il commento al vangelo della domenica

l’attesa come arte

il commento di E. Bianchi al vangelo della prima domenica di Avvento, anno A

Mt 24,37-44
 

³⁷In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. ³⁸Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, ³⁹e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. ⁴⁰Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. ⁴¹Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. ⁴²Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. ⁴³Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. ⁴⁴Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”.

Di fronte a questo vangelo la comunità cristiana prova sentimenti di imbarazzo: esita a essere convinta che il Signore viene nella gloria, non pensa che ci sia veramente una fine del tempo e non ha più nel cuore il desiderio bruciante di vedere il Signore. Eppure basterebbe essere più attenti nel leggere la vita che trascorre, la propria e quella degli altri accanto a noi, per renderci conto come ogni giorno, se non siamo distratti, inesorabilmente siamo ricondotti all’evento che ci attende: l’incontro con il Signore.

Inizia un nuovo anno liturgico nel quale, domenica dopo domenica, ascolteremo il vangelo secondo Matteo. Ma inizio e fine di un anno liturgico possono solo mettere davanti a noi ciò che sta sempre nel nostro futuro: la venuta del Figlio dell’uomo, il nostro incontro con lui. Il nostro Dio è il Signore “che è e che viene” (Ap 4,8), perché è già venuto nella carne fragile e mortale di Gesù, il figlio di Maria morto e risorto, viene in ogni ora nella vita del discepolo per attirarlo a sé, verrà nell’ora dell’esodo di ciascuno di noi da questo mondo, alla fine dei tempi, per introdurci tutti e definitivamente nel suo Regno di pace e di vita piena. Gesù è “il Veniente” (ho erchómenos: Ap 1,4.8; 4,8), e il suo giorno, “il giorno del Signore” (jom ’Adonaj, kyriakè heméra), sarà la parousía, la manifestazione ultima e definitiva.  

Nel brano evangelico odierno ascoltiamo parole di Gesù dette non alle folle ma in disparte, solo ai discepoli (cf. Mt 24,3), al “piccolo gregge” (Lc 12,32), nelle ore che precedono la sua fine, attraverso l’arresto, la condanna e la morte. Sul monte degli Ulivi, a est di Gerusalemme, dove si contempla la città santa e il tempio nel suo splendore, Gesù avverte: “Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo conosce, è un termine fissato alla storia che solo Dio conosce” (cf. Mt 24,36). Per questa ignoranza da parte degli umani, quando ci sarà la parousía, la venuta del Figlio dell’uomo, regneranno l’indifferenza, la distrazione, il non sapere. Gesù dice queste parole con tristezza, ma sa che per l’umanità è sempre come ai tempi di Noè, quando venne la grande inondazione e colse l’umanità impreparata.  

Nel libro della Genesi (cf. Gen 6,5-9,17), il diluvio universale è presentato come castigo di Dio su un’umanità da lui creata ma diventata malvagia, violenta. Decodificando quel testo, possiamo comprendere che, allora come oggi, a volte sembra prevalere su tutto la violenza, l’immoralità, la perdita della dignità umana e della fraternità. In questo caso emerge con evidenza che le scelte di uomini e donne sono mortifere, che il comportamento umano sfigura la terra in un modo devastante, ben rappresentato dalle acque del diluvio o dal deserto che avanza. E di fronte a eventi che fanno prendere coscienza della nostra responsabilità, si manifesta come gli umani siano stati fino all’ultimo distratti, incapaci di capire ciò che stavano preparando con il loro comportamento. 

Gesù non dice che la generazione nella quale avverrà “il giorno del Signore” sarà immorale o particolarmente perversa, ma ne denuncia solo l’indifferenza. Sono uomini e donne che vivono: nascono, crescono, si innamorano, si sposano, mangiano e bevono… Sì, vivono, e su questo loro vivere Gesù non pronuncia condanne, proponendo loro un programma ascetico. Denuncia solo la “non conoscenza” (ouk égnosan), il non essere pronti, l’essere indifferenti a ciò che invece va cercato prima di tutto ed è essenziale a una vita veramente umana, che risponda alla volontà e alla vocazione del Creatore.  

Dunque nessun castigo da parte di Dio, ma semplicemente la manifestazione della situazione in cui si trova l’umanità di fronte alla presenza e alla venuta del Figlio dell’uomo. Purtroppo noi oscilliamo tra febbre apocalittica con predizioni catastrofiche e indifferenza verso questo evento che, tardando così tanto, pensiamo non ci debba tormentare. Ma questo evento non può essere da noi rimandato alla fine della storia, quasi pensando che non ci riguardi, perché in realtà nell’esodo di ciascuno di noi, nel passaggio da questo mondo all’al di là della morte, saremo messi di fronte alla presenza del Figlio dell’uomo veniente nella gloria. Accadrà dunque che tutto si consumerà quando impareremo dagli eventi che la morte arriva per gli uni prima che per gli altri, sicché chi è con noi al lavoro può essere preso e noi lasciati in vita, o viceversa. Non c’è la stessa ora per tutti, non c’è la stessa occasione per tutti, ma per tutti c’è una fine! Anche questo dovrebbe essere di insegnamento, quasi profezia del giudizio di Dio, quando avverrà una separazione tra quelli che entreranno nel Regno, perché esercitati nella comunione con gli altri, e quelli che non potranno entrare, perché non hanno voluto conoscere la comunione con gli altri ma si sono nutriti di philautía, di amore egoistico di sé. Come nelle sette lettere alle chiese dell’Apocalisse (cf. Ap 2-3), il Signore viene e la sua venuta è giudizio in ogni istante!  

Occorre dunque essere a conoscenza del piano di salvezza di Dio, occorre vegliare e tenersi pronti. Come un padrone di casa che sa che il ladro verrà nella notte: che cosa farà? Veglierà, starà sveglio e in attesa, in modo da non lasciare che la sua casa venga scassinata. Ecco la postura del discepolo: sa che il Figlio dell’uomo viene, anche se non conosce l’ora della sua venuta, e forte di questa consapevolezza vive nella vigilanza, nell’attesa. Non si lascia andare, non si distrae, ma pur vivendo umanamente bene, continua a vigilare per aprire prontamente al Signore quando arriverà; verrà sorprendendoci, ma, proprio perché atteso, sarà anche accolto prontamente e con grande gioia.  

In ogni caso, di fronte a questo vangelo – dobbiamo confessarlo – la comunità cristiana prova sentimenti di imbarazzo: esita a essere convinta che il Signore viene nella gloria, non pensa che ci sia veramente una fine del tempo e non ha più nel cuore il desiderio bruciante di vedere il Signore. Come diceva Ignazio Silone: “I cristiani dicono di attendere il Signore, e lo aspettano come si aspetta il tram!”. Eppure basterebbe essere più attenti nel leggere la vita che trascorre, la propria e quella degli altri accanto a noi, per renderci conto come ogni giorno, se non siamo distratti, inesorabilmente siamo ricondotti all’evento che ci attende: l’incontro con il Signore. Siamo ricondotti a comprendere che noi, pur vagabondi e mendicanti sulla terra per un pugno di anni – “settanta, ottanta se ci sono le forze” (Sal 90,10) –, in quel giorno avremo bisogno solo della misericordia del Signore.

le bugie sulle o.n.g. … hanno le gambe corte

le sei bugie sulle Ong


di Luigi Manconi
in “La Stampa” del 22 novembre 2022


C’è da credere che nella diffusa ostilità verso le Ong del soccorso in mare non vi sia solo una legittima critica politica. Si intuisce qualcosa di diverso e di più profondo. Ovvero quella irresistibile pulsione propria dell’animo umano di sporcare ciò che appare limpido, troppo limpido, e di deturpare quanto risulta immacolato. È una tendenza antica: sempre, di fronte allo spettacolo della virtù, emerge la voglia di oltraggiarla e di sfregiarne l’immagine per ricondurla alle proprie anguste proporzioni. Se anche lui è corrotto, se tutti sono corrotti, la mia propria corruzione può essere più agevolmente ridimensionata e resa ordinaria. È il meccanismo che legittima la filosofia del condono costituendone l’architettura politica e morale.
Nel tempo in cui il sovranismo è la misura dell’identità degli Stati nazionali, ma anche il principale sentimento delle relazioni sociali, che fonda le solidarietà piccole e corte, un messaggio come quello delle Ong del soccorso in mare suona davvero come eretico. In quanto basato sull’idea e sulla pratica della reciprocità: io salvo te perché so che qualora la mia vita fosse a repentaglio, tu salverai me. È il fondamento stesso del legame sociale, quello che segna il passaggio da individui isolati a comunità integrate.
L’affermazione di questa elementare verità – che è principio costitutivo della civiltà umana – echeggia come una sfida intollerabile per tutti i sovranismi individuali e nazionali; e produce, come reazione, quella livida tentazione di sfigurare tutto ciò che appare indirizzato verso l’incontro con l’altro. Questa inclinazione si affida a un sistema di menzogne, sintetizzabili come segue.


1) «Le Ong sono un fattore di attrazione (pull-factor) che incentiva l’arrivo di migranti e profughi».
È un’affermazione smentita da un dato storico e da uno congiunturale. È incontestabile che la percentuale delle persone sbarcate sulle nostre coste, nel corso del 2021 e del 2022, grazie alle imbarcazioni delle Ong, oscilla tra il 10 e il 15 percento del totale. La gran parte arriva in Italia grazie alle motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza o con propri mezzi di piccole dimensioni. In particolare, nelle ultime tre settimane – in assenza delle navi delle Ong – gli arrivi sono stati il doppio rispetto al corrispettivo periodo dell’anno precedente. Ne è una conferma quanto dichiarato al Manifesto da un portavoce di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, tradizionalmente ostile verso le Ong, secondo il quale queste ultime sarebbero solo uno dei «molti fattori di spinta e attrazione».


2) «Le Ong operano in accordo con i trafficanti di esseri umani».
È, va da sé, la più velenosa delle accuse, ripetuta dagli esponenti del governo e dai loro trombettieri. La verità dei fatti dice l’esatto contrario: dal 2015 a oggi non c’è stata alcuna condanna, nemmeno in primo grado, relativa a complicità tra appartenenti a Ong e scafisti. Per scrupolo ricordo che una indagine della Procura di Trapani, relativa a fatti avvenuti nel 2016, accusa alcune Ong di favoreggiamento dell’ingresso illegale sulla base di intercettazioni ambientali e di affermazioni di agenti sotto copertura. Un solo episodio, tutto da dimostrare, in oltre sette anni di attività.


3) «Le Ong non salvano naufraghi ma traghettano migranti».
Le convenzioni in materia di naufragio e di soccorso, recepite dal nostro Codice della navigazione, prescrivono che chiunque si trovi in stato di pericolo in mare ha il diritto di essere salvato. E non si fa alcuna differenza tra chi «provenga da uno yacht in avaria davanti a Posillipo, da una imbarcazione monoposto per regate nell’Atlantico o da una carretta del mare partita dalla Libia»
(Valigia Blu). E l’opera di salvataggio trova la sua conclusione solo con lo sbarco sulla terra ferma più prossima.

4) «Le navi delle Ong battenti bandiera straniera devono portare i naufraghi nei porti dei rispettivi paesi».
Non è affatto così. Secondo le Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare, elaborate dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), il comandante della nave che ha prestato soccorso ha la piena responsabilità di trarre in salvo i naufraghi, mentre spetta agli Stati delle aree di soccorso interessate coordinarsi per individuare un porto sicuro dove liberare quanto prima la nave dai suoi obblighi. Non esiste al proposito alcuna differenza tra navi Ong e navi mercantili. Dunque, i requisiti della prossimità e della rapidità sono determinanti.


5) «Non possono essere gli scafisti a selezionare gli arrivi in Italia».
Certo, ma non può essere una autorità italiana a respingere i profughi in base a un giudizio
preventivo e generalizzato. Dunque, la decisione su chi può entrare e chi non può entrare deve essere assunta da organismi istituiti a tale scopo, previsti e regolamentati dalla legge: non quindi attraverso «ordini del governo relativi a gruppi di persone costretti per lunghi giorni a bordo delle navi, le cui origini e condizioni sono sconosciute alle autorità» (Vladimiro Zagrebelsky).


6) «Le Ong salvano i migranti privilegiati».
È l’indecente imputazione indirizzata alle Ong dall’autorevole direttore di un autorevole giornale di destra. I «migranti privilegiati» sarebbero quelli in grado di pagare migliaia di euro per ottenere la possibilità di tentare la via del Mediterraneo. Con ciò si vorrebbe ignorare che dietro quelle migliaia di euro c’è la sofferenza di individui e famiglie che, per anni, hanno messo da parte denari da investire in quell’ultima chance di salvezza che è la traversata. E che arrivano a quella tappa estrema dopo un percorso fatto di violenza e prigionia, di persecuzioni e torture.


Se non si riesce non dico a vedere, ma a immaginare tutto ciò, è fatale che le Ong rappresentino un fattore di turbamento per le nostre false coscienze; e che deturparne l’immagine costituisca una sorta di rivalsa per la vergogna – che è responsabilità di tutti, sia chiaro – di quelle migliaia di morti nelle acque del Mediterraneo.

a proposito dei campionati mondiali di calcio in Qatar

la brutta figura dei Mondiali in Qatar e della Fifa

il coraggio degli iraniani


di Stefano Scacchi
il pallone non meritava di vivere tutto questo. L’inizio della competizione ha confermato i timori di chi fin dall’inizio è stato critico verso l’assegnazione a questo Paese: scelta elitaria
Iniziano i campionati mondiali di calcio in Qatar

Il calcio non meritava di vivere tutto questo. L’inizio del Mondiale ha confermato i timori di chi fin dall’inizio è stato critico verso l’assegnazione al Qatar. È bastato vedere la scenografia della tribuna d’onore dello stadio Al Bayt, teatro domenica della partita inaugurale tra i padroni di casa e l’Ecuador, per avere una plastica conferma della natura elitaria di questa edizione: i vertici della famiglia Al Thani assisi su poltrone con tavolinetto a fianco. Ogni emiro su un piccolo trono, col posto più prestigioso riservato a chi ha reso possibile tutto questo accettando la candidatura del Qatar: il presidente della Fifa, Gianni Infantino, che ha entusiasticamente portato avanti l’idea del predecessore Joseph Blatter, adesso pentito ampiamente fuori tempo massimo.

Ogni tribuna d’onore è chiaramente più sfarzosa degli altri settori. Ma raramente si era visto qualcosa di così smaccato in uno stadio. D’altronde non era mai successo che una ricchissima oligarchia, a capo di uno Stato di appena 2,9 milioni di abitanti, riuscisse a conquistarsi il diritto di ospitare la manifestazione sportiva più seguita di tutte, insieme alle Olimpiadi estive, pur non avendo alcuna tradizione nel calcio.

Lo ha dimostrato in modo grottesco quello che è successo nel corso della stessa partita tra Qatar ed Ecuador: lo svuotamento dello stadio, ben prima del 90°, di fronte al risultato deludente dei padroni di casa. La gara inaugurale di un Mondiale trattata dal pubblico alla stregua di una partita di seconda fascia di un campionato nazionale.

Questa sconfitta certifica anche il fallimento dell’approccio della Federazione qatariota che ha mandato in ritiro i giocatori della Nazionale da giugno, facendo saltare loro gli ultimi tre mesi di campionato, col risultato di tenerli senza impegni ufficiali per metà anno.

Sono lontani i tempi della lungimirante assegnazione della Fifa al Sud Africa, segno di apertura del calcio globale al continente nero. Un effetto nostalgia amplificato dalla presenza di Morgan Freeman nel ruolo di stella della cerimonia inaugurale allo stadio Al Bayt. Il grande attore aveva interpretato Nelson Mandela nel film Invictus, magnifico racconto della tenacia di Mandela nel volere i Mondiali di rugby del 1995 in Sud Africa per favorire la pacificazione nazionale del Paese appena uscito dall’apartheid sfruttando anche la formidabile forza dello sport. Mai contrasto avrebbe potuto essere più forte. Da un lato, il ricordo di Madiba (il più formidabile e visionario leader politico dell’ultimo mezzo secolo) che se ne è andato tre anni dopo i Mondiali di calcio in Sud Africa: emblema vero di come la politica possa usare lo sport per migliorare il mondo. Dall’altro, questa baracconata realizzata con i miliardi del gas che sgorga nel deserto intorno a Doha per esaudire il desiderio dell’oligarchia locale di regalarsi un’esibizione di potere planetario grazie al pallone.

Ieri è successo ancora di peggio quando la Fifa ha vietato ai capitani di Inghilterra, Galles, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svizzera di indossare la fascia arcobaleno nell’ambito della campagna “One Love” per sensibilizzare sui diritti della comunità gay, non rispettati in Qatar. Le Nazionali hanno rinunciato sotto la minaccia di ammonizione ed espulsione dei capitani che avessero indossato la fascia (quindi più delle multe messe in conto).

L’Inghilterra si è comunque inginocchiata come fa sempre contro il razzismo prima della partita vinta 6-2 con l’Iran. Commovente l’atteggiamento coraggioso dei calciatori iraniani che non hanno cantato l’inno per solidarietà verso i loro connazionali impegnati nelle proteste contro il regime degli ayatollah, represse nel sangue. Un gesto che segue le straordinarie parole del capitano Ehsan Haisafi a sostegno dei manifestanti.

«La Fifa sostiene tutte le cause legittime, come “One Love” – spiega una nota ufficiale – ma nel quadro delle regole note a tutti. Nelle fasi finali il capitano di ciascuna squadra deve indossare la fascia fornita dalla Fifa». Le Federazione delle sette Nazionali hanno reagito con una nota congiunta: «La decisione della Fifa è senza precedenti, siamo delusi e frustrati. Eravamo pronti a pagare le multe, ma non possiamo esporre i nostri capitani al rischio delle sanzioni sportive. Avevamo informato a settembre la Fifa del nostro desiderio di usare questa fascia. Non abbiamo avuto risposta».

Così come non ha ancora avuto risposta l’appello di Amnesty International alla Fifa per un risarcimento di 440 milioni di dollari da destinare alle famiglie delle vittime degli operai morti durante la costruzione degli stadi del Mondiale. Una richiesta che Infantino ha dribblato con acrobazie dialettiche alla vigilia della cerimonia inaugurale, quando ha attaccato l’Europa per la sua posizione sui diritti umani, giudicata selettiva e auto-assolutoria.

Il presidente della Fifa avrebbe potuto prendersela con il doppio binario etico che nel recente passato ha alimentato meno polemiche sulla scelta del Cio di assegnare le Olimpiadi estive 2008 e invernali 2020 alla Cina, dove impera una dittatura spietata. Ma ha preferito prendersela con l’Europa.

Anche la Lega Serie A critica le parole di Infantino: «La lezione di moralità fatta da certi posti suona stonata. Questo è il Mondiale più discusso di sempre. Come siano stati assegnati è sotto gli occhi di tutti. Queste riflessioni ci porteranno a prendere decisioni diverse in futuro», ha detto a Gr Parlamento l’ad Luigi De Siervo che sottolinea la cornice ambientale non degna di un Mondiale: «Gli spettatori sono molto pochi. Sono stati assoldati anche falsi tifosi. Tutto è molto rarefatto».

È stata buona l’audience della cerimonia d’apertura in Italia: 30,1% di share (quasi il 10% in più rispetto a Russia 2018). Si è fermata al 20% l’amichevole Austria-Italia, persa dagli azzurri che così hanno vanificato l’effetto dei tifosi italiani quasi sollevati nel pomeriggio dal non prendere parte a un Mondiale così. Da ieri, primo giorno feriale di partite, è più difficile per gli studenti seguire la prima fase in tv. Alle 14 chi frequenta il tempo pieno è ancora a scuola. Alle 17 bisogna fare i compiti e studiare. Così viene tagliata fuori una generazione di giovani, i primi a cui pensare nell’ottica futura di ogni sport. Inevitabile conseguenza del primo Mondiale giocato in autunno, a scuole aperte, non durante le vacanze estive. Ma nessuna obiezione è stata in grado di fermare questo trasloco forzato del calcio nel deserto, a uso e consumo degli emiri.

due femministe di fronte al vangelo

 

 

 “il Vangelo è femminista”

colloquio con Rosy Bindi e Michela Murgia

a cura di Giulia Santerini
in “la Repubblica” del 17 novembre 2022

Capita in una mattina di sole di novembre di sedersi a un tavolino su una terrazza di Roma e scoprire che Dio è“queer” e che il salario minimo era già nel Vangelo. Solo due delle cose che ci hanno spiegato Michela Murgia e Rosy Bindi. In comune hanno parecchio: la fede in Gesù e la militanza in Azione Cattolica.
«Quella di Moro, Scalfaro e Prodi», dicono quasi in coro.

Murgia ha studiato teologia e insegnato religione. Bindi, Scienze Politiche, assistente di Bachelet, era con lui il giorno il cui le Br lo uccisero («Lì ho capito che mi avevano dato la vita una seconda volta e dovevo farne buon uso»).

Deluse del Pd e preoccupate dai fascismi di oggi.
Con un’idea di Trinità, ma anche di famiglia, molto molto inclusiva.
L’occasione nasce dal dialogo sul nuovo saggio di Murgia God Save The Queer (Einaudi).

Ma Dio è queer o salverà le persone queer, quelle che non accettano di definirsi in modo
univoco?

Michela Murgia : Dio è queer e di conseguenza salverà il queer, perché le etichette limitano
l’anima. È legittimo secondo la visione cattolica? Io credo di sì.
Rosy Bindi : Penso che Dio sia Dio, non ha bisogno di essere definito con forme antropomorfe. E penso che salvi tutte e tutti.

Il sottotitolo dell’opera è: “Catechismo femminista”. Può esserlo?

RB :Un catechismo è femminista se ci spiega Dio che accoglie tutte e tutti.
MM :Vangelo e femminismo hanno delle istanze di liberazione che si incontrano, ma perché il Vangelo riveli aspetti femministi, devono essere le donne che sperimentano la discriminazione a leggerlo.
RB :Mi ha sempre appassionato leggere il Vangelo attraverso l’incontro di Gesù con le donne che ci rivela un Dio assolutamente originale attraverso la misericordia, il perdono, l’accoglienza dell’altro, di chi era escluso. Pensiamo all’incontro con la samaritana e la Maddalena: Gesù si lascia amare da chi veniva definita una prostituta. Rivoluzionario allora come oggi.

C’è una “cosa di religione” che vi divide?

MM :Forse l’aborto. Le mie posizioni sono più radicali di quelle della 194, che rivedrei per garantire di più la scelta della donna.
RB :Ma questa non è una cosa di religione. È una cosa di morale. La Chiesa lo vieta.
RB :La Chiesa lo vieta ma la Chiesa perdona. C’è stato un periodo nel quale è apparsa più maestra che madre. Vorrei una Chiesa misericordiosa sempre, fuori e dentro il confessionale.

E da cattoliche come vedete matrimonio egualitario, adozione per le coppie gay, gestazione per altri, testamento biologico, ricerca sugli embrioni?

RB :Sono contraria all’uso di questi temi nella battaglia politica, il bipolarismo etico è grave in democrazia, c’è bisogno di ascolto e pluralismo. Con i Dico nel 2007 ho fatto da apripista anche se non sono arrivata alla meta, in tanti si sono messi di traverso da ambo i lati. Quando su queste materie interviene la politica deve farlo in modo mite, offrendo un quadro in cui ciascuno si senta rispettato. Tuttavia la vera sfida eticadell’uomo moderno è il senso del limite: non tutto ciò che è possibile fare può essere giusto.
MM : Io vorrei una politica che su certi temi dice “scegli tu”. In lockdown la mia famiglia era lontana e avrei voluto amici molto cari vicini. Lo stesso quando sono finita in rianimazione.
RB :I Dico prevedevano questi legami parentali e tra conviventi anche senza rapporti sessuali, ma che si prendono cura l’uno dell’altro.
MM : E poi rifiuto gli approcci che mettono al bando senza discutere, per esempio sulla gestazione per altri. C’è libertà possibile in chi la pratica? Vediamo di volta in volta, ma senza preclusioni.

Del libro di Murgia Bindi cosa condivide?

RB :Mi sono riconosciuta molto nel capitolo dedicato allaTrinità di Rublëv. Non gerarchica ma comunitaria, che ci abbraccia tutti. Anche l’arte più ispirata in Occidente non riesce a trasmettere la verità che ci consegna questa icona: un Dio che accoglie.
Papa Paolo VI scrisse che la politica è una forma di carità verso la comunità. Cosa
viaccomuna e cosa vi divide in politica?
MM : Ci accomuna la lettura che Rosy ha dato sulla situazione del Pd: irrecuperabile. O meglio: ci vorrebbero così tante energie per recuperarlo, che tanto vale spenderle per il Paese.

La fondatrice del Pd conferma?

RB :Ho detto che il Pd deve superarsi. Deve accettare di aprirsi a una realtà molto più ricca. In Italia c’è bisogno di una sinistra vera, plurale e di governo, ma che non rinunci ai propri valori perché deve governare. Ora la destra governa da destra. In modo chiaro, non si fa alcuna fatica a non condividere. Vorrei una sinistra che fa la sinistra e che non si fa alcuna fatica a condividere.

Cosa condividere a sinistra?

MM :Che non si fa morire la gente in mare. E poi la questione dei diritti: il Pd ha permesso che in questi anni venissero erosi diritti acquisiti o si è accordato al ribasso su quelli nascenti.
C’è chi dice l’opposto: la sinistra parla troppo di diritti civili e dimentica i lavoratori.
RB :Qualche battaglia peraltro non vinta ha coperto una certa afasia sui diritti sociali. Io non ho votato il Jobs Act, è incostituzionale cristallizzare la precarietà. È di sinistra la lotta alla povertà e la difesa di beni comuni come salute, istruzione, lavoro, ambiente.
MM :Sul lavoro la sinistra ha delle responsabilità. Il primo buco nella calza dei diritti lo fece il pacchetto Treu. Il Jobs Act resta una brutta legge, ma il processo di demolizione dei diritti dei lavoratori è cominciato molto prima.

Vedete nuovi fascismi?

RB :A Meloni rinnegare il fascismo di ieri non costa nulla, ma fa molta fatica a prendere le distanze dalle nuove pulsioni fasciste di oggi in Italia e in Europa.
MM :Il fascismo è sempre populista. Il tentativo di disintermediare il rapporto tra leader e popolo affascina anche certa sinistra, dimentica che in democrazia l’intermediazione impedisce al potere di agire senza controllo. Penso a Renzi che pretendeva di fare le conferenze stampa su Twitter. Ma è stato fascista anche mettere Minniti ministro a fermare i migranti nei lager libici, criminalizzando le navi umanitarie. Se il 15 novembre Meloni ha portato in tribunale Saviano è perché ci sono stati anni di delegittimazione delle voci critiche. Immaginiamo Macron che porta Houellebecq in tribunale?
RB:Anche per me non è accettabile l’uso del proprio potere politico contro il dissenso in qualunque sede soprattutto giudiziaria.

Tutto è politica o tutto è religione?

MM: Tutto è politica, anche la religione.
RB:La fede orienta tutta la mia vita ma nel rispetto delle realtà terrene, non si sostituisce mai alla mia libertà di scelta. Non siamo burattini nelle mani di Dio.
MM: E come la metti con persone che si dicono credenti e hanno una posizione opposta alla tua come Pillon, Fontana o Salvini che brandisce il rosario? Mi chiedo: ma condividiamo la stessa fede?
RB:Lo spieghi bene nel tuo libro, lo stesso concetto che avevo espresso io in Quel che è di Cesare: c’è differenza tra essere cristiani, essere credenti o aderire alla cristianità. L’uso improprio della religione come strumento di potere è il più grande tradimento del Vangelo.

Come si sta in politica da cattolici?

RB:Io non sono mai stata comunista, ma sono di sinistra.
Francesco dice che sta con i poveri non perché è comunista, ma perché segue il Vangelo. In politica si sta da cattolici adulti avendo cura della casa comune, della democrazia, praticando la giustizia e la pace.
MM: Ai fascisti abbiamo lasciato la patria, non vorrei lasciare anche la religione. Viviamo nel paradosso che nel mondo culturale è pieno di credenti imboscati, mentre al Papa si chiede di fare le veci della sinistra. In politica invece c’è la gara a dirsi credenti.
RB:In realtà c’è la gara a imprigionare il cristianesimo nella cultura occidentale.
MM: Lo chiamano cristianesimo, ma non lo è se poi predica l’islamofobia o la misoginia, insistendo su politiche di controllo del corpo ossessive. Sulle migrazioni il Papa dice l’opposto della destra. La dottrina sociale della Chiesa sui temi del lavoro è più radicale di quella della Cgil. Nella prassi quotidiana ti può capitare il presule che dice «votate chi difende la famiglia tradizionale». Ma questa non è dottrina della Chiesa.
RB:Nella dottrina sociale della Chiesa il lavoro è espressione della dignità umana. E c’è la giusta mercede, di cui parla il Vangelo. Ci sono la lotta alle diseguaglianze e l’accoglienza dello straniero, la condanna della corruzione e l’elogio della solidarietà. Contenuti che dovrebbero far parte della formazione ordinaria della comunità cristiana.

La vostra citazione evangelica preferita?

MM: Al diavolo che tenta Gesù nel deserto chiedendogli di buttarsi perché «è scritto» che sarà salvato dagli angeli, lui risponde: «Sta scritto anche “non tentare il Signore Dio tuo”». Mi piace «sta scritto anche», è un antidoto all’integralismo e ricorda che persino la Bibbia si può usare diabolicamente.
RB: Cambio spesso nel mio testamento le indicazioni delle letture per il mio funerale. Adesso la preferita è: «Ti ringrazio Signore perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli»

il commento al vangelo della domenica

 il Signore è dentro al nostro dolore


Il Signore è dentro al nostro dolore

(In quel tempo) il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».(…) Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

il commento di E. Ronchi al vangelo della trentaquattresima domenica del tempo ordinario

Sul Calvario, fra i tre condannati alla stessa tortura, Luca colloca l’ultima sua parabola sulla misericordia. Che comincia sulla bocca di un uomo, anzi di un delinquente, uno che nella sua impotenza di inchiodato alla morte, spreme, dalle spine del dolore, il miele della compassione per il compagno di croce Cristo. E prova a difenderlo in quella bolgia, e vorrebbe proteggerlo dalla derisione degli altri, con l’ultima voce che ha: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena? Parole come una rivelazione per noi: anche nella vita più contorta abita una briciola di bontà; nessuna vita, nessun uomo sono senza un grammo di luce. Un assassino è il primo a mettere in circuito lassù il sentimento della bontà, è lui che apre la porta, che offre un assist, e Gesù entra in quel regno di ordinaria, straordinaria umanità. Non vedi che patisce con noi? Una grande definizione di Dio: Dio è dentro il nostro patire, crocifisso in tutti gli infiniti crocifissi della storia, naviga in questo fiume di lacrime. La sua e nostra vita, un fiume solo. “Sei un Dio che pena nel cuore dell’uomo” (Turoldo). Un Dio che entra nella morte perché là entra ogni suo figlio. Per essere con loro e come loro. Il primo dovere di chi vuole bene è di stare insieme a coloro che ama.Lui non ha fatto nulla di male. Che bella definizione di Gesù, nitida, semplice, perfetta: niente di male, a nessuno, mai. Solo bene, esclusivamente bene. Si instaura tra i patiboli, in faccia alla morte, una comunione più forte dello strazio, un momento umanissimo e sublime: Dio e l’uomo si appoggiano ciascuno all’altro. E il ladro che ha offerto compassione ora riceve compassione: ricordati di me quando sarai nel tuo regno. Gesù non solo si ricorderà, ma lo porterà via con sé: oggi sarai con me in paradiso. Come un pastore che si carica sulle spalle la pecora perduta, perché sia più agevole, più leggero il ritorno verso casa. “Ricordati di me” prega il peccatore, “sarai con me” risponde l’amore. Sintesi estrema di tutte le possibili preghiere. Ricordati di me, prega la paura, sarai con me, risponde l’amore. Non solo il ricordo, ma l’abbraccio che stringe e unisce e non lascia cadere mai: “con me, per sempre”. Le ultime parole di Cristo sulla croce sono tre parole da principe, tre editti regali, da vero re dell’universo: oggi-con me-nel paradiso. Il nostro Gesù, il nostro idealista irriducibile, di un idealismo selvaggio e indomito! Ha la morte addosso, la morte dentro, e pensa alla vita, per quel figlio di Caino e dell’amore che sgocciola sangue e paura accanto a lui. È sconfitto e pensa alla vittoria, a un oggi con me, un oggi di luce e di comunione. Ed è già Pasqua.

(Letture: Secondo libro di Samuele 5,1-3; Salmo 121; Lettera ai Colossesi 1,12-20; Luca 23,35-43)

armi, armi, armi, … a danno dell’ambiente e dei paesi più poveri

le armi battono il clima 38 volte
di Tonio Dell’Olio
in “www.mosaicodipace.it” del 16 novembre 2022


Un articolo di Lucia Capuzzi sulle pagine di Avvenire di oggi ci informa dello “studio del
Transnational Institute, presentato in occasione della Cop27 che compara, con minuziosa
precisione, gli stanziamenti per le forze armate dei differenti governi con quanto destinato alla lotta al cambiamento climatico”. I dieci Paesi più ricchi spendono in armi trentotto volte la somma che investono negli aiuti climatici. “La Commissione Europea prevede un incremento del budget per gli eserciti da parte dei propri membri intorno ai 200 miliardi. Washington ha approvato un bilancio senza precedenti di 840 miliardi. La Russia, pur nel mezzo della crisi economica, porterà i fondi per l’esercito a quota 83,5 miliardi nel 2023, + 27 per cento. Molto di questo denaro è sottratto alla transizione energetica piuttosto che ai fondi per le vittime – incolpevoli, riconoscono tutti – della catastrofe ambientale”. Oltre il danno anche la beffa: le dieci nazioni che investono di più in strumenti di morte (Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia, Giappone e Germania) sono le stesse che inquinano di più e che pertanto dovrebbero risarcire i paesi più poveri per i danni che provocano su loro.

questo papa anticapitalista, ecologista, anticlericalista, popolare e pacifista …

il papa anticapitalista e pacifista non piace più

di Daniela Ranieri
in “il Fatto Quotidiano” 

Ci viene il sospetto che il Papa non stia più tanto simpatico alla stampa padronale.

 Altrimenti non si spiega perché i suoi discorsi, le sue conferenze stampa dall’aereo, i suoi Angelus siano spariti da tutte le prime pagine per finire nei colonnini accanto ai problemi della ginnastica ritmica e all’ultimo best-seller di una influencer.
Si sa che il Papa è inviso alla destra salviniana di marca trumpiana, quella beghina dei rosari e del Sacro Cuore di Maria a cui consacrare le peggiori azioni nei confronti del prossimo, nel caso non sia maschio bianco caucasico, per il principale motivo che Bergoglio predica i valori del Vangelo anziché quelli dei teoconservatori americani. Anche la destra meloniana, quella di “Dio Patria e Famiglia”, non può apprezzare un Papa che predica l’accoglienza, avendo come principale preoccupazione la difesa della “tradizione” e dell’“identità” contro “l’islamizzazione dell’Europa”.
Basta leggere le cosiddette “Tesi di Trieste”, il manifesto ideologico di Fratelli d’Italia: qui un tessuto di destra purissima è impunturato con citazioni dal Vangelo (“Ama il prossimo tuo come te stesso”) per giustificare il principio “prima gli italiani”; “l’immigrazione non è un diritto, e la cittadinanza lo è ancora di meno”; il profugo “è un clandestino fino a prova contraria” e deve essere detenuto in un Cie e rimpatriato o meglio trattenuto a casa sua (come peraltro prevede la dottrina Minniti).
Ora ai conservatori complottisti che vedono il Papa come un alleato della “teoria gender”,
dell’omosessualità e del meticciato, cioè in definitiva di Satana, si aggiungono nuovi nemici silenziosi che – privi di apparato ideologico sovranista e anticonciliare – si limitano a ignorare quello che dice. Per quel centrosinistra che persegue da decenni le politiche neoliberiste che hanno ridotto sul lastrico milioni di persone (5,6 in povertà assoluta), che ha adottato la politica dei respingimenti facendo accordi con la Libia e che ha sposato appieno la linea bellicista Nato-Usa, Bergoglio è una spina nel fianco.
Domenica, pranzando con senzatetto, migranti, poveri adulti e bambini assistiti da Caritas,
Comunità di Sant’Egidio e Acli, il Papa ha fatto un identikit inequivocabile: “Non dobbiamo lasciarci ingannare. Non facciamoci incantare dalle sirene del populismo, che strumentalizza i bisogni del popolo proponendo soluzioni troppo facili e sbrigative. Non seguiamo i falsi messia che proclamano ricette utili solo ad accrescere la ricchezza di pochi”. Con la parola “ingannare” il Papa intende che c’è qualcuno che compie una torsione semantica per farci credere che la realtà sia diversa da quella che è. Ce l’ha con la parte politica che ha affermato la tesi per cui il soggetto sociale pericoloso per chi sta appena meglio è il reietto, non il detentore di privilegi. Questa parte politica non è solo la destra: il povero non è solo il migrante, ma anche il percettore di Reddito di cittadinanza, divenuto ormai il nemico pubblico numero uno per tutti i partiti tranne il M5S. Chi
“persegue la ricchezza dei pochi” non è solo il partito (trasversale) della flat tax, ma anche chi ha smantellato i diritti dei lavoratori per favorire imprese e padronati. Anche la parola “populista”, usata dal Papa, non deve fuorviare. Non sta dicendo che l’establishment mondialista e neoliberista sia meglio (la riprova: per i nostri liberali, alcuni dei quali editorialisti del Corriere, del Foglio etc., è il Papa argentino a essere un pericoloso “populista”, se non proprio un peronista anti-occidentale): sta dicendo che il populismo è un prodotto di quelle politiche. Il Papa dice che il traffico di esseri  umani e di armi vanno sempre di pari passo. Gli aguzzini libici che tengono la gente nei lager in cambio della moneta sonante dei nostri governanti “democratici” sono spesso gli stessi che smerciano armi. Per ciò ha smesso di essere simpatico anche ai lib-dem atlantisti, che dal 24
febbraio parlano solo il linguaggio dei tank e tifano per la marcia su Mosca. Quando disse: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si è compromesso a spendere il 2% del Pil per l’acquisto di armi, pazzi!”, il Papa ce l’aveva col governo Draghi e con chi aveva votato quella risoluzione. Quando disse che le guerre vengono fatte anche per “provare le armi”, diede un bel calcio sui denti agli esaltati difensori della democrazia e “dei nostri valori” per mezzo dei blindati Iveco (e non solo politici, ma anche editori e direttori di giornali). La sua frase “fabbricare armi è un commercio assassino” non dovrebbe toccare solo la coscienza del ministro della Difesa che fino a pochi giorni fa commerciava in armi, ma anche tutti quelli che tifano per l’escalation fino alle soglie
della guerra nucleare. Nessuna sorpresa, quindi, se questo papa anticapitalista, ecologista,
anticlericalista, popolare e pacifista finisca nel colonnino delle curiosità.

il commento al vangelo della domenica

l’uomo è al sicuro nelle mani del Signore


L’uomo è al sicuro nelle mani del Signore
il commento di E. Ronchi al vangelo della trentatreesima domenica del tempo ordinario

Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». (…) Diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. (…) Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Il Vangelo adotta linguaggio, immagini e simboli da fine del mondo; evoca un turbinare di astri e di pianeti in fiamme, l’immensità del cosmo che si consuma: eppure non è di questo che si appassiona il discorso di Gesù. Come in una ripresa cinematografica, la macchina da presa di Luca inizia con il campo largo e poi con una zoomata restringe progressivamente la visione: cerca un uomo, un piccolo uomo, al sicuro nelle mani di Dio. E continua ancora, fino a mettere a fuoco un solo dettaglio: neanche un capello del vostro capo andrà perduto. Allora non è la fine del mondo quella che Gesù fa intravvedere, ma il fine del mondo, del mio mondo. C’è una radice di distruttività nelle cose, nella storia, in me, la conosco fin troppo bene, ma non vincerà: nel mondo intero è all’opera anche una radice di tenerezza, che è più forte. Il mondo e l’uomo non finiranno nel fuoco di una conflagrazione nucleare, ma nella bellezza e nella tenerezza. Un giorno non resterà pietra su pietra delle nostre magnifiche costruzioni, delle piramidi millenarie, della magnificenza di San Pietro, ma l’uomo resterà per sempre, frammento su frammento, nemmeno il più piccolo capello andrà perduto. È meglio che crolli tutto, comprese le chiese, anche le più artistiche, piuttosto che crolli un solo uomo, questo dice il vangelo. L’uomo resterà, nella sua interezza, dettaglio su dettaglio. Perché il nostro è un Dio innamorato. Ad ogni descrizione di dolore, segue un punto di rottura, dove tutto cambia; ad ogni tornante di distruttività appare una parola che apre la feritoia della speranza: non vi spaventate, non è la fine; neanche un capello andrà perduto…; risollevatevi….Che bella la conclusione del vangelo di oggi, quell’ultima riga lucente: risollevatevi, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. In piedi, a testa alta, occhi alti, liberi, profondi: così vede i discepoli il vangelo. Sollevate il capo, e guardate lontano e oltre, perché la realtà non è solo questo che appare: viene continuamente qualcuno il cui nome è Liberatore, esperto in nascite. Mentre il creato ascende in Cristo al Padre/ nell’arcana sorte / tutto è doglia di parto: /quanto morir perché la vita nasca! (Clemente Rebora). Il mondo è un immenso pianto, ma è anche un immenso parto. Questo mondo porta un altro mondo nel grembo. Ma quando il Signore verrà, troverà ancora fede sulla terra? Sì, certamente. Troverà molta fede, molti che hanno perseverato nel credere che l’amore è più forte della cattiveria, che la bellezza è più umana della violenza, che la giustizia è più sana del potere. E che questa storia non finirà nel caos, ma dentro un abbraccio. Che ha nome Dio.

(Letture: Malachia 3,19-20a; Salmo 97; Seconda Lettera ai Tessalonicesi 3,7-2; Luca 21,5-19)

il commento al vangelo della domenica

non è la vita che vince la morte, ma l’amore


Non è la vita che vince la morte, ma l’amore
il commento di E. Ronchi al vangelo della trentaduesima domenica del tempo ordinario

Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui» .

Sono gli ultimi giorni di Gesù. I gruppi di potere, sacerdoti, anziani, farisei, scribi, sadducei sono uniti nel rifiuto di quel rabbì di periferia, sbucato dal nulla, che si arroga il potere di insegnare, senza averne l’autorità, senza nessuna carta in regola, un laico qualsiasi. Lo contestano, lo affrontano, lo sfidano, un cerchio letale che gli si stringe intorno. In questo episodio adottano una strategia diversa: metterlo in ridicolo. La storiella paradossale di una donna, sette volte vedova e mai madre, è adoperata dai sadducei come caricatura della fede nella risurrezione dei morti: di quale dei sette fratelli che l’hanno sposata sarà moglie quella donna? Gesù, come è solito fare quando lo si vuole imprigionare in questioni di corto respiro, ci invita a pensare altrimenti e più in grande: Quelli che risorgono non prendono moglie né marito. La vita futura non è il prolungamento di quella presente. Coloro che sono morti non risorgono alla vita biologica ma alla vita di Dio. La vita eterna vuol dire vita dell’Eterno.

Io sono la risurrezione e la vita, ha detto Gesù a Marta. Notiamo la successione: prima la risurrezione e poi la vita, con una sorta di inversione temporale, e non, come ci saremmo aspettati: prima la vita, poi la morte, poi la risurrezione. La risurrezione inizia in questa vita. Risurrezione dei vivi, più che dei morti, sono i viventi che devono alzarsi e destarsi: risorgere. Facciamo attenzione: Gesù non dichiara la fine degli affetti. “Se nel tuo paradiso non posso ritrovare mia madre, tieniti pure il tuo paradiso” (David. M. Turoldo). Bellissimo il verso di Mariangela Gualtieri: io ringraziare desidero per i morti nostri che fanno della morte un luogo abitato.

L’eternità non è una terra senza volti e senza nomi. Forte come la morte è l’amore, tenace più dello sheol (Cantico). Non è la vita che vince la morte, è l’amore; quando ogni amore vero si sommerà agli altri nostri amori veri, senza gelosie e senza esclusioni, generando non limiti o rimpianti, ma una impensata capacità di intensità, di profondità, di vastità. Un cuore a misura di oceano.

Anzi: “non ci verrà chiesto di abbandonare quei volti amati e familiari per rivolgerci a uno sconosciuto, fosse pure Dio stesso. Il nostro errore non è stato quello di averli amati troppo, ma di non esserci resi conto di che cosa veramente stavamo amando” (Clive Staples Lewis). Quando vedremo il volto di Dio, capiremo di averlo sempre conosciuto: faceva parte di tutte le nostre innocenti esperienze d’amore terreno, creandole, sostenendole, e muovendole, istante dopo istante, dall’interno. Tutto ciò che in esse era autentico amore, è stato più suo che nostro, e nostro soltanto perché suo. Inizio di ogni risurrezione.

(Letture: Secondo libro dei Maccabei 7,1-2.9-14; Salmo 16; Seconda lettera ai tessalonicesi 2,16-3,5; Luca 20,27-38)

il commento al vangelo della domenica

Zaccheo

non ci sono casi disperati per Gesù

il commento di E: Ronchi al vangelo della trentunesima domenica del tempo ordinario

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia.

Il Vangelo è un libro di strade e di vento. E di incontri. Gesù conosceva l’arte dell’incontro, questo gesto povero e disarmato, potente e generativo. Siamo a Gerico, forse la più antica città del mondo. Gesù va alle radici del mondo, raggiunge le radici dell’umano. Gerico: simbolo di tutte le città che verranno dopo. C’è un uomo, piccolo di statura, ladro come ammette lui stesso alla fine, impuro e pubblicano (cioè un venduto) che riscuoteva le tasse per i romani: soldi, bustarelle, favori, un disonesto per definizione. E in più ricco, ladro e capo dei ladri di Gerico: è quello che si dice un caso disperato. Ma non ci sono casi disperati per il Signore. Zaccheo sarebbe l’insalvabile, e Gesù non solo lo salva, ma lo fa modello del discepolo. Gesù giunto sul luogo, alza lo sguardo verso il ramo su cui è seduto Zaccheo. Guarda dal basso verso l’alto, come quando si inginocchia a lavare i piedi ai discepoli. Il suo è uno sguardo che alza la vita, che ci innalza! Dio non ci guarda mai dall’alto in basso, ma sempre dal basso verso l’alto, con infinito rispetto. Noi lo cerchiamo nell’alto dei cieli e lui è inginocchiato ai nostri piedi. «Zaccheo, scendi subito, devo fermarmi a casa tua». Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome. “Devo”, dice Gesù. Dio deve venire: a cercarmi, a stare con me. È un suo intimo bisogno. Lui desidera me più di quanto io desideri lui. Verrà per un suo bisogno che gli urge nel cuore, perché lo spinge un fuoco e un’ansia. A Dio manca qualcosa, manca Zaccheo, manca l’ultima pecora, manco io. “Devo fermarmi”, non un semplice passaggio, non una visita di cortesia, e poi via di nuovo sulle strade; bensì “fermarmi”, prendendomi tutto il tempo che serve, perché quella casa non è una tappa del viaggio, ma la meta. “A casa tua”, Il Vangelo è cominciato in una casa, a Nazaret, e ricomincerà ancora dalle case, anche per noi, oggi. L’infinito è sceso alla latitudine di casa: il luogo dove siamo più veri e più vivi, dove accadono le cose più importanti, la nascita, la morte, l’amore. «Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia». Accogliere Gesù è ciò che purifica Zaccheo: non deve prima cambiare vita, dare la metà ai poveri, e solo dopo il Signore entrerà nella sua casa. No. Gesù entra, ed entrando in quella casa la trasforma, la benedice, la purifica. Il tempo della misericordia è l’anticipo. La misericordia è la capacità che ha Dio di anticiparti. Incontrare uno come Gesù fa credere nell’uomo; un uomo così libero crea libertà; il suo amore senza condizioni crea amanti senza condizioni; incontrare un Dio che non fa prediche ma si fa amico, fa rinascere.

(Letture: Sapienza 11,22-12,2; Salmo 144; 2 Tessalonicesi 1,11-2,2; Luca 19,1-10)

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