il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica

non la forza ma un “di più” di bene per opporci al male

Ronchi1

il commento di E. Ronchi al vangelo della quattordicesima domenica del tempo ordinario (3 luglio 2016):

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite:“Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. (…)

La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano.

Gesù semina occhi nuovi per leggere il mondo: la terra matura continuamente spighe di buonissimo grano. Insegna uno sguardo nuovo sull’uomo di sempre: esso è come un campo fertile, lieto di frutti abbondanti.

Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sulla scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose. Ma Gesù dice intona la sua lode per l’umanità: il mondo è buono. C’è tanto bene sulla terra, tanto buon grano. Il seminatore ha semi- nato buon seme nei cuori degli uomini: molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio per aprirsi verso la luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.

Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento: il Regno di Dio si è fatto vicino, Dio è vicino.

Guardati attorno, il mondo che a noi sembra avvitato in una crisi senza uscita, è anche un immenso laboratorio di idee nuove, di progetti, esperienze di giustizia e pace. Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, che cresce verso più consapevolezza, più libertà, più amore e più cura verso il creato. Di tutto questo lui ha gettato il seme, nessuno lo potrà sradicare dalla terra.

Manca però qualcosa, manca chi lavori al buono di oggi. Mancano operai del bello, mietitori del buono, contadini che sappiano far crescere i germogli di un mondo più giusto, di una mentalità più positiva, più umana. A questi lui dice: Andate: non portate borsa né sacca né sandali…

Vi mando disarmati. Decisivi non sono i mezzi, decisive non sono le cose. Solo se l’annunciatore sarà infinitamente piccolo, l’annuncio sarà infinitamente grande (G. Vannucci). I messaggeri vengono portando un pezzetto di Dio in sé. Se hanno Vangelo dentro lo irradieranno tutto attorno a loro. Per questo non hanno bisogno di cose.

Non hanno nulla da dimostrare, hanno da mostrare il Regno iniziato, Dio dentro. Come non ha nulla da dimostrare una donna incinta: ha un bambino in sé ed è evidente a tutti che vive due vite, che porta una vita nuova. Così accade per il credente: egli vive due vite, nella sua porta la vita di Dio.

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. E non vuol dire: vi mando al macello. Perché ci sono i lupi, è vero, ma non vinceranno. Forse sono più numerosi degli agnelli, ma non sono più forti. Vi mando come presenza disarmata, a combattere la violenza, ad opporvi al male, non attraverso un “di più” di forza, ma con un “di più” di bontà. La bontà che non è soltanto la risposta al male, ma è anche la risposta al non-senso della vita (P. Ricoeur).

(Letture: Isaia 66, 10-14; Salmo 65; Galati 6, 14-18; Luca 10, 1-12. 17-20)

Ermes

il commento di A. Maggi al vangelo della domenica

LA VOSTRA PACE SCENDERA’ SU DI LUI  

commento al vangelo della domenica quattordicesima del tempo ordinario (3 luglio 2016) di p. Alberto Maggi:

Maggi

Lc 10,1-12,17,20

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Dopo il fallimento della missione dei dodici che sono troppo permeati di ideologia nazionalistica religiosa, del successo,  della primazia di Israele che avrebbe dovuto sottomettere tutti gli altri popoli, Gesù ci riprova e cambia gli inviati. Leggiamo.
Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue. Perché questo numero? Nel libro della Genesi, al capitolo 10, i popoli pagani conosciuti al tempo sono proprio settantadue. Quindi questi provengono dal paganesimo. In realtà vengono dal mondo della Samaria dove Gesù recluta questi inviati.
E li inviò a due a due (una comunità) davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Quindi dopo il fallimento dei dodici Gesù riprova con altri non legati a questa ideologia nazionalista.
Diceva loro: “La messe è abbondante”. La risposta all’annunzio della buona notizia è una messe abbondante. “Ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!” Le parole di Gesù sono un invito a prendere coscienza che c’è bisogno della collaborazione di tutti. Purtroppo nella tradizione religiosa queste parole sono state limitate, riservate, quindi facendo loro perdere tutta la sostanza, alle vocazioni religiose.
Come se Gesù avesse pensato a chiedere di inviare preti, frati e suore. Nulla di tutto questo. Divenire operai della sua messe è un invito rivolto a tutti. Tutti devono collaborare all’annunzio della buona notizia di Gesù. Non ci sono categorie speciali, non ci sono categorie riservate. Poi Gesù dà delle indicazioni.
“Vi mando come agnelli in mezzo a lupi”, quindi Gesù avverte dell’ostilità della società, specialmente della società religiosa che si vede minacciata dall’annuncio di questa buona notizia, di un rapporto diverso con Dio.
Poi Gesù invita ad avere piena fiducia nelle persone. “Non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada”. L’urgenza di questo lavoro di annunzio della buona notizia è talmente importante che bisogna non osservare queste regole. Poi Gesù dà un’indicazione importante, “In qualunque casa entriate”. Dobbiamo sapere che nella cultura dell’epoca non era lecito, come dice Pietro, per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza. Era impensabile che un ebreo entrasse in casa di un pagano.
Gesù dice: “Non abbiate di questi scrupoli, non abbiate queste regole”. “In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Non è un invito “La pace sia in questa casa”, ma è un dono. Il discepolo è lui un dono di pace, cioè di felicità.
“Se vi sarà un figlio della pace”, cioè una persona in sintonia con questa pace, “la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi”. Quindi non è persa se c’è il rifiuto. Poi Gesù torna ad insistere, si vede che era un problema, e in realtà lo è anche oggi. “Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno”. Non avere scrupoli religiosi, non fare i difficili, non richiedere un particolare trattamento per motivi religiosi o ideologici.
 “Perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa.” E poi Gesù insiste: “Non passate da una casa all’altra.” Non fate i difficili se qui non ci sono quelle osservanze religiose o meno. E Gesù torna ancora  ad insistere: “Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto”. E’ strana questa insistenza di Gesù sul non fare i difficili. E’ un tema molto molto attuale, ancora oggi ci sono persone che per ideologie, modalità o per mode, hanno delle difficoltà alimentari, non mangiano certi cibi, scartano degli altri. E mettono in difficoltà.
Gesù dice: “Nulla di tutto questo. Mangiate quello che vi sarà offerto, anche se quello che vi viene offerto non rientra nel vostro menu ideale. “Curate”, non guarite, “i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. La società alternativa ha come effetto il benessere anche fisico delle persone. Poi Gesù avverte: “Può darsi che nella società non vi accolgano, non importa, non perdete tempo”.
Questa espressione di Gesù: Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi”, era quello che si faceva nella terra pagana. Non si poteva, entrando in Israele, portare nulla del mondo pagano, che era impuro, allora si scuotevano i sandali. Qualcuno non accoglie questo dono di pace, ebbene sono come i pagani, non perdete tempo. Si vede che non ci sono le condizioni necessarie per accogliere questa novità del regno.
Ebbene, ecco la conclusione. I settantadue, a differenza del ritorno dei dodici che fu senza allegria, tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Sono riusciti a liberare gli uomini dalle false ideologie.
Ed ecco l’espressione di Gesù. Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore”. A quel tempo Satana stava nei cieli e nella corte divina, come dice il Libro di Giobbe, ed era una sorta di ispettore generale. Lui scendeva sulla terra, spiava gli uomini per poi accusarli presso Dio. Ebbene, con l’annunzio della buona notizia di Gesù, cioè un Dio che amore, un Dio che è benevolo verso gli ingrati e i malvagi, un Dio che non premia più i buoni e castiga i malvagi, come la religione presentava, ma un Dio che a tutti, indipendentemente dal loro comportamento, comunica e offre il suo amore, il ruolo del Satana non ha più ragione di esistere.
L’autore dell’Apocalisse commenterà poi: E’ stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Allora Satana ha perso il suo ruolo, ecco perché è stato precipitato sulla terra. E poi Gesù assicura che questo annunzio di vita e questi annunziatori di vita saranno più forti di tutti gli ostacoli, di tutte le difficoltà che potranno trovare.
Lo fa secondo il linguaggio figurato dell’epoca “Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni”, quelli che hanno il veleno in sé e che possono avvelenare, “E sopra tutta la potenza del nemico, nulla vi potrà danneggiare”. Quindi Gesù assicura alla comunità dei credenti che, quando si è portatori di un annunzio di vita, ma si è portatori perché si è accolta questa vita e la si trasmette agli altri, non c’è nulla che possa danneggiarli e che possa fare loro del male.

a Roma soldi a palate alle spalle dei rom: ‘maledetti rom’

tangenti sui campi rommaledetti rom

indagati 15 dirigenti del Campidoglio

 

la vicenda di Emanuela Salvatori: sotto accusa anche il marito. Accettarono soldi e favori da imprenditori delle cooperative. Coinvolti tre politici del Pdl. In tutto gli iscritti a «modello 21» sono 78, fra cui il presidente dell’Opera Nomadi

di Fulvio Fiano e Ilaria Sacchettoni

  

La sola preoccupazione di Emanuela Salvatori, la responsabile in Campidoglio per l’attuazione del piano d’integrazione dei rom, dirigente di uffici dal budget milionario, era trovare un buon posto alla figlia. Ma c’è di più nella denuncia dei carabinieri dell’Eur che ha portato all’arresto di titolari di cooperative e funzionari pubblici impegnati- secondo l’accusa – a lucrare sulle problematiche legate ai campi nomadi. Un dettaglio che va al di là del dato giudiziario e illumina un mondo in scala (quella Balduina un tempo vezzeggiata e oggi abbandonata alle sue stesse vie, rattoppate e impercorribili, così come denunciano da tempo i residenti sul profilo Facebook dedicato Sei di Balduina). Nell’elenco dei denunciati si legge il nome di Vito Derla, medico odontoiatra con due studi bene avviati a Monte Mario, e, a questo punto, sotto inchiesta per concorso in corruzione.

Secondo i pm De Santis, Golfieri, Lasperanza, Ielo e Tescaroli, Derla, avrebbe fatto pressioni perché gli imprenditori incaricati dal Campidoglio – fornitori delle coop come Buzzi ma anche come Roberto Chierici – assumessero la neolaureata figlia della Salvatori nelle coop o facessero pubblicità sulle tv locali «controllate» da Chierici alla sua attività. Il medico sarebbe stato anche a conoscenza delle nove buste con banconote in contanti versate da Chierici in persona (e dagli altri imprenditori coinvolti) alla Salvatori. Somme trascritte nel libro nero delle tangenti amministrato dalla contabile di fiducia della 29 giugno Nadia Cerrito e destinate dalla funzionaria capitolina a spese in famiglia.     

Attorno ai Salvatori-Derla si sarebbe coagulato un intero quartiere e una categoria di professionisti. Anche il medico di base della Salvatori è nell’elenco dei denunciati. Si tratta di Vincenzo Pazzetta, a sua volta specializzato in cure a domicilio o altri servizi, incluse le cure dentarie oltrefrontiera presso un suo ambulatorio in Croazia (è tutto sul suo sito online).

A questa fiera della micro corruzione i funzionari capitolini avrebbero partecipato in forze, così almeno si ricava dai numeri dell’informativa degli investigatori. Su 78 indagati complessivi, quindici sono funzionari capitolini e tre sono politici. Fra gli ultimi spiccano i nomi di Calogero «Gero» Nucera, capo staff del Pd all’assemblea capitolina, Francesco D’Ausilio ex capogruppo del Pd in Campidoglio, Enzo Foschi, capo segreteria di Ignazio Marino poi dimessosi. Il numero è provvisorio perché in quell’elenco ci sono 26 nomi secretati da omissis. E poiché gli investigatori hanno preso in esame soprattutto le delibere con gli stanziamenti fuori bilancio approvate in aula, è possibile che dagli omissis spunti qualche nome di politico. Tra gli imprenditori finiti in carcere c’è Salvatore Di Maggio del consorzio coop Bastiani.

Quanto ai dipendenti infedeli della macchina amministrativa, cinque sono dirigenti di primo livello. Poi ci sono quadri e impiegati. Fra questi c’è il caso di Alessandra Morgillo, collaboratrice della Salvatori alla quale si contesta un episodio simile. In cambio di una determinazione dirigenziale favorevole all’imprenditore Roberto Chierici, la Morgillo avrebbe chiesto a Chierici l’assunzione della figlia «presso un’impresa di servizi operante all’interno dell’aeroporto di Fiumicino». Fra gli altri funzionari Eliseo De Luca, Vito Fulco, Nicola Ciano, Claudio Verna (responsabile del centro di Accoglienza di via Salaria) Francesco Scollo, Francesco Gagliardi, Lucia Laccertosa, Claudio Zaccagnini, Giovanna Fornari, Elisabetta Marconi, Giacomo Zarelli. Mentre fra i dirigenti spunta il nome di Isabella Cozza, Ivana Bigari, Stefano Giulioli.

Nell’inchiesta, praticamente complementare al filone di Mafia Capitale che ricostruiva l’infiltrazione criminale nei ranghi dell’assessorato alle politiche sociali, c’è spazio anche per una riflessione su capipopolo e interlocutori della pubblica amministrazione. Come Kasim Cizmic che da carismatico vicepresidente dell’associazione Opera Nomadi aveva dato voce alle famiglie sgomberate dal campo di vicolo Salvini. Oggi, sempre secondo la procura, avrebbe invece orchestrato le emergenze per favorire alcuni fornitori di servizi ai campi rom.

Infine Massimo Converso, responsabile di Opera Nomadi. Già chiacchierato per i campi autogestiti e per la disinvoltura con cui avrebbe organizzato i lavori di pulizia e manutenzione senza pagare (o pagati con gran ritardo) i lavoratori, ora è nel mirino dei magistrati per concorso in corruzione. Nell’inchiesta sono state coinvolte anche sette cooperative sociali, oltre alla Domus Caritatis (citata in mafia Capitale) compaiono anche Bottega Solidale tramite il suo legale rappresentate Mario Ubaldo Pucci Barlaam e la cosiddetta «unità di strada» San Saturnino, gestita da Alessandro Giorgio Prosposito. Infine, Roman Obradovic gestore di fatto del Centro di Accoglienza di via Visso.

il ruolo delle donne nella chiesa – intervista ad Antonietta Potente

  

“le diaconesse?

 è più urgente cambiare la struttura piramidale nella comunità di fedeli”

intervista con la teologa morale suor Antonietta Potente sulla spiritualità e il ruolo delle donne nella Chiesa

suor Antonietta Potente

«Non è in gioco solo il nostro essere ammesse o non ammesse come diaconesse o sacerdotesse, ma è in gioco, a mio avviso, il cambio strutturale nella comunità di credenti. Da una piramide alla circolarità»

A pensarla così è una donna. La teologa morale suor Antonietta Potente, domenicana di 57 anni, ora radicata a Torino; ha vissuto diciotto anni in Bolivia dove ha sperimentato una forma vita comunitaria con i contadini indigeni. Docente di Teologia morale presso l’Angelicum di Roma, nella Facoltà teologica dell’Italia centrale a Firenze e nell’Università Cattolica di Cochabamba (Bolivia), è stata anche membro della Conferenza latinoamericana dei Religiosi e collabora con l’Istituto ecumenico di Teologia andina di La Paz.

 

Secondo Lei le donne potrebbero avere un ruolo maggiore nella Chiesa con il magistero di papa Francesco?

«Ammetyo che papa Francesco ha dato un’altra chiave di lettura su tutto, e anche riscatta un po’ questo ignorare le donne per molto, molto tempo. Non dico per secoli perché credo che nel I secolo erano molto più protagoniste di quanto lo siamo oggi. Però certamente poi siamo cadute nell’ombra, non è che non ci venga dato un posto, ma è un posto come quello di Sara che resta nella tenda e guarda da lì. Io credo che in questo momento, come sta succedendo riguardo alle coppie separate, alla questione gay, alle unioni civili, anche su questo sta avvenendo qualcosa. A me sinceramente quello che inquieta un po’ è che comunque noi donne dobbiamo aspettare che gli uomini si mettano d’accordo per decidere se siamo ammesse o non siamo ammesse». 

 

Che cosa pensa del dibattito che si è creato intorno alla possibilità di aprire alle diaconesse?  

«La questione delle diaconesse, che è un ruolo, mi sembra un po’ come le quote rose dei partiti: vediamo qual è il partito che ha più donne. Quello che invece si dovrebbe fare e riconoscere è questa grande presenza alternativa, questa lettura alternativa che noi facciamo della storia da secoli. E anche un po’ lasciarsi criticare da noi donne. Fino a quando ci si circonderà di donne che sanno solo dare ragione, non cambierà nulla. Nella Chiesa serve davvero una certa critica, perché non è in gioco solo il nostro essere ammesse o non ammesse come diaconesse o sacerdotesse, ma è in gioco, a mio avviso, il cambio strutturale nella comunità di credenti. Da una piramide alla circolarità, perché, nonostante papa Francesco, la struttura piramidale esiste ancora». 

 

Anche quel clericalismo tante volte denunciato da papa Francesco…  

«Non va bene questo sentirsi pastori investiti di qualcosa di molto più grande di quello che è l’investitura quotidiana di tante donne e anche uomini. E poi, credo che se si ammettessero le donne al sacerdozio bisognerebbe anche ammettere tutti i laici che già si riconoscono in una vocazione di questo tipo. Però se la Chiesa continua con questa struttura piramidale, se le comunità continuano con questa struttura, mi sembra difficile. Sia riguardo alle donne, all’essere presenti nell’ambito della formazione oppure a esercitare determinati ministeri. Penso che il grande ostacolo sia questa grande struttura, che ormai ha secoli». 

 

Nella relazione finale del Sinodo sulla famiglia si legge che «la presenza dei laici e delle famiglie, in particolare la presenza femminile, nella formazione sacerdotale, favorisce l’apprezzamento per la varietà e la complementarietà delle diverse vocazioni nella Chiesa». Così le donne potrebbero trovare più spazio in generale nella vita delle comunità?

«Sì, per esempio in America Latina questo avveniva molto. La maggior parte degli studenti nella facoltà dove insegnavo in Bolivia erano seminaristi o comunque religiosi chiamati poi al sacerdozio. Il problema è che probabilmente siamo poche voci rispetto a quello che è tutto il resto della formazione. Io sono molto critica…». 

 

Lei è vissuta con i campesinos aymara della Bolivia. Cosa potrebbero imparare i laici e la Chiesa in generale dalle donne indigene?  

«Penso possano imparare tanto. Loro, le donne, hanno una grande capacità strategica e di esistenza. Mi sembra che somiglino a quelle donne bibliche, che nei momenti più disperati di un popolo riescono a trovare delle strategie particolari di vita, di vita concreta, cioè non solo di idee, di parole. In fin dei conti anche chi regge l’economia laggiù sono le donne, sia l’economia informale che quella riconosciuta. È vero che se uno guarda superficialmente, magari nelle riunioni comunitarie, sembra che parlino gli uomini e che le donne non partecipino. Stando lì, a me è sembrato il contrario. Le donne hanno comunque una forza, non è solo come ruolo, ma anche como pensiero, perché il pensiero nella cultura indigena è femminile. Non dico un femminile escludente, perché nella loro cultura c’è un netto bilanciamento». 

“povero Massimo, ucciso sulla strada come un cane bastardo… !” di Tonino Bello

lettera a Massimo, ladro zingaro ammazzato
Tonino BelloBello

 

a Molfetta, durante una tentata rapina un metronotte, per legittima difesa, sparò e uccise il ladro, uno zingaro. Il Vescovo, Monsignor Tonino Bello, saputa la notizia si recò al cimitero e rimase contristato dalla solitudine del morto: non c’era nessuno alle sue esequie e scrisse una lettera ad un uomo che non l’avrebbe mai letta, a Massimo, il ladro zingaro ammazzato

Tonino Bello

 

Ho saputo per caso della tua morte violenta, da un ritaglio di giornale. Mi hanno detto che ti avrebbero seppellito stamattina, e sono venuto di buon’ora al cimitero a celebrare le esequie per te.
Ma non ho potuto pronunciare l’omelia. Perché alla mia messa non c’era nessuno. Solo don Carlo, il cappellano, che rispondeva alle orazioni. E il vento gelido che scuoteva le vetrate.
Sulla tua bara, neppure un fiore. Sul tuo corpo, neppure una lacrima. Sul tuo feretro, neppure un rintocco di campana.
Ho scelto il Vangelo di Luca, quello dei due malfattori crocifissi con Cristo, e durante la lettura mi è parso che la tua voce si sostituisse a quella del ladro pentito: «Gesù, ricordati di me!…».
Povero Massimo, ucciso sulla strada come un cane bastardo, a 22 anni, con una spregevole refurtiva tra le mani che è rotolata nel fango con te!
Povero randagio. Vedi: sei tanto povero, che posso chiamarti ladro tranquillamente, senza paura che qualcuno mi denunzi per vilipendio o rivendichi per te il diritto al buon nome.
Tu non avevi nessuno sulla terra che ti chiamasse fratello. Oggi, però, sono io che voglio rivolgerti, anche se ormai troppo tardi, questo dolcissimo nome.
Mio caro fratello ladro, sono letteralmente distrutto.
Ma non per la tua morte. Perché, stando ai parametri codificati della nostra ipocrisia sociale, forse te la meritavi. Hai sparato tu per primo sul metronotte, ferendolo gravemente. E lui si è difeso. E stamattina, quando sono andato a trovarlo in ospedale, mi ha detto piangendo che anche lui strappa la vita con i denti. E che, con quei quattro luridi soldi per i quali rischia ogni notte la pelle, deve mantenere dieci figli: il più grande quanto te, il più piccolo di un anno e mezzo.
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No, non sono amareggiato per la tua morte violenta. Ma per la tua squallida vita.
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti aveva ingiustamente ucciso tutta la città. Questa città splendida e altera, generosa e contraddittoria. Che discrimina, che rifiuta, che non si scompone. Questa città dalla delega facile. Che pretende tutto dalle istituzioni. Che non si mobilita dalla base nel vedere tanta gente senza tetto, tanti giovani senza lavoro, tanti minori senza istruzione. Questa città che finge di ignorare la presenza, accanto a te che cadevi, di tre bambini che ti tenevano il sacco!
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti avevano ingiustamente ucciso le nostre comunità cristiane. Che, sì, sono venute a cercarti, ma non ti hanno saputo inseguire. Che ti hanno offerto del pane, ma non ti hanno dato accoglienza. Che organizzano soccorsi, ma senza amare abbastanza. Che portano pacchi, ma non cingono di tenerezza gli infelici come te. Che promuovono assistenza, ma non promuovono una nuova cultura di vita. Che celebrano belle liturgie, ma faticano a scorgere l’icona di Cristo nel cuore di ogni uomo. Anche in un cuore abbrutito e fosco come il tuo, che ha cessato di batter per sempre.
Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, forse ti avevo ingiustamente ucciso anch’io che, l’altro giorno, quando c’era la neve e tu bussasti alla mia porta, avrei dovuto fare ben altro che mandarti via con diecimila miserabili lire e con uno scampolo di predica.
Perdonaci, Massimo.
Il ladro non sei solo tu. Siamo ladri anche noi perché prima ancora che della vita, ti abbiamo derubato della dignità di uomo.
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Perdonaci per l’indifferenza con la quale ti abbiamo visto vivere, morire e seppellire.
Perdonaci se, ad appena otto giorni dall’inizio solenne del l’anno internazionale dei giovani, abbiamo fatto pagare a te, povero sventurato, il primo estratto conto della nostra retorica.
Addio, fratello ladro.
Domani verrò di nuovo al camposanto. E sulla tua fossa senza fiori, in segno di espiazione e di speranza, accenderò una lampada.

il prossimo sarà un anno importantissimo per la cristianità

1517-2017

500 anni dopo Lutero

Lutero

intervista a Bernard Sesboüé*

“la chiesa cattolica ai tempi di Lutero era in uno stato pietoso … “

a cura di Francesco Strazzari
in“Settimana-News” – www.settimananews.it – del 29 aprile 2016
Padre Sesboüé, che cosa è avvenuto nel 1517? Quella data ci riguarda ancora oggi?

Prendiamo gli avvenimenti così come si sono svolti e tentiamo di coglierne la portata storica. Chiediamoci: la Chiesa cattolica come era all’inizio del XVI secolo? Era in uno stato pietoso, tanto che si parlava, già da lungo tempo, della necessità di una riforma, che continuava ad arenarsi. Alcuni anni prima, nel 1510, il V Concilio del Laterano si era concluso senza avere prodotto niente di serio. Ma dal punto di vista romano il concilio era fatto e non era proprio il caso di ricominciare. Gli abusi erano numerosi e palesi: corruzione, immoralità del clero, da cui il proverbio napoletano: «Se vuoi andare all’inferno, fatti prete!», gerarchia episcopale e romana assai poco edificante ecc. La questione più sensibile per il popolo cristiano era la grande campagna per le indulgenze: il papa Leone X, figlio di Lorenzo de Medici, Lorenzo il Magnifico, vuole ricostruire in maniera splendida la basilica di San Pietro di Roma, quella che conosciamo oggi. Per questo ha bisogno di molto denaro. Lancia quindi in Europa, e particolarmente in Germania, una grande campagna che concede generosamente delle “indulgenze”, mediante elemosine che ci si attende generose. La predicazione si sposta allora dalle grandi verità della fede ai benefici spirituali delle indulgenze. I predicatori arrivano ad argomenti di bassa lega che fanno della salvezza cristiana una sorta di baratto finanziario. Un grande predicatore domenicano delle indulgenze, il p. Teztel, ha persino volgarizzato questo ritornello: «Quando il soldo nella cassetta canta, l’anima fuori dal purgatorio salta».

Sesboué
Da dove vengono quindi queste indulgenze?

Provengono dalla pratica antica della penitenza pubblica. Al tempo dei Padri della Chiesa, il fedele era sottoposto al sacramento della penitenza solo per peccati molto gravi: apostasia, crimine, adulterio… Queste colpe esigevano una penitenza pesante e pubblica e comprendevano osservanze diverse, tra cui l’esclusione dalla comunione eucaristica. Questa penitenza si estendeva nel tempo e poteva durare parecchi anni. Evidentemente, i penitenti desideravano che la penitenza potesse essere abbreviata il più possibile. Si poteva farlo mediante buone opere e in particolare un’elemosina. Quando la penitenza è diventata privata, nel Medio Evo, si considerò che il peccato, anche se perdonato, comportasse delle conseguenze, che domandavano una purificazione nell’al di là. Si sono così trasferiti elementi di disciplina terrestre al mistero trascendente del purgatorio, apportandovi indicazioni di giorni e durata. Nel XVI sec. la teologia che sottostava alla pratica delle indulgenze era particolarmente degradata. Le indulgenze erano diventate l’oggetto di un vero traffico. Il dibattito invade l’Europa. I media del tempo se ne impadroniscono, cioè la stampa, e la questione si diffonde.

libro
Lutero si trova nel pieno del traffico. Il monaco agostiniano Martin Lutero, giovane professore alla Facoltà di teologia di Wittenberg, trova tutto questo scandaloso. Non solamente la Germania è messa a dura prova da questa nuova imposta, ma anche le coscienze si deformano nell’illusione che la salvezza cristiana non sia una questione di fede, ma la si possa acquistare con buone opere e principalmente con l’elemosina. Ora questa concezione è all’opposto dell’itinerario spirituale di Lutero. Questi, uomo inquieto e torturato dalle tentazioni, ha provato tutte le forme di ascesi per liberarsi e senza risultato. Si sentiva quindi condannato dalla giustizia di Dio, nella quale vedeva solo l’aspetto punitivo. Ma un bel giorno, il professore di sacra Scrittura fa nella Lettera ai Romani di san Paolo una scoperta, che egli  trova essere in pieno accordo con l’interpretazione di sant’Agostino, la quale trasforma la sua vita. Davanti all’universalità del peccato nell’umanità, la giustizia di Dio è rivelata dalla fede in Gesù Cristo: «Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (Rm 3,28). Prende come esempio il caso di Abramo che «credette a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia» (Rm 4,3). La giustizia che possiamo ricevere da Dio non è quindi per niente il frutto delle nostre buone opere: è un dono gratuito della misericordia e della giustizia con la quale ci rende giusti. La giustificazione per la grazia di Dio mediante la nostra fede sarà per Lutero l’articolo centrale del mistero cristiano, quello che fa tenere o cadere la Chiesa. In questo egli inaugura una figura nuova della fede, del tutto differente da quella del Medio Evo. Non si tratta più di obbedire a ciò che dice il prete e partecipare a tutto ciò che fa la comunità parrocchiale. Si tratta di essere intimamente convinto che la grazia di Dio mi raggiunge nella mia miseria e in ragione della mia fede mi considera ormai come suo amico. Il ruolo della coscienza personale è formalmente messo in primo piano.

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Come nasce e si sviluppa la questione? Che fa allora Lutero?

Scrive il 31 ottobre ad Alberto di Brandeburgo, arcivescovo di Magdeburgo e di Magonza, e denuncia nel contempo la pratica delle indulgenze e la teologia sottostante. Pone dunque sia un problema di gestione pratica sia un problema dottrinale. Alla sua lettera allega 95 tesi sulle indulgenze per proporre un dibattito teologico, di tipo accademico, su una questione i cui fondamenti non sono affatto chiari. Queste tesi, certamente taglienti, non sono per nulla proposizioni definitive, hanno per scopo di far reagire e di far giungere più tardi a conclusioni mature. Ciò che Lutero ignora disgraziatamente è che l’arcivescovo ha un contratto con Roma, che aspetta il più presto possibile del denaro fresco, e che lui stesso si trattiene una percentuale delle somme raccolte. Mettere pubblicamente in questione la pratica delle indulgenze porterebbe a prosciugare la fonte dei profitti e a mettere in pericolo le sue stesse finanze. Lutero non riceverà risposta.

Queste tesi sono state affisse alle porte della chiesa del castello di Wittenberg?

Se ne discute ancora oggi. In ogni caso giungono a conoscenza del pubblico e sfuggono ormai a ogni gestione da parte del suo autore. Egli voleva un dibattito nell’ambito della sua università e il dibattito invade l’Europa intera. I “media” del tempo, cioè la stampa, se ne appropriano e l’affare si espande. Lo scandalo scoppia quindi davanti a un’opinione pubblica esasperata dalle indulgenze e l’elaborazione di questa nuova figura della fede che è un primo segno dell’emergere dei tempi moderni. Il successo rapido di Lutero non si spiega se non con l’incontro tra la coscienza di un uomo e la coscienza di un popolo. La questione diventa dunque politica ed ecclesiale. Viene interpretata spontaneamente come una rivolta contro l’autorità del papa. Il ritorno del teologo alle Scritture e ai Padri della Chiesa è ugualmente inteso come una sospettosa distanza nei confronti della teologia scolastica contemporanea. Ed è anche l’oggetto di una grande ostilità da parte dell’apparato ecclesiastico. In questa situazione imprevista, ma inquietante per lui, Lutero scrive nel maggio 1518 al papa una lettera molto rispettosa, nella quale tenta di giustificare la sua condotta e spiega che elabora delle «soluzioni» per far capire le sue tesi. Termina così: «Prostrato ai vostri piedi, Padre santissimo, mi offro a voi con tutto ciò che sono e tutto ciò che possiedo». Ma è già troppo tardi. Leone X ha ordinato l’apertura di un processo contro di lui. Lutero viene già accusato di eresia nel senso ampio che si dava a questa parola in quell’epoca. Si intima a Lutero di presentarsi davanti a un tribunale romano entro due mesi. Ma un simile viaggio sarebbe assai pericoloso per lui: rischia di venire ucciso o almeno di finire in prigione. Anche i protettori di Lutero in Germania, in particolare il principe Federico il Saggio, elettore della Sassonia, domandano il trasferimento del processo in Germania. Il cardinale Gaetano, domenicano, grande interprete di san Tommaso, legato del papa in Germania, fa sapere che la domanda di trasferimento è accordata e che Roma gli affida il regolamento della questione. L’audizione di Lutero avrà luogo ad Augusta. Il dibattito prende fin dall’inizio una cattiva piega e non affronta le questioni di fondo. Il Gaetano domanda soprattutto a  Lutero di ritrattare i suoi errori. Quali?, ribatte l’accusato. «Tu neghi che il tesoro delle indulgenze sia costituito dai meriti del Cristo e dei santi. Ora il papa Clemente VI ha definito questa dottrina comune di fede. Del resto, tu insegni che è la fede, non il sacramento, che giustifica. Questo è nuovo e falso». Lutero rifiuterà ogni ritrattazione. È pronto a tutto salvo che a ritrattare, a meno che gli venga dimostrato che contraddice la Scrittura. L’anno seguente, nel giugno-luglio 1519, un grande dibattito, veramente teologico questa volta, si tiene a Lipsia con Giovanni Eck, vice cancelliere dell’Università di Ingolstadt, ma non fa che peggiorare le cose. I riferimenti degli uni e degli altri sono diventati formalmente differenti: la Scrittura santa per Lutero, le grandi decisioni conciliari e pontificie per i teologi. Eck misconosceva completamente il terreno dottrinale sul quale si muove Lutero. Le questioni vengono affrontate nell’ottica della disobbedienza e l’accusa di eresia è sempre sul tappeto. Lutero viene accusato di ostilità nei confronti del papato e di riprendere aspetti dell’eresia di Giovanni Hus del secolo precedente. Il dilemma Scrittura o Chiesa si formalizza progressivamente. Da parte sua, Lutero radicalizza sempre più le sue proposizioni. Il dibattito si appesantisce sul piano dottrinale con la dottrina dei sacramenti messi in questione. Lutero è in qualche modo caduto nella trappola tesa da Eck ed esce dalla disputa più condannabile di quando vi era entrato. Eck è diventato il suo nemico e contribuirà da vicino alla sua condanna da parte del papa. Nel frattempo, scrive diversi opuscoli contro la teologia di Lutero. Nel 1520 Lutero pubblica a sua volta i suoi grandi manifesti, tra i quali il celebre scritto Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca. Egli vi fa appello al concilio, risvegliando così i cattivi ricordi delle assemblee conciliariste del XV secolo. La prima questione riguardo a Lutero si chiude in quattro anni. Nel 1521 Lutero viene condannato e scomunicato con la Bolla Exsurge Domine, che si permette di bruciare pubblicamente, anziché ritrattare entro i sessanta giorni. Rinuncia quindi a ogni speranza di riconciliazione. Compare davanti alla Dieta di Worms e fa davanti ad essa la celebre proclamazione: «A meno di essere convinto dalla testimonianza della Scrittura e dalle ragioni dell’evidenza, poiché io non credo né all’infallibilità del papa né a quella dei concili, perché è stabilito che spesso essi si sono sbagliati e contraddetti, mi attengo ai testi biblici che ho citato. Fin tanto che la mia coscienza è afferrata dalla parola di Dio, non posso e non voglio ritrattare nulla, perché non è né sicuro né salutare agire contro la propria coscienza». Viene allora messo al bando dell’impero dalla Dieta di Worms. La rottura con la Chiesa di Roma è consumata. Ma Lutero gode del favore di una larga parte del popolo cristiano. Non si tratta di un caso personale, ma di uno scisma grave e duraturo nella Chiesa d’Occidente. Fermiamo qui la lettura degli avvenimenti. È sufficiente per riflettere sulla posta in gioco.

È comunque ovvia la domanda: di chi sono le responsabilità?

È molto difficile esprimere un giudizio che non sia tendenzioso sulle responsabilità di questa rottura. Diciamo innanzitutto che il clima nel quale erano immersi gli uni e gli altri portava alla rottura. Nessuno voleva cedere, e la domanda fatta a Lutero di ritrattare era molto prematura, non poteva che portare al suo contrario. Non si può non approvare il Riformatore nella sua protesta contro il traffico delle indulgenze. Ma egli ha una parte di responsabilità a motivo della violenza di certe sue proposizioni, della sua intransigenza nella discussione, dei suoi rifiuti di ogni compromesso, e della sua radicalizzazione dottrinale progressiva contro l’istituzione ecclesiastica, che ha fatto di lui un rivoltoso e quindi, nella coscienza dell’epoca, un eretico, mentre non lo era per niente all’inizio. Ma si deve riconoscere che la responsabilità più grande viene dalla parte cattolica. Il sospetto nei suoi confronti, non giustificato all’inizio, ha impedito di fare della questione delle indulgenze un dibattito teologicamente fondato. I responsabili cattolici volevano molto più la ritrattazione o la condanna di Lutero che la ricerca della verità. Confondevano le loro posizioni scolastiche con l’ortodossia, che confondevano con una teologia a sua volta ancora abbastanza confusa. La figura nuova della fede, della quale Lutero era testimone, avrebbe potuto svilupparsi in maniera cattolica, come si può vedere in Seripando, redattore del decreto del Concilio di Trento
sulla giustificazione o in Ignazio di Loyola. Si imporrà del resto d’ambo le parti.
Quel che è tragico è l’Europa sotto il segno della rottura. Non v’è dubbio. La rottura viene consumata tra Lutero e la Chiesa di Roma. La protesta di Lutero sarà seguita in maniera massiccia in Germania. E dopo sorgeranno comunità luterane, che prenderanno le distanze dalle parrocchie cattoliche. La reazione seria della Chiesa cattolica davanti alla Riforma avrà un ritardo considerevole a motivo dei conflitti tra principi, l’atteggiamento per lungo tempo reticente dei papi ed esigenze sempre più grandi dei riformatori; tutte queste cause renderanno impossibile un concilio di riconciliazione. Il Concilio di Trento si aprirà nel 1545, un anno prima della morte di Lutero. Sarà tenuto sotto il segno della proroga continua e comporterà tre sessioni (1545-1549 sotto Paolo III; 1551-1552 sotto Giulio II; 1562-1563 sotto Pio IV) «Perché così tardi», si dirà, quando tutto grida: «Concilio, concilio?». In partenza, il Concilio di Trento ha circa 30 anni di ritardo; all’arrivo, ne conta 45: le comunità luterane intanto si sono stabilite in tutta Europa. La seconda generazione protestante, quella di Calvino e dei riformati, ha nel frattempo visto la luce e altri riformatori sono apparsi sulla scena. Il concilio fornirà un documento abbastanza significativo sulla giustificazione per la fede, dove la tesi paolina è perfettamente messa in luce nel quadro di una teologia cattolica. Nel XX secolo importanti teologi protestanti ne riconosceranno persino il valore. Come troppo spesso avviene nella Chiesa cattolica, era troppo tardi per un concilio di riconciliazione. Durante le prime due sessioni si sperava ancora la presenza dei protestanti; alla terza, era diventato chiaro che questo incontro fosse impossibile. Da una parte come dall’altra la preoccupazione di avere ragione ha preso il sopravvento su quella di capirsi.

Che rapporto c’è tra protestantesimo e nascita dei tempi moderni?

Non si tratta qui di fare tutta la storia del luteranesimo e ancora meno del protestantesimo. Prendiamo atto dell’immensa posta in gioco dal punto di vista storico dell’avvenimento di partenza. Ormai la Chiesa d’Occidente ha perduto la sua unità. Resterà ferita da una separazione tra cattolici e protestanti fino ad oggi. La seconda generazione protestante si svilupperà in Francia e in Svizzera con Giovanni Calvino, poi sarà la nascita della Chiesa anglicana con Enrico VIII. Non parliamo della molteplicità delle confessioni protestanti che seguiranno. L’eco politica di questa scissione provocherà innanzitutto le guerre di religione, secondo il principio che ciascuno deve praticare la religione del suo principe (cuius regio, eius religio). Nel 1598 l’editto di Nantes, promulgato da Enrico IV, tenterà di stabilire in Francia una coabitazione pacifica tra cattolici e protestanti. È in questa situazione che l’Europa assumerà l’evoluzione culturale dei tempi moderni. I differenti settori della modernità saranno affrontati e vissuti in maniera conflittuale nel corso dei quattro ultimi secoli. Si deve in effetti distinguere la modernità scientifica, che inizia con Newton e la legge della gravità universale e arriva fino ad Einstein e i suoi successori; la modernità politica, che fa passare l’umanità dalla concezione del potere carismatico del principe, investito di autorità da Dio, all’ideale della democrazia ragionevole e ragionata; la rivoluzione culturale, quella dei Lumi in Francia e dell’Aufklärung in Germania, che comporta una laicizzazione del pensiero, un oblio dell’argomento di autorità finora dominante, e una razionalizzazione dei criteri; infine la modernità industriale, e tecnologica, che fa passare dall’utensile alla macchina, poi alla macchina-utensile e alle possibilità nuove dell’elettronica. Questi quattro settori della modernità sono altrettante rivoluzioni, che hanno segnato profondamente la trasmissione della fede e la interpellano ancora oggi. La Riforma giocò anche un ruolo importante nello sviluppo della modernità europea. Gli ultimi cinquecento anni di separazione hanno contribuito ad appesantire il dossier, cosa che costituisce un appello in più a riconciliarci tra di noi.

Come vede il luteranesimo di oggi e l’atteggiamento della Chiesa cattolica alla vigilia dei 500 anni?

Tra gli innumerevoli dialoghi condotti dalla Chiesa cattolica dai tempi del concilio Vaticano II con  le differenti comunità storicamente separate da essa, il dialogo luterano-cattolico è uno dei più seri, dei più continui e dei più fecondi. Dal 1972 ha pubblicato documenti importanti, riuniti ed editi sotto il titolo Di fronte all’Unità. Le Chiese si sono ugualmente messe d’accordo nel riconoscere che non cadono più oggi sotto le condanne reciproche promulgate nel XVI secolo. Dal 1986 il dialogo viene intensificato ulteriormente sia sul piano internazionale sia sul piano nazionale, per esempio, negli Stati Uniti, incentrandosi sulla questione decisiva della giustificazione per la fede. Numerosi documenti hanno preparato la pubblicazione della dichiarazione comune tra la Federazione luterana mondiale e la Chiesa cattolica romana: La dottrina della giustificazione (1999). Si può dire che oggi il punto maggiore che fece scoppiare la crisi è risolto. La giustificazione per la grazia mediante la fede è oggetto di una confessione comune e serena da parte dei cattolici e dei luterani, anche se resta differenziata. Un comunicato ufficiale comune delle due firmatarie è stato aggiunto in vista di alcuni chiarimenti. Questo risultato è considerevole e questo documento dovrebbe ormai appartenere ai testi confessionali dei due partner. Ma non ha le stesse conseguenze per gli uni e per gli altri: perché per i luterani la giustificazione è il “criterio decisivo” dell’autenticità della Chiesa, mentre per i cattolici essa non è che “un criterio”. Questo punto è stato lungamente dibattuto. Dà luogo oggi a una nuova tappa del lavoro tra le due confessioni, che riguarda appunto la Chiesa. Queste conversazioni sono sempre difficili, perché non si risolve in alcuni anni una questione di cinquecento anni.

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Lei ha qualche suggerimento da dare in vista delle celebrazioni dei 500 anni?

È legittimo che la Federazione luterana mondiale voglia celebrare i 500 anni della crisi del 1517 che fu il punto di partenza di tutta l’avventura della Riforma. Ma sarebbe assai dannoso che questa celebrazione consistesse in una riaffermazione un po’ trionfalistica di una identità conflittuale e comportasse una forma di processo da intentare nei confronti della Chiesa cattolica. Non dobbiamo mai dimenticare che la separazione, con conseguenze così molteplici, fu l’espressione della miseria peccatrice di tutta la Chiesa e di tutti i partner della divisione. L’anniversario non può e non deve essere che un avanzamento nuovo sulla via della riconciliazione. Spetta ai due grandi partner prendere iniziative in questo senso. In questo campo solo ciò che una Chiesa è capace di dire e di fare nei confronti di se stessa ha valore. I reciproci rimproveri si sono rivelati da troppo lungo tempo sterili. Non ho quindi da indicare alla Federazione luterana ciò che dovrebbe fare. Ma posso dare un suggerimento alla Chiesa cattolica, suggerimento del tutto realizzabile e la cui portata simbolica sarebbe grande. Se la Dichiarazione comune sulla giustificazione ha chiarito una buona volta il conflitto iniziale, una questione connessa e legata da vicino all’avvenimento della rottura resta ancora pendente. Questa questione è secondaria senza dubbio, ma ha la sua importanza. La Chiesa cattolica continua ad insegnare e a praticare la dottrina delle indulgenze. Lo fa anche in maniera festosa in occasione degli anni santi, anche quest’anno, nell’anno della misericordia. Senza dubbio, la pratica cattolica delle indulgenze non dà più luogo ad alcun abuso di tipo finanziario e la teologia delle indulgenze ha fatto considerevoli passi in avanti. Nel 1967, il papa Paolo VI ha pubblicato un documento importante, rifiutando ogni concezione “bancaria” del tesoro della Chiesa, sopprimendo ogni quantificazione e mostrando che le indulgenze sono efficaci per modum suffragii, cioè che hanno il valore della preghiera di tutta la Chiesa e della conversione della coscienza della quale sono l’occasione. Non v’è nulla che metta in questione la giustificazione per la grazia mediante la fede. Resta che la questione delle indulgenze non è mai stata il motivo di un dialogo chiarificatore. So, da numerose confidenze ricevute, quanto l’indizione periodica delle indulgenze da parte cattolica irriti le coscienze luterane e protestanti. Sono stato spesso obbligato a tornare su questo dossier per chiarire le cose. La Chiesa cattolica non ha, a mia conoscenza per lo meno, mai espresso pentimento per lo scandaloso traffico avvenuto nel XVI secolo e che non ha mai cercato un accordo dottrinale su questo punto. Sembra dimenticare che la Riforma ha preso il via a partire dallo scandalo delle indulgenze, che la Chiesa del tempo ha rifiutato di riparare. Ora questo ricordo resta terribilmente presente nelle memorie luterane.
A mio avviso, dovremmo, noi cattolici, accettare di cambiare il nome del processo penitenziale che porta alla piena liberazione delle conseguenze del peccato. Il termine “indulgenza” è troppo gravato dal peso dei conflitti storici per poter essere accettato oggi. Un altro nome, biblico e tradizionale, sarebbe del tutto possibile, come quello di benedizione, misericordia o benevolenza divina gratuita. Questo punto non è che un aspetto della teologia della grazia. Questo domanderebbe senza dubbio una revisione dei testi ufficiali che regolano la questione e l’abbandono di molte formule che hanno ancora oggi segnato l’infanzia della mia generazione. Sarebbe una bella messa in atto della Dichiarazione comune sulla giustificazione e l’ultima parola da dire sul vecchio conflitto intorno alle indulgenze.

*Bernard Sesboüé è un teologo gesuita universalmente noto. Scrittore fecondo, profondo conoscitore della storia della teologia cattolica, appassionato studioso della Riforma protestante, che nel 2017 ricorderà i 500 anni del suo inizio.

un ricordo di don Milani

Il 26 giugno 1967 moriva a Firenze don Lorenzo Milani

un ricordo di don Giorgio de Capitani

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di don Giorgio De Capitani
Il 26 giugno 1967 moriva a Firenze don Lorenzo Milani, a causa di un linfogranuloma. Aveva 44 anni.

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Su don Lorenzo Milani è stato scritto ed è stato detto di tutto e di più. Cose anche scontate, trite e ritrite. Attingendo ai suoi scritti anche in modo del tutto inopportuno. Ognuno si è fatto di don Lorenzo il proprio mentore, in modo vergognoso. Non c’è forse un politico che non abbia citato almeno una sua frase: anche Matteo Salvini, che, se fosse ancora vivo don Milani, sarebbe finito all’inferno a pedate nel culo.

 

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Credo che la cosa più giusta da fare sarebbe scoprire lo spirito di don Milani, e farlo rivivere all’oggi. Non è facile, abituati come siamo a celebrare il personaggio storico, ciò che ha detto e ciò che ha fatto, senza uscire dal momento storico, per farlo rivivere, appunto, nel suo spirito.

Come si può parlare di spirito o di anima all’uomo d’oggi? Come far rivivere il pensiero profondo di chi ha lanciato un messaggio oltre la contingenza storica? Ciò che ha fatto don Milani può interessare sì e può interessare no. Oggi don Milani farebbe altre cose. È ciò che anima l’agire che conta e che va raccolto. Ed è qui che entra in gioco la capacità intuitiva o quell’intelligenza che, come dice la parola, legge la realtà nel suo profondo.Milani1

Se devo anch’io dire qualcosa del suo agire, ecco, due sono le cose che mi hanno colpito di don Lorenzo Milani: il suo amore al locale, ma pensando in grande. Difficilmente usciva fisicamente dal piccolo della sua parrocchia di poche anime, ma ha lanciato un messaggio a tutto il mondo.

 

le scuse che i cristiani devono chiedere ai gay parola di papa Francesco

“Serve un’Europa che non litighi più e ritrovi l’unità”

intervista a papa Francesco

a cura di Andrea Tornielli
in “La Stampa” del 27 giugno 2016

le parole dette durante le conferenze stampa che vengono improvvisate durante i viaggi pastorali del papa vanno accolte con attenzione, ma non possono nemmeno essere enfatizzate al di là del loro significato specifico. La dottrina non cambia certamente, ma il fatto che il papa abbia ammesso che anche ai gay la chiesa debba chiedere scusa per le tante sofferenze che hanno dovuto patire per causa sua, è senz’altro un fatto molto positivo

sul volo Yerevan-Roma   papa genocidio

«Per me l’unità è sempre superiore al conflitto, ma ci sono diverse modi di stare insieme. C’è qualcosa che non va nella Unione Europea, ci vuole creatività. Serve una nuova Unione». Lo ha detto Francesco dialogando con i giornalisti sul volo di ritorno dall’Armenia.

Credo che la Chiesa, o meglio i cristiani – perché la Chiesa è santa – non solo devono chiedere scusa (ai gay) ma devono farlo anche con i poveri, le donne sfruttate, devono chiedere scusa di aver benedetto tante armi, di non aver accompagnato tante famiglie. Come cristiani, dobbiamo chiedere tante scuse, non solo su questo. Perdono Signore!

Come Giovanni Paolo II lei sembra sostenere l’Unione Europea. È preoccupato che Brexit possa portare alla disintegrazione dell’Europa e anche alla guerra?

«La guerra già c’è in Europa. Poi c’è un’aria di divisione, non solo in Europa. La Catalogna, l’anno scorso la Scozia… Queste divisioni non dico che siano pericolose, ma bisogna studiarle bene e prima di fare un passo verso la divisione, bisogna parlare e cercare soluzioni percorribili. Non ho studiato quali siano i motivi per cui il Regno Unito abbia voluto prendere questa decisione. Ci sono decisioni che si fanno per emanciparsi: ad esempio tutti i nostri Paesi latinoamericani o quelli africani, si sono emancipati dalle colonie. Invece la secessione di un Paese – non sto parlando qui del Regno Unito – può portare a una “balcanizzazione”, come la chiamano i politici. Per me sempre l’unità è superiore al conflitto, ma ci sono diverse modi di stare insieme. La fratellanza è migliore delle distanze. I ponti sono migliori dei muri. Tutto questo ci deve far riflettere: un Paese può dire sono nell’unione europea, voglio avere certe cose che sono mia cultura. Il passo che la Ue deve dare per ritrovare la forza delle sue radici è un passo di creatività e anche di sana “disunione”, cioè dare più indipendenza e più libertà ai paesi dell’Unione, pensare a un’altra forma di unione. Bisogna essere creativi nei posti di lavoro, nell’economia: in Italia il 40 per cento dei giovani dai 25 anni in giù non ha lavoro. C’è qualcosa che non va in quell’Unione massiccia. Ma non buttiamo il bambino con l’acqua sporca e cerchiamo di ricreare. Creatività e fecondità sono le due parole chiave per l’Unione europea».

Perché ha deciso di aggiungere la parola «genocidio» nel suo discorso al palazzo presidenziale?

«In Argentina quando si parlava di sterminio armeno sempre si usava la parola genocidio. Quando arrivo a Roma mi dicono che genocidio è una parola offensiva. Io sempre ho parlato dei tre genocidi del secolo scorso: quello armeno, quello di Hitler e quello di Stalin. Alcuni dicono che non è vero, che non è stato un genocidio. Un legale mi ha detto che è un parola tecnica, che non è sinonimo di sterminio. Dichiarare un genocidio comporta azioni di riparazione. L’anno scorso, quando preparavo il discorso per la celebrazione in San Pietro, ho visto che san Giovanni Paolo II ha usato la parola, e io ho citato tra virgolette ciò che lui aveva detto. Non è stato ricevuto bene, c’è stata una dichiarazione del governo turco che ha richiamato in pochi giorni l’ambasciatore ad Ankara. È tornato alcuni mesi fa. Tutti hanno diritto alla protesta. Non c’era la parola nel testo preparato, ma dopo aver sentito il tono del discorso del presidente armeno, e per il mio uso precedente della parola, sarebbe suonato molto strano non dire ciò che avevo già detto l’anno scorso. Volevo però sottolineare un’altra cosa: in questo genocidio, come negli altri due, le grandi potenze internazionali guardavano da un’altra parte. Durante la Seconda Guerra mondiale, alcune potenze avevano la possibilità di bombardare le ferrovie che portavano ad Auschwitz, e non l’hanno fatto. Nel contesto dei tre genocidi si deve fare questa domanda: perché non avete fatto qualcosa? Non so se è vero, ma si dice che Hitler quando perseguitava gli ebrei, avesse detto: “Chi si ricorda oggi degli armeni? Facciamo lo stesso con gli ebrei”. Ma la parola genocidio mai io l’ho detta con l’animo offensivo, ma oggettivamente».

C’è il Papa e c’è il Papa emerito. Mons. Georg Gänswein è sembrato suggerire l’idea che ci sia un ministero petrino «condiviso». Ma allora ci sono due Papi? 

«C’è stata un’epoca in cui ce n’erano tre! Benedetto XVI è Papa emerito, lui ha detto chiaramente
quell’11 febbraio che dava le sue dimissioni a partire dal successivo 28 febbraio. Che si ritirava ad aiutare la Chiesa con la preghiera. Lui per me è il nonno saggio, è l’uomo che mi custodisce le spalle con la sua preghiera. Non dimentico quel discorso fatto ai cardinali il 28 febbraio quando disse: “Tra voi c’è il mio successore: prometto obbedienza a lui”. E lo ha fatto! Poi ho sentito, non so se è vero, una diceria su alcuni che sarebbero andati da lui a lamentarsi per il nuovo Papa. E li avrebbe cacciati via con il suo stile bavarese. Se non è vero, è ben trovato, perché è un uomo di parola, è retto. C’è un solo Papa, l’altro è emerito. Forse in futuro potranno essercene due o tre, ma emeriti. Benedetto è grande uomo di preghiera e di coraggio. È l’emerito, non il “secondo Papa”».

Il cardinale Marx ha detto che la Chiesa cattolica deve chiedere scusa alla comunità gay per aver marginalizzato queste persone. Che cosa ne pensa?gay

«Ripeto con il Catechismo che queste persone non vanno discriminate, devono essere rispettate e accompagnate pastoralmente. Credo che la Chiesa, o meglio i cristiani – perché la Chiesa è santa – non solo devono chiedere scusa come ha detto quel cardinale “marxista”… ma devono farlo anche con i poveri, le donne sfruttate, devono chiedere scusa di aver benedetto tante armi, di non aver accompagnato tante famiglie. Come cristiani, dobbiamo chiedere tante scuse, non solo su questo. Perdono Signore! Tutti noi siamo santi, perché abbiamo lo Spirito Santo, ma siamo tutti peccatori, io per primo».

su Vaticaninsider.it l’integrale dell’intervista

nessuno pensa più al bene comune

il teologo domenicano Timothy Radcliffe

Brexit

ha vinto il “Sì” perché nessuno pensa più al bene comune

l’analisi di una delle figure cattoliche più eminenti del Regno Unito: «Ciascuno ha pensato soltanto al proprio interesse personale, egoistico. Le classi dirigenti hanno fatto così e anche i cittadini. E il terribile omicidio della meravigliosa parlamentare Jo Cox ha messo in luce il divario tra l’establishment e la gente, impoverita e privata di sogni»


Timothy Radcliffe, domenicano, teologo famosissimo, già responsabile generale del suo ordine, tra il 1992 e il 2001, è deluso. Ha votato per rimanere in quell’ Europa nella quale crede profondamente ma la maggioranza dei suoi concittadini l’ hanno pensata diversamente portando il Regno Unito fuori dall’ Unione Europea.

“Mi dispiace moltissimo che siamo arrivati a questo punto e ho sperato , fino all’ ultimo momento, che il voto per rimanere prevalesse”, dice Radcliffe, “L’ unico aspetto positivo di questo voto può essere che, come nazione, potremmo essere incoraggiati a riflettere su come possiamo arrivare, in questo paese, ad avere un sistema politico che è più vicino alle preoccupazioni della maggior parte dei cittadini così che possano sentirsi ascoltati dai loro leader politici”.

Secondo Radcliffe il voto ha messo in luce”il profondo divario che esiste tra i parlamentari, quasi tutti a favore del voto per restare in Europa e la gente comune, alienata dall’ establishment. In questo vuoto si sono inseriti populisti come il leader del partito antiEuropa Nigel Farage e il conservatore Boris Johnson”. “Senz’ altro adesso il partito nazionalista scozzese userà il voto “leave” per chiedere un nuovo referendum per l’ indipendenza della Scozia”, continua il famoso teologo, “Se il voto fosse positivo comporterebbe la rottura del Regno unito. Sospetto che, a questo punto il Primo Ministro David Cameron si sia pentito profondamente di aver proposto questo referendum”. 

“Entriamo, da oggi, in un periodo di turbolenza politica perchè il partito conservatore è profondamente diviso tra chi era a favore e chi era contro l’ Unione Europea”, dice ancora Radcliffe, “Il linguaggio usato durante la campagna elettorale, tra membri stessi del governo, è stato brutale, pieno di rabbia e disprezzo a tal punto che è difficile immaginare che persone che si sono insultate così possano tornare a collaborare in modo amichevole”. “Le cose non sono andate meglio nel partito laburista, anch’ esso diviso sul tema Europa”, spiega ancora il famoso domenicano, “Il leader Labour, Jeremy Corbyn, esce male da questo voto. E’ stato accusato di non essersi battuto con forza sufficiente perché la Gran Bretagna rimanesse nella Ue. A parole di è detto a favore ma è stato euroscettico per tutta la sua vita e non ha convinto nessuno durante la campagna elettorale”. 

Secondo il teologo responsabili del voto sono i tabloids popolari, il “Sun”, per esempio, letto da 13 milioni di britannici, che hanno usato un linguaggio molto aggressivo nei confronti della Ue sfruttando le paure della gente comune nei confronti degli immigrati europei che spesso portano via il lavoro alle classi più povere abbassando le tariffe. All’ inizio della campagna elettorale chi voleva rimanere nella Ue era in vantaggio ma, con la crisi dell’ immigrazione, i britannici hanno voluto chiudere le frontiere”. Per Radcliffe “è mancata una discussione matura, intelligente nella quale si cercasse davvero il bene comune non soltanto per questo paese ma per l’ intera Europa. Ciascuno ha pensato soltanto al proprio interesse personale, egoistico. Le classi dirigenti hanno fatto così e anche i cittadini comuni”. E conclude padre Radcliffe: “Il terribile omicidio della meravigliosa parlamentare Jo Cox ha messo in luce il divario tra l’establishment e la gente commune, impoverita e privata di possibilità, che cede all’estremismo di destra, e risponde alla difficile situazione nella quale si trova con una cieca violenza”.

il reportage della viltà europea

Il campo di Idomeni, il 4 maggio 2016. - Gregorio Borgia, Ap/Ansa

il campo di Idomeni, il 4 maggio 20

L’Europa tiene in ostaggio i profughi a Idomeni

I ragazzini mi saltano addosso appena imbocco la strada che porta al campo di Idomeni. “Hello my friend, you are beautiful, I love you”, mi dice un bambino senza scarpe. Poi mi indica la tenda dove vive, a pochi passi dalla strada. La madre è seduta dentro alla piccola tenda da campeggio verde e quando il bambino la chiama, alza il braccio e mi saluta sorridente. Mohamed è siriano, viveva a Idlib, ha gli occhi neri e le ciglia folte che gli ammorbidiscono lo sguardo. Mi vuole baciare, abbracciare. Lo prendo per mano e lo porto con me, ma poi mi saluta: non ce la fa a camminare senza scarpe sull’asfalto.

Idomeni è il più grande campo profughi della Grecia, “la Dachau dei nostri giorni” l’ha definita il ministro dell’interno greco Panagiotis Kouroublis. Una distesa di tende lungo la ferrovia al confine con la Macedonia. Dove prima c’era un valico per accedere alla rotta balcanica verso l’Europa occidentale, ora c’è una recinzione pattugliata dai militari; metri e metri di filo spinato.

Da questa parte del confine da circa due mesi vivono accampate dodicimila persone, il 40 per cento di loro sono bambini. Tra gli abitanti del campo ci sono circa seicento donne incinte, secondo Medici senza frontiere. Molte viaggiano da sole con i figli. I mariti sono partiti prima di loro per raggiungere l’Europa, con la promessa di ricorrere ai ricongiungimenti familiari, poi sono rimasti intrappolati nelle maglie della burocrazia europea.

Sarab Al Jumaili, iracheno, con suo figlio Adnan, vicino alla recinzione che circonda il campo di Idomeni, il 22 aprile 2016. - Gregorio Borgia, Ap/Ansa
Sarab Al Jumaili, iracheno, con suo figlio Adnan, vicino alla recinzione che circonda il campo di Idomeni, il 22 aprile 2016

Quando la scorsa estate la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che avrebbe accolto i siriani in fuga dalla guerra e avrebbe sospeso il regolamento di Dublino, molti si sono incamminati fiduciosi lungo la rotta dei Balcani. Tuttavia nei mesi successivi la schizofrenia dei governi europei e delle loro politiche verso i migranti ha prodotto una delle più gravi emergenza umanitarie degli ultimi decenni, paragonabile a quella provocata dalla guerra nella ex Jugoslavia.

I paesi dei Balcani hanno cominciato a chiudere le frontiere a singhiozzo, e hanno costruito recinzioni al confine per impedire ai profughi di passare, infine l’Unione europea ha deciso di permettere ai governi di ripristinare i controlli alle frontiere e ha sottoscritto un patto con la Turchia che prevede di intercettare in mare le imbarcazioni che varcano l’Egeo dirette verso la Grecia e di rimandare indietro i profughi che sono arrivati sul territorio greco dopo il 20 marzo. L’accordo ha determinato la chiusura definitiva della rotta balcanica e quasi 55mila persone sono rimaste bloccate in campi ufficiali o informali in Grecia, sospese in un limbo.

Il campo di Idomeni è nato la scorsa estate come un insediamento di transito per i profughi che provavano a raggiungere l’Europa del nord, poi negli ultimi mesi si è trasformato in un campo stanziale. A novembre del 2015 la Macedonia ha cominciato a far entrare i profughi con criteri selettivi: solo i siriani potevano passare, poi il muro si è alzato per tutti. Da un giorno all’altro è stata chiusa la porta in faccia a chi sperava di attraversare il valico.    

Dulfa ha 26 anni, viveva con suo marito Mustafa a Baghdad, in Iraq. Poi Mustafa è partito con la promessa di portare con sé la sua famiglia, ma una volta arrivato in Svezia le procedure per l’asilo sono state rallentate e non è riuscito ancora a ottenere nessuna forma di protezione internazionale. Così Dulfa è partita senza nessuna certezza, otto mesi dopo suo marito, con i tre figli al seguito, la madre e i suoi sette fratelli. Hanno dato cinquemila dollari ai trafficanti per conquistarsi un passaggio verso la Grecia.

Sono arrivati a Idomeni il 5 marzo e sono rimasti bloccati in Grecia. Da due mesi vivono sui binari del treno, davanti a quella che un tempo era la stazione ferroviaria della piccola città di frontiera. A sinistra ci sono le tende degli afgani, tra cui molti ragazzini che viaggiano da soli, senza genitori. Il bucato steso su un filo circonda la tenda della donna irachena e di sua madre e crea l’illusione di un po’ di riservatezza.

Dulfa è ottimista, indossa un vestito di ciniglia ciclamino che le arriva fino alle caviglie ed è protetta da un velo nero con dei ricami d’oro che le incornicia il volto. È spaventata soprattutto per la salute dei suoi figli. “Non abbiamo elettricità, non abbiamo niente per i bambini e sopratutto non sappiamo se e quando riapriranno il confine”, dice, e poi mi guarda speranzosa e chiede: “Riapriranno la frontiera?”. Non credo. Anche se penso che una soluzione per i dodicimila di Idomeni si dovrà trovare.

Madre e figlia a Idomeni, il 29 aprile 2016. - Gregorio Borgia, Ap/Ansa
Madre e figlia a Idomeni, il 29 aprile 2016

Yusuf, il suo ultimo figlio, è ancora un lattante e si è ammalato, ha continui mal di pancia, irritazioni della pelle e diarrea. L’acqua corrente è scarsa e le docce e i servizi igienici a Idomeni sono insufficienti, gli uomini vanno a fare il bagno nel fiume ghiacciato che separa la Grecia dalla Macedonia, ma per le donne è più complicato.

La ragazza irachena non vuole essere fotografata, s’intimidisce davanti alla macchina fotografica, ma mi parla come se mi conoscesse da una vita, con disinvoltura, senza timori. Si esprime con qualche parola d’inglese e in arabo, gesticolando. Mi sembra impossibile che capirsi sia così facile. Dulfa mi invita nella sua tenda dove si libera del velo, mi vuole raccontare la storia della sua famiglia e per questo manda a chiamare Susy, una ragazza curdosiriana che parla arabo e inglese e può farci da interprete.

Susy ha 17 anni e l’apparecchio ai denti, una felpa blu elettrico, dei braccialetti colorati al polso e i capelli raccolti con un fermaglio. Sembra appena uscita da una qualsiasi classe di un qualsiasi liceo occidentale. Parla un inglese saltellante, ma sufficiente per intendersi. Così la nostra buffa conversazione decolla e va avanti per ore. Ogni tanto prendiamo il cellulare e chiediamo a Google di aiutarci, ogni tanto scoppiamo a ridere perché praticamente stiamo facendo il gioco dei mimi.

Nella tenda, i bambini di Dulfa giocano tranquilli stesi su una coperta, ma alcuni hanno delle escoriazioni sul volto e sul collo, sono infezioni della pelle molto diffuse nel campo, provocate dalla mancanza di igiene, dalla promiscuità, dall’esposizione agli agenti atmosferici.

Le condizioni climatiche sono dure: piove per giorni e il campo diventa un enorme acquitrino, l’acqua entra dappertutto. Alcuni accatastano coperte di lana sul fondo delle tende per contrastare l’umidità. Ma con la pioggia è una sfida impari. Certi altri giorni il sole picchia forte, e le tende diventano dei forni. Le persone cercano l’ombra sotto ai pochi alberi, si riparano dietro ai vagoni dei treni abbandonati davanti a quella che era la stazione ferroviaria.

“Quando piove i bambini rimangono bagnati, non abbiamo vestiti asciutti per cambiarli”. Dulfa racconta che sia Mustafa, suo marito, sia suo padre si trovano in un campo profughi a Göteborg, in Svezia, ma le procedure per l’asilo sono più lente e complicate del previsto e lei e sua madre non hanno idea di come fare a chiedere il ricongiungimento familiare. In fondo non crede neanche di averne il diritto.

Nel campo di Idomeni dopo la pioggia, il 24 aprile 2016. - Gregorio Borgia, Ap/Ansa
Nel campo di Idomeni dopo la pioggia, il 24 aprile 2016

Le famiglie divise di Idomeni

Il regolamento di Dublino III stabilisce che i coniugi o i figli minori di rifugiati già arrivati in un paese dell’Unione europea possano chiedere l’asilo nello stesso paese dove si trova il proprio familiare. Ma alle donne e ai bambini di Idomeni questo diritto viene negato, perché i dodicimila che vivono nel campo non hanno accesso alle procedure per chiedere la protezione internazionale. Lo ha denunciato recentemente anche un rapporto dell’Associazione italiana studi giuridici (Asgi).

“Non racconto tutta la verità a mio marito, non gli dico che faccio fatica. Non voglio che si preoccupi per noi”, dice Dulfa. Ma non è la sola in questa condizione.

Sausan è seduta sulle traversine del treno mentre pela le patate per la cena, viene dal Kurdistan siriano e suo marito l’aspetta in Germania. Anche lei è a Idomeni da due mesi e da due mesi spera che la recinzione si apra e lasci spazio al futuro. “Nemmeno gli animali vivono in questo modo, queste non sono case, non sono fatte per viverci dei mesi, Angela Merkel e gli altri dovrebbero venire qui per un giorno, stare qui con noi per un giorno”.

Sausan è in viaggio con i suoi due figli, suo padre e la famiglia di suo fratello che era un maestro di matematica nel suo paese. “Nelle nostre scuole, Bashar al Assad non ci permetteva nemmeno di parlare la nostra lingua, il curdo. E il padre di Bashar era anche peggio”. Sausan ha i capelli biondi e non porta il velo, come quasi tutte le donne curde, sembra una donna molto mite. Non è spaventata da quello che l’aspetta, è solo preoccupata che suo marito stia bene e che si possano rivedere presto. “Se gli dovesse succedere qualcosa, se dovesse succedere a noi, non so cosa farei, ci penso ogni giorno”.

La tenda di Sausan, quella di suo fratello e quella del padre sono state montate una di fronte all’altra, intorno a un fuoco, come per ricreare un’idea di casa, di cortile. Intorno i vicini sono tutti curdosiriani. Il padre di Sausan è seduto su una sedia vicino al fuoco dove in una pentola sta bollendo dell’acqua. L’anziano si è avvolto la testa e il collo con una sciarpa nera per proteggersi dal freddo, passa il pomeriggio seduto a osservare i vicini e a controllare il fuoco. Riapriranno la frontiera? È la domanda che rivolge ogni tanto a quelli che passano.

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La maggior parte dei profughi di Idomeni è di origine siriana. Vengono da Damasco, da Aleppo, da Deir Ezzor, da Raqqa, da Idlib, da Homs, da Hama. Raccontano la tragica geografia della guerra: le minacce del gruppo Stato islamico che chiamano con disprezzo Daesh, i bombardamenti dell’esercito di Assad sulla popolazione civile, i rastrellamenti, la coscrizione obbligatoria per gli uomini che vengono arruolati per ingrossare le file dell’esercito.

La maggioranza appartiene alla classe media, ha una buona formazione scolastica: nel loro paese gestivano negozi, ristoranti, erano insegnanti, artigiani, impiegati, medici, sarti. Se la passavano bene prima della guerra, per questo è ancora più difficile accettare di aver perso tutto e di essere costretti a vivere nella miseria in una periferia dimenticata dell’Europa.

“Non avrei mai immaginato di vivere così. In Siria non abbiamo mai sofferto. C’era lavoro per tutti. I ragazzi studiavano”, racconta Suzan Haj, una ragazza di 17 anni di Damasco. Suo padre è morto in Turchia, durante il viaggio, per un attacco cardiaco.

“Non era malato quando siamo partiti, ma deve essere stato lo stress del viaggio. In Turchia si è sentito male, non riusciva a respirare ed è morto”, racconta. “Voglio fare il medico, come avrebbe voluto lui”, dice Suzan, mentre si ripara dal sole sotto a un albero. “Vorrei finire gli studi, gliel’ho promesso”, continua. “Ora mia madre piange tutti i giorni, non si dà pace. Se non fossimo partiti, mio padre forse sarebbe ancora con noi. Ma che possiamo fare?”. La depressione e altri disturbi psicologici colpiscono i profughi sempre più di frequente.

Emmanuel Massart, coordinatore dell’ong Medici senza frontiere, conferma che la maggior parte degli abitanti del campo soffre di disturbi psicologici: “Attacchi di panico, ansia, disturbi psicosomatici, depressione. Hanno fatto un viaggio lungo e pericoloso e ora avrebbero bisogno di tranquillità, invece sono in una condizione di precarietà e di violenza”.

Tutti i campi del governo sono gestiti dall’esercito e chi scappa dalla guerra tende a non fidarsi dei militari

Uno dei principali problemi è che il governo greco vuole sgomberare il campo, vuole trasferire i profughi in strutture ufficiali che spesso si trovano lontano dalle città, ma le famiglie siriane non vogliono muoversi da qui, hanno paura che se entreranno nei campi gestiti dall’esercito non ne usciranno più, hanno paura che l’Europa si dimentichi definitivamente di loro.

“In primo luogo tutti i campi del governo sono gestiti dall’esercito e chi scappa dalla guerra tende a non fidarsi dei militari, inoltre i profughi temono che i campi governativi non siano aperti, siano chiusi. Gli va spiegato che i campi resteranno aperti”, spiega Massart.

“In secondo luogo nei campi autorizzati non ci sono ancora abbastanza posti per tutti i profughi che sono bloccati in Grecia dopo la chiusura della rotta balcanica. Quindi da una parte il governo greco vuole evacuare Idomeni, ma non ci sono ancora strutture capaci di ospitare tutti, quelle che ci sono in molti casi sono carenti”, aggiunge il portavoce di Medici senza frontiere.

Le associazioni e le organizzazioni non governative presenti nel campo (Msf, Unhcr, Save the children, Médecins du monde, Praxis) forniscono alcuni servizi di base, come assistenza medica, servizi igienici, distribuzione dei pasti, ma non sono sufficienti a garantire condizioni di vita dignitose. Nel campo ci sono 250 bagni chimici e 70 docce. Troppo pochi per le esigenze di dodicimila persone.

Ci sono molti gruppi di attivisti e di volontari autorganizzati che vengono da tutta Europa per dare una mano, dai pompieri spagnoli che distribuiscono legname, ai ragazzi italiani di Over the fortress che hanno montato un’antenna per permettere ai profughi di connettersi a internet, e fabbricano docce riservate alle donne del campo. Tuttavia la costruzione dei servizi e di strutture più stabili viene contrastata dal governo greco.

“Non siamo autorizzati a costruire un campo più attrezzato a Idomeni e i terreni dove sono state montate le tende sono di proprietà privata, solo alcuni proprietari dei campi ci hanno autorizzato a costruire container, alloggiamenti più stabili e servizi. Gli altri ci hanno negato la possibilità di affittare il campo”, racconta Massart di Msf. “Inoltre manca un vero e proprio coordinamento e questo crea grandi problemi”. All’inizio di aprile alcuni volontari e giornalisti che lavoravano a Idomeni sono stati fermati dalla polizia, trattenuti e identificati.

Raqed, 19 anni, con sua figlia Yasmin nata da dieci giorni a Idomeni, il 19 aprile 2016. - Gregorio Borgia, Ap/Ansa
Raqed, 19 anni, con sua figlia Yasmin nata da dieci giorni a Idomeni, il 19 aprile 2016

Alcuni di loro sono stati accusati di istigare le rivolte tra i profughi, di diffondere false voci sulla possibilità che la frontiera potesse essere riaperta e di organizzare cortei per oltrepassare la recinzione. Gli attivisti e i volontari si sono sentiti criminalizzati e hanno accusato le autorità di volerli escludere dal campo per le loro attività a favore dei profughi. “Spegnere i riflettori su quello che succede a Idomeni è l’obiettivo del governo greco”, sostiene Tommaso Gandini della campagna Over the fortress. “Venire a Idomeni, continuare a parlare di quello che succede qui è l’unico modo per impedire che questo campo sia sgomberato con la forza”.

La vita a Idomeni, a due mesi dalla chiusura della rotta balcanica, si sta normalizzando. Aprono le prime attività commerciali nella tendopoli: c’è un signore siriano di origine palestinese che fa la pita e i felafel, ci sono delle ragazze di Kobane che fanno il kebab. Rivenditori di frutta e sigarette si appostano agli angoli dell’unica strada che attraversa il campo. Vogliono lavorare, ricominciare. Ma quanto può durare questa normalità?

Chiediamo al Canada di accoglierci

Sulle rotaie del treno il 30 aprile un gruppo di ragazzi ha organizzato un picchetto, si sono messi in piedi con dei cartelli davanti al pullman della polizia greca che blocca il passaggio verso la Macedonia. Era da giorni che non c’erano proteste, mentre prima i disordini erano quasi quotidiani. I ragazzi mostrano dei fogli su cui è scritto: “Il vostro silenzio ci sta uccidendo”, “L’umanità è fallita sulla rotta balcanica”, “Canada salvaci”, “I confini non sono chiusi per quelli che hanno i soldi, cioè per i trafficanti”.

Omar indossa un cappello da baseball, è alto e slanciato e ha un’espressione seria e stanca, che risulta ancora più dura sul suo volto giovane. Viene da Homs come gli altri ragazzi che stanno protestando e non è intenzionato a spostarsi finché non troverà una soluzione. “L’Europa ci ha ingannato, prima ci ha detto che ci avrebbe accolto poi ci ha chiuso la porta in faccia, chiediamo al Canada di accoglierci”. Il ragazzo siriano si mostra orgoglioso, ma è spossato. La sua casa è stata distrutta, ha perso tutto e ora si sente preso in giro dagli europei e spera che le politiche più illuminate del primo ministro del Canada Justin Trudeau possano venire in aiuto.

Tommaso Gandini, della campagna Over the fortress, spiega che le proteste sono sempre più sporadiche: “A differenza dello scorso inverno, quando c’erano molti ragazzi che viaggiavano da soli, ora la maggioranza è composta da famiglie, le donne e i bambini sono migliaia. Le proteste sono sempre più rare, anche se le condizioni di vita continuano a essere terribili”. I migranti tuttavia non vogliono lasciare il campo, “anche quando il vento e la pioggia gli distruggono le tende, continuano a rimanere con la speranza che i confini siano riaperti”.

I binari della ferrovia che attraversano il campo di Idomeni, il 29 aprile 2016. - Gregorio Borgia, Ap/Ansa
I binari della ferrovia che attraversano il campo di Idomeni, il 29 aprile 2016

L’organizzazione di attivisti italiani ha realizzato un punto d’informazione nel campo: ha costruito un’antenna che garantisce l’accesso a internet e ha installato un generatore per portare un po’ di elettricità. Infatti l’unico modo per accedere ai servizi d’asilo in Grecia, per i profughi che si trovano in un campo informale come quello di Idomeni, è fissare un appuntamento per un’intervista con i funzionari del governo a Salonicco, attraverso una chiamata via Skype. Ma il numero di telefono è sempre occupato e l’appuntamento non si riesce a prendere. Rania Ali, una studentessa siriana di vent’anni, ha lanciato una petizione su Change.org per chiedere alle autorità di fornire ai profughi un sistema alternativo a Skype per ottenere l’appuntamento con i funzionari del governo. Sono state raccolte migliaia di firme, ma non si è mosso niente al livello ufficiale.

La mancanza di informazioni sta mettendo a dura prova i profughi, più della scarsità di cibo. Certi giorni girano voci che il campo di Idomeni sarà sgomberato, certi giorni che si sono aperte nuove rotte verso l’Italia, o verso la Bulgaria, infine a volte si dice che il confine con Skopje riaprirà.

I profughi sono confusi e disposti a credere a quello che gli viene detto, poi però si sentono traditi. “Anche per questo negli ultimi tempi sono scoppiate violenze, la mancanza di informazioni alimenta le tensioni”, dice Emmanuel Massart di Msf. “C’è bisogno di una gestione vera e proprio del campo, che permetta di controllarlo. C’è bisogno di più organizzazione e chiarezza”.

La verità è che il governo greco vuole sgomberare Idomeni e finora solo l’attenzione internazionale ha evitato interventi con la forza

Nell’infopoint i ragazzi di Over the fortress hanno provveduto a realizzare materiale informativo per spiegare in diverse lingue quali sono le possibilità e i diritti dei profughi, anche per quanto riguarda il ricongiungimento familiare.”La realtà è che da qui sbloccare la situazione di queste persone a livello legale è praticamente impossibile. Il governo dovrebbe ampliare, o meglio aprire, questo servizio. Ma sembra che ci sia ostruzionismo da parte del governo nel fornire un servizio legale alle persone che sono in questo campo”, racconta Tommaso Gandini.

“Abbiamo lanciato una petizione per chiedere che questo servizio sia garantito. Ma la verità è che il governo greco vuole sgomberare Idomeni e solo l’attenzione dei mezzi d’informazione di tutto il mondo e la presenza di personalità come l’artista cinese Ai Wei Wei hanno fatto sì che finora non si sia intervenuti con la forza”, dice il volontario italiano. Ma la presenza costante dei mezzi d’informazione ha già cambiato irrimediabilmente il comportamento delle persone, soprattutto quello dei più piccoli.

I bambini cercano le attenzioni dei giornalisti e dei volontari in maniera insistente e ossessiva. Per loro è un gioco, ma è impossibile non percepire la violenza di un rapporto di forza. La loro sopravvivenza dipende da quanto si parlerà della loro condizione. Esisteranno nell’agenda politica solo se la stampa non li abbandonerà.

Gli europei, che la scorsa estate avevano lanciato lo slogan “Refugees welcome”, si sono già dimenticati di queste migliaia di persone che vivono lungo i binari, in piccole tende improvvisate, esposte alle intemperie. E che fine ha fatto la promessa di Angela Merkel di accogliere tutti i siriani diretti in Europa?

“Non possiamo mandare solo foto di bambini, come se stessimo in un asilo”, dice un fotografo tedesco, mentre si sorprende a scattare ritratti a ragazzini che si mettono in posa. “I bambini qui sono tantissimi, stiamo solo raccontando la verità”, risponde un altro fotoreporter italiano. I due fotografi che sono con me lavorano per grandi agenzie di stampa internazionali e si preoccupano di non fare foto che approfittino della disponibilità dei bambini e della loro ossessiva ricerca di attenzioni. “Cerchiamo di evitare le foto posate. Vogliamo trasmettere la drammaticità della situazione, stando attenti a salvaguardare i bambini”, racconta il fotografo italiano.

È difficile restare obiettivi in questa immensa pozzanghera nel cuore dell’Europa, con migliaia di tende tra le distese verdi di grano e la ferrovia. Ogni bambino che mi corre incontro e mi si aggrappa al collo mi lascia addosso un senso di rabbia, lo sguardo prostrato e stanco di alcuni uomini mi si appiccica come una patina vischiosa. Una donna usa una tinozza di plastica e una coperta di tessuto sintetico come culla per la figlia nata a Idomeni un mese fa. È come un pugno nello stomaco.

Mentre lascio il campo e le nuvole si specchiano nelle pozzanghere, ripenso ai versi del poeta palestinese Mahmoud Darwish:

Mentre torni a casa, a casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre ti addormenti contando i pianeti, pensa agli altri,
che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi

Questa è la prima puntata di una serie di reportage sui campi profughi e sui centri di detenzione in Grecia, dopo l’accordo con la Turchia e la chiusura della rotta dei Balcani