose che costruiscono la fraternità universale.

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