la ‘lettera di natale’ dei preti del triveneto

 

Una rinnovata passione per Dio e per l'uomo

una rinnovata passione per Dio e per l’uomo

 
 

 la “lettera di natale 2017” di un gruppo di preti del triveneto

(pubblicata, come ogni anno, sul sito del Centro Balducci)

una rinnovata passione per Dio e per l’uomo insieme a papa Francesco 

Care amiche e cari amici il saluto più cordiale e amichevole a tutte voi, a tutti voi.

Ci sentiamo sollecitati, anche quest’anno, in prossimità del Natale, a condividere con voi esperienze, riflessioni, dubbi, preoccupazioni, interrogativi e l’esistenza di una possibile speranza. Siamo preoccupati come tanti di voi, per la situazione del mondo attuale, considerando insieme le nostre comunità locali e quella planetaria, nell’interdipendenza sempre più evidente e quotidiana della famiglia umana. Lo siamo anche come uomini e preti per lo scarto evidente tra il segno straordinario della presenza, delle parole e dei gesti di papa Francesco e la scarsa ricaduta nelle Diocesi e nelle parrocchie in diverse delle quali si procede come se il Vescovo di Roma non ci fosse. 

I MOTIVI DI PREOCCUPAZIONE

La condivisione delle preoccupazioni di tante persone che incontriamo in situazioni di povertà, di tribolazione, di abbandono si congiunge con le cause strutturali dell’impoverimento, della fame, delle oppressioni, della violazione dei diritti umani, delle guerre, della distruzione della Madre Terra e di tante espressioni della vita; dei diffusi atteggiamenti di pregiudizio, discriminazione e razzismo nei confronti dei diversi, in modo particolare degli immigrati. Avvertiamo la distanza abissale fra la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, di cui il prossimo 2018 si celebrerà il 70° anniversario, la nostra Costituzione, i principi ispiratori delle religioni, in particolare per quanto ci riguarda il Vangelo di Gesù di Nazaret e le diffuse e persistenti situazioni drammatiche che permangono su scala planetaria e che riguardano la vita di centinaia di milioni di persone. Le tante iniziative ed esperienze positive, per altro indispensabili e ammirevoli, pare non favoriscano processi di cambiamento strutturale di fronte alla forza straripante delle multinazionali, delle concentrazioni finanziarie, dell’esaltazione in varie forme del capitalismo, che per perseguire il suo fine perverso opprime, impoverisce, distrugge. Appunto ci preoccupa la mancanza di cambiamenti significativi che può indurre pericolosamente a fatalismo, rassegnazione e chiusura in ambiti individualistici. Siamo preoccupati della situazione attuale della politica, della crisi profonda di progetti, di contenuti, di rappresentanza, di metodo, sia a livello regionale sia nazionale, europeo e mondiale. La passione per il bene comune, la dedizione, la competenza nell’affrontare le questioni, la sperimentazione “dell’arte di uscire insieme dai problemi”, come don Milani e i suoi alunni hanno definito la politica, troppe volte sono assenti, per il prevalere di incompetenza, approssimazione, affidamento alla forza delle immagini e degli slogan gridati, che sostituiscono analisi, riflessioni e proposte serie. La dimensione gravemente mancante è soprattutto quella che dovrebbe sempre caratterizzare la politica, che è indispensabile per il governo della polis ai diversi livelli: il rapporto stretto, continuo, di ascolto e di partecipazione con i cittadini. Si potrebbe dire: meno riunioni nelle stanze riservate della politica e molti più incontri con le persone dei paesi, dei quartieri, delle città per percepire in diretta le situazioni, le storie delle persone, i bisogni, le attese, le speranze. 

CAMMINIAMO CON PAPA FRANCESCO

Abbiamo interamente dedicato a lui la lettera del Natale del 2013. La sua presenza come Vescovo di Roma e Papa ci ha fin dall’inizio incoraggiato e sostenuto; abbiamo percepito, in linea con papa Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, la Chiesa in cui crediamo e per cui ci impegniamo: in mezzo alla gente, povera e dei poveri, al servizio umile e disinteressato dell’umanità, liberandosi da ogni volontà di dominio e di prestigio, di alleanze con i poteri di questo mondo. Papa Francesco esprime con le parole quello che vive e il suo stile di vita rende credibili i suoi messaggi. Parole e gesti si intrecciano, si richiamano gli uni negli altri. La sua proposta non è ristretta nell’ambito di una Chiesa autoreferenziale, bensì percepita da tutta l’umanità. La fede nel Dio di Gesù e il riferimento continuo al suo Vangelo, l’attenzione ai poveri, ai migranti; la denuncia della follia di ogni guerra, dei produttori e dei commercianti di armi, le chiare prese di posizione contro la corruzione e le organizzazioni criminali delle mafie, l’attenzione agli operai, la condivisione esplicita delle lotte dei movimenti popolari mondiali, l’Enciclica Laudato si’ sulla custodia e la cura della casa comune sono alcune indicazioni del suo insegnamento. A proposito della Laudato si’, esprimiamo la nostra delusione per come, dopo poco tempo, nella Chiesa, salvo rare eccezioni, non abbia più alcuna attenzione. Noi pensavamo che per le Diocesi diventasse un testo di riflessione e di riferimento per un tempo significativo e nei seminari di studio e approfondimento per coloro che si preparano a diventare preti. Abbiamo registrato un totale disinteresse anche nel mondo politico: data la sua articolazione e ampiezza il testo avrebbe, a nostro avviso, costituito un’interessante riflessione su una questione decisiva

della nostra vita e di quella delle generazione future. Ci interroghiamo sul perché papa Francesco sia amato e sostenuto nella Chiesa e da tante persone che non si riferiscono ad essa e sia invece osteggiato e criticato da tante persone della Chiesa, anche preti, vescovi, cardinali, dai potentati finanziari e dai gruppi di potere mondiali e da chi prende da lui le distanze per la sua continua insistenza sull’attenzione ai poveri, ai deboli, ai migranti, per uno stile di vita sobrio ed essenziale. Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere dottrinale: la dottrina è certo importante ma sempre in relazione con le storie delle persone. Gesù di Nazaret non ha annunciato una dottrina, bensì ha proposto un nuovo modo di essere con se stessi, con gli altri, con Dio, con il denaro e con tutte le realtà del mondo. Chi identifica la fede con la dottrina ritiene che il papa sia in essa incerto, con riferimento alle indicazioni etiche, in particolar modo a quelle riferite ai rapporti di amore e alla sessualità. Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere centralizzato, a cominciare da quello inquietante della curia romana, con riferimento a tutte le concentrazioni di potere piccole o grandi nelle Diocesi e nelle parrocchie, per riproporre la Chiesa popolo di Dio in cammino nella storia, sinodale in cui il dialogo, il confronto, le decisioni sono comuni, non del vescovo o del prete e di alcuni collaboratori scelti a propria immagine e somiglianza. Non una Chiesa gerarchica, bensì di comunione, dove l’autorità svolge il suo compito che si caratterizza per un servizio umile e disinteressato alla comunità. Papa Francesco cerca di liberare le Chiesa dall’intreccio fra potere economico e politico. Le concentrazioni finanziarie delle IOR con i poteri occulti coinvolti, gravissimo scandalo per la Chiesa, rimesse in discussione certo con fatica e con tempi lunghi; la prospettiva riguarda le Diocesi e le parrocchie e chiede un rapporto trasparente con il denaro finalizzato alla vita delle comunità e a un’autentica, non occasionale, solidarietà con i poveri. Lo stesso orientamento riguarda anche uno stile di vita semplice, sobrio, essenziale; abitazioni dignitose, ma non lussuose e ricercate; auto utilitarie, frequentazioni di persone semplici.

Per quanto riguarda il potere politico, la presenza di papa Francesco ha liberato con evidenza la Chiesa italiana dall’abbraccio compiacente con il potere; le stagioni del progetto politico della Chiesa in Italia hanno supportato rappresentanti e scelte politiche lontani dal Vangelo, ricevendone appoggio e sostegno economico. Il terreno dei cosiddetti “valori non negoziabili” è diventato di reciproche e strumentali compiacenze. La Chiesa è chiamata sempre a schierarsi, a prendere la parte dei poveri e dei deboli, senza identificarsi con una forza politica, perché, nell’incarnazione della storia, dovrebbe sempre esprimere quell’ulteriorità che porta a scorgere i poveri, i fragili, i deboli, dei quali anche un programma di schieramento rischia di non porli come priorità, se non addirittura di dimenticarsene. Perché, come ci ricorda il Papa, “la Chiesa è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce incontro al prossimo, sollecita a servire senza seguire poteri mondani che la rendono sterile”. Nella lunga campagna elettorale già iniziata per le elezioni regionali e politiche nella primavera del 2018, anche se non in modo evidente, espressioni della Chiesa saranno cercate. Sarà sempre importante non lasciarsi catturare da nessuno per poter vivere con libertà e coraggio la profezia della denuncia e della proposta dei diritti umani uguali per tutti o non più tali, per ogni situazione che offende la dignità delle persone; con una attenzione particolare a un fenomeno già perdurante: quello di utilizzare la religione strumentalmente per finalità di consenso, per acquisire voti. Papa Francesco cerca di liberare la Chiesa dal potere liturgico, cioè da una liturgia autoreferenziale, che pretende la solennità esteriore. Celebra in modo semplice, con paramenti semplici, con il commento diretto e comprensibile del Vangelo. Ci pare importante ricordare la sua scelta molto significativa di celebrare ogni mattina l’Eucarestia a Santa Marta, con la comunità che si raccoglie, non nella cappella privata come i suoi predecessori, di aprire il Vangelo e commentarlo. Si può dire che questa modalità di essere non riguarda le singole giornate, ma l’intero progetto di Chiesa: Vangelo e vita, vita e Vangelo. La semplificazione nel senso positivo di avvicinarsi alle dimensioni più importanti, a quelle del mistero è criticata da coloro che, funzionari della religione, attendono il palcoscenico per l’esibizione. Papa Francesco non ha certo bisogno della nostra difesa; noi ancora una volta vogliamo pubblicamente dichiarare che camminiamo con lui per riformare la Chiesa. Fra le altre scorgiamo la motivazione fondamentale: lui ha parlato nuovamente al mondo di Dio, del Dio di Gesù che è misericordia, che è attento, si prende a cuore e si prende cura di tutte le persone qualsiasi siano le loro situazioni e condizioni. E’ questo il fondamento della “rivoluzione”, proprio perché la vera, grande questione riguarda Dio, la sua immagine, la sua percezione! Quale Dio dunque, dato che così facilmente oltre a poter essere insignificante è così spesso strumentalizzato per legittimare capitalismo, violenze, armi, guerre, razzismo, distruzione dell’ambiente?

Gesù di Nazaret ci libera da ogni possibile strumentalizzazione di Dio: il Vangelo delle Beatitudini e l’invito perentorio a riconoscerlo e ad accoglierlo nel più piccolo dei fratelli in difficoltà sono inequivocabili e non ammettono alibi. 

LA QUESTIONE DEI MIGRANTI

Già nella lettera dello scorso Natale abbiamo condiviso con voi alcune riflessioni sulla questione che non è una tra le importanti, bensì la più importante, quella decisiva, dirimente ogni altra anche perché ne assume in sé altre importanti, che sono le cause strutturali delle migrazioni forzate: impoverimento, dittature, violazione dei diritti umani, armi, guerre, disastri ambientali. Ricordiamo alcune connotazioni fondamentali: le migrazioni, sempre costanti nella storia dell’umanità, oggi hanno assunto una dimensione planetaria. Coloro che giungono fra noi ci rivelano qual è la situazione del mondo; chi sono loro; chi siamo noi: quali sono la nostra sensibilità, la nostra cultura, etica, politica, legislazione; qual è la nostra fede; ci rivelano la nostra storia. Un esempio: mai si ricorda negli incontri, tanto meno nei tanti strumentali dibattiti televisivi, che gli italiani del fascismo hanno usato i gas in Etiopia e bruciato nelle loro capanne donne e bambini. Quando arrivano oggi gli etiopi, dovremmo abbassare lo sguardo, provare vergogna e chiedere profondamente perdono. E’ fondamentale lo sguardo su coloro che arrivano perché questo esprime i vissuti e i pensieri del cuore. Perché nei paesi poveri dell’Africa, come ad esempio l’Uganda o in altri come il Pakistan o il Bangladesh, si accolgono i profughi con le risposte precarie possibili, senza muri, fili spinati, avversione pregiudiziale e altrettanto non avviene in Europa, in Italia, in Friuli Venezia Giulia e nel Veneto? Non intendiamo nascondere le complessità, ma questo non ci esime dall’esprimere un giudizio severo sulle istituzioni, sulla politica, sulla mentalità diffusa in una parte della popolazione, sugli inquietanti e pericolosi segnali di modi di pensare e di agire, come quelli dei gruppi neofascisti, che esprimono odio e pretendono che le persone diverse, in particolare i migranti, non siano presenti fra di noi. Il nostro paese al riguardo ha una memoria storica dolorosa se pensiamo alle leggi razziali del 1938 L’Europa ha dimostrato il suo volto peggiore; l’Italia ha il grande merito di aver salvato in mare decine e decine di migliaia di persone, ma non ha potuto evitare, anche perché lasciata sola, che in questi anni nel Mediterraneo i morti siano oltre a 40 mila. Durante la scorsa estate abbiamo constatato la criminalizzazione delle ONG, in generale della solidarietà e le scelte politiche del governo italiano nei confronti delle quali esprimiamo tutta la nostra contrarietà: per le modalità, i finanziamenti a gruppi motivati unicamente da interessi economici, le conseguenze di far continuare la prigionia dei migranti nei lager della Libia o di farli in essi ritornare, con torture e angherie di ogni genere e anche, come è stato documentato ultimamente, con la tratta degli schiavi. Il fatto che i migranti non arrivino o arrivino in numero minore si è trasformato in un cinico sollievo di una parte della popolazione italiana. La contrapposizione all’approvazione dello ius soli temperato ci pare veramente pretestuosa, faziosa, senza fondamenti credibili, un pretesto per l’avversione. Ci soffermiamo un momento sulla situazione delle regioni del nordest, con attenzione alla nostra, per rimarcare alcuni atteggiamenti e situazioni concrete che ci hanno addolorato e sdegnato. Ci chiediamo: perché la memoria storica dell’emigrazione di decine e decine di migliaia di emigranti friulani e giuliani insegna così poco? Perché la memoria storica della straordinaria solidarietà vissuta nel dopo terremoto non si trasforma in sensibilità dell’accoglienza E’ per noi sconcertante che l’annunciato arrivo di 10, 15, 18, 25 persone in un paese susciti reazioni viscerali di rifiuto a prescindere. E questo con l’invocazione della identità, della cultura, dell’essere a casa propria, dell’essere cristiani e cattolici. Certamente le istituzioni e la politica hanno le loro responsabilità nel non progettare, informare, predisporre, accompagnare, sostenere. Ma ugualmente queste reazioni di emotività irrazionale attengono all’antropologia, al nostro essere donne e uomini, in relazione con gli altri, nella storia in divenire. A proposito di progetti, nella Lettera di Natale 2016 ci siamo permessi di indicare le zone di montagna come possibilità di inserimenti progettuali di migranti a beneficio di tutti con il coinvolgimento di italiani. Auspichiamo che la politica finalmente possa porre attenzione a queste prospettive a cominciare dai programmi delle prossime elezioni con l’impegno di attuarli. Sentiamo l’esigenza di un salto di spiritualità incarnata nella storia, di cultura, di ripresa dei diritti umani fondamentali, di una politica seria che assuma le questioni e non le faccia diventare motivo di contesa e di lotta, senza costruire possibili risposte positive. Le paure indotte da diverse concause, i problemi sociali irrisolti degli italiani favoriscono un conflitto con chi arriva e l’indicazione di loro come responsabili dei problemi e delle mancate soluzioni. Papa Francesco nel messaggio per la celebrazione della 51a Giornata Mondiale della Pace, il 1o gennaio 2018, propone a tutta l’umanità una riflessione su migranti e rifugiati: “Uomini e donne in cerca di pace” ricordando che “quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano” e indica le quattro pietre miliari per l’azione: “accogliere, proteggere, promuovere, integrare”. Se poi nella nostra Regione si verificano in continuità con gli anni precedenti situazioni, come avvenuto nel periodo appena trascorso, di persone che dormono all’addiaccio (stranieri e italiani), a Pordenone, Trieste, Udine, Gorizia, della scandalosa condizione di coloro che in questa città hanno trovato l’unico riparo nella Galleria Bombi, allora significa che ci sono carenze e inadempienze a livello strutturale. Quella in cui stiamo vivendo è una situazione nuova in cui si prepara una nuova umanità di convivenza fra le persone diverse: dipenderà anche dalle scelte di oggi la qualità della convivenza del futuro. 

ATTENZIONE E PREMURA NEI CONFRONTI DEI POVERI, DEI DIVERSI, DEI CARCERATI 

Ci sentiamo preoccupati e addolorati per la mentalità che si diffonde nella nostra società di indifferenza e disprezzo nei confronti delle persone etichettate come diverse, del fastidio che si manifesta nei confronti dei deboli e dei poveri, della mentalità escludente e vendicativa nei confronti dei carcerati. Ogni volta che questo accade nelle città e nei paesi, constatiamo che vengono stracciate la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la nostra Costituzione, il Vangelo di Gesù di Nazaret, i principi ispiratori delle diverse religioni. Avvertiamo urgente e indispensabile una rinascita spirituale profonda, la crescita della cultura e della pratica dei Diritti Umani, il riferimento al Vangelo accolto in tutta la sua provocazione, il suo sostegno e conforto. In particolare, per quanto riguarda i carcerati, da tempo abbiamo appreso la Dichiarazione che “la civiltà di un paese si misura dalle condizioni delle carceri”. Applicata all’Italia ci lascia sgomenti. La certezza della pena è indubbiamente importante ma non può significare la sepoltura delle persone nella colpa in situazioni di disumanità, bensì configurare percorsi rieducativi come afferma la Costituzione, umani e umanizzanti. 

VIVERE E MORIRE CON DIGNITÀ

Desideriamo condividere con voi alcune considerazioni sul vivere e morire con dignità, suggerite dall’incontro con le storie di sofferenza di tante persone e anche dalle recenti riflessioni di papa Francesco e dalle dichiarazioni di Michele Gesualdi, discepolo di don Lorenzo Milani, uomo di fede e di servizio agli altri. La questione è molto delicata perché in essa si concentrano dimensioni diverse. Ogni persona umana deve essere sempre rispettata nella sua dignità e libertà, nella sua storia e nelle situazioni di sofferenza e malattia. Quando queste diventano estreme, il rispetto richiede il non accanimento terapeutico, l’assecondare la volontà del malato e dei suoi famigliari. Così papa Francesco: “… occorre un supplemento di saggezza perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.” Già Pio XII, 60 anni fa, in un discorso ad anestesisti e rianimatori, ha affermato che non c’è l’obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. Ancora papa Francesco: “E se sappiamo che dalla malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte”. Nessuno deve sollecitare o indurre a morire qualcuno ed egualmente nessuno deve costringerlo a vivere in condizioni disumanizzanti.

Siamo anche favorevoli all’autodeterminazione della persona malata espressa in condizioni di buona salute o nella situazione di sofferenza; se questo non è possibile tramite un’altra persona delegata. Qualcuno osserva che l’autodeterminazione si porrebbe contro Dio che ci ha donato la vita. Consideriamo che il dono della vita comporta libertà e responsabilità. L’autodeterminazione non è quindi contro Dio ma invece può essere vissuta di fronte a Lui, in dialogo con Lui, affidandosi pienamente a Lui, anche perché la vita non è l’assoluto biologico della stessa e noi saremo accolti nel suo Mistero di vita. Speriamo quindi che la legge sul biotestamento, passata alla Camera e ora ferma al Senato, sia stata approvata quando questa nostra lettera sarà pubblica, se non lo fosse sarebbe un segno negativo. 

LE RAGIONI DELLA SPERANZA

E’ possibile sperare? Quali le motivazioni, quali le ragioni? E’ possibile scorgendo quotidianamente fra le tribolazioni, i dolori, le diverse difficoltà i segni positivi di persone, di gruppi, di comunità che, animati da ideali, da fede, dalla disponibilità alla concreta prossimità, si dedicano con passione, gratuità e perseveranza. Insegnanti, amministratori, professionisti, medici, infermieri che vivono la loro competenza in modo veramente umano; tante persone coscientemente volontarie. E questo in ogni parte del mondo. Consideriamo un segno di speranza l’assegnazione del Nobel per la Pace 2017 a ICAN per la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.

La prossima memoria viva del Natale è motivo di speranza. Gesù di Nazaret è venuto, uomo fra noi, per annunciare la speranza del Regno di Dio, di una nuova umanità di fratelli e sorelle, di giustizia e di pace: questo è il sogno di Dio sull’umanità; Lui ci propone di coinvolgerci per contribuire a realizzarlo, assicurandoci la sua presenza come riferimento, guida e sostegno.

Il bambino del Natale è l’incarnazione di Dio, che ha scelto la carne dei poveri e che nella carne dei poveri verrà ucciso, che ci giudicherà sui nostri atti di solidarietà nei confronti dei poveri. Vivente oltre la morte, ci accompagna, come i due viandanti di Emmaus, oggi sulle strade delle nostre vite. La memoria viva dell’autentico Natale ci dice che le speranze che più sembrano impossibili sono rese possibili da Dio, dalla fiducia in Lui nel credere che questo può avvenire ogni giorno. Questa speranza assume tutte quelle che nascono dal dolore, dalla fame e sete di giustizia, non può che essere una speranza condivisa con gli altri, che ci avvicina come fratelli e sorelle, come compagni nel cammino della vita.

 

I preti firmatari

 

Pierluigi Di Piazza, Franco Saccavini, Mario Vatta, Pierino Ruffato, Paolo Iannaccone, Giacomo Tolot, Piergiorgio Rigolo, Renzo De Ros, Luigi Fontanot, Alberto De Nadai, Albino Bizzotto, Antonio Santini.

 

CONVOCAZIONE ASSEMBLEA 

Noi firmatari della lettera di Natale invitiamo tutte le persone, della nostra Regione e anche di altre, di diverse ispirazioni e percorsi, che hanno a cuore l’insegnamento di papa Francesco e le riflessioni proposte in questa lettera a partecipare a una pubblica assemblea che intitoliamo

“Una rinnovata passione per Dio e per l’uomo insieme a papa Francesco”

che si svolgerà nel Centro di accoglienza e di promozione culturale “Ernesto Balducci” di Zugliano (Udine) Sabato 17 febbraio 2018 dalle ore 9.30 alle 16.00

L’assemblea è aperta a tutti, la partecipazione è libera. Sarà reso noto successivamente il programma dettagliato della giornata. Si chiede la cortesia di segnalare la propria presenza personale o del gruppo e comunità di appartenenza, indicando possibilmente il numero delle persone partecipanti, scrivendo o telefonando alla segreteria del Centro Balducci entro mercoledì 31 gennaio.   

e-mail: segreteria@centrobalducci.org

 

Telefono: 0432-560699

* foto di Pietro Piupparco, tratta da Flickr, immagine originale e licenza

caro Dio … non sappiamo a chi rivolgerci

lettera aperta a Dio

non sappiamo a chi rivolgerci …

(in un momento storico difficile, soprattutto in mezzo agli ‘invisibili’, ai ‘condannati per reato esistenziale’)

da: ‘altranarrazione’

noi vorremmo fare come te. Ma siamo soli, c’è un clima diffuso di torpore che ostacola. Sono rarissime le voci che rompono il compromesso tra benestanti con il problema della noia e i loro assistenti spirituali. Il professionista che porta soldi e prestigio viene ossequiato, il povero che chiede soldi e disturba le “funzioni” fa anticamera, o peggio, allontanato. Ci fanno sentire eretici quando diciamo che Tu sei presente nei diseredati come nel tabernacolo”

Non sappiamo a chi rivolgerci. Sentiamo che ci chiami negli abissi della terra, in mezzo agli invisibili, ai condannati per reato esistenziale. Ma gli esperti, quelli che dicono di aver lasciato tutto per Te, Signore, ci ammoniscono di non esagerare. Ci spiegano che i poveri non sono solo i mendicanti (di solito li chiamano barboni) e la povertà non è solo materiale, ma anche spirituale: carrierismo, infedeltà coniugali, ed altri disagi tipicamente borghesi. Altri ci scherniscono domandandoci, con un ghigno di circostanza, se vogliamo andare anche noi nelle baracche. Altri ci scoraggiano dicendo che aiutiamo ubriaconi, parassiti, e comunque persone che non si meritano nulla (secondo il loro amorevole giudizio). Ma soprattutto che la nostra attività è totalmente inutile. Allora, noi, ci mettiamo alla ricerca, ma nel Vangelo l’utilità non è contemplata.

Ci dicono che occorre interpretare Matteo 25, e che non va preso alla lettera, a differenza dei c.d. 10 comandamenti (soprattutto il sesto). Allora noi, tra questi, ci mettiamo alla ricerca ma nella lista delle priorità riportata dall’evangelista di genitori/fratelli/amici delusi per il mancato premio aziendale, nervosi per il traffico o per aver litigato con i condòmini non c’è traccia. Piuttosto si fa riferimento ai lontani, gli sconosciuti, e proprio a quelli che hanno sbagliato. Infatti si tratta del Vangelo, non del manuale del bravo cittadino. Non lo comprendono, è la Tua logica “al contrario” a risultare indigesta. Ti vedono come uno che premia l’impegno e lo sforzo e si aspettano il salario. Rivendicano il contraccambio e così fanno nelle relazioni sociali. Ma tu sei il Dio degli operai dell’ultima ora, che viene per condividere e non per retribuire. E noi vorremmo fare come te. Ma siamo soli, c’è un clima diffuso di torpore che ostacola. Sono rarissime le voci che rompono il compromesso tra benestanti con il problema della noia e i loro assistenti spirituali. Il professionista che porta soldi e prestigio viene ossequiato, il povero che chiede soldi e disturba le “funzioni” fa anticamera, o peggio, allontanato. Ci fanno sentire eretici quando diciamo che Tu sei presente nei diseredati come nel tabernacolo.

Per recuperare qualche testimonianza che ci possa incoraggiare andiamo nelle biblioteche a disseppellire dalla polvere i testi che parlano dell’opzione preferenziale per i poveri. E se non ci fossero state le parole di questi “martiri” autentici forse ci saremmo arresi. Ma questi “scandali” ci hanno anche insegnato una cosa fondamentale: per collaborare alla costruzione del tuo Regno si deve prendere l’iniziativa (“Primerear”* come direbbe Papa Francesco). E questa, oggi, è la nostra gioia più grande: renderci disponibili al Tuo progetto ritirando tutte le deleghe.

*”prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi” (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 24)

 

una lettera a sostegno di papa Francesco

in 50 000 firmano per Francesco

di Thomas Seiterich
in “www.publikforum.de” dell’11 novembre 2017 

una lettera per esprimere sostegno a papa Francesco: chi la sottoscrive? Per ora lo hanno fatto più di 50 000 persone. L’iniziativa “Pro-Pope-Francis” è partita dal teologo pastorale viennese Paul Michael Zulehner e dal filosofo delle religioni ceco Thomas Halik. L’iniziativa viene presa in considerazione in Vaticano? Ce lo chiediamo.

“Stimatissimo papa Francesco”

– con queste parole comincia la lettera di sostegno. E così il tono è dato. Lo scarno testo, che si può leggere e comprendere in due minuti, si appella al mainstream della Chiesa cattolica. Il gruppo che viene sollecitato è quello delle persone “aperte” o, come dice Zulehner, è “alla maggioranza che finora è rimasta in silenzio” che si vuole dare con questa lettera di sostegno una possibilità di agire. Per questo è molto scarna e senza note a pié di pagina. Ma la situazione, secondo i proponenti Zulehner e Halik, è seria.

“(papa Francesco) le sue iniziative pastorali e il loro fondamento teologico vengono in questo periodo aspramente attaccate da un gruppo di persone nella Chiesa. Con questa lettera aperta esprimiamo la nostra riconoscenza per la sua conduzione coraggiosa e teologicamente fondata”.

L’iniziativa viene presa in considerazione dal papa? “Sì, si suppone di sì”, risponde padre Bernd Hagenkord, gesuita e direttore del settore di lingua tedesca di Radio Vaticana. Anche gli altri giornalisti vaticanisti interpellati da Publik-Forum a Roma annuiscono. Ma non danno molta importanza alla cosa. Perché? Cattolici conservatori e attivisti tradizionalisti dell’America sia meridionale che settentrionale hanno già da tempo raccolto numeri ancora più elevati di firme contro Francesco e la sua linea sui temi di matrimonio e famiglia. Bisogna che da Vienna venga ben altro! Molti quindi restano semplicemente in atteggiamento di attesa. Però per papa Francesco, attaccato dai conservatori, è utile l’iniziativa di Zulehner e Halik, il cui numero di sottoscrittori cresce di più di 2000 al giorno. L’attacco dei conservatori in Vaticano ha come bersaglio fondamentalmente la nota 352 dell’esortazione post-sinodale di Francesco Amoris laetitia. Perché in quella nota il papa spiana la strada in molti “casi particolari” alla possibilità che divorziati e risposati cattolici possano fare la comunione. Tuttavia la luna di miele tra i media a Francesco, che è durata sorprendentemente a lungo, sembra avvicinarsi alla fine. Molti giornali – come la Frankfurter Allgemeine Zeitung o il New York Times – danno la precedenza ai critici del papa. E anche se non è un fatto straordinario che un papa progressista si trovi confrontato a una ondata di protesta globale da parte di ecclesiastici di destra, il cambiamento di atteggiamento dei media lascia intendere quanto sia conflittuale la situazione a Roma. Tanto più che Francesco non manda alcun segnale di annullamento della linea di apertura della Chiesa sotto la sua guida. Come si va avanti? Quasi completamente senza alcuna organizzazione, l’iniziativa viennese raccoglie ogni giorno molti nuovi simpatizzanti. Il 9 novembre ha firmato il primo vescovo ausiliare tedesco, Matthäus Karrer di Rottenburg-Stoccarda. E accanto a Suor Lea Ackermann, a Pierre Stutz, al politico dei Verdi Volker Beck, all’editore di Publik-Forum Wolfgang Thierse e a Thomas Sternberg, presidente del Comitato Centrale dei cattolici tedeschi, c’è anche la firma del vicario generale della diocesi di Essen, Klaus Pfeffer.

papa Francesco è il papa che Lutero avrebbe voluto 500 anni fa

 

Lettera a papa Francesco. Il papa che Lutero avrebbe voluto

lettera a papa Francesco

il papa che Lutero avrebbe voluto

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 35 del 14/10/2017

Caro papa Francesco

lo sai, il 2017 è un anno importante per i luterani. In molti siamo elettrizzati nel commemorare l’audacia di un monaco agostiniano del XVI secolo, che il 31 ottobre 1517 affisse le sue 95 tesi al portone della cattedrale di Wittemberg. Le dita volano sulla tastiera per celebrare o discutere in modo febbrile contributi e punti deboli di Martin Lutero. Io, però – “marinata” nel luteranesimo americano per quasi tutta la vita – mi trovo a scrivere a te, il capo della Chiesa cattolica.

Forse è un momento particolare per le lettere degli ammiratori luterani. Eppure,

da quando sei diventato vescovo di Roma nel 2013, sono sempre più convinta che sei il papa che Lutero avrebbe voluto 500 anni fa.

Ecco quattro motivi.

1. Ci aiuti a vedere Cristo nel prossimo. 

Lutero ha sempre insistito sull’“amore per il prossimo” come nodo decisivo per amare Cristo e rispondere a un mondo che fa del male. Identificava il prossimo nel sofferente, chiunque esso fosse. Inveiva contro il disprezzo del povero e dell’affamato. Invocava la creazione di una cassa comunale per l’assistenza sociale. Aborriva le pratiche dell’usura e la vendita delle indulgenze.

Una volta hai detto: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!», e hai dato al mondo innumerevoli esempi di una Chiesa del genere. Il tuo primo viaggio pastorale fuori Roma è stato per incontrare i migranti che fuggivano dalla povertà e dalla violenza. Hai lavato i piedi a musulmani, a donne, a detenuti. Hai fatto installare bagni e docce in Vaticano per coloro che vivono per le strade di Roma. Dopo il tuo discorso storico del 2015 a una seduta congiunta del Congresso Usa, hai pranzato non con l’élite di Washington, ma con gli ospiti di un centro per senzatetto.

2. Ci aiuti a vedere Dio nella creazione.

Lutero amava la vita nelle sue forme variegate e affascinanti: le sue acque vivificanti, le sue creature, i paesaggi. Nei suoi scritti faceva continuamente riferimento alla creazione e alla vita quotidiana. Assaporava il piacere di condividere il cibo, il vino e la conversazione, connettendo questa sorta di comunione con il sacramento. In breve, Lutero individuava il divino “in, con e sotto” tutto il creato.

Tu hai scelto il nome di Francesco d’Assisi, che amava la Terra e tutte le sue creature. La tua prima enciclica, Laudato Si’, mette a nudo il fatto che il cambiamento climatico aggrava ogni altro male sociale e la crudele ironia per cui coloro che meno contribuiscono al degrado della nostra casa comune ne stanno pagando il prezzo più alto. Ci chiedi di affrontare non solo queste dure realtà del pianeta, ma anche le parti di noi che non vorremmo vedere: egoismo, indifferenza e intenzionale ignoranza.

Ma la Laudato si’ esprime anche una profonda speranza. Hai scritto: «Essendo [l’essere umano] stato creato per amare, in mezzo ai suoi limiti germogliano inevitabilmente gesti di generosità, solidarietà e cura» (n. 58). Il cuore della storia cristiana è in un richiamo profetico a una nuova vita, una resurrezione che non riguarda semplicemente la salvezza delle anime, ma atti concreti che restaurino e rinnovino la vita qui ed ora. Significa scongelare i nostri cuori e aprirli all’esterno in un autentico amore di sé, del prossimo, del pianeta e di Dio.

3. Coniughi umiltà e audacia.

Lutero accusava la Chiesa di papa Leone X di essere “gonfia” di superbia opulenta e di avidità. Lo faceva infuriare vedere chierici ordinati abusare della fiducia, delle risorse finanziarie, della fede e del timore del loro gregge. Voleva profondamente che i cristiani, ordinati e laici, comprendessero che siamo paradossalmente liberi in Cristo e allo stesso tempo chiamati a essere “servi di tutti”.

La tua testimonianza nel mondo è di grande umiltà, a partire dalla decisione di vivere in un semplice appartamento invece che nel palazzo apostolico. Non hai paura di chiedere scusa. Comprendi la visione di Lutero per cui l’essere umano è allo stesso tempo santo e peccatore, che ogni persona è sempre sia amata sia incompleta, capace di esprimere grazia e riconciliazione ma sempre bisognosa di riconciliazione e perdono.

Allo stesso tempo sei una rockstar. Sei apparso sulla copertina di Rolling Stone e sei stato nominato da Time “persona dell’anno”. Come Lutero, hai raggiunto la fama internazionale in una cultura dell’immagine e utilizzi strategicamente le sue tecnologie. Lutero usava Facebook e Snapchat dei suoi tempi: incisioni su legno, stampa, affissione pubblica di documenti. Attraverso interviste a braccio e conferenze stampa, Twitter e programmi di divulgazione, tu fai uso della tua posizione privilegiata per focalizzare la nostra attenzione su temi che spesso vogliamo evitare: disuguaglianza inaccettabile, fame cronica, abusi dei diritti umani, devastazioni della guerra.

4. Ispiri una speranza e un’azione creativa.

Lutero non aveva intenzione di rompere con la Chiesa cattolica, ma la sua fiera oratoria e il suo esempio audace innescarono un movimento e un rinnovamento della fede che non riuscì a anticipare pienamente né a contenere. La sua traduzione della Bibbia in tedesco la rese disponibile al pubblico per la prima volta e i suoi inni contribuirono ad accrescerne la partecipazione più piena alla liturgia. Il suo humour e la sua passione attirarono la gente in un’azione coraggiosa e in una comunità creativa.

Anche tu sei fonte di ispirazione per molti nel pianeta. Nella parola e nell’azione rendi quanto mai chiaro che ciascuno ha un contributo da offrire. Insieme, abbiamo molto da fare: scienziati, capi religiosi, manager, artisti, ingegneri, insegnanti, imprenditori, avvocati, teologi, politici. Ora è il momento per noi di essere, come direbbe Lutero, “il sacerdozio di tutti i credenti” (e, aggiungo io, dei non credenti).

Tu sei fonte di ispirazione per me, papa Francesco. Mi aiuti a trovare il coraggio di vivere con uno scopo. Quindi, con coraggio, chiudo questa lettera con una fervente richiesta: che tu preghi per gli Stati Uniti e il mondo in questi tempi tumultuosi e confusi, che troviamo la nostra strada con il minimo danno a noi stessi e agli altri. Ti chiedo di pregare senza sosta perché l’umanità si svegli ascoltando la miriade di grida della creazione per fare in tempo qualcosa di significativo.

Dio ti benedica, Santo Padre. Sappi che prego con e per te.

* Aana Marie Vigen è membro della Chiesa evangelica luterana in america, è docente associata di Etica sociale cristiana presso la Loyola University Chicago. Articolo apparso su “America magazine” (19/9). Testo originale: https://www.americamagazine.org/faith/2017/09/19/lutherans-love-letter-pope-francis

 

la lettera della comunità musulmana a papa Francesco

Bologna

la comunità islamica scrive al papa

“condividiamo le sue posizioni e condanniamo ogni violenza”

lettera al Pontefice in occasione della visita nel capoluogo emiliano:
«Ci riconosciamo tutti figli di un padre, siamo in prima linea per contrastare il male di questi tempi bui»
salvatore cernuzio
bologna

prima la condanna di «ogni forma di violenza», poi la garanzia di un forte impegno per «contrastarla con tutti i mezzi a nostra disposizione», insieme al rifiuto di «ogni forma di strumentalizzazione religiosa» che «fomenti odio, razzismo» e anche «islamofobia».

La storica Comunità islamica di Bologna, radicata da decenni nel territorio, scrive a Papa Francesco in occasione della visita nel capoluogo emiliano per ribadire la vicinanza di vedute riguardo a tematiche come pace, giovani, creato, lotta al terrorismo e la volontà di proseguire insieme per far sì che possa tornare la luce in questi «tempi bui» agitati da intolleranza, diffidenza, razzismo.   

«Santità, ci riconosciamo tutti figli di un padre, Abramo, che ci ha insegnato il valore della fiducia, della pazienza e dell’amore»,

afferma la Comunità musulmana bolognese nella missiva consegnata al Pontefice dal portavoce Yassine Lafram al termine dell’Angelus in Piazza Maggiore e riportata dai media locali.

«Seguiamo con interesse e attenzione il suo operato – si legge – e non possiamo che condividere posizioni come quelle da Lei espresse sul tema della povertà e dell’accoglienza, e sulla necessità di una riforma sociale, oltre che di una difesa dell’ambiente che implichi una riforma radicale nell’approccio al rapporto tra uomo e Creato».  

I musulmani di Bologna dicono di sentire come proprio «il dovere di sostenere i giovani dando loro spazio e opportunità», come pure «il dovere di contribuire a una riforma sulla legge della cittadinanza e il diritto di vivere ciascuno la propria fede nella pratica quotidiana». 

In tal senso si ribadisce nella lettera l’apprezzamento per «il percorso intrapreso sulla via del dialogo interreligioso» che ha permesso di «instaurare ottimi rapporti con le comunità religiose della città, in primis con la Chiesa locale», nella persona dell’arcivescovo Matteo Zuppi. «Lo facciamo convinti della necessità di costruire ponti per permettere a tutti di ascoltare ed essere ascoltati». 

«Mai come oggi – afferma la Comunità islamica – è necessaria una forte operazione culturale che spinga le persone a cercare nell’altro se stessi, perché l’incontro con l’Altro, tanto temuto da molti, è uno sforzo per cercare risposte alle domande spesso celate nel profondo di ognuno. Domande che, se non trovano risposte, diventano terreno fertile per sentimenti come la paura, la diffidenza e – in casi estremi – anche la violenza».  

Da qui l’invito ad una più approfondita conoscenza reciproca «come miglior via di pace» per questi «tempi bui come quelli che stiamo vivendo» in cui «l’intolleranza cresce». «Vogliamo metterci in prima linea per contrastare questi mali nati dal deprezzamento del valore della vita e da una concezione del mondo che mette al centro delle priorità il denaro, tralasciando ogni etica e morale», recita la lettera.

E si conclude con una promessa: «Come musulmani, vogliamo lavorare per contrastare ogni forma di mistificazione del vero significato dell’Islam, la religione del saluto che augura la pace. Il tradimento del messaggio divino e profetico è inaccettabile».

la lettera dipapa Francesco al g20

“…Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.

A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen,…”

“…. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi.”

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO ALLA DOTTORESSA ANGELA MERKEL, IN OCCASIONE DELL’APERTURA DEI LAVORI DEL VERTICE DEL G20 [Amburgo, 7-8 luglio 2017]

A Sua Eccellenza Dottoressa Angela Merkel Cancelliere della Repubblica Federale di Germania

In seguito al nostro recente incontro in Vaticano e rispondendo alla Sua opportuna richiesta, desidero trasmetterLe alcune considerazioni che stanno a cuore a me e a tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, in vista del prossimo incontro del G20…
Vorrei innanzitutto manifestare a Lei e ai leader che si incontreranno ad Amburgo il mio apprezzamento per gli sforzi compiuti per assicurare la governabilità e la stabilità dell’economia mondiale, con particolare attenzione ai mercati finanziari, al commercio, ai problemi fiscali e, più in generale, ad una crescita economica mondiale che sia inclusiva e sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou, 5 settembre 2016). Tali sforzi, come ben prevede il programma di lavoro del Vertice, sono inseparabili dall’attenzione rivolta ai conflitti in atto e al problema mondiale delle migrazioni.
Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. E’ evidente che queste linee di azione appartengano alla sapienza multisecolare di tutta l’umanità e perciò ritengo che possano anche servire come contributo alla riflessione per l’incontro di Amburgo e anche per valutare i suoi risultati.
Il tempo è superiore allo spazio. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova. E’ possibile invece mettere in moto processi che siano capaci di offrire soluzioni progressive e non traumatiche e di condurre, in tempi relativamente brevi, ad una libera circolazione e alla stabilità delle persone che siano vantaggiosi per tutti. Tuttavia, questa tensione tra spazio e tempo, tra limite e pienezza, richiede un movimento esattamente contrario nella coscienza dei governanti e dei potenti. Una efficace soluzione distesa necessariamente nel tempo sarà possibile solo se l’obiettivo finale del processo è chiaramente presente nella sua progettualità. Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.
A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo.
L’unità prevale sul conflitto. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali.
La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Lo scopo del G20 e di altri simili incontri annuali è quello di risolvere in pace le differenze economiche e di trovare regole finanziarie e commerciali comuni che consentano lo sviluppo integrale di tutti, per raggiungere l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou). Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici.
La realtà è più importante dell’idea. Le tragiche ideologie della prima metà del secolo XX sono state sostituite dalle nuove ideologie dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria (cfr. EG, 56). Esse lasciano una scia dolorosa di esclusione e di scarto, e anche di morte. Nei successi politici ed economici, invece, che pure non sono mancati nel secolo scorso, si riscontra sempre un sano e prudente pragmatismo, guidato dal primato dell’essere umano e dalla ricerca di integrare e di coordinare realtà diverse e a volte contrastanti, a partire dal rispetto di ogni singolo cittadino. In tale senso, prego Dio che il Vertice di Amburgo sia illuminato dall’esempio di leader europei e mondiali che hanno privilegiato sempre il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet e tanti altri.
Il tutto è superiore alle parti. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni. Vorrei ripetere l’avvertenza che Benedetto XVI indirizzava al G20 di Londra nel 2009. Sebbene sia ragionevole che i Vertici del G20 si limitino al ridotto numero di Paesi che rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi, questa stessa situazione deve muovere i partecipanti ad una profonda riflessione. Coloro – Stati e persone – la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale sono precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti. Occorre, pertanto, far sempre riferimento alle Nazioni Unite, ai programmi e alle agenzie associate e alle organizzazioni regionali, rispettare e onorare i trattati internazionali e continuare a promuovere il multilateralismo, affinché le soluzioni siano veramente universali e durature, a beneficio di tutti (cfr. Benedetto XVI, Lettera all’On. Gordon Brown, 30 marzo 2009).
Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou).
Gradisca, Eccellenza, le mie espressioni di alta considerazione e stima.

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il vescovo cappuccino scrive ai quattro cardinali che vogliono dare una ‘correzione’ a papa Francesco

lettera aperta ai 4 cardinali

4-cardinali

di: Fragkiskos Papamanolis

Syros (Grecia), 20 novembre 2016

fragkiskos-papamanolis1

Carissimi fratelli nell’episcopato,

la mia fede nel nostro Dio mi dice che egli non può non amarvi. Con la sincerità che esce dal mio cuore vi chiamo “fratelli carissimi”.

Anche in Grecia è arrivato il documento che avete consegnato alla Congregazione per la dottrina della fede e che è stato pubblicato lunedì scorso dal sito dell’Espresso.

Prima di pubblicare il documento e, più ancora, prima di redigerlo, dovevate presentarvi al santo padre Francesco e fare richiesta di cancellarvi dai componenti il Collegio cardinalizio.

Inoltre, non dovevate fare uso del titolo di “cardinale” per dare prestigio a quello che avete scritto, e questo per coerenza con la vostra coscienza e per alleggerire lo scandalo che avete dato scrivendo da privati.

Scrivete che siete «profondamente preoccupati del vero bene delle anime» e, indirettamente, accusate il santo padre Francesco «di far progredire nella Chiesa una qualche forma di politica». Chiedete che «nessuno vi giudichi ingiustamente». Ingiustamente vi giudicherebbe chi dicesse il contrario di quello che esplicitamente voi scrivete. Le parole che usate hanno il loro significato. Il fatto che voi vi fregiate del titolo di cardinali non cambia il senso delle parole gravemente offensive per il vescovo di Roma.

Se voi siete «profondamente preoccupati del vero bene delle anime» e mossi «dalla appassionata preoccupazione per il bene dei fedeli», io, fratelli carissimi, sono «profondamente preoccupato del vero bene delle vostre anime», per il doppio vostro gravissimo peccato:

– il peccato di eresia (e di apostasia? Così, infatti, cominciano gli scismi nella Chiesa). Dal vostro documento appare chiaro che, in pratica, non credete alla suprema autorità magisteriale del papa, rafforzata da due Sinodi dei vescovi provenienti da tutto il mondo. Si vede che lo Spirito Santo ispira solo voi e non il vicario di Cristo e neppure i vescovi riuniti in Sinodo;

– e ancora più grave il peccato dello scandalo, dato pubblicamente al popolo cristiano in tutto il mondo. A questo proposito Gesù ha detto: «Guai a quell’uomo dal quale proviene lo scandalo» (Mt 18,7). «È meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,6).

Spinto dalla carità di Cristo, prego per voi. Chiedo al Signore di illuminarvi per accettare con semplicità di cuore l’insegnamento magisteriale del santo padre Francesco.fragkiskos-papamanolis

Temo che le vostre categorie mentali troveranno gli argomenti sofisticati per giustificare il vostro operato, così da non considerarlo neppure un peccato da sottoporre al sacramento della penitenza e che continuerete a celebrare ogni giorno la santa messa e a ricevere sacrilegamente il sacramento dell’eucaristia, mentre fate gli scandalizzati se, in casi specifici, un divorziato risposato riceve l’eucaristia e osate accusare di eresia il santo padre Francesco.

Sappiate che io ho partecipato ai due Sinodi dei vescovi sulla famiglia e ho ascoltato i vostri interventi. Ho sentito pure i commenti che uno di voi faceva, durante la pausa, su un’affermazione contenuta nel mio intervento in aula sinodale, quando ho dichiarato: «peccare non è facile». Questo fratello (uno di voi quattro), parlando coi suoi interlocutori, modificava le mie affermazioni e metteva sulla mia bocca parole che non avevo pronunciato. Inoltre, dava alle mie dichiarazioni un’interpretazione che non poteva essere collegata in alcun modo con quanto avevo affermato.

Fratelli carissimi, il Signore vi illumini a riconoscere prima possibile, il vostro peccato e a riparare lo scandalo che avete dato.

Con la carità di Cristo, fraternamente vi saluto.

+ Fragkiskos Papamanolis, o.f.m.cap,
vescovo emerito di Syros, Santorini e Creta,
presidente della Conferenza episcopale di Grecia

 

lettera di un musulmano ai fratelli musulmani

la mia lettera ai fratelli musulmani:

“denunciamo chi sceglie il terrore”

l’appello di Tahar Ben Jelloun. “Dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci contro Daesh”. “Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri”

di TAHAR BEN JELLOUNTahar Ben Jelloun

L’Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome “Islam” è contenuta la radice della parola “pace”. Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all’assassinio di innocenti. Un’aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.

Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un’altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.

Perciò dopo i massacri del 13 novembre a Parigi, la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che “questo non è l’Islam”. Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l’Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l’Islam – o piuttosto – se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l’Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l’Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l’inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l’Islam è in Europa.

Se l’Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all’immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.Tahar Ben Jelloun1

Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell’Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell’innocente sul volto dell’Islam.

Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.

Apparteniamo alla stessa nazione, ma non  per questo siamo “fratelli”. Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.

il presidente dell’ ‘Associazione 21 luglio’ scrive al nuovo sindaco di Roma

Rom e Roma

 si cominci chiedendo «scusa»

di Carlo Stasolla*

«Gentile sindaca, come presidente di un’organizzazione che si occupa della tutela e della promozione dei diritti delle comunità rom e sinti in Italia le formulo i migliori auguri di buon lavoro. Un lavoro che non sarà facile, ma sicuramente affascinante per le sfide che lei sarà chiamata ad affrontare e per le tante domande che oggi, nella città di Roma, attendono risposte.

Era il maggio 2014 quando, presso la Sala del Campidoglio, fotografammo, con il rapporto ‘Campi Nomadi Spa’, quel «sistema campi» che nella città di Roma, da almeno due decenni, da una parte condanna le comunità rom in emergenza abitativa a vivere concentrate in ghetti etnici dove i diritti sono violati, dall’altra prevede l’erogazione di un flusso incontrollato di denaro pubblico che non raggiunge alcun risultato in termini di inclusione sociale. Fummo i primi a denunciare, nel solo 2013, la spesa di 22 milioni e mezzo di euro per mantenere il «sistema campi» attraverso affidamenti diretti a beneficio di vari enti, organizzazioni o uffici dipartimentali.

Oggi, a distanza di due anni, lo scenario è totalmente cambiato, in seguito al terremoto giudiziario che sta travolgendo più di cinquanta tra dirigenti e funzionari pubblici, cooperative e associazioni, sedicenti ‘rappresentanti rom’ e vigili urbani. Dalle inchieste degli inquirenti il quadro che attualmente emerge è desolante: i rappresentanti di 16 dei 31 enti che nel 2013 ruotavano attorno al «sistema campi» oggi sono agli arresti o sotto indagine e il 70% delle risorse destinate agli insediamenti per soli rom è stato per anni gestito da loro. La verità di Buzzi: «Gli zingari rendono più della droga!» sembrerebbe la stessa delle decine di persone che, utilizzando denaro pubblico hanno sino a oggi lucrato sulla pelle dei più deboli permettendo che migliaia di persone continuassero a vivere nel degrado, nella povertà, nell’emarginazione, indistintamente additati come asociali o criminali.

L’inganno è stato svelato e ora che è stata fatta tabula rasa è il momento propizio per iniziare un nuovo corso che ci auguriamo lei sappia incoraggiare, sostenere, portare a compimento. Una strada verso il superamento delle baraccopoli romane attraverso processi inclusivi, così come indicato dalle linee guida contenute nell’agenda ‘Oltre le baraccopoli’ che Le abbiamo presentato nel corso della campagna elettorale. Ma ancor prima di avviare un intervento in tal senso, riteniamo sia di fondamentale importanza da parte sua pronunciare una parola che aiuterebbe veramente a voltare pagina, una parola che sinora nessun amministratore ha avuto il coraggio di dichiarare pubblicamente: la parola ‘scusa’.

È fondamentale che la nuova Amministrazione da lei presieduta, possa e sappia riaprire il nuovo corso iniziando a chiedere ‘scusa’ per quanto compiuto dagli amministratori che l’hanno preceduta e per il «sistema campi» che con le loro scelte hanno fatto nascere e consolidato: scusarsi con quelle famiglie rom, discriminate e indigenti, che per anni sono state le ‘galline dalle uova d’oro’ utili per generare profitti illeciti; con quei cittadini e i Comitati di quartiere che hanno subìto la presenza di insediamenti abbandonati a se stessi, ormai vere e proprie baraccopoli; con quei dipendenti del Comune di Roma e quei lavoratori del sociale che hanno sempre operato onestamente, con passione e professionalità sulla ‘questione rom’ e che rischiano di vedere il loro lavoro gravemente compromesso dall’attività di colleghi senza scrupoli.

Chiedere ‘Scusa’ significa per un amministratore esprimere con fermezza la volontà che gli errori commessi nel passato non si ripetano, attraverso un nuovo rapporto di fiducia, fondato sull’onestà, la trasparenza e il rispetto dei diritti di tutti, che si potrà creare tra abitanti delle baraccopoli, cittadini delle periferie e istituzioni. Scusarsi è l’atteggiamento proprio degli umili e dei forti. E noi riteniamo che solo chi saprà essere umile e forte nell’amministrare questa bellissima città, potrà dare una risposta soddisfacente anche alle baraccopoli presenti nella città di Roma e a quanti le abitano, che potranno forse tornare a sognare in una città che li tratti diversamente, senza discriminazione. Auguri di buon lavoro».

*Presidente Associazione 21 luglio Onlus

© riproduzione riservata

“povero Massimo, ucciso sulla strada come un cane bastardo… !” di Tonino Bello

lettera a Massimo, ladro zingaro ammazzato
Tonino BelloBello

 

a Molfetta, durante una tentata rapina un metronotte, per legittima difesa, sparò e uccise il ladro, uno zingaro. Il Vescovo, Monsignor Tonino Bello, saputa la notizia si recò al cimitero e rimase contristato dalla solitudine del morto: non c’era nessuno alle sue esequie e scrisse una lettera ad un uomo che non l’avrebbe mai letta, a Massimo, il ladro zingaro ammazzato

Tonino Bello

 

Ho saputo per caso della tua morte violenta, da un ritaglio di giornale. Mi hanno detto che ti avrebbero seppellito stamattina, e sono venuto di buon’ora al cimitero a celebrare le esequie per te.
Ma non ho potuto pronunciare l’omelia. Perché alla mia messa non c’era nessuno. Solo don Carlo, il cappellano, che rispondeva alle orazioni. E il vento gelido che scuoteva le vetrate.
Sulla tua bara, neppure un fiore. Sul tuo corpo, neppure una lacrima. Sul tuo feretro, neppure un rintocco di campana.
Ho scelto il Vangelo di Luca, quello dei due malfattori crocifissi con Cristo, e durante la lettura mi è parso che la tua voce si sostituisse a quella del ladro pentito: «Gesù, ricordati di me!…».
Povero Massimo, ucciso sulla strada come un cane bastardo, a 22 anni, con una spregevole refurtiva tra le mani che è rotolata nel fango con te!
Povero randagio. Vedi: sei tanto povero, che posso chiamarti ladro tranquillamente, senza paura che qualcuno mi denunzi per vilipendio o rivendichi per te il diritto al buon nome.
Tu non avevi nessuno sulla terra che ti chiamasse fratello. Oggi, però, sono io che voglio rivolgerti, anche se ormai troppo tardi, questo dolcissimo nome.
Mio caro fratello ladro, sono letteralmente distrutto.
Ma non per la tua morte. Perché, stando ai parametri codificati della nostra ipocrisia sociale, forse te la meritavi. Hai sparato tu per primo sul metronotte, ferendolo gravemente. E lui si è difeso. E stamattina, quando sono andato a trovarlo in ospedale, mi ha detto piangendo che anche lui strappa la vita con i denti. E che, con quei quattro luridi soldi per i quali rischia ogni notte la pelle, deve mantenere dieci figli: il più grande quanto te, il più piccolo di un anno e mezzo.
Tonino Bello1
No, non sono amareggiato per la tua morte violenta. Ma per la tua squallida vita.
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti aveva ingiustamente ucciso tutta la città. Questa città splendida e altera, generosa e contraddittoria. Che discrimina, che rifiuta, che non si scompone. Questa città dalla delega facile. Che pretende tutto dalle istituzioni. Che non si mobilita dalla base nel vedere tanta gente senza tetto, tanti giovani senza lavoro, tanti minori senza istruzione. Questa città che finge di ignorare la presenza, accanto a te che cadevi, di tre bambini che ti tenevano il sacco!
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti avevano ingiustamente ucciso le nostre comunità cristiane. Che, sì, sono venute a cercarti, ma non ti hanno saputo inseguire. Che ti hanno offerto del pane, ma non ti hanno dato accoglienza. Che organizzano soccorsi, ma senza amare abbastanza. Che portano pacchi, ma non cingono di tenerezza gli infelici come te. Che promuovono assistenza, ma non promuovono una nuova cultura di vita. Che celebrano belle liturgie, ma faticano a scorgere l’icona di Cristo nel cuore di ogni uomo. Anche in un cuore abbrutito e fosco come il tuo, che ha cessato di batter per sempre.
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, forse ti avevo ingiustamente ucciso anch’io che, l’altro giorno, quando c’era la neve e tu bussasti alla mia porta, avrei dovuto fare ben altro che mandarti via con diecimila miserabili lire e con uno scampolo di predica.
Perdonaci, Massimo.
Il ladro non sei solo tu. Siamo ladri anche noi perché prima ancora che della vita, ti abbiamo derubato della dignità di uomo.
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Perdonaci per l’indifferenza con la quale ti abbiamo visto vivere, morire e seppellire.
Perdonaci se, ad appena otto giorni dall’inizio solenne del l’anno internazionale dei giovani, abbiamo fatto pagare a te, povero sventurato, il primo estratto conto della nostra retorica.
Addio, fratello ladro.
Domani verrò di nuovo al camposanto. E sulla tua fossa senza fiori, in segno di espiazione e di speranza, accenderò una lampada.

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