Bologna
la comunità islamica scrive al papa
“condividiamo le sue posizioni e condanniamo ogni violenza”

prima la condanna di «ogni forma di violenza», poi la garanzia di un forte impegno per «contrastarla con tutti i mezzi a nostra disposizione», insieme al rifiuto di «ogni forma di strumentalizzazione religiosa» che «fomenti odio, razzismo» e anche «islamofobia».
La storica Comunità islamica di Bologna, radicata da decenni nel territorio, scrive a Papa Francesco in occasione della visita nel capoluogo emiliano per ribadire la vicinanza di vedute riguardo a tematiche come pace, giovani, creato, lotta al terrorismo e la volontà di proseguire insieme per far sì che possa tornare la luce in questi «tempi bui» agitati da intolleranza, diffidenza, razzismo.
«Santità, ci riconosciamo tutti figli di un padre, Abramo, che ci ha insegnato il valore della fiducia, della pazienza e dell’amore»,
afferma la Comunità musulmana bolognese nella missiva consegnata al Pontefice dal portavoce Yassine Lafram al termine dell’Angelus in Piazza Maggiore e riportata dai media locali.
«Seguiamo con interesse e attenzione il suo operato – si legge – e non possiamo che condividere posizioni come quelle da Lei espresse sul tema della povertà e dell’accoglienza, e sulla necessità di una riforma sociale, oltre che di una difesa dell’ambiente che implichi una riforma radicale nell’approccio al rapporto tra uomo e Creato».
I musulmani di Bologna dicono di sentire come proprio «il dovere di sostenere i giovani dando loro spazio e opportunità», come pure «il dovere di contribuire a una riforma sulla legge della cittadinanza e il diritto di vivere ciascuno la propria fede nella pratica quotidiana».
In tal senso si ribadisce nella lettera l’apprezzamento per «il percorso intrapreso sulla via del dialogo interreligioso» che ha permesso di «instaurare ottimi rapporti con le comunità religiose della città, in primis con la Chiesa locale», nella persona dell’arcivescovo Matteo Zuppi. «Lo facciamo convinti della necessità di costruire ponti per permettere a tutti di ascoltare ed essere ascoltati».
«Mai come oggi – afferma la Comunità islamica – è necessaria una forte operazione culturale che spinga le persone a cercare nell’altro se stessi, perché l’incontro con l’Altro, tanto temuto da molti, è uno sforzo per cercare risposte alle domande spesso celate nel profondo di ognuno. Domande che, se non trovano risposte, diventano terreno fertile per sentimenti come la paura, la diffidenza e – in casi estremi – anche la violenza».
Da qui l’invito ad una più approfondita conoscenza reciproca «come miglior via di pace» per questi «tempi bui come quelli che stiamo vivendo» in cui «l’intolleranza cresce». «Vogliamo metterci in prima linea per contrastare questi mali nati dal deprezzamento del valore della vita e da una concezione del mondo che mette al centro delle priorità il denaro, tralasciando ogni etica e morale», recita la lettera.
E si conclude con una promessa: «Come musulmani, vogliamo lavorare per contrastare ogni forma di mistificazione del vero significato dell’Islam, la religione del saluto che augura la pace. Il tradimento del messaggio divino e profetico è inaccettabile».

Eppure c’è qualcosa di storico in questa foto di gruppo che ha messo insieme ieri, fra le navate delle Chiese, i sacerdoti e gli imam con i loro abiti tradizionali e le barbe nere seduti accanto ai fedeli cristiani, come nel ritratto un po’ agiografico di un presepe, dentro a quei riti svuotati dal tempo. L’immagine che si ricava alla fine è abbastanza contraddittoria. Se anche a Lecce gli imam hanno disertato l’invito, a Ventimiglia sono entrati tutti alla Messa delle 10 e 30 a San Nicola da Tolentino, in preghiera di fronte a padre Francesco Marcoaldi, che il 29 maggio aveva aperto le porte della sua Chiesa agli immigrati in fuga. E alla fine della funzione hanno preso la parola per condannare il terrorismo, fra gli applausi e gli abbracci dei fedeli.
Mahatma Gandhi sosteneva che «Dio non ha una religione», ma nella domenica del Signore Islam e cattolicesimo hanno cercato almeno di capirsi, in onore a Papa Francesco che a Natale aveva invocato «il dialogo come contributo di pace». Se ci siano riusciti, è un altro discorso. All’uscita di Santa Maria in Trastevere, a Roma, i fedeli intervistati da Sky, rivelavano le stesse sensazioni opposte che ha lasciato questa domenica. Una signora diceva che «abbiamo usato lo stesso linguaggio, le stesse parole. È stato importante vederli in Chiesa assieme a noi. Siamo chiamati alla condivisione, all’amicizia». Un altro fedele annotava invece che «può essere un primo passo. Ma adesso questa comprensione non c’è». E un terzo signore rimarcava la sua diffidenza: «Per forza che c’è. I diritti dell’uomo sono oscurati nei loro Paesi e qui da noi la Grande Moschea ha detto di no a questo invito». Lo scrittore Camillo Langone è stato ancora più duro e sulla sua pagina Facebook ha postato con altre 45 persone che «per la prima volta ho dei dubbi sull’andare a Messa. 


Ma non si uccide in nome di Dio». L’impressione però è che questa giornata della pace abbia avuto l’adesione dei vertici, ma non siamo così sicuri che la base fosse tutta così d’accordo. A Porta Palazzo, a Torino, la maggior parte si rifiutava di commentare e quelli che lo facevano ripetevano con ossessione che anche noi uccidiamo donne e bambini musulmani, «ma non vi ho mai sentito chiedere scusa». A Roma, un signore marocchino di 40 anni con la barba nera che dice di fare il macellaio, sostiene che «la maggior parte di noi non ci è andata. Voi dite che sono tanti 15mila? A me non sembra. Siamo molti di più». Dall’altra parte, don Michele Babuin, parroco nella Barriera di Milano del capoluogo piemontese, aveva dichiarato che lui «gli imam in Chiesa» non li vuole, «Chi mi garantisce che non siano dei terroristi?», affermando anche che «abbiamo un Dio diverso, checché se ne dica». Un altro prete ha scritto a Rete4 dicendo che non bisogna fidarsi, «se io fossi andato in una Moschea non mi avrebbero fatto entrare».
E Magdi Allam afferma che «è inconcepibile questa partecipazione degli
Poi è sceso dal pulpito e i fedeli sono andati ad abbracciarlo. Perché ieri le nostre religioni avevano bisogno di credere questo, che possiamo vivere in pace. È difficile vivere una religione. Forse aveva ragione Abramo Lincoln: «Ho imparato che quando faccio il bene, mi sento bene. E quando faccio il male, mi sento male. È questa la mia religione».











