le bugie sulle o.n.g. … hanno le gambe corte

le sei bugie sulle Ong


di Luigi Manconi
in “La Stampa” del 22 novembre 2022


C’è da credere che nella diffusa ostilità verso le Ong del soccorso in mare non vi sia solo una legittima critica politica. Si intuisce qualcosa di diverso e di più profondo. Ovvero quella irresistibile pulsione propria dell’animo umano di sporcare ciò che appare limpido, troppo limpido, e di deturpare quanto risulta immacolato. È una tendenza antica: sempre, di fronte allo spettacolo della virtù, emerge la voglia di oltraggiarla e di sfregiarne l’immagine per ricondurla alle proprie anguste proporzioni. Se anche lui è corrotto, se tutti sono corrotti, la mia propria corruzione può essere più agevolmente ridimensionata e resa ordinaria. È il meccanismo che legittima la filosofia del condono costituendone l’architettura politica e morale.
Nel tempo in cui il sovranismo è la misura dell’identità degli Stati nazionali, ma anche il principale sentimento delle relazioni sociali, che fonda le solidarietà piccole e corte, un messaggio come quello delle Ong del soccorso in mare suona davvero come eretico. In quanto basato sull’idea e sulla pratica della reciprocità: io salvo te perché so che qualora la mia vita fosse a repentaglio, tu salverai me. È il fondamento stesso del legame sociale, quello che segna il passaggio da individui isolati a comunità integrate.
L’affermazione di questa elementare verità – che è principio costitutivo della civiltà umana – echeggia come una sfida intollerabile per tutti i sovranismi individuali e nazionali; e produce, come reazione, quella livida tentazione di sfigurare tutto ciò che appare indirizzato verso l’incontro con l’altro. Questa inclinazione si affida a un sistema di menzogne, sintetizzabili come segue.


1) «Le Ong sono un fattore di attrazione (pull-factor) che incentiva l’arrivo di migranti e profughi».
È un’affermazione smentita da un dato storico e da uno congiunturale. È incontestabile che la percentuale delle persone sbarcate sulle nostre coste, nel corso del 2021 e del 2022, grazie alle imbarcazioni delle Ong, oscilla tra il 10 e il 15 percento del totale. La gran parte arriva in Italia grazie alle motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza o con propri mezzi di piccole dimensioni. In particolare, nelle ultime tre settimane – in assenza delle navi delle Ong – gli arrivi sono stati il doppio rispetto al corrispettivo periodo dell’anno precedente. Ne è una conferma quanto dichiarato al Manifesto da un portavoce di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, tradizionalmente ostile verso le Ong, secondo il quale queste ultime sarebbero solo uno dei «molti fattori di spinta e attrazione».


2) «Le Ong operano in accordo con i trafficanti di esseri umani».
È, va da sé, la più velenosa delle accuse, ripetuta dagli esponenti del governo e dai loro trombettieri. La verità dei fatti dice l’esatto contrario: dal 2015 a oggi non c’è stata alcuna condanna, nemmeno in primo grado, relativa a complicità tra appartenenti a Ong e scafisti. Per scrupolo ricordo che una indagine della Procura di Trapani, relativa a fatti avvenuti nel 2016, accusa alcune Ong di favoreggiamento dell’ingresso illegale sulla base di intercettazioni ambientali e di affermazioni di agenti sotto copertura. Un solo episodio, tutto da dimostrare, in oltre sette anni di attività.


3) «Le Ong non salvano naufraghi ma traghettano migranti».
Le convenzioni in materia di naufragio e di soccorso, recepite dal nostro Codice della navigazione, prescrivono che chiunque si trovi in stato di pericolo in mare ha il diritto di essere salvato. E non si fa alcuna differenza tra chi «provenga da uno yacht in avaria davanti a Posillipo, da una imbarcazione monoposto per regate nell’Atlantico o da una carretta del mare partita dalla Libia»
(Valigia Blu). E l’opera di salvataggio trova la sua conclusione solo con lo sbarco sulla terra ferma più prossima.

4) «Le navi delle Ong battenti bandiera straniera devono portare i naufraghi nei porti dei rispettivi paesi».
Non è affatto così. Secondo le Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare, elaborate dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), il comandante della nave che ha prestato soccorso ha la piena responsabilità di trarre in salvo i naufraghi, mentre spetta agli Stati delle aree di soccorso interessate coordinarsi per individuare un porto sicuro dove liberare quanto prima la nave dai suoi obblighi. Non esiste al proposito alcuna differenza tra navi Ong e navi mercantili. Dunque, i requisiti della prossimità e della rapidità sono determinanti.


5) «Non possono essere gli scafisti a selezionare gli arrivi in Italia».
Certo, ma non può essere una autorità italiana a respingere i profughi in base a un giudizio
preventivo e generalizzato. Dunque, la decisione su chi può entrare e chi non può entrare deve essere assunta da organismi istituiti a tale scopo, previsti e regolamentati dalla legge: non quindi attraverso «ordini del governo relativi a gruppi di persone costretti per lunghi giorni a bordo delle navi, le cui origini e condizioni sono sconosciute alle autorità» (Vladimiro Zagrebelsky).


6) «Le Ong salvano i migranti privilegiati».
È l’indecente imputazione indirizzata alle Ong dall’autorevole direttore di un autorevole giornale di destra. I «migranti privilegiati» sarebbero quelli in grado di pagare migliaia di euro per ottenere la possibilità di tentare la via del Mediterraneo. Con ciò si vorrebbe ignorare che dietro quelle migliaia di euro c’è la sofferenza di individui e famiglie che, per anni, hanno messo da parte denari da investire in quell’ultima chance di salvezza che è la traversata. E che arrivano a quella tappa estrema dopo un percorso fatto di violenza e prigionia, di persecuzioni e torture.


Se non si riesce non dico a vedere, ma a immaginare tutto ciò, è fatale che le Ong rappresentino un fattore di turbamento per le nostre false coscienze; e che deturparne l’immagine costituisca una sorta di rivalsa per la vergogna – che è responsabilità di tutti, sia chiaro – di quelle migliaia di morti nelle acque del Mediterraneo.

due femministe di fronte al vangelo

 

 

 “il Vangelo è femminista”

colloquio con Rosy Bindi e Michela Murgia

a cura di Giulia Santerini
in “la Repubblica” del 17 novembre 2022

Capita in una mattina di sole di novembre di sedersi a un tavolino su una terrazza di Roma e scoprire che Dio è“queer” e che il salario minimo era già nel Vangelo. Solo due delle cose che ci hanno spiegato Michela Murgia e Rosy Bindi. In comune hanno parecchio: la fede in Gesù e la militanza in Azione Cattolica.
«Quella di Moro, Scalfaro e Prodi», dicono quasi in coro.

Murgia ha studiato teologia e insegnato religione. Bindi, Scienze Politiche, assistente di Bachelet, era con lui il giorno il cui le Br lo uccisero («Lì ho capito che mi avevano dato la vita una seconda volta e dovevo farne buon uso»).

Deluse del Pd e preoccupate dai fascismi di oggi.
Con un’idea di Trinità, ma anche di famiglia, molto molto inclusiva.
L’occasione nasce dal dialogo sul nuovo saggio di Murgia God Save The Queer (Einaudi).

Ma Dio è queer o salverà le persone queer, quelle che non accettano di definirsi in modo
univoco?

Michela Murgia : Dio è queer e di conseguenza salverà il queer, perché le etichette limitano
l’anima. È legittimo secondo la visione cattolica? Io credo di sì.
Rosy Bindi : Penso che Dio sia Dio, non ha bisogno di essere definito con forme antropomorfe. E penso che salvi tutte e tutti.

Il sottotitolo dell’opera è: “Catechismo femminista”. Può esserlo?

RB :Un catechismo è femminista se ci spiega Dio che accoglie tutte e tutti.
MM :Vangelo e femminismo hanno delle istanze di liberazione che si incontrano, ma perché il Vangelo riveli aspetti femministi, devono essere le donne che sperimentano la discriminazione a leggerlo.
RB :Mi ha sempre appassionato leggere il Vangelo attraverso l’incontro di Gesù con le donne che ci rivela un Dio assolutamente originale attraverso la misericordia, il perdono, l’accoglienza dell’altro, di chi era escluso. Pensiamo all’incontro con la samaritana e la Maddalena: Gesù si lascia amare da chi veniva definita una prostituta. Rivoluzionario allora come oggi.

C’è una “cosa di religione” che vi divide?

MM :Forse l’aborto. Le mie posizioni sono più radicali di quelle della 194, che rivedrei per garantire di più la scelta della donna.
RB :Ma questa non è una cosa di religione. È una cosa di morale. La Chiesa lo vieta.
RB :La Chiesa lo vieta ma la Chiesa perdona. C’è stato un periodo nel quale è apparsa più maestra che madre. Vorrei una Chiesa misericordiosa sempre, fuori e dentro il confessionale.

E da cattoliche come vedete matrimonio egualitario, adozione per le coppie gay, gestazione per altri, testamento biologico, ricerca sugli embrioni?

RB :Sono contraria all’uso di questi temi nella battaglia politica, il bipolarismo etico è grave in democrazia, c’è bisogno di ascolto e pluralismo. Con i Dico nel 2007 ho fatto da apripista anche se non sono arrivata alla meta, in tanti si sono messi di traverso da ambo i lati. Quando su queste materie interviene la politica deve farlo in modo mite, offrendo un quadro in cui ciascuno si senta rispettato. Tuttavia la vera sfida eticadell’uomo moderno è il senso del limite: non tutto ciò che è possibile fare può essere giusto.
MM : Io vorrei una politica che su certi temi dice “scegli tu”. In lockdown la mia famiglia era lontana e avrei voluto amici molto cari vicini. Lo stesso quando sono finita in rianimazione.
RB :I Dico prevedevano questi legami parentali e tra conviventi anche senza rapporti sessuali, ma che si prendono cura l’uno dell’altro.
MM : E poi rifiuto gli approcci che mettono al bando senza discutere, per esempio sulla gestazione per altri. C’è libertà possibile in chi la pratica? Vediamo di volta in volta, ma senza preclusioni.

Del libro di Murgia Bindi cosa condivide?

RB :Mi sono riconosciuta molto nel capitolo dedicato allaTrinità di Rublëv. Non gerarchica ma comunitaria, che ci abbraccia tutti. Anche l’arte più ispirata in Occidente non riesce a trasmettere la verità che ci consegna questa icona: un Dio che accoglie.
Papa Paolo VI scrisse che la politica è una forma di carità verso la comunità. Cosa
viaccomuna e cosa vi divide in politica?
MM : Ci accomuna la lettura che Rosy ha dato sulla situazione del Pd: irrecuperabile. O meglio: ci vorrebbero così tante energie per recuperarlo, che tanto vale spenderle per il Paese.

La fondatrice del Pd conferma?

RB :Ho detto che il Pd deve superarsi. Deve accettare di aprirsi a una realtà molto più ricca. In Italia c’è bisogno di una sinistra vera, plurale e di governo, ma che non rinunci ai propri valori perché deve governare. Ora la destra governa da destra. In modo chiaro, non si fa alcuna fatica a non condividere. Vorrei una sinistra che fa la sinistra e che non si fa alcuna fatica a condividere.

Cosa condividere a sinistra?

MM :Che non si fa morire la gente in mare. E poi la questione dei diritti: il Pd ha permesso che in questi anni venissero erosi diritti acquisiti o si è accordato al ribasso su quelli nascenti.
C’è chi dice l’opposto: la sinistra parla troppo di diritti civili e dimentica i lavoratori.
RB :Qualche battaglia peraltro non vinta ha coperto una certa afasia sui diritti sociali. Io non ho votato il Jobs Act, è incostituzionale cristallizzare la precarietà. È di sinistra la lotta alla povertà e la difesa di beni comuni come salute, istruzione, lavoro, ambiente.
MM :Sul lavoro la sinistra ha delle responsabilità. Il primo buco nella calza dei diritti lo fece il pacchetto Treu. Il Jobs Act resta una brutta legge, ma il processo di demolizione dei diritti dei lavoratori è cominciato molto prima.

Vedete nuovi fascismi?

RB :A Meloni rinnegare il fascismo di ieri non costa nulla, ma fa molta fatica a prendere le distanze dalle nuove pulsioni fasciste di oggi in Italia e in Europa.
MM :Il fascismo è sempre populista. Il tentativo di disintermediare il rapporto tra leader e popolo affascina anche certa sinistra, dimentica che in democrazia l’intermediazione impedisce al potere di agire senza controllo. Penso a Renzi che pretendeva di fare le conferenze stampa su Twitter. Ma è stato fascista anche mettere Minniti ministro a fermare i migranti nei lager libici, criminalizzando le navi umanitarie. Se il 15 novembre Meloni ha portato in tribunale Saviano è perché ci sono stati anni di delegittimazione delle voci critiche. Immaginiamo Macron che porta Houellebecq in tribunale?
RB:Anche per me non è accettabile l’uso del proprio potere politico contro il dissenso in qualunque sede soprattutto giudiziaria.

Tutto è politica o tutto è religione?

MM: Tutto è politica, anche la religione.
RB:La fede orienta tutta la mia vita ma nel rispetto delle realtà terrene, non si sostituisce mai alla mia libertà di scelta. Non siamo burattini nelle mani di Dio.
MM: E come la metti con persone che si dicono credenti e hanno una posizione opposta alla tua come Pillon, Fontana o Salvini che brandisce il rosario? Mi chiedo: ma condividiamo la stessa fede?
RB:Lo spieghi bene nel tuo libro, lo stesso concetto che avevo espresso io in Quel che è di Cesare: c’è differenza tra essere cristiani, essere credenti o aderire alla cristianità. L’uso improprio della religione come strumento di potere è il più grande tradimento del Vangelo.

Come si sta in politica da cattolici?

RB:Io non sono mai stata comunista, ma sono di sinistra.
Francesco dice che sta con i poveri non perché è comunista, ma perché segue il Vangelo. In politica si sta da cattolici adulti avendo cura della casa comune, della democrazia, praticando la giustizia e la pace.
MM: Ai fascisti abbiamo lasciato la patria, non vorrei lasciare anche la religione. Viviamo nel paradosso che nel mondo culturale è pieno di credenti imboscati, mentre al Papa si chiede di fare le veci della sinistra. In politica invece c’è la gara a dirsi credenti.
RB:In realtà c’è la gara a imprigionare il cristianesimo nella cultura occidentale.
MM: Lo chiamano cristianesimo, ma non lo è se poi predica l’islamofobia o la misoginia, insistendo su politiche di controllo del corpo ossessive. Sulle migrazioni il Papa dice l’opposto della destra. La dottrina sociale della Chiesa sui temi del lavoro è più radicale di quella della Cgil. Nella prassi quotidiana ti può capitare il presule che dice «votate chi difende la famiglia tradizionale». Ma questa non è dottrina della Chiesa.
RB:Nella dottrina sociale della Chiesa il lavoro è espressione della dignità umana. E c’è la giusta mercede, di cui parla il Vangelo. Ci sono la lotta alle diseguaglianze e l’accoglienza dello straniero, la condanna della corruzione e l’elogio della solidarietà. Contenuti che dovrebbero far parte della formazione ordinaria della comunità cristiana.

La vostra citazione evangelica preferita?

MM: Al diavolo che tenta Gesù nel deserto chiedendogli di buttarsi perché «è scritto» che sarà salvato dagli angeli, lui risponde: «Sta scritto anche “non tentare il Signore Dio tuo”». Mi piace «sta scritto anche», è un antidoto all’integralismo e ricorda che persino la Bibbia si può usare diabolicamente.
RB: Cambio spesso nel mio testamento le indicazioni delle letture per il mio funerale. Adesso la preferita è: «Ti ringrazio Signore perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli»

la ‘dittatura dell’io’ ci preclude l’orizzonte del ‘noi’

l’unica strada per rinnovarci
di Enzo Bianchi
in “la Repubblica” del 11 luglio 2022

è assurdo avere paura degli stranieri, che sono l’unica possibilità di
rinnovamento della vita per le nostre popolazioni invecchiate

Non sono un sociologo ma nella vita ho sempre cercato di ascoltare e di guardarmi intorno: questo è l’esercizio che mi ha insegnato di più, perché sono stato affascinato dalla vita degli uomini e delle donne che incontravo. Per questo da sempre ho prestato attenzione alle statistiche che forniscono tracce per individuare cosa succede e come si vive.
Certamente in questa situazione di post-pandemia, in questo clima di guerra e di crisi economica, i dati forniti dal rapporto annuale Istat evidenziano e confermano ciò che percepiamo di preoccupante in quel che ci accade intorno.
Da vecchio, entrato nell’80esimo anno della vita, dunque alle soglie dell’esodo da questa terra, non posso non guardare al presente e al futuro che già si affaccia. Ed è proprio in questo sguardo che sono assalito da una certa tristezza perché constato che la vita sembra diminuire ogni giorno.
Ovunque vado trovo persone vecchie… Siamo molto invecchiati senza che nella vita siano entrati i ragazzi, che risultano essere neanche la metà dei vecchi.
Le giovani madri con bambini in braccio sono un’apparizione, e comunque nelle famiglie si mette al mondo un figlio, due, non di più. Lo sappiamo tutti: ci sono meno nascite, le madri sono sempre più anziane e i vecchi diventano sempre più vecchi per il prolungamento della vita.
Occorre anche tener conto che i giovani tendono a restare in famiglia. Queste adolescenze prolungate non favoriscono la costruzione di storie d’amore. A questo si aggiunga il fatto che ormai le persone che vivono sole, i “single”, sono a livello numerico l’equivalente delle coppie.
I sociologi e i media intravvedono le ragioni di questo andamento nel grande mutamento socio-antropologico in atto, ma io mi chiedo se questo arretramento della vita non sia dovuto a una crisi culturale e morale, a una crisi di umanità. A me sembra che alla radice di questi processi ci sia il venir meno della fiducia: nella vita, nel futuro, negli altri, persino fiducia nell’amore come storia possibile e opera d’arte nelle relazioni tra umani. Nessuno osa confessarlo, ma si registra paura nei confronti della vicenda-storia della coppia, c’è un’incertezza circa l’opportunità di mettere al mondo dei figli, c’è una preoccupazione filautica di chi pensa a sé ed è incapace di porsi in un orizzonte sociale, l’orizzonte del “noi”.
Prevale la dittatura dell’“io” e la necessità di allontanare ogni rinuncia dovuta alla presenza di un altro.
In realtà si sta preparando una situazione di grande solitudine per i vecchi, un carico di lavoro di cura degli anziani da parte dei figli, e un’esistenza in cui essendo scarsa o poco presente la generazione dei bambini e dei ragazzi sarà più difficile sorridere e gioire per la vita.
In queste condizioni è assurdo avere paura degli stranieri, che sono l’unica possibilità di
rinnovamento della vita per le nostre popolazioni invecchiate.

papa Francesco e la forte tirata d’orecchi a Minniti e ai vescovi toscani

il papa fa “sorridere” don Milani non Minniti, Nardella e i vescovi

Le durissime parole del pontefice trapelate in questi giorni hanno lasciato sconcertati coloro che sono abituati a guardare al Vaticano come una potenza terrena, con la sua diplomazia e la sua politica. Ma è evidente che quella diplomazia e quella politica con Francesco sono cambiate: perché sono ispirate al Vangelo non solo nei contenuti, ma anche nelle forme. A cominciare, appunto, dalla parresia: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Matteo 5, 37).

Che questo tratto così rivoluzionario, in un pontefice, sia emerso proprio in un’occasione legata a Firenze è straordinariamente suggestivo. Francesco è stato il primo papa a recarsi a Barbiana, sulla tomba del fiorentino don Lorenzo Milani, che della parresia, della franchezza del parlare cristiano, è stato il profeta più luminoso del Novecento. Milani ha pagato un prezzo altissimo per la sua fedeltà al parlare solo con l’evangelico “sì, sì; no, no”: nonostante la sua struggente fedeltà alla Chiesa, i predecessori di Betori lo hanno punito con l’esilio; ed egli fu anche processato in tribunale per aver osato difendere l’obiezione di coscienza contro l’amore per la guerra dei cappellani militari. La chiesa fiorentina, del resto, è stata ricolmata del dono della parresia: da Giorgio La Pira (sindaco santo che requisiva le case sfitte per dare un tetto ai poveri) a padre Balducci, da padre Turoldo a don Bruno Borghi, dalla Comunità dell’Isolotto a quella delle Piagge con don Santoro, all’abate di San Miniato Bernardo Gianni, che ha firmato l’appello contro Minniti. Tutte figure più o meno esplicitamente condannate e isolate dai vescovi di Firenze: tutte figure che oggi le parole di papa Francesco risarciscono.

In un’Italia sempre più lontana dalla franchezza della sua Costituzione (una “polemica contro lo stato delle cose”, la definiva Piero Calamandrei), la franchezza del papa, così vicina a quella di Gesù nel Vangelo, è un raggio di sole che squarcia le tenebre. E don Milani, che sui banchi di Barbiana teneva Costituzione e Vangelo, da qualche parte del paradiso oggi sorride.

il commento al vangelo della domenica

i piedi di Dio percorrono la strada della storia

il commento di E-Ronchi al vangelo della  domenica delle Palme Anno C

Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finchè essa non si compia nel regno di Dio». (…)

Sono i giorni supremi, e il respiro del tempo profondo cambia ritmo; la liturgia rallenta, prende un altro passo, accompagna con calma, quasi ora per ora, gli ultimi giorni di Gesù: dall’ingresso in Gerusalemme, alla corsa di Maddalena nel giardino, quando vede la pietra del sepolcro vestirsi di angeli
Per quattro sere di seguito, Gesù lascia il tempio e i duri conflitti e si rifugia a Betania: nella casa dell’amicizia, nel cerchio caldo degli amici, Lazzaro Marta Maria, quasi a riprendere il fiato del coraggio. Ha bisogno di sentirsi non solo il Maestro ma l’Amico. L’amicizia non è un tema minore del Vangelo. Ci fa passare dall’anonimato della folla a un volto unico, quello di Maria che prende fra le sue mani i piedi di Gesù, li tiene vicini a sé, stretti a sé, ben povero tesoro, dove non c’è nulla di divino, dove Gesù sente la stanchezza di essere uomo.
Carezze di nardo su quei piedi, così lontani dal cielo, così vicini alla polvere di cui siamo fatti: con polvere del suolo Dio fece Adamo. Piedi sulle strade di Galilea, piedi che mi hanno camminato sul cuore, che mi hanno camminato nel profondo, là dove io sono polvere e cenere. Una carezza sui piedi di Dio. Dio non ha ali, ma piedi per perdersi nelle strade della storia, per percorrere i miei sentieri.
Nell’ultima sera, Gesù ripeterà i gesti dell’amica, in ginocchio davanti ai suoi, i loro piedi fra le sue mani. Una donna e Dio si incontrano negli stessi gesti inventati non dall’umiltà, ma dall’amore. Quando ama, l’uomo compie gesti divini. Quando ama, Dio compie gesti molto umani. Ama con cuore di carne.
Poi Gesù si consegna alla morte. Perché? Per essere con me e come me. Perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce. L’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere insieme con l’amato, è “passione d’unirsi” (Tommaso d’Aquino).
Dio entra nella morte perché là va ogni suo figlio. La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante. E ci trascinerà fuori, in alto, con la sua pasqua.
È qualcosa che mi stordisce: un Dio che mi ha lavato i piedi e non gli è bastato, che ha dato il suo corpo da mangiare e non gli è bastato, lo vedo pendere nudo e disonorato, e devo distogliere lo sguardo.
Poi giro ancora la testa, torno a guardare la croce e vedo uno a braccia spalancate che mi grida: ti amo. Proprio me? Sanguina e grida, o forse lo sussurra, per non essere invadente: ti amo.
Entra nella morte e la attraversa, raccogliendoci tutti dalle lontananze più sperdute, e Dio lo risuscita perché sia chiaro che un amore così non può andare perduto, e che chi vive come lui ha vissuto ha in dono la sua vita indistruttibile.

il commento al vangelo della domenica

quel silenzio di Gesù che spiazza i violenti


Quel silenzio di Gesù che spiazza i violenti
il commento di Ermes Ronchi al vangelo della quinta domenica di avvento, Anno C

(…) Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. (…)

Gli scribi e i farisei gli condussero una donna… la posero in mezzo, quasi non fosse una persona ma una cosa, che si prende, si porta, si mette di qua o di là, dove a loro va bene, anche a morte. Sono scribi che mettono Dio contro l’uomo, il peggio che possa capitare alla fede, lettori di una bibbia dimezzata, sordi ai profeti («dice il Signore: io non godo della morte di chi muore», Ez 18,32).
La posero in mezzo. Sguardi di pietra su di lei. La paura che le sale dal cuore agli occhi, ciechi perché non hanno nessuno su cui potersi posare. Attorno a lei si è chiuso il cerchio di un tribunale di soli maschi, che si credono giusti al punto di ricoprire al tempo stesso tutti i ruoli: prima accusatori, poi giudici e infine carnefici.
Chiedono a Gesù: È lecito o no uccidere in nome di Dio? Loro immaginano che Gesù dirà di no e così lo faranno cadere in trappola, mostrando che è contro la Legge, un bestemmiatore.
Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra… nella furia di parole e gesti omicidi, introduce una pausa di silenzio; non si oppone a viso aperto, li avrebbe fatti infuriare ancora di più.
Poi, spiazza tutti i devoti dalla fede omicida, dicendo solo: chi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei.
Peccato e pietre? Gesù scardina con poche parole limpide lo schema delitto/castigo, quello su cui abbiamo fondato le nostre paure e tanta parte dei nostri fantasmi interiori. Rimangono soli Gesù e la donna, e lui ora si alza in piedi davanti a lei, come davanti a una persona attesa e importante. E le parla. Nessuno le aveva parlato: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanno, vai. E non le chiede di confessare la colpa, neppure le domanda se è pentita. Gesù, scrive non più per terra ma nel cuore della donna e la parola che scrive è: futuro.
Va’ e d’ora in poi non peccare più. Sette parole che bastano a cambiare una vita. Qualunque cosa quella donna abbia fatto, non rimane più nulla, cancellato, annullato, azzerato. D’ora in avanti: «Donna, tu sei capace di amare, puoi amare ancora, amare bene, amare molto. Questo tu farai…». Non le domanda che cosa ha fatto, le indica che cosa potrà fare. Lei non appartiene più al suo sbaglio, ma al suo futuro, ai semi che verranno seminati, alle persone che verranno amate.
Il perdono è qualcosa che non libera il passato, fa molto di più: libera il futuro. E il bene possibile, solo possibile, di domani, conta di più del male di adesso. Nel mondo del vangelo è il bene che revoca il male, non viceversa.
Il perdono è un vero dono, il solo dono che non ci farà più vittime, che non farà più vittime, né fuori né dentro noi.

(Letture: Isaia 43,16-21; Salmo 125; Filippesi 3,8-14; Giovanni 8,1-11)

La spiritualità narcisistica è nemica della spiritualità e della liturgia cristiana

 

il “narcisismo spirituale”

di Goffredo Boselli
in “Vita Pastorale” del febbraio 2022

Una delle maggiori difficoltà di cui oggi la liturgia soffre è la spiritualità attualmente prevalente nel cattolicesimo europeo. Le tendenze oggi dominanti all’interno della spiritualità non sono radicate nell’oggettività delle Scritture, del messaggio cristiano e del rito liturgico, ma perlopiù nella soggettività dell’esperienza individuale. La vita spirituale proposta si nutre sempre meno dell’ascolto comunitario e personale dei racconti biblici, ma dell’ascolto delle narrazioni individuali, di ciò che si sente e si esperimenta interiormente. Secondo molti osservatori, ciò ha creato un “narcisismo spirituale”, effetto e riflesso di quello che Joel Paris ha definito “narcisismo culturale”. Concetto che ha forgiato per descrivere come la società moderna incoraggi le persone a concentrarsi su sé stesse favorendo l’indebolirsi dei legami con la comunità.
I libri di spiritualità che in Italia, a partire dagli anni ’90, hanno formato una buona parte della generazione di credenti sono stati quelli di Carlo M. Martini, Enzo Bianchi, Gianfranco Ravasi, André Louf, per citare solo i più noti. Testi che hanno a fondamento la parola di Dio, l’episodio evangelico, la persona di Gesù Cristo, la vita ecclesiale, e conducevano alla testimonianza, alla cura del prossimo, al dialogo con il mondo,
all’impegno politico.
Questi testi hanno oggi lasciato spazio a pubblicazioni che diffondono una spiritualità psico-antropologica,
i cui temi maggiori sono la cura di sé, il senso del limite, la guarigione interiore, lo stare bene con sé stessi… Temi antropologici e psicologici che si reggono attingendo alle scienze umane e, talvolta, perfino a romanzi e racconti fantasy. Non hanno neppure lo spessore delle grandi virtù morali come l’integrità, il coraggio, la tenacia di cui Mounier e Guardini sono maestri, ma propongono stati emotivi come la fragilità, il garbo, l’umorismo. Il riferimento a Gesù Cristo o al brano biblico serve solo a confermare l’assunto centrale che, in realtà, è autonomo dalla parola evangelica.
Se nella devotio moderna si viveva del culto del santo o della pratica devota, nella devotio post-moderna l’io è il vero tempio, il proprio benessere psico-spirituale il solo culto, la soddisfazione dei propri desideri la sola preghiera, la contemplazione di sé l’unica liturgia. Denunciando la scomparsa dei riti nella società attuale, il filosofo Byung-Chul Han spiega quanto oggi ce ne sia più che mai bisogno, dal momento che «i riti si sottraggono all’interiorità narcisistica […] i riti producono una distanza da sé, una trascendenza da sé. Essi depsicologizzano, deinteriorizzano chi li inscena».
La spiritualità narcisistica è nemica della liturgia cristiana che è, invece, culto non di sé ma dell’Altro celebrato insieme ad altri. Facendo prendere distanza da sé riconosce il proprio peccato ed educa alla richiesta di perdono; distogliendo l’attenzione da sé chiede l’ascolto della parola di Dio; decentrando da sé stessi invita a intercedere per gli altri; celebrando la memoria del Corpo donato fa conoscere nel segno della condivisione del pane il comando a non vivere più per sé stessi. Una spiritualità che esclude la simbologia dei riti è destinata a creare credenti in sé stessi e non nel Vangelo di Gesù Cristo.
(goffredo.boselli@monasterodibose.it)

la crisi ecclesiale italiana generalizzata e di motivazioni

i preti abbandonano, ma i laici di più

 

Se fossero rimasti dei dubbi in merito, Diotallevi li spazza via del tutto: il clero italiano è in crisi. Il fenomeno dell’abbandono del sacerdozio ministeriale e la più generale crisi della fede nella Chiesa italiana è al centro dell’intervista di Sarah Numico al sociologo Luca Diotallevi, sul numero 2 di Regno-attualità 

 

Crisi di numeri

Innanzitutto numerica: in 30 anni c’è stato un calo di quasi il 20% dei presbiteri diocesani: da poco più di 36.000 si è arrivati a poco più di 29.000 nel 2020. L’età media supera i 61 anni; i preti che hanno meno di 30 anni sono 600. Intanto è cresciuta la fetta di sacerdoti stranieri che presta servizio nelle 25.595 parrocchie italiane e che oggi rappresenta l’8,3% del totale.
A questo calo in entrata, occorre aggiungere la crescita degli abbandoni. Per quasi due decenni, dopo il 2000, ci sono stati in media 40 abbandoni. Più o meno 1,3 per 1.000 presbiteri diocesani. Questa percentuale si è mantenuta tra lo 0,9% e il 2% fino al 2018.
Nel 2019 è schizzata a 7 abbandoni per 1000 presbiteri. Nel 2020 è di nuovo scesa un poco, a 3,6 per 1.000. Un altro fenomeno relativamente nuovo è che non si tratta più di abbandoni concentrati nel primo anno di presbiterato, ma spalmati lungo tutta la carriera.

Crisi di motivazioni

Poi formativo-motivazionale: dalla letteratura internazionale disponibile in merito, si può evincere che le ragioni dell’abbandono sono passate dalle crisi ideologiche degli anni Sessanta a crisi vocazionali dalle motivazioni psicologiche ed esistenziali. In estrema sintesi: non si riesce a reggere un ruolo diventato una maschera che socialmente non funziona più (cf. anche Regno-att. 2,2021,51; 16,2021,492).
Inoltre, la selezione nei seminari è fortemente diminuita. Il rapporto tra ingressi nei seminari e ordinazione oggi è arrivato molto vicino a 1, mentre in passato c’era una fortissima selezione. Un altro elemento nuovo è l’indisponibilità di un numero crescente di preti a fare i parroci, con un impegno che li vincoli a una comunità. Sempre più sacerdoti vogliono fare i battitori liberi, secondo il modello del prete-star. Se non si dà, subentra la delusione.

Crisi generalizzata

Tuttavia – conclude Diotallevi – la crisi è più generale e riguarda anche il laicato, il cui calo nella partecipazione alla vita ecclesiale è più rapido di quello dei preti. Il quadro è terribile non per i numeri – pochi preti – ma per la concezione del rapporto clero-popolo come elemento decisivo dell’autocomprensione della Chiesa. Il protagonismo clericale di preti in sempre minor numero e con sempre minor esperienza indebolisce e svilisce la Chiesa e si combina con una fuga dei laici.
Il punto non sta nel numero dei preti (tant’è che il fenomeno è presente anche nelle Chiese che scelgono il clero uxorato e l’ordinazione delle donne), ma è più di fondo: se un sacramento diventa un bene di consumo, s’attiva una dinamica per cui bisogna avere buoni venditori di quel bene. Questo però significa che, con estrema facilità, il consumatore religioso può cambiare il negozio di beni religiosi in cui fare acquisti.

la cifra monstre di 25,8 miliardi di euro per le armi

assurdo con la complicità di tutti i partiti

spesa militare italiana da record

nel 2022 sfiorati i 26 miliardi di euro

i dati dell’Osservatorio Mil€x rivelano che nel 2022 la spesa militare italiana tocca la cifra monstre di 25,8 miliardi di euro. I nuovi armamenti segnano il record storico di 8,3 miliardi di euro. Mentre i premi Nobel propongono il disarmo. Eppure continua il silenzio assordante di politici e media mainstream

Lo aveva annunciato e l’ha subito fatto. «Ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora», aveva detto Mario Draghi lo scorso 29 settembre durante la conferenza stampa sulla “Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza” (Nadef), il primo passo in vista dell’elaborazione della legge di bilancio.

Spesa militare: un 2022 da record

Ed ecco che la spesa militare prevista per l’anno prossimo supererà il muro dei 25 miliardi di euro (25,8 miliardi). Lo rivela uno studio dell’Osservatorio Milex sul bilancio previsionale dello Stato per il 2022.

«Il Bilancio del Ministero della Difesa per il 2022 – riporta Milex – sfiora i 26 miliardi di euro con un aumento di 1,35 miliardi, ma vanno poi aggiunti gli stanziamenti di altri ministeri».

Dal 2017 la spesa militare italiana ha continuato a crescere soprattutto per l’acquisto di nuovi armamenti: sono ben 8,3 miliardi di euro stanziati nel 2022, un miliardo in più rispetto al 2021 ed un record storico.

L’Italia ha nuovi programmi di riarmo

Nei mesi scorsi il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha infatti sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di 23 miliardi.

La parte del leone è dell’aeronautica militare con programmi per oltre 6 miliardi di euro. C’è di tutto: dai fondi per il nuovo caccia Tempest (2 miliardi dei 6 previsti), che si aggiungerà agli F-35, ai nuovi eurodroni classe Male; dagli aerei Gulfstream per la guerra elettronica alle nuove aerocisterne per il rifornimento in volo. Una grossa fetta della torta è destinata alle nuove batterie missilistiche antiaeree per missili Aster (2,3 miliardi di euro) e ai nuovi blindati Lince: ben 3.600 rimpiazzeranno i 1.700 già in dotazione all’esercito.

Nuovi armamenti: record di spesa militare italiana

Non solo. La scorsa settimana – riporta ancora l’Osservatorio Milex – il ministero della Difesa ha richiesto alle commissioni Difesa di Camera e Senato l’approvazione di otto nuovi programmi di riarmo tra cui spiccano due nuovi cacciatorpedinieri lanciamissili classe Orizzonte da circa 1,2 miliardi l’uno che saranno prodotti da Fincantieri.

Fanno riferimento alla Marina anche il programma per la nave supporto per le operazioni subacquee degli incursori del Comsubin da 35 milioni, una trentina di blindati anfibi 8×8 da sbarco di Iveco e Oto Melara da 10 milioni l’uno e altrettanti gommoni armati da sbarco dal prezzo unitario di quasi un milione e mezzo.

Si tratta di programmi targati ancora “SMD 2021”, cioè relativi al 2021: annata che straccia ogni record storico con ben 31 richieste presentate per un valore complessivo finanziato di oltre 15 miliardi di euro e in proiezione un onere complessivo di oltre 30 miliardi di euro.

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spesa militare italia
Anfibio 8×8 dell’Iveco – Foto di pubblico dominio (via Wikimedia Commons)

Italia al comando della missione in Iraq

Nel frattempo, il ministero delle Difesa è in procinto di incrementare il contingente militare in Iraq per poter assumere il comando della missione della Nato: trasformerà la partecipazione militare italiana in una vera operazione di combattimento rispetto a quella che finora era solo una presenza per la difesa di aree sensibili e per l’addestramento dell’esercito iracheno.

Per adempiere al nuovo compito i vertici militari si sono affrettati a chiedere di poter armare i droni Reaper con missili aria-terra e bombe a guida laser – trasformandoli così da semplici ricognitori a veri bombardieri – e di dotarsi di una flotta di Hero-30, i cosiddetti “droni kamikaze” che si autodistruggono nel colpire l’obiettivo.

I veri scopi delle missioni militari

Missione militare il cui vero scopo è quello di proteggere gli interessi delle multinazionali del petrolio e del gas. Come ha rivelato una ricerca di Greenpeace, due terzi delle spese delle operazioni militari all’estero dei paesi europei riguardano la difesa di fonti fossili: l’Italia negli ultimi quattro anni ha speso 2,4 miliardi di euro nelle missioni militari collegate a piattaforme estrattive, oleodotti e gasdotti che riguardano l’Eni.

Del resto il ministero della Difesa non nasconde più, come faceva in passato, il desiderio di «disporre di uno Strumento militare in grado di esprimere le capacità militari evolute di cui il Paese necessita per tutelare i propri interessi nazionali»: lo riporta la “Direttiva per la politica industriale della Difesa” emanata dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, lo scorso 29 luglio.

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spesa militare italiana
Fonte: Osservatorio Mil€x

Il silenzio omertoso dei politici nazionali

Programmi di riarmo e missioni militari che meriterebbero un ampio confronto pubblico, oltre che nelle aule parlamentari, perché rivelano un radicale cambiamento della politica estera e di difesa dell’Italia.

Invece, tranne qualche rara voce, tutto tace. Un silenzio omertoso avvolge, ormai da anni, le decisioni che riguardano le spese militari e i programmi di armamenti e coinvolge non solo il mondo della politica, ma anche la quasi totalità dell’informazione nazionale, soprattutto quella televisiva.

Spesa militare mondiale raddoppiata dal 2000: ecco una “semplice proposta per l’umanità”

Non è un caso, quindi, che anche l’appello di cinquanta premi Nobel e scienziati, tra cui Carlo Rubbia e Giorgio Parisi, abbia trovato l’ennesimo silenzio dei leader politici italiani. L’appello chiede ai governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite di avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2% ogni anno per cinque anni.

«La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari all’anno»scrivono i Nobel. «Il meccanismo della controreazione alimenta una corsa agli armamenti in crescita esponenziale che equivale a un colossale dispendio di risorse che potrebbero essere utilizzate a scopi migliori».

Da qui la loro “Semplice proposta per l’umanità” che può essere sottoscritta anche da semplici cittadini (qui il link per firmare). Un piccolo segno, forse, ma necessario almeno per far sentire ai rappresentanti politici nazionali che è tempo di cominciare a dire anche qualche “Signor No!”.

l’irrazionalità di troppi italiani – il rapporto Censis

un paese vulnerabile, in cui cresce l’irrazionalità: per 3 milioni di italiani Covid non esiste

55esimo rapporto Censis: “Boom povertà: la pandemia accentua il senso di vulnerabilità. Giù il patrimonio delle famiglie, solo 15% ottimista sul post Covid” 

EMANUELE CREMASCHI VIA GETTY IMAGES

 

“l’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale. Per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. E poi: il 5,8% è convinto che la Terra è piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna, per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone”

Lo evidenzia il 55esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese. “Accanto alla maggioranza ragionevole e saggia si leva un’onda di irrazionalità”, si osserva nel rapporto, che vi legge “la spia di qualcosa di più profondo: le aspettative soggettive tradite provocano la fuga nel pensiero magico”.

L’indagine evidenzia ancora come per il 31,4% il vaccino sia un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano facciano da cavie. Per il 12,7% la scienza produce più danni che benefici. Si osserva una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste. Dalle tecno-fobie al negazionismo storico-scientifico, fino alla teoria cospirazionistica del ‘gran rimpiazzamento’ che ha contagiato il 39,9% degli italiani, certi del pericolo della sostituzione etnica.
“L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale, sia le posizioni scettiche individuali, sia i movimenti di protesta che quest’anno hanno infiammato le piazze, e si ritaglia uno spazio non modesto nel discorso pubblico, conquistando i vertici dei trending topic nei social network, scalando le classifiche di vendita dei libri, occupando le ribalte televisive”, osserva il rapporto.

“L’irrazionale che oggi si manifesta nella nostra società non è semplicemente una distorsione legata alla pandemia, ma ha radici socio-economiche profonde” e “dipende dal fatto che siamo entrati nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali” e “la fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative soggettive insoddisfatte”. Infatti, l′81% degli italiani ritiene che oggi sia molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse profuso nello studio; il 35,5% è convinto che non convenga impegnarsi per laurearsi, conseguire master e specializzazioni, per poi ritrovarsi invariabilmente con guadagni minimi e rari attestati di riconoscimento. Per due terzi (il 66,2%) nel nostro Paese si viveva meglio in passato.

Per il 51,2%, malgrado il robusto rimbalzo del Pil di quest’anno, non torneremo più alla crescita economica e al benessere del passato. Il Pil dell’Italia era cresciuto complessivamente del 45,2% in termini reali nel decennio degli anni ’70, del 26,9% negli anni ’80, del 17,3% negli anni ’90, poi del 3,2% nel primo decennio del nuovo millennio e dello 0,9% nel decennio pre-pandemia, prima di crollare dell′8,9% nel 2020.

Negli ultimi trent’anni di globalizzazione, tra il 1990 e oggi, l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite: -2,9% in termini reali rispetto al +276,3% della Lituania, il primo Paese in graduatoria, al +33,7% in Germania e al +31,1% in Francia. L′82,3% degli italiani pensa di meritare di più nel lavoro e il 65,2% nella propria vita in generale. Il 69,6% si dichiara molto inquieto pensando al futuro, e il dato sale al 70,8% tra i giovani.

Boom povertà: la pandemia accentua il senso di vulnerabilità – È boom della povertà: nel 2020 2 milioni di famiglie italiane vivono in povertà assoluta, con un aumento rilevante (+104,8%) rispetto al 2010 (980.000). L’aumento è sostenuto soprattutto al Nord (+131,4%; +67,6% Centro e +93,8% Sud). Tra le famiglie cadute in povertà assoluta durante il primo anno di pandemia, il 65% risiede al Nord (21% nel Mezzogiorno, 14% al Centro). Il rapporto evidenzia anche come la pandemia abbia accentuato il senso di vulnerabilità: il 40,3% degli italiani si sente insicuro pensando alla salute e alla futura necessità di dover ricorrere a prestazioni sanitarie.

Giù il patrimonio delle famiglie, solo 15% ottimista sul post Covid – Solo il 15,2% degli italiani ritiene che dopo la pandemia la propria situazione economica sarà migliore. Per la maggioranza (il 56,4%) resterà uguale e per un consistente 28,4% peggiorerà”. Il Rapporto del Censis evidenzia anche il rischio di erosione del patrimonio delle famiglie. “La ricchezza complessiva delle famiglie è pari a 9.939 miliardi di euro. Il patrimonio in beni reali ammonta a 6.100 miliardi (il 61,4% del totale), depositi e strumenti finanziari valgono 4.806 miliardi (al netto delle passività finanziarie, pari a 967 miliardi, corrispondono al 38,6% della ricchezza totale). Ma nell’ultimo decennio (2010-2020) il conto patrimoniale degli italiani si è ridotto del 5,3% in termini reali, come esito della caduta del valore dei beni reali (-17,0%), non compensata dalla crescita delle attività finanziarie (+16,2%). Gli ultimi dieci anni – spiega il Censis – segnano quindi una netta discontinuità rispetto al passato: si è interrotta la corsa verso l’alto delle attività reali che proseguiva spedita dagli anni ’80. La riduzione del patrimonio, esito della diminuzione del reddito lordo delle famiglie (-3,8% in termini reali nel decennio), mostra come si sia indebolita la capacità degli italiani di formare nuova ricchezza”.

L’adattamento non basta più, alla società serve un progetto – “La società italiana è mutata e ha attraversato crisi ed emergenze con il continuo intrecciarsi di realtà emerse e sommerse, quotidiane e di lungo periodo. Oggi questo non basta più. L’adattamento continuato non regge più, il nostro complessivo sistema istituzionale deve ripensare se stesso. Siamo di fronte a una società che potrà riprendersi più per progetto che per spontanea evoluzione”.  Anche alla luce dei cambiamenti posti dalla pandemia, ”è il tempo di un cronoprogramma serio”, di “riforme strutturali” e “dell’intervento pubblico” con “scelte coraggiose”.

“La ripresa dello sviluppo è la prima strutturale richiesta che la società esprime in termini di progetto unitario”, evidenzia il Censis: “Basti guardare l’enfasi posta in questi mesi sul superamento delle più favorevoli ipotesi di crescita del Pil, la sopravvalutazione del ciclo di rimbalzo dei consumi interni, la fiducia posta nella capacità dei soggetti e dei fondi pubblici di annientare gli effetti della crisi. Tutti segnali che indicano un’aspirazione collettiva e condivisa di risalita, se non di ricostruzione”.

“La pandemia, rimescolando le carte, ha costretto il Paese a porsi di fronte alle opportunità dell’accelerazione negli investimenti pubblici e privati. È il tempo di un cronoprogramma serio, non importa se dettato dai vincoli europei – indica il Censis – È il tempo delle riforme strutturali e dei grandi eventi internazionali da preparare e ospitare in Italia. È il tempo dell’intervento pubblico, orientato da scelte coraggiose”.

“Alla parola ‘crisi’ preferiamo la parola ‘transizione’, proprio a significare che il momento più grave è ormai alle spalle, che ci siamo rimessi in cammino. Intorno a ciascun progetto di transizione (green, digitale, demografica, occupazionale) si accumulano tanti sprazzi di vitalità, tanta voglia di partecipazione, tante energie positive”, scrive il Censis, che puntualizza: “Un livello opportuno di coscienza collettiva è un ingrediente necessario alla ripresa economica e sociale, e per garantire una presenza maggiore e più efficace dell’azione pubblica. Parlare con parole nuove e affrontare con serietà le fragilità del nostro tessuto sociale è quello che serve nell’attuale dialettica socio-politica. Nell’orizzonte della ripresa si nota un’inquietudine politica, timida e incerta. Ben vengano paura e incertezza del futuro, se aiuteranno nuovi modi di pensare e costruire società e istituzioni, di riconnettere tra loro tecnica e politica, vita sociale e attività statale. Solo che il sistema politico – osserva il Censis – non si annidi in un acquietamento di pensiero, maschera di ogni poco curata transizione”.

Effetti della pandemia sugli studenti, depressione e disagi –  Sui giovani studenti “dal punto di vista psicologico, il prolungato periodo di pandemia ha provocato effetti collaterali non indifferenti”. Il Censis spiega che “l′81,0% dei 572 dirigenti scolastici di scuola secondaria di secondo grado intervistati segnala che tra gli studenti sono sempre più diffuse forme di depressione e disagio esistenziale”. Nel rapporto si evidenzia poi che “l’ultima rilevazione Invalsi ha evidenziato un peggioramento delle performance degli studenti italiani rispetto al 2019, ma sarebbe ingeneroso individuare la sola causa nella didattica a distanza”.

Il contraltare di questo scenario in cui crescono depressioni e disagi è l’affermazione dell’esigenza di relazionalità e di prossimità correlata alla rivalutazione dell’andare a scuola (89,6%). evidenzia il Censis. Il 76,8% dei dirigenti sottolinea che gli studenti vivono in una fase di sospensione, senza disporre di prospettive chiare per i loro progetti di vita. Per il 79,1% nella società è diffusa una immagine dei giovani troppo negativa, che non corrisponde alla realtà. Più che apatici, indifferenti a qualunque sollecitazione (opinione del 46,3% dei dirigenti), essi sono sottoposti a continui stimoli e informazioni, di cui non riescono a operare una selezione (78,3%). Dopo quasi due anni di pandemia, le certezze rispetto al proprio futuro hanno subito un duro colpo e per il 46,6% dei dirigenti scolastici l’atteggiamento prevalente tra i propri studenti è il disorientamento.

A proposito delle cause del peggioramento delle performance degli studenti, il Censis evidenzia che il 75,6% degli oltre 1.700 dirigenti scolastici consultati è molto (29,6%) o abbastanza (46,0%) d’accordo sul fatto che la Dad “abbia solo accentuato le difficoltà della scuola nel contrastare gli effetti negativi di bassi status socio-economici e culturali dello studente”. È molto diffusa l’opinione che il peggioramento delle performance sia conseguente a un uso della Dad basato sulla mera trasposizione online della tradizionale lezione frontale, senza una reale innovazione didattica (il 65,4% è molto o abbastanza d’accordo), mentre il 62,0% lamenta un più generale deterioramento delle competenze, solo acuito dalla necessità di fare ricorso alla Dad. Una percentuale di presidi analoga (65,3%) rimarca che con la Dad non si è riusciti a instaurare una valida relazione educativa, mentre il 59,5% imputa una responsabilità non all’uso della Dad in sé, ma al suo utilizzo in un periodo come quello pandemico, con tutto il suo portato di disagio per studenti e docenti.

Inflazione tra rischi che congiurano contro la ripresa – “Ci sono fattori di freno che congiurano contro la ripresa economica. Tutti i rischi di natura socio-economica che avevamo paventato durante la pandemia (il crollo dei consumi, la chiusura delle imprese, i fallimenti, i licenziamenti, la povertà diffusa) vengono oggi rimpiazzati dalla paura di non essere in grado di alimentare la ripresa, di inciampare in vecchi ostacoli mai rimossi o in altri che si parano innanzi all’improvviso, tanto più insidiosi quanto più la nostra rincorsa si dimostrerà veloce. A cominciare dal rischio di una fiammata inflazionistica”. A ottobre 2021 – si ricorda – il rialzo dei prezzi alla produzione nell’industria è stato consistente: +20,4% su base annua. Si registra un +80,5% per l’energia, +13,3% per la chimica, +10,1% per la manifattura nel complesso, +4,5% per le costruzioni. Il Censis evidenzia poi “il forte recupero dei consumi delle famiglie (+14,4% tra il secondo trimestre del 2020 e il secondo del 2021)”, che ”è figlio dell’allentamento delle misure di contenimento del contagio”. “Si prevede una crescita dei consumi del 5,2% su base annua, inferiore alla crescita del Pil e inadeguata a ricollocare il Paese sui livelli di spesa delle famiglie del 2019”, evidenzia il Censis. “In Italia il tasso medio annuo di crescita reale dei consumi – si precisa – si è progressivamente ridotto nel tempo, passando dal +3,9% degli anni ’70 al +2,5% degli anni ’80, al +1,7% degli anni ’90. Nel primo decennio del nuovo millennio si è attestato su un +0,2% e poi l’anno della pandemia ha trascinato in negativo la media decennale: -1,2%”.

Ancora nascite in calo, soprattutto dove è circolato più virus – “Il numero di nati sta pericolosamente scendendo anno dopo anno sotto la soglia dei 400.000. La contrazione registrata dal 2015 è a doppia cifra per tutte le regioni, a eccezione del Trentino Alto Adige. Tra il 2019 e il 2020 e il trend è continuato. A livello nazionale sono il 3,9% in meno i nati, arrivando a toccare il -4,6% nelle regioni del Nord-Est, tra le più colpite dalla prima ondata della pandemia”. I Censis evidenzia come “a diminuire di più siano le nascite nei territori in cui la circolazione del virus è stata più forte: Lombardia -5,5%, Toscana -4,8%. Ma anche i territori più periferici e le regioni più piccole, come Molise (-11,2%), Valle d’Aosta (-7,8%), Sardegna (-6,9%), Umbria (-5,9%) e Basilicata (-5,0%)”. “Le ultime previsioni demografiche restituiscono un quadro a tinte fosche. Entro il 2050 in tutta Italia la quota degli ultrasessantacinquenni salirà fino al 34%. Si avrà un aumento ancora più significativo nel Mezzogiorno, che passerà dal 26,4% del 2030 al 35% del 2050, diventando così l’area più senilizzata del Paese”, aggiunge ancora il Censis. In particolare, rileva il rapporto, “il 55,3% degli italiani imputa la principale causa dell’inverno demografico alla difficoltà di trovare una occupazione stabile, mentre il 38,4% sottolinea che le giovani donne che fanno figli sono penalizzate nella carriera professionale”. Se la pandemia è stata un “grande processo di sospensione”, con molte famiglie (6,5 milioni) che dal marzo 2020 avevano maturato un progetto di cambiamento e sono state costrette a procrastinarlo, rimodularlo o annullarlo, per poter tornare alla normalità serve ancora tempo. “Con riferimento alla scuola e all’università, più di due terzi degli italiani (il 67,2%) ritengono che ci vorrà meno di un anno per tornare alle lezioni in presenza – evidenzia il Censis -. La maggior parte dei cittadini (il 56,3%) pensa che in meno di un anno ci si sposterà senza nessuna restrizione e verrà archiviato l’uso delle mascherine e il distanziamento interpersonale. In ambito lavorativo, invece, per il 41,8% della popolazione occorrerà più di un anno per tornare alla normalità e una quota pari al 17,1% è convinta che non si tornerà mai alla situazione pre-pandemia”.

La spesa energia pesa,18% budget per famiglie più povere – “Le spese per l’energia in famiglie in difficoltà economica o con situazioni abitative non adeguate possono arrivare a incidere in maniera significativa sul budget familiare”. Il Censis spiega come nel 2018 le famiglie italiane che si trovano al di sotto della soglia di povertà impiegavano mediamente il 17,8% del proprio reddito per il pagamento delle bollette e delle altre spese di casa. Questa quota scende a meno della metà (8,1%) per le famiglie al di sopra della soglia di povertà”. “All’aumentare del reddito, diminuisce significativamente il peso della casa sul reddito familiare – spiega il Censis – e sono proprio i nuclei con maggiori fragilità a subire il contraccolpo peggiore di un aumento dei prezzi dell’energia”.

Virologi in tv? Promossi solo da metà degli italiani –  Le opinioni sulla presenza sulla ribalta mediatica degli esperti nei vari campi della medicina è positivo per oltre la metà degli italiani (54,2%): perché sono stati indispensabili per avere indicazioni sui comportamenti corretti da adottare (15,5%) o perché sono stati utili per comprendere quello che accadeva (38,7%). I giudizi sono invece negativi per il 45,8%, in quanto virologi ed epidemiologi sono stati inutili e hanno creato confusione e disorientamento (34,4%) o sono stati addirittura dannosi, perché hanno provocato allarme (11,4%).

Cresce l’uso della tv specie sul web, boom per i social – Nel 2021 la fruizione della televisione ha conosciuto un incremento rilevante dovuto alla crescita sia degli usi tradizionali, sia degli impieghi più innovativi. Aumentano sia i telespettatori della tv tradizionale (il digitale terrestre: +0,5% rispetto al 2019) e della tv satellitare (+0,5%), sia quelli della tv via internet (web tv e smart tv salgono al 41,9% di utenza: +7,4% nel biennio) e della mobile tv, passata dall′1,0% di spettatori nel 2007 a un terzo degli italiani oggi (33,4%), con un aumento del 5,2% solo negli ultimi due anni.

All’interno dei processi di ibridazione del sistema dei media, anche la radio continua a rivelarsi all’avanguardia. Complessivamente nel 2021 i radioascoltatori sono il 79,6% degli italiani, stabili da un anno all’altro. Sembra essersi arrestata l’emorragia di lettori di libri: nel 2021 sono il 43,6% degli italiani, con un aumento dell′1,7% rispetto al 2019 (sebbene nel 2007 chi aveva letto almeno un libro nel corso dell’anno era il 59,4% della popolazione). Al contrario, si accentua la crisi ormai storica dei media a stampa, a cominciare dai quotidiani venduti in edicola, che nel 2007 erano letti dal 67,0% degli italiani, ridotti al 29,1% nel 2021 (-8,2% rispetto al 2019). Lo stesso vale per i settimanali (-6,5% nel biennio) e i mensili (-7,8%). Si registra ancora un aumento dell’impiego di internet da parte degli italiani: l’utenza ha raggiunto quota 83,5%, con una differenza positiva di 4,2 punti percentuali rispetto al 2019.

L’impiego degli smartphone sale all′83,3% (+7,6%) e lievitano complessivamente al 76,6% gli utenti dei social network (+6,7%). Anche durante i giorni dell’emergenza sanitaria, i telegiornali hanno mantenuto la posizione di vertice tra le fonti informative per il 60,1% degli italiani. Sono un riferimento indiscusso per i 65-80enni (73,2%), ma anche per il 42,3% dei 14-29enni. Al secondo posto c’è Facebook, utilizzato dal 30,1% degli italiani negli ultimi 7 giorni a scopi informativi.

Divario stipendi: donne 18% in meno, uomini 12% in più – Il lavoro dipendente è ancora caratterizzato da divari retributivi. Prendendo in esame le retribuzioni degli oltre 15 milioni di lavoratori pubblici presenti negli archivi Inps, evidenzia un dato medio complessivo riferito alla giornata retribuita si attesta a 93 euro. Una donna percepisce una retribuzione inferiore di 28 euro se confrontata con quella di un uomo. La retribuzione per una donna è inferiore del 18% rispetto alla media, mentre quella di un uomo è del 12% superiore. In base all’età dei lavoratori emerge una differenza di 45 euro tra un under 30 anni e un over 54. La penalizzazione dei giovani è di 30 punti percentuali rispetto alla media e di 48 punti rispetto ai lavoratori con più di 54 anni. Ampia è anche la distanza tra la paga giornaliera di chi ha un contratto a tempo indeterminato rispetto al tempo determinato e fra full time e part time.

La giornata lavorativa del tempo indeterminato vale 97 euro contro i 65 del lavoro a termine, la retribuzione giornaliera del tempo pieno vale più di due volte quella del tempo parziale. Più in generale, evidenzia il Censis, “bassi tassi di occupazione, alti tassi di disoccupazione (soprattutto dei giovani) e ampie sacche di inattività (soprattutto femminile) sono le caratteristiche di un mercato del lavoro sempre più sclerotizzato”. Per il 30,2% degli italiani al primo posto tra i fattori che frenano l’inserimento professionale ci sono le retribuzioni disincentivanti che i datori di lavoro (Stato compreso) offrono in cambio della prestazione lavorativa anche nei confronti di chi dispone di competenze e capacità adeguate. Al secondo posto, per il 29,9% c’è la persistenza di condizioni inadeguate per avviare un’attività in proprio, a partire dal peso dei troppi adempimenti burocratici, fino al carico fiscale che grava sull’attività d’impresa.

Con il Covid giù il tasso di attività donne: Italia ultima in Ue – “A giugno 2021, nonostante il rimbalzo dell’economia del primo semestre, le donne occupate hanno continuato a diminuire: sono 9.448.000, alla fine del 2020 erano 9.516.000, nel 2019 erano 9.869.000. Durante la pandemia 421.000 donne hanno perso o non hanno trovato lavoro. Il tasso di attività femminile (la percentuale di donne in età lavorativa disponibili a lavorare) a metà anno è al 54,6%, si è ridotto di circa 2 punti percentuali durante la pandemia e rimane lontanissimo da quello degli uomini, pari al 72,9%”. Il Censis evidenzia che da questo punto di vista l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi europei, guidati dalla Svezia, dove il tasso di attività femminile è pari all′80,3%, e siamo distanti anche da Grecia e Romania, che con il 59,3% ci precedono immediatamente nella graduatoria.

“La pandemia ha comportato un surplus inedito di difficoltà rispetto a quelle abituali per le donne che si sono trovate a dover gestire in casa il doppio carico figli-lavoro”, spiega il Censis: il 52,9% delle donne occupate dichiara che durante l’emergenza sanitaria si è dovuto sobbarcare un carico aggiuntivo di stress, fatica e impegno nel lavoro e nella vita familiare, per il 39,1% la situazione è rimasta la stessa del periodo pre-Covid e solo per l′8,1% è migliorata. Tra gli occupati uomini, invece, nel 39,3% dei casi stress e fatica sono peggiorati, nel 44,9% sono rimasti gli stessi e nel 15,9% sono migliorati”. Guardando poi ai giovani, un’indagine del Censis evidenzia che come sia molto forte la percezione che i gangli del potere decisionale siano in mano alle fasce anziane della popolazione. Il 74,1% dei giovani di 18-34 anni ritiene che ci siano troppi anziani a occupare posizioni di potere nell’economia, nella società e nei media, enfatizzando una opinione comunque ampiamente condivisa da tutta la popolazione (65,8%). Il 54,3% dei 18-34enni (a fronte del 32,8% della popolazione complessiva) ritiene che si spendano troppe risorse pubbliche per gli anziani, anziché per i giovani.

La precarietà lavorativa sperimentata nei percorsi di vita individuali influenza il clima di fiducia verso lo Stato e le istituzioni. Il 58% della popolazione italiana tende a non fidarsi del governo, ma tra i giovani adulti la percentuale sale al 66%. I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, costituiscono una eclatante fragilità sociale del nostro Paese. Tra tutti gli Stati europei, l’Italia presenta il dato più elevato, che negli anni continua a aumentare. Nel 2020 erano 2,7 milioni, pari al 29,3% del totale della classe di età 20-34 anni: +5,1% rispetto all’anno precedente. Nel Mezzogiorno sono il 42,5%, quasi il doppio dei coetanei che vivono nelle regioni del Centro (24,9%) o nel Nord (19,9%).

Per gli italiani la Pa digitale è irrinunciabile – Basta con le file e le richieste su
carta stampata, largo a servizi e app che permettano di ottenere certificati e documenti con un clic: è il desiderio del 38,1% degli italiani. Anche dopo la pandemia, la Pa digitale è considerata irrinunciabile. Seguono l’e-commerce (29,9%), il conto corrente online (24,3%) e l’home delivery (24,2%) come opportunità delle quali cui non si potrà più fare a meno. E’ quanto emerge dal Rapporto Censis sullo situazione sociale del Paese. Per il 20,2% è lo smart working a essere intoccabile (e il dato sale al 28,6% tra i 30-44enni). Quasi la metà della popolazione (il 48,7%) ha già attivato l’identità digitale Spid, ma i divari sociali e territoriali pesano ancora molto. Le percentuali più elevate di utenti si registrano nelle grandi aree metropolitane (59,5%) e tra le persone dotate di titoli di studio più alti (tra i diplomati e i laureati si sale al 61,6%). Invece i picchi più bassi di utenti Spid si riscontrano al Sud (40,2%) e tra gli anziani (32,1%).

Boom di richieste d’aiuto dalle donne, la casa è sempre più fortezza – “Nell’anno del Covid-19 le donne chiuse in casa hanno avuto più paura, tanto che sono cresciute in maniera esponenziale le richieste di aiuto: nel 2020 si sono registrate 31.688 chiamate al numero verde 1522 (+48,8% rispetto al 2019). Di queste, 11.653 erano vittime di violenza e 1.342 di stalking. Il trend non sembra diminuire nel 2021: nei primi tre mesi dell’anno le chiamate sono state 7.974 (+38,8% rispetto al primo trimestre 2020)”.

“Le donne raccontano di non sentirsi sicure anche fuori casa: il 75,8% ha paura di camminare per strada e prendere i mezzi pubblici la sera (per gli uomini la percentuale si riduce al 41,6%) e l′83,8% teme i luoghi affollati (la percentuale si ferma al 66,4% tra gli uomini)”, evidenzia il Censis. Ma nella società cresce anche la paura del web: “dal primo agosto 2020 al 31 luglio 2021 in Italia sono stati denunciati complessivamente 1.875.038 reati, in diminuzione del 7,1% rispetto allo stesso periodo del 2020. Nello stesso periodo i reati informatici sono stati 202.183, il 10,8% del totale, e hanno registrato un incremento del 27,3%. Gli italiani sono consapevoli che il web nasconde pericoli da cui bisogna tutelarsi”.

Sempre restando sul capitolo sicurezza, le case si sono trasformate da rifugio a fortezza: “quasi 9 milioni di italiani, il 17,4% della popolazione adulta, hanno paura di stare da soli in casa di notte. Due terzi di questi, 6 milioni, sono donne.
Non stupisce che il 90,9% degli italiani abbia almeno un sistema di sicurezza a difesa della propria abitazione. Il più diffuso è la porta blindata (65,7%), il 56,5% non tiene in casa oggetti di valore, il 37,0% ha installato un sistema di allarme, il 32,8% protegge gli accessi dalle porte o dalle finestre con le inferriate e il 30,3% ha installato una telecamera. Inoltre, il 9,6% degli italiani adulti, 4,8 milioni, dichiara di possedere un’arma da fuoco”.

Per 8 su 10 la formazione non è garanzia di lavoro stabile – C’è in Italia “un’occupazione povera di capitale umano, una disoccupazione che coinvolge anche un numero rilevante di laureati e offerte di lavoro non orientate a inserire persone con livelli di istruzione elevati indeboliscono la motivazione a fare investimenti nel capitale umano”. Il Rapporto del Censis evidenzia che l′83,8% degli italiani ritiene che l’impegno e i risultati conseguiti negli studi non mettono più al riparo i giovani dal rischio di dover restare disoccupati a lungo e l′80,8% degli italiani (soprattutto i giovani: l′87,4%) non riconoscono una correlazione diretta tra l’impegno nella formazione e la garanzia di avere un lavoro stabile e adeguatamente remunerato. Quasi un terzo degli occupati possiede al massimo la licenza media. Sono 6,5 milioni nella classe di età 15-64 anni, di cui 500.000 non hanno titoli di studio o al massimo hanno conseguito la licenza elementare. Anche tra i poco meno di 5 milioni di occupati di 15-34 anni quasi un milione ha conseguito al massimo la licenza media (il 19,2% del totale), 2.659.000 hanno un diploma (54,2%) e 1.304.000 sono laureati (26,6%). Considerando gli occupati con una età di 15-64 anni, la quota dei diplomati scende al 46,7% e quella dei laureati al 24,0%.

Bonus case, ma a rischio scuole e ospedali maltenuti –  “Uno degli ambiti in cui le misure espansive si sono concretizzate in modo più evidente è l’edilizia privata. Al 30 settembre 2021 gli interventi edilizi in corso o conclusi incentivati con il super-bonus 110% sono stati più di 46.000, per un ammontare di investimenti ammessi a detrazione pari a quasi 7,5 miliardi di euro (di cui il 68,2% per lavori conclusi), con un onere per lo Stato di 8,2 miliardi”. Il Censis evidenzia però anche “il rischio che una parte dello stock di abitazioni private sia oggetto di un generoso intervento di riqualificazione energetica (nonché di valorizzazione economica) a carico della collettività, mentre molti asset pubblici (dalle scuole agli ospedali) permangano in uno stato di cattiva manutenzione”. Il boom degli ultimi mesi nell’uso del super bonus, evidenzia il Censis, è legato alla crescita della quota relativa ai condomini, che oggi è pari solo al 13,9% degli interventi (la percentuale era del 7,3% a febbraio), ma rappresenta poco meno della metà dell’ammontare complessivo (il 47,7%), dato che l’importo medio dei lavori nei condomini si attesta intorno ai 560.000 euro, contro i circa 100.000 euro degli interventi su singole unità immobiliari.

Da ritardo politiche attive rischio strozzatura Pnrr – “Il basso impegno nella formazione continua e il ritardo nell’adozione di efficaci politiche attive del lavoro rischiano di rappresentare una strozzatura per il perseguimento degli obiettivi di crescita previsti dal Pnrr”. “Tra il 2012 e il 2020 la partecipazione alla formazione continua delle persone di 25-64 anni è passata dal 6,6% al 7,2%, con un incremento di soli 8 decimi di punto. Nello stesso periodo la media per l’Unione europea è aumentata di un punto, dall′8,2% al 9,2%. Le imprese italiane di minore dimensione accedono poco ai fondi per la formazione finanziata: lo fa solo il 6,2% delle Pmi contro il 64,1% delle aziende che contano più di 1.000 dipendenti”, spiega il rapporto, evidenziando criticità anche sull’altra gamba su cui poggiare la realizzazione degli obiettivi del Pnrr, cioè la possibilità di disporre di un sistema coerente di politiche attive del lavoro: “oggi i centri pubblici per l’impiego in Italia riescono a entrare in contatto soltanto con il 18,7% delle persone in cerca di occupazione.

A livello europeo la percentuale sale al 42,5%, con punte del 63,6% in Germania e del 60,3% in Svezia”. Le attese degli italiani sul futuro del lavoro: rischio precarietà e fiducia nell’attuazione del Pnrr. L’emergenza sanitaria ha avviato un nuovo ciclo dell’occupazione. Il 36,4% degli italiani ritiene che la crisi si sia tradotta in una maggiore precarietà (tra le donne la percentuale sale al 42,3%).
Il secondo effetto è l’esperienza del lavoro da casa e la possibilità di conciliare le esigenze personali con quelle professionali: lo pensa il 30,2% degli italiani (e il 32,4% delle donne). Cresce l’aspettativa nel futuro, soprattutto per il 27,8% della popolazione che considera le risorse europee e il Pnrr elementi in grado di garantire occupazione e sicurezza economica per i lavoratori e le famiglie.
Basse retribuzioni, disoccupazione, disaffezione al lavoro. Bassi tassi di occupazione, alti tassi di disoccupazione (soprattutto dei giovani) e ampie sacche di inattività (soprattutto femminile): sono le caratteristiche di un mercato del lavoro sempre più sclerotizzato. Per il 30,2% degli italiani al primo posto tra i fattori che frenano l’inserimento professionale ci sono le retribuzioni disincentivanti che i datori di lavoro (Stato compreso) offrono in cambio della prestazione lavorativa anche nei confronti di chi dispone di competenze e capacità adeguate. Al secondo posto, per il 29,9% c’è la persistenza di condizioni inadeguate per avviare un’attività in proprio, a partire dal peso dei troppi adempimenti burocratici, fino al carico fiscale che grava sull’attività d’impresa.

I divari retributivi nel lavoro dipendente. Prendendo in esame le retribuzioni degli oltre 15 milioni di lavoratori pubblici presenti negli archivi Inps, il dato medio complessivo riferito alla giornata retribuita si attesta a 93 euro. Una donna percepisce una retribuzione inferiore di 28 euro se confrontata con quella di un uomo. La retribuzione per una donna è inferiore del 18% rispetto alla media, mentre quella di un uomo è del 12% superiore. In base all’età dei lavoratori emerge una differenza di 45 euro tra un under 30 anni e un over 54. La penalizzazione dei giovani è di 30 punti percentuali rispetto alla media e di 48 punti rispetto ai lavoratori con più di 54 anni. Ampia è anche la distanza tra la paga giornaliera di chi ha un contratto a tempo indeterminato rispetto al tempo determinato e fra full time e part time. La giornata lavorativa del tempo indeterminato vale 97 euro contro i 65 del lavoro a termine, la retribuzione giornaliera del tempo pieno vale più di due volte quella del tempo parziale.
L’utilità sociale delle libere professioni. Dal 2008 al 2020 il lavoro indipendente in Italia si è ridotto di 719.000 unità, passando da quasi 6 milioni di occupati a poco più di 5 milioni (-12,2%). Nello stesso periodo il lavoro dipendente, nonostante le ripetute crisi, è aumentato di oltre mezzo milione di occupati: +532.000 (+3,1%). Nel periodo considerato le libere professioni sono aumentate (+241.000 occupati: +20,9%). Ma tra il 2019 e il 2020 il saldo finale per i liberi professionisti porta un segno negativo, con una riduzione di 38.000 occupati.
Ma resta intatto il loro appeal. Il 40,0% degli italiani definisce la libera professione un’attività prestigiosa, che fa valere le competenze acquisite e l’impegno dedicato allo studio. Per il 34,1% si tratta di un lavoro utile, importante per la collettività.

Il Covid è business: metà dei sequestri riguarda dispositivi antivirus – “Dei 16.638.268 articoli contraffatti sequestrati nel 2020 dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Dogane, in diminuzione del 39,1% rispetto al 2019, ben 8.327.879 possono essere classificati come dispositivi anticovid”. Il Censis spiega che “si tratta soprattutto di mascherine, guanti monouso, tute e termometri. I dati relativi ai pezzi sequestrati nel 2020 testimoniano la presenza di traffici significativi di dispositivi di protezione, igienizzanti, termometri contraffatti e non sicuri, e la ancora più pericolosa vendita online di falsi medicinali per il Covid-19″. “Se ai dispositivi contraffatti si aggiungono gli oltre 46 milioni di dispositivi medici che sono stati ritirati dal mercato perché ritenuti non sicuri, che rappresentano il 61,2% del totale dei pezzi non sicuri sequestrati nel corso del 2020 – osserva il Censis -, è ancora più evidente quale sia stato il peso del Covid-19 sul mercato dell’illecito”.

Il rapporto evidenzia anche “la resilienza alla pandemia degli imprenditori stranieri”: “Durante la pandemia, in risposta alla mancanza di lavoro dipendente, i migranti hanno continuato a mostrare la loro vitalità. Tra il 2019 e il 2020, a fronte di una riduzione degli imprenditori italiani dell′1%, quelli stranieri sono aumentati dell′1,9%, spiega il Censis, aggiungendo che a fine dicembre 2020 risultano essere 463.048. Di questi, 376.264 provengono da Paesi extracomunitari. L’aumento dei titolari di impresa stranieri, a fronte di una riduzione degli italiani, prosegue anche nel primo semestre del 2021. A fine giugno gli imprenditori stranieri sono 465.352 (+1,8%) e rappresentano il 15,5% del totale”.

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