la volontà di papa Francesco di uscire dalla crisi ecclesiale

il j’accuse di papa Francesco:

«La chiesa è bloccata, non scalda più il cuore della gente»

 una chiesa ormai «bloccata», «parcheggiata dentro una religione convenzionale, esteriore, formale, che non scalda più il cuore e non cambia la vita»

di Franca Giansoldati

L’analisi che si ascolta nella basilica di San Pietro il giorno dell’Epifania è densa di conseguenze e ha a che fare con una impietosa fotografia che da tempo mostra l’Europa cattolica in caduta libera nelle statistiche degli ultimi anni. Francia, Polonia, Italia, Germania, Olanda, Belgio, Spagna. Gli indicatori presi in considerazione sono molteplici e non riguardano più solo la partecipazione delle persone alla messa o ai sacramenti. E’ assodato che ovunque celebrano sempre meno battesimi e meno matrimoni e persino i funerali laici sono in crescita.

«Ci fa bene chiederci: a che punto siamo nel viaggio della fede?» ha chiesto Papa Francesco durante la messa celebrata per ricordare il passo del Vangelo che narra l’arrivo dei re Magi a Betlemme dopo avere seguito da lontano il chiarore di una stella luminosissima. «Le nostre parole e i nostri riti innescano nel cuore della gente il desiderio di muoversi incontro a Dio oppure sono lingua morta, che parla solo di sé stessa e a sé stessa? È triste quando una comunità di credenti non desidera più e, stanca, si trascina nel gestire le cose invece che lasciarsi spiazzare da Gesù, dalla gioia dirompente e scomodante del Vangelo».   

Solo alcuni giorni fa il primate dell’episcopato di Polonia ha ammesso pubblicamente il totale fallimento della gerarchia cattolica analizzando l’allontanamento dei ragazzi dalla Chiesa. Recentemente anche il cardinale Marx, della diocesi di Monaco di Baviera, ha parlato di un «punto morto», facendo affiorare il bisogno di un rinnovamento nella evangelizzazione.   

Papa Francesco ha sottolineato come la crisi della fede, nella nostra vita e nelle nostre società, abbia a che fare con la scomparsa del desiderio di Dio. «Ha a che fare con il sonno dello spirito, con l’abitudine ad accontentarci di vivere alla giornata, senza interrogarci su che cosa Dio vuole da noi. Ci siamo ripiegati troppo sulle mappe della terra e ci siamo scordati di alzare lo sguardo verso il Cielo; siamo sazi di tante cose, ma privi della nostalgia di ciò che ci manca. Ci siamo fissati sui bisogni, su ciò che mangeremo e di cui ci vestiremo, lasciando evaporare l’anelito per ciò che va oltre. E ci troviamo nella bulimia di comunità che hanno tutto e spesso non sentono più niente nel cuore. Perché la mancanza di desiderio porta alla tristezza e all’indifferenza». Parole pesantissime.  

Naturalmente nessuno ha la ricetta in tasca e Papa Francesco ripercorre così il passo del Vangelo che racconta dei Magi. «Ci insegnano che abbiamo bisogno di interrogativi, di ascoltare con attenzione le domande del cuore, della coscienza; perché è così che spesso parla Dio, il quale si rivolge a noi più con domande che con risposte. Ma lasciamoci inquietare anche dagli interrogativi dei bambini, dai dubbi, dalle speranze e dai desideri delle persone del nostro tempo. Lasciarsi interrogare».  

Quello che servirebbe, annota il Papa durante l’omelia, «è una fede coraggiosa, profetica, che non abbia paura di sfidare le logiche oscure del potere e diventi seme di giustizia e di fraternità in società dove, ancora oggi, tanti Erode seminano morte e fanno strage di poveri e di innocenti, nell’indifferenza di molti».

una chiesa che deve aggiornarsi – 100 giovani scrivono al papa

cento giovani di Shalom al papa «chiesa prigioniera dei poteri»

i ragazzi scrivono al papa:

«Ti vogliamo aiutiamo a scuotere la polvere. Senza un cambio di rotta si ridurrà a una setta di fanatici creduloni»

 Una lettera forte nei toni, severa nel giudizio di una Chiesa, in particolare quella gerarchica, elitaria e prigioniera del potere.

Cento giovani di Shalom chiedono «una Chiesa egualitaria, senza orpelli e titoli, dove le guide siano realmente i servi e gli esempi. Una chiesa capace di dialogare col mondo contemporaneo che non racconti favole come quella di Adamo e Eva, una Chiesa che non contrapponga più un ottuso dogmatismo alla scienza o una morale arcaica alla vita delle persone rendendole schiave di complessi di colpa per peccati che semplicemente non esistono».  

Una lettera aperta indirizzata a papa Francesco «che vuol fare chiasso in una Chiesa stanca, chiusa nelle sue liturgie incomprensibili, sperando che voglia e sappia tornare a Gesù, al suo messaggio originario, il Vangelo, che è impegno per l’uomo e per un mondo egualitario, dove operare per la giustizia e il bene sono l’unico motivo per cui valga veramente la pena di dirsi cristiani».

«Auspichiamo – hanno detto i giovani – che il Papa ci prenda sul serio, perché siamo preoccupati e anche arrabbiati, poiché fermamente convinti che se questa chiesa, vecchia di almeno duecento anni, non si converte e cambia subito, si ridurrà a una setta di fanatici creduloni e presto o tardi si estinguerà».

«Siamo un gruppo di giovani del Movimento Shalom – si legge nella lettera – studenti universitari, lavoratori, disoccupati. La maggior parte di noi sono battezzati, ma pochi i praticanti. Non manca fra di noi chi si dichiara ateo o appartenente ad altre religioni soprattutto all’Islam. Abbiamo preso sul serio la tua proposta di un sinodo universale aperto a tutti senza porre limiti alla libertà di pensiero. I tuoi messaggi sono conformi alle nostre aspirazioni, sai parlare alla mente e al cuore. La nostra costante ricerca del Gesù della storia ci ha tristemente convinti che i tratti fondamentali del vissuto del Nazareno, sia largamente sconosciuto dagli uomini contemporanei e nascosto dalle discrepanze vistose di una Chiesa istituzionale ferma nelle sue formule arcaiche e nelle gerarchie di potere. Noi crediamo che la tua volontà sia quella di metterci in cammino verso di Lui totalmente senza nulla annacquare. Se è così vogliamo darti una mano per scuotere la polvere che si è accumulata nei secoli. Il volto di una Chiesa che si rinnova passa obbligatoriamente attraverso il coraggio e l’intelligenza di saper offrire la fede in un linguaggio comprensibile all’uomo moderno. Gesù Cristo è un Dio dal volto profondamente umano e tu, malgrado i contrasti che incontri, ce lo mostri costantemente e tenacemente. È urgente per essere credibili restituire una piena armonia fra fede e scienza, fra morale e scienza. Mostrare al mondo la capacità di evolversi è il segno più eloquente che Lui è ancora al timone della barca. Altrimenti affondiamo».

«L’ostinazione a mettere “toppe nuove in abiti vecchi e vino nuovo in otri vecchi” ha come risultato l’insignificanza e la sterilità di un annuncio incomprensibile e talvolta disumano. Noi pensiamo che l’eclissi del cristianesimo sia dovuta principalmente all’abbandono del Vangelo e alle macroscopiche incoerenze e scandali».

I 100 ragazzi di Shalom sono «convinti che l’autentica ortodossia e la vera tradizione sia l’annuncio di Gesù Cristo nella sua potenza rinnovatrice, liberatrice e rivoluzionaria. Un Dio dal volto profondamente umano. Questa è l’unica fedeltà che noi giovani Shalom concepiamo e per cui ci battiamo. Siamo sicuri che i nostri ideali possano trascinare altri giovani ad investire le loro energie per un mondo alternativo quello sognato da Gesù, di cui tu tante volte ci parli. Questo Sinodo che intraprendiamo dovrebbe avere come priorità assoluta la volontà da parte di tutta la Chiesa di mettere al centro il Vangelo».

la suora che lotta contro il sessismo dentro la chiesa

«la chiesa può guarire dal sessismo in 24 ore»

 

suor Forcades

 

 

di Elisabetta Rosaspina

Monaca di clausura, indipendentista, attivista per il diritto all’aborto e per le unioni omosessuali, Teresa Forcades è una delle mistiche più ascoltate. «Francesco è un riformatore, l’amore è sempre un miracolo»

Monaca? Ebbene sì, di clausura. Catalana? Certo, per nascita e per appartenenza politica e sentimentale. Indipendentista? Eccome! Femminista? Da sempre. Negazionista sulla pericolosità del Covid 19? «No, questo è falso» protesta suor Teresa Forcades, benché tenga da tempo Big Pharma nel mirino: «Non può essere che il business farmaceutico domini nel mezzo di una pandemia», si è ribellata in un’intervista al periodico digitale catalano VilaWeb. Dubita dell’efficacia del metodo di vaccinazione in corso, è vero, «se crei l’immunità al virus, ma non lo elimini, lo inviti a mutare in una nuova variante». Ma «da un punto di vista scientifico non ha senso essere pro o contro la scienza» ha ricordato nella stessa occasione.

Teologa di fama internazionale

I suoi dubbi non sono profani, poiché suor Teresa Forcades, 55 anni, teologa di fama internazionale, figlia di un agente di commercio e di un’infermiera, è laureata in medicina interna a Buffalo, nello Stato di New York. Ha un dottorato in Salute pubblica e uno in Teologia fondamentale, conseguiti a Barcellona. Un Master of Divinity ad Harvard. Ha insegnato Teologia della Trinità e Teologia queer alla Humboldt-Universität di Berlino. La sua opinione conta nella comunità scientifica e in quella ecclesiastica. I suoi libri hanno un’ampia diffusione in patria e all’estero. Il New York Times le ha dedicato recentemente un ampio ritratto (che l’ha fatta molto arrabbiare), catalogandola nell’influente partito europeo dei no vax. Una testimone a favore delle teorie cospirazioniste. Ma lei non ci sta. Un partito, in realtà, l’ha fondato sul serio suor Teresa Forcades, assieme all’economista Arcadi Oliveres, scomparso qualche mese fa: Procés Constituent, a Barcellona, nel 2012. Uno schieramento repubblicano, anticapitalista, indipendentista che, appena nato, raccolse diecimila adesioni in sette giorni.

«Creatura del chiostro aperta al mondo»

Il Vaticano probabilmente non condivide appieno certe sue esternazioni sul diritto all’aborto e sulla legittimità delle unioni omosessuali, ma le riconosce titoli e competenze: «Benedettina, mistica, attivista, medico, creatura del chiostro e al tempo stesso aperta al mondo, perfino nelle sue istanze più estreme» è stata descritta dalla scrittrice Emanuela Canepa nel numero di gennaio del supplemento dell’ Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo .

Sta vivendo almeno due vite, apparentemente poco conciliabili: come fa?
«Non è stato programmato. Sono nata in una famiglia poco praticante dal punto di vista religioso. La mia relazione con Dio è scaturita da un’esigenza pratica. Nel 1995 cercavo un po’ di quiete per preparare un esame universitario e ho chiesto ospitalità al convento di Montserrat. È diventato la mia casa. Non era nei miei piani prendere il velo. Ma la vocazione è come una specie di innamoramento. Non si spiega. Si comincia a tremare e ci si chiede: che cosa mi succede? Sono entrata in monastero due anni dopo, ho lasciato la medicina per prepararmi ai voti».

 

Ma poi ha accumulato nuovi diplomi e specializzazioni.
«Sì. Quando ero novizia la madre badessa si era resa conto delle mie attitudini intellettuali. Mi ha spinto a riprendere gli studi. Il dottorato in Teologia mi pareva un’idea splendida. Avevo già studiato ad Harvard, ma dovevo ricominciare da zero. Ho avuto una crisi, ho pregato. Non ho avuto visioni, ho ricevuto una risposta interiore. Dopo Teologia, l’abbadessa mi ha chiesto: e perché non continuare con Medicina? Mi pareva che c’entrasse poco con la strada che avevo scelto ma mi sono lasciata convincere. Ho scritto un testo contro le multinazionali farmaceutiche. Era una denuncia sociale degli abusi dei quali avevo preso coscienza. Poi vennero le prime conferenze sull’omosessualità e la transessualità. Cominciò tutto dal punto di vista etico, ma ne parlavo anche dal punto di vista scientifico. Le mie erano critiche con cognizione di causa».

Nel 2015 i suoi superiori l’hanno autorizzata a lasciare la clausura per tre anni per dedicarsi agli impegni sociali e politici, alla causa catalana: non è insolito?

«No. Esistono due tipi di clausura: la costituzionale, che è la più antica ed è quella cui appartiene il nostro ordine; e la clausura papale. Per quanto mi riguarda, scaduti i tre anni, nel 2018 sono rientrata».

Sarà possibile sfondare il tetto di cristallo anche nella Chiesa?

«Nella Chiesa è un soffitto di cemento – ride -. Ma nella società extra ecclesiastica molte cose sono cambiate. Nel mio caso ho trovato uno spazio di crescita che non avrei trovato altrove. Il sessismo è nelle università, negli ospedali: io stessa, da monaca, mi sono resa conto di come obbedivo a stereotipi di genere. Ma quando le donne della Chiesa lo vorranno, la Chiesa smetterà di essere sessista in ventiquattr’ore. Perché il patriarcato lo abbiamo costruito assieme, uomini e donne. Tante donne pensano ancora che il loro compito migliore sia quello di accudire, prendersi cura degli altri, degli uomini. E la Chiesa enfatizza questo ruolo. Ma in un monastero femminile non ci sono uomini da accudire. Ci curiamo fra di noi».

Simone Weil nella bellezza trova Dio. E lei dove vede la bellezza?

«Per me la bellezza è spesso in un dettaglio: il piccolo gesto di una sorella del monastero, morta centenaria poco tempo fa. Muoveva appena un po’ il collo verso destra per ascoltare chi le parlava. Offriva all’interlocutore il suo orecchio. Era un piccolo gesto, epitome di bellezza. Per me, la bellezza è la figura di Gesù, che regge la croce al centro della folla, in un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio. In un mondo di menzogne e ingiustizia la verità scompare. La bellezza invece brilla per contrasto, come il bel volto di una bambina in un quartiere degradato. O come le note di un violino in un campo di concentramento». 
Ha già incontrato Papa Francesco?
«Non ancora. Vedo in lui una chiara intenzione di riforma. Ha cominciato dall’opacità finanziaria della Chiesa. So che vorrebbe fare di più. E comunque l’ambiente sta cambiando. Con i papati precedenti, persone come me, che parlano di omosessualità o di depenalizzazione dell’aborto, erano minacciate di sanzioni. Tutto ciò è scomparso dalla mia vita da quando c’è Francesco».

Lei crede ai miracoli? 

«L’amore è un miracolo. Ogni volta che una persona si apre alla verità per amore degli altri, è un miracolo».

il commento al vangelo della domenica

mai da soli, sempre insieme
il commentodi E.Bianchi al vangelo della  XV domenica del tempo Ordinario, anno B:
Mc 6,7-13 
 

Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. ¹⁰E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. ¹¹Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». ¹²Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, ¹³scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

Quando un profeta è rifiutato a casa sua, dai suoi, dalla sua gente (cf. Mc 6,4), può solo andarsene e cercare altri uditori. Hanno fatto così i profeti dell’Antico Testamento, andando addirittura a soggiornare tra i gojim, le genti non ebree, e rivolgendo loro la parola e l’azione portatrice di bene (si pensi solo a Elia e ad Eliseo; cf., rispettivamente, 1Re 17 e 2Re 5). Lo stesso Gesù non può fare altro, perché comunque la sua missione di “essere voce” della parola di Dio deve essere adempiuta puntualmente, secondo la vocazione ricevuta.  Rifiutato e contestato dai suoi a Nazaret, Gesù percorre i villaggi d’intorno per predicare la buona notizia (cf. Mc 6,6) in modo instancabile, ma a un certo momento decide di allargare questo suo “servizio della parola” anche ai Dodici, alla sua comunità. Per quali motivi? Certamente per coinvolgerli nella sua missione, in modo che siano capaci un giorno di proseguirla da soli; ma anche per prendersi un po’ di tempo in cui non operare, restare in disparte e così poter pensare e rileggere ciò che egli desta con il suo parlare e il suo operare. Per questo li invia in missione nei villaggi della Galilea, con il compito di annunciare il messaggio da lui inaugurato: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete alla buona notizia” (Mc 1,15). Li manda “a due a due”, perché neppure la missione può essere individuale, ma deve sempre essere svolta all’insegna della condivisione, della corresponsabilità, dell’aiuto e della vigilanza reciproca. In particolare, per gli inviati essere in due significa affidarsi alla dimensione della condivisione di tutto ciò che si fa e si ha, perché si condivide tutto ciò che si è in riferimento all’unico mandante, il Signore Gesù Cristo.  Ma se la regola della missione è la condivisione, la comunione visibile, da sperimentarsi e manifestare nel quotidiano, lo stile della missione è molto esigente. Il messaggio, infatti, non è isolato da chi lo dona e dal suo modo di vivere. Come d’altronde sarebbe possibile trasmettere un messaggio, una parola che non è vissuta da chi la pronuncia? Quale autorevolezza avrebbe una parola detta e predicata, anche con abile arte oratoria, se non trovasse coerenza di vita in chi la proclama? L’autorevolezza di un profeta – riconosciuta a Gesù fin dagli inizi della sua vita pubblica (cf. Mc 1,22.27) – dipende dalla sua coerenza tra ciò che dice e ciò che vive: solo così è affidabile, altrimenti proprio chi predica diventa un inciampo, uno scandalo per l’ascoltatore. In questo caso sarebbe meglio tacere e di-missionare, cioè dimettersi dalla missione!  Per queste ragioni Gesù non si attarda sul contenuto del messaggio da predicare, mentre entra addirittura nei dettagli sul “come” devono mostrarsi gli inviati e gli annunciatori. Povertà, precarietà, mitezza e sobrietà devono essere lo stile dell’inviato, perché la missione non è conquistare anime ma essere segno eloquente del regno di Dio che viene, entrando in una relazione con quelli che sono i primi destinatari del Vangelo: poveri, bisognosi, scartati, ultimi, peccatori… Per Gesù la testimonianza della vita è più decisiva della testimonianza della parola, anche se questo non l’abbiamo ancora capito. In questi ultimi trent’anni, poi, abbiamo parlato e parlato di evangelizzazione, di nuova evangelizzazione, di missione – e non c’è convegno ecclesiale che non tratti di queste tematiche! –, mentre abbiamo dedicato poca attenzione al “come” si vive ciò che si predica. Sempre impegnati a cercare come si predica, fermandoci allo stile, al linguaggio, a elementi di comunicazione (quanti libri, articoli e riviste “pastorali” moltiplicati inutilmente!), sempre impegnati a cercare nuovi contenuti della parola, abbiamo trascurato la testimonianza della vita: e i risultati sono leggibili, sotto il segno della sterilità!   Attenzione però: Gesù non dà delle direttive perché le riproduciamo tali e quali. Prova ne sia il fatto che nei vangeli sinottici queste direttive mutano a seconda del luogo geografico, del clima e della cultura in cui i missionari sono immersi. Nessun idealismo romantico, nessun pauperismo leggendario, già troppo applicato al “somigliantissimo a Cristo” Francesco d’Assisi, ma uno stile che permetta di guardare non tanto a se stessi come a modelli che devono sfilare e attirare l’attenzione, bensì che facciano segno all’unico Signore, Gesù. È uno stile che deve esprimere innanzitutto decentramento: non dà testimonianza sul missionario, sulla sua vita, sul suo operare, sulla sua comunità, sul suo movimento, ma testimonia la gratuità del Vangelo, a gloria di Cristo. Uno stile che non si fida dei mezzi che possiede, ma anzi li riduce al minimo, affinché questi, con la loro forza, non oscurino la forza della parola del “Vangelo, potenza di Dio” (Rm 1,16). Uno stile che fa intravedere la volontà di spogliazione, di una missione alleggerita di troppi pesi e bagagli inutili, che vive di povertà come capacità di condivisione di ciò che si ha e di ciò che viene donato, in modo che non appaia come accumulo, riserva previdente, sicurezza. Uno stile che non confida nella propria parola seducente, che attrae e meraviglia ma non converte nessuno, perché soddisfa gli orecchi ma non penetra fino al cuore. Uno stile che accetta quella che forse è la prova più grande per il missionario: il fallimento. Tanta fatica, tanti sforzi, tanta dedizione, tanta convinzione,… e alla fine il fallimento. È ciò che Gesù ha provato nell’ora della passione: solo, abbandonato, senza più i discepoli e senza nessuno che si prendesse cura di lui. E se la Parola di Dio venuta nel mondo ha conosciuto rifiuto, opposizione e anche fallimento (cf. Gv 1,11), la parola del missionario predicatore potrebbe avere un esito diverso?   Proprio per questa consapevolezza, l’inviato sa che qua e là non sarà accettato ma respinto, così come altrove potrà avere successo. Non c’è da temere; rifiutati ci si rivolge ad altri, si va altrove e si scuote la polvere dai piedi per dire: “Ce ne andiamo, ma non vogliamo neanche portarci via la polvere che si è attaccata ai nostri piedi. Non vogliamo proprio nulla!”. E così si continua a predicare qua e là, fino ai confini del mondo, facendo sì che la chiesa nasca e rinasca sempre. E questo avviene se i cristiani sanno vivere, non se sanno soltanto annunciare il Vangelo con le parole… Ciò che è determinante, oggi più che mai, non è un discorso, anche ben fatto, su Dio; non è la costruzione di una dottrina raffinata ed espressa ragionevolmente; non è uno sforzarsi di rendere cristiana la cultura, come molti si sono illusi.   No, ciò che è determinante è vivere, semplicemente vivere con lo stile di Gesù, come lui ha vissuto: semplicemente essere uomini come Gesù è stato uomo tra di noi, dando fiducia e mettendo speranza, aiutando gli uomini e le donne a camminare, a rialzarsi, a guarire dai loro mali, chiedendo a tutti di comprendere che solo l’amore salva e che la morte non è più l’ultima parola. Così Gesù toglieva terreno al demonio (“cacciava i demoni”) e faceva regnare Dio su uomini e donne che grazie a lui conoscevano la straordinaria forza del ricominciare, del vivere, dello sperare, dell’amare e dunque vivere ancora… L’invio in missione da parte di Gesù non crea militanti e neppure propagandisti, ma forgia testimoni del Vangelo, uomini e donne capaci di far regnare il Vangelo su loro stessi a tal punto da essere presenza e narrazione di colui che li ha inviati. Attesta uno scritto cristiano delle origini, la Didaché: “L’inviato del Signore non è tanto colui che dice parole ispirate ma colui che ha i modi del Signore” (11,8).   Noi cristiani dobbiamo sempre interrogarci: viviamo il Vangelo oppure lo proclamiamo a parole senza renderci conto della nostra schizofrenia tra parola e vita? La vita cristiana è una vita umana conforme alla vita di Gesù, non innanzitutto una dottrina, non un’idea, non una spiritualità terapeutica, non una religione finalizzata alla cura del proprio io!

anche la chiesa e la sua teologia hanno bisogno di una rifondazione?

CHE NE SARA’ DELLA CHIESA SENZA UNA NUOVA TEOLOGIA?

di Augusto Cavadi

 
è urgente anche, e per certi versi prioritariamente, una rivoluzione mentale. Nessuna riforma ecclesiale sarà incisiva e duratura senza una riforma del pensiero, del modo di concepire Dio e il mondo. Insomma: senza una nuova teologia

Ciò che leggiamo nel Vangelo secondo Luca (2,34- 35) a proposito di Gesù (“segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori”) lo possiamo ripetere per ogni “spada che trafigge l’anima” (ivi) dell’umanità, come la pandemia in corso nel mondo. Nell’ordinarietà del quotidiano possiamo procedere ambiguamente, in una sorta di zona grigia fra incredulità e fede, rimandando a data da destinarsi le domande cruciali sulla vita e sulla morte: ma, quando alcune calamità ci colpiscono più direttamente e più insistentemente, siamo costretti a sbilanciarci. Se non col pensiero, almeno nei fatti: con i gesti, i comportamenti privati e pubblici. Abbiamo assistito così, in questi mesi, alla divaricazione più netta delle correnti compresenti nel vasto mondo della cattolicità. Negli ambienti conservatori, tradizionalisti (le cui opinioni – espresse per esempio negli articoli di “Corrispondenza romana” – riesco a seguire solo per dovere di informazione), è stato un tripudio di suppliche, rosari, novene, processioni più o meno clandestine, benedizioni impartite per via aerea da elicotteri appositamente noleggiati… Gli ambienti più inquieti, più critici, sono stati spiazzati da questa sorta di “rivincita” del sacro che è apparsa come un salto indietro di alcuni secoli nella storia della devozione cattolica. Troppo ovvia la domanda: se Dio può fermare l’epidemia, perché aspetta le nostre preghiere per agire? Ha forse bisogno del sacrificio di migliaia di uomini e donne prima di muoversi a pietà? Nel mezzo, per così dire, Papa Francesco: se la scena di questo vecchio che avanza claudicante, sotto la pioggia sferzante, in una piazza San Pietro deserta, ha senza dubbio impressionato l’immaginario collettivo, non si può negare che per alcuni di noi il suo pellegrinaggio ad un’icona della Madonna per chiedere la fine dell’epidemia è risultato sconcertante. Questo scenario ci suggerisce molte riflessioni di cui posso qui evocarne solo qualcuna. Che ne sarà della Chiesa di papa Bergoglio? Ad ogni enciclica, ad ogni sinodo, ad ogni omelia siamo costretti a constatare che il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto: un passo avanti e uno indietro, un passo a sinistra e uno a destra, un saltello in alto e una flessione in basso. Ci siamo ripetuti a vicenda che da solo un papa non può riformare una Chiesa e che c’è bisogno di un movimento dal basso che lo sostenga e lo solleciti. Vero. Ma questo movimento dal basso che strumenti deve mettere in atto? Raccogliere firme, organizzare cortei, promuovere convegni, convocare assemblee, scrivere sui quotidiani, esprimersi sui social network…tutto giusto. Ma anche sufficiente? Non so se per deformazione professionale, ma mi sento obbligato a precisare che è urgente anche, e per certi versi prioritariamente, una rivoluzione mentale. Nessuna riforma ecclesiale sarà incisiva e duratura senza una riforma del pensiero, del modo di concepire Dio e il mondo. Insomma: senza una nuova teologia. E qui casca l’asino. Per quanto ne posso capire, papa Francesco e i suoi sostenitori sono indeboliti da un patrimonio intellettuale appartenente a un ‘paradigma’ (direbbe Küng seguendo Fayerabend) ormai insostenibile. Il Dio della Bibbia e della tradizione teologica occidentale è troppo antropomorfico per reggere l’urto dell’evoluzionismo darwiniano, della fisica quantistica e delle nuove teorie cosmologiche; il Cristo della devozione tradizionale è molto più vicino al pantocratore delle cattedrali normanne della mia Sicilia che al Gesù dei vangeli; la Chiesa cattolica è troppo simile all’impero romano d’occidente che alla famiglia dei discepoli erranti per il mondo, dotati solo di un bastone e di una bisaccia. Con questa visione teologica complessiva, mi pare non si vada molto lontano. In Italia la maggior parte dei teologi sembra non avvertire neppure le colossali dimensioni di questa problematica: tranne poche eccezioni (tra cui Carlo Molari, Cosimo Scordato, Vito Mancuso), sono solo alcuni biblisti (come Ortensio da Spinetoli, Franco Barbero e Alberto Maggi) a ricercare nuove prospettive sul divino. In occasione di questa pandemia, su iniziativa di don Paolo Scquizzato, è uscito un volume (La goccia che fa traboccare il vaso. La preghiera nella grande prova) che – pur nella varietà dei punti di vista – procede in questa direzione. Per fortuna ci sono nel mondo – cattolico e soprattutto protestante – dei ricercatori più coraggiosi come il gesuita Roger Lenaers (autore, tra l’altro, di Cristiani nel XXI secolo? Una rilettura radicale del credo) o il Vescovo episcopaliano John Shelby Spong (autore, tra l’altro, di Perché il cristianesimo deve cambiare o morire) che avanzano critiche radicali a quella impostazione che – non so quanto felicemente – definiscono ‘teismo’. Di questi tentativi non sapremmo nulla se l’agenzia di stampa “Adista” non ce ne parlasse spesso e se studiosi come don Ferdinando Sudati e Claudia Fanti non avessero pubblicato in italiano libri come cavad, Il cosmo come rivelazione, Una spiritualità oltre il mito. Personalmente sono convinto che questi studi sono più convincenti nella pars destruens che nella pars construens : ma se non si fanno ipotesi, se non ci si confronta creativamente e liberamente, si resta muti. La ‘destra’ cattolica ha duemila anni di volumi (dagli apologisti del II secolo a Joseph Ratzinger) cui attingere per riproporre la solita minestra (che l’opinione pubblica istruita tende a rifiutare sempre più diffusamente): gli altri abbiamo troppo poco in mano e dobbiamo darci da fare. Cioè: da pensare, da discutere, da scrivere, da divulgare.

di Augusto Cavadi, 27 Giugno 2020, www.zerozeronews.it

la chiesa secondo il vangelo che sognava Tonino Bello

 

“Una Chiesa povera, semplice, mite. Che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità.
Che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quella della insicurezza.
Una Chiesa sicura solo del suo Signore, e, per il resto, debole.
Ma non per tattica, bensì per programma, per scelta, per convinzione.


Non una Chiesa arrogante, che ricompatta la gente, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali, che fa ostentazioni muscolari col cipiglio dei culturisti. Ma una Chiesa disarmata, che si fa “compagna” del mondo. Che mangia il pane amaro del mondo. Che nella piazza del mondo non chiede spazi propri per potersi collocare. Non chiede aree per la sua visibilità compatta e minacciosa, così come avviene per i tifosi di calcio quando vanno in trasferta, a cui la città ospitante riserva un ampio settore dello stadio.
Una Chiesa che, pur cosciente di essere il sale della terra,non pretende una grande saliera per le sue concentrazioni o per l’esibizione delle sue raffinatezze. Ma una Chiesa che condivide la storia del mondo. Che sa convivere con la complessità. Che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare alla messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e senza rateazioni, di una vita morale meno indegna e più in linea con il vangelo”

(don Tonino Bello, Natale i poveri esistono ancora, in Rocca, 15.12.1985, pag. 45-47).

torna in auge il ‘patto delle catacombe’ – un buon segno per la nostra chiesa

a Roma 150 vescovi del Sinodo rinnovano il “Patto delle Catacombe” per una Chiesa povera

Un gruppo di partecipanti all’assise sull’Amazzonia e di altre iniziative parallele, guidati da monsignor Kräutler, si ritroveranno nelle Catacombe di Santa Domitilla per rinnovare le promesse fatte nel 1965 da 42 Padri Conciliari

di Salvatore Cernuzio

 Circa 150 partecipanti al Sinodo dell’Amazzonia si incontreranno questa domenica 20 ottobre per rinnovare il cosiddetto “Patto delle Catacombe”, il documento che quarantadue vescovi e cardinali, soprattutto latinoamericani, firmarono il 16 novembre 1965, a pochi giorni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, per impegnarsi a vivere in povertà e servizio e mettere i poveri al centro del loro ministero. Si pensa che fu proprio questo atto ad aver ispirato la Teologia della Liberazione, sorta poi negli anni seguenti.
L’incontro avvenne nelle Catacombe di Santa Domitilla, sulla via Ardeatina a Roma. È lì che si recheranno in carovana domenica mattina, intorno alle 7, i Padri del Sinodo – principalmente brasiliani e colombiani – insieme ai partecipanti di altre iniziative concomitanti all’assise come “Amazzonia, Casa Comune” con base nella parrocchia di Santa Maria in Traspontina.
Nella basilica semi sotterranea dedicata ai martiri Nereo e Achilleo, sarà firmato un nuovo documento che, secondo il sito brasiliano Dom Total, avrà il titolo di “Patto delle Catacombe per la Casa comune”. In esso confluiranno quindi i temi trattati dal Sinodo per la Regione pan-Amazzonica in corso in Vaticano.
Quello di domenica sarà, dunque, un evento parallelo. A guidarlo sarà l’arcivescovo austriaco naturalizzato brasiliano, Erwin Kräutler, pastore emerito della prelatura di Xingu, tra i protagonisti di questo Sinodo. La messa verrà presieduta invece dal cardinale Claudio Hummes. La celebrazione come pure l’atto della firma si svolgeranno in forma privata e non sarà consentita la partecipazione della stampa.
L’iniziativa è stata preparata «alcuni mesi prima» dell’inizio del Sinodo, come spiega a Vatican Insider l’organizzatore padre José Oscar Beozzo. «Il 16 novembre 2015, abbiamo celebrato i 50 anni del “Patto” firmato nelle Catacombe di Santa Domitilla. Con il Sinodo, alcuni vescovi di Brasile, Colombia, Ecuador hanno voluto riprendere il “Patto” e rinnovarlo nel contesto amazzonico alla luce delle sfide di oggi».
I presuli firmatari hanno quindi tenuto diverse riunioni per comporre il nuovo testo che trae le mosse da quello del 1965. In esso gli allora Padri riuniti nel Concilio si impegnavano a rinunciare a tutti i simboli, i beni materiali o ai privilegi del potere, e a mettere i poveri al centro del ministero pastorale. Una sfida, dunque, da parte dei «fratelli nell’Episcopato» per dar vita, attraverso tredici promesse concrete, a quella Chiesa «serva e povera» auspicata all’epoca da Papa Giovanni XXIII e, cinquant’anni dopo, dal successore Francesco.
A firmare il “Patto” furono 42 prelati e tra coloro che collaborarono alla stesura si segnala la presenza di dom Helder Câmara (1909-1999), l’arcivescovo di Olinda e Recife, servo di Dio, scomparso vent’anni fa a 90 anni. Detto «o bispinho» per la bassa statura, Câmara – del quale si è conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione – ha lasciato una traccia pastorale profonda nel suo Paese sapendo coniugare il Vangelo e le lotta per la giustizia e percorrendo sempre la strada della pacificazione.
Il suo insegnamento risalta nel “Patto delle Catacombe” dal quale, come detto, ha tratto ispirazione quella corrente di pensiero teologico sviluppatasi con la riunione del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) di Medellín del 1968, come diretta estensione delle idee e dei principi riformatori messi in moto in Roma dal Concilio, che passò alla storia con il nome di “Teologia della Liberazione”.
Nel documento si leggono promesse come «dare tutto il tempo, la riflessione, il cuore, i mezzi» al «servizio apostolico e pastorale del lavoro e dei gruppi economicamente deboli e sottosviluppati». In altri passaggi i vescovi assicurano: «Cercheremo di vivere secondo il modo ordinario della popolazione, per quanto riguarda l’alloggio, il cibo e i mezzi di trasporto», «affideremo la gestione finanziaria nella nostra diocesi a una commissione laica», «eviteremo ciò che può sembrare conferire privilegi», «saremo aperti a tutti, qualunque sia la loro religione».
Tutti impegni che ora i partecipanti al Sinodo vogliono rinnovare per il loro ministero nelle terre dell’Amazzonia sfruttate dalle grandi multinazionali nelle sue risorse e umiliate per il trattamento riservato ai suoi popoli, depredati dei loro territori e, in alcuni casi, condannati ad un lento annientamento.

PATTO DELLE CATACOMBE PER LA CASA COMUNE

per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana

Noi, partecipanti al Sinodo panamazzonico, condividiamo la gioia di vivere tra numerosi popoli indigeni, quilombos, costieri, migranti, comunità alla periferia delle città di questo immenso territorio del Pianeta. Con loro abbiamo sperimentato la forza del Vangelo che agisce nei piccoli. L’incontro con queste persone ci sfida e ci invita a una vita più semplice di condivisione e di gratuità. Influenzati dall’ascolto delle loro grida e lacrime, accogliamo di cuore le parole di papa Francesco: “Molti fratelli e sorelle in Amazzonia portano pesanti croci e attendono il conforto liberatore del Vangelo, la carezza amorevole della Chiesa. Per loro, con loro camminiamo insieme”.

Ricordiamo con gratitudine i vescovi che alla fine del Concilio Vaticano II nelle Catacombe di Santa Domitilla firmarono Il Patto per una Chiesa serva e povera. Ricordiamo con riverenza tutti i martiri membri delle comunità ecclesiali di base, delle comunità pastorali e dei movimenti popolari; leader indigeni, missionarie e missionari, laici, preti e vescovi, che hanno versato il loro sangue a causa di quest’opzione per i poveri, per difendere la vita e lottare per la salvaguardia della nostra Casa Comune. Al ringraziamento per il loro eroismo uniamo la nostra decisione di continuare la loro lotta con fermezza e coraggio. È un sentimento di urgenza che si impone di fronte alle aggressioni che oggi devastano il territorio amazzonico, minacciato dalla violenza di un sistema economico predatore e consumistico.

Di fronte alla Santissima Trinità, le nostre Chiese particolari, le Chiese dell’America Latina e dei Caraibi e di quelle che sono solidali in Africa, Asia, Oceania, Europa e nel nord del continente americano, ai piedi degli apostoli Pietro e Paolo e della moltitudine di martiri di Roma, dell’America Latina e in particolare della nostra Amazzonia, in profonda comunione con il successore di Pietro invochiamo lo Spirito Santo e ci impegniamo personalmente e comunitariamente a quanto segue:

1. Assumere, di fronte all’estrema minaccia del riscaldamento globale e dell’esaurimento delle risorse naturali, un impegno a difendere la giungla amazzonica nei nostri territori e con i nostri atteggiamenti. Da essa provengono il dono dell’acqua per gran parte del territorio sudamericano, il contributo al ciclo del carbonio e la regolazione del clima globale, una biodiversità incalcolabile e una ricca socio-diversità per l’umanità e l’intera Terra.

2. Riconoscere che non siamo padroni della madre terra, ma suoi figli e figlie, formati dalla polvere della terra (Gen 2, 7-8), ospiti e pellegrini (1 Pt 1, 17b e 1 Pt 2, 11), chiamati ad essere suoi gelosi custodi (Gen 1,26). Pertanto ci impegniamo per un’ecologia integrale, in cui tutto è interconnesso, il genere umano e tutta la creazione perché tutti gli esseri sono figlie e figli della terra e su di loro aleggia lo Spirito di Dio (Gen 1,2).

3. Accogliere e rinnovare ogni giorno l’alleanza di Dio con tutto il creato: “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra”. (Gen 9, 9-10; Gen 9, 12-17).

4. Rinnovare nelle nostre chiese l’opzione preferenziale per i poveri, in particolare per i popoli originari, e insieme a loro garantire il diritto ad essere protagonisti nella società e nella Chiesa. Aiutarli a preservare le loro terre, culture, lingue, storie, identità e spiritualità. Crescere nella consapevolezza che devono essere rispettati a livello locale e globale e, di conseguenza, con tutti i mezzi alla nostra portata promuovere la loro accoglienza su un piano di parità nel concerto mondiale di altri popoli e culture.

5. Abbandonare, di conseguenza, nelle nostre parrocchie, diocesi e gruppi ogni tipo di mentalità e posizione colonialista, accogliendo e valorizzando la diversità culturale, etnica e linguistica in un dialogo rispettoso con tutte le tradizioni spirituali.

6. Denunciare tutte le forme di violenza e di aggressione contro l’autonomia e i diritti delle popolazioni indigene, la loro identità, i loro territori e i loro modi di vita.

7. Annunciare la novità liberante del Vangelo di Gesù Cristo, nell’accogliere l’altro e il diverso, come accadde a Pietro nella casa di Cornelio: “Voi sapete che a un Giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”. (At 10,28).

8. Camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane nell’annuncio inculturato e liberante del Vangelo, e con altre religioni e persone di buona volontà, in solidarietà con i popoli originari, i poveri e i piccoli, in difesa dei loro diritti e nella preservazione della Casa Comune.

9. Stabilire nelle nostre chiese particolari uno stile di vita sinodale, in cui i rappresentanti dei popoli originari, i missionari, i laici, a causa del loro battesimo e in comunione con i loro pastori, abbiano voce e voto nelle assemblee diocesane, nei consigli pastorali e parrocchiali, in breve, in tutto ciò che compete loro nel governo delle comunità.

10. Impegnarsi nell’urgente riconoscimento dei ministeri ecclesiali già esistenti nelle comunità, portati avanti da agenti pastorali, catechisti indigeni, ministre e ministri della Parola, valorizzando soprattutto la loro attenzione per i più vulnerabili ed esclusi.

11. Rendere effettivo nelle comunità che ci hanno affidato il passaggio da una pastorale di visita a una pastorale di presenza, assicurando che il diritto alla mensa della Parola e alla mensa dell’Eucaristia diventi effettivo in tutte le comunità.

12. Riconoscere i servizi e la reale diaconia della grande quantità di donne che oggi gestiscono comunità in Amazzonia e cercano di consolidarle con un adeguato ministero di donne leader di comunità.

13. Cercare nuovi percorsi di azione pastorale nelle città in cui agiamo, con il protagonismo di laici e giovani, con attenzione alle loro periferie e ai migranti, ai lavoratori e disoccupati, agli studenti, agli educatori, ai ricercatori e al mondo della cultura e della comunicazione.

14. Assumere contro la valanga del consumismo uno stile di vita gioiosamente sobrio, semplice e solidale con coloro che hanno poco o niente; ridurre la produzione di rifiuti e l’uso di materie plastiche, favorire la produzione e la commercializzazione di prodotti agro-ecologici e utilizzare i trasporti pubblici, se possibile.

15. Porsi accanto a coloro che sono perseguitati per il servizio profetico di denuncia e di riparazione di ingiustizie, di difesa della terra e dei diritti dei piccoli, di accoglienza e sostegno dei migranti e dei rifugiati. Coltivare vere amicizie con i poveri, visitare i più semplici e i malati, esercitando il ministero dell’ascolto, della consolazione, del sostegno e dell’appoggio, cose che portano incoraggiamento e rinnovano la speranza.

Consapevoli delle nostre debolezze, della nostra povertà e piccolezza di fronte a sfide così grandi e serie, ci affidiamo alla preghiera della Chiesa. Possano le nostre comunità ecclesiali, soprattutto, aiutarci con la loro intercessione, con il loro affetto nel Signore e, quando necessario, con la carità della correzione fraterna.

Accogliamo con favore l’invito del cardinale Hummes a essere guidati dallo Spirito Santo in questi giorni del Sinodo e al nostro ritorno alle nostre chiese: “Lasciatevi avvolgere dal manto della Madre di Dio e della Regina dell’Amazzonia. Non lasciamo che ci vinca l’autoreferenzialità, ma la misericordia davanti al grido dei poveri e della terra. Saranno necessarie molta preghiera, meditazione e discernimento, nonché una pratica concreta di comunione ecclesiale e spirito sinodale. Questo sinodo è come una mensa che Dio ha preparato per i suoi poveri e ci chiede di essere quelli che servono alla mensa”.

Celebriamo quest’Eucaristia del Patto come “un atto di amore cosmico”. “Sì, cosmico! Perché anche quando si svolge sul piccolo altare di una chiesa di un villaggio, l’Eucaristia è sempre celebrata, in un certo senso, sull’altare del mondo.” L’Eucaristia unisce cielo e terra, abbraccia e penetra tutta la creazione. Il mondo uscito dalle mani di Dio ritorna a Lui in felice e piena adorazione: nel Pane Eucaristico “la creazione tende alla divinizzazione, alle sante nozze, all’unificazione con il Creatore stesso”. Per questa ragione, l’Eucaristia è anche fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per il medio ambiente e ci porta a essere custodi di tutta la creazione”.

Roma, 20 ottobre 2019
Catacombe di Santa Domitilla

 

 

la crisi della società italiana e il ruolo della chiesa secondo Cacciari

 

 a un’Europa vecchia e sterile serve il fertilizzante della chiesa

intervista a Massimo Cacciari
di Andrea Monda

 

Il cambiamento d’epoca di cui parla Papa Francesco è tale che ha colto impreparato l’Occidente.

 

Da qui parte la riflessione di Massimo Cacciari che riprende la suggestione di Giuseppe De Rita sulle due autorità, civile e spirituale, e si concentra sulla prima, quella «che fa acqua un po’ da tutte le parti». Lo abbiamo incontrato in un caldo pomeriggio di luglio, è arrivato a piedi e se n’è andato a piedi, una sorta di Giovanni Battista inquieto e sempre pronto ad accendersi di una santa ira che non risparmia nessuno.
Qual è l’elemento più preoccupante della crisi attuale?
Il problema è che la parte laica, civile, è proprio quella che fa acqua, per una complessa serie di cause. Le grandi culture che hanno formato l’Europa del dopoguerra e che hanno dato consistenza alla politica italiana si sono mostrate inapte a comprendere e a dar forma alla nuova età. Sono cose che succedono nella storia, quando un mondo finisce. Il mondo del dopoguerra si è chiuso con la caduta del muro, con la fine dell’impero socialista, con le trasformazioni globali negli equilibri economici e politici, la nascita della nuova Cina e il decollo indiano. Siamo di fronte a una nuova età, come quella che segna la fine delle polis greche, come quella che segna la fine dell’età dell’impero romano. Barbari che compaiono, gente di cui non capisci la lingua, e le grandi famiglie culturali e politiche europee, che sono sostanzialmente quella socialdemocratica, quella cristiano-popolare e quella liberale, non comprendono la situazione, rimangono abbarbicate inerzialmente a determinati valori e giudizi, che sono diventati pregiudizi, dato il mutare della situazione. Questo vale in particolare per le culture liberali e socialdemocratiche: i primi diventano dei puri conservatori, mentre la socialdemocrazia rimane aggrappata a un modello di stato sociale e di idea di uguaglianza che non può più reggere rispetto ai fenomeni di globalizzazione. È tutto da reimpostare, da rivedere, in particolare in Italia, dove accanto a questa trasformazione globale c’è anche la catastrofe specifica che passa sotto il nome di tangentopoli, che invece è il crollo anche di tenuta etica e morale dei partiti del patto antifascista.
Qui De Rita direbbe che la mia lettura è tutta politicistica (io credo cultural-politicistica): secondo me non sono mai le trasformazioni semplicemente economiche che possano motivare quello che è successo in questo paese e in Europa. Accade dunque che le componenti fondamentali che hanno dato vita all’Unione europea entrano in un cono d’ombra totalmente subalterno ai modelli neoliberisti; anche l’euro nasce in questo clima: il mercato, la libera concorrenza… non c’è più il pilastro della solidarietà, della sussidiarietà, punti fondamentali per la cultura di uno Sturzo, di un De Gasperi. Tutti questi pilastri vengono meno. Rimane l’affannosa rincorsa a quelle che si presume essere le nuove forme di potere. E quando con la crisi vengono meno le possibilità di promettere ancora ulteriormente «magnifiche sorti e progressive», queste forze si spappolano.
Lo scenario che sta illustrando non è dei migliori…
Lo so, ma nel mio discorso non c’è niente di nostalgico. Il problema non è il venir meno di determinati valori, ma il fatto che questa Europa è vecchia, forse decrepita, e non si può chiedere a un vecchio di non aver paura, di essere audace. La domanda allora è: c’è la stoffa per ritessere un discorso politico, per riformare una élite politica in Italia, in Europa? Perché questi nazionalismi, i sovranismi sono nient’altro che l’effetto del disgregarsi di queste precedenti culture, che non sono state al passo con la trasformazione. Sono il segno che l’Europa è vecchia, che non produce più, che è un terreno sterile; bisogna quindi trovare nuovi fertilizzanti. E penso, da non credente (ma è da qui che nasce la mia attenzione al mondo cattolico) che forse il fertilizzante può venire proprio dalla Chiesa: discutendo, dialogando, dibattendo, polemizzando… È il mondo cattolico che può essere il segno di contraddizione, che può rimettere in movimento qualcosa. Se non da lì, da dove può venire? Certo, frange socialdemocratiche possono anche tentare un discorso sui temi economici, sui temi sociali… ma è da lì che può venire la spinta maggiore.
Eppure oggi quel mondo cattolico sembra silente o, il che forse è peggio, diviso al suo interno…
Ha ragione. Un esempio molto banale, visto da fuori. Io ero convintissimo che l’agitazione del crocifisso, del rosario in un comizio sarebbe costata cara in termini di consenso. Pensavo che era impossibile che passasse inosservata la blasfemia di gesti simili e invece mi dicono i miei amici sondaggisti e analisti che il gesto ha fatto guadagnare consenso, proprio dal mondo cattolico. Qui c’è un problema colossale e mi riferisco al problema educativo, alla formazione della classe dirigente, un ambito che oggi appare sterile. Gli intellettuali non esercitano più alcuna influenza. Le università hanno sempre esercitato in Europa un’egemonia culturale, ma tutto questo oggi sembra finito. E si fa fatica a pensare un’Europa senza cristianità.
Secondo l’espressione del Papa, non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca, che però ha trovato tutti impreparati.
Il modello è proprio quello del libro di Karl Polanyi, La grande trasformazione. Dove la trasformazione economica diventa trasformazione della testa della gente. Dobbiamo diventare consapevoli che abbiamo a che fare con un uomo diverso; il mutamento è culturale e antropologico, basta vedere i giovani, i ragazzi. Questo mutamento ha colto impreparate le culture che sono uscite dalla grande prova della guerra, che hanno avviato l’Unione europea e che hanno fatto le costituzioni, quelle costituzioni che avevano quel carattere tipicamente democratico, progressivo, come ad esempio la costituzione italiana. Il fatto è che sull’Europa ci sono stati e permangono molti equivoci. Ad esempio si cita il modello di Spinelli ma ho la sensazione che i tanti che lo citano non l’hanno mai letto. Quello era un modello totalmente neo-illuministico e sostanzialmente autoritario per cui è l’élite che fa l’Europa in barba alle diverse sovranità nazionali. Quindi quando parliamo di identità nazionale di cosa parliamo? Una identità liberale? Cosmopolita? Illuminista? Per come si sono sviluppate le vicende dell’Europa è evidente che si è perduto di vista l’elemento della sussidiarietà, che era fondamentale nel modello federalista autentico. In quel modello con la creazione dell’unione europea politica si superava, ma al tempo stesso si difendeva, l’identità nazionale, la si garantiva, dando peso politico al singolo stato membro, in un’unione che faceva la forza di ognuno. Non si è riuscito a spiegarlo, a comunicarlo in nessun modo. E ora è facile comunicare il messaggio opposto: Italy first e così via. Non si è riuscito a comunicarlo perché si è trasmessa sempre e costantemente l’impressione che l’obiettivo fosse il mero superamento dell’identità nazionale all’interno di un modello illuministico. Così come non si è compreso che la battaglia sull’Europa è decisiva per la cristianità. Si può certo dire “l’Europa vada come va, tanto noi, la Chiesa, siamo il mondo”. È giusto da una parte, dall’altra è sempre vero che urbs et orbis, la città e il mondo, come a dire che non può esserci un mondo senza centro, e qual è il centro? Washington? Pechino? Buenos Aires? Roma? Gerusalemme? Certo, il Mediterraneo, il centro è quello. Non si è ancora capito in nessun modo che il centro, bene o male, continua a essere questo. E invece assistiamo in Europa all’assenza e al fallimento totale di politiche mediterranee, perché non si ha questa visione storica, e agli errori tattico-politici che dipendono dall’incomprensione della dimensione di lungo periodo. Il Mediterraneo non era cruciale soltanto per evitare che diventasse il fossato, il muro che è diventato, ma lo era in quanto è esso stesso l’Europa che si gioca lì, in quelle acque che uniscono Atene e Gerusalemme con la prima e la seconda Roma.
La crisi assume i contorni di una mutazione antropologica. Penso all’impatto delle tecnologie, al grande innalzamento dell’età della vita e penso all’elemento che oggi sembra giocare un ruolo fondamentale anche a livello politico, quasi elettorale: la paura, che si trasforma in rancore.
Ritengo che la paura sia strettamente collegata all’invecchiamento. Organismi vecchi difficilmente affrontano le sfide con coraggio. Un organismo vecchio tende a difendersi, quando l’ambiente muta si chiude, questa è fisica. Questi fenomeni che avvertiamo ovunque in Europa derivano, secondo me, sostanzialmente da questo. Come nei secoli dell’Impero romano, mutatis mutandi, l’Europa ha bisogno di accogliere. Ma bisognava farlo per tempo. Perché era evidente che l’Europa avesse bisogno di sangue nuovo, e anche di intelligenza nuova, e che dovesse quindi affrontare questo meticciamento, come dice il cardinale Scola che lo aveva capito perfettamente e predicato in modo incessante. Ricordo quando era Patriarca a Venezia: non c’era manifestazione religiosa dove lui non ricordasse questo aspetto del meticciato. Per tempo era necessario che l’integrazione avvenisse attraverso politiche di cittadinanza, politiche economiche rivolte anche ai paesi da cui veniva questa gente, stringendo accordi commerciali, culturali, scambi con più paesi. Avremmo dovuto fare noi europei quello che in termini neocoloniali assoluti sta facendo la Cina. Questo è compito degli europei, come si fa a non capire? È lo stesso discorso del Mediterraneo di cui sopra: l’Europa è Euro-Africa. Qual è il tuo destino, Europa? A chi devi guardare se non ai due miliardi e mezzo che saranno tra un po’ gli africani, a chi altri devi guardare?
Se svolto per tempo e organizzato bene, quel lavoro politico di integrazione avrebbe dato vita a quel positivo meticciamento di cui parlava Scola. È certo che se non lo organizzi in alcun modo e improvvisamente, in base alla spinta delle guerre, dei cambiamenti climatici, della miseria, cominciano a precipitarti addosso enormi masse di rifugiati, esuli, poveretti, è chiaro che quei vecchi di cui sopra, soprattutto durante una crisi economica, diventano inevitabilmente la più facile preda di una propaganda di destra classica.
Hitler, che non c’entra niente con questo discorso, nel 1929, prima della crisi, prende il solo 2,8 per cento dei voti, e Stresemann e Briand, pochi giorni prima del crollo di Wall Street, s’incontrano, dicono ogni problema tra loro è risolto, che si metteranno d’accordo su tutto, fratelli per sempre, e che insieme Germania e Francia lavoreranno da domani per dar vita all’unione europea. Sei mesi dopo c’è la crisi e tre anni dopo c’è l’avvento di Hitler. Crisi non gestite, trasformazioni epocali non governate, possono produrre di tutto, come abbiamo visto quando sono crollati gli stati socialisti e c’è stata la guerra in Bosnia. Questa è la grande responsabilità che devono capire gli eredi di quelle culture, devono capirla, mettersi insieme e dire: cosa facciamo insieme?
Parliamo degli eredi di quella cultura che è quella cattolica, che lei, da laico, non credente, definisce un potenziale fertilizzante di una società vecchia.
La Chiesa è fondamentale, la forma politica della Chiesa ha dimostrato di essere quella forse più valida per affrontare problemi di questo genere. Però la domanda che io mi pongo sempre di più è: si capisce che la battaglia decisiva è qui in Europa?
Sono stato io a suggerire a monsignor Ravasi il motto episcopale quando fu ordinato: Praedica Verbum. Proprio come dovevano fare i professori di religione nelle scuole: evidenziare senza chiacchiere, senza spiegazioni. Semplicemente praedica Verbum, che però si rivela un segno di contraddizione, perché non sarai mai capace di seguire quel Verbo. Però — è questo è il punto — vedi che distanza c’è rispetto alla realtà. Misura la distanza, inquieta l’intelligenza dei tuoi interlocutori facendoli riflettere su questa distanza, senza tante chiacchiere, senza voler fare il maestro di nessuno. Questa parola indubitabilmente ha formato da due millenni l’Europa. Predicare il Verbo può avere, secondo me, effetti politici enormi ancora oggi come li ha avuti in passato.
Che cosa sono i movimenti di riforma se non tornare a quel breviloquio? Quel Verbo ha formato la testa della gente, proprio in momenti di crisi. Si tratta allora pascalianamente di scommettere di nuovo su questa forza.
E i laici? Qual è il loro ruolo?
I laici devono riprendere un grande discorso di riforma dell’Unione, delle sue istituzioni con coraggio, con radicalità. Sono trent’anni che si insegue invece la moderazione, ma come vuoi risolvere moderatamente una situazione di grande trasformazione? Puoi essere benissimo un moderato, se si tratta di barcamenarsi, ma se affronti una tempesta devi abbandonare la moderazione. La Tempesta di Shakespeare si apre appunto con una tempesta per cui tutti i personaggi sono come annichiliti, ci sono pure i re, ma non contano niente adesso, il re non serve ora, ci vuole invece il nocchiere, ci vuole uno che governi nella tempesta: tu caro re non sei più sulla terraferma come prima. Questa è la sfida per i laici che devono provarsi per capire se sono in grado di governare nella tempesta. Allora potrebbero combinarsi, accordarsi con la dimensione spirituale. Se c’è una grande forza spirituale questo ha effetti civili, politici, sociali, ma ci vuole radicalità, in entrambi i campi, nel capire che qui in Europa si gioca una battaglia forse decisiva per la stessa cristianità.
Sul versante cattolico: da una parte c’è questo predicare il Verbo, anche in maniera molto essenziale, di Papa Francesco, dall’altra c’è quel dato preoccupante che lei prima citava, c’è qualcuno che sventola i simboli religiosi e accresce il suo consenso, magari incitando la folla a fischiare contro il Papa. Uno scollamento a dir poco inquietante.
Secondo me in questo momento difficile d’invecchiamento europeo, di crisi delle culture politiche di cui ho parlato, è stata coinvolta anche l’immagine della Chiesa, ridotta all’interno di un discorso di astratto cosmopolitismo: la Chiesa che s’interessa del mondo, s’interessa dei migranti, il Papa che va a Lampedusa… è stata data una lettura superficiale, complice anche il modo in cui il Papa è stato letto da laici e non credenti, in una chiave alla partito d’azione, alla Spinelli… Si è data questa immagine: un cosmopolitismo degli intellettuali.
Il che contrasta frontalmente con la realtà, se pensiamo, ad esempio, alla predicazione di Francesco che è il massimo della concretezza, della prossimità.
Sì, ma c’è stata questa lettura. E bisogna fare attenzione, perché appunto uno furbo come Salvini ha capito questo e si è inserito in questa situazione cercando in modo sottile di spaccare, mettendo i Papi uno contro l’altro, venerando per esempio la figura di Giovanni Paolo II, il Papa dell’identità cristiana, della lotta al comunismo….
L’identità è una parola che adesso è rispuntata fuori prepotentemente.
Questa è un’altra battaglia culturale formidabile da fare. Perché l’identità cristiana è l’identità che acquisisci facendoti prossimo, non esiste un’identità a sé. L’identità è pros eteron, per l’altro, la tua identità diviene nella misura in cui ti fai altro, diviene nella misura in cui ti approssimi, ti fai prossimo all’altro. Questo è fondamentale, non si tratta di un’identità astratta. Un’identità “suolo e sangue” semmai è quella del polites greco, l’identità cristiana non ha niente a che vedere con questo. Questa è una battaglia culturale grande, complessa e urgente. Potrebbe aiutare il recupero di un’etica classica di un certo tipo per questa battaglia da condurre insieme laici e cattolici. Sfida difficilissima in una condizione in cui l’Europa è in una situazione di estrema debolezza economica e demografica. Ci vorrebbe davvero una grande iniziativa, credibile sul piano delle riforme da attuare, delle riforme da svolgere, sul piano anche del ceto politico, della classe dirigente che la porta avanti, perché anche quello ha la sua importanza. L’autorevolezza del ceto politico è un elemento importante nell’azione politica e invece oggi è ai minimi storici.
Il suo libro su Maria, «Generare Dio», mi è venuto in mente perché prima parlava dell’Europa decrepita, che ha bisogno di un fertilizzante, che è in crisi di generatività.
In crisi come tutto l’Occidente che ha avuto il suo grande boom dalla metà del Settecento alla prima guerra mondiale, un grande boom demografico, e poi questo boom demografico si è spostato in Asia e Africa. Dipende da vari fattori, ma certo è un segno caratteristico del declino di un paese, di una stirpe. In questo contesto il tema di Maria è importantissimo, se s’intende in questa chiave. C’è stato un modo del tutto sbagliato con cui si sono affrontati in questi anni temi di questo genere come famiglia e procreazione. Con una posizione da parte della Chiesa non di attacco, ma di difesa. Errore devastante. Penso al tema della dignità della donna: io nel libro dico che quando la donna genera, genera Dio. E invece si è scelta la linea della difesa su vecchie frontiere riguardanti i diritti della donna, il diritto di famiglia… Il risultato è che oggi in regioni cattoliche come il Veneto nessuno più segue quello che gli dice Santa Romana Chiesa. Una forza politica può dare un’immagine di sé conservatrice, ma se la dà la Chiesa è spacciata. Alla riforma devi rispondere con la tua riforma, alla crisi rispondi con i santi, rispondi con San Francesco, con Sant’Ignazio, non puoi rispondere difendendo etiche e basta. L’idea di Maria per me è fondamentale, è l’idea di una donna che consapevolmente, liberamente, accoglie, malgrado il dubbio, malgrado il dolore, malgrado la sofferenza, accoglie e segue fino alla Croce.
Ritorno sul tema del rancore, da dove nasce questo risentimento?
Ci sono dei vizi nella nostra natura. Il realismo cristiano ce lo dice, chiamalo peccato originale, chiamalo come vuoi, ma la nostra natura è prigioniera. Ed ecco allora gli animali danteschi, i vizi capitali che oggi vengono esaltati in un sistema individualistico, penso all’invidia, all’avarizia. L’invidia è l’opposto della prossimità. Il cristiano dice di farsi prossimo, l’individualismo dice “io invidio”, sono due posizioni inconciliabili, drammaticamente contrapposte. L’avarizia, pleonexia dicevano i classici, è volere avere di più, tenere il mio e avere di più. Il risentimento allora può diventare odio, perché se io ho e voglio avere di più, se comincio ad avere di meno, c’è l’invidia, e l’invidia può diventare odio. Una dinamica opposta alla dinamica che i cristiani indicano nel termine caritas e che Aristotele diceva giustizia, dikaiosyne: il giusto non è soltanto colui che dà a ciascuno il suo, ma che vuole il bene dell’altro. Quindi già per Aristotele la giustizia è un atteggiamento per l’altro, pros eteron. Sono temi che poi la Chiesa eticamente recupera: San Tommaso quando parla di etica recupera questi elementi propri, che poi, nell’itinerario in Deum, vengono tutti valorizzati ancora di più, esaltati ancora di più e trasposti su un piano ancora più alto. Ora di nuovo siamo lì, siamo forse nella fase estrema del sistema individualistico. Sono venuti meno quegli organismi, quelle organizzazioni, quelle forme che metabolizzavano queste dinamiche proprie dell’individualismo. I partiti politici facevano una cosa di questo genere, le assumevano e le trasformavano, le metabolizzavano, le accordavano, e facevano venire fuori una specie di sintesi, ognuno per la sua parte sociale. La crisi dei partiti politici ha provocato anche questo. Nessuno dei partiti, anche l’unico che c’è che è la Lega, compie più questo lavoro, assolutamente. Mette insieme, fa un mucchio di tutte le istanze degli individui e le mette lì ma senza mediazione, senza sintesi. L’attuale governo è esemplare da questo punto di vista: ce n’è per tutti, meno tasse per chi vuole meno tasse, il reddito di cittadinanza per chi vuole il reddito di cittadinanza…
I partiti politici come i corpi intermedi sono entrati in crisi, anche perché, bisogna riconoscerlo, si sono “dimissionati”. Se i corpi intermedi per anni e anni sono andati avanti facendo clienti, non possono più avere credibilità.
La tecnologia come contribuisce a questo cambiamento d’epoca?
È chiaro che è fondamentale. Di per sé non è niente di nuovo, perché dalla rivoluzione industriale e ancora prima, scienza e tecnica sono elementi strettamente connessi. Ma ci sono grandi trasformazioni con dei veri “salti”, come quello dell’Ottocento. E così oggi assistiamo a un grande salto tecnologico, che però oggi può intervenire nella vita, nel determinarne le forme. La vita, questo è il punto. Secondo me, il tratto più spaventoso, più tremendo, più terribile proprio nel senso greco di meraviglioso e tremendo, cioè stupefacente, è che questo individuo è tutto fuorché l’individuo nascosto, è tutto esposto, tutto sulla scena, tutto a disposizione, tutto calcolabile; non è il singolo, è esattamente l’opposto del “singolo” di Kierkegaard. No, questo è proprio l’individuo, è un numero, ma sul palco, sulla scena. Esposto. È l’oscenità di quest’epoca, e sarà sempre peggio; con i big data che ci possono essere adesso tu individuo sei perfettamente quello che risulti in base a quello che acquisti: i libri che acquisti, i vestiti che acquisti, le telefonate che fai, i treni che prendi, quante volte usi il bancomat. Tutto questo è totalmente schedato, il data è la combinazione di tutte queste informazioni dalle quali viene fuori come risultato chi sei tu. E un domani potrebbe accadere benissimo che tu vai a chiedere lavoro a qualcuno: “il nome scusi? Vediamo, ah lei è questo”. Vede dove siamo arrivati? A una inquietante forma di uguaglianza, ciò che alcuni teorici della democrazia temevano, che l’uguaglianza potesse portare a questo, non a caso ci avevano aggiunto la fratellanza.
Che però è stata la grande dimenticata, a favore di libertà e uguaglianza.
Anche perché, come ricordava un vero grande sociologo e filosofo come Georg Simmel, libertà e uguaglianza per conto loro sono in assoluto opposizione e contrasto, sono la contraddizione logica, perché se sono libero non sono uguale a te. Quindi libertà e uguaglianza di per sé fanno l’individuo, ognuno libero contro l’altro. E dunque ci vuole la fratellanza. Come si produce questa fratellanza, questa amicizia? Come si produce? Chi la produce? E allora, di nuovo, organismi, corpi intermedi, partiti, sindacati, da “sin-ducere”, mettere insieme. Ci abbiamo provato in passato e in parte ci siamo riusciti. Ma ora se tutto questo si spappola non c’è niente da fare, ci sono i big data, c’è chi ne dispone, e a sua disposizione sono anche gli individui.

i verbi della chiesa

appunti per la chiesa:

uscire, scendere, condividere

uscire

Usciamo perché preferiamo la ricerca all’autoreferenzialità. Non temiamo di essere messi in discussione, non diffondiamo certezze, perché siamo graffiati dal dubbio e camminiamo circondati dall’oscurità. Portiamo esperienza e lottiamo, spesso senza riuscirci, per custodire la speranza. A volte perdiamo la fede (nell’accezione di fiducia) vicino al cartone di un senzatetto o nella baracca di un impoverito dal quel Sistema osannato -dietro compenso- da manipolatori o -gratuitamente- da sudditi in senso ontologico. Abbiamo bisogno di dialogo, non cerchiamo contenitori da riempire con le nostre risposte. Sentiamo di dover esplorare ambiti sconosciuti, di scoprire parole nuove o di allargarne il significato. Ogni contributo è necessario, ogni frammento di verità è sacro, per questo ascoltiamo le voci diverse dalle nostre e da quelle che ci danno ragione. Poi dopo accurato discernimento tratteniamo solo ciò che ci avvicina a Dio.

scendere

Rifiutiamo privilegi e differenze sociali perché ci facciamo garanti della possibilità dell’altro. Interrompiamo logiche di morte, partecipando alle lotte di liberazione degli oppressi. Non rivendichiamo posti, ci mettiamo alla scuola degli ultimi e ci prendiamo la responsabilità di esporci di persona. Non siamo classe dirigente, ma popolo. Non siamo maestri, ma pellegrini. Non diamo ordini, ma soffriamo-insieme per far avanzare il Regno di Dio. Eliminiamo le linee verticali, sostituendole con quelle orizzontali. Ritorniamo nella dimensione della testimonianza, abbandonando quella dell’apologia. Andiamo in missione annunciando la Buona Novella della Giustizia (l’opzione per i poveri) e della Misericordia (l’Amore che ricolma l’abisso del peccato), dimenticando il contro-Vangelo elaborato da menti umane. Scegliamo il paradigma alternativo e capovolto di Dio. Scegliamo il mistero, non la spiegazione. Scegliamo l’inaudito, non l’elaborato.

condividere

Rinneghiamo l’accumulo e la proprietà esclusiva dei beni. Smascheriamo l’ipocrisia della ricchezza ripulita con qualche ostentata elemosina e dell’opulenza giustificata con la povertà di spirito. Chiediamo un concilio per organizzare la restituzione dei beni e per rinunciare ad ogni forma di potere e di connivenza con le attuali strutture economico-sociali di peccato. Chiediamo ai poveri di indicarci la strada della santità e dimostriamo la stoltezza del mondo (1), vivendo la follia delle beatitudini. Guardiamo al bisogno di ciascuno e non troveremo pace fino a quando ci sarà mancanza, espropriazione, emarginazione. Ci sentiamo i custodi dei figli del Dio vivente, riscattati a caro prezzo, non amministratori di cose, anche se opere d’arte. Avendo ricevuto vita e amore, gratuitamente da Dio, desideriamo agire nello stesso modo.

 

cfr. 1Corinzi 1, 17-31

Il papa sdogana l’islam, ma l’islam sdogana la chiesa? – un auspicio

papa Francesco sdogana i musulmani

da infedeli a fratelli

Ottocento anni fa, durante le Crociate, tra sangue e spade, si levò forte la voce di San Francesco anche “contro” la Chiesa che quelle guerre capeggiava. Oggi sono le diplomazie e i gesti di Francesco Papa, che si reca nel cuore dell’Islam, a sottolineare l’importanza del dialogo, della fraternità e della pace fra i popoli.

La posta in gioco è altissima: parla a nuora perché suocera intenda. In tutto l’Islam il vero problema è il riconoscimento delle comunità cristiane e la costruzione dei luoghi di culto. È la loro possibilità di “vivere” allo scoperto manifestando liberamente la propria fede senza timore.

Ad Abu Dhabi tutto il mondo musulmano guarda con attenzione le parole e i gesti di Bergoglio. Ma anche i cristiani osservano con altrettanta attenzione quello che sta avvenendo.

La strada intrapresa dall’Argentino ricalca quella che Francesco d’Assisi segnò 800 anni fa: allora “infedeli” oggi fratelli.

Il Papa sdogana l’Islam, ma l’Islam sdogana la Chiesa? E’ l’auspicio e il punto di domanda di questo viaggio apostolico. Bergoglio lo ha fatto sin dall’inizio: “un fratello da voi per costruire sentieri di pace“. È questa la posta in gioco e lo si fa con le parole attribuite a san Francesco: fa di me uno strumento della tua pace.

Parole che affondano le loro radici nel testo della Regola non Bollata che allora la Chiesa non volle approvare:

Perciò tutti quei frati che per divina ispirazione vorranno andare tra i saraceni e altri infedeli… I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1 Pt2, 13) e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio…”.

Parole dettate dall’assisiate dopo il viaggio a Damietta nel 1219, senza se e senza ma.

L’esortazione “Né liti né dispute” è fondamentale in quanto il Santo auspicava che i frati si distinguessero dai crociati in armi. Non la ricerca di uno scontro, ma la costruzione di un terreno comune e umano su cui far nascere un’amicizia.

Le immagini che arrivano oggi da Abu Dhabi: il Grande Imam di Al-Azhar, Mohamed Ahmed al-Tayeb, il principe ereditario lo sceicco Mohammed Bin Zayed al Nahyan, e Papa Francesco che camminano mano nella mano rimarranno nella storia.

Immagini che siglano l’amicizia invocata da Francesco d’Assisi 800 anni fa. Le linee guida di allora diventano gli atteggiamenti di oggi. Non la strada dell’imposizione ma quella della condivisione.

image_pdfimage_print