la Lucca povera che emerge dal dossier sulla povertà e le risorse nella Diocesi di Lucca 2020

povertà a Lucca

aumentano richieste d’aiuto

gli italiani superano gli stranieri

1.653 richieste nel 2018, 1.904 nel 2019. Ma nel primo semestre 2020 ai Centri di ascolto della Diocesi di Lucca le domande sono aumentate (30%). Per la prima sono soprattutto gli italiani a chiedere aiuto

Nel primo semestre del 2020 a Lucca si è registrato un aumento considerevole del numero di persone che hanno richiesto aiuto rispetto al 2019. Alla fine di maggio le persone incontrate erano 979, circa il 30% in più rispetto a quelle registrate nello stesso semestre dell’anno precedente. Un dato perfino sottostimato, perché durante i mesi di diffusione massiccia dell’epidemia molti volontari sono stati interamente assorbiti dalle attività di aiuto e non sono riusciti a registrare nel programma di raccolta dati tutte le attività e i contatti avuti.

è quanto emerge dal dossier sulla povertà e le risorse nella Diocesi di Lucca 2020, intitolato

 “Vicinissimi a portata di mano”

In poco meno di 100 pagine sono riassunti i dati raccolti dai Centri di ascolto nel 2019, integrati con quelli raccolti nel primo semestre di quest’anno. L’obiettivo del Dossier, come ogni anno, è duplice: da una parte fornire informazioni sui meccanismi di impoverimento alle istituzioni e a tutta la comunità, dall’altra attivare tutti i soggetti nella costruzione di strategie di contrasto sempre più efficaci, anche attraverso la mobilitazione del potenziale civico presente sul territorio. A questi si aggiunge la lettura dello scenario pre-covid con la situazione conseguente alla diffusione del virus.

I dati del 2019

Il confronto dei dati 2019 con il parziale del 2020 fa emergere chiaramente che l’emergenza sanitaria si è innestata in un tessuto socioeconomico di per sé già ricco di fragilità e in esso ha contribuito ad accentuare la forbice delle disuguaglianze sociali pregresse. Lo scorso anno, infatti, dopo un periodo di stabilizzazione degli accessi si è registrato registrano un nuovo e significativo aumento di richieste di aiuto. Le persone accolte sono state 1.904, contro i 1.653 dell’anno precedente. Questo incremento è riconducibile in buona parte all’aumento di coloro che si sono rivolti per la prima volta ai Centri di ascolto (419 nuovi accessi).

Chi chiede aiuto?

I cittadini che si rivolgono al Centro sono nella grande maggioranza dei casi giovani. A Lucca e nella Piana di Lucca la fascia di età maggiormente rappresentata è quella 35-44 anni, mentre nelle altre zone (Versilia e Valle del Serchio) è 45-55 anni. Ma in generale il 68,61% delle persone accolte ha meno di 44 anni (contro il 41,13% dell’anno precedente). I cittadini con più di 65 anni, non in età da lavoro, costituiscono l’11,27% e quasi sempre sono di nazionalità italiana. Le donne sono più giovani degli uomini e risultano più rappresentate soprattutto nella fascia di età che va dai 25 al 44 anni. Il lavoro continua a rappresentare una delle dimensioni fondamentali intorno alle quali si sviluppa il percorso di impoverimento: il 63,28% delle persone incontrate è disoccupata. Nel 9,96% dei casi l’occupazione non basta a far fronte alle esigenze della famiglia. Un altro fattore di disagio è rappresentato dalla condizione abitativa. La casa, che, quando è presente, solitamente è in locazione (36,04%), costituisce una spesa che grava in maniera significativa nei percorsi di vita delle persone incontrate. Rilevante è anche il numero di soggetti che hanno un alloggio precario o sono senza alloggio (9.13%), oppure che ricorrono a forme di coabitazione temporanea con amici e parenti (8.56%). La povertà economica grave (60.43%) e le difficoltà nel mercato del lavoro (23.72%) rappresentano le principali problematiche per le quali i cittadini si rivolgono ai Centri in cerca di aiuto.

Più disuguaglianza con il lockdown

Quasi mille le persone incontrante nel primo semestre 2020. A questo si aggiunge il dato che mostra un aumento anche superiore al 100% nei servizi più facilmente monitorabili come quelli di risposta alla marginalità estrema e ai bisogni primari, che sono del resto gli unici servizi rimasti aperti in maniera continuativa durante il periodo del lockdown (ad esempio mense e centri distribuzione alimentare). È prevedibile che almeno una parte di queste persone continueranno a rivolgersi ai Centri di ascolto e ai servizi Caritas nel secondo semestre del 2020. Per il primo anno, inoltre, si assiste al sorpasso della presenza italiana (50,9%) rispetto a quella straniera (49.1%). Un dato interessante riguarda il fronte lavorativo. Oltre a una forte presenza di persone disoccupate, cresce il numero di persone che dichiarano di avere un’occupazione. Le domande di aiuto sono fortemente concentrate, ancora più che nel passato, sul disagio economico grave (73,3%) e sulle richieste di aiuto nella ricerca del lavoro.

Il vissuto dei volontari

Nella prima fase di sviluppo del virus e con l’inizio del lockdown (marzo-aprile) anche tra i volontari erano prevalenti sentimenti di incertezza e smarrimento di fronte a qualcosa di mai visto, cui lentamente però hanno fatto spazio la voglia di fare squadra per essere presenti e portare aiuto. Gli appelli a donare tempo per chi era in difficoltà hanno raccolto molti nuovi volontari, soprattutto giovani, che hanno potenziato e sostenuto la risposta nell’emergenza e anche nei mesi successivi. Tra maggio e ottobre, con la riapertura e poi l’arrivo della nuova ondata, da parte dei volontari c’è maggiore stabilità ma anche il timore di non riuscire a fare abbastanza. Ai 400 volontari già attivi, durante la fase del lockdown se ne sono aggiunti circa 240, di cui circa 20 scout, che hanno supplito alle difficoltà incontrate dalla metà circa dei volontari parrocchiali, per i limiti dell’età.

il messaggio dei vescovi italiani in questo tempo di pandemia

 
questo tempo di pandemia è tempo di speranza e rinascita

Consiglio permanente della Cei

Dire “con affetto” una “parola di speranza e di consolazione in questo tempo che rattrista i cuori”. È l’intento dichiarato – fin dalle prime righe – del Messaggio alle comunità cristiane in tempo di pandemia, diffuso oggi, martedì 24 novembre, dal Consiglio Permanente della Cei.
È un testo rivolto alle comunità ecclesiali proprio per sostenere un cammino di Chiesa in un periodo che può sembrare sospeso, ma che può divenire di rinascita. Scrivono infatti i vescovi che “la Parola di Dio ci chiama a reagire rimanendo saldi nella fede, fissando lo sguardo su Cristo per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi”. Il testo, invitando anche i laici a un impegno a 360 gradi, sottolinea che questo, oltre che un tempo di “tribolazione” è anche un “tempo di preghiera” nelle sue diverse forme e un “tempo di speranza”. “Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori, ma continuiamo a testimoniare la risurrezione”, si legge nel Messaggio, che conclude additando la prospettiva di “un tempo di possibile rinascita sociale”, anche perché la Chiesa sta impegnando le “migliori energie nella cura delle persone più fragili ed esposte”. “E’ sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato – ricordano i vescovi – che tutti verremo giudicati, come ci ricorda il Vangelo”. 

 di seguito il testo completo del Messaggio

“Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione,perseveranti nella preghiera” (Rm 12,12)

Fratelli e sorelle,
vorremmo accostarci a ciascuno di voi e rivolgervi con grande affetto una parola di speranza e di consolazione in questo tempo che rattrista i cuori. Viviamo una fase complessa della storia mondiale, che può anche essere letta come una rottura rispetto al passato, per avere un disegno nuovo, più umano, sul futuro. «Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» (Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 maggio 2020).
Ai componenti della Comunità cristiana cattolica, alle sorelle e ai fratelli credenti di altre Confessioni cristiane e di tutte le religioni, alle donne e agli uomini tutti di buona volontà, con Paolo ripetiamo: «Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12).
Inviamo questo messaggio mentre ci troviamo nel pieno della nuova ondata planetaria di contagi da Covid-19, dopo quella della scorsa primavera. L’Italia, insieme a molti altri Paesi, sta affrontando grandi limitazioni nella vita ordinaria della popolazione e sperimentando effetti preoccupanti a livello personale, sociale, economico e finanziario. Le Chiese in Italia stanno dando il loro contributo per il bene dei territori, collaborando con tutte le Istituzioni, nella convinzione che l’emergenza richieda senso di responsabilità e di unità: confortati dal magistero di Papa Francesco, siamo certi che per il bene comune occorra continuare in questa linea di dialogo costante e serio.
1. Non possiamo nascondere di trovarci in un tempo di tribolazione. Dietro i numeri apparentemente anonimi e freddi dei contagi e dei decessi vi sono persone, con i loro volti feriti e gli animi sfigurati, bisognose di un calore umano che non può venire meno. La situazione che si protrae da mesi crea smarrimento, ansia, dubbi e, in alcuni casi, disperazione. Un pensiero speciale, di vicinanza e sostegno, va in particolare a chi si occupa della salute pubblica, al mondo del lavoro e a quello della scuola che attraversano una fase delicata e complessa: da qui passa buona parte delle prospettive presenti e future del Paese. «Diventa attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante» (Laudato si’, n. 141).
Anche in questo momento la Parola di Dio ci chiama a reagire rimanendo saldi nella fede, fissando lo sguardo su Cristo (cfr. Eb 12,2) per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi. Se anche non è possibile muoversi spediti, perché la corrente contraria è troppo impetuosa, impariamo a reagire con la virtù della fortezza: fondati sulla Parola (cfr. Mt 13,21), abbracciati al Signore roccia, scudo e baluardo (cfr. Sal 18,2), testimoni di una fede operosa nella carità (cfr. Gal 5,6), con il pensiero rivolto alle cose del cielo (cfr. Gal 3,2), certi della risurrezione (cfr. 1Ts 4; 1Cor 15). Dinanzi al crollo psicologico ed emotivo di coloro che erano già più fragili, durante questa pandemia, si sono create delle “inequità”, per le quali chiedere perdono a Dio e agli esseri umani. Dobbiamo, singolarmente e insieme, farcene carico perché nessuno si senta isolato!
2. Questo tempo difficile, che porta i segni profondi delle ferite ma anche delle guarigioni, vorremmo che fosse soprattutto un tempo di preghiera. A volte potrà avere i connotati dello sfogo: «Fino a quando, Signore…?» (Sal 13). Altre volte d’invocazione della misericordia: «Pietà di me, Signore, sono sfinito, guariscimi, Signore, tremano le mie ossa» (Sal, 6,3). A volte prenderà la via della richiesta per noi stessi, per i nostri cari, per le persone a noi affidate, per quanti sono più esposti e vulnerabili: «Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio» (Sal 16,1). Altre volte, davanti al mistero della morte che tocca tanti fratelli e tante sorelle e i loro familiari, diventerà una professione di fede: «Tu sei la risurrezione e la vita. Chi crede in te, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in te, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26). Altre, ancora, ritroverà la confidenza di sempre: «Signore, mia forza e mia difesa, mio rifugio nel giorno della tribolazione» (Ger 16,19).
Le diverse e, talvolta, sofferte condizioni di molte famiglie saranno al centro delle preghiere individuali e comunitarie: questo “tempo sospeso” rischia, infatti, di alimentare fatiche e angosce, specialmente quando si acuiscono le tensioni tra i coniugi, per i problemi relazionali con i figli, per la mancanza di lavoro, per il buio che si prospetta per il futuro. Sappiamo che il bene della società passa anzitutto attraverso la serenità delle famiglie: auspichiamo, perciò, che le autorità civili le sostengano, con grande senso di responsabilità ed efficaci misure di vicinanza, e che le comunità cristiane sappiano riconoscerle come vere Chiese domestiche, esprimendo attenzione, sostegno, rispetto e solidarietà.
Anche le liturgie e gli incontri comunitari sono soggetti a una cura particolare e alla prudenza. Questo, però, non deve scoraggiarci: in questi mesi è apparso chiaro come sia possibile celebrare nelle comunità in condizioni di sicurezza, nella piena osservanza delle norme. Le ristrettezze possono divenire un’opportunità per accrescere e qualificare i momenti di preghiera nella Chiesa domestica; per riscoprire la bellezza e la profondità dei legami di sangue trasfigurati in legami spirituali. Sarà opportuno favorire alcune forme di raccoglimento, preparando anche strumenti che aiutino a pregare in casa.
3. La crisi sanitaria mondiale evidenzia nettamente che il nostro pianeta ospita un’unica grande famiglia, come ci ricorda Papa Francesco nella recente Enciclica Fratelli tutti: «Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme» (n. 32). Occorre, quindi, rifiutare la logica del “si salvi chi può”, perché, come afferma ancora Papa Francesco, «il “si salvi chi può” si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia» (n. 36). In tale contesto i cristiani portano anzitutto il contributo della fraternità e dell’amore appresi alla scuola del Maestro di Nazareth, morto e risorto.
Tutto questo sta avvenendo nelle nostre comunità. Se i segni di morte balzano agli occhi e s’impongono attraverso i mezzi d’informazione, i segni di risurrezione sono spesso nascosti, ma reali ancor più di prima. Chi ha occhi per vedere può raccontare, infatti, d’innumerevoli gesti di dedizione e generosità, di solidarietà e amore, da parte di credenti e non credenti: essi sono, comunque, “frutto dello Spirito” (cfr. Gal 5,22). Vi riconosciamo i segni della risurrezione di Cristo, sui quali si fonda la nostra fiducia nel futuro. Al centro della nostra fede c’è la Pasqua, cioè l’esperienza che la sofferenza e la morte non sono l’ultima parola, ma sono trasfigurate dalla risurrezione di Gesù. Ecco perché riteniamo che questo sia un tempo di speranza. Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori, ma continuiamo a testimoniare la risurrezione, camminando con la vita nuova che ci viene proprio dalla speranza cristiana. Un invito, questo, che rivolgiamo in modo particolare agli operatori della comunicazione: tutti insieme impegniamoci a dare ragione della speranza che è in noi (cfr. 1Pt 3,15-16).
4. Le comunità, le diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le associazioni e i movimenti, i singoli fedeli stanno dando prova di un eccezionale risveglio di creatività. Insieme a molte fatiche pastorali, sono emerse nuove forme di annuncio anche attraverso il mondo digitale, prassi adatte al tempo della crisi e non solo, azioni caritative e assistenziali più rispondenti alle povertà di ogni tipo: materiali, affettive, psicologiche, morali e spirituali. I presbiteri, i diaconi, i catechisti, i religiosi e le religiose, gli operatori pastorali e della carità stanno impegnando le migliori energie nella cura delle persone più fragili ed esposte: gli anziani e gli ammalati, spesso prime vittime della pandemia; le famiglie provate dall’isolamento forzato, da disoccupazione e indigenza; i bambini e i ragazzi disabili e svantaggiati, impossibilitati a partecipare alla vita scolastica e sociale; gli adolescenti, frastornati e confusi da un clima che può rallentare la definizione di un equilibrio psico-affettivo mentre sono ancora alla ricerca della loro identità. Ci sembra di intravedere, nonostante le immani difficoltà che ci troviamo ad affrontare, la dimostrazione che stiamo vivendo un tempo di possibile rinascita sociale.
È questo il migliore cattolicesimo italiano, radicato nella fede biblica e proiettato verso le periferie esistenziali, che certo non mancherà di chinarsi verso chi è nel bisogno, in unione con uomini e donne che vivono la solidarietà e la dedizione agli altri qualunque sia la loro appartenenza religiosa. A ogni cristiano chiediamo un rinnovato impegno a favore della società lì dove è chiamato a operare, attraverso il proprio lavoro e le proprie responsabilità, e di non trascurare piccoli ma significativi gesti di amore, perché dalla carità passa la prima e vera testimonianza del Vangelo. È sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato che tutti infatti verremo giudicati, come ci ricorda il Vangelo (cfr. Mt 25, 31-46).
Ecco il senso dell’invito di Paolo: «Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Questo è il contributo dei cattolici per la nostra società ferita ma desiderosa di rinascere. Per noi conta testimoniare che l’unico tesoro che non è destinato a perire e che va comunicato alle generazioni future è l’amore, che deriva dalla fede nel Risorto.Noi crediamo che questo amore venga dall’alto e attiri in una fraternità universale ogni donna e ogni uomo di buona volontà.

IL CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Roma, 22 novembre 2020
Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo

l’attuale economia del mondo non è eterna, può essere cambiata – ci tenta papa Francesco

Immagine pezzo principale

E’ NATO IL PATTO DI ASSISI PER CAMBIARE L’ECONOMIA DEL MONDO

il messaggio del Papa ai giovani del meeting internazionale “Economia di Francesco”, che chiede una vera e propria rivoluzione pacifica

“non siamo condannati al profitto e allo scarto, o saprete coinvolgervi o la storia vi passa sopra”

Un nuovo Patto per l’ economia contro le diseguaglianze e la cultura dello scarto, per uno sviluppo equo e sostenibile, una vera e propria rivoluzione mondiale, pacifica ma ostinata, per cambiare lo stato del Pianeta e insieme le condizioni di miliardi di uomini e donne.

Con il messaggio di papa Francesco ai giovani collegati da ben 115 Paesi del mondo con Assisi per il meeting che porta il suo nome, “Economia di Francesco”, nasce formalmente un movimento già partito nove mesi fa.«Non è un punto di arrivo», spiega infatti il Pontefice nel videomessaggio che conclude i lavori della tre giorni, «ma la spinta nuova di un processo già iniziato in cui siamo chiamati a vivere come vocazione, cultura e come adesione a un patto». Poiché nelle attuali condizioni «non possiamo andare avanti in questo modo. Urge una nuova narrazione economica».

Sono i temi delle encicliche sociali Laudato si’ e della recentissima Fratelli tutti. Ma è come se questi documenti avessero trovato i loro interpreti: i giovani. L’ attuale sistema mondiale, sottolinea Francesco, «è insostenibile, colpisce nostra sorella Terra e gli esclusi: le due cose vanno insieme. I poveri sono i primi danneggiati e i primi esclusi». Francesco chiede a chi ha la vita davanti a sé di farsi classe dirigente e di cambiare le cose nel contesto in cui sono chiamati a operare, a dare un senso alle loro attività di studenti, imprenditori, economisti, lavoratori, artigiani, ovunque essi siano: «O siete coinvolti o la storia vi passa sopra». La gravità della situazione legata al Covid ha accentuato l’ urgenza di intervenire al più presto. Poiché, spiega Francesco, il rischio è che dopo la fine della pandemia i problemi si ingigantiscano ancora di più: «Dobbiamo cambiare subito». La parola d’ ordine è agire, «avviare processi, creare risorse, cambiare gli stili di vita e soprattutto i modelli di produzione e di consumo. Senza fare questo non farete nulla». Il videomessaggio di Francesco erompe nei giorni drammatici del contagio, raggiunge le menti e i cuori di questa sorta di villaggio globale  – che ha il suo centro nella Cittadella del Santo Francesco  – creato da duemila ragazzi che hanno dato vita a un vero e proprio happening digitale – videoconferenze in webinar, musica, esibizioni di gruppi musicali, interviste pubbliche, conferenze, persino giochi –  una cosa mai vista, una sorta di Gmg globale via Internet.

L’autore della Laudato si’  chiama i giovani a una responsabilità forte, li invita a “sporcarsi le mani”, a rischiare tutto sè stessi, a mettersi in gioco.

Non è una rivoluzione ideologica o “popolare”, come quelle che hanno attraversato il Novecento, ma evangelica, pacifica, un sommovimento che esige presa di coscienza e senso di responsabilità. Un cambiamento che arriva a mettersi al servizio di ruoli decisionali: «Abbiamo bisogno di classi dirigenti, per sfidare la sottomissione a certe logiche ideologiche che finiscono per sottomettere ogni azione a forme di ingiustizia». Poiché, citando Benedetto XVI, «la fame non dipende da scarsità materiali, ma da scarsità sociale, la più importante delle quali è di natura istituzionale». In questa rivoluzione, fa capire papa Francesco implicitamente, c’è anche un nuovo modo di far politica, al servizio del bene comune.

Quella di Francesco è una rivoluzione integrale, strutturale, non può accontentarsi di piccole correzioni ad opera delle associazioni filantropiche come vogliono i modelli di capitalismo, soprattutto di stampo anglosassone. Non basta chinarsi sui poveri dopo aver creato le condizioni perchè rimangano ai lati del benessere. E’ troppo poco. La guerra alla cultura dello scarto «che obbliga a vivere nel proprio scarto, invisibili, al di là del muro dell’ indifferenza» esige molto di più. Occorre «osare modelli in cui le persone, gli esclusi, cessino di essere una presenza normale o funzionale e diventino protagonisti dell’ intero tessuto sociale». Ed è come se la dottrina sociale espressa dal magistero di Francesco avesse trovato le proprie gambe per correre nelle strade del mondo, come se quelle pagine fossero diventate un copione per essere recitate dai suoi attori protagonisti, i «nuovi samaritani», come li chiama il Papa, chiamati a portare avanti la «cultura dell’ incontro che è l’ opposto della cultura dello scarto», a creare una nuova economia, un’economia profetica ma quanto mai pratica e necessaria, «capace di far germogliare i sogni».

Boff ricorda A. Zarri

i papaveri, la mistica e la gatta

di Leonardo Boff
in “il manifesto” del 18 novembre 2020

La chiesa cattolica italiana ha rappresentato, nel corso della sua storia, una florida contraddizione.
Da una parte c’è la forte presenza del Vaticano, che rappresenta la Chiesa ufficiale con la sua massa
di fedeli tenuti sotto un vigile controllo sociale dalle dottrine e, soprattutto, dalla morale familiare e
sessuale. Dall’altra parte c’è la presenza dei cristiani, laici e laiche, non allineati, resistenti al potere
monarchico e implacabile della burocrazia della Curia romana, ma aperti al vangelo e ai valori
cristiani senza rompere con il papato pur criticandone le pratiche e l’appoggio che dà a regimi
conservatori, compresi quelli autoritari.
Così ritroviamo nel XIX secolo la figura di Antonio Rosmini, fine filosofo e critico
dell’antimodernismo dei papi. In tempi recenti incontriamo figure come Mazzolari, Raniero La
Valle, Arturo Paoli, l’eremita Maria Campello.
Ma, tra tutti, emerge Adriana Zarri, eremita, teologa, poeta ed esimia scrittrice. Oltre ai libri,
scriveva settimanalmente per il manifesto e ogni quindici giorni per la rivista di cultura Rocca.
Adriana Zarri era durissima riguardo il corso della Chiesa sotto i papi Wojtyla e Ratzinger, che
accusava esplicitamente di tradire i tentativi di riforma approvati dal Concilio Vaticano II (1962-
1965) e di tornare a un modello medievale dell’esercizio del potere e di presenza della Chiesa nella
società. Adriana è morta dieci anni fa, il 18 novembre, a oltre 90 anni.
Andai a trovarla diverse volte al suo eremo, vicino Strambino in nord Italia. Viveva sola in un
enorme e vetusto casale, pieno di rose e con la sua amata gatta Arcibalda. Aveva una cappella con il
Santissimo esposto, dove si raccoglieva in preghiera e profonda meditazione varie ora al giorno.
Durante le nostre conversazioni voleva sapere tutto delle comunità ecclesiastiche di base,
dell’impegno della Chiesa nella causa dei poveri, dei neri e degli indigeni.
Aveva una simpatia particolare per i teologi della liberazione, nel vedere la persecuzione cui erano
sottoposti dalle autorità del Vaticano che li trattavano, secondo lei «a bastonate», mentre usavano i
guanti di seta con i seguaci scismatici di monsignor Lefèbvre.
Il suo ultimo articolo, pubblicato tre giorni prima della sua morte, lo dedicò alla sua amata
Arcibalda. Con lei, come posso personalmente testimoniare, aveva una relazione affettuosa, come
può esserci tra amici intimi. Quella che la grande psicoanalista junghiana Nise da Silveira descrisse
nel suo libro Gatti come l’emozione di convivere, così confermata da Zarri: «il gatto ha la capacità
di captare il nostro stato d’animo; se mi vede piangere immediatamente viene a leccare le mie
lacrime». Raccontano che mentre Adriana moriva la gatta le era vicina. Nel vedere arrivare gli
amici per la veglia funebre si rotolava, nervosa, nella tenda della sala e, poco prima che chiudessero
il feretro, come se conoscesse il momento, entrò discretamente nella cappella.
Alcuni, sapendo dell’amore della gatta per Adriana Zarri, la presero per il collo avvicinandola al
viso della defunta. Lo guardò a lungo, sembrava piangesse. Poi si mise sotto il feretro e lì rimase in
assoluta quiete. Adriana Zarri ha lasciato scritto il suo epitaffio che vale la pena di riportare:

«Non vestitemi di nero. È triste e funereo. Né di bianco, perché è superbo e retorico. Vestitemi di fiori gialli e rossi, e con ali di uccellini. E tu, Signore, guarda le mie mani. Può esser che ci hanno messo un rosario o una croce.
Ma si sono sbagliati. In mano ho delle foglie verdi e sulla croce, la tua resurrezione. Non mettete
sulla mia tomba un freddo marmo con le solite bugie per consolare i vivi. Lasciate che sia la terra a
scrivere, a primavera, un epitaffio di erbe a dire che ho vissuto e che aspetto. Allora, Signore, tu
scriverai il tuo nome e il mio, uniti come due bocche di papaveri».

l’economia alternativa di papa Francesco

 

 «L’attuale sistema è insostenibile» e non basta la solidarietà: all’incontro di Assisi «Economy of Francesco» il pontefice invita i giovani a incidere «nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti»

di Luca Kocci

in : il Manifesto

L’attuale sistema economico mondiale è «insostenibile» perché produce danni ambientali e provoca esclusione e povertà. Non basta la solidarietà, occorre un «cambiamento» degli «stili di vita» ma anche dei «modelli di produzione e di consumo».
DA ASSISI, dove un mese e mezzo fa il papa ha firmato l’enciclica sociale Fratelli tutti, arriva un nuovo appello per un altro modello di sviluppo, che metta al centro non il profitto di pochi, ma la vita umana, l’ambiente e il bene comune di tutte e tutti. Il contesto è l’incontro internazionale in videoconferenza, ma la «regia» si trovava nella città di san Francesco, fra duemila giovani economisti (ma anche imprenditori e operatori economici) under 35 provenienti da 115 Paesi del mondo chiamato – invero con un’enfasi personalistica un po’ eccessiva – «Economy of Francesco. Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani»

Prevista inizialmente interamente «in presenza» nello scorso mese di marzo, la pandemia di Covid-19 ha imposto il cambiamento di programma. E così l’iniziativa, preceduta da un confronto durato diversi mesi da parte di dodici gruppi di lavoro tematici (su lavoro e cura; management e dono; finanza e umanità; agricoltura e giustizia; energia e povertà; profitto e vocazione; policies for happiness; CO2 della disuguaglianza; business e pace; economia è donna; imprese in transizione; vita e stili di vita), si è svolta in streaming dal 19 al 21 novembre. Ma l’ipotesi è di riuscire a organizzare un incontro reale e non virtuale dell’autunno del 2021. Ieri, al termine della tre-giorni, il videomessaggio del papa, che ha fortemente voluto questa iniziativa, forse sperando di replicare il successo degli incontri in Vaticano con i rappresentanti dei movimenti popolari, che però sono stati decisamente un’altra cosa.
«Non possiamo andare avanti in questo modo», ha detto Francesco, «l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, colpisce nostra sorella terra, tanto gravemente maltrattata e spogliata, e insieme i più poveri e gli esclusi». E rivolgendosi ai giovani economisti: «siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti» per «avviare processi» capaci di «cambiare gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società».

L’orizzonte deve essere quello del «bene comune», e la solidarietà e l’«assistenzialismo» non bastano, perché non sono in grado di intervenire «strutturalmente» sul sistema economico e di sviluppo egemone, ha detto il pontefice nella parte centrale del suo intervento. «Non siamo condannati» a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura e sulla ricerca di politiche pubbliche simili che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale», come se potessimo contare «su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse». E «non basta neppure puntare sulla ricerca di palliativi nel terzo settore o in modelli filantropici. Benché la loro opera sia cruciale, non sempre sono capaci di affrontare strutturalmente gli attuali squilibri che colpiscono i più esclusi e, senza volerlo, perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare».

Un cambiamento possibile, ha aggiunto Francesco – e in questo passaggio sono risuonate le eco di alcune parole rivolte ai movimenti popolari –, solo «i poveri e gli esclusi» diventeranno realmente «protagonisti» e potranno partecipare attivamente alle decisioni politiche. «Ricordatevi l’eredità dell’illuminismo, delle élites illuminate. Tutto per il popolo, niente con il popolo. E questo non va – ha ammonito il papa. Non pensiamo per loro, pensiamo con loro. E da loro impariamo a far avanzare modelli economici che andranno a vantaggio di tutti», e che mettano al centro il bene comune, perché «senza questa centralità e questo orientamento rimarremo prigionieri di una circolarità alienante che perpetuerà soltanto dinamiche di degrado, esclusione, violenza e polarizzazione». Infine un colpo al moloch della produzione, che ha valore solo se è in grado di «ridurre le disuguaglianze», perché «non basta accrescere la ricchezza comune perché sia equamente ripartita».

l’indifferenza è peggio dell’odio – una riflessione E. Bianchi

“il virus dell’indifferenza”

Enzo Bianchi


non l’odio, ma l’indifferenza è l’opposto dell’amore fraterno
l’indifferenza
malattia che si è dilatata nella nostra società occidentale e che giorno dopo giorno minaccia la possibilità della buona convivenza, facendoci precipitare nella barbarie
ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose
È noto che il termine latino virus significa “veleno”, ossia un organismo che origina molte malattie negli esseri viventi e mostra la sua forza attraverso il contagio che si diffonde e minaccia la vita.
L’esperienza che stiamo facendo della pandemia dovuta al Covid 19, esperienza dolorosa e faticosa che tocca tutta la nostra convivenza, ci rivela come l’aria può essere ammorbata e diventare sempre più mortifera. Per questo possiamo fare del virus anche una parabola, applicata soprattutto all’indifferenza, malattia che si è dilatata nella nostra società occidentale e che giorno dopo giorno minaccia la possibilità della buona convivenza, facendoci precipitare nella barbarie
L’indifferenza è restare insensibili a ciò che accade fuori di noi, non riuscire più ad ascoltare le grida di chi ci invoca e ci chiama accanto, la durezza del cuore che non ci fa più conoscere viscere di compassione. L’indifferenza diventa un habitus del disinteresse per gli altri e impedisce ogni coinvolgimento. Non l’odio, ma l’indifferenza è l’opposto dell’amore fraterno. Si faccia attenzione: non si tratta di spegnimento di desideri e interessi, ma piuttosto di una riduzione di desiderio e interesse al proprio io, in una dinamica di philautía, di egoismo in cui ognuno pensa a sé stesso e non è più capace di pensare anche per gli altri e con gli altri, non è più capace di dire “noi”. 
L’indifferenza regna così nel nostro quotidiano. A un certo punto ci abituiamo a vedere e rivedere ciò che inizialmente ci ha turbato, non reagiamo più, perché non siamo più scandalizzati del male che incontriamo. L’abitudine provoca l’insensibilità e l’insensibilità l’indifferenza. 
La pandemia che torna a travolgerci cattura l’attenzione, rinnova le paure, rende più faticose le giornate e anche per questo non abbiamo più spazio di attenzione per quello che avviene ancora nel nostro Mediterraneo: un mare la cui vocazione è quella di essere un ponte tra terre diverse e invece si mostra una fossa comune per naufraghi in fuga da guerre, fame, situazioni di oppressione. 
Certo, se tra le vittime di questi naufragi — più di mille persone quest’anno — ci sono bambini piccoli, allora si assiste a uno scoppio transitorio di sentimenti di indignazione e si levano voci affinché i governanti intervengano. Il bimbo siriano riverso sulla spiaggia di Lesbo di qualche anno fa, il piccolo guineano di sei mesi annegato sul seno della madre nei giorni scorsi, diventano un’icona che turba i cuori e una fonte di elegia retorica. Ma è questione di qualche giorno, poi tutto è dimenticato, e nulla accade affinché ciò non si ripeta. In tal modo l’indifferenza crea gli “invisibili”, quelli che con la loro sofferenza ci disturbano, che dunque preferiamo non vedere. In molti diciamo che è intollerabile, vergognoso, ma nel dirlo misuriamo la nostra impotenza e siamo solo più tristi nel constatare che nel mare dell’indifferenza si affoga molto di più che nel mar Mediterraneo.

una vita di condivisione col popolo rom – in memoria di suor Rita ‘luigina’

 

quarant’anni di vita condivisa coi rom

l’ultimo saluto a suor Rita Viberti della congregazione delle Luigine

L'ultimo saluto a suor Rita Viberti della congregazione delle Luigine
Suor Rita Viberti

 Giovedì 5 novembre a La Morra è deceduta suor Rita Viberti (nata Giuseppina), religiosa della congregazione delle Luigine di Alba. Originaria di Monforte, aveva 81 anni e ha svolto il suo servizio a Torino con la comunità di suore che da quarant’anni vive tra i sinti e rom.

I funerali si sono svolti sabato 7 novembre alle 10 nella parrocchiale di La Morra.


 

La Comunità delle Suore
da quarant’anni vive tra i Sinti e Rom.
Una presenza ecclesiale profetica
Sono passati quasi 40 anni da quando la Comunità delle Suore Luigine di
Alba ha deciso di vivere direttamente tra i Sinti e Rom nelle periferie torinesi.
La loro prima dimora è stata una vecchia carovana.
Era la fine degli anni 80. Poi a seguire altre sistemazioni in roulottes
e baracche. Infine, in questi ultimi anni, una modesta casetta in muratura,
nell’accampamento di Via Germagnano.
Una presenza di Chiesa profetica : accoglienza e rispetto del diverso.
Ogni giorno le suore hanno sperimentato, nell’incontro con i Sinti e Rom, il
desiderio di rappresentatre il Gesù che accoglie, che non allontana, che
ascolta, perdona e non condanna.
Una presenza che non separa i buoni dai cattivi, i giusti da chi sbaglia.
Quarant ‘anni vissuti all’insegna dell’ accoglienza e della concreta attenzione
con chi vive la sofferenza dell’emarginazione, con chi si trova in carcere, con
chi è legato alle dipendenze, con chi vive situazioni di dolore e fatica.
Condivisione della cultura, lingua e tradizione del popolo sinto e rom
Vivendo tra i Sinti e Rom, le suore hanno fatto propria e rispettato la
cultura nomade assumendone in pieno sfacettature, valori e contraddizioni.
” Comunità – ponte ” tra due culture e mentalità.
La loro presenza è stata quella che il ministero missionario richiede:
partecipare pienamente alla vita di un popolo vivendone le medesime
condizioni sociali e culturali per poi rendere sensibili le comunità civili e
cristiane a partire dal loro incontro.
Le suore infatti, oltre a vivere la vita nomade, hanno partecipato attivamente
alla vita ecclesiale torinese. Le loro dimore hanno accolto indistintamente
cattolici, ortodossi, mussulmani, atei.
Le porte delle loro baracche sono state aperte a tutti coloro che si
avvicinavano, dal nomade al sedentario, ricco o povero, dal Sindaco di una
grande città al cittadino comune, dal Vescovo all’ ultimo cristiano.
Chiunque entrava nella loro carovana ne usciva beneficiato. Ciascuna
persona ha sperimentato l’accoglienza, il dialogo, il confronto e la fiducia.
Chi si è seduto alla loro tavola non è uscito senza un caffè, un thè, un pasto
o semplicemente un assaggio del loro cibo o un bicchiere d’acqua. Ma
soprattutto attingendo dalla loro esperienza e arricchendosi della loro
testimonianza.
Quarant ‘ anni all’insegna della sobrietà
Fin dall’inizio suor Carla e suor Rita hanno avvertito l’esigenza di vivere tra
Sinti e Rom con uno stile di vita essenziale, esigente e sobrio.
Hanno sperimentato la povertà come scelta di libertà che riduce il consumo,
le cose e i beni.
Il loro stile di vita silenzioso condannava l’ostentazione della ricchezza, sia
dei Rom sia dei gagè, quando questa si esprimeva in beni di lusso, privilegi
o scelte di potere.
Le diversità possono vivere insieme
La presenza di queste suore nel campo, in questi quarant’anni, lascia a chi le
ha conosciute e a tutta la comunità civile e religiosa un grande
messaggio: l’incontro con il diverso è possibile.
La loro vita è un segno concreto di speranza. Eppure non sono
mancati momenti di tensione che hanno messo in crisi la loro scelta
quando tra i nomadi sono esplosi momenti di rabbia e frustrazione scatenati
da chi ha perso ogni prospettiva nel futuro e si abbandona alla violenza.
Nel campo non sempre le istituzioni sono presenti e la giustizia non è
assicurata.
Ma ogni volta le suore hanno saputo ricominciare, come l’erba che si
piega al vento, anche se a volte il prezzo da pagare è stato alto.
Le vostre idee camminano
Dalle righe di questo giornale vorremmo dire grazie alla Comunità delle Suore
perché le loro idee camminano e vanno oltre l’esperienza, che la loro
presenza ha fatto riflettere i Sinti e Rom perchè si sono sentiti amati, che la
e porte delle loro baracche sono state aperte a tutti coloro che si
avvicinavano, dal nomade al sedentario, ricco o povero, dal Sindaco di una
grande città al cittadino comune, dal Vescovo all’ ultimo cristiano.
Chiunque entrava nella loro carovana ne usciva beneficiato. Ciascuna
persona ha sperimentato l’accoglienza, il dialogo, il confronto e la fiducia.
Chi si è seduto alla loro tavola non è uscito senza un caffè, un thè, un pasto
o semplicemente un assaggio del loro cibo o un bicchiere d’acqua. Ma
soprattutto attingendo dalla loro esperienza e arricchendosi della loro
testimonianza.
Quarant ‘ anni all’insegna della sobrietà
Fin dall’inizio suor Carla e suor Rita hanno avvertito l’esigenza di vivere tra
Sinti e Rom con uno stile di vita essenziale, esigente e sobrio.
Hanno sperimentato la povertà come scelta di libertà che riduce il consumo,
le cose e i beni.
Il loro stile di vita silenzioso condannava l’ostentazione della ricchezza, sia
dei Rom sia dei gagè, quando questa si esprimeva in beni di lusso, privilegi
o scelte di potere.
Le diversità possono vivere insieme
La presenza di queste suore nel campo, in questi quarant’anni, lascia a chi le
ha conosciute e a tutta la comunità civile e religiosa un grande
messaggio: l’incontro con il diverso è possibile.
La loro vita è un segno concreto di speranza. Eppure non sono
mancati momenti di tensione che hanno messo in crisi la loro scelta
quando tra i nomadi sono esplosi momenti di rabbia e frustrazione scatenati
da chi ha perso ogni prospettiva nel futuro e si abbandona alla violenza.
Nel campo non sempre le istituzioni sono presenti e la giustizia non è
assicurata.
Ma ogni volta le suore hanno saputo ricominciare, come l’erba che si
piega al vento, anche se a volte il prezzo da pagare è stato alto.
Le vostre idee camminano
Dalle righe di questo giornale vorremmo dire grazie alla Comunità delle Suore
perché le loro idee camminano e vanno oltre l’esperienza, che la loro
presenza ha fatto riflettere i Sinti e Rom perchè si sono sentiti amati, che la
Le porte delle loro baracche sono state aperte a tutti coloro che si
avvicinavano, dal nomade al sedentario, ricco o povero, dal Sindaco di una
grande città al cittadino comune, dal Vescovo all’ ultimo cristiano.
Chiunque entrava nella loro carovana ne usciva beneficiato. Ciascuna
persona ha sperimentato l’accoglienza, il dialogo, il confronto e la fiducia.
Chi si è seduto alla loro tavola non è uscito senza un caffè, un thè, un pasto
o semplicemente un assaggio del loro cibo o un bicchiere d’acqua. Ma
soprattutto attingendo dalla loro esperienza e arricchendosi della loro
testimonianza.
Quarant ‘ anni all’insegna della sobrietà
Fin dall’inizio suor Carla e suor Rita hanno avvertito l’esigenza di vivere tra
Sinti e Rom con uno stile di vita essenziale, esigente e sobrio.
Hanno sperimentato la povertà come scelta di libertà che riduce il consumo,
le cose e i beni.
Il loro stile di vita silenzioso condannava l’ostentazione della ricchezza, sia
dei Rom sia dei gagè, quando questa si esprimeva in beni di lusso, privilegi
o scelte di potere.
Le diversità possono vivere insieme
La presenza di queste suore nel campo, in questi quarant’anni, lascia a chi le
ha conosciute e a tutta la comunità civile e religiosa un grande
messaggio: l’incontro con il diverso è possibile.
La loro vita è un segno concreto di speranza. Eppure non sono
mancati momenti di tensione che hanno messo in crisi la loro scelta
quando tra i nomadi sono esplosi momenti di rabbia e frustrazione scatenati
da chi ha perso ogni prospettiva nel futuro e si abbandona alla violenza.
Nel campo non sempre le istituzioni sono presenti e la giustizia non è
assicurata.
Ma ogni volta le suore hanno saputo ricominciare, come l’erba che si
piega al vento, anche se a volte il prezzo da pagare è stato alto.
Le vostre idee camminano
Dalle righe di questo giornale vorremmo dire grazie alla Comunità delle Suore
perché le loro idee camminano e vanno oltre l’esperienza, che la loro
presenza ha fatto riflettere i Sinti e Rom perchè si sono sentiti amati, che la
loro scelta ha incoraggiato tanti sedentari a mettersi in gioco e molti cristiani
a verificare la via del confronto e dell’impegno, senza lasciarsi prendere dallo
scoraggiamento.
Suor Rita e Suor Carla ci hanno insegnato che realizzare un “sogno” è
ancora possibile.
Pio Caon
operatore pastorale tra i Sinti e Rom della Diocesi di Torino e amico da 40
anni amico di Suor Rita e Suor Carla.

 

la sofferta dichiarazione delle due sorelle  Rita e Carla nel dover lasciare la vita del ‘campo’ 

Torino 25/07/2017

Lasciate il campo, ma non i Rom! Non ci potete più lasciare perché siamo la vostra famiglia”

Queste parole di una amica Rom, esprimono già quanto cerchiamo di dire sulla nostra attuale situazione.

Dopo un lungo tempo di difficile discernimento e di preghiera, considerando l’avanzare degli anni, la precarietà della salute e le difficoltà sempre più pesanti della vita in quell’accampamento di Rom, abbiamo, in accordo con la Madre Jancy, deciso di lasciare l’abitazione al campo, seppure con le lacrime nostre e delle nostre amiche e amici Rom.

Ci è molto costato questa decisione presa nel momento in cui tutti hanno abbandonato a se stesse queste famiglie, già di per sé rifiutate dall’attuale società.

Abbiamo molto creduto nello stile dell’incarnazione, e questo “stare ” con gli ultimi tra gli ultimi, nel corso degli anni, ci ha allenato al silenzio, ad accogliere e a lasciarci accogliere, a farci compagne di viaggio, ad accettare di essere nulla accanto a chi non conta nulla, sperimentando anche noi, indifferenza, rifiuto, giudizi, disprezzo…, cose che per loro, da sempre, sono pane quotidiano.

Nel cammino di questi 38 anni , ci hanno sostenute e incoraggiate i nostri amici Rom e Sinti, le sorelle luigine, il nostro vescovo Cesare Nosilia, l’ufficio migrante, l’ufficio nomadi e tante amici e amiche. Continueremo, come da più parti ci è stato richiesto, ad accompagnare questo popolo con una modalità diversa di frequentazione e di accoglienza.

Abiteremo in un alloggio offertoci calorosamente dall’amico Don. Luigi Ciotti del Gruppo Abele. Grazie alle sorelle che ci hanno sempre sostenute, ascoltate e visitate. Alle sorelle più giovani, in Italia e all’estero, che poco o niente sanno della nostra esperienza di vita nomade, vorremmo umilmente dire una parola: andate verso chi fa più fatica, andate e restate, sedete con loro, ascoltate; la vita è il più importante mezzo di comunicazione. Andate non solo per fare delle cose ma per ”lasciarvi fare “da loro, non per insegnare ma desiderose di imparare, non per dare delle cose ma per ricevere e per dare la vita perché “chi avrà perso la vita la troverà ” e non abbiate paura di sentirvi “ servi inutili ” o di sperimentare dei “ fallimenti “, inevitabili per chi si pone accanto agli “ scartati “. Queste esperienze possono rivelarsi tempi e luoghi di salvezza, senza che li andiamo a “cercare ”

Buon Cammino a tutte e tutti!

Sorelle Luigine Rita e Carla

il ricordo di Casaldáliga del teologo Victor Codina

 

Il mistero di Casaldáliga

il mistero di Casaldáliga

da: Adista Documenti n° 34 del 03/10/2020

 

La tenerezza e l’indignazione del vescovo profeta

Víctor Codina

la tenerezza e l’indignazione del vescovo profeta

La morte del vescovo Pedro Casaldáliga ha avuto un grande impatto. Come un giovane catalano, che si è unito ai Cordimarianos (dediti al cuore di Maria, e Casaldáliga apparteneva ai Missionari figli del Cuore Immacolato di Maria o Congregazione Claretiana, ndt) ai tempi della Spagna franchista e della Chiesa preconciliare, andando in Brasile, si è convertito in un santo padre della Chiesa dei poveri?

Dove ha trovato la forza per lavorare, come pastore, a Sao Felix de AraguaIa con gli indigeni, difendere i contadini dai grandi proprietari terrieri, promuovere organizzazioni civili ed ecclesiali in Brasile e in America Latina, criticare il Nord e suggerire al papa di lasciare la curia? Come ha avuto la libertà profetica di maledire le proprietà private che schiavizzano la terra e gli esseri umani? Chi lo ha fatto resistere alle minacce di morte dei potenti e alle critiche dei suoi fratelli col pastorale?

Come ha saputo affrontare la povertà, i lunghi viaggi e le limitazioni del Parkinson? Da dove gli è venuta la sicurezza che stiamo andando verso la Speranza con la lettera maiuscola? Non era semplicemente un pianificatore pastorale, sociologo, economista o rivoluzionario politico. Qual è stata la radice ultima della sua vita?

Le sue poesie ci offrono la chiave, ci aprono al Mistero, che è Gesù di Nazareth, versione di Dio nella piccolezza umana. Per lui, Gesù è la sua forza e il suo fallimento, la sua eredità e la sua povertà, la sua morte e la sua vita. È il Gesù di Betlemme, dei pastori, delle beatitudini, dei poveri e dei piccoli, assassinato dal Tempio e dall’Impero, ma la cui tomba vuota annuncia la Pasqua. Per Pedro ci sono solo due assoluti, Dio e la fame; dove c’è il pane, lì c’è Dio.

Pedro era colpito dal capitolo 21 del Vangelo di Giovanni: la pesca nel lago di Tiberiade dopo il fallimento della notte, mentre sulla riva Qualcuno invita a mangiare e chiede a Pietro se lo ama:

«Gesù di Nazaret, figlio e fratello, / vivente in Dio e pane nella nostra mano, / via e compagno di viaggio, / Liberatore totale della nostra vita / che viene al mare, con l’alba, / le braci e le piaghe ardenti».

Ora Pedro giace sepolto vicino al fiume Araguaia. Sulla riva c’è Qualcuno che lo aspetta a braccia aperte per condividere il pane. Il mistero della vita di Casaldáliga ci si svela: i poveri gli hanno insegnato a leggere il Vangelo. Grazie, Pedro, perché la tua vita evangelica rende la nostra fede più credibile e reale. (…)

Pedro Casaldáliga, poeta, mistico, profeta

L’idea che il “vaccino” brevettato da Gesù di Nazareth potesse rimanere “in superficie” era un desiderio di extraterrestri o terrestri estranei alla durezza della vita quotidiana. Ma l’immersione nel pozzo del virus neoliberista è penetrata così tanto e così in profondità da essere visto come non negoziabile. Nessuno sembra sfuggire alla morsa gigantesca del sistema neoliberista.

La verità è che il pianeta Terra sta esplodendo perché questo pericoloso virus ha superato tutti i limiti e minaccia di affondare la nave stessa del pianeta Terra. Nasce la consapevolezza che il virus-sistema neoliberista può porre fine alla vita di alcuni e di tanti, di tutti.

Sarebbe un segno di speranza capovolgere radicalmente un sistema fallito. È la prima cosa ed è il minimo che deve accadere: che suoni l’allarme dei profeti, nella Chiesa, negli Stati, nel commercio mondiale, in politica. Non c’è speranza, non c’è futuro, né c’è vita se non c’è cambio di rotta, abbracciato e condiviso da tutti.

Casaldaliga. La grandezza della sua testimonianza rende credibili le sue parole

– Nella Chiesa (28 febbraio 1986)

«Caro fratello Giovanni Paolo II: senza “conformarsi a questo mondo”, la Chiesa di Gesù, per essere fedele al Vangelo del Regno, deve essere attenta “ai segni dei Tempi” e dei Luoghi e annunciare la Parola, in tono culturale o storico e con una testimonianza di vita e pratica tali che uomini e donne di ogni tempo e luogo possano comprendere questa Parola e siano incoraggiati ad accettarlo».

«Concretamente, riguardo al campo sociale, non possiamo dire, con molta verità, che abbiamo già fatto l’opzione per i poveri. In primo luogo, perché non condividiamo nelle nostre vite e nelle nostre istituzioni la reale povertà che loro sperimentano. E, in secondo luogo, perché non agiamo, di fronte alla “ricchezza dell’iniquità”, con quella libertà e fermezza che erano adottate dal Signore. L’opzione per i poveri, che non escluderà mai la persona del ricco – poiché la salvezza è offerta a tutti e il ministero della Chiesa è dovuto a tutti –, esclude il modo di vivere dei ricchi, “insulto alla miseria dei poveri”, e il loro sistema di accumulazione e privilegio, che necessariamente depreda ed emargina la stragrande maggioranza della famiglia umana, dei popoli e di interi continenti».

«Non ho fatto la visita ad limina, neanche dopo aver ricevuto, come gli altri, un invito dalla Congregazione per i Vescovi che ci ha ricordato questa pratica. Volevo e desidero aiutare la Sede Apostolica a rivedere la forma di quella visita. Sento critiche da parte di molti vescovi, perché, pur riconoscendo che favorisce un contatto con i Dicasteri romani e un cordiale incontro con il papa, la modalità di questa pratica si rivela incapace di produrre un vero scambio di collegialità apostolica dei Pastori delle Chiese Particolari con il Pastore della Chiesa universale. Si affronta una grande spesa, si stabiliscono contatti, si realizza una tradizione. Ma si compie la tradizione del videre Petrum e di aiutare Pietro a vedere tutta la Chiesa? La Chiesa non ha oggi altri modi più efficaci di scambio, di stabilire contatti, valutare, esprimere la comunione dei Pastori e delle loro Chiese con la Chiesa universale, più concretamente con il vescovo di Roma?».

«Il papa ha bisogno, come tutti i vescovi della Chiesa, di un corpo di ausiliari, anche se il tutto dovrebbe essere sempre semplificato e più partecipativo. Tuttavia, fratello Giovanni Paolo, per molti di noi alcune strutture della Curia non rispondono alla testimonianza di quella semplicità evangelica e di quella comunione fraterna che il Signore e il mondo ci richiedono; né tali strutture traducono nei loro atteggiamenti, a volte centralizzatori e impositivi, una cattolicità veramente universale, né rispettano sempre le esigenze della corresponsabilità adulta; neppure, a volte, i diritti fondamentali della persona umana o dei diversi popoli. Né mancano, frequentemente, in settori della Curia romana, pregiudizi, attenzione unilaterale alle informazioni, o anche posizioni, più o meno inconsce, di etnocentrismo culturale europeo rispetto all’America Latina, all’Africa e all’Asia»

– Nelle relazioni internazionali: Primo mondo/Terzo mondo (agosto 1990) «Dico sempre, cambiando quello che diceva Ortega y Gasset, che io sono io e le mie cause, e le mie cause valgono più della mia vita. Le mie cause, ma non solo le mie, sono: la terra, l’acqua, l’ecologia, le nazioni indigene, i neri, la solidarietà, la vera integrazione continentale, lo sradicamento di ogni emarginazione, di ogni imperialismo, di tutto il colonialismo, il dialogo interreligioso e interculturale, il superamento di quello stato di schizofrenia umana che è l’esistenza di un Primo e di un Terzo mondo (e anche di un quarto mondo) mentre siamo un unico mondo, la grande famiglia umana, figli del Dio di tutta la vita».

«Ciò che intendiamo, assumendo queste cause, è umanizzare l’umanità praticando la prossimità… La scienza, la tecnologia, il progresso sono degni dei nostri pensieri e delle nostre mani solo se ci umanizzano di più. E questo ci impegna a trasformare il mondo insieme… Dato che ora tutti incontriamo tutti, dobbiamo scegliere se scontrarci gli uni con gli altri, nell’intolleranza e nell’aggressione, o abbracciarci nella comprensione e nella complementarità. Faccio mie le parole di Baltasar Porcel: le nazioni sono contenuto, non frontiere. È tempo, quindi, di credere, in plurale unità, nel Dio della vita e dell’amore e di praticare la religione come giustizia, servizio e compagnia. Un Dio che separa l’umanità è un idolo mortifero».

«Non possiamo celebrare l’Eucaristia all’ombra dei signori». «I poveri sono la pupilla dei miei occhi. Mi ha sempre spezzato il cuore vedere la povertà da vicino. Mi trovo bene con gli esclusi. Non sono in grado di assistere a una sofferenza senza reagire. D’altronde, non ho mai dimenticato di essere nato in una famiglia povera. Mi sento male in un ambiente borghese. Mi sono sempre chiesto perché, se posso vivere con tre camicie, me ne servano dieci nell’armadio. I poveri della mia Prelatura vivono con due».

«Se dovessi dire qual è il motivo di questa mia lotta, direi: questa è la mia passione per l’utopia. Una passione scandalosamente inattuale in quest’epoca di pragmatismi, di produttività, di commercializzazione totale, di postmodernità senza speranza. Ma, in altre parole, è la passione della Speranza; è, in termini cristiani, la passione per il Regno, che è la passione di Dio e del suo Cristo. Una passione che, in prima e ultima istanza, coincide con la migliore passione dell’umanità stessa, quando vuole essere pienamente umana, autenticamente viva e definitivamente felice… Non voglio la globalizzazione neoliberista omicida, suicida; ma la mondializzazione della solidarietà per la costruzione (certamente progressiva e perfino dialettica) dell’uguaglianza nella dignità, nei diritti e nelle responsabilità degli individui e dei loro popoli, che faranno una l’umanità, sebbene plurale nelle sue alterità».

Convinciti, mi diceva Casaldáliga in un’intervista: «Solo nella misura in cui il Primo Mondo cessa di essere Primo Mondo può aiutare il Terzo Mondo. Per me questo è un dogma di fede. Se il Primo Mondo non si suicida come Primo Mondo, il Terzo Mondo non può esistere “umanamente”. Finché ci sarà un Primo Mondo ci saranno privilegi, esclusione, dominio, lusso ed emarginazione. Se voi nel Primo Mondo non decidete di essere un mondo umano, noi non potremo esserlo. Perché c’è un solo mondo. La liberazione presuppone consapevolezza e possesso della propria identità».

«Sono convinto che non si possa essere rivoluzionari o profeti o liberi senza essere poveri. Essendo povero mi sento libero da tutto e per tutto. Il mio motto è: essere libero di essere povero. Se senti la povertà come una questione di giustizia e di decenza umana, proverai necessariamente compassione, mostrerai amore e ti ribellerai con indignazione».

«Chi crede in Dio deve credere nella dignità dell’uomo. Chi ama il Padre deve servire i fratelli. Il Vangelo è un fuoco che brucia la tranquillità. Non si può essere cristiani e sopportare l’ingiustizia con la bocca chiusa. Gesù dice nel Vangelo che Dio ci giudicherà l’ultimo giorno per quello che abbiamo fatto con i nostri fratelli più poveri e più piccoli».

La sua profezia

Parlare di Pedro come profeta è un buon modo per capire la sua personalità cristiana.

La società che rimane senza profeti rimane cieca. Ma succede che i profeti non abbondino, sicuramente perché i profeti offrono una visione della realtà che la maggior parte di noi non ha o non vuole avere.

Il profeta è un veggente realista, che percepisce la realtà di Dio principalmente attraverso gli eventi della vita, le persone che lo attorniano, gli avvenimenti che lo accompagnano. È una persona libera e coraggiosa: non sposa nessuno e canta la verità ovunque manchi e davanti a chiunque. E per questo motivo entra in conflitto con ogni tipo di potere: monarchie, regimi politici, caste sacerdotali, multinazionali, ecc. E il profeta agisce con la parola parlata e scritta e con azioni simboliche.

«Dio è la ragione più grande o la migliore, la passione della mia vita, è una realtà ineludibile, una presenza certa, anche se libera e sovrana. Una presenza mai rivelata, sempre più riferita al futuro totale della più grande speranza, ma sempre operativa, di apparizione improvvisa e invocata».

«Chiedermi se farei quello che faccio se Dio non esistesse è come chiedermi cosa farei io se non esistessi o se non fossi una persona e un cristiano. So che altri senza Dio chiaramente fanno di più e danno tutto, e danno se stessi. Credo sempre che Dio sia con loro».

«Ho avuto un incontro esplicito con Dio, in Gesù Cristo, all’interno della comunità di fede, che è la sua Chiesa. E questo è un mistero che mi travolge e che mi costringe a credere che Dio è più grande dei nostri cuori, dei nostri dogmi e della nostra comunità».

Fu questa la fede che lo portò a “cantare” quando morì Che Guevara:

Riposa in pace. / E aspetta già al sicuro / con il petto guarito / dall’asma della stanchezza; / pulito dall’odio lo sguardo morente; / senza più armi, amico, / che la spada nuda della tua morte.

Né il “buono”, da una parte, / né il “cattivo”, dall’altra, / capiranno il mio canto. / Diranno che sono semplicemente un poeta. / Penseranno che la moda mi ha preso. / Ricorderanno che sono un prete “nuovo”.

Mi importa di tutto lo stesso! / Siamo amici / e parlo con te ora / attraverso la morte che ci unisce; / allungandoti un ramo di speranza, / un’intera foresta fiorita / di jacaranda perenni iberoamericani, / caro Che Guevara!

Libertà, povertà e profezia sono le insegne di Pedro Casaldáliga.

Per prima cosa, prendersi cura dell’uomo

Racconta Pedro che, navigando sul Rio de las Mortes (nello Stato del Mato Grosso, ndt), dovette prendersi cura di un uomo morente. La comunità gli chiese di celebrare una messa. Non c’erano né pane né vino. Non aveva con sè nulla per dire la messa perché, racconta, «Io ero andato con la preoccupazione di assistere l’uomo. C’era una piccola taverna lì. Presi dei biscotti e della caña (simile alla grappa, ndt) e ho celebrato la messa. Ho pensato che fosse una bella messa. La gente mi chiedeva la messa e io ero prete; la Pasqua di Cristo si può celebrare con il vino delle vigne d’Italia o di Spagna, ma se non c’era vino, perché non si poteva celebrare con alcol da canna da zucchero?».

La scomunica delle haciendas

Un’altra volta, racconta, è arrivato a un atto estremo: «Ho maledetto una struttura di accumulazione, capitalizzazione, esclusione e dominio. Sono persino arrivato al punto di scomunicare due tenute, La Piraguacu e La Frenova, perché avevano uomini armati che hanno ucciso i peones, ne hanno tagliate delle parti e le hanno portate alla hacienda per provare la loro morte. Quella vol ta ho seppellito uno di quei peones assassinati, ho preso una manciata di terra dalla sua tomba, l’ho messa sull’altare e ho scomunicato queste tenute. Ma è stato un atto contro le haciendas, non contro il popolo».

Il Vangelo a favore dei poveri, contro i ricchi

Dove Pedro non dà spazio a compromessi è il tema dei ricchi e dei poveri: «Abbiamo detto tante volte che, qui, o stai da una parte o dall’altra. Dico sempre che il Vangelo è per i ricchi e per i poveri. È per tutti ma è a favore dei poveri ed è anche a favore dei ricchi, ma contro la loro ricchezza, contro i loro privilegi, contro la possibilità che hanno di sfruttare, dominare ed escludere. Posso relazionarmi con i ricchi, a patto di dire loro le verità e che io non mi lasci trasportare… Non è che non posso andare un giorno a fare uno spuntino a casa di un uomo ricco, ma se ci vado ogni settimana e non succede niente, non dico niente, non scuoto quella casa, non scuoto quella coscienza, mi sono venduto e ho negato la mia opzione per i poveri».

A favore della proprietà privata, non privativa

«Una volta ho avuto l’opportunità di intervenire in un procedimento pubblico nell’Assemblea nazionale, dove si trattava di una questione fondiaria. E allora alcuni dei senatori e deputati più conservatori – molti di loro molto cattolici e praticanti – mi hanno detto: Monsignore, lei è contro la proprietà privata! Ho risposto: no, se avete una maglietta e tutti possono averne una, io sono favorevole alla proprietà privata di ogni maglietta. Ma se hai 50 megliette e la maggioranza delle persone non ne ha nessuna, la proprietà privata è privativa».

Consumismo

«In questi tempi di tanto consumismo, credo che la Chiesa di Gesù, e specialmente quelli di noi che sono o dovrebbero essere più responsabili all’interno della Chiesa, dobbiamo offrire una testimonianza di anti-consumismo. Il progetto del mercato, in fondo, è il consumismo… Ciò che mi costituisce non è ciò che ho, ma ciò che sono, ciò che amo, le ragioni della mia vita… È ciò che do che mi costituisce, non quello che ho. Ma se ho molto e do poco, ho meno perché sono meno».

Teologia della liberazione

Una volta gli ho posto questa domanda: cosa resta della Teologia della Liberazione? Con una sacra indignazione, mi ha risposto:

«Sono stufo di sentire questa domanda. Mi hanno chiesto se è ancora attuale o del passato compagni, vescovi, giornalisti… Che non continuino a enumerarmi, almeno per vergogna, le barbarità – vere calunnie – che affibbiano alla Teologia della Liberazione e ai suoi teologi! Noi, teologi della liberazione, i vescovi che ci accompagnano e le Chiese che beneficiano delle nostre dottrine, non abbiamo optato per Marx ma per il Dio e Padre di nostro Signore Gesù Cristo, per il suo Regno e per i suoi poveri.

Il nostro Dio vuole la liberazione da ogni schiavitù, da ogni peccato e dalla morte. Analizzare la tragica situazione di due terzi dell’umanità, segnalarla come contraria alla volontà di Dio e assumere impegni concreti per trasformare questa situazione sono passi obbligati della Teologia della Liberazione. Ai nemici del popolo non piace la Teologia della Liberazione. Festeggerebbero così tanto i cristiani se pensassero solo al Cielo… disprezzando la Terra! Mentre noi vogliamo guadagnare il Cielo conquistando la Terra. Figli liberi di Dio Padre e veri fratelli».

«Non avere niente. Non prendere niente. Non potere niente. Non chiedere niente. E, pure, non uccidere niente; non tacere. / Solo il Vangelo, come un coltello affilato, / e le lacrime e il riso negli occhi, / e la mano tesa e stretta, / e la vita, a cavallo, data. / E questo sole, e questi fiumi, e questa terra acquistata, / per testimoniare la rivoluzione che è già scoppiata. / E più niente!».

La sua radicalità lo ha portato a dire:

«Il teologo Karl Rhaner ha scritto: Nel XXI secolo un cristiano o sarà un mistico o non sarà un cristiano. Che si sappia, considero Rhaner il più grande teologo del XX secolo. Tuttavia, credo, con la più ferma convinzione evangelica, che oggi, già nel XXI secolo, un cristiano o una cristiana, o è povero e/o alleato o alleata visceralmente con i poveri, o non è cristiano, non è cristiana. Nessuna delle affermazioni famose della Chiesa rimane in piedi se si dimentica questa fondamentale, la più evangelica di tutte: l’opzione per i poveri».

Pedro Casaldáliga in prima linea nella giustizia e nella carità

(…)

– Leonardo Boff

«Quando i perturbati tempi attuali saranno passati, quando le diffidenze e meschinità saranno inghiottite dal vortice del tempo, quando guarderemo indietro e considereremo gli ultimi decenni del XX secolo e l’inizio del XXI secolo, identificheremo una stella nel cielo della nostra fede, splendente, dopo aver fermato le nuvole, sopportato le tenebre e superato le tempeste: è la figura semplice, povera, umile, spirituale e santa di un vescovo che, straniero, diventa connazionale, distante si fa prossimo e, prossimo, si fa fratello di tutti, fratello universale: don Pedro Casaldáliga».

il sogno di papa Francesco di un’Europa sanamente laica

la lettera del papa all’Europa:

sii te stessa, ritrova i tuoi ideali


nella lettera al cardinale Parolin sulla Unione Europea:
“Sogno un’Europa sanamente laica, in cui Dio e Cesare siano distinti ma 

Il Papa all'Europa: sii te stessa, ritrova i tuoi ideali

L’Europa ha avuto e deve ancora avere “un ruolo centrale”: lo sottolinea papa Francesco in una lettera al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in occasione di alcuni anniversari: il 40° anniversario della Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea, il 50° anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e l’Unione Europea e il 50° anniversario della presenza della Santa Sede come Osservatore Permanente al Consiglio d’Europa.

IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DEL PAPA

“Tale ruolo – sottolinea il Pontefice parlando dell’Europa – diventa ancor più rilevante nel contesto di pandemia che stiamo attraversando. Il progetto europeo sorge, infatti, come volontà di porre fine alle divisioni del passato. Nasce dalla consapevolezza che insieme e uniti si è più forti, che l’unità è superiore al conflitto e che la solidarietà può essere uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita”.

“Nel nostro tempo che sta dando segno di ritorno indietro, in cui sempre più prevale l’idea di fare da sé, la pandemia – dice il Papa – costituisce come uno spartiacque che costringe a operare una scelta: o si procede sulla via intrapresa nell’ultimo decennio, animata dalla tentazione all’autonomia, andando incontro a crescenti incomprensioni, contrapposizioni e conflitti; oppure si riscopre quella strada della fraternità, che ha indubbiamente ispirato e animato i Padri fondatori dell’Europa moderna, a partire proprio da Robert Schuman“.

Il Papa lancia, quindi, un appello all’Europa affinché ritrovi sé stessa. “All’Europa allora vorrei dire: tu, che sei stata nei secoli fucina di ideali e ora sembri perdere il tuo slancio, non fermarti – scrive il Papa nel messaggio al Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, per condividere con lui delle riflessioni in occasione delle celebrazioni di alcuni anniversari – a guardare al tuo passato come a un album dei ricordi. Nel tempo, anche le memorie più belle si sbiadiscono e si finisce per non ricordare più. Presto o tardi ci si accorge che i contorni del proprio volto sfumano, ci si ritrova stanchi e affaticati nel vivere il tempo presente e con poca speranza nel guardare al futuro. Senza slancio ideale ci si riscopre poi fragili e divisi e più inclini a dare sfogo al lamento e lasciarsi attrarre da chi fa del lamento e della divisione uno stile di vita personale, sociale e politico”.

“Europa, ritrova te stessa! Ritrova dunque i tuoi ideali – prosegue il Papa – che hanno radici profonde. Sii te stessa!”

“Non avere paura della tua storia millenaria che è una finestra sul futuro più che sul passato. Non avere paura del tuo bisogno di verità che dall’antica Grecia ha abbracciato la terra, mettendo in luce gli interrogativi più profondi di ogni essere umano; del tuo bisogno di giustizia che si è sviluppato dal diritto romano ed è divenuto nel tempo rispetto per ogni essere umano e per i suoi diritti; del tuo bisogno di eternità, arricchito dall’incontro con la tradizione giudeo-cristiana, che si rispecchia nel tuo patrimonio di fede, di arte e di cultura”.

Sogno un’Europa sanamente laica, in cui Dio e Cesare siano distinti ma non contrapposti. Una terra aperta alla trascendenza, in cui chi è credente sia libero di professare pubblicamente la fede e di proporre il proprio punto di vista nella società” scrive ancora papa Francesco nella Lettera al cardinale Parolin.

“Sono finiti i tempi dei confessionalismi, ma – si spera – anche quello di un certo laicismo che chiude le porte verso gli altri e soprattutto verso Dio, poiché è evidente che una cultura o un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza, non rispetta adeguatamente la persona umana. I cristiani hanno oggi una grande responsabilità: come il lievito nella pasta, sono chiamati a ridestare la coscienza dell’Europaper animare processi che generino nuovi dinamismi nella società. Li esorto dunque a impegnarsi con coraggio e determinazione a offrire il loro contributo in ogni ambito in cui vivono e operano”.

Cardini e l’enciclica ‘fratelli tutti’ “tradizionalista e rivoluzionaria”

l’enciclica  ‘fratelli tutti’

la via di Francesco per non cedere all’ingiustizia


L’enciclica è un capolavoro autenticamente tradizionalista, in senso sia cristiano sia universalistico, e profondamente rivoluzionario secondo la legge dell’Amore

Fratelli tutti, la via di Francesco per non cedere all'ingiustizia

Franco Cardini

Fratres omnes: un vocativo gioioso, un richiamo possente come un rintocco di campana pasquale. Il titolo della terza enciclica di papa Francesco, che in extenso suona Fratelli tutti, sulla fraternità e l’amicizia sociale, si rifà direttamente a quello della sesta Admonitio del Povero d’Assisi. Le sue Admonitiones non furono propriamente e direttamente scritte da lui, bensì riferite da ascoltatori in differenti circostanze: e tuttavia correntemente si ritiene ch’esse rispecchiassero profondamente e fedelmente il pensiero del Santo. In questo testo, i “frati minori” vengono invitati a imitare il Buon Pastore, ch’è loro fedele fino al sacrificio della croce.

È bene che sia chiaro a tutti che la fraternità evocata insieme con la libertà e l’eguaglianza nel contesto dell’enciclica è molto lontana dal richiamare il celebre trinomio illuministico divenuto la divisa della Rivoluzione francese. La parola italiana scelta a definire il sentimento che deve unire tutti gli esseri umani è fraternità, simile ma tutt’altro che sinonima di fratellanza. Come ha rilevato l’economista Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, intervistato da “Toscana Oggi” la fratellanza è concetto immanente, che si riferisce al sentimento di solidarietà derivante dall’appartenenza degli esseri umani a una stessa specie; mentre la fraternità è concetto trascendente, che nasce dalla coscienza del riconoscimento della comune paternità di Dio: e è alla luce di essa che la libertà va concepita in senso non individualistico bensì comunitario, indirizzato al Bene comune, e l’eguaglianza non dev’essere intesa come livellamento bensì come diversità e complementarità nel sevizio di ciascuno a tutti gli altri concepiti nel loro insieme come “prossimo”. Il processo di globalizzazione ha reso esplicito e inaggirabile, per il cristiano, questo dovere di reciprocità nell’amore. È per questo motivo che la pagina dedicata a una splendida esegesi della parabola del Buon Samaritano è il centro teologico e concettuale dell’enciclica: che in ciò rivela appunto appieno il suo valore cristocentrico.

La Fratelli tutti si articola in 287 brevi commi, distribuiti in 8 capitoli, a loro volta distinti in 75 paragrafi. Ha, dunque, un’architettura solida e rigorosa al servizio della lezione altissima e intransigente di un documento inesauribile a livello esegetico, autentico punto d’arrivo e al tempo stesso di partenza. Un capolavoro autenticamente tradizionalista tanto nel senso cristiano (commi 277-280) quanto in quello metastorico e universalistico (commi 198-221), ma al tempo stesso profondamente rivoluzionario nel suo nesso esplicito e dichiarato fra l’Amore di Dio per gli uomini, quello di essi per Lui e, alla luce di questo e di quello, fra loro. Amore perfetto il primo, amore perfettibile il secondo, amore da comprovarsi alla luce della storia (e il cammino è ancora lungo) il terzo.

L’enciclica è stata accolta con entusiasmo ma anche con la serietà e la preoccupazione che il suo taglio e il suo contenuto ampiamente e inevitabilmente giustificano. Dopo aver esaminato nella Laudato si’ lo stato del pianeta Terra in rapporto al degrado, all’inquinamento e alla porzione di responsabilità che in tale situazione spettano alla spregiudicata sete di profitto, all’avventata sollecitazione imposta alle risorse e alle ricchezze planetarie dalla speculazione gestita da lobby e consentita da meccanismi di potere – veri e propri “comitati d’affari” – che ormai dominano il mondo (e che, nelle note apposte al testo, il pontefice indica con esplicito coraggio), nella Fratelli tutti si analizza la situazione della famiglia umana cominciando dal bisogno di fraternità tra gli uomini espressa sia nel dialogo tra le religioni, sia in quello fra i credenti e i non-credenti uniti però nell’impegno comune vòlto al benessere del genere umano e alla sua convivenza con la natura e l’ambiente.

Ed emerge subito il carattere positivo, propositivo, concreto dell’enciclica. Nulla ha a che vedere con l’umanitarismo e con il cosmopolitismo moderni; qui si si va ben oltre il limitativo concetto di “tolleranza” nei confronti dell’Altro-da-Sé; qui siamo anzitutto e soprattutto su un piano limpidamente cristico, che concepisce la solidarietà umana come riflesso dell’amore del Padre nei confronti dei figli e di essi fra loro nel Suo nome. Per questo, nel trinomio inscindibile fraternità-libertà-eguaglianza, ben più antico dell’illuminismo (anzi, potremmo definirlo originariamente trinitario) la fraternità è primaria e precedente altri due valori laddove la Rivoluzione francese, declinandoli, anteponeva a essa la libertà e l’eguaglianza. Difatti, tale disposizione della sequenza si è rivelata deleteria: libertà ed eguaglianza, concepite entrambe nel contesto del valore prevalente e preponderante della Modernità, che è l’individualismo, sono di per sé valori intrinsecamente divergenti e concettualmente contraddittori. L’equilibrio tra libertà ed eguaglianza, che solo può moderare le distruttive pulsioni egoistiche in entrambe presenti, è costituito dalla fraternità. Che tuttavia non è a sua volta autosufficiente in quanto non è “autarchica”: cioè non basta a se stessa, se non è sostenuta da un principio per definizione metafisico senza il quale l’essere umano è hobbesianamente homo homini lupus.

Il fondamento della fraternità universale non può essere autonomo: se tale fosse, la mente umana potrebbe respingerlo nel nome della Ragione o dell’Arbitrio, cioè della Volontà di Potenza. Ma interviene l’Amore, come Suprema Legge: e di essa Dio è garante per mezzo della Sua Grazia, come papa Bergoglio sottolinea col supporto di Tommaso d’Aquino (capitolo III, comma 93). A comprovare questo carattere della Fratelli tutti bastino i due commi 103-105: in particolare l’inizio del 105, «L’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli. La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità ». È qui centrale il concetto di Bene comune, che insieme con quello della funzione sociale della proprietà e dell’uso comune dei beni creati (commi 118-120) Tommaso d’Aquino desume sì da Aristotele, ma alla luce innovatrice e vivificante del Vangelo: «La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio» (comma 110).

È singolare che da parte di taluni, attaccando specialmente le parti del documento dedicate alla libertà (e alla proprietà privata), si sia gridato allo scandalo senza nemmeno rendersi conto che i medesimi concetti, rigorosamente ispirati a Tommaso d’Aquino, erano già presenti nella Dottrina sociale della Chiesa fin dalla Rerum novarum di Leone XIII. Ma con ogni evidenza, rispetto a quel che Jacques Maritain aveva a suo tempo definito «l’inginocchiarsi della Chiesa dinanzi al mondo», la direzione intrapresa da papa Bergoglio è totalmente opposta. Il pensiero unico dell’ideologia mercatista, che pretenderebbe addirittura di sostituire le «libere leggi (sic) del mercato» alla funzione equilibratrice del potere pubblico, si radica nel primato dell’individualismo e del binomio economia-finanza sulla società europea a partire dal XVI secolo e nella sostituzione dell’economia-mondo al precedente sistema “a compartimenti stagni” di culture che poco o nulla comunicavano tra loro. Ciò ha determinato l’avanzata dell’oppressione e dello sfruttamento colonialistici, alla quale ha corrisposto in Europa il processo di secolarizzazione e scristianizzazione.

Ciò distingue papa Francesco dal suo modello ispiratore, il Povero d’Assisi. Frate Francesco viveva in un mondo duro e crudele, ch’era però pur sempre una società cristiana e poteva legittimamente praticare la sua via, quella che con commovente lucidità propone nel suo “Testamento”: senza tuttavia pretendere – Francesco non era Lenin – che tutta la società si adattasse al suo sacrum commercium cum domina Paupertate. Oggi il Papa ci ricorda che la via per rimanere cristiani, se si vuol fare tale scelta, è quella, appunto, della fraternità tra le persone, le comunità e i popoli, nel rispetto delle diversità – che non annullano l’eguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a Dio, ma al contrario la qualificano (e si veda nell’enciclica il paragrafo dedicato alla “Identità cristiana”, stranamente “ignorato” dai critici identitaristi e sovranisti del documento) – e nel ritorno a una vita cristiana che sia tale anche dal punto di vista sacramentale.

Ci voleva un Papa gesuita, e un Papa latino- americano, per affermare tutto ciò con coraggio e lucidità. E risiede qui una delle ragioni per la quale i capitalisti europei del XVIII secolo chiesero – e ohimè ottennero – che i regnanti insistessero presso la Santa Sede affinché fosse sciolta la Compagnia di Gesù, che nelle sue reducciones del Guarany (tra Argentina, Uruguay e Paraguay attuali) istruivano e inquadravano gli indios e li armavano per insegnar loro a opporsi alle incursioni dei cacciatori di schiavi, i paulistas. Jorge Mario Bergoglio, il vescovo dalle scarpe vecchie e pesanti che anni ha vissuto nelle Villas Miserias argentine, è uno fatto di quella pasta.

Un’enciclica “politica”? Senza dubbio. Ma di quella politica che – come replicava nel 1931 Pio XI a chi da parte fascista lo accusava di “politicantismo” – è legittimamente tale perché «tocca l’altare». E il malessere di milioni di persone, la mancanza di casa e di lavoro, la migrazione coatta di chi si vede sottratti in patria i mezzi di sussistenza, la fame e la ma-lattia incurabili in quanto non si hanno i mezzi economici per farlo, richiedono misure politiche che obiettivamente, inevitabilmente «toccano l’altare». Rinfacciare al Papa di aver edito un documento “ideologico” in quanto egli espone sacrosanti rilievi nei confronti di liberismo, populismo e sovranismo equivale a contestare Pio XI per aver attaccato con la Mit brennender Sorge la “statolatria pagana” nazionalsocialista o con la Divini Redemptoris il comunismo ateo.

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