il nostro mare sempre più grande cimitero per la nostra irresponsabilità

mille morti in mare

e voi parlate solo di sicurezza nei cortei?

di Luca Casarini
in “l’Unità” del 4 febbraio 2026

Prendete mille cadaveri. Metteteli in fila, uno ad uno, la testa di quello prima che tocca i piedi di
quello dopo. Dall’Altare della Patria fino a Palazzo Chigi, lungo tutta Via del corso. Ci stanno, è un
kilometro circa. Perché ci sono i bambini piccoli oltre agli adulti. Misurano di meno in altezza.
Ecco, un kilometro di morti, lungo il marciapedi così da non intralciare il traffico. Ma bisogna
passarci accanto mentre ci si reca al lavoro, oppure a fare shopping in galleria. Tocca scavalcarli, e
allora lo sguardo forse viene rapito da quei volti tumefatti, da quei corpi gonfi d’acqua salata,
coperti da vestiti sfilacciati come fossero fatti di alghe. Non sono più scuri di pelle, come quando
sono nati, in Sudan, in Mali, in Niger, nella Costa d’Avorio e chissà in quali altri invisibili paesi.
No, adesso sono grigi, quasi bianchi. Scoloriti dall’acqua che ha lavorato, lì in fondo al mare. Il
ministro passa pure lui, ma non si accorge di niente. È sulla sua auto blindata, corre veloce.
Forse scorge da dietro il vetro, quelli che ai suoi occhi potrebbero essere sacchi di immondizia
abbandonati ai lati della strada, segno del degrado urbano, una vera piaga per il decoro della
capitale, lo ha sempre detto. E invece sono sacchi di ossa, di pelle, di occhi, di capelli, di denti, di
mani e di piedi. Ma non ha tempo il ministro di fermarsi. È atteso nel Palazzo, per il decreto
sicurezza. La violenza di Torino, di quei terroristi urbani.
Bisogna colpire loro e tutta quella gente che si ostina a coprirli, partecipando alle manifestazioni. E
colpire duro, con leggi speciali. Lo stato di diritto è diventato un intralcio alla “nazione”. La
violenza, la violenza. In mare non ci sono né lacrimogeni né fuochi d’artificio. Tutto è silenziato,
avvolto dal rumore delle onde che sbalzano quelle bare galleggianti di ferro come fuscelli. Forse è
per questo che la morte in mare di donne, uomini e bambini, nessuno la considera una violenza.
Non fa rumore, non ci sono né video né telecamere. È una morte che scivola via, sul fondo,
portandosi dietro come fosse una palla al piede, le vite degli abbandonati. Dei più disperati di tutti
che non possono avere nemmeno una tomba con il loro nome. Non avranno una lapide, ma un
numero però ce l’hanno: mancati sbarchi. Finiranno nei comunicati come un grande successo “delle
politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”.
I giorni che vanno dal 14 al 21 gennaio, noi li ricorderemo come quelli della “settimana di sangue”.
È anche quella del ciclone “Harry”, che oltre a devastare le coste di Calabria e Sicilia, ha
imperversato per almeno due giorni su tutto il Mediterraneo. Nonostante gli allarmi meteo, tra le 15
e le 25 barche piene fino a oltre cinquanta persone ognuna, sono state fatte partire dalla costa
orientale della Tunisia, dalle parti di Sfax. Chi le ha fatte partire? 5 di queste sicuramente un
trafficante soprannominato “Mauritania”, ma è chiaro che una partenza così massiccia non può
avvenire senza l’accordo con i militari che normalmente pattugliano quell’area.
Sono pagati dall’Italia e dall’Unione Europea per farlo, per respingere, deportare o far naufragare le
barche di migranti subsahariani che tentano di scappare da quella che è diventata un’altra Libia. Gli
accordi stipulati con l’autocrate Saied, servono a questo in tema di immigrazione.
Questa la ricostruzione che Refugees in Libia e Mediterranea Saving Humans ha reso pubblica:
Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il
coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista
Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta
raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa
orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone:
rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa
380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato
segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR.
Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa
la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette
metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole,
le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle
condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.
Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale di un’Autorità marittima europea.
Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le
immagini ( https:// www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/) che documentano il salvataggio di
Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a
bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si
è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal
mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi
galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno
altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.
La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche
per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si
trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun
intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte dai Refugees tra le comunità
presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante.
Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini
con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un
allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri.
Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni
ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che
sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.
Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto
cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al
chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono
partite sette imbarcazioni.
Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di
un anno disperse in mare. oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel
nulla.
Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti
vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati
verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati.
Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e
che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione,
senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino.
Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche
autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti.
Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta
disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare. Il 30 gennaio il corpo
di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e
soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa.
Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di
quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che
centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati.
Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il
“lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze
dalle coste di Sfax? “Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans il
silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare
non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche
migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali
provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà.
Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme ai Rifugiati da
Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa
tragedia di inaudite proporzioni

il commento al vangelo della domenica

UN DIO DA PRENDERE IN BRACCIO
il commento di E. Ronchi al vangelo della seconda domenica del tempo ordinario
Is 49,3.5-6; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34
Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo.
Un agnellino, un Dio che viene non come leone ruggente, ma come uno che non si impone, che chiede di essere preso in braccio.
Ecco l’agnello, uno dei piccoli del gregge che riempivano di belati e di sangue il cortile del santuario. Anche l’agnello Gesù è stato ucciso. Chi è il mandante? Forse il Dio che sta nei cieli? Tristissima idea di Dio! Sarebbe fare mercimonio del suo amore, e un amore mercenario, che si paga, che si compra, è negazione d’amore.
Gesù non è venuto a portare il perdono, ha fatto molto di più: è venuto a portare se stesso, a mettere la sua vita dentro la vita dell’uomo, cuore dentro il cuore, respiro dentro il respiro, per sempre. Dio ha guardato l’umanità e l’ha trovata smarrita, malata, sperduta come agnellini in mezzo ai lupi, e non l’ha più sopportato. E si è fatto uomo.
Ecco l’agnello, ecco l’amore di Dio mescolato a me, la grazia mischiata alla mia disgrazia, per togliere via “quel” peccato al singolare, non i mille gesti sbagliati con cui continuamente laceriamo il tessuto del mondo, sfilacciando la bellezza delle persone.
Ma il peccato profondo, la radice malata che inquina tutto. In una parola: il disamore. Che è indifferenza, violenza, menzogna, vite lacerate, amori tossici, grembo e matrice di tutto il male del mondo.
Il mondo ci prova, ma non riesce a splendere; la terra ha tentato, ma non ce la fa a fiorire secondo il sogno di Dio; gli uomini non arrivano ad afferrare la felicità.
Allora Gesù viene, portando la rivoluzione della tenerezza, mettendosi contro una terribile, terribilmente sbagliata idea di Dio. L’agnello è un “no!” gridato al “così stanno le cose”.
Ecco l’agnello che toglie il disamore. Giovanni usa il verbo al presente, non un verbo al futuro. Cristo lavora ‘adesso’ in me, dentro i miei sbagli, dentro le mie ferite di ‘oggi’.
E in che modo? Nello stesso in cui opera nella creazione, come linfa di vite nei tralci. Per vincere il buio della notte Dio incomincia a soffiare la luce del giorno; per vincere il gelo accende il suo sole, per vincere la steppa semina milioni di semi; per vincere la zizzania del campo si prende cura della spiga. E ci chiede di passare liberi, disarmati, amorevoli fra le persone. Come lui.
Noi siamo inviati al mondo come braccia aperte, come fessura e feritoia di una rivoluzione, quella della tenerezza e della bellezza di Dio. Vorrei sottrarmi, ma il mio compito è provarci e riprovarci, con molte cadute e infinite riprese. Il resto non ci compete.
Mi basterebbe riuscire, come Giovanni l’immergitore, a indicare, di tanto in tanto, una direzione, un orizzonte, una fessura da cui traspaia un barlume della bellezza e della tenerezza di Dio, le due sole forze che salveranno il mondo.

il commento al vangelo della domenica

QUEL PICCOLO PASSO BUONO
Lc 16, 1-13
il commento di E. Ronchi al angelo della venticinquesima domenica del tempo ordinario
Una parabola dal finale spiazzante, come piaceva a Gesù: il truffato che loda il suo truffatore.
Ma non perché ladro, lo loda perché sorpreso dalla sua capacità di far fronte al problema. Non per la disonestà, ma per il capovolgimento: il denaro messo a servizio dell’amicizia.
È grande questo padrone. E’ un vero signore: ci sono famiglie che riceveranno cinquanta inattesi barili d’olio, venti insperate misure di farina, il padrone intuisce la loro gioia, e ne è contento. Ama la felicità dei suoi figli, più della loro fedeltà.
Infatti la truffa continua, eppure sta accadendo qualcosa che ne rovescia il significato: l’amministratore trasforma i beni materiali in strumento di amicizia, regala pane, olio – cioè vita – ai debitori.
Un primo e piccolo passo buono.
Il benessere di solito chiude le case, tira su muri, inserisce allarmi, sbarra porte; ora invece il dono le apre: mi accoglieranno in casa loro.
Quell’uomo scopre la fiducia, si fida, non mi volteranno le spalle, non saranno disonesti, non come me! Scommette sulla bontà delle persone.
La vita è fatta di piccoli passi buoni. Che sono sempre possibili. Dio non ci chiede di essere perfetti, ma di avanzare; ci vuole non tanto immacolati quanto incamminati.
Fatevi degli amici! Perfino con la disonesta ricchezza.
Il bene è sempre bene, è comunque bene. L’elemosina anche fatta da un ladro, non cessa di essere elemosina. Il bene non è mai inutile.
Fatevi degli amici! Non c’è comandamento più sereno e più confortante. Fatevi degli amici donando ciò che potete e più di ciò che potete, ciò che è giusto e perfino ciò che non lo è! Non c’è comandamento più umano.
Nessuno può servire due padroni, Dio e la ricchezza, il cui grande potere è quello di renderci atei. Il vero nemico, l’avversario di Dio nella Bibbia, non è il diavolo, non è neppure il peccato. Il vero competitor di Dio è la ricchezza.
La ricchezza è atea. E il ricco si ammala di ateismo. O di idolatria.
La soluzione che Gesù offre è “fatevi degli amici”: saranno loro ad accogliervi, prima e meglio degli angeli.
Perché io, amministratore poco onesto, che ho sprecato così tanti doni di Dio, dovrei essere accolto nella casa del cielo?
Perché Dio mi giudicherà non guardando me, ma attorno a me: guarderà ai miei debitori perdonati, ai poveri aiutati, agli amici abbracciati.
Uno così è un uomo già salvato, perché nelle braccia di chi hai aiutato ci sono le braccia di Dio.
E i tuoi amici ti apriranno la porta come se il cielo fosse casa loro, come se le chiavi dell’eternità per te le avessero trovate proprio quelli che tu, per un giorno o una vita, hai reso felici.
Chi vince davvero, qui nel gioco della vita e poi nel gioco dell’eternità? Chi ha accumulato relazioni buone e non ricchezze, chi ha fatto di ciò che possedeva un sacramento di comunione.

il commento al angelo della domenica

“veglia e apri la porta”

Luca 12,32-48

il commento di Bernard al vangelo della diciannovesima domenica del tempo ordinario

Tre parole mi restano nel cuore:
non avere paura,
attraversare la notte,
stare nella consapevolezze del presente.

Avere la speranza dell’alba
anche quando la notte sembra infinita,
quando le paure si allungano come ombre,
quando l’immaginazione popola il buio di mostri,
quando non vedo la luce sull’orizzonte.

Le notti insonni,
i pensieri oscuri che mi abitano
e i brutti ricordi che si affollano.
Soltanto i lampi delle bombe in lontananza
di questa storia che sto attraversando:
sembra che la vita non possa fare a meno
di ritornare nel buio della guerra.

Brutta la sensazione
di dover attraversare una notte
sempre più buia.
E non riesco a capire dove sto andando,
quando non mi riconosco
e ogni sagoma pare un pericolo da cui difendersi.

E il cuore… non so da che parte stia.
Se ho ancora speranza.
Se credo ancora alla promessa.
Se c’è ancora un tesoro da custodire.

Non lasciarti ingannare dallo scoraggiamento,
né dal terrore dell’oscurità.
Non temere il volto nascosto
dietro la porta chiusa.

Questa è la notte della responsabilità:
custodire ciò che mi è stato affidato,
che non è solo la mia vita.

Viviamo in un tempo in cui molti pensano solo a sé,
abusano, dominano,
decidono del destino degli altri,
come se fossero Dio.

Non voler stare nelle verità scomode.
Bloccare gli altri nel punto buio
in cui si persiste nell’errore,
limitare la libertà altrui,
condannare gli altri a una non-vita,
soffocando le emozioni più intime.

Non temere la tua fragilità, la tua piccolezza,
non temere il futuro,
non temere di non essere abbastanza.
Lui ha già deciso di donarti il Regno,
e non è un premio lontano
ma un respiro che si compie ora,
una Presenza che ti abita,
un silenzio vivo in cui tutto si ricompone.

Ti sussurra:
e non è un invito all’ansia,
ma alla lucidità del cuore.
A non farti addormentare dall’illusione
che la vita sia solo ciò che possiedi
o ciò che temi di perdere.

Lui viene quando meno te lo aspetti
e non sarà come un ladro.
Viene nella gioia e nel dolore.
Nel volto amico e nello sguardo estraneo.
Nelle parole che scaldano
e in quelle che pungono.
Viene nei giorni limpidi
e nelle notti che non finiscono mai.
E se la tua lampada è accesa,
lo riconoscerai.

Non lasciare che l’abitudine
copra la freschezza di ogni istante.
Non anestetizzarti con il rumore
o con i rimpianti del passato,
né con le proiezioni del futuro.
Il presente è il luogo santo dell’incontro,
il tempo sacro in cui Lui ti cerca,
ti trova e ti ritrovi.

Sii consapevole della tua presenza,
conosci te stesso.
Non addormentarti tra i pensieri,
non rimandare l’abbraccio
a un domani che non esiste.
Il Regno è adesso,
in questo respiro,
in questo sguardo,
in questo istante che non tornerà.

Dov’è il tuo tesoro, lì sarà il tuo cuore.
Se il tesoro è l’accumulo,
vivrai nella paura di perdere.
Se il tesoro è l’amore,
vivrai libera.
Il distacco non è rinuncia amara
ma spazio vuoto
che diventa grembo per il dono.

Molto ci è stato dato:
talenti, tempo, relazioni, possibilità.
E molto ci sarà chiesto:
non come peso
ma come responsabilità gioiosa.
Ogni dono che non condivido si spegne;
ogni dono condiviso si moltiplicherà.

Ti auguro di restare sveglia
quando il mondo ti vorrebbe distratta.
Perché vivere svegli non significa vivere tesi
ma vivere nella presenza.
Lascia che i pensieri passino come nuvole,
rimani ancorata alla consapevolezza
che osserva senza giudicare.
Questo è lo stato in cui Lui può trovarti pronta.

Ti auguro di essere luce,
non solo per te stessa
ma per chi cammina accanto a te nella notte.

Ti auguro di avere l’olio della sapienza
nel vaso del cuore,
perché la fiamma non si spenga
quando soffia il vento.

Ti auguro di riconoscerlo
in ogni volto,
in ogni mano che chiede,
in ogni evento che ti sorprende.

Ti auguro di non confondere Dio
con un giudice lontano, legislatore severo
ma di scoprirlo come una Presenza intima e viva,
che ti abita e ti respira dentro.

Ti auguro di vivere senza paura,
libera dall’ansia di trattenere,
capace di perdere per amore,
di svuotarti per accogliere,
di donarti senza calcoli.

Ti auguro di aprire le finestre
e lasciar entrare la luce,
di guardare le stelle
e sentirle vibrare in te.
Di tenere in mano la tua lampada
e camminare nella notte senza tremare.

Ti auguro di aprire la porta
quando sentirai bussare,
e scoprire che Lui era già lì, dentro:
nei tuoi occhi limpidi,
nella pace ritrovata,
nella gioia semplice di essere qui.

E quando Lui arriverà,
si cingerà le vesti,
ti farà sedere,
e passerà a servirti.
E tu saprai, senza bisogno di parole:
il Regno era qui,
da sempre.
Come un abbraccio che ti ricompone.
Bernard

Raniero La Valle e il suo domicilio a Gaza

“Perché prenderò domicilio a Gaza”

intervista a Raniero La Valle cura di Umberto De Govannangeli  in “l’Unità” del 6 agosto 2025


Raniero La Valle, scrittore saggista, politico, una delle grandi firme di una Rai che, ahinoi, non c’è
più. La Valle ha scritto un bellissimo libro Gaza delle genti. Israele contro Israele (Bordeaux, 2024),
ed è tra gli ispiratori di importanti iniziative a favore del popolo palestinese. Ne parla con l’Unità.
Eleggere il proprio domicilio a Gaza. L’iniziativa che la vede tra i promotori sta avendo un
importante riscontro. Quale ne è il senso nel momento in cui Benjamin Netanyahu annuncia
che Israele occuperà la Striscia di Gaza?
Il genocidio è compiuto, Netanyahu ha deciso di “finire il lavoro”. Gaza è condannata. La decisione
viene da lontano, sta scritta nella legge costituzionale del 2018, altrimenti non si andava a
festeggiare i “rave party” sul confine di Gaza.
L’iniziativa di prendere il domicilio simbolico a Gaza è un atto di speranza contro la speranza.
Un popolo, ucciso, risorge.
La proposta è partita da un piccolo gruppo di persone la sera del 23 luglio. Nella notte giunsero 50
adesioni, il 24 ne arrivarono 1.500, il 25 luglio 2.318, il 26 furono 1960, al 29 luglio i nomi erano
arrivati a 5235, tutti pubblicati sul sito “Prima loro”; poi abbiamo perduto il conto, perché per mille
rivoli, dai commenti agli articoli del sito, ai Facebook, ai social, se ne sono aggiunti altre migliaia, e
ne giungono ancora (lo si può fare all’indirizzo: domiciliatiagaza@primaloro.com).
Ciò vuol dire che la proposta ha risposto a un’esigenza diffusa, molto spesso angosciata, di gridare
contro il genocidio, di fare qualcosa, anche se solo di poter dichiarare la propria immedesimazione
nella tragedia delle vittime, contro l’omertà dei governi, la complicità dei giornali, l’indifferenza dei
partiti.
Era come se tutti ricordassero il monito lanciato da un martire dei nazisti, il pastore protestante
Dietrich Bonhoeffer, quando dal carcere di Tegel aveva ammonito: “Chi non grida per gli Ebrei, non
può cantare il gregoriano”, ossia non si può tornare alle cure e alla vita quotidiana se non si grida
contro lo sterminio; così ora non si può assistere ogni sera, alla televisione, ai bambini amputati,
affamati, scheletriti, alle folle prese a fucilate con le scodelle vuote in mano in cerca di cibo, alla
folla degli uccisi, degli scacciati, dei profughi senza fare altro che assistere, o passare alla
pubblicità.
L’obiezione è che l’elezione di domicilio a Gaza è solo simbolica, non vuol dire trasferire armi e
bagagli a Gaza, come irridono, per criticare sui giornali questa iniziativa, gli analfabeti dell’umano.
Tutti sanno che il domicilio è una cosa diversa dalla residenza; lo dice anche il Codice civile, il
domicilio è il luogo di elezione che uno dichiara come “sede principale dei suoi affari e interessi”,
ed eleggerlo lì dove non si abita non comporta né obblighi né formalità, mentre la residenza è lì
dove si ha la residenza abituale.
Ma oggi l’irrompere di questo simbolo, pur in un ambito ristretto come il nostro, è il sintomo che
ove lo si chiedesse, milioni di persone in tutto il mondo direbbero che Gaza è il proprio luogo
d’elezione, l’oggetto principale delle proprie cure; come alcuni ci hanno scritto: “Sotto le macerie
batte il mio cuore insieme ai familiari palestinesi sepolti vivi” o “la situazione di quei disperati,
prigionieri, uccisi ed affamati, mi impedisce di dormire serenamente”.
C’è chi potrebbe obiettare: sono solo gesti simbolici.
I simboli hanno una carica potente, perché vogliono dire mettere insieme una realtà e la sua figura.
E se la figura fosse che prima centinaia, poi migliaia, poi innumerevoli persone in tutto il mondo si
unissero alla popolazione di Gaza, così da far diventare idealmente i figli e abitanti di quella terra
numerosi “come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare”, come degli Ebrei dice
la Bibbia, ciò trasposto nella realtà renderebbe impossibile per chiunque pensare di sradicarli, di
ucciderli, o di trasformarli in servitori di ricchi bagnanti.
E verrebbe così annunziata la sconfitta di tutti i poteri indiscriminati e genocidi. Questo è il
significato di questa iniziativa, vista dalla parte delle vittime e di quanti prendono parte per loro. Ma
per Israele il significato è ancora maggiore, perché il segnale di questa condanna di massa di quanto
esso sta compiendo a Gaza rivela la profondità dell’abisso in cui sta cadendo.
Anzitutto è caduta la barriera linguistica che artatamente Israele aveva eretto per sventare ogni
critica alle sue politiche; l’espediente era che non si potesse parlare di genocidio, e che ogni
dissenso dalla condotta di Israele fosse un rigurgito di antisemitismo (la stessa Onu come “palude
dell’antisemitismo”, nelle parole di Netanyahu all’Assemblea delle Nazioni Unite). Era stato il
ministro degli Esteri Abba Eban che, dopo la guerra dei Sei Giorni, aveva scritto a tutte le
ambasciate di opporre l’accusa di antisemitismo a ogni dissociazione dalle scelte dello Stato
ebraico.
Ed ora quest’argine è caduto, per mano di Netanyahu, che degli antisemiti è il peggiore, il quale ha
trascinato nell’orrore e nel discredito lo Stato di Israele e messo a rischio anche la diaspora ebraica,
che non ce la fa a esprimere il proprio dissenso da lui in modo politicamente efficace. Ma al
genocidio ormai si grida nello stesso Israele. David Grossman, che alle guerre di Israele ha
sacrificato un figlio, ora dice: “Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva
per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore
spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. Genocidio. È una parola
valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto”.
Non solo Grossman…
Il genocidio è ammesso anche da due organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e
Physicans, che denunciano e descrivono nei loro rapporti per “for Human Rights” un “intento
genocida in tutto e per tutto”. E ancora più lancinante per il governo di Israele è la rivolta di piazza,
gli israeliani che agitano cartelli con la scritta “Libero il ghetto di Gaza”, le madri che dicono:
“quando mia figlia mi chiederà: e tu dov’eri?” potrò dire “io c’ero”, e le donne che fanno chiasso
con le pentole vuote come gli affamati di Gaza, come ha documentato Lucia Goracci, l’inviata del
Tg3 in Israele.
Un altro rovescio per il governo Netanyahu e i suoi accoliti, più o meno “religiosi” o “ortodossi”, è
l’eterogenesi dei fini che si è realizzata nel perseguire l’azione su Gaza. La Striscia di Gaza è stata
una preoccupazione costante di Israele, perché, con la sua popolazione esclusivamente palestinese,
rende difficile una colonizzazione o uno sbriciolamento come in Cisgiordania.
Per rendere sicuro Israele dal pericolo rappresentato dalla spina nel fianco di Gaza, la prima scelta
del governo era stata perciò di isolarla, ed evitare ogni contiguità o rapporto con i palestinesi, al
punto che Sharon ordinò ai coloni già insediativisi di ritirarsi e rientrare in Israele: ciò provocò una
sollevazione contro di lui dei rabbini che vietarono all’esercito di obbedirgli, e dei coloni e dei
sionisti per i quali Israele non doveva rinunziare a nessun lembo della terra di Israele, fino al punto
che Sharon fu raffigurato con la divisa da nazista e ripudiato.
Netanyahu e i suoi governi hanno fatto invece la scelta opposta: si sono compromessi con Hamas
coadiuvandola per usarla contro l’ANP e, quanto alla contaminazione con i palestinesi, gli Ebrei,
anche non israeliani, sono andati a fare i loro rave party fin sul confine di Gaza, ciò che era una
provocazione. Ne è seguito lo scempio del 7 ottobre, usato poi da Israele per vendere al mondo,
sempre più inorridito, la sua soluzione finale: così Gaza, da sterilizzata che era, è diventata la pietra
d’inciampo, il massimo rischio nel quale sta precipitando Israele.
Macron ha annunciato il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Francia, così la
Gran Bretagna del premier britannico Keir Starmer e altri Paesi europei. L’Italia, invece, non
lo farà, mentre continuiamo a vendere armi a Israele.
Forse di più è quello che ha fatto Mattarella, dicendo che in ciò che Israele sta compiendo a Gaza «è
difficile non ravvisare l’ostinazione a uccidere indiscriminatamente». Gli ha risposto il Presidente
israeliano Herzog, che ha detto di nutrire grande rispetto per Mattarella, ma “Israele non ha alcuna
‘intenzione di uccidere indiscriminatamente’”.
Eppure, lo stesso Herzog, il 18 marzo scorso quando Israele ruppe la tregua durata due mesi a Gaza,
aveva detto che era “impossibile non rimanere profondamente turbati per quello che sta accadendo
sotto i nostri occhi” e di essere profondamente preoccupato per il suo “impatto sull’equilibrio della
nostra Nazione”. È impensabile riprendere i combattimenti per portare a compimento la sacra
missione di riportare in patria gli ostaggi.
Lei è stato anche senatore della Repubblica. Cosa ha provato quando nell’Aula della Camera
dei deputati Matteo Salvini ha ricevuto il premio Italia-Israele?
Mi pare una cosa priva della minima importanza. Se non me lo diceva lei, neanche lo sapevo.
A Gaza, oltre l’umanità, è morto anche l’ultimo sussulto di dignità dell’Europa?
L’Europa ha perso la testa ed anche il cuore. Ora tre Stati dicono di voler riconoscere lo Stato
palestinese. Va benissimo come pressione politica, ma è del tutto vano nella realtà, perché Israele lo
ha ormai reso fisicamente impossibile. Ha ragione la Meloni quando dice che non si può
riconoscere uno Stato che non c’è. Ha ragione anche Caracciolo quando dice: “Si va dritti alla
soluzione finale secondo Netanyahu: noi o loro.
Illusione: sarà loro e noi. I vinti palestinesi e gli israeliani vincitori barricati nel piccolo Grande
Israele allargato a Gaza e Cisgiordania più coriandoli di Siria e Libano. Giungla nella giungla.
Noi, “neo-domiciliati a Gaza”, diciamo che “se dopo il crimine ci fosse un futuro”, la soluzione
sarebbe la riconciliazione tra Israeliani e Palestinesi, il perdono come culmine dell’umano,
l’abolizione volontaria e consapevole della memoria del male ricevuto, la costituzione di un
ordinamento, uno o due Stati, con pieni diritti in ciascuno per ambedue i popoli, secondo quanto
essi stessi decideranno. Una sorta di “Stati Uniti di Gerusalemme” in una comunità mediterranea ed
europee

per papa Leone i migranti sono missionari di speranza

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA 111ª GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2025

[4-5 ottobre 2025]

Migranti, missionari di speranza

Cari Fratelli e Sorelle,

La 111a Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato, che il mio predecessore ha voluto far coincidere con il Giubileo dei migranti e del mondo missionario, ci offre l’occasione di riflettere sul nesso tra speranza, migrazione e missione.

Il contesto mondiale attuale è tristemente segnato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni meteorologici estremi, che obbligano milioni di persone a lasciare la loro terra d’origine per cercare rifugio altrove. La generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana. La prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro.

Di fronte alle teorie di devastazioni globali e scenari spaventosi, è importante che cresca nel cuore dei più il desiderio di sperare in un futuro di dignità e pace per tutti gli esseri umani. Tale futuro è parte essenziale del progetto di Dio sull’umanità e sul resto del creato. Si tratta del futuro messianico anticipato dai profeti: «Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze. […] Ecco il seme della pace: la vite produrrà il suo frutto, la terra darà i suoi prodotti, i cieli daranno la rugiada» (Zc 8,4-5.12). E questo futuro è già iniziato, perché è stato inaugurato da Gesù Cristo (cfr. Mc 1,15 e Lc 17,21) e noi crediamo e speriamo nella sua piena realizzazione, poiché il Signore mantiene sempre le sue promesse.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: «La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini» (n° 1818). Ed è certamente la ricerca della felicità – e la prospettiva di trovarla altrove – una delle principali motivazioni della mobilità umana contemporanea.

Questo collegamento tra migrazione e speranza si rivela distintamente in molte delle esperienze migratorie dei nostri giorni. Molti migranti, rifugiati e sfollati sono testimoni privilegiati della speranza vissuta nella quotidianità, attraverso il loro affidarsi a Dio e la loro sopportazione delle avversità in vista di un futuro, nel quale intravedono l’avvicinarsi della felicità, dello sviluppo umano integrale. Si rinnova in loro l’esperienza itinerante del popolo di Israele: «O Dio, quando uscivi davanti al tuo popolo, quando camminavi per il deserto, tremò la terra, i cieli stillarono davanti a Dio, quello del Sinai, davanti a Dio, il Dio d’Israele. Pioggia abbondante hai riversato, o Dio, la tua esausta eredità tu hai consolidato e in essa ha abitato il tuo popolo, in quella che, nella tua bontà, hai reso sicura per il povero, o Dio» (Sal 68, 8-11).

In un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, anche lì dove tutto sembra perduto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza. Il loro coraggio e la loro tenacia è testimonianza eroica di una fede che vede oltre quello che i nostri occhi possono vedere e che dona loro la forza di sfidare la morte nelle diverse rotte migratorie contemporanee. Anche qui è possibile trovare una chiara analogia con l’esperienza del popolo di Israele errante nel deserto, il quale affronta ogni pericolo fiducioso nella protezione del Signore: «Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge. Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio; la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Non temerai il terrore della notte né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno» (Sal 91,3-6).

I migranti e i rifugiati ricordano alla Chiesa la sua dimensione pellegrina, perennemente protesa verso il raggiungimento della patria definitiva, sostenuta da una speranza che è virtù teologale. Ogni volta che la Chiesa cede alla tentazione di “sedentarizzazione” e smette di essere civitas peregrina – popolo di Dio pellegrinante verso la patria celeste (Cfr. Agostino, De civitate Dei, Libro XIV-XVI), essa smette di essere “nel mondo” e diventa “del mondo” (cfr. Gv 15,19). Si tratta di una tentazione presente già nelle prime comunità cristiane, tanto che l’apostolo Paolo deve ricordare alla Chiesa di Filippi che «la nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,20-21).

In modo particolare, migranti e rifugiati cattolici possono diventare oggi missionari di speranza nei Paesi che li accolgono, portando avanti percorsi di fede nuovi lì dove il messaggio di Gesù Cristo non è ancora arrivato o avviando dialoghi interreligiosi fatti di quotidianità e di ricerca di valori comuni. Essi, infatti, con il loro entusiasmo spirituale e la loro vitalità possono contribuire a rivitalizzare comunità ecclesiali irrigidite ed appesantite, in cui avanza minacciosamente il deserto spirituale. La loro presenza va allora riconosciuta ed apprezzata come una vera benedizione divina, un’occasione per aprirsi alla grazia di Dio che dona nuova energia e speranza alla sua Chiesa: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Eb 13,2).

Il primo elemento dell’evangelizzazione, come sottolineava San Paolo VI, è generalmente la testimonianza: «tutti i cristiani sono chiamati e possono essere, sotto questo aspetto, dei veri evangelizzatori. Pensiamo soprattutto alla responsabilità che spetta agli emigranti nei Paesi che li ricevono» (Evangelii nuntiandi, 21). Si tratta di una vera missio migrantium – missione realizzata dai migranti – per la quale devono essere assicurate un’adeguata preparazione e un sostegno continuo frutto di un’efficace cooperazione inter-ecclesiale.

Dall’altro lato, anche le comunità che li accolgono possono essere una testimonianza viva di speranza. Speranza intesa come promessa di un presente e di un futuro in cui sia riconosciuta la dignità di tutti come figli di Dio. In tal modo migranti e rifugiati sono riconosciuti come fratelli e sorelle, parte di una famiglia in cui possono esprimere i loro talenti e partecipare pienamente alla vita comunitaria.

In occasione di questa giornata giubilare in cui la Chiesa prega per tutti i migranti e i rifugiati, voglio affidare tutti coloro che si trovano in cammino, così come coloro che si prodigano per accompagnarli, alla materna protezione della Vergine Maria, conforto dei migranti, affinché mantenga viva nel loro cuore la speranza e li sostenga nel loro impegno di costruzione di un mondo che assomigli sempre di più al Regno di Dio, la vera Patria che ci aspetta alla fine del nostro viaggio.

Dal Vaticano, 25 luglio 2025, Festa di San Giacomo Apostolo

LEONE PP. XIV

Copyright © Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana

il commento al vangelo della domenica

“quelli della strada”

Lc 10, 1-12

il bel commentino della Caritas al vangelo della quattordicesima domenica del tempo ordinario

*A due a due* 🚶🏾🚶🏻‍♀️👣🌾

Come si *fa strada al Bene* che viene? 🚶🏾🚶🏻‍♀️
Innanzitutto, annunciandolo *a tutti*, non solo ai “nostri”. Poi senza preoccupazioni per se stessi, sapendo che *Dio provvede* a fornire ciò che serve. *Da testimoni*: il modo di presentarsi – soprattutto il modo di essere – è *parte importante dell’annuncio* che si vuole dare. 👣
Augurando – non imponendo – *la pace*. *Condividendo* un pezzo di strada con le persone a cui si è mandati. In modo gratuito, senza secondi fini. *Prendendosi cura* delle persone che si trovano in difficoltà, senza strumentalizzarle ma assicurando loro che la risposta alle loro domande *è già qui*. 👐
Buona settimana alle operaie e agli operai nella messe. 🌾

l’uso blasfemo di Dio

e alla fine fu arruolato anche Dio

di Tonio Dell’Olio

in “www.mosaicodipace.it” del 24 giugno 2025

“Ci tengo a ringraziare tutti e, in particolare, Dio. Ci tengo a dire che ti amiamo, Dio, e che amiamo
il nostro fantastico esercito. Proteggili. Che Dio benedica il Medio Oriente. Che Dio benedica
Israele e che Dio benedica l’America”. Queste sono le parole che concludono il discorso con cui
Donald Trump ha annunciato l’entrata in guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Ma perché arruolare
anche Dio in questa guerra assurda e sanguinosa? È un Dio – quello invocato e “convocato” da
Trump – ridotto a immagine di se stesso e della propria politica. Un Dio modellato come argilla sui
propri disegni, esattamente il contrario del Dio che chiede di ascoltare qual è la sua volontà e di
metterla in pratica. È un Dio che serve da copertura e giustificazione. Lo stesso Dio che con uguale
granitica convinzione viene invocato anche in Iran. Un Dio di parte che – nella convinzione dei suoi
devoti – sta con chi lo invoca e con i suoi amici e per questo li protegge: lì risiede il bene che va
difeso con la guerra. E quindi Dio diventa un Dio della guerra. Naturalmente quella giusta, quella
che viene presentata come dovere morale, bene assoluto. In realtà l’immagine del Dio di Trump è la
negazione del Dio delle scritture e di tutte le fedi. Un Dio che, ad esempio ci ha insegnato a “non
fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.

il commento al vangelo della domenica

PURO SILENZIO
Mc 14,12-16.22-26
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica del Corpus Domini
Oggi, Corpus Domini, non è la festa dei tabernacoli aperti o degli ostensori dorati da venerare.
Che cosa celebriamo?
Cristo che si dona? Neppure questo è sufficiente. La festa di oggi è ancora un passo avanti.
Io che faccio la comunione?
Non basta.
E’ Lui che viene a fare comunione con noi. E’ Lui in cammino.
Lui che percorre i cieli, Lui felice di vedermi, Lui che non chiede agli apostoli e a me di venerare quel Pane, ma dice molto di più: ‘io voglio stare nelle tue mani come dono, e nella tua bocca come pane, sangue, cellula, pensiero di te.
Tua vita’. Vuole perdersi dentro noi come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo.
La prima parola è: prendete. Gesù parla sempre con verbi poveri, semplici, diretti: prendete, ascoltate, venite, andate, partite; “corpo e sangue”. Ignote quelle mezze parole ambigue che permettono ai potenti o ai furbi di consolidare il loro predominio.
Gesù è così radicalmente uomo, anche nel linguaggio, da raggiungere Dio e da comunicarlo attraverso le radici, attraverso gesti comuni a tutti.
Prendete. Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: per essere trasformati. Quello che sconvolge, è ciò che accade nel discepolo più ancora di ciò che accade nel pane.
Allora mangiare e bere Cristo è molto più che fare la comunione, è “farci comunione”. Che Leone Magno sintetizza così: prendere il corpo e il sangue di Cristo tende a trasformarci in ciò che riceviamo.
Dio in me, il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola.
A che serve un Dio come pane chiuso nel tabernacolo, da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso?
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue “ha” la vita eterna. Adesso! Non “avrà”, come una specie di futuro tfr.
La vita eterna è già qui, libera e autentica, e fa cose che meritano di non morire, con Gesù che dice: prendete il mio corpo, tutta la mia umanità, il mio modo di piangere e ridere, di sedermi alla tavola di Zaccheo, di Levi, e a casa tua.
Ma noi di cosa nutriamo anima e pensieri? Di generosità, bellezza, profondità?
O ci saziamo di intolleranze, miopie dello spirito, paure di tutto?
Se accogliamo pensieri degradati, ci faranno come loro; se accogliamo pensieri di vangelo, ci faranno creature di bellezza.
Alla Messa ecco per noi un piccolo pane bianco che non ha sapore, che è puro e profondissimo silenzio.
Dono lieve come un’ala.
Ma accade qualcosa che i padri orientali chiamano deificazione (theosis), parola che fa tremare. Un pezzo di Dio in me perché io diventi un pezzetto di Dio nel mondo.
Finita la religione dei riti e degli obblighi, ecco la religione del corpo a corpo con Dio, la religione del tu per tu con Lui, che prima che io dica: “ho fame”, mi dice: “Prendete e mangiate”.
Mi ha cercato, mi ha atteso e si dona, e io posso solo accoglierlo e ringraziare.

i bambini e la guerra di sterminio a Gaza

lo strazio dei bambini lasciati morire di fame

di Caterina Soffici

Rahaf Ayad riesce a malapena a parlare e a muovere braccia e gambe. Le cadono i capelli, ha le
costole sporgenti, crampi e dolori in tutto il corpo, sbatte le palpebre lentamente. Rahaf è una
bambina di dodici anni e questi sono i sintomi di chi sta morendo di fame. A Gaza i bambini
muoiono di fame. Siwar Ashour, è nata a novembre, ha conosciuto solo la guerra. Ora ha sei mesi e
sua mamma Najwa Aram ha 23 anni. L’ha partorita nell’unica stanza rimasta di una casa distrutta,
dove vivono in 11. La foto di Najwa ci appare oggi sui telefonini, è diventata virale, come si dice.
Ha fatto il giro del mondo, crea scandalo e indignazione. Per quanto? Un giorno? Poi ce ne
dimenticheremo e scrolleremo altre immagini e altre storie.
Non si possono vedere i bambini morire di fame. Le organizzazioni umanitarie dicono che sono
70mila a rischio. Le storie di Rahaf e di Siwar sono due tra le tante. In verità due delle poche che ci
arrivano da Gaza, perché Israele ha sigillato la Striscia e da due mesi non entra un chicco di grano.
Sono storie che parlando di aiuti umanitari sequestrati, 5mila camion dell’Unrwa bloccati. Storie che
raccontano di un sacco di farina da 25 chili che prima della guerra costava 8 dollari e 30 centesimi e
oggi ne costa 416. Ma tanto nessuno ha più soldi e di farina non ce n’è. Così i bambini hanno
crampi allo stomaco e Rahaf dice che si sente il corpo bruciare dall’interno e chiede disperatamente
un pezzo di pollo, un uovo. Ma non c’è pollo e non ci sono uova. Non c’è più niente. Non ci sono
neanche gli ospedali dove andare a morire e i medici spiegano che morire di fame significa avere il
sangue avvelenato, insufficienza renale, danni al fegato, infezioni batteriche e microbiche e
l’immunità che cala a zero. Questo è quello che sta accadendo.
E quindi smettiamola di parlare di guerra in maniera generica. Che quando parliamo di guerra
pensiamo ai soldati, alle armi e ai droni. I professionisti e la geopolitica non ci raccontano di
bambini che muoiono di fame. E qui invece vogliamo parlare di bambini che muoiono sotto gli
occhi impotenti dei genitori.
I bambini non ci devono entrare. E quindi chiamiamo le cose con il loro nome. Quello in atto a
Gaza è un assedio che sta provocando una carestia. Assedio e carestia, due parole antiche, che
vengono direttamente dalla Bibbia. Le parole cambiano la narrazione. La carestia è fame, la fame è
un killer silenzioso, non fa rumore come una bomba, ma uccide lo stesso e Israele sta usando la
fame come un’arma. L’uso della fame come metodo di guerra è un crimine di guerra secondo il
diritto internazionale. È proibito dalla Convenzione di Ginevra e da tutti protocolli. Anche il
mandato di arresto del Tribunale penale internazionale per Benjamin Netanyahu (emesso lo scorso
anno) cita tra le accuse di usare la fame come metodo di guerra, ma Israele nega che ci sia un
problema di carestia, che c’è cibo a sufficienza nella Striscia, che acqua e farina non mancano. Il
piano sarebbe quello di “militarizzare” il controllo degli aiuti, facendoli filtrare a piacimento, perché
non finiscano nella mani di Hamas. È il fallimento ultimo di qualsiasi politica umanitaria, del
concetto stesso di aiuto umanitario, che deve essere imparziale e raggiungere chi ne ha bisogno, a
prescindere da qualsiasi altra considerazione. Rappresenta un valore etico che non dovrebbe essere
mai violato. Ma le convenzioni tra popoli civili e il diritto non sembrano avere più alcun peso.
Quanto pesa una lacrima? si domandava in una poesia Gianni Rodari. “La lacrima di un bambino
capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la Terra”.

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