lettera aperta a papa Francesco 

 

“nella gioia dell’evangelo”

 

carissimo Papa Francesco, immaginiamo l’ingombro delle lettere sulla tua scrivania. E come non pensare che sarebbe pretesa che la nostra fosse letta e le fosse data risposta? Anche perché viene da un piccolo gruppo – composto da laici, presbiteri, religiosi –  che non può vantare altro che la sua passione e la sua piccolezza

  Innanzitutto vorremmo ringraziarti e poi vorremmo condividere brevemente con te qualche pensiero. Ringraziarti perché in te, nelle tue parole e nei tuoi gesti, questo piccolo gruppo si è sentito come interpretato. Alle nostre origini ci eravamo chiamati “Il vangelo che abbiamo ricevuto”. Convenivamo da varie parti d’Italia. Il piccolo gruppo milanese denominandosi anche “Laboratorio di sinodalità laicale” sottolineava una dimensione che ci sta a cuore. Ora che sei venuto tra noi, ci siamo dati un nome a te caro: “Nella gioia dell’evangelo”.  Portavamo e in parte ancora portiamo nel cuore la sofferenza per il rischio di un evangelo ridotto a codice di comportamento morale, mentre esso è soprattutto l’annuncio dell’amore del Padre, quale nella forza dello Spirito si è manifestato e reso disponibile a tutti nella vita umana e profetica di Gesù, il galileo di Nazareth. Siamo infatti convinti che solo restando dentro tutta l’ampiezza e la profondità dell’evangelo, è possibile parlare a noi stessi, ai nostri fratelli e alle nostre sorelle dentro e fuori della chiesa visibile, per sperimentare assieme a tutti la potenza liberante dell’evangelo. Nella tua voce abbiamo riascoltato con insistenza queste parole: evangelo, gioia, sinodalità. Abbiamo colto dalle tue parole e dai tuoi gesti uno sguardo diverso sul magistero del vescovo di Roma.

Ti poni come colui che si mette nella compagnia del suo popolo indicando in modo semplice orizzonti evangelici verso cui camminare insieme. Stai di fatto incoraggiando tutta la chiesa, con le sue strutture, a uscire dal ripiegamento su sé stessa, nella convinzione che solo “uscendo e rischiando” essa fa esperienza dell’evangelo che è chiamata ad annunciare.

A partire dal giorno della tua elezione, nel quale hai chiesto al popolo di invocare su di te la benedizione di Dio, tu hai dato valore alla reciprocità tra pastori e gregge loro affidato, all’olfatto del popolo di Dio, alla sua “infallibilità” nel credere, alla partecipazione e responsabilità di tutti i battezzati nella sfida dell’evangelizzazione. In questa prospettiva attendiamo che i molti carismi, che lo Spirito dona a battezzati e battezzate, e le molte diaconie, che questi esercitano nella chiesa e nel mondo, trovino adeguato riconoscimento nell’ordinamento e nella prassi ecclesiale. L’istituzione di una commissione chiamata a studiare la questione del conferimento del diaconato alle donne è senza dubbio una grande apertura di un nuovo orizzonte. Ma, al di là di questa specifica questione,

auspichiamo un globale ripensamento della visione del ministero, che nella storia ha conosciuto diverse variazioni. Infatti l’intera comunità ecclesiale è chiamata all’unico ministero di annunciare il Signore, lottando per la liberazione e integrità del creato e di ogni persona umana, a cominciare dagli scartati e ultimi della terra. Pertanto ci sembra urgente che le varie forme di ministero, lontane dal configurarsi come posizioni di potere, siano concepite e vissute nella chiesa e dalla chiesa, nello splendore della gratuità evangelica, a servizio del Regno e quindi di una umanità in cammino

Forte di questa convinzione ogni ministero che presiede alla comunione sentirà come irrinunciabile il richiamo ad essere disponibile all’ascolto, il richiamo al discernimento come dono dello Spirito e come frutto di cammini autenticamente sinodali, che sappiano coinvolgere le componenti laicali che oggi, a mezzo secolo dal concilio, restano ancora emarginate. Viviamo con sofferenza la sensazione di uno scollamento tra il messaggio che le tue parole custodiscono e la coscienza di parte della chiesa. Certamente è questione di semine lunghe e ci è  chiesta la pazienza del contadino del vangelo. Ma ci sembra di ravvisare tentativi di contrastare l’evangelo sia nell’indisponibilità di alcuni vertici ecclesiali, sia nelle reazioni di un certo numero, non trascurabile, di fedeli che sembrano impermeabili al tuo annuncio.

Ci chiediamo a volte come si possa partecipare alle assemblee liturgiche e poi assumere posizioni, coscientemente o no, opposte all’evangelo. Come ricucire la frattura? In tempi in cui ci si affida a slogan ci parrebbe opportuno puntare su un appello al “pensare”, a “esporsi al contatto” con il mondo, favorendo in ogni realtà ecclesiale, a partire dalle parrocchie, esperienze in cui “vedere, giudicare, agire, accompagnare”, come ci sembra tu abbia suggerito a Firenze

Luoghi e tempi non elitari, in stretta relazione con il popolo di Dio che vive fatiche e speranze della vita quotidiana, illuminata dalla gioia dell’evangelo. Tu spesso ci hai invitato a sognare. Ti abbiamo raccontato sogni. Nella fiducia di condividerne altri con te in un prossimo futuro. In comunione di preghiera

il gruppo NELLA GIOIA DELL’EVANGELO
Maria Cristina BARTOLOMEI,  Milano; 

Ugo Francesco BASSO,  Milano; 

Marco BERTÈ,  Parma;

   Gianfranco BOTTONI,  Milano;

Massimo CADAMURO,  Venezia; 

  Angelo CASATI,  Milano;

Francesco CASTELLI,  Milano;  

Ursicin Gion Gieli DERUNGS,  Milano;

Italo DE SANDRE,  Padova; 

Luciano GUERZONI,  Modena;

   Licinia MAGRINI,  Bologna;

  Giancarlo MARTINI,  Verbania; 

  Giovanni NICOLINI,  Bologna;

  Enrico PEYRETTI,  Torino; 

  Ugo Gianni ROSENBERG,  Torino; 

Francesco SCIMÈ,  Bologna;  

Carlo URBANI,  Venezia;

  Fabrizio VALLETTI,  Napoli.
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È possibile sottoscrivere questa lettera, inviando la propria adesione, entro la data del 20 febbraio 2017, indicando nome cognome e comune di residenza, al seguente indirizzo di posta elettronica:
lettera2017@gmail.com

anche gli Stati Uniti hanno il loro olocausto

l’olocausto di cui nessuno vuole parlare

31 gennaio 1876

gli Stati Uniti istituiscono i lager per gli Indiani (le riserve) allo scopo di attuare la loro “soluzione finale”

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Indiani

oggi ricorre un triste anniversario

Il 31 gennaio 1876 gli Stati Uniti ordinano ai Nativi Americani di trasferirsi nelle riserve.

Quasi tutte le tribù erano state decimate, sconfitte e massacrate e la distruzione dei bisonti le avevano private delle fonti di sostentamento dei veri Americani.
Le riserve furono prima dei campi di rieducazione, poi dei ghetti, infine delle isole di residenza, dove gli indiani d’America potevano mantenere le loro usanze. Ma solo a parole. Non avevano diritto al voto (acquisito solo nel 1924). Nei campi i Veri Americani venivano perseguitati e assassinati, spogliati di tutto. Le riserve di terre infertili o discariche o terreni contaminati. Alcuni gruppi di Nativi Americani furono addirittura “trasferiti” in nuove riserve ricavate in discariche di scorie nucleari.

Si è tentato di tutto per azzerare questo popolo e non solo nell’800.

Solo tra il 1940 e il 1980, il 40% di tutte le donne nelle riserve indiane sono state sterilizzate contro la loro volontà dal governo degli Stati Uniti!! In pieno secolo XX, gli USA hanno messo in marcia un piano di sterilizzazione forzata delle donne native, chiedendo loro di firmare formulari scritti in una lingua che non comprendevano, minacciandole del taglio dei sussidi o, semplicemente, impedendo loro l’accesso ai servizi sanitari.

Gli USA sono stati fondati sul genocidio di 10 milioni di Nativi. Ma di questo Olocausto non dobbiamo sapere niente !!

 

tratto da: http://zapping2015.altervista.org/lolocausto-di-cui-nessuno-vuole-parlare-31-gennaio-1876-gli-stati-uniti-istituiscono-i-lager-per-gli-indiani-le-riserve-allo-scopo-di-attuare-la-loro-soluzione-finale/

il delegato del vescovo invoca le scuse della chiesa ai gay

“Addio Franco, paladino gay

la Chiesa si scusi con te”

di Fabrizio Assandri
in “La Stampa” del 29 gennaio 2017

«Per la freddezza, per le dimenticanze, le rigidità, per tante cose la Chiesa dovrebbe chiedervi scusa. Dovrebbe farlo qualcuno più importante di me. Io, invece, vi dico grazie. Perché voi, Franco e Gianni, con la vostra tenacia, col vostro esempio, ci avete permesso di pensare una Chiesa più bella, più grande, più accogliente. Una Chiesa che non lascia indietro nessuno»

Don Gianluca Carrega, durante l’omelia del funerale di Franco, 83 anni, gli tributa una sorta di risarcimento postumo. E non usa giri di parole. «Anche in Chiesa siete stati discriminati. C’è persino chi si è indignato perché avete scelto come viaggio di nozze un pellegrinaggio a Lourdes». Don Carrega non è un prete ribelle. È il delegato dell’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia per la pastorale degli omosessuali: la diocesi da anni porta avanti un percorso di accompagnamento. «È grave che la Chiesa spesso non faccia che posticipare queste questioni, un’altra cosa di cui chiedere scusa». Il “marito” di Franco, Gianni, 79 anni, indossa gilet, cravatta grigia, camicia bianca. Il vestito che entrambi avevano scelto per il giorno per loro più importante, lo scorso 6 agosto quando, dopo 52 anni assieme, un’attesa quasi eroica, hanno finalmente detto il loro “sì”. Franco è stato sepolto con lo stesso abito. «Ho voluto che i vestiti di quel giorno li indossassi anche tu», ha spiegato Gianni, parlando nella chiesa di Santa Rita. «Perché quel momento, dopo 52 anni di vita insieme, tra normali alti e bassi, è stato il coronamento del nostro amore, del nostro essere famiglia».

Sono stati tra i primi a unirsi civilmente, lo scorso 6 agosto, la loro è stata una corsa contro il tempo prima che la malattia avesse la meglio. E sono diventati un simbolo, fuori dagli stereotipi. La coppia, molto credente, andata a Lourdes in viaggio di nozze, ha scritto una lettera a Papa Francesco, con una domanda molto chiara: «Dopo esserci scambiati amore e sostegno, dopo aver condotto una vita a due, siamo una famiglia?». Franco, con un passato da seminarista, scriveva: «Non ce la facciamo più a sentirci fuori dalla Chiesa, io faccio la comunione da sempre, perché mi sento di farla». Per don Carrega, «la Chiesa deve farsi un serio esame di coscienza. A partire da alcune voci autorevoli che sembrano più preoccupate dei valori che delle persone. Anche nell’ultimo sinodo dei vescovi ci sono cardinali che hanno detto che da un’unione gay non può nascere nulla di buono. Frasi gratuite, non comprovate da nessun fatto oggettivo, categorie trite e ritrite». Don Carrega al contrario ha paragonato la coppia ai due discepoli di Emmaus, passo del Vangelo che ha scelto per la Messa. «I due discepoli discutevano tra loro, come in vita hanno fatto loro come coppia, con Gesù accanto come compagno di viaggio». E anche sul sesso in teoria vietato alle coppie gay credenti, chiamate alla castità, don Carrega ha qualcosa da dire. «Parlando dei divorziati risposati a proposito della castità, Papa Francesco ha detto che bisogna valutare caso per caso. Così anche per i gay bisognerebbe evitare giudizi universali e irrevocabili». Non si spinge, don Carrega, oltre: «Questo non significa automaticamente benedire le coppie gay, ma bisogna mettersi in un ascolto». Ma il tema è ormai non più demandabile: «Fortunatamente le coppie unite civilmente aumenteranno: le parrocchie devono relazionarsi a loro, non possono ignorarle». A salutare Franco amici, parenti, istituzioni. Marco Giusta, assessore del Comune, ha detto: «Gianni potrà dire che Franco era suo marito».

il vangelo della domenica commentato da padre Maggi

BEATI I POVERI IN SPIRITO

commento al vangelo della quarta domenica del tempo ordinario (29 gennaio 2017) di p. Alberto Maggi

Mt 5,1-12

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Le beatitudini sono indubbiamente il capolavoro del vangelo di Matteo, un capolavoro non soltanto dal punto di vista teologico, vedremo la sua ricchezza spirituale, ma anche letterario. Vediamo allora nel capitolo 5, nel vangelo di Matteo, questo testo straordinario. Scrive l’evangelista: “vedendo le folle, Gesù salì sul monte”, vedendo le folle Gesù non si distanzia, non prende le distanze, ma le vuole attivare dove? Su “il” monte. Questo monte è preceduto dall’articolo determinativo, il monte, non è un monte qualunque, ma non si dice quale monte è. Qual è il significato di questo? Il monte, nella tradizione biblica, ebraica, indicava e il monte Sinai, dove Dio, attraverso Mosè, diede, stipulò l’alleanza con il suo popolo, ma anche la sfera, la condizione divina. Quindi Gesù, attraverso la proclamazione di queste beatitudini, vuole portare le folle, ogni persona, quindi è un invito valido per sempre, a raggiungere la condizione divina. “Si pose a sedere”, nell’atteggiamento del maestro, “si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo”, e qui l’evangelista presenta le beatitudini. È un lavoro minuzioso quello che ha fatto Matteo: ha calcolato non soltanto il numero delle beatitudini, ma persino con quante parole comporre queste beatitudini, secondo le tecniche letterarie dell’epoca. Le beatitudini sono esattamente 8, perché il numero 8, nella tradizione spirituale, nel cristianesimo primitivo, indicava la risurrezione di Gesù, che è risuscitato il primo giorno dopo la settimana. Per questo i battisteri, luogo dove si riceveva battesimo, avevano sempre la forma ottagonale. Allora il numero 8 indica la vita che non viene interrotta dalla morte. L’evangelista vuole indicare che, con
l’accoglienza di queste beatitudini, si ha dentro di sé una vita, che poi sarà capace di superare la morte. Ma non solo: l’evangelista calcola anche il numero di parole con le quali comporre le beatitudini, e sono esattamente 72, e l’evangelista proprio ha voluto creare questo numero perché, ad un certo momento, si vede che c’è una ripetizione di un qualcosa che non era necessario per il testo. Perché 72? Perché, secondo il calcolo contenuto nel libro della Genesi, al capitolo decimo, nella versione greca, i popoli pagani, conosciuti a quel tempo, erano 72. Qual è l’intento dell’evangelista? Mentre, sul Sinai, Mosè ha proclamato i comandamenti, che erano riservati al popolo d’ Israele, su questo monte, che sostituisce il Sinai, Gesù non da Dio riceve la nuova alleanza, ma Lui, che è Dio, proclama la nuova alleanza, che è valida per tutta l’umanità. La prima delle beatitudini è la più importante di tutte, perché è la chiave perché possano esistere tutte le altre, e Gesù inizia proclamando: “Beati”. Qual è il significato di questa espressione? È una felicità talmente grande, che si pensava irraggiungibile su questa terra. A quel tempo, in quella cultura, i beati erano gli dèi, che godevano dei privilegi non concessi agli umani. Dall’ espressione greca “beato”, deriva poi l’esclamazione nostra in italiano, quando diciamo “magari”, ecco la radice è la stessa, qualcosa di desiderato, qualcosa che ci sembra impossibile, quindi è il massimo della felicità. Ma, per comprendere le beatitudini, questa acclamazione di Gesù “beati”, bisogna sempre metterla dopo le situazioni, o le indicazioni che lui mette. I primi beati sono “i poveri in spirito”. Va subito detto che Gesù non proclama mai beati i poveri. I poveri sono disgraziati, che è compito della comunità cristiana togliere dalla loro situazione di infelicità. Gesù non chiede ai suoi discepoli di andarsi ad aggiungere ai tanti, troppi poveri che la società sforna, ma di impegnarsi per eliminare le cause della loro povertà. Gesù proclama: ”beati i poveri in spirito”, o di spirito. La particella greca si può tradurre in tre maniere, vediamo quale può essere il significato. Poveri “di” spirito, cioè quelli che sono carenti di spirito, i cretini, ma non è possibile che Gesù proclami come massima aspirazione dell’uomo la stupidità, quindi la scartiamo. Può essere poveri “in” spirito, cioè una persona che, pur possedendo dei beni, ne è spiritualmente distaccata e, guarda caso, questa è stata proprio la spiegazione portata avanti dalla chiesa. Ma Gesù non chiede una povertà spirituale, ma chiede una povertà immediata. Quando s’ incontrerà o scontrerà con il ricco, non gli chiederà di distaccarsi spiritualmente dalle sue ricchezze, ma chiede un distacco immediato e reale. Allora la terza possibilità è poveri “per” lo spirito, cioè non quelli che la società ha reso poveri, ma quelli che liberamente, volontariamente, per lo spirito, per questa forza interiore che hanno dentro, scelgono di entrare in questa condizione, che non significa, come abbiamo detto, andarsi ad aggiungere ai tanti, troppi poveri, che la società continuamente sforna, ma significa diminuire il proprio livello di vita, il proprio tenore di vita, per permettere, a quelli che lo hanno troppo basso, d’innalzarlo un po’. Questi sono i poveri nello spirito, sono coloro che accettano di condividere generosamente quello che sono e quello che hanno. I poveri in spirito, quelli che fanno questa scelta, Gesù li proclama beati “perché di essi è”, il verbo è al presente, non è una promessa al futuro, ma una possibilità immediata, al presente, “perché di essi è il regno dei cieli”. Purtroppo, in passato, questo regno dei cieli ha creato tanta confusione, è stato compreso come un regno nei cieli, come se fosse l’ aldilà, ed infatti si diceva appunto ai poveri che loro erano beati, perché sarebbero andati in paradiso. Nulla di tutto questo. Matteo è l’unico evangelista che adopera quest’ espressione “regno dei cieli”, laddove tutti gli altri usano l’espressione “regno di Dio”. Già Gesù aveva proclamato l’invito necessario alla conversione, perché era vicino il regno di Dio. Con l’accoglienza delle beatitudini, il regno di Dio diventa una realtà. Ma cosa significa questo “regno dei cieli”? Che Dio governa i suoi. E come governa Dio i suoi? Non emanando leggi, esterne all’uomo, che questi devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità d’ amare. Allora Gesù dice: quelli che liberamente, volontariamente, scelgono questo, beati perché, da questo momento preciso, in cui fanno questa scelta, accolgono questa beatitudine, permettono a Dio di manifestarsi come Padre nella loro esistenza. Poi seguono
tutte le altre  beatitudini in serie di tre, le prime tre riguardano sofferenze dell’umanità, che una comunità -le beatitudini non sono per un individuo, sono per una comunità- che la comunità cristiana è chiamata a liberare da queste sofferenze, e poi gli effetti, la fioritura d’amore all’interno dei singoli e della comunità dall’accoglienza di queste beatitudini.

il Giorno della Memoria, oggi è più necessario che mai

non un rito, una necessità

di Enzo Collotti
in “il manifesto” del 27 gennaio 2017

oggi la minaccia più insidiosa non è rappresentata dal negazionismo né dal neofascismo o dal neonazismo, ma piuttosto dall’acquiescenza diffusa a comportamenti di insofferenza se non di ostilità nei confronti dell’altro

Anche quest’anno si rinnova quello che non deve diventare un rito ma deve rimanere l’occasione per tornare a sottolineare la necessità di non dimenticare. Contro i dubbi sollevati da più parti sull’opportunità di mantenere il Giorno della Memoria. Va infatti ripetuto con forza che questa scadenza, il Giorno della Memoria, oggi è più necessario che mai. Se da una parte la crescente distanza che ci separa dai fatti in cui si concretizzò lo sterminio degli ebrei contribuisce ad affievolirne la memoria, dall’altra la realtà nella quale viviamo sollecita la riflessione su una serie di circostanze che ricordano da vicino aspetti della cultura della quale si nutrì l’indifferenza dei tanti e che consentì la realizzazione quasi indolore dello sterminio. Nella crisi attuale dell’Europa il dilagare del populismo maschera a fatica il volto del razzismo che non è né vecchio né nuovo, è il razzismo di sempre, contro ogni minoranza e contro ogni eguaglianza tra i popoli. È chiaro che il passare delle generazioni produce cambiamenti nella memoria e nei modi di esprimerla e di rappresentarla, tanto più oggi che la testimonianza dei sopravvissuti incomincia a farsi sempre più rara per ovvie ragioni fisiologiche. Troppo spesso la tragedia delle migrazioni viene dissociata nell’attenzione e nella memoria dei più dalle derive degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. Dappertutto in Europa l’irresponsabile diffusione della minaccia di una invasione da parte di chi fugge da guerra e miseria genera confusione e oblio. Situazioni paradossali e insieme esemplari come quella dell’Ungheria di Viktor Orbán, che dimentica la catastrofe degli ebrei ungheresi e rifiuta l’accoglienza ai migranti con cinismo e crudeltà. Un comportamento che apparentemente dovrebbe isolare l’Ungheria dal resto d’Europa ma che in realtà rischia ormai di diffondersi al di là delle sue frontiere, in assenza tra l’altro di fratture interne che costringano Viktor Orbán a modificare o almeno a mitigare il rigore dei suoi rifiuti. Questo significa anche una frattura nella memoria collettiva dell’Europa che indebolisce la possibilità di una presa di coscienza non parcellizzata, solidale senza riserve. Il Giorno della Memoria dovrebbe servire a tenere viva la sensibilità di popoli e società verso problemi che ne hanno plasmato negativamente la storia ma che sono anche terribilmente attuali. Oggi la minaccia più insidiosa non è rappresentata dal negazionismo né dal neofascismo o dal neonazismo, ma piuttosto dall’acquiescenza diffusa a comportamenti di insofferenza se non di ostilità nei confronti dell’altro. Nessuno ha il coraggio di dirsi anti-semita o anti-musulmano, ma nei fatti il prevalere di una sorta di agnosticismo etico ci riporta al punto in cui tutto è incominciato, alla deresponsabilizzazione e all’indifferenza. È un problema politico e culturale di enorme portata che si inserisce nella crisi dell’Europa non meno che in quella della nostra democrazia.

rom e sinti le prime vittime deportate a Dakau – il monito di mons. Perego

giorno della memoria

mons. Perego della ‘Migrantes’

“non dimenticare i minori rom trucidati in camere a gas e quelli di oggi esclusi”

“Nel Giorno della memoria non possiamo dimenticare la tragedia di un popolo europeo purtroppo non ancora riconosciuto in Italia come minoranza, e non richiamare l’attenzione a fatti di discriminazione, di esclusione sociale ancora troppo presenti nelle nostre città nei confronti dei rom, sfociati talora in nuove forme di violenze e di razzismo che devono preoccupare”.

Lo afferma oggi mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, ricordando le vittime del genocidio delle leggi razziali e, tra queste, lo sterminio delle persone e famiglie rom. La Migrantes, in questo giorno vuole ricordare

“i troppi minori rom ancora apolidi nel nostro Paese, che vivono ai margini delle nostre città o la violenza di sgomberi forzati e che rischiano di essere esclusi da percorsi di partecipazione e di cittadinanza. Ieri questi minori rom sono stati i primi a essere trucidati nelle camere a gas, oggi rischiano di essere ancora dimenticati e ed esclusi”.

Le prime deportazioni di rom – ricorda l’organismo pastorale della Cei – avvennero nel 1936 a Dachau. Le prime vittime furono rom e sinti della Germania e dell’Austria, deportati nei lager in Polonia. In Ucraina, in Boemia e in Moravia la popolazione rom fu quasi completamente massacrata. “Volti e storie di violenze e di morte”, anche di molti minori, nei diversi Paesi europei e in Italia, dove sorsero i campi di concentramento dei sinti e rom a Bolzano e in Sardegna, in Molise e Abruzzo, nel Lazio e in Calabria dopo le leggi razziali. Dopo l’8 settembre del 1943, molti rom si unirono alle formazioni partigiane e diedero “un contributo importante, spesso dimenticato, alla Resistenza e alla nascita della democrazia in Italia”.

soldati israeliani che cominciano a rompere il silenzio contro l’occupazione di circa cinquant’anni

 

contro la tirannia del consenso

Contro la tirannia del consenso

 

Yuli Novak     da: Adista Documenti n° 4 del 28/01/2017

Clicca qui per leggere l’introduzione di Adista al documento

I soldati che hanno rotto il silenzio non lo hanno fatto senza pensarci. L’atto di rompere il silenzio non è fatto per lavarsi la coscienza o per alleviare i sintomi post-traumatici di coloro che sono stati spediti a rafforzare un regime militare (anche se questo può essere un effetto collaterale).

L’atto di rompere il silenzio non è piacevole. Rompere il silenzio è spaventoso; ti fa perdere il sonno. Lo scopo di questo atto è il cambiamento radicale della situazione politica; non in modo cosmetico, ma dalle fondamenta, andando alle radici.

Rompere il silenzio vuol dire prendere una posizione morale e personale contro una situazione che è inaccettabile da cima a fondo, nella sua totalità. Rompere il silenzio significa anche assumersi la responsabilità delle proprie azioni ed essere personalmente pronti a pagarne il prezzo.

Noi rompiamo il silenzio per protestare contro l’occupazione. Il nostro gesto è un grido per dire che il controllo militare, in atto da decenni, su milioni di persone – i palestinesi – è inaccettabile. Per dire che l’occupazione non è qualcosa che può o deve essere normalizzata o “aggiustata”: è solo qualcosa cui va posto fine. Perché, anche se esiste da decenni, non ha il diritto di esistere. Rompere il silenzio vuol dire sfidare qualcosa che, da quasi 50 anni, è diventata parte di noi e della nostra identità.

L’amministrazione dell’Università Ben Gurion ha detto che la decisione di cancellare il premio conferito a Breaking the Silence si basava sul fatto che la nostra organizzazione è fuori dal consenso politico.

Dal giorno in cui è stata fondata, Breaking the Silence non ha mai fatto parte del consenso nazionale. Al contrario, l’atto di rompere il silenzio significa dichiarare pubblicamente che si è contro il consenso.

Non facciamo confusione: consenso vuol dire occupazione. I soldati che hanno rotto il silenzio lo hanno fatto per porre fine all’occupazione. Loro, noi, stiamo cercando di contestare il sistema, di smontare il suo meccanismo, di sabotarlo. Rompono il silenzio per denunciare cosa significa occupare un altro popolo. E non lo fanno in maniera teorica, come fosse una ricerca storica, non lo fanno da lontano: sono stati lì. E ora ci mostrano l’ingiustizia insita nell’attuazione di questa politica crudele. E sono pronti a pagare di persona per questo gesto.

Rompere il silenzio è un diritto che ogni cittadino ha in democrazia, per contestare l’opinione predominante. Per sfidarla e gridare forte e chiaro che ciò che ci hanno fatto credere è un mucchio di fandonie, è una menzogna, un’illusione. È una politica orribile che serve solo a una piccolissima parte della società israeliana: la destra colonialista e messianica e i suoi rappresentanti in Parlamento.

Quindi, in effetti, la professoressa Carmi, il professor HaCohen e gli altri membri dell’amministrazione che hanno scelto l’argomento del consenso non ci hanno rivelato niente di nuovo. Hanno ragione. Noi siamo, orgogliosamente, fuori dal consenso.

I soldati che si avvicinano a Breaking the Silence per offrire le loro testimonianze circa ciò che succede nei Territori si stanno liberando – consapevolmente e intenzionalmente – dal caldo e confortevole abbraccio del consenso. Ognuno di loro rompe il silenzio per prendere le distanze dall’opinione dominante. Uno dopo l’altro, testimonianza dopo testimonianza, hanno creato una banca dati fatta di migliaia di storie che, negli ultimi 12 anni, ha rivelato i pericoli del consenso. Alla luce della reazione isterica e violenta che il nostro atto ha scatenato, possiamo dedurne che è altamente efficace.

Breaking the Silence farà parte del consenso il giorno in cui vinceremo, il giorno in cui finirà l’occupazione e inizierà un processo di ricostruzione e riconciliazione. Fino ad allora, non abbiamo alcun interesse a far parte del consenso. Non perché vogliamo essere dispettosi, ma perché non abbiamo altra scelta.

L’occupazione, questo regime distruttivo, da 50 anni impedisce a Israele di essere una vera democrazia e sta rapidamente diventando il nucleo della nostra identità. Questo vuol dire che sempre più israeliani stanno diventando servi di questo regime di occupazione. Sempre più persone, di ogni estrazione sociale, sono costrette a essere parte attiva nel mantenimento e nel sostegno del sistema, soprattutto per coprire le crepe che si stanno aprendo. Nel corso dell’ultimo anno, sono stato testimone di questo orribile processo più e più volte.

In questo senso, la prof. Carmi è sulla stessa lunghezza d’onda di un mucchio di persone indegne, come Yair Lapid, che ha attaccato Breaking the Silence per guadagnare consenso. Al suo fianco ci sono i membri del suo partito che lo criticano dietro le quinte, ma tacciono in pubblico. E gli stessi politici che una volta guidavano la lotta contro l’occupazione non dicono una parola di fronte all’ostilità e alla violenza manifestate contro di noi; alcuni politici mi hanno detto, con le lacrime agli occhi, che “il sostegno a Breaking the Silence gli costerebbe le primarie”.

La lista di queste “nobili persone” che preferiscono tenere per sé la loro contrarietà all’occupazione perché il prezzo da pagare sarebbe troppo alto si allunga sempre più.

Ed è vero: ospitare una conferenza o assegnare un premio a dei soldati che si sono apertamente schierati contro l’occupazione, in Israele, nel 2016, è un atto di coraggio, non è una cosa scontata. È un gesto che ha un prezzo. Non c’è bisogno che qualcuno mi spieghi qual è il prezzo da pagare per essersi opposti al consenso. Ma il pericolo sta proprio in questo.

Carmi non ha solo ritirato il premio a Breaking the Silence, ma – forse senza volerlo, forse senza pensarci troppo – ha contribuito a rafforzare il consenso che ci etichetta come traditori e spie. Dopo tutto, se non fossimo dei traditori, il premio non ci sarebbe stato tolto. La vera tragedia è questa: Carmi non ha ritirato il premio perché sostiene l’occupazione (anche se non so proprio cosa sostiene). E non penso che detesti Breaking the Silence (in realtà non ci conosce). Ha solo avuto paura.

Carmi ha ceduto di fronte al populismo sensazionalista e violento del governo dell’occupazione e del consenso. Ha accettato le regole anti-democratiche del gioco. Ha introiettato quello che i leader del consenso chiedono a tutti noi: non opponetevi. Non offrite tribune a chi si oppone alla politica del governo. Non intralciate l’occupazione e la colonizzazione. E, soprattutto, non minate il nostro straordinario successo nel trasformare l’occupazione nel consenso nazionale.

Adesso possiamo e dobbiamo dire la verità: coloro che permettono che l’occupazione dei territori palestinesi continui da ormai quasi 50 anni, e che questa sia diventata il consenso nazionale, non sono i coloni o i loro rappresentanti in Parlamento. E non è nemmeno il primo ministro. Sono coloro che permettono all’occupazione di prosperare. Sono coloro che non sono favorevoli ma che ciononostante rimangono in silenzio. Coloro che sanno che mette in pericolo il futuro di Israele, ma non vi si ribellano. Coloro che riconoscono che l’occupazione contraddice e mina la democrazia israeliana, ma scelgono ancora e ancora di rimanere nel consenso.

Detto questo, vorrei ringraziare la prof. Carmi e l’amministrazione dell’Università: grazie alla vostra decisione, il premio è diventato ancora più prezioso. Ha acquistato grande valore perché negli ultimi mesi ha denunciato di fronte a tante persone l’immenso degrado morale che ci circonda. La vostra decisione ha spinto la gente a prendere posizione, con coraggio, contro la tirannia del consenso.

Ed è prezioso perché ci è stato assegnato oggi da un gruppo di persone che ha agito con fiducia e con coraggio, senza indietreggiare, offrendo a tutti noi un esempio e un modello di comportamento. Guy, Hagai, Iris, Anat, Amit, Yoni, Oren e molti altri, sono orgogliosa di essere qui con voi per questa toccante cerimonia. A nome di Breaking ghe Silence, sono fiera di ricevere questo premio che è fuori dal consenso, che si oppone al consenso ed è la spina nel fianco del consenso.

* Foto di Justin McIntosh, tratta da Commons Wikimedia. Immagine originale e licenza.

una giornata importante per non essere complici di nuovi razzismi

“Giornata della Memoria”

no all’indifferenza per non essere complici di nuovi razzismi

valorizzare solidarietà e inclusione sociale per creare una nuova cultura
 Auschwitz

 a 72 anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, il ricordo dell’orrore e dell’abisso causato dall’antisemitismo e dalla predicazione dell’odio razziale è «particolarmente importante in questo passaggio storico per l’Europa e il mondo intero». dichiara la Comunità di Sant’Egidio. La «Giornata della Memoria» – che si celebrerà domani – è un «evento ancora più sentito proprio nel momento in cui va scomparendo la generazione dei sopravvissuti e dei testimoni della Shoah».

Ma «non può limitarsi ad un esercizio passivo. Troppa indifferenza di fronte ai nuovi atti di intolleranza e di razzismo, che vediamo riprodursi anche nel continente che conobbe il sorgere del nazismo, rischia di creare una pericolosa complicità». Si devono invece «valorizzare gli atti di solidarietà, integrazione e inclusione sociale a favore dei più deboli e discriminati, che vedono protagonisti già tanti cittadini in Italia». Occorre «moltiplicarli per creare una nuova cultura e trasmetterla alle giovani generazioni. È il modo migliore per celebrare la Giornata della Memoria e impegnarci per costruire una civiltà del convivere in cui ci sia spazio per tutti».

 

i 500 anni della ‘riforma’ di Lutero meritano una preparazione adeguata

I 5 ‘SOLA’ della RIFORMA



Conferenze sui ‘CiNQUE SOLA’ in vista del 500° anniversario della Riforma


Sabato 5 marzo 2016 ore 17,30: ►SOLA SCRITTURA
Relatore prof Paolo Ricca, docente emerito di storia del cristianesimo alla Facolta’ valdese

Venerdì 22 aprile 2016 ore 17,30: SOLA GRAZIA
Relatore prof Fulvio Ferrario, docente di teologia sistematica alla Facolta’ valdese


Venerdì 24 giugno 2016 ore 18,00: SOLA FEDE
Relatore past William Jourdan responsabile della chiesa metodista di Vicenza


Giovedì 3 novembre 2016 
ore 17,30: ►SOLO CRISTO
Relatore dott Pawel Gajewski professore incaricato alla Facolta’ valdese


Venerdì 2 dicembre 2016 ore 17.30: SOLI DEO GLORIA
Relatore past Paolo Ribet della chiesa valdese di Torino


Fonte: Piacenzachiesavaldese 

la conferenza di Paolo Ricca anche su youtube

undici preti di Colonia chiedono cambiamenti nella chiesa – «sette orientamenti per il futuro» della Chiesa

“nella Chiesa o si cambia o si muore”

le proposte di undici preti di Colonia

 
da: Adista Notizie n° 4 del 28/01/2017

Sono solo 11 i preti dell’arcidiocesi di Colonia che hanno elaborato e firmato una lettera su «sette orientamenti per il futuro» della Chiesa, ma è significativo che appartengano a quella generazione di sacerdoti che ha iniziato lo studio della teologia nel 1961 ed è stata ordinata a partire dal 1967, quella che porta dentro di sé l’impronta di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II. Undici sacerdoti che non si sono mai persi di vista («ci siamo incontrati di solito una volta al mese, abbiamo fatto insieme esercizi, corsi di formazione e viaggi»), hanno maturato un comune sentire, anche su temi di difficile condivisione nella comunità presbiterale quali il sacerdozio alle donne e il celibato sacerdotale per scelta. Ora, a 50 anni dall’ordinazione del primo prete, vogliono celebrare «la messa di ringraziamento nella Maxkirche di Düsseldorf, dove siamo stati ordinati diaconi». Aggiungendovi però la proposta di una road map per i giorni a venire che è al contempo uno sguardo deluso sul passato («ci sentivamo parte di un’avanguardia di una cristianità in rinnovamento. Purtroppo, più tardi, sono man mano aumentate le paure negli uomini di Chiesa, sia a Roma sia anche nella diocesi di Colonia») e sul presente («Il nuovo entusiasmo per il vangelo che papa Francesco vuole risvegliare con la parola-guida misericordia, sembra essere avvincente solo per pochi, finora. Questo può rendere rassegnati e stanchi»). Non si può che constatare che «la questione Dio» non ha «più nessuna importanza per molte persone nel nostro Paese»; che la “timidezza” dei cristiani «nella nostra società, nella cultura, nella politica e nell’economia» non lascia trasparire «la forza che potrebbe venire da Gesù Cristo» e che la partecipazione liturgica è deficitaria e occasionale.

Sette proposte per rivitalizzare la fede

Il primo dei sette punti indicati dai sacerdoti è la necessità di «una lingua che oggi nell’annuncio del messaggio biblico sia di nuovo comprensibile. La lingua della Bibbia deve essere messa più chiaramente in relazione alle nostre esperienze e alle nostre immagini linguistiche. Si tratta di entrare in dialogo con essa».

«Riteniamo importante – seguitano – incoraggiare le gerarchie della Chiesa a valorizzare i doni dello spirito degli uomini e delle donne e non di imbrigliarli con leggi canoniche». Ma c’è anche «urgente bisogno di coraggiosi tentativi nella questione dell’ammissione all’ordinazione. A nostro avviso non ha alcun senso continuare a pregare lo Spirito Santo di mandarci vocazioni presbiterali, e al contempo escludere tutte le donne da queste cariche».

Come anche, continuano, «abbiamo bisogno di coraggio e di fiducia sul fatto che il Signore è molto al di sopra delle nostre controversie confessionali. La partecipazione all’eucaristia e alla cena del Signore non può che essere affidata alla responsabilità dei cristiani battezzati».

La «pianificazione pastorale» deve cambiare di orientamento: «Le parrocchie molto estese sono, da ogni punto di vista, una cosa intollerabile: i fenomeni di crescente anonimizzazione e isolamento presenti nella società vengono in questo modo ulteriormente incrementati nella Chiesa, invece di essere contrastati. Bisogna che la Chiesa ci sia e che parli localmente».

E allora servono «luoghi per le comunità che fanno esperienza di fede, e cioè la Chiesa con il centro della parrocchia. La morte della parrocchia non è assolutamente preprogrammata se i fedeli in loco ci sono e vivono lì».

C’è un ultima questione dolorosa cui, sostengono gli 11 sacerdoti, occorre porre rimedio: «vogliamo parlare dell’esperienza della solitudine. Invecchiando da single, la solitudine, allora imposta per motivi di “mansione”, ora dopo 50 anni di missione, la sentiamo talvolta molto chiaramente. Il celibato, in una vita comunitaria in convento, può liberare grandi forze; invece, il “modello dell’uomo da solo” porta quest’uomo ripetutamente ad un isolamento sterile e/o un inutile eccesso di lavoro. Raramente libera una sorgente spirituale nella pastorale. Non è un caso che molti di noi hanno assunto, ma non scelto, questa forma di vita clericale solo per poter essere preti. Perfino nella Bibbia non ci sono le parole a sostegno di una legge della Chiesa in merito. Motivo di riflessione può essere una citazione della Scrittura, stimolo per una revisione a favore della vita e della comunità: “Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna…” (1Tim 3,2)».

Prima della «paura»

I firmatari sono

Wolfgang Bretschneider, Hans Otto Bussalb, Gerhard Dane, Franz Decker, Günter Fessler, Willi Hoffsümmer, Winfried Jansen, Fritz Reinery, Josef Ring, Josef Rottländer, Heinz Schmidt.

Quando lamentano la «paura» emersa anche nella loro arcidiocesi nell’era wojtyliana, il pensiero va a quell’atto (forse l’ultimo) di contestazione che fu, nel 1989, la “Dichiarazione di Colonia” (v. Adista n. 11/1989) e che fu isterilito dalla “sordità” della cupola romana e dalla “normalizzazione” sistematicamente agita da Giovanni Paolo II. La “Dichiarazione” criticava la politica vaticana delle nomine episcopali e l’atteggiamento della Curia romana verso la libertà di ricerca. Il gruppo che la lanciò comprendeva i maggiori teologi tedeschi dell’epoca, tutti figli dell’era e del dettato conciliari:

Hans Kung e Norbert Greinacher; i teologi morali Franz Boeckle, Alfons Auer e Johannes Gruendl; Heinrich Fries, Herbert Haag, Friedhelm Hengsbach, Dietmar Mieth; la teologa Catharina Halkes; Edward Schillebeecks.

 

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