l’appello dei missionari contro lo sfruttamento dell’Africa

«fermate lo sfruttamento dell’Africa»

in campo le congregazioni religiose


di Giulio Albanese
per aiutare l’Africa a ripartire dopo il Covid, i missionari riuniti nel network Aefjn chiedono urgentemente una regolamentazione che tuteli i diritti umani
«serve un monitoraggio internazionale»
«Fermate lo sfruttamento dell’Africa». In campo le congregazioni religiose

La crisi economica generata dal Covid 19 nel Continente africano esige una decisa assunzione di responsabilità da parte del consesso delle nazioni. A pensarla così – e non da oggi – è Africa Europe Faith and Justice Network (Aefjn), un organismo internazionale composto da diverse congregazioni religiose e missionarie attive in Africa, che invoca la regolamentazione delle imprese multiPer aiutare l’Africa a ripartire dopo il #Covid, i missionari riuniti nel Africa Europe Faith and Justice Network chiedono una regolamentazione delle multinazionali che tuteli i diritti umani (ex. contro la manodopera infantile) e per la protezione e salvaguardia dell’ambiente.nazionali in riferimento alla sfera dei diritti umani.

Si tratta di un tema scottante, particolarmente in Africa, dove le popolazioni autoctone patiscono l’esclusione sociale nonostante il continente sia straordinariamente ricco di “commodity” (le materie prime). Stando alle testimonianze raccolte in diversi Paesi africani dal network congregazionale, le attività svolte negli ultimi decenni dalle multinazionali hanno avuto un impatto particolarmente negativo sul continente in diversi ambiti.

Anzitutto queste gigantesche aziende che operano nei più svariati settori economici sono ritenute colpevoli di trarre vantaggio dai deboli apparati giuridici dei Paesi africani che spesso, anche per effetto della dilagante corruzione, salvaguardano gli interessi societari più che quelli della società civile. Spesso le imprese multinazionali, con l’intento di massimizzare i profitti, si sono rese responsabili della violazione dei diritti fondamentali dell’uomo – in particolare dei diritti dei lavoratori – e dei principi internazionali in materia di protezione e salvaguardia dell’ambiente. È bene rammentare che per arginare questo fenomeno, a partire dagli anni Settanta, sono stati redatti dei Codici di condotta e delle Linee guida contenenti principi e regole adottati dai singoli Stati e dalle organizzazioni internazionali in relazione alle attività delle società multinazionali. Però tali normative, rientrando nella categoria della cosiddetta “soft-law”, non hanno un carattere vincolante.

E se da una parte il crescente interesse dell’opinione pubblica per la tematica in esame ha spinto le stesse imprese multinazionali ad approvare autonomamente dei codici di condotta per tutelare la propria immagine sul mercato, dall’altra il cammino è ancora lungo. Sono infatti molte le imprese che direttamente o indirettamente fanno uso di manodopera infantile, contravvenendo ai diritti dei lavoratori (incluso il diritto alla libertà di associazione). Emblematica è la condizione dei bambini impiegati ancor oggi nelle miniere di Kolwezi, la capitale mondiale delle terre rare (indispensabili, ad esempio, per la fabbricazione degli apparecchi elettronici) nel Sud della Repubblica democratica del Congo o nelle miniere di oro nella regione orientale del Kivu teatro spesso di tragedie di massa: due realtà a cui Avvenire peraltro ha già dato ampio spazio informativo. In molte di queste realtà lavorative le condizioni igieniche e di sicurezza risultano inappropriate; vengono usurpate sistematicamente parti di territorio e perpetrati atti di illegittima violenza tramite l’utilizzo di agenti di sicurezza privata, per non parlare dei danni ambientali.

In attesa di un trattato internazionale, sotto l’egida delle Nazioni Unite, su «Imprese e diritti umani» e in considerazione dell’adozione nel 2011 di Linee guida su questa materia da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra, la rete di Aefjn – come ha giustamente rilevato il comboniano fratel Alberto Parise, vice presidente del Comitato Esecutivo di Aefjn – è fondamentale perché è necessario affermare una volta per tutte «l’obbligo per le imprese di dimostrare due diligence (diligenza); il rafforzamento della corporate liability (la responsabilità delle imprese); la previsione di rimedi efficaci contro le violazioni e un’efficace accesso alla giustizia; l’obbligo in capo agli Stati di prevedere assistenza legale reciproca; la creazione di meccanismi di monitoraggio ed esecuzione sia a livello nazionale che internazionale».

eppur si muove … qualcosa nella chiesa di papa Francesco

“eppur (la chiesa) si muove…”

di Alberto Maggi

 


come spiega su ilLibraio il biblista Alberto Maggi, “lentamente, in maniera quasi impercettibile, qualcosa si muove” nella Chiesa. Che, con papa Francesco, “da rigida istituzione regolata dall’immutabile dottrina, si trasforma in una comunità dinamica animata dallo Spirito…”

“Eppur si muove…!”. La conosciuta espressione, attribuita a Galileo Galilei, costretto dalla dottrina infallibile dell’Inquisizione a rinnegare il movimento della terra, ben si adatta alla Chiesa cattolica.
Questa è come un pachiderma che sembra immobile, appesantito e rallentato com’è da secoli di detriti e cascami teologici, così lontani dall’agilità dei vangeli, che esigono il continuo cambiamento per poter mettere il vino nuovo dello Spirito in otri nuovi (Mt 9,17).
Eppure, lentamente, in maniera quasi impercettibile, qualcosa si muove e la Chiesa, da rigida istituzione regolata dall’immutabile dottrina, si trasforma in una comunità dinamica animata dallo Spirito. Naturalmente i cambiamenti sono lievi, non avvengono mai in maniera traumatica, per non sembrare uno strappo o peggio una rottura con la tradizione. Così ci si muove a passi felpati, con molta diplomazia, e bisogna scoprire questi cambiamenti tra le righe. Un passo, che sembra piccolo invece è stato gigantesco, è quello compiuto da papa Francesco.
Sorprese tutti quando la sera della sua elezione si presentò al mondo intero come il “Vescovo di Roma”, senza tutti gli anacronistici orpelli, anche esteriori della sua carica di Sommo Pontefice. Era solo la premessa di un cambiamento del pontificato che avrebbe avuto come linea maestra la graduale conversione della Chiesa al vangelo, cammino che non sarà indolore.
Segno di questo mutamento sono i titoli del papa (dal greco papas, “padre”), pubblicati nell’Annuario pontificio 2020. Nelle precedenti edizioni, campeggiava sotto il nome del papa, il titolo grande di “Vicario di Gesù Cristo”, poi di seguito “Successore del Principe degli Apostoli”, “Sommo Pontefice della Chiesa Universale”, “Primate d’Italia”, “Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana”, “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano” e, infine, per ultimo, “Servo dei Servi di Dio”.
Ora, pur rimanendo, questi titoli, sono stati delicatamente, ma significativamente spostati e separati, in modo che in una pagina bianca appare la scritta, su due righe, “Francesco – vescovo di Roma” e, nell’altra pagina, tutti gli altri titoli, con un carattere più piccolo, sotto una linea di demarcazione e la dicitura: “Titoli storici”. Ovvero titoli messi in soffitta, come certi mobili del passato, erano belli e ci si era affezionati, ma ormai ingombranti e inutilizzabili.
Ma quella che è indubbiamente significativa è la rimozione (in linguaggio curiale “spostamento”) del titolo “Vicario di Gesù Cristo”, denominazione che aveva reso di fatto ogni pontefice un essere semi-divino, “il dolce Cristo in terra”, trattato e venerato come una divinità, idolatrato come un faraone (basta pensare all’uso degli egizi flabelli, i grandi ventagli di piume bianche di struzzo che accompagnavano l’ingresso in portantina del papa in uso fino a Paolo VI, che finalmente l’abolì).
Come hanno potuto i papi attribuirsi il titolo di Vicarius Christi? Vicario è colui che rappresenta o sostituisce qualcuno che non è presente, ma può il Cristo essere assente? Dai vangeli si evince il contrario. Nel vangelo di Matteo, le ultime parole del Cristo risuscitato sono “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20). Mentre Mosè sentendo prossima la sua fine, aveva nominato Giosuè come suo successore (Nm 27,18), Gesù, Risorto, non nomina alcun successore, e tantomeno suo vicario, ma, come scrive Marco, il Cristo risuscitato continua a essere presente con i suoi discepoli: “il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che lo accompagnavano” (Mc 16,20). Il Cristo è, pertanto, presente tra i credenti, chiede solo di essere accolto e di collaborare con lui all’incessante comunicazione di vita per ogni creatura. Certamente Gesù è invisibile, ma non assente, e sarà sempre visibile ogni volta che i suoi spezzeranno il pane per farne alimento di vita e di condivisione (“L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”, Lc 24,31.35).
Se si vuole usare l’espressione “vicario di Cristo”, questa è per i poveri, i bisognosi, gli emarginati, i carcerati, gli stranieri nei quali Gesù s’identifica (“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”, Mt 25,40), e Padri della Chiesa, come San Gregorio di Nissa, affermavano che i poveri “ci rappresentano la Persona del Salvatore” (De pauperibus amandis, PG 46,460bc). Poi nel XII secolo, mentre brillava più che mai la luce di Francesco d’Assisi, il vero alter Christus, fu un papa, il bellicoso Innocenzo III, a mettere in secondo piano il titolo di “Vicario di Pietro” ed arrogarsi quello di “Vicario di Cristo”, fino allora attribuito ai poveri, designazione che fu sancita dal Concilio di Firenze (sec XV) con la bolla “Laetentur caeli”, dove si legge che il romano pontefice “ha il primato su tutto l’universo […]” e il papa è “autentico vicario di Cristo” (Denz. 1307)… poi venne papa Francesco.

una giornata per la cura del creato

VI Giornata del Creato

papa Francesco

dalla crisi impariamo nuovi modi di vivere


Riccardo Maccioni
nel Messaggio l’invito alla giustizia riparativa e un uso più fruttuoso ed equo delle risorse. L’appello a «cancellare il debito dei Paesi più fragili»

Il Papa: dalla crisi impariamo nuovi modi di vivere

Un tempo sacro per ricordare, ritornare, riposare, riparare e rallegrarsi. È Giublleo, il concetto, la parola chiave, il filo rosso che unisce e fa da guida al Messaggio del Papa per la VI Giornata mondiale di preghiera per il Creato, che si celebra oggi. Un richiamo al 50° anniversario, che cade appunto nel 2020, del Giorno delle Terra e che riprende il tema, “Giubileo della terra”, scelto dalle Chiese cristiane per il Tempo del Creato, un periodo, dal 1° settembre al 4 ottobre, in cui impegnarsi in modo speciale nella preghiera e nell’azione per la salvaguardia della casa comune. Punto di partenza della riflessione di Francesco è però la Sacra Scrittura, in particolare il celebre versetto del Levitico: «Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo» (Lv 25,10).

Un passo attorno al quale si articola la riflessione sui vari significati del Giubileo. Che è tempo «per ricordare», per «fare memoria della vocazione originaria del creato ad essere e prosperare come comunità d’amore» che esiste «solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, e con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa». Ma strettamente legato al tema della memoria è il concetto di Giubileo come tempo del ritornare, per «tornare indietro e ravvedersi». C’è infatti bisogno, sottolinea il Papa, di risanare le relazioni danneggiate, di ricostruire i legami «che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato». In questo senso, il Giubileo «ci invita a pensare nuovamente agli altri, specialmente ai più poveri e ai più vulnerabili. È un tempo «per dare libertà agli oppressi e a tutti coloro che sono incatenati nei ceppi delle varie forme di schiavitù moderna, tra cui la tratta delle persone e il lavoro minorile». E di pari passo va l’ascolto della terra, il battito della creazione soffocato dai troppi comportamenti sconsiderati. «La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono» in questo senso «campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi».
Ecco allora che anche la crisi più nera può portare in sé un insegnamento. «L’attuale pandemia ci ha portati in qualche modo a riscoprire stili di vita più semplici e sostenibili», in un certo senso, «ci ha dato la possibilità di sviluppare nuovi modi di vivere. È stato possibile constatare come la Terra riesca a recuperare se le permettiamo di riposare: l’aria è diventata più pulita, le acque più trasparenti, le specie animali sono ritornate in molti luoghi dai quali erano scomparse. La pandemia ci ha condotti a un bivio. Dobbiamo sfruttare questo momento decisivo per porre termine ad attività e finalità superflue e distruttive, e coltivare valori, legami e progetti generativi. Dobbiamo esaminare le nostre abitudini nell’uso dell’energia, nei consumi, nei trasporti e nell’alimentazione. Dobbiamo togliere dalle nostre economie aspetti non essenziali e nocivi, e dare vita a modalità fruttuose di commercio, produzione e trasporto dei beni».
Detto in altro modo Il Giubileo può diventare, dev’essere è un tempo «per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi». Ci invita, scrive il Papa, a stabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta, che ha provocato un enorme debito ecologico, dovuto principalmente al depredamento delle risorse e all’uso eccessivo dello spazio ambientale comune per lo smaltimento dei rifiuti. «È il tempo di una giustizia riparativa. A tale proposito – aggiunge il Pontefice –, «rinnovo il mio appello a cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce dei gravi impatti delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19. Occorre pure assicurare che gli incentivi per la ripresa, in corso di elaborazione e di attuazione a livello mondiale, regionale e nazionale, siano effettivamente efficaci, con politiche, legislazioni e investimenti incentrati sul benec omune e con la garanzia che gli obiettivi sociali e ambientali globali vengano conseguiti».
E, su scala più ampia, occorre lavorare al ripristino di un equilibrio climatico e della biodiversità «nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti. È necessario sostenere l’appello delle Nazioni Unite a salvaguardare il 30% della Terra come habitat protetto entro il 2030, al fine di arginare l’allarmante tasso di perdita della biodiversità». Siamo cioè «tenuti a riparare secondo giustizia, assicurando che quanti hanno abitato una terra per generazioni possano riacquistarne pienamente l’utilizzo. Occorre proteggere le comunità indigene da compagnie, in particolare multinazionali, che, attraverso la deleteria estrazione d i combustibili fossili, minerali, legname e prodotti agroindustriali, «fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale».
Tuttavia, a dispetto di questo grado generale, la Scrittura ci ricorda che il Giubileo è anche «un tempo per rallegrarsi». Guardando all’oggi infatti, osserva papa Francesco, «siamo testimoni di come lo Spirito Santo stia ispirando ovunque individui e comunità a unirsi per ricostruire la casa comune e difendere i più vulnerabili. Assistiamo al graduale emergere di una grande mobilitazione di persone, che dal basso e dalle periferie si stanno generosamente adoperando per la protezione della terra e dei poveri. Dà gioia vedere tanti giovani e comunità, in particolare indigene, in prima linea nel rispondere alla crisi ecologica». E c’è pure da rallegrarsi «nel constatare come l’Anno speciale di anniversario della Laudato si’ stia ispirando numerose iniziative a livello locale e globale per la cura della casa comune e dei poveri. Questo anno dovrebbe portare a piani operativi a lungo termine, per giungere a praticare un’ecologia integrale nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, negli Ordini religiosi, nelle scuole, nelle università, nell’assistenza sanitaria, nelle imprese, nelle aziende agricole e in molti altri ambiti». Un impegno che vede le comunità credenti convergere, in modo davvero ecumenico «per dare vita a un mondo più giusto, pacifico e sostenibile». Si tratta allora di continuare «a crescere nella consapevolezza che tutti noi abitiamo una casa comune in quanto membri della stessa famiglia!». E di rallegrarsi «perché, nel suo amore, il Creatore sostiene i nostri umili sforzi per la Terra», casa di Dio dove la sua Parola «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» e luogo che «l’effusione dello Spirito Santo costantemente rinnova».

IL TESTO INTEGRALE DEL MESSAGGIO

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO

1° settembre 2020

«Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella
terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo» (Lv 25,10)

Cari fratelli e sorelle,

Ogni anno, particolarmente dalla pubblicazione della Lettera enciclica Laudato si’ (LS, 24 maggio 2015), il primo giorno di settembre segna per la famiglia cristiana la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, con la quale inizia il Tempo del Creato, che si conclude il 4 ottobre, nel ricordo di san Francesco di Assisi. In questo periodo, i cristiani rinnovano in tutto il mondo la fede nel Dio creatore e si uniscono in modo speciale nella preghiera e nell’azione per la salvaguardia della casa comune.

Sono lieto che il tema scelto dalla famiglia ecumenica per la celebrazione del Tempo del Creato 2020 sia “Giubileo per la Terra”, proprio nell’anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario del Giorno della Terra.

Nella Sacra Scrittura, il Giubileo è un tempo sacro per ricordare, ritornare, riposare, riparare e rallegrarsi.

1. Un tempo per ricordare

Siamo invitati a ricordare soprattutto che il destino ultimo del creato è entrare nel “sabato eterno” di Dio. È un viaggio che ha luogo nel tempo, abbracciando il ritmo dei sette giorni della settimana, il ciclo dei sette anni e il grande Anno giubilare che giunge alla conclusione di sette anni sabbatici.

Il Giubileo è anche un tempo di grazia per fare memoria della vocazione originaria della creato ad essere e prosperare come comunità d’amore. Esistiamo solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, e con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa. «Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra» (LS, 92).

Il Giubileo, pertanto, è un tempo per il ricordo, dove custodire la memoria del nostro esistere inter-relazionale. Abbiamo costantemente bisogno di ricordare che «tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (LS, 70).

2. Un tempo per ritornare

Il Giubileo è un tempo per tornare indietro e ravvedersi. Abbiamo spezzato i legami che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato. Abbiamo bisogno di risanare queste relazioni danneggiate, che sono essenziali per sostenere noi stessi e l’intero tessuto della vita.

Il Giubileo è un tempo di ritorno a Dio, nostro amorevole creatore. Non si può vivere in armonia con il creato senza essere in pace col Creatore, fonte e origine di tutte le cose. Come ha osservato Papa Benedetto, «il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra» (Incontro con il Clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone, 6 agosto 2008).

Il Giubileo ci invita a pensare nuovamente agli altri, specialmente ai poveri e ai più vulnerabili. Siamo chiamati ad accogliere nuovamente il progetto originario e amorevole di Dio sul creato come un’eredità comune, un banchetto da condividere con tutti i fratelli e le sorelle in spirito di convivialità; non in una competizione scomposta, ma in una comunione gioiosa, dove ci si sostiene e ci si tutela a vicenda. Il Giubileo è un tempo per dare libertà agli oppressi e a tutti coloro che sono incatenati nei ceppi delle varie forme di schiavitù moderna, tra cui la tratta delle persone e il lavoro minorile.

Abbiamo bisogno di ritornare, inoltre, ad ascoltare la terra, indicata nella Scrittura come adamah, luogo dal quale l’uomo, Adam, è stato tratto. Oggi la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell’ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi.

Particolarmente durante questo Tempo del Creato, ascoltiamo il battito della creazione. Essa, infatti, è stata data alla luce per manifestare e comunicare la gloria di Dio, per aiutarci a trovare nella sua bellezza il Signore di tutte le cose e ritornare a Lui (cfr San Bonaventura, In II Sent., I,2,2, q. 1, concl; Brevil., II,5.11). La terra dalla quale siamo stati tratti è dunque luogo di preghiera e di meditazione: «risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi» (Esort. ap. Querida Amazonia, 56). La capacità di meravigliarci e di contemplare è qualcosa che possiamo imparare specialmente dai fratelli e dalle sorelle indigeni, che vivono in armonia con la terra e con le sue molteplici forme di vita.

3. Un tempo per riposare

Nella sua sapienza, Dio ha riservato il giorno di sabato perché la terra e i suoi abitanti potessero riposare e rinfrancarsi. Oggi, tuttavia, i nostri stili di vita spingono il pianeta oltre i suoi limiti. La continua domanda di crescita e l’incessante ciclo della produzione e dei consumi stanno estenuando l’ambiente. Le foreste si dissolvono, il suolo è eroso, i campi spariscono, i deserti avanzano, i mari diventano acidi e le tempeste si intensificano: la creazione geme!

Durante il Giubileo, il Popolo di Dio era invitato a riposare dai lavori consueti, a lasciare, grazie al calo dei consumi abituali, che la terra si rigenerasse e il mondo si risistemasse. Ci occorre oggi trovare stili equi e sostenibili di vita, che restituiscano alla Terra il riposo che le spetta, vie di sostentamento sufficienti per tutti, senza distruggere gli ecosistemi che ci mantengono.

L’attuale pandemia ci ha portati in qualche modo a riscoprire stili di vita più semplici e sostenibili. La crisi, in un certo senso, ci ha dato la possibilità di sviluppare nuovi modi di vivere. È stato possibile constatare come la Terra riesca a recuperare se le permettiamo di riposare: l’aria è diventata più pulita, le acque più trasparenti, le specie animali sono ritornate in molti luoghi dai quali erano scomparse. La pandemia ci ha condotti a un bivio. Dobbiamo sfruttare questo momento decisivo per porre termine ad attività e finalità superflue e distruttive, e coltivare valori, legami e progetti generativi. Dobbiamo esaminare le nostre abitudini nell’uso dell’energia, nei consumi, nei trasporti e nell’alimentazione. Dobbiamo togliere dalle nostre economie aspetti non essenziali e nocivi, e dare vita a modalità fruttuose di commercio, produzione e trasporto dei beni.

4. Un tempo per riparare

Il Giubileo è un tempo per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi.

Esso invita a ristabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta, che ha provocato un enorme debito ecologico, dovuto principalmente al depredamento delle risorse e all’uso eccessivo dello spazio ambientale comune per lo smaltimento dei rifiuti. È il tempo di una giustizia riparativa. A tale proposito, rinnovo il mio appello a cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce dei gravi impatti delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19. Occorre pure assicurare che gli incentivi per la ripresa, in corso di elaborazione e di attuazione a livello mondiale, regionale e nazionale, siano effettivamente efficaci, con politiche, legislazioni e investimenti incentrati sul bene comune e con la garanzia che gli obiettivi sociali e ambientali globali vengano conseguiti.

È altresì necessario riparare la terra. Il ripristino di un equilibrio climatico è di estrema importanza, dal momento che ci troviamo nel mezzo di un’emergenza. Stiamo per esaurire il tempo, come i nostri figli e i giovani ci ricordano. Occorre fare tutto il possibile per limitare la crescita della temperatura media globale sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi, come sancito nell’Accordo di Parigi sul Clima: andare oltre si rivelerà catastrofico, soprattutto per le comunità più povere in tutto il mondo. In questo momento critico è necessario promuovere una solidarietà intra-generazionale e inter-generazionale. In preparazione all’importante Summit sul Clima di Glasgow, nel Regno Unito (COP 26), invito ciascun Paese ad adottare traguardi nazionali più ambiziosi per ridurre le emissioni.

Il ripristino della biodiversità è altrettanto cruciale nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti. È necessario sostenere l’appello delle Nazioni Unite a salvaguardare il 30% della Terra come habitat protetto entro il 2030, al fine di arginare l’allarmante tasso di perdita della biodiversità. Esorto la Comunità internazionale a collaborare per garantire che il Summit sulla Biodiversità (COP 15) di Kunming, in Cina, costituisca un punto di svolta verso il ristabilimento della Terra come casa dove la vita sia abbondante, secondo la volontà del Creatore.

Siamo tenuti a riparare secondo giustizia, assicurando che quanti hanno abitato una terra per generazioni possano riacquistarne pienamente l’utilizzo. Occorre proteggere le comunità indigene da compagnie, in particolare multinazionali, che, attraverso la deleteria estrazione di combustibili fossili, minerali, legname e prodotti agroindustriali, «fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale» (LS, 51). Questa cattiva condotta aziendale rappresenta un «un nuovo tipo di colonialismo» (San Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 27 aprile 2001, cit. in Querida Amazonia, 14), che sfrutta vergognosamente comunità e Paesi più poveri alla disperata ricerca di uno sviluppo economico. È necessario consolidare le legislazioni nazionali e internazionali, affinché regolino le attività delle compagnie di estrazione e garantiscano l’accesso alla giustizia a quanti sono danneggiati.

5. Un tempo per rallegrarsi

Nella tradizione biblica, il Giubileo rappresenta un evento gioioso, inaugurato da un suono di tromba che risuona per tutta la terra. Sappiamo che il grido della Terra e dei poveri è divenuto, negli scorsi anni, persino più rumoroso. Al contempo, siamo testimoni di come lo Spirito Santo stia ispirando ovunque individui e comunità a unirsi per ricostruire la casa comune e difendere i più vulnerabili. Assistiamo al graduale emergere di una grande mobilitazione di persone, che dal basso e dalle periferie si stanno generosamente adoperando per la protezione della terra e dei poveri. Dà gioia vedere tanti giovani e comunità, in particolare indigene, in prima linea nel rispondere alla crisi ecologica. Stanno facendo appello per un Giubileo della Terra e per un nuovo inizio, nella consapevolezza che «le cose possono cambiare» (LS, 13).

C’è pure da rallegrarsi nel constatare come l’Anno speciale di anniversario della Laudato si’ stia ispirando numerose iniziative a livello locale e globale per la cura della casa comune e dei poveri. Questo anno dovrebbe portare a piani operativi a lungo termine, per giungere a praticare un’ecologia integrale nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, negli Ordini religiosi, nelle scuole, nelle università, nell’assistenza sanitaria, nelle imprese, nelle aziende agricole e in molti altri ambiti.

Ci rallegriamo anche che le comunità credenti stiano convergendo per dare vita a un mondo più giusto, pacifico e sostenibile. È motivo di particolare gioia che il Tempo del Creato stia diventando un’iniziativa davvero ecumenica. Continuiamo a crescere nella consapevolezza che tutti noi abitiamo una casa comune in quanto membri della stessa famiglia!

Rallegriamoci perché, nel suo amore, il Creatore sostiene i nostri umili sforzi per la Terra. Essa è anche la casa di Dio, dove la sua Parola «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), il luogo che l’effusione dello Spirito Santo costantemente rinnova.

“Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra” (cfr Sal 104,30).

Roma, San Giovanni in Laterano, 1° settembre 2020

FRANCESCO

papa Francesco e la malattia della nostra economia

  papa Francesco

la pandemia ha mostrato che l’economia è malata

“pochi ricchissimi possiedono più di tutto il resto dell’umanità” ed “è un’ingiustizia che grida al cielo”

Il Papa: la pandemia ha mostrato che l’economia è malata

In un mondo solcato da profonde disuguaglianze sociali, aggravate dalla pandemia, e da un modello economico spesso indifferente ai danni inflitti alla casa comune, il Papa esorta i cristiani a condividere i propri beni, mettendoli a frutto anche per gli altri, e si richiama, per questo, all’esperienza delle prime comunità cristiane che, anche vivendo tempi difficili, mettevano i loro beni in comuni, “consapevoli di formare un solo cuore e una sola anima”:

La pandemia ci ha messo tutti in crisi. Ma ricordatevi: da una crisi non si può uscire uguali. O usciamo migliori, o usciamo peggiori. Questa è la nostra opzione. Dopo la crisi, continueremo con questo sistema economico di ingiustizia sociale e di disprezzo per la cura dell’ambiente, del creato, della casa comune? Pensiamoci. Possano le comunità cristiane del ventunesimo secolo recuperare questa realtà, – la cura del creato e la giustizia sociale: vanno insieme… – dando così testimonianza della Risurrezione del Signore. Se ci prendiamo cura dei beni che il Creatore ci dona, se mettiamo in comune ciò che possediamo in modo che a nessuno manchi, allora davvero potremo ispirare speranza per rigenerare un mondo più sano e più equo.

La pandemia ha infatti aggravato le disuguaglianze, ribadisce più volte il Papa: alcuni bambini possono ancora ricevere un’educazione scolastica, per altri si è interrotta, alcune nazioni possono emettere moneta per affrontare l’emergenza, mentre per altre significherebbe ipotecare il futuro. Si tratta di sintomi di disuguaglianza che rivelano una precisa patologia: «Questi sintomi di disuguaglianza rivelano una malattia sociale; è un virus che viene da un’economia malata. E dobbiamo dirlo semplicemente: l’economia è malata. Si ammalò. E’ ammalata».

La malattia, afferma, è frutto di una “crescita economica iniqua” che prescinde dai valori umani fondamentali. “Nel mondo di oggi – sottolinea – pochi ricchissimi”, “un gruppetto”, “possiedono più di tutto il resto dell’umanità”. Si tratta, afferma di “un’ingiustizia che grida al cielo!”. D’altra parte questo modello di crescita economica sembra indifferente ai danni inflitti al creato, con conseguenze “gravi e irreversibili” come perdita della biodiversità, cambiamenti climatici, distruzione delle foreste tropicali. Disuguaglianze sociali e degrado ambientale hanno “la stessa radice”, segnala il Papa: il peccato di “voler possedere e dominare i fratelli e le sorelle, la natura e lo stesso Dio”. Di fronte a tutto questo, i cristiani non devono rimanere fermi: la speranza cristiana sostiene la volontà di condividere: «Quando l’ossessione di possedere e dominare esclude milioni di persone dai beni primari; quando la disuguaglianza economica e tecnologica è tale da lacerare il tessuto sociale; e quando la dipendenza da un progresso materiale illimitato minaccia la casa comune, allora non possiamo stare a guardare. No, questo è desolante. Non possiamo stare a guardare! Con lo sguardo fisso su Gesù (cfr Eb 12,2) e con la certezza che il suo amore opera mediante la comunità dei suoi discepoli, dobbiamo agire tutti insieme, nella speranza di generare qualcosa di diverso e di meglio».

Richiamandosi varie volte a Catechismo e al Libro del Genesi, Francesco ricorda che Dio ha chiesto all’uomo di dominare la terra coltivandola e custodendola. Non quindi “carta bianca per fare della terra ciò che si vuole”, nota il Papa, perché esiste una “relazione di reciprocità responsabile” fra noi e la natura. La terra infatti è stata data a tutto il genere umano e i suoi frutti devono arrivare a tutti, non solo ad alcuni. Come ricorda anche la Gaudium et spes del Concilio Vaticano II “l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri”. Quindi, come un amministratore della Provvidenza, far fruttificare i doni perché anche gli altri ne beneficino.

In sintesi, proprietà e denaro sono “strumenti” che possono essere trasformati facilmente in “fini, individuali o collettivi” ma così – avverte – vengono intaccati i valori umani essenziali: «L’homo sapiens si deforma e diventa una specie di homo œconomicus – in senso deteriore – individualista, calcolatore e dominatore. Ci dimentichiamo che, essendo creati a immagine e somiglianza di Dio, siamo esseri sociali, creativi e solidali, con un’immensa capacità di amare. Di fatto, siamo gli esseri più cooperativi tra tutte le specie, e fioriamo in comunità, come si vede bene nell’esperienza dei santi».

‘ateo’ in nome di … Dio

manifesto su Dio

p. Pedro Serrano García

Secondo la Bibbia e l’esperienza umana, è evidente che nessuno ha mai visto DIO. Con successi ed errori, nel corso della storia noi esseri umani abbiamo cercato di conoscere l’immagine autentica del Supremo trascendente; ma provare la sua esistenza o inesistenza supera le capacità di credenti e di non credenti. Comunque, il Magnifico sconosciuto può essere intuito dietro il caso e i milioni di trilioni di coincidenze date in modo che esistano l’impressionante universo in espansione con i suoi miliardi di galassie, la meravigliosa vita manifestata in milioni di specie e, soprattutto, l’ammirevole umanità composta da esseri umani intelligenti e liberi. Allo stesso modo, sembra chiaro che noi credenti abbiamo concezioni diverse riguardo all’Essere Supremo, alcune sono errate o alienanti, e altre sono corrette e solidali. Di fronte a questa diversità sulla natura divina:

– Mi dichiaro ateo rispetto al Dio denaro, che divide gli esseri umani in classi sociali, condannando gli impoveriti alla miseria e privilegiando i ricchi nell’ opulenza.

– Mi dichiaro ateo rispetto al Dio indifferente, che guarda impassibile come gli uomini soffrono, combattono e si battono in difesa dei loro interessi e delle loro ideologie, senza intervenire nella storia affinché l’armonia tra le persone e i popoli possa risplendere nel rispetto del medio ambiente.

– Mi dichiaro ateo rispetto al Dio guerriero, sostenitore di individui potenti e di grandi potenze che praticano la violenza armata, lo sfruttamento economico, la colonizzazione politica e il saccheggio dei popoli in via di sviluppo.

– Mi dichiaro ateo rispetto al Dio Giudice, che punisce chi pecca (anche se per errore, debolezza o ignoranza nella sua marginalità); mentre premia gli autoproclamati puri (anche se praticano complimenti formali senza amore per il prossimo o compassione per gli svantaggiati).

– Mi dichiaro ateo rispetto al Dio individualista, che favorisce la spiritualità e la salvezza personale e non tiene conto della comunione fraterna con i cittadini ed i senza tetto.

– Mi dichiaro ateo rispetto al Dio autoritario, che consacra gerarchi e preti, mentre sottovaluta laici e donne come credenti di seconda classe.

– Mi dichiaro ateo rispetto al Dio dogmatico, che si manifesta in un’unica chiesa verticalista, rigettando le altre chiese come sbagliate, le altre religioni come pagane e le culture agnostiche come spregevoli.

Ma, come discepolo umile e imperfetto di GESÙ, oso affermare:

– Credo nel Dio amore, che accoglie giusti e peccatori, atei e credenti, ignoranti e saggi come i suoi figli e figlie, infondendo negli esseri umani la luce della fraternità comunitaria e universale tra le persone e i popoli.

– Credo nel Dio della Vita, che incoraggia le comunità a condividere i beni della creazione e della produzione umana in società giuste, pacifiche e umanitarie, dove i bambini, gli anziani, i malati e gli emarginati hanno la priorità.

– Credo nel Dio dei poveri, che incoraggia uomini e donne coscienziosi a costruire lo Stato Democratico del Benessere, superando la società di classi, favorendo la liberazione degli impoveriti e il lavoro dignitoso e giustamente remunerato per tutti e tutte.

– Credo nel Dio mite e umile, che, privato di ogni potere e ricchezza in Cristo, esalta i semplici e riempie gli affamati nel suo Regno fraterno, mentre si addolora perché i potenti e i ricchi preferiscono idolatrare il denaro e il dominio.

– Credo nel Dio delle Beatitudini, che rende felici le classi impoverite, le persone e le comunità solidali e perseguitate per la promozione della giustizia, mentre bisogna dispiacersi per gli uomini invischiati nelle loro ricchezze, privilegi e dominazioni che causano nel mondo tanti mali e sofferenze.

– Credo nel Dio universale, che ama immensamente ogni essere umano, qualunque sia la sua religione, razza, cultura, nazionalità e genere, promuovendo tra i suoi discepoli la lotta pacifica perché tutti noi esseri umani siamo uguali in dignità e diritti, ricevendo secondo i nostri bisogni e contribuendo secondo le nostre capacità.

 Credo nel Dio Salvatore, che instilla permanentemente negli umanisti e nei profeti la forza per liberare gli oppressi rispetto alle classi dominanti ed ai loro collaboratori, manifestandosi nel contempo come il salvatore di giusti e peccatori, dei passivi e degli impegnati, degli sfruttatori e dei solidali.

Per tutto questo e data la mia natura fallimentare, confido nell’ immensa misericordia di DIO-PADRE che, come il figliol prodigo, mi perdona e mi accoglie paternamente e maternamente, nonostante i miei errori e fallimenti.

 

articolo pubblicato il 28.08.2020 dall’Autore in Religión Digital (www.religiondigital.com)

un ricordo del vescovo santo Pedro Casaldàliga

Amazzonia

Pedro, il vescovo santo degli oppressi sepolto tra un operaio e una prostituta senza nome

di Fabrizio d’Esposito

Il suo epitaffio, scolpito su un pezzo di marmo ai piedi di una croce di legno, è questo: “Per riposare io voglio solo questa croce di legno, come pioggia e sole questi tre metri di terra e la Resurrezione!”. Ai lati della tomba – un cumulo di terra rossa – sono sepolti un operaio e una prostituta senza nome, come ha raccontato Salvatore Cernuzio su Vatican Insider della Stampa.
Dom Pedro Casaldáliga è stata una delle figure più belle del cattolicesimo novecentesco. Una santità luminosa da vescovo, profeta e poeta. Al servizio totale del Vangelo e degli ultimi, in Amazzonia. È morto l’8 agosto scorso. Aveva 92 anni, di cui gli ultimi otto vissuti da malato agli ordini di quello che chiamava “fratello Parkinson”, suo “superiore”. Alcuni versi di dom Casaldáliga tratti da Il tempo e la speranza sono citati da papa Francesco nella sua esortazione apostolica Querida Amazonia: “Galleggiano ombre di me, legni morti. Ma la stella nasce senza rimprovero sopra le mani di questo bambino, esperte, che conquistano le acque e la notte. Mi basti conoscere che Tu mi conosci interamente, prima dei miei giorni”.
Nato in Catalogna, arrivò in Brasile da missionario clarettiano nel 1968. Approdò in barca sulle rive di São Félix do Araguaia, nel Mato Grosso, e davanti a quella che sarebbe stata la sua abitazione trovò quattro neonati morti, in scatole di scarpe come bare. La sua reazione fu: “O ce ne andiamo via da qui oggi stesso o ci suicidiamo o troviamo una soluzione per tutto questo”. Tre anni dopo la sua casa divenne sede episcopale: Paolo VI lo nominò vescovo della prelatura di São Felix, “una zona periferica della foresta grande quanto metà dell’Italia” (Luciano Meli su manifesto4ottobre). Il suo motto da vescovo fu: “Nada possuir, nada carregar, nada pedir e, sobretudo, nada matar”: “Nulla possedere, nulla prendere a carico, nulla chiedere, nulla tacere e, soprattutto, non uccidere nessuno”.
Era il Brasile della dittatura militare (1964-1985) e la lotta di dom Pedro fu contro l’ingiustizia del latifondo e a favore degli indigeni e dei contadini sfruttati e oppressi nella fazendas amazzoniche. Il suo anello vescovile in legno di palma fu poi segno di riconoscimento per quanti credevano nella teologia della liberazione. Scampò a più attentati e il regime dei Gorillas se ne voleva liberare con l’espulsione dal Paese ma Paolo VI lo impedì: “Chi tocca Pietro (Pedro, ndr), tocca Paolo”. La sua radicalità rivoluzionaria contro il capitalismo e il colonialismo mise in luce le divisioni che attraversavano il cattolicesimo brasiliano, con i clericali di destra che appoggiavano i militari (si pensi al movimento Tradizione famiglia e proprietà di Plinio Corrêa de Oliveira) e oggi tornati di nuovo forti con Bolsonaro al potere. Peraltro Tfp fa parte del network fariseo e dottrinario che si oppone alla misericordia di papa Bergoglio.
Mercoledì scorso, dom Pedro Casaldáliga è stato salutato per l’ultima volta dal suo popolo a São Félix: il corpo deposto su una canoa indigena, con il remo che usava come pastorale (il “bastone” del vescovo). La scelta di essere sepolto nel cimitero di Karajá l’aveva annunciata da tempo, laddove era arrivato nel 1968, trovando quattro neonati morti.

ricordando Armido Rizzi

La coscienza come problema

di Armido Rizzi

Credo che il modo migliore per ricordare  Armido Rizzi sia quello di invitare a leggere i suoi scritti. Di seguito una sua bellissima riflessione sul tema della coscienza. 

È più attuale, oggi, un discorso su ciò che la coscienza non è, che non una positiva attestazione e descrizione della sua qualità; è più facile mettersi, nei suoi confronti, nei panni del pubblico ministero che in quelli dell’avvocato difensore.
Ma anche per chi vuol andare controcorrente e riaffermare tutt’intera la dignità della coscienza, non è opportuno chiudere le orecchie alle accuse che le vengono rivolte né gli occhi di fronte alle sue effettive carenze; è anzi la cosa migliore guardarle subito a viso scoperto, senza differire, e tanto meno bandire, il confronto scomodo e pericoloso. Vi sono due letture indebite della coscienza: una per difetto e l’altra per eccesso.
Una lettura per difetto
La lettura per difetto è ormai moneta circolante a ogni livello del discorso: dall’elaborazione più sofisticata alla divulgazione più estesa.
Secondo questa lettura, la coscienza è un fenomeno derivato, il prodotto di condizioni psicologiche e/o sociali che determinano il nascere di questo fenomeno e ne definiscono integralmente la realtà.
Non basta dunque, secondo questa interpretazione, riconoscere la radicazione della coscienza nello psichismo o nel tessuto sociale; bisogna individuare in tale radicazione la spiegazione totale della coscienza stessa, così che essa è – ed è soltanto – effetto e funzione di qualcos’altro: la felicità individuale e l’ordine collettivo, l’identità psicologica e l’organizzazione societaria.
Di conseguenza, la sua istanza viene relativizzata: ciò che proviene da altro e ad altro è funzionale, riceve da quest’altro il suo valore e la sua consistenza.
Ora, poiché la coscienza si presenta come istanza assoluta (lo vedremo) che esige di essere obbedita senza condizioni, una interpretazione che la subordini a un valore superiore equivale a una smentita della coscienza stessa, a una «demistificazione» di ciò che essa più gelosamente considera suo. La successiva riqualificazione della coscienza come strumento necessario per lo sviluppo della persona o per la compattezza del gruppo non va certo disattesa o considerata puro risarcimento tattico; ma non basta a restituirle ciò che le ha tolto: la sua perentorietà intrinseca, la sua forza autonoma e senza riserve.
Una lettura per eccesso
La lettura per eccesso riconosce, evidentemente, alla coscienza la sua qualità e forza immanente, ma ne estende il raggio d’azione a campi che le sono estranei o, addirittura, contrari.
Più che di un’interpretazione teorica si tratta qui di un atteggiamento pratico: appellarsi alla coscienza per esigere da sé e dagli altri, come obbligatorio, il compimento di azioni che sono invece indifferenti quando non addirittura cattive. L’esempio classico di questa indebita dilatazione della coscienza è lo scrupolo; esempi più vicini e più conturbanti sono, tra altri, il rifiuto della trasfusione di sangue, anche in pericolo grave di vita, da parte di membri di confessioni religiose; o, più ancora, l’obbedienza cieca, per esempio da parte dei nazisti, a ordini palesemente ingiusti.
Questo appello alla coscienza per giustificare prestazioni mancate o per dare forza vincolante e ineluttabile a prestazioni eseguite rende comprensibile il movimento contrario già prima presentato di inquadrarla entro una razionalità più generale che ne misura la legittimazione e ne permetta il controllo.
Effettivamente, sembra ben difficile sfuggire all’alternativa seguente: o si sottopone la coscienza a un controllo critico, a un’istanza sociale, e le si nega così il suo carattere di istanza ultima; o le si conserva questo carattere, facendone un principio insindacabile, e la si abbandona allora al rischio dell’arbitrio soggettivo, fino alle più nefaste conseguenze.
L’alternativa ha una portata molto seria; tradisce però una confusione tra due problemi collegati ma distinti:
– qual è l’essenza della coscienza, il suo costitutivo?
– come riconoscerla e discernerla nel suo esercizio pratico (cioè nei suoi contenuti concreti)?
Ognuno di questi due problemi esige una riflessione appropriata, che ne colga la valenza intrinseca e insieme la necessità del rapporto con l’altro.
L’essenza della coscienza: itinerario fenomenologico
L’orizzonte escatologico
Il sorgere dell’imperativo della coscienza fa sì che il soggetto si colga situato in una posizione nuova, finora ignota: l’azione che egli porrà, aldilà della sua specifica qualità intrinseca (onestà negli affari o truffa, fedeltà coniugale o adulterio…), gli appare investita da una intenzionalità più ampia e superiore: essa sarà un «sì» o un «no» a quell’istanza di coscienza, un’adesione o un rifiuto a quell’esigenza. E questa sua dimensione qualificherà il soggetto più profondamente di ogni giudizio di valore: egli ne uscirà buono o cattivo secondo un’accezione che non si determina unicamente dall’oggetto della sua azione ma, più propriamente, dal rapporto alla coscienza interpellatrice.
In altre parole: l’individuo sente che l’appello della coscienza gli apre davanti non una nuova possibilità ma un nuovo spessore delle possibilità già note, un orizzonte che le ricrea a un livello inatteso e impensato, indeducibile da tutto quanto era prima conosciuto.
Questo orizzonte è l’ultimo; non che venga giudicato tale in base a un criterio di misura più comprensivo: da sé s’impone come l’ultima zona cui l’esistenza dell’uomo possa accedere, come misura e criterio senza appello. E non ultimo relativamente a questa o quella sfera d’azione: ultimo per l’esistenza umana come tale. Al punto che soltanto all’apparire di questo orizzonte l’esistenza si scopre nella sua più vera identità e s’accorge di essersi fino allora ignorata. Lo possiamo chiamare «orizzonte escatologico» (da eschaton, parola greca che vuol dire, appunto, ultimo).
Di qui la difficoltà di trovare termini adeguati per esprimere il mondo dell’esperienza morale; e l’inevitabile ricorso al simbolo. L’esigenza della coscienza è una «voce», la sua indicazione una «luce» interiore; la situazione che essa determina nell’esistenza umana è un «bivio» (strada del bene e strada del male); il rifiuto ad essa una «macchia» o un «debito», e chi ha mancato deve «lavare» o «pagare»… L’uso universale (e delicato!) di simboli in questo ambito di realtà non è sintomo della sua appartenenza a un mondo fantastico, ma piuttosto riflesso della sua unicità, della sua incommensurabilità al mondo comune, alle rappresentazioni e valutazioni umane normali.
La libertà
La coscienza annuncia all’uomo la sua libertà mentre gliela conferisce. Alla presenza dell’imperativo interiore, l’individuo avverte di poterglisi concedere e rifiutare; e che l’opzione tra queste due possibilità sarà totalmente sua: egli ne sarà il principio, l’autore, il responsabile. Dove quel «sua» ha una densità che manca all’uso corrente del termine. Se russo nel dormire, quest’atto è mio; se cantando arrivo al do di petto, anche questo è mio; se in un istante di collera urlo contro l’interlocutore, l’atto è ancora mio; come mia è la pagina alata che mi erompe nel momento di grazia. Ovviamente, ogni volta il «mio» subisce una variazione d’intensità, dovuta ai diversi centri attivi che, in me, sono stati all’origine dell’atto: l’organismo, il temperamento, il genio…
Ma una costante li collega: il fatto che questi centri attivi erano «già lì in me», non per mia scelta ma come un dato; e gli atti che ne derivano sono una risultante pressoché inevitabile, scontata. Potrò vergognarmi di essi e pavoneggiarmene (come farei per una deformità o una dote fisica); non me ne sento il responsabile, non li considero «miei» in senso forte e proprio.
È quanto invece avviene nell’esperienza etica.
Invano mi attarderei a cercare in me un qualcosa su cui scaricare la responsabilità dell’opzione per il «sì» o il «no». Essa non compete a qualche parte o sezione o membro dell’io, identificabile a priori: essa scaturisce da una punta dell’io che emerge nell’esercizio dell’opzione stessa. La libertà non è una qualità del soggetto, che gli inerisca sulla linea dell’avere; la libertà è la dimensione che nel soggetto spunta alla presenza dell’appello morale: non come risultante di un passato, non come patrimonio acquisito e custodito, ma come puntuale possibilità di decisione escatologica.
C’è una certa tendenza a identificare libertà e spontaneità.
La spontaneità non è libertà, è determinismo; essa si oppone sì alla coazione, alla necessità e costrizione esteriore, ma non è altro che una suadente coazione interiore, la spinta irresistibile ad agire in un determinato modo. Quando un valore o settore di valori occupa tutto lo spazio interiore dell’uomo, vi esercita un influsso deterministico: l’individuo non ha possibilità di scelta nei confronti di quel valore, perché esso è l’ispirazione delle sue scelte, la radice e la totalizzazione delle sue opzioni. È l’orizzonte della sua coscienza (intendiamo qui coscienza psicologica).
È come quando un uomo ama perdutamente una donna: inutile farlo ragionare su base obiettiva: ogni ragione viene risucchiata entro l’orizzonte della presenza affettiva di lei, che ri-significa ogni elemento e momento della vita dell’innamorato. Costui è – relativamente – libero rispetto a tutto, salvo che rispetto a quella presenza, che interamente lo invade e lo trascina. Ma se un bel giorno nella sua vita s’insinua un’altra donna, questa nuova presenza crea un’alternativa alla prima, la relativizza: da orizzonte, quella diventa oggetto d’amore, in coabitazione con un altro oggetto entro uno slargato orizzonte d’amore. Ora l’uomo è «libero» di fronte a lei: capace di valutarla, di criticarla, di formulare riserve sul suo conto; insomma, capace di scegliere.
La libertà nei confronti di un valore nasce quando il valore da orizzonte diventa oggetto, per lo spuntare di un orizzonte più vasto, che esso non riesce più confiscare.
Ora, l’orizzonte naturale della. vita dell’uomo è il desiderio, cioè la tendenza a espandersi per realizzarsi. Tutto quanto l’uomo vuole e fa è comandato da questo impulso radicale e intrascendibile a «essere di più»; impulso essenzialmente e innocentemente egocentrico (non egoistico!), che ci porta a rincorrere la ricerca di noi stessi in tutto quanto operiamo, in tutto quanto tocchiamo, in tutto quanto amiamo. Il desiderio è il nostro orizzonte connaturato.
Ebbene, l’apparizione dell’appello morale compie il miracolo. Creando l’orizzonte escatologico, l’appello trasforma il desiderio in oggetto; introducendo nella coscienza psicologica la «voce della coscienza», vi fa sorgere un nuovo io, capace di prendere posizione di fronte al desiderio: dissocia l’io dalla solidarietà essenziale con se stesso, lo rende indipendente dall’autoidentità dinamica che lo genera e lo alimenta. In una parola: lo fa libero nel senso rigoroso del termine; fa sì che le sue azioni non siano più (soltanto) il frutto di tutto quello che esso già è da sempre, ma siano davvero «sue», oggetto di una scelta di cui l’io è veramente responsabile.
La trascendenza 
Ma la voce della coscienza e il desiderio non sono due oggetti neutrali, di fronte a cui l’uomo possa scegliere a piacimento o a caso.
Se l’imperativo della coscienza si fa valere contro tutto il mondo del desiderio, è perché contiene una forza intrinseca, capace di testimoniarsi in maniera perentoria. Capire che qualcosa «è giusto», «è bene», significa comprendere che vale più dei nostri interessi, anche i più alti, significa vedere o almeno presentire che esso trascende tutto il nostro mondo, si pone di fronte ad esso come un assoluto. Quando il medico ateo, nella Peste di Camus, dice di dover restare sul posto invece che mettersi in salvo, anche se non ne capisce il perché, esprime questa misteriosa dimensione di trascendenza che inabita l’esperienza morale. Non una trascendenza cosmologica (tipo: Dio è al disopra del mondo) ma quella trascendenza esistenziale che comanda, rifonda e ristruttura l’esistenza dell’uomo.
Intendiamoci: non è che tutti i desideri debbano essere soppiantati e cambiati; è la loro qualità di desiderio che cade dal piedistallo del primato esistenziale. Fare qualcosa perché «è giusto» è rinunciare ad essere il criterio ultimo del proprio agire.
Il carattere di imperativo che la coscienza presenta, e il simbolo della voce che la esprime, sono sintomi della sua irriducibilità al volere dell’uomo: la coscienza è nell’uomo ma non dell’uomo; è l’istanza della trascendenza su di lui.
E non solo la coscienza non appartiene all’uomo, ma gli dice che neppure il mondo gli appartiene: che esso si inscrive ultimamente dentro un orizzonte non di proprietà e di dominio arbitrario ma di rispetto e di uso responsabile.
Per questo nelle culture la coscienza ha quasi sempre assunto il volto di Dio: Signore e Padre e Re dell’uomo, e poi suo Giudice inappellabile. E non che questi titoli siano derivati da altri più profondi, come creatore del mondo, causa prima, o altro; viceversa, nell’esperienza religiosa dei popoli Dio è anzitutto signore della vita dell’uomo attraverso la voce della coscienza che gli indica il «che fare», e soltanto a partire di qui si scopre anche la sua relazione – di creatore e ordinatore – con il mondo. L’esperienza della coscienza è il luogo fondamentale in cui morale e religione sorgono e si annodano. Così che la stessa esperienza morale dell’ateo è incontro anonimo con Dio, e la sua rettitudine morale è, senza saperlo, obbedienza a Dio e al suo disegno.
Il discernimento della coscienza
La fenomenologia appena tracciata non è un discorso imbastito a priori, ma il tentativo di tradurre in linguaggio concettuale quella ricchezza di significato che è già presente nel fatto morale. La coscienza è un fatto, anche se un fatto molto particolare, anzi unico; è un’esperienza, anche se un’esperienza singolarissima. La nostra descrizione ha avuto un occhio alla faccia individuale di quest’esperienza – la mia, dove nessuno mi può sostituire e che a nessuno posso delegare e un altro alla sua faccia universale – la testimonianza dei popoli lungo la storia.
Ora, questi due poli, che costituiscono la fonte di conoscenza del fatto morale e di riflessione su di esso, sono anche gli elementi della tensione che le attraversa e le inabita. L’esperienza morale è un fatto universale, ma le sue espressioni sono così variamente e profondamente differenziate da rasentare la contraddizione.
Non si tratta soltanto di accentuazioni diverse, ma di diverse strutturazioni attorno a questo o quel valore che fa da perno e da principio ordinatore; si tratta addirittura di trovare comandato da una parte ciò che in un’altra è proibito, di vedere qui esaltato ciò che là è biasimato. Daremo allora ragione al relativismo morale, che considera ogni cultura e subcultura un sistema concluso e incomparabile, per cui non ci sono valori e istanze etiche universali? Ma alla base del relativismo sta quella lettura del fatto morale che abbiamo chiamata indebita per difetto, perché lo risolve interamente nella sua funzione individuale e sociale, negando il valore assoluto della coscienza.
Chi vuol riaffermare questo valore, accogliendo la testimonianza che la coscienza dà di sé nell’esperienza viva della persona e nelle sedimentazioni della cultura, deve trovare una linea di soluzione che comprenda e rispetti la diversità senza sacrificare l’unità, deve cercare in che modo l’istanza del «giusto», del «bene» (e di Dio) si traduca in esigenza di contenuti etici coerenti, di comportamenti non contraddittori, di strade di ricerca convergenti.
Due sono le domande che, a questo proposito, si impongono: una riguarda il contenuto della morale, l’altra il metodo.
Esiste un contenuto centrale attorno a cui tutti i codici morali si organizzano, ricevendone sostanza e qualità etica?
Esiste un modo per determinare tale contenuto, nella sua valenza generale e nelle sue articolazioni e applicazioni specifiche?
Il contenuto
Malgrado la varietà di norme e di condotte morali che la storia umana presenta, non è impossibile ravvisare la presenza di un valore che su tutti emerge per continuità e per eccellenza: l’uomo. Non un’affermazione astratta dell’uomo, un’idea di umanesimo e una dichiarazione formale dei diritti umani, ma la priorità vissuta dei bisogni dell’uomo rispetto a tutto ciò che ne circonda l’esistenza.
Anche lì dove la natura appare come il principio divino della vita, come il tutto originario di cui la comunità umana è una parte, come oggetto di venerazione e di culto, si tradisce un rapporto privilegiato tra natura e uomo: il rispetto che questi le deve e le offre non è che l’altra faccia del sostentamento e della protezione che essa gli dona. Il fatto che in alcune culture vi siano animali sacri non toglie che in tutte l’uomo metta gli animali al proprio servizio – come selvaggina di cui nutrirsi o come strumenti per il lavoro – e riconosce in questo uso un fattore fondamentale dell’ordine del mondo.
Questa considerazione sincronica, fatta a livello etnologico, si integra con una considerazione diacronica, riferentesi all’evoluzione storica. Lì dove le collettività si organizzano su scala ampia, passando dalla dimensione tribale a quella nazionale, il capo re o imperatore si sente divinamente investito della responsabilità del benessere di tutta la popolazione: così avviene, per esempio, nell’antico Egitto e in Mesopotamia; così avviene, più vicino a noi nel tempo e più lontano nello spazio, nel Perù degli Incas.
Per quanto riguarda la tradizione biblica, sappiamo che essa è tutta centrata sull’alleanza Dio-Israele, dove il comandamento religioso capitale dell’amore a Dio si concretizza nel comandamento etico dell’amore al prossimo. E il suo sviluppo cristiano non fa che ribadire e accentuare la centralità etica dell’uomo, identificandolo con colui che è a un tempo Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, e facendone metro e criterio di ogni azione e di ogni giudizio morale.
È questa centralità biblica dell’uomo che diventa fermento della civiltà europea e, tradotta in termini secolarizzati, costituisce il perno solido e sempre più ricco – almeno sul piano teorico – della coscienza etica dell’Occidente.
I principi di giustizia, libertà, pace, sono conquiste assolute della coscienza; al punto che anche i popoli del Terzo Mondo se ne appropriano in ordine alla propria promozione e alla lotta contro l’Occidente stesso, la cui prassi smentisce sovente i principi proclamati.
C’è dunque nella storia una testimonianza sempre più chiara che la coscienza che parla nell’uomo parla anche dell’uomo; che il suo dettato principale è il rispetto e la promozione dell’umano, e che tutto il resto – cose e principi, profano e sacro, costumi e istituzioni va finalizzato a questo valore, se non vuole trasformarsi in idolo.
Il metodo 
Le rapide indicazioni date sul contenuto dell’etica contengono anche un fondamentale suggerimento metodologico.
Non abbiamo dedotto la centralità etica dell’uomo da principi supremi, dal concetto puro di coscienza o di bene o di Dio; abbiamo invece interrogato la coscienza morale così come di fatto si è manifestata nella storia. Non perché i fatti valgano più dei principi e delle idee, e ad essi ci si debba servilmente od opportunisticamente piegare, ma perché principi e idee morali sorgono soltanto entro il crogiolo della fattualità storica.
Anche chi crede di cercarli e trovarli altrove, senza accorgersene paga il prezzo di appartenenza alla storia degli uomini così com’è di fatto.
Chi si appella all’universalità della «ragione» o della «natura umana», in realtà carica di validità universale la propria prospettiva razionale e la propria concezione della natura umana. E chi si rifà a un’autorità morale infallibile, in realtà si affida all’autorevolezza di alcune persone, quando addirittura non cerca una delega e uno scarico di responsabilità.
Ragione e autorità sono sì criteri di cui servirsi per orientare la propria coscienza, per cercar luce sul «che fare» lungo la strada accidentata dell’esistenza. Ma nessuna di esse è criterio autosufficiente; ognuna va calata e situata in un alveo più ampio: il dialogo tra le coscienze. Non esiste un metodo morale in assoluto; esiste il luogo della ricerca morale, che è l’incontro tra le coscienze, il loro confronto: dal dibattito alla sintonia, dalla divaricazione alla convergenza.
Il soggetto dell’esperienza morale è l’individuo, ma in quanto inserito nella comunità sociale; e questo rapporto con la comunità, che parte come dipendenza, con un movimento unidirezionale, è chiamato a svilupparsi come dialogo, in un movimento di creativa interazione. Allora il soggetto plenario dell’esperienza morale è la comunità dialogante delle coscienze, dove ognuna ascolta e parla, è discepola e maestra a un tempo. Come ebbi già a scrivere, la verità etica «è affidata al soggetto collettivo della comunità umana; depositario di questa verità è l’intera umanità in quanto soggetto etico, in quanto custode dell’esperienza spirituale, della memoria storica di ciò che il passato ha vissuto di lotta tra bene e male, tra oppressione e liberazione».
La trascendenza della coscienza morale non è sinonimo di disincarnazione ma di lotta per non lasciarsi ridurre alle sue false incarnazioni; non è una stella che brilla in un cielo immobile per indicare, da quella infinita distanza, la strada da seguire, ma è la strada stessa che si illumina passo dopo passo perché inabitata da un seme di luce che le è stato deposto dentro.

l’insegnamento di Armido Rizzi

la teologia di Armido Rizzi

una tradizione da pensare “in prima persona”

 

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Che cosa ci ha insegnato, Armido, con la sua presenza così forte e così viva nella cultura cattolica degli ultimi 50 anni? Ora, poiché da ieri pomeriggio la sua parola ci ha lasciato, dobbiamo chiedercelo con urgenza rinnovata e pressante. Molti di noi hanno imparato da lui una dirittura intellettuale e una freschezza di pensiero che sempre sorprendeva. Proviamo a rievocarla brevemente.

Anzitutto Armido Rizzi non era soltanto una delle voci della nascente teologia italiana – che si sviluppava intorno al e dal Concilio Vaticano II – ma era prima di tutto la sua voce. Chi non ha mai ascoltato Armido parlare non lo ritrova pienamente nei suoi libri. I quali mancano, appunto come tutti i libri, della sua voce. Quella voce, in apparenza così esile e quasi fragile, sottile, era in realtà un vulcano di energia, di forza, di acume, di potenza. Quanto stupore nell’ascoltare la sua voce, che prendeva la parola sempre in modo sommesso e circostanziato, per poi infiammarsi, alzarsi, accelerare, vibrare.

A Fiesole, dove fissò la sua attività per molti anni, sono stato alcune volte per partecipare alle riunioni della rivista Filosofia e Teologia, che radunava la sua redazione anche a Pisa, o a Bologna, o a Firenze. Ma anche nei Convegni dell’ATI Armido era presente e attivo. Sempre con la sua vigile commistione di pensiero filosofico e teologico. E in entrambi i campi portava, con una freschezza inimitabile, una istanza che potrei definire così: sulla scorta della grande tradizione ebraica e cristiana, occorreva rinnovare la possibilità di una “obbedienza di fede” che fosse autentica, correlata in radice alla libertà dell’uomo. Per questo, e lo ricordo con una evidenza davvero impressionante, i suoi interventi tanto in campo filosofico quanto in ambito teologico spesso mettevano in crisi un modo di “pensare secondo autorità” che lui riteneva del tutto inadeguato. Assumere le questioni “in prima persona” era la sua strada. Non era sufficiente presentare le diverse posizioni in gioco: occorreva “pensare da sé”. E questo è stato un magistero salutare, per tanti filosofi e teologi che lo hanno potuto incrociare.

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Armido era del 1933. Con tanti altri di quegli anni 30 ha di fatto costruito lo spazio di una cultura teologica italiana. Molti come lui hanno concluso la loro vicenda storica, mentre altri restano attivi ed anche vivaci. Ciò che ha caratterizzato in suo contributo specifico, in questo disegno complessivo, è stato un “lavoro di base” in cui la vocazione inevitabilmente non accademica non aveva nulla di meno fine e di meno curato rispetto a quella: anzi, egli elaborava forme di riflessione originale, collegando più strettamente tradizione classica e cultura contemporanea. Per più di 50 anni Armido ha lavorato sulla “inculturazione” e sulla “ermeneutica” nei campi più diversi, in cristologia come in etica, in teologia fondamentale come in spiritualità. Era un uomo di corpo esile e di mente possente, con una finezza e una precisione davvero rare. Ma se lo trovavi a prendere il caffè, al bar, scoprivi che riempiva la tazzina di un numero quasi sterminato di cucchiaini di zucchero. Se invece la sera, durante un convegno teologico, capitava una partita del Torino, potevi vederlo fare chilometri pur di raggiungere un televisore e seguirla con agitata passione tifosa.

Due generazioni di teologi italiani hanno imparato da Armido il gesto rigoroso e forte della tradizione che deve camminare, deve andare avanti, deve ascoltare i segni dei tempi, deve includere e non escludere. E che può farlo solo se siamo in grado di farla nostra fino in fondo. Per questo una parte non piccola del suo lavoro è stato anche quello di accurato traduttore. Molti libri tedeschi o francesi sono entrati nella cultura italiano parlando l’italiano bello di Armido. Ricordo, per fare solo un esempio, il grande libro “Simbolo e sacramento” di L.- M. Chauvet.

Nel far memoria di questo suo magistero “all’antica”, che poteva spaziare con libertà dalla filosofia alla teologia, dalla competenza biblica a quella sistematica, riconosciamo che Armido ci ha dato le parole, lo stile, la forza e lo slancio per continuare ad alimentare la grande tradizione teologica. Gli siamo grati di tutto cuore. E ne conserviamo con meticolosa precisione la raffinata composizione di due istanze che sembrano incompatibili, e che Armido, in sintesi, formulava così: l’amore può solo essere comandato; ma solo l’amore può essere comandato. Dare parole esigenti e convincenti a questo paradosso dell’amore vincolato e liberante è stato per Armido il suo compito, il suo ministero, il suo cruccio e la sua passione. Se lo seguiremo per questa via impervia ma appassionante, non lo avremo perso, ma lo ritroveremo serio e vivace, nella luce delle sue parole e nella energia della sua voce.

il Padre Nostro di Pedro Casaldàliga

 

 

Fratelli nostri che siete nel Primo Mondo:
affinché il suo nome non sia bestemmiato,
affinché venga a noi il suo Regno;
e si faccia la sua Volontà
non solo in cielo ma anche in terra,
rispettate il nostro pane quotidiano
rinunciando voi al vostro sfruttamento quotidiano.
Non intestarditevi a ricevere da noi
il debito che non abbiamo contratto
e che continuano a pagare i nostri bambini, i nostri affamati, i nostri morti.
Non cadete più nella tentazione del lucro, del razzismo, della guerra;
noi faremo in modo di non cadere
nella tentazione dell’ozio e della sottomissione.
E liberiamoci gli uni gli altri da ogni male.
Solo così potremo recitare insieme la preghiera di famiglia
che il fratello Gesù ci ha insegnato:
Padre nostro – Madre nostra,
che sei in cielo e che sei in terra.

la morte di Pedro Casaldàliga

La morte di Casaldaliga, profeta e poeta dell’Amazzonia

la morte di Casaldaliga, profeta e poeta dell’Amazzonia

A 92 anni scompare il missionario claretiano spagnolo che dal 1971 è stato vescovo della prelatura di São Félix do Araguaia, nal Mato Grosso brasiliano. Fu tra i primi a denunciare la violenza del latifondo sulla terra e le popolazioni indigene. Ma è stato anche poeta fecondo nel raccontare il Vangelo come liberazione dei poveri

 

Proprio mentre vive la durissima prova della pandemia il Brasile dei poveri – e l’Amazzonia in particolare – piange la morte di padre Perdo Casaldaliga, il vescovo dei poveri che per oltre 35 anni ha guidato prelatura di São Félix do Araguaia, nal Mato Grosso brasiliano divenendo una delle figure più rappresentative della teologia della liberazione. Ormai novantaduenne Casaldaliga era ricoverato già da qualche tempo in ospedale in gravi condizioni e oggi è giunta la notizia della sua morte.

Missionario claretiano originario della Catalogna, padre Pedro era arrivato in Amazzonia nel 1968 e tre anni dopo Paolo VI lo aveva nominato vescovo della prelatura di São Félix do Araguaia, una zona periferica della foresta grande quanto metà dell’Italia. A quel punto lui aveva trasformato la casa che abitava in mezzo ai poveri nella sua sede episcopale. Ma soprattutto aveva cominciato a fare proprio il loro grido: in quegli anni fece subito scalpore la sua prima lettera pastorale dal titolo eloquente “Una Chiesa nell’Amazzonia in guerra contro il latifondo e l’emarginazione sociale”. Un testo che già cinquant’anni fa parlava di quegli stessi temi che Papa Francesco ha voluto al centro del Sinodo per l’Amazzonia, tenuto l’anno scorso.

Denunce estremamente chiare dei mali dell’Amazzonia e delle ingiustizie nei confronti dei poveri, quelle di padre Pedro Casaldaliga, invise alla dittatura militare e motivo di tante minacce di morte nel corso della sua vita, proseguite anche dopo che nel 2005 per raggiunti limiti di età lasciò la guida della prelatura. In seno all’episcopato brasiliano è stato tra i fondatori della Commissione pastorale della terra (Cpt) e del Consiglio indigenista missionario (Cimi), gli organismi della Conferenza episcopale più impegnati in difesa dei contadini e degli indios.

Ma il timbro che ha reso ancora più forte la parola di Casaldaliga è stato quello della poesia trasformata in preghiera. La “Messa della Terra senza mali” – scritta insieme al poeta Pedro Tierra nel 1979 – è stato un testo che ha fatto epoca nel mondo missionario. «E’ il desiderio più profondo del cuore umano: vivere in una terra senza mali – recitava la sua introduzione -. E’ anche il progetto di Dio: il suo Regno. Prima di donarci un “cielo senza mali”, ci guida a trasformare il mondo in una “terra senza mali”. Quando la sofferenza antica si trasforma in speranza, quando i figli degli oppressori si riconciliano con i discendenti delle vittime, quando il passato oscuro diviene promessa di avvenire, allora nasce come canto e liturgia la “Terra senza mali”, la visione che ha consolato lungo i secoli il pianto di un popolo condannato allo sterminio».

A quei versi ne seguirono tanti altri. Lo stesso Papa Francesco al numero 73 dell’esortazione apostolica Querida Amazonia ha scelto di citarne alcuni tratti da Il tempo e la speranza (1986): «Galleggiano ombre di me, legni morti. Ma la stella nasce senza rimprovero sopra le mani di questo bambino, esperte, che conquistano le acque e la notte. Mi basti conoscere che Tu mi conosci interamente, prima dei miei giorni».

«Amato Pedro – scrive l’associazione che nell’Araguaia ne ha raccolto l’eredità annunciando la sua morte – dal profondo del nostro cuore rendiamo grazie per la tua vita “donata”; per la speranza “fiduciosa” che ci ha fatto e ci fa camminare; e per tutta la luce che ci hai dato in tutta la tua vita. Pieni di tristezza e di dolore, ti diciamo che le tue lotte sono le nostre; che il tuo cuore batte in ognuno di noi e che continueremo a cercare di vivere ogni giorno le cause che ci hai indicato. Sempre con speranza».

I funerali di padre Pedro Casaldaliga si terranno domenica 9 agosto presso il Centro Universitario Claretiano di Batatais nello Stato di San Paolo alle 15 ora locale (le 20 ora italiana). Saranno trasmessi anche in streaming a questo link

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