il vangelo letto da una roulotte tra i rom – la teologa Cristina Simonelli

guardare il Vangelo dalle periferie.

la scelta di vivere in roulotte con i Rom

a proposito di Vangelo, di centro e di periferia


Daniele Rocchetti

Per più di dieci anni ci siamo incontrati quasi ogni giovedì mattina per la redazione di Evangelizzare, allora una delle riviste di catechesi più significative. Ci era stata presentata come patrologa, studiosa e conoscitrice dei Padri della Chiesa, ma subito ci siamo accorti che le piacevano le incursioni sui temi di attualità ecclesiale. Ogni volta con uno sguardo acuto e divergente, mai scontato.
Sto parlando di Cristina Simonelli, dal 2013 presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane e docente di Storia della Chiesa e Teologia Patristica in diverse Istituti e Facoltà Teologiche. Con Cristina, dopo la fine della nostra comune avventura editoriale, ci siamo rivisti qualche volta: a Molte Fedi, per una meditatio a Fontanella, e a Bose, in un paio di convegni di spiritualità. Ho letto con piacere il bellissimo articolo che ha scritto sull’ultimo numero di “Donne Chiesa Mondo”, l’inserto dell’Osservatore Romano, dove racconta, da par suo, i suoi trentacinque anni di condivisione profonda con donne e uomini sinti-rom.

Mettere alla prova il Vangelo nelle frontiere

“Sono entrata in un campo rom a 20 anni, un po’ per caso e un po’ per sfida, e ci sono rimasta 35 anni. Volevo mettere alla prova il Vangelo, nelle sue frontiere: perché se funziona lì allora funziona anche al centro, pensai. Quando lo dissi a mio padre, lui mi rispose: «Se Dio non esiste, voi siete perduti»: io perduta non mi sono sentita mai.

E’ il racconto di una vita di una ragazza degli anni Settanta,

“asimmetrica, terzomondista, resistente e di quel femminismo respirato per cui ritenevo di non dover essere autorizzata da nessuno”

Trentacinque anni sono una vita, eppure, scrive,

“ho passato quei 35 anni come un giorno, come un’ora di veglia nella notte, citando il salmo. In un lembo di terra in cui, rifatte le mappe, la vita comune è possibile, promessa di più pacifici universi di vita e di pensiero.
Anche le frontiere della comunità ecclesiale avrei voluto abitare permanentemente, perché la chiesa è in se stessa profondità e frontiera, e studiando la storia delle donne mi resi conto che alcune figure femminili partivano corpo a corpo col Vangelo, come se fossero autorizzate dal Vangelo. Quando mi sono chiesta perché, mi sono risposta che alla donna accade ciò che accade alle minoranze, anche se minoranze non sono: ma è la marginalità imposta che le accomuna e tramuta la quantità (siamo maggioranza) in qualità (siamo ritenute secondarie). A volte sembra che le donne, come i rom, siano oggetti che la chiesa tratta e non soggetti ecclesiali con pieni diritti. Non è così: cambiamo l’idea di centro e di periferia e si vedrà che siamo soggetti a pieno titolo”.

I rom, la mia rosa

Certo, quando è partita erano gli anni del dopo Concilio, dell’entusiasmo di una fede che doveva essere “gridata con la vita”, che aveva i perimetri del mondo. Come è accaduto a tanti in quegli anni, Cristina voleva partire per l’Africa, ai rom non ci pensava ancora.

“Li vedevo per strada e mi colpivano per la loro estraneità e quella loro fierezza, ma niente di più. Ora, a chi mi chiede sempre e soltanto questo, la mia vita con i rom, rispondo, come faceva un’amica, con un brano di Saint Exupery: «Certamente un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola è più importante di tutte voi perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi e vantarsi o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa». Sì, loro sono la mia rosa.”

Il principio della mula. Quella di don Abbondio

E dunque la scelta di andare a vivere nel campo rom, ad abitare in una roulotte. Lì a poco a poco matura la scelta di studiare teologia.

“Anche nella teologia, tradizionale dominio maschile, sto bene ma mi sento pure un po’ fuori posto: è un mondo che mi consente di incrociare linguaggi diversi, persino molto stimolante, tanto da apparirmi una sorta di principio euristico, un modo di stare al mondo, di abitare la città e anche la chiesa, secondo il principio della mula: «La mula (…) pareva che facesse per dispetto a tener sempre dalla parte di fuori e a metter proprio le zampe sull’orlo; e don Abbondio vedeva sotto di sé, quasi a perpendicolo, un salto o, come pensava lui, un precipizio. “Anche tu — diceva tra sé alla bestia – hai quel maledetto vizio d’andare a cercare i pericoli, quando c’è tanto   sentiero”».

L’intolleranza e il razzismo coinvolgono anche le Chiese

“Ho calpestato queste terre, ho abitato questi mondi, per comprenderli. E ho condiviso la vita, le nascite, i matrimoni, le difficoltà, i pregiudizi. Sono loro, i rom ma soprattutto le donne, le romnia , le principali vittime della discriminazione; con loro e per loro attraversi un’altra frontiera che è quella del razzismo perché morte le streghe, morto l’antisemitismo, forse, sono rimaste le zingare rapitrici a nutrire le isterie di cui la società ha bisogno e di cui l’alterità interpretata come minacciosa è stata sempre ottima fornitrice. L’intolleranza e il razzismo non sono scomparsi, e coinvolgono anche le chiese.”

Un’idea diversa di centro e di periferia

Finito di leggere l’articolo, mi è tornata alla mente una battuta che mi fece una volta don Tonino Bello quando gli chiesi se non sentiva un vescovo “anomalo”. Mi rispose di no, soggiungendo subito che “bisogna poi vedere che cosa significa essere anomalo. Introdurre in casa i poveri per farli dormire d’inverno, è anomalo per un vescovo, o non è anomalo il contrario?” Come a dire che il Vangelo ha un concetto, diverso dal nostro, di centro e di periferia.
E da dove sei lo leggi e lo comprendi in modo diverso. Ricordiamocelo, noi che solitamente lo leggiamo dal centro e seguendo il buonsenso. Non è l’unico osservatorio e forse neanche il più privilegiato.

Lampedusa dopo sette anni: la cultura del benessere secondo papa Francesco

messa a 7 anni da visita a Lampedusa

il papa:

è Dio che ci chiede di poter sbarcare


7 anni dopo la sua visita nell’isola siciliana il Papa nella Messa a Santa Marta:

“La Libia è un inferno, un lager. Ci danno solo una versione distillata. Nessuno può immaginare cosa si vive lì”

 

è Dio “che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito, chiedendo di poter sbarcare”

Così si è espresso il Papa nell’omelia della Messa dedicata ai migranti, nel settimo anniversario della sua visita a Lampedusa.

“La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza”.

Sono passati sette anni dalla visita di papa Francesco a Lampedusa e da quella domanda rivolta all’umanità nella Messa celebrata al campo sportivo dell’isola nel cuore del Mediterraneo: «Dov’è tuo fratello?, la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi». Una domanda che risuona ancora oggi, dopo quel viaggio durato poche ore che però è considerato – come ricorda anche l’Osservatore Romano – in qualche modo “programmatico” per il Pontificato di Francesco. Lì, nella punta Sud dell’Europa, il Papa ha mostrato cosa intenda quando parla di “Chiesa in uscita”. Ha reso visibile l’affermazione che la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro. In mezzo ai migranti fuggiti dalla guerra e dalla miseria, ha fatto toccare con mano il suo sogno di una “Chiesa povera e per i poveri”. E ancora a Lampedusa parlando di Caino e Abele, Francesco aveva anche posto in primo piano l’interrogativo sulla fratellanza.
“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”: ha citato questo versetto del Vangelo di Matteo Francesco per sottolineare che questo vale “nel bene e nel male! Questo monito risulta oggi di bruciante attualità. Dovremmo usarlo tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza che facciamo tutti i giorni. Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti”. La Libia è un “inferno”, un “lager”, di cui “ci danno una versione ‘distillata’. La guerra sì è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione. E questa gente veniva soltanto con la speranza e di attraversare il mare”.

E nel finale l’invocazione alla Madonna: “La Vergine Maria, Solacium migrantium, ci aiuti a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra per tante ingiustizie da cui è ancora afflitto il nostro mondo”.

una teologa che si è formata tra i rom

Cristina Simonelli
la teologa che ha vissuto con i Rom

Ha scelto di studiare proprio grazie all’esperienza nell’accampamento e ci racconta: “Ho capito che le vite di tutti sono appelli di Dio e insieme aiutano a interrogare il Vangelo”. Per questo nei suoi studi continua a prediligere i “temi scomodi”

“Ultimi chi?” La teologa Cristina Simonelli presidente del Coordinamento teologhe italiane, ha vissuto dal 1976 al 2012 in un campo Rom, prima a Lucca, poi a Verona, e di approcci alla “questione Rom” ne ha incontrati di tutti i tipi. Per questo è molto critica sia verso l’atteggiamento di chiusura, “espresso anche da tanti preti e laici che condividevano quel disprezzo rispetto al quale papa Francesco ha chiesto perdono durante il viaggio in Romania lo scorso giugno”, sia verso il “buonismo”, “estremamente dannoso “, perché ancora una volta ha a che vedere con il guardare dall’alto in basso. “Le persone non vogliono la nostra compassione, ma la sua trascrizione nella simpatia e nella stima “, spiega Simonelli. Al campo non abbiamo mai lavorato “per”, ma sempre “con”, sia che si trattasse di dove posizionare le piazzole, che di questioni sanitarie o scolastiche”.

COMUNITA’ IN ROULOTTE

Cristina ha vissuto in comunità con altre laiche e un prete diocesano, costituendo il “Gruppo ecclesiale veronese fra i Sinti e i Rom”, con mandato del vescovo. In quegli anni e fino a poco tempo fa la pastorale dei Rom in Italia era condotta da un gruppo molto affiatato di uomini e donne, laici, religiosi e preti: tutte persone che vivevano in roulotte, con un referente nazionale (si sono succeduti don Mario Riboldi, don Francesco Cipriani, don Piero Gabella, don Federico Schiavon), pure provenienti dal mondo delle carovane. Era qualcosa di nuovo, di comunitario, ma con alle spalle spiritualità “provate”. “Venivamo da esperienze diverse, io dall’ambiente missionario, altri dal francescanesimo o dalla spiritualità di Charles de Foucauld, ma eravamo stati tutti formati dal concilio Vaticano II e dai movimenti terzomondisti e dell’America Latina. Era una stagione di grande fermento culturale, civile, politico, e anche di Chiesa. Credevamo fermamente che un altro mondo era possibile. Ma “l’evangelizzazione doveva partire dai piedi””.

VOCAZIONE PER LO STUDIO: TEOLOGIA E VITA, COSÌ CRISTINA SIMONELLI SE N’È INNAMORATA

Dopo dieci anni di vita al campo, gli amici della comunità propongono a Cristina gli studi di teologia. “All’inizio non ne volevo sapere. I teologi mi sembravano astrusi, sparatori di frasi astratte, lontani dalla vita reale nella quale io ero profondamente immersa. Poi la teologia mi ha conquistata, l’ho trovata un luogo di riflessione critica, di profondità, che andava molto d’accordo con quello che facevamo”.
Negli anni Ottanta lo studio teologico San Zeno di Verona incoraggiava la presenza delle donne. Cristina inizia come uditrice, poi studentessa a Verona e Firenze, quindi la laurea e il dottorato a Roma. Dal 1997 insegna Patristica a Verona e Milano. Un percorso insieme formativo, professionale e personale. “Sono credente da cristiana in senso ecumenico e praticante nella Chiesa cattolica. Sono convinta che fede ed esodo (il tema di un documento ecumenico del Gruppo di Dombes) vadano insieme. Dio è un Altro o un’Altra che per brevità chiameremo Dio, come ben si esprime la filosofa Luisa Muraro e ci attende, ci chiama, ci convoca sempre oltre, anche oltre i confini. Una nostra collega americana, Mary Boys, suggerisce che più si va in profondità nella propria appartenenza, alle radici spirituali, più i confini della separazione diventano sottili e trasparenti. La teologia aiuta a porre domande, a non scambiare piccole convinzioni con le grandi questioni del Vangelo. Ma non da sola: la vita, le vite di tutti sono appelli di Dio e insieme aiutano a interrogare il Vangelo, che può dare così gemme che in astratto non si trovano. La preghiera di tutto questo è il respiro, ma fatta corpo, fatta mani, fatta pane, sia nel rito che nella vita”.

DONNE E CHIESA

Sebbene lo spazio delle donne nella Chiesa rimanga una questione dibattuta, qualche passo avanti è stato fatto. “Premetto che, per quanto mi riguarda, la questione dei ruoli non è prioritaria. A me stanno a cuore più la pace, la giustizia, la possibilità di una vita migliore per tutti, anche dal punto di vista evangelico teologico: questa è per me la questione femminile, in primo luogo. Tuttavia, in questi miei quarant’anni di vita adulta, qualche cambiamento è avvenuto. Ne è prova la presenza sempre maggiore di donne teologhe. Dal 2013 presiedo il Coordinamento delle teologhe italiane (iniziato nel 2003 da Marinella Perroni) e anche quest’anno per l’assemblea ho mandato 150 convocazioni.
Cominciamo a essere un soggetto riconosciuto nella parola, anche se da qualcuno ancora guardato con sarcasmo. Siamo un gruppo ecumenico e le nostre socie hanno ruoli diversi nelle Chiese di appartenenza, molte sono pastore, mentre nella Chiesa cattolica non è in agenda neanche il diaconato femminile, perché è forte la resistenza di ambienti soprattutto clericali. Io credo che sia importante tenere aperto questo dibattito, focalizzandolo su che cosa impedisce che le donne possano essere ordinate diaconesse. Bisogna stanare i motivi di questa fobia. Papa Francesco sulla questione femminile ha scelto la via del discernimento, che probabilmente è un processo più radicale, ma è lungo. Una riforma istituzionale ormai va fatta: il Diritto canonico sul diaconato permanente degli uomini è cambiato, quindi può cambiare ancora. Lo spazio delle donne nella Chiesa non è un problema solo delle donne, ma di tutta la Chiesa”.

CRISTINA SIMONELLI SU GENDER E OMOFOBIA: NUOVE PAURE

Ma le fobie ai giorni nostri sono in aumento, e Cristina con i “temi scomodi” si sente a proprio agio. “Lavorando sul gender, rispetto al quale è stata montata una campagna totalmente fuorviante, mi sono scontrata con un odio nei confronti delle persone omosessuali, che se prima non era un mio tema, d’ora in poi lo sarà per sempre. La Chiesa prima o poi arriverà a chiedere perdono anche per l’omofobia dilagante. Ancora oggi il parroco che decida di approntare una pastorale Lgbt lo paga molto pesantemente “. Questo clima di odio, riflette, ha avuto un momento significativo nel Congresso di Verona dello scorso marzo che, “con i proclami a difesa della famiglia, mirava a rifare una “verginità cattolica” ad ambienti che si possono definire nazisti, finanziati da lobbies internazionali. Ma la realtà è diversa e migliore, e in molti abbiamo affermato che essere cattolici è un’altra cosa”.

CHI È LA TEOLOGA CRISTINA SIMONELLI

Esperta della Chiesa antica, Cristina Simonelli insegna Patristica, la branca della teologia che studia il pensiero dei padri della Chiesa, i grandi maestri dei primi secoli dell’era cristiana, su cui si fonda buona parte della dottrina. Tra i più importanti si ricordano: sant’Ignazio d’Antiochia, sant’Ambrogio, sant’Agostino e san Girolamo.

di Romina Gobbo
https://www.famigliacristiana.it/articolo/cristina-simonelli-la-teologa-che-ha-vissuto-con-i-rom.aspx

“sono morto così” – “non ri- e- sco – a – re – spi – ra – re”

un canto in memoria dell’afroamericano Floyd

mi chiamo George e sono morto così

 

 

 

Antonella Napoli

Sono confuso, ho paura, ho sbagliato.
Non dovevo usare quelle banconote false, ma ero disperato.
Sono seduto nella mia auto, so di essere nei guai. Li vedo dallo specchietto che si avvicinano.
Non mi muovo.
In quattro mi tirano fuori con la forza, mi spingono contro un muro, finisco a terra.
Quando mi rialzo mi strattonano, mi dicono che devo seguirli nella loro macchina, oppongo resistenza, mi trascinano via, cado di nuovo.
Sono agitato, in tre mi sono addosso. Uno di loro ha infilato il ginocchio tra la mia spalla e la testa. Mi schiaccia il collo, comincia a mancarmi l’aria.
Poco a poco i miei polmoni iniziano a buttare fuori quel poco che ne è rimasta in circolo.
Ho paura, ma soprattutto ho fame di ossigeno e comincio a supplicare…
Fermati, fermati. Non ho fatto niente di serio… Per favore, per favore, non riesco a respirare.
Per favore amico, per favore.
Non riesco a respirare.
Non ri- e- sco – a – re – spi – ra – re.
Non ho più la forza di dir nulla…
Non riesco a muovermi.
Ho finito l’aria.
Ho finito…
Mi sento schiacciato,
mi fa male il collo,
mi fa male lo stomaco,
mi fa male il petto.
Tutto fa male.
Mi stanno uccidendo.
Nell’ultimo anelito di vita mi sforzo, con ogni singola fibra, di ingoiare almeno un po’ d’aria.
Ma non ce la faccio.
La frequenza cardiaca e ormai fuori controllo, il cuore martella nelle orecchie. Il sangue é ormai saturo di anidride carbonica, le pupille sempre più piccole…
È buio. Forse sono morto, forse no… Anzi no perché sento un liquido caldo che bagna i pantaloni e scende lungo le gambe. Il tentativo di far entrare quell’ultimo milligrammo d’ossigeno nei polmoni ha fatto scoppiare il mio cuore.
Il mio cervello lentamente, troppo lentamente, inizia a spegnersi.
Nonostante ci abbia provato con tutte le mie forze a resistere si è spento tutto.
Sono morto.

George Floyd prima che una vittima di un abuso di potere, della violenza di un tutore della legge, era un essere umano, un figlio, un fratello, un marito, un padre. Che sia morto per asfissia o per gli effetti combinati dell’essere bloccato a terra dall’agente accusato del suo omicidio, delle sue patologie pregresse (coronaropatia e ipertensione) e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo, il suo decesso è stato provocato da quell’azione.
Per morire soffocato o riportare danni irreparabili, un adulto in buona salute impiega tra i 4 e i 6 minuti. George Floyd, un ormone di quasi due metri, ha resistito 9 minuti, 540 secondi con un ginocchio che gli schiacciava il collo mentre disperato continuava a dire che non poteva respirare.
E il suo aggressore non era un criminale comune. No. Era un poliziotto. O almeno questo diceva il suo distintivo. Invece questo individuo, che già per 12 volte aveva commesso delle violazioni, persino un omicidio in servizio, ha assistito alla sua fine con le mani in tasca. Eppure quello che stava morendo sotto al suo sguardo non era uno sconosciuto ma una persona con cui, quando non indossava ancora la divisa, aveva anche lavorato.
Un agente di polizia bianco che stava uccidendo un uomo nero sogghignando e guardando l’obiettivo di uno smartphone che immortalava per sempre quell’orrore.
Gruppo di presidenza, Articolo 21

J. Sobrino e la pandemia

 

cosa si pensa e come si parla di Dio nella pandemia
Jon Sobrino 

 da: Adista Documenti n° 24 del 20/06/2020

Il segretario generale delle Nazioni Unite ha dichiarato due mesi fa: «Questa è la sfida più grande che abbiamo affrontato dalla Seconda Guerra Mondiale». Quindi, secondo le sue parole, la maggiore crisi che ha avuto luogo sul pianeta in quasi un secolo. Il suo accento è caduto sulle vittime: «I più vulnerabili (donne e bambini, disabili, emarginati e sfollati) pagano il prezzo più alto. I rifugiati e altri sfollati per conflitti violenti sono doppiamente vulnerabili». E ha avanzato due richieste: «Mettere fine alla malattia della guerra e lottare contro la malattia che sta devastando il nostro mondo».

Affinché queste parole ci scuotano come dovrebbero, è bene ricordare che il numero di vittime della Seconda Guerra Mondiale è stato calcolato tra i 55 e i 60 milioni. E, per capire fino a che punto possa arrivare l’orrore di una pandemia – ovviamente sperando che ciò non avvenga –, bisogna considerare che, nel 1918-1919 la cosiddetta Spagnola causò almeno 50 milioni morti e circa 500 milioni di persone contagiate, un terzo della popolazione mondiale. La pandemia è un male particolare. È un orrore. In un primo momento può generare un timore paralizzante, ma, soprattutto, produce indignazione e dolore, ed esige l’impegno a trovare una soluzione finché non sia scomparsa del tutto. Non si deve dimenticare. E non produce alcun bene ignorare il suo orrore recitando il Padre nostro: liberaci dal male, libera nos a malo. Nel giorno in cui sto scrivendo, 15 maggio, nel mondo si riportano 4.477.351 contagiati, 303.389 morti, 1.606.796 guariti. In El Salvador 1.112 contagiati, 23 morti, 405 guariti. Nella stampa salvadoregna si legge in questi giorni: «Un milione e mezzo di persone protestano per non aver ricevuto i 300 dollari». «La miseria colpisce il centro di San Salvador ». «La quarantena porta le famiglie a chiedere cibo». «Negli ultimi quattro giorni sono state assassinate 19 persone». «Per la fine dell’anno si potrebbero perdere fino a 1.200 milioni di dollari». «A rischio 20.000 posti di lavoro». E così via. E soprattutto situazioni psicologiche di insicurezza totale, dolore senza consolazione, sfiducia paralizzante, separazione all’interno delle famiglie… Voglio terminare affrontando un tema di cui oggi penso che non si parli molto. È il tema di Dio, “la questione Dio”. Non è la questione della religione, né quella della Chiesa o delle Chiese. Neppure la questione di Gesù Cristo. Forse il lettore rimarrà sorpreso. Ma spero comprenda la mia decisione di parlare di questo tema, spero con onestà e lucidità e sicuramente con il desiderio che porti del bene. Farò, allora, alcune riflessioni su Dio, e più in concreto su come si sta pensando e si sta parlando di Dio oggi. E terminerò con una riflessione personale su Dio, anche in tempo di pandemia.

Una questione con una lunga storia

Nel corso della storia, in diverse culture e religioni, si è pensato a Dio in differenti modi. Ma l’esistenza del male, di qualcosa di cattivo o di molto cattivo, ha spesso condotto a pensare a Dio in maniera particolare. Certamente ciò è dipeso da catastrofi come Auschwitz o il terremoto de Lisbona. In tali riflessioni sorge solitamente quello che è stato chiamato il problema di Dio e che io, più pacificamente, definisco la questione di Dio. In qualunque caso, è Dio a venir fuori, ed è comprensibile.

Il tema è complesso e per nulla facile da trattare. Ma è importante rendersi conto ed essere coscienti di cosa ne è di Dio e di cosa resta di Dio in questa lunga storia di modi di pensare e di dibattere. A seguire, senza molte spiegazioni, mi fermerò a constatare i diversi modi in cui si è parlato e si parla di Dio soprattutto in tempi difficili. Il lettore noterà la grande varietà di modi di parlare e di pensare, che possono giungere anche a contraddirsi. Nel prossimo paragrafo, non esprimerò giudizi su questi modi diversi, mi limiterò a prenderne atto.

Un po’ di storia. Dov’è Dio, che fa e che non fa. Il terremoto di Lisbona

Avvenne nel 1755, producendo un’enorme distruzione. Nel ricordarlo, in questi giorni qualcuno ha scritto, e a mio giudizio non senza ragione, che quello di Lisbona «sarebbe stato solo un altro terribile terremoto… se non fosse che ebbe un impatto più sulle menti che sui corpi». In effetti, questo terremoto ha fatto sì che il pensiero razionale soppiantasse il dogmatismo più rigido. Non avvenne in maniera automatica. I pensatori cattolici dell’epoca (quasi tutti lo erano) seguivano le idee di Leibnitz, secondo cui, se compie la volontà di Dio, l’essere umano «vive nel migliore dei mondi possibili».

Se qualcosa va male in questo mondo, sarà stato per volontà di Dio, ma come castigo per il male commesso dagli esseri umani. Voltaire, tra gli altri, si oppose a questa giustificazione di Dio, a questa teodicea.

Il dilemma di Epicuro

Tornando al terremoto di Lisbona, l’implicazione più importante fu quella di interrogarsi su Dio con libertà, quale che fosse la conoscenza a cui tale libertà avrebbe condotto, con ciò sollevando un dubbio su Dio e, più concretamente, su un Dio al tempo stesso potente e buono. Si tornava così al dilemma attribuito fin dall’antichità a Epicuro, riguardo all’esistenza di un Dio che è buono, che non vuole il male e che ha il potere di evitare il male. Dinanzi a quanto avviene nel mondo, la conclusione obbligata sarebbe la seguente: “Se Dio è buono non è onnipotente. E se è onnipotente non è buono”.

Con questa logica Epicuro non dimostrava la non esistenza di Dio, ma poneva radicalmente in discussione attributi di Dio ritenuti evidenti per secoli: la sua onnipotenza e la sua bontà, il suo amore nei confronti degli esseri umani.

Nel corso della storia, grandi pensatori – come Tommaso d’Aquino con le sue vie per arrivare a Dio – hanno cercato di dimostrare l’esistenza di Dio, pur ammettendo i mali di questo mondo. E specificamente si sono sforzati di dimostrare che Dio non è responsabile di tali mali. Ora è sufficiente ricordarlo. La ragione rimane, o può rimanere, in pace. Ma può anche restare inquieta.

Terremoti, terrorismo e barbarie in tempi vicini

Nel 2002, su richiesta della casa editrice Trotta di Madrid mi posi, in un piccolo libro intitolato Terremoto, terrorismo, barbarie y utopía, l’interrogativo su dove sia Dio: alcune riflessioni – poi riproposte nel 2003 in un libro della Uca Editores – a proposito delle catastrofi che avevano avuto luogo in quei giorni. In El Salvador, il 13 gennaio del 2001, c’era stato un forte terremoto. A New York, l’11 settembre dello stesso anno, aveva avuto luogo l’attentato alle torri gemelle. L’Afghanistan viveva anni di terrorismo. E per onestà, con la speranza che pure vedevo, aggiunsi una riflessione sull’utopia.

La preghiera e l’eccesso di credulità

In Paesi come El Salvador, tanto in mezzo alle serie difficoltà della vita quotidiana come ora nella catastrofe del coronavirus, Dio è invocato assai spesso dai poveri e anche dai preti. Si chiede a Dio che ci aiuti, risani, conforti e consoli i contagiati e tutti coloro che sono in stato di bisogno. Gli si chiede anche di mantenere in forze, e in vita, quanti se ne prendono cura. E di premiarli.

Ma con o senza pandemia, penso che la questione della fede in Dio non venga solitamente affrontata come un problema importante. Più concretamente, nel mondo dell’abbondanza molti possono vivere tranquillamente senza occuparsi di Dio, del fatto che ci sia o meno. E, non ponendosi il problema, neppure si preoccupano molto di dimostrare la sua esistenza. Prima c’erano atei che si interrogavano sulla responsabilità di Dio nei mali di questo mondo, concludendo: “la giustificazione di Dio è che non esiste”. Ora non è più dato ascoltare tali ironie. Con o senza catastrofe, la teodicea, che letteralmente significa “giustificazione di Dio”, oggi non è più così importante. Né credo che se ne parli qualche volta nelle chiese, nelle aule dei seminari, nell’infinità di riunioni dell’infinità di movimenti delle Chiese.

Abbandono di Gesù sulla croce da parte di Dio

Personalmente, è da anni che non mi attraggono le liturgie che parlano molto del potere di Dio e che insistono ripetutamente e unilateralmente sulla sua bontà e sulla sua misericordia. In questi giorni abbiamo potuto ascoltare che Dio ci accompagna sempre, che possiamo sempre riporre in Lui la nostra speranza, che Dio non ci inganna mai.

Permettetemi una digressione. Nel Vecchio Testamento Dio ha potere, che usa solitamente a favore del popolo eletto e a volte contro di esso, se non si comporta bene. Molto spesso sconfigge i nemici di Israele, molti dei quali a volte vengono distrutti. Nel Vecchio Testamento però appaiono anche altri modi di procedere da parte di Dio. I canti del servo di Isaia presentano un Dio il cui potere non consiste nello schiacciare e il cui servo è portatore di salvezza non distruggendo l’avversario ma lasciandosi sconfiggere da esso.

L’abbandono di Dio

Alcuni giorni fa, nell’eucarestia celebrata da papa Francesco nella cappella di Santa Marta è risuonato il salmo 22 con il noto lamento: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », così come viene raccolto dal vangelo di Marco. Papa Francesco, a modo suo, ha affrontato tale questione nella sua omelia. E si è chiesto cosa faccia Dio dinanzi a tanta sofferenza.

Da molti anni ho l’impressione che nella teologia, nella liturgia e non so se anche nella pastorale, parlando della morte di Gesù, si sorvoli assai rapidamente sul racconto di Marco – e poi di Matteo – in cui Gesù muore con il lamento del salmo 22 sulle labbra. Con maggiore facilità si affronta il racconto di Luca, in cui Gesù muore recitando un altro salmo, più fiducioso, dicendo «nelle tue mani affido il mio spirito». E meno problemi offre il vangelo di Giovanni, in cui Gesù muore con una certa solennità, padrone di se stesso, dicendo: «tutto è compiuto». Di fatto, Gesù ha dovuto morire senza pronunciare parole, se non con un grido per l’asfissia provocata dal fatto di essere in croce. Grido che menzionano tutti i sinottici.

Penso anche che si parli con grande facilità del fatto che l’orrore della croce di Gesù esprima l’amore infinito di Dio. Il Padre ha sacrificato suo figlio Gesù, non lo ha risparmiato. E così siamo stati salvati. Poi lo ha esaltato e lo ha reso Signore per essersi consegnato a una morte in croce.

Dinanzi all’orrore della croce non mi pacificano queste affermazioni, né mi pacifica il riferimento alla resurrezione di Gesù come una specie di lieto fine. Con questa inquietudine dinanzi alla facilità con cui si evita di affrontare il tema di Dio e della croce, già molti anni fa scrissi un breve articolo sulla rivista Sal Terrae dal titolo “Il risorto è il crocifisso”. Il risorto è la dimensione trascendente e il crocifisso è quella storica. E sono più incline a intendere il trascendente partendo assai esplicitamente dallo storico che viceversa.

Queste riflessioni non sono di grande attualità, e non è facile, almeno per me, svilupparle. Ma non posso evitare di pormi tali questioni. Possono stranire o almeno sorprendere. Possono disgustare. Ma le pongo sul tappeto perché, in definitiva, l’inquietudine che possono produrre può generare a sua volta una pace diversa, maggiore, più calma.

Il Dio crocifisso di Moltmann

È il titolo di un libro di Jurgen Moltmann. Quando i gesuiti vennero assassinati alla UCA, portarono il cadavere di Juan Ramón Moreno nella mia stanza che era vicina, poiché io mi trovavo in Thailandia. Nel trambusto, dallo scaffale della mia stanza cadde il libro di Moltmann Il Dio crocifisso e rimase impregnato del sangue di Juan Ramón. Inviai a Moltmann una foto del suo libro insanguinato. Alcuni anni dopo venne a visitarci. Nella Sala dei Martiri si fermò a guardare il suo libro insanguinato, e terminò la sua visita nel Giardino delle rose, dove rimase a lungo.

Il grande contributo di Moltmann è quello di affermare che Dio è toccato dalla sofferenza. Lo ha dimostrato con audacia e – a mio giudizio – con sufficiente lucidità. Onnipotente o no, Dio è toccato dalla croce. E l’enigma della croce di Gesù non si chiarisce, non si trasforma in mistero, facendo appello alla resurrezione.

Precedentemente, Moltmann già era diventato famoso per un altro libro intitolato Teologia della speranza. Tuttavia, sotto l’impatto di un Dio crocifisso introdusse la croce nella sua teologia della speranza. «Non ogni vita è motivo di speranza, ma sì lo è la vita di chi per amore si è preso carico di una croce ». Personalmente, trovo assai illuminante questo modo di esprimere la speranza che proviene da Gesù.

Il Dio crocifisso di Dietrich Bonhoeffer

Al lettore di Carta a las Iglesias credo che Bonhoeffer non sia molto noto. È stato un pastore della Chiesa luterana e un grande teologo. È stato tra i primi a parlare di secolarizzazione ed è diventata famosa la sua frase che bisogna vivere etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Ed è stato un martire la cui figura appare ora sulla facciata della cattedrale di Westminster insieme a quella di monsignor Romero. Il 9 aprile si è celebrato il 75.mo anniversario della sua morte in un carcere di Berlino. Dopo aver partecipato a un complotto, fallito, per eliminare Hitler, Bonhoeffer fu arrestato e impiccato su esplicita richiesta di Hitler. In prigione, il 18 luglio del 1944, scrisse questi versi: «Gli esseri umani nel loro dolore arrivano a Dio, implorano aiuto, chiedono felicità e pane, che salvi dalla malattia, dalla colpa e dalla morte i loro cari. Questo lo fanno tutti, tutti, tutti, cristiani e pagani. Gli esseri umani si avvicinano a Dio nel dolore di Dio, e lo trovano povero, insultato, senza difese, senza pane, lo vedono vinto e morto per il nostro peccato, oh, Signore!».

I cristiani rimangono con Dio nella passione

Quando molti anni fa lessi questi versi in classe, scese un silenzio come non ne ricordo altri. Neppure quando ricordavo che Dio aveva resuscitato suo Figlio si creava un simile silenzio. Per parlare cristianamente della relazione tra le vittime e Dio, mi pare importante relazionare entrambe le realtà a una pericoresi, compenetrazione. Significa che bisogna porre Dio nelle vittime: divinizzazione delle vittime. E che bisogna porre le vittime in Dio: vittimizzazione di Dio.

La novità dei martiri della pandemia

Questa novità si rivela chiara soprattutto nel popolo crocifisso generato dalla pandemia, la quale non è derivata dalla volontà umana, ma dalla natura, come i terremoti. E le cui vittime possono superare in numero quelle di altre catastrofi prodotte della volontà umana. E tale novità è chiara anche nei martiri gesuanici, le persone che, per prendersi cura dei contagiati, soffrono disagi, stanchezza, problemi, malattia e morte: familiari, personale medico e infermieristico, religiose, preti, volontari e volontarie.

Solo un dato. In Italia la notizia del coronavirus ha cominciato a pesare sul clero il 15 marzo. Molti preti hanno iniziato ad aiutare i contagiati in diversi modi. In due-tre settimane circa 60 di loro sono morti. Personalmente mi ricordano san Luigi Gonzaga. Molti anni fa ce lo ponevano come modello di giovane gesuita per le sue virtù, insistendo sulla castità e sulla modestia. Anni dopo venni a sapere che era morto a Roma il 21 giugno 1591 a 23 anni per essersi preso cura dei malati di peste.

L’eredità dei martiri della pandemia

Penso che l’eredità di questi martiri sia la stessa di tutti gli esseri umani che hanno perso la vita innocentemente. Alcuni di loro, i martiri gesuanici, sono stati uccisi per essersi presi cura dei bisognosi, per aver difeso gli oppressi, le vittime della repressione. Tutti questi martiri proclamano l’ovvia verità di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i fratelli» (Gv 15,13). Il martirio si relaziona primariamente all’amore, e ai suoi derivati fondamentali. Oggi, alla giustizia e alla dignità. E si relaziona primariamente al sacrificio dei martiri, unificando nel modo migliore l’amare e il dare la propria vita. E in un’altra maniera ciò avviene anche con i popoli crocifissi. Ho scritto che in loro c’è stata una santità primordiale.

Come Dio passa per questo mondo. Passa con ciò che è insolito

In questi giorni di coronavirus l’ambiente religioso pullula di parole e di scritti su cose strane, su cose che non avvengono nella quotidianità: ricordi di apparizioni celesti, di uomini, donne, bambini e bambine, soprattutto, a cui è stato concesso di vedere e di fare prodigi impossibili al resto dei mortali. E non manca chi in questi giorni ha visto una luce tra le nuvole trasformata in una croce.

Qui in El Salvador, il 13 maggio, giorno della vergine di Fatima, una sua immagine ha percorso il territorio nazionale in elicottero. Il tragitto si è prolungato per più di sei ore. Lo hanno organizzato gli Araldi del Vangelo. «Ci è sembrato interessante e speciale festeggiare, perché la Vergine benedica le persone contagiate e non contagiate di tutto il Paese». Il sacerdote responsabile ha espresso il desiderio che i salvadoregni ricevessero le loro benedizioni dal cielo e la cura miracolosa per questa malattia. Sembrano sognare e desiderare che Dio passi per questo mondo di pandemia come non lo ha fatto quando passò per questo mondo con Gesù di Nazaret.

«Con monsignor Romero Dio passò per El Salvador»

Ma il passaggio di Dio non è stato sempre visto in questa maniera esotica, bensì in un’altra assai diversa. «Con monsignor Romero Dio passò per El Salvador», disse Ellacuría. E spiegò molto bene ciò che voleva dire. «Monsignore fu un inviato, non un mero prodotto delle nostre mani. Diventò – non per tutti ugualmente – il grande regalo di Dio, e un regalo molto speciale». E proseguì: «I saggi e i prudenti di questo mondo, ecclesiastici, civili e militari, i ricchi e i potenti di questo mondo, dicevano che faceva politica. Ma il popolo di Dio, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i puri di cuore, i poveri con spirito, sapevano che tutto questo era falso. Mai avevano sentito Dio così vicino, lo spirito così evidente, il cristianesimo così vero, così pieno di grazia e di verità».

Permettetemi un’ultima digressione. Recentemente ho pubblicato un libro in cui ho parlato della mia oscurità dinanzi a Dio, negli Stati Uniti e in Germania, lunga circa dieci anni, senza trovare pace. Però, di ritorno a El Salvador, apparvero i poveri e apparvero i martiri, i martiri gesuanici e il popolo crocifisso. E Dio si affacciò. In questi poveri e in questi martiri Dio non si mostrò con evidenza, come un raggio di luce, né come la solidità della roccia. Tuttavia, con il permesso di san Giovanni della Croce, – e senza la sua altezza poetica – rimase in me «un non so che» che continua ad affacciarsi. Che si senta Dio così vicino, lo spirito così reale e il cristianesimo così vero, questa è l’eredità dei martiri. Questa è l’eredità di coloro che sono vissuti e sono morti come Gesù. Ed è l’eredità del popolo crocifisso che vive più poveramente di Gesù.

Con pandemia o senza pandemia, con questi uomini e queste donne, con il nostro fratello Romero, Dio passa per El Salvador.

contro il cardinale Viganò – lettera di suor A. Potente

lettera aperta a monsignor Carlo Maria Viganò

Siamo profondamente indignate per le parole che lei, cristiano e vescovo, ha espresso in appoggio al presidente Trump, fautore di una politica che, in questi ultimi mesi, si è mostrata sempre più discriminatoria e violenta, sia nell’emergenza sanitaria, sia in questi ultimi fatti di razzismo.

Ci sembra che usare le Scritture per giustificare la politica violenta del presidente Trump è come dare le “perle ai porci” secondo le parole evangeliche: Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe (cfr. Mt 7,6). Il linguaggio che lei usa nel suo messaggio al presidente degli Stati Uniti (vedi lettera del 7 giugno 2020) per noi donne, cristiane e religiose domenicane, ci allibisce ma allo stesso tempo ci provoca a prendere le distanze e a denunciare l’ambiguità del suo pensiero e della sua posizione; trattandosi inoltre, di un linguaggio dualista e discriminatorio.

Non ci rassegniamo a pensare che un membro del Magistero della chiesa cattolica possa usare le Scritture per sostenere tale politica che va contro ogni principio evangelico. Avevamo già deplorato la sua richiesta di dimissioni di papa Francesco, ma ora ci sembra una vera e propria bestemmia usare il termine biblico “figli della luce” per dichiarare che Trump e anche lei e tutto il suo entourage, siete vittime di particolari complotti ecclesiali e sociopolitici. Negare l’evidenza di questi ultimi avvenimenti razzisti da parte di membri della polizia, appoggiati e difesi dallo stesso presidente Trump, lo reputiamo contrario al vangelo. I figli della luce, di cui lei tanto parla, sono coloro che nella luce camminano, vedono e con parresia denunciano ciò che vedono.

Sulle labbra di Gesù di Nazaret, dei suoi primi discepoli e discepole, non si è mai trovato beati i forti, i prepotenti, gli oppressori, ma beati gli umili, i miti, gli amanti della giustizia e della pace, pur nella precarietà della condizione umana e storica. Non riusciamo a comprendere come lei possa dimenticarsi di questo messaggio ed estrapolare il linguaggio giovanneo di luce e tenebre, per appoggiare un governo così violento come è l’attuale governo degli Stati Uniti. Violento in parole (basta vedere i messaggi del presidente Trump negli ultimi giorni) e in opere. E questo non solo all’interno degli Stati Uniti ma anche nella politica mondiale, nei rapporti internazionali, persino nel volersi appropriare di un vaccino che come ogni metodo di cura, dovrebbe essere patrimonio dell’umanità. Siamo davvero allibite, ma allo stesso tempo siamo fiduciose che questi rigurgiti di razzismo, che lei attribuisce -facendo una grande confusione- ai figli delle tenebre, non trovino spazio nell’animo umano e soprattutto in quello di donne e uomini che soffrono. Noi, donne religiose ci sentiamo davvero “figlie di Eva”, ma non secondo la metafora usata da lei. Anzi, pensiamo che certi atteggiamenti, così come il linguaggio che lei usa, non sono alimentati dai figli di Eva come lei dice, ma da una mentalità omofoba e dunque discriminatoria, come mostra il Presidente Trump da lei appoggiato. Sappia che anche noi preghiamo per Trump e per il suo Paese, ma non con la stessa intenzione da lei auspicata. Noi preghiamo come donne di fede, con le stesse parole che la vera tradizione biblica ci ha insegnato: chiediamo di collaborare perché gli umili e non i ricchi vengano esaltati; chiediamo che non esistano più potenti e prepotenti che umiliano e che distruggono la speranza dei popoli. Quindi preghiamo anche per Trump e anche per lei che dice di sostenerlo. Sia chiaro però, che noi stiamo dalla parte dei più deboli e oppressi certe che solo a loro è stata rivelata la sapienza che i dominatori di questo mondo non hanno potuto conoscere (cfr 1 Cor 2,8)

“non posso respirare” – la testimonianza di frei Betto

nel mio Brasile non posso respirare

Frei Betto


sono state le ultime parole di George Floyd: “non posso respirare”. Neanch’io. Non posso respirare in questo Brasile gettato nell’ingovernabilità da militari che minacciano le istituzioni democratiche

 

l’articolo che segue è uscito sulla Folha di S. Paulo. L’autore, teologo, scrittore e politico brasiliano, nel 2003-2004 è stato consulente speciale del presidente Lula e coordinatore della mobilitazione sociale del Programma Fame Zero

Sono state le ultime parole di: “non posso respirare”. Neanch’io.

Non posso respirare in questo Brasile gettato nell’ingovernabilità da militari che minacciano le istituzioni democratiche e esaltano il golpe del 1964, che ha instaurato 21 anni di dittatura; lodano torturatori e miliziani, praticano scambi di favori, un “ prendi là – dammi qua”, con i famigerati politici corrotti dell’ala centrista; imitano in modo ostentato i nazisti; danneggiano simboli ebraici; complottano in riunioni ministeriali per agire in contrasto con la legge; usano parolacce negli incontri ufficiali come se fossero in un covo di gente di malaffare; prendono in giro chi osserva i protocolli di prevenzione della pandemia e scendono in strada indifferenti ai 30.000 morti e alle loro famiglie come per festeggiare una così grande mortalità.
“Non posso respirare” quando vedo la democrazia asfissiata; la Polizia Militare che protegge i neofascisti e attacca chi difende la democrazia; il presidente più interessato a rendere disponibili armi e munizioni più che risorse per combattere la pandemia; il Ministero dell’Educazione diretto da un semianalfabeta che minaccia di replicare “la notte dei cristalli” dei nazisti, afferma pubblicamente di odiare i popoli indigeni e propone di imprigionare i “vagabondi” del Supremo Tribunale Federale.
“Non posso respirare” nel vedere i comandanti delle Forze Armate restare in silenzio davanti a un presidente squilibrato che non nasconde di avere come priorità di governo la sicurezza propria e dei suoi figli, tutti sospettati di crimini gravi e di complicità con assassini professionisti.
“Non posso respirare” davanti all’inerzia dei partiti cosiddetti progressisti, mentre la società civile si mobilita in potenti manifestazioni di indignazione e per la difesa della democrazia.
“Non riesco a respirare” di fronte a questa comunità imprenditoriale che, con l’occhio ai profitti e indifferente alle vittime della pandemia, preme per l’immediata apertura dei suoi affari, mentre i letti d’ospedale sono pieni e le tombe raso terra si moltiplicano nei cimiteri come gengive sdentate di Tanatos.
“Non riesco a respirare” quando, in Brasile e negli Stati Uniti, i cittadini vengono picchiati, arrestati, torturati e assassinati per il “crimine” di essere neri e, quindi, “sospetti”. Mi manca il fiato quando vedo João Pedro, un ragazzo di 14 anni, che perde la vita in casa sua, colpito alla schiena da un fucile mentre gioca con gli amici. O i fattorini dei pacchi che vengono assassinati da agenti di polizia che ci considerano imbecilli nel provare a cercare una spiegazione per la morte di così tanti civili inermi.
“Non riesco a respirare” quando penso che il crimine barbaro commesso contro George Floyd si ripete ogni giorno e rimane impunito per non avere una macchina fotografica in grado di cogliere in flagrante simili omicidi. O nel vedere Trump, dall’alto della sua arroganza, reagire alle proteste anti-razziste minacciando di ridurre al silenzio i manifestanti con l’accusa di terrorismo e con l’intervento dell’esercito.
Come posso dare ossigeno alla mia cittadinanza, al mio spirito democratico, alla mia tolleranza, nel vedermi circondato da imitatori del Ku Klux Klan; generali che si improvvisano ministri della salute nel pieno di una tragedia sanitaria; manifestanti che infrangono, impuniti, la legge sulla sicurezza nazionale; e la Borsa che sale, mentre migliaia di bare scendono nelle tombe che accolgono le vittime della pandemia?
Ho bisogno di respirare! Non lasciare che soffochino la società civile, i media, la libertà di espressione, l’arte, i diritti civili, il futuro di questa generazione condannata a vivere in questo presente nefasto.
Respiro però quando leggo quello che lo stilista Marc Jacobs ha postato su Instagram dopo che uno dei suoi negozi è stato distrutto dalle proteste a Los Angeles: “Non lasciate mai che vi convincano che i vetri rotti o i saccheggi sono violenza. La fame è violenza. Vivere per strada è violenza. La guerra è violenza. Bombardare la gente è violenza. Il razzismo è violenza. La supremazia bianca è violenza. L’assenza di assistenza sanitaria è violenza. La povertà è violenza. Contaminare le fonti d’acqua per il profitto è violenza. Una proprietà può essere recuperata, le vite no”.
Faccio miei i versi di Cora Coralina: voglio “più speranza nei miei passi che tristezza nelle spalle”.

la paura del coronavirus e la vita che ricomincia

dalla paura alla riflessione, dalla lacerazione alla riconciliazione e all’abbraccio
i sinti a Lucca e il terrore del coronavirus visto da vicino

Erano giorni durissimi, quei giorni di marzo quando arrivavano su tutti i telegiornali e programmi televisivi notizie e immagini preoccupanti di una epidemia che acquisiva le dimensioni di una pandemia, che poteva coinvolgere tutti, ma proprio tutti, ‘democraticamente’.
Ognuno di noi stava spesso con orecchi e occhi spalancati al televisore per cercare indicazioni onde evitare di esserne coinvolti.
Anche al Campo Nomadi di Lucca cominciavano ad arrivare le prime notizie di tanti ‘positivi’ e anche morti nella stessa Lucca, i casi si moltiplicavano e possibili focolai venivano indicati in zone vicine e poco frequentate.
E’ in questo contesto di ansia, perplessità, speranza, ma più spesso paura (e anche incubi e rincorsa alle spiegazioni più fantasiose o comunicazioni whatsApp tendenti a scaricare l’ansia con video denigratori verso lontani ‘colpevoli’ … ) che scoppiò come un grande fulmine … a cielo molto cupo la notizia che ‘una del campo’ era risultata positiva da un casuale tampone fattole una decina di giorni prima all’ospedale per un ricorso al pronto soccorso per tutt’altri motivi.
“Una di noi è positiva”, “i nostri bambini sono in pericolo”. Anzi: “una di noi è l’ ‘untore’, anzi il traditore che non ci aveva detto nulla del tampone …!”.
Quando qualche giorno dopo arrivò la notizia della positività al coronavirus anche del marito la tensione raggiunse il culmine, ognuno si chiuse nella propria campina con animo non proprio sereno.


Al telefono e su whatsapp venivo continuamente informato della loro ansia e c’era chi più preoccupato di altri cercava di coinvolgere anche me (“non credere di cavartela facilmente”, o come a dire: “mal comune mezzo gaudio” nel senso che in compagnia si porta meglio anche la croce) nel proprio destino, ricordandomi che nei giorni precedenti ero io stesso in mezzo a un grande gioco di comunità che aveva visto pressoché tutti protagonisti, l’uno vicinissimo all’altro, ad agitarsi e a gridare per il desiderio di vincere ciò che era in palio, e … non era proprio lontano da noi, anzi dava manforte anche colei che ora era indicata come la colpevole ‘untrice’ che volutamente (ma non è vero!) aveva nascosto il suo stato di positività agli altri, peraltro tutti parenti.
Tutti noi con evidente e comprensibile ansia contavamo i giorni che lentissimamente trascorrevano (consolati solo dal verificarci tutti asintomatici) … i giorni comunque trascorrevano tra il primo tampone positivo e una quarantena ‘a quella maniera’ e il secondo tampone finalmente negativo … il profondo respiro di sollievo e il grande senso di nuova possibile speranza bilanciò quel fulmine a cielo cupo che aveva tutti fulminato, e da lì in poi è stato più facile per tutti scorciare distanze, dialogare in modo pur sostenuto ma più positivo, esercitare maggiore comprensione e accettare ragioni che in situazione surriscaldata era pressoché impossibile.

Appena ci è stato possibile (magari interpretando in modo un po’ estensivo le norme di convivenza in tempi di coronavirus) un altro gioco di comunità ha visto ancora tutti coinvolti e rappacificati e rassicurati, capaci di superare tranquillamente anche un’altra paura, quella conseguente alla fuga di notizie che su un organo locale di informazione di estrema destra aveva segnalato un focolaio attivo e pericoloso al Campo Nomadi. I primi commenti in internet a tale notizia non lasciavano infatti ben sperare e i sinti esprimevano apertamente la paura che una qualche ‘spedizione’ di gage potesse venire al Campo con intenzioni non proprio costruttive. Alcuni gage infatti su facebook avevano commentato che forse sarebbe stata la volta buona per fare sparire i sinti da Lucca. Nei giorni seguenti una vecchia conoscenza cui non sono proprio simpatico per l’amicizia dei sinti mi incrocia per strada e mugolando tra sé e sé, ma non troppo sottovoce, lascia intendere la sua delusione: “accidenti, è ancora vivo … !”.
Se al Campo Nomadi più vicino a me il tempo del coronavirus è stato vissuto in questa atmosfera comprensibilmente drammatica, alimentata anche dalle immagini che venivano dalla televisione (i famosi camion militari pieni di cadaveri … ), tutto sommato però è stato vissuto in modo riflessivo e ragionevole, occasione di vero, ancorché sofferto, dialogo che coniugava paura e speranza, riflessione e fede, domande profonde sul perché di ciò al di là di ricostruzioni mitologiche e un’esigenza di cambiamento di stile di vita rispetto a quello delle manipolazioni e della violenza sulla natura, perché alla fin fine quest’ultima, violentata e repressa, “ci presenta il conto”.
In altre presenze di Sinti a Lucca, più orientate in senso ‘spiritualistico’, ‘intimistico’ e miracolistico perché alimentate ad una spiritualità ‘pentecostale’, ‘evangelista’, o addirittura ‘apocalittica’ alla ‘Radio Maria’ non pochi ripetevano continuamente che si trattava chiaramente di una punizione di Dio per i troppi peccati, aperti però anche all’addolcimento della terminologia, nel senso che – coi tempi moderni – apparendo forse troppo forte quella della ‘punizione’, sicuramente debba trattarsi almeno di una ‘ammonizione’ o ‘avvertimento’ o ‘avviso’ dall’Alto.
Non ho mai esercitato la confessione per telefono, ma nei mesi scorsi a motivo di un’atmosfera così apocalittica non pochi sinti , anche lontane conoscenze o comunque lontani da Lucca mi hanno chiesto di poter ricevere l’assoluzione al telefono perché “non si sa mai … !”.
Questo mi ha fatto più volte riflettere sui contenuti di una ‘evangelizzazione’ che troppo spesso si ammanta di novità perché capace di utilizzare nuovi strumenti ma il più delle volte veicola concezioni punitive e negative di Dio allontanandosi molto dalla rivelazione evangelica.
La esperienza più positiva in questo nero periodo di coronavirus credo di averla comunque vissuta col gruppo di sinti che più da vicino mi ha coinvolto, anche nel rischio di contrarre e condividere col loro l’infezione.
C’è stata schiettezza umana fatta di paura, ansia, tensione, parolacce, pure, ma anche volontà di capire, di riflettere, di dialogare (quanto hanno viaggiato i vari strumenti di messaggistica compreso whatsapp!) per emergere da tale paura e gestirla ragionevolmente…e devo confessare che segretamente pensavo dentro di me che se proprio avessi dovuto correre qualche rischio a motivo di questo, averlo corso in solidarietà a coloro che sono ormai da tempo diventati compagni di viaggio, condividere cioè il comune destino, non mi avrebbe disturbato poi troppo.
Ultimamente, nel benedire le tombe di tre loro defunti che in tutto questo periodo non c’era stato modo di farlo, tra una parola scherzosa e l’altra con cui tutti cercavano di esorcizzare il pericolo scampato e il passato di trepidazione, nell’affermare che loro sono sinti e hanno comunque gli anticorpi per combattere anche i virus peggiori perché abituati a vivere – a diversità dei gage – una vita intera a contatto con la natura lungo un fiume, diversi mi hanno puntualizzato che se io stesso ne sono uscito bene si deve al fatto che … “stai coi sinti”.
Chissà che questo non abbia un’anima di verità?

l’umanità perduta nella la violenza istituzionale – ecce homo

George Floyd: l’umanità persa nella violenza

di Eletta Cucuzza 

 da: Adista Documenti n° 24 del 20/06/2020

 L’uccisione di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis ripropone la sempiterna questione sull’umanità degli umani. Come combattere questa disumanità? Con l’educazione alla nonviolenza attiva, risponde il teologo spagnolo José Arregi nell’accorata riflessione comparsa su Redes Cristianas, e riportata qui perché «una scintilla di umanità» brilla in ogni essere umano e perché «siamo uno, e solo insieme ci possiamo salvare»

 

Ecco l’uomo!

di José Arregi

 da: Adista Documenti n° 24 del 20/06/2020

 

Minneapolis (Stati Uniti), 25 maggio 2020, 8 e 20 di sera. Un uomo di colore è legato, sconfitto, buttato a terra, e il suo collo è schiacciato dal ginocchio forzuto di un ufficiale di polizia bianco in uniforme. Ecco l’uomo. Sono due, sono uno? Sono nemici, sono fratelli? Ecco l’uomo, nella sua gloria e nella sua rovina, nella sua dignità e nella sua umiliazione, nella sua grandezza e nella sua miseria.

«Non riesco a respirare, amico, per favore», ansima l’uomo nero, se sa ancora con chi sta parlando o se è un uomo cui sta parlando. Un povero ansimante implora un povero prepotente ancora più povero, perché implorare è più dignitoso e più umano che schiacciare. Mentre l’ufficiale di polizia tiene il ginocchio sul collo dell’uomo nero, i suoi due compagni guardano la scena masticando gomme. «Mamma!», si sente dire in un sospiro l’uomo di colore che cerca il riparo dell’utero benedetto da cui sarebbe stato meglio se non fosse mai uscito nelle tenebre di questa umanità. Non era armato, non ha cercato di fuggire. Aveva superato il coronavirus, aveva perso il lavoro. Forse il suo crimine è aver comprato un pacchetto di sigarette con soldi falsi? No, è più serio il suo crimine, molto di più. Il suo crimine è essere nero. Ogni giorno un uomo nero disarmato viene ucciso dalla polizia negli Stati Uniti. «Non riesco a respirare»: fino a 16 volte l’ha ripetuto l’uomo di colore prima di morire asfissiato. È stato ucciso. Si chiamava George Floyd, aveva due figlie e una bellissima nipotina di 6 anni. Forse ha potuto alleviare il momento ultimo del suo soffocamento ricordandole tutte e tre, mentre chiamava sua madre. Quattro donne sostengono la sua vita nel terribile esodo, come quelle cinque donne nel libro biblico dell’Esodo che salvarono Mosè. Ma da sole non sono bastate a salvare George né basteranno per riportarlo in vita, né per impedire che questa povera specie umana muoia di affissia o perché nasca veramente e risusciti tutti i morti, incluso l’assassino, la cui vera umanità, libertà e coscienza erano già morte molto prima che il suo ginocchio strangolasse la vittima. Solamente tra tutti potremo salvare l’umanità, e la salveremo solo quando sapremo che tutti siamo uno, incluso l’assassino.

Anche l’assassino? La vastissima reazione popolare statunitense e l’impatto mediatico planetario – tutto tanto ambiguo ed effimero, ma è lì che l’umanità lotta per nascere – hanno indotto il procuratore ad accusare la polizia di omicidio di secondo grado (omicidio preterintenzionale) in cui, tuttavia, c’è intenzionalità. Così potrà essere condannato all’ergastolo, così l’ordine verrà ripristinato, così si restaurerà la giustizia, così si salveranno le apparenze, così tranuillizzeremo la nostra coscienza. E continueremo allo stesso modo.

Così non salveremo l’umanità. Cos’è l’umanità? È essere umile, libero, fratello. È compassione, attenzione, cura. Salvare. Respirare e dare respiro, ricevere e dare animo. L’umanità è humus, argilla, terra animata dal Respiro vitale. L’argilla è la stessa e il respiro è lo stesso. Siamo uno, e solo insieme ci possiamo salvare. Non salveranno l’umanità gli ordini dettati da Donald Trump ai suoi governatori tramite videoconferenza, per soffocare le proteste: “Dovete dominare. Se non dominate, starete perdendo tempo. Avranno la meglio e sembrerete un branco di coglioni. Dovete arrestare la gente, giudicarla e che vadano in carcere per molto tempo”. Ecco il potere, l’umanità soffocata boccheggiante. Non salveranno l’umanità tutti i dolori del mondo, né il potere, né la repressione, né la carcerazione – per quanto perpetua possa essere: più carcere meno umanità – né l’odio, né la vendetta, né nessuna violenza istituita dal potere o ispirata dal rancore. E non predico il buonismo o la permissività irresponsabile o un qualche tipo di tolleranza verso l’ingiustizia e il disordine accertato. Non è questo.

Credo nella nonviolenza attiva, nella resistenza non violenta e nel potere dell’educazione, dell’intelligenza, della scienza, della coscienza educata dalla compassione spirituale e politica. Credo che «nessuno nasce odiando un’altra persona a causa del colore della sua pelle, della sua origine o della sua religione» (Nelson Mandela). Credo nel potere della bontà. Credo nella bontà di George Floyd e credo che ha perdonato il suo assassino con tutto il cuore. Sinceramente credo di non essere migliore del suo assassino. Credo nella scintilla di umanità che brilla nel suo profondo come nel mio, e che vorrebbe nascere, rinascere, lasciarsi perdonare e dare la mano e continuare a camminare. E questo significa per me “credere in Dio”, cioè crearlo creando noi stessi più umani.

Matthias Stom, Ecce homo (1630-1650), Rijksmuseum, Amsterdam – foto [ritagliata] di Frans Pegt tratta da Picryl

«non è neri contro bianchi, è tutti contro i razzisti» – la potenza di una fotografia

la potenza di una foto quando l’uomo aiuta l’uomo

portare sulle spalle uno che sta dimostrando contro di te, perché è rimasto ferito. L’icona più bella del ‘sopportare’, del portare il peso dell’altro, dell’essere umano

di Caterina Soffici
in “La Stampa” del 15 giugno 2020


Una fotografia, talvolta, è più potente di qualsiasi parola. Questo è uno di quei casi.
Questa immagine è stata scattata a Londra, vicino a Trafalgar Square, dove gli attivisti di Black
Lives Matter, che sfilano per chiedere il rispetto dei diritti dei neri, vengono attaccati dai
manifestanti dell’estrema destra, che rivendicano la supremazia dell’uomo bianco.
Nell’agone di questi giorni concitati, da quando George Floyd è stato ucciso sotto il ginocchio del
poliziotto bianco, il colore della pelle sembra essere il motore che ha mosso il mondo, il vortice
intorno al quale tutto ha ruotato. Bianchi contro neri, neri contro bianchi, tafferugli con gli agenti
della polizia, tutti contro le statue, tutti contro tutti.
Questa foto sembra fermare il tempo e rimettere un valore al centro della scena: non è il bianco
contro il nero o viceversa, ma l’uomo che aiuta l’uomo, a prescindere dal colore della pelle. Eppure,
paradossalmente è proprio il colore della pelle dei due che ne fa una foto simbolo: il gigante nero si
fa largo tra la folla, si carica sulle spalle il razzista ferito e lo porta in salvo.
Questa fotografia ferma il tempo e scrive una parola che avevamo dimenticato: umanità. Pietà per
l’altro uomo, anche se sulla carta è il mio nemico. Indulgenza. Fratellanza. Tolleranza. Parole che
paiono dimenticate, e che pure sono l’essenza stessa del nostro essere umani, ciò che distingue
l’uomo dal mostro.
Nello sguardo del gigante nero, che poi si scoprirà risponde al nome di Patrick Hutchinson ed è un
personal trainer, c’è la determinazione di chi sa di fare la cosa giusta. Non ha il mantello del
supereroe, non è superman, è semplicemente un uomo che fa il suo dovere. Anche se l’altro è dalla
parte sbagliata e lui sa di essere dalla parte giusta, perché è lì per recriminare i propri diritti violati,
per protestare perché la comunità nera è tra quelle più colpite dal virus in termini di morti e che lo
sarà in termini di crisi economica, non ci pensa due volte: sgomita nella ressa e si espone per
recuperare l’uomo a terra che rischia di essere schiacciato, quindi lo deposita ai piedi della polizia.
Poteva abbandonarlo al suo destino. Occhio per occhio, dente per dente. Ma Patrick Hutchinson non
è un Maramaldo, non sferra il colpo finale all’uomo morto. E’ il cavaliere valoroso. Il suo gesto
richiama le gesta dell’eroe nell’iconografia classica.
Questo è ciò che dice la foto. E già basterebbe.
In serata Patrick Hutchinson aggiungerà una didascalia all’immagine che già fa il giro dei social
media e diventa virale. Sono le sue parole: «Oggi abbiamo salvato una vita». E sotto l’hashtag
#BlackLivesMatter aggiunge: «Non è neri contro bianchi, è tutti contro i razzisti». Poi aggiunge, in
una intervista all’emittente televisiva Channel Four: «Se gli altri tre agenti di polizia che stavano in
piedi quando George Floyd è stato assassinato avessero pensato di intervenire e di impedire al loro
collega di fare quello che stava facendo, George Floyd oggi sarebbe ancora vivo. Voglio solo
l’uguaglianza per tutti noi. Al momento, la bilancia non è in equilibrio, voglio che le cose siano
giuste per i miei figli e i miei nipoti».
Queste parole completano il messaggio. Ma la foto parlava già da sola.

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