“il vostro parlare sia ‘sì – sì’, ‘no – no'”

elogio della trasparenza

di José María Castillo

Secondo il Dizionario della RAE (Real Academia Española, ndt), il termine “trasparenza” deriva dall’aggettivo “trasparente”, che in senso figurato indica quello che è chiaro ed evidente. Detto ciò, ha sempre richiamato la mia attenzione l’insegnamento insistente di Gesù nei vangeli sull’importanza della trasparenza nelle nostre vite, specialmente nella vita dei cristiani. Così come la necessità di evitare l’occultamento di tante cose che in alcun modo non vogliamo che si sappiano. Debbo avvertire innanzitutto che il problema che si pone a noi cristiani con il tema della trasparenza, non è semplicemente il problema della sincerità, ma qualcosa di molto più serio. Quello che sta in gioco, quando si tratta di questa questione, è il problema della nostra autenticità. Un cristiano autentico è una persona trasparente. E, se non lo è, per qualsiasi motivo, smette di essere cristiano. Così in maniera seria e forte si pongono il tema ed il problema della trasparenza per chi dice di credere in Cristo e di essere quindi un cristiano al cento per cento. Se non è trasparente, non basta esserlo con le convinzioni e le osservanze religiose. Perché dico questo? Gesù afferma che noi cristiani siamo “la luce del mondo” (Mt 5, 14). La luce non si accende per nasconderla, ma perché la vedano tutti. Perché vedano cosa? “Le vostre buone opere” (Mt 5, 16). Cioè il vostro comportamento. Con questo Gesù ci vuole dire: non abbiate nulla da nascondere nella vostra vita. Ossia, che la vostra vita nella sua interezza sia trasparente. Proprio per questo, è curioso e strano quello che lo stesso Gesù dice a noi cristiani di dover nascondere. La nostra onestà e la nostra bontà? No. Questo lo vedono tutti. Quello che dobbiamo nascondere sono le elemosine che diamo (Mt 6, 2-4), le preghiere che facciamo (Mt 6, 5-6) e i digiuni o le pie privazioni che ci imponiamo (Mt 6, 16-18). Ossia, è esattamente il contrario di quello che tante volte si fa nella Chiesa. La rettitudine e l’onestà calpestate si coprono il più possibile. Perché “i panni sporchi della madre-Chiesa si lavano in casa”, non si spifferano. E con quest’argomento, così potente ed “evangelico”, per secoli si sono nascosti autentici delitti che a volte non possiamo neanche immaginare. Non voglio rendermi noioso. Ma c’è un fatto che non posso tacere. Quando il vangelo di Giovanni racconta la passione del Signore, ci ricorda che il sommo sacerdote chiese a Gesù cos’era quello che aveva insegnato (“tês didachês autoû”) (Gv 18,19); la risposta di Gesù fu immediata e netta: “egò parresía leláleka tô kósmô”, “Io ho parlato apertamente al mondo” (Gv 18, 20). La chiave è il termine “parrhesía”, che è la libertà per dire tutto (“pan, rêsis”). È la libertà di cui godono i cittadini liberi (Demostene, Or. 111, 3 s). Ossia, dire tutto quello che bisogna dire. E dirlo con totale libertà, senza tacere nulla. È quello che facevano i primi cristiani di Gerusalemme quando ricevevano lo Spirito (At 4, 28.31). Dove non c’è piena trasparenza non può essere presente ed operante lo Spirito di Dio. E quindi in un ambiente così non può essere presente il Vangelo di Gesù. O la sua vera Chiesa. Anzi, solo dove si vive quest’ideale o si lotta per ottenerlo, è possibile affermare veramente che si ama la Chiesa e che si soffre per mano sua e per il suo bene.
___________________________________________________
Articolo pubblicato il 1.9.2017 nel Blog dell’Autore in Religión Digital (www.religiondigital.com ) 

l’umanizzazione di Dio richiede l’umanizzazione della chiesa

umanizzare la chiesa

di José M. Castillo

 

Capisco che ci siano persone che, solo nel leggere il titolo di questo breve articolo, provano una certa diffidenza o forse sperimentano sfiducia o persino un aperto rifiuto. Perché hanno educato molti di noi nella convinzione che “l’umano” si contrappone al “divino”. E questo, portato fino alle sue estreme conseguenze, conduce – inevitabilmente – all’idea fissa che “a più umanità corrisponde meno divinità”. Ossia, “umanizzare la Chiesa” equivarrebbe a rubarle o a ridurle la sua condizione sacra, soprannaturale e divina. Tuttavia, oso dire che “umanizzare la Chiesa” non solo è lecito, ma soprattutto è assolutamente necessario ed urgente. Se si pensa a questa questione a partire dalla fede e dalla mentalità cristiana. Perché vedremo, secondo le nostre credenze: cosa Dio ha fatto per dare risposta e salvezza al mondo? Noi cristiani diciamo che questa domanda ha la sua risposta a partire dal mistero dell’Incarnazione di Dio in Gesù. Cosa che, tradotta in un linguaggio molto semplice, vuole dire l’Umanizzazione di Dio in un modesto galileo che si chiamava Gesù di Nazareth. San Paolo lo spiega dicendo qualcosa di molto forte: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2, 6-7). Da più di dieci anni mi sta preoccupando quello che questo comporta e rappresenta. Ho pubblicato quattro libri ed una quantità di articoli sul tema. Ora voglio fare un passo in avanti che mi sembra urgente e decisivo. Perché, se quello che ho appena detto è indispensabile per comprendere il cristianesimo, non sarà tanto o più urgente e necessario per comprendere la Chiesa? Il che equivale a farsi quest’altra domanda, forse più scomoda per alcuni: se Dio si è abbassato e si è umanizzato per portare la salvezza a questo mondo, perché la Chiesa non si spoglia anche dei suoi gradi, delle sue dignità e dei suoi privilegi, in maniera tale che di lei possiamo dire che si è umanizzata? Ed il peggio di tutto ciò è che, come sappiamo (e con frequenza), gli “uomini di Chiesa” conservano i loro gradi, le loro dignità ed i loro privilegi a forza di “disumanizzarsi” in non poche questioni che toccano questioni tra le più forti che noi uomini dobbiamo affrontare. Certo, Dio non è la religione. E Dio non è la Chiesa. Ma in ogni caso le strade di Dio, di Gesù non dovrebbero essere le strade della Chiesa? Mi fa molto pensare quello che sta capitando a papa Francesco. Le sue numerose manifestazioni di umanità e di spontaneità lo rendono odioso ad un settore importante del clero. Perché è così?

in “Religión Digital” (www.religiondigital.com ) del 29 luglio 2017

una teologia invecchiata è come il sale che perde il suo sapore

è urgente rinnovare la teologia

di José M. Castillo

La teologia, che regge il pensiero della Chiesa e ci dice per quale strada devono andare le decisioni della Chiesa, è più importante del papa, dei cardinali, dei vescovi, dei chierici, dei teologi, dei fedeli, delle leggi, dei riti, dei costumi, di tutto il resto che c’è nella Chiesa. La teologia, in fin dei conti, dice a tutti noi quello che Dio vuole e quello che Dio ordina. In maniera tale che il papa (qualsiasi) dice e ordina quello che la teologia gli dice. Per questo è così importante la teologia. Il problema sta, come credo, nel fatto che ad un gran numero di cristiani non interessa la teologia. E quindi non sanno molto di teologia. Questo è comprensibile. Perché la teologia, che solitamente si insegna (dove questo si insegna), utilizza una serie di parole, concetti e criteri, che sono stati inventati dai greci dell’Antichità, ma in questi tempi la maggior parte della gente non sa neanche quello che vuole dire questo vocabolario, né a che cosa serve. Il centro, l’asse, il fondamento della teologia cristiana dovrebbe essere non il pensiero dei sapienti greci dell’Antichità. Ed ancor meno i miti religiosi precedenti al giudaismo, che nella Bibbia leggiamo come “Parola di Dio”. La teologia cristiana dovrebbe avere come centro, asse e fondamento quello che è l’origine ed il principio determinante del cristianesimo: quell’umile artigiano galileo che è stato Gesù di Nazareth: il suo modo di vivere, quello che ha fatto, quello che ha detto, quello che sono stati i suoi interessi e le sue preoccupazioni, quello che ha visto nella gente che ha conosciuto ed il “ricordo pericoloso” che quell’uomo così speciale ci ha lasciato. Questo “ricordo pericoloso” di Gesù è stato scritto nel Vangelo, che si riassume e si raccoglie in quattro collezioni di racconti, i quattro vangeli, cioè la “teologia narrativa”, sommario decisivo di ogni possibile teologia che voglia definirsi “cristiana”. Il centro della teologia cristiana non può stare fuori del Vangelo. E non può essere teologia cristiana se non comporta un “ricordo pericoloso”. Ebbene, leggendo e rileggendo la teologia narrativa che ci presenta il Vangelo, in quest’insieme di racconti quello che subito si nota è che le tre grandi preoccupazioni, che hanno occupato e monopolizzato la vita di Gesù, sono state: 1) la salute degli esseri umani (racconti di guarigioni, espresse nel “genere letterario” dei miracoli); 2) l’alimentazione condivisa (i pranzi dei quali si parla tanto nei vangeli); 3) le relazioni umane (sermoni e parabole). La fede, la relazione con il Padre, i sentimenti personali più profondi …, tutto nella vita di Gesù gira intorno a queste tre preoccupazioni. E queste preoccupazioni sono state così forti che Gesù le ha anteposte alle norme che imponevano i maestri della legge, alle osservanze dei farisei, all’autorità dei sommi sacerdoti …. Fino al punto che questo gli è costato la vita. Gesù ha fatto tutto questo perché affermava con certezza che chi vedeva lui, vedeva Dio (Gv 14,7-9). Ossia, si è identificato con Dio. L’aspetto centrale nella vita di Gesù non è stato la religione. È stato umanizzare questo mondo così disumanizzato. Non ci dovrebbe preoccupare tanto il dialogo tra le religioni. Ci dovrebbe preoccupare quello che preoccupa tutti gli esseri umani: la salute, il cibo condiviso, le migliori relazioni umane. I tre pilastri di ogni possibile religione. Questo è stato il centro della vita di Gesù: umanizzare questa vita. In questo sta il cammino della speranza che ci porta a Dio. __________________________________________________

articolo pubblicato il 06.07.2017 nel Blog dell’Autore in Religión Digital (www.religiondigital.com ) 

la grande notte della teologia odierna

non c’è successione per la generazione dei teologi del concilio

introduzione di  Eletta Cucuzza 12/06/2017

da: Adista Documenti n° 22 del 17/06/2017

 Non c’è più la “grande teologia”, quella che ha reso possibile realizzare e alimentare il Concilio Vaticano II, la legge della vita ha portato via quei maestri, ma il guaio è che è senza eredi, perché la paura ha coartato la creatività dei teologi: troppe teste sono cadute sotto la scure della Congregazione per la Dottrina della Fede durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI! Eppure ci sarebbe un gran bisogno di attualizzare le risposte della teologia cattolica alle fondamentali domande degli esseri umani, di rendere comprensibile oggi il messaggio di Gesù, di non insistere su «presunte “verità”» ormai indifendibili, su rituali liturgici che si continua ad imporre malgrado vecchi di secoli. È questo il cuore della riflessione del teologo José María Castillo che riconosce a papa Francesco l’intelligenza e la volontà di un essenziale rinnovamento, ma teme che non glielo consentiranno i «molti uomini» che nella Chiesa hanno «il bastone del comando» e «non sono disposti a lasciare il potere che esercitano».

 

di seguito, in una  traduzione di Adista, l’articolo di Castillo, tratto da Religión digital del 15 maggio scorso.

non c’è più teologia

e la chiesa non ha le parole per l’umanità di oggi

 

Per la legge della vita, la grande generazione dei teologi che hanno reso possibile il rinnovamento teologico che ha realizzato il Concilio Vaticano II è sul punto di estinguersi del tutto. E nei decenni successivi, purtroppo, non è emersa una generazione nuova che ha potuto continuare il lavoro che i grandi teologi del XX secolo hanno iniziato.

Gli studi biblici, alcuni lavori storici e anche altro in materia di spiritualità sono ambiti del lavoro teologico che sono stati degnamente mantenuti. Per converso si ha l’impressione che movimenti anche importanti, come ad esempio la teologia della liberazione, stiano venendo meno. Speriamo che mi stia sbagliando.

Cos’è successo nella Chiesa? Cosa ci sta succedendo? La prima considerazione è che quello che stiamo vivendo in questo ordine di cose è molto grave. Gli altri ambiti del sapere non smettono di crescere: le scienze, gli studi storici e sociali, sicuramente le più diverse tecnologie ci sorprendono ogni giorno con nuove scoperte; mentre la teologia (sto parlando di quella cattolica) rimane ferma, inaccessibile e scoraggiante, interessante per sempre meno gente, incapace di dare risposte alle domande che si pongono tante persone e, soprattutto, impegnata a mantenere come intoccabili presunte “verità” che non so come si possa continuare a difendere a questo punto della storia.

Per fare alcuni esempi: come possiamo continuare a parlare di Dio con tanta sicurezza che diciamo quello che pensa e quello che vuole, sapendo che Dio è il Trascendente, che pertanto non è alla nostra portata? Com’è possibile parlare di Dio senza sapere esattamente quello che diciamo? Come si può affermare con sicurezza che “attraverso un uomo è entrato il peccato nel mondo”? E com’è che presentiamo come verità centrali della nostra fede quelli che in realtà sono miti vecchi di oltre quattro mila anni? Con quali argomenti si può dar per certo che il peccato di Adamo e la redenzione da questo peccato sono verità centrali della nostra fede?

Com’è possibile difendere l’affermazione che la morte di Cristo è stato un “sacrifico” rituale di cui Dio ha avuto bisogno per perdonarci le nostre malvagità e salvarci per il cielo? Come si può dire alla gente che la sofferenza, la disgrazia, il dolore e la morte sono “benedizioni” che Dio ci manda? Perché continuiamo a mantenere rituali liturgici che risalgono a più di 1.500 anni fa e nessuno comprende né sa perché li si continui ad imporre alla gente? Davvero crediamo a quello che ci dicono in alcuni sermoni sulla morte in merito al purgatorio e all’inferno?

A ben guardare, la lista delle domande strane, incredibili, contraddittorie sarebbe interminabile. E intanto le chiese sono vuote o frequentate da poche persone anziane che assistono alla messa per inerzia o per abitudine. E in tutto questo i nostri vescovi gridano al cielo per questioni di sesso, mentre tacciono (o fanno affermazioni tanto generiche da equivalere a silenzi complici) di fronte alla quantità di abusi di minori commessi da sacerdoti, di abusi di potere commessi da quanti maneggiano il potere per abusare di alcuni, rubare ad altri ed umiliare quelli che sono alla loro portata.

Insisto: a mio modo di vedere, il problema è nella povera, poverissima teologia che abbiamo. Un teologia che non prende sul serio la cosa più importante della teologia cristiana, che è la “incarnazione” di Dio in Gesù, il richiamo di Gesù a “seguirlo”, l’esemplarità della vita e del progetto di vita di Gesù. E la grande domanda che noi credenti dovremmo porre è: come rendiamo presente il Vangelo di Gesù in questo tempo e in questa società in cui ci è dato vivere?

E insisto, infine, sul fatto che il controllo di Roma sulla teologia è stato molto forte, dalla fine del pontificato di Paolo VI fino alla rinuncia al papato di Benedetto XVI. Il risultato è stato tremendo: nella Chiesa, nei seminari, nei centri di studi teologici, c’è paura, molta paura. E ben sappiamo che la paura blocca il pensiero e paralizza la creatività.

L’organizzazione della Chiesa, in questo ordine di cose, non può continuare come negli ultimi anni. Papa Francesco vuole una “Chiesa in uscita”, aperta, tollerante, creativa. Ma porteremo avanti questo progetto? Purtroppo nella Chiesa ci sono molti uomini, con il bastone del comando, che non sono disposti a lasciare il potere che esercitano. E se così, avanti!, che presto avremo liquidato il poco che ci rima

il vangelo fa paura

settimana santa

la paura del vangelo

di José María Castillo

in “Religiòn digital” – www.religiondigital.com – del 9 aprile 2017

Una delle cose che sono più chiare, nei racconti della passione del Signore che la Chiesa ci ricorda in questi giorni della Settimana Santa, è la paura che fa il Vangelo. Sì, la vita di Gesù ci fa paura. Perché, in fin dei conti, non vi è alcun dubbio che quel modo di vivere – se i vangeli sono il ricordo vero di quello che allora successe – ha portato Gesù a terminare i suoi giorni dovendo accettare il destino più ripugnante che una società possa attribuire: il destino di un delinquente giustiziato (G. Theissen).

  La morte di Gesù non è stata un “sacrificio religioso”. Anzi, si può affermare con certezza che la morte di Gesù, così come la raccontano i vangeli, è stata quanto di più opposto a quello che in quella cultura si poteva comprendere come un sacrificio sacro. Ogni sacrificio religioso, in quel tempo, doveva adempiere a due condizioni: doveva realizzarsi nel tempio (nel sacro) e doveva farsi compiendo le norme di un rituale religioso. Nessuna di queste due condizioni si è verificata nella morte di Gesù. Inoltre, Gesù fu crocifisso non tra due “ladroni”, ma tra due lestái, una parola greca della quale sappiamo che si utilizzava per designare non solo i “banditi” (Mc 11, 17 par; Gv 28, 40), ma anche i “ribelli politici” (Mc 15, 27 par), come segnala Flavio Giuseppe (H. W. Kuhn; X. Alegre). Per questo si comprende che nella sua ora finale e decisiva Gesù si è visto tradito e abbandonato da tutti: dal popolo, dai discepoli, dagli apostoli… Di religioso, l’essere crocifisso non ha nulla, se non i sentimenti dello stesso Gesù. E sappiamo che il suo sentimento più forte è stato la coscienza di vedersi abbandonato persino da Dio (Mt 27, 46; Mc 15, 34). La vita di Gesù si è svolta nella maniera nella quale è terminata: solo, derelitto, abbandonato. Cosa sta a significare tutto questo per noi? La Settimana Santa per noi sta a significare, nei testi biblici che leggiamo in questi giorni, che Gesù è venuto a mettere in discussione la realtà nella quale viviamo. La realtà violenta, crudele, nella quale si impone “la legge del più forte” rispetto alla “legge di tutti i deboli”. Sappiamo che Paolo di Tarso ha interpretato il racconto mitico del peccato di Adamo come origine e spiegazione della morte di Gesù per redimerci dai nostri peccati (Rm 5, 12-14; 2 Cor 12-14). È l’interpretazione cui ricorrono i predicatori, che puntano la nostra attenzione sulla salvezza del cielo. Questo è buono. Ma ha il pericolo di sviare questa nostra attenzione dalla tragica realtà che stiamo vivendo. La realtà della violenza che soffrono i “nessuno”, la corruzione di quelli che comandano e soprattutto il silenzio di coloro che sanno queste cose e le nascondono per non perdere il loro potere, le loro cariche ed i loro privilegi. La bellezza, il fervore, la devozione delle nostre liturgie sacre e delle nostre confraternite ci ricordano la passione del Signore. Ma mette in discussione per noi la durissima realtà che stanno vivendo tanti milioni di esseri umani? Ci ricorda la vita che ha portato Gesù al suo fallimento finale? O ci distrae con devozioni estetiche e tradizioni che utilizzano la “memoria passionis”, il “ricordo pericoloso” di Gesù, per viverlo bene con buona coscienza?  

___________________________________________________
articolo pubblicato il 9.4.2017 nel Blog dell’Autore in Religión Digital (www.religiondigital.com ) Traduzione a cura di Lorenzo TOMMASELLI

se anche il papa ci crede davvero … può ‘rifare la teologia’

“abbiamo un papa che crede nel vangelo”Castillo

di José María Castillo

È un fatto certo che nella Chiesa ci sia gente molto religiosa, soprattutto nel clero, che non è d’accordo con papa Francesco. Non penso di analizzare qui questa complicata questione. In questo breve scritto la mia intenzione è dire perché ogni giorno vedo sempre più chiaramente che – finalmente! – abbiamo nella Chiesa un papa che crede al Vangelo di Gesù

Non dico in alcun modo che i papi precedenti non abbiano creduto nel Vangelo. Certo che ci hanno creduto. Quando parliamo del Vangelo, può non essere la stessa cosa credere nel vangelo e vivere come il Vangelo ci dice che dobbiamo vivere. Qui tocchiamo il cuore del problema. Ed in questo sta la chiave di tutta questa questione. Ho letto – e riletto – il discorso che il papa ha pronunciato a Roma il 5 novembre scorso davanti a più di 3.000 partecipanti di 60 paesi, che rappresentavano i movimenti popolari di tutto il mondo. Ebbene, quello che ha richiamato la mia attenzione nel leggere questo discorso papale, è che in esso non si parla di Teologia, di Esegesi Biblica, di Dottrina Sociale della Chiesa, di Scienze Politiche o Sociali, degli insegnamenti del Magistero Ecclesiastico, di Soteriologia, di Escatologia, di Cristologia e di Ecclesiologia, della Modernità e della Post-modernità e di nessuna di quelle cose con le quali si rompono la testa ogni giorno i più intelligenti pensatori del sapere cristiano. Nulla di tutto ciò, a quanto pare, interessa a papa Francesco. Allora, cosa interessa a questo papa quando si vede davanti a coloro che rappresentano le persone più bisognose di questo mondo? Bene, o sono cieco (o mi acceca non so quale strana passione) o le preoccupazioni e le angosce del papa sono esattamente, né più né meno, le stesse preoccupazioni e passioni di Gesù di Nazareth. Di cosa si tratta? Cos’è tutto ciò? Se c’è qualcosa di chiaro nei vangeli, è che il centro delle preoccupazioni di Gesù sia stato Dio. Ma il problema posto dai vangeli non sta in questo. Il problema sta nel modo con cui dobbiamo cercare ed incontrare Dio. Ebbene, se c’è qualcosa di chiaro nel Vangelo, non incontriamo primariamente Dio nella “osservanza della Religione”, ma nella “lotta contro la sofferenza umana”. Per questo il papa ha parlato con tanta forza non dei grandi temi teologici e morali dei quali continuavano a parlare i papi, a partire da Leone XIII fino a Benedetto XVI. Nulla di tutto questo. Quello che Francesco ha fatto nel suo discorso è stato andare direttamente alle stesse cose che ha fatto Gesù. Quando Gesù si è messo ad annunciare il Regno di Dio, cosa ha fatto? Mettersi a curare ammalati, alleviare pene, accogliere persone abbandonate, mangiare con gli affamati….senza considerare in alcun modo se quelle guarigioni e quei pranzi con persone di mala vita e cattiva fama fossero permesse o proibite dalla religione. Senza alcun dubbio, la Chiesa deve cambiare. Ma siamo certi di cosa deve cambiare? Il problema non sta nel cambiare incarichi e dicasteri (uffici) della Curia Vaticana. E il problema non sta neanche nel fatto che il Vaticano affermi l’importanza fondamentale del Vangelo, cosa che ha già fatto tante volte. Tutto questo può limitarsi a semplici chiacchiere. Il problema centrale e decisivo della Chiesa sta nel mettere il motore della sua vita e della sua presenza nella società vivendo come è vissuto Gesù. La formula decisiva è stata espressa da Francesco con brevità e precisione: “parliamo della necessità di un cambiamento perché la vita sia degna”. La “dignità della vita”. In questo sta il centro della religiosità per la quale la Chiesa deve darsi da fare e lottare. E su questo progetto si deve ri-fare la Teologia. Una Teologia meno interessata da problemi come il peccato o la salvezza eterna. E centrata
soprattutto sul:

1. Mettere l’economia al servizio dei popoli.
2. Costruire la pace e la giustizia.
3. Difendere la Madre Terra.

Solo così potremo avere vescovi meno preoccupati dai problemi legati alla sessualità ed all’omosessualità.

papa Vescovi che, di fronte a tanti scandali di abusi di chierici su esseri innocenti, si mettono a guardare da un’altra parte. Ed avremo vescovi che si interessano di più e si danno da fare per opporsi, se è necessario, a governanti che favoriscono i ricchi, mentre questi governanti così “pii” fanno leggi che aumentano la distanza tra i potenti ed i deboli. E soprattutto, se questo si prende sul serio e con tutte le sue conseguenze, avremo una Chiesa non per il popolo, ma del popolo. Non per i poveri, ma dei poveri. Ed alla quale si uniranno i ricchi, se hanno il coraggio di condividere la loro vita con quella dei poveri. Non dimenticando mai una questione che è decisiva. Solo una Chiesa così sarà in grado di comprendere la Cristologia e quindi chiedersi chi è Gesù, come si vive cristianamente e come si annuncia il Vangelo. Perché? Si risponde a questa domanda affrontando un’altra questione, che è quella che ci fa più paura: i primi discepoli come hanno conosciuto Gesù? Non lo hanno conosciuto studiando Cristologia, ma vivendo con LUI e come LUI. Di questo problema così decisivo, la Chiesa, i seminari, i teologi, i vescovi ed i papi non si sono resi conto. Il giorno che questo si affronti seriamente, in questo giorno la Chiesa inizierà ad avere senso ed a dare senso alla vita della gente. E questo, proprio questo è quello che ha messo in moto papa Francesco con le sue “cosiddette” trovate originali. Per questo possiamo dire che abbiamo un papa che crede al Vangelo.
___________________________________________________
articolo pubblicato il 13.11.2016 nel Blog dell’Autore in Religión Digital (www.religiondigital.com ) Traduzione a cura di Lorenzo TOMMASELLI

due teologie nell’unico racconto della passione di Gesù non armonizzate

non è facile comprendere la passione

di p. José M. Castillo

in “Religión Digital” del 21 marzo 2016

Castillo

Non risulta facile comprendere quello che vediamo e viviamo ogni Settimana Santa. Perché non è facile capire per quale motivo, ogni anno e quando arrivano questi giorni, girano per le nostre strade immagini di dolore, agonia e morte, in processioni di rispetto e di devozione. E – quello che è più stupefacente – esibiamo le immagini del fallimento con troni di esaltazione trionfale, con musica gregoriana, incenso e bande di musica, grancasse e trombe. Tutto questo è l’espressione più eloquente del tentativo incomprensibile di fare, del fallimento più umiliante della vita, il trionfo sognato delle nostre più sublimi illusioni. Perché nell’ambito della religione succede quello che nessuno può immaginare negli altri settori della vita? Non so se questo fenomeno – così chiaramente contraddittorio – si verifichi, con tanta naturalezza, nella storia e nelle pratiche di altre religioni. Nel cristianesimo è un fatto, che ha una storia di secoli ed alcune radici che risalgono alle origini della Chiesa. Ed è il fatto che, comunque rigiriamo la questione, non è facile comprendere la passione di Gesù. Dove sta la chiave del problema? Negli scritti più antichi della Chiesa, nei documenti che chiamiamo Nuovo Testamento, ci sono due teologie, che non si sono integrate debitamente l’una con l’altra, ma sono state pensate e scritte indipendentemente l’una dall’altra. Ed in questioni molto decisive ci dicono cose che non sono facili da armonizzare. La prima di queste teologie (quella che è stata scritta per primo) è stata quella di Paolo (tra gli anni 45 e 55). La seconda è stata quella dei vangeli (dopo l’anno 70, fino agli anni 90). La differenza più ovvia, che si nota tra queste due teologie, è che quella dei vangeli è una “teologia narrativa”, ossia è costruita sulla base di una serie di racconti mediante i quali a noi si spiega la maniera di vivere o il progetto di vita del protagonista di tali racconti, un modesto galileo del sec. I, Gesù di Nazareth. La teologia di Paolo è una “teologia speculativa”, cioè è costruita sulla base di una serie di riflessioni religiose, che non si riferiscono più direttamente all’umile galileo che è stato Gesù, ma al Figlio di Dio, Messia e Signore nostro (Rm 1, 4), che è Cristo, il Risorto che è unito al Padre del Cielo. Detto ciò – e come è logico -, queste due teologie ci offrono due spiegazioni della passione e morte di Gesù. Secondo la teologia dei vangeli, la decisione della morte di Gesù fu presa dall’autorità religiosa (il Sinedrio: sommi sacerdoti, anziani e dottori della Legge). E questa decisione fu approvata dall’autorità politica, il prefetto dell’Impero. Il motivo della condanna a morte è stato religioso (Gesù fu accusato di essere un pericolo per il tempio, di essere e di agire come un bestemmiatore ed un delinquente); ed è stato politico (poiché il governatore ordinò di crocifiggerlo). Secondo la teologia di Paolo, Cristo morì sulla croce non per una decisione umana (una questione che Paolo non cita mai), ma perché “i peccati si espiano con il sangue”, cosa che si riferisce a Cristo che sopporta l’ira di Dio scatenata su tutti i peccatori (Rm 3, 19-20. 25).  Così sul Crocifisso ricadde il giudizio distruttore di Dio, che con la morte di Gesù condannò “il peccato nella carne” (Rm 8, 3). Questo dimostra il fatto che, per Paolo, Gesù si è fatto “maledizione” (Gal 3, 13) e “peccato” (2 Cor 5, 21) per noi. In definitiva, la teologia di Paolo viene ad essere l’accettazione del principio spaventoso che presenta la lettera agli Ebrei: “senza effusione di sangue non vi è remissione” (Eb 9, 22). Riassumendo: la passione di Gesù, secondo la teologia narrativa dei vangeli, si spiega perchè Gesù, nel quale è presente Dio e che ci rivela Dio (Gv 1, 18; 14, 9; Mt 11, 27 par), ha affrontato la sofferenza umana (malattia, povertà, fame, emarginazione, disprezzo, umiliazione, odio…).  Secondo la teologia speculativa di Paolo, la passione di Cristo si spiega perchè Dio ha avuto bisogno del “sacrificio” e dell’“espiazione” dei peccati, per redimere in questo modo l’uomo peccatore.
Ebbene, accettando il fatto che nel Nuovo Testamento si trovano queste due spiegazioni della passione e della morte di Gesù, il problema concreto che si presenta di solito, negli insegnamenti della Chiesa e nella vita dei credenti, sta nel fatto che la spiegazione della passione offerta da Paolo si è costituita, si presenta ed è richiesta alla gente che la si viva come il dogma di fede della nostra salvezza. Mentre la spiegazione della passione presentata dai vangeli viene spiegata alla gente come un criterio di spiritualità per praticare la devozione e la carità cristiana.
Certo, sappiamo che Paolo ha insistito sulla carità e sull’amore cristiano (1 Cor 13, 1-13; Gal 5, 1324; Rm 13, 8-10). Così come sappiamo che i vangeli parlano ripetutamente della fede e della salvezza. Ma si consideri che, quando Gesù parla di “salvezza”, si riferisce alla “cura delle malattie”. Cioè, nei vangeli “salvare” è rimediare alla “sofferenza”. Per questo, quando Gesù diceva a qualcuno: “La tua fede ti ha salvato”, in realtà gli diceva: “La tua salda fiducia in me ti ha curato” (Mc 5, 34; Mt 9, 22; Lc 8, 48; cf. Mc 10, 52; Mt 8, 10. 13; 9, 30; 15, 28; Lc 7, 9; 17, 19; 18, 42). E richiama l’attenzione il fatto che Gesù elogia la fede di un centurione romano (Mt 8, 5-13; Lc 7, 1-10), di una donna cananea (Mt 15, 21-28; Mc 7, 24-30) o di un lebbroso samaritano (Lc 17, 11-19), tutte persone che non avevano la fede nel Dio di Israele. Senza alcun dubbio, l’elemento centrale nella teologia di Paolo è la vittoria sul peccato. Ma, se ci atteniamo alla teologia dei vangeli, l’elemento centrale è la vittoria sulla sofferenza. Detto tutto ciò, mi azzardo a dire che, finchè questa questione non abbia la giusta ed autorevole spiegazione (ed applicazione alla vita), la Chiesa non potrà adempiere al suo ruolo ed alla sua missione nel mondo. In definitiva, con una teologia disarticolata e sgangherata possiamo solo avere una Chiesa ugualmente disarticolata e sgangherata. In altre parole, finché Paolo continuerà ad essere più decisivo di Gesù nella teologia e nella gestione della Chiesa, come Chiesa e come cristiani non andiamo da nessuna parte.
articolo pubblicato il 21.3.2016 nel Blog dell’Autore in Religión Digital

 

 

 

sulla misericordia …

“misericordia voglio e non sacrifici”

di José María Castillo

Castillo
in “www.periodistadigital.com” del 10 dicembre 2015

Il vangelo di Matteo cita due volte il testo del profeta Osea (6, 6) che ho messo come titolo di questa riflessione. Lo ricorda quando riferisce che Gesù mangiava con pubblicani e peccatori (Mt 9, 13). E lo ripete nello spiegare perché i discepoli, quando avevano fame, violavano le norme religiose sul riposo del sabato (Mt 12, 7). Se l’evangelista Matteo ripete due volte la stessa massima sul tema della misericordia, senza alcun dubbio questo si deve al fatto che l’evangelista pensava che in questo punto si dice qualcosa di molto importante. In cosa consiste questa importanza? Come è logico, Gesù in questo passo afferma che Dio vuole che noi esseri umani abbiamo viscere di bontà e di misericordia con gli altri, anche se sono gente cattiva e persino quando la pratica della bontà comporti la violazione di una legge religiosa. Questo – benché risulti scandaloso per i più puritani – è quello che dice il Vangelo. Ma non si tratta solo di questo. Quello che dice Gesù è molto più forte. Perchè stabilisce una “antitesi” tra la “misericordia” ed il “sacrificio” (Ulrich Luz). Ossia, quello che Gesù dice è che, se bisogna scegliere tra l’“etica” ed il “culto” (tra la “giustizia” e la “religione”), la prima cosa è l’etica, l’onestà, la difesa della giustizia ed i diritti delle persone. Se questo non si antepone a tutto il resto, Dio non vuole che tranquillizziamo le nostre coscienze con messe, preghiere, devozioni e cose simili. È decisivo ricordare questo proprio ora. Quando celebriamo l’anno della misericordia. E quando vediamo che la corruzione, la sfrontatezza, le disuguaglianze e la prepotenza sui più indifesi gridano al cielo. Io non so perché, ma di fatto molto frequentemente la gente che accumula più denaro, più potere e più privilegi è allo stesso tempo la gente che ha le migliori relazioni con la Chiesa, che difende con le unghie e con i denti i privilegi della religione e le migliori relazioni possibili con il clero. Termino ricordando che, come è ben dimostrato, i rituali religiosi (osservati e compiuti nei minimi dettagli) di solito producono due effetti: 1) tranquillizzano la coscienza dell’osservante che li compie; 2) nella maggior parte dei casi si trasformano in abitudine, ma non modificano il comportamento, soprattutto quando si vede che questo comportamento è mal visto dalla religione. Da quello che raccontano si vangeli, Gesù andava “con cattive compagnie” e non era un modello di “osservanza religiosa”. Ed è in questo modo che in Gesù si è rivelato a noi Dio. Se questo ci risulta strano e anzi ci scandalizza, probabilmente è perché assomigliamo più ai farisei che ai veri seguaci di Gesù. Se non pensiamo a questo seriamente, praticheremo poca misericordia.

I

il commento al vangelo

ECCO, CONCEPIRAI UN FIGLIO E LO DARAI ALLA LUCE

commento al vangelo della solennità della Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre) di p. José María CASTILLO

Castillo

Lc 1,26-38

Al sesto mese l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di  Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».  A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato  grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore  Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo  ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha  concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del  Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

1. È un fatto che la festa dell’Immacolata Concezione è una delle celebrazioni più importanti istituite e conservate dalla Chiesa per quanto riguarda Maria,  la madre di Gesù. La devozione e la pietà del popolo cristiano verso Maria sono elemento costitutivo ed importante nella spiritualità di molti cattolici  e di non poche istituzioni e congregazioni religiose a partire dal Medioevo. Una spiritualità che si è intensificata nei secoli XIX e XX, soprattutto in  occasione delle definizioni dogmatiche dell’Immacolata (1854) e dell’Assunzione (1950). In questi secoli hanno avuto rilievo speciale le apparizioni della  Vergine e i numerosi santuari che richiamano migliaia di fedeli.

2. La esemplarità di Maria, madre di Gesù, così come di lei parlano i vangeli, è più importante di tutto quello che possono esprimere le immagini popolari  ed i libri di pietà mariana. Non si tratta solo dell’umiltà di una giovane che di sé pensa di essere una “schiava” (Lc 1,38) nei confronti del Signore
e della vita. Maria aveva un sentimento profondo: essere una persona umile, che apparteneva al gradino più basso della scala sociale in Israele (la tapéinosis,  Lc 1,48) (W. Grundmann). Ed a partire da tale condizione pronuncia il suo Magnificat, l’inno che “evoca i pericoli del potere e della proprietà”. E che annuncia la trasformazione che farà il Signore: abbattere i potenti ed esaltare quelli che non contavano nulla (Lc 1,52-53) (F. Bovon).

3. A partire da queste convinzioni Maria ha educato Gesù, il figlio delle sue viscere. Gli ha contagiato quello che lei viveva e sentiva così fortemente.
Questo è l’aspetto più evangelico e geniale che possiamo ammirare in Maria Immacolata.

il possibile fallimento di papa Francesco

sta fallendo il papa?

José María CASTILLO

Castillo

c’è gente che si fa questa domanda. Anzi ci sono non poche persone che non se la pongono neanche. Perché sono quelle che hanno già la risposta. E ce l’hanno chiara e sicura, nel senso che, come pensano loro, effettivamente è così. Non si tratta, quindi, del fatto che Francesco sta per fallire. Si tratta del fatto che Francesco ed il modello di papato che rappresenta hanno già fallito. Ossia, questo papa non ha rinnovato la Chiesa. E non la sta neanche rinnovando

Per la semplice ragione – dicono i difensori del fallimento – che la teologia di Francesco è poca e povera. A questo si aggiunge il fatto che non ha cambiato neanche un solo canone del Codice di Diritto Canonico. E le nomine di alti incarichi nella Curia non sono state determinanti perché le cose cambino. E non ha potuto farla finita con le salde e solide convinzioni dei cardinali che si oppongono alla sua maniera di esercitare il ministero di Successore di Pietro. Allora, dopo quasi tre anni di papato, dove ci porta quest’uomo? A una nuova e più grande disillusione per la riforma della Chiesa, pensano o temono non poche persone.
Alla fine, non so se sto esagerando. Nè sono qualcuno per affermare con certezza se hanno o non hanno ragione i “profeti di sventura”, come direbbe Giovanni XXIII. La domanda che certamente credo che possa (e debba) porre è questa: chi sono quelli che affermano con certezza che questo papa ha fallito? Certamente una cosa simile non la dicono i poveri, gli ammalati, i bambini, quelli che sono rimasti senza lavoro, la gente che vive nei quartieri di periferia, coloro che scappano dalle guerre, dalle carestie, dai paesi nei quali si vedono sfruttati o in situazioni di insicurezza, di paura e di disperazione. Perché sarà così?
Affermare con certezza che questo papa ha fallito è, nè più nè meno, desiderare che fallisca. E quindi, desiderare che le cose continuino ad essere, nella Chiesa, come stavano nei papati precedenti. O forse – all’estremo opposto – quello che alcuni desiderano è che la Chiesa cambi, dal giorno alla notte, a colpi di decisioni dottrinali e legali, che obblighino un’infinità di persone a pensare in maniera diversa da come la pensavano fin da quando erano bambini. Ma un papa può fare una cosa simile in due o tre anni?
Mettiamo i piedi per terra. Il papa, chiunque sia, non può essere agente di divisione, ma modello di tolleranza, rispetto e comunione. Ma questo, in una Chiesa così divisa e frammentata come quella che abbiamo, non si consegue se non a partire dalla bontà e dalla misericordia. Esercitare il papato non è fare politica. E, men che mai, imporre decisioni che, nel migliore dei casi, si sopportano, ma non si integrano nella vita delle persone.
Le persone nelle loro vite integrano e fanno loro non quello che si impone loro per obbligo, ma quello che li attrae per seduzione. Il giorno che una notevole maggioranza vedrà nel Vangelo un “progetto di vita” che allevia pene, promuove felicità e dà senso alle nostre vite, in questo giorno la Chiesa adempirà al suo compito in questo mondo e sarà diversa. Ebbene, questo, nè più nè meno, è quello che papa Francesco sta tentando di fare. Ed è quello che ha l’intenzione di fare, se, tra l’altro, glielo permettiamo di fare.