Author Archives: luciano meli
messaggio del Papa per la giornata mondiale della pace
verso una pace disarmata e disarmante

Papa Leone XIV (AP Photo/Alessandra Tarantino)
Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la LIX Giornata mondiale della pace, «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante», 1° gennaio 2026
«La pace sia con te!».
Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» (Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: «La pace sia con voi!». Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. [1]
La pace di Cristo risorto
Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cf. Ef 2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cf. Gv 10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.
Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano.
La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida «basta», alla pace si sussurra «per sempre». In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito «terza guerra mondiale a pezzi», ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.
Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso». [2]
Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.
Una pace disarmata
Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cf. Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cf. Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.
Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica». [3]
Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico». [4]
Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. [5] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.
Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». [6] Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità». [7]
Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». [8] È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.
Una pace disarmante
La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cf. Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cf. At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità». [9]
Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità». [10]
È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». [11] Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.
D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». [12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.
Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». [13] Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», [14] a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov 18,19)». [15]
Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).
Dal Vaticano, 8 dicembre 2025
Leone PP. XIV
[1] Cf. Benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).
[2] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 3.
[3] Ibid., 1.
[4] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 60.
[5] Cf. SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security (2025).
[6] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 1.
[7] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 80.
[8] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 4.
[9] Id., Lettera al Direttore del Corriere della Sera (14 marzo 2025).
[10] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 61.
[11] Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana (17 giugno 2025).
[12] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 63.
[13] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 42.
[14] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 15.
[15] Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 37.
il commento al vangelo della domenica
il commento al vangelo del natale
il commento al vangelo della domenica
i vescovi contro il modello Albania
“preoccupante la scelta dell’Ue: così si rischia di erodere il
diritto d’asilo”
di Eleonora Camilli
in “La Stampa”
Il modello Albania per la gestione dei migranti è «ai margini della democrazia». Mentre il governo
italiano esulta per l’accordo raggiunto a Bruxelles sui tre nuovi regolamenti in tema di paesi di
origine sicuri, paesi terzi sicuri e rimpatri, sono i vescovi italiani, nel nuovo rapporto Migrantes, a
bocciare le politiche del governo Meloni. E lo fanno mentre nella maggioranza regna la convinzione
che l’intesa tra gli Stati europei renderà di nuovo pienamente operativi i centri di Shenjing e Gjader.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, così come aveva già fatto il titolare del Viminale, parla di
un possibile «sblocco dell’impasse Albania» e di «un eccellente viatico verso una soluzione
definitiva che porterà chiarezza, sia dal punto di vista giurisprudenziale che da quello operativo»
anche se l’iter non è ancora concluso e «la situazione è ancora soggetta alla decisione finale del
trilogo Ue». Per ora, dunque, una data su un nuovo trasferimento di migranti nel Paese per le
procedure accelerate di frontiera (secondo il modello del protocollo con Tirana) non c’è.
L’intenzione è quella di aspettare almeno qualche mese per la definizione dei regolamenti. La
ripartenza quindi potrebbe slittare a primavera o direttamente a giugno 2026, quando entrerà in
vigore il nuovo patto. Nell’immediato, quindi, resta operativo solo il centro per il rimpatrio, in cui
sono state trasferite nei mesi scorsi alcune decine di migranti dai cpr.
Un esperimento che secondo l’ente della Conferenza episcopale italiana rappresenta «un banco di
prova per la tenuta dei principi democratici e giuridici dell’Unione». «Il modello Albania, piuttosto
che essere visto come un mostro isolato, va collocato nel continuum delle politiche europee di
esternalizzazione» nota il rapporto Migrantes «una messa in scena del potere sovrano sui corpi dei
migranti» caratterizzato «dall’opacità sistemica, alimentata dall’esclusione di società civile e
media». Molto critiche anche le ong che operano nel salvataggio in mare. Per Mediterranea è «un
dispositivo costruito per allontanare dai confini europei la responsabilità dell’accoglienza, basato su
detenzione illegale e sospensione dei diritti fondamentali». E Sea Watch: è un «nuovo stato di
polizia europeo». Dalle file dell’opposizione è Laura Boldrini del Pd a sottolineare che il Patto va a
discapito dell’Italia: «Consiglierei prudenza a Piantedosi perché avremo più oneri di prima. Essendo
Paese di primo approdo, l’Italia dovrà aspettare che altri Paesi Ue diano disponibilità ad accogliere o
a dare sostegno economico».
il vangelo va annunciato al mondo di oggi
una chiesa che sa parlare al mondo
di Enzo Bianchi
in “Vita Pastorale” del dicembre 2025
In questo tempo intermedio tra la Terza assemblea sinodale della Chiesa che è in Italia, che ha approvato il Documento finale con le proposizioni da presentare ai vescovi perché attuino accurato discernimento e con l’autorità apostolica che solo a essi compete le approvino o le lascino cadere, mi sembra opportuna una riflessione sulla speranza, che papa Francesco volle non solo come motto ma come atmosfera da percepire nel Sinodo e nella Chiesa universale. Il tema è molto significativo e monsignor Rino Fisichella ha dato un ottimo contributo all’interpretazione del messaggio papale, indicando piste di cammino per esercitarsi in questa virtù teologale.
Ecco, dunque, un’ulteriore meditazione che vuole sottolineare come sia decisiva la speranza dei cristiani nel cercare una Chiesa diversa e una Chiesa che sa parlare al mondo. Nella notte oscura che stiamo attraversando, se non avessimo la speranza anche la nostra fede sarebbe fragile, debole.
Sono tramontati gli anni in cui scienza e tecnica ci promettevano di prevedere positivamente le traiettorie geopolitiche, finanziarie, democratiche, sanitarie… Noi ora facciamo la faticosa esperienza dell’impotenza rispetto alle situazioni contingenti della vita fragile, assalita dalla brama di potere e dall’avidità della ricchezza. L’azione politica si mostra oggi molto difficile oltre che confusa: c’è sfiducia generalizzata, volontà di prevaricazione, aggressività quotidiana. Sì, il nostro mondo vive un’epoca caratterizzata da instabilità, volontà politiche non convergenti e frammentarie.
Ecco perché c’è chi ha detto: «La speranza è morta!». Ma la speranza non può morire se non insieme all’umanità. E finché ci sono esseri umani ci saranno resistenti, ci saranno sentinelle e vedette notturne capaci di sperare contro ogni speranza.
Molti non capiranno ma io per leggere, conoscere e dire qualcosa della speranza cristiana resto convinto che occorre farlo a partire dal Vangelo, cioè da Gesù Cristo. Sì perché Gesù è la speranza.
È vero, noi abbiamo tanti passi del Vangelo che rimandano a parole di speranza dette da Gesù, ma non sempre abbiamo il coraggio di dire che Gesù Cristo, oltre a dire parole di speranza, è in sé stesso la speranza; più che dire parole di vita, è la vita! Ora, nei Vangeli, dove ci è consegnata in Gesù Cristo l’unica immagine senza veli di Dio, noi ci accorgiamo che lui, che è disceso dal cielo attraverso l’incarnazione e si è fatto umanissimo, uguale a noi in tutto, non ha mai ceduto alla tentazione di vivere secondo una negazione illusoria della realtà. Egli, infatti, vedeva la difficoltà che la condizione umana gli presentava senza eccezioni, tenendo una porta aperta alla possibilità di essere sospeso da un evento di bene, da una forza buona che procedeva da Dio.
La speranza è una fessura, non la si vede sempre, ma occorre credere che c’è, e che è destinata ad allargarsi, a diventare una finestra attraverso la quale passa la luce. Ovunque ci sia un uomo, una donna, la speranza non può morire, salvo che avvenga un suicidio: prima della speranza, poi del corpo! Eppure, basterebbe che una mano dall’alto o dal basso aprisse uno spiffero di luce che arrivi fin dove c’è tenebra mortale per dare ragioni per continuare a tirare il fiato.
Tra noi ebrei e cristiani, poi, non si dovrebbe dimenticare che di fronte al Mar Rosso nessuno poteva credere di poterlo attraversare a piedi asciutti, nessuno pensava di giungere all’altra riva, ma quando i figli d’Israele hanno osato mettere il piede in mare e camminare tenendosi per mano si sono trovati all’altra riva e hanno cantato pieni di gioia la Cantica del mare (cf Es 15). Ecco perché guardiamo a Cristo: «Cristo in voi, vostra speranza» (cf Col 1,27). Questa non è solo un’affermazione cristologica decisiva, ma testimonia che Gesù era la speranza di chi lo incontrava nella sua vita, lo ascoltava nella predicazione del Regno.
Basta fare riferimento al suo sguardo perché proprio nello sguardo di una persona è percepibile la presenza della speranza. L’occhio che spera è un occhio aperto, sempre vigilante. Ecco perché, dove vedeva un campo di grano maturo, Gesù percepiva l’immagine di una mietitura escatologica vicina;
là dove vedeva un gregge disperso sulle colline vedeva la sua comunità errante senza pastori; là dove altri erano abbagliati dalle pietre del tempio, Gesù ne prevedeva la distruzione; là dove avvenivano i solenni pontificali del tempio, lui vedeva una povera vedova che buttava nel tesoro del tempio tutto ciò che possedeva. Nello stesso modo, dove i sacerdoti vedevano una prostituta, lui sapeva vedere una donna capace di santità, dove gli uomini religiosi vedevano pubblici peccatori, Gesù vedeva possibili discepoli, i primi ammessi al Regno…
Quante volte Gesù a chi si reca da lui dice, rimandandolo indietro: «Va’, la tua fede ti ha salvato!». Parole di vertigine, dove la speranza nella forza dello Spirito santo rifà un uomo, una donna, quale nuova creatura. Lo sguardo di Gesù non è solo missionario, capace di elezione e di chiamata, ma soprattutto è sguardo di misericordia, che desta speranza: distrugge tutto ciò che è tenebra e prigionia. Gesù si fa “colui che mostra la strada” della speranza per tutti i suoi discepoli, e li porta a comprendere a poco a poco la speranza delle speranze, la Risurrezione!
La speranza può rendere possibile ciò che agli uomini pare impossibile. Nell’ora dell’angoscia e della
desolazione, quando si è stati calunniati e ripudiati da tutti, quando si sono allontanati gli amici e sembra che siamo stati consegnati dai nostri compagni dell’intimità alla distruzione, magari da chi ci ha tradito, il compagno fedele che mangiava il pane con noi alla nostra tavola, possiamo protestare con Dio fino a scagliare invettive contro di lui. Vediamo il suo volto come quello di un nemico, che non ci guarda, che ci getta nelle tenebre, che ci assale come un orso… Perché Signore? Dove sei? Chi prega così si fabbrica un’immagine perversa del volto di Dio e giustifica il suo pianto e la sua protesta. Ma proprio perché “è bene attendere in silenzio la risposta del Signore”, si deve invece imparare con pazienza a “stare fermi”, ad attendere, perché Dio interverrà. Lo dicono tutti gli oranti che sono passati attraverso la tribolazione dell’assenza di Dio. A poco a poco capiscono che non era Dio a essere muto, come essi pensavano (una bestemmia!), ma che erano loro a essere sordi alla sua Parola.
E imparano che Dio parla nel silenzio, e che nel silenzio è vicino più che mai!
Durante la salita a Gerusalemme, per tre volte Gesù annuncia ai discepoli la necessità della passione e morte, eventi strettamente legati alla Risurrezione, all’intervento del Padre, che richiamerà dai morti il suo Figlio amato: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molte cose, essere crocifisso e risorgere il terzo giorno!». Speranza che i discepoli sentivano affiorare sulle labbra di Gesù, ma per ora non comprendevano. Ma con l’alba del terzo giorno, l’annuncio Pasquale risuona per le donne discepole e da allora la speranza trionfa in un canto parallelo alla Cantica del mare: «Cristo è veramente risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24,34).
Cristo appare l’unica e vera speranza dei discepoli e del cosmo intero. È lui la sorgente della nostra speranza, che nella sua estrema impotenza è speranza della risurrezione dai morti. Se Cristo è risorto dai morti, noi tutti risorgeremo dietro a lui. Questa è la speranza cristiana: la morte sarà vinta, il Regno sarà aperto, abiteremo la Gerusalemme celeste nella comunione dei santi e Dio sarà tutto in tutti! Questa speranza che la morte non sia l’ultima parola è la differenza cristiana rispetto agli altri uomini: comunicare loro la speranza significa comunicare che l’amore da loro vissuto vince la morte; di questo devono sempre essere consapevoli.
Questo mi pare l’unico debito, l’unico messaggio che noi possiamo offrire, se lo accolgono, ai non cristiani. E offrirlo non solo annunciando l’amore, ma amando concretamente. Osiamo così poco amare! Così poco che l’amore non è credibile, e dunque è incapace di vincere la morte. Ma la speranza è il dono dello Spirito santo: nella sua kenosi nel cuore degli uomini apre una fessura di luce, apre le tenebre e lascia germinare la speranza di risurrezione, di vita per sempre
il commento al vangelo della domenica
il commento al vangelo della domenica
la bestemmia di usare Dio per legittimare la guerra
papa Leone:
“troppe guerre in nome di Dio“
di Redazione
in “La Stampa” del 24 novembre 2025
«In un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica comunità cristiana universale può essere
segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale
per la pace». Nell’ultimo Angelus prima della partenza per il suo primo viaggio apostolico da dove,
in Turchia, farà tappa a Nicea per i 1.700 anni dal Concilio, Papa Leone XIV pubblica una lettera
apostolica “In Unitate Fidei” che non solo guarda all’ecumenismo ma rappresenta anche una
summa del suo programma per il pontificato. E offre un mea culpa: «Oggi, per molti, Dio e la
questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che
i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera
fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. Si sono
combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un
Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce».
Inoltre, il Pontefice sostiene che «dobbiamo lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno
perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune
allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore».












