la chiesa protesta contro la politica razzista

la chiesa contro i razzisti

inaccettabile far politica sulla pelle dei migranti

monsignor Angelo Becciu lancia un monito ai nostri governanti: sarà impopolare oggi difendere gli emarginati ma né il Papa, né la Chiesa possono venir meno alla loro missione

Papa Francesco e i migranti

papa Francesco e i migranti

Basta con il razzismo e la xenofobia. Sopratutto quando chi è al governo cerca consento prendendosela con i più deboli.

“Una chiarezza sull’argomento era necessaria, che siano solo i Paesi fisicamente più esposti come l’Italia o la Grecia ad assumersi il peso dell’accoglienza e non tutta l’Unione europea non è giusto ma che si utilizzino le navi cariche di esseri umani per far avanzare posizioni politiche è inaccettabile”.

Lo ha detto all’agenzia Ansa il sostituto della Segreteria di stato vaticana, monsignor Angelo Becciu, cardinale nel concistoro di domani, a proposito della linea dura del governo sui migranti.

“Ricordo quanto il Papa ha recentemente detto – aggiunge Becciu -: gli immigrati sono esseri umani non numeri! Sarà impopolare oggi difendere gli emarginati ma né il Papa, né la Chiesa possono venir meno alla loro missione”.

papa Francesco sta cambiando la chiesa

 

“il papato sta cambiando”

José María Castillo

dal blog di José Maria Castillo in “Religión Digital” dell’8 giugno 2018

Senza che noi cristiani ce ne rendiamo conto, stiamo assistendo a quello che molti non si immaginano: papa Francesco, senza toccare il «dogma», sta cambiando il papato.
Mi spiego. Contro coloro che attaccano l’ortodossia e la rettitudine di papa Francesco, la mia coscienza mi dice che non debbo tacere. Si tratta di qualcosa di fondamentale per il papato e quindi anche per la Chiesa. Per questo voglio e debbo affermare quello che spiego qui di seguito.
Questo papa non ha toccato nessun «dogma di fede divina e cattolica», così come questa questione fondamentale è stata espressa e definita nel concilio Vaticano I (costituzione dogmatica Dei Filius, cap. 3, Denz 3011). Per questo insisto sul fatto che papa Francesco sta cambiando il papato non per quello che dice, ma per la sua maniera di vivere.
Cosa significa questo? Il Vangelo prima di tutto non è una «dottrina religiosa», ma è soprattutto un «progetto di vita». E sottolineo il fatto fondamentale che ogni cristiano sia certo che il centro del Vangelo non è la «fede» in Gesù, ma la «sequela» di Gesù. Ma è successo che la teologia ed il governo della Chiesa hanno posto il centro del cristianesimo nell’«ortodossia della fede» ed hanno spostato la «sequela di Gesù» nell’ambito della spiritualità. Ebbene, stando così le cose, si capisce quello che sta succedendo nella Chiesa. Il Magistero della Chiesa può controllare (e controlla) la «dottrina della fede». Quello che non può e non ha motivo di controllare è la «generosità della sequela» di Gesù.
Ebbene, in una Chiesa che funziona così, è capitato quello che doveva capitare. L’ortodossia religiosa si è preoccupata fino all’eccesso di considerare come dottrine di fede non poche cose che non appartengono alla fede. Mentre la sequela di Gesù si considera come un tema relativo alla generosità dei più ferventi.
C’è un vuoto enorme nella Chiesa. Un vuoto che non si spiega alla gente. Se leggiamo i vangeli con attenzione, quello che vi si sottolinea è che, quando Gesù si riferisce alla fede dei discepoli e degli apostoli, lo fa per rimproverarli per la loro vigliaccheria, la loro paura, i loro dubbi e la loro incredulità (Mt 8, 26; 14, 31; 16, 8; 17, 20; Mc 4, 40; 16, 11.13.14; Lc 8, 25; 24,11.41; Gv 20, 25-31).
Tuttavia Gesù è stato sempre rispettoso e tollerante con quegli uomini che avevano una fede così piccola, più piccola di un granello di senape (Mc 11, 23 par; Mt 21, 21; 17, 20; Lc 17, 6). Molto diverso è stato il problema della «sequela». In questa questione Gesù è stato esigente ed intollerante fino a livelli che fanno impressione e non sono facili da comprendere. Gesù esige di lasciare tutto di fronte ad una sola parola: «Seguimi». Senza spiegazioni, ragioni o motivi. Famiglia, casa, denaro, attività…, qualunque sia. Tutto si subordina alla chiamata di Gesù. Non per avere alcune credenze o osservanze religiose. Ma per vivere il «progetto di vita» che Gesù ha vissuto. Nella maniera in cui ognuno possa fare questo.
E questo sta facendo papa Francesco. Che è l’ultima parola che Gesù ha detto a san Pietro: «Tu seguimi» (Gv 21, 22). È vero: il papato sta cambiando. Dai papi che centravano tutto nel comandare nella fede degli altri al papa che centra tutto nel seguire Gesù, facendo quello che ha fatto Gesù: aiutare coloro che soffrono, stare con quelli con cui nessuno vuole stare, realizzando ogni giorno (nella maniera in cui questo sia possibile) il «progetto di vita» che ha vissuto Gesù.
Il papato sta cambiando. Non perché papa Francesco stia modificando quello in cui bisogna credere. E non perché stia riformando la Curia Vaticana. Tutto questo non cambia il papato e non cambia la Chiesa. Il cambiamento si realizzerà quando le cose si metteranno al loro posto. La fede come deve essere e dove deve stare. Ed al centro di tutto la sequela di Gesù. Come lo stesso Gesù ha lasciato detto nel Vangelo. E questo sta facendo (senza dirlo) papa Francesco.
Con l’ortodossia della fede tutto continua e continuerà così come sta continuando. La sequela di Gesù ed il suo Vangelo ci fanno tanta paura che è normale abbandonare la proposta di Gesù e continuare con la nostra (grande o piccola) ricchezza. Come ha fatto quel giovane di cui raccontano i vangeli.

una chiesa che sa chiedere perdono … a proposito della pedofilia e dei vescovi cileni

IL SOGNO DI UNA CHIESA

di Raniero La Valle

Mentre molte cose accadono, quella che ci sembra più rilevante e ricca di futuro è la lettera del papa ai vescovi del Cile che non solo da ragione degli eventi inauditi che hanno investito la Chiesa cilena, ma è uno straordinario testo di ecclesiologia, che apre uno squarcio su quello che può essere la Chiesa, e anzi la religione di domani.
È una lettera di dieci pagine, che doveva rimanere segreta, per cui non è uscita sul sito del Vaticano; ma nella Chiesa di Francesco non c’è più nulla di segreto: certo la “Segreteria di Stato” continua a chiamarsi così, ma ormai tutto è gridato sui tetti, la fiaccola è sopra il moggio, e anche il lucignolo che rischia di spegnersi ora si vede. Sicché abbiamo assistito con enorme stupore a un papa che si è messo in gioco riconoscendo l’errore compiuto nel giudizio che aveva dato sullo scandalo della pedofilia in Cile, e poi all’intero collegio di quei vescovi che viene a Roma e per tre giorni ripensa col papa a tutto ciò che era accaduto, e infine si pente e chiede perdono, prima di tutto alle vittime, e poi rinunzia al potere, ciascun vescovo rimettendo nelle mani del papa il proprio mandato, senza nessuno a giustificare se stesso, tutti dal primo all’ultimo, trentaquattro.
È la prima volta che una Chiesa chiede perdono così: finora, anche per le sue colpe più gravi, la formula era che la Chiesa era santa e che semmai chiedeva perdono per il male commesso da qualche suo membro.
Per questo bisogna leggere la lettera del papa. Noi ve la mettiamo sul nostro sito in spagnolo, come è stata scritta  (CHE DIMINUISCA LA CHIESA PERCHÉ CRESCA LA FEDE) e come l’ha pubblicata la Televisione cilena, e cercheremo di darvene poi la traduzione italiana. Ma intanto la si può raccontare.
Per prima cosa bisogna dire che essa parte non da un problema di Chiesa, o di dottrina, ma da una ferita “aperta, dolorosa, complessa e sanguinante”, nella vita di tante persone, non necessariamente credenti, è “perciò” nella vita del Popolo di Dio. Tutte le vittime, tutte le persone sono Popolo di Dio. Ferita non curata come si doveva, e perciò bisogna subito voltare pagina, senza dare la colpa agli altri, perché tutti siamo implicati, dice il papa, “e io per primo”.
Ma come intervenire? Prima di tutto bisogna trovare la strada. E la strada è quella della conversione, perché bisogna cambiare, e non c’è cambiamento senza conversione, e bisogna farlo non separati, ma nella “collegialità” e “sinodalità”.
E qui c’è la chiave teologica della vera conversione richiesta alla Chiesa: “è necessario che lui cresca e io diminuisca”, secondo la parola di Giovanni Battista. La Chiesa del Cile (ma non solo lei) patisce infatti la tentazione di “soppiantare” il suo Signore. Di mettersi lei al posto di Dio. Di crescere tanto, che di Dio non c’è più bisogno, perché c’è lei. È avvenuto così lungo i secoli. Ma se la Chiesa basta a se stessa, non ha più altro da annunciare, viene meno la sua stessa missione, la sua forza profetica si perde. E se la Chiesa mette se stessa al centro dell’attenzione, invece di mettere il Signore che è “la via, la verità e la vita” e perde così “la memoria della sua origine e della sua missione”, anche il peccato della Chiesa viene al centro della scena, non si vede altro e non si parla d’altro; e così è successo proprio in questa crisi.
Il prezzo che si paga è allora molto alto, e mentre infuria lo scandalo, la cosa più urgente è “ristabilire la giustizia e la comunione”, non solo nell’immediato, ma a medio e lungo termine, perché il problema non è solo di affrontare i casi concreti, magari semplicemente rimuovendo i colpevoli (cosa necessaria ma non sufficiente), il problema è di andare alla radice e alle strutture che sono all’origine del male, il problema è di “recuperare la profezia”.
Sembra di capire che cosa cerca di dire il papa: nessun silenzio e nessuna debolezza di fronte allo scandalo, ma la conclusione di tutto non sta nella “tolleranza zero”, com’è per le cose del mondo, la conclusione sta nel recupero della profezia, in una Chiesa che torni ad essere Chiesa.
E qui si vede tutta la tenerezza e la profondità con cui papa Francesco pensa a questa Chiesa, la riconosce e le parla, come si parla all’amata.
Riconosce, proprio alla Chiesa cilena, di aver generato molti alla fede, di aver lottato per difenderla, e aver dato battaglia quando la dignità dei suoi figli non era rispettata o era semplicemente negata. Una Chiesa che ha saputo non mettersi al centro, ma “nei momenti oscuri della vita del suo popolo ha avuto il vigore profetico non solo di levare la sua voce ma anche di chiamare a raccolta per creare spazi di difesa di uomini e donne su cui il Signore l’aveva incaricata di vegliare”, ben sapendo che “non si poteva proclamare il comandamento nuovo dell’amore senza promuovere mediante la giustizia e la pace la vera crescita di ogni persona”. Il periodo cui il papa si riferisce è qui quello della dittatura, e perciò la citazione è di Paolo VI.
Ma, ad abbracciare tutta la sua storia, la vera forza della Chiesa cilena, è stata la pietà popolare, che “è una delle ricchezze più grandi che il popolo di Dio ha saputo coltivare”, con le sue feste, i suoi balli, la sua musica, i suoi vestiti, trasformando tante località del Paese “in santuari della pietà popolare, perché non sono feste che restino chiuse all’interno del tempio, ma riescono a rivestire a festa tutto il villaggio”. E perciò è una Chiesa che ha imparato come la fede si trasmette solo in dialetto, celebrando così, cantando e danzando, “la paternità, la provvidenza, la presenza costante e amorosa di Dio”. Una Chiesa che si fa prossima dei poveri, dei malati, dei senzatetto, degli orfani … Una Chiesa fatta di molti popoli, capace di promuovere le ricchezze e la buona vita di ciascuno, come negli anni Sessanta i vescovi del Sud fecero per la crescita del popolo Mapuche, dal quale c’è tanto da apprendere; una Chiesa profetica, capace di confessare (e qui Francesco cita il cardinale Silva Enriquez di Santiago, che fu uno dei fari del Concilio) “che nella nostra storia personale e nella storia del nostro Cile ci sono stati ingiustizia, bugie, odio, colpa, indifferenza”; per cui lo stesso arcivescovo invitava gli altri pastori e fedeli a essere “sinceri, umili, e a dire al Signore: abbiamo peccato contro di te! Peccare contro il nostro fratello, l’uomo e la donna, è peccare contro Cristo, che è morto e resuscitato per tutti gli uomini. Siamo sinceri, umili! Ho peccato, Signore contro di te! Non ho obbedito al tuo Vangelo!”. E aggiunge Francesco; “la coscienza cosciente dei suoi limiti e peccati la fa vivere in guardia dinanzi alla tentazione di soppiantare il suo Signore”.
E qual è l’antidoto? Il santo popolo fedele di Dio, che dal suo silenzio quotidiano in molte forme testimonia che il Signore non abbandona, sostiene e soffre con i suoi figli. Il santo paziente popolo di Dio, vivificato dallo Spirito, che è il volto più bello della Chiesa profetica che sa mettere al centro il suo Signore nella fatica quotidiana. “In questo popolo fedele e silenzioso sta il sistema immunitario della Chiesa”.
Così immunizzata, la Chiesa potrà ritrovare se stessa. Potrà affermare senza ambiguità che il discepolo non sarà mai il Messia. Guardarsi perciò da ogni forma di messianismo che pretenda ergersi come unico interprete della volontà di Dio. Non cadere, come tante volte è possibile, nella tentazione di un esercizio ecclesiale dell’autorità che pretenda sostituirsi alle diverse istanze di comunione e partecipazione e, ciò che è peggio, sostituirsi alla coscienza dei fedeli, dimenticando l’insegnamento conciliare secondo cui “la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nel suo recesso più intimo” (GS n. 16, che cita un discorso radiofonico di Pio XII). I falsi messianismi, dice il papa, pretendono cancellare l’eloquente verità che la totalità dei fedeli ha l’unzione dello Spirito. Mai un individuo o un gruppo privilegiato può pretendere di essere la totalità del Popolo di Dio e meno ancora credersi la voce autentica della sua interpretazione. Bisogna stare attenti alla “psicologia da élite” che può insinuarsi nella nostra maniera di abbordare le questioni. Essa produce dinamiche di divisione, separazione, circoli chiusi che sboccano in spiritualità narcisiste e autoritarie in cui, invece di evangelizzare, l’importare è sentirsi speciali, differenti dagli altri, mettendo così in evidenza che né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Messianismo, elitismo e clericalismo sono tutti sinonimi di perversione nell’essere ecclesiale e anche sinonimo di perversione – scrive il papa – è la perdita della sana coscienza di sapersi appartenere al santo popolo di Dio che ci precede e che, grazie a Dio, ci succederà.
La coscienza del limite ci salva dalla tentazione e pretesa di occupare tutti gli spazi, e specialmente un luogo che non ci appartiene, quello del Signore. Solo Dio è capace della totalità. “La nostra missione sarà sempre condivisa. La consapevolezza di avere delle piaghe ci libera; ci libera dal diventare autoreferenziali, di crederci superiori. Ci libera da quella tendenza prometeica di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri”.
E la conclusione folgorante della lettera è: “Fratelli le idee si discutono, le situazioni si discernono, noi siamo qui riuniti per discernere, non per discutere”.
Discernere, ci sembra vuol dire smettere gli abiti vecchi, avanzare lo sguardo verso quello che sarà il futuro della Chiesa e della stessa religione nel mondo
(Fonte: ChiesadituttiChiesadeipoveri)

un sogno ad … occhi molto aperti

ho sognato il papa

«È uno scandalo che vi siano persone o istituzioni della Chiesa che non si interessano del povero e vivono tranquillamente»

Oscar Romero

 

 

Non mi capita spesso ma questo sogno desidero raccontarlo perché è speciale: è fatto ad occhi aperti.

C’erano molte persone raccolte in Piazza San Pietro, visibilmente emozionate. Guardavano in alto, in attesa che il nuovo Papa si affacciasse dal balcone. Si aprì, invece, il portone della Basilica e il pontefice neoeletto, senza scorta, uscì per salutare i fedeli presenti. Gli porsero, poco dopo, un megafono per farsi ascoltare dai più lontani. Prese a dire parole inaudite:

«Buonasera fratelli e sorelle! Desidero, innanzitutto, comunicarvi che oggi inizia un nuovo cammino per la Chiesa. Il cambiamento consisterà soprattutto nella rinuncia ad ogni forma di Potere, ai privilegi e ai comportamenti che ci allontanano dalla vita reale. Ci faremo guidare unicamente dal Vangelo, riscopriremo il carisma profetico denunciando le strutture di peccato, ci schiereremo, senza indugio, dalla parte dei poveri, degli oppressi e di tutti quelli a cui viene negata una seconda possibilità. Non faremo più calcoli, non guarderemo più alle convenienze sociali, non difenderemo più la Chiesa con mezzi umani, perché la Chiesa ha già il suo difensore: Cristo. Infatti a noi spetta imitare la sua prassi e condividere le sue opzioni. Quindi il nostro programma da oggi sarà quello indicato nel Vangelo di Luca – annunciare ai poveri un lieto messaggio, proclamare ai prigionieri la liberazione, la vista ai ciechi, la libertà agli oppressi, predicare la misericordia di Dio – e in quello di Matteo al capitolo 25. Ascolteremo i poveri e solo quando avremo finito con loro daremo spazio ai c.d. Capi di Stato. Consegneremo il Vaticano alle autorità civili, metteremo a disposizione della comunità tutte le ricchezze in esso contenute. La Chiesa vivrà nel mondo e stabilirà la sua sede legale in tutti i luoghi in cui l’uomo soffre. Lasceremo i Palazzi ed andremo negli ospedali, nelle carceri, negli accampamenti dei disperati, nelle fabbriche, nei call center… Liquideremo la Banca e la sostituiremo con l’unica Banca coerente con la testimonianza evangelica: quella della tempo e della solidarietà. Da oggi investiremo solo in gratuità e confideremo solo nelle risorse provenienti dal Fondo chiamato ‘Provvidenza’. Non useremo più elicotteri, ma ci sposteremo con i mezzi di trasporto che usano i poveri: quelli pubblici. Incontrerete il Papa su un autobus o in una metro e la sua nuova abitazione sarà presso una parrocchia di periferia. Sposeremo la causa degli ultimi perché lo richiede il Vangelo e perché la Chiesa ha bisogno di conversione. Rinunceremo alle sovvenzioni statali per vivere la grazia della sobrietà e per condividere la condizione di chi non riceve simili aiuti. Saremo una Chiesa povera e dei poveri sia per testimoniare che l’Amore di Dio –che è l’essenziale – è gratuito, sia per denunciare l’iniquità dell’attuale sistema economico-sociale che per garantire il profitto a pochi avidi sfrutta i popoli e devasta l’ambiente. Saremo radicali e ci inginocchieremo solo per pregare e non per ottenere qualcosa in cambio dai potenti. Saremo la voce dei poveri, la coscienza critica, avremo paura ma chiederemo a Cristo la forza per percorrere la sua stessa strada».

A questo punto mi sono svegliato, e rimango nell’attesa che tutto ciò diventi realtà.

da ‘altranarrazione’

le tre mense inseparabili del cristiano

il motto della chiesa

«Dove sono i poveri, lì ci troverete»

sarà il motto con cui la chiesa tornerà a convertirsi a Cristo e al Vangelo. Ed inizierà, finalmente, a contrapporsi al grande peccato fattosi struttura. Quel peccato che ha messo su una croce il Salvatore, sconfiggendolo, però, solo per tre giorni. Quel peccato che ancora mette su una croce gli oppressi, sconfiggendoli, però, solo per i tre giorni del tempo storico. La Chiesa tornerà dal suo Signore, si rimetterà alla sua sequela abbandonando le dottrine costruite da menti umane che l’hanno irrigidita, sostituendo la Giustizia di Dio verso i piccoli e gli umili con la giustizia che condanna chi trasgredisce norme. La Chiesa riunirà finalmente le mense dell’epifania di Dio: quella della Parola che annuncia la salvezza, quella dell’Eucaristia e degli altri sacramenti che l’attualizza e quella dei poveri che realizza il Regno di Dio.


«Saremo giudicati sull’amore concreto e sulla misericordia, non su quello cantato o recitato. Convinciamoci che non possiamo dividere le tre mense che fanno la nostra identità cristiana: la mensa della Parola, quella dell’Eucarestia e quella dei poveri. Se ne manca una le altre due sono falsate e non c’è comunità. Né basta scusarsi dicendo che c’è il gruppo della carità. Perché la carità è di tutti e non si può delegare. Ogni mensa rimanda all’altra: la Parola fa desiderare l’Eucarestia che fa sentire il bisogno di muoversi verso il povero» (1).
La Chiesa non testimonierà più semplicemente l’esistenza di Dio ma la sua Volontà: ossia un diverso paradigma da quello predicato dal mondo e che è chiamata a rifiutare. La Chiesa, così, rigetterà la mercificazione generata dagli attuali modelli economici e predicherà la gratuità, rigetterà il potere e vivrà il dono di se stessa ponendosi, come Cristo, tra gli scartati. La Chiesa si presenterà come radicale alternativa alla cultura dell’utilità e della funzione e testimonierà che la dignità risiede nella scelta di com-patire e nella prassi conseguente.
«La pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo» (2).
Riconoscere il Figlio di Dio in quell’uomo dileggiato, sconfitto dal Potere, ed amaramente abbandonato dai discepoli non era impresa semplice. È un monito sempre valido per la Chiesa che è chiamata alla disponibilità, dimostrata dal centurione (3), ad accogliere l’assurdo di Dio, rispetto alle certezze dei saggi che diventano chiusure. La Chiesa, ancora oggi,  deve avere l’umiltà di imparare la fede da chi non ha fede e mettersi davanti ai reietti e riconoscere in essi il Figlio di Dio “che soffre nella storia” (4).

(1) card. Francesco Montenegro, Discorso pronunciato in occasione dell’apertura del Giubileo della Misericordia nell’arcidiocesi di Agrigento, Chiesa Concattedrale Santa Croce di Agrigento, 13/12/2015

(2) Prima lettera di Pietro 2, 7-8

(3) «Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Vangelo di Marco 15,39)

(4) «Voi siete l’immagine del Crocifisso. Sono venuto a dirvi che voi siete il Cristo che soffre nella storia» (Oscar Romero ai campesinos, in Ettore Masina, L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo, Il Margine, Trento 2011, p. 98)

da ‘altranarrazione’

per una chiesa profetica secondo il vangelo

 

il sogno di una chiesa profetica

la chiesa secondo il vangelo

ad imitazione di Cristo

 Chi non vede la profonda contraddizione tra il Vangelo, (l’esperienza e il messaggio del Signore Gesù) e l’azione della Chiesa-Istituzione o ha un atteggiamento ideologico o è semplicemente in malafede. E comunque in entrambi i casi dimostra di non voler bene né alla Chiesa-Istituzione né alla Chiesa-Comunità. Non si difende una organizzazione mettendosi i paraocchi sulle deformazioni ma aiutandola a realizzare la propria vocazione. E non si tratta solo dell’abominio dei casi di pedofilia e delle sciagurate coperture di una parte della gerarchia ma anche di tante altre forme di corruzione su cui si sorvola o si convive.  La ricerca di potere e prestigio, la monopolizzazione della testimonianza creano ostacoli e serrano i cuori. La spasmodica ricerca di compatibilità con sistemi politici ed economici antitetici con la compassione di Dio, con la solidarietà umana e con la stessa dottrina sociale della Chiesa scandalizza. Papa Francesco sta riconciliando la Chiesa con il Vangelo, ma non può fare tutto da solo. I membri della Comunità, non solo devono appoggiarlo nella sua azione, ma devono pretendere il cambiamento nei luoghi in cui agiscono. Con la responsabilità, non con l’adulazione, si costruisce il Regno di  Dio.

testo del card.Francesco Montenegro:

“È il mio sogno che vi ho presentato già dal giorno del mio arrivo ad Agrigento e che non posso non riproporvi. Ho letto queste parole: «Tenetevi saldi ai vostri sogni, perché se i sogni muoiono, la vita è come un uccello dalle ali spezzate, che non può più volare». E io non mi stanco e non intendo stancarmi di sognare. Come desidero trovare complici disposti a sognare e osare. Sogno la nostra Chiesa agrigentina che non sta alla finestra, e non prende le distanze da ciò che succede per strada. Ma che cammina bella lungo le strade gridando la profezia e scandalizzando coi suoi gesti d’amore. Che oltre a essere esperta delle cose di Dio, lo è altrettanto delle cose dell’uomo. Una chiesa bella che comprende la solitudine e la sofferenza dell’escluso di oggi – il lebbroso di allora – e lo guarisce, come fece Gesù, non standosene a debita distanza ma toccandolo; che piange, senza vergogna, assieme alla mamma che accompagna il figlio defunto o che partecipa alla gioia dei due sposini di Cana e non vuole che la festa finisca male. Chiesa bella che evangelizza, ma sa che evangelizzare significa rendere concreto ciò che si annuncia. Chiesa bella, la nostra, che è preoccupata di custodire la verità, ma è anche impegnata a rivelare l’amore. Sogno la nostra Chiesa bella e pronta a offrire a tutti un Dio vivo, imprevedibile e giovane e Lo sente presente, accanto e che parla, un Dio che ama, ride, piange, che ha un pallino: i poveri, gli ultimi, i nessuno. Chiesa bella che stando per strada non porta solo i manuali della preghiera ma ha sempre con sé l’olio e il vino, che ha per bussola il Vangelo ed è attenta a non ritrovarsi, come il sacerdote e il levita, “dall’altra parte” della strada, cioè dalla parte sbagliata. Che sa scoprire il bene, anche poco, in ogni uomo (come Gesù lo vide nel ladrone), anche se è uno scarto della società. Chiesa bella perché, rifiuta di diventare pascolo di egoismi colorati di bontà, e preferisce percorrere sia la strada che da Gerusalemme va a Gerico (dell’uomo abbandonato per terra), sia quella di Emmaus (dei viandanti senza speranza), che esce dal tempio (dove si può anche pregare col cuore spento e senza speranza come Zaccaria), si ferma al pozzo (i luoghi degli uomini) della Samaritana), entra nella casa di Zaccheo, e si avvicina ai bordi della piscina di Betzata. Sogno una chiesa bella che sente la voce del Signore che la invita alla conversione e la sprona ad osare cose nuove e a farsi «comprensiva, amante dei fratelli, maternamente tenera, umile» (cfr 1 Pt 3,8)”.

(Dal Pontificale dell’Immacolata del card. Francesco Montenegro, 08/12/2016)

pubblicato da ‘altranarrazione’

la cosiddetta crisi delle vocazioni è forse crisi di identità evangelica della chiesa

la crisi delle vocazioni

«E tu Chiesa rinuncia pure ai segni del potere. Non convertono nessuno. Ma non rinunciare al potere dei segni. È un potere povero che dà fastidio, perché disturba il manovratore»

(Don Tonino Bello, 7/3/1987)

La diminuzione delle vocazioni sacerdotali e religiose in generale è un importante segno profetico che dobbiamo leggere con attenzione. Non possiamo farci sviare dalla lettura miope di quelli che attribuiscono il fenomeno alla c.d. crisi dei valori. Sarebbe sufficiente ricordare, a tal proposito, che nel periodo cattolicissimo di chiese e seminari pieni, di rosari quotidiani recitati nelle famiglie e di matrimoni senza divorzi formali, abbiamo avuto: fascismo, nazismo, Shoah, e due guerre mondiali con oltre 91 milioni di vittime. Viene da chiedersi: di quali valori si trattava? L’attuale crisi deve aprirci ad nuovo paradigma di testimonianza. Il tempo del celebrante liturgico che parla di sofferenze che non conosce è finito. La vera crisi infatti non è sui valori (che non ci sono mai stati nel mondo) ma sulla credibilità di sacerdoti e religiosi. Nella migliore delle ipotesi si mantiene una forma di rispetto, ma sono considerati sempre meno punti di riferimento. I “sì” fatti con il capino durante le omelie sono altrettanti “no” nella coscienza. Lo scollamento tra la “recita” domenicale e le decisioni nella vita concreta è imbarazzante. Allora come agire? La Chiesa deve fare innanzitutto un bagno di umiltà. E il Signore attraverso questa crisi sta provvedendo. Chi vuole bene a Dio e alla Chiesa deve gioire e non preoccuparsi. Anzi deve sperare che si aggravi il più presto possibile. Ciò deve portare ad nuovo paradigma si diceva sopra togliendo potere e denaro alla Chiesa. Calata di nuovo nella realtà diventerà segno di speranza e ritroverà  la sua vocazione. D’altronde nei palazzi ci si ammala, girano virus letali, agevolati  nella diffusione da riforme di compromesso e non radicali. Povera con i poveri, non ricca con i ricchi. Sofferente in cerca dei sofferenti, non potente in cerca dei potenti. Appunto comunità non istituzione burocratica, secondo il Vangelo.

testi di don Tonino Bello:

“Condividere, intanto, la ricchezza di noi singoli con gli ultimi. È necessario che ognuno faccia una revisione globale della propria vita. Forse i parametri che la sorreggono sono di fabbrica antievangelica”.

don Tonino Bello, Chiesa, Stola e Grembiule, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2006, p.52

“Rivedere certe formulazioni tariffarie che danno l’impressione di una chiesa interessata più alla borsa dei valori che alla vita dei poveri, e insinuano il sospetto che anche i sacramenti si diano dietro il compenso segnato dal listino prezzi. Studiare le forme adatte per mettere in circuito di fruibilità terreni, case, beni in genere, appartenenti alla chiesa. Esaminare il problema di come restituire agli ultimi case religiose vuote e conventi chiusi. Eliminare lo spreco delle feste che si fanno in nome dei santi o col pretesto di onorarli. Educare chi si blocca di fronte al sospetto sistematico che sotto forme di pseudo povertà si camuffi il raggiro degli imbroglioni, avendo per certo che è molto meglio rischiare di mandare a piene mani nove impostori su dieci, che mandar via a mani vuote il solo bisognoso. Infine condividere con gli ultimi la loro povertà. Parlare il loro linguaggio. Entrare nel loro mondo attraverso la porta dei loro interessi. Aiutarli a crescere, rendendoli protagonisti del loro riscatto, e non terminali delle nostre esuberanze caritative o destinatari inerti delle nostre strutture assistenziali. […] Per le nostre comunità parrocchiali si pongono allora alcuni interrogativi concreti: i poveri si sentono a casa nelle nostre assemblee? Ha peso il loro parere nelle decisioni comunitarie?”.

don Tonino Bello, Chiesa, Stola e Grembiule, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2006, p.53-54

pubblicato da ‘altranarrazione’

 

i primi cinque anni di papa Francesco

i cinque anni del papa che ha capovolto la chiesa

di Alberto Melloni
in “la Repubblica” del 12 marzo 2018

“chi vuole può sentire la commovente dolcezza del vangelo come vangelo, che alla chiesa pellegrina nella storia dà rimprovero e consolazione, fortezza e grazia”

Lo so. L’egocentrismo cattolico che non scolora la papolatria istintiva in Italia, lo iato morale che da decenni separa i pontefici da molti leader politici — tutto potrebbe far pensare che quello che si dice di Francesco da cinque anni lo si sarebbe detto di chiunque altro fosse stato eletto il 13 marzo 2013. Ma non è vero. Perché Francesco ha un baricentro peculiare, nudo, secco, perfino unilaterale: quello di un papato “kerygmatico”. Il “kèrygma” (annuncio), nel Nuovo Testamento è il nucleo del vangelo di Gesù. Non cancella la catechesi, la dottrina, le norme: queste Francesco le lascia ad altri, se sono capaci. Lui tiene per sé l’annuncio che smaschera l’idolo del potere, così da non sciupare quel che “Dio ha scelto”. Così quando tacciono i denigratori e quelli che lui chiama i “pappagalli bergogliani” (che cinguettano di “periferie”, di “chiesa in uscita” o di “migranti” sperandone una carriera), chi vuole può sentire la commovente dolcezza del vangelo come vangelo, che alla chiesa pellegrina nella storia dà rimprovero e consolazione, fortezza e grazia. Se nel marzo 2013 la maggioranza che Ratzinger sperava eleggesse il cardinale Scola fosse stata solida o sincera, in questi giorni festeggeremmo l’anno quinto di Paolo VII (dicono avrebbe scelto questo nome). Fine teologo, il “papa ciellino”, avrebbe scritto dotte encicliche. La causa di beatificazione di Giussani sarebbe avanzata. Renzi non avrebbe toccato Lupi. Parolin sarebbe nunzio in Venezuela e Bassetti vescovo emerito di Perugia, entrambi senza porpora. Chi campa lodando qualunque Papa, lo loderebbe; i critici sarebbero bastonati senza pietà. Unico dato comune: un fiume d’inchiostro avrebbe seguito i suoi atti sui beni mobiliari e immobiliari della chiesa, sulla riforma della curia e sui pedofili preti. Perché il disordine sistemico che aveva scosso la chiesa e Benedetto XVI aveva portato il Conclave a ritenere (sbagliando) che esso dipendesse solo dagli italiani e solo da queste tre piaghe purulente. Di quelle piaghe, in effetti, anche Francesco si è dunque dovuto occupare: e chi ne monitora i passi falsi credendo di smascherarne le debolezze, non ha capito che Francesco onora il capitolato conclavario col disincanto dell’uomo privo di ansie da prestazione religiosa. Il denaro, ad esempio, non è riformabile. Dopo Porta Pia fu pensato come un surrogato del potere temporale a difesa della chiesa: ma non si tenne conto (dice il cardinale Silvestrini) che quando appaiono i soldi i preti buoni sono spesso così buoni che si fidano dei delinquenti, e i preti delinquenti si fidano sempre dei delinquenti perché sono come loro. Dunque Francesco ha agito sullo Ior con troppe commissioni e troppe nomine: sapendo che però si può ottenere solo lo stesso grado di moralità che c’è nel mondo finanziario. Dicono non sia alto. Qualcosa di simile vale per la curia: la riforma in cantiere da un lustro riguarda i mansionari e lascerà alla bolla di promulgazione la sostanza teologica.

Ma Francesco sa che la curia si riforma non se il Papa si agita: ma se l’episcopato, senza coniglismi, entra nella logica di sinodalità che si apprende facendola. Quanto poi ai pedofili preti, coperti da vescovi eretici (ché se un vescovo segue la “ragion di chiesa” contro le vittime è posseduto da un demone anticristiano) Francesco sa che le grida sulla “tolleranza zero” non bastano e prima o poi permetteranno killeraggi mirati. Per cui, fatto tutto quello che è necessario sul piano giuridico, bisogna interrogarsi sulla elezione dei vescovi e sulla formazione dei preti: cioè guardare negli occhi la questione del ministero, che Francesco non ha voluto ancora affrontare. Questa attitudine non a tutti basta. Ma se uno guarda ai siti del fondamentalismo cattolico, troverà accuse febbricitanti, giochi di specchi social per far pensare che i nemici di Francesco siano tanti e pronti a deporlo. In realtà i nemici del Papa vorrebbero sembrare la metà della chiesa, ma sono pochi: una rumorosa armata in cerca di un cardinal Brancaleone, che li conduca al Conclave della rivincita che sperano vicino. Francesco, non senza crudeltà di un gesuita, glielo fa credere vicino da tempo, dicendo che si aspetta un papato corto, cinque anni. Adesso al quinto anno ci siamo: il Papa sta bene e la buona salute di Ratzinger impedisce ogni pensiero di rinunzia. Il magistero fragile del papa “kerygmatico” continua. Papa Bergoglio, sia chiaro, non ha un angelicato disinteresse per il domani: non dà posti cardinalizi ad alcuni perché quando il suo pontificato finirà — lo decida solo Dio o lo decidano insieme si vedrà — non li vuole al Conclave. Con la rarefazione dei cardinali italiani favorisce il primo papato italiano del secolo XXI, che prima o poi verrà. Ma non ha nessuna intenzione di manovrare e non fa neppure norme per proteggere quel che ha fatto o predicato. Se quel che fa viene da Dio, pensa, durerà. E il “kerygma” è da Dio. Se quel che ha fatto è fatto “in pace”, durerà: e l’uomo risolto in un mondo di maschi irrisolti, è in pace. Ma “ha fatto anche errori!”, dice la gauche caviar della teologia. Effettivamente se avesse fatto votare Amoris laetitia al sinodo avrebbe dato voce ad un organo fin qui muto e si sarebbe liberato delle polemiche bigotte di chi ignora la grande tradizione della chiesa. Se avesse voluto usare fino in fondo le sue prerogative di primate d’Italia avrebbe potuto impuntarsi perché i contenuti del suo potente discorso alla chiesa italiana a Firenze nel 2015 venissero almeno presi sul serio, se non proprio obbediti. Ma Francesco non ambisce all’Oscar come migliore attore protagonista del film della chiesa cattolica. Sa che il premio della fede è la fede. Crede che i processi di riforma riguardano le sfere della conversione che solo uno stupido politicismo penserebbe di poter misurare. E dunque fa “quel che crede” in senso stretto. Senza illusioni, senza posa, senza attivismi. Il papato kerygmatico varca la soglia dell’anno quinto e “la sua vita perentoria” insegna solo a chi sa ascoltare.

c’è da sperare che il delirio delle armi non arrivi anche da noi …

fucili e corone di pallottole

quando il culto delle armi arriva in chiesa

gli adepti della setta del reverendo Moon considerano le armi un diritto dato da Dio per tutelare il genere umano

Armi in chiesa

armi in chiesa

La vergogna di un paese di un c’è un culto perfino religioso delle armi: così molti fedeli si sono presentati in chiesa con l’Ar-15, il fucile semiautomatico prodotto dalla compagnia statunitense Armalite e usata da Nikolas Cruz per compiere la strage nel liceo di Parkland.
Ma il fucile è considerato anche il simbolo della “verga di ferro” citata nel Libro dell’Apocalisse, secondo l’Associazione Spirituale per l’Unificazione del Mondo Cristiano (o Chiesa dell’unificazione, come è più nota a livello mondiale).
Per questo motivo i fedeli di questo credo (fondato dal reverendo coreano Sun Myung Moon, morto nel 2012) sono stati incoraggiati a portalo con sé nella cerimonia di rinnovo dei voti nuziali che ha avuto luogo mercoledì a Newfoundland, in Pennsylvania. Sposi e spose si sono presentati in massa: reggevano gli AR-15 e il capo di molti di loro era circondato da una corona metallica, in alcuni casi una corona fatta di pallottole.
Le armi erano scariche: un addetto alla porta le ha controllate tutte scrupolosamente. Uno dei vertici dell’Associazione ha puntualizzato alla stampa americana che si trattava di benedire le coppie e non «gli oggetti inanimati» considerandoli tuttavia dei semplici «corredi religiosi». Ma ovviamente non è v

un nuovo-antico modo di essere chiesa oggi

quale modello di chiesa?

una proposta che viene da lontano

di Mariangela Regoliosi
in “Viandanti” – www.viandanti.org 

Papa Francesco, da quando è papa, invoca una riforma interiore della Chiesa, una chiesa che, con riferimento al bellissimo capitolo 2 della lettera ai Filippesi, si metta alla sequela di un Dio “svuotato” della sua gloria e potenza divina, fatto servo, umiliato e obbediente fino alla morte, e si adegui a quel modello, e non al modello del potere, della ricchezza, dell’autoritarismo. È un messaggio forte, ma, paradossalmente, non nuovo. È vecchio come il Vangelo, solo che ci voleva questo papa per farci ritrovare il senso autentico di parole e messaggi ormai consumati dall’uso e pertanto privi di forza. Ma è vecchio anche perché è stato ripetuto nei secoli da voci piene di saggezza e di passione ecclesiale, spesso soffocate da altre voci, ma poi riemerse e di nuovo sotterrate. Un fiume carsico di spirito evangelico che per fortuna anima da sempre la Chiesa. Voglio oggi far emergere una di queste voci, lontana nel tempo eppure ancora straordinariamente efficace.

L’innovativa ricerca dell’umanesimo

Il Quattrocento italiano è uno dei secoli della nostra storia peggio conosciuto e più misinterpretato. Considerato da una parte come “il secolo senza poesia”, dall’altra come un periodo di pura erudizione filologica. Gli studi seri hanno al contrario evidenziato la vivace attività letteraria di molti umanisti e, specialmente, la innovativa riflessione filosofico-teologica dei migliori intellettuali, indispensabile antecedente di molta, e più nota, successiva riflessione europea. Uno dei capostipiti di questa svolta ideologica è senz’altro Lorenzo Valla (1407-1457) e a lui si deve la lezione di ecclesiologia di cui intendo parlare. Lo scritto più immediatamente significativo in questo senso è certamente il De falso credita et ementita Constantini donatione (Intorno alla donazione di Costantino, falsamente ritenuta vera e inventata in modo menzognero). Fu composto nel 1440 “su commissione” del re presso cui il Valla allora viveva, Alfonso d’Aragona, per scardinare le rivendicazioni feudali di papa Eugenio IV sul Regno di Napoli, basate appunto sullo pseudo-documento, per secoli creduto autentico, della donazione da parte dell’imperatore Costantino alla chiesa di Roma dei possedimenti dell’intero Occidente. Ben lungi dall’essere un astioso pamphlet politico – come ancora taluni critici recenti vanno scrivendo – il De donatione è innanzitutto un testo scientifico, perché dimostra con prove inoppugnabili (storiche-logiche-linguistiche-stilistiche-ideologiche) la falsità del documento. Ma è anche – ciò che qui maggiormente interessa – un testo religioso di rinnovamento ecclesiale. Una denuncia contro il temporalismo In una serie di orazioni fittizie, messe in bocca ai protagonisti stessi della vicenda pseudo-storica (re e principi detentori del potere civile, i figli dell’imperatore Costantino, il Senato e il popolo di Roma, e infine il destinatario dell’ipotetica donazione, papa Silvestro) il Valla tende a dimostrare, oltre alle prove fattuali, la improbabilità, incredibilità, e quindi inverosimiglianza storica della cosiddetta donazione. In particolare, a fronte della essenza spirituale della Chiesa, quale emerge dalla Sacra Scrittura e dall’esempio del Cristo fondatore, risulta altamente improbabile, se non impossibile, che un papa abbia potuto liberamente accettare un dominio terreno in assoluto contrasto con la sua autentica vocazione religiosa. Anzi, è proprio da questa contrapposizione, tra la “logica” del potere umano e la “logica” di Dio, che scatta la inverosimiglianza della donazione. E quindi la visione ideale, esente da macchia, della Chiesa anima la stessa dimostrazione filologica e trasforma un testo apparentemente erudito in un’opera di denuncia contro il temporalismo della Chiesa reale e in un invito alla riforma: «Io non scrivo perché desideri perseguitare qualcuno […] ma per sradicare l’errore dalle menti degli uomini al fine di allontanarli, ammonendo o biasimando, dai vizi e dalle scelleratezze. […] Possa io, possa vedere un giorno […] che il papa sia soltanto vicario di Cristo e non anche di Cesare […]! Allora il papa sarà detto e sarà padre santo, padre di tutti, padre della Chiesa».

Un modello di Chiesa modernissimo

L’orazione messa in bocca a papa Silvestro è un vero capitolo di teologia ecclesiale, basata sulla Sacra Scrittura, unico punto di riferimento, al di là dei precetti della tradizione ecclesiale, e interpretata con discernimento critico, in taluni passi anche contro la tendenziosa interpretazione di parte ierocratica. Quale è la vera chiesa a cui il Valla aspira, nella speranza di un rinnovamento, che auspica con cuore sincero e fiducioso? – La chiesa deve avere un unico fondamento, Cristo. – Sul modello di Cristo, il papa deve essere il buon pastore, che svolge nei confronti delle pecore del gregge una funzione di amorosa protezione, e non di comando né di giudizio – Sempre su modello di Cristo, il papa e la chiesa devono essere poveri e generosamente disinteressati, remoti da ogni cupidigia terrena – Ancora su modello di Cristo, il papa e tutta la chiesa devono concepire il potere solo come servizio, poiché, secondo le parole di Gesù, il regno di Cristo «non è di questo mondo». Gravemente assurda e scellerata, addirittura empia, l’assimilazione del regnum Dei al regnum seculare, della chiesa al potere temporale, sia nella sostanza, sia nelle manifestazioni esterne, le vesti sfarzose e la pompa degli ornamenti, di cui la chiesa si è via via addobbata nei secoli, allontanandosi anche in questo dall’umiltà delle origini Ma la chiesa deve anche essere libera. È questo uno degli aspetti più caratterizzanti l’ecclesiologia del Valla. Egli rivendica una duplice libertas ecclesie. Certamente la libertà da un potere politico “amico”, ma “condizionante”; certamente la libertà di culto.

Libertà di parola e di critica

Ma il Valla propone anche un altro tipo di libertà: non la libertà da nemici esterni ma la libertà interna alla chiesa. Grave peccato contro il diritto umano e divino farebbe l’Autorità se non rispettasse la «libertà di parola» e la «buona coscienza». Facendo appello e riferimento alla chiesa primitiva, in cui vivace e da tutti rispettata era la dialettica interna, tra Paolo e Pietro, il Valla richiede all’Autorità, senza paura, il riconoscimento della libertà di parola e di critica, quando sostenuta da retta coscienza, quando basata sulla verità onestamente ricostruita e del tutto squadernata, ad opera di uno storico-filologo competente, verità che, come tale, da chiunque conquistata, ha valore sacrale: poiché – il Valla lo ripete insistentemente – «la verità viene da Dio». Autorità e tradizione della chiesa non sono mai esenti da errori: come Pietro è stato giustamente ripreso su alcuni questioni da Paolo, così anche potranno essere giustamente sottoposte a critica false credenze della tradizione, sia pure portate avanti nella convinzione di “proteggere” il popolo di Dio da deviazioni o di confermarlo nella fede (l’attacco del Valla alle falsità pseudo-agiografiche e alle loro pseudo-giustificazioni è spietato), ma soprattutto potranno e dovranno essere sottoposte a critica, con libera contestazione, verità presentate come tali e come tali difese per secoli dalle somme autorità curiali in modo obbligante, quasi verità di fede, se prove circostanziate evidenti, tratte alla luce anche da laici preparati, ne dimostrino l’inconsistenza e la contraddizione. Il Valla sottolinea, in sostanza, come l’autorità ecclesiale non vada seguita in quanto tale, ma solo se agisce con virtù e saggezza, nel rispetto della veritas e dell’autentica iustitia.

La filologia applicata alla Bibbia

In tale ambito di emancipazione dall’autorità ecclesiale rientra anche la revisione della traduzione della Vulgata del Nuovo Testamento, condotta dal Valla lungo molti anni e diffusa, ad opera del suo grande estimatore Erasmo, dopo la sua morte. Siamo ovviamente un secolo prima della categorica assolutizzazione della Vulgata da parte del Concilio di Trento, ma anche all’epoca del Valla la traduzione attribuita a Girolamo era considerata l’autentico testo della Bibbia, come tale intoccabile; e in particolare, comunque, sussisteva l’idea che solo il clero potesse occuparsene. Il Valla rivendica invece la liceità del proprio operato, in nome delle proprie competenze di filologo, conoscitore del latino e del greco. In un passo importantissimo, preliminare ad un’altra opera, il De professione religiosorum, il Valla, capovolgendo l’obiezione che un laico grammaticus non sia idoneo ad occuparsi di realtà religiose, dichiara che chiunque può scrivere di teologia e religione purché ne abbia gli strumenti intellettuali e linguistici adatti, strumenti che un laico agguerrito come lui possiede alla grande e che invece proprio gli uomini di chiesa spesso non posseggono, ignoranti di storia, di lingua latina, di capacità espositiva, di aggiornata competenza teologica.

L’uguaglianza di tutti i cristiani

Risulta evidente da questo insieme di atteggiamenti valliani una straordinaria (per i tempi! e per tutti i tempi?…) valorizzazione dei laici nella Chiesa. Non troviamo in lui dichiarazioni esplicite circa il “sacerdozio universale”, che sarebbe stato formulato in quanto tale ben successivamente, ma certamente individuiamo la convinzione della uguaglianza di tutti i cristiani, chierici e laici, dinanzi a Cristo. Il tema emerge con chiarezza nell’appena menzionato dialogo De professione religiosorum Il Valla vi osserva che, secondo una tradizione ecclesiale consolidata, ma che egli individua come ingiusta, i frati ritengono di essere gli unici autorizzati a chiamarsi “religiosi” e quindi, implicitamente, si considerano i “veri” religiosi. Ma religioso in senso cristiano significa fedele in Cristo e chiunque abbia il dono di questa fede, e la incarni nelle opere conseguenti, è religioso. «Che cos’è essere religioso se non essere cristiano e veramente cristiano? […] al punto che è la stessa cosa religione e fede e religioso e fedele». È il battesimo che garantisce l’unione con Cristo, ogni altro legame è accessorio ed inutile, e non crea distinzione né di grado né di qualità. Ed è la fede il fondamento, senza il quale nulla nell’uomo è valido, ed è la fede la sorgente della salvezza, salvezza che viene da Cristo, a tutti gli uomini, per gratuita misericordia di Dio. Si potrebbe continuare, enucleando altri importanti elementi della teologia ed ecclesiologia valliane, sparsi in altre opere, filtrati poi, come quelli finora presentati, attraverso Erasmo e attraverso Lutero, nella religiosità europea. Ma quello che mi pare importante rilevare è che noi moderni non possiamo guardare questi scritti come a qualcosa che ci sia indifferente. L’ammonimento che deriva dalle parole del Valla è rivolto anche la chiesa di tutti i tempi. Perché rifugga da una tentazione in essa sempre latente: la tentazione del potere, sia al suo interno che verso l’esterno.

Mariangela Regoliosi Già professoressa di Filologia medioevale e umanistica presso l’Università degli studi di Firenze. Membro del Gruppo di Riflessione e Proposta dell’Associazione Viandanti.

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