il veleno nella minestra, o qualcosa di simile, per papa Francesco

L’ATTACCO AL PAPA 
Attento, Francesco: i lupi ora ti mostrano i denti

ALL’OPERA UN BRANCO MODERNO DI INTERESSI TERRENI

LA STAMPA DI DESTRA E QUELLA INTERVISTA DI PADRE GEORG

di Antonio PadellaroPadellaro

Non siamo certo noi che dobbiamo dire a Papa Francesco che è circondato dai lupi. Lo sa perfettamente. Ma oggi quei lupi gli mostrano i denti pronti ad azzannarlo. Per esempio, c’è il titolo (sottolineato in rosso) di un giornale, Il Foglio, che almeno non si nasconde e scrive ciò che i lupi vanno predicando: “Un Papa immobile di fronte al jihad”.
Un Pastore che non muove un dito per difendere i propri fedeli, che resta “immobile” davanti al vecchio parroco sgozzato dalla furia islamista: cosa c’è di più vile? Francesco lo sa meglio di chiunque altro: la vulgata della sottomissione progressiva dei cristiani alla legge coranica, delle chiese soppiantate dalle moschee, del genocidio che arriva in Europa salutato dall’ossequio delle vittime ai carnefici rientra nell’offensiva del partito della sovversione in Vaticano. L’uso mediatico, cioè, del terrorismo jihadista per delegittimare definitivamente il Pontefice che si vorrebbe rispedire alla fine del mondo.
Quando fu eletto forse i lupi pensarono a un Papa Luciani meno cagionevole ma comunque Francesco li fregò alla grande facendosi servire i pasti a Santa Marta onde minimizzare i rischi. Dopo un po’, si sa, questo suo pauperismo neppure tanto ostentato cominciò a stare sulla scatole ai cardinaloni in limousine e Rolex d’oro al polso (beccati) cosicché leggemmo critiche neppure tanto velate a uno stile dimesso che mortificava l’immagine della Chiesa trionfante e quindi la Chiesa stessa.

caduta

Un Papa che gira a bordo di una Fiesta e che si reca come uno qualsiasi dall’ottico di piazza del Popolo a cambiarsi gli occhiali rattoppati: ma chi si crede di essere? Che la cosa sia naturalmente molto più seria, bene ce lo spiega padre Georg Gänswein, segretario del Papa Emerito Benedetto XVI, in un’intervista di pochi giorni fa accolta stranamente senza particolare clamore. Una demolizione di Francesco, dottrinaria e non solo, fatta con il guanto di velluto. “La mia impressione”, dice a un certo punto Georg, “è che Francesco goda di grande simpatia come uomo più di tutti gli altri leader del mondo. Ma riguardo alla vita e alla identità della fede questa sua simpatia non sembra avere grande influenza. I dati statistici, se non mentono, mi danno purtroppo ragione”. Le presenze alle messe “non sono purtroppo aumentate”, così come “le vocazioni e il ritorno alla Chiesa di chi “ha abbandonato” non è in crescita. Insomma, un “effetto Francesco” solo mediatico e non reale.padre Georg
Tutto fa brodo per raccontare di un Papa incamminato verso un rapido declino e se, come accaduto ieri, egli inciampa sulle scale del palco nel santuario di Czestochowa, questo sarà certamente il segno che neppure più si regge sulle gambe. Così quando il Pontefice afferma che non esiste una guerra di religioni ma ribadisce la sua storica definizione di una “Terza guerra mondiale a pezzi” e denuncia i veri interessi di chi getta benzina sul fuoco (finanza, controllo delle risorse naturali, sopraffazione, commercio delle armi), che tutto sono tranne che motivazioni religiose, subito scatta la ritorsione di quegli stessi interessi molto ma molto terreni. E dunque si descrive un Papa codardo di fronte al calvario dei cristiani perseguitati.
I lupi si adeguano. Non serve più il veleno nella minestra, basta e avanza il veleno delle parole.
© 2016 Editoriale il Fatto S.p.A. C.F. e P.IVA 10460121006

lettera di un musulmano ai fratelli musulmani

la mia lettera ai fratelli musulmani:

“denunciamo chi sceglie il terrore”

l’appello di Tahar Ben Jelloun. “Dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci contro Daesh”. “Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri”

di TAHAR BEN JELLOUNTahar Ben Jelloun

L’Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome “Islam” è contenuta la radice della parola “pace”. Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all’assassinio di innocenti. Un’aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.

Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un’altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.

Perciò dopo i massacri del 13 novembre a Parigi, la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che “questo non è l’Islam”. Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l’Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l’Islam – o piuttosto – se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l’Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l’Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l’inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l’Islam è in Europa.

Se l’Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all’immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.Tahar Ben Jelloun1

Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell’Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell’innocente sul volto dell’Islam.

Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.

Apparteniamo alla stessa nazione, ma non  per questo siamo “fratelli”. Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.

la pulizia etnica in Toscana

‘Nazione Rom’ sugli sgomberi:

“in Toscana si fa pulizia etnica!”

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“Stamani a Cascina, Pisa, zona San Prospero, l’ultimo sgombero di famiglie Rom. Sul posto direttamente il Sindaco Susanna Ceccardi insieme a Polizia di Stato, Carabinieri e Polizia Municipale.  Alle famiglie sono state requisite le roulotte unica abitazione posseduta e non è stata garantita nessuna soluzione abitativa alternativa. Sono gli effetti dell’ordinanza emanata dal Sindaco recentemente eletto nelle liste della Lega Nord.

Prima di lei, il Sindaco di Portoferraio, seguito da tutti i Sindaci dell’Isola d’Elba, aveva emanato un’altra ordinanza fortemente contestata dalla Prefettura di Livorno. Altre famiglie Rom allontanate dal territorio senza nessuna soluzione abitativa offerta per i cittadini sgomberati. 

Anche a Livorno, negli stessi giorni, in Via del Levante, altre famiglie di etnia Rom, tutte poverissime venivano cacciate e le loro precarie abitazioni distrutte.

Nessuna alternativa abitativa veniva offerta dal Sindaco Filippo Nogarin eletto nella lista del Movimento 5 Stelle. 

Ieri a Viareggio, in Provincia di Lucca, altre famiglie di etnia Rom sgomberate da un casolare nei pressi di Torre del Lago. Nessuna soluzione alternativa offerta.

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A Firenze mentre ripartono le campagne mediatiche razziste e diffamatorie anti Rom, da parte delle testate giornalistiche, sulla Stazione Fs di Santa Maria Novella, il Sindaco Dario Nardella eletto nelle liste del Partito Democratico, continua a cacciare i poveri dalla città. Emblematico il caso di Piazza Santissima Annunziata, dove si è recentemente recato l’Assessore alla Sicurezza Federico Gianassi. Questi, coadiuvato dalla Polizia Municipale, ha sequestrato i vestiti di giovani e poverissime donne Rom, accusate di usare le fontane pubbliche per rinfrescarsi dalla calura estiva ed usarle come lavatoio. Donne, intere famiglie che non hanno una casa ne un posto dove dormire.

Cosa succede nella “rossa” Toscana? E’ evidente. Siamo di fronte ad un tentativo di pulizia etnica della regione, un tentativo messo in atto da tutti i partiti rappresentanti nell’arco istituzionale: Partito Democratico, Cinque Stelle , Lega Nord. Questo è il nuovo partito della nazione. Un partito razzista incapace di risolvere positivamente i problemi di sicurezza, di vita, di abitazione, di lavoro dei cittadini. I Rom sono infatti cittadini come tutti gli altri. La pulizia etnica in corso una grave violazione dei diritti umani. Un quadro di illegalità istituzionali di rara gravità.

Nel frattempo la Città Metropolitane di Firenze ha ricevuto dalla Commissione Europea, nel corso del 2015, la cifra economica di 893 milioni di euro per un programma denominato PON METRO, denaro pubblico  investito sulle 14 città metropolitane, tra cui il capoluogo toscano. Il programma è gestito nazionalmente dall’Agenzia di Coesione Territoriale.  Altro denaro è stato ricevuto dalla Regione Toscana attraverso i programmi denominati Fes, Fesr, Feasr 2014 – 2020.  

Si tratta complessivamente della somma economica di 32 miliardi di euro, il 20% dei quali destinati all’inclusione sociale dei poveri, dei Rom, Sinti e Caminanti. Dove è finito questo denaro? Come mai i programmi di inclusione non vengono attuati dalle istituzioni fiorentine, toscane e nazionali?

In data 24 giugno 2016, Marcello Zuinisi legale rappresentante ANR si è rivolto alla Stazione dei Carabinieri di Viareggio ed alla Procura della Repubblica denunciando alcuni dei responsabili istituzionali della frode europea in corso in Italia: Matteo Renzi, Maria Elena Boschi ed Enrico Rossi sono tra questi.

 ANR chiede il rispetto della legge e dei programmi e la fine della pulizia etnica: non si combattono i poveri ma si combatte la povertà e le cause che la determinano. Questo l’unico modo per uscire dalla crisi che attanaglia Firenze, la Regione Toscana e l’intero paese”.

le cause delle migrazioni per papa Francesco

 

“di fronte al terrorismo islamico interroghiamoci su come abbiamo esportato la democrazia”

in un’intervista con «La Croix» il Papa torna a parlare dell’immigrazione causata dalle guerre in Medio Oriente e Africa e dal sottosviluppo, dei trafficanti di armi e dell’integrazione

 il papa intervistato da “La Croix”

 andrea tornielli   

«Di fronte al terrorismo islamico, sarebbe meglio interrogarci sul modo in cui un modello troppo occidentale di democrazia è stato esportato in paesi come l’Iraq». Papa Francesco ha concesso un’intervista esclusiva a La Croix, parlando di immigrazione, guerra e laicità.

 

Migranti, guerre e sottosviluppo

Alla domanda se il vecchio continente ha la capacità di accogliere così tanti immigrati, Francesco ha risposto in questo modo: «Questa è una domanda responsabile perché uno non può aprire le porte in modo irrazionale. Ma la domanda di fondo da farsi è perché ci sono così tanti migranti ora. I problemi iniziali sono le guerre in Medio Oriente e in Africa e il sottosviluppo del continente africano, che provoca la fame. Se ci sono guerre è perché ci sono fabbricanti di armi – che possono essere giustificati per propositi difensivi – e soprattutto trafficanti di armi. Se c’è così tanta disoccupazione, è per mancanza di investimenti capaci di portare il lavoro di cui l’Africa ha così tanto bisogno».

Il mercato totalmente libero non va

«Più in generale – ha insistito Francesco – ciò solleva il problema di un sistema economico mondiale che è caduto nell’idolatria del denaro. Più dell’80 per cento delle ricchezze dell’umanità sono nelle mani del 16 per cento della popolazione. Un mercato completamente libero non funziona. I mercati in sé sono un bene ma richiedono una parte terza o uno stato che li monitori e li bilanci. In altre parole ciò che serve è un’economia sociale di mercato».

Integrare e non ghettizzare gli immigrati

«Tornando ai migranti – ha continuato il Pontefice – la peggior forma di accoglienza è la ghettizzazione. Al contrario, è necessario integrarli. A Bruxelles, i terroristi erano belgi, figli di immigrati, ma cresciuti in un ghetto. A Londra, il nuovo sindaco (Sadiq Khan, figlio di musulmani pakistani, ndr) ha prestato il suo giuramento in una cattedrale e sicuramente incontrerà la regina. Questo mostra la necessità che l’Europa riscopra la sua capacità di integrare. Penso qui a Gregorio Magno, che aveva negoziato con popoli conosciuti come barbari, i quali si sono poi integrati. Questa integrazione è tanto più necessaria in quanto oggi, a seguito di una ricerca egoistica del benessere, l’Europa sta vivendo il grave problema di un tasso di natalità in declino».

Paura della conquista islamica

Francesco ha quindi risposto a una domanda sulla paura dell’islam nelle società europee. «Oggi io non credo che ci sia paura dell’islam – ha detto – ma dell’Isis e della sua guerra di conquista che è in parte tratta dall’islam. È vero che l’idea della conquista appartiene allo spirito dell’islam. Ma si potrebbe interpretare secondo la stessa idea di conquista la fine del Vangelo di Matteo, quando Gesù invia i suoi discepoli a tutte le nazioni. Di fronte al terrorismo islamico, sarebbe meglio interrogarci sul modo in cui un modello troppo occidentale di democrazia è stato esportato in paesi come l’Iraq, dove un governo forte esisteva in precedenza. Oppure, in Libia, dove esiste una struttura tribale. Non possiamo andare avanti senza prendere in considerazione queste culture. Come ha detto di recente un libico: “Eravamo abituati ad avere un Gheddafi, ora ne abbiamo cinquanta.” La coesistenza tra cristiani e musulmani è ancora possibile. Io provengo da un paese dove coabitano bene».

Laicità e religione in ambito pubblico

Il Papa ha risposto anche a una domanda sul modello della «laicité» francese. «Gli stati devono essere secolari, quelli confessionali finiscono male – ha detto – Sono contro la storia. Io credo che una versione della laicità, accompagnata da una solida legge che garantisca la libertà di religione, offra un quadro di riferimento per andare avanti. Siamo tutti figli e figlie di Dio, con la nostra personale dignità. Ognuno deve avere la libertà di esprimere la propria fede. Se una donna musulmana vuole indossare il velo, deve poterlo fare. Allo stesso modo, se un cattolico vuole indossare una croce. Le persone devono essere libere di professare la loro fede nel cuore delle loro proprie culture e non ai loro margini. La modesta critica che io vorrei rivolgere alla Francia riguarda il fatto che esagera con la laicità. Questo porta a considerare le religioni come sotto-culture, piuttosto che culture a pieno titolo con i loro diritti. Temo che questo approccio, un comprensibile patrimonio dei Lumi, continui ad esistere. La Francia ha bisogno di fare un passo avanti su questo tema al fine di accettare il fatto che l’apertura alla trascendenza è un diritto per tutti».

Le leggi e il diritto all’obiezione di coscienza

A Francesco è stato anche chiesto come i cattolici debbano difendere le loro convinzioni di fronte a leggi quali quella sull’eutanasia o sulle unioni civili. «Spetta al Parlamento discutere, argomentare, spiegare, dare le ragioni. È così che una società cresce. Tuttavia, una volta che una legge è stata approvata, lo Stato deve anche rispettare le coscienze. Il diritto all’obiezione di coscienza deve essere riconosciuto all’interno di ogni struttura giuridica, perché è un diritto umano. Anche per un funzionario pubblico, che è una persona umana. Lo Stato deve anche prendere in considerazione le critiche. Questa sarebbe una vera e propria forma di laicità. Non si possono accantonare gli argomenti proposti dai cattolici dicendo semplicemente che “parlano come un prete”. No, essi si fondano su quel tipo di pensiero cristiano che la Francia ha così notevolmente sviluppato».

I laici, il clericalismo e i lefebvriani

Nel corso dell’intervista, a proposito della mancanza di preti, Francesco ha parlato dell’esempio della Corea, un Paese che «per duecento anni è stata evangelizzata dai laici». Dunque, ha spiegato, «non c’è necessariamente bisogno di preti per evangelizzare. Il battesimo dà la forza per farlo». Il Papa è tornato a denunciare la malattia del clericalismo che «è particolarmente significativo in America Latina. Se la pietà popolare è forte, è appunto perché è soltanto un’iniziativa di laici che non è stata clericalizzata. Questo non è capito dal clero». Francesco ha quindi parlato dei rapporti con la Fraternità San Pio fondata dall’arcivescovo Lefebvre, affermando che il superiore, monsignor Bernard Fellay «è un uomo con il quale si può discutere». E ha detto che i lefebvriani sono «cattolici sulla strada della piena comunione», ricordando che il Concilio Vaticano II ha il suo valore e che bisogna procedere nel dialogo con questi tradizionalisti «lentamente e con pazienza». Infine, ha difeso il cardinale Philippe Barbarin, tirato in ballo per vicende di preti pedofili precedenti al suo arrivo come arcivescovo di Lione e ha detto che secondo lui non deve rassegnare le dimissioni.

il commento al vangelo della domenica

 

QUELLO CHE HAI PREPARATO, DI CHI SARA? 

commento al vangelo della domenica diciottesima del tempo ordinario (31 luglio 2016) di p. Alberto Maggi:

Maggi

Lc 12,13-21

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.
Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Con la sagacia, l’arguzia e l’ironia e il sarcasmo che gli sono tipici, l’evangelista Luca affronta un tema antico quanto il mondo: l’eredità.
Non c’è nulla come l’eredità per dividere le persone. Ascoltiamo il capitolo 12 dal versetto 13. Gesù sta parlando di fiducia nel Padre e viene interrotto da chi invece pone la fiducia nel denaro. Uno della folla disse a Gesù: “Maestro, di’ …”, si rivolge a lui con un tono imperativo. “Dì a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ecco come abbiamo detto è una questione antica come il mondo, l’eredità. L’eredità è causa sempre di divisioni e di dissapori, perché tanto ci sarà sempre qualcuno che si aspettava di più, che pretendeva di più, che desiderava di più. E questo causerà inimicizia e spesso dissapori che durano per sempre.
Per Gesù ogni aridità è frutto dell’avarizia, dell’egoismo, della cupidigia, atteggiamenti che chiudono irrimediabilmente all’uomo e a Dio, pertanto ogni eredità, essendo frutto di egoismo, perché se le persone fossero state generose non avrebbero accumulato tanto da poter lasciare in eredità, contiene un fattore tossico che avvelena la vita di quanti la ricevono. Quindi si crede di fare del bene lasciando l’eredità e invece si fa del male, consegnando un frutto avvelenato che prima o poi porterà i suoi frutti disastrosi.
E Gesù rifiuta. Ma egli rispose: “O uomo…”, e quando Gesù usa questa espressione “uomo” è sempre al negativo, “…Chi mi ha costituito giudice o mediatore (letteralmente divisore, perché lui gli ha chiesto che il fratello divida con lui) sopra di voi?”. Ed ecco il monito severo di Gesù che va preso in considerazione.
E disse loro: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia”, la bramosia di possedere. San Paolo nella lettera ai Colossesi al capitolo 3 affermerà che la cupidigia è un’idolatria. Puoi essere la persona più religiosa, più pia, più devota del mondo, ma se accumuli denaro, se hai bramosia di possedere, se sei visceralmente e profondamente egoista sei un idolatra, non hai nulla a che fare con il Padre, perché il Padre è amore che generosamente condivide.
“Tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Il valore della vita della persona non dipende da quello che ha, ma da quello che dà. L’insegnamento di Gesù nei vangeli è che si possiede soltanto quello che si è capaci di dare; quello che si trattiene per sé non si possiede, ma ci possiede.
Ed ecco ora una micidiale parabola che Gesù racconta. Poi disse loro una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante.” Allora la persona è ricca e ha addirittura un raccolto abbondante.
Egli ragionava (attenzione è ironica perché poi Gesù gli darà dello scemo) tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti?” Il ricco, i ricchi sono malati terminali di egoismo per i quali non c’è speranza alcuna di salvezza, perché dovrebbero essere generosi, ma loro, appunto perché sono ricchi, non lo sono. Il ricco non pensa minimamente di dare, di condividere. E’ già ricco e ha questa campagna che gli fa un raccolto abbondante; non è che pensa “a chi posso dare, con chi posso condividere?” Il ricco pensa soltanto per sé. Ai ricchi tutto è dovuto.
“Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi”. Vediamo l’ingordigia, la cupidigia. “E vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.” E di nuovo ritorna questo tema dei beni.
“Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Pensa soltanto e unicamente a se stesso. Non lo sfiora minimamente un cenno di solidarietà, di condivisione, lui è già ricco, ha un frutto abbondante, “e dai che ti costa dare gli altri?!” No, il ricco, come ho detto, è un ammalato terminale di egoismo per il quale non c’è speranza.
Ed ecco la sentenza di Dio. Teniamo presente che, al tempo di Gesù, il ricco si considerava una persona che era benedetta da Dio, mentre il povero era persona punita. Ma Dio gli disse: “Stolto”. La traduzione dice “Stolto”, perché in bocca a Gesù non sembra conveniente usare certe espressioni un po’ forti, ma chi di noi ad uno direbbe “stolto”?
Qui il termine usato dall’evangelista è “scemo, stupido”, detto anche con vigore!
“Scemo! Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Ecco, prima Gesù aveva detto che egli ragionava tra sé, e invece non ragiona tra sé. Il ricco, non solo è un ammalato terminale di egoismo per il quale non c’è speranza, ma è anche scemo, ha accumulato tanto e neanche riesce a goderlo per sé. Creperà e tutto quello che ha accumulato per chi sarà?
E Gesù conclude: “Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”. Come ci si arricchisce presso Dio? Dando gli altri. Gesù negli Atti degli Apostoli, sempre scritti da Luca, afferma che c’è più gioia  nel dare che nel ricevere, il segreto della felicità non consiste in quello che ricevi, in quello che hai, in quello che accumuli, ma in quello che dai e condividi generosamente con chi ne ha bisogno.

 

don A. Antonelli chiede di essere eventualmente ammazzato una volta sola …

“se l’Isis mi ammazza non uccidetemi una seconda volta”

di Aldo Antonelli

in “l’Huffington Post” del 27 luglio 2016

Antonelli

Non succederà, ma se dovesse accadere di restare ammazzato da chicchessia, per favore, vi prego, non uccidetemi una seconda volta. Se dovessi essere sgozzato o decapitato o sventrato da un delirante di “Allah Akbar!”, vi prego, per favore, non uccidetemi due volte: non confondete l’Isis con l’Islam. E se il mio uccisore dovesse essere un nero o un emigrato, vi prego, per favore, davanti alla mia bara non uccidete anche la mia memoria: non confondete il delinquente con l’emigrante. Al mio funerale non voglio i maestri dell’imbroglio, i fabbricatori d’odio, coloro che investono sulle paure e coloro che fanno carriera sulle disgrazie altrui. Morirei una seconda volta. E questa volta per davvero!

P.S.  Dimenticavo. Dovessi morire per mano di un qualsiasi assassino vorrei il silenzio stampa. In fondo, a morire sarei solo io. Non voglio prestarmi, nemmeno da morto, a questo gioco osceno che va in onda quotidianamente a reti unificate: quello di far credere che il nostro nemico sia l’Islam e non il terrorismo quotidiano e permanente di una finanza che affama, di un mercato che desertifica e di una politica nullafacente. E le cui vittime sono milioni e milioni, non esclusi gli stessi terroristi.

 

il mistico ribelle per il quale solo la spiritualità salverà il mondo

La spiritualità salverà il mondo. Intervista al teologo Matthew Fox

la spiritualità salverà il mondo

intervista al teologo Matthew FoxFox

 
da: Adista Notizie n° 28 del 30/07/2016

Il teologo statunitense Matthew Fox è molto noto in Italia per il suo libro In principio era la gioia (Fazi, 2011), dal cui successo editoriale è scaturita anche un’associazione culturale che si dedica a diffonderne il pensiero (www.spiritualitadelcreato.it). Dopo altri volumi pubblicati sempre presso Fazi, nel corso degli ultimi anni l’Associazione Spiritualità del Creato ha sponsorizzato la pubblicazione di diverse traduzioni delle sue opere che, tralasciando gli aspetti già noti del suo pensiero, presentassero la ricchezza della sua proposta spirituale a partire dalla sua prima opera (Preghiera: una risposta radicale all’esistenza, Gabrielli 2014). Dopo Compassione: spiritualità e giustizia sociale (Claudiana, 2014) è stata la volta dell’autobiografia, pubblicata l’anno scorso presso Garzanti. A settembre apparirà un nuovo libro, molto breve e sintetico, ma di grande profondità, dal titolo La spiritualità del Creato: manuale di mistica ribelle (Gabrielli Editori). Vi anticipiamo l’intervista che Fox ha concesso a Gianluigi Gugliermetto, pastore anglicano e fondatore dell’Associazione Spiritualità del Creato, e che costituirà la postfazione del volume.

Quando scrisse questo libro, La spiritualità del Creato, il mondo si trovava forse in una situazione di maggiore speranza. La guerra fredda era terminata, la guerra del Golfo non era ancora iniziata. Anche se lei venne ridotto al silenzio per un anno, e scrisse il libro alla fine di quel periodo, il tono generale del volume è molto ottimistico. È d’accordo? Scriverebbe lo stesso libro oggi? O, meglio: la sintesi della spiritualità del Creato che lei ha proposto in questo libro del 1991 è valida ancora oggi?

È vero, ovviamente, che la storia e la cultura si sono evolute da quando ho scritto questo libro. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ad esempio, all’epoca alcuni teologi (tra cui Leonardo Boff e io stesso) eravamo posti sotto silenzio per periodi limitati, ma non eravamo ancora stati espulsi come invece accadde alcuni anni dopo. Successivamente, un totale di 106 teologi e teologhe (la lista si trova nel mio libro La Guerra del papa, Fazi, 2012) sono stati messi a tacere, espulsi e posti in condizioni tali di stress da provocar loro attacchi cardiaci ed esaurimenti nervosi. Il Vaticano dell’era Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era impegnato a screditare la Teologia della Liberazione e le Comunità di Base, in combutta con il presidente Reagan e la CIA (un fatto che documento nel mio libro), ma non era ancora detto che ci sarebbero riusciti e che avrebbero sostituito dei leader cristiani autentici e davvero eroici, come mons. Romero, il vescovo Casaldáliga, il cardinale Arns, con persone estremamente obbedienti e appartenenti alla destra estrema, membri dell’Opus Dei, della Legione di Cristo, e altri ancora. Il marcio dei preti pedofili e la sua copertura da parte della gerarchia, a partire dal card. Law fino al card. Ratzinger, non era ancora visibile al pubblico. Quando il libro venne pubblicato c’era, quindi, più speranza riguardo alla Chiesa cattolica, a causa di una certa ingenuità. Dal punto di vista culturale, il libro venne ben prima dei drammatici eventi dell’11 settembre e la risposta cieca, guidata dal loro cervello rettiliano, data dall’amministrazione Bush-Cheney, con l’invasione dell’Iraq con ragioni false e con il pandemonio che ne seguì, con il Medio Oriente che continua a bruciare, dalla Siria all’Iraq, alla Libia e in altri luoghi ancora. E la successiva “primavera araba” come sappiamo ha ottenuto risultati ambivalenti. Riguardo la tesi fondamentale del libro, tuttavia, ritengo che stia ancora in piedi. Dopo tutto, io non sono un giornalista. Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell’apprendimento che sottolinei la creatività invece dell’obbedienza, che ritenga l’eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo le “quattro E”: l’educazione, l’ecologia, l’economia e l’ecumenismo. È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell’esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. Per questo io continuo a suggerire di passare dalla conoscenza alla sapienza, un passaggio che un vero rinascimento spirituale può effettuare, anzi deve. La scienza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi 25 anni, quando questo libro venne pubblicato in lingua inglese, risvegliandoci tutti quanti, attraverso le sue scoperte, all’importanza dell’interconnessione come base della compassione (di cui parlo nel mio libro Compassione: spiritualità e giustizia sociale).

Quindi lei non è indotto al pessimismo dalle vicende dei nostri giorni?

Thomas Berry ha sottolineato che spesso è nei periodi più oscuri della storia che emergono le fasi più creative. Questo fu il caso della dinastia Han nella Cina del III secolo, e una cosa simile si è verificata nel Medioevo europeo. L’oscurità non deve indurre al pessimismo, ma può essere un invito ad accendere i focolai della creatività e dell’immaginazione sociale. Il movimento della spiritualità del Creato lo fa da decenni nell’area della pedagogia, con risultati stupendi, come anche nell’area dell’ecologia e dell’ecumenismo. E certamente dobbiamo spingere per una nuova economia che funzioni e abbiamo, tra gli altri, l’economista David Korten il quale è impegnato a tracciare un’economia che funzioni per tutti, inclusi i non-umani. Fu Tommaso d’Aquino ad avvertirci che «la disperazione è il più insidioso dei vizi» (mentre il peggiore dei peccati per lui è l’ingiustizia). Quando siamo disperati, osserva Tommaso, non ci amiamo, e per questo non amiamo gli altri. La disperazione caccia via la compassione dai nostri cuori. La speranza quindi è necessaria per sopravvivere, ma mi piace la definizione che della speranza dà l’eco-filosofo David Orr: «La speranza è un verbo che si tira su le maniche». La nostra speranza e il nostro ottimismo sono proporzionali alla fatica che decidiamo di metterci.

Quanto è importante per lei che la spiritualità rimanga distinta dalla religione? Pensa che la Chiesa cattolica, o altre Chiese, si stiano muovendo verso una stagione di riforme? Pensa che le persone possano essere raggiunte dalla spiritualità del Creato anche se non appartengono a nessuna istituzione religiosa?

Penso che la religione istituzionale così come la conosciamo stia per terminare la sua corsa, in Oriente come in Occidente. Gaia – la Terra – è così seriamente in pericolo e le istituzioni moderne sono così lontane dalle persone, che si può tracciare un parallelo tra periodi analoghi della storia dell’Occidente quando nacquero dei nuovi ordini. Penso alla nascita dei Benedettini nel VI secolo, ai Francescani e ai Domenicani nel XIII secolo, ai Gesuiti nel XVI secolo. Gli ordini rispondono più rapidamente ai cambiamenti culturali rispetto ai grandi apparati delle religioni istituzionali. In un certo senso, la moltiplicazione dei movimenti in seno al protestantesimo ha rispecchiato la nascita degli ordini nella Chiesa cattolica romana, ma non completamente. La base del protestantesimo è stata la reazione contro gli abusi della Chiesa cattolica, e sebbene la protesta e il no profetico siano una cosa molto positiva, il risultato ottenuto ha messo in secondo piano il sì mistico alla vita e il misticismo stesso. I limiti del protestantesimo, che oltretutto è nato contemporaneamente al mondo moderno, sono ben visibili oggi, come aveva predetto Paul Tillich 75 anni fa parlando di «fine dell’era protestante». Ma oggi noi viviamo anche nell’era della fine del cattolicesimo romano. Il pianeta Terra si trova in circostanze così preoccupanti che non può permettersi di aspettare che le religioni organizzate si diano una mossa. La Terra stessa sta chiamando molti giovani a realizzare nuove forme comunitarie, un nuovo connubio tra contemplazione e azione, tra misticismo e profezia, che ha luogo al di fuori delle mura dei monasteri e spesso al di fuori delle Chiese. Molti giovani stanno rispondendo con generosità e con coraggio a questa chiamata e sono ben pochi quelli che si aspettano che la guida venga assunta dalla Chiesa istituzionale. Inoltre, l’assunzione di tradizioni e di pratiche spirituali che provengono dall’Oriente e dai popoli indigeni è anch’essa un segno dei nostri tempi. Il suo successo non dipende tanto dalla religione istituzionale quanto dalla fame dei cuori e dal desiderio profondo che hanno le anime di gustare il divino per mezzo di pratiche di meditazione che sono non-dualistiche e che uniscono profondamente corpo, anima e spirito. Lo yoga e la meditazione zen sono degli esempi, ma ci sono molte altre pratiche, tra cui l’arte-come-meditazione, la messa cosmica, i mantra cristiani, lo studio dei nostri mistici occidentali, la permacultura e gli orti, e infine le pratiche di derivazione nativo-americana come la capanna sudatoria e la ricerca della visione. La spiritualità del Creato promuove tutte queste cose, rimanendo attenta a ciò che accade nella cultura. La religione e la spiritualità spesso prendono strade separate, e me ne rammarico. Ma la spiritualità viene per prima. Ovviamente è un bene invitare le persone che frequentano ancora i riti religiosi ad accostarsi all’ambito della spiritualità. Recentemente abbiamo provato a farlo lanciando le Stazioni del Cristo Cosmico, per esempio. Abbiamo intenzione di lanciare presto un nuovo “ordine spirituale” (non, si badi bene, un ordine religioso) che avrà come unico centro la sacralità della Terra. Verrà richiesto ai suoi membri un solo voto che avrà due aspetti: quello mistico, cioè la promessa di amare la Terra, e quello profetico, cioè la promessa di difendere la Terra. Ci aspettiamo che molte persone entrino a farne parte, proveniendo da diverse tradizioni religiose o da nessuna di esse, giovani e anziani, attivisti che vogliono essere anche contemplativi e contemplativi che vogliono essere anche attivisti, persone eterosessuali e persone omosessuali o queer. La mia lettura della storia mi dice che è il momento per una tale scelta e che dobbiamo imparare la lezione del passato, cercando di non cadere nella trappola tesa a san Francesco, la cui visione venne strumentalizzata mentre ancora in vita, e nel giro di una sola generazione il suo ordine era fondamentale per gestire l’Inquisizione. Per questo l’ordine di cui parlo deve essere un ordine spirituale e non religioso.

Lei ha preceduto l’eco-teologia, oggi presente nelle scuole di teologia, ma è diventata una disciplina a sé. Come avvenne originariamente per lei la connessione tra teologia ed ecologia? È chiaro che la sua “spiritualità del Creato” non è limitata alla questione ecologica, e tuttavia è intimamente legata alla Terra. Qual è dunque la relazione tra la Terra e Dio?

È incoraggiante scoprire che le Chiese e la società intera hanno fatto dei grandi passi in avanti da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, riguardo all’importanza dell’eco-teologia e delle pratiche ecologiche. Si possono indicare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, le rivelazioni della scienza su tale cambiamento e sull’estinzione delle specie, l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ (che, tra parentesi, è stata scritta in gran parte da una persona che è stata mio studente in un master di spiritualità del Creato), e il risveglio di interesse nei grandi mistici della spiritualità del Creato di ieri e di oggi. La chiave è la riscoperta della sacralità della Terra e della sua casa più vasta, l’universo. La Terra non ha mai peccato, soltanto gli esseri umani peccano. La Terra è una benedizione originaria che non ha eguali, e tutte le nostre benedizioni derivano da lei. Tutti gli esseri sono un altro Cristo, un Cristo Cosmico. Questa “terza natura” di Cristo, cioè il Cristo Cosmico, è stata ignorata per secoli, ma è presente nei primi scritti della tradizione cristiana: nelle lettere paoline, come ad esempio quella ai Colossesi, e altrove, come nel Vangelo di Tommaso che si potrebbe datare all’epoca di Paolo, prima ancora dei Vangeli sinottici. Dal momento che, come ha detto Thomas Berry, «l’ecologia è l’aspetto funzionale della cosmologia», il Cristo Cosmico è un Cristo ecologico. La luce e la bellezza della Terra ci mostrano la divinità creatrice, ma le sofferenze della madre Terra ci mostrano la crocifissione del Cristo cosmico nella nostra epoca. Uccidere la Terra, la diversità delle sue specie, le acque e i pesci, gli alberi e le foreste, significa crocifiggere di nuovo il santo Cristo. Gli imperi di oggi fanno alla Terra e alle creature quello che fece l’Impero romano a Gesù. Dio e la Terra sono in relazioni intime.

Nel suo libro Kabbalah and Ecology: God’s Image in the More-Than-Human-World, il rabbino David Seidenberg ha pubblicato il suo importantissimo studio sull’intera storia del pensiero ebraico ponendosi una sola domanda: «La nozione di immagine-di-Dio dell’ebraismo è applicabile soltanto agli esseri umani, oppure a tutti gli esseri?». La sua risposta è: a tutti gli esseri. Questo è un altro modo di parlare del Cristo Cosmico che è la luce di tutti gli esseri, come si legge in Giovanni 1. Un insegnamento parallelo a questo si trova nella nozione di buddhità o natura-di-Buddha, e così via.

Recentemente ho pubblicato, insieme al vescovo anglicano Marc Andrus, un libro che spiega una pratica molto concreta e importante chiamata «stazioni del Cristo Cosmico». In questo libro presentiamo un mini-pellegrinaggio come quello della via Crucis, ma incentrato non sulle ultime 18 ore della vita di Gesù, bensì sui suoi insegnamenti e sui maggiori eventi della sua vita, che i Vangeli situano sempre in un contesto cosmico. Queste stazioni includono anche i detti “io-sono” del Vangelo di Giovanni, che sono anch’essi parole del Cristo Cosmico e che derivano dalla comunità cristiana dopo la morte di Gesù, non dalle labbra del Gesù storico. Sia negli Usa sia in Italia, ci sono degli artisti che hanno creato queste stazioni in creta, e vorrei incoraggiare altri artisti a contribuire a crearle per tutti gli edifici di culto cristiano… del mondo!

Il libro si apre con la «nuova storia della creazione». Cos’è? In che senso si collega alla storia biblica? Il cristianesimo non dovrebbe mantenere la sua storia della creazione?

La scienza ci ha fatto dono di una nuova storia della creazione che unisce molti popoli del pianeta, al di là delle loro culture, etnie o tradizioni religiose. Questa è una buona cosa, perché le tribù umane sono sempre rimaste unite attorno alla loro storia della creazione, e oggi noi esseri umani stiamo diventando una sola tribù, pur nella differenza di filoni di idee e costumi culturali. Io non sto dicendo che dobbiamo gettar via la cornucopia di storie della creazione che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, siano esse bibliche o derivanti dalle tradizioni indigene, ecc. Si tratta di un et-et. La storia scientifica risveglia la meraviglia e ci dice come siamo giunti fino qui. Si tratta di cose che è necessario conoscere e che sono più che banalmente edificanti. Sono verità universali, come è la scienza. Ma anche le nostre storie bibliche (e ce ne sono più di una, sia nella Bibbia ebraica sia in quella cristiana) hanno molto da insegnarci. Comunque, molte delle lezioni che possiamo apprendere non stanno tanto nella lettera dei fatti scientifici, ma nel nostro comportamento quando li veniamo a conoscere.

Lei offre una serie di «regole per vivere nell’universo». Qual è la sua relazione con la disciplina, nel senso che lei di solito sembra più interessato alla liberazione dalle regole che a dettarne di nuove. Inoltre, quant’è difficile obbedire alle regole di cui lei parla?

Quando parlo di “regola” parlo anche di “habitus” oppure di “virtus”, nel senso latino, oppure di valori. Perché questi valori prendano piede c’è bisogno di disciplina interiore e di sostegno collettivo. Ma se la società decide di aderire ad essi, diventa più facile farli vivere. Essi diventano parte della nostra educazione scolastica, delle storie collettive e dell’arte, sia essa musica, cinema, teatro, danza o riti. È compito di una collettività sana rendere più facile l’adesione a queste “regole”. Ci vogliono soprattutto coraggio e generosità, che io vado sempre cercando nelle persone perché ritengo che siano i segni più rilevanti dello spirito nel nostro tempo. Sono lieto di trovarli specialmente nei giovani. Celebrare questi valori e lodarli pubblicamente fa parte della sapienza intergenerazionale che vogliamo promuovere, come anche l’incarnarli nell’educazione, nella religione, ecc.  [Tra le “regole” di cui Fox parla nel libro si trovano la stravaganza, l’espansione, la varietà, il vuoto, la creatività, la giustizia e la bellezza].

Come percepisce lei la specificità della cultura italiana in relazione alla spiritualità del Creato? Quali sono le possibilità che questo movimento si affermi in Italia?

Sono convinto che tanto più gli italiani andranno a fondo nel loro dna spirituale tanto più si troveranno a casa nella spiritualità del Creato, che in fondo ha dato origine a tante delle loro anime più grandi. Penso ovviamente a Francesco d’Assisi, ma anche a Tommaso d’Aquino e a Dante (il cui professore Brunetto Latini studiò con l’Aquinate)… e a papa Giovanni XXIII, solo per nominarne alcune. Gli italiani però devono scuotersi di dosso le catene di un tomismo vecchio e defunto, per ritrovare il Tommaso vero, che fu un profondo teologo della spiritualità del Creato, un mistico e un intellettuale geniale. Penso di aver provato questa tesi in tanti miei scritti, e specialmente nel mio libro principale su San Tommaso, dal titolo Sheer Joy: Conversations with Thomas Aquinas on Creation Spirituality, non ancora tradotto in italiano. Bisogna ricordarsi, inoltre, che senza Tommaso non ci sarebbe stato Meister Eckhart, che aveva soltanto 17 anni quando morì Tommaso, e che sta, per così dire, sulle sue spalle, come una specie di Tommaso più poetico. Né possiamo dimenticarci di Giordano Bruno! Durante il mio tour in Italia dell’anno scorso mi venne incontro un domenicano italiano per dirmi che la mia interpretazione dell’Aquinate era la più solida e sostanziale che avesse mai ascoltato. Mi diceva: «Lei dovrebbe insegnare all’Angelicum questa versione di Tommaso!». Una versione che, devo insistere, non nasce dal tomismo, ma dalla visione della spiritualità del Creato. Nel mio libro Compassione, avendo deciso di aggiornarlo per la versione italiana, ho parlato di alcune realtà che mi avete fatto conoscere proprio voi dell’Associazione Spiritualità del Creato, come, ad esempio, il movimento per l’acqua pubblica e la campagna “Dichiariamo illegale la povertà”. Questo tipo di “attivismo contemplativo”, come io lo definisco, rientra a pieno titolo nella spiritualità del Creato, dal momento che il culmine del percorso spirituale è la via transformativa, ovvero la creatività posta al servizio della giustizia sociale e delle condivisione profonda. Sono molto contento, in particolare, del percorso che l’associazione che lei ha fondato sta seguendo. Penso, infatti, che la scelta di puntare, oltre che sull’arte-come-meditazione, su “seminari esperienziali”, come li avete chiamati, che permettano alla persone di mettere un po’ da parte le idee e le cose che già sanno, per imparare ad ascoltare le proprie emozioni, il proprio corpo, e gli altri… e da lì ripartire, sia davvero la chiave necessaria in questa epoca per un approccio profondo alla spiritualità.

questo strano terrorismo!

terrorismo

qualcosa non torna…

Terrorismo, qualcosa non torna…

 

 

Stragi su stragi. Senza tregua. Quasi una al giorno, ormai. Chissà perché, poi, questi orrendi attentati si abbattono sempre nei luoghi pubblici facendo strage di povera gente, di persone comuni, lavoratori e disoccupati, ragazzi e studenti.
Mai una volta – avete notato? – che l’ira delirante dei terroristi si abbatta nei luoghi del potere e della finanza. Mai. Mai un signore della finanza colpito, mai uno statista, mai un “pezzo grosso” dell’Occidente. Strano, davvero, che i pazzi alfieri del terrorismo, che in teoria – si dice – avrebbero dichiarato guerra all’Occidente non prendano di mira chi l’Occidente davvero lo governa.

Se non ci dicessero un giorno sì e l’altro pure che il terrorismo islamico ha dichiarato guerra all’Occidente si avrebbe quasi l’impressione che si tratti di una guerra di classe – gestita poi da chi? – contro lavoratori, disoccupati, classi disagiate: una lotta di classe tremenda, ordita per tenere a bada i dominati, per tenerli sotto tensione, proprio ora che, mentre stanno perdendo tutto, iniziano a sollevarsi (è il caso della Francia della “loi travail”, uno dei Paesi più colpiti dal terrorismo).

E intanto, a reti unificate, ci fanno credere che il nostro nemico sia l’Islam e non il terrorismo quotidiano permanente dell’economia di mercato.

Ci fanno credere che il nemico, per il giovane disoccupato cristiano, sia il giovane disoccupato islamico e non il delocalizzatore, il magnate della finanza, il fautore delle “riforme” che uccidono il mondo del lavoro: il conflitto Servo-Signore è, ancora una volta, frammentato alla base. Nell’ennesima guerra tra poveri, della quale a beneficiare sono coloro che poveri non sono.

Il terrorismo, quali ne siano gli agenti, è un’arma nelle mani dei potenti: fa il loro interesse. E lo fa per più ragioni.

Intanto, perché frammenta il conflitto di classe e mette i servi in lotta tra loro (Islamici vs Cristiani, Orientali vs Occidentali): lo “scontro di civiltà” di Huntington va a occultare la “lotta di classe di Marx”. Il tutto condito con le tirate à la Fallaci.

In secondo luogo perché attiva il paradigma securitario, modello “Patriot Act” Usa: per garantire sicurezza, si toglie libertà. Et voilà, il gioco è fatto.

In terzo luogo, si crea adesione al partito unico della produzione capitalistica anche in chi avrebbe solo motivi per contestarla: l’Occidente “buono” contro l’Oriente cattivo e terrorista.

In quarto luogo, si prepara il terreno – prepariamoci – per nuove guerre: guerre in nome del terrore, come fu in Afghanistan (2001) e non molto fa con i bombardamenti in Siria. Il terrorismo diventa una “opportunità” – sit venia verbo – per guerre di aggressione imperialistiche.

Questo lo scenario. V’è poco da stare allegri. Ma è meglio essere informati, se non altro.

perché viviamo con tanta paura e incertezza addosso?

alle radici dell’insicurezza

intervista a Zygmunt Bauman Zygmunt Bauman

a cura di Davide Casati
in “Corriere della Sera”

Quella a cui stiamo assistendo — in modo così prossimo e sconvolgente, nelle ultime settimane — è un’epoca segnata «dalla paura e dall’incertezza. E non bisogna illudersi: i demoni che ci perseguitano non evaporeranno». Anche perché — spiega il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, uno dei grandi pensatori della sfuggente modernità in cui viviamo — la loro origine ha a che fare con gli stessi elementi costitutivi della nostra società e delle nostre vite

Professor Bauman, di fronte alla catena di attacchi di questi giorni, l’Europa si trova a fare i conti con un abisso di paura e di insicurezza. Quali risposte possono colmarlo?

«Le radici dell’insicurezza sono molto profonde. Affondano nel nostro modo di vivere, sono segnate dall’indebolimento dei legami interpersonali, dallo sgretolamento delle comunità, dalla sostituzione della solidarietà umana con la competizione senza limiti, dalla tendenza ad affidare nelle mani di singoli la risoluzione di problemi di rilevanza più ampia, sociale. La paura generata da questa situazione di insicurezza, in un mondo soggetto ai capricci di poteri economici deregolamentati e senza controlli politici, aumenta, si diffonde su tutti gli aspetti delle nostre vite. E quella paura cerca un obiettivo su cui concentrarsi. Un obiettivo concreto, visibile e a portata di mano».

Un obiettivo che molti individuano nel flusso di profughi e migranti.

«Molti di loro provengono da una situazione in cui erano fieri della propria posizione nella società, del loro lavoro, della loro educazione. Eppure ora sono rifugiati, hanno perso tutto. Al momento del loro arrivo entrano in contatto con la parte più precaria delle nostre società, che vede in loro la realizzazione dei loro incubi più profondi».

Di fronte a questa sfida, si moltiplicano i richiami da parte di alcune forze politiche alla costruzione di nuovi muri. Si tratta di una risposta sensata?

«Credo che si debba studiare, memorizzare e applicare l’analisi che papa Francesco, nel suo discorso di ringraziamento per il premio Charlemagne, ha dedicato ai pericoli mortali della “comparsa di nuovi muri in Europa”. Muri innalzati — in modo paradossale, e in malafede — con l’intenzione e la speranza di mettersi al riparo dal trambusto di un mondo pieno di rischi, trappole e minacce. Il Pontefice nota, con preoccupazione profonda, che se i padri fondatori dell’Europa, “messaggeri di pace e profeti del futuro”, ci hanno ispirato nel “creare ponti, e abbattere muri”, la famiglia di nazioni che hanno promosso sembra ultimamente “sempre meno a proprio agio nella casa comune. Il desiderio nuovo, ed esaltante, di creare unità sembra svanire; noi, eredi di quel sogno, siamo tentati di soffermarci solo sui nostri interessi egoistici, e di creare barriere”».

Nei suoi studi, lei ha indicato come valori fondativi delle nostre società la libertà e la sicurezza: dopo un’epoca in cui, per far crescere la prima, abbiamo progressivamente rinunciato alla seconda, ora il pendolo sta invertendo il suo corso. Quali riflessi politici ne derivano? Zygmunt Bauman1

«Di fronte a noi abbiamo sfide di una complessità che sembra insopportabile. E così aumenta il desiderio di ridurre quella complessità con misure semplici, istantanee. Questo fa crescere il fascino di “uomini forti”, che promettono — in modo irresponsabile, ingannevole, roboante — di trovare quelle misure, di risolvere la complessità. “Lasciate fare a me, fidatevi di me”, dicono, “e io risolverò le cose”. In cambio, chiedono un’obbedienza incondizionata».

Sembra quello che sta proponendo il candidato alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump, le cui posizioni su sicurezza e immigrazione sono state di recente indicate dal presidente ungherese Viktor Orban come modelli anche per l’Europa

«Quella a cui stiamo assistendo è una tendenza preoccupante: istanze di tipo sociale, come appunto l’integrazione e l’accoglienza, vengono indicate come problemi da affidare a organi di polizia e sicurezza. Significa che lo stato di salute dello spirito fondativo dell’Unione Europea non è in buona salute, perché la caratteristica decisiva dell’ispirazione alla base dell’Ue era la visione di un’Europa in cui le misure militari e di sicurezza sarebbero divenute — gradualmente, ma costantemente — superflue».

L’Islam è indicato da alcune forze politiche — ad esempio, la tedesca Pegida — come una fede intrinsecamente violenta, incompatibile con i valori occidentali. Che ne pensa?

«Bisogna assolutamente evitare l’errore, pericoloso, di trarre conclusioni di lungo periodo dalle fissazioni di alcuni. Certo: come ha detto il grandissimo sociologo tedesco Ulrich Beck, al fondo della nostra attuale confusione sta il fatto che stiamo già vivendo una situazione “cosmopolita” — che ci vedrà destinati a coabitare in modo permanente con culture, modi di vita e fedi diverse — senza avere compiutamente sviluppato le capacità di capirne le logiche e i requisiti: senza avere, cioè, una “consapevolezza cosmopolita”. Ed è vero che colmare la distanza tra la realtà in cui viviamo e la nostre capacità di comprenderla non è un obiettivo che si raggiunge rapidamente. Lo choc è solo all’inizio».

Siamo destinati quindi a vivere in società nelle quali il sentimento dominante sarà quello della paura?

«Si tratta di una prospettiva fosca e sconvolgente, ma attenzione: quello di società dominate dalla paura non è affatto un destino predeterminato, né inevitabile. Le promesse dei demagoghi fanno presa, ma hanno anche, per fortuna, vita breve. Una volta che nuovi muri saranno stati eretti e più forze armate messe in campo negli aeroporti e negli spazi pubblici; una volta che a chi chiede asilo da guerre e distruzioni questa misura sarà rifiutata, e che più migranti verranno rimpatriati, diventerà evidente come tutto questo sia irrilevante per risolvere le cause reali dell’incertezza. I demoni che ci perseguitano — la paura di perdere il nostro posto nella società, la fragilità dei traguardi che abbiamo raggiunto — non evaporeranno, né scompariranno. A quel punto potremmo risvegliarci, e sviluppare gli anticorpi contro le sirene di arringatori e arruffapopolo che tentano di conquistarsi capitale politico con la paura, portandoci fuori strada. Il timore è che, prima che questi anticorpi vengano sviluppati, saranno in molti a vedere sprecate le proprie vite».

Lei ha sostenuto che le possibilità di ospitalità non sono senza limiti, ma nemmeno la capacità umana di sopportare sofferenza e rifiuto lo è. Dialogo, integrazione ed empatia richiedono però tempi lunghi…

«Le rispondo citando ancora una volta papa Francesco: “sogno un’Europa in cui essere un migrante non sia un crimine, che promuove e protegge i diritti di tutti senza dimenticare i doveri nei confronti di tutti. Che cosa ti è accaduto, Europa, luogo principe di diritti umani, democrazia, libertà, terra madre di uomini e donne che hanno messo a rischio, e perso, la propria vita per la dignità dei propri fratelli?”. Queste domande sono rivolte a tutti noi; a noi che, in quanto esseri umani, siamo plasmati dalla storia che contribuiamo a plasmare, consapevolmente o no. Sta a noi trovare risposte a queste domande, e a esprimerle nei fatti e a parole. Il più grande ostacolo per trovarle, quelle risposte, è la nostra lentezza nel cercarle».

modificare il catechismo?

Settimanale cattolico francese al papa: cancelli l'articolo del Catechismo che condanna l'omosessualità

settimanale cattolico francese al papa:

cancelli l’articolo del Catechismo che condanna l’omosessualità

 
da: Adista Segni Nuovi n° 27 del 23/07/2016

Il 1° luglio scorso il settimanale cattolico francese “Témoignage chrétien” ha lanciato un appello al papa affinché abroghi l’articolo del Catechismo che condanna l’omosessualità e faccia valere la sua autorevolezza presso l’Onu al fine di depenalizzare l’omosessualità ovunque nel mondo. La petizione, che in pochi giorni ha superato le mille firme, sarà rimessa a tempo debito al nunzio apostolico a Parigi e a papa Francesco. Di seguito il testo integrale dell’appello in una nostra traduzione dal francese


Non c’è dubbio che l’abominevole strage di Orlando sia un crimine d’odio contro gli omosessuali. Di fronte all’orrore non è sufficiente deplorare né compatire: bisogna lottare e combattere ciò che conduce all’odio e al crimine. In questo senso, ogni connivenza con parole o comportamenti che possono condurre all’odio nei confronti delle persone omosessuali costituisce una colpa.

Il crimine di omofobia di massa di Orlando non deve farci dimenticare la moltitudine di violenze, morali o fisiche, subite dalle persone gay e lesbiche in tutto il mondo in ragione del loro orientamento sessuale.

È la violenza dell’esclusione a essere contraria alla legge naturale, nient’altro. Questa colpa, papa Francesco, hai cominciato a riconoscerla quando hai dichiarato che i cristiani, e specificamente i cattolici, devono chiedere perdono alle persone omosessuali e che queste ultime non devono essere discriminate.

Sono parole sacrosante, un pensiero alto che ti è familiare, ma bisogna fare di più.

Papa Francesco tu puoi combattere l’odio. Abroga immediatamente l’articolo 2357 del Catechismo che stigmatizza questo orientamento sessuale (l’articolo in questione recita: «Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni,  la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati», ndt). La repressione penale dell’omosessualità costituisce, è noto, un terreno fertile per il passaggio all’atto omicida, ed è per questo che ci appelliamo a te affinché tu faccia valere la tua autorevolezza e quella del Vaticano presso l’Onu, che stranamente finora si è rifugiato nell’astensione, al fine di ottenere la depenalizzazione universale dell’omosessualità.

Non siamo una “lobby”, ma uomini e donne, di ogni orientamento sessuale, che riconoscono le persone omosessuali come loro fratelli e sorelle, un gruppo umano che quando è sotto minaccia ha diritto a una protezione attiva. Papa Francesco, l’odio non deve trovare forza in testi o posizioni che si conservano per fedeltà ad usi passati. Ricordati dell’impegno eclatante e senza ambiguità di papa Giovanni XXIII contro il millenario insegnamento di disprezzo verso il popolo ebraico.

Papa Francesco, il tempo che viviamo ha bisogno di grandi voci per lottare contro la violenza e l’odio. È per questo che, cristiani e no, al di là delle nostre appartenenze spirituali o delle nostre credenze, riuniti nella nostra comune umanità, ti lanciamo questo appello aperto alla sottoscrizione di tutti, perché tutti sono coinvolti. Sei una di queste voci, non tacere.

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