il commento al vangelo della domenica

Chi sono io per te? Gesù non cerca parole ma persone

il commento di E. Ronchi al vangelo della ventiquattresima domenica (16 settembre 2018) del tempo ordinario:

CMSYiykXAAAli8e

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (….).

Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. Silenzio, solitudine, preghiera: è un momento carico della più grande intimità per questo piccolo gruppo di uomini. E i discepoli erano con lui… Intimità tra loro e con Dio. È una di quelle ore speciali in cui l’amore si fa come tangibile, lo senti sopra, sotto, intorno a te, come un manto luminoso; momenti in cui ti senti «docile fibra dell’universo» (Ungaretti).
In quest’ora importante, Gesù pone una domanda decisiva, qualcosa da cui poi dipenderà tutto: fede, scelte, vita… ma voi, chi dite che io sia? Gesù usa il metodo delle domande per far crescere i suoi amici. Le sue domande sono scintille che accendono qualcosa, che mettono in moto cammini e crescite. Gesù vuole i suoi poeti e pensatori della vita. «La differenza profonda tra gli uomini non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti» (Carlo Maria Martini)
La domanda inizia con un “ma”, ma voi, una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente. Non accontentatevi di una fede “per sentito dire”, per tradizione. Ma voi, voi con le barche abbandonate, voi che avete camminato con me per tre anni, voi miei amici, che ho scelto a uno a uno, chi sono io per voi? E lo chiede lì, dentro il grembo caldo dell’amicizia, sotto la cupola d’oro della preghiera.
Una domanda che è il cuore pulsante della fede: chi sono io per te?
Non cerca parole, Gesù, cerca persone; non definizioni di sé ma coinvolgimenti con sé: che cosa ti è successo quando mi hai incontrato? Assomiglia alle domande che si fanno gli innamorati: – quanto posto ho nella tua vita, quanto conto per te?
E l’altro risponde: tu sei la mia vita. Sei la mia donna, il mio uomo, il mio amore.
Gesù non ha bisogno della opinione di Pietro per avere informazioni, per sapere se è più bravo dei profeti di prima, ma per sapere se Pietro è innamorato, se gli ha aperto il cuore. Cristo è vivo, solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio. Può fare grande o piccolo l’Immenso. Perché l’Infinito è grande o piccolo nella misura in cui tu gli fai spazio in te, gli dai tempo e cuore. Cristo non è ciò che dico di Lui ma ciò che vivo di Lui. Cristo non è le mie parole, ma ciò che di Lui arde in me. La verità è ciò che arde (Ch. Bobin). Mani e parole e cuore che ardono.
In ogni caso, la risposta a quella domanda di Gesù deve contenere, almeno implicitamente, l’aggettivo possessivo “mio”, come Tommaso a Pasqua: Mio Signore e mio Dio. Un “mio” che non indichi possesso, ma passione; non appropriazione ma appartenenza: mio Signore.
Mio, come lo è il respiro e, senza, non vivrei. Mio, come lo è il cuore e, senza, non sarei.

il commento al vangelo della domenica

Gesù è maestro di libertà, non di «imposizioni»

il commento de E. Ronchi al vangelo della ventunesima domenica (26 agosto 2018) del tempo ordinario:

CMSYiykXAAAli8e

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Il Vangelo riporta la cronaca di un insuccesso di Gesù, e proprio nella sua terra, tra i suoi, non tra i farisei o i funzionari della vecchia religione. Succede a Cafarnao, teatro di tanti miracoli e insegnamenti: molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
E motivano l’abbandono: questa parola è dura. Chi può ascoltarla? Dura non perché indichi un’altra parete vertiginosa da scalare (sul tipo: amate i vostri nemici), ma perché ti chiama a pensare in grande, a volare alto, a capovolgere l’immagine di Dio: un Dio che si fa lieve come un’ala o una parola, piccolo come un pezzo di pane, che ama l’umiltà del pane, e il suo silenzio e il suo scomparire… Un Dio capovolto.
La svolta del racconto avviene attorno alla domanda: forse volete andarvene anche voi? Gesù non suggerisce risposte, non impartisce ordini o lezioni: “ecco cosa devi oppure non devi fare”, ma ti porta a guardarti dentro, a cercare la verità del cuore: che cosa vuoi veramente? Qual è il desiderio che ti muove? Sono le domande del cuore, le sole che guariscono davvero. Appello alla libertà ultima di ogni discepolo: siete liberi, andate o restate; io non costringo nessuno; ora però è il momento di decidersi.
Meravigliosa la risposta di Pietro, che contiene l’essenza gioiosa della mia fede: Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.
Attorno a te ricomincia la vita, tu tocchi il cuore e lo fai ripartire, con la delicatezza potente della tua parola. Che è povera cosa, un soffio, una vibrazione nell’aria, una goccia d’inchiostro, che puoi ascoltare o rifiutare, fare tua o relegare nel repertorio delle follie. Tu hai parole: qualcosa che non schiaccia e non si impone, ma si propone e ti lascia libero. Gesù è maestro di libertà. E se l’accogli spalanca sepolcri, accende il cuore, insegna respiri, apre strade e carezze e incendi. Mette in moto la vita.
Parole che danno vita ad ogni parte di me. Danno vita al cuore, allargano, dilatano, purificano il cuore, ne sciolgono la durezza. Danno vita alla mente, perché la mente vive di verità altrimenti si ammala, vive di libertà altrimenti patisce. Danno vita allo spirito, perché custodiscono il nostro cromosoma divino. Danno più vita anche al corpo, agli occhi, alle mani, all’andare e al venire. Al dono e all’abbraccio.
Parole di vita eterna, che è la vita dell’Eterno, che ora è qui a creare con noi cose che meritano di non morire.
Volete andarvene anche voi? Io no, io non me ne vado, Signore. Io non ti lascio, io scelgo te.
Come Pietro, pronuncio anch’io la mia dichiarazione di amore: io voglio te, voglio vivere, e tu solo hai parole che fanno viva, finalmente, la vita.

il commento al vangelo della domenica

Gesù è la vite

E noi i tralci, nutriti dalla linfa dell’amore

il commento al vangelo della quinta domenica di pasqua (19 aprile 2018) di p. E. Ronchi:

CMSYiykXAAAli8e

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Una vite e un vignaiolo: cosa c’è di più semplice e familiare? Una pianta con i tralci carichi di grappoli; un contadino che la cura con le mani che conoscono la terra e la corteccia: mi incanta questo ritratto che Gesù fa di sé, di noi e del Padre. Dice Dio con le semplici parole della vita e del lavoro, parole profumate di sole e di sudore.
Non posso avere paura di un Dio così, che mi lavora con tutto il suo impegno, perché io mi gonfi di frutti succosi, frutti di festa e di gioia. Un Dio che mi sta addosso, mi tocca, mi conduce, mi pota. Un Dio che mi vuole lussureggiante. Non puoi avere paura di un Dio così, ma solo sorrisi.
Io sono la vite, quella vera. Cristo vite, io tralcio. Io e lui, la stessa cosa, stessa pianta, stessa vita, unica radice, una sola linfa. Novità appassionata. Gesù afferma qualcosa di rivoluzionario: Io la vite, voi i tralci. Siamo prolungamento di quel ceppo, siamo composti della stessa materia, come scintille di un braciere, come gocce dell’oceano, come il respiro nell’aria. Gesù-vite spinge incessantemente la linfa verso l’ultimo mio tralcio, verso l’ultima gemma, che io dorma o vegli, e non dipende da me, dipende da lui. E io succhio da lui vita dolcissima e forte.
Dio che mi scorri dentro, che mi vuoi più vivo e più fecondo. Quale tralcio desidererebbe staccarsi dalla pianta? Perché mai vorrebbe desiderare la morte?
E il mio padre è il vignaiolo: un Dio contadino, che si dà da fare attorno a me, non impugna lo scettro ma la zappa, non siede sul trono ma sul muretto della mia vigna. A contemplarmi. Con occhi belli di speranza.
Ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto. Potare la vite non significa amputare, bensì togliere il superfluo e dare forza; ha lo scopo di eliminare il vecchio e far nascere il nuovo. Qualsiasi contadino lo sa: la potatura è un dono per la pianta. Così il mio Dio contadino mi lavora, con un solo obiettivo: la fioritura di tutto ciò che di più bello e promettente pulsa in me.
Tra il ceppo e i tralci della vite, la comunione è data dalla linfa che sale e si diffonde fino all’ultima punta dell’ultima foglia. C’è un amore che sale nel mondo, che circola lungo i ceppi di tutte le vigne, nei filari di tutte le esistenze, un amore che si arrampica e irrora ogni fibra. E l’ho percepito tante volte nelle stagioni del mio inverno, nei giorni del mio scontento; l’ho visto aprire esistenze che sembravano finite, far ripartire famiglie che sembravano distrutte. E perfino le mie spine ha fatto rifiorire. «Siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto» (G. Vannucci). In una sorgente inesauribile, a cui puoi sempre attingere, e che non verrà mai meno.

di seguito il video del commento al vangelo di p. Maggi:

il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica

XIII Domenica Tempo Ordinario Anno C

Ronchi1

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. (…)

Vuoi che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? La reazione di Giacomo e Giovanni al rifiuto dei Samaritani è logica e umana: farla pagare, occhioper occhio.

Gesù si voltò, li rimproverò e si avviò verso un altro villaggio.

Nella concisione di queste parole si staglia la grandezza di Gesù. Uno che difende perfino la libertà di chi non la pensa come lui.

La logica umana dice: i nemici si combattono e si eliminano. Gesù invece vuole eliminare il concetto stesso di nemico. E si avviò verso un altro villaggio.

C’è sempre un nuovo paese, con altri malati da guarire, altri cuori da fasciare, altre case dove annunciare pace. Gesù non cova risentimenti, lui  custodisce sentieri verso il cuore dell’uomo, conosce la beatitudine del salmo: beato l’uomo che ha sentieri nel cuore (Salmo 84,6). E il Vangelo diventa viaggio, via da percorrere, spazio aperto. E invita il nostro cristianesimo a non recriminare sul passato, ma ad iniziare percorsi. Come accade anche ai tre nuovi discepoli che entrano in scena nella seconda parte del Vangelo: le volpi hanno tane, gli uccelli nidi, ma io non ho dove posare il capo. Eppure non era esattamente così. Gesù aveva cento case di amici e amiche felici di accoglierlo a condividere pane e sogni. Con la metafora delle volpi e degli uccelli Gesù traccia il ritratto della sua esistenza minacciata dal potere religioso e politico, sottoposta a rischio, senza sicurezza. Chi vuole vivere tranquillo e in pace nel suo nido sicuro non potrà essere suo discepolo.

Noi siamo abituati a sentire la fede come conforto e sostegno, pane buono che nutre, e gioia. Ma questo Vangelo ci mostra che la fede è anche altro: un progetto da cui si sprigiona la gioiosa fatica di aprire strade nuove, la certezza di appartenere ad un sistema apertoe non chiuso.Il cristiano corre rischio di essere rifiutato e perseguitato, perché, come scriveva Leonardo Sciascia, «accarezza spesso il mondo in contropelo», mai omologato al pensiero dominante. Vive la beatitudine degli oppositori, smonta il presente e vi semina futuro.

Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Una frase durissima che non contesta gli affetti umani, ma che si chiarisce con ciò che segue: Tu va e annunzia il Regno di Dio.Tu fa cose nuove. Se ti fermi all’esistente, al già visto, al già pensato, non vivi in pienezza («Non pensate pensieri già pensati da altri», scriveva padre Vannucci). Noi abbiamo bisogno di freschezza e il Signore ha bisogno di gente viva.

Di gente che, come chi ha posto mano all’aratro, non guardi indietro a sbagli, incoerenze, fallimenti, ma guardi avanti, ai grandi campi del mondo, dove i solchi dell’aratro sono ferite che però si riempiono di vita.

(Letture: 1 Re 19,16.19-21; Salmo 15; Galati 5,1.13-18; Luca 9,51-62).

Ronchi

 

p. Maggi e p. Ronchi commentano il vangelo

p. Maggi

 

I MIEI OCCHI HANNO VISTO LA TUA SALVEZZA

 

 PRESENTAZIONE DEL SIGNORE 

2 febbraio 2014, quarta domenica del tempo ordinario 

– Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi

 

Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè,Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore –come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

 

Nonostante la straordinaria esperienza dello Spirito che i genitori di Gesù hanno avuto, in particolare sua madre, essi sono ancora ancorati alla tradizione del popolo che vede il rapporto con Dio basato sull’ osservanza, sull’obbedienza della sua legge. L’evangelista in questo episodio vuole anticipare, raffigurare, la difficoltà che avrà Gesù nel proporre al suo popolo, una diversa relazione con Dio, non più basata sull’obbedienza alle sue leggi, ma sull’ accoglienza del suo Spirito, del suo amore. Ecco allora che l’evangelista, nell’episodio conosciuto come la presentazione di Gesù al Tempio, presenta due comitive contrarie .

Una raffigurata dai genitori di Gesù che portano il bambino per adempiere un inutile rito, perché essi intendono fare figlio di Abramo quello colui che è invece è già Figlio di Dio.

E dall’altra parte, l’uomo dello Spirito, Simeone, intenzionato ad impedire l’inutile rito.

I genitori vanno per la purificazione della madre – perché la nascita di un bambino rendeva impura la madre e quindi la donna doveva purificarsi attraverso un’offerta, e qui è l’offerta dei più poveri, di una coppia di tortore – e soprattutto per pagare il riscatto del figlio. Ogni primogenito maschio che nasceva, infatti, il Signore lo voleva per sé.

Se i genitori lo volevano, dovevano pagargli l’equivalente di venti giornate di lavoro, cioè cinque sicli. Ebbene l’evangelista, mentre Maria e Giuseppe con il bambino si dirigono verso il Tempio per compiere questo rito, ci presenta con sorpresa – l’evangelista adopera un’espressione che indica la meraviglia Ecco, a Gerusalemme c’è un uomo di nome Simeone” , Simeone (che significa “il Signore è ascoltato”),è l’uomo dello Spirito , che tenta di impedire l’inutile rito.

Infatti Simeone prende il bambino tra le braccia mentre i genitori volevano adempiere ad ogni cosa della legge e pronuncia una profezia che lascia sconcertati i genitori. Infatti di Gesù dice che sarà gloria del suo popolo, Israele”, e questo Maria e Giuseppe lo sapevano, era il compito del Messia, del Figlio di Dio, ma,la novità,” luce per rivelarti alle genti” , cioè ai popoli pagani

L’amore di Dio, annunzia Simeone, è universale , non è più per un popolo – il popolo eletto -, ma è per tutta l’umanità. Pertanto i nemici di Israele, cioè i pagani, non dovranno più essere – come essi credevano, come la tradizione presentava – essere dominati, ma accolti da fratelli.

Poi Simeone, a Maria dà una benedizione, che finisce in una maniera abbastanza sinistra.

Dice che Gesù – e lo raffigura a quello che poi Luca più avanti nel suo vangelo presenterà come “una pietra”, una pietra che può essere angolare, che serve per la costruzione, o una pietra che fa inciampare le persone, le fa sfracellare- ed infatti dirà di Gesù che “Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele ”  e, come segno di contraddizione, “anche a te” ,quindi si rivolge a Maria, la madre di Gesù,” una spada trafiggerà l’anima”, cioè la tua vita.

Qual è il significato di questa spada che trafigge l’intera vita di Maria? La spada , sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, è figura della Parola di Dio, che è efficace come una spada, dirà l’autore della lettera agli Ebrei, che “la parola di Dio è come una spada che arriva fino alle giunture e alle midolla e al punto di divisione dell’anima e dello Spirito”. Quindi Simeone a Maria, che raffigura il popolo di Israele, le annuncia che la parola di questo Figlio per lei sarà come una spada che la costringerà a fare delle scelte, e delle scelte molto dolorose. Infatti, nel prossimo episodio che l’evangelista presenterà, quello del ritrovamento di Gesù nel Tempio, farà sì che le prime e uniche parole che Gesù rivolgerà alla madre, saranno parole di rimprovero.

E’ ancora lungo il cammino di Maria. Maria dovrà comprendere che da madre del Figlio, dovrà trasformarsi in discepola. Un cammino lungo e doloroso, come una spada che trafigge l’anima.

 

Ronchi

Gesù, la luce preparata per i popoli

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. (…)
Maria e Giuseppe portano Gesù al tempio per presentarlo al Signore, ma non fanno nemmeno in tempo a entrare che subito le braccia di un uomo e di una donna se lo contendono: Gesù non appartiene al tempio, egli appartiene all’uomo. È nostro, di tutti gli uomini e le donne assetati, di quelli che non smettono di cercare e sognare mai, come Simeone; di quelli che sanno vedere oltre, come Anna, e incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro. Gesù non è accolto dai sacerdoti, ma da un anziano e un’anziana senza ruolo, due innamorati di Dio che hanno occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio. È la vecchiaia del mondo che accoglie fra le sue braccia l’eterna giovinezza di Dio. Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia. Parole che lo Spirito ha conservato nella Bibbia perché io le conservassi nel cuore: tu non morirai senza aver visto il Signore. La tua vita non si spegnerà senza risposte, senza incontri, senza luce. Verrà anche per me il Signore, verrà come aiuto in ciò che fa soffrire, come forza di ciò che fa partire. Io non morirò senza aver visto l’offensiva di Dio, l’offensiva del bene, già in atto, di un Dio all’opera tra noi, lievito nel nostro pane. Simeone aspettava la consolazione di Israele. Lui sapeva aspettare, come chi ha speranza. Come lui il cristiano è il contrario di chi non si aspetta più niente, ma crede tenacemente che qualcosa può accadere. Se aspetti, gli occhi si fanno attenti, penetranti, vigili e vedono: ho visto la luce preparata per i popoli. Ma quale luce emana da questo piccolo figlio della terra? La luce è Gesù, luce incarnata, carne illuminata, storia fecondata. La salvezza non è un opera particolare, ma Dio che è venuto, si lascia abbracciare dall’uomo, mescola la sua vita alle nostre. E a quella di tutti i popoli, di tutte le genti… la salvezza non è un fatto individuale, che riguarda solo la mia vita: o ci salveremo tutti insieme o periremo tutti. Simeone dice poi tre parole immense a Maria, e che sono per noi: egli è qui come caduta e risurrezione, come segno di contraddizione. Cristo come caduta e contraddizione. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, che fa cadere in rovina il nostro mondo di maschere e bugie, che contraddice la quieta mediocrità, il disamore e le idee false di Dio. Cristo come risurrezione: forza che mi ha fatto ripartire quando avevo il vuoto dentro e il nero davanti agli occhi. Risurrezione della nobiltà che è in ogni uomo, anche il più perduto e disperato. Caduta, risurrezione contraddizione. Tre parole che danno respiro alla vita, aprono brecce. Gesù ha il luminoso potere di far vedere che le cose sono abitate da un «oltre». (Letture: Malachìa 3,1-4; Salmo 23; Ebrei 2, 14-18; Luca 2, 22-40)

E. Ronchi e la preghiera

mare fiore

una bella riflessione di Ermes Ronchi sulla preghiera: meditazione sul padre nostro

Questa sera cercheremo di riscoprire insieme lo stupore di essere figli. Lo faremo guidati da una intuizione di Gregorio di Nissa che afferma: “I concetti creano idoli, solo lo stupore coglie qualcosa”.
Spesso qualcuno mi dice: “Padre non ho tempo per pregare. Per favore, preghi lei per me”. Ebbene io rispondo così: “Ricorda che pregare è come voler bene. C’è sempre tempo per voler bene, perché non serve il tempo. Tu non dici: adesso mi prendo cinque minuti per voler bene a mio figlio, a mio marito, al mio nipotino. E’ sufficiente evocare la persona amata e da te parte un qualcosa, un messaggio interiore, uno slancio, una luce. Non serve il tempo, ma il cuore. Qualcosa prende la strada e parte in pellegrinaggio verso il luogo del tuo amore. Basta un istante per amare, o meglio, per esserne consapevole. Perché già ami prima, già sei struttura d’amore dentro, là dove nascono le parole, i sogni, i sorrisi, le azioni. Così è la preghiera, basta un istante, uno slancio del cuore, un solo movimento. I padri antichi dicevano che la preghiera è itinerarium mentis in Deum, cammino dell’anima verso Dio, istante forse breve, ma acceso; passo che ci pare cortissimo, ma che vibra di forza. La preghiera è un attimo immenso. Forse, solo per istanti si può realizzare il comando difficilissimo di Gesù: amerai con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente… Solo per istanti immensi.
Perché in principio non c’è la preghiera. La preghiera non è il primo atto dell’uomo, né del credente. Prima c’è un’esperienza, un grido, la passione del dolore, un amore, la carezza della gioia, uno stupore, almeno quello di essere vivi. Ed è questa la sorgente da cui nasce la preghiera come supplica e come canto, talvolta come contestazione di Dio..
Bisogna essere ben vivi per saper pregare. Bisogna essere molto vivi per pregare bene. Perché la preghiera è già in noi come sete, come esigenza. Dobbiamo solo lasciarla sgorgare, riconciliandoci con le pagliuzze d’oro che sono già presenti nel fiume del nostro io profondo. La preghiera è già dentro. Infatti lo Spirito Santo già prega in noi con gemiti inesprimibili (Rom 8,26). Che io ne sia consapevole o no. Non dobbiamo andare a conquistare la preghiera lontano, in chissà quale deserto misterioso. La preghiera respira col mio stesso respiro. La preghiera nasce prima delle parole. È sete e grido. Viene prima di te. Nasce con il bambino che nasce e grida con il bambino che grida. Non consiste nel dire preghiere: è desiderio di una sorgente e grido del sangue. Appartiene alle fibre più intime di tutto ciò che esiste.
Noi siamo chiamati a partecipare a questa corrente immensa e salvifica, che viene dal seme stesso della vita. Allora pregare è facile. Io prego perché vivo. L’intima essenza d’ogni creatura è di essere preghiera.
Che cos’è, allora, la preghiera? È collocare il senso ultimo della vita, delle cose, non in se stessi ma fuori di sé. È costatare che la speranza del mondo non risiede nella cronaca quotidiana ma oltre, in alto. Pregare, perché? Perché quando imparerò a pregare, avrò imparato a vivere, sarò finalmente uomo. Pregare vuol dire accorgersi che esistono gli altri. È smettere di ripiegarsi su se stessi: è urgenza di aprirsi, è sfuggire all’eterno ritorno su di sé. Narciso è più lontano da Dio di Caino; colui che guarda solo a se stesso è più lontano da Dio di Caino.
Dice il Signore nel libro della Genesi: Io proteggerò Caino, chi lo tocca sarà punito (Gn 4,15). Ma Narciso è assolutamente inconvertibile.

Io prego perché vivo e vivo perché prego

Io prego perché vivo, perché vivere è desiderare l’altro, desiderare la comunione. La preghiera è innata in tutte le nostre fibre, grida nella nostra stessa fisiologia. Prego perché vivo. L’essenziale preghiera dei salmi, la più ripetuta, è soltanto questa: Signore, fa che io viva. Il mio sangue chiede di vivere in una invocazione muta, originaria, primordiale, ininterrotta. Io chiedo di vivere e vivere chiede comunione. Diceva Heidegger: denken ist danken, pensare è già ringraziare. Vivere è già pregare.
E poi, io vivo perché prego. La preghiera fa lievitare la vita che si irrobustisce al contatto con Dio. Vorrei dirlo con una divagazione etimologica. Nella liturgia noi usiamo ancora la parola greca Kyrios, che significa Signore, parola liturgica della chiesa universale, da sempre in uso, e che deriva dal verbo KYO, il verbo più proprio e geloso ed esclusivo della donna, che indica l’essere incinta, il portare dentro una vita.
Il nome di Kyrios viene attribuito a chi è portatore di vita, a colui che fa crescere, difende, protegge, fa germinare vita. Dio è Dio perché datore di vita, colmo, gravido di vita che da lui si diffonde nella creazione continua, nella generazione perenne, nella resurrezione di ciò che credevo morto o spento. Dio è padre e madre nella sua stessa radice etimologica, nel senso primordiale di gravido di vita.
Allora pregare è pormi davanti a Lui, come davanti a una fontana, perché vita venga e riempia le anfore vuote del cuore, le anfore assetate dell’anima. Pregare è, allora, partecipare alla vita del Kyrios, che dona, nutre, fa crescere la vita.
Prego perché vivo: in tutte le forme dell’amore, l’uomo vivendo prega, fa comunione con la storia di Dio. Vivo perché prego: porto Dio nella vita, faccio della vita un luogo teologico, di rivelazione, faccio dell’amore un luogo privilegiato di evangelizzazione, un nuovo battesimo.
Quando Zaccaria, padre di Giovanni il Battista, riceve il messaggio dell’angelo nel tempio (Lc l,8ss) e dubita, diventa muto. Ritrova la parola solo quando nasce il bambino, cioè quando lui diventa padre, quando partecipa del kyrios di Dio. Ritorna alla parola e ritrova la capacità di pregare quando gli nasce un figlio, quando un amore nuovo scioglie i limiti del cuore.
Così noi ritroviamo la parola e la preghiera, ritroviamo le parole buone e giuste quando siamo padri, quando cioè abbiamo cura della vita, quando sappiamo amare. La vita cessa di essere muta quando generiamo un figlio, un amico, un fratello, un amore. Se non hai un cuore di carne, le parole diventano di pietra.
Tu preghi quando dai vita. Così Zaccaria riprende a parlare e a pregare (è il Benedictus, la preghiera che la Chiesa ripete ogni giorno all’alba) quando la sua vita si apre al dono, diventa piena, vera. Prega perché vive. E, pregando scopre dimensioni nuove per il figlio, e profondità impensate: tu bambino, figlio mio bambino, figlio senza parole, tu sarai profeta e Dio verrà dietro di te. Pregare crea uomini con più orizzonti e con più storia. Non ci interessa un sacro che non faccia fiorire l’umano.
La stessa cosa accade alle due madri, Elisabetta e Maria. Sono entrambe incinte, partecipano del Kyrios, colui che è la fonte della vita e che le abilita al canto, al Magnificat per Maria, alla beatitudine e alla lode per Elisabetta: la preghiera sgorga dalla vita. Pregare è facile, dunque, basta essere ben vivi. E vivere è facile, non è un mestiere ingrato, basta non essere come Narciso.

Il Padre nostro

Nella preghiera cristiana, quella che sappiamo meglio, quella che intesse il nostro crescere, che accompagna i nostri giorni è il Padre nostro. Essa è prima di tutto una preghiera “espropriata”, dove mai si dice “io”, mai si dice “mio”; sempre, invece “tu” e “nostro”. È la preghiera in cui si è liberi dalla tirannia di questo “io” che vuole mettersi al centro. Ricordate la parabola del fariseo nel tempio. Prega, e pregando pecca; continua a ripetere “io faccio, io dico, io pago, io non sono come gli altri…” (Lc 18,9-14). La sua preghiera non è altro che un monumento innalzato a se stesso. E Dio è un muto specchio su cui far rimbalzare la sua soddisfazione.
Il primo atteggiamento per pregare bene è imparare a dire “tu”: il tuo nome, il tuo Regno, la tua volontà; e – di conseguenza – è imparare a dire “noi”: il nostro pane, i nostri debiti, il nostro male. Pregare è uscire dall’io ed entrare nella relazione. Il segreto del Padre nostro è la relazione. In questa preghiera la passione per il cielo si coniuga con la passione per la terra. E la causa dell’uomo diventa la causa di Dio. E mentre nella prima parte l’uomo si interessa di Dio e dice: il tuo Regno venga, la tua volontà si compia, nella seconda parte Dio si interessa dell’uomo e gli dona pane, perdono, liberazione dal male.
Qui udiamo l’appello ad uscire da noi stessi: la sua voce che continuamente dice “va”, che continuamente dice “vieni”. Vai verso l’uomo. Vieni verso il Padre. Non si può pregare se non si ama con la stessa intensità il cielo e la terra. Il Padre Nostro è la preghiera degli appassionati: è nata da una immensa passione per il cielo e per la terra ed è destinata non a grigi impiegati, ma a gente ben viva, appassionata di Dio e degli uomini.

Essere figli

La prima esperienza di umanità che noi tutti facciamo è quella di essere figli. Noi esistiamo perché figli: di un uomo e di una donna e del loro amore, figli di una storia, figli di Dio. La prima esperienza comune a tutti è l’essere generati, da altri, a una vita che non è mia, che viene da prima di me e che va oltre me. A una vita che è dono. La prima esperienza è che nessuno è figlio di se stesso. Così la prima parola del Padre Nostro ci apre alla trascendenza. Parola importante, filosofica, difficile, attraverso la quale un uomo e una donna annunciano che il segreto del loro modo di vivere è in un “al di là”, in un altrimenti. Il mio segreto è un “oltre”. Questo affermo quando dico “Padre”: il mio segreto è oltre me. E ricevo me stesso come un dono che viene da altrove. Accanto all’orante e alle sue prime parole si può allora percepire l’onda di un mare invisibile che viene a battere sulle cose e sulle parole della vita quotidiana, come un appello a salpare, a navigare avanti. Così inizia il Padre nostro: l’essenziale è avere un padre. Che ama ed ha cura.
Per il cristiano avviene come per il bambino: solo se fa l’esperienza di essere amato sarà poi capace di amare a sua volta. Perché ad amare si impara: noi cristiani lo impariamo da Dio.
C’è la tentazione, oggi, di ridurre la religione a carità, a solidarietà umana, al compimento di opere buone. Fai del bene corrisponde a Sei un buon cristiano. Questo è importante ma assolutamente insufficiente. L’ultima tentazione della Chiesa, oggi, è quella di una religione senza Dio, senza trascendenza, di una religione ridotta a opere buone, a un codice di virtù sociali, quasi una religione “atea”. Da un Dio superfluo ci preservano la preghiera e l’eucaristia che hanno come loro meta la comunione con Dio.

Abbà, Padre

E Gesù diceva: Abbà. Parola aramaica, non ebraica, parola del linguaggio popolare, del dialetto comune. Tutte le preghiere che gli evangelisti ci hanno tramandato iniziano con questa parola: Padre. Per 170 volte ricorre nei Vangeli questo termine che è una delle caratteristiche inconfondibili della preghiera di Gesù. E mi chiedo: perché inconfondibile, se tutte le religioni, da sempre – i Sumeri, gli Egizi, i Greci, i Latini – hanno usato questo termine di Padre riferito alla divinità? Se questa parola raccoglie il senso di precarietà e di dipendenza di ogni creatura sotto il sole? Se anche gli Ebrei nel Primo Testamento e più spesso al tempo di Gesù, si rivolgevano a Jahwé chiamandolo Padre, sentendosi figli? Perché dire che ciò è tipico di Gesù?
La singolarità del rapporto di Gesù con il Padre è una costante di tutti e quattro i Vangeli. E lo rivela anche l’uso sorprendente di alcune formule: Gesù parla sempre di “mio Padre”, oppure di “vostro Padre”, non associandosi mai ai discepoli per dire insieme a loro “nostro Padre”. Gesù aveva coscienza di una relazione unica, e non estensibile, con il Padre. Lo stesso Padre Nostro non è l’orazione detta insieme, non è la preghiera comune a Gesù e ai discepoli: “Quando voi pregate, direte: Padre nostro”. Quando pregava Gesù diceva: Abbà!
Abbà è la parola aramaica con cui i bambini in casa chiamano il papà; fuori casa, il figlio che incontra il genitore, lo chiama “Signore”. In casa, anche il figlio sposato si rivolge al genitore con Abbà. È la parola più confidenziale, più affettuosa, più familiare. Non ha la solennità della lingua liturgica: in sinagoga si pregava Dio dicendo: Abinù, (padre nostro, in ebraico) o più semplicemente: “ab”. Ma Gesù nel colloquio con Dio usa il linguaggio dei bambini e non quello dei rabbini; usa la lingua di casa e non quella dei documenti: usa il dialetto del cuore.
Questa espressione familiare e banale per chiamare Dio “abbà-papà” poteva apparire come una mancanza di rispetto verso Jahwé. Ma il Vangelo conserva la precisa espressione aramaica, proprio per conservare l’avvenimento dell’ardire insolito di Gesù.
E qui dobbiamo confessare che anche per noi è insolito e un po’ imbarazzante rivolgerci a Dio con l’appellativo di papà; anche per noi, oggi, il messaggio di Cristo suona sconcertante e l’abbiamo talvolta travisato o corretto, talvolta velato o dimenticato. Avviene come per un bambino, che quando chiama il padre o la madre, non li chiama per nome, col loro nome proprio. Papà, o mamma, non è un nome fra tanti: indica invece una precisa relazione, che si compie nell’amore.
Ricordiamo la bella trasmissione televisiva in cui Roberto Benigni commentò l’ultimo canto del Paradiso di Dante. È possibile parlare di Dio solo se l’uomo è come un poppante:

Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella. (Par., XXXIII, 108)

Unica parola adatta è quella di chi ancora non parla, dell’infante stretto al seno: è solo balbettando, come un poppante, senza pretendere di sapere, solo ripetendo queste due sillabe ab-ba come un balbettio infinito, che possiamo dire Dio. Se non diventerete come bambini…(Mt 18,3). In questa parola Abbà – non nella parola Padre è l’originalità dell’esperienza di Gesù. E dice che l’identità della vita, il nome del vivere, è “relazione d’amore”. Se non diventerete come bambini, non entrerete… (Lc 18,17). Il bambino è colui che può sopravvivere solo se è amato; è colui che vive dell’amore dei suoi genitori, colui il cui domani dipende dall’amore; vive dentro una struttura vitale intessuta di amore e di fiducia. Il bambino è colui che un gesto d’amore ha tratto ridente dal nulla, e reso eterno.
Gesù conosce e usa anche altri nomi di Dio, lo vediamo nelle parabole dove Dio appare come Signore, re, giudice, padrone; ma tutte le parabole sono sotto il grande arcobaleno della bontà e della tenerezza di Dio come abbà, papà. Tutti gli altri sono appellativi di Dio, aggettivi, ma padre è il suo nome proprio. Che cosa Gesù ha veramente creato nel campo religioso? Gli studiosi cercano ciò che del Vangelo ha radici nell’Antico Testamento e ciò che invece è assolutamente nuovo, originale. Ebbene, l’unica cosa originale è Lui, un Figlio che si rivolge a Dio con questo nome così insolito, cosi poco ossequiente, così assoluto: abbà.
E scopriamo allora di avere un Padre, scopriamo che non nasciamo per una combinazione casuale di cellule, o di aminoacidi, che non si vive per coincidenze, né si muore per caso, votati al nulla, ma che tutto è sotto il segno della paternità. La storia dell’uomo è chiusa tra due parentesi che gli atei dicono “di nulla”, e che noi, con Gesù, diciamo “di amore”.
Perciò la prima parola della preghiera è Padre, anzi papà, cioè una vibrazione, una totalità, una modulazione della gamma dell’amore. Un amore sorgivo, iniziale, primordiale: la radice della preghiera e della fede e di tutta la religione è ciò che Dio fa per me, non ciò che io faccio per Dio. Pregare dicendo Padre è entrare in una struttura di fiducia; significa opporre alla struttura del sospetto reciproco e della indifferenza il sistema della fiducia assoluta.

Padre e altri amori

Di quale padre si tratta? Innanzitutto di lui possiamo dire che egli è Padre che non sequestra i suoi figli, che li ama di un amore non possessivo. Che non è geloso degli altri amori dell’uomo. Infatti sulla santa montagna del Sinai non ha detto: Tu non avrai altro amore all’infuori di me. Ha detto invece: Non avrai altro Dio all’infuori di me. Nel vangelo Gesù riassume la legge e la profezia in queste parole: amerai il Signore tuo Dio, con tutto il cuore. Ma non dice: amerai Dio solamente. Dio non è Padre geloso, un rivale dei nostri amori. La totalità del cuore che egli chiede non significa esclusività del cuore. Allo stesso modo, con la stessa totalità amerai tua moglie, tuo marito, tuo figlio, i tuoi genitori. Li amerai con tutto il cuore, ma non amerai solo loro. Amerai anche il tuo amico, lo amerai con tutto il cuore, ma non amerai solo lui.
Il Padre non è geloso delle gioie della strada, non è in competizione con i nostri amori. Non vuole essere unico possessivo sbocco del nostro cuore. Il cuore dell’uomo ha molte lunghezze d’onda, ama in molte direzioni, e Dio non può e non vuole rispondere a tutte. Non vuole sottrarci alla polifonia dell’esistenza. Il rischio di una religione malintesa è di farci smarrire la polifonia dell’esistenza. Qui vive una parrocchia di musici e artisti che possono capire molto bene tutto ciò. Il rischio di una religione capita male è quello di far perdere tutta la ricchezza delle note e dei suoni della vita. In una relazione vissuta bene Dio è come la nota dominante, il canto fermo, e attorno ad esso può dispiegarsi in tutta la sua ricchezza il contrappunto di tutte le altre voci, degli altri amori, sicuri di essere sostenuti dal canto fermo e di riuscire ad esprimere tutta la loro bellezza.
Amerai allora il tuo Padre che è nei cieli, lo amerai gelosamente come unico Dio. E non avrai altri idoli, altri dei. Ma ci saranno altri amori, per necessità, per resurrezione, come acqua e pane nostro quotidiano. Piccolo e grande nostro cielo quotidiano. Liberi da un malinteso amore possessivo del Padre.

Amore sorgente

II Padre esiste solo se ha dei figli vivi, solo come paternità continua, solo come sorgente di vita, trasmessa a noi. Gesù dice alla Samaritana: ti darò un’acqua che diventerà in te sorgente (Gv 4). Anche tu esisterai solo come sorgente per qualcuno che vive accanto a te. La fine della sete non è nel bere a sazietà, ma nel diventare fontana per altri, nel dissetare qualcuno, diventando sorgente per i bisogni e l’arsura d’altri. La fine della fame non sta nel consumare voracemente per me il mio pane, ma nel saziare la fame d’altri. La felicità, tutti lo sappiamo, non sta nel consumare la mia riserva di piacere, ma nel far nascere un sorriso sul volto dell’altro. Allora la felicità che da te defluisce la riattingi dal volto dell’altro, moltiplicata. Come diceva Pacomio, abate del primo monastero cristiano: “È nell’affaticarmi per voi che trovo il mio riposo”.

Genitore e padre

Dio è padre. Genitore è colui che genera fisicamente un figlio. Padre colui che ti introduce nella vita. La nostra cultura e la nostra esperienza privilegiano la paternità rispetto alla generazione fìsica. Generare un figlio è facile, bastano pochi istanti per essere genitore. Ma essere padre è una avventura che prende tutta la vita. Essere padre significa insegnare il mestiere di uomo, l’arte di vivere, mostrare come si ama, come si lavora, come si gioisce. Dio è padre per questo. Nella sacra Scrittura il termine figlio, applicato a noi, è un termine tecnico: voi dite che avete Abramo per padre, ma non fate le opere di Abramo; non siete quindi suoi figli. Perché il termine figlio nella Scrittura designa colui che agisce come agisce il padre, colui che prolunga nella sua esistenza l’eredità del padre, le sue caratteristiche, il suo comportamento. Figlio è colui che si comporta come il Padre, figlio di Dio è uno che fa ciò che Dio fa.
Beati i costruttori di pace, saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,1-12). Perché lui non è il Dio delle guerre, ma della pace, che stronca le guerre e riporta alle loro case i prigionieri (Gdt 16,2). Chi fa la pace agisce come Dio, per questo è figlio di Dio. Dio è Padre solo se i figli agiscono come lui. Egli ha messo la sua paternità nelle nostre mani. Allora vediamo come non ci sia etica possibile senza una mistica, senza una comunione di vita con Dio. La morale altro non è che l’espandersi verso l’esterno di una vita divina che già urge dentro, che si dilata e fa forza contro le pareti troppo strette del cuore. Non c’è etica senza mistica. Non c’è mistica senza preghiera.
Il Vangelo è pieno di una piccolissima parola, come, un avverbio che da solo non vive, che ha bisogno di appoggiarsi ad un nome. Siate perfetti come il Padre, siate misericordiosi come il Padre, amatevi come io vi ho amato, come ho fatto io così fate anche voi, la tua volontà come in cielo così in terra. Come Cristo, come il Padre, come il cielo: ed è aperto per noi il più vasto orizzonte, l’obiettivo massimo, il percorso infinito. Allora so che cosa fare: ascoltare e guardare, per vedere come Dio agisce, che cosa fa nella storia, che cosa il suo Spirito crea sulla terra, quali sono le strade del regno, che cosa il vangelo dice di me, del mondo, di Dio. Altrimenti non divento figlio e Dio senza figli vivi non è Padre.

Quale padre?

Non sono figlio se non agisco come Dio. È fondamentale che sappia però in quale Dio credo. Anche Saddam prega, anche Bush prega. E fanno bene. Ma il problema è chi pregano, quale Dio pregano. Il Signore della guerra? Colui che riceve lode dall’ecatombe di battaglie sante? La peggiore sciagura che ci possa capitare è quella di sbagliarci su Dio. Perché poi ti sbagli sull’uomo e sulla storia e sul senso stesso della tua esistenza. Per non sbagliarsi su Dio occorrono ascolto, contemplazione e preghiera. Non avrai altro Dio, dice il primo dei comandamenti. Ma il testo sacro aveva appena detto: io sono colui che ti ha fatto uscire dall’Egitto, il gohel, il liberatore. Non avrai altro Dio: non accettare un Dio che ti rimetta in schiavitù o che tolga libertà a popoli e persone e menti. Non accettare un Dio che benedica gli uccisori e le armi e le azioni di terrorismo. Non avrai altro Dio che il Dio liberatore. E questo è il fondamento dell’umanità, non della divinità.

Amore passivo

Davanti al Padre, sono chiamato per prima cosa a riscoprire non l’amore attivo ma l’amore passivo, il lasciarmi amare. Io sono cristiano perché Dio mi ha amato per primo. Continuo a restare cristiano perché continuo a sentirmi oggetto di amore, in debito d’amore. Se non ti senti debitore, non nascerà mai dentro di tè il Magnificat, mai una preghiera esultante. Continuerai sempre a dire: io, io, io…, saprai solo moltiplicare richieste.
È proprio in nome di questo debito che l’angelo dice a Maria: sii felice, Maria, tu sei riempita di Dio. Il tuo nome è: piena di grazia, cioè amata per sempre. Amata per sempre. L’angelo ci chiama alla riscoperta dell’amore passivo, a stare davanti al Crocifisso non per spremere dal cuore arido delle preghiere che non germogliano, ma per sentirsi amati dalle sue piaghe; a stare davanti all’icona non per guardarla, ma per lasciarsi guardare. Ci chiama, nel momento della comunione, non a forzare sentimenti e parole, ma a lasciarci invadere, lasciar riempire le anfore vuote.
Giovanni è l’Apostolo amato, il prediletto, oggetto d’amore. Pietro invece è l’apostolo che ama, che si butta in acqua, che sfodera la spada. Lui è soggetto d’amore. Oggi io sto con Maria e con Giovanni, a sentirmi amato, a sentire che ogni amore è un dono immeritato. Non si merita l’amore. Dio non si merita, si accoglie. L’amore passivo crea le condizioni per le più alte rivelazioni: è Giovanni che per primo giunge al sepolcro, che capisce, cioè, la resurrezione; è di Giovanni, l’amato, la più folgorante definizione di Dio: Dio è amore (1Gv 4,8). Lasciarsi amare è carico di rivelazioni: senti Dio che in te si esprime, lo senti parlare parole che toccano il cuore. Il cristiano diventa davvero un amato amante, agisce come agisce Dio.
La linea fondamentale della Storia Sacra non è ascendente ma discendente: si fonda non sul mio impegno di salire, di dare la scalata al Paradiso, ma sull’impegno di Dio di discendere. E’ la grande intuizione di santa Maria, quando nel suo Magnificat, per dieci volte su tredici verbi ripete: è lui che innalza, è lui che abbassa, è lui che riempie, che manda a mani vuote, e guarda, ed ha misericordia, è lui. Per dieci volte. È il decalogo di Dio, i dieci comandamenti dell’agire del Signore, quasi risposta al decalogo dato all’uomo sul Sinai. Una donna, Maria, porge un decalogo a Dio. Come un responsorio tra Padre e figli, tra cielo e terra. Il centro della fede è ciò che Lui fa per me, perciò io altro non farò che prolungare la sua azione nel mondo.

La casa di Dio

Padre nostro che sei nei cieli. Ma il cielo di Dio sono i piccoli e i poveri nei quali si nasconde (Mt 25,40), ai quali si rivela (Lc 10,21) e che più degli altri invocano il pane quotidiano. Il cielo dove Dio abita è il povero, il prossimo. Il fratello è il cielo di Dio. Dio siede alla destra di ciascuno di noi. Solo se si compie questo percorso di accoglienza e di servizio delicato, tenero, ai piccoli, solo dando loro dignità e affetto, solo allora si può chiamare Dio con il nome di Padre. E non solo Padre mio, ma Padre nostro. Solo facendo lo stesso percorso intriso di umanità che ha compiuto anche Gesù impareremo a dire: Padre.

E il dolore

Ma c’è anche, e soprattutto in questi giorni, un grande peso di dolore nel mondo: avvenimenti tragici, crudeli, di immensa sofferenza che la televisione riversa nel nostro vivere come se fossero videogiochi… Colui che prega è sempre voce di ogni creatura e c’è un immenso peso di lacrime in tutto ciò che vive: il mondo è aggressivo, ci sono vene aperte da ogni parte. Nemmeno la vita quotidiana nostra sfugge alle ombre dell’assurdo, dell’enigmatico, del crudele. Per questo, forse, la sensibilità moderna è pervasa da accuse contro Dio, contro il Padre. Non c’è morte che non provochi accuse contro Dio. Anzi, molti uomini d’oggi ripetono, in rivolta o rassegnati, le parole di Marcione, un eretico del II secolo: “Dio è padre di nessuno”. Il dolore innocente è la più grande contestazione all’esistenza di Dio. Nel Padre Nostro io divento voce del dolore, che a sua volta è voce della creazione.
Ma in che modo Dio si mostra Padre in un mondo che geme con le vene aperte, in una vicenda personale o familiare che non è libera dall’assurdo e dalle lacrime? Dio non ci tira fuori dalle onde pericolose, ma può darci coraggio dentro le tempeste. Dio non è un sedativo per le nostre paure o una risposta al nostro bisogno di protezione. Non è un genitore ansioso sempre pronto a intervenire, che risparmia al figlio qualsiasi prova e fatica, e lo rende così inetto alla vita, un mollusco incapace di direzione e di scelta. E quanti genitori in questo modo rendono i figli dei molluschi… Dio non ti toglie dalla tempesta, ma ti dà forza perché tu continui a remare dentro la tempesta, perché le tue mani non abbandonino il timone, perché gli occhi della sentinella scrutino attraverso le tenebre quanto manca all’alba. Se il nostro Dio esistesse unicamente per tirarci fuori dalle onde perigliose e non per darci coraggio in mezzo alle onde, allora morirebbe la nostra speranza, perché ci sarebbe negato un senso dentro le nostre vicende.
Quando prego per il dolore del mondo, io non faccio a qualcuno l’elemosina di una preghiera. Quando prego, io sono coloro che soffrono; io sono Abele e Caino e l’anonimo che grida a lui dal deserto dell’Iraq o da una carretta sperduta nel Mediterraneo che cerca l’approdo. Io non faccio la carità di una preghiera agli sventurati di oggi: sono loro che mi trasformano con il loro grido, mi allargano il cuore, me lo invadono, come hanno invaso di vita e di preghiere la Bibbia.

Lo stupore

Tutti conosciamo il miracolo della prima volta. La prima volta che hai visto il mare, la prima volta che hai amato, che tuo figlio ti ha chiamato “mamma”. Poi ci si abitua. L’eternità, invece, è non abituarsi. L’eternità è il miracolo della prima volta che si ripete sempre. La nostra capacità di essere felici è legata alla nostra capacità di meravigliarci. Allora la preghiera che più da lode al creatore è la gioia di vivere. L’umile piacere di esistere, provato con gratitudine, dà lode a Dio, perché attinge allo stesso stupore di Dio che guardò e vide e gridò: che bello! a tutto ciò che aveva fatto. Lo stupore e il piacere di vivere prolungano qualcosa di Dio. Con la meraviglia e la gioia di vivere ripetiamo: davvero hai fatto belle tutte le cose. Allora la vita cristiana è coniugare la mistica dello stupore e l’etica dell’impegno; legare insieme lo stupore di essere figli e l’impegno a rendere Dio padre di figli vivi.

il vangelo della domenica 21° t. o.

 

 

fiorata

p. Ermes Ronchi commenta il vangelo di domani: Lc 13,22-30, Gesù riconosce i suoi figli in ogni angolo del mondo

 

XXI domenica tempo ordinario – Anno C

(…) «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Sforzatevi di entrare per la porta stretta. Per la porta larga vuole passare chi crede di avere addosso l’odore di Dio, preso tra incensi, riti e preghiere, e di questo si vanta. Per la porta stretta entra «chi ha addosso l’odore delle pecore» (papa Francesco), l’operaio di Dio con le mani segnate dal lavoro, dal cuore buono. È la porta del servizio.
Quando il padrone di casa chiuderà la porta, voi busserete: Signore aprici. E lui: non so di dove siete, non vi conosco. Avete false credenziali. Infatti quelli che vogliono entrare si vantano di cose poco significative: abbiamo mangiato e bevuto con te, eravamo in piazza ad ascoltarti… ma questo può essere solo un alibi, non significa che abbiano accolto davvero il suo Vangelo. La sua Parola è vera solo se diventa carne e sangue. A molti contemporanei di Gesù succedeva proprio questo: di sedere a mensa con lui, ascoltarlo parlare, emozionarsi, ma tutto finiva lì, non ne avevano la vita trasformata. Così noi possiamo partecipare a messe, ascoltare prediche, dirci cristiani, difendere la croce come simbolo di una civiltà, ma tutto questo non basta. La misura è nella vita. La fede autentica scende in quel tuo profondo dove nascono le azioni, i pensieri, i sogni, e da là erompe a plasmare tutta intera la tua vita, tutte le tue relazioni. Perché le cose di Dio e le cose dell’uomo sono indissolubili. Infatti quelli che bussano alla porta chiusa hanno compiuto sì azioni per Dio, ma nessuna azione per i fratelli. Non basta mangiare Gesù che è il pane, occorre farsi pane.
Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia. Non vi conosco. Il riconoscimento sta nella giustizia. Dio non ti riconosce per formule, riti o simboli, ma perché hai mani di giustizia. Ti riconosce non perché fai delle cose per lui, ma perché con lui e come lui fai delle cose per gli altri. Non so di dove siete: i vostri modi di vedere gli altri sono lontanissimi dai miei, voi venite da un mondo diverso rispetto al mio, da un altro pianeta.
La conclusione della parabola è piena di sorprese. Prima di tutto è sfatata l’idea della porta stretta come porta per pochi, per i più bravi: tutti possono passare. Oltre quella porta Gesù immagina una festa multicolore: verranno da oriente e occidente, dal nord e dal sud del mondo e siederanno a mensa. Il sogno di Dio: far sorgere figli da ogni dove. Li raccoglie, per una offerta di felicità, da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e da lui considerati primi.
Gesù li riconosce dall’odore, lui che con le pecore sperdute, sofferenti, malate si è mischiato per tutta la vita. Li riconosce perché sanno il suo stesso odore.

“sono venuto a portare il fuoco sulla terra”

 

 

 

 

ama

p. Hermes Ronchi commenta il vangelo di domani  XX dom. del tempo ordinario

Quel fuoco che rompe la falsa pace

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Sono venuto a portare il fuoco sulla terra. Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione. Credo che tutti abbiamo avuto la fortuna di conoscere uomini e donne ardenti, appassionati di Dio e dell’uomo, di averli visti passare fra noi come fuoco e come spada. Ricordo la sorpresa, liberante, quando ascoltavo padre Turoldo dire: io mi sento mandato a rompere le false paci dei conventi. Pace apparente, rotta da un modo più evangelico di intendere la vita, da qualcuno che vuole riproporre il sogno di Dio. Forse quando va in frantumi un vecchio equilibrio, nella casa o nella comunità, quella che si rompe non è una pace autentica ma una situazione sbagliata, fondata su mancanza di saggezza, su egoismi e silenzi.
Sono venuto a portare il fuoco, l’alta temperatura morale in cui avvengono le vere trasformazioni del cuore e della storia. E come vorrei che divampasse! Stare vicino a Lui è stare vicino al fuoco. Siamo discepoli di un Vangelo che brucia dentro, che ci infiamma qualche volta almeno, oppure abbiamo una fede che rischia di essere solo un tranquillante, una fede sonnifero? Disinteressati a tutto, ai problemi ambientali, a ciò che tocca violenza e armi, passivi di fronte alle ingiustizie, senza fuoco?
Al tempo di Gesù le donne e i bambini erano senza diritti; gli schiavi in balia dei padroni; i lebbrosi, i ciechi, i poveri trattati con disprezzo. E Lui si mette dalla loro parte, li chiama al suo banchetto, fa di un bambino il modello e dei poveri i principi del suo Regno, invia le donne ad annunciare la Pasqua.
La fede è abbracciare il suo progetto di vita, convinti che un altro mondo è possibile; non tanto mettere in pace la coscienza, ma risvegliarla! E la pace di chi si dona, di chi ama, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare né vendicarsi diventa precisamente la spada, cioè l’urto inevitabile con chi pensa che vivere è dominare, arricchire, divertirsi.
Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia e di futuro, rivolto alla folla cioè a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi all’opinione della maggioranza. Così è il cristiano, intelligente e libero, medita sulla vita e sulla bibbia, scruta i segni dei tempi e avanza: “la differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa” (Card. Martini).Tra chi si domanda che cosa c’è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda niente.
Giudicate da voi… Siate un po’ profeti – invito forte e disatteso! – siate profeti anche scomodi, dice il Signore, fate divampare la goccia di fuoco che lo Spirito ha deposto in voi.
(Letture: Geremia 38,4-6.8-10; Salmo 39; Ebrei 12,1-4; Luca 12,49-53)

image_pdfimage_print