migranti economici contro migranti rifugiati?

si possono opporre migranti economici e rifugiati?

intervista a Jean-François Dubost*

“La questione delle migrazioni è complessa e non è compatibile con l’approccio binario che distingue migranti economici e rifugiati. Soprattutto se tale approccio mira ad opporre gli uni agli altri, mentre tutti hanno diritti e devono essere protetti”

C’è un solo caso in cui è facile fare una distinzione tra migranti economici e rifugiati, è la situazione di guerra. È evidente che persone siriane, eritree o originarie del Sudan hanno bisogno di essere protette nel quadro del diritto d’asilo e di beneficiare così dello statuto di rifugiato. Invece, è completamente falso dire, come si è sentito in questi ultimi anni, che tutti coloro che non vengono da paesi in guerra sono migranti economici. La distinzione non è così semplice. Anche in uno Stato a priori sicuro, se la persona migrante ha subito persecuzioni a titolo personale, ha diritto allo statuto di rifugiato. Facciamo l’esempio di una persona che viene dal Senegal e che vi è perseguitata per la sua omosessualità. Certo, il Senegal non è un paese in guerra. Ma questo migrante ha diritto ad essere riconosciuto rifugiato in Francia. Il pericolo maggiore sarebbe quindi quello di fare una scelta in base alla nazionalità, non sarebbe pertinente. Del resto, è difficile distinguere un solo motivo di migrazione quando, nella realtà, le motivazioni sono spesso molteplici. Oggi molte persone lasciano i loro paesi per il doppio motivo del mancato rispetto dei loro diritti e per problemi economici. Alcuni possono anche esser partiti solo per motivi economici, ma è possibile che al loro arrivo in Francia la situazione nel loro paese sia cambiata e impedisca il loro ritorno. È quindi difficile stabilire delle categorie valide una volta per tutte e identiche per un numero elevato di persone. Infine, occorre sottolineare che certe situazioni sono molto complesse. È il caso di persone i cui diritti economici e sociali sono stati lesi, che hanno subito ad esempio la mancanza di accesso alle cure, all’alimentazione o all’acqua corrente. Di primo acchito, si potrebbe ritenere che la loro situazione non rientri nel quadro dello statuto di rifugiato e che rientri in quella che i politici chiamano “migrazione economica”. Ma alcune persone sono di fatto trascurate dai poteri centrali dei loro paesi a causa della loro origine o delle loro opinioni politiche. Se i fatti sono chiariti, queste persone potrebbero quindi essere protette e considerate come rifugiati. Può essere il caso dei Rom venuti dal Kosovo, colpiti da una politica discriminante nel loro Stato. La questione delle migrazioni è quindi complessa e non è compatibile con l’approccio binario che distingue migranti economici e rifugiati. Soprattutto se tale approccio mira ad opporre gli uni agli altri, mentre tutti hanno diritti riconosciuti e devono essere protetti.

* giurista, responsabile del programma Protezione delle popolazioni a Amnesty International France

fare il clochard non è reato

la Cassazione difende i clochard

bivaccare in strada non è reato per un senza casa

avrebbe dovuto pagare mille euro di multa

l’avvocato: “L’uomo versava in stato di necessità e con l’esigenza di un alloggio”

Assolto in Cassazione il clochard multato per aver bivaccato in strada

assolto in Cassazione il clochard multato per aver bivaccato in strada

da Globalist

Capita che il volto umano, nella circostanza, sia invece quello della Cassazione che ha ribaltato la sentenza con la motivazione che “non è reato e non può essere condannato chi vive per strada, su di un marciapiede con i cani in una baracca precaria di cartoni e pedane in legno”.

Nel ricorso in Cassazione, il difensore aveva ribadito che l’uomo, senza fissa dimora, “versava in stato di necessità e con l’esigenza di un alloggio”.
La vicenda risale a dicembre 2010. Il clochard, un quarantenne italiano, era stato condannato dal tribunale di Palermo a pagare mille euro per non aver rispettato l’ordinanza del primo cittadino a non predisporre accampamenti di fortuna. L’obiettivo era quello di non consentire l’alterazione del decoro urbano ed essere d’intralcio alla pubblica viabilità.

Secondo la prima sezione penale, l’ordinanza del sindaco è “una disposizione di tenore regolamentare data in via preventiva ad una generalità di soggetti, in assenza di riferimento a situazioni imprevedibili o impreviste”, e “non è sufficiente l’indicazione di mere finalità di pubblico interesse”. La Corte ha quindi annullato la condanna perché “il fatto non sussiste”.

In un’altra sentenza, la Cassazione aveva annullato la condanna della Corte di Appello di Genova a un giovane straniero senza fissa dimora responsabile di un furto di wurstel e formaggio del valore di 4 euro.

“Il fatto – ha spiegato la Corte Suprema – non costituisce reato”

a Ratisbona un cinquantennio di inferno contro i bambini – occorre un radicale mea culpa

il coro di Ratisbona

un inferno di violenze per 547 bambini e adolescenti

di Luca Kocci
in “il manifesto” del 19 luglio 2017

Almeno 547 bambini e adolescenti del coro di voci bianche del duomo di Ratisbona, in Baviera, fra il 1945 e il 1992 – negli anni in cui a dirigere il coro ci fu anche il fratello del papa emerito Joseph Ratzinger, Georg – avrebbero subito violenze di ogni tipo dai preti e dai propri educatori, molti di loro anche abusi sessuali. La denuncia è arrivata dall’avvocato tedesco Ulrich Weber, che dal 2015 sta indagando sullo scandalo che ha investito la diocesi di Ratisbona, un vero e proprio crimine ai danni di minori di cui si parlava già da molti anni, ma non con l’evidenza e soprattutto le dimensioni che sono state rivelate ieri, durante una conferenza stampa in cui l’avvocato ha presentato i risultati della sua inchiesta. Nel gennaio 2016 Weber aveva parlato “solo” di 231 casi di percosse, privazioni del cibo, abusi e violenze sessuali. Ora il numero è più che raddoppiato: 547 bambini subirono maltrattamenti fisici e psicologici, 67 di loro anche violenze sessuali, da parte di 49 fra preti ed educatori che sarebbero stati identificati ma che difficilmente andranno a processo per via della prescrizione (finora solo due religiosi sono comparsi in un tribunale penale tedesco: un ex insegnante di religione vicedirettore del liceo, allontanato nel 1958, e un ex direttore del convitto, entrambi morti nel 1984). E i numeri potrebbero crescere ancora, fino a far assumere al “caso Ratisbona” una rilevanza pari a quella di altri scandali internazionali di pedofilia ecclesiastica, dagli Stati Uniti all’Irlanda. «Le vittime hanno descritto i loro anni di scuola come una prigione, come l’inferno e come un campo di concentramento. Molti si ricordano di quegli anni come il periodo peggiore della loro vita, caratterizzato da paura e violenza», usata come «metodo» per ottenere «massimi risultati» e «assoluta disciplina», ha spiegato l’avvocato Weber nel rapporto presentato alla stampa. Un vero e proprio «sistema della paura», fatto di violenze, sottomissione psicologica, incapacità di reagire, omertà e silenzi, che ha avvolto per anni l’ambiente dei Regensburger domspatzen, i «passeri del duomo di Ratisbona», come venivano chiamati i bambini e i ragazzi del coro delle voci bianche. Il rapporto non condanna direttamente come autore delle violenze ma nemmeno assolve mons. Georg Ratzinger, fratello del papa emerito Benedetto XVI, direttore del coro fra il 1964 e il 1994, che avrebbe «fatto finta di non vedere» e che sarebbe colpevole «di non essere intervenuto, nonostante fosse a conoscenza» di ciò che accadeva. Da parte sua, Georg Ratzinger, chiamato in causa già diversi anni fa, si è sempre difeso: «Se fossi stato a conoscenza dell’eccesso di violenza utilizzato, avrei fatto qualcosa», dichiarò in passato in un’intervista ad un giornale bavarese, ammettendo quindi che una dose “equilibrata” di violenza veniva praticata.

Non ne esce bene nemmeno il cardinal Gerhard Müller, vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012 prima di essere chiamato da papa Ratzinger in Vaticano a dirigere la Congregazione per la Dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), incarico che qualche settimana fa, allo scadere del quinquennio, papa Francesco non gli ha rinnovato (anche per divergenze teologiche: Müller rappresenta una linea conservatrice rispetto alle aperture pastorali di Bergoglio). Pur non essendo coinvolto né direttamente né indirettamente – tutte le violenze sarebbero avvenute prima che Müller assumesse la guida della diocesi –, il rapporto dell’avvocato Weber critica il modo con cui ha gestito la vicenda, dopo le prime denunce: in particolare non avrebbe cercato alcun dialogo con le vittime né si sarebbe impegnato a chiarire cosa fosse realmente accaduto nel coro delle voci bianche della cattedrale della sua diocesi. Diocesi che poi, andato via Müller, ha parzialmente cominciato ad ammettere i fatti dei decenni precedenti, assicurando un indennizzo massimo di 20mila euro per ciascuna vittima. La prossima settimana, in Australia, si aprirà un nuovo processo per casi di pedofilia ecclesiastica: davanti ai magistrati andrà il cardinale George Pell, attuale capo – sebbene “in aspettativa” – della segreteria per l’Economia, il ministero dell’economia del Vaticano.

 

violenze nel coro Ratisbona
una lettera del 1967 di un piccolo alunno della scuola preparatoria del coro
“vi prego, venite a prendermi…”
la lettera della vittima 153 del Coro dei bambini di Ratisbona
il documento drammatico è tra i tanti contenuti nel rapporto Weber Tweet 19 luglio 2017
“Cari cari genitori, vi voglio tanto tanto bene. Vi prego, vi prego vorrei così così così volentieri tornare a casa. Vi prego, vi prego non mi mandate nessun pacchettino, io vorrei così così così tanto tornare a casa”.
Inizia così una lettera della vittima 153 del coro di bambini del Duomo di Ratisbona, scritta nel 1967 da alunno della scuola preparatoria del coro. Nel rapporto presentato da Ulrich Weber, l’avvocato incaricato di gettare luce sugli abusi nella Cattedrale di Ratisbona, questo documento è classificato tra le “lettere di nostalgia”.
“Venite a prendermi appena leggete questa lettera e non dimenticatevi la valigia. Io devo sempre sempre piangere. E pagate tutto subito, è meglio così. Ho tantissima nostalgia. Aspetto nella mia stanza. Saluti, il vostro caro…”.
E’ solo una delle tante testimonianze raccolte nel corposo rapporto di 440 pagine che documenta gli abusi fisici e sessuali subiti da almeno 547 bambini del prestigioso coro tra il 1945 e i primi anni Novanta. I “passeri” del Duomo di Ratisbona (“Regensburger Domspatzen”) tra il 1964 e il 1993 furono diretti da Georg Ratzinger, fratello del Papa emerito, che già nel 2010, all’epoca dalla ondata di rivelazioni e accuse sulle violenze subite da bambini da parte di prelati cattolici, si era scusato con le vittime. 
 OCCORRE UN’AUTOCRITICA SPIETATA
adesso Francesco ha un dovere: ribaltare la chiesa delle bugie
di Marco Marzano
Sono agghiaccianti le notizie che ci arrivano da Ratisbona. Insomma quella scuola di Ratisbona assomigliava decisamente a un lager: molti che ebbero la disgrazia di passarvi dicono di avervi trascorso gli anni “peggiori della loro vita”. Come in ogni lager, gli aguzzini erano numerosi e organizzati: secondo i dati del rapporto, ben cinquanta di loro sono già stati identificati, ma è probabile che siano molti di più. Di quel campo di concentramento, Georg Ratzinger, il fratello del papa emerito, è stato per 30 anni, autorevole direttore. Secondo chi ha redatto il rapporto, egli sapeva, copriva e proteggeva gli autori delle violenze.
La prima reazione a questa notizia consiste nel pensare che l’orribile situazione possa essere stata, almeno in parte, all’origine delle clamorose dimissioni di Ratzinger: come è noto, il rapporto tra il papa emerito e il fratello è sempre stato fortissimo e psicologicamente sbilanciato a favore del maggiore dei due, cioè dell’ex direttore del coro-lager. Cosa sarebbe successo se il pontefice tedesco fosse stato ancora regnante al momento della pubblicazione del rapporto? Quanto discredito sarebbe caduto sul Vaticano a seguito delle gesta del fratello del capo? Non lo sapremo mai perché, forse per sua fortuna, Ratzinger non è più papa. Ma non credo sia questo l’elemento su cui concentrarsi.
Perché ce n’è uno più importante: la Chiesa Cattolica si è trovata e si troverà in futuro decine di volte ad essere messa sul banco degli imputati per le azioni esecrabili di alcuni suoi membri. È venuto il momento per la grande istituzione di assumersi direttamente la responsabilità di tutto questo, di ammettere che quei crimini non sono solo il risultato del comportamento di alcune personalità malvage o perverse, ma anche in grande misura la conseguenza di un modello formativo, di un addestramento specializzato, di un’immagine del prete e del suo ruolo che l’istituzione ha costruito in secoli lontani (nei quali la pedofilia e le botte ai ragazzini non erano nemmeno reati) e che si rifiuta ostinatamente di cambiare, anche di fronte ad evidenze come quella di Ratisbona. Penso sia necessario quindi che la Chiesa non solo compia un profondo atto di contrizione e una richiesta di perdono, ma anche che avvii un gigantesco e pubblico processo di autocoscienza, di autocritica: qualcosa di simile a quello che hanno fatto i tedeschi dopo la fine del nazismo. Sarebbe un gesto liberatorio e straordinario, che porterebbe davvero la Chiesa nella modernità, riscattandosi da una delle sue pagine più buie. Ci pensi Francesco. Sarebbe un modo per entrare davvero nella storia.

così cominciò il primo preteoperaio a Viareggio

il salto del muro

don Sirio Politi, preteoperaio a Viareggio

Armando Sestani 

luglio 1961: in una luccicante estate versiliese in pieno boom economico, un prete fuori dagli schemi decide di compiere un clamoroso gesto di solidarietà verso i lavoratori in sciopero di uno stabilimento della Darsena viareggina

Il vecchio muro della F.E.R.V.E.T. di Viareggio, che nel luglio 1961 don Sirio Politi, contravvenendo agli espliciti divieti aziendali in merito, osò scavalcare per andare a celebrare messa con gli operai in sciopero. Ai giorni nostri, il complesso ospita un cantiere navale.

Il vecchio muro della F.E.R.V.E.T. di Viareggio, che nel luglio 1961 don Sirio Politi osò scavalcare per andare a celebrare messa con gli operai in sciopero.

“Hanno affittato anche le barche”. Con questa constatazione inizia un articolo dello scrittore viareggino Silvio Micheli, pubblicato sulle pagine del quotidiano comunista l’Unità all’indomani del ferragosto del 1961. Viareggio è in quegli anni una delle mete preferite del neonato turismo di massa, frutto di una crescita economica che proprio in quell’anno raggiunge il suo apice, con un aumento del PIL dell’8,3%. Sono gli anni del cosiddetto “miracolo italiano”, quando la lira conquista nel 1960 il riconoscimento di moneta più salda fra quelle del mondo occidentale. Milioni di italiani possono permettersi l’acquisto del televisore e del frigorifero: tuttavia, diventa l’automobile il sogno di molti. La FIAT, che nel 1955 mette in produzione la 600, presenta due anni dopo la 500, al costo di 490.000 lire, pari a tredici stipendi di un operaio: nonostante il prezzo sia elevato, inizia proprio in quegli anni la motorizzazione di massa degli italiani. L’utilitaria, spesso acquistata dopo la firma di numerose cambiali, permette di raggiungere, soprattutto in estate, le località balneari. “Tutta Viareggio” scrive Micheli “ha dovuto far posto ai ferragostini, una volta completati alberghi e pensioni. Ma i ferragostini continuavano ad arrivare rigati di sudore dalle città e dalle campagne cotte dal sole”.

un’immagine del Lungomare viareggino in pieno boom economico: sullo sfondo, i cantieri della Darsena

 

Ma se esiste una Viareggio che fa del turismo, di élite e di massa, la sua risorsa principale e cerca di sistemare i villeggianti come può, c’è un’altra Viareggio che vive una situazione ben diversa. Da quando inizia la costruzione del porto-canale nel 1819, la città versiliese si sviluppa nei decenni successivi prendendo due direzioni: da una parte, la città turistica e commerciale con i suoi alberghi e i ritrovi per gli artisti, dall’altra, la Darsena con i cantieri navali, regno dei maestri d’ascia e calafati prima e della carpenteria metallica poi. A dividere queste due realtà, il porto-canale.

Tuttavia, nella Darsena viareggina non si costruiscono solo navi di ogni genere. In quella parte della città è situata anche una delle fabbriche più importanti: la F.E.R.V.E.T., acronimo che significa Fabbricazione E Riparazione Vagoni E Tramway, con sede principale a Bergamo e succursali in altre città. Le cronache e le testimonianze dell’epoca ci raccontano di un lavoro particolarmente duro, svolto in un ambiente malsano e con attrezzi inadeguati per il tipo di produzione richiesto. Per questo motivo gli operai, all’epoca circa 270, sono tra i più combattivi e politicizzati della città. Quando nel 1955 la FIOM subisce una pesante sconfitta nelle elezioni della commissione interna alla FIAT, passando dal 65% al 36%, nello stesso anno alla F.E.R.V.E.T. la FIOM aumenta i consensi, raggiungendo il 73% dei voti operai. Per tutti gli anni ’50 la conflittualità operaia si manifesta con scioperi e occupazioni dello stabilimento, come in quella estate del 1961. Dalla metà del mese di luglio, gli operai occupano lo stabilimento, contro la smobilitazione paventata dall’azienda, trascinando i lavoratori viareggini in più scioperi di solidarietà. Tuttavia, quella lotta passerà alla storia cittadina per un gesto di solidarietà e di disobbedienza di un prete, anzi di un preteoperaio.

Nativo di Capezzano Pianore (Camaiore, Lu), don Sirio Politi (1920-1988), assieme al fiorentino don Bruno Borghi (1922-2006), fu il primo preteoperaio italiano.

Dall’estate del 1956 don Sirio Politi, nato nel 1920 e fino all’anno prima parroco di Bargecchia, una piccola frazione collinare del comune di Massarosa, si è stabilito nella Darsena, in un piccolo edificio trasformato in una chiesina che si affaccia sul Canale Burlamacca, e lavora come scaricatore di porto. Fino al 1959 ha lavorato in un cantiere navale, poi si è dovuto licenziare: le autorità ecclesiastiche romane hanno infatti posto fine all’esperienza dei pretioperai, nata in Francia nei primi anni ’40. Insieme a don Bruno Borghi di Firenze, Politi è il primo preteoperaio italiano.

Don Sirio chiede più volte alla direzione di poter effettuare la messa all’interno della fabbrica occupata, ma il permesso viene ripetutamente negato. Finché una domenica, dopo l’ennesimo rifiuto, prende una valigia e la riempie con gli arredi sacri. Porta con sé anche una scala, per permettergli di scavalcare il muro di cinta della fabbrica, e, con l’aiuto degli operai, riesce ad entrare. “Ho scavalcato questo abisso di divisione”, scriverà don Sirio, “e mi sono sentito come in terra libera, fra uomini liberi”. Gli operai gli fanno visitare la fabbrica: “Una attrezzatura primitiva, un macchinario antiquato di quarant’anni fa, un’organizzazione di lavoro assurda e un disordine inconcepibile”. Intanto viene preparato l’altare “con attrezzi di lavoro e lamiere”. Ricordando quella esperienza, scrive don Sirio: “Può darsi che molti non siano credenti. Forse alcuni hanno voluto questa Messa per interesse di pubblicità: ma a me non importava nulla dei motivi e delle intenzioni – e nel caso ero felice che almeno quella Messa servisse a dei poveri, a degli operai… l’importante era che Dio fosse lì tra i poveri, che Gesù Cristo consumasse lì, fra gli operai, il Suo Sacrificio di Redenzione… a dare senso, significato, valore infinito ed eterno a questa povera vicenda umana, a queste situazioni di ingiustizia, a questa sofferenza per i diritti fondamentali alla vita”.

Darsena viareggina: la “Chiesina del Porto” (o “Chiesina dei Pescatori”) subito dopo la ristrutturazione del 1962, voluta e realizzata dallo stesso don Politi, che, poeta, uomo di lotta e di pace, era pure un abile artigiano.

La F.E.R.V.E.T. continuerà ancora per un trentennio l’attività, fino ad una ennesima occupazione e alla definitiva chiusura nel 1991. Don Sirio Politi proseguirà nel suo cammino, svolgendo l’attività di fabbro e continuando nelle battaglie nonviolente a difesa degli obiettori di coscienza, per la pace e contro l’opzione nucleare, attraverso una feconda attività editoriale. 

 

la riflessione di L. Boff in occasione dei suoi 70 anni

NASCERE ANCORA A SETTANT’ANNI

Leonardo Boff 

da: Adista Contesti n° 2 del 03/01/2009

 

 

In questo mese di dicembre compio 70 anni. Secondo i parametri brasiliani, divento ufficialmente vecchio. Questo non significa che io sia prossimo alla morte, perché questa può sopravvenire nel primo istante di vita. Però è un’altra tappa della vita, l’ultima.

Possiede una dimensione biologica, perché si esaurisce inesorabilmente il capitale vitale, ci indeboliamo, perdiamo il vigore dei sensi e ci allontaniamo lentamente da tutto. Di fatto, siamo anche un po’ più dimenticati e, forse, diventiamo impazienti e sensibili ai gesti di bontà, che ci muovono facilmente alle lacrime.

Ma c’è un’altra cosa, più interessante. La vecchiaia è l’ultima tappa della crescita umana. Nasciamo interi, ma non completi. Dobbiamo completare la nostra nascita costruendo l’esistenza, aprendo cammini, superando difficoltà e modellando il nostro destino. Siamo sempre in genesi. Cominciamo a nascere e continuiamo a nascere in prestazioni lungo la vita fino a finire di nascere. Allora entriamo nel silenzio. E moriamo.

La vecchiaia è l’ultima opportunità che ci offre la vita per finire di crescere, di maturare, e per finire di nascere. In questo contesto è illuminante la parola di san Paolo: “Nella misura in cui l’uomo esteriore decade, ringiovanisce l’uomo interiore” (2Cor 4,16). La vecchiaia è un’esigenza della persona interiore. Cos’è la persona interiore? È il nostro io profondo, il nostro modo singolare di essere e di agire, il nostro marchio registrato, la nostra identità più radicale.

Questa identità dobbiamo guardarla in faccia direttamente. È personalissima e si nasconde dietro le molte maschere che la vita ci impone, perché la vita è un teatro nel quale ricopriamo vari ruoli. Io, per esempio, sono stato francescano, prete, ora laico, teologo, filosofo, professore, conferenziere, scrittore, editore, redattore di alcune riviste, sotto inchiesta delle autorità dottrinarie vaticane, costretto al “silenzio ossequioso”, ed altri ruoli ancora. Ma c’è un momento in cui tutto questo si relativizza e diventa paglia secca. Allora abbandoniamo la scena, ci togliamo le maschere e ci chiediamo: in fin dei conti, io chi sono? Quali sogni mi motivano? Quali angeli mi abitano? Quali demoni mi tormentano? Qual è il mio posto nel disegno del Mistero? Nella misura in cui proviamo, con timore e tremore, a rispondere a queste domande, viene alla luce l’uomo interiore. La risposta non è mai conclusiva; si perde fin dentro l’Ineffabile.

Questa è la sfida che ci pone la tappa della vecchiaia. Allora rendiamoci conto che avremmo bisogno di molti anni di vecchiaia per trovare la parola essenziale che ci definisce. Sorpresi, scopriamo che non viviamo semplicemente perché non moriamo, ma che viviamo per pensare, meditare, aprire nuovi orizzonti e creare sensi di vita. Specialmente per cercare di fare una sintesi finale, integrando le ombre, rialimentando i sogni che ci hanno sostenuto tutta una vita, riconciliandoci con i fallimenti e acquistando saggezza. È illusorio pensare che questa venga con la vecchiaia. La saggezza viene dallo spirito con il quale viviamo la vecchiaia come tappa finale della crescita e del nostro vero Natale.

Infine, è importante preparare il grande Incontro. La vita non è strutturata per finire con la morte, ma per trasfigurarsi attraverso la morte. Moriamo per vivere di più e meglio, per immergerci nell’eternità e incontrarci con la Realtà Ultima, fatta di amore e misericordia. Lì sapremo veramente chi siamo e qual è il nostro vero nome.

Condivido con il saggio dell’Antico Testamento lo stesso sentimento: “Contemplo i giorni passati e ho gli occhi rivolti all’eternità”.

Porto avanti due sogni, sogni di un giovane anziano: il primo è scrivere un libro solo per Dio, se è possibile con il mio proprio sangue; il secondo è impossibile, ma bene espresso da Herzer, bambina di strada e poeta: “Io vorrei solo rinascere di nuovo per insegnarmi a vivere”. Ma siccome questo è irrealizzabile, non mi rimane che apprendere alla scuola di Dio. Parafrasando Camões, concludo: “Vivrei di più se non fosse, per un sì grande ideale, tanto corta la vita”.

 

i paesi che ci sembrano più poveri sono solo più impoveriti e sfruttati

 

“laudato si’ ”  in El Salvador

Tonio Dell’Olio

in Mosaico dei giorni

 

 

Non smetteremo mai di ricordarlo: i Paesi più poveri sono i più ricchi! Semplicemente sono sfruttati, depredati delle loro materie prime, ovvero delle loro immense ricchezze.

“Aiutarli a casa loro” non significa mettere in campo progetti umanitari di assistenza ma più semplicemente fare in modo che le multinazionali dell’agricoltura e dell’estrattivismo, abbandonino quei territori permettendo alle popolazioni locali di utilizzare le proprie risorse. Ma questo renderebbe più povero il Nord del mondo e non ci conviene.

Lo scorso anno la Oceana Gold (prima era la Pacific Rim Mining Corp.) aveva denunciato il governo del piccolissimo El Salvador perché negava i permessi di estrazione e per questo chiedeva un risarcimento di 250 milioni di dollari per i mancati guadagni. Per fortuna in ottobre lo Stato ha vinto la causa. Ma il problema rimane perché, secondo le Nazioni Unite, El Salvador ha il più alto grado di degrado ambientale nella regione dopo Haiti. Solo il 3% della foresta naturale rimane incontaminata, i terreni sono compromessi da pratiche agricole ed estrattive che eliminano la biodiversità, inquinano e riducono in miseria i campesinos che non hanno più nemmeno quel pezzetto di terra da coltivare per il proprio fabbisogno. Il 6 febbraio scorso i vescovi salvadoregni hanno chiesto all’Assemblea Legislativa di emanare una legge per vietare l’estrazione dei metalli da parte di compagnie minerarie transnazionali. È il risultato di una campagna della Caritas e dell’Università CentroAmericana (Gesuiti) che ha documentato i danni provocati all’ambiente e alla popolazione.

Si tratta di tradurre in pratica l’Enciclica Laudato si’.

Né più né meno.

papa Francesco scrive la prefazione al libro di una vittima di un prete pedofilo

 

 

“chiedo perdono per i preti pedofili un segno del diavolo saremo severissimi”

di papa Francesco

in “la Repubblica” del 13 febbraio 2017

due anni fa l’ex sacerdote svizzero Daniel Pittet, poi sposato e padre di sei figli, ha incontrato il Pontefice in Vaticano e gli ha raccontato la sua storia. Che adesso è pubblicata nel libro

“la perdono, padre”

(Edizioni Piemme)

ecco la prefazione, scritta dal Papa

Per chi è stato vittima di un pedofilo è difficile raccontare quello che ha subito, descrivere i traumi che ancora persistono a distanza di anni. Per questo motivo la testimonianza di Daniel Pittet è necessaria, preziosa e coraggiosa. Ho conosciuto Daniel in Vaticano nel 2015, in occasione dell’Anno della vita consacrata. Voleva diffondere su larga scala un libro intitolato “Amare è dare tutto”, che raccoglieva le testimonianze di religiosi e religiose, di preti e di consacrati. Non potevo immaginare che quest’uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete. Eppure questo è ciò che mi ha raccontato, e la sua sofferenza mi ha molto colpito. Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa. Come può un prete, al servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male? Come può aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio, e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato «un sacrificio diabolico», che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono. Si tratta di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna. Gesù usa parole molto severe contro tutti quelli che fanno del male ai bambini: «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Matteo 18, 6). La nostra Chiesa, come ho ricordato nella lettera apostolica “Come una madre amorevole” del 4 giugno 2016, deve prendersi cura e proteggere con affetto particolare i più deboli e gli indifesi. Abbiamo dichiarato che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione, e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è successo in passato. Nella disgrazia, Daniel Pittet ha potuto incontrare anche un’altra faccia della Chiesa, e questo gli ha permesso di non perdere la speranza negli uomini e in Dio. Ci racconta anche della forza della preghiera che non ha mai abbandonato, e che lo ha confortato nelle ore più cupe. Ha scelto di incontrare il suo aguzzino quarantaquattro anni dopo, e di guardare negli occhi l’uomo che l’ha ferito nel profondo dell’animo. E gli ha teso la mano. Il bambino ferito è oggi un uomo in piedi, fragile ma in piedi. Sono molto colpito dalle sue parole: «Molte persone non riescono a capire che io non lo odii. L’ho perdonato e ho costruito la mia vita su quel perdono». Ringrazio Daniel perché le testimonianze come la sua abbattono il muro di silenzio che soffocava gli scandali e le sofferenze, fanno luce su una terribile zona d’ombra nella vita della Chiesa. Aprono la strada a una giusta riparazione e alla grazia della riconciliazione, e aiutano anche i pedofili a prendere coscienza delle terribili conseguenze delle loro azioni. Prego per Daniel e per tutti coloro che, come lui, sono stati feriti nella loro innocenza, perché Dio li risollevi e li guarisca, e dia a noi tutti il suo perdono e la sua misericordia.

“ho svelato a Francesco i miei quattro anni di inferno e lui ha pianto insieme a me”

intervista a Daniel Pittet

a cura di Caterina Pasolini
in “la Repubblica” del 13 febbraio 2017

«Avevo solo otto anni. Ero un bambino timido, fragile. Lui era il prete: simpatico, premuroso con me, un ragazzino senza famiglia, mamma depressa, padre che l’aveva accoltellata quando mi aspettava. Avrebbe dovuto proteggermi, invece ha percepito la mia debolezza, il vuoto e ne ha approfittato. Mi ha stuprato per quattro anni, ha abusato di me senza sensi di colpa né rimorsi. Ha fatto lo stesso impunemente con altri cento ragazzi»

Daniel Pittet, 57 anni di Friburgo, è un uomo che ha attraversato l’inferno e ne è uscito dopo anni di terapia trovando la forza di denunciare le violenze subite. Parla perché altri bambini non subiscano da chi dovrebbe proteggerli, perché la chiesa denunci chi abusa. Ha moglie e sei figli a cui ha raccontato tutto della sua infanzia ferita, di quel prete che per lui rappresentava potere e saggezza e si è rivelato un aguzzino. Di una chiesa che l’ha tradito, senza fargli perdere la fede. Era il 1968, aveva otto anni…

«Con una scusa mi ha portato in una stanza. Ha chiuso la porta. Non potevo scappare ero impietrito. Quando ha finito di usarmi mi ha detto: questo rimane tra noi. A chi avrei potuto dirlo, chi mi avrebbe creduto? A casa erano tutti religiosi, credevano nell’autorità della chiesa, non mi avrebbero mai dato retta. Ho passato anni a pensare che ero l’unico a subire quei pomeriggi da incubo, a cercare di dimenticare il suo corpo addosso al mio».

Nel libro lei usa parole e immagini crude, non risparmia nulla dello strazio subito tra foto che celano il segreto di un ragazzino vestito da chierichetto: capelli lunghi, gli occhi ingenui, il sorriso triste. Nessuno ha mai sospettato?

«Per anni mi sono domandato se gli adulti sapessero e facessero finta di non capire. Mi sembrava impossibile che mia madre non intuisse. Solo la mia maestra notando che andavo male a scuola, che ero sempre più solo, chiuso e timido mi ha mandato da un medico ma non so se era un cattivo dottore o si è spaventato, so solo che non ha fatto le domande giuste per aiutarmi a trovare il coraggio di parlare. Così il segreto è rimasto fino a quando la mia prozia ha capito e sono uscito dall’inferno. Avevo 12 anni».

Quando ha denunciato?

«Dopo anni di terapia ho trovato le parole per dirlo nel 1990, da allora continuo ad incontrare giovani che hanno subito gli stessi abusi. Li riconosco, vedo in loro la stessa fragilità, la fatica di vivere che mi porto dietro quotidianamente e mi spinge a fare per dare un senso alla mia esistenza. Perché chi viene abusato resta segnato per sempre, rischia il suicidio, la pazzia, spesso viene rifiutato dalla famiglia, visto che il 90 per cento degli abusi lì avviene, e dal gruppo sociale. Escluso, trattato come una paria perché ha detto la verità. Senza contare che, se non aiutato, rischia di ripetere su altri le violenze subite: l’80 per cento dei pedofili è stato un bambino stuprato».

Cosa ha fatto la chiesa?

«Ha mentito. Mi hanno detto che lo avrebbero allontanato, che non avrebbe più potuto fare del male. Dieci anni dopo ho scoperto che lo avevano mandato in Francia, dove ha continuato ad abusare ragazzini».

Chi copre i colpevoli?

«In Svizzera le cose sono cambiate ma in Francia e in Italia a quanto so ben poco. Per questo sono importanti le parole del Papa. Perché ci sono pedofili nelle parrocchie ma anche nelle alte gerarchie che fanno finta di nulla, spostano i sacerdoti pedofili in un’altra chiesa come se questo risolvesse il problema. Mantengono il segreto e nuovi bambini sono vittime».

Ha incontrato il suo aguzzino?

«L’anno scorso. Era vecchio, ho faticato a riconoscere l’orco della mia infanzia. Mi ha guardato, ho visto la sua paura. Ma non mi ha chiesto scusa, non mi è sembrato pentito di tutto il male che ha fatto».

Eppure lei lo ha perdonato

«In lui ho visto un malato e lui non c’entra con la mia fede che resta intatta, ma continuo a battermi perché la chiesa rompa il silenzio e denunci i pedofili».

Cosa le ha detto il Papa?

«Ci siamo incontrati due anni fa. Mi ha chiesto: dove trovi la forza, il tuo spirito missionario? Non era mai soddisfatto della risposta. Alla fine gli ho detto: Padre sono stato violentato da un sacerdote. Mi ha guardato in silenzio con le lacrime agli occhi e mi ha abbracciato. Ora queste le sue parole cosi forti e coraggiose di condanna alla pedofilia, al segreto che uccide».

 

 

 

imparare dai poveri – un esempio di gemellaggio di amicizia e di fede

la croce nel ghetto

di Paolo Affatato
in “La Stampa-Vatican Insider” del 11 febbraio 2017

una lacrima riga il volto di Regina, 40enne nigeriana. Per l’ennesima volta, nei giorni scorsi, la sua baracca è stata devastata da un incendio e ora non ha nemmeno più quel riparo di lamiera e cartoni che conteneva un giaciglio di fortuna, vestiti e scarpe rimediati dalla Caritas, qualche oggetto personale

Siamo nel Grande ghetto di Rignano Garganico, in provincia di Foggia, l’esteso insediamento di baracche abitate da immigrati che si trova in una desolata campagna dell’estesa pianura pugliese. Il campo accoglie oltre duemila stagionali che migrano nel Tavoliere per il lavoro agricolo, spesso restando vittima del racket dello sfruttamento, se non della vera e propria criminalità organizzata. Proprio in questa «periferia delle periferie», comunità multietnica e multireligiosa (vi sono cristiani e musulmani) creatasi spontaneamente, è nata un’esperienza di prossimità evangelica che coinvolge, in un gemellaggio di amicizia e di fede, la comunità dei battezzati di una chiesa parrocchiale del vicino capoluogo. La comunità parrocchiale di Gesù e Maria a Foggia, guidata dai frati francescani, è da sempre molto attiva in iniziative di solidarietà e nella vicinanza ai poveri. Frutto di questa sensibilità evangelica è il Centro di prima accoglienza “Sant’Elisabetta d’Ungheria”, struttura caritativa che da trent’anni è un punto di riferimento per l’intero territorio. Frati e laici francescani vivevano quella che Ignazio di Loyola definisce «santa inquietudine» nel sapere che, a pochi chilometri dalle loro case, vi fosse quell’esteso accampamento di immigrati, lavoratori stagionali, famiglie, giunto alla ribalta delle cronache nazionali come esempio di degrado della vita dei residenti o citato per raccontare la piaga del caporalato. Per questo, nell’Anno della misericordia, hanno iniziato a visitare il campo, spinti dall’emergenza dichiarata dopo la devastazione seguita ai periodici incendi di tende e baracche. Si è così stabilita una relazione di amicizia con la comunità locale e, grazie alla presenza di sacerdoti francescani, ben presto la fede e la preghiera sono divenuti un terreno comune che ha generato un circolo virtuoso di aiuto, solidarietà, reciprocità di relazioni umane. Quel movimento di «Chiesa in uscita», che risponde all’invito di Papa Francesco «non è stato e non vuol essere un andare a far del bene ai poveri», spiega a Vatican Insider Roberto Ginese, laico francescano e responsabile della Caritas parrocchiale.

«È piuttosto frutto del desiderio di essere a loro fianco come fratelli e di imparare da loro. I poveri sono nostri maestri, diceva san Vincenzo de Paoli e ripeteva spesso don Tonino Bello, vescovo e francescano secolare pugliese. C’è uno scambio alla pari di esperienze, valori e capacità di vivere la fede in situazioni tanto differenti», racconta.

Questo rapporto non è più episodico ma si è ora consolidato con un vero e proprio gemellaggio, siglato come degna conclusione dell’Anno giubilare: «Dopo i momenti di incontro, preghiera e solidarietà – recita la solenne dichiarazione congiunta firmata dai volontari e da Gerard, il rappresentante del ghetto – che ci hanno permesso di entrare in contatto con la piccola comunità cristiana presente nel territorio definito Gran ghetto di Rignano, la comunità parrocchiale di Gesù e Maria stringe un patto di amicizia e gemellaggio e si impegna a promuovere un reciproco scambio di esperienze, per favorire una cultura di accoglienza, rispetto e pace tra i popoli». Oltre a far conoscere meglio la realtà del ghetto alle altre comunità ecclesiali del territorio di Foggia, il patto intende contribuire ad allargare le basi della solidarietà, necessaria non solo per gli aiuti economici, ma anche e soprattutto per promuovere un sostegno umano e spirituale agli abitanti del ghetto. In particolare si cura e si accompagna la vita di fede dei battezzati che vivono nel ghetto, assicurando la celebrazione dei sacramenti, accanto a una serie di interventi che mirano a migliorare le condizioni di vita dei residenti.
La messa celebrata nel ghetto dopo l’incendio che ha devastato l’intero campo, in una surreale chiesa coperta solo da uno scheletro di travi assemblate alla meglio, è stata il momento-clou che dà la cifra di una presenza che si può riassumere solo con una parola: fratelli. Un altro segno visibile dello spirito di prossimità è stata la Croce di Lampedusa, costruita con i resti dei barconi e benedetta da Papa Francesco, giunta in visita all’interno del ghetto durante il Giubileo. «Quella croce vuole ricordare che Cristo viene ad abitare tra i poveri.

La croce è stata portata a spalla dai volontari, in una speciale via crucis, per tutto il ghetto, sotto gli occhi dei migranti per la maggior parte musulmani, che hanno l’hanno accolta con devozione», osserva Ginese. La visita è stata ben presto ricambiata: la sera della vigilia di Natale gli immigrati del ghetto hanno partecipato, in un clima di fraterna e generale commozione, alla solenne celebrazione eucaristica nella chiesa di Gesù e Maria. Il movimento «in uscita» ha generato uno speculare moto «in entrata» che caratterizza l’oggi e sarà coltivato in vista della Pasqua e in futuro.

il Giorno della Memoria, oggi è più necessario che mai

non un rito, una necessità

di Enzo Collotti
in “il manifesto” del 27 gennaio 2017

oggi la minaccia più insidiosa non è rappresentata dal negazionismo né dal neofascismo o dal neonazismo, ma piuttosto dall’acquiescenza diffusa a comportamenti di insofferenza se non di ostilità nei confronti dell’altro

Anche quest’anno si rinnova quello che non deve diventare un rito ma deve rimanere l’occasione per tornare a sottolineare la necessità di non dimenticare. Contro i dubbi sollevati da più parti sull’opportunità di mantenere il Giorno della Memoria. Va infatti ripetuto con forza che questa scadenza, il Giorno della Memoria, oggi è più necessario che mai. Se da una parte la crescente distanza che ci separa dai fatti in cui si concretizzò lo sterminio degli ebrei contribuisce ad affievolirne la memoria, dall’altra la realtà nella quale viviamo sollecita la riflessione su una serie di circostanze che ricordano da vicino aspetti della cultura della quale si nutrì l’indifferenza dei tanti e che consentì la realizzazione quasi indolore dello sterminio. Nella crisi attuale dell’Europa il dilagare del populismo maschera a fatica il volto del razzismo che non è né vecchio né nuovo, è il razzismo di sempre, contro ogni minoranza e contro ogni eguaglianza tra i popoli. È chiaro che il passare delle generazioni produce cambiamenti nella memoria e nei modi di esprimerla e di rappresentarla, tanto più oggi che la testimonianza dei sopravvissuti incomincia a farsi sempre più rara per ovvie ragioni fisiologiche. Troppo spesso la tragedia delle migrazioni viene dissociata nell’attenzione e nella memoria dei più dalle derive degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. Dappertutto in Europa l’irresponsabile diffusione della minaccia di una invasione da parte di chi fugge da guerra e miseria genera confusione e oblio. Situazioni paradossali e insieme esemplari come quella dell’Ungheria di Viktor Orbán, che dimentica la catastrofe degli ebrei ungheresi e rifiuta l’accoglienza ai migranti con cinismo e crudeltà. Un comportamento che apparentemente dovrebbe isolare l’Ungheria dal resto d’Europa ma che in realtà rischia ormai di diffondersi al di là delle sue frontiere, in assenza tra l’altro di fratture interne che costringano Viktor Orbán a modificare o almeno a mitigare il rigore dei suoi rifiuti. Questo significa anche una frattura nella memoria collettiva dell’Europa che indebolisce la possibilità di una presa di coscienza non parcellizzata, solidale senza riserve. Il Giorno della Memoria dovrebbe servire a tenere viva la sensibilità di popoli e società verso problemi che ne hanno plasmato negativamente la storia ma che sono anche terribilmente attuali. Oggi la minaccia più insidiosa non è rappresentata dal negazionismo né dal neofascismo o dal neonazismo, ma piuttosto dall’acquiescenza diffusa a comportamenti di insofferenza se non di ostilità nei confronti dell’altro. Nessuno ha il coraggio di dirsi anti-semita o anti-musulmano, ma nei fatti il prevalere di una sorta di agnosticismo etico ci riporta al punto in cui tutto è incominciato, alla deresponsabilizzazione e all’indifferenza. È un problema politico e culturale di enorme portata che si inserisce nella crisi dell’Europa non meno che in quella della nostra democrazia.

Italia specchio del mondo – pochi straricchi molti strapoveri

ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri: l’Italia delle diseguaglianze sociali avanza a dispetto della fine della crisi economica e dell’aumento della produttività

la fotografia di un ‘gap’ sempre più accentuato è fornita dal nuovo rapporto della ong Oxfam “Un’Economia per il 99%” sulla distribuzione della ricchezza netta in Italia nel 2016, in occasione del World Economic Forum di Davos.

Squilibri distributivi

Una rielaborazione basata su dati, modello econometrico e metodologia di stima utilizzati da Credit Suisse che riporta drammatici squilibri distributivi ed eccessi nella concentrazione della ricchezza. Nel 2016 la distribuzione della ricchezza nazionale netta (il cui ammontare complessivo si è attestato, in valori nominali, a 9.973 miliardi di dollari) vedeva il 20% più ricco degli italiani detenere poco più del 69% della ricchezza nazionale, un altro 20% controllare il 17,6% della ricchezza, lasciando al 60% più povero dei appena il 13,3% di ricchezza nazionale.

Quasi tutto in mano a pochi

Risultato il 10% top di tutti i ricchi italiani oltre 7 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Non solo: la ricchezza dell’1% dei Paperoni italiani (in possesso oggi del 25% di ricchezza nazionale netta) è oltre 30 volte la ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali e 415 volte quella detenuta dal 20% più povero della popolazione italiana. La classifica di Forbes dei primi sette miliardari nazionali (in tutto 151 nella famosa lista) equivaleva alla ricchezza netta detenuta dal 30% più povero della popolazione.

Il surplus in mano ai soliti

Oxfam ha anche ricostruito e analizzato la distribuzione del surplus di reddito pro capite registrato nel periodo 1988-2011 su scala globale. Quasi il 46% dell’incremento del reddito disponibile pro-capite globale è stato appannaggio del 10% più ricco della popolazione mondiale a fronte di appena il 10% ricevuto dalla metà più povera della popolazione del pianeta. I dati italiani rivelano per il periodo in esame un incremento complessivo del reddito nazionale pari a 220 miliardi di dollari (a parità del valore di acquisto nell’anno di riferimento 2005).

Come per la ricchezza, anche per il reddito disponibile pro-capite nazionale quasi la metà dell’incremento (45%) è fluito verso il top-20% della popolazione, di cui il 29% al top-10%. In particolare, il 10% più ricco della popolazione ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani. La sperequazione desta ancor più allarme se ci si sofferma sulla quota di incremento del reddito ricevuta nell’arco degli oltre vent’anni in esame dal 10% più povero dei nostri connazionali: un risicato 1% corrispondente ad appena 4 dollari pro-capite all’anno. Lo studio Oxfam sottolinea anche che l’aumento della produttività del lavoro non ha affatto determinato un miglioramento per la fascia più povera della popolazione. Dal 1999 al 2013 (ultimo anno in cui il dato è disponibile) la crescita dei redditi da lavoro salariato (su scala globale e in termini reali) è risultato infatti in netto ritardo sull’aumento della produttività del lavoro.

Più produttività non dà più salario

Un dato che evidenzia come la crescita della produttività e un aumento di output globale non si traducono necessariamente in un incremento proporzionale delle retribuzioni dei lavoratori. Una conferma arriva anche dai dati Eurostat secondo cui i livelli retributivi non solo non ricompensano adeguatamente gli sforzi dei lavoratori, ma risultano sempre più spesso insufficienti a supplire alle necessità dei singoli e delle famiglie. Non ne è esente il continente europeo, pur essendo tra le regioni con i redditi più alti al mondo.

L’Italia, in particolare, con un tasso di occupati a rischio di povertà pari nel 2015 a 11,5% dell’intera forza lavoro nazionale in età compresa fra i 15 e i 64 anni, è sotto di ben due punti percentuali alla media europea (9,5%) stimata nel 2015.

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