l’irrazionalità di troppi italiani – il rapporto Censis

un paese vulnerabile, in cui cresce l’irrazionalità: per 3 milioni di italiani Covid non esiste

55esimo rapporto Censis: “Boom povertà: la pandemia accentua il senso di vulnerabilità. Giù il patrimonio delle famiglie, solo 15% ottimista sul post Covid” 

EMANUELE CREMASCHI VIA GETTY IMAGES

 

“l’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale. Per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. E poi: il 5,8% è convinto che la Terra è piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna, per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone”

Lo evidenzia il 55esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese. “Accanto alla maggioranza ragionevole e saggia si leva un’onda di irrazionalità”, si osserva nel rapporto, che vi legge “la spia di qualcosa di più profondo: le aspettative soggettive tradite provocano la fuga nel pensiero magico”.

L’indagine evidenzia ancora come per il 31,4% il vaccino sia un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano facciano da cavie. Per il 12,7% la scienza produce più danni che benefici. Si osserva una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste. Dalle tecno-fobie al negazionismo storico-scientifico, fino alla teoria cospirazionistica del ‘gran rimpiazzamento’ che ha contagiato il 39,9% degli italiani, certi del pericolo della sostituzione etnica.
“L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale, sia le posizioni scettiche individuali, sia i movimenti di protesta che quest’anno hanno infiammato le piazze, e si ritaglia uno spazio non modesto nel discorso pubblico, conquistando i vertici dei trending topic nei social network, scalando le classifiche di vendita dei libri, occupando le ribalte televisive”, osserva il rapporto.

“L’irrazionale che oggi si manifesta nella nostra società non è semplicemente una distorsione legata alla pandemia, ma ha radici socio-economiche profonde” e “dipende dal fatto che siamo entrati nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali” e “la fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative soggettive insoddisfatte”. Infatti, l′81% degli italiani ritiene che oggi sia molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse profuso nello studio; il 35,5% è convinto che non convenga impegnarsi per laurearsi, conseguire master e specializzazioni, per poi ritrovarsi invariabilmente con guadagni minimi e rari attestati di riconoscimento. Per due terzi (il 66,2%) nel nostro Paese si viveva meglio in passato.

Per il 51,2%, malgrado il robusto rimbalzo del Pil di quest’anno, non torneremo più alla crescita economica e al benessere del passato. Il Pil dell’Italia era cresciuto complessivamente del 45,2% in termini reali nel decennio degli anni ’70, del 26,9% negli anni ’80, del 17,3% negli anni ’90, poi del 3,2% nel primo decennio del nuovo millennio e dello 0,9% nel decennio pre-pandemia, prima di crollare dell′8,9% nel 2020.

Negli ultimi trent’anni di globalizzazione, tra il 1990 e oggi, l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite: -2,9% in termini reali rispetto al +276,3% della Lituania, il primo Paese in graduatoria, al +33,7% in Germania e al +31,1% in Francia. L′82,3% degli italiani pensa di meritare di più nel lavoro e il 65,2% nella propria vita in generale. Il 69,6% si dichiara molto inquieto pensando al futuro, e il dato sale al 70,8% tra i giovani.

Boom povertà: la pandemia accentua il senso di vulnerabilità – È boom della povertà: nel 2020 2 milioni di famiglie italiane vivono in povertà assoluta, con un aumento rilevante (+104,8%) rispetto al 2010 (980.000). L’aumento è sostenuto soprattutto al Nord (+131,4%; +67,6% Centro e +93,8% Sud). Tra le famiglie cadute in povertà assoluta durante il primo anno di pandemia, il 65% risiede al Nord (21% nel Mezzogiorno, 14% al Centro). Il rapporto evidenzia anche come la pandemia abbia accentuato il senso di vulnerabilità: il 40,3% degli italiani si sente insicuro pensando alla salute e alla futura necessità di dover ricorrere a prestazioni sanitarie.

Giù il patrimonio delle famiglie, solo 15% ottimista sul post Covid – Solo il 15,2% degli italiani ritiene che dopo la pandemia la propria situazione economica sarà migliore. Per la maggioranza (il 56,4%) resterà uguale e per un consistente 28,4% peggiorerà”. Il Rapporto del Censis evidenzia anche il rischio di erosione del patrimonio delle famiglie. “La ricchezza complessiva delle famiglie è pari a 9.939 miliardi di euro. Il patrimonio in beni reali ammonta a 6.100 miliardi (il 61,4% del totale), depositi e strumenti finanziari valgono 4.806 miliardi (al netto delle passività finanziarie, pari a 967 miliardi, corrispondono al 38,6% della ricchezza totale). Ma nell’ultimo decennio (2010-2020) il conto patrimoniale degli italiani si è ridotto del 5,3% in termini reali, come esito della caduta del valore dei beni reali (-17,0%), non compensata dalla crescita delle attività finanziarie (+16,2%). Gli ultimi dieci anni – spiega il Censis – segnano quindi una netta discontinuità rispetto al passato: si è interrotta la corsa verso l’alto delle attività reali che proseguiva spedita dagli anni ’80. La riduzione del patrimonio, esito della diminuzione del reddito lordo delle famiglie (-3,8% in termini reali nel decennio), mostra come si sia indebolita la capacità degli italiani di formare nuova ricchezza”.

L’adattamento non basta più, alla società serve un progetto – “La società italiana è mutata e ha attraversato crisi ed emergenze con il continuo intrecciarsi di realtà emerse e sommerse, quotidiane e di lungo periodo. Oggi questo non basta più. L’adattamento continuato non regge più, il nostro complessivo sistema istituzionale deve ripensare se stesso. Siamo di fronte a una società che potrà riprendersi più per progetto che per spontanea evoluzione”.  Anche alla luce dei cambiamenti posti dalla pandemia, ”è il tempo di un cronoprogramma serio”, di “riforme strutturali” e “dell’intervento pubblico” con “scelte coraggiose”.

“La ripresa dello sviluppo è la prima strutturale richiesta che la società esprime in termini di progetto unitario”, evidenzia il Censis: “Basti guardare l’enfasi posta in questi mesi sul superamento delle più favorevoli ipotesi di crescita del Pil, la sopravvalutazione del ciclo di rimbalzo dei consumi interni, la fiducia posta nella capacità dei soggetti e dei fondi pubblici di annientare gli effetti della crisi. Tutti segnali che indicano un’aspirazione collettiva e condivisa di risalita, se non di ricostruzione”.

“La pandemia, rimescolando le carte, ha costretto il Paese a porsi di fronte alle opportunità dell’accelerazione negli investimenti pubblici e privati. È il tempo di un cronoprogramma serio, non importa se dettato dai vincoli europei – indica il Censis – È il tempo delle riforme strutturali e dei grandi eventi internazionali da preparare e ospitare in Italia. È il tempo dell’intervento pubblico, orientato da scelte coraggiose”.

“Alla parola ‘crisi’ preferiamo la parola ‘transizione’, proprio a significare che il momento più grave è ormai alle spalle, che ci siamo rimessi in cammino. Intorno a ciascun progetto di transizione (green, digitale, demografica, occupazionale) si accumulano tanti sprazzi di vitalità, tanta voglia di partecipazione, tante energie positive”, scrive il Censis, che puntualizza: “Un livello opportuno di coscienza collettiva è un ingrediente necessario alla ripresa economica e sociale, e per garantire una presenza maggiore e più efficace dell’azione pubblica. Parlare con parole nuove e affrontare con serietà le fragilità del nostro tessuto sociale è quello che serve nell’attuale dialettica socio-politica. Nell’orizzonte della ripresa si nota un’inquietudine politica, timida e incerta. Ben vengano paura e incertezza del futuro, se aiuteranno nuovi modi di pensare e costruire società e istituzioni, di riconnettere tra loro tecnica e politica, vita sociale e attività statale. Solo che il sistema politico – osserva il Censis – non si annidi in un acquietamento di pensiero, maschera di ogni poco curata transizione”.

Effetti della pandemia sugli studenti, depressione e disagi –  Sui giovani studenti “dal punto di vista psicologico, il prolungato periodo di pandemia ha provocato effetti collaterali non indifferenti”. Il Censis spiega che “l′81,0% dei 572 dirigenti scolastici di scuola secondaria di secondo grado intervistati segnala che tra gli studenti sono sempre più diffuse forme di depressione e disagio esistenziale”. Nel rapporto si evidenzia poi che “l’ultima rilevazione Invalsi ha evidenziato un peggioramento delle performance degli studenti italiani rispetto al 2019, ma sarebbe ingeneroso individuare la sola causa nella didattica a distanza”.

Il contraltare di questo scenario in cui crescono depressioni e disagi è l’affermazione dell’esigenza di relazionalità e di prossimità correlata alla rivalutazione dell’andare a scuola (89,6%). evidenzia il Censis. Il 76,8% dei dirigenti sottolinea che gli studenti vivono in una fase di sospensione, senza disporre di prospettive chiare per i loro progetti di vita. Per il 79,1% nella società è diffusa una immagine dei giovani troppo negativa, che non corrisponde alla realtà. Più che apatici, indifferenti a qualunque sollecitazione (opinione del 46,3% dei dirigenti), essi sono sottoposti a continui stimoli e informazioni, di cui non riescono a operare una selezione (78,3%). Dopo quasi due anni di pandemia, le certezze rispetto al proprio futuro hanno subito un duro colpo e per il 46,6% dei dirigenti scolastici l’atteggiamento prevalente tra i propri studenti è il disorientamento.

A proposito delle cause del peggioramento delle performance degli studenti, il Censis evidenzia che il 75,6% degli oltre 1.700 dirigenti scolastici consultati è molto (29,6%) o abbastanza (46,0%) d’accordo sul fatto che la Dad “abbia solo accentuato le difficoltà della scuola nel contrastare gli effetti negativi di bassi status socio-economici e culturali dello studente”. È molto diffusa l’opinione che il peggioramento delle performance sia conseguente a un uso della Dad basato sulla mera trasposizione online della tradizionale lezione frontale, senza una reale innovazione didattica (il 65,4% è molto o abbastanza d’accordo), mentre il 62,0% lamenta un più generale deterioramento delle competenze, solo acuito dalla necessità di fare ricorso alla Dad. Una percentuale di presidi analoga (65,3%) rimarca che con la Dad non si è riusciti a instaurare una valida relazione educativa, mentre il 59,5% imputa una responsabilità non all’uso della Dad in sé, ma al suo utilizzo in un periodo come quello pandemico, con tutto il suo portato di disagio per studenti e docenti.

Inflazione tra rischi che congiurano contro la ripresa – “Ci sono fattori di freno che congiurano contro la ripresa economica. Tutti i rischi di natura socio-economica che avevamo paventato durante la pandemia (il crollo dei consumi, la chiusura delle imprese, i fallimenti, i licenziamenti, la povertà diffusa) vengono oggi rimpiazzati dalla paura di non essere in grado di alimentare la ripresa, di inciampare in vecchi ostacoli mai rimossi o in altri che si parano innanzi all’improvviso, tanto più insidiosi quanto più la nostra rincorsa si dimostrerà veloce. A cominciare dal rischio di una fiammata inflazionistica”. A ottobre 2021 – si ricorda – il rialzo dei prezzi alla produzione nell’industria è stato consistente: +20,4% su base annua. Si registra un +80,5% per l’energia, +13,3% per la chimica, +10,1% per la manifattura nel complesso, +4,5% per le costruzioni. Il Censis evidenzia poi “il forte recupero dei consumi delle famiglie (+14,4% tra il secondo trimestre del 2020 e il secondo del 2021)”, che ”è figlio dell’allentamento delle misure di contenimento del contagio”. “Si prevede una crescita dei consumi del 5,2% su base annua, inferiore alla crescita del Pil e inadeguata a ricollocare il Paese sui livelli di spesa delle famiglie del 2019”, evidenzia il Censis. “In Italia il tasso medio annuo di crescita reale dei consumi – si precisa – si è progressivamente ridotto nel tempo, passando dal +3,9% degli anni ’70 al +2,5% degli anni ’80, al +1,7% degli anni ’90. Nel primo decennio del nuovo millennio si è attestato su un +0,2% e poi l’anno della pandemia ha trascinato in negativo la media decennale: -1,2%”.

Ancora nascite in calo, soprattutto dove è circolato più virus – “Il numero di nati sta pericolosamente scendendo anno dopo anno sotto la soglia dei 400.000. La contrazione registrata dal 2015 è a doppia cifra per tutte le regioni, a eccezione del Trentino Alto Adige. Tra il 2019 e il 2020 e il trend è continuato. A livello nazionale sono il 3,9% in meno i nati, arrivando a toccare il -4,6% nelle regioni del Nord-Est, tra le più colpite dalla prima ondata della pandemia”. I Censis evidenzia come “a diminuire di più siano le nascite nei territori in cui la circolazione del virus è stata più forte: Lombardia -5,5%, Toscana -4,8%. Ma anche i territori più periferici e le regioni più piccole, come Molise (-11,2%), Valle d’Aosta (-7,8%), Sardegna (-6,9%), Umbria (-5,9%) e Basilicata (-5,0%)”. “Le ultime previsioni demografiche restituiscono un quadro a tinte fosche. Entro il 2050 in tutta Italia la quota degli ultrasessantacinquenni salirà fino al 34%. Si avrà un aumento ancora più significativo nel Mezzogiorno, che passerà dal 26,4% del 2030 al 35% del 2050, diventando così l’area più senilizzata del Paese”, aggiunge ancora il Censis. In particolare, rileva il rapporto, “il 55,3% degli italiani imputa la principale causa dell’inverno demografico alla difficoltà di trovare una occupazione stabile, mentre il 38,4% sottolinea che le giovani donne che fanno figli sono penalizzate nella carriera professionale”. Se la pandemia è stata un “grande processo di sospensione”, con molte famiglie (6,5 milioni) che dal marzo 2020 avevano maturato un progetto di cambiamento e sono state costrette a procrastinarlo, rimodularlo o annullarlo, per poter tornare alla normalità serve ancora tempo. “Con riferimento alla scuola e all’università, più di due terzi degli italiani (il 67,2%) ritengono che ci vorrà meno di un anno per tornare alle lezioni in presenza – evidenzia il Censis -. La maggior parte dei cittadini (il 56,3%) pensa che in meno di un anno ci si sposterà senza nessuna restrizione e verrà archiviato l’uso delle mascherine e il distanziamento interpersonale. In ambito lavorativo, invece, per il 41,8% della popolazione occorrerà più di un anno per tornare alla normalità e una quota pari al 17,1% è convinta che non si tornerà mai alla situazione pre-pandemia”.

La spesa energia pesa,18% budget per famiglie più povere – “Le spese per l’energia in famiglie in difficoltà economica o con situazioni abitative non adeguate possono arrivare a incidere in maniera significativa sul budget familiare”. Il Censis spiega come nel 2018 le famiglie italiane che si trovano al di sotto della soglia di povertà impiegavano mediamente il 17,8% del proprio reddito per il pagamento delle bollette e delle altre spese di casa. Questa quota scende a meno della metà (8,1%) per le famiglie al di sopra della soglia di povertà”. “All’aumentare del reddito, diminuisce significativamente il peso della casa sul reddito familiare – spiega il Censis – e sono proprio i nuclei con maggiori fragilità a subire il contraccolpo peggiore di un aumento dei prezzi dell’energia”.

Virologi in tv? Promossi solo da metà degli italiani –  Le opinioni sulla presenza sulla ribalta mediatica degli esperti nei vari campi della medicina è positivo per oltre la metà degli italiani (54,2%): perché sono stati indispensabili per avere indicazioni sui comportamenti corretti da adottare (15,5%) o perché sono stati utili per comprendere quello che accadeva (38,7%). I giudizi sono invece negativi per il 45,8%, in quanto virologi ed epidemiologi sono stati inutili e hanno creato confusione e disorientamento (34,4%) o sono stati addirittura dannosi, perché hanno provocato allarme (11,4%).

Cresce l’uso della tv specie sul web, boom per i social – Nel 2021 la fruizione della televisione ha conosciuto un incremento rilevante dovuto alla crescita sia degli usi tradizionali, sia degli impieghi più innovativi. Aumentano sia i telespettatori della tv tradizionale (il digitale terrestre: +0,5% rispetto al 2019) e della tv satellitare (+0,5%), sia quelli della tv via internet (web tv e smart tv salgono al 41,9% di utenza: +7,4% nel biennio) e della mobile tv, passata dall′1,0% di spettatori nel 2007 a un terzo degli italiani oggi (33,4%), con un aumento del 5,2% solo negli ultimi due anni.

All’interno dei processi di ibridazione del sistema dei media, anche la radio continua a rivelarsi all’avanguardia. Complessivamente nel 2021 i radioascoltatori sono il 79,6% degli italiani, stabili da un anno all’altro. Sembra essersi arrestata l’emorragia di lettori di libri: nel 2021 sono il 43,6% degli italiani, con un aumento dell′1,7% rispetto al 2019 (sebbene nel 2007 chi aveva letto almeno un libro nel corso dell’anno era il 59,4% della popolazione). Al contrario, si accentua la crisi ormai storica dei media a stampa, a cominciare dai quotidiani venduti in edicola, che nel 2007 erano letti dal 67,0% degli italiani, ridotti al 29,1% nel 2021 (-8,2% rispetto al 2019). Lo stesso vale per i settimanali (-6,5% nel biennio) e i mensili (-7,8%). Si registra ancora un aumento dell’impiego di internet da parte degli italiani: l’utenza ha raggiunto quota 83,5%, con una differenza positiva di 4,2 punti percentuali rispetto al 2019.

L’impiego degli smartphone sale all′83,3% (+7,6%) e lievitano complessivamente al 76,6% gli utenti dei social network (+6,7%). Anche durante i giorni dell’emergenza sanitaria, i telegiornali hanno mantenuto la posizione di vertice tra le fonti informative per il 60,1% degli italiani. Sono un riferimento indiscusso per i 65-80enni (73,2%), ma anche per il 42,3% dei 14-29enni. Al secondo posto c’è Facebook, utilizzato dal 30,1% degli italiani negli ultimi 7 giorni a scopi informativi.

Divario stipendi: donne 18% in meno, uomini 12% in più – Il lavoro dipendente è ancora caratterizzato da divari retributivi. Prendendo in esame le retribuzioni degli oltre 15 milioni di lavoratori pubblici presenti negli archivi Inps, evidenzia un dato medio complessivo riferito alla giornata retribuita si attesta a 93 euro. Una donna percepisce una retribuzione inferiore di 28 euro se confrontata con quella di un uomo. La retribuzione per una donna è inferiore del 18% rispetto alla media, mentre quella di un uomo è del 12% superiore. In base all’età dei lavoratori emerge una differenza di 45 euro tra un under 30 anni e un over 54. La penalizzazione dei giovani è di 30 punti percentuali rispetto alla media e di 48 punti rispetto ai lavoratori con più di 54 anni. Ampia è anche la distanza tra la paga giornaliera di chi ha un contratto a tempo indeterminato rispetto al tempo determinato e fra full time e part time.

La giornata lavorativa del tempo indeterminato vale 97 euro contro i 65 del lavoro a termine, la retribuzione giornaliera del tempo pieno vale più di due volte quella del tempo parziale. Più in generale, evidenzia il Censis, “bassi tassi di occupazione, alti tassi di disoccupazione (soprattutto dei giovani) e ampie sacche di inattività (soprattutto femminile) sono le caratteristiche di un mercato del lavoro sempre più sclerotizzato”. Per il 30,2% degli italiani al primo posto tra i fattori che frenano l’inserimento professionale ci sono le retribuzioni disincentivanti che i datori di lavoro (Stato compreso) offrono in cambio della prestazione lavorativa anche nei confronti di chi dispone di competenze e capacità adeguate. Al secondo posto, per il 29,9% c’è la persistenza di condizioni inadeguate per avviare un’attività in proprio, a partire dal peso dei troppi adempimenti burocratici, fino al carico fiscale che grava sull’attività d’impresa.

Con il Covid giù il tasso di attività donne: Italia ultima in Ue – “A giugno 2021, nonostante il rimbalzo dell’economia del primo semestre, le donne occupate hanno continuato a diminuire: sono 9.448.000, alla fine del 2020 erano 9.516.000, nel 2019 erano 9.869.000. Durante la pandemia 421.000 donne hanno perso o non hanno trovato lavoro. Il tasso di attività femminile (la percentuale di donne in età lavorativa disponibili a lavorare) a metà anno è al 54,6%, si è ridotto di circa 2 punti percentuali durante la pandemia e rimane lontanissimo da quello degli uomini, pari al 72,9%”. Il Censis evidenzia che da questo punto di vista l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi europei, guidati dalla Svezia, dove il tasso di attività femminile è pari all′80,3%, e siamo distanti anche da Grecia e Romania, che con il 59,3% ci precedono immediatamente nella graduatoria.

“La pandemia ha comportato un surplus inedito di difficoltà rispetto a quelle abituali per le donne che si sono trovate a dover gestire in casa il doppio carico figli-lavoro”, spiega il Censis: il 52,9% delle donne occupate dichiara che durante l’emergenza sanitaria si è dovuto sobbarcare un carico aggiuntivo di stress, fatica e impegno nel lavoro e nella vita familiare, per il 39,1% la situazione è rimasta la stessa del periodo pre-Covid e solo per l′8,1% è migliorata. Tra gli occupati uomini, invece, nel 39,3% dei casi stress e fatica sono peggiorati, nel 44,9% sono rimasti gli stessi e nel 15,9% sono migliorati”. Guardando poi ai giovani, un’indagine del Censis evidenzia che come sia molto forte la percezione che i gangli del potere decisionale siano in mano alle fasce anziane della popolazione. Il 74,1% dei giovani di 18-34 anni ritiene che ci siano troppi anziani a occupare posizioni di potere nell’economia, nella società e nei media, enfatizzando una opinione comunque ampiamente condivisa da tutta la popolazione (65,8%). Il 54,3% dei 18-34enni (a fronte del 32,8% della popolazione complessiva) ritiene che si spendano troppe risorse pubbliche per gli anziani, anziché per i giovani.

La precarietà lavorativa sperimentata nei percorsi di vita individuali influenza il clima di fiducia verso lo Stato e le istituzioni. Il 58% della popolazione italiana tende a non fidarsi del governo, ma tra i giovani adulti la percentuale sale al 66%. I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, costituiscono una eclatante fragilità sociale del nostro Paese. Tra tutti gli Stati europei, l’Italia presenta il dato più elevato, che negli anni continua a aumentare. Nel 2020 erano 2,7 milioni, pari al 29,3% del totale della classe di età 20-34 anni: +5,1% rispetto all’anno precedente. Nel Mezzogiorno sono il 42,5%, quasi il doppio dei coetanei che vivono nelle regioni del Centro (24,9%) o nel Nord (19,9%).

Per gli italiani la Pa digitale è irrinunciabile – Basta con le file e le richieste su
carta stampata, largo a servizi e app che permettano di ottenere certificati e documenti con un clic: è il desiderio del 38,1% degli italiani. Anche dopo la pandemia, la Pa digitale è considerata irrinunciabile. Seguono l’e-commerce (29,9%), il conto corrente online (24,3%) e l’home delivery (24,2%) come opportunità delle quali cui non si potrà più fare a meno. E’ quanto emerge dal Rapporto Censis sullo situazione sociale del Paese. Per il 20,2% è lo smart working a essere intoccabile (e il dato sale al 28,6% tra i 30-44enni). Quasi la metà della popolazione (il 48,7%) ha già attivato l’identità digitale Spid, ma i divari sociali e territoriali pesano ancora molto. Le percentuali più elevate di utenti si registrano nelle grandi aree metropolitane (59,5%) e tra le persone dotate di titoli di studio più alti (tra i diplomati e i laureati si sale al 61,6%). Invece i picchi più bassi di utenti Spid si riscontrano al Sud (40,2%) e tra gli anziani (32,1%).

Boom di richieste d’aiuto dalle donne, la casa è sempre più fortezza – “Nell’anno del Covid-19 le donne chiuse in casa hanno avuto più paura, tanto che sono cresciute in maniera esponenziale le richieste di aiuto: nel 2020 si sono registrate 31.688 chiamate al numero verde 1522 (+48,8% rispetto al 2019). Di queste, 11.653 erano vittime di violenza e 1.342 di stalking. Il trend non sembra diminuire nel 2021: nei primi tre mesi dell’anno le chiamate sono state 7.974 (+38,8% rispetto al primo trimestre 2020)”.

“Le donne raccontano di non sentirsi sicure anche fuori casa: il 75,8% ha paura di camminare per strada e prendere i mezzi pubblici la sera (per gli uomini la percentuale si riduce al 41,6%) e l′83,8% teme i luoghi affollati (la percentuale si ferma al 66,4% tra gli uomini)”, evidenzia il Censis. Ma nella società cresce anche la paura del web: “dal primo agosto 2020 al 31 luglio 2021 in Italia sono stati denunciati complessivamente 1.875.038 reati, in diminuzione del 7,1% rispetto allo stesso periodo del 2020. Nello stesso periodo i reati informatici sono stati 202.183, il 10,8% del totale, e hanno registrato un incremento del 27,3%. Gli italiani sono consapevoli che il web nasconde pericoli da cui bisogna tutelarsi”.

Sempre restando sul capitolo sicurezza, le case si sono trasformate da rifugio a fortezza: “quasi 9 milioni di italiani, il 17,4% della popolazione adulta, hanno paura di stare da soli in casa di notte. Due terzi di questi, 6 milioni, sono donne.
Non stupisce che il 90,9% degli italiani abbia almeno un sistema di sicurezza a difesa della propria abitazione. Il più diffuso è la porta blindata (65,7%), il 56,5% non tiene in casa oggetti di valore, il 37,0% ha installato un sistema di allarme, il 32,8% protegge gli accessi dalle porte o dalle finestre con le inferriate e il 30,3% ha installato una telecamera. Inoltre, il 9,6% degli italiani adulti, 4,8 milioni, dichiara di possedere un’arma da fuoco”.

Per 8 su 10 la formazione non è garanzia di lavoro stabile – C’è in Italia “un’occupazione povera di capitale umano, una disoccupazione che coinvolge anche un numero rilevante di laureati e offerte di lavoro non orientate a inserire persone con livelli di istruzione elevati indeboliscono la motivazione a fare investimenti nel capitale umano”. Il Rapporto del Censis evidenzia che l′83,8% degli italiani ritiene che l’impegno e i risultati conseguiti negli studi non mettono più al riparo i giovani dal rischio di dover restare disoccupati a lungo e l′80,8% degli italiani (soprattutto i giovani: l′87,4%) non riconoscono una correlazione diretta tra l’impegno nella formazione e la garanzia di avere un lavoro stabile e adeguatamente remunerato. Quasi un terzo degli occupati possiede al massimo la licenza media. Sono 6,5 milioni nella classe di età 15-64 anni, di cui 500.000 non hanno titoli di studio o al massimo hanno conseguito la licenza elementare. Anche tra i poco meno di 5 milioni di occupati di 15-34 anni quasi un milione ha conseguito al massimo la licenza media (il 19,2% del totale), 2.659.000 hanno un diploma (54,2%) e 1.304.000 sono laureati (26,6%). Considerando gli occupati con una età di 15-64 anni, la quota dei diplomati scende al 46,7% e quella dei laureati al 24,0%.

Bonus case, ma a rischio scuole e ospedali maltenuti –  “Uno degli ambiti in cui le misure espansive si sono concretizzate in modo più evidente è l’edilizia privata. Al 30 settembre 2021 gli interventi edilizi in corso o conclusi incentivati con il super-bonus 110% sono stati più di 46.000, per un ammontare di investimenti ammessi a detrazione pari a quasi 7,5 miliardi di euro (di cui il 68,2% per lavori conclusi), con un onere per lo Stato di 8,2 miliardi”. Il Censis evidenzia però anche “il rischio che una parte dello stock di abitazioni private sia oggetto di un generoso intervento di riqualificazione energetica (nonché di valorizzazione economica) a carico della collettività, mentre molti asset pubblici (dalle scuole agli ospedali) permangano in uno stato di cattiva manutenzione”. Il boom degli ultimi mesi nell’uso del super bonus, evidenzia il Censis, è legato alla crescita della quota relativa ai condomini, che oggi è pari solo al 13,9% degli interventi (la percentuale era del 7,3% a febbraio), ma rappresenta poco meno della metà dell’ammontare complessivo (il 47,7%), dato che l’importo medio dei lavori nei condomini si attesta intorno ai 560.000 euro, contro i circa 100.000 euro degli interventi su singole unità immobiliari.

Da ritardo politiche attive rischio strozzatura Pnrr – “Il basso impegno nella formazione continua e il ritardo nell’adozione di efficaci politiche attive del lavoro rischiano di rappresentare una strozzatura per il perseguimento degli obiettivi di crescita previsti dal Pnrr”. “Tra il 2012 e il 2020 la partecipazione alla formazione continua delle persone di 25-64 anni è passata dal 6,6% al 7,2%, con un incremento di soli 8 decimi di punto. Nello stesso periodo la media per l’Unione europea è aumentata di un punto, dall′8,2% al 9,2%. Le imprese italiane di minore dimensione accedono poco ai fondi per la formazione finanziata: lo fa solo il 6,2% delle Pmi contro il 64,1% delle aziende che contano più di 1.000 dipendenti”, spiega il rapporto, evidenziando criticità anche sull’altra gamba su cui poggiare la realizzazione degli obiettivi del Pnrr, cioè la possibilità di disporre di un sistema coerente di politiche attive del lavoro: “oggi i centri pubblici per l’impiego in Italia riescono a entrare in contatto soltanto con il 18,7% delle persone in cerca di occupazione.

A livello europeo la percentuale sale al 42,5%, con punte del 63,6% in Germania e del 60,3% in Svezia”. Le attese degli italiani sul futuro del lavoro: rischio precarietà e fiducia nell’attuazione del Pnrr. L’emergenza sanitaria ha avviato un nuovo ciclo dell’occupazione. Il 36,4% degli italiani ritiene che la crisi si sia tradotta in una maggiore precarietà (tra le donne la percentuale sale al 42,3%).
Il secondo effetto è l’esperienza del lavoro da casa e la possibilità di conciliare le esigenze personali con quelle professionali: lo pensa il 30,2% degli italiani (e il 32,4% delle donne). Cresce l’aspettativa nel futuro, soprattutto per il 27,8% della popolazione che considera le risorse europee e il Pnrr elementi in grado di garantire occupazione e sicurezza economica per i lavoratori e le famiglie.
Basse retribuzioni, disoccupazione, disaffezione al lavoro. Bassi tassi di occupazione, alti tassi di disoccupazione (soprattutto dei giovani) e ampie sacche di inattività (soprattutto femminile): sono le caratteristiche di un mercato del lavoro sempre più sclerotizzato. Per il 30,2% degli italiani al primo posto tra i fattori che frenano l’inserimento professionale ci sono le retribuzioni disincentivanti che i datori di lavoro (Stato compreso) offrono in cambio della prestazione lavorativa anche nei confronti di chi dispone di competenze e capacità adeguate. Al secondo posto, per il 29,9% c’è la persistenza di condizioni inadeguate per avviare un’attività in proprio, a partire dal peso dei troppi adempimenti burocratici, fino al carico fiscale che grava sull’attività d’impresa.

I divari retributivi nel lavoro dipendente. Prendendo in esame le retribuzioni degli oltre 15 milioni di lavoratori pubblici presenti negli archivi Inps, il dato medio complessivo riferito alla giornata retribuita si attesta a 93 euro. Una donna percepisce una retribuzione inferiore di 28 euro se confrontata con quella di un uomo. La retribuzione per una donna è inferiore del 18% rispetto alla media, mentre quella di un uomo è del 12% superiore. In base all’età dei lavoratori emerge una differenza di 45 euro tra un under 30 anni e un over 54. La penalizzazione dei giovani è di 30 punti percentuali rispetto alla media e di 48 punti rispetto ai lavoratori con più di 54 anni. Ampia è anche la distanza tra la paga giornaliera di chi ha un contratto a tempo indeterminato rispetto al tempo determinato e fra full time e part time. La giornata lavorativa del tempo indeterminato vale 97 euro contro i 65 del lavoro a termine, la retribuzione giornaliera del tempo pieno vale più di due volte quella del tempo parziale.
L’utilità sociale delle libere professioni. Dal 2008 al 2020 il lavoro indipendente in Italia si è ridotto di 719.000 unità, passando da quasi 6 milioni di occupati a poco più di 5 milioni (-12,2%). Nello stesso periodo il lavoro dipendente, nonostante le ripetute crisi, è aumentato di oltre mezzo milione di occupati: +532.000 (+3,1%). Nel periodo considerato le libere professioni sono aumentate (+241.000 occupati: +20,9%). Ma tra il 2019 e il 2020 il saldo finale per i liberi professionisti porta un segno negativo, con una riduzione di 38.000 occupati.
Ma resta intatto il loro appeal. Il 40,0% degli italiani definisce la libera professione un’attività prestigiosa, che fa valere le competenze acquisite e l’impegno dedicato allo studio. Per il 34,1% si tratta di un lavoro utile, importante per la collettività.

Il Covid è business: metà dei sequestri riguarda dispositivi antivirus – “Dei 16.638.268 articoli contraffatti sequestrati nel 2020 dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Dogane, in diminuzione del 39,1% rispetto al 2019, ben 8.327.879 possono essere classificati come dispositivi anticovid”. Il Censis spiega che “si tratta soprattutto di mascherine, guanti monouso, tute e termometri. I dati relativi ai pezzi sequestrati nel 2020 testimoniano la presenza di traffici significativi di dispositivi di protezione, igienizzanti, termometri contraffatti e non sicuri, e la ancora più pericolosa vendita online di falsi medicinali per il Covid-19″. “Se ai dispositivi contraffatti si aggiungono gli oltre 46 milioni di dispositivi medici che sono stati ritirati dal mercato perché ritenuti non sicuri, che rappresentano il 61,2% del totale dei pezzi non sicuri sequestrati nel corso del 2020 – osserva il Censis -, è ancora più evidente quale sia stato il peso del Covid-19 sul mercato dell’illecito”.

Il rapporto evidenzia anche “la resilienza alla pandemia degli imprenditori stranieri”: “Durante la pandemia, in risposta alla mancanza di lavoro dipendente, i migranti hanno continuato a mostrare la loro vitalità. Tra il 2019 e il 2020, a fronte di una riduzione degli imprenditori italiani dell′1%, quelli stranieri sono aumentati dell′1,9%, spiega il Censis, aggiungendo che a fine dicembre 2020 risultano essere 463.048. Di questi, 376.264 provengono da Paesi extracomunitari. L’aumento dei titolari di impresa stranieri, a fronte di una riduzione degli italiani, prosegue anche nel primo semestre del 2021. A fine giugno gli imprenditori stranieri sono 465.352 (+1,8%) e rappresentano il 15,5% del totale”.

il commento al vangelo della domenica

Giovanni, il profeta raggiunto dalla Parola


Giovanni, il profeta raggiunto dalla Parola
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della seconda domenica di Avvento Anno C

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto […].

Una pagina solenne, quasi maestosa, dà avvio a questo Vangelo. Da un luogo senza nome il racconto si lancia fino al cuore dell’impero romano, sconfina dal Giordano fino al trono di Tiberio Cesare. Il Vangelo attraversa le frontiere politiche, sociali, etniche, religiose, per introdurre Gesù, l’uomo senza frontiere, l’asse attorno al quale ruotano i secoli e i millenni, mendicanti e imperatori. Traccia la mappa del potere politico e religioso, e poi, improvvisamente, introduce il dirottamento: nell’anno 15° dell’impero di Tiberio Cesare, la parola di Dio venne… su chi? Sull’imperatore? Sul sommo sacerdote? Su un piccolo re? Su nessuno di questi, ma su di un giovane, un asceta senza tetto, che viveva mangiando il nulla che il deserto gli offriva: insetti e miele faticoso. La Parola di Dio vola via dal tempio, lontano dalle stanze del potere, e raggiunge un povero nel deserto, amico del vento senza ostacoli, del silenzio vigile, dove ogni sussurro raggiunge il cuore. La parola discese a volo d’aquila sopra Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto. La nuova capitale del mondo è un luogo senza nome, nelle steppe di Giuda. Là dove l’uomo non può neppure vivere, lì scende la parola che fa vivere. E percorreva tutta la regione del Giordano. Portava un annuncio, anzi era portato da un annuncio: Raddrizzate, appianate, colmate… C’è del lavoro da fare, un lavoro enorme: spianare e colmare, per diventare semplici e diritti e senza barriere. Quel giovane profeta un po’ selvatico dipinge un paesaggio aspro, che ha i tratti duri e violenti della nostra storia, irta di barriere e burroni, dove ogni violenza apre un baratro da colmare, tronca strade, non permette il cammino degli uni verso gli altri e, insieme, verso Dio. E le strade su cui Dio sceglie di venire sono sempre le nostre strade… L’ultima riga del Vangelo è bellissima: ogni uomo vedrà la salvezza. Ogni uomo? Sì, letteralmente: ogni donna, ogni anziano, ogni straniero. Dio vuole tutti salvi, e in qualche modo misterioso raggiungerà tutti, e non si fermerà davanti a burroni o montagne, né davanti alla tortuosità del mio passato o ai cocci della mia vita. Ogni uomo vedrà la salvezza: «ogni uomo che fa esperienza dell’amore, viene in contatto con il Mistero di Cristo in un modo che noi non conosciamo» (Gaudium et spes 22). Ogni persona, di ogni razza e religione, di ogni epoca, sotto ogni cielo, che fa esperienza dell’amore, sfiora e tocca il Mistero di Dio. È da brividi la bellezza e la potenza di questa parola. Tu sei in contatto con il mistero, se ami. Ognuno di noi, se ama, confina con Dio ed entra nel pulsare stesso, profondo, potente e generativo, della vita di Dio.

(Letture: Baruc 5,1-9; Salmo 125; Lettera ai Filippesi 1,4-6.8-11; Luca 3,1-6)

il commento al vangelo della domenica

Dio è vicino alle porte. Viene come un abbraccio

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della  XXXIII Domenica del tempo ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte (…). Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina (…)».

In quei giorni, il sole si oscurerà, la luna si spegnerà, le stelle cadranno dal cielo… L’universo è fragile nella sua grande bellezza, ma “quei giorni” sono questi giorni, questo mondo si oscura con le sue 35 guerre in corso, la terra si spegne avvelenata, sterminate carovane umane migrano attraverso mari e deserti… Ti sembra un mondo che affonda, che va alla deriva? Guarda meglio, guarda più a fondo: è un mondo che va alla rinascita.
Gesù ama la speranza, non la paura: dalla pianta di fico imparate: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Gesù ci porta alla scuola delle piante, perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della realtà coincidono. Ogni germoglio assicura che la vita vince sulla morte.
Imparate dalla sapienza degli alberi: quando il ramo si fa tenero… l’intenerirsi del ramo neppure lo immagini in inverno; il suo ammorbidirsi per la linfa che riprende a gonfiare i piccoli canali è una sorpresa, e uno stupore antico. Le cose più belle non vanno cercate, vanno attese. Come la primavera. E spuntano le foglie, e tu non puoi farci nulla; forse però sì: contemplare e custodire.
Allora voi capite che l’estate è vicina. In realtà le gemme indicano la primavera, che però in Palestina è brevissima, pochi giorni ed è subito estate. Così anche voi sappiate che egli è vicino, alle porte. Dio è vicino, è qui; bello, vitale e nuovo come la primavera del cosmo.
Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta, e bussa; viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio, un germogliare umile di vita. «Il mondo tutto è una realtà germinante» (R. Guardini).
Allora mi sento come una nave, che non è più in ansia per la rotta da seguire, perché sopra di essa soffia un Vento di cielo, e la lampada della Parola è accesa sulla prua della nave.
Passano il sole e la luna, che sono l’orologio dell’universo, si sbriciola la terra, ma le mie parole no, sono un sole che non tramonterà mai dagli orizzonti della storia, dal cuore dell’uomo.
Siamo una generazione lamentosa, che non sa più ringraziare, che ha dissipato i profeti e i poeti, gli innamorati e i buoni. E invece essi sono la parabola, il germoglio, ramo di fico o di mandorlo del mondo salvato. Lo sono qui e ora, sulla terra intera e dentro la mia stessa casa, come germogli buoni, imbevuti di cielo, intrisi di Dio. Chi mi vuole bene è lampada ai miei passi.
Guardali bene, una goccia di luce è impigliata in ogni ruga, un grammo di primavera e di futuro ha messo radici in ogni volto. La fede mi ripete che Dio è alle porte, è vicino, è qui, è in loro. «Ognuno un proprio momento di Dio» (D. M. Turoldo).

(Letture: Daniele 12,1-3; Salmo 15; Lettera agli Ebrei 10,11-14.18; Marco 13,24-32)

il commento al vangelo della domenica

l’amore non va offeso
il commento di E, Bianchi al vangelo della ventisettesima domenica del tempo ordinario (3 ottobre 2021)
Mc 10,2-16
 

²Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. ³Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». ¹⁰A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. ¹¹E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; ¹²e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». ¹³Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. ¹⁴Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. ¹⁵In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». ¹⁶E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro. 

 

La parte più lunga del vangelo di questa domenica ci testimonia un confronto di Gesù con alcuni farisei, i quali lo mettono alla prova, lo tentano, cercando di sorprenderlo in errore riguardo alla tradizione dei padri, sul tema della possibilità del divorzio. Questo annuncio evangelico è esigente, chiaro: da una parte ci scandalizza, soprattutto se conosciamo la faticosa realtà della vicenda nuziale; dall’altra, lo stesso brano può essere utilizzato come un bastone, per giudicare e condannare chi è in contraddizione con le parole chiare e piene di parrhesía pronunciate da Gesù. 

Per questo, ogni volta che devo predicare su questo testo mi metto in ginocchio non solo davanti al Signore, ma anche davanti ai cristiani e alle cristiane che vivono il matrimonio, per dire loro che, certo, rileggo le parole di Gesù e le proclamo, ma senza giudicare, senza minacciare, senza l’arroganza di chi si sente immune da colpe al riguardo, memore di ciò che Gesù afferma altrove: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” (Mt 5,28). Chi legge queste parole di Gesù non sta dall’altra parte, in uno spazio esente dal peccato, ma innanzitutto si deve sentire solidale con quanti, nel duro mestiere del vivere e nell’ancor più duro mestiere del vivere nella coppia la vicenda matrimoniale, sono caduti nella contraddizione alla volontà del Signore. Non posso dunque fare altro che offrire qui alcuni semplici spunti di meditazione, eco della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture. 

Nel millennio dell’Antico Testamento la pratica del divorzio era comune in tutto il medio oriente e il mondo mediterraneo. Il divorzio era una realtà normata dal diritto privato, che lo prevedeva solo su iniziativa del marito. Il matrimonio era un contratto, neppure scritto, e dobbiamo riconoscere che nell’Antico Testamento non vi è nessuna legge sul matrimonio. Il brano del Deuteronomio a cui certamente si riferiscono i farisei (Dt 24,1-4) in verità appartiene alla casistica e non alla dottrina, perché mette a fuoco un caso particolare, e di conseguenza deve essere recepito con dei limiti ben precisi. Si legge in quel testo: 

Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso (‘erwat davar, lett.: “nudità di qualcosa”), scriva per lei un certificato di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa (Dt 24,1). 

Viene dunque contemplato il caso in cui l’uomo trovi nella moglie “qualcosa di vergognoso”, espressione assai vaga che i rabbini interpretano in modi molto diversi; in tal caso, il marito ha la possibilità di divorziare. A certe condizioni, pertanto, il divorzio è permesso e ne è prevista la procedura, ma da questo non si può concludere che nella Torah, nella Legge di Mosè vi sia una dottrina sul matrimonio e una sua precisa concordi disciplina. D’altra parte, i profeti, i sapienti e gli stessi testi essenici non offrono posizioni certe e chiare che escludano il divorzio e proclamino che la Legge di Dio lo vieta. Solo Malachia testimonia una parola del Signore semplice ma radicale: “Io odio il ripudio” (Ml 2,16). 

Ma ecco che Gesù è chiamato dai farisei a esprimersi proprio su questa possibilità: “È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?”. Egli risponde con una domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Ed essi a lui: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. È come se gli dicessero: “Questa è la Torah!”. Gesù allora interviene in modo sorprendente: non entra nella casistica religiosa a proposito della Legge; non si mette a precisare le condizioni necessarie al ripudio, come facevano i due grandi rabbi del suo tempo, Hillel e Shammai; non si schiera dalla parte dei rigoristi né da quella dei lassisti. Nulla di tutto questo: Gesù vuole risalire alla volontà del Legislatore, di Dio. In tal modo egli ci fornisce un principio decisivo di discernimento nel leggere e interpretare la Scrittura: fare riferimento all’intenzione di Dio (e non a tradizioni umane: cf. Mc 7,8.13!), che attraverso le sua parola messa per iscritto vuole rivelarci la sua volontà.  uesta dunque la replica di Gesù ai suoi interlocutori: “Per la durezza del vostro cuore (sklerokardía) Mosè scrisse per voi questa norma. Ma nell’in-principio (be-reshiten archê: Gen 1,1) della creazione Dio ‘li fece maschio e femmina’ (Gen 1,27); ‘per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola’ (Gen 2,24). Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Gesù risale al disegno del Creatore, alla creazione dell’adam, il terrestre tratto dall’adamah, la terra (cf. Gen 2,7; 3,19), fatto maschio e femmina perché insieme i due vivano nella storia, la storia dell’amore, la storia della vita, l’uno di fronte all’altra, volto contro volto, in una reciproca responsabilità, chiamati nel loro incontro a diventare una sola realtà, una sola carne. In questo incontro di amore c’è la chiamata a essere amanti come Dio ama, essendo lui amore (cf. 1Gv 4,8.16), di un amore durevole, fedele, per sempre; in questo incontro c’è l’arte e la grazia del dono gratuito l’uno all’altra, a cominciare dal proprio corpo; c’è l’alleanza che fa sì che l’incontro sia storia nel tempo e tenda dunque al “per sempre”, fino alla morte, per andare anche oltre la morte. 

Questa la volontà di Dio nel creare il terrestre e nel porlo nel mondo quale sua unica immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26-27). È un mistero grande, ma tanto grande che è difficile per gli umani fragili, deboli e peccatori viverlo in pienezza. In verità, sappiamo quanta miseria si sperimenti in questo faticoso incontro, come sia facile la contraddizione, come questo capolavoro dell’arte del vivere insieme nell’amore sia perseguibile, ma mai pienamente e solo con l’aiuto della grazia, con l’efficacia del Soffio santo del Signore. Eppure l’annuncio di Gesù permane, in tutta la sua chiarezza: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Subito dopo, questa parola dura ed esigente viene spiegata da Gesù ai suoi discepoli, nella casa in cui la comunità si ritrovava. E viene spiegata con un’aggiunta straordinaria per la cultura del tempo, visto che Gesù mette sullo stesso piano la responsabilità dell’uomo e quella della donna: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”. 

Certo, Mosè ha cercato di umanizzare la pratica del divorzio, imponendo al marito di percorrere una via giuridica di rispetto per la donna. Ma Gesù, proprio guardando alla durezza di cuore dei destinatari della Torah, osa andare ben oltre, mettendo in evidenza la volontà, l’intenzione del Creatore. Del resto, lo aveva già fatto altre volte, svelando, per esempio, la volontà di Dio sul sabato e sulla sua osservanza (cf. Mc 2,23-28): sempre Gesù si fa interprete autentico della Legge non attraverso vie legalistiche, non attraverso interpretazioni fondamentaliste, ma annunciando profeticamente la volontà di Dio a tutti, in particolare ai peccatori pubblici e agli esclusi, da lui sempre accolti, perdonati, mai condannati. 

Dall’annuncio dell’indissolubilità del matrimonio Marco, cambiando scena, passa poi al tema dell’accoglienza dei piccoli. Vengono portati e presentati a Gesù dei “bambini” (paidía), affinché li tocchi, e dunque attraverso il contatto fisico comunichi loro forze benefiche di guarigione di benedizione. Nella cultura giudaica del tempo i bambini non contavano nulla, erano di fatto trattati da esclusi, come le donne e gli schiavi. Il rapporto con un rabbi è una relazione importante che riguarda gli adulti, quelli che sono in grado di conoscere e osservare la Torah. Per questo i discepoli intervengono a sgridare i bambini, ma Gesù va in collera, si indigna e li rimprovera perché i bambini, come gli altri “esclusi” e “marginali”, hanno un loro posto nel regno di Dio. 

Proprio i bambini e quelli che sono simili a loro per la piccolezza e l’essere scartati e ai margini, sono i primi beneficiari e destinatari del Regno. Non vi è qui nessun ipotetico riferimento a un’innocenza dei bambini, ma viene messa in evidenza la loro condizione di povertà, di esclusione, di piccolezza, che attira l’attenzione di Gesù. Semmai egli sa individuare in questi bambini una esemplarità nella loro accoglienza del dono del Regno: stupore, meraviglia, nessun merito vantato, ma la semplicità di chi accoglie il dono dei doni. E così Gesù ammonisce quanti nella sua comunità vorrebbero impedire agli esclusi, ai poveri, agli ultimi l’accesso a lui. Proprio a questi ultimi va invece la sua tenerezza, la sua benedizione, il suo abbraccio, affinché non si sentano più abbandonati o messi ai margini 

in morte di Pablo Richard – un ricordo di Juan José Tamayo

Paul Richard, teologo della liberazione contro l’idolatria del mercato

 Juan José Tamayo

 

collega e caro amico

La mattina del 20 settembre ho ricevuto la notizia della scomparsa del mio caro amico e collega Pablo Richard. Mi congelai e non ebbero la forza di chiedere la causa della sua morte. I ricordi di tanti seminari di studio condivisi presso il Dipartimento di Ricerca Ecumenica (DEI) a San José, in Costa Rica, mi sono passati per la mente; i numerosi incontri intercontinentali, il primo presso la sede del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra nel 1983 durante il VI Incontro della Terza Associazione Ecumenica Mondiale dei Teologi, dove ci siamo incontrati, e l’ultimo presso l’Università Iberoamericana (l’Ibero) della città messicana di Puebla nel 2017 durante l’Incontro Intergenerazionale e Intergenerazionale La forza dei più piccoli: Fare teologia della liberazione dalle nuove resistenze e speranze, che hanno riunito 46 teologi provenienti da diversi paesi dell’America Latina e della Cariibe; la sua partecipazione al Congresso di Teologia dell’Associazione dei Teologi Giovanni XXIII nel 1988; il Congresso sull’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco. Sulla cura della casa comune, tenutasi a San Cristobal de Las Casas nel 2015; cena a casa mia a Madrid condivisa con mia moglie Margarita, i miei figli, Pablo e sua moglie Gabriela.

Formazione interdisciplinare

Pablo Richard è nato in Cile nel 1939 ed è morto a San José, in Costa Rica, dove viveva dal 1978. Avrebbe compiuto 82 anni il 13 dicembre. È stato uno dei teologi e biblisti della liberazione latinoamericani più riconosciuti in America Latina e nel mondo. Aveva un eccellente background interdisciplinare. Ha studiato Filosofia in Austria, Teologia all’Università Cattolica del Cile, Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico di Roma e alla Scuola Biblica di Gerusalemme, e Sociologia alla Sorbona di Parigi, dove ha conseguito il dottorato con una tesi in sociologia della religione su “Morte del cristianesimo e nascita della Chiesa”, che ha segnato la sua ricerca futura e le sue pratiche ecclesiali come membro e animatore di comunità di base.

Ebbe come professori i più prestigiosi maestri nei diversi campi della sua formazione, tra i quali: José Comblin e Gustavo Gutiérrez, in teologia, Luis Alonso Schökel, Carlo María Martini, poi arcivescovo di Milano, Pierre Grelot e Roland de Vaux negli studi biblici. Era un profondo conoscitore del marxismo nei suoi aspetti utopici, umanistici e critici, le cui analisi sociali, politiche ed economiche usava come mediazione socio-analitica per l’analisi della realtà latinoamericana, con i corrispondenti correttivi dal punto di vista del cristianesimo gesuano.

Nella nascita dei cristiani per il socialismo

Ha vissuto attivamente l’elezione di Salvador Allende e il processo democratico e pacifico di transizione al socialismo nel suo paese, il Cile, dove è nato il movimento cristiani per il socialismo, che successivamente si è diffuso in altri paesi, tra cui la Spagna nel 1973. Richard fu uno dei suoi fondatori, leader e teorici di spicco e su cui scrisse diverse opere. Il movimento ha cercato un dialogo pubblico e una convergenza tra cristianesimo e socialismo nella loro prospettiva etica liberatoria, entrambi liberati dai rispettivi dogmatismi e incompatibilità.

La dittatura di Pinochet lo costrinse a lasciare il Cile per recarsi in Francia, dove, secondo la sua stessa confessione, prese le distanze dalla Chiesa e dal sacerdozio. “È stato”, dice, “un esilio in ogni modo possibile, ma anche un momento difficile di riflessione e ricostruzione interiore”. Lì trovò una calda corrente di solidarietà, specialmente nei padri domenicani Chenu e Cosmao e nel teologo protestante George Casalis. L’incontro con monsignor Romero, arcivescovo martire di San Salvador, al suo ritorno in America Latina, lo ha segnato per sempre nella sua vita e nella sua teologia e ha significato la fine del suo esilio ecclesiale e l’integrazione nella Chiesa, dove ha assunto una nuova missione.

Nel 1978 si è trasferito a San José de Costa Rica per lavorare nel Dipartimento di Ricerca Ecumenica (DEI), un centro di dialogo fruttuoso tra Bibbia, teologia ed economia e un luogo di formazione di agenti di comunità di base, leader di movimenti sociali e giovani ricercatori, dove Paul ed io abbiamo condiviso incontri interdisciplinari arricchenti sotto la guida del prestigioso economista e teologo Frantz Himkelammert all’orizzonte della teologia della liberazione. In questo Centro, di cui è stato direttore, ha lavorato ininterrottamente per 40 anni, senza dubbio il più fecondo e creativo sia nel campo della formazione che nella produzione teologica e biblica.

Idolatria, legata all’oppressione

Vale la pena menzionare da questa produzione il lavoro collettivo di cui è stato coordinatore e co-autore La lucha de los dioses. The Idols of Oppression and the Search for the Liberating God, pubblicato dalla DEI nel 1980, che ha avuto un forte impatto soprattutto in America Centrale. In essa mostra che l’idolatria è intrinsecamente legata all’oppressione sia personale che strutturale e che la principale minaccia al cristianesimo non è l’ateismo, ma la corruzione religiosa, politica ed ecumenica del sistema dominante.

Richard ha partecipato ai dialoghi della teologia della liberazione latinoamericana con altre teologie dell’allora chiamato Terzo Mondo: teologie asiatiche e africane e teologia nera americana in una sfida profonda e arricchente all’interno dell’Associazione ecumenica dei teologi del Terzo Mondo, il cui primo incontro ha avuto luogo nel 1976 a Dar-es-Salaam (Tanzania). Questi incontri sono stati critici nei confronti della teologia eurocentrica, hanno denunciato il razzismo epistemologico occidentale e hanno posto le basi per la nascita di una teologia autonoma dei popoli del Sud, nel dialogo tra religioni e culture a livello di uguaglianza.

Come ho indicato all’inizio, il mio primo incontro con Pablo Richard avvenne nel 1983 al VI Incontro dell’Associazione Ecumenica dei Teologi del Terzo Mondo tenutosi presso la sede del Consiglio Mondiale a Ginevra sul tema “Fare teologia in un mondo diviso”, al quale furono invitati teologi degli Stati Uniti e dell’Europa. Dalla Spagna abbiamo partecipato la teologa femminista Margarita María Pintos de Cea-Naharro. Lì iniziò una lunga amicizia con Pablo Richard nutrito dalla teologia della liberazione, che entrambi coltiviamo, lui dall’America Latina e io dalla Spagna.

Un ruolo di primo piano in quell’incontro è stato svolto dalle teologhe femministe di liberazione che, pur apprezzando i contributi del femminismo del Primo Mondo, hanno riconosciuto che questo femminismo non aveva preso in considerazione con la serietà richiesta i fenomeni di razzismo, imperialismo e sfruttamento di classe, che hanno avuto conseguenze molto negative sulle donne nel Terzo Mondo.

Pilastri della teologia di Paul Richard

Quattro sono i pilastri su cui si fonda la teologia di Paul Richard: la pratica della liberazione, la Chiesa dei poveri, la lettura comunitaria popolare della Bibbia e la spiritualità. La sua teologia, politicamente, economicamente e socialmente impegnata, non si limita a pensare e interpretare il mondo, ma a trasformarlo, applicando ai teologi la tesi XI di Marx su Feuerbach: “I filosofi si sono limitati a interpretare il mondo in modi diversi, ma ciò che è in discussione è trasformarlo”.

Pablo Richard ha accompagnato i processi rivoluzionari latinoamericani, in particolare la rivoluzione sandinista in Nicaragua, attraverso la formazione dei leader del movimento cristiano di base e l’emergere di un altro modello di Chiesa che avrebbe sostenuto le trasformazioni politiche, religiose, sociali, ecumeniche e culturali del continente. Teoria e pratica della liberazione erano inseparabili nella sua vita e nel suo pensiero.

Ha svolto un ruolo fondamentale nel passaggio dalla “Chiesa del cristianesimo”, situata nella classe dominante e nelle strutture di potere, alla “Chiesa dei poveri”, situata nei settori impoveriti della società e orientata alla trasformazione delle relazioni ecclesiali gerarchico-patriarcali e autoritarie in strutture comunitarie e relazioni fraterno-sororali.

Richard ha creato il movimento di Lettura Popolare e Comunitaria della Bibbia volto alla formazione di operatori pastorali in tutta l’America Latina attraverso un’ermeneutica liberatrice della Bibbia come fonte di vita e di speranza, orientata alla trasformazione globale della società dall’opzione per le persone impoverite e collettive come soggetto collettivo privilegiato della parola di Dio.

Uno degli esempi più luminosi di tale lettura della Bibbia è l’Apocalisse. Ricostruzione della speranza (DEI, San José de Costa Rica, 1994), un libro di grande rigore esegetico nato e praticato in laboratori biblici. In esso studia il libro dell’Apocalissedel Nuovo Testamento, che è orientato alla ricostruzione della speranza in tempi di persecuzione, trasmette ai cristiani perseguitati una spiritualità di resistenza e propone un mondo alternativo. Riccardo non legge l’Apocalisse con un occhio alla fine del mondo e in modo catastrofico, ma dall’esperienza della risurrezione di Gesù di Nazareth. L’utopia proposta dall’Apocalisse non si riferisce all’aldilà della storia, ma a un mondo senza oppressione e senza una morte indegna. La rivelazione, afferma, “crea miti liberatori e sovverte i miti dominanti”.

Un altro dei pilastri della sua teologia è la spiritualità liberatrice, che nasce dall’incontro con il Dio dei poveri, della speranza e della vita, confrontato con l’idolatria del mercato e del capitale, convertito in assoluti a cui rendere omaggio. Questa spiritualità è governata dal principio evangelico anti-idolatrico: “Non puoi servire due padroni: Dio e il denaro” (Mt 6,24), che egli visse in modo esemplare e insegnò nel suo magistero biblico lacustre sia accademicamente che nella lettura comunitaria.

La memoria di Paolo Riccardo vivrà nella moglie Gabriela e nei figli, nelle comunità ecclesiali di base, nel mondo dell’accattonaggio da lui accompagnato e nei suoi libri, che continueranno a illuminare il nostro cammino verso l’utopia di un altro mondo possibile. Dalle sue numerose pubblicazioni consiglio di leggere quanto segue: Cristiani per il socialismo. Storia e documenti (1976), La Bibbia e la memoria dei poveri (1978); La Chiesa latinoamericana tra paura e speranza (1980); Apocalisse. La costruzione della speranza (1994); Il movimento Gesù davanti alla Chiesa (1998); Forza etica e spirituale della teologia della liberazione nel contesto della globalizzazione (2004) e, come editore, Dieci parole chiave sulla Chiesa in America Latina (2003).

disarmo integrale, un’utopia? no, necessità per uscire migliori dalla crisi

 nuovo appello di papa Francesco per un disarmo integrale 

 disarmo integrale per la pace, usciamo migliori dalla crisi

di Alessandro Di Bussolo

Il Messaggio del Papa è rivolto al 4° Forum di Parigi sulla Pace, in programma dall’11 al 13 novembre: la corsa alle spese militari giustificata dalla deterrenza dell’”equilibrio degli armamenti” ha già causato grandi tragedie umanitarie. Serve una “speranza responsabile” per migliorare il mondo e uscire dalla pandemia risanando “le ferite della famiglia umana”
Non si può generare la pace senza “un impegno collettivo concreto a favore del disarmo integrale”: l’aumento delle spese militari giustificato dall’idea della deterrenza, “fondata sull’equilibrio delle dotazioni di armamenti” ha già causato “tragedie umanitarie di grande portata”. E non dobbiamo sprecare l’opportunità di “uscire migliori” dalla crisi della pandemia, di migliorare il nostro mondo, “di risanare in profondità le ferite della famiglia umana”. Così Papa Francesco, in un messaggio, si rivolge ad organizzatori e partecipanti del quarto Forum di Parigi sulla Pace, che si apre oggi per proseguire fino al 13 novembre, sul tema “Ridurre le fratture mondiali”.

una riflessione per “uscire migliori” dalla pandemia

Francesco si augura che la riflessione di questi giorni contribuisca a promuovere la pace, il buon governo e un futuro migliore per tutti, e “che aiuti a uscire migliori dalla pandemia di Covid-19”. Otto sono le priorità degli 80 progetti sostenuti quest’anno dal Forum: lottare contro la crisi del Covid-19; tutelare gli spazi comuni: oceani, clima, spazio, biodiversità; un miglior governo del mondo digitale; proteggere la sfera pubblica nel tempo della pandemia; lottare contro le fake news e le minacce contro la stampa; raggiungere l’uguaglianza tra uomini e donne; rinforzare la cooperazione Sud-Sud; riformare il capitalismo attraverso l’economia sociale e solidale.

rinunciare alla via più comoda: il ritorno alla “normalità”

La scelta di fronte alla quale la famiglia umana si trova, in questa fase storica, per il Papa è tra il cosiddetto “ritorno alla normalità”, la via più comoda, e cogliere invece “l’opportunità concreta di conversione, di trasformazione, di ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali”, come il Pontefice ha chiesto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel settembre 2020. Ma, ricorda Papa Francesco, la realtà che conoscevamo prima della pandemia “era quella in cui la ricchezza e la crescita economica erano riservate a una minoranza mentre milioni di persone non erano in grado di soddisfare i bisogni più elementari e condurre una vita dignitosa”. La Terra veniva saccheggiata “da un miope sfruttamento delle risorse, dall’inquinamento, dal consumismo ‘usa e getta’ e ferita da guerre ed esperimenti con armi di distruzione di massa”.

Ritorno alla normalità significherebbe anche ritorno alle vecchie strutture sociali ispirate da “autosufficienza, nazionalismo, protezionismo, individualismo e isolamento” ed escludenti i nostri fratelli e sorelle più poveri. È questo un futuro che possiamo scegliere?

nessuno si salva da solo

Il Papa torna a sottolineare che “le decisioni che prendiamo oggi per uscire dalla crisi determinano la ‘rotta’ delle generazioni a venire”, come pure che “siamo una comunità globale e che ‘nessuno si salva da solo!’ ”. La via di uscita, quindi, “è lavorare insieme per uscire migliori di prima”.

Il primo e più urgente tema su cui dobbiamo porre la nostra attenzione è che non vi può essere una cooperazione generatrice di pace senza un impegno collettivo concreto a favore del disarmo integrale. Le spese militari a livello mondiale hanno oramai superato il livello registrato alla fine della “guerra fredda” e aumentano sistematicamente ogni anno.

l’idea sbagliata delle deterrenza dell’equilibrio delle armi

Francesco ricorda che i governi “giustificano tale riarmo richiamandosi a un’idea abusata di deterrenza fondata sull’equilibrio delle dotazioni di armamenti”. Ma perseguire i propri interessi “principalmente sulla base dell’uso o della minaccia della forza”, non garantisce certo, per il Pontefice “la costruzione e il mantenimento della pace”. L’idea della deterrenza, infatti, “in molti casi è risultata fallace, determinando tragedie umanitarie di grande portata”. E qui cita Papa Giovanni XXIII, che nella Lettera enciclica Pacem in terris auspicava che: “Al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia”.

Va inoltre sottolineato che alla logica della deterrenza è stata associata quella propria del mercato liberista che gli armamenti possano essere considerati alla stregua di tutti gli altri prodotti manufatti e quindi, come tali, liberamente commerciabili a livello mondiale. Non è dunque un caso se per anni abbiamo assistito acriticamente all’espansione del mercato delle armi a livello globale.

la speranza affidabile: l’ingiustizia non è inevitabile

Se la pandemia ha messo in luce drammaticamente i “limiti e le carenze delle nostre società e dei nostri stili di vita”, per Papa Francesco abbiamo “bisogno di sperare”, perché la speranza “ci invita a sognare in grande e a dare spazio all’immaginazione di nuove possibilità”. La speranza incentiva l’azione sulla base della consapevolezza che la realtà può essere cambiata.

Il mio auspicio è che la tradizione cristiana, in particolare la dottrina sociale della Chiesa, come pure altre tradizioni religiose, possano contribuire ad assicurare al vostro incontro la speranza affidabile che l’ingiustizia e la violenza non sono inevitabili, non sono il nostro destino.

Procedere sulla strada del bene comune

Di fronte alle conseguenze della pandemia, per il Papa, la nostra coscienza ci chiama “a una speranza responsabile, cioè, in concreto, a non seguire la via comoda del ritorno a una ‘normalità’ segnata dall’ingiustizia, ma a vedere nella crisi l’opportunità “di ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali”. Una speranza che ci permette “di respingere la tentazione delle soluzioni facili e ci dà il coraggio di procedere sulla strada del bene comune, della cura dei poveri e della casa comune”.

Non sprechiamo questa opportunità di migliorare il nostro mondo; di adottare con decisione modalità più giuste per attuare il progresso e costruire la pace. Animati da questa convinzione, è possibile generare modelli economici che servano i bisogni di tutti preservando i doni della natura, come pure politiche lungimiranti che promuovano lo sviluppo integrale della famiglia umana.

Ci possa ispirare, conclude Francesco nel suo messaggio, la parola che il profeta Geremia rivolse al popolo in tempo di grave crisi: “Fermatevi nelle strade e guardate, / informatevi dei sentieri del passato, / dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita”

 

il commento al vangelo della domenica

così Gesù è pane di vita e forza d’attrazione


Così Gesù è pane di vita e forza d'attrazione
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della  19 domenica del tempo ordinario – Anno B


In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». […]

Io sono il pane disceso dal cielo. In una sola frase Gesù raccoglie e intreccia tre immagini: pane, cielo, discendere. Potenza della scrittura creativa dei Vangeli, e prima ancora del linguaggio pieno di immaginazione e di sfondamenti proprio del poeta di Nazaret. Io sono pane, ma non come lo è un pugno di farina e di acqua passata per il fuoco: pane perché il mio lavoro è nutrire il fondo della vita. Io sono cielo che discende sulla terra. Terra con cielo è giardino. Senza, è polvere che non ha respiro. Nella sinagoga si alza la contestazione: ma quale pane e quale cielo! Sappiamo tutto di te e della tua famiglia…
E qui è la chiave del racconto. Gesù ha in sé un portato che è oltre. Qualcosa che vale per tutta la realtà: c’è una parte di cielo che compone la terra; un oltre che abita le cose; il nostro segreto non è in noi, è oltre noi. Come il pane, che ha in sé la polvere del suolo e l’oro del sole, le mani del seminatore e quelle del mietitore; ha patito il duro della macina e del fuoco; è germogliato chiamato dalla spiga futura; si è nutrito di luce e ora può nutrire. Come il pane, Gesù è figlio della terra e figlio del cielo. E aggiunge una frase bellissima: nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato. Ecco una nuova immagine di Dio: non il giudice, ma la forza di attrazione del cosmo, la forza di gravità celeste, la forza di coesione degli atomi e dei pianeti, la forza di ogni comunione. Dentro ciascuno di noi è al lavoro una forza instancabile di attrazione divina, che chiama ad abbracciare bellezza e tenerezza. E non diventeremo mai veri, mai noi stessi, mai contenti, se non ci incamminiamo sulle strade dell’incanto per tutto ciò che chiama all’abbraccio. Gesù dice: lasciate che il Padre attiri, che sia la comunione a parlare nel profondo, e non il male o la paura. Allora sì che “tutti saranno istruiti da Dio”, istruiti con gesti e parole e sogni che ci attraggono e trasmettono benessere, perché sono limpidi e sani, sanno di pane e di vita. Il pane che io darò è la mia carne data per la vita del mondo. Sempre la parola “vita”, martellante certezza di Gesù di avere qualcosa di unico da dare affinché possiamo vivere meglio. Ma non dice il mio “corpo”, bensì la mia “carne”. Nel Vangelo di Giovanni carne indica l’umanità originaria e fragile che è la nostra: il verbo si è fatto carne. Vi do questa mia umanità, prendetela come misura alta e luminosa del vivere. Imparate da me, fermate l’emorragia di umanità della storia. Siate umani, perché più si è umani più si manifesta il Verbo, il germe divino che è nelle persone. Se ci nutriamo così di vangelo e di umanità, diventeremo una bella notizia per il mondo.

(Le letture: Primo Libro dei Re 19,4-8; Salmo 33; Lettera agli Efesini 4,30-5,2; Giovanni 6,41-51)

la lettera del papa che lascia aperto il problema delle dimissioni di Bianchi

Bose

papa Francesco scrive a fratel Enzo Bianchi

ENZO BIANCHI

gli rinnova stima e amicizia ma non revoca le disposizioni punitive

le vignette di Sillioni

 

 

Il ben informato sito Silerenonpossum ha  pubblicato una lettera di Papa Francesco che esprime stima e grande affetto al fondatore di Bose ma non revoca le severissime, immotivate e ingiuste, disposizioni della Segreteria di Stato che lo riguardano.

Ecco il testo della lettera, per molti versi commovente, del Papa, che lascia aperto comunque il grande interrogativo sul perché Enzo Bianchi sia stato inchiodato alla croce di cui parla il Pontefice la sola invidia del nuovo superiore per il predecessore, alla cui grandezza egli non potrà mai arrivare, non ci sembra che possa spiegare questa tragedia.


Vaticano, 9 febbraio 2021
Caro fratello,
Ho ricevuto la tua lettera dello scorso 20 gennaio. Ti ringrazio tanto per la fiducia e per la trasparenza con la quale mi hai scritto.
Ho letto e riletto la lettera, e mi sono ulteriormente informato sulla vicenda.ma ho pensato soprattutto a te, compagno di vecchiaia, con gli acciacchi dell’età, che, per te, si aggiungono alla situazione che si è venuta a creare e che ti fa soffrire, e, ti confesso, fa soffrire anche me.
Potevi spiegare molte cose, anche se tante non possono essere spiegate, perché entrano nel mistero della storia di ciascuno. So che ci sono state incomprensioni e ferite. So che tu hai fatto e farai tanto bene alla Chiesa (anche a me personalmente). So che i Visitatori hanno cercato una soluzione ai problemi di incomprensione e di divisione nella comunità, la quale anche soffre. So che tanta gente ti vuole bene.
Ma la cosa più importante che so, e che è più essenziale, quello che come fratello devo dirti, è che tu sei in croce. E quando si è in croce non valgono le spiegazioni, soltanto ci sono il buio, la preghiera angosciante “Padre, se è possibile allontana da me questo calice” e quelle sette parole che sono a fondamento della Chiesa. Quando si è in croce quelli che non ci vogliono bene sono contenti, tanti amici fuggono e spariscono, rimangono soltanto tre o quattro amici più fedeli, che non possono fare nulla per salvarci, ma ci accompagnano. Rimane solo l’obbedienza, come Gesù.

Caro Enzo, questo è l’essenziale della tua vita di oggi: sei in croce, come Gesù. Questo è il tuo tempo della lotta, del buio, della solitudine, del faccia a faccia con la volontà del Padre.

Ti vedo così e voglio essere accanto a te. Prego con te. E mi viene in mente anche la figura del grande Eleazar: tanti giovani ti stanno guardando.
Ti sono vicino con amore di fratello, di “figlio spirituale” e di padre nella fede. Caro fratello Enzo, non scendere dalla croce. Sarà il Signore a risanare la situazione.
Con amore, tuo Francesco

delusione e indignazione per le scelte di Draghi sull’immigrazione

lettera aperta

a Lampedusa conosciamo le vere storie di migranti


Forum Lampedusa Solidale 
Invito al premier Draghi per un nuovo sguardo sui diritti umani negati
A Lampedusa conosciamo le vere storie di migranti

 

la sua recente dichiarazione a proposito della garanzia dei salvataggi «in acque territoriali italiane» è – oltre che discutibile – totalmente illogica e contraria a quanto stabilito dalla normativa internazionale in tema di soccorso e salvataggio, oltre che in netto contrasto con la Costituzione e con il riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo

Caro presidente Mario Draghi,

da mesi tutte le parti politiche, i media e i tecnici ribadiscono le altissime aspettative intorno al suo operato e quello dell’esecutivo che lei guida. A fronte di tanto apprezzamento dobbiamo però confidarle la nostra delusione e, non lo nascondiamo, a tratti anche la nostra indignazione per alcune scelte, non solo lessicali, riguardo al tema immigrazione. Le chiediamo la pazienza di leggerci e speriamo in una sua risposta. Noi viviamo a Lampedusa e sicuramente nessuno di noi vanta un curriculum paragonabile al suo né a quello dei suoi collaboratori. Tuttavia abbiamo esperienza, perché da anni siamo testimoni di ciò che avviene sulla frontiera.

Comprendiamo che nessuno può sapere tutto e sicuramente sul tema lei deve essersi affidato a collaboratori e consulenti che, è nostra opinione, la stanno esponendo a una interpretazione dei fatti che, sempre a nostro avviso, proprio per la considerazione di cui lei gode, non si addice alla sua riconosciuta statura morale, ancor prima che intellettuale. La prima cosa che vivere su quest’isola ci ha insegnato è che chi tenta di arrivare in Europa non è ‘UN’ pericolo ma è ‘IN’ pericolo. Ma quanto costa gestire la frontiera nell’ottica esclusivamente securitaria e di esternalizzazione?

La sua recente dichiarazione a proposito della garanzia dei salvataggi «in acque territoriali italiane» è – oltre che discutibile – totalmente illogica e contraria a quanto stabilito dalla normativa internazionale in tema di soccorso e salvataggio, oltre che in netto contrasto con la Costituzione e con il riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo. Noi in questi anni abbiamo imparato a conoscere i nomi di uomini, donne bambini affogati nel Mediterraneo. Abbiamo partecipato alle sepolture di chi sulla propria tomba non ha neanche un nome.

Lei, presidente, conosce alcune di queste storie?

Ha mai ascoltato, come noi, i loro terrificanti racconti? Ecco perché ringraziare la sedicente ‘Guardia costiera libica’ per la cattura dei naufraghi in mare, secondo noi e secondo quanto riportato ancora in questi giorni nei report delle Nazioni Unite e della Procura presso il Tribunale internazionale dell’Aja, vuol dire ringraziare dei carnefici. Anche per questa ragione riteniamo che lei debba domandarsi se stringere accordi con i governi della Libia o della Tunisia, pagando miliardi di euro per delegare ad altri il lavoro sporco dei respingimenti, oltre che essere una strategia che non funziona, non fa altro che alimentare i crimini e legittimare i criminali.

Lo sa che bloccare le navi delle Ong nei porti non ha alcun effetto deterrente sulle partenze, ma aumenta il numero dei morti e sottrae testimoni alle tragedie del Mediterraneo? È a conoscenza del fatto che le 130 persone affogate il 23 aprile scorso sono rimaste per oltre 48 ore in vana attesa che qualcuno prestasse loro soccorso, nella piena consapevolezza delle autorità europee, compresa l’Italia? La Procura dell’Aja ha definito quella tragedia come «un crimine». Quei naufraghi si trovavano in acque internazionali; se dovesse accadere ancora l’Italia continuerà a disinteressarsi ai salvataggi pur avendo i mezzi per poter intervenire? Diverse chiese e comunità di fede hanno espresso preoccupazione per i diritti delle persone e anche papa Francesco, proprio riguardo a quella strage, ha chiesto di pregare «per coloro che possono aiutare ma preferiscono guardare da un’altra parte». Ma quale sarà il giudizio storico di tali condotte? Noi sappiamo che l’unica soluzione possibile per porre immediatamente fine a tutto ciò è aprire immediatamente canali legali e sicuri di ingresso in Europa; ripristinare un meccanismo certo di soccorso e sbarco in un luogo sicuro, come richiesto dalle Nazioni Unite, e tornare a presidiare il Mediterraneo, anche nell’interesse dei nostri tanti pescatori. Le chiediamo perciò di voler rispondere a queste nostre domande, e la invitiamo a venire a Lampedusa, dove potrebbe ascoltarci e ascoltare le storie che ci impediscono di restare in silenzio.

Forum Lampedusa Solidale

Il Forum Lampedusa Solidale nasce nel 2015 dall’incontro di associazioni, movimenti ecclesiali, organizzazioni di volontariato, parrocchiani, donne e uomini della società civile che condividono sia il desiderio di riappropriarsi dei luoghi, fisici e sociali, dell’accoglienza, sia la volontà di attivare percorsi di partecipazione per la cura dell’intera comunità isolana. L’attività svolta dal Forum non si limita, infatti, alla mera distribuzione di beni ai migranti che sull’isola approdano, ma punta a creare una rete di competenze e di servizi per chiunque sull’isola viva o si trovi a passare per qualsiasi motivo, formulando proposte e realizzando pratiche in grado di dare risposte concrete alle necessità e alla dignità degli stranieri e della comunità che li ospita.

un’intervista di Hans Kung – la sua teologia e quella di Ratzinger

Hans Küng

un’altra Chiesa è possibile

ricordiamo il teologo svizzero scomparso all’età di 93 anni con questa lunga intervista, pubblicata su MicroMega 4/2010, in cui Küng critica duramente papa Ratzinger ed evidenzia la rottura tra il papato e il popolo cattolico

Giorgia Castagnoli

Parigi, cosa significa per lei?

Ha deciso di raccontare la sua storia, il suo cammino di fede?

Guardando indietro, mi sembra di ricordare due storie, distinte e al contempo intrecciate: una piccola, quella della vita di un teologo, e la grande, quella della Chiesa cattolica e della teologia nella società del mondo contemporaneo. La prima storia racconta la mia vita, che è stata dura e piena di battaglie, ma al contempo interessante. E alla fine, malgrado diverse esperienze dolorose, il mio bilancio è positivo: sono rimasto cristiano, cattolico, teologo, e prete con tutte le facoltà, malgrado pensino che sia troppo pericoloso per i seminaristi di teologia! Mi ritengo perciò fortunato, anche rispetto ad altri teologi francesi che hanno avuto un destino ben più doloroso, e che non hanno sopportato questo delirio…

Allora cominciamo da quella che ha definito la «piccola storia».

Fin da quando ero al liceo, mi sono interessato a ciò che succedeva veramente nel mondo, certo non potevo restare chiuso in una torre d’avorio. Ho anche avuto la fortuna, da studente, di conoscere dei grandi teologi dell’inizio del XX secolo, a Roma, in Svizzera e a Parigi, e ciò mi ha molto impressionato. Ho deciso allora di allargare i miei orizzonti e così le mie sfere di interesse sono diventate molteplici: dall’unità della Chiesa alla pace tra le religioni, fino al dialogo interreligioso e ai problemi nella vita della comunità universale. In questo momento poi, lavoro giorno e notte sull’etica mondiale. Sto studiando economia, che è una materia fantastica, e anche se non è proprio il mio campo, è affascinante e si ricollega al problema della ricerca di un sistema economico etico nel mondo di oggi. Se ho sempre cercato di allargare le mie conoscenze, ho cercato comunque di mantenere il mio centro nella fede cristiana: non ho mai perso di vista la sfera teologica per fare altre cose.

Il mio coinvolgimento nella storia della Chiesa come studente è stato inizialmente quello di un osservatore oggettivo, imparziale, fino a un momento di svolta, generato da un fatto decisivo: il rigetto, da parte di papa Pio XII, dei preti operai. Lì io ho cominciato a dubitare dell’autorità pontificia. Non riuscivo a capacitarmi dell’accaduto, così sono andato a chiedere spiegazioni al mio professore, che era uno dei consiglieri del papa. Ma non c’era nulla da fare.

In che cosa la sua visione del cristianesimo si distingue da quella di papa Benedetto XVI?

Nel mio libro sul cristianesimo ho analizzato in maniera approfondita i suoi paradigmi, che sono sempre attuali nel dibattito teologico, e credo che la più profonda opposizione tra me e Ratzinger, più che di natura personale, dipenda dal fatto che siamo i rappresentanti di due diverse linee di pensiero, di due differenti visioni di questi paradigmi. La nostra battaglia è sull’interpretazione di questi assunti fondamentali, e le nostre posizioni sono radicalmente opposte. Entrando nello specifico, per me il primo e più importante paradigma per comprendere il cristianesimo è la sua origine nel giudaismo, cosa generalmente trascurata dai cattolici, mentre per Ratzinger il cristianesimo comincia solo grazie all’incontro tra il messaggio biblico e la filosofia greca. Gesù sarebbe quindi già escluso da questo processo, non trova? [sorride provocatorio]. E inoltre, come dobbiamo considerare allora le prime comunità cristiane?

È stato solo grazie all’intervento di san Paolo che si è istituito un nuovo paradigma, certo comunque necessario. Il secondo paradigma dopo quello giudaico-cristiano è poi quello greco-ellenistico, ed entrambi ci domandiamo se bisogna rimanere in questo ambito anche per ciò che riguarda la considerazione dei dogmi della cristologia. Ratzinger poi non accetta il sistema episcopale che gli ortodossi hanno conservato, essendo un fervente ammiratore e rappresentante del terzo paradigma, quello romano-cattolico, in cui i vescovi romani sono molto importanti. Sant’Agostino è per lui non solo il padre della Chiesa, ma anche un «contemporaneo». Si è fissato sul problema del papato, visto come un’istituzione assoluta fino all’XI secolo e alla Riforma gregoriana.

Un consiglio: se riesce a capire l’XI secolo ha capito la situazione attuale! È lì che è nato quell’assolutismo del papato che nel primo millennio non esisteva. Il clericalismo contro i laici, la legge del celibato e la liturgia: è l’eredità dei Franchi. Anche io ovviamente ho studiato la teologia medievale, ma certo non mi sono fermato lì. Ratzinger invece sì. Quello che descrivo, e che viene confermato anche dalle sue azioni come papa, è molto chiaro. Benedetto XVI considera il processo della Riforma protestante come la volontà di dissolvere il legame della filosofia greca con il cristianesimo, e questo per lui significa la decadenza! Non ha mai condotto un confronto positivo con i riformatori, e non ha ovviamente alcuna simpatia né per l’illuminismo né per la modernità. La dis-ellenizzazione, la decadenza acuita dai progressi delle scienze moderne, la filosofia contemporanea, la concezione dello Stato, la Rivoluzione francese, Darwin, l’evoluzionismo e per finire, momento tra i più «bassi» della storia, la rivolta degli studenti nel 1968, sono veramente per lui dei fattori di declino. Come racconta nella sua autobiografia, alla fine di questo processo verso la decadenza ci sono l’ateismo e l’immoralità. Infine, la differenza tra lui e me è che lui ha finito la sua biografia con Tubinga, con il momento in cui è diventato arcivescovo di Monaco, e non proferisce parola sugli anni seguenti, perché il seguito è una «storia oscura», e lì si vede che abbiamo scelto due strade molto diverse. Peccato! Abbiamo seguito due cammini diversi ma siamo cattolici, non si può negare che anche io sia un prete cattolico! Non potrei mai lasciare la mia Chiesa, ma sto mostrando con la teologia che bisogna prendere sul serio il Concilio Vaticano II e che l’essenza del cristianesimo è Gesù Cristo, ma quello della storia e non quello dei concili, che sono un’interpretazione ellenistica del Gesù Cristo del Nuovo Testamento.

Cosa significa oggi essere cattolici? Come possono coesistere i paradigmi che avete menzionato? Come vede un nuovo paradigma per il cattolicesimo nel futuro?

Essere cattolici non è qualcosa di necessariamente legato al terzo paradigma, che è quello romano-cattolico, ovvero il risultato della storia della fine del primo millennio. Ma significa credere in una linea di continuità temporale, malgrado tutte le piccole rotture e i conflitti, della Chiesa e anche il suo carattere universale: la Chiesa del mondo intero, non di un dato luogo o paese. Il vero criterio del cattolicesimo è il messaggio cristiano, il Vangelo, essere cattolici è credere all’universalismo, senza tuttavia accettare qualsiasi cosa, perché ovviamente ciò che si oppone al Vangelo non può essere considerato cattolico. Oggi bisogna essere cattolici con lo spirito evangelico, e penso che questo venga realizzato da molta gente in entrambe le Chiese (cattolica e protestante).

Ha affrontato questi problemi teologici con papa Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI?

Ho sempre sperato in un dialogo e in un papa che volesse parlare con me, dato che con Wojtyl´a (papa Giovanni Paolo II) non era semplice… non voleva parlare con nessuno che avesse una posizione diversa dalla sua nell’ambito della Chiesa. Era un pontefice che parlava molto del dialogo ma non ha mai condotto nessun vero dialogo con chi non era d’accordo con lui. Ho pensato allora che bisognava aspettare un nuovo papa, ma Ratzinger non era proprio il mio candidato… Ho comunque deciso di scrivergli e penso che abbia fatto un’azione molto coraggiosa a ricevermi.

Come è andato il vostro incontro?

Ha avuto luogo a Castel Gandolfo, abbiamo parlato per quattro ore, c’era una bella atmosfera, simile a quella dei tempi passati a Tubinga, e dei buoni rapporti. Ho pensato: ecco, magari troverà una svolta e sarà diverso come papa… ma purtroppo ha perso quasi tutte le grandi possibilità che ha avuto. Il suo problema è che non è mai cambiato, per niente. Ha perfino rimesso la messa medievale tridentina con la liturgia del medioevo, e inoltre si presenta negli abiti di papa Leone X dei Medici, che è stato il responsabile della totale rottura con Lutero, dato che non ha fatto nulla di ragionevole nei suoi confronti. Quindi mi chiedo, come può presentarsi oggi nei panni di questo papa? Manca solo la sedia gestatoria e la tiara per ritornare al medioevo!

Si riferisce a qualche occasione in particolare, quando parla di occasioni mancate? Si riferisce anche al dialogo interreligioso?

Penso che per esempio a Costantinopoli avrebbe potuto ammettere ciò che aveva peraltro già detto a Tubinga, ovvero che non si può pretendere che gli ortodossi accettino le decisioni dei concili ai quali non hanno partecipato; invece di queste parole, ci sono state solo delle manifestazioni solenni a cui non è seguito nessun vero cambiamento. Per non parlare delle varie occasioni mancate anche nei confronti di musulmani ed ebrei… Il vero problema è che egli considera tutte le altre religioni deficitarie, mentre la Chiesa cattolica ovviamente è perfetta; solo che ora abbiamo qualche difficoltà a difenderla da tutti gli ultimi scandali, visto che è un’istituzione «perfetta». Allora la situazione è difficile, e la sua popolarità diminuisce, sia in Francia che in Germania, ora che è finita la fase di entusiasmo per un papa tedesco. Inoltre, non si può nascondere che è un po’ imbarazzante avere un pontefice tedesco, soprattutto nelle vicende legate all’antisemitismo dei quattro vescovi della Fraternità Pio X che Benedetto XVI ha riammessi nella Chiesa cattolica nonostante la loro opposizione al Concilio Vaticano II.

In merito alla recente crisi aperta in Germania sul problema dei preti gesuiti pedofili: le sembra un nuovo episodio di una crisi che, anche se ancora contenuta in Italia, Spagna e Francia, sia il sintomo di una crisi della Chiesa cattolica occidentale? Quali saranno le conseguenze di questi scandali sui fedeli e sull’opinione pubblica?

Sulla questione dei preti pedofili, io non credo che sia solo una questione nazionale, americana, polacca o tedesca. All’inizio la posizione del Vaticano era di considerare ad esempio il vescovo di Boston un fatto isolato, e circoscritto solo all’America. Io penso che oggi in Irlanda sia una vera tragedia. Ho ricevuto la lettera di un ambasciatore irlandese che mi scrive che l’autorità della Chiesa cattolica lì ormai è compromessa. Ho anche parlato con il papa di alcune situazioni gravi, seppur senza toccare direttamente gli scandali sessuali, spiegando che a mio avviso queste vicende sono il risultato della politica reazionaria della Chiesa cattolica in paesi oggi secolarizzati. È un problema universale. In Germania, i gesuiti avevano una reputazione molto seria, ed è molto doloroso, per me, che non avevo mai visto una cosa del genere, scoprire tutti questi scandali, e pensare che oggi ci sono anche molti casi di cui non si parla… Credo perciò che sia un problema globale che abbia a che fare con il celibato dei preti: non dico certo che sia la conseguenza necessaria, assolutamente, ma non ci sono molte possibilità per questa gente, e inoltre non è certo un caso che la maggior parte degli episodi siano all’interno della Chiesa cattolica…

Chi sono a suo avviso i maggiori responsabili?

Bisogna essere sinceri: ci sono i vescovi che hanno confessato le loro responsabilità e i loro errori. Non bisogna infatti giudicare solo i poveri preti che sono in questa situazione, e che spesso sono le vittime del sistema, ma anche i vescovi, che sono i secondi responsabili perché hanno coperto tutto. Ma poi, chi è il responsabile della politica dei vescovi? Non ne abbiamo ancora discusso ma è ben chiaro che la curia romana ha diretto tutto. Si sono già centralizzati tutti questi casi, sempre più numerosi, nella Congregazione per la dottrina della fede, perché solo lì c’è l’obbligo a questo segreto assoluto che copre tutto. E questa azione accentratrice è stata voluta da Ratzinger, che per 22 anni ha coperto molte carte. Una lettera solenne mandata il 18 maggio 2001 dal cardinale Ratzinger a tutti i vescovi del mondo dice che bisogna mantenere un silenzio assoluto («secretum pontificium»). Credo che ora il papa sia in una situazione molto difficile, cosa può dire adesso?

Rispetto al 2009, qual è a suo avviso la gravità dello scandalo Williamson e della mano tesa ai vescovi integralisti?

Penso che Benedetto XVI abbia fatto un’apologia assai personale, cosa straordinaria per un papa. Egli stesso tuttavia ha detto che molta gente era prevenuta contro di lui e ha approfittato per attaccarlo. Ma non è vero, la gente che aveva una posizione critica nei suoi confronti e che l’ha attaccato non aveva bisogno di aggrapparsi a questa storia dei quattro vescovi. Potrei credere che lui stesso non sapeva che Williamson neghi la storicità dell’Olocausto, ma sapeva che erano tutti antisemiti, tutti lo sanno, e che questi quattro si oppongono al Concilio Vaticano II. Come si possono accettare questi vescovi, ed essere al contempo così duro e senza pietà con gli altri? Senza bisogno di menzionare il mio caso… Come si può accettare della gente che nega il Concilio in punti essenziali come la liturgia e la libertà di religione? Non si può ritornare indietro, al periodo preconciliare; questo è chiaro. E se un papa cerca di farlo va contro il Concilio ecumenico che è l’autorità suprema della Chiesa cattolica. Il Concilio Vaticano II non è stata una rottura, ma una svolta, e non si può tornare indietro. Come dice Suárez, il gesuita spagnolo, si può essere scismatici in due sensi: nel caso in cui ci si separi dal papa o nel caso in cui sia il papa a separarsi dalla Chiesa. Benedetto XVI è molto prudente, ma praticamente reagisce contro il Concilio: guardate le sue nomine nella curia… il nuovo capo della Congregazione della liturgia è uno favorevole alla liturgia di Trento e si è mostrato con la cappa magna: neanche la regina di Inghilterra fa queste «bêtises».

Quali sono a suo avviso le prospettive del dialogo interreligioso giudaico-cristiano dopo la visita del papa alla sinagoga di Roma a gennaio 2010?

È prima di tutto un fatto positivo che Benedetto XVI abbia fatto questa visita alla sinagoga, come quella alla moschea di Istanbul; fortunatamente il rabbino non gli ha fatto solo dei complimenti, come fanno i vescovi, ma la visita non ha risolto tutti i problemi…

A dicembre Benedetto XVI ha lodato le virtù eroiche di papa Pacelli. Lei è d’accordo sul proseguimento del processo di canonizzazione di Pio XII?

Per quanto riguarda la canonizzazione di Pio XII, non capisco questa battaglia portata avanti dal padre gesuita Gumpel. Conoscevo il segretario privato di papa Pacelli, perché veniva al nostro Collegio germanico e una sera ci ha raccontato una giornata-tipo del pontefice. Un alunno ha approfittato per chiedergli se Pio XII fosse un santo. E lui, che lo ha conosciuto meglio di chiunque altro, ha risposto assai energicamente: «No, no, non è un santo, ma è un grand’uomo di Chiesa». E penso che abbia ragione, perché il vero centro d’interesse di Pio XII era la Chiesa, come istituzione, e questo era più importante di tutto, e di tutti gli ebrei del mondo. Egli ha giudicato che il comunismo era più pericoloso del nazismo, anche perché era stato traumatizzato dall’arrivo dei commandos rossi nel suo studio a Monaco e quindi il comunismo era per lui una questione esistenziale. Senza volerlo demonizzare, si possono spiegare molte cose del suo comportamento, ma non si può farne un santo.

Ci sono comunque delle ragioni di speranza per la Chiesa cattolica che oggi sembra attraversare un momento di crisi? Si può puntare su persone precise, movimenti particolari o su alcuni paesi che possano risollevarla?

La situazione è grave dappertutto, in Polonia, Spagna, Irlanda… non si può essere troppo ottimisti, l’effetto Giovanni Paolo II è passato. Se si guarda la situazione dell’America latina, già difficile, ci si accorge che non ci sono abbastanza preti, per non parlare dell’Africa in cui spesso i preti hanno una donna e il celibato è coperto in maniera elegante… Un altro serio problema è che Wojtyl´a è stato uno dei primi responsabili della mancanza di controllo delle nascite in Africa e non vedo come si può avere una posizione ragionevole sulla questione demografica senza una modifica all’enciclica Humanae vitae. Al di là della gerarchia, ci sono comunità che funzionano, in Germania, Svizzera e Austria per esempio; in generale, dove c’è un buon parroco le comunità funzionano perché l’identificazione del popolo non avviene più con il papa ma con il parroco della comunità locale. La domenica tutti si conoscono, giocano, mangiano insieme: lo spirito ecumenico è attivo. La mia speranza è che a livello locale ci sia di nuovo un cristianesimo vivo. Se la miseria della Chiesa diventasse ancora più grande, se i vescovi dicessero che non ci sono più preti, si dovrà pur fare qualche cosa. Aspetto il momento in cui un’autorità ecclesiastica, e non teologica come la mia, dirà che non è piu possibile continuare così. L’intransigenza e l’arroganza della curia di Roma hanno prodotto gli scismi nei secoli XI, XV e XIX. Spero che il prossimo papa segua il cammino di Giovanni XXIII e non di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

Vede una rottura tra il papato e il popolo cattolico?

Sì, è già una realtà di fatto, la gente non si occupa molto di quello che dice il papa, e delle regole di condotta che dà. Per esempio, Giovanni Paolo II si è sforzato in tutti i suoi atti, viaggi e discorsi di limitare le nascite, i divorzi e le relazioni ecumeniche, ma senza successo. Ha solo frustrato e messo in silenzio il clero. La maggioranza dei cattolici nei paesi industrializzati non si occupa molto di ciò che dice Roma su questi problemi; si fa tutto lo stesso, e si è solo furiosi e imbarazzati per le gaffe del pontefice. Ma in teoria le possibilità positive del papato sono enormi, è un peccato non usarle.

Cosa potrebbe fare concretamente secondo lei?

Potrebbe scrivere un’enciclica sulla sessualità, che eviti il libertinismo arbitrario e il rigorismo, sarebbe un grande documento, no?

Ho sempre pensato che Ratzinger sia intelligente e che possa fare qualcosa per le religioni; oggi c’è un certo scambio con le autorità musulmane, ma non vedo un gran progresso. Se leggete il Corano vedete che Gesù è ovunque ed è una figura molto positiva, ma a una condizione: non lo fate Dio! Se i giudeo-cristiani fossero stati presenti al primo Concilio di Nicea avrebbero protestato contro la famiglia reale che ha identificato Gesù e Dio, e quindi ora è difficile capirsi.

Non si può tornare indietro, come ha voluto fare la restaurazione senza riuscirci. Oggi la gente non si occupa delle processioni barocche della Chiesa, tipiche del secolo scorso, ma ci sono molte altre possibilità… speriamo che Benedetto XVI faccia almeno un’azione coraggiosa.

Io anche negli anni Ottanta ho fatto il mio dovere. Ho allargato i miei orizzonti, ho sempre studiato, viaggiato, parlato con la gente, ho letto le scritture e ho studiato molto le esegesi, la storia e l’etica mondiale e ho imparato questo: se voi parlate della verità, seriamente, con degli argomenti validi e in piena libertà, la gente vi ascolta. Questo si leggerà nel terzo volume delle mie memorie.

image_pdfimage_print

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi