le forme dell’uso guerrafondaio e blasfemo di Dio

 

un altro Evangelo?

di Fulvio Ferrario
in “Confronti” del marzo 2026

Gli ultimi anni hanno visto il moltiplicarsi di dichiarazioni e comportamenti, tra loro molto
eterogenei per natura e modalità, che però convergono in ciò che possiamo definire “ecumenismo
parafascista”, cioè l’invocazione o la menzione del nome di Dio, da parte di esponenti delle diverse
confessioni cristiane, per articolare ideologie reazionarie.
Il caso più eclatante è probabilmente la proclamazione della “guerra santa” da parte del patriarca di
Mosca Kyrill, dove la “santità” risiederebbe nel carattere antioccidentale e antiliberale della politica
di aggressione dell’autocrate al governo della Federazione russa.
La Chiesa di Kyrill è la più consistente, quanto a numeri, tra quelle membro del Consiglio
ecumenico delle Chiese. Difficile non immaginare che tale fattore abbia svolto un ruolo di rilievo
nell’Assemblea generale di Karlsruhe (2022), la quale si è sì distanziata dalle dichiarazioni più
brutali del gerarca ortodosso, ma lo ha fatto, per dirla benevolmente, in termini piuttosto articolati.
La cricca di Kyrill continua in ogni caso a essere rappresentata nelle istanze ecumeniche, comprese
quelle che dicono di pregare per la pace in Ucraina.
Negli Stati Uniti, le inchieste demoscopiche che accompagnano le numerose imprese di Trump,
ormai giunte all’omicidio di Stato, dicono che la base “evangelica” del suo elettorato resta
fortissima ed entusiasta. Per la verità, il “Cristianesimo” trumpiano è ampiamente ecumenico, come
testimoniano figure (o più propriamente: “figuri”) come il vicepresidente J.D. Vance o il
governatore della Florida Ron DeSantis (il boia più solerte degli Usa, che costantemente frantuma
record di frequenza delle esecuzioni capitali), sempre pronti a sbandierare la loro appartenenza
cattolico-romana.
È un fatto, però, che lo zoccolo duro trumpiano nell’America profonda ha salde radici evangeliche,
non solo nelle Chiese pentecostali ed “evangelicali”, ma anche in ampi settori delle Chiese
“classiche”.
In Italia, il Cristianesimo fascistoide tende, per ragioni evidenti, a esprimersi in termini “cattolici”,
che vanno dal presepe come elemento identitario alla rilettura di Francesco d’Assisi in termini di
nazionalismo italiota.
Non sono a conoscenza di studi empirici che quantifichino la presenza di queste correnti nella
pancia del Cattolicesimo praticante, ma certamente, e non solo nella base cattolica ma anche in
settori dell’episcopato, le sirene della Destra (se non proprio vannacciana, almeno meloniana)
incontrano vivaci simpatie.
Di per sé, il pluralismo politico nelle Chiese è fisiologico. In ambito protestante, è da sempre
considerato normale; in casa cattolica, dopo essere stato aspramente osteggiato da papi e vescovi
nella lunga stagione democristiana, ha costituito una conquista preziosa e non ci sono motivi per
perorare il ritorno a unanimismi anacronistici ed ecclesialmente problematici.
Ciò, però, non dovrebbe rimuovere una domanda cruciale: l’attuale dissenso, non tanto tra le
Chiese, bensì al loro interno, ha ancora un carattere “semplicemente” politico, oppure riguarda
visioni complessive della realtà, e dunque anche della fede? Personalmente, sospetto che quello
delle Destre di tipo trumpianoputiniano sia “un altro Evangelo”, nel senso inteso dall’apostolo
Paolo in Galati 1,8: cioè un’interpretazione radicalmente diversa del messaggio di Gesù rispetto a
quella della grande tradizione cristiana.
Mentre le Chiese “ufficiali” dicono di fare ecumenismo discutendo, alla faccia del parere del
Signore, su chi comanda nella comunità (il tema pudicamente, o ipocritamente, detto del
“ministero”, cioè del “servizio”) e su altre quisquilie fuori dal tempo e dalla realtà, si è formata una
specie di “anti-Chiesa”, ampiamente interconfessionale, nella quale nostalgici di Pio IX, alcune
frange pentecostali e alcuni capi ortodossi rinchiusi nei loro esoscheletri liturgici proclamano, più o
meno d’amore e d’accordo, un’ideologia premoderna e antiliberale spacciata per Cristianesimo.
Reduci dalle celebrazioni un po’ esoteriche del Concilio di Nicea, le Chiese cristiane si ritrovano
oggi di fronte alla domanda da sempre posta loro da Gesù, in termini classici e nuovi al tempo
stesso: «Voi, chi dite che io sia?».

la disumanità italiana nei confronti dei migranti

“Italia disumana coi migranti”

parola di mons. Lorefice

di Fabrizio Mastrofini
in “l’Unità” del 26 febbraio 2026

I vescovi si svegliano contro le politiche migratorie del governo? Vale per mons. Corrado Lorefice,
arcivescovo di Palermo, duramente attaccato sui social per la sua ferma denuncia dei troppi morti in
mare. Che le onde, dopo il maltempo di queste settimane, riversano a decine sulle coste anche della
Calabria. E anche questi vescovi si fanno sentire.
Mons. Lorefice ha avuto frasi inequivocabili. Siamo, ha scritto, “narcotizzati da scelte politiche che
pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace,
forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità”. E aggiunge: “Queste vittime – questi
volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa
e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come
criminali quanti prendono il largo come «pescatori di uomini e di donne» in balia delle onde. Questi
corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda
populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi”. Di più: “Non li abbiamo accolti. Non
siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in
testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare
certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che,
dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari”. Tanto è bastato per scatenare i social: “i preti non
dovrebbero fare i politici”; “La chiesa mi fa sempre più schifo” e c’è chi ha attaccato Bergoglio,
dicendo che Lorefice “se non era comunista come Francesco non sarebbe in questo ruolo”. Un
messaggio di solidarietà all’arcivescovo arriva dal deputato del Pd Peppe Provenzano: “Sono parole
piene di umanità quelle di don Corrado Lorefice, che denunciano la strage di migranti che si
consuma nel Mediterraneo, l’indifferenza di chi avrebbe la responsabilità politica, in Italia e in
Europa, di fermare questa sistematica omissione di soccorso verso i naufraghi”. “Le parole
sprezzanti e cariche di odio rivolte all’arcivescovo Lorefice sottolineano Ramon La Torre e Barbara
Evola di Rifondazione comunista Palermo devono farci riflettere sulla determinazione di coloro che
hanno una visione del paese che trova nel suprematismo, nella sopraffazione e nelle ragioni della
forza gli elementi chiave per costruire un assetto sociale ben diverso rispetto a quello che
perseguiamo”. Il segretario della Cgil Palermo, Mario Ridulfo, osserva che “aver richiamato la
politica e i governi alla responsabilità del soccorso e dell’accoglienza, invece che la pietas umana
provoca gli insulti”.
Poi ci sono i vescovi della Calabria.
“Il mare ci chiede conto”, scrivono in un appello accorato a non fare finta di niente. “Da Scalea ad
Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: le coste della nostra terra e della Sicilia
hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo
dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le
organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio.
Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa
guardava altrove”. E aggiungono: “Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi
anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo
diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo
consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata”. I dati sono implacabili.
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti
sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi,
più morti. “Il nostro primo pensiero e la nostra preghiera di pastori, aggiungono i vescovi, sono
rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo”. Ma ce ne è
per tutti. “Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo
trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde
per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa
umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi
di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore”. Poi alla politica: “Chiediamo
alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro
paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in
difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per
chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria”. Quindi alla magistratura: “Chiediamo che le procure di
Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato
restituito dal mare e per accertare le responsabilità”. E infine una stilettata per tutti: “chiediamo che
si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza
considerare chi muore”. L’arcidiocesi di Palermo e le diocesi della Calabria hanno avuto il coraggio
di alzare la voce. Ieri si è aggiunto mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente dei
vescovi siciliani, in solidarietà con Lorefice. “Da custode del Vangelo mons. Lorefice ha difeso il
valore dell’umanità in quanto tale, la dignità di ogni persona umana, con i suoi fondamentali diritti,
per altro sanciti e riconosciuti dagli organismi internazionali”, scrive Raspanti. E poi ancora:
“Possiamo ignorare, per altro, che molti legislatori vogliono contenere e abbandonare piuttosto che
soccorrere, accogliere e predisporre condizioni umane per chi è uomo e donna come noi? Mi
sembra un campanello di allarme che si reagisca con aggressività dinanzi a un richiamo al senso di
umanità, alla fraternità e alla libertà. È proprio vero che ogni corpo restituito dal mare è una ‘chiara
denuncia’ contro la propaganda che calpesta l’umanità”. È ancora presto per dire se modificheranno
la linea prudente dell’intera Conferenza episcopale italiana. Ma è un segnale. E non da poco

basta armi!

export di armi, commercio di morte

di Tonio Dell’Olio
in “www.mosaicodipace.it” del 24 febbraio 2026

“Basta favori ai mercanti di armi” non è solo uno slogan: è un appello che torna a farsi respiro
collettivo. Attorno alla legge 185/90, nata da una grande spinta dal basso per portare luce sul
commercio di armamenti, si è riaccesa una mobilitazione. La Rete Italiana Pace e Disarmo ha
rilanciato la campagna per difenderla, affiancata da oltre duecento realtà del mondo associativo e
cattolico, tra cui Libera, le Acli, Pax Christi… Il timore è che, tra cancellazioni e silenzi, si incrini la
trasparenza: spariscano i nomi delle “banche armate”, si affievolisca il riferimento ai diritti umani,
si sposti il baricentro dalle valutazioni tecniche a scelte politiche opache. Così l’argine rischia di
abbassarsi, mentre cresce la produzione e il mercato cerca nuovi sbocchi. Non è solo una norma da
difendere, ma una promessa di controllo democratico. Per questo la campagna non resterà nei
palazzi: attraverserà territori e coscienze, chiedendo che l’economia non smarrisca la pace come
orizzonte. Insomma oggi più che mai è necessario fare qualcosa. Tutte e tutti. Insieme.

cose che non ti aspetteresti … ma possono succedere

un ex detenuto alla guida delle carceri

di Concita De Gregorio
in “la Repubblica” del 7 febbraio 2026

Cose che possono succedere. Mentre da noi si vara il decreto sicurezza, il fermo preventivo sui manifestanti, lo scudo penale per gli agenti, le osservazioni del Quirinale, i dubbi di costituzionalità.
Ecco, intanto a New York il nuovo sindaco Zohran Mamdani nomina un ex detenuto alla guida del sistema penitenziario della città. Si chiama Stanley Richards. Negli anni Ottanta fu condannato a 9 anni per rapina.
Ne ho letto su Rivistastudio, che rimanda attraverso dei link a cosa ne scrive la stampa americana.
Riporto: «Ha scontato quattro anni e mezzo in carcere, due dei quali a Rikers Island, il più grande
penitenziario dello Stato di New York. Dopo la scarcerazione, nel 1991, ha seguito un percorso di
reinserimento che lo ha portato a diventare una delle voci più influenti nel dibattito sulla riforma
delle carceri. Negli ultimi anni ha lavorato come consulente e attivista diventando presidente della
Fortune Society (una delle più grandi organizzazioni senza scopo di lucro statunitensi che si
occupano di ex detenuti), occupandosi di alternative alla detenzione, condizioni di vita dei detenuti
e programmi di rientro nella società.
Il sindaco Mamdani lo ha nominato direttore del New York City Department of Correction, che
gestisce le carceri cittadine. È una figura che fa da controllore e garante: sarà responsabile della
sicurezza e delle operazioni quotidiane all’interno delle carceri ma anche della riabilitazione dei
detenuti e del rispetto delle norme federali e statali sulle condizioni di detenzione. La nomina arriva
in un momento molto difficile per il sistema carcerario newyorchese e in particolare per Rikers
Island, dove si è registrato un numero preoccupante di morti di detenuti — quattordici, negli ultimi
mesi — durante la carcerazione. Richards è dunque chiamato a ridurre la violenza negli istituti,
migliorare le condizioni di detenzione e ripensare il ruolo del carcere all’interno delle politiche di
sicurezza urbana». Niente, solo questo. Ve lo volevo dire

per una chiesa di tutti

 

“tutti, tutti, tutti”

il nuovo arcivescovo di New York indica una Chiesa
di ponti e dialogo

di Camillo Barone
in “www.ncronline.org” del 5 febbraio 2026 (traduzione: www.finesettimana.org)

L’arcivescovo designato Ronald Hicks ha delineato una scelta pastorale radicata nella semplicità,
plasmata dall’evangelizzazione, attenta agli immigrati e ai poveri e incentrato sulla costruzione di
una chiesa missionaria che si apra verso l’esterno.
L’arcivescovo designato Ronald Hicks si è fermato davanti ai murales all’ingresso della Cattedrale
di San Patrizio a New York che raffigurano Santa Francesca Cabrini, Dorothy Day, i primi
soccorritori dell’11 settembre e gli immigrati del passato e del presente, e ha visto in essi un riflesso
sia della sua storia personale che della storia di New York.
“Mi ha ricordato la mia famiglia di immigrati che è venuta qui dalla Germania, dall’Irlanda e dalla
Polonia, e mi ha anche ricordato le persone che ho incontrato durante il mio lavoro missionario in
America Latina”, ha detto Hicks. “Mi ha ricordato che le persone continuano a guardare a quella
porta dorata come fonte di speranza e opportunità qui negli Stati Uniti”.
Il nuovo arcivescovo, che diventerà l’undicesimo leader dell’arcidiocesi di New York, ha
approfittato della conferenza stampa pre-insediamento del 5 febbraio per indicare il tono pastorale
che spera di imprimere: radicato nella semplicità, plasmato dall’evangelizzazione, attento agli
immigrati e ai poveri e incentrato sulla costruzione di una chiesa missionaria che si apra verso
l’esterno.
Il 18 dicembre Papa Leone XIV ha nominato Hicks, 58 anni, successore del cardinale Timothy
Dolan, le cui dimissioni sono state accettate dopo che questi ha raggiunto l’età pensionabile
obbligatoria di 75 anni nel febbraio 2025.
Hicks ha affermato che i giorni che precedono e seguono il suo insediamento sono intesi
innanzitutto come momenti di preghiera non di autopromozione. Stasera (5 febbraio) l’arcidiocesi
celebrerà i vespri e domani (6 febbraio) Hicks sarà ufficialmente insediato come arcivescovo
durante una messa che dovrebbe attirare più di 2.000 persone, tra cui circa 90 vescovi, sette
cardinali e circa 400 preti.
“Stasera non è il momento di fissare un programma o di promuovere la mia visione, ma è il
momento di chiedere la benedizione di Dio nella preghiera e di farlo insieme”, ha detto. Durante la
messa di insediamento, intende sottolineare la gratitudine e la missione della Chiesa, facendo
ripetutamente riferimento a Papa Leone XIV e promettendo di collaborare con la sua visione.
Hicks ha descritto questa missione in termini chiaramente orientati verso l’esterno. “Parlerò
semplicemente di essere una Chiesa composta da discepoli missionari che vogliono andare e fare
discepoli, e anche trasmettere la nostra fede alle generazioni future”, ha affermato. “Parleremo di
una Chiesa che costruisce ponti, va nelle periferie, si impegna nel mondo e vive la sua missione:
una Chiesa missionaria”.
Le liturgie stesse rifletteranno questa visione e includeranno elementi bilingui. Facendo riferimento
a trent’anni di presbiterato in cui la comunità ispanica è stata al centro del suo ministero, Hicks ha
affermato che intenzionalmente predica in parte in spagnolo.
“Voglio comunicare al mondo che la comunità ispanica è molto importante nella vita della Chiesa
cattolica, ed è anche un modo per mostrare il mio rispetto e il mio amore per la comunità latina
riconoscendo la sua dignità”, ha affermato.
La prima lettura alla Messa di insediamento di Hicks sarà proclamata da Samuel Jimenez Correas,
un orfano salvadoregno immigrato a Chicago, che Hicks ha incontrato durante i suoi cinque anni di
lavoro come missionario in El Salvador dal 2005 al 2010.
Hicks ha anche sottolineato la varietà delle persone che saranno presenti alle celebrazioni. Accanto
al clero cattolico e ai laici ci saranno rappresentanti di altre tradizioni religiose, del governo, del
mondo degli affari, del lavoro, dell’istruzione, delle organizzazioni non-profit, dei soccorritori di
pronto intervento e delle arti.
“In altre parole, chi ci sarà? Tutti. Tutti”, ha detto. “Per citare Papa Francesco, quando diceva: chi ci
sarà, todos, todos, todos. Questo è positivo, perché New York è un luogo dove vive e si sente a casa
il mondo intero, e la Chiesa cattolica è universale, riunisce e coinvolge tutti”.
Alla domanda del National Catholic Reporter sul suo messaggio agli immigrati cattolici, le cui voci
faticano a farsi sentire a livello nazionale, Hicks ha inquadrato la sua risposta nella dottrina sociale
cattolica.
“La mia risposta deriva da una chiara comprensione, nella Chiesa cattolica e nella nostra giustizia
sociale, di cosa sia la dignità umana”, ha affermato. “Il mio messaggio è: come ci trattiamo con
rispetto? Come possiamo semplicemente vederci come fratelli e sorelle e usare questo come
fondamento per tutto?”.
Hicks ha anche parlato di colmare il divario tra ricchi e poveri in una città caratterizzata da forti
contrasti.
“Penso che questo sia il potere di Gesù. Egli ama, conosce e si rivolge a tutti, a tutti, e vuole che
tutti siano salvati”, ha affermato.
Proveniente dalla diocesi di Joliet, nell’Illinois, dove vivono poco più di 500.000 cattolici, Hicks ha
riconosciuto la portata e la visibilità globale di New York, definendola di influenza nazionale e
internazionale. Ha affermato di essere consapevole che la sua voce ora arriva ben oltre i confini di
una diocesi, anche attraverso la messa televisiva nazionale delle 10:15 della domenica nella
Cattedrale di San Patrizio.
Secondo il suo sito web, l’arcidiocesi di New York conta circa 2,5 milioni di cattolici in circa 300
parrocchie.
Nonostante la visibilità e le esigenze amministrative del ruolo, Hicks ha affermato di non
considerarsi in primo luogo un dirigente.
“Non voglio essere visto solo come l’amministratore delegato o il presidente di un gruppo”, ha
detto. “Sono stato chiamato qui per essere un pastore e, come pastore, il mio desiderio è quello di
essere un buon pastore”.
Mentre si prepara ad assumere la cattedra e ad iniziare formalmente il suo ministero, Hicks ha
descritto la sua visione in una sola parola: “provvidenza”. Ha affermato di confidare che Dio lo
abbia preparato per questo momento e che il suo compito ora sia quello di arrendersi, fidarsi e
seguire.
“Voglio solo fidarmi di Lui, seguirLo e continuare a farlo”, ha affermato

ci manca la profezia di papa Francesco

quanto ci manchi, Francesco!

di José Manuel Vidal
in “Religión Digital” del 9 febbraio 2026

Papa Francesco è stato, prima di tutto, un profeta: qualcuno che ha osato dire ad alta voce ciò che
milioni di coscienze intuivano silenziosamente.
La sua morte non ha solo chiuso un pontificato; ha aperto un buco nero di autorità morale in un
mondo che da allora sembra più caotico, più brutale e più schiavo dei Trump di turno.
Oggi, guardando indietro, inizia ad imporsi una scomoda certezza: non siamo riusciti ad apprezzare
appieno il privilegio di essere stati contemporanei del papa dei poveri e della primavera della
Chiesa.
Il papa che ci chiedeva costantemente di pregare per lui, perché sapeva di essere il bersaglio
principale dei «fiori del male».
Ora sappiamo che Bannon ed Epstein volevano abbatterlo.
Un profeta con nome e volto
Francesco ha avuto qualcosa che non si può comprare né fabbricare: carisma e autorità morale
riconosciuta anche dai suoi detrattori.
Proprio perché la sua parola raggiungeva gli emarginati, i ricchi e i potenti si sono sentiti in dovere
di reagire: lo hanno accusato di essere eretico, marxista, ingenuo e pericoloso, perché il suo Vangelo
sociale metteva a nudo l’oscenità di molte strutture economiche e politiche e di un «capitalismo che
uccide», come ripeteva spesso.
Questo rifiuto è stato, paradossalmente, la prova migliore che la sua voce toccava i veri nervi
scoperti di un mondo in mano agli Epuloni di turno.
Per questo, dal mondo oscuro della costellazione MAGA (che ora subiamo in tutta la sua brutalità),
volevano la sua testa ed hanno manovrato per ottenerla.
Senza riuscirci, perché il potere della preghiera è più grande di loro.
Allo stesso tempo la immensa maggioranza silenziosa – credenti, agnostici, gente di strada – lo ha
riconosciuto come un punto di riferimento diverso: qualcuno che parlava chiaro sui migranti, sui
poveri, sugli anziani, sugli emarginati e sui giovani senza futuro, senza ricorrere a tecnicismi o a
comode neutralità.
E lo faceva con parole semplici e gesti concreti che tutti comprendevamo, senza bisogno di
intermediari.
Molti di noi, durante il suo pontificato, ci siamo sentiti orgogliosi di «avere» un papa così, anche
coloro che non condividevano tutte le sue impostazioni, perché incarnava qualcosa di raro: la
coerenza tra ciò che diceva e come viveva.
Un vuoto morale che diventa più evidente nel tempo
Da quando quest’uomo di Dio ci ha lasciato, il mondo ha avuto le convulsioni e non è più stato lo
stesso.
Non perché Francesco sia stato un supereroe capace di fermare guerre o abbattere muri con
un’omelia, ma perché all’improvviso è scomparsa una voce che organizzava, con autorità globale,
la difesa dei più deboli.
E questa lacuna si avverte in ogni conflitto in cui mancano parole chiare, in ogni deriva autoritaria
senza una denuncia che risuoni a livello globale, in ogni crisi climatica in cui l’economia torna ad
imporsi senza una «Laudato si’» che scomodi tutti.
Ciò che resta è uno strano silenzio: le istituzioni continuano a parlare, i comunicati si moltiplicano, i
discorsi si susseguono, ma manca questo misto di parrhesía e di tenerezza, di denuncia e di
consolazione, con cui Francesco si rivolgeva allo stesso modo a presidenti ed a raccoglitori di
cartone.
Quanto abbiamo bisogno oggi di qualcuno che, senza paura, ripeta che «questa economia uccide»,
che «nessuno si salva da solo», che la guerra è sempre un fallimento assoluto della politica e
dell’umanità.
Il migliore di noi: memoria e responsabilità
«Il migliore essere umano di tutti» è, ovviamente, un’iperbole affettiva, ma dice qualcosa di
vero: per molti Francesco ha incarnato il meglio della nostra capacità di umanità condivisa. Per
questo il lutto non è solo ecclesiale; è di civiltà.
Andandosene, ci ha costretto a porci una domanda scomoda: chi occupa ora questo posto di autorità
morale globale, trasversale, scomoda per tutti e vicina agli ultimi?
Leone XIV, il suo successore, è forse l’unico che può farlo.
Ma ha bisogno di tempo per consolidare la sua posizione a livello mondiale e diventare, come il suo
predecessore, un punto di riferimento globale.
E per farlo, deve vincere la potentissima macchina mediatica nordamericana, nelle mani degli
alleati del MAGA, che sta cercando con tutti i mezzi di «mettere a tacere» i messaggi del primo
papa americano.
Col passare del tempo, la memoria si sedimenta: la schiuma delle polemiche si diluisce e resta la
sostanza di un pontificato che, con le sue luci e ombre, ha riaperto finestre, ha riabilitato la
misericordia come categoria centrale, ha posto i poveri al centro del discorso e ha ricordato che la
Chiesa non è una dogana, ma un ospedale da campo.
Il tempo ci sta facendo comprendere la grandezza del privilegio: aver respirato la stessa epoca
storica del papa dei poveri e della primavera ecclesiale.
Non solo nostalgia: ereditare la sua audacia
Dire «non smetteremo mai di sentire la sua mancanza» non può consistere solo in una malinconica
consegna.
Il modo migliore per onorare la sua memoria non è imbalsamarla, ma tradurre la sua intuizione
profetica in contesti concreti: alzare la voce di fronte alla crudeltà verso i migranti, disarmare
discorsi di odio, smascherare pseudo-vangeli neoliberisti (come quello del vicepresidente
statunitense J.D. Vance) e sostenere le comunità che continuano a vivere il Vangelo sul campo.
Se Francesco è stato un profeta dotato di carisma, di una personalità straordinaria e di una
riconosciuta autorità morale, la domanda che lascia come testamento è semplice e impegnativa:
siamo disposti ad assumerci, anche su piccola scala, il costo di questa stessa profezia?
Sentire la sua mancanza è inevitabile. Trasformare quest’assenza in una scusa per il cinismo sarebbe
tradirlo.
Forse l’unico modo adulto di superare il lutto consiste in qualcosa di semplice e difficile come
questo: quando manca la sua voce per difendere i popoli più deboli, chiederci cosa direbbe lui… e
avere il coraggio, anche se la nostra voce trema, di dirlo noi stessi.
E chiedere a Leone XIV di ricaricare le batterie della parrhesía e di diventare cassa di risonanza del
Vangelo della misericordia. E anche di denunciare il tentativo di «abbattere» il suo amato
predecessore.
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Articolo pubblicato il 9.2.2026 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.com)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommasell

i rom e la giornata della ‘memoria’ – una riflessione di Dijana Pavlovic

non dite “mai più lo sterminio”

la memoria non è acqua passata

di Dijana Pavlovic

in “l’Unità” del 27 gennaio 2026

Ogni anno, il 27 gennaio, scrivo più o meno le stesse cose. Racconto il Porrajmos, chiedo che venga
riconosciuto, ricordo che il genocidio dei rom è stato rimosso dalla memoria pubblica europea,
sottolineo che questa rimozione ha conseguenze concrete: oggi la discriminazione, la violenza e
l’esclusione contro i rom sono strutturali, istituzionali, normalizzate. E ogni anno mi chiedo se tutto
questo produca davvero qualche risultato reale.
N on sono tra quelli che dicono che non ha senso ricordare, al contrario. Ma bisogna essere ciechi
per non vedere che, mentre ricordiamo, il mondo va chiaramente in una direzione opposta. La
violenza aumenta, si consolida. È diventata linguaggio politico legittimo, pratica istituzionale,
consenso elettorale. È sempre più forte, visibile, accettata e persino rivendicata.
Sentiamo ripetere la formula: “ricordare perché non si ripeta mai più”. Ma cosa significa,
concretamente? Se per “non si ripeta” intendiamo che non si ripeta nelle stesse identiche forme
storiche, allora è ovvio: nessun evento della storia si ripete mai in modo identico. Se invece
intendiamo che non si ripeta nella sostanza, cioè nella logica di disumanizzazione, distruzione
collettiva, annientamento sistematico, allora il problema è evidente. Stiamo ricordando mentre sta
accadendo di nuovo.
Uno degli argomenti più frequenti è che il 27 gennaio “riguarda quel genocidio, in quel contesto
storico”, e che quindi si può parlare solo della Shoah e dei prigionieri politici, come previsto dalla
legge che istituisce il Giorno della Memoria. In alcuni contesti minori, e nonostante la legge non lo
preveda – e si guardi bene dal prevederlo – si ricorda anche il Porrajmos, pur essendo stato
realizzato con modalità identiche alla Shoah.
Ma parlare di ciò che succede oggi, per esempio a Gaza, sarebbe una provocazione, una forzatura,
una strumentalizzazione.
Questo però solleva una domanda: se la memoria può parlare solo del passato e non può nominare il
presente, a cosa serve davvero? Se ricordiamo solo ciò che è già concluso, ciò che è ormai
irreversibile, ciò su cui non possiamo più intervenire, allora la memoria è sterile e inutile. Serve a
onorare i morti, certo, ed è giusto. Ma non serve più a proteggere i vivi.
Nei luoghi della memoria colpiscono sempre le liste di nomi.
Migliaia, decine di migliaia, incisi sulle pareti. Leggerli è fisicamente faticoso. È una fatica che ha
senso: ogni nome restituisce l’idea che non si tratta di numeri, ma di persone. Di vite singole,
concrete, interrotte.
Pochi mesi fa è stato pubblicato un libro: I nomi della memoria del genocidio a Gaza. Contiene i
primi 58.383 nomi raccolti in 647 giorni. Se per ogni nome ci prendessimo solo dieci secondi –
dieci secondi per riconoscere che stiamo pronunciando il nome di una persona reale – ci vorrebbero
quasi sette giorni per leggerli tutti.
Sette giorni in cui, nel frattempo, continuano a morire altre persone.
Il paradosso è questo: il Giorno della Memoria nasce per dire “mai più”, ma funziona ormai
soprattutto come strumento di separazione tra passato e presente.
Serve a dire: quello è successo allora, lì; questo che accade oggi è un’altra cosa. Come se il
problema non fosse la logica che attraversa gli eventi, ma solo la loro collocazione storica.
Forse non basta ricordare. Forse non basta nominare i morti se non siamo in grado di riconoscere i
meccanismi che producono nuovi morti. È una memoria che ha smesso di svolgere la sua funzione
principale.
E allora, perdonatemi, perdonateci, non vogliamo offendere nessuno, oggi sì, ricordiamo i nostri
morti in silenzio. E proviamo a urlare i nomi di quelli di oggi, anche se qualcuno non vuole sentir

i giovani, la loro crisi, la violenza

i giovani e il confine invisibile della violenza

di Elisa Giordano
in “La Stampa” del 21 gennaio 2026

Quando l’orizzonte del successo appare chiuso, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione diventa un’opzione plausibile, spesso aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle relazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e la funzione culturale del limite. Occorre interrogarsi sulle forme simboliche con cui si racconta il successo, il fallimento e il potere.

Non c’è un momento preciso in cui la violenza entra in scena. È già presente, prima ancora che ce
ne accorgiamo: in una canzone che accompagna distrattamente una giornata qualunque, in una serie
televisiva consumata senza particolare attenzione, in parole pronunciate con leggerezza e subito
dimenticate. Nulla di clamoroso, nulla di apertamente trasgressivo. Eppure, nella somma di questi
dettagli minimi, prende forma un paesaggio culturale in cui il limite si dissolve lentamente. È in
questo spazio che la violenza esercita oggi il suo fascino più persistente, come linguaggio
semplificato capace di ridurre la complessità del reale a rapporti di forza immediati. In un mondo
competitivo, promette chiarezza, identità, rapidità, riconoscimento. Offre risposte veloci là dove il
percorso appare lungo, incerto, frustrante o precluso. Appare come una scorciatoia simbolica e non
come un’anomalia.
Gran parte dell’immaginario contemporaneo conferma questo richiamo. Già più di vent’anni fa il
rapper Frankie hi-nrg mc condensava il problema in una formula rimasta attuale: «Gli ultimi
saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili». Quando l’orizzonte del successo appare chiuso,
quando le distanze sembrano incolmabili, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione
perde il carattere di eccezione e diventa, per alcuni, un’opzione plausibile che non è
necessariamente violenta nei fatti, ma spesso è aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle
relazioni e nelle rappresentazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e della buona
educazione così come vera e propria funzione culturale del limite: quel confine interiore che
distingue tra ciò che può essere immaginato e ciò che può essere agito, tra rappresentazione e realtà,
tra desiderio e responsabilità. Una parte della produzione musicale e audiovisiva contemporanea
contribuisce a rendere questo confine meno riconoscibile, normalizzando estetiche dell’eccesso,
della sopraffazione e della volgarità. Questo non significa che possa produrre automaticamente
comportamenti conseguenti, ma potrebbe contribuire a costruire cornici di senso entro cui certe
possibilità diventano più familiari.
Salvatore Quasimodo scriveva in Uomo del mio tempo: «Sei ancora quello della pietra e della
fionda, uomo del mio tempo». Uomo capace di costruire e distruggere, chiamato a riconoscere il
male senza confonderlo con inevitabilità o normalità, natura umana che, nonostante millenni di
evoluzione sia in parte rimasta primitiva. Il richiamo della poesia è semplice e potente: riconoscere
la violenza significa comprenderla, delimitarla, non alimentarla e trasformare l’esperienza in
responsabilità consapevole. Riconoscere il limite e restituirgli centralità è la condizione per la vera
libertà. È ciò che impedisce al desiderio di trasformarsi in distruzione e alla forza di diventare
l’unico criterio di valore. Una società che fatica a rendere i suoi traguardi accessibili dovrebbe
interrogarsi sulle forme simboliche con cui racconta il successo, il fallimento e il potere.
La vera sfida del nostro tempo è imparare a riconoscere la violenza e a misurarne i confini e la
libertà autentica è la capacità di muoversi con consapevolezza dentro questi confini e di restare
umani quando tutto sembra invitare al contrario.

il mondo ridotto a giungla

col “metodo Trump” la legge del più forte sostituisce il diritto
internazionale

di Lucio Brunelli

Non è stato solo un blitz per catturare un dittatore cialtrone e impopolare. È un colpo di stato, come
forse non si era mai visto nella storia latinoamericana. Nel secolo scorso la Cia aveva agito
nell’ombra per provocare golpe militari ed assicurarsi in Brasile, Argentina, Salvador e Cile governi
“amici” di Washington che ne salvaguardassero gli interessi politici ed economici. In Venezuela
succede qualcosa di inedito: è lo stesso governo americano nella persona del presidente Trump che
ordina e rivendica pubblicamente il cambio di regime. Oggi la Casa Bianca dichiara apertamente
che gli Stati Uniti intendono “gestire” direttamente il Paese (fino a che siano maturi i tempi di una
transizione democratica) assumendo al contempo il controllo della produzione petrolifera. Trump è
stato molto schietto ponendo l’accento senza remore sui vantaggi economici derivanti dallo
sfruttamento dell’oro nero venezuelano (dopo le nazionalizzazioni dell’epoca di Chavez), facendo
riferimento ad una rinnovata Dottrina Monroe, che autorizzerebbe gli Stati Uniti ad intervenire con
la forza nel “cortile” latinoamericano laddove l’interesse nazionale fosse considerato in questione.
Vedremo dunque che forma prenderà (se la prenderà) il primo governo a stelle e strisce di una
nazione latinoamericana. La Chiesa cattolica avrebbe probabilmente seri motivi per gioire della
caduta di Maduro. Un regime storicamente ostile. È di poche settimane fa il divieto di espatrio
imposto al cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo emerito di Caracas, al quale è
stato ritirato senza motivo il passaporto all’aeroporto. Solo l’ultimo di una serie di attacchi alla
gerarchia cattolica. Ne avrebbe, di motivi ancora maggiori, la Chiesa, per auspicare la caduta di altri
regimi ostili, primo fra tutti quello sandinista di Ortega in Nicaragua e quello comunista di Miguel
Diaz-Canel a Cuba. Paesi dove la vita delle comunità cattoliche patisce limitazioni e soprusi ancora
più gravi rispetto a quelli venezuelani.
Difficilmente però la Chiesa, sia quella che opera nel “continente della speranza” (come lo
chiamava un’era fa Giovanni Paolo II), sia nelle istanze centrali romane, potrà inneggiare al metodo
Trump per riportare la democrazia. Ne abbiamo avuto conferma domenica all’Angelus di Leone
XIV: il Papa ha espresso “preoccupazione” circa le notizie provenienti dal Venezuela e ha invocato
il rispetto della “sovranità” e dello “stato di diritto”. Principi che non sembrano corrispondere alla
logica dell’uomo solo al comando che, come un pistolero nei western di John Wayne, si fa la sua
lista dei buoni e cattivi e colpisce in totale solitudine, facendosi beffe dei “cavilli” della legge. Un
metodo che delegittima la stessa impalcatura del diritto internazionale, finendo con l’esporre in
futuro ogni Paese a possibili arbitrii; una consacrazione della legge del più forte che le pur migliori
intenzioni non possono giustificare. Un mondo che incute timore, quello in cui il senso di giustizia
fosse affidato solo alla misura, alquanto soggettiva, di chi ha più potere

i vescovi contro il modello Albania

“preoccupante la scelta dell’Ue: così si rischia di erodere il
diritto d’asilo”

 

di Eleonora Camilli
in “La Stampa” 

Il modello Albania per la gestione dei migranti è «ai margini della democrazia». Mentre il governo
italiano esulta per l’accordo raggiunto a Bruxelles sui tre nuovi regolamenti in tema di paesi di
origine sicuri, paesi terzi sicuri e rimpatri, sono i vescovi italiani, nel nuovo rapporto Migrantes, a
bocciare le politiche del governo Meloni. E lo fanno mentre nella maggioranza regna la convinzione
che l’intesa tra gli Stati europei renderà di nuovo pienamente operativi i centri di Shenjing e Gjader.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, così come aveva già fatto il titolare del Viminale, parla di
un possibile «sblocco dell’impasse Albania» e di «un eccellente viatico verso una soluzione
definitiva che porterà chiarezza, sia dal punto di vista giurisprudenziale che da quello operativo»
anche se l’iter non è ancora concluso e «la situazione è ancora soggetta alla decisione finale del
trilogo Ue». Per ora, dunque, una data su un nuovo trasferimento di migranti nel Paese per le
procedure accelerate di frontiera (secondo il modello del protocollo con Tirana) non c’è.
L’intenzione è quella di aspettare almeno qualche mese per la definizione dei regolamenti. La
ripartenza quindi potrebbe slittare a primavera o direttamente a giugno 2026, quando entrerà in
vigore il nuovo patto. Nell’immediato, quindi, resta operativo solo il centro per il rimpatrio, in cui
sono state trasferite nei mesi scorsi alcune decine di migranti dai cpr.
Un esperimento che secondo l’ente della Conferenza episcopale italiana rappresenta «un banco di
prova per la tenuta dei principi democratici e giuridici dell’Unione». «Il modello Albania, piuttosto
che essere visto come un mostro isolato, va collocato nel continuum delle politiche europee di
esternalizzazione» nota il rapporto Migrantes «una messa in scena del potere sovrano sui corpi dei
migranti» caratterizzato «dall’opacità sistemica, alimentata dall’esclusione di società civile e
media». Molto critiche anche le ong che operano nel salvataggio in mare. Per Mediterranea è «un
dispositivo costruito per allontanare dai confini europei la responsabilità dell’accoglienza, basato su
detenzione illegale e sospensione dei diritti fondamentali». E Sea Watch: è un «nuovo stato di
polizia europeo». Dalle file dell’opposizione è Laura Boldrini del Pd a sottolineare che il Patto va a
discapito dell’Italia: «Consiglierei prudenza a Piantedosi perché avremo più oneri di prima. Essendo
Paese di primo approdo, l’Italia dovrà aspettare che altri Paesi Ue diano disponibilità ad accogliere o
a dare sostegno economico».

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