la crisi della società italiana e il ruolo della chiesa secondo Cacciari

 

 a un’Europa vecchia e sterile serve il fertilizzante della chiesa

intervista a Massimo Cacciari
di Andrea Monda

 

Il cambiamento d’epoca di cui parla Papa Francesco è tale che ha colto impreparato l’Occidente.

 

Da qui parte la riflessione di Massimo Cacciari che riprende la suggestione di Giuseppe De Rita sulle due autorità, civile e spirituale, e si concentra sulla prima, quella «che fa acqua un po’ da tutte le parti». Lo abbiamo incontrato in un caldo pomeriggio di luglio, è arrivato a piedi e se n’è andato a piedi, una sorta di Giovanni Battista inquieto e sempre pronto ad accendersi di una santa ira che non risparmia nessuno.
Qual è l’elemento più preoccupante della crisi attuale?
Il problema è che la parte laica, civile, è proprio quella che fa acqua, per una complessa serie di cause. Le grandi culture che hanno formato l’Europa del dopoguerra e che hanno dato consistenza alla politica italiana si sono mostrate inapte a comprendere e a dar forma alla nuova età. Sono cose che succedono nella storia, quando un mondo finisce. Il mondo del dopoguerra si è chiuso con la caduta del muro, con la fine dell’impero socialista, con le trasformazioni globali negli equilibri economici e politici, la nascita della nuova Cina e il decollo indiano. Siamo di fronte a una nuova età, come quella che segna la fine delle polis greche, come quella che segna la fine dell’età dell’impero romano. Barbari che compaiono, gente di cui non capisci la lingua, e le grandi famiglie culturali e politiche europee, che sono sostanzialmente quella socialdemocratica, quella cristiano-popolare e quella liberale, non comprendono la situazione, rimangono abbarbicate inerzialmente a determinati valori e giudizi, che sono diventati pregiudizi, dato il mutare della situazione. Questo vale in particolare per le culture liberali e socialdemocratiche: i primi diventano dei puri conservatori, mentre la socialdemocrazia rimane aggrappata a un modello di stato sociale e di idea di uguaglianza che non può più reggere rispetto ai fenomeni di globalizzazione. È tutto da reimpostare, da rivedere, in particolare in Italia, dove accanto a questa trasformazione globale c’è anche la catastrofe specifica che passa sotto il nome di tangentopoli, che invece è il crollo anche di tenuta etica e morale dei partiti del patto antifascista.
Qui De Rita direbbe che la mia lettura è tutta politicistica (io credo cultural-politicistica): secondo me non sono mai le trasformazioni semplicemente economiche che possano motivare quello che è successo in questo paese e in Europa. Accade dunque che le componenti fondamentali che hanno dato vita all’Unione europea entrano in un cono d’ombra totalmente subalterno ai modelli neoliberisti; anche l’euro nasce in questo clima: il mercato, la libera concorrenza… non c’è più il pilastro della solidarietà, della sussidiarietà, punti fondamentali per la cultura di uno Sturzo, di un De Gasperi. Tutti questi pilastri vengono meno. Rimane l’affannosa rincorsa a quelle che si presume essere le nuove forme di potere. E quando con la crisi vengono meno le possibilità di promettere ancora ulteriormente «magnifiche sorti e progressive», queste forze si spappolano.
Lo scenario che sta illustrando non è dei migliori…
Lo so, ma nel mio discorso non c’è niente di nostalgico. Il problema non è il venir meno di determinati valori, ma il fatto che questa Europa è vecchia, forse decrepita, e non si può chiedere a un vecchio di non aver paura, di essere audace. La domanda allora è: c’è la stoffa per ritessere un discorso politico, per riformare una élite politica in Italia, in Europa? Perché questi nazionalismi, i sovranismi sono nient’altro che l’effetto del disgregarsi di queste precedenti culture, che non sono state al passo con la trasformazione. Sono il segno che l’Europa è vecchia, che non produce più, che è un terreno sterile; bisogna quindi trovare nuovi fertilizzanti. E penso, da non credente (ma è da qui che nasce la mia attenzione al mondo cattolico) che forse il fertilizzante può venire proprio dalla Chiesa: discutendo, dialogando, dibattendo, polemizzando… È il mondo cattolico che può essere il segno di contraddizione, che può rimettere in movimento qualcosa. Se non da lì, da dove può venire? Certo, frange socialdemocratiche possono anche tentare un discorso sui temi economici, sui temi sociali… ma è da lì che può venire la spinta maggiore.
Eppure oggi quel mondo cattolico sembra silente o, il che forse è peggio, diviso al suo interno…
Ha ragione. Un esempio molto banale, visto da fuori. Io ero convintissimo che l’agitazione del crocifisso, del rosario in un comizio sarebbe costata cara in termini di consenso. Pensavo che era impossibile che passasse inosservata la blasfemia di gesti simili e invece mi dicono i miei amici sondaggisti e analisti che il gesto ha fatto guadagnare consenso, proprio dal mondo cattolico. Qui c’è un problema colossale e mi riferisco al problema educativo, alla formazione della classe dirigente, un ambito che oggi appare sterile. Gli intellettuali non esercitano più alcuna influenza. Le università hanno sempre esercitato in Europa un’egemonia culturale, ma tutto questo oggi sembra finito. E si fa fatica a pensare un’Europa senza cristianità.
Secondo l’espressione del Papa, non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca, che però ha trovato tutti impreparati.
Il modello è proprio quello del libro di Karl Polanyi, La grande trasformazione. Dove la trasformazione economica diventa trasformazione della testa della gente. Dobbiamo diventare consapevoli che abbiamo a che fare con un uomo diverso; il mutamento è culturale e antropologico, basta vedere i giovani, i ragazzi. Questo mutamento ha colto impreparate le culture che sono uscite dalla grande prova della guerra, che hanno avviato l’Unione europea e che hanno fatto le costituzioni, quelle costituzioni che avevano quel carattere tipicamente democratico, progressivo, come ad esempio la costituzione italiana. Il fatto è che sull’Europa ci sono stati e permangono molti equivoci. Ad esempio si cita il modello di Spinelli ma ho la sensazione che i tanti che lo citano non l’hanno mai letto. Quello era un modello totalmente neo-illuministico e sostanzialmente autoritario per cui è l’élite che fa l’Europa in barba alle diverse sovranità nazionali. Quindi quando parliamo di identità nazionale di cosa parliamo? Una identità liberale? Cosmopolita? Illuminista? Per come si sono sviluppate le vicende dell’Europa è evidente che si è perduto di vista l’elemento della sussidiarietà, che era fondamentale nel modello federalista autentico. In quel modello con la creazione dell’unione europea politica si superava, ma al tempo stesso si difendeva, l’identità nazionale, la si garantiva, dando peso politico al singolo stato membro, in un’unione che faceva la forza di ognuno. Non si è riuscito a spiegarlo, a comunicarlo in nessun modo. E ora è facile comunicare il messaggio opposto: Italy first e così via. Non si è riuscito a comunicarlo perché si è trasmessa sempre e costantemente l’impressione che l’obiettivo fosse il mero superamento dell’identità nazionale all’interno di un modello illuministico. Così come non si è compreso che la battaglia sull’Europa è decisiva per la cristianità. Si può certo dire “l’Europa vada come va, tanto noi, la Chiesa, siamo il mondo”. È giusto da una parte, dall’altra è sempre vero che urbs et orbis, la città e il mondo, come a dire che non può esserci un mondo senza centro, e qual è il centro? Washington? Pechino? Buenos Aires? Roma? Gerusalemme? Certo, il Mediterraneo, il centro è quello. Non si è ancora capito in nessun modo che il centro, bene o male, continua a essere questo. E invece assistiamo in Europa all’assenza e al fallimento totale di politiche mediterranee, perché non si ha questa visione storica, e agli errori tattico-politici che dipendono dall’incomprensione della dimensione di lungo periodo. Il Mediterraneo non era cruciale soltanto per evitare che diventasse il fossato, il muro che è diventato, ma lo era in quanto è esso stesso l’Europa che si gioca lì, in quelle acque che uniscono Atene e Gerusalemme con la prima e la seconda Roma.
La crisi assume i contorni di una mutazione antropologica. Penso all’impatto delle tecnologie, al grande innalzamento dell’età della vita e penso all’elemento che oggi sembra giocare un ruolo fondamentale anche a livello politico, quasi elettorale: la paura, che si trasforma in rancore.
Ritengo che la paura sia strettamente collegata all’invecchiamento. Organismi vecchi difficilmente affrontano le sfide con coraggio. Un organismo vecchio tende a difendersi, quando l’ambiente muta si chiude, questa è fisica. Questi fenomeni che avvertiamo ovunque in Europa derivano, secondo me, sostanzialmente da questo. Come nei secoli dell’Impero romano, mutatis mutandi, l’Europa ha bisogno di accogliere. Ma bisognava farlo per tempo. Perché era evidente che l’Europa avesse bisogno di sangue nuovo, e anche di intelligenza nuova, e che dovesse quindi affrontare questo meticciamento, come dice il cardinale Scola che lo aveva capito perfettamente e predicato in modo incessante. Ricordo quando era Patriarca a Venezia: non c’era manifestazione religiosa dove lui non ricordasse questo aspetto del meticciato. Per tempo era necessario che l’integrazione avvenisse attraverso politiche di cittadinanza, politiche economiche rivolte anche ai paesi da cui veniva questa gente, stringendo accordi commerciali, culturali, scambi con più paesi. Avremmo dovuto fare noi europei quello che in termini neocoloniali assoluti sta facendo la Cina. Questo è compito degli europei, come si fa a non capire? È lo stesso discorso del Mediterraneo di cui sopra: l’Europa è Euro-Africa. Qual è il tuo destino, Europa? A chi devi guardare se non ai due miliardi e mezzo che saranno tra un po’ gli africani, a chi altri devi guardare?
Se svolto per tempo e organizzato bene, quel lavoro politico di integrazione avrebbe dato vita a quel positivo meticciamento di cui parlava Scola. È certo che se non lo organizzi in alcun modo e improvvisamente, in base alla spinta delle guerre, dei cambiamenti climatici, della miseria, cominciano a precipitarti addosso enormi masse di rifugiati, esuli, poveretti, è chiaro che quei vecchi di cui sopra, soprattutto durante una crisi economica, diventano inevitabilmente la più facile preda di una propaganda di destra classica.
Hitler, che non c’entra niente con questo discorso, nel 1929, prima della crisi, prende il solo 2,8 per cento dei voti, e Stresemann e Briand, pochi giorni prima del crollo di Wall Street, s’incontrano, dicono ogni problema tra loro è risolto, che si metteranno d’accordo su tutto, fratelli per sempre, e che insieme Germania e Francia lavoreranno da domani per dar vita all’unione europea. Sei mesi dopo c’è la crisi e tre anni dopo c’è l’avvento di Hitler. Crisi non gestite, trasformazioni epocali non governate, possono produrre di tutto, come abbiamo visto quando sono crollati gli stati socialisti e c’è stata la guerra in Bosnia. Questa è la grande responsabilità che devono capire gli eredi di quelle culture, devono capirla, mettersi insieme e dire: cosa facciamo insieme?
Parliamo degli eredi di quella cultura che è quella cattolica, che lei, da laico, non credente, definisce un potenziale fertilizzante di una società vecchia.
La Chiesa è fondamentale, la forma politica della Chiesa ha dimostrato di essere quella forse più valida per affrontare problemi di questo genere. Però la domanda che io mi pongo sempre di più è: si capisce che la battaglia decisiva è qui in Europa?
Sono stato io a suggerire a monsignor Ravasi il motto episcopale quando fu ordinato: Praedica Verbum. Proprio come dovevano fare i professori di religione nelle scuole: evidenziare senza chiacchiere, senza spiegazioni. Semplicemente praedica Verbum, che però si rivela un segno di contraddizione, perché non sarai mai capace di seguire quel Verbo. Però — è questo è il punto — vedi che distanza c’è rispetto alla realtà. Misura la distanza, inquieta l’intelligenza dei tuoi interlocutori facendoli riflettere su questa distanza, senza tante chiacchiere, senza voler fare il maestro di nessuno. Questa parola indubitabilmente ha formato da due millenni l’Europa. Predicare il Verbo può avere, secondo me, effetti politici enormi ancora oggi come li ha avuti in passato.
Che cosa sono i movimenti di riforma se non tornare a quel breviloquio? Quel Verbo ha formato la testa della gente, proprio in momenti di crisi. Si tratta allora pascalianamente di scommettere di nuovo su questa forza.
E i laici? Qual è il loro ruolo?
I laici devono riprendere un grande discorso di riforma dell’Unione, delle sue istituzioni con coraggio, con radicalità. Sono trent’anni che si insegue invece la moderazione, ma come vuoi risolvere moderatamente una situazione di grande trasformazione? Puoi essere benissimo un moderato, se si tratta di barcamenarsi, ma se affronti una tempesta devi abbandonare la moderazione. La Tempesta di Shakespeare si apre appunto con una tempesta per cui tutti i personaggi sono come annichiliti, ci sono pure i re, ma non contano niente adesso, il re non serve ora, ci vuole invece il nocchiere, ci vuole uno che governi nella tempesta: tu caro re non sei più sulla terraferma come prima. Questa è la sfida per i laici che devono provarsi per capire se sono in grado di governare nella tempesta. Allora potrebbero combinarsi, accordarsi con la dimensione spirituale. Se c’è una grande forza spirituale questo ha effetti civili, politici, sociali, ma ci vuole radicalità, in entrambi i campi, nel capire che qui in Europa si gioca una battaglia forse decisiva per la stessa cristianità.
Sul versante cattolico: da una parte c’è questo predicare il Verbo, anche in maniera molto essenziale, di Papa Francesco, dall’altra c’è quel dato preoccupante che lei prima citava, c’è qualcuno che sventola i simboli religiosi e accresce il suo consenso, magari incitando la folla a fischiare contro il Papa. Uno scollamento a dir poco inquietante.
Secondo me in questo momento difficile d’invecchiamento europeo, di crisi delle culture politiche di cui ho parlato, è stata coinvolta anche l’immagine della Chiesa, ridotta all’interno di un discorso di astratto cosmopolitismo: la Chiesa che s’interessa del mondo, s’interessa dei migranti, il Papa che va a Lampedusa… è stata data una lettura superficiale, complice anche il modo in cui il Papa è stato letto da laici e non credenti, in una chiave alla partito d’azione, alla Spinelli… Si è data questa immagine: un cosmopolitismo degli intellettuali.
Il che contrasta frontalmente con la realtà, se pensiamo, ad esempio, alla predicazione di Francesco che è il massimo della concretezza, della prossimità.
Sì, ma c’è stata questa lettura. E bisogna fare attenzione, perché appunto uno furbo come Salvini ha capito questo e si è inserito in questa situazione cercando in modo sottile di spaccare, mettendo i Papi uno contro l’altro, venerando per esempio la figura di Giovanni Paolo II, il Papa dell’identità cristiana, della lotta al comunismo….
L’identità è una parola che adesso è rispuntata fuori prepotentemente.
Questa è un’altra battaglia culturale formidabile da fare. Perché l’identità cristiana è l’identità che acquisisci facendoti prossimo, non esiste un’identità a sé. L’identità è pros eteron, per l’altro, la tua identità diviene nella misura in cui ti fai altro, diviene nella misura in cui ti approssimi, ti fai prossimo all’altro. Questo è fondamentale, non si tratta di un’identità astratta. Un’identità “suolo e sangue” semmai è quella del polites greco, l’identità cristiana non ha niente a che vedere con questo. Questa è una battaglia culturale grande, complessa e urgente. Potrebbe aiutare il recupero di un’etica classica di un certo tipo per questa battaglia da condurre insieme laici e cattolici. Sfida difficilissima in una condizione in cui l’Europa è in una situazione di estrema debolezza economica e demografica. Ci vorrebbe davvero una grande iniziativa, credibile sul piano delle riforme da attuare, delle riforme da svolgere, sul piano anche del ceto politico, della classe dirigente che la porta avanti, perché anche quello ha la sua importanza. L’autorevolezza del ceto politico è un elemento importante nell’azione politica e invece oggi è ai minimi storici.
Il suo libro su Maria, «Generare Dio», mi è venuto in mente perché prima parlava dell’Europa decrepita, che ha bisogno di un fertilizzante, che è in crisi di generatività.
In crisi come tutto l’Occidente che ha avuto il suo grande boom dalla metà del Settecento alla prima guerra mondiale, un grande boom demografico, e poi questo boom demografico si è spostato in Asia e Africa. Dipende da vari fattori, ma certo è un segno caratteristico del declino di un paese, di una stirpe. In questo contesto il tema di Maria è importantissimo, se s’intende in questa chiave. C’è stato un modo del tutto sbagliato con cui si sono affrontati in questi anni temi di questo genere come famiglia e procreazione. Con una posizione da parte della Chiesa non di attacco, ma di difesa. Errore devastante. Penso al tema della dignità della donna: io nel libro dico che quando la donna genera, genera Dio. E invece si è scelta la linea della difesa su vecchie frontiere riguardanti i diritti della donna, il diritto di famiglia… Il risultato è che oggi in regioni cattoliche come il Veneto nessuno più segue quello che gli dice Santa Romana Chiesa. Una forza politica può dare un’immagine di sé conservatrice, ma se la dà la Chiesa è spacciata. Alla riforma devi rispondere con la tua riforma, alla crisi rispondi con i santi, rispondi con San Francesco, con Sant’Ignazio, non puoi rispondere difendendo etiche e basta. L’idea di Maria per me è fondamentale, è l’idea di una donna che consapevolmente, liberamente, accoglie, malgrado il dubbio, malgrado il dolore, malgrado la sofferenza, accoglie e segue fino alla Croce.
Ritorno sul tema del rancore, da dove nasce questo risentimento?
Ci sono dei vizi nella nostra natura. Il realismo cristiano ce lo dice, chiamalo peccato originale, chiamalo come vuoi, ma la nostra natura è prigioniera. Ed ecco allora gli animali danteschi, i vizi capitali che oggi vengono esaltati in un sistema individualistico, penso all’invidia, all’avarizia. L’invidia è l’opposto della prossimità. Il cristiano dice di farsi prossimo, l’individualismo dice “io invidio”, sono due posizioni inconciliabili, drammaticamente contrapposte. L’avarizia, pleonexia dicevano i classici, è volere avere di più, tenere il mio e avere di più. Il risentimento allora può diventare odio, perché se io ho e voglio avere di più, se comincio ad avere di meno, c’è l’invidia, e l’invidia può diventare odio. Una dinamica opposta alla dinamica che i cristiani indicano nel termine caritas e che Aristotele diceva giustizia, dikaiosyne: il giusto non è soltanto colui che dà a ciascuno il suo, ma che vuole il bene dell’altro. Quindi già per Aristotele la giustizia è un atteggiamento per l’altro, pros eteron. Sono temi che poi la Chiesa eticamente recupera: San Tommaso quando parla di etica recupera questi elementi propri, che poi, nell’itinerario in Deum, vengono tutti valorizzati ancora di più, esaltati ancora di più e trasposti su un piano ancora più alto. Ora di nuovo siamo lì, siamo forse nella fase estrema del sistema individualistico. Sono venuti meno quegli organismi, quelle organizzazioni, quelle forme che metabolizzavano queste dinamiche proprie dell’individualismo. I partiti politici facevano una cosa di questo genere, le assumevano e le trasformavano, le metabolizzavano, le accordavano, e facevano venire fuori una specie di sintesi, ognuno per la sua parte sociale. La crisi dei partiti politici ha provocato anche questo. Nessuno dei partiti, anche l’unico che c’è che è la Lega, compie più questo lavoro, assolutamente. Mette insieme, fa un mucchio di tutte le istanze degli individui e le mette lì ma senza mediazione, senza sintesi. L’attuale governo è esemplare da questo punto di vista: ce n’è per tutti, meno tasse per chi vuole meno tasse, il reddito di cittadinanza per chi vuole il reddito di cittadinanza…
I partiti politici come i corpi intermedi sono entrati in crisi, anche perché, bisogna riconoscerlo, si sono “dimissionati”. Se i corpi intermedi per anni e anni sono andati avanti facendo clienti, non possono più avere credibilità.
La tecnologia come contribuisce a questo cambiamento d’epoca?
È chiaro che è fondamentale. Di per sé non è niente di nuovo, perché dalla rivoluzione industriale e ancora prima, scienza e tecnica sono elementi strettamente connessi. Ma ci sono grandi trasformazioni con dei veri “salti”, come quello dell’Ottocento. E così oggi assistiamo a un grande salto tecnologico, che però oggi può intervenire nella vita, nel determinarne le forme. La vita, questo è il punto. Secondo me, il tratto più spaventoso, più tremendo, più terribile proprio nel senso greco di meraviglioso e tremendo, cioè stupefacente, è che questo individuo è tutto fuorché l’individuo nascosto, è tutto esposto, tutto sulla scena, tutto a disposizione, tutto calcolabile; non è il singolo, è esattamente l’opposto del “singolo” di Kierkegaard. No, questo è proprio l’individuo, è un numero, ma sul palco, sulla scena. Esposto. È l’oscenità di quest’epoca, e sarà sempre peggio; con i big data che ci possono essere adesso tu individuo sei perfettamente quello che risulti in base a quello che acquisti: i libri che acquisti, i vestiti che acquisti, le telefonate che fai, i treni che prendi, quante volte usi il bancomat. Tutto questo è totalmente schedato, il data è la combinazione di tutte queste informazioni dalle quali viene fuori come risultato chi sei tu. E un domani potrebbe accadere benissimo che tu vai a chiedere lavoro a qualcuno: “il nome scusi? Vediamo, ah lei è questo”. Vede dove siamo arrivati? A una inquietante forma di uguaglianza, ciò che alcuni teorici della democrazia temevano, che l’uguaglianza potesse portare a questo, non a caso ci avevano aggiunto la fratellanza.
Che però è stata la grande dimenticata, a favore di libertà e uguaglianza.
Anche perché, come ricordava un vero grande sociologo e filosofo come Georg Simmel, libertà e uguaglianza per conto loro sono in assoluto opposizione e contrasto, sono la contraddizione logica, perché se sono libero non sono uguale a te. Quindi libertà e uguaglianza di per sé fanno l’individuo, ognuno libero contro l’altro. E dunque ci vuole la fratellanza. Come si produce questa fratellanza, questa amicizia? Come si produce? Chi la produce? E allora, di nuovo, organismi, corpi intermedi, partiti, sindacati, da “sin-ducere”, mettere insieme. Ci abbiamo provato in passato e in parte ci siamo riusciti. Ma ora se tutto questo si spappola non c’è niente da fare, ci sono i big data, c’è chi ne dispone, e a sua disposizione sono anche gli individui.

i verbi della chiesa

appunti per la chiesa:

uscire, scendere, condividere

uscire

Usciamo perché preferiamo la ricerca all’autoreferenzialità. Non temiamo di essere messi in discussione, non diffondiamo certezze, perché siamo graffiati dal dubbio e camminiamo circondati dall’oscurità. Portiamo esperienza e lottiamo, spesso senza riuscirci, per custodire la speranza. A volte perdiamo la fede (nell’accezione di fiducia) vicino al cartone di un senzatetto o nella baracca di un impoverito dal quel Sistema osannato -dietro compenso- da manipolatori o -gratuitamente- da sudditi in senso ontologico. Abbiamo bisogno di dialogo, non cerchiamo contenitori da riempire con le nostre risposte. Sentiamo di dover esplorare ambiti sconosciuti, di scoprire parole nuove o di allargarne il significato. Ogni contributo è necessario, ogni frammento di verità è sacro, per questo ascoltiamo le voci diverse dalle nostre e da quelle che ci danno ragione. Poi dopo accurato discernimento tratteniamo solo ciò che ci avvicina a Dio.

scendere

Rifiutiamo privilegi e differenze sociali perché ci facciamo garanti della possibilità dell’altro. Interrompiamo logiche di morte, partecipando alle lotte di liberazione degli oppressi. Non rivendichiamo posti, ci mettiamo alla scuola degli ultimi e ci prendiamo la responsabilità di esporci di persona. Non siamo classe dirigente, ma popolo. Non siamo maestri, ma pellegrini. Non diamo ordini, ma soffriamo-insieme per far avanzare il Regno di Dio. Eliminiamo le linee verticali, sostituendole con quelle orizzontali. Ritorniamo nella dimensione della testimonianza, abbandonando quella dell’apologia. Andiamo in missione annunciando la Buona Novella della Giustizia (l’opzione per i poveri) e della Misericordia (l’Amore che ricolma l’abisso del peccato), dimenticando il contro-Vangelo elaborato da menti umane. Scegliamo il paradigma alternativo e capovolto di Dio. Scegliamo il mistero, non la spiegazione. Scegliamo l’inaudito, non l’elaborato.

condividere

Rinneghiamo l’accumulo e la proprietà esclusiva dei beni. Smascheriamo l’ipocrisia della ricchezza ripulita con qualche ostentata elemosina e dell’opulenza giustificata con la povertà di spirito. Chiediamo un concilio per organizzare la restituzione dei beni e per rinunciare ad ogni forma di potere e di connivenza con le attuali strutture economico-sociali di peccato. Chiediamo ai poveri di indicarci la strada della santità e dimostriamo la stoltezza del mondo (1), vivendo la follia delle beatitudini. Guardiamo al bisogno di ciascuno e non troveremo pace fino a quando ci sarà mancanza, espropriazione, emarginazione. Ci sentiamo i custodi dei figli del Dio vivente, riscattati a caro prezzo, non amministratori di cose, anche se opere d’arte. Avendo ricevuto vita e amore, gratuitamente da Dio, desideriamo agire nello stesso modo.

 

cfr. 1Corinzi 1, 17-31

Il papa sdogana l’islam, ma l’islam sdogana la chiesa? – un auspicio

papa Francesco sdogana i musulmani

da infedeli a fratelli

Ottocento anni fa, durante le Crociate, tra sangue e spade, si levò forte la voce di San Francesco anche “contro” la Chiesa che quelle guerre capeggiava. Oggi sono le diplomazie e i gesti di Francesco Papa, che si reca nel cuore dell’Islam, a sottolineare l’importanza del dialogo, della fraternità e della pace fra i popoli.

La posta in gioco è altissima: parla a nuora perché suocera intenda. In tutto l’Islam il vero problema è il riconoscimento delle comunità cristiane e la costruzione dei luoghi di culto. È la loro possibilità di “vivere” allo scoperto manifestando liberamente la propria fede senza timore.

Ad Abu Dhabi tutto il mondo musulmano guarda con attenzione le parole e i gesti di Bergoglio. Ma anche i cristiani osservano con altrettanta attenzione quello che sta avvenendo.

La strada intrapresa dall’Argentino ricalca quella che Francesco d’Assisi segnò 800 anni fa: allora “infedeli” oggi fratelli.

Il Papa sdogana l’Islam, ma l’Islam sdogana la Chiesa? E’ l’auspicio e il punto di domanda di questo viaggio apostolico. Bergoglio lo ha fatto sin dall’inizio: “un fratello da voi per costruire sentieri di pace“. È questa la posta in gioco e lo si fa con le parole attribuite a san Francesco: fa di me uno strumento della tua pace.

Parole che affondano le loro radici nel testo della Regola non Bollata che allora la Chiesa non volle approvare:

Perciò tutti quei frati che per divina ispirazione vorranno andare tra i saraceni e altri infedeli… I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1 Pt2, 13) e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio…”.

Parole dettate dall’assisiate dopo il viaggio a Damietta nel 1219, senza se e senza ma.

L’esortazione “Né liti né dispute” è fondamentale in quanto il Santo auspicava che i frati si distinguessero dai crociati in armi. Non la ricerca di uno scontro, ma la costruzione di un terreno comune e umano su cui far nascere un’amicizia.

Le immagini che arrivano oggi da Abu Dhabi: il Grande Imam di Al-Azhar, Mohamed Ahmed al-Tayeb, il principe ereditario lo sceicco Mohammed Bin Zayed al Nahyan, e Papa Francesco che camminano mano nella mano rimarranno nella storia.

Immagini che siglano l’amicizia invocata da Francesco d’Assisi 800 anni fa. Le linee guida di allora diventano gli atteggiamenti di oggi. Non la strada dell’imposizione ma quella della condivisione.

le tempeste e gli uragani che colpiscono la chiesa

FRANCESCO E LE PIAGHE DELLA CHIESA

Enzo Bianchi

 

Natale ci dona la certezza che nessun peccato sarà mai più grande della misericordia di Dio!». È questa la nota di fondo che pervade il discorso di papa Francesco alla Curia in occasione dei tradizionali auguri natalizi. Questo non significa tacere i mali e i peccati. Al contrario, a volte il papa è stato criticato per la sua insistenza verso le malattie proprie degli uomini religiosi, del clero e dei vescovi. Tuttavia l’intento pastorale profondo che anima le parole forti di Francesco è quello di purificare un corpo composto da molte membra, con ruoli, responsabilità e funzioni diverse ma anche con fragilità, patologie e perversioni che affliggono l’intera compagine. Il papa ha il coraggio di dire che alcuni «hanno iniziato a perdere fiducia nella chiesa e ad abbandonarla», mentre altri la offendono fino a scuoterla. Così, soprattutto nell’Occidente europeo, molte comunità cristiane si assottigliano fino a diventare precarie e le nuove generazioni appaiono la parte mancante della chiesa.
È significativo allora che Francesco esordisca facendo riferimento a due fenomeni mondiali quali le migrazioni e il martirio di molti cristiani. Due tragedie sulle quali Francesco non perde occasione per ritornare, cercando per ciò che riguarda i migranti, di destare le coscienze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà – in primis di quanti hanno responsabilità pubbliche – per una gestione umana, prima ancora che umanitaria, di una piaga che da tempo non può più essere considerata “emergenza”. L’afflizione del martirio nelle parole del papa non è mai motivo per appelli a resistenze violente o a leggi del contrappasso e della reciprocità nell’infliggere il male, ma sempre occasione per gridare con voce ferma e a nome dei senza voce il caro prezzo che si paga per «vivere liberamente la fede cristiana» e per «non negare Cristo». A questo punto papa Francesco ritorna su due delle piaghe più laceranti che affliggono oggi la chiesa: gli abusi sui minori e l’infedeltà nel ministero. Verso coloro che si sono macchiati di gravi abusi «sessuali, di potere e di coscienza; tre abusi distinti che però convergono e si sovrappongono», papa Francesco arriva a usare parole di una durezza finora riservata solo ai colpevoli di crimini di mafia: «Convertitevi, consegnatevi alla giustizia umana e preparatevi alla giustizia divina!». Poco importa che in altre istituzioni si compiano di questi abusi in quantità ben maggiore: secondo la logica del Vangelo applicata da papa Francesco, le statistiche non offrono nessuna attenuante né giustificazione, perché lo scandalo patito anche da «uno solo di questi piccoli» porta in sé tutto il male del mondo. L’afflizione dell’infedeltà, poi, è inferta al corpo della chiesa da chi tradisce in profondità la propria vocazione giungendo con parole e opere a «pugnalare i fratelli e seminare zizzania, divisione e sconcerto». Anche qui però le tenebre della «corruzione spirituale» non giungono mai a sopraffare la luce di Cristo, «la luce del Natale che parte dalla mangiatoia di Betlemme, percorre la storia e arriva fino alla parusia ». Sì, parole dure e forti, scomode, laceranti come spade a doppio taglio ma parole di speranza perché dal mistero del Natale, del «Dio che si fa povero e piccolo per i poveri e per i piccoli» si sprigiona lo Spirito che anima tanti piccoli, oscuri testimoni della speranza e che trasforma «i peccati in occasione di perdono, le cadute in occasioni di rinnovamento, il male in occasione di purificazione e vittoria».

per la chiesa l’Italia è in pericolo per la politica di governo

Francesco Peloso

La Chiesa lancia l'allrme sulla manovra e sul rapporto tra Europa e governo. Preoccupazioni del Vaticano anche sul clima.

la chiesa lancia l’allarme sulla manovra e sul rapporto tra Europa e governo
preoccupazioni del Vaticano anche sul clima

Un governo in conflitto con l’Europa, contro le Nazioni Unite in materia di migrazioni, tutto sommato assente nei negoziati per fermare il cambiamento climatico in corso a Katowice, in Polonia: su tre fronti decisivi il neo-isolazionismo promosso dall’esecutivo Lega-M5s incontra le critiche più o meno esplicite della Chiesa italiana e della Santa Sede. Risultato: ora non solo Bruxelles è sempre più lontana, ma anche le due sponde del Tevere sembrano essersi allargate come raramente era avvenuto negli ultimi decenni.

Il Vaticano dunque guarda con crescente preoccupazione la deriva autarchica del governo Conte a cominciare dai rapporti con l’Europa; il Vecchio continente del resto, secondo i vescovi, non è unito solo sotto il profilo politico o economico, le sue radici comuni si ritrovano, anzi, pure nel tessuto originario cristiano, in un nucleo di valori condivisi, nel rispetto dei diritti umani, nel mantenimento della pace; e se certo il processo di integrazione europeo può essere rinnovato e modificato, altra cosa è rinchiudersi nel nazionalismo e nella xenofobia. Così almeno si è espresso nei giorni scorsi li presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, intervenendo a un’iniziativa organizzata da un gruppo di associazioni cattoliche (Azione Cattolica, Acli, Comunità di Sant’Egidio, Cisl, Confcooperative, Fuci e Istituto Sturzo) dal titolo non casuale: La nostra Europa, con tanto di appello europeista pubblicato dal quotidiano dei vescovi Avvenire. Tema tanto più delicato nel momento in cui il governo italiano si trova al centro di una delicatissima trattativa sulla manovra economica con le istituzioni europee.

L’AFFONDO DEL PRESIDENTE CEI CONTRO LA LINEA DEL GOVERNO

Il cardinal Bassetti, scartando gli eufemismi curiali, ha affermato: «L’Italia ha un bisogno forte dell’Europa e l’Europa ha una necessità vitale dell’Italia. Non credo che nessuno ci guadagnerebbe da un ipotetico distacco. Un distacco che, tra l’altro, da un punto di vista storico, geografico, spirituale e culturale non ha alcuna ragion d’essere, dopo di che», ha rilevato il presidente della Cei, «si possono discutere le modalità dell’unione politica, ma senza perdere di vista un fatto: rilanciare significa anche rivedere, migliorare, riformare, non distruggere». Dunque nel pieno della crisi fra Roma e Bruxelles, dal vertice della Chiesa non ci si nasconde quale sia li vero rischio (o obiettivo politico non dichiarato): la rottura fra l’Italia e l’Ue. D’altronde Bassetti indica una strada ben precisa per ridare slancio a un’unione intesa come «comunità di popoli in pace che supera gli egoismi e i rancori nazionali», ovvero quella di dare vita a «un’Europa unita, pacificata e solidale, che non speculi sui conflitti sociali e sulle divisioni politiche, che non pratichi l’incultura della paura e della xenofobia, ma che costruisca, con animo puro, la cultura della solidarietà per un nuovo sviluppo della promozione umana». Nel discorso del cardinale non è mancata una citazione di Alcide De Gasperi, storico leader democristiano, fra i fondatori, insieme ad altri esponenti europei di ispirazione cristiana, del primo nucleo della comunità europea nel secondo Dopoguerra.

IL GLOBAL COMPACT E IL RUOLO DEL VATICANO

In effetti, la preoccupazione odierna, Oltretevere, è che nel disfarsi dell’unione politica, nel dispiegarsi «degli egoismi nazionali», vada in frantumi un percorso di solidarietà e civiltà innervato anche sulle varie tradizioni cristiane del continente che, pur tra diverse crisi e problemi, ha permesso all’Europa di progredire in pace come mai era avvenuto nella storia. Un approccio che urta soprattutto con l’ideologia della nuova Lega – non più solo del Nord ma nazionale – di Matteo Salvini. E in effetti è stato proprio il leader leghista a far ingranare la retromarcia al governo anche sul Global compact for migration, un accordo non vincolante promosso dalle Nazioni Unite, per gestire in modo il più possibile condiviso il fenomeno migratorio, combattendo i trafficanti, costruendo vie legali di accesso, creando alleanze fra i diversi Paesi coinvolti. Un accordo al cui raggiungimento ha collaborato in modo particolarmente attivo la diplomazia vaticana, anche per dare una risposta a quegli Stati, fra i quali appunto l’Italia, i quali, per geografia e storia, sono diventati terra d’approdo privilegiata. Per tale ragione il fatto che il governo abbia ritirato improvvisamente il proprio consenso all’intesa, viene giudicata in Vaticano una scelta strumentale dettata più dalla propaganda che dal realismo.

Vaticano Dicastero Economia Finanze

Infine l’ambiente: in Polonia a Katowice in questi giorni sono iniziati i negoziati per attuare l’intesa mondiale sullo stop al cambiamento climatico sottoscritta a Parigi nel dicembre 2015. Per papa Francesco la «cura della casa comune» è un punto fondamentale del suo magistero, da qui passa quell’idea di ecologia integrale in forza della quale ambiente, popoli, sviluppo dovrebbero far parte di un unico modello non più dominato dalla volontà di dominio e dallo sfruttamento illimitato delle risorse. Temi immensi, come si può intuire, sui quali la voce dell’Italia, per ora, è molto flebile fino a perdersi del tutto nelle polemiche di giornata.

la chiesa ‘inquieta’ e ‘in uscita’ di papa Francesco

papa Francesco

la chiesa inquieta

da Altranarrazione

Sogniamo una chiesa che faccia aspettare i c.d. capi di Stato quando alla porta suona una vittima delle loro politiche.
Sogniamo una chiesa che celebri Eucaristia di Solidarietà: ad esempio fuori l’Ilva di Taranto, davanti ai poligoni militari come quello di Salto di Quirra, davanti alle basi militari statunitensi presenti in Italia.
Sogniamo una chiesa che rivendichi la verità sulla strategia della tensione.
Sogniamo una chiesa che sia vicina alle vittime di tutte le tragedie, ed in particolare di quelle evitabili.
Sogniamo una chiesa che diventi megafono della sofferenza dei cittadini dell’Aquila, di Amatrice e di tutti quelli colpiti dal terremoto.
Sogniamo una Chiesa che ricordi ad ogni omelia i soldi che il nostro governo spende in armamenti, il numero di disoccupati e di precari.
Sogniamo una chiesa presente negli ospedali non solo per dare l’estrema unzione ma anche per rivendicare il buon funzionamento della sanità pubblica.
Sogniamo una chiesa coinvolta nei sit-in contro i licenziamenti dei lavoratori.
Sogniamo una chiesa che si sdegni di fronte alle ingiustizie sociali.
Sogniamo una chiesa che mantenga la schiena dritta davanti la potere e soprattutto che non cerchi contraccambi.
Sogniamo una chiesa che riconosca come martiri della verità ad esempio testimoni come Ilaria Alpi, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone.
Sogniamo una chiesa che si preoccupi per la vita del magistrato Nino Di Matteo.
Sogniamo una chiesa che chieda di entrare nei CIE per verificare le condizioni dei migranti.

Per adesso sogniamo.

Ma un giorno siamo sicuri che diventerà realtà.

testo di papa Francesco:

“Mi piace una Chiesa inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta con il volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”.

(Papa Francesco, Discorso all’incontro con i rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, 10/11/2015, Firenze).

la chiesa di Gesù non può essere che la chiesa dei poveri

la chiesa che nasce dai poveri

dagli scritti di Gustavo Gutierrez

 

Il Vangelo è un elemento di contraddizione dove c’è oppressione e sfruttamento.

Promuove la giusta indignazione, non addormenta le coscienze.

Il Vangelo è il libro della liberazione e non legittima nessun schiacciamento  dell’uomo sull’uomo.

Quando la chiesa-istituzione appoggia le classi dominanti significa che c’è qualcosa che non funziona.

Cercare o mantenere una posizione di rendita vuol dire porsi fuori dalla testimonianza evangelica.

La Chiesa, per vocazione, deve disturbare socialmente sia i governi che adottano politiche inique sia le classi sociali che ne traggono beneficio.

Se si toglie l’aspetto profetico rimane solo la burocrazia: e gli effetti di tale deformazione sono noti.

testo di Gustavo Gutierrez

“Il Vangelo letto a partire dal povero, dalle classi sfruttate e dalla solidarietà attiva con le sue lotte per la liberazione, porta alla convocazione di una Chiesa popolare; porta ad una Chiesa che nasce dai poveri, dall’emarginazione […] che nasce dal popolo, da un popolo che strappa il Vangelo dalle mani dei dominatori, che impedisce la sua utilizzazione come elemento giustificante di una situazione contraria alla volontà del Dio liberatore….”. L’Evangelizzazione sarà realmente liberatrice quando gli stessi poveri saranno i suoi portatori. Allora sì annunciare il Vangelo sarà pietra di scandalo, sarà un Vangelo non «presentabile in società» si esprimerà in modo poco raffinato, puzzerà….”.

Gustavo Gutiérrez, La forza storica dei poveri, trad. C. Delpero, Queriniana, Brescia, 1979, p. 27-28

colpevole a tutti i costi – questa, papa Francesco, la tua colpa!

 

grazie per essere stato incolpato della bellezza della Chiesa sognata da Gesù

Caro papa Francesco:
In realtà, sei colpevole!
Sei colpevole di essere un uomo e non essere un angelo!
Sei colpevole perché hai l’umiltà di accettare che hai torto e chiedi perdono. Chiedi perdono per te e per noi. E questo per molti è inaccettabile.
Sei colpevole perché …
Sei colpevole perché volevano che fossi un giudice e un canonista e sei un esempio e un testimone di misericordia.
Sei colpevole perché hai abbandonato la tradizione di vivere nei palazzi per scegliere di vivere come le persone.
Colpevole perché hai lasciato la sontuosità di San Giovanni in Laterano e scelto la povertà delle prigioni, degli orfanotrofi, dei manicomi e delle case di recupero.

Sei colpevole!
Hai smesso di baciare i piedi “profumati” delle eminenze e baci i piedi “sporchi” di detenuti, donne, pazienti, altre confessioni religiose, “diversi”!
Sei condannato perché hai aperto le porte ai “risposati” e perché di fronte a temi dolorosi e in sospeso rispondi semplicemente, “chi sono io per giudicare
Sei condannato perché assumi la tua fragilità, chiedendo a noi di pregare per te, quando molti ti chiedono di essere dogmatico, intollerante e rubricista.

Papa Francesco è colpevole di tanti e tanti cosiddetti “infedeli”, “scomunicati” e “impuri” che hanno riscoperto il bel volto di Cristo, tenerezza e misericordia.
Sei colpevole perché “chiami le cose per nome” e non dimentichi di ricordare ai vescovi che non sono pastori sull’aereo, ma persone con “odore di pecora”.
Colpevole perché hai strappato le pagine di intolleranza, la morale spietata e ci ha offerto la bellezza della compassione, della tenerezza e della schiettezza.
Sei colpevole perché non siamo così orgogliosi negli occhi, nell’intelligenza e nella ragione, ma soprattutto nel cuore.
Sei colpevole di voler portare la croce della Chiesa invece di guardare altrove, essendo indifferente al dolore e alle lacrime degli uomini del nostro tempo.
Sei colpevole perché non puoi sopportare gli efferati delitti fatti nel nome di Dio e quelli che parlano di Dio ma vivono contro di lui.
Colpevole perché cerchi la verità e la giustizia, abbracciate dalla misericordia, invece di mettere a tacere, nascondere, minimizzare o ignorare.
Sei colpevole perché hai smesso di volere una Chiesa di privilegi, di glorie di tutto il mondo e ci insegni la forza del servizio, la ricchezza di lavare i piedi e la grandezza della semplicità.

Papa Francesco lascia che ti incolpino di questi “crimini”. tu sai che al tuo fianco ci sono innumerevoli uomini e donne che, come te, non sono angeli, sono fragili, peccatori, aspettando che Cristo si prenda cura di loro e di noi.
Tu sai che con te c’è un’enorme “processione” di cuori che per te prega ogni momento, perché daresti la tua vita per loro, e ti seguono come pecore che si fidano del pastore.
È stato Cristo a metterti al timone di questo “Barca” che è la Chiesa.
È Cristo che ti darà la forza per perseguire questo sentiero di “colpa” che ha fatto così bene al mondo e alla Chiesa.
Caro papa Francesco, grazie per essere stato incolpato della bellezza della Chiesa sognata da Gesù.

p. António Teixeira

un papa che merita sognare – per una chiesa ‘altra’

ho sognato il papa

«Quando crollano i beni di un istituto religioso, io dico: “Grazie, Signore!”, perché questi incominceranno ad andare sulla via della povertà e della vera speranza nei beni che ti dà il Signore»

papa Francesco

Non mi capita spesso ma questo sogno desidero raccontarlo perché è speciale: è fatto ad occhi aperti.

C’erano molte persone raccolte in Piazza San Pietro, visibilmente emozionate.

Guardavano in alto, in attesa che il nuovo Papa si affacciasse dal balcone.

Si aprì, invece, il portone della Basilica e il pontefice neoeletto, senza scorta, uscì per salutare i fedeli presenti.

Gli porsero, poco dopo, un megafono per farsi ascoltare dai più lontani.

Prese a dire parole inaudite:

«Buonasera fratelli e sorelle! Desidero, innanzitutto, comunicarvi che oggi inizia un nuovo cammino per la Chiesa.

Il cambiamento consisterà soprattutto nella rinuncia ad ogni forma di Potere, ai privilegi e ai comportamenti che ci allontanano dalla vita reale.

Ci faremo guidare unicamente dal vangelo, riscopriremo il carisma profetico denunciando le strutture di peccato, ci schiereremo, senza indugio, dalla parte dei poveri, degli oppressi e di tutti quelli a cui viene negata una seconda possibilità.

Non faremo più calcoli, non guarderemo più alle convenienze sociali, non difenderemo più la Chiesa con mezzi umani, perché la Chiesa ha già il suo difensore: Cristo. Infatti a noi spetta imitare la sua prassi e condividere le sue opzioni. Quindi il nostro programma da oggi sarà quello indicato nel Vangelo di Luca – annunciare ai poveri un lieto messaggio, proclamare ai prigionieri la liberazione, la vista ai ciechi, la libertà agli oppressi, predicare la misericordia di Dio – e in quello di Matteo al capitolo 25. Ascolteremo i poveri e solo quando avremo finito con loro daremo spazio ai c.d. Capi di Stato.

Consegneremo il Vaticano alle autorità civili, metteremo a disposizione della comunità tutte le ricchezze in esso contenute.

La Chiesa vivrà nel mondo e stabilirà la sua sede legale in tutti i luoghi in cui l’uomo soffre.

Lasceremo i Palazzi ed andremo negli ospedali, nelle carceri, negli accampamenti dei disperati, nelle fabbriche, nei call center…

Liquideremo la Banca e la sostituiremo con l’unica Banca coerente con la testimonianza evangelica: quella della tempo e della solidarietà.

Da oggi investiremo solo in gratuità e confideremo solo nelle risorse provenienti dal Fondo chiamato ‘Provvidenza’.

Non useremo più elicotteri, ma ci sposteremo con i mezzi di trasporto che usano i poveri: quelli pubblici.

Incontrerete il Papa su un autobus o in una metro e la sua nuova abitazione sarà presso una parrocchia di periferia.

Sposeremo la causa degli ultimi perché lo richiede il Vangelo e perché la Chiesa ha bisogno di conversione.

Rinunceremo alle sovvenzioni statali per vivere la grazia della sobrietà e per condividere la condizione di chi non riceve simili aiuti.  

Saremo una Chiesa povera e dei poveri sia per testimoniare che l’Amore di Dio –che è l’essenziale – è gratuito, sia per denunciare l’iniquità dell’attuale sistema economico-sociale che per garantire il profitto a pochi avidi sfrutta i popoli e devasta l’ambiente.

Saremo radicali e ci inginocchieremo solo per pregare e non per ottenere qualcosa in cambio dai potenti. Saremo la voce dei poveri, la coscienza critica, avremo paura ma chiederemo a Cristo la forza per percorrere la sua stessa strada».

A questo punto mi sono svegliato, e rimango nell’attesa che tutto ciò diventi realtà.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi