il vero problema dell’Africa non sono gli africani ma le multinazionali

il problema non è aiutarli a casa loro

è liberare casa loro

e restituire il maltolto

ecco come le multinazionali

sottraggono all’Africa miliardi di dollari

aiutarli a casa loro

 

.Le multinazionali sottraggono all’Africa miliardi di dollari

 Secondo il nuovo rapporto Oxfam rilasciato in data odierna [2 giugno, ndt], intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”(1), 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all’Africa nell’arco dell’anno 2010, grazie all’utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte. Tale cifra, è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau, tutti Stati in cui è presente l’ebola. Le scoperte dell’Oxfam arrivano in corrispondenza dell’imminente partecipazione dei leader politici ed economici al 25° World Economic Forum Africa, che si terrà in Sudafrica.

Il tema principale dell’incontro sarà come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. E’ necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano – tra l’altro, è necessaria per affrontare l’estrema povertà e disuguaglianza – e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica.

L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi, la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si terrà a luglio in Etiopia. La conferenza di Addis Abeba stabilirà le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni; questa è un’opportunità per i governi, affinché inizino a elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo.

Winnie Byanyima, direttore esecutivo internazionale dell’Oxfam, ha dichiarato: “L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute, dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente”.

Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata trade mispricing – nella quale una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione. Con le corporate tax rates che hanno una media pari al 28% in Africa, ciò equivale a 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse.

Il trade mispricing è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tassazioni. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali.

Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane. Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone, raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale.

Byanyima ha aggiunto: “I leader africani non devono assistere inerti all’approvazione del nuovo sistema di tassazione globale, cosa che dà alle multinazionali la libertà di scansare i loro obblighi di pagamento delle tasse in Africa. I leader politici e d’affari devono mettere da parte la loro importanza, innanzi alle richieste, sempre più insistenti, di una riforma del sistema di tassazione internazionale. Le nazioni africane, devono introdurre un approccio più progressivo e democratico alla tassazione – incluso un appello alla parola ‘fine’ per le esenzioni dalle tasse per le compagnie straniere”.

Gli attuali meccanismi internazionali volti a superare l’evasione fiscale, come il processo BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), controllato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)(2) per il G20, lasciano aperte enormi “vie di fuga” per le tasse, che le multinazionali possono continuare a sfruttare in tutto il mondo in via di sviluppo. Molte nazioni africane sono state escluse dalle discussioni sulla riforma del BEPS e, come risultato, non ne trarranno alcun beneficio.

 

Originale: http://fahamu.org/node/1911

https://www.oxfam.org/sites/www.oxfam.org/files/world_economic_forum_wef.africa_rising_for_the_few.pdf
2 Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) [così nominata a livello internazionale, ndt]

va eliminato non il povero ma la povertà

si vuole rimuovere chi «disturba»

eliminare la povertà non gli ultimi


Camillo Ripamonti
invece di colpire la povertà, sii eliminano gli ultimi, sempre più criminalizzati. Sii spara a zero, in modo indiscriminato, su chi salva vite nel Mediterraneo. E’ la cultura dello SCARTO, che genera I muri e, come vediamo dalle cronache quotidiane, tantissime manifestazioni di razzismo, violenza, intolleranza..
 

Alzi la mano chi non desidera una città in cui il trasporto pubblico sia efficiente e continuativo, una città in cui l’inquinamento non sia una presenza con cui convivere. Una città in cui un lavoro sia un diritto e non un privilegio. In cui i nidi siano una possibilità accessibile per tutte le famiglie, in cui la scuola di tutti non abbia bisogno di donazioni periodiche di carta igienica e matite colorate, in cui prenotare un’ecografia in un servizio pubblico non richieda 6 mesi di attesa, in cui chi arriva da un altro Paese non per turismo possa immaginare percorsi di integrazione e non di abbandono.

Tutto lascia intendere però che viviamo in un Paese in cui le politiche sociali non rappresentano una priorità, in cui la noncuranza, la superficialità, l’immobilismo limitano fortemente l’accesso delle persone a servizi basilari che diventano sempre più un privilegio. Oggi sembrerebbe che chi ha la responsabilità di guidare il nostro Paese abbia deciso di partire dalla sicurezza e dal decoro. E allora quello che non si riesce a ottenere attraverso politiche sociali serie che si mettano al passo di chi è più fragile e svantaggiato lo si risolve allontanandolo dalla vista (per decoro) o voltando la faccia e dicendo che il problema non esiste perché non esiste chi rimane indietro, e forse dopo tutto, per alcune categorie (senza dimora, migranti carcerati), è un po’ colpa loro se rientrano nella cultura dello scarto. Pensiamo nei giorni scorsi a Roma e Milano.

Assolutamente in linea con questo ragionamento è parso ovvio che la povertà, la cultura dello scarto, si risolve allontanando i poveri dalla nostra vista. Milano e Roma in quelle occasioni hanno mostrato il loro aspetto peggiore, quello più debole, anche se si è mostrato il lato forte, l’aspetto muscolare: quanto di più lontano c’è dalla città in cui vorremmo vivere. Quanta distanza, quanto stridore tra quello che vorremmo e quello che ci sta accadendo, o meglio, quello che la politica ci sta offrendo. Aveva ragione papa Francesco quando, nell’udienza generale del 5 giugno 2013, lanciava l’allarme: «La persona umana è in pericolo: questo è certo, la persona umana oggi è in pericolo, ecco l’urgenza dell’ecologia umana! E il pericolo è grave perché la causa del problema non è superficiale, ma profonda: non è solo una questione di economia ma di etica e di antropologia».

Abbiamo la responsabilità di eliminare la povertà e le sue cause: sbagliato e pericoloso pensare di poter eliminare dalla vista fisicamente i poveri, e nel caso dei poveri migranti eliminarli proprio fisicamente abbandonandoli nel mare (anche delle polemiche) o nel deserto. Non si può eliminare chi non ci piace, chi puzza, chi dà fastidio, frutto dell’odierna cultura dello scarto. Un povero «che muore non è una notizia, ma se si abbassano di dieci punti le Borse è una tragedia! Così le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti». L’unico modo per ottenere la decorosa armonia di vita cui tutti ambiamo è trovare soluzioni, alternative, che accrescano ogni giorno di più la gamma dei diritti esigibili dal maggior numero possibile di persone. Occorre tornare all’idea che il godimento dei diritti civili sia sciolto da vincoli di cittadinanza intesa come una cittadinanza escludente. I diritti ineriscono l’uomo e tutto l’uomo.

A noi servono politiche e politici che si occupino dei nostri diritti, non misure di facciata che colpiscono chi è più debole. Chiediamo risposte (questa è democrazia, non solo i clic o le primarie), non accontentiamoci di sentirci dire che prima viene il decoro poi verrà il resto… perché tutto il resto è molto più urgente. La politica dimostri prima di tutto che sa adempiere alla missione che le compete: lavorare per la felicità e la dignità dei cittadini, di tutti. Eliminare gli ultimi non risolverà nessuno dei nostri problemi, Si farà spazio solo a nuovi ultimi. Oggi sono gli immigrati e i senza dimora, domani a chi toccherà?

*sacerdote, presidente Centro Astalli Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Italia

Barcellona controcorrente vuole accogliere i rifugiati e i profughi

il caso Barcellona, città controcorrente

«stop ai turisti vogliamo i rifugiati»

di Sara Gandolfi
in “Corriere della Sera”

«No al turismo di massa, Barcellona non è in vendita»

«Basta scuse, accogliamo ora i rifugiati»

Due slogan, due manifestazioni , una città che da sempre va fieramente controcorrente. Centinaia di migliaia di persone — 160 mila per la polizia, 500 mila secondo gli organizzatori — hanno partecipato sabato alla marcia di solidarietà che ha attraversato il centro della capitale catalana, reclamando il rispetto degli impegni presi dal governo di Madrid

In base all’accordo europeo raggiunto nel settembre 2015, la Spagna avrebbe dovuto aprire le frontiere a 17.337 persone; ne ha accolte finora appena 1.034. Pure la Catalogna, che ne ospita 471, aveva però promesso di accettarne 4.500. E sono in buona (anzi, cattiva) compagnia: secondo i dati diffusi dalla Commissione a inizio mese i Paesi Ue si sono suddivisi solo il 7% dei 160 mila richiedenti asilo arrivati in Grecia, Italia e Turchia. La voglia di marcare la propria differenza da Madrid è un «vizio» storico di Barcellona, dai tempi della guerra civile degli anni Trenta al recente referendum separatista.

Ma se da un lato la piazza catalana spalanca le braccia ai derelitti del mondo, perché «nessuno è illegale», dall’altro si chiude verso chi arriva dalla «ricca» Europa, magari su volo low-cost, in cerca della movida della Rambla. Solo tre settimane fa, il più famoso «paseo» della città si è colorato di ben altri slogan e striscioni. Migliaia di persone hanno sfilato per «ri-conquistare le nostre strade», contro l’«invasione guiri», come son chiamati in Spagna i turisti. Affitti sempre più cari, antichi caffè sfrattati per far posto ai megastore dell’abbigliamento, ristoranti specializzati in paella de-congelata e sangria annacquata. I motivi per ribellarsi sono tanti e a volte anche molto diversi: c’era chi urlava contro la costruzione dell’ennesimo hotel di lusso e chi difendeva il mercato di quartiere.

Ma c’è un nemico comune: la «turistificación». La sindaca Ada Colau gongola. Ex attivista anti-sfratti, alleata di Sinistra Unita e Podemos, si è fatta paladina di entrambe le battaglie. «È molto importante che in un’Europa incerta dove cresce la xenofobia, Barcellona diventi la capitale della speranza», ha detto mettendosi alla testa della manifestazione pro-rifugiati. Con parole altrettanto decise ha dichiarato guerra al «turismo selvaggio». Dopo aver imposto uno stop a nuovi hotel in centro (in città ne aprono 10-12 all’anno), il Comune sta studiando un sostanzioso aumento delle «imposte per i cittadini temporanei», ossia per quei 34 milioni di turisti (contro 1,6 milioni di cittadini permanenti) che ogni anno scelgono di visitare Sagrada Familia e Palazzo Güell. «Barcellona non sarà una nuova Venezia», ha avvertito la alcalde Colau.

la vita è in pericolo anche per quelli che fuggono dai disastri della natura

i rifugiati fantasma senza diritto d’asilo “salviamo chi fugge dai disastri naturali”

I rifugiati fantasma senza diritto d’asilo: "Salviamo chi fugge dai disastri naturali"
popolazione in fuga dopo un’inondazione 
Ogni anno sei milioni di persone emigrano a causa dei disastri ecologici. Gli esperti: “Saranno 250 milioni nel 2050, è l’emergenza del secolo”

di VLADIMIRO POLCHI

Sei milioni di persone fuggono ogni anno dalle proprie case. Sono profughi “fantasma” senza tutele, né protezioni. Li chiamano “rifugiati ambientali”: uomini e donne invisibili alle leggi e alle convenzioni internazionali, vittime di calamità naturali e cambiamenti climatici. Entro il 2050 saranno 200-250 milioni. Peccato che la Convenzione di Ginevra non riconosca loro lo status di rifugiato: così oggi chi scappa dalla guerra può chiedere asilo, chi fugge da fame o sete resta senza diritti.

I numeri sono impressionanti: secondo il Centre for research on the epidemiology of disasters, negli ultimi 20 anni sono state distrutte da catastrofi climatiche 87 milioni di case. Le migrazioni ambientali sono in gran parte migrazioni interne: solo nel 2015 il numero di sfollati per calamità naturali è stato 19,2 milioni in 113 diversi Paesi. L’ultimo caso è quello della Lousiana: nelle alluvioni del mese scorso sono state distrutte 60mila case. E i senzatetto sono stati più di 7mila.

I rifugiati ambientali sono stati di recente anche al centro dell’attenzione del Papa: “I cambiamenti climatici contribuiscono alla straziante crisi dei migranti forzati. I poveri del mondo, i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono i più vulnerabili e ne subiscono gli effetti “, ha detto Francesco due settimane fa in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato.

Lo straordinario aumento di sfollati e profughi, fra l’altro, è dovuto anche a conflitti scatenati da politiche di appropriazione di risorse. Dal dopoguerra a oggi, ben 111 conflitti nel mondo avrebbero tra le proprie radici cause ambientali.

A questo popolo invisibile è dedicato il convegno internazionale “Il secolo dei rifugiati ambientali?”, organizzato da Barbara Spinelli, a Milano il 24 settembre (registrazione su rifugiatiambientali@ gmail.com). “Sono rifugiati ambientali quelli che sono costretti a fuggire da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche – spiega Spinelli – come lo sono coloro che fuggono dalla desertificazione e dal collasso delle economie di sussistenza in seguito a crisi dell’ecosistema attribuibili a cause naturali o attività umane: land grabbing, water grabbing, processi di “villaggizzazione” forzata, che negli anni Ottanta causarono la morte di un milione di persone per carestia in Etiopia, e ancora inquinamento ambientale, smaltimento intensivo di rifiuti tossici, scorie radioattive risultanti da bombardamenti”.

L’appello per una nuova Europa

Il pericolo? È che questo popolo resti “trasparente” agli occhi delle leggi internazionali: né la Convenzione di Ginevra, né il Protocollo aggiuntivo del 1967 riconoscono lo status di rifugiato a chi fugge a causa di catastrofi ambientali. Svezia e Finlandia sono gli unici Paesi europei ad aver incluso i profughi ambientali nelle rispettive politiche migratorie nazionali. Secondo le principali ong, tra le azioni da intraprendere resta centrale il riconoscimento giuridico. “Questi flussi si aggiungono a quelli causati da guerre, persecuzioni politiche, religio- se o etniche, e talvolta vi si sovrappongono in modo inestricabile – sostiene ancora Spinelli – è pretestuoso e miope considerare queste popolazioni in fuga da condizioni invivibili alla stregua di migranti economici, tuttavia è esattamente ciò che fa la Commissione europea con il cosiddetto “approccio hotspot”, che istituisce due categorie di migranti: i profughi di guerra, ai quali viene riconosciuto il diritto di chiedere protezione internazionale, e i migranti economici da rimpatriare automaticamente senza aver seriamente esaminato le eventuali loro legittime domande di asilo e senza concedere loro la possibilità di ricorso in caso di respingimento”.

Per il politologo francese, François Gemenne (tra i relatori del convegno), “che le migrazioni indotte dal clima costituiscano in futuro un fallimento o un successo, dipenderà non solo dall’impatto climatico, ma soprattutto dalle scelte politiche che facciamo oggi”.

due bambini sono il segno del nostro fallimento ma riusciranno a salvare le nostre coscienze?

con Aylan e Orman abbiamo fallito

di Niccolò Zancan
in “La Stampa” del 20 agosto 2016

Omran
Due bambini con i calzoncini corti sono il simbolo del nostro fallimento. Due bambini incredibilmente composti nel disastro del mondo. Aylan di tre anni su una spiaggia di Bodrum, le braccia lungo i fianchi, spinto indietro dal mare mentre cercava di scappare dalla guerra in Siria con la sua famiglia. E poi Omran, cinque anni, vittima della stessa guerra, seduto sul sedile di un’autoambulanza ad Aleppo con la faccia incrostata di sangue e gli occhi enormi. 2 settembre 2015, 18 agosto 2016. Due frammenti. La stessa storia.

Certe fotografie sbucano dal rumore di fondo e si impongono all’attenzione, diventano virali. Rimbalzano su ogni schermo del pianeta. Tutti devono vederle. Ma poi, dopo averle viste, condivise e commentate, dopo l’indignazione, cosa resta? Sarebbe sbagliato sostenere che quest’anno tutto sia rimasto uguale. Le cose possono anche peggiorare. Ed è quello che è successo. Secondo una stima sempre aggiornata per difetto, altri quattrocento bambini sono affogati nel Mediterraneo dopo Aylan, gli ultimi due ieri mattina.Aylan1

Erano su una piccola barca di legno carica di famiglie siriane. Essendo chiusa la rotta balcanica, erano passate dall’Egitto prima di pagare i trafficanti ed affidarsi al mare. Scappavano ancora dalla stessa guerra. Cercavano sempre di arrivare in Europa. Anche se nessuno vedrà quella fotografia, erano due bambine di 6 anni e di 5 mesi. La realtà ci lascia un passo indietro, sfugge continuamente. Mentre qualcuno su Twitter commentava la storia della famiglia di Omran scampato al bombardamento, altre bombe cadevano sulle case di Aleppo. Potevi imbatterti in un video in cui due medici tentavano di fare il massaggio cardiaco ad un ragazzino, steso sul pavimento dell’ospedale davanti ai suoi genitori. Puoi vedere tutto, ma non serve a niente. Anche la politica sta abdicando al suo ruolo.Aylan

Dopo Aylan c’era stato un profluvio di dichiarazioni. Ogni capo di Stato si era dichiarato sconvolto. Sembrava davvero che potesse cambiare qualcosa in Europa. Che la morte di un bambino in fuga da Kobane non fosse inutile, e quella foto simbolica potesse davvero incidere nella realtà. Invece è stato un progressivo sgretolarsi di parole ed intenzioni. Con l’incapacità di sentire il mondo profondamente, si è perso anche il potere di renderlo diverso. È stato l’anno del terrore moltiplicato in diretta, della morte esibita, della paura cavalcata, dell’emotività veloce, dell’assuefazione lenta. Nella quantità enorme di immagini che passano ogni secondo davanti ai nostri occhi, solo alcune ormai riescono ad imporsi all’attenzione. Sono immagini rare. Non spiegano la vita e neppure la morte, la mostrano. Questa è la loro forza. Sono drammatiche ma perfette, perché contengono l’orrore e l’innocenza nella stessa inquadratura. Come se avessero già al loro interno la risposta che serve. Eppure le fotografie di Aylan Kurdi e Omran Daqneesh forse salveranno le nostre coscienze, ma non stanno cambiando la Storia.

il culmine per l’ ‘anno della misericordia’ – quattro anni di carcere per esercitare la misericordia

migranti-immigrati

Il crimine del samaritano

Accoglienza

Identificati mentre distribuivano generi di prima necessità ai profughi

Rischiano quattro anni di carcere

Luigi Manconi

il manifesto

Alcuni volontari dell’associazione “Ospiti in arrivo” stavano distribuendo coperte e generi di prima necessità a profughi accampati nelle strade di Udine quando sono arrivate le forze di polizia per identificarli.
Per tre di loro – la presidente e la vice presidente dell’associazione e un interprete – è arrivato successivamente un avviso di garanzia e la loro iscrizione nel registro degli indagati relativamente al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

La notizia è di qualche giorno fa ma, a quanto si sa, la Procura di Udine già dal 2013 indagava a proposito dell’aumento del numero dei profughi in città, e della pressione esercitata verso la frontiera di Tarvisio (porta italiana della rotta balcanica dei migranti).

La causa immaginata dalla Procura udinese, a quanto pare, starebbe proprio nell’aiuto, e di conseguenza nell’incentivo, offerto dall’associazione “Ospiti in arrivo” ai richiedenti asilo.
Forte di questa brillante analisi geo-strategica, la Procura rivolge ai volontari l’accusa di aver fornito «indicazioni precise su come muoversi in Italia, in particolare per quanto concerne la procedura di riconoscimento dello status di rifugiato politico». Accanto a questa, la responsabilità di aver «invaso terreni e edifici privati»: si tratterebbe di strutture e aree abbandonate in cui i profughi si sono sistemati in qualche modo e in cui i volontari si recavano per portare aiuto e mezzi di sussistenza.

Infine, sempre secondo gli atti della Procura, il «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina» sarebbe avvenuto «a scopo di lucro». Dove per lucro qui si intende la richiesta di accreditamento nell’elenco delle associazioni destinatarie dei fondi del 5 per mille avanzata dalla stessa associazione “Ospiti in arrivo”. Richiesta che in Italia hanno presentato decine di migliaia di associazioni e, nella sola città di Udine oltre 200.
Per questa finalità, insomma, gli attivisti avrebbero «fornito il proprio numero di cellulare a svariati soggetti al fine di assicurarne la diffusione in capo ai clandestini che arrivavano a Udine o provincia, così venendo da loro contattati al fine di poterne poi organizzare il ricovero presso strutture o altro accogliendo e accompagnando circa trenta clandestini afghani presso la Caritas di via Treppo il 29 dicembre». Per questo reato, i volontari dell’associazione, ora potrebbero rischiare fino a 4 anni di carcere.

Di fronte a quel saggio di letteratura burocratica, così maldestramente assemblata, che vorrebbe motivare un pesante provvedimento giudiziario, qualsiasi persona sennata direbbe, come in una scena di teatro da camera: «trasecolo, signora mia». E, invece, non sono molti a trasecolare davanti a quello che appare come un tentativo di sanzionare penalmente ciò che rappresenta un doveroso obbligo che l’articolo 10 della Costituzione prevede e tutela. Tanto più che la Questura di Udine è tra le più lente d’Italia nell’espletare le procedure per la domanda di protezione umanitaria.

Vedremo quale sarà la decisione del Gip, ma intanto sulla piattaforma Change.org è stato lanciato un appello, a prima firma Loris De Filippo, presidente di Medici senza Frontiere, che in poche ore ha raccolto 5 mila sottoscrizioni.
Ma la domanda che questa vicenda pone è un’altra: cos’è diventato oggi il nostro paese? Come è mai possibile che l’atto antico e semplice del samaritano sia considerato nulla di diverso da un crimine? E che la sacrosanta attività di pronto soccorso e il tendere la mano per prestare aiuto possano essere scambiati per una fattispecie penale?

i frati cappuccini di fronte al problema dei profughi e rifugiati

  il programma dei cappuccini per i rifugiati a Malta

Ogni anno decine di migliaia di migranti e richiedenti asilo attraversano il Mar Mediterraneo nella speranza di raggiungere l’Europa. Molti di loro finiscono nella piccola isola, nazione, di Malta. Con una popolazione di 420.000, Malta è uno dei paesi più densamente popolati al mondo. In più la piccola isola, con più di 20.000 rifugiati ha uno dei numeri più alti di rifugiati procapite. Negli ultimi tre anni i frati cappuccini a Malta hanno ricevuto e accompagnato eritrei rifugiati

Molti di loro scappavano dalla povertà, dal regime totalitario e dalla mancanza di opportunità. Nel 2011 Tegle, uno degli eritrei rifugiati ha deciso di lasciare l’Eritrea e di cercare una vita migliore più sicura in Europa, proprio come avevano fatto diversi altri del suo villaggio. In primo luogo giunse in Sudan,poi affronta il rischio di un duro e infido viaggio attraverso il de-serto del Sara in direzione della Libia. “In Libia abbiamo avuto molti problemi, siamo stati messi in prigione, per essere rilasciati abbiamo dovuto corrompere i poliziotti, ciascuno ha dovuto pagare 1600 USD ai trafficanti per farci portare in Europa attraverso ìl mar Mediterraneo, alcuni sono morti nel mare” ci ha riferito Tegle. In risposta all’arrivo di molti migranti e alle difficoltà che essi incontrano, i frati cappuccini a Malta hanno iniziato un programma di sostegno ai rifugiati. Oltre a provvedere alle necessità di base, il programma prevede aiuto spirituale e psicosociale ai rifugiati. Fr. Philip OFMCap, il segretario delle missioni e il capo del programma mi ha spiegato gli obiettivi del programma che include l’assistenza spirituale ai rifugiati cattolici, provvedendo cure sanitarie, specialmente consulti psicosociali e educazione di base, come lezioni di inglese. Fr. Philip lavora con Vanja Vajagic, l’amministratrice del programma, originaria della Serbia. “Mi considero come un immigrante, perciò condivido il sentire dei rifugiati e la mia missione è supportarli nel loro viaggio”. Così ci ha riportato Vanja, consulente di casi di tossicodipendenza. “I rifugiati fronteggiano diverse sfide che includono la mancanza di lavoro, discriminazioni razziali, conflitti culturali, barriere linguistiche e solitudine. Questo li porta all’abuso di sostanze, comprese le droghe e l’alcool”. Nel recente passato molti rifugiati hanno perso la loro vita a causa della frustrazione. Tegle mi ha raccontato come uno dei rifugiati provenienti dall’Eritrea sono saltati da un ponte a causa della stanchezza e delle sofferenze. In questo caso il programma rifugiati dei cappuccini prevede un programma di consulenza trans culturale e un servizio di prevenzione dall’uso di droghe, con lo scopo di far integrare i rifugiati nella società maltese. I frati e Vanja sono sempre al servizio dei rifugiati. Qui ci sentiamo come una famiglia, apprezzati e curati dai frati cappuccini”, ammette Tegle, mentre mangiamo injera, nel pasto serale preparato da uno dei rifugiati della famiglia. Secondo il programma dei frati maltesi per i rifugiati, il santuario cappuccino a Floriana è stato eretto a parrocchia per i migranti. Ogni domenica vi si celebra la Messa. I rifugiati preparano e guidano la liturgia. “Questo è un grande onore per noi come cappuccini, essere riconosciuti come frati al servizio dei migranti da parte della diocesi” ha affermato il Ministro Provinciale, fr. Martin. “Nei tempi duri migliaia di maltesi e altri europei migravano verso il Nord America e l’Australia, i frati li seguivano per provvedere ai bisogni spirituali e alla cura pastorale. Ora i rifugiati stanno arrivando da noi, dobbiamo rispondere come frati di questi tempi, amare e prenderci cura di loro come se fossero nostri fratelli e sorelle, poiché questo è il nostro carisma di cappuccini francescani”. Martin e Philip hanno ringraziato la curia generale per aver supportato il programma sia a livello finanziario che fraterno grazie alla visita di Benedict dell’ufficio di Giustzia, pace e integrità del Creato.

foto di Frati Cappuccini Italiani.

parrocchie col presepe ma con le porte chiuse … per gli immigrati

porte chiuse agli immigrati

la solidarietà flop delle parrocchie

a tre mesi dall’appello di Papa Francesco solo poche centinaia di letti per i profughi

di JENNER MELETTI

 Porte chiuse agli immigrati: la solidarietà flop delle parrocchie

Viene subito in mente – sarà colpa delle luminarie – la poesia di Guido Gozzano. “La neve. Ecco una stalla. Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…”. Difficile, per Giuseppe e Maria, trovare un rifugio per la nascita di Gesù. Difficile – anche in questi giorni di nenie e presepi – per le famiglie di migranti trovare quell’ospitalità chiesta con forza – più di cento giorni fa, il 6 settembre – da Papa Francesco

“Ogni parrocchia – disse il pontefice all’Angelus – accolga una famiglia”. Non esiste un censimento ufficiale ma bastano pochi numeri per raccontare come sia stato e sia difficile, nelle 25.000 parrocchie italiane, rispondere all’appello. A Roma città (334 parrocchie) entro la fine di gennaio saranno accolti 170 migranti. A Milano (1.000 parrocchie perché la diocesi comprende anche Brianza, Lecco e Varese) sono a disposizione – o lo saranno presto – 400 posti letto. A Bologna su 416 parrocchie soltanto quattro hanno dichiarato la loro disponibilità. Assieme a cinque privati, due comunità religiose e due altri enti, nell’arcidiocesi bolognese sono offerti in tutto 30 posti letto. E nella quasi totalità dei casi l’accoglienza viene finanziata con i contributi delle prefetture.

Maria Cecilia Scaffardi, direttrice della Caritas di Parma, ammette le difficoltà ma ringrazia comunque il Papa. “Francesco ci ha obbligati a riflettere e ha messo in moto un grande processo di apertura. Anche noi ci siamo impegnati: una decina di parrocchie su 350 (che sono state accorpate in 56 “nuove parrocchie”) ci hanno detto che possono ospitare una famiglia di immigrati. Due di queste parrocchie comunque hanno deciso di accogliere famiglie italiane che erano state sfrattate. Per accogliere bene – questo il motivo del ritardo – non basta il buon cuore: serve professionalità. Non si tratta solo di trovare un appartamento o una canonica. Servono persone capaci di guardare negli occhi le altre persone. Se pensi solo a un tetto e a un letto, rischi di trasformare l’accoglienza in un concentrato di esclusione”.

il racconto di una storia infernale

Profughi, incinta di 9 mesi sul barcone. Storia di Salem: “Vi racconto l’inferno di Asmara”

di ZITA DAZZI

Il centro delle suore di San Siro ha accolto Salem, 20 anni, e sua figlia Bethlem che oggi ha 25 giorni. “Grazie per l’accoglienza, ma ora parto di nuovo, voglio raggiungere mio fratello in Inghilterra””Non pensavo a niente in mezzo alle onde. Non pensavo a mio marito, né a mia mamma, né alla mia casa, né al mio Paese, che non vedrò mai più. Pensavo solo che dovevo arrivare in Italia. Avevo nausea, e avevo paura, certo. Tenevo stretta la mano di mia nipote e gli occhi chiusi per non vedere. Poi a un certo punto abbiamo sentito delle voci in una lingua che non capivo, ho guardato davanti al nostro barcone e ho visto una nave grande, di ferro. Un uomo con le mani grandi mi ha messo un salvagente arancione e una coperta addosso. Poi non ricordo più niente. Non so dove ho partorito, non so chi mi ha aiutato. A un certo punto mi hanno dato in braccio Bethlem, mia figlia, il mio amore”.

Conosce poche parole di inglese e nessuna di italiano, Selam, che nel Duemila aveva cinque anni. E se anche capisce le domande, non ha tanta voglia di raccontare da dove viene e perché. “Paura”, è l’unico vocabolo che pronuncia bene. Ma a sua figlia Bethlem, 25 giorni di vita, continua a cantare una ninna nanna in tigrino, una nenia che scioglie il cuore anche a chi non capisce il significato della canzone.

Selam è arrivata col barcone dalla Libia a Lampedusa un mese fa, accompagnata da sua nipote di 15 anni. Senza marito, col suo pancione di nove mesi. E un pensiero fisso in testa, quello che l’ha tenuta in vita durante la traversata in mare, madonna profuga dei giorni nostri. “Vengo dall’inferno di Asmara, ma vado in Inghilterra da mio fratello”. È la frase che Selam ha detto alla volontaria Susy Iovieno all’hub della stazione Centrale, quando è arrivata con quel fagotto di stracci all’interno del quale celava la neonata. Ed è quello che continua a ripetere agli educatori di Casa Suraya, centro d’accoglienza della cooperativa Farsi Prossimo, in via Padre Salerio, San Siro.

Selam e Bethlem qui hanno una stanza tutta loro. Una camera con i letti puliti, il riscaldamento, il bagno, le coperte e i vestiti di ricambio. Qui c’è sempre una volontaria pronta a cullare la piccolina quando dorme Selam, ancora stanca dal parto e dai mesi di viaggio attraverso il deserto del nord Africa.

Nell’ex scuola a Lampugnano la ragazza e la bambina potrebbero stare a lungo. Ma quello scricciolo di mamma sembra determinata mentre parla seduta in mezzo al gruppo delle eritree ospiti della casa: “Devo andare, devo partire”. Aldayeb, il mediatore culturale somalo, le spiega nel dialetto delle loro terre d’origine che in Gran Bretagna “è molto difficile riuscire ad entrare. Fermati qui, ti conviene. È un viaggio lunghissimo, le frontiere sono chiuse, è inverno, dove vuoi andare con la tua neonata?”. Selam annuisce, i grandi occhi neri e liquidi delle donne eritree che hanno visto tanta guerra e tanto dolore da non commuoversi quasi più per niente. “E va bene, se non mi faranno entrare in Inghilterra, allora mi fermerò in Olanda. Ho altri parenti che abitano lì”.

Le suore hanno provato a farsi raccontare dove è nata la piccola e come ha fatto ad arrivare alla Stazione Centrale. Ma la riservatezza totale di cui gli eritrei si fanno scudo per non mettere in pericolo chi rimane in patria, impedisce di ricostruire chiaramente dove sia il padre della neonata. “La storia di Selam, non è diversa da quelle di tante ragazzine eritree. Scappano tutte per non farsi arruolare dall’esercito – spiega Annamaria Lodi, dirigente della cooperativa Farsi Prossimo – La leva è obbligatoria in Eritrea. Chi si rifiuta, finisce in carcere; chi si lascia prendere, non torna per anni. C’è una dittatura durissima: chi non muore di fame, muore di miseria. È questo che ha convinto Selam a scappare. Non ha nulla da perdere”. Bethlem intanto dorme tranquilla nella sua culla di vimini, senza chiedersi dove passerà il Natale.

700 bambini affogati in meno di un anno

 “nel 2015 raddoppiati i migranti morti: 700 sono bambini” 

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monsignor Gian Carlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, ha esposto un quadro drammatico: “L’Europa che trova sempre risorse per bombardare, non trova risorse per salvare vittime innocenti

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di Davide Falcioni

parla di “strage silenziosa” monsignor Gian Carlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, nell’esporre i numeri delle tragedie dell’immigrazione, che da mesi ormai si verificano con cadenza quotidiana a largo del Mar Mediterraneo, spesso nel silenzio più totale, nell’indifferenza quando non nell’odio. I morti del 2015 sono più che raddoppiati rispetto al 2014, passando da 1.600 a 3.200 e dimostrando che la commozione all’indomani della strage di Lampedusa non ha sortito, purtroppo, azioni positive. Impressionante il dato riguardante i bambini: in 700 hanno perso la vita in mare dall’inizio dell’anno.
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Il direttore della Fondazione Migrantes attacca il Vecchio Continente: “L’Europa che trova sempre risorse per bombardare, non trova risorse per salvare vittime innocenti. L’operazione Triton non ha saputo rafforzare il salvataggio in mare delle vite umane rispetto all’operazione italiana Mare Nostrum: una vergogna che pesa sulla coscienza europea. L’Europa sembra ora – a fronte della minaccia terroristica – giustificare i muri e la chiusura delle frontiere, oltre che il disimpegno nel creare canali umanitari che avrebbero potuto oltre che salvare vite umane, combattere il traffico degli esseri umani, una delle risorse del terrorismo”.

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La situazione, insomma, sembra peggiorare di giorno in giorno, con il dramma che i naufragi sembrano essere anche spariti dalle prime pagine dei giornali, relegati tra le notizie “varie ed eventuali”. Ciò, inevitabilmente, non ha contribuito a al miglioramento delle condizioni di accoglienza che, insiste Pelago, “sembra affidarsi ancora una volta a centri chiusi, gli ‘hotspots’, come dimostra il Centro di accoglienza di Lampedusa: più di 20mila persone arrivate al porto e trasferite nel Centro, chiuso ad ogni ingresso e uscite. La paura insieme alla convenienza sembra far ritornare indietro di anni il cammino di protezione internazionale costruito in Europa”.

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Ai numeri forniti dalla Fondazione Migrantes si aggiungono quelli dell’Unicef: secondo il “Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia” da gennaio 2015 876mila persone hanno raggiunto le coste europee, con una percentuale di donne e bambini in continua ascesa da qualche mese a questa parte: se a giugno rappresentavano il 27% degli arrivi a novembre la quota è salita al 52%: un profugo su due ormai è un minore o una donna. Ne consegue che anche il numero di vittime sale: solo a ottobre 90 bimbi sono deceduti nel Mare Egeo, il 20% dei quali aveva meno di 2 anni. Una situazione drammatica che rischia di aggravarsi nelle prossime settimane e mesi, con l’arrivo dell’inverno. Marie-Pierre Poirier, Coordinatore speciale UNICEF per la crisi dei Rifugiati e dei Migranti in Europa, ha dichiarato: “Finora l’inverno in Europa è stato relativamente mite, ma ora la stagione sta cambiando. La nostra più grande preoccupazione è che il clima invernale e le imprevedibili restrizioni alle frontiere lascino migliaia di bambini in un limbo, esposti al rischio di naufragi e di gravi malattie respiratorie. Purtroppo c’è carenza di abiti pesanti, sciarpe e calzini da bambino. I bambini migranti e rifugiati hanno sperimentato guerra, privazioni e disagi di ogni genere. Ora hanno bisogno di stabilità, protezione e assistenza”. Per questo, nel tentativo di fronteggiare l’emergenza, l’Unicef ha predisposto nei luoghi di sbarco punti di assistenza specializzati, incapaci però per il momento di fronteggiare le richieste di tutti: occorrerebbero 14 milioni di dollari per garantire continuità alle attività di assistenza ai bambini migranti e rifugiati, ma al momento la comunità internazionale ne ha sborsati solo 3. Parliamo di numeri insignificanti rispetto ai bilanci degli stati.

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