mille morti in mare
e voi parlate solo di sicurezza nei cortei?
di Luca Casarini
in “l’Unità” del 4 febbraio 2026
Prendete mille cadaveri. Metteteli in fila, uno ad uno, la testa di quello prima che tocca i piedi di
quello dopo. Dall’Altare della Patria fino a Palazzo Chigi, lungo tutta Via del corso. Ci stanno, è un
kilometro circa. Perché ci sono i bambini piccoli oltre agli adulti. Misurano di meno in altezza.
Ecco, un kilometro di morti, lungo il marciapedi così da non intralciare il traffico. Ma bisogna
passarci accanto mentre ci si reca al lavoro, oppure a fare shopping in galleria. Tocca scavalcarli, e
allora lo sguardo forse viene rapito da quei volti tumefatti, da quei corpi gonfi d’acqua salata,
coperti da vestiti sfilacciati come fossero fatti di alghe. Non sono più scuri di pelle, come quando
sono nati, in Sudan, in Mali, in Niger, nella Costa d’Avorio e chissà in quali altri invisibili paesi.
No, adesso sono grigi, quasi bianchi. Scoloriti dall’acqua che ha lavorato, lì in fondo al mare. Il
ministro passa pure lui, ma non si accorge di niente. È sulla sua auto blindata, corre veloce.
Forse scorge da dietro il vetro, quelli che ai suoi occhi potrebbero essere sacchi di immondizia
abbandonati ai lati della strada, segno del degrado urbano, una vera piaga per il decoro della
capitale, lo ha sempre detto. E invece sono sacchi di ossa, di pelle, di occhi, di capelli, di denti, di
mani e di piedi. Ma non ha tempo il ministro di fermarsi. È atteso nel Palazzo, per il decreto
sicurezza. La violenza di Torino, di quei terroristi urbani.
Bisogna colpire loro e tutta quella gente che si ostina a coprirli, partecipando alle manifestazioni. E
colpire duro, con leggi speciali. Lo stato di diritto è diventato un intralcio alla “nazione”. La
violenza, la violenza. In mare non ci sono né lacrimogeni né fuochi d’artificio. Tutto è silenziato,
avvolto dal rumore delle onde che sbalzano quelle bare galleggianti di ferro come fuscelli. Forse è
per questo che la morte in mare di donne, uomini e bambini, nessuno la considera una violenza.
Non fa rumore, non ci sono né video né telecamere. È una morte che scivola via, sul fondo,
portandosi dietro come fosse una palla al piede, le vite degli abbandonati. Dei più disperati di tutti
che non possono avere nemmeno una tomba con il loro nome. Non avranno una lapide, ma un
numero però ce l’hanno: mancati sbarchi. Finiranno nei comunicati come un grande successo “delle
politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”.
I giorni che vanno dal 14 al 21 gennaio, noi li ricorderemo come quelli della “settimana di sangue”.
È anche quella del ciclone “Harry”, che oltre a devastare le coste di Calabria e Sicilia, ha
imperversato per almeno due giorni su tutto il Mediterraneo. Nonostante gli allarmi meteo, tra le 15
e le 25 barche piene fino a oltre cinquanta persone ognuna, sono state fatte partire dalla costa
orientale della Tunisia, dalle parti di Sfax. Chi le ha fatte partire? 5 di queste sicuramente un
trafficante soprannominato “Mauritania”, ma è chiaro che una partenza così massiccia non può
avvenire senza l’accordo con i militari che normalmente pattugliano quell’area.
Sono pagati dall’Italia e dall’Unione Europea per farlo, per respingere, deportare o far naufragare le
barche di migranti subsahariani che tentano di scappare da quella che è diventata un’altra Libia. Gli
accordi stipulati con l’autocrate Saied, servono a questo in tema di immigrazione.
Questa la ricostruzione che Refugees in Libia e Mediterranea Saving Humans ha reso pubblica:
Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il
coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista
Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta
raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa
orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone:
rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa
380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato
segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR.
Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa
la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette
metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole,
le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle
condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.
Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale di un’Autorità marittima europea.
Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le
immagini ( https:// www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/) che documentano il salvataggio di
Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a
bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si
è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal
mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi
galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno
altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.
La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche
per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si
trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun
intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte dai Refugees tra le comunità
presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante.
Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini
con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un
allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri.
Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni
ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che
sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.
Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto
cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al
chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono
partite sette imbarcazioni.
Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di
un anno disperse in mare. oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel
nulla.
Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti
vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati
verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati.
Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e
che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione,
senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino.
Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche
autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti.
Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta
disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare. Il 30 gennaio il corpo
di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e
soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa.
Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di
quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che
centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati.
Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il
“lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze
dalle coste di Sfax? “Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans il
silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare
non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche
migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali
provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà.
Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme ai Rifugiati da
Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa
tragedia di inaudite proporzioni

















