il vangelo, Salvini e la religiosità degli italiani – una bella ‘foto’ di M. Serra

i comfort della religione

di Michele Serra

 

Sarebbe bello se davvero, tra i cattolici italiani, si aprisse una discussione sul “bivio” indicato dalla nostra prima pagina di ieri: stai con il Papa o con Salvini? Se fossi un bookmaker darei comunque per favorito Salvini. Se si eccettua una valorosa e nutrita minoranza di persone per le quali la fede cristiana è testimonianza di carità, per l’evidente maggioranza dei cattolici italiani la religione è soprattutto un omaggio alle tradizioni; un’abitudine sociale; un comfort identitario (il cattolico Michele Straniero citava, beffardo, «i comfort della religione»); una difesa pret-à-porter contro “gli altri”, il mondo ignoto che preme alle frontiere e ci impiccia per la strada.

Sono formalmente cattolici moltissimi leghisti. Si può essere cattolici come il ministro Fontana e Matteo Salvini, e cattolici come Bergoglio, o Luigi Ciotti, o Enzo Bianchi. C’è forse un nesso? Si può baciare un rosario o inalberare una croce per invocare la protezione divina sulla Nazione e i suoi sacri confini; si possono pregare lo stesso Dio e la stessa Vergine perché i disgraziati sui barconi arrivino salvi in porto: c’è forse un nesso? Anche per esperienza personale, non ho dubbi: la sensibilità di ogni singola persona e le sue opinioni politiche (ivi compresi i pur logori concetti di “destra” e “sinistra”) orientano gli animi ben più dell’appartenenza religiosa. Ho conosciuto cattolici praticanti che erano ben poco cristiani, e miscredenti più cristiani di loro. Dalle chiese escono ogni domenica persone magnifiche e farabutti, carabinieri e mafiosi, grandi spiriti e spiriti mediocri. Chi preferisce Salvini non lo fa perché è cattolico, ma perché non vuole scocciature. Chi preferisce Bergoglio non lo fa per fedeltà alla Chiesa, ma perché alle scocciature è un poco più disposto. È per questo che Salvini parte avvantaggiato.

il vangelo letto cogli occhi dei poveri – intervista a frei Betto


leggere il vangelo a partire dai poveri
un dialogo con frei Betto
“Per tre giorni appeso al ‘pau-do-arara’ o seduto sulla ‘sedia dei drago’, fatta di placche metalliche e fili, ricevette scosse elettriche alla testa, ai tendini dei piedi e alle orecchie. Gli dettero legnate sulla schiena, sul petto e sulle gambe, gonfiarono le sue mani con staffilate, lo vestirono di paramenti e gli fecero aprire la bocca ‘per ricevere l’ostia consacrata’: scariche elettriche sulla bocca”.
A subire queste brutalità erano giovani religiosi domenicani arrestati nel 1969 in Brasile con l’accusa di essere al fianco delle forze comuniste. Uno di loro, frei Tito, non riuscì a reggere la prova e, una volta liberato, qualche anno più tardi, si impiccò su un albero nel convento di Lione.
Ricordo ancora la splendida poesia di padre Turoldo:
“Che Dio ci perdoni ci perdoni di esistere / ci perdoni di dirci cristiani / ci perdoni questi anni / santi Frei Tito / ancora pendente all’albero / (della vita nel nuovo giardino!) / davanti al convento di Lione”.
Insieme a frei Tito in carcere a subire torture c’era anche frei Betto. Il quale due anni dopo pubblicò un libro doloroso e magnifico dal titolo “Dai sotterranei della storia” dove ripercorreva quella brutale vicenda. Frei Betto, autore di numerose pubblicazioni, viene spesso in Italia a tenere incontri e conferenze.
Frei Betto, qual è il senso, oggi, della teologia della liberazione?
È credere, nonostante tutto, nel Dio della vita. Teologia della liberazione significa coniugare la visione della fede con l’anelito alla liberazione. Penso che ogni cristiano che viva il mistero della fede con gioia, con senso di liberazione, che vive l’amore, l’impegno per la lotta per la giustizia, pratichi la teologia della liberazione.
Una volta un vescovo mi chiese: “Ma perché cercare un’altra teologia quando c’è già la teologia della Chiesa di Roma?” Gli risposi: “Nel Vangelo ci sono quattro teologie diverse, quella di Matteo, di Giovanni, di Luca e di Marco. E se ci sono già queste quattro visioni diverse di Gesù, queste quattro diverse visioni della Chiesa, perché stupirsi proprio della teologia della liberazione?”. Gesù, a differenza di quanto crediamo, ha attraversato molti conflitti. Dalla nascita alla morte in croce. Ha spesso conflitto con quanti si consideravano molto religiosi: i farisei, i sadducei, i dottori della legge. Questi accettavano la Torah, proprio come Gesù. Ma la differenza stava nell’ottica.
Nessun testo è evidente per se stesso. Testo, contesto, pretesto: sono i principi della teoria letteraria e dell’ermeneutica. Voi italiani comprendete meglio di me la poesia di Dante perché vivete nel contesto in cui il testo è stato prodotto. Però noi capiamo meglio l’opera di Jorge Amado perché abitiamo nel contesto in cui lui ha scritto. La teologia della liberazione è una lettura della bibbia partendo da un contesto di oppressione. Il principio base è semplice. Crediamo che sia compito della Chiesa fare quello che Gesù ha detto: difendere e promuovere il maggiore dono di Dio, la vita.
In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Oppure, come sta scritto nella prima pagina della Bibbia, ha creato il mondo in modo che fosse un giardino, un meraviglioso giardino con uccelli, fiori, acqua cristallina? La teologia della liberazione, non è una teoria, non è un qualcosa nato nelle biblioteche, alle scrivanie, nelle accademie, nelle università religiose… No! È la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione.
Cosa vuol dire rileggere la Bibbia da questo punto di vista?
Ti faccio un esempio. Se noi analizziamo i quattro Vangeli ci rendiamo conto che le domande che vengono rivolte a Gesù sono essenzialmente due. La prima è: “Signore cosa devo fare per guadagnare la vita eterna?” In nessuno dei quattro Vangeli questa domanda esce dalla bocca di un povero; esce sempre dalla bocca di chi ha assicurata la vita terrena e allora vuole sapere come guadagnare anche quella celeste. Ebbene, tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda reagisce con una certa irritazione. È il caso di Zaccheo, o del dottore della legge che ode la parabola del buon samaritano, del ricco che ha finito col far inquietare Gesù, chiamandolo in un modo che gli aveva dato fastidio: chiamandolo maestro.
L’altra domanda è la domanda dei poveri: “Signore, cosa devo fare per avere vita in questa vita?” “Il mio occhio non vede, io voglio vedere; la mia mano è secca, ho bisogno di lavorare; mia figlia è malata e io voglio vederla sana”. I poveri chiedono a Gesù una vita in questa vita. Una vita in abbondanza. A loro Gesù risponde con compassione e amore. Quindi per noi nella Chiesa del Brasile la vita è il dono maggiore di Dio. Una Chiesa indifferente alla fame del popolo, una Chiesa indifferente ai bambini di strada, una Chiesa indifferente a quindici milioni di persone senza terra, una Chiesa indifferente a quanti lavorano ancora oggi in Brasile in uno stato letterale di schiavitù, è una Chiesa che considera il Sabato più importante dell’uomo.
Per fortuna però, una parte molto significativa della Chiesa del Brasile ha cercato, e lo sta facendo ancora, di mettere l’uomo davanti al Sabato; di essere fedele alla vita di questo popolo latinoamericano che ha sofferto per secoli a partire dalla colonizzazione e che oggi continua a soffrire a causa della globo-colonizzazione.
Leggere la Bibbia è un invito al cambiamento e alla speranza…
Proprio cosi. Vivere la fede in America Latina è avere la speranza di superare la miseria e la povertà. La gente incontra nella Bibbia, nella parola di Dio, il proprio alimento per capire meglio se stessi, per capire la lotta che sta vivendo e per trovare soluzioni. Faccio una metafora per spiegare meglio questo concetto. Per molta gente aprire la Bibbia è come aprire una finestra su interessanti fatti del passato. Nelle comunità ecclesiali di base, invece, la gente povera, quando apre la Bibbia, è come se guardasse se stessa in uno specchio, lo fa per riuscire a capirsi meglio, qui e ora.
Lei ha incontrato spesso mons. Helder Camara. Qual è il suo ricordo?
Dom Helder era un esponente della teologia della liberazione quando ancora non esisteva questo termine. Durante la dittatura fu censurato da tutti mezzi di comunicazione brasiliani ma, dato che era molto popolare, i militari avevano paura che potesse essere vittima di un attentato e che la responsabilità cadesse su di loro. Mandarono dunque la polizia federale ad offrire a Dom Helder una scorta di sicurezza. Lui disse di non aver bisogno della protezione della polizia perché diceva che aveva già delle persone che si occupavano di lui e lo proteggevano. Il capo della polizia disse che era proibito avere delle guardie private e voleva sapere i nomi degli i agenti privati perché dovevano essere registrati presso gli elenchi della polizia. Dom Helder rispose: “Può scrivere i loro nomi: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.
In un’altra occasione un operaio venne confuso con un trafficante di droga, fu arrestato in una favela, portato al commissariato e torturato. La moglie di quest’operaio andò bussare alla porta di Dom Helder. Dom Helder andò al commissariato e disse all’ufficiale di polizia: sono venuto qui, signore, perché mio fratello è stato arrestato; e l’ufficiale rispose: ma come signore, suo fratello? Come è possibile, siete così diversi! Nemmeno il nome corrisponde! Sì, siamo fratelli, disse dom Helder, ma solo da parte di Padre.
Gesti che raccontano l’amore passa attraverso scelte…
Come in Gesù del resto. In tutta la sua predicazione, il diritto alla vita, diritto per tutti, è presente in modo continuativo. Per lui più che avere fede è importante avere amore. Gesù non può concepire una fede senza gesti d’amore. Per questo, alcuni teologi dicono che più che importante avere fede in Gesù è avere la fede di Gesù: questa è l’essenza della vita cristiana.
La fede di Gesù era centrata su due dimensioni. La prima era una profonda intimità con Dio. È impressionante il tempo che Gesù, in una giornata, dedicava alla preghiera. Amava stare in intimità con Dio, ritagliarsi lunghi tempi e momenti. L’altra dimensione è il rapporto con il prossimo. Che lo portava a fare scelte precise. Dovremmo ricordarcelo più spesso. I cambiamenti in atto sono profondi e quando cambiano le epoche, cambiano pure i paradigmi. Il paradigma medioevale fu la fede, il paradigma moderno la ragione, che ha prodotto due figlie predilette, la scienza e la tecnologia. Il paradigma della post modernità pare essere il mercato, la mercantilizzazione di tutte le ragioni della vita. Se cosi è, noi dove siamo? Che volto di Dio mostriamo con le nostre scelte?

la buona novella secondo Gesù non secondo gli uomini

l’annuncio

da Altranarrazione

 

«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
a proclamare l’anno di grazia del Signore»

Gesù va ad annunziare ai poveri il lieto il messaggio(1). Cioè che Dio costruisce il Regno insieme a loro, che dona la sua salvezza attraverso di loro, che si identifica con loro e che capovolge i giudizi di sventura e di colpa formulati da quelli che se ne intendono. Noi invece rinchiudiamo ermeticamente il Vangelo in aule universitarie, sale per le conferenze o nelle assemblee liturgiche. D’altronde c’è da difendere uno status quo, quindi l’ordine impartito è rassicurare non scuotere le coscienze.

Gesù va a proclamare ai prigionieri la liberazione. Cioè che Dio desidera l’uomo libero e che l’azione della sua grazia mira ad emanciparlo dai gioghi di ordine materiale o spirituale. Che Dio rimette in piedi chi cade e che non esiste abisso che Lui non conosce o che non frequenta. Noi invece insegniamo prima a piegare il capo e poi a mantenerlo piegato. A disconoscere la nostra dignità di uomini per essere degli ineccepibili servitori del Sistema. In ginocchio davanti al vitello d’oro del benessere e non per chiedere a Dio il compimento delle sue promesse.

Gesù va a proclamare ai ciechi la vista. Cioè che Dio illumina e dissipa le nostre tenebre. Scioglie i nostri dubbi, guarisce le nostre ferite, consola le nostre malinconie. Che ci sostiene perché cammina con noi. Noi invece insegniamo la legge e l’adempimento, le forme e i concetti. Costruiamo verità che risultano funzionali al nostro bisogno di affermazione ma non alla ricerca esistenziale e di senso.

Gesù va a proclamare agli oppressi la restituzione della libertà. Cioè che nel progetto di Dio la sopraffazione non trova spazio. Le relazioni corrono solo in orizzontale non in verticale. Che Dio non pensa a fortini con la sorveglianza armata ma a comunità solidali. Noi insegniamo invece a convivere con l’oppressione spiritualizzandola in sacrificio gradito a Dio. Rinviamo indebitamente il senso di Giustizia di Dio all’aldilà. Pratichiamo conformismo allo stato puro.

Gesù va a predicare un anno di grazia del Signore, noi un anno di interpretazioni giuridiche.

(1)Vangelo di Luca 4,18

contro l’assolutizzazione della proprietà privata

anatema

la condanna che ancora aspettiamo

«Non è possibile questa assolutizzazione, questa idolatria della proprietà privata, che è francamente un atteggiamento da pagani. Il cristianesimo non può ammettere la proprietà privata assoluta»

Oscar Romero

 

L’unico anatema che aveva senso pronunciare non è stato ancora pronunciato: quello nei confronti della proprietà privata. L’unica vera grande eresia davvero in grado danneggiare e sviare il cammino spirituale dell’uomo non è stata condannata. I cristiani, secondo l’immaginazione di Dio, con la forza del Vangelo avrebbero dovuto cambiare la società, mentre è stata la società a cambiare i cristiani con la forza del denaro e della convenienza. Così la Sacra Scrittura è rimasta un libro perché non ha trovato sufficienti menti e cuori in cui germogliare e sufficienti gambe con cui raggiungere la storia, trasfigurandola. I cristiani si sono lasciati assorbire nel paradigma e nelle strutture di Mammona. Sono rimasti i riti ed è sparito l’annuncio della Buona Notizia, la Giustizia capovolta di Dio che riconosce dignità ad ogni uomo: partendo dagli ultimi e da quelli meno devoti, meno allineati, meno ortodossi.

La proprietà privata inietta il veleno dell’esclusività, della difesa e della conseguente ed inevitabile conflittualità. La Sacra Scrittura prevede l’uso del necessario che stimola solo la gratitudine. La proprietà privata è una conquista, la Sacra Scrittura proclama il dono. La proprietà privata segue la logica del merito, la Sacra Scrittura del bisogno. La proprietà privata induce all’accumulo per sottrazione, la Sacra Scrittura alla circolazione per redistribuzione. La proprietà privata provoca la povertà, la Sacra Scrittura contempla la provvidenza che arriva con i cinque pani d’orzo e i due pesci di un ragazzo (1)  o con la compassione del Samaritano (2).

Entriamo nel mondo senza dote, l’unica eredità conforme al Vangelo che possiamo lasciare è l’esempio. Riceviamo la vita gratuitamente, trasformandoci in padroni rinneghiamo il Vangelo. Dio ha creato la terra per camminarci non per recintarla.

Atti degli Apostoli:

«Nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune»
(Atti degli Apostoli 4,32)

«Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno»

(Atti degli Apostoli 4,34-35)

(1) Vangelo di Giovanni 6,9

(2) Vangelo di Luca 10, 29-37

innamorati di Cristo e del vangelo

esultiamo

da Altranarrazione

siamo innamorati di te …

Siamo innamorati di te perché non credi alle cose che dicono di noi.

Siano innamorati di te perché ci proponi una storia tutta nuova, una storia di cambiamento: dall’oppressione alla liberazione, dai pre-giudizi alla fratellanza, dalla morte dei nostri parametri alla vita dei tuoi orizzonti infiniti.

Siamo innamorati di te perché possiamo essere pienamente noi stessi, con le nostre miserie, le ingiustificate repulsioni e le diffidenze verso di te.

Siamo innamorati di te perché non dobbiamo far finta di essere devoti per poterti parlare e trovare senso e consolazione.

Siamo innamorati di te perché possiamo sentirci svogliati e non allineati secondo i tempi liturgici (contenti il venerdì santo, tristi il giorno di Pasqua) senza offenderti.

Siamo innamorati di te perché non ti aspetti l’ossequio delle forme ma solo radicale autenticità.

Siano innamorati di te perché nessuna finzione resiste alla tua presenza.

Siamo innamorati di te perché sei il Dio del contenuto e non dell’apparenza.

Siamo innamorati di te perché hai scelto la compassione come via per scoprire la nostra umanità.

Siamo innamorati di te perché condanni i pilastri su cui l’uomo ha costruito l’inferno: l’arrivismo, l’accaparramento, l’indifferenza, la disuguaglianza.

Siamo innamorati di te perché hai trasformato i luoghi dell’emarginazione e della sofferenza in luoghi sacri.

Siamo innamorati di te perché hai scelto gli ultimi riscattandoli da tutte le umiliazioni.

Siamo innamorati di te perché sei il difensore dei poveri, e agisci per liberarli dall’artiglio dell’esclusione.

Il Vangelo è una “tragedia”: quella dell’uomo che non comprende il sogno di Dio e per questo si condanna all’infelicità, all’inutilità, al non-senso, alla violenza.

Dio ci precede

«Ringraziamo di poter vivere nella carne il cammino di redenzione di Gesù, che fu perseguitato, imprigionato e condannato. Non deve essere il cristiano imitatore del suo maestro? Non temiamo nulla»

Frei Betto

lettera dalla prigione 21 novembre 1969

il vangelo è il più radicale cambio di paradigma nella vita umana

Quando ci poniamo a fianco degli oppressi, nel cammino di liberazione, Dio si mette in testa*. Ma non è propriamente una marcia trionfale. Sta lì per ripararci se possibile dai rischi e per prendersi per primo gli insulti quando va bene, gli sputi quando va male. Con la croce come vessillo ascolta i ragionamenti forbiti (pieni di citazioni) dei dissuasori. I soliti benpensanti, denominati in altra epoca anche scribi e farisei, che vorrebbero convincerci a non prestare servizio ai poveri (o semplicemente a stare con loro) per giustificare il sonno indifferente della loro coscienza. Il solo fatto della presenza, al di là della semplicità dei gesti, è come il suono della sveglia mattutina: fastidioso ma efficace. E c’è da comprenderli perché dopo occorre molto tempo e soprattutto lunghi discorsi di autocompiacimento per farla riaddormentare. Voler piantare la croce di Dio non sul marmo, tra i fiori e i dipinti, e soprattutto tra gli ori, ma nelle baracche, tra i cartoni, nella disperazione incolpevole ed anche in quella colpevole scandalizza. Tra i marmi, con un po’ di musichina e l’incenso lo spettacolo è sicuramente più gradevole rispetto alle piaghe, ma il Signore non ci chiede di scrivere copioni o di organizzare recite e passerelle. Le bellezze artistiche non si armonizzano con il Vangelo come le cerimonie sontuose e dalla raffinata coreografia. Il Vangelo vive nella polvere, è sporco del sangue dei poveri, è bagnato dalle lacrime degli esclusi, è stonato per le grida dei violentati, è stropicciato perché pure se lo leggiamo non lo capiamo, è segnato più volte con la matita perché quelle frasi hanno significati infiniti. Quando lo apriamo ci ripugna a causa della nostra formazione borghese, elitaria e spudoratamente superficiale. E così deve essere! Altrimenti stiamo leggendo la sua interpretazione o meglio la sua deformazione. Il Vangelo non è il manuale di morale del piccolo e triste borghese e neanche un romanzo. Il Vangelo è una “tragedia”: quella dell’uomo che non comprende il sogno di Dio e per questo si condanna all’infelicità, all’inutilità, al non-senso, alla violenza.

* “Io marcerò davanti a te; spianerò le asperità del terreno, spezzerò le porte di bronzo, romperò le spranghe di ferro. Ti consegnerò tesori nascosti e le ricchezze ben celate, perché tu sappia che io sono il Signore, Dio di Israele, che ti chiamo per nome”. (Isaia 45, 2-3)

il vangelo è una cosa seria e ‘pericolosa’

le rimozioni dal vangelo

«Con una chiesa universalmente ritenuta ricca, insomma, come dovremmo poter mai incarnare in modo persuasivo ed efficace quella resistenza che il messaggio di Gesù oppone alla nostra stessa mentalità di integrati nella società del benessere?»

JB Metz

 

Il Vangelo evidentemente soffre di rimozioni forzate ad opera dei predicatori abilitati e di quelli che si autoconsegnano la patente di interpreti autentici. Ad esempio: perché è così difficile affermare che la ricchezza è un male in sé in quanto appropriazione indebita del non-necessario? Infatti la sottrazione è ineludibilmente l’altra faccia della medaglia dell’accumulo.
«Le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case.

Quale diritto avete di schiacciare il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri» (1).
È così difficile affermare che la ricchezza è antievangelica, l’ostacolo concreto alla diffusione dell’utopia liberante del Regno? Noi affermiamo il diritto per tutti ad una vita dignitosa resa possibile dalla pratica della compassione e della solidarietà. Il diritto al lusso non è espressione né del Vangelo né dell’umanesimo conseguente.

Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete,

perché sarete nel dolore  e piangerete (2).

Questo, certo, non significa che i ricchi non possano salvarsi ma si devono convertire redistribuendo o meglio restituendo. Gesù è andato a casa del capo degli oppressori per indurlo a cambiare vita, non per legittimarlo come avviene troppo spesso nei ricevimenti della c.d. autorità in Vaticano. Infatti Zaccheo risponde: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto»(3) mentre gli altri, dopo la foto di rito con il Papa, rispondono continuando a bombardare, a negare i diritti fondamentali, a destabilizzare altri Paesi per interessi economici.

Un’altra forma di rimozione forzata riguarda la persona e la prassi di Gesù a vantaggio di una dottrina elaborata da uomini. Il Vangelo che siamo chiamati a vivere non consiste propriamente nella memorizzazione di un libro, né tantomeno di un codice, ma è una relazione con la Persona di Gesù, l’imitazione delle sue scelte concrete e l’adozione del suo paradigma non come imposizione ma come presupposto per realizzare pienamente la nostra libertà e dignità.

«Guai a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»(4)

Il Concilio Vaticano II ha ribaltato la prospettiva (5) mettendo effettivamente al centro la Persona di Cristo rispetto alle conoscenze dogmatiche ma, a distanza di circa cinquanta anni, l’atteggiamento legalista, cattedratico della gerarchia è mutato più nella forma che nella sostanza. Pur riscontrando nei documenti e nella predicazione una maggiore consapevolezza dei disagi esistenziali e sociali del popolo di Dio rimane lo scandalo ancora non rimosso della distanza dalle sofferenze reali. La mera enunciazione, senza le opere concrete, dell’opzione preferenziale per i poveri e gli oppressi è il macigno che pesa sulla coscienza della Chiesa-Istituzione e ne mina la credibilità.

(1) Isaia 3, 14-15

(2) Vangelo di Luca 6, 24-25

(3) Vangelo di Luca 19, 8

(4) Vangelo di Luca 11,46

(5) Dei Verbum, 4;Cfr Teresa di Lisieux, LT 165 «Custodire la parola di Gesù, ecco l’unica condizione della nostra felicità, la prova del nostro amore per lui. Ma che cos’è questa parola? Mi sembra che la parola di Gesù sia lui stesso» in Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Opere complete. Scritti e ultime parole, Editrice Vaticana-OCD, Città del Vaticano-Roma 1997, p. 484

intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani

i cattolici alla sfida dei migranti

di Giuseppe Lupo
in “Il Sole 24 Ore”

“Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini”

È il caso di fissare bene le premesse di partenza, ma se i dati reali dovessero confermare quanto è stato annunciato dai recenti sondaggi – e cioè che l’elettorato di area cattolica simpatizzi apertamente per la linea dura del ministro Salvini sul tema degli immigrati tanto da raddoppiare i consensi all’interno di quell’area – ci sarebbe da chiedersi quanto ancora riesca a influire la presenza di una Chiesa, ufficialmente schierata su posizioni contrarie, nelle scelte di un ipotetico ritorno alle urne. Non che questo sia un discorso necessitante ai fini degli equilibri di una nazione, anzi è sempre stata negli auspici di un certo pensiero cristiano-riformista l’autonomia della politica rispetto a qualsiasi credo religioso. Qualcosa del genere, per esempio, è accaduto non tanto in occasione del referendum sull’aborto, quanto nella battaglia contro l’abrogazione della legge sul divorzio, nel 1974, anno chiave per la vicenda di un post-Sessantotto ancora tutto da digerire. In quella circostanza una certa parte dell’intellighenzia cattolica assunse posizioni non condivise dai vertici del clero e votò liberamente. Si trattò di un fenomeno le cui radici affondavano nei pronunciamenti di un cristianesimo dalle larghe vedute, ortodosso nella sostanza di fede ma disposto al dialogo con chi avesse opinioni opposte, per effetto di una temperie culturale che issava le sue bandiere nelle figure di Lorenzo Milani, Zeno Saltini, Giovanni Rossi, Ernesto Balducci, il cui apostolato trasse forza nei crismi di una testimonianza ad alto valore politico, riconoscendo nei poveri e nei sofferenti la più alta lezione evangelica. Quel che sta accadendo in queste settimane invece assomiglierebbe a una sorta di regressione rispetto ai principi di modernità a cui quelle lontane esperienze di fede ci avevano abituati. Vorrebbe dire, in altre parole, non riconoscere più il paradigma della solidarietà come forma di redenzione umana (tema sul quale Bruno Forte ha ammonito domenica su queste colonne), come veicolo attraverso cui la regola del vangelo possa approdare nel vissuto di tutti e poi, giorno dopo giorno, modificare per sempre le rotte della Storia. Sarebbe davvero un peccato che una nazione in grado di generare Cesare Beccaria cadesse nell’errore della dimenticanza. Il problema dunque va guardato alla radice, fuori dalla semplicistica verità di una cronaca che vede penalizzare soprattutto le regioni dove le questioni occupazionali diventano un dato asfissiante e dove il vissuto concreto della gente riflette uno stato di incertezza economica. Va discusso cioè in chiave etica, come effetto di un’incomprensione tra ciò che predicano i vertici della Chiesa – e anche alcuni organi di informazione come «Avvenire» e «Famiglia Cristiana» – e ciò che invece alligna in quel magma eterogeneo di persone che fa sua una contraddizione: vivere le pratiche religiose, dedicarsi a una delle tante associazione di volontariato per poi vestire i panni demagogici della paura che sfocia nell’accondiscendenza alla chiusura dei porti. Un fenomeno di questo tipo andrebbe a minare i caratteri di una nazione che ha fatto dell’accoglienza un principio riconosciuto nella propria carta morale, oltre che in quella costituzionale. L’atteggiamento degli ultimi tempi, questo regredire nella sfera del particulare, allontana i propositi di un cristianesimo che il Novecento ci aveva abituati a vivere nelle sue forme democratiche, facendolo uscire fuori dalle parrocchie e dalle sagrestie per avviarlo sulle strade di una cultura che si affidava alla matrice della carità, su cui la lezione di Paolo di Tarso poneva regole costitutive.

Penso a quanto fossero vicine alla carità le problematiche affrontate da Manzoni, il più illuminista degli intellettuali cristiani. Penso a quanto sia stato nelle profezie di un libro come Il quinto evangelio di Mario Pomilio, il cui desiderio di cercare Dio trovava realizzazione nell’indagine su un Dio ancora tutto da inseguire e da aspettare nei territori della memoria. Sembrerà strano evocare il nome di due scrittori dalla forte tempra morale in un contesto che riguarda navi cariche di uomini senza più terra, ma è proprio nelle pagine di questi autori che risiedono le risposte a quanto oggi ci indigna per la discrepanza tra l’azione di pronunciare parole vuote e subire il ricatto della paura o vivere nella malinconia del proprio tempo operando in nome di quelle stesse parole quando esse sono obbligate a diventare carne o Storia. Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini.

dello stesso vangelo due ‘letture’ contrapposte – chi ha ragione?

due visioni del vangelo

«Entrare nella logica della sequela di Gesù Cristo significa mettersi in fila dietro di Lui e lasciarsi devastare dalla gioia di offrire un servizio nelle retrovie»

don Tonino Bello

Per alcuni vivere il Vangelo significa impegnarsi nelle grandi battaglie contro l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, la regolamentazione della unioni civili,

per altri significa stare vicino alla donna che ha abortito, a chi è esausto della propria malattia, a chi ha scelto di separarsi, a chi ha un orientamento morale, educativo e sessuale diverso.

Per alcuni significa testimoniare la verità di fede,

per altri la compassione e la misericordia di Dio verso la sofferenza e le fragilità umane.

Per alcuni significa organizzare convegni ed eventi,

per altri sostenere i poveri, visitare i malati e i carcerati, dedicare il proprio tempo ai c.d. disabili.

Per alcuni significa insegnare,

per altri ascoltare e condividere.

Per alcuni significa convincere,

per altri testimoniare.

Per alcuni significa aderire ad una fede,

per altri incontrare una Persona.

Per alcuni significa osservare,

per altri lasciarsi liberare.

Per alcuni significa sforzarsi,

per altri lasciarsi amare.

mettiamoci nei panni dei poveri …

pace e inquietudine

«Chi si lascia provocare dalle necessità degli uomini, leggerà il vangelo non altrimenti che con gli occhi della misericordia e scoprirà la fede conseguente»

O. Fuchs

Vieni, sediamoci ed iniziamo a guardare la nostra vita con gli occhi dei poveri. Togliamoci le lenti ricevute in dotazione dal Sistema. Deformano la realtà: non colgono i contorni della persona ma solo competenze ed attitudini professionali. E togliamoci pure le cuffie ricevute in dotazione dal sistema. Deformano la realtà: infatti, trasmettono, ininterrottamente, la narrazione necessaria alla giustificazione dell’indifferenza e dell’esclusione. Ascoltiamo prima, prendiamo visione e informiamoci, controllando le fonti, poi, verifichiamo i risultati e confrontiamoli con quello che ci hanno iniettato fin da piccoli. È un lungo cammino di disintossicazione, alla fine potremmo ritrovarci soli, ma scopriremo il dono promesso da Dio: la pace interiore. Che non ha nulla a che fare con l’impassibilità frutto di pratiche ascetiche, ma è quella sensazione di giustizia creatrice di senso per la nostra vita. Una pace interiore determinata dal perseguimento della giustizia che si accompagna, dunque, necessariamente, all’inquietudine profetica non certo al disimpegno dei defilati, anche se devoti.

«Hai visto molte cose, ma senza farvi attenzione, hai aperto gli orecchi, ma senza sentire» (Isaia 42, 20)

Mettiamoci nei panni dei poveri, comprendiamo l’assenza di opportunità e la violenza di un’economia fondata sulla funzionalità, un’economia che assorbe uomini e restituisce mansioni, un’economia che non riconosce persone ma solo ruoli. Spogliamoci dei privilegi derivanti dalla condizione sociale, rifiutiamo le dinamiche di asservimento che contraddicono, totalmente, la natura gratuita del nostro essere. Rifiutiamo il servizio all’iniquità e non contribuiamo alla ferocia della reiterazione. Le strutture che producono oppressione (c.d. strutture di peccato) non nascono dal caso e non sono fenomeni naturali, ma camminano sulle gambe di chi sceglie la disumanizzazione e funzionano con le braccia di chi sceglie lo sfruttamento.

Condividiamo il rifiuto che subiscono i poveri e la negazione di un riscatto. Mettiamoci nella condizioni di comprendere la violenza dei “ti faremo sapere”, “ripassa domani”, “torna a casa tua”. Camminiamo con loro per trovare due spiccioli, fatichiamo con loro per una burocrazia fantozziana, proviamo con loro la tristezza di una mensa. Lottiamo non solo per loro ma con loro. Uniamo la nostra voce alla loro e diventiamo la voce di chi è stato ammutolito.

 

Vieni, mettiamoci tra i poveri: non ritroveremo solo Dio ma anche la nostra umanità.