il commento al vangelo della domenica

QUESTO E’ IL MIO CORPO, QUESTA LA MIA VITA
il commento di E. Ronchi al vangelo  della domenica del Corpo e Sangue di Cristo
Gv 6,51-58
Un Vangelo di otto versetti, e Gesù a ripetere, per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno.
Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici. Per otto volte Gesù insiste sul perché mangiare: per vivere, per vivere davvero. È l’incalzante certezza di Gesù su qualcosa che cambia la direzione della vita. Qui è il genio del cristianesimo: Dio non prende nulla e dona tutto, si perde dentro le sue creature come pane dentro la bocca.
Cosa celebriamo oggi? Tabernacoli aperti, pissidi dorate e ostensori? No. Oggi non è la festa degli adoratori.
Celebriamo Cristo che si dona fino al sangue? Neppure questo.
La festa di oggi è ancora un passo avanti. Perché un dono sia vero occorre qualcuno che lo accolga.
Quando nell’eucaristia sentiamo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, su quali parole cade l’accento della frase? Ci dicevano che l’essenziale era: questo è il mio corpo, il pane trasformato. Ma se noi seguiamo la successione esatta delle parole volute da Gesù il verbo principale è: Prendete. Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: Prendete. Per essere trasformati voi.
A che serve un Pane, un Dio chiuso nel tabernacolo e da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso? No. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Adesso, non avrà, come una specie di Tfr per la fine della vita. La vita eterna è già cominciata se è comunione con la vita dell’Eterno.
Bellissima la domanda del Salmo 33: Vi è qualcuno che desidera la vita, che vuole gustare lunghi giorni felici?
Sì, io lo desidero, voglio gustarli, voglio goderli.
Vuoi pienezza? La risposta è Gesù, con carne e sangue, cioè l’intera vicenda umana, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime e le sue passioni. E qui c’è una sorpresa. Gesù non dice: prendete su di voi la mia sapienza, mangiate la mia santità, il sublime che è in me.
Ma: prendete la mia umanità, il corpo, il mio modo di abitare la terra.
Le mie mani povere.
Gesù non sta parlando della comunione eucaristica, ma del flusso caldo della sua vita, che nel nostro cuore può mettere radici, annaffiate del suo coraggio, dal suo perdersi in noi.
Allora mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione”.
Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione del corpo a corpo con Dio, a tu per tu con la sua vita, fino a diventare una cosa sola con lui. “Io non sono ancora il Cristo, ma io sono questa infinita possibilità” (D.M.Turoldo).
Prendete, mangiate! Qui è il miracolo, il tabernacolo, lo stupore.
Non andiamocene dal mondo senza essere diventati, anche noi come lui, pezzo di pane buono, spezzato per la fame e per la pace di qualcuno.

Massimo Cacciari e il grande vuoto del nostro presente

Nel mondo un vuoto di idee e obiettivi

Anche le guerre hanno perso il  senso

di Massimo Cacciari
in “La Stampa” del 31 maggio 2026

Più che una crisi attraversiamo un grande vuoto (chaos questo significa). Crisi è il contrasto
disordinato tra elementi decifrabili nel loro contenuto e nel loro senso. In essa, insieme a frammenti
e rovine del passato, è possibile assumere orientamenti e indirizzi diversi, che tuttavia esistono e si
esprimono. La crisi ha sempre, per così dire, un valore costituente. Per usare una metafora
giudiziaria, che è più di una semplice metafora: la crisi manifesta il momento del Giudizio; le parti
si presentano, prendono la parola e, nel caso giudiziario la Corte, nel caso della storia il più forte
giudica, emette la sentenza. Ma chi oggi prende la parola? Dove si pronuncia una parola dotata di
senso, coerente in sé, espressione di una fondata strategia? Ogni possibile sede paragonabile, pur in
modo assolutamente improprio, a un Tribunale è stata spazzata via ben prima delle tragedie degli
ultimi anni. Oggi afferriamo soltanto la volontà di potenza o di sopravvivenza dei grandi spazi
imperiali, ma sfugge in toto la recta intentio, l’intenzione precisa che dovrebbe muoverli (anche alla
guerra): quale Nomos intendete costituire? Quale nuovo Ordine stabilire (anche magari
imponendolo)? Avete valutato le conseguenze del vostro agire? Insomma, potenze sì, ma costituenti
nessuna.
Nei periodi di crisi un vecchio Ordine viene “giudicato” da nuove forze emergenti. Una forma
decrepita si avvia al proprio superamento attraverso la lotta tra soggetti dotati anch’essi di forma.
Proprio la presenza di tali soggetti sembra oggi impossibile intravvedere. È un rimescolio tra idee e
visioni di un tempo con pulsioni, velleità, irrealistiche pretese, che appaiono e scompaiono nel
teatro universale della comunicazione e informazione. Le parole perdono ogni nesso col loro
significato; si inizia dicendo: basta che funzionino, cioè che convincano. Ma convincano a che? Le
parole semplicemente demagogiche hanno breve vita – possiamo però inventarne di sempre nuove,
all’infinito. Tutte uguali nella loro assenza di forma, e tutte in guerra tra loro. Così diciamo guerra
ciò che più nulla ha a che fare con l’ordine della guerra di un tempo, che si distingueva con
chiarezza da terrorismo. Le guerre attuali hanno tutte un aspetto apertamente, dichiaratamente
terroristico. Riguardano anzitutto popolazioni civili da terrorizzare, non eserciti, non Stati nemici.
Non è la lotta per determinare un nuovo ius belli, ma la distruzione di ogni precedente. Al posto di
quest’ultimo, il vuoto, dove ciascuna potenza è libera di sguazzare come vuole.
Come è possibile una tale situazione? Non prometteva proprio la Tecnica una razionalizzazione di
tutte le forme della nostra vita? Sostituiremo alla prepotenza il calcolo razionale, all’emotività che
travolge le masse la misura che caratterizza i nostri metodi – dicevano i suoi artefici. Perché questa
promessa viene così spudoratamente tradita proprio nelle guerre attuali? Perché ancora si bombarda,
si distrugge, si crepa nelle trincee, si ammazzano donne e bambini? Dovrebbero operare soltanto
silenziosi droni pronti a fulminare “il colpevole”; informatici e hacker spietati dovrebbero far saltare
reti e comunicazioni dell’avversario, precipitandolo in un craque irrimediabile. Questa sì sarebbe
una “nuova guerra”, asettica, pulita, scientifica, all’altezza dei tempi e dell’universale Intelligenza
purificata dai limiti del nostro misero intelletto. E invece no – bisogna scendere a terra e dar la
caccia al nemico come nelle antiche saghe barbare. E invece di usare algoritmi per trattare, per
pervenire a virtuosi compromessi in base a reciproci interessi, a quella universale Intelligenza
sembra che sempre più si chieda: dimmi come vincere, dimmi come sterminare il nemico. L’unico
gioco che conta è quello che conduce a vittoria senza se e senza ma. Ecco allora che trattativa e
guerra convivono, ecco che il presunto accordo è meno di armistizio. Come può convivere questa
barbarie col regno indiscusso della Tecnica?
Ci convive benissimo. Ricordate l’ultima scena del Faust di Goethe? La Tecnica di cui egli dispone
è giunta a un grado tale di magia da poter domare tutti gli elementi ed egli vuole convincere il
mondo alla sua bontà e utilità. Ma per sbarazzarsi di chi resiste nell’opporsi ai suoi disegni, ecco
accorrere Mefistofele. Chi non viene convinto a entrare nel regno faustiano della Tecnica deve
essere eliminato. Poiché questo regno non è concepibile se non come universale e onni-omologante.
Alla parola di Faust è necessaria compagna la mano assassina di Mefistofele. Se la Tecnica è così
vista nella prospettiva della volontà di potenza e i suoi successi sono sempre più indistricabilmente
connessi con gli apparati militari e politici degli Imperi, questo esito è inevitabile. Ma può essere
diversamente? Se la Tecnica è chiamata a fornire l’algoritmo della vittoria, il suo convivere con la
barbarie appartiene alla sua natura. Essa sarà sempre riportata nel fango delle battaglie e delle
rovine. Ma il nesso che la lega alla volontà di potenza degli Imperi può venire spezzato?
Se lo chiede con angoscia papa Leone. Dovremmo chiedercelo tutti. La risposta cristiana non può
essere la risposta politica. Ma il politico che non ne intenda il significato e l’urgenza è già tutto
“accomodato” nel patto tra Faust e Mefistofele. Per costruire un nuovo ethos all’altezza della
potenza della Tecnica è necessario essere ben coscienti che può sempre affermarsi una barbarie
dell’intelletto stesso, che l’intelletto soltanto potrebbe respingere. Lo scienziato e il politico insieme.

sulla parata del due giugno e i cavalli intelligenti

 

una appropriata riflessione di Tomaso Montanari

“Chissà che discorsi geniali/ sanno fare i cavalli”.

Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse. Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori. E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima? L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola me

il commento al vangelo della domenica

TRINITA’: OLTRE LA PIETRA
Gv 3,16-18
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica della Trinità
Nella festa della Trinità, il racconto di Dio diventa racconto dell’uomo. Il dogma della Trinità dice che vivere è convivere, come in cielo così in terra.
Il primo male ricordato dalla Bibbia non è il peccato dell’albero proibito, è Dio stesso a dichiararlo: Non è bene che l’uomo sia solo. È male che Adamo sia solo, il primo male assoluto è la solitudine. Neanche Dio può stare solo, è Trinità, legame d’amore, nodo di comunione.
Nella prima lettura Mosè sale sul monte con due tavole di pietra. Pensa di incidervi sopra la legge, qualcosa di definitivo e senza appello. E invece Dio fa tutt’altro, va più lontano e passa davanti a Mosè.
Passa: non lo chiuderai in parole di pietra; passa e proclama cinque nomi, uno più bello dell’altro: misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia, ricco di fedeltà.
Proclama la prima di tutte le rivelazioni, misericordia e tenerezza, le proclama passando come un vento che accarezza Mosè con le sue tavole rimaste vuote. Come si fa a scrivere compassione e bontà su tavole di pietra? E allora Mosè capisce e chiede non una legge di pietra ma semplicemente: che il Signore cammini in mezzo a noi. A noi: che se ne fa Mosè di un Dio tutto per sé?
Al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai donato bontà, se hai dato un aiuto disinteressato, se hai lavorato per la giustizia e la pace, anche senza saperlo tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.
Nel Vangelo Gesù dialoga con Nicodemo, l’uomo delle paure, che è andato da lui di nascosto, di notte.
E Gesù gli parla d’amore.
Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare. Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi ma a dare, un verbo di mani e di gesti.
Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Salvato da che cosa? Dall’unico grande peccato: che è il disamore. Quello che spiega tutta la storia di Gesù non è il peccato dell’uomo ma l’amore per l’uomo; non qualcosa da togliere via dalla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia più vita.
Dio ha tanto amato il mondo, leggiamo, quindi non ha amato soltanto gli uomini; ma il mondo intero, la terra, le messi, e piante e animali.
E se lui lo ha amato, lo farò anch’io: voglio custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio e sia frammento della sua Parola.
Davanti alla Trinità io mi sento piccolo ma abbracciato come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome comunione.

il commento al vangelo della domenica

VENTO SUL CUORE
Gv 20,19-23
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica di Pentecoste
Oggi la Parola di Dio prova una sinfonia di linguaggi, per dire lo Spirito. Sono semplici fessure, piccole feritoie sul mistero. Il Libro degli Atti ci porta a 50 giorni dopo Pasqua; in quel giorno è accaduto qualcosa che ha sconvolto gli Apostoli.
Un gruppo deluso improvvisamente trova l’audacia di affrontare la città che uccide i Profeti, predicando a viso aperto qualcosa di incredibile: Quel Gesù che voi avete ucciso è risorto.
E non erano professionisti della Parola, avevano un vocabolario da pescatori! Era lo Spirito con il suo imprevedibile uragano, come rombo di vento, un bagliore di fuoco, vento e terremoto che spalanca le porte e le parole. E la prima Chiesa, arroccata sulla difensiva, viene lanciata fuori. Il vento dello Spirito li ha riempiti fino a farli sembrare “come ubriachi”.
La seconda porta che si apre sul mistero è quella del salmo tra le letture, occhi che guardano lontano: “Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra” (Sal 103). Una delle affermazioni più belle della Bibbia: tutta la terra è colma, piena, gravida, una divina liturgia santifica l’universo, lo fa grembo di vita.
La terza porta di Pentecoste è aperta dalla seconda lettura (1Cor 12). Lo Spirito che consacra la diversità dei carismi, dei ministeri, delle operazioni, sposa vite diverse, accende vocazioni differenti, benedice la genialità e l’unicità di ogni vita. E’ la diversità la parola chiave, e non l’omologazione. Ognuno piccola tessera d’oro nel grande mosaico di Dio.
Lo Spirito vuole discepoli inventori di strade di pace, e non banali ripetitori. E se io manco la mia vita spirituale, il grande mosaico che Dio va costruendo subirà una disarmonia, una stonatura.
Il Vangelo infine racconta la Pentecoste nella casa, ci riporta a quanto era successo 50 giorni prima: “stette in mezzo a loro, soffiò su di loro e disse: ricevete lo Spirito santo e la mia pace”.
Lo Spirito viene per farci vivere, leggero e quieto, umile e testardo. Lo Spirito è all’opera perché Cristo diventi mia pace, mia lingua, mia passione, mia vita, perché anch’io come minimo apostolo, diventi un po’ come loro, ubriaco di Dio, maniaco di lui, come erano quei magnifici monaci antichi chiamati “i folli di Dio”.
Lo Spirito, il vento sugli abissi, il fuoco del roveto, l’amore in ogni amore, lo Spirito Santo è Dio in libertà, che non sopporta statistiche. Gli studiosi cercano ricorrenze e schemi costanti. Dicono: nella Bibbia Dio agisce così. Non credeteci. Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue schemi.
Lo Spirito Santo fa cose che non t’aspetti, con somma fantasia. Dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un figlio profeta. E a noi dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere piccola tessera di pace nel mosaico della vita.
Solo una tessera, ma che sia d’oro.

papa Leone torna a denunciare l’inganno del riarmo e il veleno del nazionalismo

Nella “Sapienza” di Leone c’è un fronte per la pace

di Tomaso Montanari
in “il Fatto Quotidiano” del 20 maggio 2026

In un’epoca di feroce ritorno della guerra, in un Paese governato da una destra estrema
ultra-nazionalista, in un’Europa guidata da una Commissione spaventosamente guerrafondaia,
Leone torna a denunciare l’inganno del riarmo e il veleno del nazionalismo. Lo fa sposando le
parole, anche le più radicali, dei movimenti studenteschi: quelli che l’élite liquida come terroristi. E
che ora sanno di avere al loro fianco, oltre alla Costituzione, anche il papa

Le parole che papa Leone XIV ha pronunciato giovedì scorso alla Sapienza di Roma sono le più
necessarie che si potessero dire. Innanzitutto, sul ruolo stesso dell’università: così spesso negato
anche dagli stessi governi accademici. “Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un
mondo nuovo!”: ecco la cosa forse più rivoluzionaria. L’università non come un servizio che
risponda alle aspettative dei “portatori di interesse” (mercato del lavoro, imprese…), ma come una
comunità capace di costruire e condividere strumenti per desiderare e costruire un mondo diverso.
Non un’istituzione che conservi lo stato delle cose, i rapporti di forza esistenti, la mentalità corrente,
ma un laboratorio di liberazione, di rovesciamento, di insubordinazione. Un mondo nuovo.
Le ragazze e i ragazzi sono orientati dalle aspettative delle famiglie, dalla competizione troppo
spesso respirata a scuola, dai media e dal mercato: se l’università non li disorienta, se l’università
non insegna (ribaltando il motto thatcheriano del neoliberismo) che c’è sempre un’alternativa, allora
non serve a nulla. E l’alternativa passa innanzitutto dalla formazione di persone, prima che di
professionisti: “Che senso avrebbe d’altronde – si è chiesto il papa – formare un ricercatore o
professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per
ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi
lavorativi, ma a discernere chi si è”. Diciamolo con le parole della Costituzione: è il “pieno sviluppo
della persona umana” l’unico vero scopo dell’università – cioè l’esatto contrario della costruzione
di un “capitale umano”.
Leone non ha avuto paura di fare l’esempio più radicale, e più scomodo, del primato della
coscienza: il rifiuto delle armi. Innanzitutto, condannando l’alleanza tra università e industria
militare, attraverso il finanziamento alla ricerca bellica, e quindi invitando a una radicale obiezione
di coscienza (parole che avranno fatto saltare sulla sedia più di un rettore): “Quanto sta avvenendo
in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del
rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli
investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale sì alla vita! Sì alla vita innocente, sì
alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!”.
Una università come quella che immaginava Virginia Woolf: capace di preparare la pace, non di
costruire la guerra. E non basta: “Nell’ultimo anno – ha aggiunto il papa – la crescita della spesa
militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che
aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia
nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Sono parole da incidere nel
marmo, parole che dovrebbero essere considerate con somma attenzione, innanzitutto dai politici
cristiani: non tanto da quelli che usano la religione, ma da coloro che lo sono davvero, a partire dal
presidente Mattarella. Perché smentiscono in modo definitivo l’idea della deterrenza, smascherando
la menzogna fatale del si vis pacem para bellum. Riarmarsi è guerra, non è difesa: e come tale è
incompatibile con la Costituzione. Il papa va ancora oltre: denunciando che il riarmo costruisce
un’economia di guerra che taglia le gambe ai diritti, e arricchisce una classe dirigente indegna e
rapace.
Sono parole che sarebbero sembrate radicali anche in bocca a papa Francesco: e che infatti il mondo
politico italiano ha fatto cadere in un gelido silenzio. Leone sa perfettamente che l’élite politica,
economica e anche accademica non è dalla sua parte. E infatti parla direttamente agli studenti, dei
quali si sente alleato, delineando il fronte della pace: composto dal papa stesso (e dai suoi
predecessori), dalla Costituzione e dalle studentesse e dagli studenti che insorgono per la pace, per
Gaza, per la Flotilla: “Il grido ‘Mai più la guerra!’ dei miei Predecessori, così consonante al ripudio
della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di
giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini
nazionali”. In un’epoca di feroce ritorno della guerra, in un Paese governato da una destra estrema
ultra-nazionalista, in un’Europa guidata da una Commissione spaventosamente guerrafondaia,
Leone torna a denunciare l’inganno del riarmo e il veleno del nazionalismo. Lo fa sposando le
parole, anche le più radicali, dei movimenti studenteschi: quelli che l’élite liquida come terroristi. E
che ora sanno di avere al loro fianco, oltre alla Costituzione, anche il papa

stralci della lettera meravigliosa di David aggredito dalla babygang

«Non siete perduti»

Davide  Simone Cavallo scrive ai ragazzi che l’hanno accoltellato

in “Avvenire” del 12 maggio 2026

Pubblichiamo ampi stralci della lunga lettera scritta da Davide Simone Cavallo, lo studente
dell’Università Bocconi di Milano aggredito brutalmente e accoltellato lo scorso ottobre da una
babygang composta da 5 giovanissimi, tra cui 3 minorenni, e depositata tra gli atti dell’inchiesta.

Avolte ancora la sento, la coltellata. All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo
giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta
ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta,
piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui. Mi
chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e
accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi
ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove
iniziare perciò racconto un po’ di me.
Sono un ragazzo di 22 anni a Milano. Mi piace recitare e scrivere poesie, sono anche discreto. Sono
nato a Milano ma cresciuto davanti al mare, in Sicilia, praticamente sulla spiaggia. Mi piace correre,
saltare, ballare moltissimo, fare la verticale, i tuffi, arrampicarmi sugli alberi, camminare sui mu
retti, scoprire posti nuovi. Viaggiare. Ho praticato 8 anni di ginnastica artistica e 6 di pallacanestro,
insieme a corsi di danza e vari altri sport. Mai stato fermo un minuto, anche quando non mi
allenavo. Non ho mai dimenticato la gioia di una capriola, la fierezza del riuscire a toccare il ferro
con un salto, l’invincibilità nel tagliare un traguardo dopo ore di corsa o di vincere una partita con i
miei amici. Sono una persona buona, per quanto non stia a me dirlo, voglio crederci. Amichevole
con tutti, dal genio allo sbandato, dal poco di buono allo stupido: non trovo che nessuno meriti il
mio disprezzo o la mia maleducazione. Ho una famiglia numerosa che mi ama e degli amici che mi
sanno vedere. Studio Economia dell’Arte in inglese, un corso di economia mirato ai prodotti
culturali, musica, film, quadri, spettacoli. Sono leale, curioso, gentile, appassionato fino alle ossa di
qualsiasi cosa la vita voglia regalarmi, bello e brutto: mi piace così. Ho avuto la fortuna di non
finire praticamente mai in ospedale, mai ossa rotte o salute difficile, un corpo perfettamente
funzionante, bello e affidabile. La mia agilità e riflessi sono invidiabili. Continuo a dire «sono» e
non «erano» perché non riesco ad accettare che siano perse dopo quello che mi è successo. Non
sarebbe giusto. E io credo nelle cose giuste. Perciò mi sembra corretto raccontare come sia arrivato
qui.
Una stanza grigia, scura, macchinari attaccati alle pareti e un ragazzo vestito di azzurro che mi parla
e dice «Davide stai immobile, non ti spaventare. Sei in ospedale, hai un tubo attaccato alla gola
potresti farti male. Sei stato accoltellato, ti abbiamo operato». Che cosa è successo? Dove sono?
Perché mi sto svegliando qui? Che ore sono? Che giorno è? Le gambe. Non mi sento le gambe.
Perché non mi sento le gambe? «Perché non mi sento le gambe? ». All’inizio dissero che erano
atrofizzate, che sarebbe passato subito, che dovevo provare a muoverle: la destra un po’ rispondeva,
la sinistra no. Ma le ore passavano, i giorni, e nulla cambiava. A volte ancora me lo chiedo. Perché?
Che è successo? Le vedo qui ma se provo a muoverle… a sentirle… Avevo due tubi nel petto che
andavano uno sopra uno sotto i polmoni, e succhiavano via il sangue rimasto, 18 buchi sui polsi,
qualcosa che non ho mai voluto toccare attaccato al collo e farmaci molto forti nelle vene, insieme a
sangue non mio. Non mi sento le gambe, perché? Ancora me lo chiedo a volte, sapendo che quasi
sicuramente non avrò mai risposta… I primi giorni in intensiva sono stati un inferno, non potevo
muovere che un braccio, non potevo mangiare né bere, non sapevo che ore fossero, non vedevo il
sole, non ricordavo niente degli ultimi 5 giorni della mia vita… più ci pensavo più diventava
faticoso ricordar qualcosa di debole delle ultime due settimane. Mi dissero che per un po’ mi
avevano dovuto legare le mani perché tentavo di strappare i tubi, mi sentivo tutto intorpidito. Poi la
morte. Sentivo persone che stavano male non potevo girarmi a guardarle, vedevo un signore davanti
a me con un tubo in gola che muoveva febbrilmente le mani per aria e di tanto in tanto sembrava
chiamasse la figlia. Io, in tutto questo, ero imbottito di farmaci molto potenti: fentanyl, popofol,
morfina. Non potevo chiudere gli occhi perché vedevo, sentivo cose, non potevo aprirli perché un
essere nero, strano, con solo gli occhi e nessuna bocca mi si avvicinava di tanto in tanto, passo dopo
passo, e io non potevo muovermi, non potevo scappare, non potevo girarmi dall’altro lato senza
farmi male, distoglievo lo sguardo di botto, immobile, sperando sparisse ma lo sentivo lì, lo sapevo
lì: avevo paura.
Una paura matta, tremenda, indescrivibile, la più profonda che abbia mai provato, una paura che ti
fa sbarrare gli occhi al buio, tremare e rompere la voce, ogni secondo, ogni attimo; ero fuori
pericolo? Sì, credo di sì ma era come se la morte mi fosse rimasta addosso, mi girasse attorno
mentre non guardavo, sapendo che non sarei potuto andarmene anche se mi avesse accarezzato. Una
paura fuori da ogni immaginazione, volevo la mamma, cercavo mia mamma. Continuavo a piangere
senza potermi fermare, le lacrime scendevano mentre gli infermieri mi parlavano e gli operatori
sanitari mi pulivano e spostavano. Sapevo che stava arrivando qualcosa, il corpo sentiva la paura di
quello che era iniziato. Giorni. Giorni e giorni di paura. Potrò muovermi? Potrò camminare? Potrò
fare pipì? Che cosa sta succedendo? Perché mi fa male? Cosa che non tutti sanno, le problematiche
che una lesione midollare può causare non si circoscrivono al non muovere. Vanno dal non sentire
al non riuscire a urinare o sentire le parti intime, fitte casuali, ferite da immobilità (piaghe da
decubito) lente a guarire per la circolazione ridotta, non sapere dove sono le gambe e spasmi
involontari, ripetitivi e dolorosi. Le mie giornate da 6 mesi a questa parte la mattina iniziano con
tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie.
Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito.
Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per
ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il
mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe,
sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so. La cosa più dura di tutte è forse
che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come
andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto
così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere
amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi. E, invece, eccomi qui, a
combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più
possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare. Tutto ciò che mi sono riguadagnato è
grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono»
solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il
midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite.
Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è
frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita,
dolore e una quantità di forza inimmaginabile. Tuttavia, provo a capire. Conosco la rabbia di un’età,
la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per noi, quel dolore immotivato frutto del non
capire e non capirsi, e inevitabilmente, non essere capiti. Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe
logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già
perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi
piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si
perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado
anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho
compassione per loro e li abbraccio.
Come devo gestire, giorno dopo giorno, negli anni, cose simili? Che effetto avrà? Che dovrei fare io
ora? Sembra mi sia stata strappata metà della vita in un colpo solo, mi sento di levitare nel mio
stesso corpo, stretto da nodi, non riesco a riempirmi. Ero veloce, modestamente agile, bravo in tutti
gli sport, ne andavo fiero, mi faceva sentire sicuro. Ora devo concentrarmi per non far cedere le
ginocchia quando sto su. Dove sono io? Sono questo ormai? Avrei voluto scoprire qual era il
massimo che potevo raggiungere, e non sarà mai più possibile. In qualunque modo sarebbe andata
la mia vita se non avessi subito un’aggressione che ha causato un’ischemia midollare a livello
dorsale a 21 anni, io non lo potrò mai sapere. Il ragazzo che correva e saltava e ballava non esiste
più se non nella mia immaginazione e in quel che riesce questo nuovo corpo. Questo sono io
adesso. Non l’ho deciso io, non posso cambiarlo, mi fa un male cane ogni istante che passo così e a
temere per il mio futuro, ma non posso farci niente. Nella realtà delle cose a me non è mai
importato chi esattamente ha sferrato la coltellata. Nel momento stesso in cui mi hanno iniziato a
picchiare nessuno aveva già più a cuore la mia incolumità, sono diventato un oggetto, un palloncino
da scoppiare per gioco. È difficile razionalizzare una cosa del genere. Inoltre, per quanto contento
che non tutti i coinvolti si siano dati alla violenza, non sono d’accordo con la giustificazione del
«ero lontano, non potevo fare niente». Proprio chi è amico degli aggressori è forse l’unico capace di
fare qualcosa senza prenderle al posto della vittima. Chissà che con un “Ragazzi che fate?
Lasciatelo in pace!” nessuno di noi sarebbe stato qui a parlarne. Se avessi visto quella scena dal di
fuori sarei intervenuto, con intelligenza. Ma anche a costo di rimetterci: nessuno merita di passare
quello che ho vissuto. Penso che il mondo sarebbe un posto migliore così. Io, quella sera, volevo
solo tornare a casa, mettermi a dormire e svegliarmi la mattina dopo come tutti i giorni. Invece sono
qui a farmi forza, a cercare di dare un senso a quel che un senso non ne ha, a rimettere insieme i
pezzi del mondo, crudele ma prezioso, che mi è rimasto. A tentare di trovare una placidità che mi
permetta di andare avanti e guardare in faccia i responsabili dopo tutto questo. E mi trovo spesso a
chiedermi perché debba vivere tutto ciò, perché debba domandarmi quanti soldi valga una vescica,
quanti anni di galera il mio sesso, quanti mesi un passo. Quanto è grande il pezzo di cielo che mi
tocca scambiare con loro? Da dove dovrei cominciare? Non lo so, e fortunatamente non sta a me
rispondere a queste domande. Ma non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto. Per
questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione; la mia concentrazione,
speranza e forza sono tutte riposte lì, insieme alle paure e i dubbi. Non riesco a scinderli ma so che
un lato sarà più forte dell’altro se lo nutro, lo accolgo, lo sprono. Se anche lontanamente è possibile
riuscire, perché non io? Risparmiamoci le congratulazioni per la forza, la grande resilienza. Il punto
è: avevo altra scelta? No. Queste cose non lasciano scelta. O ci credi veramente di uscire, o
marcisci, fino a non riconoscerti più. Vorrei evitare. Tralascio l’aspetto più vitale e che forse più mi
strugge: la mia famiglia. Gli anni che hanno perso i miei nonni quando hanno saputo dell’accaduto,
il dolore fisico e mentale dei miei genitori, i pianti dei miei amici, lo sguardo e la sofferenza di mio
fratello, le preghiere, la rabbia e la paura di tutte le persone che mi amano. Le ore spese in ospedale,
i viaggi, il lavoro che i miei hanno bruscamente interrotto, l’immensa frustrazione del non potermi
aiutare direttamente e a volte nemmeno capire, il vedermi irritato furioso depresso, incapace di
alzarmi, di parlare a volte.
Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo
periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi
definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita.
Non smettete di crederci, io con voi. Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici.
Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri,
gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle
mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano
negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto
sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che
hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al
caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie
a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre
più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, L’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove
ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il
cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a
Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero
ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita. Grazie alla luce. Mi chiamo
Davide Simone Cavallo, 6 mesi fa sono stato accoltellato e ho quasi perso me stesso e l’uso delle
gambe. Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai
arreso e oggi sono qui.
Davide Simone Cavall

Israele ancora una democrazia?

«La democrazia israeliana è al tramonto, Netanyahu e la pace sono uno ossimoro»

intervista a Anna Foa a cura di Umberto De Giovannangeli
in “l’Unità” del 14 aprile 2026

Netanyahu tiene in scacco il mondo. E ipoteca il futuro d’Israele. L’Unità ne discute Anna Foa, una
grande intellettuale, una voce libera, coraggiosa, coscienza critica della diaspora ebraica. Si spiega
così lo straordinario successo del suo ultimo libro “Il suicidio d’Israele” (Laterza).
Un risultato che sorride anche al suo ultimo libro, dal 20 marzo nelle librerie, Mai più (Laterza).
Dalla Palestina al Libano. La guerra come “missione divina” da portare a compimento.
Professoressa Foa, “Il suicidio d’Israele”, per usare il titolo del suo riuscitissimo libro, sta
anche in questo?
Direi proprio di sì. Un Paese che si sente per volontà divina portato alla guerra, a combattere tante
battaglie, ad essere sempre pronto a difendersi e ad aggredire per difendersi, è un Paese senz’altro
spinto verso il suicidio, soprattutto se è un Paese circondato da Paesi potenzialmente nemici, che
effettivamente non chiedono di meglio ad un certo punto che d’intervenire. Questo punto non è
ancora arrivato, Israele ha ancora il coltello dalla parte del manico, ma noi non sappiamo cosa
succederà tra venti o trent’anni se le cose continuano in questa maniera.
Molto ha fatto discutere, dentro e fuori Israele, la decisione presa a maggioranza dalla
Knesset, il Parlamento israeliano, di dare via libera alla legge sulla pena di morte “selettiva”,
che vale cioè per i palestinesi, anche quelli israeliani, accusati di terrorismo e non per gli ebrei
con accuse analoghe. Professoressa Foa, cosa significa questo nel percorso identitario
d’Israele?
Significa sostanzialmente che solo gli ebrei sono cittadini israeliani. Significa che gli ebrei hanno
una preminenza assoluta, che esiste un’apartheid che dai territori occupati in Cisgiordania, quelli
che gli israeliani chiamano Giudea e Samaria, si sta estendendo alla stessa Israele. Certamente si
estende a Gerusalemme Est che è stata annessa ma in cui i palestinesi che ancora ci vivono sono
considerati residenti temporanei e non veri e propri cittadini. Esiste questo distacco, che sembra
ormai incolmabile, tra il diritto per gli ebrei e quello per i palestinesi. Una faglia che dai territori
palestinesi si sta sempre più allargando a Israele.
Significa la fine della democrazia israeliana. C’erano molte critiche da fare anche già prima alla
democrazia israeliana. Comunque, anche considerando la sua una democrazia rimediata, come una
democrazia con molti punti di difficoltà. Del resto, molte democrazie sono così, certamente quella
d’Israele lo è ancor più fortemente perché questo investe il rapporto fra minoranza e maggioranza,
riguarda le guerre e le loro vittime, comunque anche considerando tutto questo, ormai la democrazia
israeliana, con la legge sulla pena di morte da applicare solo ai palestinesi, si stia avviando verso il
suicidio o se preferiamo verso la sua fine.
Importanti accademici israeliani hanno lanciato nei giorni scorsi un appello alla Diaspora
ebraica perché prenda posizione nei confronti del terrorismo ebreo in Cisgiordania. Cito
testualmente: “Il terrorismo ebraico fa parte degli strumenti a disposizione del governo
Netanyahu e, dallo scoppio della guerra con l’Iran, i coloni violenti hanno intensificato
drasticamente i loro attacchi contro i palestinesi. Se amate Israele, chiedetegli di rendere
conto delle sue azioni, adesso.
Come molti accademici liberali in Israele, sappiamo da tempo che i coloni ebrei stavano
sfruttando la copertura della guerra a Gaza per compiere migliaia di attacchi violenti contro
le comunità rurali palestinesi in Cisgiordania, con l’obiettivo di sfollarle ed espandere gli
insediamenti. Fino a poco tempo fa, tuttavia, la nostra attenzione era rivolta altrove”. Ed
ancora: “Riconosciamo che molti ebrei della diaspora stanno affrontando le proprie sfide, tra
cui le preoccupazioni per l’antisemitismo in aumento. Tuttavia, avere a cuore Israele significa
confrontarsi con le dure realtà sul campo e non può essere conciliato con l’indifferenza nei
confronti delle ingiustizie. Amare Israele significa anche chiedergli di rendere conto delle
proprie azioni.
Più concretamente, molte azioni dell’attuale governo – tra cui la devastante guerra a Gaza, il
sostegno alla violenza dei coloni e l’istituzione di una pena di morte obbligatoria solo per i
palestinesi – minano la legittimità di Israele e danneggiano l’immagine del popolo ebraico in
tutto il mondo”.
L’appello ha ricevuto importanti consensi ma anche molti silenzi.
Molti silenzi dalla Diaspora italiana, certamente, e anche dalla Diaspora europea che ha continuato
nella sua posizione di essere favorevole al governo Netanyahu e alle sue posizioni.
Tutto questo è stato complicato dalla guerra contro l’Iran, che è stata vista con molto favore, almeno
all’inizio poi questo consenso è cominciato a decrescere, dalla stessa popolazione israeliana. C’è
poi una cosa che a me fa orrore e che mi sembra sia molto sottovalutata in Israele.
A cosa si riferisce?
Alla guerra in Libano. Ci sono pochi riscontri nei giornali israeliani, ad eccezione di Haaretz, su
questo spaventoso attacco al Libano. È come se questa cosa orribile fosse priva d’importanza. E
invece si tratta di un fatto importantissimo che ha suscitato l’indignazione di tutto il mondo.
Il governo libanese si era detto pronto a intavolare trattative dirette con Israele, gli stessi Hezbollah
avevano a un certo punto fermato i loro lanci di missili, e l’hanno ripresi dopo l’attacco israeliano.
Il messaggio da parte di chi governa Israele è chiaro nella sua brutalità: noi la guerra la facciamo, la
facciamo come vogliamo, la facciamo contro i nemici che vogliamo e della pace abbozzata da
Trump poco ce ne importa.
Quanto c’è di ideologico, al di là degli interessi economici e geopolitici, nella visione bellicista
del mondo della quale Trump e Netanyahu si fanno realizzatori?
Mettendo da parte gli interessi economici, direi che la loro visione del mondo sia diversa, anche se
poi Trump ha appoggiato, pur con divergenze magari maggiori di quelle che sappiamo, Netanyahu.
La linea a me pare diversa. Per Netanyahu esiste ormai una linea di espansione, di primato dentro il
Medio Oriente. Una linea di rifiuto dei palestinesi, una linea di rifiuto della democrazia. Tutto
quello che è accaduto in questi due anni, soprattutto negli ultimi sei mesi, ci porta in questa
direzione.
Per Trump, il Medio Oriente è un pezzo del suo scacchiere e forse nemmeno il più importante, a
parte la questione di Hormuz. Ce ne sono altri. Appena ha proposto la trattativa con l’Iran, ha
ripreso a parlare della Groenlandia… Ci sono altri pezzi dello scacchiere che sono per lui altrettanto
se non più importanti.
Pensiamo alla Cina o al rapporto con Putin. Resta il fatto che la sua è una politica da imperatore
assoluto che, come tale, non può riconoscere altri pari o alleati ma solo sudditi e vassalli. Detto
questo, c’è da rimarcare come sull’Iran la politica di Trump e quella di Netanyahu non siano state
del tutto convergenti, anzi. Non mi piace fare dietrologia né partecipare al gioco di chi tiene in
ostaggio chi.
Quello che mi appare evidente è che se anche Trump riuscisse a raggiungere un qualche
compromesso con l’Iran che portasse se non alla pace, quantomeno ad un cessate il fuoco,
Netanyahu proseguirebbe nella sua linea della guerra perpetua, come ha peraltro fatto intensificando
gli attacchi in Libano nonostante l’apertura dei negoziati a Islamabad. Netanyahu e la pace sono un
ossimoro.
In tutto questo, la tragedia palestinese sembra essere uscita dai radar mediatici, eppure
nessuna delle questioni che sono alla base di questo eterno conflitto sono state risolte.
Non solo non sono state risolte, ma si sono drammaticamente acuite. A Gaza continua una
situazione disastrosa, con sporadici bombardamenti che pure continuano a fare vittime tra la
popolazione civile.
In Cisgiordania c’è una situazione fortemente peggiorata, e il documento degli accademici israeliani
lo evidenzia molto bene. C’è la vergognosa espulsione di intere comunità dalle loro terre, nelle
quali abitavano da decenni se non da secoli. Una situazione davvero drammatica.
Forse in questo momento in Israele è questo il problema più avvertito. E lo è perché pone il
problema dei coloni.
Un problema reale che viene sottovalutato. Coloni che nelle loro violente azioni squadristiche
vengono aiutati, sostenuti, spesso spalleggiati, da un esercito che non è più l’ “esercito più etico al
mondo”. Ammesso che lo sia stato, e diversi episodi lo mettono in dubbio, in passato, di certo oggi
è un esercito infiltrato di religiosi fanatici che professano e praticano la violenza.
L’attacco all’Iran e ora quello al Libano, serve anche per mettere tra parentesi, per oscurare ciò che
di grave sta continuando ad accadere in Cisgiordania e a Gaza. L’obiettivo dichiarato dai ministri
più estremisti di un governo estremista, penso a Ben-Gvir, a Smotrich ma l’elenco potrebbe
allungarsi, proclamano apertamente che l’obiettivo è l’annessione de facto, se non ancora de jure, di
parti della Cisgiordania.
Un’annessione di cui peraltro i commentatori hanno messo in rilievo le difficoltà reali, oggettive,
nel senso che un’annessione implica una responsabilità del governo verso i nuovi cittadini
“annessi”, anche se considerati cittadini serie b. Non va poi dimenticato che la responsabilità nei
riguardi della popolazione di territori occupati è già contemplata dalle norme del diritto
internazionale e dalla stessa Convenzione di Ginevra sulla guerra, anche se queste norme e
convenzioni sono state violate sistematicamente da Israele.
In molti dei momenti più drammatici della sua sofferta storia, Israele, la sua popolazione, si è
appellata e ha fatto conto su “grandi vecchi” della patria. È stato così con Yitzhak Rabin e,
per altri versi, lo fu anche con Ariel Sharon. Oggi leader di questa levatura non esistono più. È
anche questo un segno del declino?
È un segno generale che non riguarda e investe soltanto Israele. Certamente in Israele è reso più
drammatico dalla presenza delle guerre. Non esistono più queste grandi personalità, anche se per la
destra Netanyahu è tale. Certamente non esiste un “grande vecchio” per la sinistra. Non possiamo
certo definire tale Yair Golan.
Quelli che emergono anche dai movimenti degli attivisti, sono giovanissimi e devono ancora
costruirsi come leader politici di valore assoluto. Hanno bisogno di tempo in un Paese che ha tempi
stretti per salvarsi.
Ci sarebbe bisogno di un “grande vecchio”. Rabin lo è stato ed è stato assassinato, ed era l’unico ad
avere la statura morale, oltre che politica, del “grande vecchio”, per la consapevolezza, lui che
aveva combattuto per una vita, che la sicurezza e il futuro d’Israele non potevano affidarsi alla forza
del suo esercito ma alla pace, una pace giusta, duratura, con i palestinesi. La pace dei coraggiosi,
quella fondata sul principio “due popoli, due Stati”. E che la sicurezza d’Israele e la creazione di
uno Stato palestinese erano le due facce, inseparabili, di una stessa medaglia. Quando ha capito
questo, Rabin ha assurto la statura del “grande vecchio”, ma non ha avuto il tempo per realizzare la
sua politica, assassinato da chi quella politica l’aveva sempre combattuta e tacciato Rabin di essere
un traditore d’Israele. Con la sua morte è cominciato il declino che ha portato Israele oggi sul
baratro del precipizio.
A proposito di questo. Mi ha colpito molto un passo di un commento su Haaretz, nel quale si
afferma che nell’Israele di oggi Rabin sarebbe un problema, mentre il suo assassino Yigal
Amir, una risorsa.
Purtroppo, è così. D’altro canto, oggi al governo ci sono i coetanei di Yigal Amir.
Ben-Gvir è un suo coetaneo, ed è colui, ricordiamolo, che andò in televisione mostrando
pubblicamente lo stemma della macchina di Rabin, dicendo siamo arrivati a questo, arriveremo
anche a lui. Se Yigal Amir fosse libero, sarebbe stato nominato ministro o siederebbe in Parlamento.
Rabin sarebbe stato un problema e probabilmente avrebbe sfilato con i dimostranti in alcune di
queste manifestazioni che hanno visto sfilare “grandi vecchi” come Colette Avital, che è stata
ministra, diplomatica, parlamentare laburista, una personalità di primo piano, e che a 85 anni è stata
violentemente spintonata e gettata a terra nella manifestazione di sabato scorso.
Da poche settimane è in libreria il suo nuovo libro Mai più. Come dovrebbe essere declinato
oggi questo “Mai più”?
Mai più violenza per nessuno. Mai più genocidio per nessuno. Mai più discriminazione, apartheid
per nessuno. Per nessun Paese, per nessuna minoranza, per nessuna etnia. Dovrebbe essere
declinato nel senso più universalistico possibile. E invece viene declinato nel senso più stretto
possibile, più legato all’ebraismo. Mai più per gli ebrei. Dimenticando i 70mila morti di Gaza, o
l’assurdo assalto al Libano. Quel “Mai più” selettivo non salva l’umanità.

un anno di papa – non è una replica di papa Francesco

Un anno di papa Leone XIV, il primo pontefice globale

di Giovanni Maria Vian
in “Domani” del 3 maggio 2026

L’8 maggio il cardinale Prevost veniva eletto pontefice. La sua candidatura si era profilata e
affermata nei giorni precedenti al riparo di indiscrezioni e di martellanti previsioni mediatiche.
Un’importante raccolta di suoi testi pronunciati tra il 2001 e il 2013 ne rivelano le motivazioni
religiose profonde e l’acuta sensibilità sociale.
Un anno fa Prevost veniva eletto papa ancor prima dell’inizio del conclave, durato ventiquattro ore
e terminato nel pomeriggio dell’8 maggio. La candidatura del cardinale nato a Chicago si era
profilata e affermata nei giorni precedenti al riparo di indiscrezioni e di martellanti previsioni
mediatiche. Che tra i molti nomi non omettevano quello del prelato statunitense, giovane
missionario e poi vescovo in Perù, tanto a lungo da averne preso la cittadinanza. Ma nelle liste dei
papabili prevalevano tre italiani (Parolin, Pizzaballa, Zuppi), il filippino Tagle, il francese Aveline e
l’ungherese Erdő.
Il quadro era in realtà più ampio. «Gli unici nomi di cardinali americani che potrebbero raccogliere
consensi in conclave – certo non alla Casa Bianca – sono quelli dell’autorevolissimo Seán Patrick
O’Malley, arcivescovo emerito di Boston e ultraottantenne, inattaccabile sul fronte degli abusi, e di
una figura poco conosciuta e interessante come quella dell’agostiniano Robert Francis Prevost, già
vescovo in Perù, da due anni curiale riservato e di rilievo» si leggeva su Domani del 4 maggio.
Subito dopo, il processo che aveva portato alla rapida identificazione ed elezione del papa era stato
ricostruito in modo credibile su due autorevoli testate internazionali: dal New York Times, con
un’inchiesta di quattro giornalisti basata sulle dichiarazioni di una decina di cardinali, e da Le
Figaro con un articolo di Jean-Marie Guénois. Altre interviste di quei giorni, pubblicate sul Fatto
Quotidiano dal vaticanista Francesco Antonio Grana, si leggono ora con l’aggiunta di dettagli non
trascurabili nel suo Leone XIV (Elledici).
L’ultimo conclave
Sulla transizione da Bergoglio agli inizi di Prevost si concentrano anche altri libri. Piuttosto breve è
Ex post (Marietti1820) di Alberto Melloni. Gerard O’Connell ed Elisabetta Piqué – giornalisti amici
e confidenti del pontefice argentino – raccontano in una cronaca invece fin troppo prolissa la sede
vacante e l’esordio del papa di Chicago (L’ultimo conclave, Lindau, già uscito in Spagna), con
informazioni di prima mano e particolari curiosi, come le decine di menu dei loro pranzi e delle loro
cene in settimane convulse, in casa o nei ristoranti preferiti. Gli autori danno anche i numeri: 108
sarebbero stati i voti confluiti su Prevost, 19 in più di quelli necessari.
In entrambi i libri, molto diversi tra loro e altrettanto ipotetici, si affronta la questione della
candidatura del cardinale Parolin, cara a non pochi giornalisti ma debole agli occhi dei suoi colleghi
e senza dubbio ulteriormente compromessa dal suo intervento per escludere dal conclave il collega
Becciu. Ex post vuole mostrare, pur tra cautele e contraddizioni, che il prelato veneto sarebbe –
detto in parole povere – il vero vincitore del conclave. L’ultimo conclave argomenta, senza
nascondere una scarsa simpatia per il consumatissimo diplomatico vaticano, l’impossibilità della
sua elezione.
Quella di Prevost sarebbe stata invece la «sorpresa finale di Francesco», indimostrabile. Molto più
plausibile è invece che la scelta dei cardinali – non solo degli elettori – si sia presto orientata verso
un uomo di equilibrio, che da una maggioranza schiacciante è stato rapidamente visto come l’ideale
candidato di compromesso.
Su terreno solido si muove la biografia di Elise Ann Allen (Papa Leone XIV, Mondadori), uscita
dapprima in Perù e che comprende l’unica intervista, lunga e intelligente, finora concessa da
Prevost. Alla giornalista il pontefice non ha voluto rivelare nulla sul conclave, anche se ha
confermato che negli ultimi giorni della sede vacante aveva avvertito che l’interesse dei cardinali si
addensava su di lui e si era detto tranquillizzato – ma l’affermazione suona diplomatica – da una
frase netta del cardinale Cupich, arcivescovo di Chicago, pubblicata su un quotidiano della
metropoli dell’Illinois: il nuovo papa «non sarà un americano».
I testi di Prevost
Eletto nel giorno della “supplica” alla Madonna di Pompei, ricordata dal pontefice alla fine del suo
primissimo discorso, Leone nel primo anniversario dell’elezione ha deciso di andare a Pompei.
Visitato il santuario e rinnovata la tradizionale preghiera alla Vergine, nel pomeriggio raggiungerà
Napoli. Sarà dunque il prevedibile entusiasmo napoletano a festeggiare il primo anno del papa, che
ad Allen ha detto: «Sono, ovviamente, statunitense, e mi sento molto statunitense, ma amo anche
tanto il Perù e il popolo peruviano, che fanno parte di ciò che sono».
Leone non ha soltanto questo profilo panamericano, e anzi può essere definito il primo papa
globale. Per dodici anni priore generale degli agostiniani, Prevost ha viaggiato nei cinque continenti
e conosciuto realtà molto diverse, dimostrando uno sguardo che, senza enfasi, è mondiale. Come
conferma un’importante raccolta di 81 suoi testi (Liberi sotto la grazia, Libreria editrice vaticana)
che esce domani: cinquecento pagine, curate con acribia da tre confratelli del pontefice (Miguel
Ángel Juárez, Michael Di Gregorio, Rocco Ronzani), necessarie per ricostruire i tratti del religioso
agostiniano e che saranno indispensabili per scrivere le future biografie.
I testi appena pubblicati sono compresi tra il 2001 e il 2013. Prevost viene infatti scelto come
generale del suo ordine tre giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Dieci giorni dopo, il neoeletto
dice nella sua prima omelia che «mentre molti cercano vendetta, gli agostiniani devono dare
testimonianza del Vangelo e dei suoi valori di unità, di dialogo, di pace e riconciliazione». Dodici
anni più tardi, l’ultima predica pubblicata nella raccolta – pronunciata l’8 gennaio a Cuzco –
figurerà come un ponte tra l’esperienza missionaria in Perù negli anni giovanili e il futuro
episcopato, sempre in situazioni difficili e nelle quali il gringo Prevost si è saputo districare.
L’impronta agostiniana
Pur dedicati ai problemi dell’ordine, tra gli ultimi anni di Wojtyła e il pontificato di Ratzinger, i testi
del loro futuro successore ne rivelano le motivazioni religiose profonde e l’acuta sensibilità sociale.
E di Prevost traspaiono il carattere tranquillo e pragmatico, insieme a un linguaggio chiaro e diretto,
lontano dai gergalismi clericali. In interventi dove sono combinate fede – nutrita soprattutto dai testi
di sant’Agostino – e ragione, modellata dalla formazione matematica.
Nel libro, che per l’impronta agostiniana sarebbe piaciuto a Ratzinger, molti sono i punti
d’interesse. Tra questi, il commento – in un’omelia del 13 novembre 2003 – all’inno paolino della
Prima lettera ai Corinzi, quando il priore si sofferma sull’espressione «adesso noi vediamo come in
uno specchio» (13, 12) e la spiega ricorrendo all’omonimo film di Bergman.
«La vita ha un senso, perché accoglie ciò che gli accade e riconosce che essa è guidata dall’amore
verso il prossimo. Questo amore – dice – è lo specchio di cui parla san Paolo: un’immagine, ridotta
e lontana, di quel Dio al quale non si può dare nome più appropriato che “amore”». Uno specchio,
dunque, che «non è magico, ma mistico» chiosa Prevost.

il commento al vangelo della domenica

DUNQUE VAI!
il commento di E. Ronchi al vangelo della Ascensione del Signore
Mt 28,16-20
Gli undici sono tornati in Galilea.
Perché non a Gerusalemme?
Perché è dove tutto ha avuto inizio, ed è come se Gesù dicesse: ricordatevi di quando siamo partiti insieme; ricordate quante strade abbiamo percorso, quanti villaggi e quante case, quanti volti, quanti corpi guariti, quanti sorrisi rinati.
Ricordatevi di come abbiamo camminato leggeri, solo un bastone e degli amici, senza possessi e senza poteri, ignorando la paura. Liberi.
Ricordatevi di quella colorata carovana, dove si rallentava il passo sulla misura dell’ultimo, solidali. Ricordate com’era il volto di Dio che si disegnava su quelle strade; un Dio che se tu lo molli, lui no, non ti molla.
Per tanto tempo il riferimento della Chiesa è stato la vita della prima comunità di Gerusalemme: avevano un cuor solo e un anima sola, assidui all’ascolto degli apostoli e allo spezzare del pane, e avevano tutto in comune. Bellissimo, inarrivabile. Eppure viene dopo.
Ce n’è prima un altro, originale, più radicale e più fresco. Tornare a quella che è stata davvero la prima di tutte le comunità: ritornate in Galilea, ripartite da lì, prendendo a modello quei tre anni di vagabondaggio libero tra lago e colline, tra l’una e l’altra riva, tra Betsaida e Cafarnao, Genezaret e Tiberiade, Tiro e Cesarea di Filippo.
Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali. Fuori dalle istituzioni religiose, che non mandava mai via nessuno.
Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici amici impauriti e confusi, e poche donne coraggiose e fedeli. Non hanno capito molto, ma lo hanno molto amato. E questa è la sola garanzia di cui ha bisogno. Ora può tornare al Padre, sa che nessuno di loro lo dimenticherà, dentro di loro vivrà per sempre.
Quando lo videro, si prostrarono ma alcuni dubitavano. Di che cosa dubitano? Non che sia risorto, lo vedono. Non che sia il Dio tra noi, si prostrano in adorazione.
Di che cosa allora? Dubitano di se stessi, lo sanno bene come sono scappati quella notte, come lo hanno rinnegato; che non hanno creduto alle donne a pasqua; che sono rimasti tappati in casa per giorni, in quell’aria morta. Conoscono i propri limiti.
Gesù compie un atto di illogica fiducia in chi dubita ancora. Non rimane con loro per spiegare meglio, ma affida la lieta notizia ai loro dubbi, che sono come i poveri, li avremo sempre con noi.
Gesù affida il suo Vangelo ai dubitanti e chiama i claudicanti ad andare. Andate dunque!
Quel ‘dunque’ è bellissimo: dunque vai!
Ogni mio potere è vostro, ogni cosa mia diventa vostra. Io sono con voi sempre, fino alla fine.
Cosa sia l’ascensione lo capiamo da queste parole.
Gesù non è andato lontano o in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino. E’ dentro, nel coraggio rinnovato. Sempre.
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