insopportabile! il nostro mondo è assurdo!

un mercato di Port-au-Prince, ad Haiti, marzo 2016

otto uomini possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale

Otto uomini possiedono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) di 3,6 miliardi di persone. Lo rivela il nuovo rapporto di Oxfam, diffuso alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, che analizza quanto la forbice tra ricchi e poveri si stia estremizzando.

Secondo l’organizzazione, le multinazionali e i potenti del mondo continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica. “È necessario un profondo ripensamento – secondo Oxfam – dell’attuale sistema economico che fin qui ha funzionato a beneficio di pochi fortunati e non della stragrande maggioranza della popolazione mondiale”.

Una tendenza preoccupante
Secondo le nuove stime sulla distribuzione della ricchezza, la metà più povera del pianeta è ancora più povera che in passato. Se questi dati fossero stati disponibili già lo scorso anno, avremmo avuto nove miliardari in possesso della ricchezza della metà della popolazione.

“È osceno che così tanta ricchezza sia nelle mani di una manciata di uomini, che gli squilibri nella distribuzione dei redditi siano tanto pronunciati in un mondo in cui 1 persona su 10 sopravvive con meno di 2 dollari al giorno”, ha detto Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia. “La disuguaglianza stritola centinaia di milioni di persone, condannandole alla povertà: rende le nostre società insicure e instabili, compromette la democrazia”.

“I servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione subiscono tagli, ma a multinazionali e super ricchi è permesso di eludere impunemente il fisco. La voce del 99 per cento della popolazione rimane inascoltata perché i governi mostrano di non essere in grado di combattere l’estrema disuguaglianza, continuando a fare gli interessi dell’1 per cento più ricco: le grandi corporation e le élites più prospere”, afferma Barbieri.

Il rapporto di Oxfam dimostra come l’attuale sistema economico favorisca l’accumulo di ricchezza nelle mani di una élite privilegiata ai danni dei più poveri, che sono in maggioranza donne.

Sette persone su dieci vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni: tra il 1988 e il 2011 il reddito medio del 10 per cento più povero è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari all’anno, mentre quello dell’1 per cento più ricco di 11.800 dollari.

In questo quadro, le donne sono particolarmente svantaggiate perché trovano prevalentemente lavoro in settori con salari più bassi e hanno sulle spalle la gran parte del lavoro domestico e di cura non retribuito. Di questo passo ci vorranno 170 anni perché una donna raggiunga gli stessi livelli retributivi di un uomo, denuncia il rapporto.

E in Italia?
Nel 2016 la ricchezza dell’1 per cento degli italiani (in possesso oggi del 25 per cento di ricchezza nazionale) è oltre 30 volte la ricchezza del 30 per cento più povero dei cittadini italiani e 415 volte quella posseduta dal 20 per cento più povero della popolazione italiana.

Per quanto riguarda il reddito tra il 1988 e il 2011, il 10 per cento più ricco della popolazione ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani. E come rilevato da una recente indagine demoscopica di Demopolis per Oxfam Italia sono proprio reddito e ricchezza a rappresentare le due dimensioni in cui i cittadini italiani percepiscono oggi le disuguaglianze più pronunciate.

La sintesi del rapporto in cinque punti

  • Dal 2015, l’1 per cento della popolazione possiede la maggior parte della ricchezza mondiale.
  • Al momento otto uomini possiedono il corrispettivo della ricchezza del 50 per cento della popolazione mondiale. Ecco gli otto miliardari: Bill Gates (75 miliardi di dollari), Amancio Ortega (67 miliardi di dollari), Warren Buffett (60,8 miliardi di dollari), Carlos Slim Helu (50 miliardi di dollari), Jeff Bezos (45,2 miliardi di dollari), Mark Zuckerberg (44,6 miliardi di dollari), Larry Ellison (43,6 miliardi di dollari), Michael Bloomberg (40 miliardi di dollari).
  • L’amministratore delegato di una delle cento aziende più grandi quotate in borsa a Londra guadagna in un anno quanto diecimila lavoratori di una fabbrica tessile del Bangladesh.
  • Una ricerca dell’economista Thomas Piketty mostra che negli ultimi trent’anni la crescita dei salari del 50 per cento della popolazione mondiale è stata pari a zero, mentre quella dell’1 per cento della popolazione mondiale è aumentata del 300 per cento.
  • In Vietnam l’uomo più ricco guadagna in un giorno di più di quello che la persona più povera guadagna in dieci anni.

l’amore ‘esagerato’ di Dio

Osea: l’assurdo di Dio

«Dio non ha bisogno per la sua gloria di gente perfetta ma di gente che lo ami»

M. Delbrêl

L’anima si lascia sedurre dagli idoli, perché cerca sicurezze, non sopporta l’angoscia  dei mutamenti a cui è esposta.

L’anima si scopre inconsistente. Così preferisce i punti fermi visibili anche se solo apparenti e illusori rispetto a quelli risolutivi ma invisibili. Non si fida di un amore appena percepibile e perennemente da dissotterrare, continuamente contraddetto, falsificato, dileggiato.

L’anima è in cerca di consensi perché preferisce indossare una maschera piuttosto che cercare la verità in solitudine. È disponibile all’alleanza con Dio ma solo in vista di benefici materiali o spirituali. È a suo agio tra la folla che attende un miracolo o un intervento di tipo magico di distruzione del male. Non sopporta la sofferenza del giusto che si attendeva invece forte e conquistatore. Solo il vincente è utile alla causa personale,  ma cosa farsene di un salvatore che non salva nemmeno se stesso? Quali vantaggi ottenere da uno che soffre e fa quella fine? Meglio aggrapparsi alle soddisfazioni che offre il mondo.

L’anima è infedele perché non sa discernere ma non lo ammette. Non si confronta con l’Unico che conosce davvero non solo il Bene in generale ma quello specifico per ogni persona.

L’anima cerca scorciatoie: si impone obblighi per rispettare l’immagine non autentica che si è costruita, invece di operare scelte nel profondo secondo l’immagine di somiglianza impressa da Dio.

L’anima chiusa alla conoscenza di Dio si aspetta castighi per le sue infedeltà. E si ritrae sempre di più. Se si lasciasse rassicurare scoprirebbe che i contraenti dell’alleanza sono due ma il garante è uno solo: Dio. O meglio scoprirebbe che gli sposi sono due ma uno solo è fedele: Dio(1). Se ascoltasse la sua voce comprenderebbe che Dio non ha scritto nessun codice penale e che alle sue cadute Lui risponde con l’Amore che eccede e che anticipa il pentimento. L’assurdo di Dio che sfugge all’anima è questo: la convinzione che sia proprio il suo perdono a farci convertire, a indurci a tornare e ad avere fiducia(2).

 

(1) “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

Osea 2, 21-22

Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto nessuno sa sollevare lo sguardo. Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? Come potrei trattarti al pari di Admà, ridurti allo stato di Seboìm? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira. Seguiranno il Signore ed egli ruggirà come un leone: quando ruggirà, accorreranno i suoi figli dall’occidente, accorreranno come uccelli dall’Egitto, come colombe dall’Assiria e li farò abitare nelle loro case. Oracolo del Signore”.

(2)“Il messaggio di Osea ha qualcosa di sconcertante. La nostra logica religiosa segue il passaggio peccato-conversione-perdono. La grande novità di Osea, che lo situa su un piano diverso e lo fa un precursore del Nuovo Testamento, è che egli inverte l’ordine: il perdono precede la conversione. Dio perdona prima che il popolo si converta, e sebbene non si sia convertito”.

(Luis Alonso Schökel, I profeti, traduzione e commento di L. Alonso Schokel e J. L. Sicre Diaz, ed. italiana a cura di Gianfranco Ravasi, Borla, Roma 1984, p. 976).

la sofferenza ci fa sentire abbandonati da Dio

la valle del pianto

“Gesù fu collocato tra gli oppressi, lui che fu ingiustamente condannato e fu crocifisso fuori della città. […] la sua storia non è la storia di un vincitore: fu eliminato dai poteri del momento: egli appartiene al rovescio della storia”

(C. Duquoc)

 

Quando soffriamo ci sentiamo abbandonati da Dio(1). Fatichiamo a riconoscerlo nelle difficoltà: lo riteniamo alternativamente assente o responsabile. Nell’immaginario costruito dalla cultura, o meglio dal passaparola, Dio si riconosce dai risultati economico-sociali. Il facoltoso è benedetto, il povero/malato/migrante maledetto. È stato trasformato in una specie di amuleto: non può convivere con l’insuccesso. In pratica è la proiezione del nostro pseudo concetto di fortuna. Il Dio vincente e potente che rassicura così tanto la nostra razionalità giustificandone la volontà di dominio. Dio posizionato sul trono, in alto, distaccato e così reso conforme al nostro egoismo e disimpegno. Quindi una divinità non incarnata, una specie di supereroe da chiamare in caso di pericolo. Un pronto intervento da coinvolgere al verificarsi di imprevisti. Eppure il Dio rivelato dal Vangelo non sceglie gli onori né la forza. Non si impone, non fa come l’uomo. Desidera rassicurare del suo amore non convincere delle sue prerogative. Passa per la valle del pianto non la sorvola, assume la sofferenza senza vergogna. Continua ad essere Dio nonostante la fragilità sperimentata. Continua ad essere il Santo nonostante la condanna come bestemmiatore/sobillatore. Continua ad essere Misericordia nonostante la sfiducia, il disconoscimento e i fraintendimenti degli uomini. E continua ad essere il Salvatore pur morendo. Dio profondamente umano che, per amore, rompe le catene delle logiche asfittiche del mondo. Uomo profondamente divino che, per amore, patisce la sventura e la violenza prodotte dal mondo.

Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente” (Salmo 84, 7)

“i vecovi ci aiutino a combattere il razzismo”

l’appello degli operatori della chiesa alla Cei:

aiutateci a sconfiggere il razzismo

prelati, suore, capi di associazioni, tutti uniti contro il razzismo:

“non si può essere cristiani e maltrattare i migranti. Fate chiarezza su questo punto”

Vescovi della Cei

vescovi della Cei

Centodieci operatori della Chiesa hanno scritto una lettera aperta alla Conferenza episcopale italiana, con possibilità di essere sottoscritta anche da altri, in cui si esprime preoccupazione per la dilagante “cultura del rifiuto, paura degli stranieri, razzismo e xenofobia, una cultura avallata e diffusa persino da rappresentanti delle istituzioni”.

“Sono diversi a pensare” continua la lettera, “che sia possibile essere cristiani e, al tempo stesso, rifiutare o maltrattare gli immigrati: un vostro intervento, in sintonia con il magistero di Papa Francesco, potrebbe dissipare i dubbi e chiarire da che parte il cristiano deve stare, sempre e comunque”.

A firmare la lettera sono decine di persone tra prelati, religiosi e religiose, ma anche laici, impegnate nella pastorale della Chiesa, da parroci a direttori delle Caritas, da docenti delle università pontificie a responsabili scout, da congregazioni religiose a operatori delle diocesi. La lettera è stata inviata al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e a tutti i vescovi singolarmente.

“Vi scriviamo per riflettere con voi – si legge nella lettera – su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l’intera Europa”. Si rileva il dilagare di “razzismo e xenofobia” ma anche “le strumentalizzazioni della fede cristiana con l’uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo. I recenti richiami, in primis dei cardinali Parolin e Bassetti, al tema dell’accoglienza sono il punto di partenza; ma restano ancora poche le voci di Pastori – sottolineano i firmatari dell’appello – che ricordano profeticamente cosa vuol dire essere fedeli al Signore nel nostro contesto culturale, iniziando dall’inconciliabilità profonda tra razzismo e cristianesimo. Un vostro intervento, in materia, chiaro e in sintonia con il magistero di papa Francesco, potrebbe servire a dissipare i dubbi e a chiarire da che parte il cristiano deve essere, sempre e comunque, come il Vangelo ricorda”.

Nella lettera si evidenzia che nulla

“può fermare in questo impegno profetico: né la paura di essere fraintesi o collocati politicamente, né la paura di perdere privilegi economici o subire forme di rifiuto o esclusione ecclesiale e civile”. “Oggi riteniamo che l’urgenza non sia solo quella degli interventi concreti ma anche l’annunciare, con i mezzi di cui disponiamo, che la dignità degli immigrati, dei poveri e degli ultimi per noi è sacrosanta”.

 

Gesù rivela un Dio inedito e inaudito, un Dio che ragiona al contrario

il messia degli ultimi e dei lontani

“Il Dio di Gesù Cristo non si impone; egli è Colui che, spesso nella pazienza offesa,  rivela un volto interamente diverso da quello che vorrebbero i nostri rapporti di forza e la nostra idolatria della potenza”

C. Duquoc

 

Gesù entra nella sinagoga di Nazareth. Doveva essere il giorno dell’incoronazione e dell’esaltazione, diventa, invece, il giorno del ripudio. Gesù rivela la preferenza di Dio: non per gli interessi nazionali o di bottega ma per i rifiutati e i dimenticati, per quelli che la storia cataloga come inutili. La preferenza di Dio, quindi, non è per i presenti e per i vicini. E la preferenza di Dio non è nemmeno per i devoti e per i giusti, nonostante tutti gli sforzi ostentati. La Buona Notizia contraddice le gerarchie degli uomini. Come può essere accolto quel messaggio? Come può permettersi il figlio di Giuseppe una insolenza del genere? Quella preferenza, infatti, è una denuncia radicale dell’ordine costituito fondato su strutture politico-sociali elitarie. La divisione in classi: ricchi-benedetti contro poveri-maledetti e devoti-benedetti contro lontani-maledetti viene annullata, peggio ribaltata. La maledizione si sposta sui ricchi che non si ravvedono e sui devoti ipocriti. Gesù parla di un Dio che non viene per assegnare premi ma per riscattare proprio quelli che l’istituzione politica e quella religiosa disprezzano. È un Dio che ragiona al contrario, che sconfessa le condanne dell’uomo, che libera gli oppressi e cerca i lontani. Gesù parla di un Dio che rompe steccati, apre porte, scavalca muri. Gesù testimonia un Dio diverso da quello sedimentato nei racconti e nelle aspettative istituzionali, un Dio che, in definitiva, può essere accolto solo da chi rinasce dall’alto, da acqua e da Spirito (1). Gesù annuncia che la prassi di Dio smentisce le teologie elaborate sul suo conto e che si richiede disponibilità nella sequela e un linguaggio nuovo. Siamo di fronte ad un Dio inedito e inaudito. La risposta dei nazareni è la stessa dell’uomo di oggi: espulsione e (quando possibile) morte.

(1) Cfr. Vangelo di Giovanni 3, 1-21

vangelo di Luca 4, 14-30

«Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. Si recò a Nazareth, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò».

anche il vescovo di Lucca contro Salvini

il vescovo di Lucca contro la chiusura dei porti

in occasione della festa di San Paolino il vescovo di Lucca monsignor Italo Castellani ha preso una forte posizione politica per l’apertura dei porti ai clandestini

queste le sue parole:

Il ‘fenomeno migrazioni’

Devo riconoscere che Lucca e il suo territorio nel suo insieme ha risposto bene, rispetto ad altre realtà, nell’accoglienza dei migranti.

Nel ‘fenomeno migrazioni’ vedo simbolicamente e realmente ogni “periferia esistenziale, culturale, educativa” dei nostri giorni, povertà materiali e spirituali che non possiamo far finta di non vedere o voltarci dall’altra parte.

Più volte, in piena sintonia e comunione con Papa Francesco, sono ultimamente intervenuto su questi temi ‘sensibili’ al Vangelo.

A conclusione del Convegno Ecclesiale, che abbiamo celebrato l’11-12 giugno scorso, su un tema di grande attualità –“L’altro: inferno o paradiso?”– feci questo accorato appello che rinnovo in questo momento alto di vita ecclesiale e sociale. Credo che una Chiesa –la nostra Chiesa di Lucca– non possa rimanere muta di fronte a quello che sta avvenendo, con i migranti lasciati in balia del mare e con i porti del Mediterraneo chiusi, mentre coloro che hanno la guida del nostro Paese si rifiutano ostinatamente di accoglierli, aspettando che lo facciano altri. È una decisione che un cristiano non può accettare!

È di spettanza propria di chi governa maturare scelte politiche, reali percorsi d’inclusione sociale dei rifugiati, adulti e soprattutto minori non accompagnati, sino ad oggi svolti per lo più dalla Caritas diocesana e generosamente dalle nostre comunità. Chiedevo e chiedo ancora una volta di dissociarci apertamente da tali scelte e dichiarare che ogni uomo –la Persona– è al primo posto, non è un ‘numero’, a prescindere dalla sua provenienza, appartenenza sociale e culturale.

In questa sede –alla luce della Parola di Dio ascoltata– mi sta a cuore ricordare che per noi cristiani il Vangelo è l’unico criterio per le nostre scelte. Esso indica ripetutamente la via dell’accoglienza dello straniero e della condivisione dei beni con i poveri. Dice infatti Gesù: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25, 35).

Per il suo carattere universale, il Vangelo non può mai essere sottoposto ad un uso strumentale, piegato a fini propagandistici o ancor meno ridotto a segno di “esclusiva” appartenenza etnico-nazionale.

Auspico e invito tutte le nostre comunità –come viene ben sottolineato nel recente Documento Ecumenico delle Chiese cristiane di Viareggio– a vigilare sulla difesa dei diritti umani (in mare e sulla terra ferma) e ad essere aperte all’accoglienza dell’altro/a, aprendo i propri spazi e le proprie strutture per costruire progetti di accoglienza di condivisione e inclusione. Si, questo è il momento, come nelle nostre comunità sta avvenendo, del passaggio dall’accoglienza all’inclusione dei nostri fratelli immigrati, con la possibilità di apprendere la nostra lingua, aprire percorsi di studio e di lavoro, condividere la richiesta e l’incontro tra diverse culture e testimonianze di fede.

 

il ‘padre nostro’ – la preghiera di tutti gli ‘scartati’ e i ‘figli di nessuno’

PADRE NOSTRO

(padre di tutti)

Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome, 
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti 
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione, 
ma liberaci dal male.

(Mt 6,9-13)

Nel cuore del Discorso della Montagna, che apre con estrema solennità l’attività di maestro di Gesù (si vedano i capitoli 5-7 di Matteo), si leva la Preghiera del Padre Nostro.

Eccellente liturgia con cui i cristiani invocheranno il loro Dio, mutuando molte parole dalla Sinagoga che già venerava il Suo Nome col canto del Qaddis.

La preghiera al Padre è un pilastro delle fede cristiana, fede universale che chiama “nostro” un Dio che non è né elitario, né particolare; un Dio di cui nessuno potrà dire: “è mio”.

Un Dio di cui nessun popolo, nessuna provincia, nessuna nazione può appropriarsi per escluderne un’altra, o tutte le altre. Un Dio che non può esser fatto bandiera di un’identità chiusa e escludente; di cui nessuno può abusare per dividere, bandire, scacciare, censurare, discriminare, scomunicare.

Il Padre nostro è per tutti i “figli di nessuno” a questo mondo; per chiunque abbia bisogno di veder riconosciuto il diritto di vivere e di essere ospitato nel “paese”.

Ci deve colpire il fatto che Gesù non abbia dato un nome proprio al suo e nostro Dio. La religione giudaica – in cui pure Gesù era stato circonciso – aveva, certo, un Nome per Lui (Yhwh) che non poteva esser neppure pronunciato, tanto era sacro, e che, nella Tradizione, veniva chiamato proprio con la parola: “Il Nome” (hašem) che indicava Dio stesso.

Gesù cambia, anzi, rovescia, qualsiasi volontà identitaria per precludere al Dio cristiano ogni eventuale deriva selettiva e per questo lo chiama: “Padre”. Egli sarà il Dio di tutti gli orfani, i poveri, gli scartati, gli “esposti”, sarà il Dio di tutti i senza-nome! Dei migranti e degli zingari, di tutti quelli che – proprio come Gesù! – non potranno vantare una legge di paternità sulla terra. Di tutti i bambini bisognosi di un padre adottivo, come Giuseppe, il falegname…

Per questo quando i discepoli chiedono a Gesù: “Insegnaci a pregare”, il Maestro insegna loro, innanzitutto, il modo di farlo, il “come” farlo. Essi non pregheranno per ottenere un favore individuale e privato, una simpatia speciale rivolta a quanti, come loro, si professano cristiani; ma chiede una preghiera che sia gola di un grido collettivo, di ogni canto di lamento, di ogni sospiro ed anelito di supplica o speranza che sale dai confini della terra.

Quel Dio sarà il Padre di chi patisce il dolore del male, in tutte le sue amare e mistificate incarnazioni. Se c’è una cosa, infatti, che accomuna – ahimè! – tutti gli esseri umani, è proprio l’esperienza del male. Tutti coloro che ne subiscono l’orrore e il danno, hanno diritto di pregare: “Padre nostro”!

Tutti coloro che non hanno pane, a causa di sistemi economici malvagi, possono reclamare: “dacci oggi il nostro pane”.

Tutti coloro che subiscono persecuzione, ingiustizia, crudeltà, emarginazione; tutti coloro che – per volontà di cattivi governi – non hanno uno spazio dove vivere sulla terra, possono invocare: “Venga il tuo Regno!”.

Grazie al Signore che ci ha dato l’onore di dire: “Padre nostro”! L’ha dato a tutti: bianchi e neri, poveri e ricchi, giusti e peccatori.

Grazie al Signore che ci ha aperto l’Amore del Padre, che ha posto l’orizzonte del suo Cielo davanti ai nostri occhi per scavalcare il buio.

Mentre recitiamo questa preghiera siamo certi che Egli ci esaudirà, ci perdonerà, ci “libererà” da quel male che noi stessi abbiamo fatto – e facciamo ancora… – ai nostri fratelli.

R. Virgili

“gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi”

l’illusione dei ricchi

«Le “pensioni d’oro” sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni»

papa Francesco

 

Quanti Lazzaro stesi davanti alle porte delle Chiese, segnati da ferite fisiche o esistenziali, desiderosi di avere le stesse opportunità dei benestanti. Quanti ricchi che frequentano piamente il tempio e disertano gli altri luoghi in cui vive Dio, deformato e sfigurato da povero. Se fa impressione l’inarrestabile calo di presenze in chiesa non sorprendono invece le assenze sugli attuali Golgota. Infatti anche nelle crocifissioni di oggi Dio continua a rimanere terribilmente solo (o quasi).

Non si può non provare pena per i ricchi. Vivono nell’illusione che il “successo” sociale di cui godono sia il segno del favore del Cielo. Purtroppo per loro Dio ha scelto la sconfitta, ciò che non luccica, la contraddizione, i rifiutati. I ricchi senza conversione conosceranno un solo momento di verità: la morte. Lì si renderanno conto che hanno rinunciato alla propria umanità e alla possibilità di infinito per contare dei sudici pezzi di carta. “Gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi”(1) è la giustizia al contrario del nostro meraviglioso Dio.

Così quelli che oggi stanno fuori entreranno e quelli che credono di stare dentro usciranno o comunque aspetteranno. Così quelli piegati dalla sbarra dell’oppressione saranno sollevati, rimessi in piedi e saliranno, quelli che stanno sul piedistallo, sui pulpiti del legalismo/moralismo/rigorismo scenderanno e senza gli applausi a cui sono abituati. Così quelli calunniati, perseguitati, uccisi per i loro richiami profetici saranno ascoltati pubblicamente, quelli che hanno predicato di giorno il Vangelo e stretto accordi di notte con il potere saranno messi a tacere.

(1) Vangelo di Matteo 20,16

vangelo di Luca 16, 19-31

C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».

perché ho bisogno di pregare?

prego

«Se metti su un piatto della bilancia i frutti del combattimento e delle pratiche spirituali e nell’altro il silenzio, vedrai che questo sarà più pesante di tutto il resto»

Isacco di Ninive

da ‘Altranarrazione’

Prego. Affievolisco le voci psicologiche, recriminatorie e quelle che attivano o ricordano doveri ed impegni.

Prego. Considero il silenzio interiore più importante di tutte le soluzioni preparate dalla ragione. Creo lo spazio necessario per accogliere Qualcuno, altro-da-me. Desidero ascoltare una Parola capace di guarirmi.

Prego. Attendo, ma senza aspettative. Non ho visioni, illuminazioni né particolari sensazioni. Mi è sufficiente una Presenza non rilevabile ma gradita. Familiare e sconosciuta allo stesso tempo. Che lascia un Bene, ma non so spiegare, nemmeno a me stesso, in che modo.

Prego. L’anima intuisce e riconosce ciò che cercava. Può smettere finalmente per un attimo di camminare e di sanguinare. Trova un’oasi in cui ristorarsi prima di affrontare l’abituale deserto. Recupera le forze e il senso di un pellegrinaggio pieno di insidie ed amarezze.

Prego. Vedo il dolore dei poveri e degli oppressi. Mi fermo non voglio proseguire oltre. Mi immagino l’angoscia di Dio e sento una contrazione nelle viscere. Mi riguarda, mi coinvolge, non sono più lo stesso. Sento che è giusto così. Mi ritrovo guarito dal mio quotidiano egoismo, liberato dal laccio quotidiano dell’autoreferenzialità, tratto dall’abisso quotidiano in cui cado.

Prego. E spero tutto dalla sua Misericordia, nulla dai miei adempimenti.
Prego. E Lui ogni volta mi ri-crea.

 

Pax Christi si ribella di fronte a scelte che minano la dignità umana

“noi non ci stiamo” 

comunicato di Pax Christi

Pax christi

E’ durante il tempo dell’alluvione che bisogna mettere in salvo la semente”

Sollecitati da queste parole che abbiamo evocato attorno alla tomba di don Tonino Bello,

profeta di pace e di accoglienza dei nostri giorni, anche noi sentiamo di non poter tacere di fronte ad affermazioni e scelte che minano le fondamenta della dignità umana e della convivenza civile.
Insieme ad altre voci che in queste ore si sono levate vogliamo anche noi esprimere la nostra indignazione perché in pochi giorni alcuni Ministri di questo governo hanno provocato un’alluvione di paure, risentimenti, odii e violenze che rischia di travolgere le coscienze di tutti noi:

– la contrapposizione tra poveri italiani e stranieri, come falsa soluzione di fronte al fenomeno della povertà;
– la chiusura dei porti come scelta ipocrita di fronte al dramma di tante persone;
– il linguaggio violento e mistificatorio (è finita la pacchia…) che alimenta un clima di crescente intolleranza e suscita comportamenti violenti, xenofobi, razzisti e omofobi;
– il censimento dei rom, pratica incostituzionale che evoca tragicamente le leggi razziali di 80 anni fa;
– la richiesta alla Nato per una alleanza difensiva nel Mediterraneo;
– la vergognosa riduzione ad un problema meramente familiare dell’omicidio di Giulio Regeni, per privilegiare le convenienze economiche nei rapporti con l’Egitto;
– la falsa illusione che la sicurezza personale sia legata sempre più al possesso ed all’uso senza regole delle armi;
– la solidarietà considerata un crimine, piuttosto che un valore da promuovere.

Ci auguriamo che si alzino molte altre voci indignate in ambito ecclesiale, nella società civile e nel mondo politico.

Noi non ci stiamo

Di fronte a questa ‘alluvione’ ribadiamo e ci impegniamo a custodire e promuovere la buona semente della dignità di ogni essere umano, della tutela dei diritti umani per tutti, secondo lo spirito della Costituzione; della costruzione della pace e della nonviolenza.

Continueremo ad impegnarci in prima persona a fianco degli ultimi, dei migranti e rifugiati, che per noi sono “uomini e donne in cerca di pace.” Quotidianamente nei nostri territori e in rete con altri intensificheremo il nostro impegno per ‘disarmare’ la follia della guerra, che si annida anche nei ragionamenti, nel linguaggio e nelle relazioni personali.

Lo ribadiamo oggi e continueremo a farlo.

Alessano, 20 giugno 2018 (a due mesi dalla visita di Papa Francesco)

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