i vescovi contro il modello Albania

“preoccupante la scelta dell’Ue: così si rischia di erodere il
diritto d’asilo”

 

di Eleonora Camilli
in “La Stampa” 

Il modello Albania per la gestione dei migranti è «ai margini della democrazia». Mentre il governo
italiano esulta per l’accordo raggiunto a Bruxelles sui tre nuovi regolamenti in tema di paesi di
origine sicuri, paesi terzi sicuri e rimpatri, sono i vescovi italiani, nel nuovo rapporto Migrantes, a
bocciare le politiche del governo Meloni. E lo fanno mentre nella maggioranza regna la convinzione
che l’intesa tra gli Stati europei renderà di nuovo pienamente operativi i centri di Shenjing e Gjader.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, così come aveva già fatto il titolare del Viminale, parla di
un possibile «sblocco dell’impasse Albania» e di «un eccellente viatico verso una soluzione
definitiva che porterà chiarezza, sia dal punto di vista giurisprudenziale che da quello operativo»
anche se l’iter non è ancora concluso e «la situazione è ancora soggetta alla decisione finale del
trilogo Ue». Per ora, dunque, una data su un nuovo trasferimento di migranti nel Paese per le
procedure accelerate di frontiera (secondo il modello del protocollo con Tirana) non c’è.
L’intenzione è quella di aspettare almeno qualche mese per la definizione dei regolamenti. La
ripartenza quindi potrebbe slittare a primavera o direttamente a giugno 2026, quando entrerà in
vigore il nuovo patto. Nell’immediato, quindi, resta operativo solo il centro per il rimpatrio, in cui
sono state trasferite nei mesi scorsi alcune decine di migranti dai cpr.
Un esperimento che secondo l’ente della Conferenza episcopale italiana rappresenta «un banco di
prova per la tenuta dei principi democratici e giuridici dell’Unione». «Il modello Albania, piuttosto
che essere visto come un mostro isolato, va collocato nel continuum delle politiche europee di
esternalizzazione» nota il rapporto Migrantes «una messa in scena del potere sovrano sui corpi dei
migranti» caratterizzato «dall’opacità sistemica, alimentata dall’esclusione di società civile e
media». Molto critiche anche le ong che operano nel salvataggio in mare. Per Mediterranea è «un
dispositivo costruito per allontanare dai confini europei la responsabilità dell’accoglienza, basato su
detenzione illegale e sospensione dei diritti fondamentali». E Sea Watch: è un «nuovo stato di
polizia europeo». Dalle file dell’opposizione è Laura Boldrini del Pd a sottolineare che il Patto va a
discapito dell’Italia: «Consiglierei prudenza a Piantedosi perché avremo più oneri di prima. Essendo
Paese di primo approdo, l’Italia dovrà aspettare che altri Paesi Ue diano disponibilità ad accogliere o
a dare sostegno economico».

il vangelo va annunciato al mondo di oggi

una chiesa che sa parlare al mondo

di Enzo Bianchi
in “Vita Pastorale” del dicembre 2025

 

In questo tempo intermedio tra la Terza assemblea sinodale della Chiesa che è in Italia, che ha approvato il Documento finale con le proposizioni da presentare ai vescovi perché attuino accurato discernimento e con l’autorità apostolica che solo a essi compete le approvino o le lascino cadere, mi sembra opportuna una riflessione sulla speranza, che papa Francesco volle non solo come motto ma come atmosfera da percepire nel Sinodo e nella Chiesa universale. Il tema è molto significativo e monsignor Rino Fisichella ha dato un ottimo contributo all’interpretazione del messaggio papale, indicando piste di cammino per esercitarsi in questa virtù teologale.
Ecco, dunque, un’ulteriore meditazione che vuole sottolineare come sia decisiva la speranza dei cristiani nel cercare una Chiesa diversa e una Chiesa che sa parlare al mondo. Nella notte oscura che stiamo attraversando, se non avessimo la speranza anche la nostra fede sarebbe fragile, debole.
Sono tramontati gli anni in cui scienza e tecnica ci promettevano di prevedere positivamente le traiettorie geopolitiche, finanziarie, democratiche, sanitarie… Noi ora facciamo la faticosa esperienza dell’impotenza rispetto alle situazioni contingenti della vita fragile, assalita dalla brama di potere e dall’avidità della ricchezza. L’azione politica si mostra oggi molto difficile oltre che confusa: c’è sfiducia generalizzata, volontà di prevaricazione, aggressività quotidiana. Sì, il nostro mondo vive un’epoca caratterizzata da instabilità, volontà politiche non convergenti e frammentarie.
Ecco perché c’è chi ha detto: «La speranza è morta!». Ma la speranza non può morire se non insieme all’umanità. E finché ci sono esseri umani ci saranno resistenti, ci saranno sentinelle e vedette notturne capaci di sperare contro ogni speranza.
Molti non capiranno ma io per leggere, conoscere e dire qualcosa della speranza cristiana resto convinto che occorre farlo a partire dal Vangelo, cioè da Gesù Cristo. Sì perché Gesù è la speranza.
È vero, noi abbiamo tanti passi del Vangelo che rimandano a parole di speranza dette da Gesù, ma non sempre abbiamo il coraggio di dire che Gesù Cristo, oltre a dire parole di speranza, è in sé stesso la speranza; più che dire parole di vita, è la vita! Ora, nei Vangeli, dove ci è consegnata in Gesù Cristo l’unica immagine senza veli di Dio, noi ci accorgiamo che lui, che è disceso dal cielo attraverso l’incarnazione e si è fatto umanissimo, uguale a noi in tutto, non ha mai ceduto alla tentazione di vivere secondo una negazione illusoria della realtà. Egli, infatti, vedeva la difficoltà che la condizione umana gli presentava senza eccezioni, tenendo una porta aperta alla possibilità di essere sospeso da un evento di bene, da una forza buona che procedeva da Dio.
La speranza è una fessura, non la si vede sempre, ma occorre credere che c’è, e che è destinata ad allargarsi, a diventare una finestra attraverso la quale passa la luce. Ovunque ci sia un uomo, una donna, la speranza non può morire, salvo che avvenga un suicidio: prima della speranza, poi del corpo! Eppure, basterebbe che una mano dall’alto o dal basso aprisse uno spiffero di luce che arrivi fin dove c’è tenebra mortale per dare ragioni per continuare a tirare il fiato.
Tra noi ebrei e cristiani, poi, non si dovrebbe dimenticare che di fronte al Mar Rosso nessuno poteva credere di poterlo attraversare a piedi asciutti, nessuno pensava di giungere all’altra riva, ma quando i figli d’Israele hanno osato mettere il piede in mare e camminare tenendosi per mano si sono trovati all’altra riva e hanno cantato pieni di gioia la Cantica del mare (cf Es 15). Ecco perché guardiamo a Cristo: «Cristo in voi, vostra speranza» (cf Col 1,27). Questa non è solo un’affermazione cristologica decisiva, ma testimonia che Gesù era la speranza di chi lo incontrava nella sua vita, lo ascoltava nella predicazione del Regno.
Basta fare riferimento al suo sguardo perché proprio nello sguardo di una persona è percepibile la presenza della speranza. L’occhio che spera è un occhio aperto, sempre vigilante. Ecco perché, dove vedeva un campo di grano maturo, Gesù percepiva l’immagine di una mietitura escatologica vicina;
là dove vedeva un gregge disperso sulle colline vedeva la sua comunità errante senza pastori; là dove altri erano abbagliati dalle pietre del tempio, Gesù ne prevedeva la distruzione; là dove avvenivano i solenni pontificali del tempio, lui vedeva una povera vedova che buttava nel tesoro del tempio tutto ciò che possedeva. Nello stesso modo, dove i sacerdoti vedevano una prostituta, lui sapeva vedere una donna capace di santità, dove gli uomini religiosi vedevano pubblici peccatori, Gesù vedeva possibili discepoli, i primi ammessi al Regno…
Quante volte Gesù a chi si reca da lui dice, rimandandolo indietro: «Va’, la tua fede ti ha salvato!». Parole di vertigine, dove la speranza nella forza dello Spirito santo rifà un uomo, una donna, quale nuova creatura. Lo sguardo di Gesù non è solo missionario, capace di elezione e di chiamata, ma soprattutto è sguardo di misericordia, che desta speranza: distrugge tutto ciò che è tenebra e prigionia. Gesù si fa “colui che mostra la strada” della speranza per tutti i suoi discepoli, e li porta a comprendere a poco a poco la speranza delle speranze, la Risurrezione!
La speranza può rendere possibile ciò che agli uomini pare impossibile. Nell’ora dell’angoscia e della
desolazione, quando si è stati calunniati e ripudiati da tutti, quando si sono allontanati gli amici e sembra che  siamo stati consegnati dai nostri compagni dell’intimità alla distruzione, magari da chi ci ha tradito, il compagno fedele che mangiava il pane con noi alla nostra tavola, possiamo protestare con Dio fino a scagliare invettive contro di lui. Vediamo il suo volto come quello di un nemico, che non ci guarda, che ci getta nelle tenebre, che ci  assale come un orso… Perché Signore? Dove sei? Chi prega così si fabbrica un’immagine perversa del volto di Dio e giustifica il suo pianto e la sua protesta. Ma proprio perché “è bene attendere in silenzio la risposta del Signore”, si deve invece imparare con pazienza a “stare fermi”, ad attendere, perché Dio interverrà. Lo dicono tutti gli oranti che sono passati attraverso la tribolazione dell’assenza di Dio. A poco a poco capiscono che non era Dio a essere muto, come essi pensavano (una bestemmia!), ma che erano loro a essere sordi alla sua Parola.
E imparano che Dio parla nel silenzio, e che nel silenzio è vicino più che mai!
Durante la salita a Gerusalemme, per tre volte Gesù annuncia ai discepoli la necessità della passione e morte, eventi strettamente legati alla Risurrezione, all’intervento del Padre, che richiamerà dai morti il suo Figlio amato: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molte cose, essere crocifisso e risorgere il terzo giorno!». Speranza che i discepoli sentivano affiorare sulle labbra di Gesù, ma per ora non comprendevano. Ma con l’alba del terzo giorno, l’annuncio Pasquale risuona per le donne discepole e da allora la speranza trionfa in un canto parallelo alla Cantica del mare: «Cristo è veramente risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24,34).
Cristo appare l’unica e vera speranza dei discepoli e del cosmo intero. È lui la sorgente della nostra speranza, che nella sua estrema impotenza è speranza della risurrezione dai morti. Se Cristo è risorto dai morti, noi tutti risorgeremo dietro a lui. Questa è la speranza cristiana: la morte sarà vinta, il Regno sarà aperto, abiteremo la Gerusalemme celeste nella comunione dei santi e Dio sarà tutto in tutti! Questa speranza che la morte non sia l’ultima parola è la differenza cristiana rispetto agli altri uomini: comunicare loro la speranza significa comunicare che l’amore da loro vissuto vince la morte; di questo devono sempre essere consapevoli.
Questo mi pare l’unico debito, l’unico messaggio che noi possiamo offrire, se lo accolgono, ai non cristiani. E offrirlo non solo annunciando l’amore, ma amando concretamente. Osiamo così poco amare! Così poco che l’amore non è credibile, e dunque è incapace di vincere la morte. Ma la speranza è il dono dello Spirito santo: nella sua kenosi nel cuore degli uomini apre una fessura di luce, apre le tenebre e lascia germinare la speranza di  risurrezione, di vita per sempre

la bestemmia di usare Dio per legittimare la guerra

papa Leone:

“troppe guerre in nome di Dio

di Redazione
in “La Stampa” del 24 novembre 2025

«In un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica comunità cristiana universale può essere
segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale
per la pace». Nell’ultimo Angelus prima della partenza per il suo primo viaggio apostolico da dove,
in Turchia, farà tappa a Nicea per i 1.700 anni dal Concilio, Papa Leone XIV pubblica una lettera
apostolica “In Unitate Fidei” che non solo guarda all’ecumenismo ma rappresenta anche una
summa del suo programma per il pontificato. E offre un mea culpa: «Oggi, per molti, Dio e la
questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che
i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera
fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. Si sono
combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un
Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce».
Inoltre, il Pontefice sostiene che «dobbiamo lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno
perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune
allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore».

guerra giusta o pace giusta? nessuna guerra secondo il vangelo

qualche riflessione sulla pace

di Luca Baratto
in “Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del28 novembre
2025

Care ascoltatrici e ascoltatori, oggi parliamo insieme di pace.
Lo so, non è un tema su cui si possa dire una qualunque cosa intelligente nei tre minuti di questo
spazio radiofonico. Vorrei però condividere con voi alcune considerazioni che ho ricavato dalla
lettura di un bel libro, che abbiamo già presentato al “Culto evangelico” quest’estate: I cristiani, la
violenza e le armi, scritto dal professor Massimo Rubboli. Una lunga cavalcata sul tema, dal
primissimo cristianesimo fino a oggi. Dalla lettura sono emersi alcuni elementi costanti.

Il primo è che più il cristianesimo si è avvicinato al potere, o è esso stesso diventato fonte di potere,
più i cristiani hanno avallato la guerra. Nel primissimo cristianesimo, quando i cristiani sentivano di
non poter conciliare la fedeltà a Dio e quella all’Impero romano, soprattutto alla pretesa
dell’Imperatore di essere una divinità, la guerra era vista come inconciliabile con la fede – non da
tutti, naturalmente, ma da teologi di primo piano come Tertulliano. Quando Costantino ha invece
reso il cristianesimo costitutivo dell’Impero, questa inconciliabilità è pian piano svanita e la
domanda centrale non era più se a un cristiano fosse consentito combattere, quanto piuttosto come
un cristiano dovesse comportarsi in battaglia. E da allora è stato così, fino alla benedizione dei
cannoni nelle Guerre mondiali e anche nell’attuale guerra d’invasione in Ucraina, benedetta dai
vertici della Chiesa ortodossa russa.

Il secondo elemento è che, comunque si guardi la questione, non è possibile giustificare una guerra
basandosi sulle parole di Gesù.
Tutti i movimenti nonviolenti o pacifisti cristiani – dai valdesi agli anabattisti – sono partiti
dall’ascolto del sermone sul monte, quello in cui Gesù dice di non resistere al malvagio, di porgere
l’altra guancia, di amare i propri nemici. Gesù e la guerra non stanno insieme.
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Il terzo è che sebbene nel corso dei secoli siano stati più numerosi i cristiani che hanno combattuto
di quelli che hanno rifiutato la guerra, tuttavia la nonviolenza e il pacifismo sono sempre stati
presenti nel cristianesimo come un fiume carsico, a tratti sotterraneo, altre volte ben visibile.

L’ultimo elemento è che, sebbene la storia del pacifismo non costituisca un percorso lineare e che
oggi la guerra nel mondo e anche in Europa sia purtroppo una realtà concreta, tuttavia per la prima
volta nella storia si è compiuto un cambiamento concettuale considerevole: per secoli i cristiani
hanno discusso sulla guerra giusta, cioè su come definire la legittimità di un conflitto per potervi
prendere parte con buona coscienza. Oggi invece è emerso il concetto di pace giusta. Si è cioè
prima di tutto definito che i cristiani non devono primariamente riflettere e discutere di guerra, ma
che il loro tema è la pace. E non una pace qualsiasi ma una pace basata sulla giustizia, una pace
giusta.
Se volete saperne di più, vi consiglio il bel libro del professor Rubboli, I cristiani, la violenza e le
armi.

occhio non vede, cuore non sente …

i dispersi che il mondo non vede: migliaia di corpi palestinesi sotto le
macerie

di Eman Abu Zayed
in “il manifesto” del 26 novembre 2025

Terra rimossa Israele blocca i macchinari necessari al recupero, le famiglie sospese in un’attesa insopportabile. L’impotenza dei soccorritori, costretti a scavare a mani nude o con mezzi rudimentali

Dalla fase iniziale della guerra a Gaza, i dati del ministero della sanità indicano che oltre 7mila
persone sono presumibilmente sepolte sotto le macerie. Tra queste, circa 3.600 famiglie hanno
denunciato la scomparsa dei propri cari, una tragedia umana immensa che va ben oltre le cifre
ufficiali delle vittime.

IN MEZZO A QUESTI numeri dolorosi, porto anch’io una parte di questa tragedia. La famiglia di
mio padre è tra i dispersi sotto le macerie fin dai primi mesi della guerra. Dieci persone, tra cui
bambini, sono ancora lì, senza che abbiamo potuto salutarli. A oggi non abbiamo potuto garantir
loro una sepoltura dignitosa, né pregare su di loro; non esiste una tomba da visitare, né un luogo che
possa alleviare il peso di questa perdita. Attendere per mesi un segno, una notizia, un indizio, è un
dolore che non appare in nessuna statistica, ma che abita la vita di chiunque abbia qualcuno ancora
sotto le macerie.
Le squadre di soccorso a Gaza lavorano in una delle condizioni umanitarie più difficili al mondo.
Per raggiungere i dispersi servono macchinari pesanti per sollevare e rimuovere le macerie, ma la
maggior parte di queste attrezzature non è disponibile o è fuori uso a causa dei bombardamenti,
della mancanza di carburante e dell’assenza di pezzi di ricambio.
Molti edifici sono crollati uno sull’altro, creando strati enormi di cemento impossibili da penetrare
con strumenti rudimentali. Inoltre, le zone di ricerca vengono spesso bombardate, costringendo i
soccorritori a fermarsi o a ritirarsi per proteggere la propria vita. Il recupero dei dispersi
estremamente difficile e lento lascia migliaia di famiglie in un’attesa estenuante.
In una breve conversazione con Mohammed al-Madhoun, uno dei soccorritori, la stanchezza nella
sua voce era evidente ancora prima delle parole. Mi ha raccontato che la parte più difficile non è
solo il peso delle macerie, ma il peso del momento stesso: quando sentono la voce di un bambino
che chiede aiuto da sotto il cemento e non hanno gli strumenti adeguati per raggiungerlo
rapidamente.

MOLTE OPERAZIONI vengono svolte a mani nude o con attrezzi semplicissimi, del tutto
insufficienti rispetto alla portata della catastrofe, e nonostante ciò continuano a tentare, un passo
dopo l’altro. Mohammed mi ha parlato delle ore passate con i colleghi nelle zone bombardate,
muovendosi pur sapendo che ogni istante potrebbe essere l’ultimo. Eppure si dirigono sempre verso
i luoghi dove si pensa possano esserci dei bambini, convinti che salvare anche una sola vita valga
ogni rischio.
Mi ha descritto i suoi compagni come persone che «entrano nei siti come se entrassero nelle loro
case», senza pensare ad altro che a raggiungere quella voce, quel respiro nascosto tra le macerie. Si
sono mobilitati sforzi straordinari per recuperare i resti di ventotto israeliani, mentre migliaia di
palestinesi rimangono sotto le macerie senza squadre di soccorso, senza mezzi, senza il minimo
interesse globale. Questo divario non riflette solo un pregiudizio politico, ma un’idea gerarchica del
valore umano, in cui la vita di alcuni riceve priorità assoluta mentre altre vengono lasciate a un
destino silenzioso, percepito solo dalle loro famiglie.
Un’ingiustizia che colpisce profondamente la psiche delle persone, costrette a vivere tra perdita e
incertezza, private perfino del diritto basilare di seppellire i propri cari, come se la loro morte non
meriti riconoscimento né compassione. Lasciare migliaia di vittime sotto le macerie non è un
destino inevitabile, ma il risultato diretto dell’assenza di giustizia e della decisione del mondo di
voltarsi dall’altra parte rispetto alla sofferenza di un popolo che chiede soltanto dignità.

C’È UN BISOGNO urgente di meccanismi umanitari indipendenti e di un intervento internazionale
che ponga fine a questa disuguaglianza e che restituisca ai morti il loro diritto a essere ritrovati,
identificati e sepolti con dignità. Restituire dignità ai morti è il primo passo per restituirla ai vivi e
per costruire una memoria fondata non sulla rimozione, ma sul riconoscimento e sulla giustizia

giustizia e misericordia a proposito della violenza sessuale sui minori

ipocrisia, non misericordia

di Enzo Bianchi
in “il Blog di Enzo Bianchi” – E il gallo cantò… – del 16 novembre 2025

Mai si è predicata la misericordia come negli ultimi tempi e non dimentichiamo che Papa Francesco
volle dedicare un intero anno alla contemplazione del mistero dell’inesauribile misericordia di Dio.
Eppure la mia attenta lettura della vita ecclesiale mi spinge a dire che, in verità, oggi domina troppo
spesso l’esercizio di una giustizia farisaica, di atteggiamenti ipocriti che ammorbano tutto il corpo
ecclesiale, vescovi, presbiteri, ma anche le comunità cristiane. Si cita frequentemente la
misericordia del Signore, si ricordano gli insegnamenti dati da Gesù su di essa attraverso le parabole
e gli incontri con i peccatori ma poi non si fa misericordia. Non dico che non si eserciti facilmente il
perdono verso chi ha recato personale offesa, ma non si accetta che chi ha peccato, una volta
scontata la pena e dati segni di conversione, sia giudicato capace di una nuova vita e dunque non sia
ritenuto imperdonabile.
Molti vescovi, soprattutto per paura dell’opinione pubblica e dei mass media, di fronte a delitti
come gli abusi sessuali assumono posizioni di assoluta rigidità, condannano spesso senza pietà i
loro preti e anziché pensare a itinerari di cura che aiutino il colpevole verso la redenzione lo
espellono dalla diocesi e si rifiutano di accompagnarlo come il pastore deve fare con la pecora
malata. Sì, ci sono purtroppo alcuni vescovi che rifiutano la piena integrazione nel presbiterio anche
di chi ha scontato la pena secondo la giustizia canonica e quella civile. E le comunità, sovente
influenzate non solo dalla stampa laica ma anche da quella cattolica o dai siti cattolici (che
sembrano specializzati nella caccia e nella pubblicazione di notizie circa abusi sessuali), protestano
senza rendersi conto di assomigliare in tutto a quegli scribi e farisei che accusavano l’adultera
portata davanti a Gesù e giudicata da loro degna della morte. Sì, in questi tempi talvolta le comunità
hanno atteggiamenti che gridano vendetta al cospetto di Dio.
È per la loro responsabilità che è stato accusato un uomo di Dio come il cardinal Philippe Barbarin,
già arcivescovo di Lione, successivamente assolto ma troppo tardi. Roma stessa aveva recepito quel
brusio calunnioso che ostacolava il suo ministero episcopale. Sempre le comunità hanno fatto
dimettere l’arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, per un chiacchiericcio (che comunque
non riguardava una colpa morale!) e ultimamente sono le comunità alle quali si è aggiunta anche la
Conferenza episcopale francese che biasimano l’arcivescovo di Tolosa, monsignor Guy André
Marie de Kérimel, per aver nominato cancelliere un prete giudicato e condannato vent’anni fa per
abuso sessuale. No, non sono d’accordo con questo neofariseismo che avvelena la vita ecclesiale.
Non dimentichiamo che anche alla chiesa di oggi Gesù dice: Voglio misericordia, non la giustizia da
farisei, la conoscenza di Dio piuttosto della rigidità della legge!
Gli abusi sessuali sui minori vanno certamente sanzionati dalla legge canonica e da quella civile e
occorre rendere inoffensivo chi si è macchiato di tali crimini, ma anche il peccatore più infernale ha
accesso alla misericordia di Dio che si fa carne e si fa prassi nella chiesa. Una chiesa senza
misericordia è un’assemblea settaria, non la chiesa del Signore Gesù Cristo!

in che mani siamo!

 

Trump, re d’Israele

di Raniero La Valle
in “Prima Loro” del 17 novembre 2025

 trascriviamo qui di seguito la lettera con cui Trump il 12 novembre scorso ha chiesto a Herzog la
grazia per Netanyahu, che è sotto accusa dei tribunali israeliani, perché essa dice più di molti
discorsi sull’attuale stato del mondo:

“Caro Signor Presidente Isaac Herzog,
È un onore per me scriverle in questo momento storico, poiché insieme abbiamo appena assicurato
una pace che è stata cercata per almeno 3.000 anni. La ringrazio, e ringrazio tutti gli israeliani,
ancora una volta per la vostra ospitalità gentile e calorosa, e affronto un tema chiave del mio
discorso alla Knesset.
Mentre il Grande Stato di Israele e l’incredibile Popolo Ebraico superano i tempi terribilmente
difficili degli ultimi tre anni, la invito a concedere piena grazia a Benjamin Netanyahu, che è stato
un Primo Ministro in tempo di guerra formidabile e decisivo, e ora sta guidando Israele verso un
tempo di pace, che include il mio continuo lavoro con i principali leader del Medio Oriente per
aggiungere molti altri paesi agli Accordi di Abramo che stanno cambiando il mondo.
Il Primo Ministro Netanyahu si è mantenuto saldo per Israele di fronte a forti avversari e a
probabilità sfavorevoli, e la sua attenzione non può essere deviata inutilmente.
Pur rispettando assolutamente l’indipendenza del sistema giudiziario israeliano e le sue esigenze,
credo che questo “caso” contro Bibi, che ha combattuto al mio fianco per molto tempo, incluso
contro il nemico molto duro di Israele, l’Iran, sia una persecuzione politica e ingiustificata.
Isaac, abbiamo stabilito un grande rapporto, per il quale sono molto grato e onorato, e abbiamo
concordato fin da quando sono stato insediato a gennaio che l’attenzione deve concentrarsi
finalmente sul riportare a casa gli ostaggi e concludere l’accordo di pace.
Ora che abbiamo raggiunto questi successi senza precedenti, e stiamo tenendo Hamas sotto
controllo, è tempo di lasciare che Bibi unisca Israele concedendogli la grazia e ponendo fine alla
guerra legale una volta per tutte.
Grazie per la sua attenzione a questa questione.
Cordiali saluti,
Donald J. Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America.”

Questa lettera conferma, come avevamo scritto in un articolo per Rocca, poi non pubblicato, che il
piano di pace in 20 punti per Gaza lanciato da Trump in coppia con Netanyahu, aveva rivelato una
realtà gravida di molte implicazioni, e cioè che sta in America il vero governo dello Stato di Israele.
Si pensava fino ad allora che quella degli Stati Uniti fosse un’autorevole ma non determinante
influenza su Israele di un potente alleato: per esempio le raccomandazioni prudenziali di Biden
erano state disattese da Netanyahu dopo gli eventi del 7 ottobre. Ora invece si tratta di una vera e
propria sostituzione: Trump re d’Israele. Lo si era visto quando gli Stati Uniti, mettendosi al posto
di Israele bombardarono con i B-2 i siti nucleari iraniani, lo si è visto quando Trump ha deciso di
subentrare nel “lavoro” che Netanyahu non riusciva a finire a Gaza, pretendendo l’immediata resa
di Hamas senza nemmeno il disturbo di chiederglielo, per assumersi poi direttamente il governo di
Gaza o in alternativa per portare rapidamente a termine il genocidio e pervenire alla soluzione finale
della questione palestinese nel senso voluto da Israele; e lo si vede ora con la pretesa di una “piena
grazia a Benjamin Netanyahu”. Ma per quale reato? Per il banale reato, purtroppo frequente in
politica, di corruzione e profitto privato ossia, come dice Trump fuori onda, champagne e orologi?
Queste sono scemenze, questa è, scrive Trump, “una persecuzione politica e ingiustificata” ai danni
di uno che “è stato un Primo Ministro in tempo di guerra formidabile e decisivo, e ora sta guidando
Israele verso un tempo di pace”, insieme con me “per aggiungere molti altri paesi agli Accordi di
Abramo che stanno cambiando il mondo”.
Ebbene, la grazia che mette fuori gioco le procedure giudiziarie (e che Herzog per decenza non
poteva non opporre a Trump) è la massima espressione della “sovranità” dei Capi di Stato che
secolarizzando un concetto teologico, come dice Carl Schmitt, fa sì che essi non rispondano a
nessuno ed esercitino un’onnipotenza, su vita e morte dei sudditi, pari a quella attribuita alla grazia
di Dio. Rivendicando questo potere Trump si propone perciò come il vero sovrano d’Israele, tale da
restaurare una pace che mancando a suo dire da 3000 anni è evidentemente quella del regno biblico
di David. Ma a questo punto non è più in gioco solo la pace per Israele, gli Emirati arabi e il Medio
Oriente: è in gioco il compito, di conserva con Netanyahu, di “cambiare il mondo”, di dargli un
governo finalmente felice. Ciò, nella cultura e nella tradizione di Israele, in cui Trump si inserisce
come la vera guida lungamente attesa, vuol dire la realizzazione delle promesse messianiche, della
“Geulah” o redenzione del mondo che finora i rabbini avevano asserito dover essere opera non
mondana, ma divina, a costo di fare della vita ebraica una “vita vissuta nel differimento”. È il
sionismo della destra religiosa che ha attuato questa “forzatura” messianica nello Stato di Israele; è
questa l’elezione ufficialmente recepita e sancita nella legge fondamentale di Israele del 2018, che
riserva Gerusalemme e tutta la Palestina al solo Israele ed esclude una cittadinanza statuale e
politica (l’ “autodeterminazione”) per qualsiasi altro popolo che non sia il popolo ebraico; è questo
il sionismo politico che si è fatto le ossa col terrorismo dell’Irgun di Begin e dell’Haganah e che
Netanyahu ha fatto proprio e celebrato presentandosi all’Assemblea dell’ONU il 27 settembre
dell’anno scorso attribuendosi lo stesso compito di Mosè al suo affacciarsi alla Terra promessa,
quello di lasciare alle generazioni future la benedizione o la maledizione: cosa che il Primo ministro
israeliano fece presentando alla sbigottita assemblea delle Nazioni Unite due mappe, una con i Paesi
benedetti e l’altra con i popoli maledetti, musulmani od arabi, dall’Iran alla Siria all’Iraq,
addossando così a Dio stesso un improbabile mandato di sterminio; ed è questo il Netanyahu che “si
è mantenuto saldo per Israele” lanciando l’IDF (l’esercito di Israele) nel “lavoro” dell’eliminazione
dei palestinesi a Gaza, chiamandola “operazione carri di Gedeone”, il mitico “giudice” e
condottiero di Israele che ridusse i Madianiti in suo potere, benché non con carri (sottinteso
“armati”) ma con trombe e fiaccole, finendo poi nell’idolatria.
Dunque Trump si colloca al termine della linea messianica, ma non del messianismo sacerdotale o
profetico o apocalittico, bensì del messianismo regale e davidico, che inaugura “un tempo di pace”,
propiziato da una guerra condotta dal “grande Stato di Israele” in modo “formidabile e decisivo”,
una guerra che è un genocidio, ed è anche il vero crimine di Netanyahu per il quale è indagato dalla
Corte Penale Internazionale.
La pretesa della grazia a Netanyahu giunge dunque da parte di Trump sulle ali di una vera e propria
apologia del genocidio. E questo è il “cambiamento del mondo”, che viene annunciato: esso sta nel
passare dal “mai più” che l’umanità intera aveva proclamato dopo lo sterminio degli Ebrei, degli
Zingari e degli altri reietti compiuto dal nazismo, alla reintegrazione, normalizzazione e
omologazione del genocidio come ormai assimilato alla guerra e all’eccidio, non più come “danno
collaterale” dello stesso popolo “nemico”.
Giunti a questo punto, può la politica distrarsi, e parlare d’altro

divertimento criminale

cecchini per divertimento

di Tonio Dell’Olio
in “www.mosaicodipace.it”

Uccidere una persona, ovvero sottrarre una vita stroncando in un sol colpo tutti i suoi legami,
sentimenti, affetti, è sempre orribile. Ma quando questo avviene per “divertimento”, cioè per
provare il brivido della potenza suprema, non è tollerabile né per la coscienza, né per l’intelligenza.
Se le conclusioni dell’inchiesta sui “cecchini per divertimento” a Sarajevo (1993 – 1995) dovesse
confermare le accuse, ci troveremmo di fronte all’affermazione dell’orrore nella forma più bassa e
disgustosa. Come si può pensare di divertirsi stroncando un’esistenza? È solo con l’inchiostro della
violenza adorata come una dea che si può scrivere quell’orrore. E questo è possibile dentro al
contesto di una guerra che per definizione è considerata “la forma legittima della violenza”. In quel
contesto, pur regolato da trattati e convenzioni che vengono puntualmente ignorati, tutto è possibile:
anche divertirsi uccidendo come fosse un videogame. Ma poi – mi chiedo – che gusto c’è? Come si
fa a provare “divertimento” per la morte di uno sconosciuto? Solo una mente molto disturbata
potrebbe arrivare a tanto. Ma qui mi rispondono che l’inchiesta dimostra che i partecipanti a questa
macabra impresa sarebbero stati tanti e il profilo è di professionisti danarosi, simpatizzanti di
estrema destra, con la passione per le armi. E chissà, forse la radice del disturbo è proprio in questo
profilo.

il grido di M. Barros contro il tradizionalismo e il clericalismo

una nuova cristianità

il grido profetico di Marcelo Barros

il teologo della Liberazione ordinato prete dall’arcivescovo dei poveri dom Helder Camara denuncia il ritorno al devozionismo e propone una Chiesa sinodale, incarnata e aperta al mondo

 

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«La maggior parte delle parrocchie cattoliche in tutti i continenti esprime ancora un cattolicesimo devozionale, tipico dell’epoca delle nostre nonne».

Il giudizio, lapidario, è del monaco e teologo della Liberazione brasiliano Marcelo Barros (sul suo sito web le sue ultime pubblicazioni), ordinato prete nel 1969 dall’arcivescovo dei poveri dom Helder Camara. Alla combattiva e sempre interessante agenzia Adista, che dal 1967 segue le vicende cattoliche e religiose da Roma, Barros ha inviato una riflessione teologica che mostra quanto ancora stantia e ferma sia la teologia cattolica – e di conseguenza la pratica religiosa – in diverse parti del mondo. Come scrive Claudia Fanti in un articolo a commento di Barros, nonostante la riflessione teologica più avanzata si interroghi da tempo sulla possibilità di una religione senza dogmi, dottrine, gerarchie e pretese di verità assoluta, oggi la realtà ecclesiale è ancora lontana da tali prospettive di rinnovamento (leggi qui un approfondimento della RSI sul tema).

Il teologo brasiliano sottolinea come, paradossalmente, si sia verificata un’involuzione in molti contesti: «Nelle parrocchie e nelle diocesi in cui, alcuni decenni fa, si tenevano incontri di comunità ecclesiali di base e di circoli biblici oggi si celebrano solo novene ai santi, seguite dal rosario e dall’adorazione del Santissimo Sacramento». Questo ritorno a forme di devozione tradizionali, scrive Adista, sembra indicare una resistenza al cambiamento e un’incapacità di rispondere alle sfide della contemporaneità.

Barros evidenzia come il modello ecclesiale dominante sia ancora profondamente radicato nella logica della cristianità: «Le parrocchie e le diocesi continuano a essere organizzate secondo il modello della vecchia cristianità, con l’organizzazione interna della Chiesa che questo prevede e con la sua spiritualità e la sua missione». In questa visione, la Chiesa è ancora concepita come «sinonimo di gerarchia, una piramide al vertice della quale si trova il Papa, e in cui la sinodalità viene accettata solo nella misura in cui rimanga intoccabile il potere del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti».

Questa struttura gerarchica e piramidale ha conseguenze profonde sulla vita ecclesiale. Come afferma Barros, «il clericalismo persiste necessariamente, e non come un abuso del sistema ecclesiastico, come spesso denunciato da papa Francesco, ma, purtroppo, come espressione normale del sistema stesso». In altre parole, il clericalismo non è un’aberrazione, ma una caratteristica intrinseca del modello ecclesiale dominante.

Le conseguenze di questa impostazione sono molteplici e toccano vari aspetti della vita ecclesiale. Ad esempio, Barros sottolinea come sia impossibile «mettere in pratica la proposta di vivere una Chiesa in uscita, a partire dalle periferie del mondo, e organizzarsi sulla base della sinodalità». L’attuale struttura ecclesiale, infatti, non permette una reale apertura e un autentico coinvolgimento delle periferie esistenziali e geografiche tanto care a papa Francesco.

Un altro aspetto problematico evidenziato da Barros è la persistente separazione tra sacro e profano, che impedisce «che la proposta del regno divino come offerta per il mondo abbia una reale importanza». Questa dicotomia rende difficile per la Chiesa incarnarsi realmente nel mondo e rispondere in modo efficace alle sfide sociali, politiche ed ecologiche del nostro tempo.

Il teologo brasiliano critica anche il modo in cui vengono gestite le cosiddette «pastorali sociali» all’interno delle diocesi. Pur riconoscendo il diritto dei vescovi di organizzarle in modo che si orientino all’azione sociale trasformatrice, Barros nota che «se la stessa ecclesialità e la stessa missione sono ancora viste all’interno di una cultura di neocristianità, allora, nella vita quotidiana delle parrocchie e delle diocesi, le pastorali sociali appariranno ancora come qualcosa di esterno e secondario nella vita e nella missione della Chiesa».

Barros affronta anche il tema della spiritualità, sottolineando come il modello di cristianità influenzi profondamente il modo in cui viene vissuta la fede. «Le devozioni, le novene e la spiritualità proposte dalla maggior parte delle parrocchie hanno come fondamento e orizzonte una visione spirituale che separa il cielo dalla terra», afferma il teologo. Questa separazione tra sacro e profano impedisce una reale incarnazione del messaggio evangelico nella realtà quotidiana.

Il teologo brasiliano non si limita a criticare, ma propone anche delle vie di rinnovamento. Suggerisce di «rileggere il Concilio Vaticano II e la Conferenza Episcopale di Medellín che lo ha tradotto e aggiornato in America Latina, a partire da una Chiesa che sia comunione di comunità organizzate in modo sinodale, come minoranze abramitiche profetiche nella diaspora di un mondo laico». Questo approccio richiederebbe un superamento degli schemi e delle visioni ecclesiali della cristianità che ancora persistono.

Barros sottolinea l’importanza dell’ecumenicità, intesa non solo come dialogo interreligioso, ma come dimensione trasversale della fede che va oltre l’ecclesiasticismo. Questa apertura, secondo il teologo, potrebbe aiutare la Chiesa a rinnovarsi e ad assomigliare maggiormente al movimento di Gesù.

In conclusione, Barros invita a sostenere e rafforzare «questi cenacoli di resistenza, queste esperienze ecclesiali che vanno oltre la cristianità, in direzione della costruzione di un nuovo stile di Chiesa e di missione». Solo attraverso queste esperienze profetiche e innovative, secondo il teologo, la Chiesa potrà realmente rinnovarsi e rispondere alle sfide del mondo contemporaneo.

il commento al vangelo della domenica

NEGLI INVISIBILI, L’ETERNO
Lc 16, 19-31
il commento di E. Ronchi al vangelo della ventiseiesima domenica del tempo ordinario
C’era una volta un ricco… e un povero alla sua porta: inizio da favola antica.
Il ricco è senza nome, il povero ha il nome dell’amico di Gesù, Lazzaro. Uno è vestito di piaghe, l’altro di porpora.
Uno è sul tetto del mondo, l’altro è in fondo alla scala.
I due protagonisti si incrociano ma non si incontrano, tra loro c’è un abisso.
È questo il mondo sognato da Dio per i suoi figli? Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì. Non abita i riflessi della porpora ma le piaghe di un povero; non c’è posto per lui dentro il palazzo.
Forse il ricco è perfino un devoto, osserva i dieci comandamenti, e prega: “o Dio tendi l’orecchio alla mia supplica”, mentre è sordo al lamento del povero. Lo scavalca ogni giorno come si fa con una pozzanghera.
Di fermarsi, di toccarlo neppure l’idea: il povero Lazzaro è invisibile, nient’altro che un’ombra fra i cani.
Attenzione agli invisibili attorno a noi, vi si rifugia l’Eterno.
“Tra noi e voi è posto un grande abisso”, in terra come in cielo, dice Abramo. Il ricco poteva colmare il baratro che lo separava dal povero, e invece l’ha ratificato e reso eterno.
Che cosa scava grandi fossati tra noi, o innalza muri e ci separa?
Il ricco non ha fatto del male al povero, non lo ha aggredito o scacciato. Fa qualcosa di peggio: non lo fa esistere, lo riduce a un rifiuto, uno scarto, un nulla. Semplicemente Lazzaro non c’era, invisibile ai suoi pensieri. E lo uccideva ogni volta che lo scavalcava.
Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro.
Il sangue del male, la linfa oscura è l’indifferenza, il lasciare intatto l’abisso fra le persone. Invece «il primo miracolo è accorgersi che l’altro esiste» (S. Weil), e provare a colmare l’abisso di ingiustizia che ci separa.
Nella seconda parte della parabola la scena si sposta dal tempo all’eternità. Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto negli inferi.
L’eternità inizia quaggiù, sarà la lenta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Mente l’inferno è, in fondo, la dichiarazione che è possibile fallire la vita.
Perché il ricco è condannato? Per la ricchezza, i bei vestiti, la buona tavola? No, Dio non è moralista; a Dio stanno a cuore i suoi figli. Il peccato del ricco è l’abisso con Lazzaro, neppure un gesto, una briciola, una parola. Tre verbi sono assenti nella storia del ricco: vedere, fermarsi, toccare. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri.
Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida (1 Gv 3,15).
Ma “figlio” è chiamato anche lui, nonostante l’inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre: “Padre, una goccia d’acqua! Una parola sola per i miei cinque fratelli!”
E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita.
«Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)».
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