il vangelo postula il continuo cambiamento delle strutture ingiuste della società

trasformare la società

«La realtà della dimensione sociale del peccato esige una conversione personale che si traduca nella lotta per la trasformazione sociale delle strutture peccaminose»

T. Mifsud

 

Ci hanno convinto dell’immodificabilità della realtà e di conseguenza della distanza di Dio dalla storia dell’uomo. Se cerchiamo la semplice sopravvivenza materiale conviene certamente prendere atto dell’esistente e adeguarsi. Si tratterà di scegliersi il posto migliore a discapito di un nostro simile trasformato in nemico. Dovremo, è vero, sopportare la fatica di difenderlo ma la legge e le armi di solito vengono in soccorso di chi sceglie il compromesso con il regime dell’iniquità. Si diventa come loro, infatti il potere ha la capacità di convincere l’uomo che il cinismo sia necessario per proteggere la propria vita e quella dei familiari. Diventiamo dei cani rabbiosi e accettiamo un criminale come padrone che ci tiene al guinzaglio in cambio di qualcosa nella ciotola. Il Vangelo predica invece che l’uomo non si realizza nella sopravvivenza, nel lasciare le cose come stanno, ma nella trasformazione della realtà*.

L’attuale assetto sociale è il frutto di logiche economico-finanziarie che rappresentano tutto il male possibile per l’uomo. Il Vangelo vive in esilio, ai margini, nelle minoranze, nei luoghi dove abitano le vittime di quelle scelte e di quei compromessi, fuori dagli spazi istituzionali, convenzionali ed ufficiali. Il Vangelo attende qualcuno che sia disposto a perdere la vita ossia la reputazione, l’approvazione di quelli che contano, l’immagine di plastica, per esistere, al contrario, secondo l’immagine autentica che Dio non impone ma che costruisce insieme a noi. Una società che si muove agli ordini del Capitale non può considerarsi cristiana anche se abitata da milioni di persone che si definiscono cristiane. Non basta una definizione per determinare la realtà che parla di oppressione e ingiustizia piuttosto che di compassione e di comunità. Di conseguenza occorrerebbe modificare la terminologia scegliendo tra: capitalisti, competitivi, selettivi, emarginatori, speculatori, indifferenti etc. Altrimenti la parola cristiano risulta o comica o ipocrita.

* “L’evangelizzazione deve calare profondamente nel cuore dell’uomo e dei popoli; perciò la sua dinamica tende alla conversione personale e alla trasformazione sociale”.

(Documento di Puebla, 362)

undici preti di Colonia chiedono cambiamenti nella chiesa – «sette orientamenti per il futuro» della Chiesa

“nella Chiesa o si cambia o si muore”

le proposte di undici preti di Colonia

 
da: Adista Notizie n° 4 del 28/01/2017

Sono solo 11 i preti dell’arcidiocesi di Colonia che hanno elaborato e firmato una lettera su «sette orientamenti per il futuro» della Chiesa, ma è significativo che appartengano a quella generazione di sacerdoti che ha iniziato lo studio della teologia nel 1961 ed è stata ordinata a partire dal 1967, quella che porta dentro di sé l’impronta di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II. Undici sacerdoti che non si sono mai persi di vista («ci siamo incontrati di solito una volta al mese, abbiamo fatto insieme esercizi, corsi di formazione e viaggi»), hanno maturato un comune sentire, anche su temi di difficile condivisione nella comunità presbiterale quali il sacerdozio alle donne e il celibato sacerdotale per scelta. Ora, a 50 anni dall’ordinazione del primo prete, vogliono celebrare «la messa di ringraziamento nella Maxkirche di Düsseldorf, dove siamo stati ordinati diaconi». Aggiungendovi però la proposta di una road map per i giorni a venire che è al contempo uno sguardo deluso sul passato («ci sentivamo parte di un’avanguardia di una cristianità in rinnovamento. Purtroppo, più tardi, sono man mano aumentate le paure negli uomini di Chiesa, sia a Roma sia anche nella diocesi di Colonia») e sul presente («Il nuovo entusiasmo per il vangelo che papa Francesco vuole risvegliare con la parola-guida misericordia, sembra essere avvincente solo per pochi, finora. Questo può rendere rassegnati e stanchi»). Non si può che constatare che «la questione Dio» non ha «più nessuna importanza per molte persone nel nostro Paese»; che la “timidezza” dei cristiani «nella nostra società, nella cultura, nella politica e nell’economia» non lascia trasparire «la forza che potrebbe venire da Gesù Cristo» e che la partecipazione liturgica è deficitaria e occasionale.

Sette proposte per rivitalizzare la fede

Il primo dei sette punti indicati dai sacerdoti è la necessità di «una lingua che oggi nell’annuncio del messaggio biblico sia di nuovo comprensibile. La lingua della Bibbia deve essere messa più chiaramente in relazione alle nostre esperienze e alle nostre immagini linguistiche. Si tratta di entrare in dialogo con essa».

«Riteniamo importante – seguitano – incoraggiare le gerarchie della Chiesa a valorizzare i doni dello spirito degli uomini e delle donne e non di imbrigliarli con leggi canoniche». Ma c’è anche «urgente bisogno di coraggiosi tentativi nella questione dell’ammissione all’ordinazione. A nostro avviso non ha alcun senso continuare a pregare lo Spirito Santo di mandarci vocazioni presbiterali, e al contempo escludere tutte le donne da queste cariche».

Come anche, continuano, «abbiamo bisogno di coraggio e di fiducia sul fatto che il Signore è molto al di sopra delle nostre controversie confessionali. La partecipazione all’eucaristia e alla cena del Signore non può che essere affidata alla responsabilità dei cristiani battezzati».

La «pianificazione pastorale» deve cambiare di orientamento: «Le parrocchie molto estese sono, da ogni punto di vista, una cosa intollerabile: i fenomeni di crescente anonimizzazione e isolamento presenti nella società vengono in questo modo ulteriormente incrementati nella Chiesa, invece di essere contrastati. Bisogna che la Chiesa ci sia e che parli localmente».

E allora servono «luoghi per le comunità che fanno esperienza di fede, e cioè la Chiesa con il centro della parrocchia. La morte della parrocchia non è assolutamente preprogrammata se i fedeli in loco ci sono e vivono lì».

C’è un ultima questione dolorosa cui, sostengono gli 11 sacerdoti, occorre porre rimedio: «vogliamo parlare dell’esperienza della solitudine. Invecchiando da single, la solitudine, allora imposta per motivi di “mansione”, ora dopo 50 anni di missione, la sentiamo talvolta molto chiaramente. Il celibato, in una vita comunitaria in convento, può liberare grandi forze; invece, il “modello dell’uomo da solo” porta quest’uomo ripetutamente ad un isolamento sterile e/o un inutile eccesso di lavoro. Raramente libera una sorgente spirituale nella pastorale. Non è un caso che molti di noi hanno assunto, ma non scelto, questa forma di vita clericale solo per poter essere preti. Perfino nella Bibbia non ci sono le parole a sostegno di una legge della Chiesa in merito. Motivo di riflessione può essere una citazione della Scrittura, stimolo per una revisione a favore della vita e della comunità: “Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna…” (1Tim 3,2)».

Prima della «paura»

I firmatari sono

Wolfgang Bretschneider, Hans Otto Bussalb, Gerhard Dane, Franz Decker, Günter Fessler, Willi Hoffsümmer, Winfried Jansen, Fritz Reinery, Josef Ring, Josef Rottländer, Heinz Schmidt.

Quando lamentano la «paura» emersa anche nella loro arcidiocesi nell’era wojtyliana, il pensiero va a quell’atto (forse l’ultimo) di contestazione che fu, nel 1989, la “Dichiarazione di Colonia” (v. Adista n. 11/1989) e che fu isterilito dalla “sordità” della cupola romana e dalla “normalizzazione” sistematicamente agita da Giovanni Paolo II. La “Dichiarazione” criticava la politica vaticana delle nomine episcopali e l’atteggiamento della Curia romana verso la libertà di ricerca. Il gruppo che la lanciò comprendeva i maggiori teologi tedeschi dell’epoca, tutti figli dell’era e del dettato conciliari:

Hans Kung e Norbert Greinacher; i teologi morali Franz Boeckle, Alfons Auer e Johannes Gruendl; Heinrich Fries, Herbert Haag, Friedhelm Hengsbach, Dietmar Mieth; la teologa Catharina Halkes; Edward Schillebeecks.

 

image_pdfimage_print