il commento al vangelo della domenica

“Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” 

22 ottobre 2017 
XXIX domenica del tempo Ordinario 

Mt 22,15-21
In quel tempo i farisei consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
il commento al vangelo di E. Bianchi:

 

Negli ultimi giorni prima di essere catturato e subire la morte vergognosa di croce, a Gerusalemme Gesù si è scontrato con quelli che sarebbero stati i suoi accusatori durante il processo. Alcune di queste controversie sono testimoniate dal vangelo secondo Matteo, in dipendenza da Marco: la controversia con i farisei e gli erodiani circa il tributo a Cesare (cf. Mt 22,15-22), la controversia con i sadducei sulla resurrezione dei morti (cf. Mt 22,23-33), le controversie con i farisei sul comandamento più grande e sulla signoria del Messia rispetto a David (cf. Mt 22,34-46), e infine un attacco preciso di Gesù nei confronti di questi suoi avversari, che si estende su un intero capitolo (cf. Mt 23).

Oggi la liturgia ci propone il racconto della prima controversia, quella sul pagamento del tributo a Cesare. Non si dimentichi però che Gesù si era già trovato in precedenza di fronte a un problema analogo. Al capitolo 17 (vv. 24-27) – testo purtroppo tralasciato dal lezionario domenicale nonostante sia presente solo in Matteo – si narra che a Cafarnao si avvicinano a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli chiedono: “Il vostro maestro non paga la tassa?”. Pietro risponde: “Sì!”, perché Gesù non si sottraeva ai precetti della Torah che comandavano questo tributo (cf. Es 30,11-16). Poi, all’entrare in casa, Gesù interroga Pietro: “Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi?”. E Pietro risponde: “Dai sudditi, non dai familiari”. Allora Gesù replica: “Di conseguenza, i figli sono esenti. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te”.

È un testo importante, perché ci rivela innanzitutto che Gesù, essendo il Figlio, ed essendo i discepoli suoi fratelli, quindi anch’essi figli di Dio, non devono pagare tributi a intermediari tra Dio e loro; testimonia inoltre che Gesù non vuole mai scandalizzare, mettere inciampi, dunque compie ciò che non è male e che può essere fatto guardando al bene dell’altro. Questo racconto ci testimonia in ogni caso l’obbedienza alla Legge da parte di Gesù: egli non è un ribelle, non è un contestatore della Legge, e solo quando questa viene pervertita dagli esseri umani, sconfessando così l’intenzione del Legislatore, il Signore, e rendendo l’umanità schiava dei precetti, allora può essere fatta cadere e non obbedita. Insomma, anche qui valgono le parole di Gesù: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Mc 2,27).

Gesù paga i tributi, come Pietro aveva detto a quegli esattori. Ma qui farisei ed erodiani vogliono far cadere Gesù in un tranello, complottando contro di lui. D’altronde i partigiani di Erode, il re della Giudea posto al potere dei romani, dunque collaborazionisti con l’impero, chiedevano che i giudei pagassero le tasse a Cesare, a differenza dei farisei che su tale questione avevano un atteggiamento variegato al loro interno. Alcuni erano intransigenti e, se anche non partecipavano alla lotta armata degli zeloti, pensavano che almeno non si dovessero versare tributi all’autorità occupante e idolatrica. Altri, invece, ammettevano come male minore il sistema erariale imposto. In questo caso, seppur partendo da posizioni antitetiche, capi dei farisei ed erodiani trovano un accordo contro Gesù e inviano dei farisei anonimi a interrogarlo.

Costoro tessono un elogio di Gesù: riconoscono la sua capacità di dire la verità in ogni situazione, la sua coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, il suo non avere uno sguardo partigiano o pauroso, il suo parlare senza tenere conto dell’aspetto di alcuno. Ma ecco, dopo questa captatio benevolentiae, il tentativo di farlo cadere: “Maestro, è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. Se Gesù rispondesse negativamente, allora mostrerebbe di essere un contestatore dell’imperatore, un nemico di Roma; se, al contrario, rispondesse affermativamente, potrebbe essere collocato tra i collaborazionisti dell’impero, odiati dalla gente semplice. Ma Gesù, anziché rispondere direttamente, spiazza i suoi interlocutori: prima svela la loro malizia e ipocrisia, chiedendo per quale motivo vogliono tentarlo, poi chiede loro di mostrargli una moneta e li interroga sull’effigie stampata su di essa e sull’iscrizione. Costoro rispondono ovviamente che l’immagine e l’iscrizione sono di Cesare, allora Gesù pronuncia la famosa parola: “Restituite (verbo apodídomi) dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.

Frase lapidaria, che ha solcato i secoli e che viene spesso invocata quando sorgono tensioni tra ciò che si deve a Dio e gli obblighi verso i poteri di questo mondo. In verità, questa parola di Gesù va innanzitutto compresa in profondità e letta in primo luogo nella situazione concreta di Gesù stesso, non applicata in modo letterale all’oggi. Come non ricordare, invece, l’abuso che i cristiani hanno fatto di questo detto? È su questa parola di Gesù che è stata elaborata in occidente la “teoria delle due spade”, secondo la quale la chiesa, che detiene il potere di Dio, pur rispettando Cesare esercita una giurisdizione superiore sui poteri di questo mondo, i quali devono esserle sottomessi: è la teocrazia medievale, secondo cui la chiesa detiene il potere assoluto e il re un potere subalterno. Quanto all’oriente, si ricordi la posizione simmetrica e contraria, il cosiddetto cesaropapismo, che considera l’imperatore, il basileús, come vescovo dei vescovi e capo supremo della chiesa sulla terra.

Ora, il detto di Gesù non allude affatto a queste o simili posizioni, e quando in epoca moderna la separazione tra chiesa e stato è diventata effettiva nella società, o per imposizione dello stato o per negoziazione (i concordati), in verità il problema non è stato risolto: il potere mondano a volte vuole confinare la chiesa nello spazio del privato; altre volte la chiesa vuole diffondere la religione civile che conviene allo stato, ricevendo in cambio da esso protezione e favori. La celebre parola di Gesù va dunque sempre ricompresa a partire da alcune semplici verità. Dicendo: “Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”, Gesù si tiene lontano da una politicizzazione di Dio così come da una sacralizzazione del potere politico. Cesare non è né Dio né divino, come invece indicava l’iscrizione sulla moneta: “Tiberio Cesare figlio del divino Augusto, Augusto”; nello stesso tempo, Dio non può prendere il posto di Cesare attraverso l’istituzione religiosa. Saremmo di fronte a due forme di idolatria che sconfessano l’autentica signoria di Dio, offendendola o pervertendola. Cesare non può pretendere per sé l’adorazione, non può pretendere di legiferare contro le convinzioni del cristiano, che in questo caso ha il dovere di obbedire a Dio piuttosto che al potere politico (cf. At 5,29), ma ha un compito ben preciso: ordinare la società, affinché possa vivere nella logica della libertà e del bene comune. Potremmo dire che i doveri verso Dio sono annunciati a tutti, ovunque e sempre, ma ciò che si deve a Cesare, le tasse e i tributi, vanno assolutamente pagati. Ogni cristiano, così come ogni figlio di Israele, è in alleanza con il Signore e porta sulla propria mano l’iscrizione: “Io appartengo al Signore” (cf. Is 44,5), e tuttavia vive nella polis, riconoscendo l’autorità politica e obbedendo a essa in ciò che non contraddice la volontà e la signoria di Dio. La moneta porta impressa l’effigie di Cesare, ma l’uomo porta impressa l’immagine di Dio (cf. Gen 1,27), dunque a Dio deve “restituire” se stesso interamente e obbedire a lui; a Cesare deve invece restituire quanto gli appartiene, non il proprio cuore!

Certamente con questa parola Gesù non voleva risolvere i nostri litigi e le nostre lotte politiche, perché ciò spetta alla nostra responsabilità che nasce da un discernimento che dobbiamo operare da noi stessi, come egli stesso ha avvertito: “Perché non giudicate, non discernete da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,57). Gesù non è stato e non ha voluto essere un Messia politico; e se ha confessato di essere Re, ha subito aggiunto di esserlo non come i re di questo mondo (cf. Gv 18,36). Non è stato dunque un Cesare contro Cesare, ma ha rispettato e ha chiesto di rispettare l’autorità stabilita e di onorare i suoi diritti, in quanto autorità umana necessaria, sempre sottomessa alla complessità della realtà sociale e politica di un’epoca precisa. Per questo Paolo domanderà ai cristiani di sottomettersi alle autorità civili (cf. Rm 13,1-7; Tt 3,1), e analogamente farà anche l’apostolo Pietro: “Agite da uomini liberi,… quali servi di Dio. Onorate tutti, amati i vostri fratelli, temete Dio, rispettate il re” (1Pt 2,16-17). Queste direttive apostoliche – non lo si dimentichi – vengono date in un’epoca di persecuzione dei cristiani da parte dell’impero romano…

Il cristiano deve pertanto essere un cittadino leale e capace di onorare il suo dovere verso lo Stato, ma sarà servo di Dio, mai servo degli uomini o di poteri umani; e soprattutto, si sentirà chiamato a una cittadinanza (políteuma) nel regno di Dio, nei cieli (cf. Fil 3,20). Il cristiano sarà fedele alla terra, senza esenzioni né evasioni dalla storia, senza invocare spiritualizzazioni o fughe “angeliche”, ma opererà nel mondo secondo la volontà del Signore, cercando il bene comune, la libertà, la giustizia, la riconciliazione, la pace. Restituire a Dio ciò che è di Dio significa rendergli un’umanità che non porta solo la sua immagine indelebile ma che si è fatta a lui rassomigliante: questo restituirgli l’umanità rassomigliante è il cammino dell’umanizzazione!

Con la presente controversia si avvicina per Gesù il dramma della passione, ormai imminente, e il processo politico, quando Gesù sarà accusato di “sobillare il popolo e di impedire di pagare i tributi a Cesare” (cf. Lc 23,2). Ormai i nemici di Gesù, che non riescono a farlo cadere con un tranello, sono decisi ad accusarlo falsamente, al fine di eliminarlo per sempre.

 

di seguito il video e il commento al vangelo di p. Maggi:

 

Dopo la serie di invettive con le quali Gesù ha accusato i capi spirituali del popolo di essere ladri e assassini – ladri perché si sono impadroniti del popolo e assassini perché hanno usato la violenza – c’è ora il contrattacco da parte di questi capi, che però hanno un problema. Gesù è seguito da tanta folla allora c’è bisogno di screditarlo.

Il vangelo che leggiamo, al capitolo 22 di Matteo, versetti 15-21, è il primo di una serie di attacchi con i quali i capi religiosi, i capi spirituali tenteranno di screditare Gesù, gli tenderanno delle trappole per diffamarlo e screditarlo di fronte alla gente.
Leggiamo. Allora. L’allora collega questo episodio alla denuncia che Gesù ha fato con la parabola degli invitati alle nozze che hanno rifiutato quest’invito per motivi di interesse. La convenienza è quella che determina l’agire dei capi religiosi. Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio … questa espressione nei vangeli ha sempre un significato negativo di un complotto contro Gesù … per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi.
Quindi ora c’è una serie di trappole che vengono tese a Gesù, ma dalle quali Gesù uscirà tendendo lui a sua volta le trappole ai suoi accusatori. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, e qui c’è una sorpresa, con gli erodiani. Farisei ed erodiani si detestavano perché gli erodiani sono quelli del partito di Erode, che era un re fantoccio messo su dai romani, e i farisei detestavano questo re.
Tra di loro c’era una grande inimicizia, ma ora hanno un pericolo comune. Gesù è pericoloso sia per i farisei che per gli erodiani, allora si metono insieme in combuta per eliminarlo. A dirgli “Maestro” … atenzione a questo ttolo, nel vangelo di Mateo è sempre in bocca agli avversari di Gesù o a coloro che gli sono ostli, ma fa parte di quel linguaggio curiale usato per addolcire quello che vogliono dire. “Sappiamo che tu sei veritero e insegni la via di Dio secondo verità”.
Quest’affermazione è vera, quindi riconoscono che Gesù afferma la via di Dio secondo verità, ma perché? “Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno.” Il contraltare è che loro, invece, Gesù li ha accusati che tutto quello che fanno è per essere ammirati, ecco la diferenza. I farisei tutto quello che fanno è per essere glorificati, per essere ammirati, Gesù tutto quello che fa non è per la propria convenienza, ma per la convenienza del bene dell’uomo.
Quando si mette il valore dell’uomo come principio assoluto che regola la propria esistenza non si guarda in faccia a nessuno, non ci si cura dell’opinione della gente. Ed ecco l’insidia, “Dunque di’ a noi il tuo parere”, il termine è all’imperatvo non è una richiesta, ma un’imposizione, “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?” Cos’era il tributo a Cesare?
Da quando era stato nominato per la Giudea un procuratore romano nel VI d.C, c’era una tassazione per tutti, uomini e donne, dai 12 ai 65 anni. La domanda è tendenziosa. Perché? Perché proprio a causa del pagamento di questo tributo c’erano state tante sollevazioni. Basta pensare a quella famosa di Giuda il Galileo che si ribellò a questa tassa. Ebbene la domanda è una trappola, perché gli chiedono se è lecito o no pagare il tributo a Cesare, non dimentchiamo che siamo dentro l’area del tempio, come Gesù risponde si danneggia.
Perché se Gesù dice “Sì è lecito pagare il tributo a Cesare” va contro la legge per la quale l’unico Signore del popolo, l’unico riconosciuto come tale, è Dio. Se al contrario dice “No non paghiamo” ecco che era un sovvertitore, un ribelle, come era stato Giuda il Galileo. Siamo all’interno del tempio, ci sono le guardie e Gesù può essere subito arrestato.
Quindi Gesù come risponde si danneggia, sia che si dica favorevole, sia che si esprima contrario al pagamento di questo tributo. Ed ecco, a farisei ed erodiani che hanno teso una trappola a Gesù, tende loro a sua volta una trappola. Gesù a bruciapelo dice: “Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Ma nel tempio era severamente proibito portare monete romane, perché per la legge espressa nel libro del Deuteronomio, nei comandament, si proibisce di fare qualunque fgura umana.
Pertanto nel luogo più santo di Gerusalemme, il tempio, era assolutamente proibito portare monete, monete romane, che avevano delle efgi umane. All’ingresso del tempio c’erano dei cambiavalute che cambiavano le monete romane con le monete permesse nel tempio. Ma l’interesse – è questa la denuncia che sta facendo l’evangelista – è il vero Dio di quest farisei. Loro, che sono ossessionatidall’idea del puro e dell’impuro, che sono meticolosi, sono scrupolosi, quando si trata di denaro non vanno tanto per il sotle.
Nel tempio, nel luogo più sacro, essi portano una monete che, agli occhi della religione, è considerata impura. Ma per gli interessi, per la convenienza, passano al di sopra di tuto questo. Ecco allora la trappola di Gesù quando loro ingenuamente gli presentano un denaro. Egli domandò loro: “Quest’immagine e l’iscrizione, di chi sono?” Gli risposero: “Di Cesare”. Infat il denaro romano portava da una parte l’immagine di Tiberio con la scrita “Cesare fglio del divino Augusto, pontefce massimo”, e nel suo rovescio, c’era la madre dell’imperatore rappresentata come la dea della pace.
Comunque due fgure umane. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro… Loro hanno chiesto se è lecito pagare o no, Gesù non risponde se sia lecito o no pagare, lui usa un altro verbo che è “rendete”, cioè “resttuite”. “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare”. Se non volete la sua dominazione non dovete usare i suoi benefci, per cui questo denaro non è vostro, resttuitelo a Cesare.
Ma, ed è qui che l’evangelista vuole arrivare, “E a Dio quello che è di Dio”. Cos’è che devono restituire a Dio e che è di Dio? Gesù nella parabola dei vignaioli omicidi ha accusato i capi religiosi e i capi spirituali che per interesse si sono impadroniti della vigna del Signore, si sono messi tra Dio e il popolo, imponendo le loro tradizioni, le loro leggi, occultando e oscurando l’amore di Dio per il suo popolo. Quindi bisogna disconoscere da una parte la signoria di Cesare, ma restituire quella di Dio che è stata usurpata dai farisei.
A queste parole, commenta l’evangelista, rimasero stupiti, meravigliati, e, lasciatolo, e se ne andarono. Se ne vanno per poi tornare, infatti più avanti torneranno alla carica con uno di loro, con un esperto, con un dottore della legge. E questa è soltanto la serie degli attacchi contro Gesù che faranno farisei, erodiani, sadducei e dottori della legge.

fede e opzione per i poveri

papa Francesco

la fede è tangibile se si concretizza in servizio ai poveri

lo afferma in udienza alla delegazione del Consiglio Metodista mondiale
«Siamo fratelli che, dopo un lungo distacco, sono felici di ritrovarsi e di riscoprirsi a vicenda»
«La fede diventa tangibile soprattutto quando si concretizza nell’amore, in particolare nel servizio ai poveri e agli emarginati»
Lo ha detto il Papa ricevendo in udienza il Consiglio Metodista mondiale. «Quando, Cattolici e Metodisti, accompagniamo e solleviamo insieme i deboli e gli emarginati, coloro che, pur abitando le nostre società, si sentono lontani, stranieri, estranei, rispondiamo all’invito del Signore», ha sottolineato il Papa.  

Parlando del cammino tra metodisti e cattolici, il Papa ha messo in evidenza: «Il dialogo vero incoraggia continuamente a incontrarci con umiltà e sincerità, desiderosi di imparare gli uni dagli altri, senza irenismi e senza infingimenti. Siamo fratelli che, dopo un lungo distacco, sono felici di ritrovarsi e di riscoprirsi a vicenda, di camminare insieme, aprendo con generosità il cuore all’altro. Così proseguiamo, sapendo che questo cammino è benedetto dal Signore: per Lui è iniziato e a Lui è diretto».

la mentalità ottusa di tanti parroci – parola di papa Francesco

papa Francesco

Dio non è “un mucchio di prescrizioni”, ma amore gratuito

Francesco a Santa Marta: i parroci che non battezzano figli di ragazze madri hanno il cuore chiuso; no alla «mentalità ottusa» dell’«autosufficienza della salvezza» con la legge
domenico agasso jr

I parroci che non battezzano figli di ragazze madri hanno il cuore chiuso, senza la «chiave della conoscenza». Il Signore è amore gratuito, non un «mucchio di prescrizioni». Papa Francesco nella Messa di questa mattina, 19 ottobre 2017, a Casa Santa Marta, riflette sulla «gratuità» della salvezza, della vicinanza del Signore e della concretezza delle opere di misericordia che Cristo desidera da ogni uomo. Azioni di bene – materiali o spirituali – con cui si apre «la porta» a se stessi e agli altri. Inoltre mette in guardia dalla «mentalità ottusa» di chi crede «nell’autosufficienza della salvezza» attraverso la legge.    

Il Pontefice – informa Radio Vaticana – si basa sull’odierno brano evangelico da Luca, in cui si legge di scribi e farisei che si ritengono giusti, e il Figlio di Dio fa appurare che solo il Signore è giusto. Il Vescovo di Roma nota che i dottori della legge hanno «portato via la conoscenza: conseguenza»: il mancato ingresso «nel Regno», oltre a «neppure lasciare entrare gli altri».  

Spiega Francesco: «Questo portare via la capacità di capire la rivelazione di Dio, di capire il cuore di Dio, di capire la salvezza di Dio – la chiave della conoscenza -, possiamo dire che è una grave dimenticanza. Si dimentica la gratuità della salvezza; si dimentica la vicinanza di Dio e si dimentica la misericordia di Dio». E coloro che «dimenticano la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la misericordia di Dio, hanno portato via la chiave della conoscenza».   

Si trascura quindi la gratuità, che è «l’iniziativa di Dio a salvarci», mentre scribi e farisei «invece si schierano dalla parte della legge»: così la salvezza «è lì, per loro», giungendo in tal modo «ad un mucchio di prescrizioni» che di fatto vengono considerate la salvezza. Ma così «non ricevono la forza della giustizia di Dio», sottolinea il Papa.   

La legge è sempre «una risposta all’amore gratuito di Dio», che assume «l’iniziativa» di salvare ogni uomo e donna.  

Quando «si dimentica la gratuità della salvezza si cade, si perde la chiave dell’intelligenza della storia della salvezza», avverte il Pontefice, smarrendo «il senso della vicinanza di Dio».  

Per chi ragiona così «Dio è quello che ha fatto la legge. E questo non è il Dio della rivelazione. Il Dio della rivelazione è Dio che ha incominciato a camminare con noi da Abramo fino a Gesù Cristo, Dio che cammina con il suo popolo. E quando si perde questo rapporto vicino con il Signore, si cade in questa mentalità ottusa che crede nell’autosufficienza della salvezza con il compimento della legge. La vicinanza di Dio». 

 

Quando non si prega, «non si può insegnare la dottrina» e neanche «fare teologia», in particolare «teologia morale»: infatti – ribadisce Francesco – la teologia «si fa in ginocchio, sempre vicino a Dio».

La vicinanza di Dio c’è «al punto più alto di Gesù Cristo crocifisso». Perciò le opere di misericordia «sono la pietra di paragone del compimento della legge», dato che si va a toccare la carne sofferente di Cristo, «Cristo che soffre in una persona, sia corporalmente sia spiritualmente». 

E quando si perde la chiave della conoscenza, si rischia pure di cadere nella «corruzione». 

Francesco poi si concentra sulle «responsabilità» dei pastori nella Chiesa: quando perdono o mettono via «la chiave dell’intelligenza», sbarrando «la porta a noi e agli altri». Racconta Papa Bergoglio: «Nel mio Paese ho sentito parecchie volte di parroci che non battezzavano i figli delle ragazze madri, perché non erano nati nel matrimonio canonico. Chiudevano la porta, scandalizzavano il popolo di Dio, perché? Perché il cuore di questi parroci aveva perso la chiave della conoscenza».  

E senza «andare tanto lontano nel tempo e nello spazio, tre mesi fa, in un paese, in una città, una mamma voleva battezzare il figlio appena nato, ma lei era sposata civilmente con un divorziato. Il parroco ha detto: “Sì, sì. Battezzo il bambino. Ma tuo marito è divorziato. Rimanga fuori, non può essere presente alla cerimonia”. Questo succede oggi. I farisei, i dottori della legge non sono cose di quei tempi, anche oggi ce ne sono tante». 

Perciò «è necessario pregare per noi pastori. Pregare, perché non perdiamo la chiave della conoscenza e non chiudiamo la porta a noi e alla gente che vuole entrare».

le trentamila donne israeliane e palestinesi che gridano la nacessità della pace

Migliaia di donne israeliane e palestinesi insieme in marcia per dire basta ad una guerra che dura da 60 anni. L’intervista ad una protagoniste della manifestazione

Women Wage Peace è un movimento creato all’indomani della guerra “Margine di Protezione” fra Hamas e l’esercito israeliano nell’estate del 2014. Da qui l’idea che ha avuto un gruppo di donne, israeliane e palestinesi, di unirsi per manifestare la volontà di giungere a un accordo per porre fine a un conflitto drammatico.

Un anno fa la prima marcia: oltre 4 mila persone, donne e bambini soprattutto, hanno camminato per 200 km dal nord di Israele fino a Gerusalemme. Quest’anno dal 24 settembre al 10 ottobre sono state molte di più le presenze, almeno 30 mila persone che mettendosi in moto dai quattro lati del paese si sono date appuntamento prima nel deserto per una grande festa di musica, balli e commozione, e poi per una due giorni conclusivi di tavole rotonde, preghiere, incontri.

La richiesta è di vedere seduti ad uno stesso tavolo i leader delle due parti in causa al fine di superare finalmente una situazione di impasse e tensione che condiziona l’intera regione. Un’iniziativa dal basso per dire basta alle violenze e per stimolare i partiti politici, che sul tema paiono non volersi esporre, Un segnale fortissimo da queste ragazze e donne vestite di bianco.

Abbiamo raggiunto telefonicamente una di queste attiviste, Shazarahel, artista e scrittrice israeliana, portavoce del movimento in Italia, per farci raccontare l’atmosfera fra le partecipanti: «E’ stato un prodigio, un miracolo. Migliaia di donne insieme, fianco a fianco, israeliane e palestinesi, ebree e musulmane. Senza propaganda, senza strumentalizzazioni, solo con la voglia di gridare dal fondo del cuore basta a una guerra che da sessant’anni ha versato inutilmente così tanto sangue».

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Siete madri, figlie, sorelle, amiche a dire che “Il re è nudo”, e che la guerra non ha portato ad alcun risultato in una terra dove pare non vi sia alternativa al conflitto permanente.

«Con questa marcia sono caduti vari tabù, e quello dell’inevitabilità della guerra è uno. La narrazione comune spesso presenta madri islamiche felici di vedere i figli immolarsi in nome di Allah, e madri israeliane orgogliose dei propri che difendono la patria. Ma la maggior parte delle donne sia israeliane che palestinesi non sono così come vengono dipinte dalla propaganda politica: tutte noi siamo venute per dire con chiarezza che non siamo più disposte a dare i nostri figli per la causa della guerra e della lotta armata».

Ecco, i figli: dalle immagini si vedono bambine e bambini mano nella mano con le madri a marciare e ballare. Sono loro il futuro del pianeta, perché è importante fossero al vostro fianco?

«Perché devono sapere che un altro mondo è possibile. Vedere le mie due figlie abbracciate e coccolate da donne arabe sconosciute, vederle giocare con bambini palestinesi, senza timori da parte di nessuno, in un clima di festa e di gioia, è stato uno dei momenti più intensi. E poi noi madri abbiamo potuto incontrarci, parlarci e capire che al di là dei facili miti vogliamo tutte soltanto il bene dei nostri figli».

Uomini, classe politica e mezzi di comunicazione: quali sono stati gli atteggiamenti di questi tre attori?

«Alcuni uomini hanno marciato con noi, si è trattato per lo più di alcuni dei nostri mariti. Per il resto questa e nostre altre iniziative sono guardate con occhio critico, sospettoso: purtroppo bisogna avere il coraggio di dire che la parola Pace a queste latitutidini è un vero tabù, quasi una parolaccia: la Pace pare soltanto un’utopia, il sogno degli stolti. E’ incredibile ma siamo arrivati a tal punto. Per questo i media locali hanno snobbato l’evento, almeno fino a quando la sua eco non è rimbalzata su giornali e tv internazionali: allora non hanno più potuto far finta di nulla; i commenti non stati sempre positivi ma volti a presentarci come un gruppo di sognatrici. Stesso discorso vale per la politica».

Tutte insieme a marciare, a ballare, ad abbracciarsi. E la tanto reclamata sicurezza?

«Questo è un altro dei tabù che abbiamo contribuito a smontare. La cosa più incredibile è che ci siamo riunite a migliaia sotto le tende nel deserto senza passare alcun controllo di polizia, senza un metal detector, senza nemmeno pensarci. Che proprio in Israele, dove devi passare a controlli ovunque tu vada, 10.000 donne si siano radunate nello stesso luogo senza controlli di sicurezza è un evento senza precedenti: sarebbe bastato che un solo pazzo entrasse e poteva succedere l’ennesima strage, e la cosa più straordinaria è che non sia successo!».

Il mondo religioso israeliano come ha guardato alla vostra manifestazione?

«Alla marcia hanno partecipato credenti e laiche, con una netta preminenza delle seconde.Ma come ogni religione anche l’ebraismo non è monolitico, e vi sono aree più sensibili ad istanze moderate. E’ stato però molto bello che alla fine della manifestazione abbia preso la parola Adina bar-Shalom, attivista molto nota in Israele perché figlia del grande rabbi Ovadia, il capo spirituale degli ebrei sefarditi, figura mito per gli ultraortodossi. Il suo intervento, seppur si inscriva perfettamente in un percorso che Adina da anni ha intrapreso soprattutto per il superamento delle discriminazioni di genere, l’ha comunque molto esposta nel suo ambiente di provenienza e rappresenta per noi un incoraggiamento a proseguire nei nostri sforzi».

Come fare ora per non dissipare questa grande carica di energia, quali le prossime tappe?

«Intanto meglio sgombrare il campo da equivoci: noi non siamo un partito né ambiamo ad esserlo. Ci sono fra noi donne di ogni pensiero politico che non vogliono dare i propri figli alla causa guerrafondaia. Non entriamo per questo nell’analisi politica. Il nostro è un urlo. Presenteremo al parlamento un documento ufficiale che verrà redatto in questi giorni, per tenere alta l’attenzione sulle nostre azioni. Si sta costituendo intanto una sorta di gruppo informale interpartitico, una lobby di una ventina di parlamentari che si stanno impegnando per portare alla Knesset le nostre istanze. Noi crediamo che la pace sia possibile, e non ci fermeremo fino al raggiungimento di un accordo fra le due parti».

Per il grande raduno erano stati invitati ufficialmente il Primo Ministro Bibi Netanyahu e il Presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen: quest’ultimo ha mandato una sua rappresentante, il premier israeliano invece non ha nemmeno risposto all’invito e i giornali a lui fedeli non hanno fatto molti giri di parole per render noto cosa pensavano di tutto ciò. Ma l’impressione è che non sarà il silenzio a fermare queste donne.

Immagini di Gal Mosenson

i danni europei provocati dal pensare che la distinzione tra destra e sinistra sia superata

la maschera fascista dell’Europa

di Nadia Urbinati
in “la Repubblica” del 17 ottobre 2017

 

Dopo le elezioni tedesche, anche quelle austriache confermano le trasformazioni politiche in corso nel vecchio continente, la cui faccia sta decisamente prendendo una fisionomia di destra, e perfino nazi-fascista. Il populismo è lo stile e la strategia che le vecchie idee di destra (il razzismo, l’intolleranza, l’ideologia identitaria nazionalista, il mito maggioritarista e anti-egualitario) adottano per conquistare gli elettori moderati. I partiti di destra sono quelli che meglio usano questa strategia; ne hanno anzi bisogno per uscire dall’isolamento nel quale l’ideologia socialdemocratica li aveva condannati per decenni. Sebastian Kurz, alla guida del partito dei popolari, ha trasformato il suo partito in un movimento elastico, aggressivo sui social, attento all’immagine e capace di usare gli argomenti giusti: la paura dell’immigrazione, la preoccupazione per la precarietà occupazionale, l’erosione del benessere. L’Austria è tra i Paesi più ricchi d’Europa e con una popolazione residente straniera che sfiora il 15%. La campagna elettorale di Kurz è stata radicalmente personalistica (il suo nome ha dato il nome alla lista) e ossessivamente imbastita sulla paura, tanto da fare apparire l’Austria come un Paese straniero agli austriaci, sul baratro economico e con il rischio di avere una maggioranza religiosa islamica. La personalizzazione e la radicalizzazione del messaggio hanno fatto volare il suo partito. Altrettanto vincente la strategia del partito di estrema destra neo-nazista, detto della libertà, guidato da Heinz-Christian Strache che potrebbe essere alleato del partito di Kurz. La ricetta per il governo del Paese di questa ipotetica coalizione è un misto di protezionismo e liberismo: chiusura delle frontiere agli immigrati, difesa dell’identità culturale cattolica, sicurezza e taglio delle tasse. Liberisti e nazionalisti alleati. Il restyling dei due partiti di destra ha pagato, smussando il messaggio nazista e islamofobico e insistendo su una strategia che da qualche anno sta facendo proseliti a destra. La critica alla tecnocrazia di Bruxelles non porta più alla proposta di uscire dall’Unione. L’Europa va conquistata, non lasciata. Il populismo transnazionale di destra non propone il ritorno agli stati nazionali indipendenti, non ha nostalgie per un’Europa pre-Trattato di Roma. Comprende l’utilità dell’Unione e vuole però guidarla in conformità a quella che il leader ungherese Viktor Orbán (il primo ad aver lanciato la proposta di una destra populista transnazionale) ha definito come l’identità spirituale del continente: la cristianità. La secolarizzazione, soprattutto nella parte occidentale del continente, è un fatto difficilmente negabile. E quindi l’apppello alla cristianità ha poco a che fare con la spiritualità religiosa e molto con l’identità nazionale. Il populismo di destra è oggi un progetto identitario transnazionale. La storia del populismo è innestata nella storia della democrazia; una competizione con la democrazia costituzionale sulla rappresentanza e la rappresentazione del popolo, che nei Paesi europei è in effetti la nazione. La tendenza a identificare il popolo con un’entità organica omogenea è il motore che muove questa potente interpretazione della sovranità come sovranità di una parte, maggioritaria, contro un’altra, per umiliare l’opposizione e soprattutto le minoranze culturali. Le democrazie del dopoguerra hanno neutralizzato questa tendenza olistica articolando la cittadinanza nei partiti politici. E il dualismo destra/sinistra è stato un baluardo di protezione della battaglia politica dalle pulsioni identitarie, nazionaliste e fasciste. La fine di questa distinzione è oggi il problema; essa è stata favorita dalla sinistra stessa che, nel solco del blarismo ha sostenuto la desiderabilità di andare oltre la divisione destra/sinistra. Una iattura che ha preparato il terreno alla destra. L’uso di strategie comunicative populiste si dimostra vincente anche perché l’audience è informe e con deboli distinzioni idelogiche; facile da conquistare con messaggi generici, gentisti diremmo, ovvero basati sul buon senso e capaci di arrivare a tutti indistintamente. La caduta di partecipazione elettorale, che l’erosione della distinzione destra/ sinistra ha portato con sé, è un segnale preoccupante di cui purtroppo quel che resta della sinistra non si avvede. L’esercito elettorale di riserva è pronto, depoliticizzato abbastanza da essere catturato da messaggi populisti di destra, generici, e molto semplici.

Il caso austriaco, come quello tedesco di poche settimane fa, è quasi da manuale nel dimostrare quanto danno abbia fatto alla democrazia la convinzione che destra e sinistra appartengano al passato. Di questa insana idea si approfitta la destra, che da parte sua non ha mai messo quella distinzione in soffitta

quasi un milardo di persone al mondo ha fame!

815 milioni di affamati

di Marina Della Croce
in “il manifesto” 

Puja ha solo 11 anni ma sa già che deve darsi da fare se vuole sopravvivere. Così tutti i giorni esce dalla sua casa in India e si reca nella discarica vicina in cerca di cibo. Riuscire o meno a placare un po’ i crampi della fame dipende solo da quanti avanzi riuscirà a trovare in mezzo ai rifiuti. Per quanto difficile, però, la sua vita è più fortunata di quella di Jeyle che, in Somalia, a soli due anni è di fatto già condannato: è malnutrito e in ospedale non c’è posto per lui. Al mondo ci sono 155 milioni di bambini colpiti da malnutrizione cronica. A denunciarlo è Save the Children che ieri, in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione indetta dalla Fao, l’Agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, ha allestito sulla scalinata di Trinità dei Monti a Roma 155 sagome di bambini con una sintesi delle loro storie. Un modo per attira re l’attenzione su un fenomeno in perenne crescita. Ad aggiornarne la dimensione è il direttore generale della Fao Graziano De Silva che, introducendo i lavori della giornata, ha parlato di 815 milioni di persone al mondo che nel 2016 hanno sofferto la fame. Solo un anno prima erano 795 milioni. «Alla base dell’aumento – ha spiegato De Silva – ci sono violenti conflitti presenti nel mondo e gli shock climatici», un fattore quest’ultimo sempre più determinante sull’insicurezza alimentare». Di questo enorme esercito di persone che stentano ad alimentarsi fanno parte anche 240 milioni di migranti, «il 40 per cento in più rispetto al 2.000», ha proseguito De Silva ricordando anche il numero di sfollati interni, un grande movimento di persone, 740 milioni, che si spostano dalle aree rurali a quelle urbane».

Cifre che, ricorda il direttore generale della Fao, «senza precedenti nella storia dell’umanità». «La sfida – ha proseguito De Silva – è il diritto di ogni essere umano a qualunque latitudine. Per salvare le vite bisogna ricostruire ciò che sta intorno alle persone per una vita più dignitosa e rafforzare la resilienza delle comunità rurali. L’impegno globale è importante, ma non è ancora sufficiente. e i governi devono operare in maggiore solidarietà e determinazione». Non mancano i segnali positivi. Come la storia di Sulinman che il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina racconta nel suo intervento: «Suleiman ha lasciato l’Africa anni fa in cerca di futuro. A Roma, con altri sette migranti da 5 paesi africani diversi, ha fondato una cooperativa agricola sociale, per produrre yogurt e culture biologiche. Ora collabora e ha anche aiutato aziende agricole italiane a sviluppare queste attività. Simbolico il nome scelto: Barikamà, ossia ‘resistente, resiliente’ in lingua Banbarà. Questo ci ricorda quanto sia importante scendere in campo a difesa dei lavoratori agricoli». Per Martina «sconfiggere la povertà è un atto di giustizia, per questo dobbiamo lavorare insieme per garantire il cibo a tutti. La mancanza di equità porta al paradosso di 815 milioni di affamati da un lato, e uno spreco alimentare pari al 33 per cento del cibo prodotto globalmente dall’altro.

Richiamo per questo il pensiero di Papa Francesco, che disse:

’Vorrei che ognuno percepisca la presenza dei volti delle donne e degli uomini che hanno fame’

La fame non è un dato statistico- ha proseguito il ministro – ma è fatta di storie: i migranti non sono un gruppo indistinto ma una somma di vite e di storie». Quindi la conclusione: «Tale situazione conferisce un compito, una responsabilità a tutti noi per combattere le disuguaglianze. Anche noi dobbiamo essere fino in fondo Barikamà, ‘resistenti’».

mai più la pena di morte

papa Francesco

la pena di morte “frutto di mentalità più legalistica che cristiana”

il Papa partecipa alla Commemorazione dei XXV del Catechismo della Chiesa Cattolica

Venticinque anni da celebrare quelli della stesura del Catechismo della Chiesa cattolica e della firma della Costituzione Apostolica Fidei Depositum da parte di san Giovanni Paolo II.

Il Papa li ha celebrati con un riflessione proposta ai partecipanti ad un convegno promosso dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione

Papa Francesco ha ricordato che

“San Giovanni XXIII aveva desiderato e voluto il Concilio non in prima istanza per condannare gli errori, ma soprattutto per permettere che la Chiesa giungesse finalmente a presentare con un linguaggio rinnovato la bellezza della sua fede in Gesù Cristo”.

Da qui due parole “custodire” e “proseguire” che sono state la base del discorso del Papa.

Il Catechismo del 1992 “intende avvicinare i nostri contemporanei, con le loro nuove e diverse problematiche, alla Chiesa, impegnata a presentare la fede come la risposta significativa per l’esistenza umana in questo particolare momento storico. Non è sufficiente, quindi, trovare un linguaggio nuovo per dire la fede di sempre; è necessario e urgente che, dinanzi alle nuove sfide e prospettive che si aprono per l’umanità, la Chiesa possa esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce. E’ quel tesoro di “cose antiche e nuove” di cui parlava Gesù, quando invitava i suoi discepoli a insegnare il nuovo da lui portato senza tralasciare l’antico”.

Conoscere Dio non è

“un esercizio teorico della ragione umana, ma un desiderio inestinguibile impresso nel cuore di ogni persona” e quindi il catechismo “si pone alla luce dell’amore come un’esperienza di conoscenza, di fiducia e di abbandono al mistero”.

Il tema che il Papa affronta direttamente è quello della pena di morte, già ampiamente dibattuto all’epoca della pubblicazione del Catechismo.

“Problematica – dice il Papa che- non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi Pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana. Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. E’ in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante”.

Il Papa afferma:

“Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo. Tuttavia, rimanere oggi neutrali dinanzi alle nuove esigenze per la riaffermazione della dignità personale, ci renderebbe più colpevoli”.

E aggiunge con forza:

“E’ necessario ribadire pertanto che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”.

Per il Papa la

“Tradizione è una realtà viva e solo una visione parziale può pensare al “deposito della fede” come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare”. 

Non si tratta di un cambiamento di dottrina quindi, ma

“non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo”.

Il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, che ha la competenza del Catechismo della Chiesa Cattolica, ha organizzato  un incontro con la partecipazione di Cardinali, Vescovi, ambasciatori, teologi, rettori e professori, esperti di catechesi, catechisti e catechiste, parroci, sacerdoti, religiosi e seminaristi, così da garantire una rappresentanza eterogenea del panorama verso cui il CCC si rivolge e dal quale allo stesso tempo trae la sua linfa vitale.  Nell’atrio dell’Aula Paolo VI, è stata allestita una mostra dei volumi del Catechismo e del suo compendio nelle diverse lingue in cui sono stati tradotti e diffusi nel mondo

la grande pocrisia di troppi ‘cristiani’

MONITO ALL’OCCIDENTE

«dirsi cristiani e cacciare i rifugiati è pura ipocrisia»

 il papa riceve in udienza i Luterani in pellegrinaggio a Roma. E invita tutti a cercare una unità basata sulla misericordia, sulla carità, sull’aiuto ai più bisognosi. Poi, rispondendo a una domanda, graffia certi atteggiamenti che di religioso hanno solo la facciata, ma sono lontani dal Vangelo…

«Il proselitismo è il veleno più forte contro il cammino ecumenico».

Papa Francesco ne aveva già parlato nel corso del suo viaggio in Georgia affrontando il tema dei rapporti tra cattolici e ortodossi. E ripete quasi le stesse frasi anche ricevendo in udienza il pellegrinaggio dei luterani. In attesa di incontrarli in Svezia, a  fine mese, dove parteciperà alle celebrazioni per i 500 anni della riforma, Bergoglio invita tutti a cercare quello che ci unisce e non quello che ci divide, a lasciare a teologi ed esperti il dialogo su questioni dottrinali e a vivere, intanto, da fratelli nella prassi concreta della carità e della condivisione. Sapendo che «è la misericordia di Dio ciò che ci unisce».  Il Papa ringrazia per il cammino fatto, «perché oggi, luterani e cattolici, stiamo camminando sulla via che va dal conflitto alla comunione. Abbiamo percorso insieme già un importante tratto di strada. Lungo il cammino proviamo sentimenti contrastanti: dolore per la divisione che ancora esiste tra noi, ma anche gioia per la fraternità già ritrovata. La vostra presenza così numerosa ed entusiasta è un segno evidente di questa fraternità, e ci riempie della speranza che possa continuare a crescere la reciproca comprensione».

Ripete, come già aveva fatto nella messa a Santa Marta, l’identikit del cristiano che è scelto, perdonato e che è in cammino. E chiama protestanti e cattolici a sentire che, come dice l’Apostolo Paolo «in virtù del nostro battesimo, tutti formiamo l’unico Corpo di Cristo».

Rispondendo alle domande dei presenti che chiedevano cosa non piace al Papa dei luterani e quali siano secondo lui i più grandi riformatori Bergoglio ha chiarito che «non mi piacciono i luterani tiepidi come non mi piacciono i cattolici tiepidi» e che  «i più grandi riformatori della Chiesa sono i santi, cioè gli uomini e le donne che seguono la parola del Signore e la praticano. Questo riforma la Chiesa, Forse non sono teologi, forse non hanno studiato, sono gente umile o sono grandi, questi che hanno l’anima bagnata, che sono pieni del Vangelo questi riformano la Chiesa».

E ancora ha ricordato che «non è lecito convincere della propria fede, bisogna dare testimonianza. La testimonianza inquieta il cuore e dall’inquietudine nasce la domanda e lo Spirito Santo agisce».

E «la testimonianza che il mondo si aspetta da noi è soprattutto quella di rendere visibile la misericordia che Dio ha nei nostri confronti attraverso il servizio ai più poveri, agli ammalati, a chi ha abbandonato la propria terra per cercare un futuro migliore per sé e per i propri cari. Dunque, l’unione delle due Chiese si riflette innanzitutto nella carità e nel mettersi a servizio dei più bisognosi». Il Papa ha incoraggiato i giovani a continuare «a cercare con insistenza occasioni per incontrarvi, conoscervi meglio, pregare insieme e offrire il vostro aiuto gli uni agli altri e a tutti coloro che sono nel bisogno. Così, liberi da ogni pregiudizio e fidandovi solo del Vangelo di Gesù Cristo, che annuncia la pace e la riconciliazione, sarete veri protagonisti di una nuova stagione di questo cammino, che, con l’aiuto di Dio, condurrà alla piena comunione».

Graffiando l’Occidente dei muri e delle muove frontiere, sempre più vittima della paura,  chiuso al prossimo, Jorge Mario Bergoglio ha detto tra l’altro:

 «La malattia o, possiamo dire, il peccato che Gesù condanna di più è l’ipocrisia. E’ un atteggiamento ipocrita dirsi cristiani e cacciare via un rifugiato, uno che cerca aiuto, un’affamato, un assetato, cacciare via quello che ha bisogno del mio aiuto»

il migrante Gesù di Nazareth

Gesù era un migrante

un libro per riflettere sulla vita dei migranti in rapporto alla vita cristiana
michelangelo nasca

«Migranti e immigrati sono stati per me fonte di benedizione». Una rivelazione, questa, che nell’attuale momento storico, potrebbe apparire persino blasfema, oltre che politicamente scomoda. Tuttavia, Deirdre Cornell – autrice di «Gesù era un migrante», recentemente pubblicato dal Messaggero di Padova – ne va invece molto fiera, ricordando gli anni di volontariato trascorsi in Messico insieme al marito, grata per aver «beneficiato immensamente di queste relazioni, […] per ciò che mi hanno dato e insegnato».

Il libro della Cornell – che da decenni assiste lavoratori migranti nel nord dello stato di New York, dove vive con il marito Kenny e cinque figli – si propone come principale obiettivo quello di attualizzare i racconti evangelici sul significato profondo e universale della migrazione. «Ancor prima dell’inizio di una memoria storica – scrive l’autrice – già il libro della Genesi è segnato dalle migrazioni». Nella cacciata di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, infatti, i nostri primi progenitori sono costretti all’esilio; «L’immagine della migrazione come simbolo del cammino spirituale prosegue nella figura di Abramo», tra i primi episodi destinati a crescere nei millenni di storia sacra, fino alla fuga in Egitto che fa di Gesù il primo migrante dell’era cristiana. 

Con una forma narrativa semplice e accessibile a tutti, il testo edito dal Messaggero di Padova attraversa sinteticamente l’itinerario migratorio presentato nell’Antico e nel Nuovo Testamento; grazie anche alle competenze messe a frutto dall’autrice, capace di coniugare esperienze personali, teologia e spiritualità cristiana, e riflettere sulla vita dei migranti in rapporto alla vita cristiana, e su come le tribolazioni che accompagnano il viaggio dei migranti possano anche essere fonte di benedizione, per loro stessi e per la società che li accoglie.  

I racconti e le riflessioni tratte dai Vangeli s’intrecciano con i racconti di vita vissuta dell’autrice: storie di un’umanità in fuga e alla ricerca di stabilità incontrate e accolte in seno alla propria famiglia. «La trama più fondamentale della Sacra Scrittura – precisa Deirdre Cornell – la storia della salvezza, si dipana attraverso storie di migrazione. Con tutti i suoi disagi e le sue tribolazioni, la mobilità umana funge da paradigma della fede religiosa. I cristiani credono in un Salvatore che durante la sua vita terrena ha incarnato la migrazione – e che come Signore risorto continua ad attraversare frontiere. Nella migrazione, tutti noi possiamo trovare una fonte di benedizione».

Fermamente convinta che è possibile rinnovare la propria fede, meditando sulla vita e la missione di Gesù in relazione alla migrazione, Deirdre Cornell ritiene con decisa fermezza che «a differenza delle nostre politiche, i nostri cuori possono elevarsi, purificarsi. I nostri confini possono non aprirsi… ma i nostri cuori sì. Il nostro paese continua a ricevere nuovi cittadini. Le nostre città, paesi, quartieri accolgono nuovi abitanti. Le nostre chiese e le altre comunità religiose fungono da case spirituali. Anche noi possiamo “migrare”, avvicinandoci alla visione evangelica di giustizia e pace». 

Il nostro mondo è pieno di migranti e rifugiati le cui storie drammatiche non possono essere ignorate. Questo libro su spiritualità e migrazione – lo intuisce bene l’autrice – descrive di fatto un cammino di fede, e suggerisce «passi verso Cristo presente nello straniero».

 

Deirdre Cornell, «Gesù era un migrante», Messaggero di Padova 2017, pp. 208.

la marcia delle trentamila in Israele per la pace

Israele

trentamila musulmane, ebree, cristiane, laiche…

in marcia per la pace

«Nei nostri incontri a volte ci abbracciamo e piangiamo di commozione le une sulle spalle delle altre, senza bisogno di dirci nulla. Molte di noi hanno infatti perso un figlio, un marito, un familiare. Ogni famiglia israeliana e palestinese ha almeno un morto fra i propri cari, perso a causa del conflitto. I media ci hanno abituato alle liste numeriche di morti. Ma quando ascolti le testimonianze dal vivo di chi invece ha perso un affetto, ti rendi conto che i morti non sono “numeri anonimi”, e che dietro ogni morto c’è tutto un mondo di sofferenza, di famiglie spezzate».

Ha raccontato così la scrittrice di religione ebraica Shazarahel RI, referente del Movimento World Wage Peace, “Donne costruttrici di pace”, vicepresidente della Confederazione internazionale laica interreligiosa (Cili-Italia) e coordinatrice del Dipartimento Donne di Uniti per Unire, le emozioni che hanno accompagnato la marcia per la pace organizzata in Israele, dal 24 settembre al 10 ottobre 2017.

Trentamila musulmane, ebree, cristiane, laiche, di colori politici diversi, hanno camminato fianco a fianco, percorrendo quattro rotte – sud, nord, ovest, est – fino a convergere tutte a Gerusalemme; con loro anche uomini, bambini, laici, religiosi. La mattina del 24 settembre a Sderot – città del distretto meridionale di Israele, ad un chilometro da Gaza, spesso bersaglio degli attacchi dei razzi Qassam provenienti dalla Striscia -, e la sera presso il kibbutz Tze’elim, situato nel deserto del Negev, in passato utilizzato come base militare, è stato dato il via alla manifestazione con la cerimonia inaugurale.

L’itinerario ha attraversato città e località quali Kissufim, Zeelim, Yeruham, Rahat, Beer Sheva, Arad, Gush Etzion, Dimona, Nazareth, Jaffa. L’8 ottobre il corteo si è fermato nel villaggio di pace di Agar e Sara, costruito nella pianura accanto al Mar Morto, dove sono stati organizzati gruppi di discussione, mostre, eventi musicali. Quindi, dopo essersi riunite a Gerusalemme, le donne sono state accolte da Adir Bat Shalom, figlia del grande rabbino sefardita Rav Ovadia Yossef z’al, che è intervenuto sui temi della pace. Il 9 e 10 ottobre le donne hanno costruito una grande “capanna della pace” (Sukkàt Shalom – كوخ السلام) e il 10 ottobre hanno inaugurato un Parlamento femminile. Tutta l’iniziativa, organizzata in collaborazione con Uniti per Unire e la Confederazione internazionale laica interreligiosa (Cili-Italia), è stata accompagnata da un Manifesto congiunto per israeliani e palestinesi, co-firmato da tante delle donne in marcia, che sarà presentato alla Knesset, il parlamento israeliano. «Vogliamo alzare la nostra voce per arrivare ad un accordo politico per una soluzione del conflitto israelo-palestinese, che garantirà la sicurezza a lungo termine – ha spiegato Shazarahel RI -. È possibile. Sono state già trovate soluzioni per risolvere altri conflitti in altre parti del mondo. Allo stesso modo anche il lungo conflitto che stiamo vivendo può e deve essere risolto».

«Queste donne hanno coinvolto trasversalmente diverse realtà in Terra Santa, con grande volontà e impegno per concretizzare una proposta di pace vera e duratura, facendo cadere il muro della paura, della diffidenza, del silenzio e delle false illusioni. Trentamila grazie a tutte quante hanno marciato per la pace e stanno così scrivendo una nuova pagina della storia del dialogo in Medio Oriente», ha concluso Foad Aodi, fondatore di Cili-Italia e del Movimento Uniti per Unire.

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