contro l’assolutizzazione della proprietà privata

anatema

la condanna che ancora aspettiamo

«Non è possibile questa assolutizzazione, questa idolatria della proprietà privata, che è francamente un atteggiamento da pagani. Il cristianesimo non può ammettere la proprietà privata assoluta»

Oscar Romero

 

L’unico anatema che aveva senso pronunciare non è stato ancora pronunciato: quello nei confronti della proprietà privata. L’unica vera grande eresia davvero in grado danneggiare e sviare il cammino spirituale dell’uomo non è stata condannata. I cristiani, secondo l’immaginazione di Dio, con la forza del Vangelo avrebbero dovuto cambiare la società, mentre è stata la società a cambiare i cristiani con la forza del denaro e della convenienza. Così la Sacra Scrittura è rimasta un libro perché non ha trovato sufficienti menti e cuori in cui germogliare e sufficienti gambe con cui raggiungere la storia, trasfigurandola. I cristiani si sono lasciati assorbire nel paradigma e nelle strutture di Mammona. Sono rimasti i riti ed è sparito l’annuncio della Buona Notizia, la Giustizia capovolta di Dio che riconosce dignità ad ogni uomo: partendo dagli ultimi e da quelli meno devoti, meno allineati, meno ortodossi.

La proprietà privata inietta il veleno dell’esclusività, della difesa e della conseguente ed inevitabile conflittualità. La Sacra Scrittura prevede l’uso del necessario che stimola solo la gratitudine. La proprietà privata è una conquista, la Sacra Scrittura proclama il dono. La proprietà privata segue la logica del merito, la Sacra Scrittura del bisogno. La proprietà privata induce all’accumulo per sottrazione, la Sacra Scrittura alla circolazione per redistribuzione. La proprietà privata provoca la povertà, la Sacra Scrittura contempla la provvidenza che arriva con i cinque pani d’orzo e i due pesci di un ragazzo (1)  o con la compassione del Samaritano (2).

Entriamo nel mondo senza dote, l’unica eredità conforme al Vangelo che possiamo lasciare è l’esempio. Riceviamo la vita gratuitamente, trasformandoci in padroni rinneghiamo il Vangelo. Dio ha creato la terra per camminarci non per recintarla.

Atti degli Apostoli:

«Nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune»
(Atti degli Apostoli 4,32)

«Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno»

(Atti degli Apostoli 4,34-35)

(1) Vangelo di Giovanni 6,9

(2) Vangelo di Luca 10, 29-37

innamorati di Cristo e del vangelo

esultiamo

da Altranarrazione

siamo innamorati di te …

Siamo innamorati di te perché non credi alle cose che dicono di noi.

Siano innamorati di te perché ci proponi una storia tutta nuova, una storia di cambiamento: dall’oppressione alla liberazione, dai pre-giudizi alla fratellanza, dalla morte dei nostri parametri alla vita dei tuoi orizzonti infiniti.

Siamo innamorati di te perché possiamo essere pienamente noi stessi, con le nostre miserie, le ingiustificate repulsioni e le diffidenze verso di te.

Siamo innamorati di te perché non dobbiamo far finta di essere devoti per poterti parlare e trovare senso e consolazione.

Siamo innamorati di te perché possiamo sentirci svogliati e non allineati secondo i tempi liturgici (contenti il venerdì santo, tristi il giorno di Pasqua) senza offenderti.

Siamo innamorati di te perché non ti aspetti l’ossequio delle forme ma solo radicale autenticità.

Siano innamorati di te perché nessuna finzione resiste alla tua presenza.

Siamo innamorati di te perché sei il Dio del contenuto e non dell’apparenza.

Siamo innamorati di te perché hai scelto la compassione come via per scoprire la nostra umanità.

Siamo innamorati di te perché condanni i pilastri su cui l’uomo ha costruito l’inferno: l’arrivismo, l’accaparramento, l’indifferenza, la disuguaglianza.

Siamo innamorati di te perché hai trasformato i luoghi dell’emarginazione e della sofferenza in luoghi sacri.

Siamo innamorati di te perché hai scelto gli ultimi riscattandoli da tutte le umiliazioni.

Siamo innamorati di te perché sei il difensore dei poveri, e agisci per liberarli dall’artiglio dell’esclusione.

Il Vangelo è una “tragedia”: quella dell’uomo che non comprende il sogno di Dio e per questo si condanna all’infelicità, all’inutilità, al non-senso, alla violenza.

Dio ci precede

«Ringraziamo di poter vivere nella carne il cammino di redenzione di Gesù, che fu perseguitato, imprigionato e condannato. Non deve essere il cristiano imitatore del suo maestro? Non temiamo nulla»

Frei Betto

lettera dalla prigione 21 novembre 1969

il vangelo è il più radicale cambio di paradigma nella vita umana

Quando ci poniamo a fianco degli oppressi, nel cammino di liberazione, Dio si mette in testa*. Ma non è propriamente una marcia trionfale. Sta lì per ripararci se possibile dai rischi e per prendersi per primo gli insulti quando va bene, gli sputi quando va male. Con la croce come vessillo ascolta i ragionamenti forbiti (pieni di citazioni) dei dissuasori. I soliti benpensanti, denominati in altra epoca anche scribi e farisei, che vorrebbero convincerci a non prestare servizio ai poveri (o semplicemente a stare con loro) per giustificare il sonno indifferente della loro coscienza. Il solo fatto della presenza, al di là della semplicità dei gesti, è come il suono della sveglia mattutina: fastidioso ma efficace. E c’è da comprenderli perché dopo occorre molto tempo e soprattutto lunghi discorsi di autocompiacimento per farla riaddormentare. Voler piantare la croce di Dio non sul marmo, tra i fiori e i dipinti, e soprattutto tra gli ori, ma nelle baracche, tra i cartoni, nella disperazione incolpevole ed anche in quella colpevole scandalizza. Tra i marmi, con un po’ di musichina e l’incenso lo spettacolo è sicuramente più gradevole rispetto alle piaghe, ma il Signore non ci chiede di scrivere copioni o di organizzare recite e passerelle. Le bellezze artistiche non si armonizzano con il Vangelo come le cerimonie sontuose e dalla raffinata coreografia. Il Vangelo vive nella polvere, è sporco del sangue dei poveri, è bagnato dalle lacrime degli esclusi, è stonato per le grida dei violentati, è stropicciato perché pure se lo leggiamo non lo capiamo, è segnato più volte con la matita perché quelle frasi hanno significati infiniti. Quando lo apriamo ci ripugna a causa della nostra formazione borghese, elitaria e spudoratamente superficiale. E così deve essere! Altrimenti stiamo leggendo la sua interpretazione o meglio la sua deformazione. Il Vangelo non è il manuale di morale del piccolo e triste borghese e neanche un romanzo. Il Vangelo è una “tragedia”: quella dell’uomo che non comprende il sogno di Dio e per questo si condanna all’infelicità, all’inutilità, al non-senso, alla violenza.

* “Io marcerò davanti a te; spianerò le asperità del terreno, spezzerò le porte di bronzo, romperò le spranghe di ferro. Ti consegnerò tesori nascosti e le ricchezze ben celate, perché tu sappia che io sono il Signore, Dio di Israele, che ti chiamo per nome”. (Isaia 45, 2-3)

il vangelo è una cosa seria e ‘pericolosa’

le rimozioni dal vangelo

«Con una chiesa universalmente ritenuta ricca, insomma, come dovremmo poter mai incarnare in modo persuasivo ed efficace quella resistenza che il messaggio di Gesù oppone alla nostra stessa mentalità di integrati nella società del benessere?»

JB Metz

 

Il Vangelo evidentemente soffre di rimozioni forzate ad opera dei predicatori abilitati e di quelli che si autoconsegnano la patente di interpreti autentici. Ad esempio: perché è così difficile affermare che la ricchezza è un male in sé in quanto appropriazione indebita del non-necessario? Infatti la sottrazione è ineludibilmente l’altra faccia della medaglia dell’accumulo.
«Le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case.

Quale diritto avete di schiacciare il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri» (1).
È così difficile affermare che la ricchezza è antievangelica, l’ostacolo concreto alla diffusione dell’utopia liberante del Regno? Noi affermiamo il diritto per tutti ad una vita dignitosa resa possibile dalla pratica della compassione e della solidarietà. Il diritto al lusso non è espressione né del Vangelo né dell’umanesimo conseguente.

Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete,

perché sarete nel dolore  e piangerete (2).

Questo, certo, non significa che i ricchi non possano salvarsi ma si devono convertire redistribuendo o meglio restituendo. Gesù è andato a casa del capo degli oppressori per indurlo a cambiare vita, non per legittimarlo come avviene troppo spesso nei ricevimenti della c.d. autorità in Vaticano. Infatti Zaccheo risponde: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto»(3) mentre gli altri, dopo la foto di rito con il Papa, rispondono continuando a bombardare, a negare i diritti fondamentali, a destabilizzare altri Paesi per interessi economici.

Un’altra forma di rimozione forzata riguarda la persona e la prassi di Gesù a vantaggio di una dottrina elaborata da uomini. Il Vangelo che siamo chiamati a vivere non consiste propriamente nella memorizzazione di un libro, né tantomeno di un codice, ma è una relazione con la Persona di Gesù, l’imitazione delle sue scelte concrete e l’adozione del suo paradigma non come imposizione ma come presupposto per realizzare pienamente la nostra libertà e dignità.

«Guai a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»(4)

Il Concilio Vaticano II ha ribaltato la prospettiva (5) mettendo effettivamente al centro la Persona di Cristo rispetto alle conoscenze dogmatiche ma, a distanza di circa cinquanta anni, l’atteggiamento legalista, cattedratico della gerarchia è mutato più nella forma che nella sostanza. Pur riscontrando nei documenti e nella predicazione una maggiore consapevolezza dei disagi esistenziali e sociali del popolo di Dio rimane lo scandalo ancora non rimosso della distanza dalle sofferenze reali. La mera enunciazione, senza le opere concrete, dell’opzione preferenziale per i poveri e gli oppressi è il macigno che pesa sulla coscienza della Chiesa-Istituzione e ne mina la credibilità.

(1) Isaia 3, 14-15

(2) Vangelo di Luca 6, 24-25

(3) Vangelo di Luca 19, 8

(4) Vangelo di Luca 11,46

(5) Dei Verbum, 4;Cfr Teresa di Lisieux, LT 165 «Custodire la parola di Gesù, ecco l’unica condizione della nostra felicità, la prova del nostro amore per lui. Ma che cos’è questa parola? Mi sembra che la parola di Gesù sia lui stesso» in Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Opere complete. Scritti e ultime parole, Editrice Vaticana-OCD, Città del Vaticano-Roma 1997, p. 484

intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani

i cattolici alla sfida dei migranti

di Giuseppe Lupo
in “Il Sole 24 Ore”

“Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini”

È il caso di fissare bene le premesse di partenza, ma se i dati reali dovessero confermare quanto è stato annunciato dai recenti sondaggi – e cioè che l’elettorato di area cattolica simpatizzi apertamente per la linea dura del ministro Salvini sul tema degli immigrati tanto da raddoppiare i consensi all’interno di quell’area – ci sarebbe da chiedersi quanto ancora riesca a influire la presenza di una Chiesa, ufficialmente schierata su posizioni contrarie, nelle scelte di un ipotetico ritorno alle urne. Non che questo sia un discorso necessitante ai fini degli equilibri di una nazione, anzi è sempre stata negli auspici di un certo pensiero cristiano-riformista l’autonomia della politica rispetto a qualsiasi credo religioso. Qualcosa del genere, per esempio, è accaduto non tanto in occasione del referendum sull’aborto, quanto nella battaglia contro l’abrogazione della legge sul divorzio, nel 1974, anno chiave per la vicenda di un post-Sessantotto ancora tutto da digerire. In quella circostanza una certa parte dell’intellighenzia cattolica assunse posizioni non condivise dai vertici del clero e votò liberamente. Si trattò di un fenomeno le cui radici affondavano nei pronunciamenti di un cristianesimo dalle larghe vedute, ortodosso nella sostanza di fede ma disposto al dialogo con chi avesse opinioni opposte, per effetto di una temperie culturale che issava le sue bandiere nelle figure di Lorenzo Milani, Zeno Saltini, Giovanni Rossi, Ernesto Balducci, il cui apostolato trasse forza nei crismi di una testimonianza ad alto valore politico, riconoscendo nei poveri e nei sofferenti la più alta lezione evangelica. Quel che sta accadendo in queste settimane invece assomiglierebbe a una sorta di regressione rispetto ai principi di modernità a cui quelle lontane esperienze di fede ci avevano abituati. Vorrebbe dire, in altre parole, non riconoscere più il paradigma della solidarietà come forma di redenzione umana (tema sul quale Bruno Forte ha ammonito domenica su queste colonne), come veicolo attraverso cui la regola del vangelo possa approdare nel vissuto di tutti e poi, giorno dopo giorno, modificare per sempre le rotte della Storia. Sarebbe davvero un peccato che una nazione in grado di generare Cesare Beccaria cadesse nell’errore della dimenticanza. Il problema dunque va guardato alla radice, fuori dalla semplicistica verità di una cronaca che vede penalizzare soprattutto le regioni dove le questioni occupazionali diventano un dato asfissiante e dove il vissuto concreto della gente riflette uno stato di incertezza economica. Va discusso cioè in chiave etica, come effetto di un’incomprensione tra ciò che predicano i vertici della Chiesa – e anche alcuni organi di informazione come «Avvenire» e «Famiglia Cristiana» – e ciò che invece alligna in quel magma eterogeneo di persone che fa sua una contraddizione: vivere le pratiche religiose, dedicarsi a una delle tante associazione di volontariato per poi vestire i panni demagogici della paura che sfocia nell’accondiscendenza alla chiusura dei porti. Un fenomeno di questo tipo andrebbe a minare i caratteri di una nazione che ha fatto dell’accoglienza un principio riconosciuto nella propria carta morale, oltre che in quella costituzionale. L’atteggiamento degli ultimi tempi, questo regredire nella sfera del particulare, allontana i propositi di un cristianesimo che il Novecento ci aveva abituati a vivere nelle sue forme democratiche, facendolo uscire fuori dalle parrocchie e dalle sagrestie per avviarlo sulle strade di una cultura che si affidava alla matrice della carità, su cui la lezione di Paolo di Tarso poneva regole costitutive.

Penso a quanto fossero vicine alla carità le problematiche affrontate da Manzoni, il più illuminista degli intellettuali cristiani. Penso a quanto sia stato nelle profezie di un libro come Il quinto evangelio di Mario Pomilio, il cui desiderio di cercare Dio trovava realizzazione nell’indagine su un Dio ancora tutto da inseguire e da aspettare nei territori della memoria. Sembrerà strano evocare il nome di due scrittori dalla forte tempra morale in un contesto che riguarda navi cariche di uomini senza più terra, ma è proprio nelle pagine di questi autori che risiedono le risposte a quanto oggi ci indigna per la discrepanza tra l’azione di pronunciare parole vuote e subire il ricatto della paura o vivere nella malinconia del proprio tempo operando in nome di quelle stesse parole quando esse sono obbligate a diventare carne o Storia. Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini.

dello stesso vangelo due ‘letture’ contrapposte – chi ha ragione?

due visioni del vangelo

«Entrare nella logica della sequela di Gesù Cristo significa mettersi in fila dietro di Lui e lasciarsi devastare dalla gioia di offrire un servizio nelle retrovie»

don Tonino Bello

Per alcuni vivere il Vangelo significa impegnarsi nelle grandi battaglie contro l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, la regolamentazione della unioni civili,

per altri significa stare vicino alla donna che ha abortito, a chi è esausto della propria malattia, a chi ha scelto di separarsi, a chi ha un orientamento morale, educativo e sessuale diverso.

Per alcuni significa testimoniare la verità di fede,

per altri la compassione e la misericordia di Dio verso la sofferenza e le fragilità umane.

Per alcuni significa organizzare convegni ed eventi,

per altri sostenere i poveri, visitare i malati e i carcerati, dedicare il proprio tempo ai c.d. disabili.

Per alcuni significa insegnare,

per altri ascoltare e condividere.

Per alcuni significa convincere,

per altri testimoniare.

Per alcuni significa aderire ad una fede,

per altri incontrare una Persona.

Per alcuni significa osservare,

per altri lasciarsi liberare.

Per alcuni significa sforzarsi,

per altri lasciarsi amare.

mettiamoci nei panni dei poveri …

pace e inquietudine

«Chi si lascia provocare dalle necessità degli uomini, leggerà il vangelo non altrimenti che con gli occhi della misericordia e scoprirà la fede conseguente»

O. Fuchs

Vieni, sediamoci ed iniziamo a guardare la nostra vita con gli occhi dei poveri. Togliamoci le lenti ricevute in dotazione dal Sistema. Deformano la realtà: non colgono i contorni della persona ma solo competenze ed attitudini professionali. E togliamoci pure le cuffie ricevute in dotazione dal sistema. Deformano la realtà: infatti, trasmettono, ininterrottamente, la narrazione necessaria alla giustificazione dell’indifferenza e dell’esclusione. Ascoltiamo prima, prendiamo visione e informiamoci, controllando le fonti, poi, verifichiamo i risultati e confrontiamoli con quello che ci hanno iniettato fin da piccoli. È un lungo cammino di disintossicazione, alla fine potremmo ritrovarci soli, ma scopriremo il dono promesso da Dio: la pace interiore. Che non ha nulla a che fare con l’impassibilità frutto di pratiche ascetiche, ma è quella sensazione di giustizia creatrice di senso per la nostra vita. Una pace interiore determinata dal perseguimento della giustizia che si accompagna, dunque, necessariamente, all’inquietudine profetica non certo al disimpegno dei defilati, anche se devoti.

«Hai visto molte cose, ma senza farvi attenzione, hai aperto gli orecchi, ma senza sentire» (Isaia 42, 20)

Mettiamoci nei panni dei poveri, comprendiamo l’assenza di opportunità e la violenza di un’economia fondata sulla funzionalità, un’economia che assorbe uomini e restituisce mansioni, un’economia che non riconosce persone ma solo ruoli. Spogliamoci dei privilegi derivanti dalla condizione sociale, rifiutiamo le dinamiche di asservimento che contraddicono, totalmente, la natura gratuita del nostro essere. Rifiutiamo il servizio all’iniquità e non contribuiamo alla ferocia della reiterazione. Le strutture che producono oppressione (c.d. strutture di peccato) non nascono dal caso e non sono fenomeni naturali, ma camminano sulle gambe di chi sceglie la disumanizzazione e funzionano con le braccia di chi sceglie lo sfruttamento.

Condividiamo il rifiuto che subiscono i poveri e la negazione di un riscatto. Mettiamoci nella condizioni di comprendere la violenza dei “ti faremo sapere”, “ripassa domani”, “torna a casa tua”. Camminiamo con loro per trovare due spiccioli, fatichiamo con loro per una burocrazia fantozziana, proviamo con loro la tristezza di una mensa. Lottiamo non solo per loro ma con loro. Uniamo la nostra voce alla loro e diventiamo la voce di chi è stato ammutolito.

 

Vieni, mettiamoci tra i poveri: non ritroveremo solo Dio ma anche la nostra umanità.

cos’è che rende la nostra terra un inferno

comunità o inferno

«La comunità cristiana è sulla strada di Cristo solo quando si prende cura dei poveri, degli affamati, degli afflitti e lotta contro coloro o contro le situazioni che sono all’origine di tali squilibri»

(Ortensio da Spinetoli)

L’opposizione evangelica è tra amare/servire Dio o amare/servire il denaro-potere, e non tra credenti e atei. L’ateismo, tra l’altro, ha aspetti provvidenziali perché purifica il cristianesimo dalle sue ipocrisie, lo aiuta ad essere più autentico, e cioè radicale. Ne evidenzia gli aspetti ridicoli, e ne demolisce le sovrastrutture escogitate dall’uomo ‘religioso’: il fariseo di tutti i tempi che separa la dottrina dalla Persona, le norme dalla coscienza e dal cammino personale, la pedagogia dalla compassione. L’ateismo nasce, anche, per la cattiva testimonianza dei cristiani, per la loro incoerenza ed ottusità ragionieristica, non certo per contrastare direttamente il Vangelo. D’altronde un ateo che persegue, senza saperlo, la giustizia del Regno può essere molto più vicino a Dio di un cattolico (della domenica) che partecipa, sbrigativamente, all’eucaristia, in attesa di raggiungere la vera “celebrazione” festiva: la partita dei suoi eroi milionari. E parafrasando il testo evangelico di Marco (1) si potrebbe immaginare così:

«I parrocchiani dissero a Gesù: “Maestro abbiamo visto uno che dava dei soldi a un senzatetto in nome della Carità e glielo abbiamo sconsigliato, perché non apparteneva ai gruppi parrocchiali e non conosceva le procedure di aiuto decise dal consiglio pastorale”. Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un gesto gratuito e che subito dopo possa disprezzarmi. Chi non è contro l’Amore è per l’Amore».

Ciò che si oppone davvero a Cristo è il non-amore e non certo l’ateismo che è ricerca, critica, possibilità. L’ateismo di per sé non uccide nessuno, non danneggia, non umilia, mentre amare/servire il denaro-potere, (attualmente strutturato nell’organizzazione socio-economica denominata capitalismo (2)), sì. Eccome. L’altro, infatti, viene spersonalizzato, non più riconosciuto.  Esiste la manodopera (braccia meccaniche a forma d’uomo), l’impiegato (digitatore su pc) il manager (referente del Padrone). Mansioni e funzioni prima di storie, aspirazioni, bisogni: quindi la devastazione dell’umanità per garantire il profitto. La maternità di una donna viene insultata considerandola un costo, la giovane età sfruttata e raggirata, l’anzianità umiliata. E poi abbiamo produzioni, esportazioni, vendite, prima dell’ecologia, della bellezza, della giustizia tra generazioni (3): quindi la devastazione della terra per garantire il profitto. L’accesso all’acqua potabile garantito solo ai ricchi, le risorse energetiche sottratte ad altri popoli, il mancato riconoscimento del debito ecologico. In tale quadro, il borghese (colui che rappresenta o appoggia il capitalismo) (4) non potrà mai essere cristiano (colui che ama/serve Cristo), nonostante tutte le tecniche di autoconvincimento e tutte le rassicurazioni di quella parte del clero che si impegna nella sua assistenza spirituale, preferendolo al povero. Convertirsi perché il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino (5) significa in questi tempi: convertirsi dalle logiche del Capitale ed incamminarsi verso la gratuità, la condivisione e la solidarietà. Il tempo è compiuto perché Cristo agisce nella storia. Il Regno di Dio è vicino perché è già operante, potenzialmente realizzabile, anche se qui non completamente. Dipende dalla nostra libertà, dalle nostre scelte: se costruire una comunità (il Regno) o l’inferno (il mercato) e continuare a sprofondarci.

(1) Cfr. Vangelo di Marco 9, 38-40

(2) Cfr. «Imperialismo, colonialismo e capitalismo meritano nel mio ‘credo’ lo stesso anatema» (Pedro Casaldáliga, Credo nella giustizia e nella speranza, Quaderni Asal 27, Associazione per gli Studi e la documentazione dei problemi socio-religiosi dell’America Latina, Roma 1976, p. 193)

(3) Cfr. Papa Francesco, Enciclica Laudato Si’ 137-162

(4) Cfr. «…Voglio assicurarvi almeno la mia preghiera. Perché il vostro cammino di formazione sia improntato alla più trasparente autenticità evangelica, e vi manteniate lontani dal compromesso, e rifuggiate dall’ambiguità, e non scendiate a patti con l’anima borghese accovacciata davanti alla porta». (Don Tonino Bello, Lettera ai seminaristi 21/1/1990, in Tonino Bello, Servi inutili a tempo pieno. Testimoni gioiosi per evangelizzare il mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano)), p. 112

(5) Vangelo di Marco 1,15

il vangelo postula il continuo cambiamento delle strutture ingiuste della società

trasformare la società

«La realtà della dimensione sociale del peccato esige una conversione personale che si traduca nella lotta per la trasformazione sociale delle strutture peccaminose»

T. Mifsud

 

Ci hanno convinto dell’immodificabilità della realtà e di conseguenza della distanza di Dio dalla storia dell’uomo. Se cerchiamo la semplice sopravvivenza materiale conviene certamente prendere atto dell’esistente e adeguarsi. Si tratterà di scegliersi il posto migliore a discapito di un nostro simile trasformato in nemico. Dovremo, è vero, sopportare la fatica di difenderlo ma la legge e le armi di solito vengono in soccorso di chi sceglie il compromesso con il regime dell’iniquità. Si diventa come loro, infatti il potere ha la capacità di convincere l’uomo che il cinismo sia necessario per proteggere la propria vita e quella dei familiari. Diventiamo dei cani rabbiosi e accettiamo un criminale come padrone che ci tiene al guinzaglio in cambio di qualcosa nella ciotola. Il Vangelo predica invece che l’uomo non si realizza nella sopravvivenza, nel lasciare le cose come stanno, ma nella trasformazione della realtà*.

L’attuale assetto sociale è il frutto di logiche economico-finanziarie che rappresentano tutto il male possibile per l’uomo. Il Vangelo vive in esilio, ai margini, nelle minoranze, nei luoghi dove abitano le vittime di quelle scelte e di quei compromessi, fuori dagli spazi istituzionali, convenzionali ed ufficiali. Il Vangelo attende qualcuno che sia disposto a perdere la vita ossia la reputazione, l’approvazione di quelli che contano, l’immagine di plastica, per esistere, al contrario, secondo l’immagine autentica che Dio non impone ma che costruisce insieme a noi. Una società che si muove agli ordini del Capitale non può considerarsi cristiana anche se abitata da milioni di persone che si definiscono cristiane. Non basta una definizione per determinare la realtà che parla di oppressione e ingiustizia piuttosto che di compassione e di comunità. Di conseguenza occorrerebbe modificare la terminologia scegliendo tra: capitalisti, competitivi, selettivi, emarginatori, speculatori, indifferenti etc. Altrimenti la parola cristiano risulta o comica o ipocrita.

* “L’evangelizzazione deve calare profondamente nel cuore dell’uomo e dei popoli; perciò la sua dinamica tende alla conversione personale e alla trasformazione sociale”.

(Documento di Puebla, 362)

‘chiosare’ il vangelo è tradirlo

le rimozioni dal vangelo

“facendo della ricchezza il nostro dio, diventiamo friabili e freddi, simili a cose, invulnerabili, impenetrabili, non vivi”

J. Kavanaugh

 

Il Vangelo evidentemente soffre di rimozioni forzate ad opera dei predicatori abilitati e di quelli che si autoconsegnano la patente di interpreti autentici.

Ad esempio: perché è così difficile affermare che la ricchezza è un male in sé in quanto appropriazione indebita del non-necessario? Infatti la sottrazione è ineludibilmente l’altra faccia della medaglia dell’accumulo.

«Le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case.

Quale diritto avete di schiacciare il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri» (1).

È così difficile affermare che la ricchezza è antievangelica, l’ostacolo concreto alla diffusione dell’utopia liberante del Regno? Noi affermiamo il diritto per tutti ad una vita dignitosa resa possibile dalla pratica della compassione e della solidarietà. Il diritto al lusso non è espressione né del Vangelo né dell’umanesimo conseguente.

Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete,

perché sarete nel dolore  e piangerete (2).

Questo, certo, non significa che i ricchi non possano salvarsi ma si devono convertire redistribuendo o meglio restituendo. Gesù è andato a casa del capo degli oppressori per indurlo a cambiare vita, non per legittimarlo come avviene troppo spesso nei ricevimenti della c.d. autorità in Vaticano. Infatti Zaccheo risponde: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto»(3) mentre gli altri, dopo la foto di rito con il Papa, rispondono continuando a bombardare, a negare i diritti fondamentali, a destabilizzare altri Paesi per interessi economici.

Un’altra forma di rimozione forzata riguarda la persona e la prassi di Gesù a vantaggio di una dottrina elaborata da uomini. Il Vangelo che siamo chiamati a vivere non consiste propriamente nella memorizzazione di un libro, né tantomeno di un codice, ma è una relazione con la Persona di Gesù, l’imitazione delle sue scelte concrete e l’adozione del suo paradigma non come imposizione ma come presupposto per realizzare pienamente la nostra libertà e dignità.

«Guai a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»(4)

Il Concilio Vaticano II ha ribaltato la prospettiva (5) mettendo effettivamente al centro la Persona di Cristo rispetto alle conoscenze dogmatiche ma, a distanza di circa cinquanta anni, l’atteggiamento legalista, cattedratico della gerarchia è mutato più nella forma che nella sostanza. Pur riscontrando nei documenti e nella predicazione una maggiore consapevolezza dei disagi esistenziali e sociali del popolo di Dio rimane lo scandalo ancora non rimosso della distanza dalle sofferenze reali. La mera enunciazione, senza le opere concrete, dell’opzione preferenziale per i poveri e gli oppressi è il macigno che pesa sulla coscienza della Chiesa-Istituzione e ne mina la credibilità.

1) Isaia 3, 14-15

(2) Vangelo di Luca 6, 24-25

(3) Vangelo di Luca 19, 8

(4) Vangelo di Luca 11,46

(5) Dei Verbum, 4; Cfr Teresa di Lisieux, LT 165 « Custodire la parola di Gesù, ecco l’unica condizione della nostra felicità, la prova del nostro amore per lui. Ma che cos’è questa parola? Mi sembra che la parola di Gesù sia lui stesso».

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