i vescovi polacchi e il rosario come arma ideologica

Immagine pezzo principale

«la chiesa polacca su una strada pericolosa,

sostiene il governo e dimentica il papa»

L’ex Segretario generale della Conferenza episcopale polacca denuncia l’appoggio di una parte dei vescovi alla deriva razzista del Governo di Varsavia:

“Il rosario non è un’arma ideologica”.

“I vescovi polacchi si sono messi su una strada pericolosa”. Il giudizio sul “Rosario alle frontiere” di monsignor Tadeusz Pieronek, vescovo e segretario storico della Conferenza episcopale polacca negli anni Novanta e membro della Commissione che ha scritto la Costituzione post-comunista, è assai severo. La manifestazione alla quale hanno partecipato oltre la metà delle diocesi polacca è stata sostenuta anche dal vertice della Conferenza episcopale. Monsignor Pieronek è una sorta di coscienza critica della Chiesa polacca e spiega: “Il Rosario è una preghiera bellissima, ma i vescovi non hanno previsto né hanno capito per tempo che poteva essere usato come un’ arma ideologica dalla propaganda del governo”.

Sono stati strumentalizzati?

“Oggi in Polonia tutto viene trasformato in politica dal governo e dai media che sono quasi tutti praticamente controllati dal governo, il quale è contrario all’ accoglienza dei profughi e degli immigrati. Non accorgersi di questo da parte della Chiesa è stata per lo meno una ingenuità molto grave”.

Quante diocesi hanno partecipato all’ iniziativa?

“Ventidue su 42 diocesi. Ma la manifestazione ha avuto l’ appoggio del vertice della Conferenza episcopale. C’ è stata una grande mobilitazione, l’ appoggio di Radio Maria e della Televisione pubblica polacca”.

Con questa preghiera si è alzato un muro, per lo meno spirituale, contro gli immigrati e il resto dell’ Europa?

“E’ proprio quello che è accaduto, anche se non è stata usata questa formula. Ma è chiaro che tutti i polacchi che hanno partecipato al Rosario sono contro il pensiero e l’ insegnamento di papa Francesco. Purtroppo. In Polonia è in atto una battaglia per persuadere la gente che ogni profugo è un bandito che attenta all’ identità polacca ed è una minaccia grave e reale per la salute e la vita dei polacchi”.

Il Governo polacco è critico verso il Papa?

“Le posso dire che un ministro polacco ha detto esplicitamente che in questo caso specifico il Papa sta sbagliando”.

E la Chiesa cosa fa?

“Appoggia il Governo. Le voci critiche sono poche”.

Perché?

 

Tutta la Polonia è d’ accordo con le politiche del Governo?

“No. Il Governo può contare sul 40 per cento del consenso del popolo polacco. E’ sbagliato dire che tutta la Polonia è d’ accordo con il governo”.

Eppure è quello che appare.

“In Polonia ogni giorno ci sono manifestazioni contro le decisioni del governo e le leggi che sta approvando il Parlamento”.

L’ ultima è la riforma della scuola e dei testi scolatici dai quali oltre a Darwin è stato fatto sparire anche Lech Walesa e l’ esperienza di Solidarnosc.

“La riforma della scuola è una cosa tragica che ci riporta indietro ai tempi del regime comunista. Io ricordo quegli anni, quando i comunisti cambiarono la lettura della storia. Oggi il partito che governa la Polonia, il Pis, acronimo in italiano di ‘Legge e Giustizia’ , si sta comportando allo stesso modo, cancellando la storia recente della Polonia”.

E’ un tradimento anche dell’ insegnamento riguardo all’ Europa del grande Papa polacco san Giovanni Paolo II?

“Provo orrore solo a pensarlo. Vedremo. Per ora mi domando con preoccupazione fin dove il Governo oserà spingersi. A parole il Governo dice di voler restare in Europa. In realtà fa di tutto per uscirne”.

Le sue preoccupazioni cosa riguardano?

“La democrazia. Ogni giorno vediamo che il governo si applica a smontare un pezzo di democrazia. Tutto è organizzato per contrastare e superare alla fine la democrazia liberale per realizzare una sorta di democrazia populista. La direzione che il governo ha intrapreso sta riportando indietro la Polonia ai tempi del regime comunista”.

l’umanizzazione di Dio richiede l’umanizzazione della chiesa

umanizzare la chiesa

di José M. Castillo

 

Capisco che ci siano persone che, solo nel leggere il titolo di questo breve articolo, provano una certa diffidenza o forse sperimentano sfiducia o persino un aperto rifiuto. Perché hanno educato molti di noi nella convinzione che “l’umano” si contrappone al “divino”. E questo, portato fino alle sue estreme conseguenze, conduce – inevitabilmente – all’idea fissa che “a più umanità corrisponde meno divinità”. Ossia, “umanizzare la Chiesa” equivarrebbe a rubarle o a ridurle la sua condizione sacra, soprannaturale e divina. Tuttavia, oso dire che “umanizzare la Chiesa” non solo è lecito, ma soprattutto è assolutamente necessario ed urgente. Se si pensa a questa questione a partire dalla fede e dalla mentalità cristiana. Perché vedremo, secondo le nostre credenze: cosa Dio ha fatto per dare risposta e salvezza al mondo? Noi cristiani diciamo che questa domanda ha la sua risposta a partire dal mistero dell’Incarnazione di Dio in Gesù. Cosa che, tradotta in un linguaggio molto semplice, vuole dire l’Umanizzazione di Dio in un modesto galileo che si chiamava Gesù di Nazareth. San Paolo lo spiega dicendo qualcosa di molto forte: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2, 6-7). Da più di dieci anni mi sta preoccupando quello che questo comporta e rappresenta. Ho pubblicato quattro libri ed una quantità di articoli sul tema. Ora voglio fare un passo in avanti che mi sembra urgente e decisivo. Perché, se quello che ho appena detto è indispensabile per comprendere il cristianesimo, non sarà tanto o più urgente e necessario per comprendere la Chiesa? Il che equivale a farsi quest’altra domanda, forse più scomoda per alcuni: se Dio si è abbassato e si è umanizzato per portare la salvezza a questo mondo, perché la Chiesa non si spoglia anche dei suoi gradi, delle sue dignità e dei suoi privilegi, in maniera tale che di lei possiamo dire che si è umanizzata? Ed il peggio di tutto ciò è che, come sappiamo (e con frequenza), gli “uomini di Chiesa” conservano i loro gradi, le loro dignità ed i loro privilegi a forza di “disumanizzarsi” in non poche questioni che toccano questioni tra le più forti che noi uomini dobbiamo affrontare. Certo, Dio non è la religione. E Dio non è la Chiesa. Ma in ogni caso le strade di Dio, di Gesù non dovrebbero essere le strade della Chiesa? Mi fa molto pensare quello che sta capitando a papa Francesco. Le sue numerose manifestazioni di umanità e di spontaneità lo rendono odioso ad un settore importante del clero. Perché è così?

in “Religión Digital” (www.religiondigital.com ) del 29 luglio 2017

la chiesa non straparli in nome di Gesù

Enzo Bianchi

“Gesù non ha mai parlato dei gay, la Chiesa taccia. Sì alle unioni civili”

Enzo BianchiIl priore di Bose Enzo Bianchi sostiene le ragioni del riconoscimento delle unioni civili tra persone omosessuali ed anche la separazione tra coniugi che non vanno più d’accordo. Lo ha affermato nel corso di una assemblea pastorale diocesana tenutasi a Trento, secondo quanto riporta L’Adige. «La Chiesa non può avvallare il divorzio, ma se due persone non stanno bene assieme, e si avvelenano reciprocamente l’esistenza, è meglio che si separino. – scrive il quotidiano trentino – Diversamente, se due persone dello stesso sesso si vogliono bene e sono propense ad aiutarsi ed a sostenersi reciprocamente è giusto che lo Stato preveda una regolarizzazione del loro rapporto». Il priore della comunità monastica di Bose ha tenuto una lezione magistrale dedicata interamente al valore cristiano della misericordia, poi ha risposto alle domande dei presenti.

«Dobbiamo chiedere scusa – ha detto Bianchi – alle famiglie per la presunta superiorità mostrata dai religiosi nei tempi passati: la vita di coppia è molto difficile, e noi dobbiamo essere in grado di riconoscere il grande merito di chi sceglie di costruire un nucleo famigliare. Tuttavia, in una realtà in cui tutto è precario, dal lavoro alle relazioni, non possiamo aspettarci che l’amore o la famiglia non lo sia. Su questo, però, non possiamo permetterci in alcun modo di giudicare, né, tantomeno, di escludere» riporta ancora l’Adige.

 Enzo Bianchi ha spiegato che «se Cristo nel Vangelo parla del matrimonio come unione indissolubile nulla dice in merito all’omosessualità. L’onestà, quindi, ci obbliga ad ammettere l’enigma, a lasciare il quesito senza una risposta. Su questo, io vorrei una Chiesa che, non potendo pronunciarsi, preferisca tacere. Che la Chiesa faccia il matrimonio per persone dello stesso sesso – ha concluso – è una cosa senza senso. Tuttavia, se lo Stato decide di regolarizzare una realtà affettiva, lasciamo fare, applicando la misericordia come vuole il Vangelo, non come la vogliamo noi».

peccato mortale ecclesiale di cui chiedere perdono perché grida vendetta al cospetto di Dio e degli uomini

Irlanda

orrore nell’orfanotrofio cattolico

fossa comune con 800 cadaveri di bimbi

di Cristina Marconi
in “Il Messaggero”

I poveri resti di un numero significativo di neonati e bambini morti prima dei tre anni sono stati ritrovati sotterrati a Tuam, vicino a Galway, in Irlanda, dove prima sorgeva un istituto per orfani e ragazze madri gestito dalle suore cattoliche del Buon Soccorso. Tra il 1925 e il 1961 a St Mary’s sarebbero morti 796 bambini, secondo una commissione d’inchiesta che indaga sugli scandali legati ad alcune istituzioni cattoliche. Ma sul numero di corpi ritrovati non c’è ancora un dato preciso: secondo alcuni, il sito sarebbe troppo piccolo per contenerne così tanti.

I RACCONTI

Il ministro per l’Infanzia, Katherine Zappone, ha parlato di una «notizia triste e inquietante», che non sorprende però, «perché circolano voci di resti umani nella zona da anni», ossia da quando nel 1975 due ragazzini andarono a giocare in un prato, spostarono una lastra di cemento e si trovarono davanti piccoli resti umani. Sulla base di quei racconti i vicini eressero un piccolo altare ricoperto di fiori e una storica della zona, Catherine Corless, iniziò a condurre delle ricerche nei registri comunali dell’epoca, a cui le era stato negato l’accesso. Raccogliendo le testimonianze dei vicini e leggendo ogni documento anche successivo alla chiusura di St Mary’s, la Corless è giunta alla conclusione che, con quasi 800 certificati di morte ma nessun cimitero, era chiaro sotto l’erba verde c’era una fossa comune. Le autorità erano così consapevoli di quello che era successo che negli anni 70 non avevano dato il permesso di costruire sulla zona, adibita a parco giochi’ anche se era evidentemente troppo grande per una comunità così piccola, in quanto terreno di sepoltura. Dai certificati di morte dei bambini, raccolti pazientemente dalla studiosa, emerge che la maggior parte di loro sono morti di tubercolosi, pertosse, influenza, meningite. Cause comuni in luoghi molto affollati – c’erano periodi in cui a Tuam c’erano cento madri e duecento bambini – in cui ogni malattia poteva diffondersi facilmente, tanto che la studiosa in passato ci ha tenuto a precisare di voler solo garantire a questi bimbi una sepoltura degna, magari accanto a dei famigliari con cui i legami sembravano persi per sempre.

LA PERIZIA

Da una prima perizia geologica sul terreno sono emerse delle anomalie che hanno convinto le autorità a procedere a degli scavi, iniziati nell’ottobre scorso e da cui è emersa l’esistenza di due ampie strutture: la prima è una sorta di fossa biologica riempita di detriti e coperta di terra e la seconda è una lunga struttura divisa in venti vani, di cui gli diciassette pieni di resti umani. Da un campione analizzato è emerso che appartengono tutti a bambini di due o tre anni o a feti di 35 settimane e che risalgono al periodo in cui l’istituto era operativo, soprattutto negli anni 50: lì le donne incinte non sposate andavano a partorire e venivano separate dai loro bimbi, che venivano cresciuti dalle suore.

Pare che ce ne siano passate 35mila. La commissione si è detta «sconvolta dalla scoperta» e ha assicurato che cercherà di capire chi sia stato «responsabile di aver abbandonato in quel modo dei resti umani», a cui ora verrà dato «un trattamento appropriato». Le suore del Buon Soccorso, che secondo la Corless si sentono «al di sopra della legge», hanno garantito in una nota la continua cooperazione e supporto» al lavoro di ricerca della verità sull’istituto. La commissione, creata nel febbraio del 2015, ha come compito di indagare sulle accuse rivolte a quattordici istituzioni e a quattro istituti sanitari cattolici tra il 1922 e il 1998: trattamenti disumani, lavori forzati, adozioni forzate, abusi di ogni tipo. Finora l’indagine è costata quasi quattro milioni di euro.

il delegato del vescovo invoca le scuse della chiesa ai gay

“Addio Franco, paladino gay

la Chiesa si scusi con te”

di Fabrizio Assandri
in “La Stampa” del 29 gennaio 2017

«Per la freddezza, per le dimenticanze, le rigidità, per tante cose la Chiesa dovrebbe chiedervi scusa. Dovrebbe farlo qualcuno più importante di me. Io, invece, vi dico grazie. Perché voi, Franco e Gianni, con la vostra tenacia, col vostro esempio, ci avete permesso di pensare una Chiesa più bella, più grande, più accogliente. Una Chiesa che non lascia indietro nessuno»

Don Gianluca Carrega, durante l’omelia del funerale di Franco, 83 anni, gli tributa una sorta di risarcimento postumo. E non usa giri di parole. «Anche in Chiesa siete stati discriminati. C’è persino chi si è indignato perché avete scelto come viaggio di nozze un pellegrinaggio a Lourdes». Don Carrega non è un prete ribelle. È il delegato dell’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia per la pastorale degli omosessuali: la diocesi da anni porta avanti un percorso di accompagnamento. «È grave che la Chiesa spesso non faccia che posticipare queste questioni, un’altra cosa di cui chiedere scusa». Il “marito” di Franco, Gianni, 79 anni, indossa gilet, cravatta grigia, camicia bianca. Il vestito che entrambi avevano scelto per il giorno per loro più importante, lo scorso 6 agosto quando, dopo 52 anni assieme, un’attesa quasi eroica, hanno finalmente detto il loro “sì”. Franco è stato sepolto con lo stesso abito. «Ho voluto che i vestiti di quel giorno li indossassi anche tu», ha spiegato Gianni, parlando nella chiesa di Santa Rita. «Perché quel momento, dopo 52 anni di vita insieme, tra normali alti e bassi, è stato il coronamento del nostro amore, del nostro essere famiglia».

Sono stati tra i primi a unirsi civilmente, lo scorso 6 agosto, la loro è stata una corsa contro il tempo prima che la malattia avesse la meglio. E sono diventati un simbolo, fuori dagli stereotipi. La coppia, molto credente, andata a Lourdes in viaggio di nozze, ha scritto una lettera a Papa Francesco, con una domanda molto chiara: «Dopo esserci scambiati amore e sostegno, dopo aver condotto una vita a due, siamo una famiglia?». Franco, con un passato da seminarista, scriveva: «Non ce la facciamo più a sentirci fuori dalla Chiesa, io faccio la comunione da sempre, perché mi sento di farla». Per don Carrega, «la Chiesa deve farsi un serio esame di coscienza. A partire da alcune voci autorevoli che sembrano più preoccupate dei valori che delle persone. Anche nell’ultimo sinodo dei vescovi ci sono cardinali che hanno detto che da un’unione gay non può nascere nulla di buono. Frasi gratuite, non comprovate da nessun fatto oggettivo, categorie trite e ritrite». Don Carrega al contrario ha paragonato la coppia ai due discepoli di Emmaus, passo del Vangelo che ha scelto per la Messa. «I due discepoli discutevano tra loro, come in vita hanno fatto loro come coppia, con Gesù accanto come compagno di viaggio». E anche sul sesso in teoria vietato alle coppie gay credenti, chiamate alla castità, don Carrega ha qualcosa da dire. «Parlando dei divorziati risposati a proposito della castità, Papa Francesco ha detto che bisogna valutare caso per caso. Così anche per i gay bisognerebbe evitare giudizi universali e irrevocabili». Non si spinge, don Carrega, oltre: «Questo non significa automaticamente benedire le coppie gay, ma bisogna mettersi in un ascolto». Ma il tema è ormai non più demandabile: «Fortunatamente le coppie unite civilmente aumenteranno: le parrocchie devono relazionarsi a loro, non possono ignorarle». A salutare Franco amici, parenti, istituzioni. Marco Giusta, assessore del Comune, ha detto: «Gianni potrà dire che Franco era suo marito».

undici preti di Colonia chiedono cambiamenti nella chiesa – «sette orientamenti per il futuro» della Chiesa

“nella Chiesa o si cambia o si muore”

le proposte di undici preti di Colonia

 
da: Adista Notizie n° 4 del 28/01/2017

Sono solo 11 i preti dell’arcidiocesi di Colonia che hanno elaborato e firmato una lettera su «sette orientamenti per il futuro» della Chiesa, ma è significativo che appartengano a quella generazione di sacerdoti che ha iniziato lo studio della teologia nel 1961 ed è stata ordinata a partire dal 1967, quella che porta dentro di sé l’impronta di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II. Undici sacerdoti che non si sono mai persi di vista («ci siamo incontrati di solito una volta al mese, abbiamo fatto insieme esercizi, corsi di formazione e viaggi»), hanno maturato un comune sentire, anche su temi di difficile condivisione nella comunità presbiterale quali il sacerdozio alle donne e il celibato sacerdotale per scelta. Ora, a 50 anni dall’ordinazione del primo prete, vogliono celebrare «la messa di ringraziamento nella Maxkirche di Düsseldorf, dove siamo stati ordinati diaconi». Aggiungendovi però la proposta di una road map per i giorni a venire che è al contempo uno sguardo deluso sul passato («ci sentivamo parte di un’avanguardia di una cristianità in rinnovamento. Purtroppo, più tardi, sono man mano aumentate le paure negli uomini di Chiesa, sia a Roma sia anche nella diocesi di Colonia») e sul presente («Il nuovo entusiasmo per il vangelo che papa Francesco vuole risvegliare con la parola-guida misericordia, sembra essere avvincente solo per pochi, finora. Questo può rendere rassegnati e stanchi»). Non si può che constatare che «la questione Dio» non ha «più nessuna importanza per molte persone nel nostro Paese»; che la “timidezza” dei cristiani «nella nostra società, nella cultura, nella politica e nell’economia» non lascia trasparire «la forza che potrebbe venire da Gesù Cristo» e che la partecipazione liturgica è deficitaria e occasionale.

Sette proposte per rivitalizzare la fede

Il primo dei sette punti indicati dai sacerdoti è la necessità di «una lingua che oggi nell’annuncio del messaggio biblico sia di nuovo comprensibile. La lingua della Bibbia deve essere messa più chiaramente in relazione alle nostre esperienze e alle nostre immagini linguistiche. Si tratta di entrare in dialogo con essa».

«Riteniamo importante – seguitano – incoraggiare le gerarchie della Chiesa a valorizzare i doni dello spirito degli uomini e delle donne e non di imbrigliarli con leggi canoniche». Ma c’è anche «urgente bisogno di coraggiosi tentativi nella questione dell’ammissione all’ordinazione. A nostro avviso non ha alcun senso continuare a pregare lo Spirito Santo di mandarci vocazioni presbiterali, e al contempo escludere tutte le donne da queste cariche».

Come anche, continuano, «abbiamo bisogno di coraggio e di fiducia sul fatto che il Signore è molto al di sopra delle nostre controversie confessionali. La partecipazione all’eucaristia e alla cena del Signore non può che essere affidata alla responsabilità dei cristiani battezzati».

La «pianificazione pastorale» deve cambiare di orientamento: «Le parrocchie molto estese sono, da ogni punto di vista, una cosa intollerabile: i fenomeni di crescente anonimizzazione e isolamento presenti nella società vengono in questo modo ulteriormente incrementati nella Chiesa, invece di essere contrastati. Bisogna che la Chiesa ci sia e che parli localmente».

E allora servono «luoghi per le comunità che fanno esperienza di fede, e cioè la Chiesa con il centro della parrocchia. La morte della parrocchia non è assolutamente preprogrammata se i fedeli in loco ci sono e vivono lì».

C’è un ultima questione dolorosa cui, sostengono gli 11 sacerdoti, occorre porre rimedio: «vogliamo parlare dell’esperienza della solitudine. Invecchiando da single, la solitudine, allora imposta per motivi di “mansione”, ora dopo 50 anni di missione, la sentiamo talvolta molto chiaramente. Il celibato, in una vita comunitaria in convento, può liberare grandi forze; invece, il “modello dell’uomo da solo” porta quest’uomo ripetutamente ad un isolamento sterile e/o un inutile eccesso di lavoro. Raramente libera una sorgente spirituale nella pastorale. Non è un caso che molti di noi hanno assunto, ma non scelto, questa forma di vita clericale solo per poter essere preti. Perfino nella Bibbia non ci sono le parole a sostegno di una legge della Chiesa in merito. Motivo di riflessione può essere una citazione della Scrittura, stimolo per una revisione a favore della vita e della comunità: “Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna…” (1Tim 3,2)».

Prima della «paura»

I firmatari sono

Wolfgang Bretschneider, Hans Otto Bussalb, Gerhard Dane, Franz Decker, Günter Fessler, Willi Hoffsümmer, Winfried Jansen, Fritz Reinery, Josef Ring, Josef Rottländer, Heinz Schmidt.

Quando lamentano la «paura» emersa anche nella loro arcidiocesi nell’era wojtyliana, il pensiero va a quell’atto (forse l’ultimo) di contestazione che fu, nel 1989, la “Dichiarazione di Colonia” (v. Adista n. 11/1989) e che fu isterilito dalla “sordità” della cupola romana e dalla “normalizzazione” sistematicamente agita da Giovanni Paolo II. La “Dichiarazione” criticava la politica vaticana delle nomine episcopali e l’atteggiamento della Curia romana verso la libertà di ricerca. Il gruppo che la lanciò comprendeva i maggiori teologi tedeschi dell’epoca, tutti figli dell’era e del dettato conciliari:

Hans Kung e Norbert Greinacher; i teologi morali Franz Boeckle, Alfons Auer e Johannes Gruendl; Heinrich Fries, Herbert Haag, Friedhelm Hengsbach, Dietmar Mieth; la teologa Catharina Halkes; Edward Schillebeecks.

 

“Vedo il cammino delle donne nella Chiesa più complesso di quanto si  possa pensare e ritengo che in esso poco contino i ruoli istituzionali”

«La Chiesa non aiuta il cammino di noi donne»

intervista a Antonietta Potente

a cura di Luigi Accattoli


in “la Lettura” del 11 dicembre 2016

«Nei nostri otto secoli di storia c’è stato un progressivo accomodamento in una spiritualità che in realtà chiedeva di non “sedersi” mai, nata all’insegna dell’itineranza dello spirito e della mente e di un’umile ricerca del Mistero. Penso a Domenico di Guzman, il nostro fondatore, che percorreva il Sud della Francia indignato non perché c’erano degli eretici, ma perché il Vangelo si predicava con armi e ricchezze: “a cavallo”, disse lui. E poi penso a quanti di noi si sono fatti inquisitori della storia altrui, invece di vivere la propria in umile condivisione con tutti. La celebrazione degli 800 anni potremmo prenderla come occasione per il recupero di una complicità profonda con l’umano, superando i limiti di un esclusivo servizio alla Chiesa in quanto istituzione»

parla così Antonietta Potente, dell’Unione Suore Domenicane San Tommaso d’Aquino. Già docente di teologia morale all’Angelicum di Roma, Potente è critica con la storia dell’Ordine e con la componente maschile, ma rivendica l’attualità del carisma domenicano. Nel 1994 lasciò l’Italia per andare a vivere in Bolivia dove ha insegnato all’Università Cattolica Boliviana. Per un quindicennio ha vissuto insieme a una famiglia di etnia Aymara. Ha fatto parte della commissione teologica della Conferenza dei religiosi e religiose d’America Latina e ha appoggiato le riforme del governo boliviano di Evo Morales. Nel 2012 è rientrata in Italia e vive a Torino.

Una delle sue pubblicazioni è intitolata “Un bene fragile. Riflessioni sull’etica” (Mondadori, 2011).

L’abbiamo intervistata al telefono durante un viaggio di ritorno in Bolivia:

Che cosa vuol dire essere domenicani oggi e in particolare domenicane?

«Per me significa raccogliere ogni minimo respiro di vita anche là dove la storia è più dissestata, perché Domenico aveva questa grande passione per ciò che respirava. Per Domenico gli eretici erano persone assetate e non nemici della Verità. Con loro dialogava e da loro imparava. Raccogliere ogni minimo respiro di vita non significa porsi come benefattori, ma come compagni di sete. È così che percepisco come questa spiritualità possa essere viva oggi e aiutare la ricerca di quanti, credenti e non, hanno sete e avvertono che la realtà ha ancora possibilità trasformative».

E per le donne, che c’è di specifico?

«Quasi mai si parla di noi, anche in queste rievocazioni degli 800 anni, e penso che sia una perdita grave di memoria delle origini dell’Ordine, che furono plasmate con la vita delle donne. La prima comunità fondata da Domenico era femminile. Il momento attuale, per noi domenicane, è il più difficile, perché bene o male nei secoli passati persino i cronisti parlavano di noi. Si raccontavano aneddoti e si trasmetteva sapienza. Eravamo mistiche, audaci nell’ascolto del Mistero e impegnate nella cura dell’esistenza umana. Capaci di imparare a leggere e scrivere da sole o con altre donne. Oggi l’Ordine sembra essere dei soli frati, che in noi donne non riescono a vedere delle compagne di ricerca».

Che ci fa una donna nell’Ordine dei Predicatori dal momento che alle donne non è riconosciuto il «ministero» della predicazione?

«Non mi sono mai preoccupata di chiedere il permesso di predicare. Te lo danno coloro che frequenti, e non questa o quella norma. Inoltre mi è chiaro che la vera predicazione non è solo linguaggio parlato in pubblico, ma crescita di vita nell’incontro. Nell’Ordine non è gradito che, nel firmare articoli o libri, noi domenicane accompagniamo alla firma la sigla “op”, cioè: “Ordine dei Predicatori”. Mi dispiace, ma so che non significa niente rispetto alla possibilità che abbiamo di interpretare la vita e di comunicarla».

Lei ha fama di donna forte, missionaria in luoghi difficili: forse si ispira a Caterina da Siena
che era anche lei domenicana?

«Non so se sono una donna forte. Forse l’unica cosa che evoca la forza, nella mia vita, è il mio cognome. Ho percorso e continuo a percorrere molti cammini, ma il mio viaggio è più interiore che esteriore. È la mia mente che viaggia molto, nello studio o nell’elaborare scrittura. Mi piace conoscere religioni altre, sapienze e discipline altre. Non mi considero missionaria. Se per quasi vent’anni ho vissuto in Bolivia, è stato per conoscere gli aspetti del Mistero che non riuscivo a vedere in altri luoghi. Per missione intendo fare della vita una costante questio, per usare un termine caro a Tommaso d’Aquino. Una continua richiesta: dove vivi, come ti chiami, che vedi tu del Mistero? Caterina da Siena è una presenza preziosa per me. Prendo da lei la sete infinita e l’infinito desiderio. Ricordo il suo metodo che fa scaturire tutto dallo stare “nella cella interiore”, nonostante la costante itineranza».

Domenicano era Savonarola e c’è chi spera di vederlo riabilitato…

«Se lo riabilitano si potranno conoscere meglio i suoi scritti, le bellissime lettere dal carcere, le omelie, la sua profonda e vera indignazione. Ma domenicani erano anche Giordano Bruno, Bartolomé de Las Casas, Antón de Montesinos e tutta la sua comunità che diventò capace di rifiutare la politica degli spagnoli nel XVI Secolo. Domenicana era Caterina de Ricci al tempo del Savonarola. E prima di lei c’erano tutte quelle donne e uomini della scuola domenicana in Germania. Domenicano era frei Tito de Alencar, portato fino al suicidio dopo tanta tortura durante la dittatura militare brasiliana. Domenicane erano alcune delle suore nordamericane che affrontarono l’assurda politica ed ecclesiologia del Vaticano. Basterebbe riscattare uno di questi giusti per avviare il riscatto degli altri, delle altre, morti o vivi per passione d’amore».

Il suo è stato anche l’Ordine dei tribunali dell’Inquisizione…

«Per noi domenicani l’Inquisizione resta come una ferita che ci identificò per troppo tempo con le pratiche violente contro la dignità delle coscienze. Ci vedo un tradimento, tipicamente maschile, per questioni di prestigio, di incarichi nella Chiesa. Un tradimento per una paurosa immaturità, quella di chi non vuole perdere le sue sicurezze, forse anche solo quelle del suo immaginario intellettuale. E pensare che eravamo nati per stare sul confine che si trova più vicino agli inquisiti che agli inquisitori. Ma non tutti tra noi hanno accettato l’Inquisizione. Tanti e soprattutto tante non si riconobbero in quell’esercizio del potere sulle coscienze».

Da italiana che si è fatta boliviana come valuta il Papa latinoamericano?

«Nella sua elezione vedo una mossa strategica di una Chiesa incapace, in quel momento, di uscire da un grande groviglio e desiderosa di dare un’immagine diversa di sé. Ma non ne sono venute profonde trasformazioni. Credo che quella di Bergoglio sia una conversione molto personale e poco istituzionale. Il suo nuovo modo di porsi ha indotto la società a dialogare come non mai con i cristiani su ogni questione, dai gay alla crisi della famiglia. Ma da parte della Chiesa istituzionale, che nonostante Bergoglio resta troppo piramidale, c’è poco ascolto di questo “mondo adulto”, come lo chiamava Dietrich Bonhoeffer».

Anche il nuovo generale dei gesuiti è un latino-americano: è venuta l’ora di quel continente nella Chiesa cattolica?

«Non lo so, posso solo assicurarle che tornando in America Latina ho notato che nell’ambito teologico e pastorale non è successo proprio niente. Anzi, in certi casi — per esempio nell’ambito teologico istituzionale — il clima è ancora quello degli ultimi due pontificati, quando l’America Latina era duramente colpita».

Che si aspetta come donna sul fronte delle riforme bergogliane?

«I cambiamenti per le donne non possono venire dagli uomini, neanche dai più santi. Da domenicana potrei sognare che succeda a tante quello che capitò a Caterina da Siena: l’affidarono a fra’ Raimondo da Capua come confessore, ma il rapporto si capovolse e lui divenne discepolo di lei e suo compagno di ricerca. Vedo il cammino delle donne nella Chiesa più complesso di quanto si  possa pensare e ritengo che in esso poco contino i ruoli istituzionali. Credo che noi donne dobbiamo trovare altri modi e metodi per cambiare la partecipazione “politica”, visto che quella esistenziale non ce la può togliere nessuno e in fin dei conti è quella che serve all’umanità per respirare e immaginare altre forme di convivenza sulla terra».

una chiesa rinnovata e ripulita nei sogni di Vitaliano Della Sala

una chiesa degli esclusi

non dell’esclusione

 

Nel 1999, con la mia Comunità parrocchiale, per prepararci al Grande Giubileo del 2000, riflettemmo su una frase che Giovanni XXXIII aveva pronunciato all’inizio del Vaticano II: “Il Concilio sia più per imparare la medicina della misericordia che quella del rigore”. Raccogliemmo le nostre conclusioni in una lettera che inviammo al Segretario del Giubileo, l’allora monsignor Crescenzio Sepe, in cui esprimevamo i nostri dubbi sull’evento che si stava preparando con sproporzionata enfasi, e gli annunciavamo che non saremmo andati a Roma nel 2000. A quel tempo credevo ancora che a qualcuno, in Vaticano, interessasse il contributo di idee e critiche che venivano dalla base della Chiesa. Il futuro cardinale di Napoli non ci rispose affatto.

Scrivevamo: “Il grande appuntamento sta cominciando a prenderci la mano e, nello stesso tempo, a sfuggirci di mano. Dietro l’imponente macchina messa in moto si intravede, purtroppo, la grande tentazione farisaica dell’esteriorità. Senz’altro non è questo il Giubileo di cui parlano il libro del Levitico dove è descritto come un anno di liberazione e di riscatto. Dobbiamo avere il coraggio di viverlo così. Liberandoci dalla frenesia delle cose inutili che ci fanno perdere di vista quelle davvero necessarie. Un anno di riconciliazione e di incontro con Dio e con il prossimo e di riconciliazione con la terra, che non è oggetto di sfruttamento. La vera porta santa da spalancare non è quella imponente di bronzo della basilica di San Pietro ma la porta nascosta e sgangherata degli “scantinati della storia”. La porta veramente santa delle favelas e di tutte le periferie, delle case di cartone dei barboni, dei campi profughi, dei reparti d’ospedale dove chiudono i loro giorni i malati terminali, delle celle dei prigionieri politici, delle case dei disoccupati e degli sfruttati, di ogni luogo dove è vivo il dolore e troppo debole la speranza. Porte attraverso cui poter entrare, porte attraverso cui qualcuno potrà finalmente uscire. Se, anziché queste porte, permetteremo che si aprano le porte delle banche, degli uffici dei progettisti e delle mega imprese, dei burocrati, dei politicanti e degli affaristi,  se lasceremo che si aprano ancora di più le porte dei ricchi, le porte di Dio resteranno davvero chiuse”.

Il Grande Giubileo del 2000 fu esattamente il contrario di tutto quello che chiedevamo in quella lettera. Perciò ora faccio fatica a criticare l’Anno santo straordinario della misericordia, voluto da papa Francesco, e che si è appena concluso, se non per il fatto che forse non dovremmo proprio aver bisogno di celebrare Giubilei ordinari o straordinari.

Non so se dietro l’elezione di papa Bergoglio ci siano strategie di marketing chiare o opache, come non so se il Giubileo della misericordia sia stato pensato in buona fede dal papa e sfruttato in malafede da chi gli sta attorno. Un fatto è certo: il tema della misericordia, al di là dello strombazzamento ufficiale, è motivo di critiche, più o meno aperte, nei confronti del papa. In realtà le critiche pubbliche sono poche. Ma come purtroppo è costume nella Chiesa, quelle striscianti e sotterranee sono tante e squallide. Accanto alle critiche silenziose e complici di tanti vescovi e sacerdoti, quel che è peggio è che sono troppi i fedeli laici che criticano, non tanto il giubileo, ma il troppo insistere sulla misericordia, come se questa potesse essere slegata dal Vangelo e dall’essere cristiani. Papa Francesco appare sempre più solo e perdente, al di là delle folle plaudenti che non si negano a nessuno. E forse per questo mi sta diventando simpatico!Vitaliano della Sala

Una simpatia che però non mi impedisce di sognare e di impegnarmi, nel mio piccolo, a costruire una Chiesa-altra. Continuo a sognare una Chiesa che assomigli sempre più al Regno di Dio della parabola del granello di senape che diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». Sogno una Chiesa inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio contro altri; una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione, capace di accogliere, di portare tutti gli uomini in seno. Sogno una Chiesa cristiana dove la diversità sia veramente vissuta come ricchezza per ciascuno e l’unità non sia il desiderio di uniformità, una Chiesa che non teme le altre religioni e le diverse culture; una Chiesa che non abbia bisogno del “primato di Pietro”, come lo conosciamo oggi, con il contorno di Vaticano, Santa Sede, Segretari di Stato, Prefetti, Banca vaticana; nella quale i preti possano finalmente sposarsi e il matrimonio tra un maschio e una femmina non sia l’unico modo per condividere la vita, e dove nessuno sia in alcun modo discriminato: sogno una donna che sia responsabile della parrocchia che confina con la mia, e perché no, sogno il mio prossimo vescovo donna e una donna papa. Sogno una Chiesa che non abbia più bisogno dell’inferno per terrorizzare i semplici, né di vecchie e nuove indulgenze; una Chiesa che non abbia più bisogno di padrepii né di madreterese, né di ossa, sangue, reliquie, “pupazzi” da portare in giro per imporre una santità irraggiungibile ai più. E sogno una Chiesa che non abbia più bisogno di sacerdoti ordinati per celebrare i sacramenti, formata da comunità e fedeli laici responsabili e protagonisti nelle decisioni e nelle celebrazioni; una Chiesa senza confini, nazionali o mentali che, anzi, li allarghi sempre più verso quelli sconfinati del Regno di Dio   

Intanto, come scrisse Erasmo di Rotterdam a Martin Lutero “sopporto questa chiesa fin che non ne vedo una migliore, ed essa è costretta a sopportare me fin quando non sarò diventato migliore”.

Vitaliano Della Sala è amministratore parrocchiale a Mercogliano

 

una guerra senza compromessi nella chiesa di papa Francesco?

chiesa cattolica

è in atto una guerra civile

 
Chiesa cattolica, è in atto una guerra civile
 
Profilo blogger

scrittore e giornalista

Papa Francesco ha chiuso la Porta Santa, ma il suo messaggio è accompagnato dal brontolio di una crisi sotterranea. Una guerra civile è in corso nella Chiesa. Uno scontro che tocca l’autorità del pontefice e il suo programma riformatore. Sono in gioco visioni opposte sul ruolo della Chiesa, il “peccato”, la salvezza delle anime. E come in tutte le guerre civili il conflitto non contempla compromessi.

Quattro cardinali hanno scelto questi giorni per mettere direttamente sotto accusa la teologia di Francesco e il suo documento postsinodale Amoris Laetitia (che apre la strada alla comunione dei divorziati risposati). I porporati imputano a Bergoglio di avere seminato tra i fedeli “incertezza, confusione e smarrimento” e chiedono di “fare chiarezza” sul documento. Alla lettera sono allegati, nello stile delle contestazioni teologiche, i cosiddetti Dubia: cioè “domande su questioni controverse”. Con un gesto, che ha il sapore di una sfida, la lettera è stata inviata “per conoscenza” anche al guardiano ufficiale dell’ortodossia, il cardinale Gerhard Mueller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede.  

E’ un evento assolutamente inedito nella storia moderna del papato. E la prima cosa che colpisce è il silenzio imbarazzato delle alte gerarchie ecclesiastiche. Non un cardinale ha controbattuto pubblicamente le loro tesi, non un presidente di conferenza episcopale, non il dirigente di qualche grande associazione cattolica. E dire che, prendendo di petto il ruolo della coscienza, di cui parla Francesco, i quattro porporati affermano che in tal caso si rischia di arrivare al punto in cui diventano ipotizzabili “casi adulterio virtuoso, omicidio legale e spergiuro obbligatorio”.

Due dei porporati sono esponenti di Curia: il tedesco Walter Brandmueller, già presidente del pontificio Comitato di scienze storiche, e l’americano Raymond Burke, già presidente del tribunale della Segnatura apostolica. E due sono arcivescovi emeriti di grandi diocesi: Carlo Caffarra, caro a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e fino al 2015 alla guida di Bologna, e Joachim Meisner, un intimo di papa Ratzinger, fino al 2014 a capo della diocesi di Colonia.  

Liquidare la loro lettera – a cui Francesco ha risposto indirettamente in un’intervista ad Avvenire , denunciando un “certo legalismo che può essere ideologico” – come il sussulto di quattro “ultraconservatori” significa non comprendere lo scontro sotterraneo, che si è andato sviluppando nella Chiesa cattolica nell’ultimo biennio. I quattro sono la punta di un iceberg, che si va allargando e diffondendo. Parlano anche per molti che non si espongono.

Per anni i media non hanno compreso la profondità del movimento anti-Obama, che ha portato l’8 novembre alla sconfitta della sua politica. Oggi rischiano di ripetere lo stesso errore con Francesco. Abbacinati dal suo carisma e dal consenso planetario di cui gode anche tra agnostici e non credenti, molti rimuovono la sistematica escalation di quanti tra il clero, gli episcopati, il collegio cardinalizio contestano la teologia di misericordia del pontefice.

Tra i due Sinodi c’è stato uno spostamento di accento fondamentale. Se nei passati decenni, nello scontro tra riformatori e conservatori, il pontefice rimaneva “arbitro” per la maggioranza della gerarchia ecclesiastica. Oggi, invece, il Papa è diventato parte in causa. Basta leggere l’ultima intervista del cardinale Burke: l’Amoris Laetitia, afferma, “non è Magistero perché contiene serie ambiguità che confondono i fedeli e li possono indurre all’errore e al peccato grave. Un documento che presenti questi difetti non può far parte dell’insegnamento perenne della Chiesa”.

In due anni c’è stato un crescendo di azioni di dissenso. Prima del Sinodo 2014 cinque cardinali scrissero un libro in difesa della dottrina tradizionale del matrimonio. Poi intervennero con un altro libro 11 porporati di ogni parte del mondo, fra cui personalità importanti, riconosciute tra il clero e l’episcopato. Intanto quasi 800mila cattolici, fra cui 100 vescovi, firmavano una petizione al Papa per bloccare le innovazioni. A Sinodo 2015 iniziato, 13 cardinali scrissero a Bergoglio mettendo in questione la regolarità della direzione dell’assemblea.

Un movimento sistematico di contestazione a cui il fronte riformatore ha opposto solo timidezza. E infatti – benché molti vogliano dimenticarlo – nelle votazioni al Sinodo sulla Famiglia del 2015 sono state rigettate le tesi di una via penitenziale, che riconoscesse apertamente la possibilità della comunione ai divorziati risposati. La maggioranza tradizionalista di questo parlamento mondiale dei vescovi ha detto “no”. Nel frattempo è sorta una rete di cardinali, vescovi, preti, teologi e laici impegnati, firmatari di una “Dichiarazione di fedeltà al magistero immutabile della Chiesa sul matrimonio”. Successivamente 45 teologi hanno scritto (in forma anonima) al collegio cardinalizio, insinuando che certe interpretazioni di Amoris Laetitia potrebbero essere “eretiche”.

Il movimento anti-Bergoglio lavora sul tempo. Negli Stati Uniti l’escalation sottovalutata contro Obama ha portato alla sconfitta dei Democratici. Nella Chiesa cattolica la posta in gioco è il futuro conclave. Oggi lo storico della Chiesa Alberto Melloni parla di “isolamento” del pontefice. E Andrea Riccardi, storico anche lui, spiega che mai nel Novecento un pontefice ha trovato tanta opposizione tra gli episcopati e il clero.

Nella guerra civile in corso nella Chiesa l’obiettivo è il dopo-Francesco: non dovrà arrivare sul trono papale un uomo che porti a sviluppo le riforme iniziate.

la profezia forse a stento ritrova il suo spazio nlla chiesa

così torna a parlare la Chiesa dei poveri una profezia rinnegata

di Alberto Mellonimelloni

La profezia, nella tradizione biblica, non è applicare la vista al futuro, nel tentativo di indovinarne la cifra. La profezia è tutt’altro: è un gesto verbale o non verbale, che mostra il collocarsi di Dio nel dilemma della storia fra oppresso e oppressore. Era profetica in questo senso una frase pronunciata da papa Giovanni l’11 settembre 1962, a un mese dall’inizio del Vaticano II: diceva che la chiesa vuole essere «la chiesa di tutti, ma soprattutto la chiesa dei poveri». Non la chiesa povera, non la chiesa che si occupa di poveri: ma la chiesa «dei poveri», quella che viene adunata dal collocarsi di Dio nel mistero della storia

Quel gesto profetico appariva l’eco di una ricerca spirituale molto marginale: quella dei teologi francesi della “Chiesa serva e povera” o quella dell’immedesimazione con i “minimi” di don Milani. Non appariva come un programma ecclesiale. Tant’è che quando, in concilio, l’arcivescovo Giacomo Lercaro propose di dare come cardine ai lavori e alla riscrittura del Vaticano II il mistero del Cristo povero, la cosa cadde nel vuoto: quel discorso era un gesto profetico in una chiesa immatura. Poi il silenzio. L’episcopato latinoamericano e la teologia della liberazione posero la questione della chiesa nei poveri. Ma il tema sparì dal magistero, dalla teologia, dalla predicazione. Al posto della chiesa dei poveri ci fu una “mobilitazione” che, con una singolare torsione del linguaggio, anche la chiesa accettò di chiamare “volontariato”: come se l’immedesimazione della chiesa nel destino del povero non fosse il solo modo per collocarsi sull’asse teologico della storia, ma una cosa che si può fare o no; un irritante “civismo religioso” analogo a quello di raccoglie le cartacce. Poi papa Francesco. E il prepotente ritorno della chiesa dei poveri e della povertà della chiesa dopo mezzo secolo di rimozione. Ritorno lessicale fatto con una (gesuitica) circospezione. Ritorno di governo fatto con la scelta di vescovi capaci di interpretare questa dimensione nelle chiese locali, quelle nelle quali e dalle quali origina la chiesa universale. Una decisione che non solo ha irritato e spaventato alcuni ambienti ecclesiastici, che vedevano frantumarsi strategie per insediare sodali e debitori di cordate “nelle quali e dalle quali” nasce quel nulla in formato spray che trasforma la vita cristiana in una inconsapevole ostentazione superba della propria mediocrità. La scelta di vescovi capaci di esprimere la chiesa come “chiesa dei poveri” ha spiazzato anche osservatori distanti: dai quali è venuta l’espressione sui “preti di strada”. Dire che uno studioso provato come Corrado Lorefice a Palermo o che un uomo dell’esperienza internazionale di Matteo Zuppi a Bologna siano preti “di strada”, è paradossale. In questo tentativo di ridurre le scelte di Francesco ad un casting spicca la figura del cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, definito anche lui come un “prete di strada”, ignorandone il profilo e lo spessore. Che adesso sono più accessibili grazie al libro-intervista Ho imparato dagli ultimi. La mia vita, le mie speranze curato da Lorenzo e Gerolamo Fazzini (Emi). Nel racconto della sua vita Tagle non fa particolari rivelazioni: l’esempio di un prete santo, un seminario reso fervoroso da un vescovo audace, che lo fa rettore a 25 anni; alcune esperienze impreviste come la partecipazione alla Storia del concilio Vaticano II diretta da Giuseppe Alberigo e poi soprattutto la chiamata nella Commissione teologica internazionale presieduta da Ratzinger che gli apre le porte di una carriera apparentemente senza ostacoli (e da ecclesiastico di razza, Tagle non racconta di essere stato chiamato all’ex sant’Ufficio a discolparsi dall’accusa di aver collaborato con Alberigo, che qualche sitarello conservatore agitava come fosse una colpa). Ma la “rivelazione” è l’intero racconto: quello di un uomo che in un lavoro di studio e con responsabilità importanti non smette di avere un rapporto immediato e costante con la povera gente. Nella diocesi dove cresce e anche adesso da cardinale arcivescovo, in una semplicità di relazione che lo porta ad essere non un “volontario” che “si occupa” di povericristi, ma un discepolo che nel poverocristo incontra il Cristo povero. La profezia della chiesa dei poveri era questa: la “forma” di santa romana chiesa tutto questo se lo rimangerà. Ma la profezia non cessa, perché l’asse della storia rimane quella e qualcuno che lo dice o c’è o tornerà.

* IL LIBRO Luis Antonio Tagle, Ho imparato dagli ultimi. La mia vita, le mie speranze ( a cura di Gerolamo e Lorenzo Fazzini, Emi, pagg. 160, euro 15)

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi