la lettera della comunità musulmana a papa Francesco

Bologna

la comunità islamica scrive al papa

“condividiamo le sue posizioni e condanniamo ogni violenza”

lettera al Pontefice in occasione della visita nel capoluogo emiliano:
«Ci riconosciamo tutti figli di un padre, siamo in prima linea per contrastare il male di questi tempi bui»
salvatore cernuzio
bologna

prima la condanna di «ogni forma di violenza», poi la garanzia di un forte impegno per «contrastarla con tutti i mezzi a nostra disposizione», insieme al rifiuto di «ogni forma di strumentalizzazione religiosa» che «fomenti odio, razzismo» e anche «islamofobia».

La storica Comunità islamica di Bologna, radicata da decenni nel territorio, scrive a Papa Francesco in occasione della visita nel capoluogo emiliano per ribadire la vicinanza di vedute riguardo a tematiche come pace, giovani, creato, lotta al terrorismo e la volontà di proseguire insieme per far sì che possa tornare la luce in questi «tempi bui» agitati da intolleranza, diffidenza, razzismo.   

«Santità, ci riconosciamo tutti figli di un padre, Abramo, che ci ha insegnato il valore della fiducia, della pazienza e dell’amore»,

afferma la Comunità musulmana bolognese nella missiva consegnata al Pontefice dal portavoce Yassine Lafram al termine dell’Angelus in Piazza Maggiore e riportata dai media locali.

«Seguiamo con interesse e attenzione il suo operato – si legge – e non possiamo che condividere posizioni come quelle da Lei espresse sul tema della povertà e dell’accoglienza, e sulla necessità di una riforma sociale, oltre che di una difesa dell’ambiente che implichi una riforma radicale nell’approccio al rapporto tra uomo e Creato».  

I musulmani di Bologna dicono di sentire come proprio «il dovere di sostenere i giovani dando loro spazio e opportunità», come pure «il dovere di contribuire a una riforma sulla legge della cittadinanza e il diritto di vivere ciascuno la propria fede nella pratica quotidiana». 

In tal senso si ribadisce nella lettera l’apprezzamento per «il percorso intrapreso sulla via del dialogo interreligioso» che ha permesso di «instaurare ottimi rapporti con le comunità religiose della città, in primis con la Chiesa locale», nella persona dell’arcivescovo Matteo Zuppi. «Lo facciamo convinti della necessità di costruire ponti per permettere a tutti di ascoltare ed essere ascoltati». 

«Mai come oggi – afferma la Comunità islamica – è necessaria una forte operazione culturale che spinga le persone a cercare nell’altro se stessi, perché l’incontro con l’Altro, tanto temuto da molti, è uno sforzo per cercare risposte alle domande spesso celate nel profondo di ognuno. Domande che, se non trovano risposte, diventano terreno fertile per sentimenti come la paura, la diffidenza e – in casi estremi – anche la violenza».  

Da qui l’invito ad una più approfondita conoscenza reciproca «come miglior via di pace» per questi «tempi bui come quelli che stiamo vivendo» in cui «l’intolleranza cresce». «Vogliamo metterci in prima linea per contrastare questi mali nati dal deprezzamento del valore della vita e da una concezione del mondo che mette al centro delle priorità il denaro, tralasciando ogni etica e morale», recita la lettera.

E si conclude con una promessa: «Come musulmani, vogliamo lavorare per contrastare ogni forma di mistificazione del vero significato dell’Islam, la religione del saluto che augura la pace. Il tradimento del messaggio divino e profetico è inaccettabile».

nelle chiese 23 mila musulmani: un abbraccio straordinario che dovrebbe diventare quotidianità

“Non si uccide in nome di Dio”islam12

di Pierangelo Sapegno
in “La Stampa” del 1° agosto 2016

Nella foto di gruppo in un interno che ci ha lasciato questa domenica di Sant’Ignazio da Loyola c’erano 23 mila musulmani dentro le Chiese d’Italia a pregare assieme ai cristiani. Ma fuori probabilmente ce n’erano molti di più che non erano troppo convinti, ad ascoltare almeno i silenzi e le accuse ai «francesi che bombardano i bambini in Siria», raccolti nelle vie e negli angoli di Porta Palazzo a Torino, o registrando anche solo il rifiuto di partecipare a questo abbraccio simbolico espresso da Aia Eldin al Ghobasny, l’imam della Grande Moschea di Roma, secondo cui si trattava di «una manifestazione spettacolare più adatta alla stampa» che alla fratellanza.

islam7 Eppure c’è qualcosa di storico in questa foto di gruppo che ha messo insieme ieri, fra le navate delle Chiese, i sacerdoti e gli imam con i loro abiti tradizionali e le barbe nere seduti accanto ai fedeli cristiani, come nel ritratto un po’ agiografico di un presepe, dentro a quei riti svuotati dal tempo. L’immagine che si ricava alla fine è abbastanza contraddittoria. Se anche a Lecce gli imam hanno disertato l’invito, a Ventimiglia sono entrati tutti alla Messa delle 10 e 30 a San Nicola da Tolentino, in preghiera di fronte a padre Francesco Marcoaldi, che il 29 maggio aveva aperto le porte della sua Chiesa agli immigrati in fuga. E alla fine della funzione hanno preso la parola per condannare il terrorismo, fra gli applausi e gli abbracci dei fedeli.

islam2Mahatma Gandhi sosteneva che «Dio non ha una religione», ma nella domenica del Signore Islam e cattolicesimo hanno cercato almeno di capirsi, in onore a Papa Francesco che a Natale aveva invocato «il dialogo come contributo di pace». Se ci siano riusciti, è un altro discorso. All’uscita di Santa Maria in Trastevere, a Roma, i fedeli intervistati da Sky, rivelavano le stesse sensazioni opposte che ha lasciato questa domenica. Una signora diceva che «abbiamo usato lo stesso linguaggio, le stesse parole. È stato importante vederli in Chiesa assieme a noi. Siamo chiamati alla condivisione, all’amicizia». Un altro fedele annotava invece che «può essere un primo passo. Ma adesso questa comprensione non c’è». E un terzo signore rimarcava la sua diffidenza: «Per forza che c’è. I diritti dell’uomo sono oscurati nei loro Paesi e qui da noi la Grande Moschea ha detto di no a questo invito». Lo scrittore Camillo Langone è stato ancora più duro e sulla sua pagina Facebook ha postato con altre 45 persone che «per la prima volta ho dei dubbi sull’andare a Messa.

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Andrò verso sera, in una Chiesa defilata per correre meno rischi, ma se ci saranno maomettani o se il sacerdote dal pulpito tradirà Cristo onorando Maometto dovrò uscire». Cosa avrebbe fatto a Bari, dove musulmani e cattolici nella cattedrale di San Sabino hanno letto insieme la Bibbia e il Corano, prima in italiano e poi in arabo?isla1

A Firenze, Izzedin Elzir, il presidente dell’Ucoii, l’organizzazione sospettata in passato di essere troppo tenera con gli estremisti, è arrivato al Duomo di Santa Maria del Fiore con tutta la sua famiglia. E Ahmed El Balazi, imam di Vorbano, alla messa di Brescia ha avuto parole durissime definendo i terroristi dei «criminali e dei falliti. Questa gente sporca la nostra religione». Abn al Gaffour, presidente del Coreis per l’Italia, ha detto che «quell’Allah u Akbar che pronunciano sempre, mi ricorda tanto il Gott Mit Uns dei nazisti.

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islam11 Ma non si uccide in nome di Dio». L’impressione però è che questa giornata della pace abbia avuto l’adesione dei vertici, ma non siamo così sicuri che la base fosse tutta così d’accordo. A Porta Palazzo, a Torino, la maggior parte si rifiutava di commentare e quelli che lo facevano ripetevano con ossessione che anche noi uccidiamo donne e bambini musulmani, «ma non vi ho mai sentito chiedere scusa». A Roma, un signore marocchino di 40 anni con la barba nera che dice di fare il macellaio, sostiene che «la maggior parte di noi non ci è andata. Voi dite che sono tanti 15mila? A me non sembra. Siamo molti di più». Dall’altra parte, don Michele Babuin, parroco nella Barriera di Milano del capoluogo piemontese, aveva dichiarato che lui «gli imam in Chiesa» non li vuole, «Chi mi garantisce che non siano dei terroristi?», affermando anche che «abbiamo un Dio diverso, checché se ne dica». Un altro prete ha scritto a Rete4 dicendo che non bisogna fidarsi, «se io fossi andato in una Moschea non mi avrebbero fatto entrare».

islam10E Magdi Allam afferma che «è inconcepibile questa partecipazione degli  imam alle nostre messe, recitando versetti del Corano all’interno delle Chiese». La verità forse è che come diceva Jonathan Swift «abbiamo religioni per farci odiare, ma non per farci amare l’un l’altro». Eppure, non possiamo nascondere che questa domenica abbia finito per regalarci anche una speranza, negli abbracci commoventi a Ventimiglia fra musulmani e cristiani, nelle promesse di Abdullah Cozzolino recitate dentro la Cappella del Tesoro di San Gennaro a Napoli, quando ha garantito che «adesso il nostro dialogo proseguirà in modo più intenso», in tutti i segni di pace scambiati nelle tante chiese, fino alle parole di Sami Salem che hanno chiuso la Messa a Trastevere: «Che la pace sia su di voi, come diciamo noi. Perché il nostro saluto è un patto di pace».

islam4 Poi è sceso dal pulpito e i fedeli sono andati ad abbracciarlo. Perché ieri le nostre religioni avevano bisogno di credere questo, che possiamo vivere in pace. È difficile vivere una religione. Forse aveva ragione Abramo Lincoln: «Ho imparato che quando faccio il bene, mi sento bene. E quando faccio il male, mi sento male. È questa la mia religione».

lettera di un musulmano ai fratelli musulmani

la mia lettera ai fratelli musulmani:

“denunciamo chi sceglie il terrore”

l’appello di Tahar Ben Jelloun. “Dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci contro Daesh”. “Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri”

di TAHAR BEN JELLOUNTahar Ben Jelloun

L’Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome “Islam” è contenuta la radice della parola “pace”. Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all’assassinio di innocenti. Un’aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.

Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un’altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.

Perciò dopo i massacri del 13 novembre a Parigi, la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che “questo non è l’Islam”. Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l’Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l’Islam – o piuttosto – se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l’Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l’Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l’inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l’Islam è in Europa.

Se l’Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all’immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.Tahar Ben Jelloun1

Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell’Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell’innocente sul volto dell’Islam.

Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.

Apparteniamo alla stessa nazione, ma non  per questo siamo “fratelli”. Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.

l’ecumenismo della vita al di là di tutte le barriere ideologiche

Punjab

musulmani finanziano la costruzione di una chiesa cattolica

Tonio Dell’Olio
Contadini musulmani che contribuiscono ad una raccolta fondi per la costruzione di una chiesa cattolica. È il grande gesto di generosità di cui sono protagonisti gli abitanti di Khalsabad, chak (villaggio in lingua urdu) del Punjab, situato vicino a Gojra. Lì le famiglie cristiane sono solo otto, e la cappella di fango che usavano come luogo di culto è stata distrutta dalle piogge monsoniche dell’ultimo anno. Costretti a pregare in casa, i cattolici hanno deciso di fondare una nuova chiesa e hanno chiesto aiuto alla cittadinanza

“Ho saputo di questo progetto in un incontro comunitario il mese scorso – afferma Dilawar Hussain, negoziante musulmano –. Anche una chiesa è una casa di Allah, la preghiera è ciò che conta. Noi veneriamo lo stesso Dio”. Hussain ha donato 10mila rupie (95 dollari) per la costruzione del nuovo luogo di culto, mentre un uomo d’affari locale ha deciso di devolvere 30mila rupie alla commissione del villaggio che si occupa dei lavori. Per ora sono stati eretti i muri esterni della struttura. “Questo è dialogo della vita”, afferma p. Aftab James Paul commentando le donazioni. Il sacerdote è assistente parroco della chiesa di San Fedele a Khushpur e Khalsabad è uno dei 56 villaggi a cui fa visite pastorali: “Un altro fedele musulmano ha donato 2mila rupie la domenica di Pasqua”, fa sapere. P. Paul, che per nove anni ha guidato la commissione della diocesi di Faisalabad per il dialogo interreligioso, afferma che non è la prima volta in cui i musulmani aiutano la costruzione di un luogo di culto cattolici. Nel 2005 fu finanziata una chiesa nel sotto distretto di Gojra Tehnsil. L’area, però, divenne famosa solo nel 2009 per un episodio negativo: a seguito di sospetti di blasfemia, 10 cristiani furono uccisi, almeno sette dei quali arsi vivi. Quattro chiese furono distrutte nell’attacco. “Abbiamo troppi pregiudizi – afferma il sacerdote – e lasciamo che le azioni di pochi facciano ricadere la colpa su tutti i fedeli dell’islam”.

fonte: Kamran Chaudhry in AsiaNews.it

due nascite celebrate nello stesso giorno a mettere in sintonia due grandi religioni

le nascite di Gesù e di Maometto dopo 457 anni celebrate nella stessa data…

e piccoli gesti segni di rispetto reciproco

Non accadeva da 457 anni che la celebrazione della nascita di Gesù coincidesse con quella del profeta Maometto. Quest’anno, infatti, il Mawlid al-Nabī verrà ricordato la sera del 24 dicembre nella totalità del mondo arabo. In precedenza, la coincidenza si era verificata nel 1558, mentre nel 1852 il Mawlid coincise con il 25 dicembre. A spiegarlo, in un articolo diffuso sul sito web della Conferenza episcopale francese e citato da L’Osservatore Romano, è padre Vincent Feroldi, direttore del Servizio nazionale per le relazioni con i musulmani.

 
La gioia comune di cristiani e musulmani
La notizia ha suscitato vasta eco in Francia e non solo: “Da giorni – spiega padre Feroldi – i media algerini e marocchini ne parlano. La trasmissione ‘Islam de France’ del 27 dicembre sarà dedicata a questo tema. Alcune diocesi, come quelle di Metz, Angers e Lille, si sono mobilitate attorno all’avvenimento. Cristiani e musulmani, in Belgio come in Maghreb, se ne rallegrano”.
 
Un segno di Dio in questi tempi difficili
“Comunità cristiane e musulmane — scrive ancora padre Feroldi — avranno il cuore in festa. Renderanno grazie a Dio, ciascuna nella propria tradizione, per questa buona novella che è la nascita di Gesù o di Maometto, nascite che saranno fonte di incontro tra uomini e donne credenti e Colui che è fonte di vita, fonte della vita”. “In tale unità di data rarissima – aggiunge padre Vincent – molti vogliono vedervi un segno di Dio, in questi tempi difficili in cui la pace annunciata dagli angeli, la notte di Natale, è maltrattata dalla follia degli uomini”.
 
Festeggiare ciò che unisce senza ignorare ciò che differenzia
Il messaggio lanciato, dunque, dal direttore dell’organismo episcopale è di “festeggiare ciò che ci unisce senza ignorare ciò che ci differenzia”, perché “non si tratta di incorrere in un banale sincretismo, comparando Gesù e Maometto”, ma “questa simultaneità di feste è una bellissima opportunità di incontro e di scambio”, perché “offre la possibilità di dirsi che siamo felici di stare insieme, credenti, in uno stesso atteggiamento spirituale e umano in cui, da una parte, ci rivolgiamo a Dio nella preghiera e, dall’altra, viviamo momenti di fratellanza e amicizia” in famiglia e con il prossimo.
 
Rispetto e riconoscimento reciproci tra le due religioni
L’invito dunque è ad “accoglierci vicendevolmente tra cristiani e musulmani, in questo periodo di Natale, esprimendo “il rispetto ed il riconoscimento reciproci delle due tradizioni religiose”, e dando così “un grande segnale del vivere insieme in quest’epoca in cui, in nome della religione e di Dio, alcuni predicano odio o commettono attentati”. Nel 2015 — conclude padre Feroldi — “Gesù il Salvatore è più che mai segno, grazia e misericordia per tutti gli uomini. È il principe della pace”
(Fonte: RADIO VATICANA)
 
 
… Kamel Layachi, il rappresentante delle comunità islamiche del Veneto, dice “il presepe non ci dà fastidio” e lo fa nelle ore in cui gira per il mondo la notizia dei musulmani che, in Kenya, salvano la vita ai cristiani quando al- Shaabab assalta il bus nel quale si trovavano gli uni e gli altri.
 
I musulmani del pullman in Africa hanno detto ai fanatici affiliati ad Al-Qaeda “ammazzateci tutti musulmani e cristiani, oppure lasciateli andare”. E prima, quando dentro l’autobus si erano accorti di ciò che stava per accadere, si erano scambiati i vestiti gli uni con gli altri per confondere i carnefici. Scambiarsi i vestiti per scambiarsi la pelle, per proteggersi la vita. “O tutti o nessuno”, hanno detto. Prima della professione in un credo religioso è una bella professione di fede nella vita, di quella vita che viene prima di ogni credo religioso. Infatti, a ben pensarci, cosa avevano in comune i salvatori musulamani con le vittime predestinate cristiane? La vita. Stessa patria, stesso pullman, stesso viaggio. Forse stesso luogo di lavoro, stessa guerra, stessa fatica di vivere. Stesso biglietto, stesso diritto di vivere. O tutti o nessuno. Musulmani che non si sentivano “altro” – diversi – rispetto ai cristiani. Bella professione di fede.
 
Tutto ciò che è profondamente umano non può offendere, turbare, né un cristiano né un musulmano. Non erge muri ma è profondo e fondo come le fondamenta di un ponte. Gettare le basi per costruire. Con piccoli gesti, piccoli come un tenace filo d’erba. Piccoli come una frase di auguri. Così dice il figlio di Layachi: “fare gli auguri è un gesto di rispetto”. E questo piccolo rispetto espresso in un piccolo augurio, si conquista la prima pagina della nostra coscienza.
 
 
Piccoli gesti…
 
La comunità musulmana di Taranto ha donato all’arcivescovo Filippo Santoro una statuetta di Gesù Bambino in segno di rispetto per il Natale. La consegna è avvenuta a margine dell’apertura della Porta Santa nella Basilica di San Martino a Martina Franca.
Hanno partecipato i richiedenti asilo dello Sprar di Martina Franca, insieme ad Hassen Chiha, esponente della comunità musulmana di Taranto e tra i fondatori dell’associazione Umat (Unione dei musulmani amici di Taranto). (fonte: ANSA)
 
Comunicato stampa dalla pagina fb del Centro Islamico Crema

sa di miracolo

Kenya

musulmani proteggono i cristiani dai terroristi

“Uccideteci tutti o andate via”

sventato assalto dei jihadisti di al-Shabab, nei pressi di El Wak, Nord del Kenya, vicino il confine con la Somalia. I miliziani avrebbero voluto fare strage, separando gli “infedeli” presenti su un bus dai musulmani. Questi ultimi però hanno fatto loro scudo a costo della vita

musulmani
di Biagio Chiariello

Kenya, musulmani proteggono i cristiani dai terroristi: “Uccideteci tutti o andate via”

Musulmani che, a costo della loro vita, difendono i cristiani dal gruppo estremista somalo Al Shabaab. Come scrive The Independent, ieri lunedì 21 dicembre, nei pressi del villaggio di El Wak, nei pressi di Mandera, nel nord del Kenya, il gruppo di musulmani ha rifiutato di obbedire agli ordini degli jihadisti che volevano far strage solo degli “infedeli” presenti su un autobus. L’obiettivo dei terroristi era separare i cristiani dai musulmani, per poi far fuoco sui primi. Una volta scesi dal mezzo, però, gli islamici hanno rifiutato di separarsi e di far così riconoscere i cristiani agli assalitori. “I miliziani – ha raccontato un testimone – hanno minacciato di sparare a tutti cristiani e musulmani. E in passato l’hanno già fatto. Ma infine hanno rinunciato. Andandosene hanno lanciato un sinistro avvertimento: torneremo!”. “La gente del posto ha mostrato un senso di patriottismo e di reciproca appartenenza, insistendo sul fatto che al-Shabab li uccidesse insieme o li lasciasse andare” ha detto il Governatore di Mandera, Ali Roba. Nel fuggire, tuttavia, i miliziani hanno sparato sul gruppo, uccidendo un passeggero e ferendone tre. Un’altra raffica di mitra è stata rivolta ad un camion che seguiva il bus, il conducente è rimasto ucciso.
Ad aprile 147 infedeli uccisi all’Università di Garissa

Non è il primo drammatico episodio che avviene nella zona. Il Kenya ha vissuto un’ondata di attacchi e di rappresaglie da parte di al-Shabab, gruppo legata ad al-Qaida, a seguito della decisione di inviare truppe in Somalia per combattere gli estremisti nel 2011. Più volte in passato gli estremisti hanno portato avanti la stessa tecnica di selezione delle vittime sulla base della religione, come è successo ad aprile quando al campus universitario di Garissa furono massacrati 147 studenti “infedeli”, in una carneficina che ha ricordato nei modi le brutali violenze compiute dai miliziani dello Stato islamico in Libia, Siria ed Iraq. Nel settembre del 2013, invece, gli stessi jihadisti si erano resi responsabili della strage al centro commerciale Westgate della capitale, con 67 morti.

 

i musulmani a Sassuolo costretti a pregare in strada

presente-passato-futuro

Cari vescovi, la moschea di Sassuolo riguarda anche noi. Lettera di una comunità cristiana

 

 

niente più moschea per i musulmani di Sassuolo. E così i cattolici del gruppo Camminare insieme scrivono al vescovo e ai parroci chiedendo anche a loro di attivarsi per tentare di trovare una soluzione

così L. Kocci ricostruisce la questione di una comunità che vede chiusa ora la Moschea e l’anno scorso il proprio centro culturale:

“Adista” n. 3, 25 gennaio 2014

Luca Kocci

La questione non è nuova. Già diversi anni fa venne chiuso dal Comune un locale che la comunità islamica utilizzava come moschea. Alla fine dello scorso anno, poi, è stato chiuso anche il secondo luogo di culto cittadino dei musulmani, il Centro culturale El Medina di via Cavour, per questioni relative all’agibilità degli spazi (anche se la faccenda è piuttosto controversa). Da allora la comunità islamica prega in strada. «Egregi concittadini di Sassuolo, è con grande rammarico che ci troviamo, nostro malgrado, a dovervi porgere le nostre più sentite scuse, per gli eventuali disagi che vi dovessimo involontariamente arrecare in questi giorni», hanno scritto i musulmani in una lettera aperta ai sassuolesi. «Cogliamo l’occasione per informarvi che il Centro ha sempre dato la sua completa disponibilità a valutare collocazioni diverse da quella attuale, con la sola condizione di poter mantenere la destinazione dell’immobile ad uso di luogo di culto, per la quale abbiamo già dovuto pagare una somma ingente. Purtroppo, questa disponibilità non è stata mai presa in considerazione dalla giunta comunale, che sembra mirare ad una chiusura totale del centro, piuttosto che ad una collocazione più adatta, ed eventualmente più distante da una zona densamente abitata. Speriamo – conclude la lettera – nella vostra comprensione, auspicando che la situazione si risolva nel più breve tempo possibile».

A solidarizzare con la comunità islamica è il gruppo di dialogo interreligioso Camminare insieme –composto da famiglie cattoliche e musulmane – che ha scritto una lettera indirizzata «ai vescovi di Modena e Reggio Emilia, ai sacerdoti e alle loro comunità cristiane». Chiediamo «che quello che sta avvenendo non sia seguìto da parte di tutti da un silenzio che riteniamo potrebbe diventare “assordante”, ma possa scuotere le coscienza di tanti. Noi tutti sappiamo quale valore possa, per una persona credente, religiosa, avere la possibilità di incontrasi con altri fratelli e sorelle nella fede, per lodare insieme Dio, per far festa, per vivere momenti di formazione e studio. È vero che è importante la lode e l’adorazione personale, è vero che consideriamo momento molto utile ed edificante il pregare in famiglia, ma conosciamo anche la bellezza e l’intensità del trovarsi in assemblea a pregare tra fratelli».

«Non vogliamo entrare nello specifico degli aspetti tecnici e delle questioni burocratiche», si legge nella lettera di Camminare insieme, «ma sentiamo il bisogno di alzare la voce e chiedere a tutti e in particolare a chi professa e cerca di vivere al meglio la propria fede in Cristo, un surplus di impegno affinché si trovi una soluzione a questo problema. Ci rivolgiamo a voi sacerdoti e alle vostre comunità, perché possiate contribuire, per quello che vi è possibile, con gli strumenti e le opportunità di cui disponete, affinché la numerosa comunità musulmana che vive nel nostro territorio, uomini e donne che incontriamo ogni giorno al lavoro, o a fianco dei nostri figli a scuola, o a far la spesa nei supermercati, o seduti sulle panchine nei parchi dei nostri paesi, possa superare questo momento di tristezza e di grande precarietà».

una catena umana miracolosa

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Musulmani uniti in una catena umana per proteggere i cristiani durante la messa

E’ accaduto domenica 6 ottobre a Lahore, in Pakistan.

Circa 300 persone musulmane si sono unite tra loro per formare una sorta di scudo umano per proteggere i cristiani che stavano partecipando alla messa domenicale.

Lo scorso 22 settembre vi è stato un attacco terroristico contro le minoranze religiose e ben 100 cristiani sono stati uccisi. La catena umana è stata ideata per rispondere a questi atti di violenza, purtroppo frequenti nel territorio.

Un Mufti, autorità religiosa musulmana, ha letto alcuni brani del Corano che trattavano di tolleranza e la pace e la lettura è stata applaudita dal sacerdote che stava celebrando la messa: entrambi si sono stretti la mano in segno di fratellanza.

Il coordinatore dell’associazione che ha promosso l’iniziativa, Pakistan for All, il musulmano Mohammad Jibran Nasir ha dichiarato:“I terroristi ci hanno fatto vedere cosa fanno la domenica e noi gli abbiamo mostrato cos’è per noi la domenica. Un giorno di unità”. Egli è riuscito a mobilitare il paese grazie agli appelli sui social media e ha reso la manifestazione pacifica mediante canti e balli.

[Fonte: www.vita.it]

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