Europa malata di indifferenza

 papa Francesco

l’Europa malata di indifferenza e chiusura, serve misericordia

Udienza al Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici internazionale:

oggi nel mondo un «fiume carsico di miseria» provocato da «tante forme di paura, sopraffazione, arroganza, malvagità, odio». I cristiani siano un «balsamo» per l’umanità ferita

salvatore cernuzio

Famiglie in difficoltà, giovani e adulti senza lavoro, malati e anziani soli, migranti: sono tante le situazioni in questa «Europa malata d’indifferenza e attraversata da divisioni e chiusura» nelle quali i cristiani sono chiamati a «versare il balsamo della misericordia con opere spirituali e corporali». Ancora una volta Papa Francesco posa lo sguardo sulle categorie umane più ferite, segnate «da fatiche e violenze e altre povertà», e nel suo discorso ai membri del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici internazionali, ricevuti in udienza questa mattina in Vaticano, richiama la responsabilità di tutti i credenti a compiere azioni concrete in nome di quella misericordia che, seppur sia una «parola quasi tolta dal dizionario della cultura attuale», dev’essere iniettata nuovamente nelle vene del mondo.  

Occorre riportare «in superficie parole di Vangelo che le nostre città hanno spesso dimenticato»: questa è, secondo il Papa, l’urgenza per il tempo attuale in cui «tutti si lamentano per il fiume carsico di miseria che percorre l’esperienza della nostra società». «Si tratta – evidenzia il Pontefice – di tante forme di paura, sopraffazione, arroganza, malvagità, odio, chiusure, noncuranza dell’ambiente, e così via. E tuttavia i cristiani sperimentano ogni domenica che questo fiume in piena non può nulla contro l’oceano di misericordia che inonda il mondo».

In questo scenario drammatico «i cristiani rinnovano prima di tutto, di domenica in domenica, il gesto semplice e forte della loro fede: si radunano nel nome del Signore riconoscendosi fratelli. E si ripete il miracolo: nell’ascolto della Parola e nel gesto del Pane spezzato anche la più piccola e umile assemblea di credenti diventa corpo del Signore, suo tabernacolo nel mondo». Ogni celebrazione dell’Eucaristia diventa così «incubatrice degli atteggiamenti che generano una cultura eucaristica», una cultura, cioè, che «spinge a trasformare in gesti e atteggiamenti di vita la grazia di Cristo che sì è donato totalmente». Che porta quindi alla comunione, alla fraternità e alla misericordia, tutti valori apprezzabili e percepibili anche al di là dell’appartenenza ecclesiale.

La comunione in particolare, spiega Papa Bergoglio, è una «vera sfida» per la pastorale eucaristica, perché si tratta di aiutare i fedeli a vivere in Cristo e con Cristo «nella carità e nella missione». Da ciò, dalla logica cioè del «corpo donato» e offerto per molti, si entra nella logica del servizio: «I cristiani servono la causa del Vangelo inserendosi nei luoghi della debolezza e della croce per condividere e sanare», afferma il Pontefice. Essi diventano «servitori dei poveri, non in nome di una ideologia ma del Vangelo stesso, che diventa regola di vita dei singoli e delle comunità, come testimonia l’ininterrotta schiera di santi e sante della carità».

In questo modo «la misericordia», dice il Papa, entra «nelle vene del mondo e contribuisce a costruire l’immagine e la struttura del Popolo di Dio adatta al tempo della modernità».

A conclusione, Francesco ricorda il prossimo Congresso Eucaristico Internazionale che si terrà nel 2020 a Budapest, in Ungheria (all’udienza è presente infatti la Delegazione del comitato ungherese guidata dal cardinale Peter Erdő). «Questo evento – rileva il Pontefice – sarà celebrato nello scenario di una grande città europea, dove e comunità cristiane attendono una nuova evangelizzazione capace di confrontarsi con la modernità secolarizzata e con una globalizzazione che rischia di cancellare le peculiarità di una storia ricca e variegata».

Portando avanti «una storia più che centenaria», il prossimo Congresso è chiamato pertanto ad «indicare questo percorso di novità e di conversione, ricordando che al centro della vita ecclesiale c’è l’Eucaristia», mistero «capace di influenzare positivamente non solo i singoli battezzati, ma anche la città terrena in cui si vive e si lavora». Auspicio del Papa è dunque che l’appuntamento eucaristico di Budapest possa «favorire nelle comunità cristiane processi di rinnovamento» che si traducano nel diffondersi di una «cultura eucaristica capace di ispirare gli uomini e le donne di buona volontà nei campi della carità, della solidarietà, della pace, della famiglia, della cura del creato».

l’incontro di papa Francesco con i frati cappuccini

2018-09-14-capitolo-generale-ordine-frati-min-1536922654538.JPG

 

 il papa ha ricevuto i partecipanti all’85.mo Capitolo generale dei Frati Minori Cappuccini. Nel discorso a braccio li ha esortati a continuare ad essere uomini di riconciliazione e di preghiera

Debora Donnini, Benedetta Capelli – Città del Vaticano

“Siete i frati del popolo”, uomini di riconciliazione e di preghiera: conservate questa vicinanza e l’apostolato del perdono. E’ l’esortazione che il Papa ha rivolto, nel discorso a braccio, ai partecipanti al Capitolo generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, ricevuti stamani in udienza in Vaticano. Il Capitolo Generale, riunito dal 27 agosto al 16 settembre a Roma, ha tra l’altro eletto il nuovo Ministro generale, cinquasettenne italiano fra Roberto Genuin da Falcade. Il discorso preparato è stato invece consegnato ai partecipanti. (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

Vicinanza al popolo

Caratteristica dei Cappuccini – ricorda il Papa –  è proprio la vicinanza alla gente; una vicinanza che è una sorta di abbraccio ai più indifesi.

La vicinanza alla gente. Essere vicini al popolo di Dio, vicini. Vicinanza a tutti, ma soprattutto ai più piccoli, ai più scartati, ai più disperati. E anche a quelli che si sono più allontanati.

Francesco cita in proposito la figura di fra Cristoforo nei Promessi Sposi di Manzoni, emblema di vicinanza: “una parola – afferma – che vorrei rimanesse in voi come un programma”. Poi ricorda il rispetto che si porta sempre all’abito francescano e quanto diceva l’allora cardinale di Buenos Aires, Antonio Quarracino. “A volte – sottolineava – qualche mangiaprete dice una parolaccia a un prete ma mai un abito francescano è stato insultato”.

“Sei figlio di Dio”

Il Pontefice ricorda, poi, di essersi commosso quando, nel recente viaggio apostolico in Irlanda, ha toccato con mano il lavoro dei Cappuccini. Sottolinea di essere rimasto colpito dalle parole del Superiore di quella Casa: “Noi, qui, non domandiamo da dove vieni, chi sei: sei figlio di Dio”.

Capire bene, a “fiuto”, le persone, senza condizioni. Tu entra, poi vediamo. E’ un vostro carisma, la vicinanza, conservatelo.

Uomini di riconciliazione

Essere “uomini di riconciliazione”, capaci di risolvere i conflitti, di fare la pace nelle coscienze, è un atteggiamento testimoniato anche da quel “qui non si domanda, qui si ascolta”, detto sempre dal quel cappuccino irlandese. Francesco ricorda infatti che a Buenos Aires nella chiesa dei Cappuccini andava tanta gente a confessarsi perché “ti ascoltano, ti sorridono, non ti domandano cose e ti perdonano”.

E questo non è “manica larga”, no, no: questa è saggezza di riconciliazione. Conservate l’apostolato delle confessioni, del perdono: questa è una delle cose più belle che voi avete, riconciliare la gente. Sia nel sacramento, sia nelle famiglie: riconciliare, riconciliare. E ci vuole pazienza per questo, perché non parole, poche parole, ma vicinanza e pazienza.

Semplicità nella preghiera

Infine il Papa chiede loro di conservare la semplicità della preghiera. La Chiesa – conclude – vuole che conserviate questo essere uomini di pace, di riconciliazione, con quella libertà e semplicità propria del “vostro carisma” e quindi di continuare così, “alla cappuccina”.

il valore ‘teologale’ della compassione

la compassione come luogo teologico

 Nella sofferenza dell’altro abita Dio e lì si può frequentare e conoscere. Questa è una delle perle evangeliche(1) che porta a disfarsi di tutti gli inganni del mondo: in primis potere e ricchezze varie. Nella compassione si diffonde il regno di Dio. E dalla compassione si possono riconoscere i suoi testimoni e collaboratori. Infatti chi ha costruito il dio che benedice il successo sociale degli uomini rifugge da questo mistero. Non lo comprende ma soprattutto non lo sopporta. Chi offre incenso con mani che grondano sangue deve rimuovere o giudicare la sofferenza altrui per continuare a non soccorrere l’oppresso, a non rendere giustizia all’orfano, a non difendere la causa della vedova(2). L’uso smodato degli schemi razionali porta a considerare il peccato in termini di violazione e non di ferita che produce e ad identificare tragicamente il peccatore con peccato. La ragione dell’uomo conduce alla inevitabile punizione compensatoria del peccatore, la compassione di Dio a curare il peccatore e a combattere il peccato che umilia chi lo compie. La logica retributiva aggiunge il castigo al dolore e spinge alla disperazione, l’Amore gratuito di Dio rimette in piedi, meraviglia e sposta più in là l’orizzonte dell’uomo. La compassione non è una virtù acquisibile con l’esercizio ma un dono di Dio che solo l’anima può riconoscere. Segno profetico di contraddizione in una società fondata sull’egoismo e sull’indifferenza. Strutturalmente malata, irriformabile, da sovvertire con un radicale cambio di paradigma: il Vangelo al posto del capitale.

(1) Vangelo di Matteo 13, 45-46

(2) Isaia 1,17

testo di Isacco di Ninive:

“Segno luminoso della bellezza della tua anima sarà questo: che tu, esaminando te stesso, ti trovi pieno di misericordia per tutti gli uomini, il tuo cuore è afflitto per la compassione che provi per loro, e brucia come nel fuoco, senza fare distinzione di persone. Attraverso ciò, l’immagine del Padre che è nei cieli si rivelerà in te continuamente”.

Isacco di Ninive, in Sabino Chialà, Dall’ascesi eremitica alla misericordia infinita, Ricerche su Isacco di Ninive e la sua fortuna, Leo S. Olschki, Firenze, p. 259

pubblicato da ‘altranarrazione’

anche per l’islam l’essenza di Dio è perdono e misericordia – un altro modo di guardare all’islam

perché l’essenza di Allah è nel perdono

di Pietro Citati
in “la Repubblica” del 10 luglio 2017

 

In nessuna religione, mai, l’unicità di Dio ha avuto un ruolo così intenso, violento ed esasperato come nell’Islam. “Non vi è divinità all’infuori di Dio”: vale a dire; “non vi è nulla che esiste all’infuori di Dio”. Come dice al-Ghazali (1058-1110), all’inizio del “Rinnovamento delle scienze religiose” (“Scritti scelti”, a cura di Laura Veccia Vaglieri e Roberto Rubinacci, Utet),

“nella sua essenza egli è Uno senza socio, Singolo senza simile, Signore senza oppositore, Solo senza rivali, Eterno senza un prima, Perpetuo senza un principio, Perenne senza un ultimo, Sempiterno senza fine, Sussistente senza cessazione, Continuo senza interruzione”. Allah è “il Primo e l’Ultimo, il Manifesto e l’Occulto”, dice il Corano. Non è un corpo con una forma, né una sostanza con limite e misura. Non è simile a cosa alcuna: misure non lo limitano, né lo contengono spazi. Egli è: non lo circoscrivono lati: non lo racchiudono terre né cieli; è seduto sul Trono senza contatto, assestamento, insediamento, dimora, spostamento. Egli non abita in cosa alcuna, né alcuna cosa abita in lui: è troppo elevato perché lo possano contenere luoghi, troppo puro perché lo possano limitare tempi; anzi Egli era prima di creare tempi e luoghi. Egli è l’Unico che non ha contrari, il Signore che non ha opposti, il Ricco che non ha bisogno, il Potente che fa ciò che vuole, il Sussistente, il Dominatore delle cose inerti, degli animali e delle piante, Colui che ha la grazia, la maestà, lo splendore e la perfezione. Se un uomo è rinchiuso nell’inferno, basta che egli conosca l’unicità di Dio perché lasci l’inferno. Come disse Maometto: “Chiunque dice: ‘non vi è Iddio se non Iddio, entrerà in Paradiso’”.

Nel suo bel libro L’esoterismo islamico (Adelphi), Alberto Ventura esplora Allah, senza cessare di paragonarlo alle figure divine nella Qabbalah, nel Tao, nella cultura indiana e in pseudo-Dionigi l’Areopagita.

Non possiamo che implorare Allah:

“O Dio, dice al-Ghazali, ti chiedo una grazia totale, una protezione continua, una misericordia completa, un’esistenza felice: ti chiedo beneficio perfetto e favore completo, generosità dolcissima, bontà affabile. O Dio sii con noi e non contro di noi. Attua largamente le nostre speranze, congiungi i nostri mattini e le nostre sere, versa in gran copia il tuo perdono sulle nostre colpe, accordaci il favore di correggere i nostri difetti, o Potente, o Perdonatore, o Generoso, o Sapiente, o Onnipotente. O Primo dei primi, o Ultimo degli ultimi, o più Misericordioso della misericordia”.

Al-Ghazali insegue tutti gli aspetti di Dio. Allah è oltre ogni nome e attributo, oltre ogni condizione e relazione, oltre tutte le apparenze e gli occultamenti, oltre ogni palesarsi e nascondersi, oltre ogni congiungimento e separazione, oltre tutte le contemplazioni e le intuizioni, oltre ogni cosa pensata e immaginata. Egli è oltre l’oltre, e poi oltre l’oltre, e poi ancora oltre l’oltre. Egli è il Principio infinito, incondizionato e immortale, che non può venire racchiuso entro i confini della ragione umana. È l’essere e il non-essere, il manifestato e il non manifestato, il suono e il silenzio. La sua immagine più adeguata è una notte tenebrosissima, nella quale non si può scorgere nulla di determinato e preciso. Allah non somiglia a niente: nessuna cosa gli somiglia; la sua mano non somiglia alle altre mani, né la sua penna alle altre penne, né la sua parola alle altre parole, né la sua scrittura alle altre scritture. Eppure somiglia al mondo e all’uomo e il mondo e l’uomo gli assomigliano: “se non ci fossero le somiglianze, l’uomo non potrebbe elevarsi dalla conoscenza di sé stesso alla conoscenza del creatore”. Allah determina tutte le cose. Non avviene, nel mondo inferiore e in quello superiore, batter di ciglio, balenar di pensiero, subitaneo volgere di sguardo, se non per decreto, potere e volontà di Dio. Da lui proviene il male e il bene, l’utilità e il danno, l’Islam e la miscredenza, la conoscenza e la sconoscenza, il successo e la perdita, il vero e il falso, l’obbedienza e la disobbedienza, il politeismo e la fede. Anche il male – insiste al-Ghazali – e gli atti di ribellione umana non accadono per volontà di Satana ma di Dio. A volte egli proibisce ciò che vuole, e ordina ciò che non vuole. Non ha scopi, mentre gli uomini hanno scopi precisi. Desidera ciò che desidera senza alcun timore; e decide e fa quello che vuole, senza timore. Se ti fa perire, egli ha già fatto perire un numero infinito di tuoi simili e non ha smesso di tormentarli. “Sorveglia i tuoi respiri e i tuoi sguardi – dice al-Ghazali – e sta bene attento a non distrarti da Dio un solo istante”. A volte egli ci protegge da ogni tribolazione e malattia: ma egli non ha mai, in nessun momento, obblighi verso di noi o verso il mondo, di cui non ha assolutamente bisogno. Come diceva Ali Bakr, la nostra assoluta incapacità di comprendere Dio è il nostro modo supremo di comprenderlo: sapere che noi siamo esclusi da lui è la nostra vera vicinanza. “Lode a colui che ha stabilito per le creature una via alla sua comprensione attraverso l’incapacità di comprenderlo”. Quando Dio entra nel cuore umano, la luce vi risplende, il petto si allarga, scopriamo il mistero del mondo, la grazia della misericordia cancella il velo dell’errore, e brilla in noi la realtà delle cose divine. Il cuore ripete il nome di Dio, fino a quando la lingua lo pronuncia incessantemente, senza essere comandata. Da principio è un rapido baleno che non permane, poi ritorna, si ritira, passa, ritorna. Tuttavia nemmeno in questo istante esiste in al-Ghazali quella identificazione con Dio, che altri mistici islamici (come al-Hal- laj) esperimentano e di cui parlano inebriati. Al-Ghazali preferisce parlare di annientamento dell’uomo: anzi di annientamento dell’annientamento, “perché il fedele si è annientato rispetto a sé stesso, e si è annientato rispetto al proprio annientamento: in quello stato egli è incosciente di sé stesso e incosciente della propria incoscienza”. Rispetto al Principio supremo, ogni elemento della realtà, se viene considerato in sé e per sé, è quasi insignificante, quasi illusorio, quasi un puro nulla. Ma al tempo stesso esso è significante perché è capace di riflettere l’Assoluto increato. Allora il molteplice manifesta l’essenza, e il passaggio dal molteplice all’uno e dall’uno al molteplice è istantaneo. Così il mare, dice Ibn Arabi, si moltiplica nella forma delle onde, pur rimanendo sé stesso. Dio è altro rispetto alle cose: ma non così altro da escludere ogni somiglianza; dunque è insieme altro e simile. Se qualcuno dicesse: “non conosco che Dio eccelso” direbbe la verità; ma se dicesse “non conosco Dio eccelso”, direbbe ugualmente il vero. Questa – sottolinea Alberto Ventura – è la profonda doppiezza, ambiguità e ricchezza della vita e della cultura islamica. Quando l’intelletto umano è libero dagli inganni della fantasia e dell’immaginazione, esso può vedere le cose come sono. È quella che al-Ghazali chiama la condizione profetica: nella quale rifulgono le tavole dell’invisibile, le leggi dell’Altra vita, le conoscenze su Dio che vanno oltre la portata dello spirito intellettivo. Dio dunque si può vedere. Ci sono persone che vedono le cose tramite lui, e altre che vedono le cose e tramite le cose vedono lui. I primi hanno una visione diretta di Dio: i secondi lo deducono dalle sue opere; i primi appartengono alla categoria dei giusti, i secondi a quella dei sapienti. Talvolta Dio si manifesta così intensamente e in modo così esorbitante, che viene occultato. Come dice il Corano, Dio è nascosto dietro settanta (o settecento o settemila) veli di luce e di tenebra: se egli li rimuovesse, il suo sublime splendore brucerebbe chiunque sia giunto vicino a lui con lo sguardo. Dio si nasconde dietro sé stesso. La sua luce è il suo velo. Secondo una tradizione raccontata dal Al-Ghazali, Dio ha detto: “Se il mio servo commette un peccato grande come la terra, io lo accolgo con un perdono grande come la terra”. Quando l’uomo pecca, l’angelo tiene sollevata la penna per sei ore: se l’uomo si pente e chiede perdono, l’angelo non registra il peccato a suo carico; se continua a peccare, registra il suo peccato soltanto come una cattiva azione. Dio non si stanca di perdonare finché il suo servo non si stanca di chieder perdono. Se il fedele si propone una buona azione, l’angelo la segna prima che egli l’abbia compiuta e, se la compie, gliene vengono registrate dieci. Quindi Dio la moltiplica fino a settecento volte. Allah perdona soprattutto i grandi peccatori. Come dice Maometto: “Io ho la facoltà di intercedere per i grandi peccatori. Credi forse che userei questa facoltà per gli uomini obbedienti e timorati? No, essa riguarda soltanto gli insozzati dalla mente confusa”. Ibrahim, figlio di un emiro della Battriana, racconta: “Mentre una volta giravo intorno alla Ka’ba, in una notte piovigginosa e scura, mi fermai presso la porta e dissi: ‘mio Signore preservami dal peccato, affinché mai io mi ribelli a Te’. Una voce proveniente dalla Ka’ba mi sussurrò: ‘O Ibrahim mi chiedi di preservarti dal peccato e tutti i miei servi mi chiedono questo. Se io preservassi te e loro dal peccato, su cosa riverserei la mia grazia e chi perdonerei?’”.

Il perdono di Dio: sia per gli islamici sia per i cristiani, questa è
l’essenza della rivelazione di Allah.

una chiesa rinnovata e ripulita nei sogni di Vitaliano Della Sala

una chiesa degli esclusi

non dell’esclusione

 

Nel 1999, con la mia Comunità parrocchiale, per prepararci al Grande Giubileo del 2000, riflettemmo su una frase che Giovanni XXXIII aveva pronunciato all’inizio del Vaticano II: “Il Concilio sia più per imparare la medicina della misericordia che quella del rigore”. Raccogliemmo le nostre conclusioni in una lettera che inviammo al Segretario del Giubileo, l’allora monsignor Crescenzio Sepe, in cui esprimevamo i nostri dubbi sull’evento che si stava preparando con sproporzionata enfasi, e gli annunciavamo che non saremmo andati a Roma nel 2000. A quel tempo credevo ancora che a qualcuno, in Vaticano, interessasse il contributo di idee e critiche che venivano dalla base della Chiesa. Il futuro cardinale di Napoli non ci rispose affatto.

Scrivevamo: “Il grande appuntamento sta cominciando a prenderci la mano e, nello stesso tempo, a sfuggirci di mano. Dietro l’imponente macchina messa in moto si intravede, purtroppo, la grande tentazione farisaica dell’esteriorità. Senz’altro non è questo il Giubileo di cui parlano il libro del Levitico dove è descritto come un anno di liberazione e di riscatto. Dobbiamo avere il coraggio di viverlo così. Liberandoci dalla frenesia delle cose inutili che ci fanno perdere di vista quelle davvero necessarie. Un anno di riconciliazione e di incontro con Dio e con il prossimo e di riconciliazione con la terra, che non è oggetto di sfruttamento. La vera porta santa da spalancare non è quella imponente di bronzo della basilica di San Pietro ma la porta nascosta e sgangherata degli “scantinati della storia”. La porta veramente santa delle favelas e di tutte le periferie, delle case di cartone dei barboni, dei campi profughi, dei reparti d’ospedale dove chiudono i loro giorni i malati terminali, delle celle dei prigionieri politici, delle case dei disoccupati e degli sfruttati, di ogni luogo dove è vivo il dolore e troppo debole la speranza. Porte attraverso cui poter entrare, porte attraverso cui qualcuno potrà finalmente uscire. Se, anziché queste porte, permetteremo che si aprano le porte delle banche, degli uffici dei progettisti e delle mega imprese, dei burocrati, dei politicanti e degli affaristi,  se lasceremo che si aprano ancora di più le porte dei ricchi, le porte di Dio resteranno davvero chiuse”.

Il Grande Giubileo del 2000 fu esattamente il contrario di tutto quello che chiedevamo in quella lettera. Perciò ora faccio fatica a criticare l’Anno santo straordinario della misericordia, voluto da papa Francesco, e che si è appena concluso, se non per il fatto che forse non dovremmo proprio aver bisogno di celebrare Giubilei ordinari o straordinari.

Non so se dietro l’elezione di papa Bergoglio ci siano strategie di marketing chiare o opache, come non so se il Giubileo della misericordia sia stato pensato in buona fede dal papa e sfruttato in malafede da chi gli sta attorno. Un fatto è certo: il tema della misericordia, al di là dello strombazzamento ufficiale, è motivo di critiche, più o meno aperte, nei confronti del papa. In realtà le critiche pubbliche sono poche. Ma come purtroppo è costume nella Chiesa, quelle striscianti e sotterranee sono tante e squallide. Accanto alle critiche silenziose e complici di tanti vescovi e sacerdoti, quel che è peggio è che sono troppi i fedeli laici che criticano, non tanto il giubileo, ma il troppo insistere sulla misericordia, come se questa potesse essere slegata dal Vangelo e dall’essere cristiani. Papa Francesco appare sempre più solo e perdente, al di là delle folle plaudenti che non si negano a nessuno. E forse per questo mi sta diventando simpatico!Vitaliano della Sala

Una simpatia che però non mi impedisce di sognare e di impegnarmi, nel mio piccolo, a costruire una Chiesa-altra. Continuo a sognare una Chiesa che assomigli sempre più al Regno di Dio della parabola del granello di senape che diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». Sogno una Chiesa inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio contro altri; una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione, capace di accogliere, di portare tutti gli uomini in seno. Sogno una Chiesa cristiana dove la diversità sia veramente vissuta come ricchezza per ciascuno e l’unità non sia il desiderio di uniformità, una Chiesa che non teme le altre religioni e le diverse culture; una Chiesa che non abbia bisogno del “primato di Pietro”, come lo conosciamo oggi, con il contorno di Vaticano, Santa Sede, Segretari di Stato, Prefetti, Banca vaticana; nella quale i preti possano finalmente sposarsi e il matrimonio tra un maschio e una femmina non sia l’unico modo per condividere la vita, e dove nessuno sia in alcun modo discriminato: sogno una donna che sia responsabile della parrocchia che confina con la mia, e perché no, sogno il mio prossimo vescovo donna e una donna papa. Sogno una Chiesa che non abbia più bisogno dell’inferno per terrorizzare i semplici, né di vecchie e nuove indulgenze; una Chiesa che non abbia più bisogno di padrepii né di madreterese, né di ossa, sangue, reliquie, “pupazzi” da portare in giro per imporre una santità irraggiungibile ai più. E sogno una Chiesa che non abbia più bisogno di sacerdoti ordinati per celebrare i sacramenti, formata da comunità e fedeli laici responsabili e protagonisti nelle decisioni e nelle celebrazioni; una Chiesa senza confini, nazionali o mentali che, anzi, li allarghi sempre più verso quelli sconfinati del Regno di Dio   

Intanto, come scrisse Erasmo di Rotterdam a Martin Lutero “sopporto questa chiesa fin che non ne vedo una migliore, ed essa è costretta a sopportare me fin quando non sarò diventato migliore”.

Vitaliano Della Sala è amministratore parrocchiale a Mercogliano

 

il volto ‘politico’ della misericordia e del giubileo

il giubileo non deve essere fatto di devozioni e di porte sante

la misericordia deve avere una dimensione “politica” e mobilitare il popolo cristiano contro il disordine e l’iniquità diffuse nel mondo

papa Lesbo

 

le riflessioni delle associazioni cattoliche Comunità ecclesiale di S.Angelo, Noi Siamo Chiesa, Il Graal, la Rosa Bianca,  Centro Helder Camara, Coordinamento 9 marzo sui problemi attuali della chiesa e dell’attualità:

tempo di Giubileo : la misericordia deve avere un volto e una pratica politica, deve costruire reti, mobilitare l’opinione pubblica e le Chiese, fare cultura ed educazione 

Nell’incontro del 16 aprile le associazioni firmatarie di questo documento hanno messo a fuoco alcune constatazioni:
– anzitutto, che il Giubileo della misericordia non può che essere un tempo aperto e permanente, non provvisorio nè limitato all’emergenza, ma continuo e puntuale,
– che l’agire con, per e nella misericordia, nel drammatico e minaccioso contesto attuale assume un aspetto deliberato ed esige concordia e fermezza,
– che alla base di ogni comportamento ci deve essere il riconoscerci tutti, provenienti da un’unica famiglia umana,
– e che di fronte ad un essere umano, la cui vita è minacciata, esiste una obbligazione primaria nei confronti della cura dell’altro.

Per questo, più che risposte o ulteriori approfondimenti sulle tematiche, ci sembra utile ed interessante proporre delle domande su cui confrontarci nella concretezza ed anche nella realizzazione delle molteplici iniziative; le domande infatti presuppongono una ricerca, un coinvolgimento, una prospettiva di senso.

papa lesbo 2

Domande che partono da alcune sottolineature forti emerse dall’incontro del 16 aprile:

1) la responsabilità collettiva della misericordia, su cui bisogna insistere, nel proporla e praticarla, superando i sottili steccati dei particolarismi e delle personali empatie verso chi soffre, per giungere ad una denuncia pubblica delle indifferenze e delle riserve, e ad una pubblica, concorde assunzione di responsabilità al fine di snidare le inadempienze, le corruzioni, le ipocrisie, i privilegi che, come dovremmo sapere, contribuiscono a rendere sempre più ricche e prepotenti le classi dominanti e sempre più povere e vessate le parti deboli delle popolazioni.

Ma, proprio per andare oltre il sapere e il parlare, il blaterare improduttivo, le domande sono:

se e che cosa siamo disposti a rinunciare e a mettere in gioco insieme per creare una mentalità comune e un comune cammino di crescita in umanità tale da superare indifferenze, cautele, barriere e recinti?
c’è e qual è una comune visione di futuro, che tenga presente non interessi e privilegi particolari, anche benefici, ma l’accorata globale situazione del mondo, in cui la maggior parte della popolazione è in balia di chi la sfrutta e la massacra costringendola alla fame, ai soprusi e ai forzati esodi di massa, in un contesto di sfruttamento incontrollato delle risorse e di un eco-sistema sbilanciato e pericolante?
ce la sentiamo di iniziare un cammino di responsabilità collettiva, in ogni ambito sociale e comunitario? E di provocarci su questo, come persone, cittadini, credenti?

2) Il volto politico della misericordia: se misericordia è coinvolgimento, lotta, occorre che assuma un deciso risvolto sociale, disturbando i poteri ai vari livelli, individuando e focalizzando alcune situazioni forti di risonanza nazionale e mondiale, come il commercio di esseri umani, la vendita di armamenti, le ondate di profughi, le mafie –tra noi il caporalato-, la violenza sulle donne e i bambini, ecc., senza desistere dal denunciare e intervenire concretamente in situazioni specifiche. Il volto politico della misericordia dovrebbe fondarsi su una comune concezione del bene comune, cioè di quel bene plurale cui può e deve accedere ogni persona, perché comporta la dignità e il rispetto per ogni uomo e ogni donna, come soggetti portatori di diritti umani e capaci di laicità, cioè di autonomia critica, responsabilità e libertà decisionale.

Le domande sono:

ci sentiamo di operare per il bene comune? Che significato vi diamo come prospettiva comune da condividere? Ci rendiamo conto che il bene comune oggi non è più qualcosa da garantire e tutelare a priori, ma è un dato di partenza di ogni ricerca e azione sociale, politica ed economica, su cui verificarci e orientarci in una visione globale concorde?

3) La misericordia e l’opinione pubblica
Occorre sfatare i luoghi comuni della misericordia, quelli che la limitano alla devozione e alla pratica rituale, alla beneficienza e alle campagne martellanti che tranquillizzano le coscienze, per esprimere invece a voce alta le denunce di tutto ciò che sfigura l’umano, ribadendo la necessità di un cambiamento di mentalità e di stili di vita.

Le domande sono:

Dove e con chi parliamo e testimoniamo che la misericordia comporta un capovolgimento di comportamenti e di prospettive?
Ci interessa renderci e rendere conto che non si possono vivere superficialmente o in disparte i problemi e le emergenze che toccano tutti gli umani, di cui facciamo parte anche noi? Che ciò che siamo ed abbiamo appartiene a tutti?
Ce ne prendiamo a cuore insieme?

4) La necessità di costruire reti, non soltanto di comunicazione, ma di solidarietà.
E’ importante e necessario trovare i modi e le sedi per farlo; ad esempio, stabilendo e pubblicizzando contatti, non settorialmente o sporadicamente, ma permanenti, con le diverse iniziative di misericordia, e intrecciando reti visibili di conoscenze e di interventi, di solidarietà e azioni comuni dirette o di sostegno, richiami pubblici e condivisi a nuovi modelli di vita.Ci vuole una nuova lingua, che capiscano tutti, che esprima un nuovo modo di guardare l’altro, la stessa sete e ricerca del bene comune, e parole e gesti che abbiano la sostanza del presente e il respiro del futuro.

Le domande sono:

Siamo convinti che sia importante, anzi necessario, abbattere i canali a senso unico per allargarci ad una rete espansiva e condivisa di misericordia, in tutte le sue manifestazioni di creatività e di azione?
Stiamo valorizzando il patrimonio collettivo e individuale di un bene comune attuato nelle sue molteplici sfaccettature, di competenze, di sapienze, di tempo e risorse disponibili che le diverse reti particolari possono mettere a disposizione?
C’è spazio per far emergere limiti e potenzialità della ricchezza di culture e di vissuti, pur consapevoli della fatica della mediazione culturale, sociale e politica richiesta?

5) La mobilitazione delle Chiese: la comunità dei credenti cristiani, declinata in tutte le sue forme e confessioni storiche, chiamata a vivere più consapevolmente la misericordia, che è il perno dell’evangelo, deve ritrovarsi più unita e manifestarsi più apertamente e visibilmente in questo denominatore comune della misericordia, rivedersi nei suoi rapporti con i poteri e usare più decisamente e ampiamente le sue istituzioni, per essere in prima linea nella lotta per la costruzione di un mondo basato su nuovi rapporti di umanità riconciliata.

Le domande sono:

c’è il coraggio di superare le confessionalità (liberandoci da pregiudizi storici tuttora esistenti) per far diventare solidarietà comune le singole iniziative, che pur ci sono e anche numerose?
C’è la volontà di mettere globalmente (e non lasciate a livello di decisioni laterali) a disposizione dell’accoglianza istituzioni risorse, spazi, organizzazioni, competenze, ecc.?
C’è la consapevolezza di dare delle priorità e delle scelte, senza voler conciliare a tutti i costi aspetti diversi, alla concretezza della misericordia, anche a scapito della ritualità e della pratica devozionale?

6) L’importanza del fattore culturale ed educativo
A nessuno dovrebbe sfuggire quanto sia importante ed impellente creare canali culturali capaci di contrastare l’analfabetismo e la scivolosa mentalità indotta da modelli legati all’economia, al consumismo e al predominio del denaro, per coltivare la dignità e intelligenza umana per tutti, specialmente per coloro a cui viene sistematicamente lesa o tolta.

Le domande sono:

ci sta veramente a cuore lo sviiuppo delle capacità umane e il superamento dell’analfabetismo non solo letterale, ma soprattutto mentale ed interiore?
In un mondo i cui criteri a livello di mentalità comune e di opinione circolante sono prevalentemente quelli del divertimento, del piacere, dell’evasione, di un eventuale successo di immagine ottenuto con ogni mezzo, quanto conta sostenere il valore della scuola e dello studio?


Comunità ecclesiale di S.Angelo, Noi Siamo Chiesa, Il Graal, la Rosa Bianca,
Centro Helder Camara, Coordinamento 9 marzo

Milano, 29 giugno 2016

i ‘preti sposati’ si sentono dimenticati dal Giubileo

preti sposati chiedono Misericordia a Papa Francesco per il Giubileo dei Sacerdoti

“dimenticati dalle Celebrazioni Anno Santo”

all’udienza generale in Piazza San Pietro il Papa ha ricordato il Giubileo dei sacerdoti, in corso da oggi fino al 3 giugno, nel 160° anniversario della Festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, introdotta nel 1856 da Pio IX. Ed è proprio a partire dal ricordo di Bergoglio che il movimento dei sacerdoti lavoratori sposati auspica di essere oggetto della Misericodia del Sommo Pontefice che consenta ai preti sposati di ritornare al ministero attivo con le mogli e i figli.

http://sacerdotisposati.altervista.org/?p=25794415

Molte comunità cristiane sono sprovviste di un servizio sacerdotale. La loro reintegrazione potrebbe sopperire a questa necessità, sempre più urgente.

I preti sposati in chiesa che hanno ottenuto la dispensa sono molto numerosi. È stata loro riconosciuta la validità del sacerdozio, però non possono più esercitarlo essendosi creata una famiglia: “sospensione dell’esercizio sacerdotale”, come si legge nella dichiarazione del processo. È noto che il celibato dei sacerdoti diocesani è uno status voluto dalla Chiesa e codificato nel diritto canonico. È una legge umana e non divina. Come tale, la Chiesa se ha la possibilità di sospendere l’esercizio sacerdotale, ha anche la facoltà di annullare la sospensione concessa a tanti sacerdoti.

Molte comunità cristiane sono sprovviste di un servizio sacerdotale. La reintegrazione di sacerdoti sospesi, considerando che lo vogliano, potrebbe sopperire a questa necessità sempre più urgente.

In questo anno duemilasedici, tutti hanno celebrato il loro Giubileo: bambini, famiglie, ammalati, operai, attori, militari, sacerdoti, sportivi, carcerati… Però, si sono volutamente dimenticati i preti sposati.

Preti sposati chiedono Misericordia a Papa Francesco per il Giubileo dei Sacerdoti: dimenticati dalle Celebrazioni Anno Santo

Nei credenti c’è la sensazione che si abbia paura di affrontare, con chiarezza e verità storica, tale problematica. Si preferisce ignorarla, o rimandarla. Così, ancora una volta, si compie una grande ingiustizia nei confronti dei preti sposati.

Il Papa ha chiesto perdono a tutti coloro che sono stati “vittime” della Chiesa: agli ebrei, agli eretici, agli schiavi, ai popoli oppressi in nome di Dio, alle donne misconosciute nella loro dignità e non di rado emarginate e ridotte in schiavitù, ai cristiani separati da Roma. Ma sarebbe stato giusto ricordare anche le sofferenze che sono state inflitte, lungo i secoli, a quei preti che hanno cambiato stato di vita. La Chiesa verso di loro si è mostrata veramente matrigna. Tanti sacerdoti sposati sono stati messi al bando. Spesso, per loro non c’è stato né perdono né comprensione. Qualcuno ha subìto forme di persecuzione. Sono stati buttati fuori dalla Chiesa come se, all’istante, avessero perso ogni dignità umana. Chi poi non è riuscito a ricostruirsi una vita attraverso il lavoro, si è ritrovato nella più squallida povertà, insieme con la sua famiglia. E così morivano nella più completa dimenticanza. È incomprensibile come ci si possa dimenticare, così velocemente, di tutto il bene che hanno compiuto questi sacerdoti, che hanno speso la loro giovane vita per dieci, venti, trent’anni al servizio delle comunità cristiane, aiutandole a crescere nella fede e nell’amore verso Dio e i fratelli. Si fa un gran parlare di diritti umani e di giustizia, ci si riempie tanto la bocca, e poi non abbiamo aiutato questi fratelli a ricostruirsi una vita dignitosa, fornendo loro una casa e un lavoro.

(Parte del testo è tratto da Famiglia Cristiana, articolo del 2000, riadattato alla situazione odierna del 2016 che non è affatto cambiata anche con Papa Francesco).

‘misericordia’ non è ‘fare la carità’

Il valore profetico della misericordia (di J. Moltmann)

Vi sono strutture della misericordia? Finora abbiamo considerato la misericordia, secondo il suo contenuto letterale, solo nella pietà personale e spontanea verso i bisognosi. Ma la misericordia funziona solo nell’ambito personale? Il vescovo brasiliano dom Hélder Câmara una volta ha detto: «Quando provavo pietà per i poveri, mi si lodava e mi si chiamava santo. Quando chiedevo pubblicamente perché i poveri sono tali, mi si insultava e mi si chiamava comunista». Se vi sono leggi inumane e strutture asociali, vi sono anche leggi umanamente giuste e strutture socialmente eque. Dunque vi sono anche strutture misericordiose o meno.

Le prime comunità cristiane non affrontavano la povertà solo individualmente come il “samaritano misericordioso”; praticavano la nota comunione dei beni protocristiana che ancora oggi vige negli ordini cristiani dei monaci e delle suore: «Non c’era infatti tra loro alcun bisognoso» (Atti, 4, 34). La comunità originaria di Gerusalemme aveva ordinato persino «sette assistenti ai poveri» (Atti, 6, 3) che si prendevano cura di vedove e orfani privi di diritti e indifesi. A quanto pare alcune comunità si prendevano cura non solo dei propri poveri, ma — come constatavano i contemporanei ammirati — anche di vedove e orfani dell’intera città. In entrambi gli istituti riconosciamo le radici cristiane della solidarietà.

La solidarietà qui si può riconoscere come fedeltà comunitaria: non lasciamo che nessuno cada, ma ci preoccupiamo di tutti quelli che appartengono a noi. Ma vediamo anche una solidarietà aperta verso tutti i miseri della città o della società. Di fronte alle chiese medievali sedevano sempre molti mendicanti in modo che i pii fedeli potessero esercitare verso di loro le buone opere di misericordia e raccogliere per sé un tesoro nei cieli. Certo, nelle società medioevali vi erano anche fratellanze per compiere le sette opere di misericordia. Anche se gli uomini oggi non credono più nei cieli, si sentono “bene” quando sono “benevoli” e fanno offerte alla Caritas. Dalla Riforma non vi sono più mendicanti di fronte alle chiese evangeliche. I cristiani protestanti non sono allora più misericordiosi perché credono alla giustificazione solo per fede e non mediante opere buone? No. La Riforma è stata nelle città una riforma non solo della Chiesa, ma anche della società. A partire dalla Riforma i diaconi hanno assunto il compito dell’assistenza ai poveri e ai malati, preparando in questo modo per la società la via verso lo Stato sociale.

La legislazione sociale di Bismarck era orientata al modello Erbenfeld, creato dalla comunità olandese-riformata. Il barone von der Heydt è stato il mediatore di questi primi inizi di Stato sociale in Germania. Max Weber ha certo enunciato la tesi per cui il calvinismo avrebbe ispirato il capitalismo, ma ciò è storicamente falso. Si potrebbe dire ugualmente che il calvinismo abbia ispirato attraverso il diaconato il socialismo e attraverso l’ordinamento ecclesiale presbiteriano-sinodale la democrazia. La pietà personale porta logicamente verso strutture di misericordia. Entrambe le Chiese nel corso del XIX secolo hanno sostenuto nei territori tedeschi il movimento cooperativo e fondato esse stesse molte cooperative in campagna e in città per combattere povertà e disoccupazione. Se ci si unisce autonomamente in cooperative, si diventa forti.

L’alternativa alla povertà non è la ricchezza, l’alternativa a povertà e ricchezza è la comunità. Quando sentiamo la parola misericordia, pensiamo solitamente all’uomo misericordioso, non all’uomo misero. Come si sentono i poveri che sono rimessi ai buoni doni dell’uomo misericordioso? Come si sentono i disoccupati e senzatetto che dipendono dalle mense e da un luogo caldo nelle chiese? Se la misericordia viene dall’alto verso il basso, essi si sentono doppiamente umiliati. Dare è un bene, accettare è più difficile. Per questo appartiene alla pietà sempre anche il riconoscimento della dignità dell’uomo e il rispetto di fronte all’amore di sé del bisognoso. L’aiuto migliore è “aiutare ad aiutarsi”. L’«opzione primaria per i poveri» latino-americana (Medellin 1968) è buona per coloro che non sono poveri e non è dunque un’«opzione dei poveri». Infatti i poveri non hanno optato per la povertà, ne sono prigionieri e cercano una via per uscire dalla povertà verso una vita buona e in comune. I poveri sono tali solo in confronto ai ricchi, non lo sono in sé e sotto altri aspetti; essi hanno doti ed energie proprie che vogliono essere risvegliate e mobilitate. I poveri non vogliono — come tutti noi — essere richiamati a ciò che non hanno, ma essere riconosciuti in ciò che sono. Per questo hanno bisogno non solo di misericordia, ma anche di solidarietà umana, e la sperimentano in una comunità umana solidale.

Cos’è e come funziona una comunità umana solidale? La misericordia viene dal cuore ed è — come mostra la parabola del buon samaritano — personale, spontanea e momentanea. La solidarietà è invece senso civico e fedeltà comunitaria ed è sociale, istituzionale e duratura. In una comunità solidale vi è la partecipazione pubblica di tutti e la suddivisione del bene comune per ciascuno. Fiducia e affidabilità, diritti e doveri qualificano la vita. Il modello cristiano non è nel samaritano misericordioso, ma nella comunione dei beni protocristiana. Il moderno Stato sociale europeo è una conseguenza della solidarietà organizzata tra forti e deboli, sani e malati, giovani e anziani. Lo Stato sociale trasforma i poveri, i malati, gli anziani da oggetti di pietà a soggetti di diritti ed esigenze: l’assicurazione sociale, l’assicurazione previdenziale, le pensioni di anzianità. Tutto ciò è qualcosa di più che «misericordia strutturale» (Wolfgang Thierse); è fondato sugli universali diritti umani e civili ed è piuttosto solidarietà strutturale.

Lo Stato moderno di diritto non si occupa solo di coloro i quali sono «incappati nei briganti», si sforza anche di eliminare rapine e omicidi e di socializzare i briganti. E se il moderno Stato sociale diventa anche ecologico, può dare forma a misericordia e solidarietà con animali e piante e con la terra intera. Quanto più vengono utilizzate energie rinnovabili e l’industria si converte da waste-making industry in recycling industry, tanto meglio sarà per l’intero ecosistema della terra, patria di noi tutti. Diventano così superflue misericordia e pietà? No. La misericordia è l’anima della giustizia sociale. Senza una cultura della misericordia va perduta la motivazione alla base di una legislazione sociale. L’etica della pietà verso i deboli, i malati e gli anziani deve essere oggi difesa contro la freddezza sociale del neoliberalismo; infatti solo un’etica universale della pietà può giustificare le leggi sociali e non solo deplorare individualmente l’omissione di soccorso, ma anche punirla. Anche negli Stati sociali la misericordia personale è necessaria. La Caritas nella Chiesa cattolica e il Diakonische Werk in quella protestante sono irrinunciabili in Germania.

Anche se la rete sociale dell’assistenza statale intercetta i bisogni più acuti, vi sono molti disoccupati e senzatetto, malati e anziani di cui nessuno si preoccupa. Come mostra l’esperienza, le leggi sociali hanno sempre delle falle perché la vita è irregolare. Nelle agenzie sociali predomina spesso il sospetto per la frode invece del rispetto per la dignità umana dei bisognosi. La misericordia apre la comunità solidale nazionale ai perseguitati e ai profughi, per quanto sia possibile e ragionevole. Per questo Papa Francesco è stato a Lampedusa. La misericordia è, per così dire, il vertice missionario di uno Stato sociale aperto. Infine, la misericordia diventa fonte del soccorso internazionale. Ciò è ovvio in caso di catastrofi naturali, terremoti e tsunami, come anni fa ad Haiti. In caso di catastrofi politiche come in Siria e in Iraq, in occasione di guerre civili e Stati che si disgregano, invece, per la comunità degli Stati la questione è complessa. L’Onu deve intervenire in caso di genocidio. Interi popoli, gruppi etnici e singole etnie possono infatti incappare «nei briganti», come mostrano le catastrofi umanitarie in Ruanda e Burundi.

La comunità solidale e lo Stato sociale funzionano soltanto finché il mondo morale viene connotato da solidarietà e misericordia e non dall’ideologia capitalistica dell’avidità, dell’avarizia e dell’egomania. In fondo la pietà personale non è solo necessaria, ma anche buona e bella. La pietà personale è la traduzione della misericordia divina nella nostra convivenza umana. La nostra piccola pietà consacra questa vita ed è una risonanza della grande misericordia divina. La pietà personale è incondizionata e immediata nelle attenzioni verso l’altro. La pietà personale è generosa e non calcola. La pietà personale è ovvia e dimentica di sé. La pietà personale è anche nello sdegno verso l’inumanità di certe condizioni e la spietatezza degli uomini. La pietà personale è una vita felice nel vasto spazio della misericordia di Dio.

 
 
da nicodemo.net

E. Bianchi mette a nudo il nostro tradimento del vangelo

“Delitto e castigo. La tentazione di noi credenti”

di Enzo Bianchi

Bianchi

Dobbiamo confessarlo: ciò che di Gesù ancora oggi scandalizza non sono le sue parole di giudizio, le sue parole severe, a volte dure; non scandalizza neppure il suo operare, perché si riconosce il suo “fare il bene” (cfr. Mc 7,37; At 10,38). No, ciò che scandalizza è la misericordia, interpretata da Gesù in un modo che è all’opposto di quello pensato dagli uomini religiosi, da noi!
A volte sembra che la misericordia sia invocata da Dio, sia augurata e facile da mettersi in atto, e invece — dobbiamo riconoscerlo umilmente — in tutta la storia della chiesa la misericordia ha scandalizzato, e per questo è stata poco esercitata. Quasi sempre è apparso più attestato il ministero di condanna piuttosto che quello della misericordia e della riconciliazione. Basterebbe leggere la storia con attenzione, soprattutto quella dei concili, per vedere con quale sicurezza lungo i secoli si è usata la parabola della zizzania (cfr. Mt 13,24-30), pervertendola. In essa Gesù chiede di non sradicare la zizzania, anche se minaccia il buon grano, e di attendere la mietitura e il giudizio alla fine dei tempi. E invece nella chiesa si è indicato il nemico, il diverso come zizzania, autorizzando il suo sradicamento, fino alla sua condanna al rogo. O si guardi alle nostre storie personali: quanto ci è difficile perdonare, fare concretamente misericordia, lasciarci commuovere da chi è nel bisogno, fino a fare per lui il bene, omettendo di compiere ciò che avevamo pensato contro di lui…
Di più, se è vero che la parola misericordia sembra indicare nella nostra società un sentimento che manca di vigore e di verità — per questo si arriva a dire: “La misericordia, troppo facile!” —, quando poi essa è praticata in modo autentico, in realtà turba, desta obiezioni. Questo perché la misericordia è temibile più della giustizia: “é un ripudio del male in nome della condivisione di un amore”. Il messaggio della misericordia scandalizza, non è capito da quanti si sentono giusti, in pace con Dio (e per i quali Gesù non è venuto: cfr. Mc 2,17), mentre invece è compreso e atteso da chi si sente nel peccato, bisognoso del perdono di Dio. I credenti “religiosi” di ieri e di oggi hanno difficoltà a sentirsi fratelli e sorelle dei peccatori, delle peccatrici, perché nella loro vita non hanno commesso peccati “gravi”, quindi si mettono dalla parte dei giusti, di quelli che possono vantarsi di qualcosa presso il Signore: vantarsi di non aver sbagliato gravemente. é stato così durante il ministero di Gesù, è stato così nella storia della chiesa, è così ancora ai nostri giorni, quando siamo interrogati da papa Francesco proprio sulla nostra capacità di misericordia: misericordia della chiesa, misericordia di ognuno di noi verso chi ha sbagliato o chi ha bisogno del nostro amore. Spesso siamo disposti a fare misericordia se c’è stata punizione, castigo di chi ha fatto il male (e diciamo che questa è giustizia!), se il peccatore è stato sufficientemente umiliato e solo se chiede misericordia come un mendicante. In ogni caso, stabiliamo dei precisi confini alla misericordia, perché pensiamo che certi errori, certi sbagli, certe scelte avvenute nel male e non più riparabili debbano essere punite per sempre dalla disciplina ecclesiastica: per alcuni errori dai quali non si può tornare indietro non c’è misericordia, dunque la misericordia non è infinita, ma può essere concessa solo a precise condizioni…
 

Ecco il nostro tradimento del Vangelo, ecco come la misericordia ci scandalizza.

 

sulla misericordia …

“misericordia voglio e non sacrifici”

di José María Castillo

Castillo
in “www.periodistadigital.com” del 10 dicembre 2015

Il vangelo di Matteo cita due volte il testo del profeta Osea (6, 6) che ho messo come titolo di questa riflessione. Lo ricorda quando riferisce che Gesù mangiava con pubblicani e peccatori (Mt 9, 13). E lo ripete nello spiegare perché i discepoli, quando avevano fame, violavano le norme religiose sul riposo del sabato (Mt 12, 7). Se l’evangelista Matteo ripete due volte la stessa massima sul tema della misericordia, senza alcun dubbio questo si deve al fatto che l’evangelista pensava che in questo punto si dice qualcosa di molto importante. In cosa consiste questa importanza? Come è logico, Gesù in questo passo afferma che Dio vuole che noi esseri umani abbiamo viscere di bontà e di misericordia con gli altri, anche se sono gente cattiva e persino quando la pratica della bontà comporti la violazione di una legge religiosa. Questo – benché risulti scandaloso per i più puritani – è quello che dice il Vangelo. Ma non si tratta solo di questo. Quello che dice Gesù è molto più forte. Perchè stabilisce una “antitesi” tra la “misericordia” ed il “sacrificio” (Ulrich Luz). Ossia, quello che Gesù dice è che, se bisogna scegliere tra l’“etica” ed il “culto” (tra la “giustizia” e la “religione”), la prima cosa è l’etica, l’onestà, la difesa della giustizia ed i diritti delle persone. Se questo non si antepone a tutto il resto, Dio non vuole che tranquillizziamo le nostre coscienze con messe, preghiere, devozioni e cose simili. È decisivo ricordare questo proprio ora. Quando celebriamo l’anno della misericordia. E quando vediamo che la corruzione, la sfrontatezza, le disuguaglianze e la prepotenza sui più indifesi gridano al cielo. Io non so perché, ma di fatto molto frequentemente la gente che accumula più denaro, più potere e più privilegi è allo stesso tempo la gente che ha le migliori relazioni con la Chiesa, che difende con le unghie e con i denti i privilegi della religione e le migliori relazioni possibili con il clero. Termino ricordando che, come è ben dimostrato, i rituali religiosi (osservati e compiuti nei minimi dettagli) di solito producono due effetti: 1) tranquillizzano la coscienza dell’osservante che li compie; 2) nella maggior parte dei casi si trasformano in abitudine, ma non modificano il comportamento, soprattutto quando si vede che questo comportamento è mal visto dalla religione. Da quello che raccontano si vangeli, Gesù andava “con cattive compagnie” e non era un modello di “osservanza religiosa”. Ed è in questo modo che in Gesù si è rivelato a noi Dio. Se questo ci risulta strano e anzi ci scandalizza, probabilmente è perché assomigliamo più ai farisei che ai veri seguaci di Gesù. Se non pensiamo a questo seriamente, praticheremo poca misericordia.

I

image_pdfimage_print