papa Francesco contro i ‘preti zitelloni’

“se una congregazione perde i suoi averi, io dico: grazie Dio”

«La vita consacrata inizia a corrompersi dalla mancanza di povertà»
no ai preti «zitelloni» e carrieristi
«una peste»

papa Francesco incontra il clero di Bologna nella cattedrale di San Pietro

domenico agasso jr
inviato a bologna

«La vita consacrata inizia a corrompersi dalla mancanza di povertà». Papa Francesco lo afferma nella cattedrale bolognese di San Pietro, incontrando, in questa giornata di visita nel capoluogo dell’Emilia Romagna, sacerdoti, religiosi, seminaristi e diaconi locali. «Se una congregazione perde i suoi averi, io dico “Grazie Signore”».  

È presente anche monsignor Bettazzi, testimone storico del Concilio Vaticano II , vescovo emerito di Ivrea, bolognese di origini materne; a Bologna è stato ordinato prete ed è tornato a viverci in questi anni. Francesco e Bettazzi scherzano insieme per qualche istante prima del discorso papale. E l’arcivescovo di Bologna monsignor Matteo Maria Zuppi lo citerà nel suo saluto introduttivo a Francesco. Esordisce il Papa: «È una consolazione stare con quelli che portano avanti l’apostolato della Chiesa; i religiosi cercano di dare testimonianza di anti-mondanità».

Al Pontefice vengono poste due domande: una sulla fraternità tra sacerdoti, l’altra sulla «psicologia della sopravvivenza»; a entrambe risponde senza testi scritti, tranne qualche appunto che prende anche mentre parla lui stesso. Afferma il Papa: «A volte, scherzando tra religiosi diocesani e non, i religiosi dicono: “Io sono dell’ordine fondato dal santo tale…”; ma qual è il centro della spiritualità del presbitero? – si domanda il Papa – La diocesaneità». Essere presbiteri è «una esperienza di appartenenza, si appartiene a un corpo che è la diocesaneità». Questo «significa che tu», prete, religioso, «non sei un libero», non ci sono figure di «libero», come nel calcio. Invece «sei un uomo che appartiene a un corpo, che è la diocesaneità, il corpo presbiterale». Tutto ciò «lo dimentichiamo tante volte, diventando singoli, troppo soli, col pericolo di divenire infecondi o con qualche nervosismo, per non dire che si diventa nevrotici, un po’ zitelloni».

Un prete «solo che non ha rapporto con il corpo presbiterale, mah», dice con amarezza. Dunque è importante «far crescere il senso della diocesaneità, che ha anche una dimensione di sinodalità col vescovo». Il corpo diocesano «ha una forza speciale, deve andare avanti sempre con la trasparenza, la virtù della trasparenza, il coraggio di parlare, di dire tutto». E anche con «il coraggio della pazienza, di sopportare gli altri. È necessario».

Sul coraggio di parlare chiaro e sull’opposta comodità di non esporsi, racconta: «Mi ricordo quando ero studente di Filosofia, e un vecchio gesuita furbacchione mi diceva: “Se vuoi sopravvivere nella vita religiosa, pensa chiaro, ma parla oscuro”». Aneddoto che suscita un forte sorriso tra i presenti in Cattedrale. Francesco osserva come sia «triste quando un pastore non ha orizzonte del popolo di Dio, non sa che cosa fare»; ed è «molto triste quando le chiese rimangono chiuse, quando si vede una scheda nella porta: “Aperta da tale ora a tale ora”, per il resto del tempo non c’è nessuno, le confessioni solo per poche ore. Ma questo non è un ufficio, è il posto dove si viene a onorare il Signore, e se il fedele trova la porta la chiusa come può fare?». A volte «pensa alle chiese sulle strade popolose, che restano chiuse: qualche parroco ha fatto esperienza di aprirle, sempre con un confessore disponibile: e il confessore non finisce di confessare», talmente arriva gente, perché «sempre la porta è aperta», e la luce del confessionale resta sempre accesa.

Poi il Vescovo di Roma parla di «due vizi che ci sono dappertutto». Uno è «pensare il servizio presbiterale come carriera ecclesiastica». Francesco si riferisce agli «arrampicatori»: essi sono una «peste, non presbiterio. Gli “arrampicatori”, che sempre hanno le unghie sporche, perché sempre vogliono andare su. Un arrampicatore è capace di creare tante discordie in seno al corpo presbiterale: pensa alla carriera, “adesso mi danno questa parrocchia, poi me ne daranno una più grande”, e se il vescovo non gliene dà una abbastanza importante, si arrabbia: “A me tocca…” a te non tocca niente!», esclama. Poi aggiunge: «Gli arrampicatori fanno tanto male, perché sono in comunità ma pensano solo ad andare avanti loro».

L’altro vizio: «Il chiacchiericcio: “Si dice, hai visto”, e così la fama del fratello prete finisce sporcata, si rovina. “Grazie a Dio che non sono come quello”, questa è musica del chiacchiericcio». Il carrierismo e il chiacchiericcio sono due vizi del «clericalismo», afferma Francesco. Invece, un pastore è chiamato al «buon rapporto col popolo di Dio, a cui deve stare davanti per indicare il cammino»; deve stargli «in mezzo per aiutare» soprattutto «nelle opere di carità; dietro per guardare come va».

Credere nella «“psicologia della sopravvivenza” – prosegue – significa aspettare la carrozza funebre, che porta il nostro istituto» alla chiusura. Credere alla psicologia della sopravvivenza conduce «al cimitero». Si tratta di «pessimismo, e non è da uomini e donne di fede, non è atteggiamento evangelico, ma di sconfitta». E mentre magari «aspettiamo la carrozza, ci arrangiamo come possiamo, e prendiamo dei soldi per essere al sicuro. Questo porta a mancanza di povertà». La psicologia della sopravvivenza è «cercare la sicurezza nei soldi; si ragiona, si sente a volte: “Nel nostro istituto siamo vecchie e non ci sono vocazioni ma abbiamo dei beni per assicurarci la fine”, e questa è la strada più adatta per portarci alla morte». La sicurezza «nella vita consacrata non la dà l’abbondanza dei soldi, ma viene da un’altra parte», da Dio. Alcune congregazioni «che diminuiscono mentre i suoi beni crescono, con religiosi attaccati ai soldi come sicurezza: ecco la psicologia della sopravvivenz a».

Il problema «non è tanto la castità o l’obbedienza, ma nella povertà. La vita consacrata inizia a corrompersi dalla mancanza di povertà». Sant’Ignazio di Loyola «chiamava la povertà madre e muro nella vita religiosa: madre che genera e muro che difende dalla mondanità». Senza questo atteggiamento volto alla povertà e al disinteresse, non si «scommette nella speranza divina». I soldi «sono la rovina della vita consacrata». Ma Dio è buono, «perché quando una congregazione inizia a incassare, manda un economo che distrugge tutto». Rivela il Papa, sorridendo: «Quando sento che una congregazione perde i suoi averi, io dico “Grazie Signore».

Il Papa esorta ad «un esame di coscienza sulla povertà, sia personale che dell’istituto». Sulla mancanza di vocazioni, bisogna «chiedere al Signore: “Che cosa succede nel mio istituto? Perché manca quella fecondità? Perché i giovani non sentono entusiasmo per il carisma del mio istituto? Perché ha perso la capacità di chiamare?». Per Francesco, il «cuore» del problema è «la povertà». Di qui un incoraggiamento: «La vita consacrata è uno schiaffo alla mondanità spirituale. Andate avanti».

le destre europee populiste d’accordo contro papa Francesco

Francesco

il papa dei migranti nel mirino delle destre populiste

Francesco Peloso

Orbán, Salvini e Le Pen contro Bergoglio, il pontefice extra-europeo e figlio di espatriati che pone i profughi al centro del mondo contemporaneo

analisi dello scontro di civiltà dentro il cattolicesimo

papa Francesco «l’amico dei migranti» sta diventando il principale avversario politico e culturale delle destre populiste europee. Si tratta di volta in volta di esponenti del Front national francese o della Lega Nord, dei partiti nazionalisti e xenofobi ungheresi o tedeschi. Poi c’è chi, come il premier dell’Ungheria Viktor Orbán, pur evitando di scontrarsi apertamente con il pontefice – anzi, l’ha brevemente incontrato nell’agosto 2016 in Vaticano -, ha messo però in atto quella politica di fili spinati e muri al centro delle critiche mosse dalla Chiesa.

ATTACCHI CRESCIUTI DI INTENSITÀ

Così gli attacchi contro la  Santa sede, i vescovi e le associazioni cattoliche sono cresciuti di intensità. Diverse le ragioni: l’allarme per gli attentati terroristici spesso messi in relazione al fenomeno migratorio nel dibattito pubblico, l’avvicinarsi di importanti scadenze elettorali in Europa (e probabilmente pure in Italia) in cui il tema migratorio ha il suo peso reale, il perdurare di una crisi economica e sociale in Europa che facilmente viene scaricata sullo ‘straniero’, la cronicità dei flussi di migranti e profughi, non ancora drammatica numericamente in senso assoluto, ma di certo resa più visibile e sconvolgente dal dilagare dei conflitti e delle crisi umanitarie in Medio Oriente e in Africa (anche se molti profughi in Italia, per esempio, arrivano anche da Paesi come l’Afghanistan).

I MIGRANTI AL CENTRO DEL MONDO

In questo contesto si inserisce il magistero di Bergoglio, che pone la questione migratoria come spartiacque dell’epoca. Il papa capovolge l’assunto leghista-lepenista dell’invasione e ne fa la base di un rinnovato cattolicesimo – appunto universale – che guarda al popolo dei profughi e dei migranti come al cuore del mondo contemporaneo in cui dovrà vivere l’annuncio cristiano.

Papa Lavanda Piedi

Il papa durante la lavanda dei piedi del 2016

Le affermazioni del pontefice, un po’ alla volta, sono diventate pure le parole delle chiese locali, di una buona parte dei vescovi, dalla Francia all’Italia, il che mette in allarme la leadership dei movimenti politici oggi più attivi sulla scena europea. Di certo la difesa dei migranti da parte della Chiesa non è una novità, ma con Bergoglio è in corso un salto di qualità, ed è qui che emerge lo scarto compiuto dalla Chiesa di Roma nel conclave del 2013 con un capovolgimento di priorità che ha molto da insegnare alla politica.

CRITICHE PER LA LAVANDA DEI PIEDI

Francesco l’argentino, proveniente dall’emisfero Sud del mondo, il figlio di emigranti italiani tornato a Roma da papa, illumina l’umanità “degli scartati”, ne afferma la centralità e anche la priorità cristiana in ambito umanitario e politico. Per questo Matteo Salvini contestò al papa addirittura la cerimonia della lavanda dei piedi del 2016, celebrata nel centro d’accoglienza di Castelnuovo di Porto, vicino a Roma. «Francesco sceglie i clandestini», è stata la rovente accusa; un riconoscimento, probabilmente, per il papa.

Marine Le Pen

Marine Le Pen, leader del Front national francese

Di recente diversi esponenti del Front national hanno attaccato Bergoglio. «La Chiesa cattolica è disconnessa dalla realtà, in nome dell’accoglienza verso gli altri respinge noi. Oggi è rappresentata da vescovi politici, che sono avversari della fede», ha detto Gilbert Collard, intellettuale e parlamentare lepenista, mentre i vertici del partito accusano l’episcopato di fare politica e di volersi sostituire ai partiti. Salvini, nel settembre 2016, ha rimproverato al Santo padre di aver riempito la Chiesa di imam e ha aggiunto: «Benedetto XVI è il mio papa». E tuttavia le parole di Ratzinger sull’immigrazione erano altrettanto chiare di quelle di Francesco.

ACCUSE PER IL DOPO ROUEN

Fra le cose che però non sono piaciute ai partiti populisti c’è stata la reazione della Santa sede all’assassinio del prete Jacques Hamel, vicino Rouen, nel luglio 2016. «Il fondamentalismo islamico ha colpito in Chiesa», è stato il grido di protesta. Ma appunto padre Hamel era davvero un martire scomodo: amico delle comunità musulmane e uomo del dialogo, e per questo ricordato anche e in modo clamoroso, pubblico, dai musulmani di Francia; fece scalpore la loro partecipazione massiccia ai funerali nella cattedrale di Rouen (con gli imam in Chiesa), un rifiuto senza precedenti dell’estremismo.

Se uno si dice cristiano

e poi caccia il rifugiato, l’affamato,

l’assetato, chi ha bisogno,

allora è un ipocrita

Papa Francesco 

                                                       

Di certo se la partita della religione-identità o dell’ideologia politica, della fede come collante nazionale, si gioca su vari fronti e su diverse sponde del Mediterraneo, la Chiesa di Roma – da quando Giovanni Paolo II diede vita al primo incontro interreligioso di Assisi nel 1986 – a questa opzione si è sempre opposta. E ancor di più si intensifica un simile percorso con papa Francesco. La radicalità del Vangelo è la linea che segue il pontefice, e lungo questo crinale incontra non pochi avversari che però hanno il limite di voler credere più nell’istituzione che nella Rivelazione.

CRISTIANI IN CONTRADDIZIONE

A costoro il papa, nell’ottobre del 2016, ha risposto in modo netto: «Se uno si dice cristiano e poi caccia il rifugiato, l’affamato, l’assetato, chi ha bisogno, allora è un ipocrita. C’è una contraddizione in quelli che vogliono difendere il cristianesimo in Occidente e poi sono contro i rifugiati e le altre religioni». Le distanze non potrebbero essere più grandi.

Papa Migranti

Papa Francesco visita i migranti dell’isola di Lesbo, in Grecia

Il conflitto è dunque evidente, e destinato ad alimentare sia una polemica fatta di slogan e accuse tutto sommato superficiali sia una più reale discussione su temi chiave: società cosmopolite, diritti e doveri, identità e nazionalismi. A questa miscela già così densa Francesco aggiunge un altro elemento: la sottolineatura delle ragioni sociali e politiche dell’immigrazione. Il papa del Sud del mondo chiede infatti alla comunità internazionale di guardare alle guerre, alle sofferenze delle popolazioni, ai barconi affondati più che ai respingimenti. O meglio di mettere mano alle cause per rimuovere gli effetti e quindi le conseguenze in ‘casa nostra’.

COL CUORE NELLE “MANGIATOIE DI DIGNITÀ”

Per questo le sue parole, come quelle pronunciate in occasione della messa di Natale, risultano così urticanti: «Lasciamoci interpellare dal Bambino nella mangiatoia», ha scandito Francesco, «ma lasciamoci interpellare anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti».

IN ATTESA DI UNA RIFORMA DELLA CHIESA

Di certo l’insieme di problemi posti dal papa non solo rientra in una più generale riforma della Chiesa, o meglio di rimessa in moto del Concilio Vaticano II, ma tocca ferite aperte del mondo contemporaneo, intervenendo nel dibattito pubblico di questo periodo e dei prossimi anni.

l’incontro storico di papa Francesco coi luterani in Svezia a 500 anni dalle ‘tesi’ diLutero

il papa dai luterani in Svezia


Riccardo Maccioni

piccola guida al viaggio «ecumenico» di Francesco, in programma il 31 ottobre e il 1° novembre

cosa significa? È davvero una visita storica?

una riflessione di E. Bianchi

Ritratto di Martin Lutero di Lucas Cranach (1529)

ritratto di Martin Lutero di Lucas Cranach (1529)

Perché il Papa va in Svezia?
La visita di Francesco nel Paese scandinavo sarà molto breve, un giorno e mezzo appena. Toccherà due località, peraltro molto vicine l’una all’altra, cioè Lund e Malmö. A Lund in particolare il Papa parteciperà a una commemorazione “ecumenica” congiunta per l’avvio delle celebrazioni per il 500° anniversario, che cadrà nel 2017, della Riforma di Lutero. La principale ragione del suo viaggio è proprio questa.il papa

Perché la data del 31 ottobre?
Il 31 ottobre è un giorno che simbolicamente ogni anno richiama la nascita della Riforma, l’avvio dello strappo di Lutero. Si ricorda infatti il 31 ottobre 1517 quando il monaco agostiniano affisse le famose 95 Tesi sul portale della chiesa del castello di Wittenberg, in Germania. In realtà non è certo che i fatti siano andati esattamente così. Molti storici ritengono infatti che Lutero abbia mandato le sue Tesi al vescovo locale e che la sua pubblicazione fosse stata pensata per avviare una discussione.

Leggi il PROGRAMMA del viaggio

Cosa voleva Lutero?
Alla base della sua decisione c’era la critica verso una Curia Romana ritenuta corrotta e troppo legata ai beni materiali. L’occasione dello strappo, il “casus belli” si potrebbe dire, fu il cosiddetto “commercio” delle indulgenze. Ai fedeli veniva infatti assicurato che, grazie a una donazione in denaro o in un’opera religiosa, si potesse ottenere la remissione parziale o totale delle “pene temporali” per i peccati «già rimessi quanto alla colpa», vale a dire confessati. Lutero vedeva in questo un mercanteggiamento della grazia di Dio, la diffusione dell’idea che fosse possibile “comprarsi la salvezza”, e per dir di più a buon mercato.

La Riforma è nata in Germania, perché il Papa va a Lund?
Perché la Federazione luterana mondiale, che riunisce la maggior parte delle Chiese luterane, quelle che si ispirano direttamente a Lutero, fu fondata settant’anni fa proprio a Lund. La “scelta svedese” vuol essere anche il segno, il riconoscimento che la ricerca di unità tra le diverse confessioni cristiane non è legata solo a un passato da riconciliare ma guarda avanti. La scelta di Lund dimostra che la Chiesa luterana non esiste solo in Germania ma è una realtà globale.

Il Papa in Svezia vedrà anche i cattolici?
Certamente, e non potrebbe essere altrimenti. L’attenzione alla piccola comunità cattolica locale sarà un elemento costante della visita in terra scandinava. In particolare, Francesco, che è il secondo Papa a visitare la Svezia dopo Giovanni Paolo II nel 1989, il 1° novembre celebrerà la Messa nello Swedbank Stadion di Malmö.

La scelta del Papa di andare in Svezia è un evento isolato?
Molti, luterani e non solo, hanno visto nella decisione di Francesco un gesto profetico. Tuttavia pur essendo estremamente coraggioso e significativo, questo viaggio non sarebbe stato possibile, senza un lungo cammino di riavvicinamento tra cattolici e luterani. Un itinerario di riconciliazione che ha avuto il suo momento centrale nella firma, era il 1999, della Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione. È datato invece 2013 il documento, anche questo preparato insieme, “Dal conflitto alla comunione”. Durante la celebrazione ecumenica svedese inoltre, i partecipanti seguiranno la “Common prayer” (“Preghiera comune”), una guida liturgica cattolico-luterana di recente pubblicazione.

Il viaggio del Papa è definito ecumenico. Cosa significa?
Con il termine ecumenismo, da cui “ecumenico”, si intenda la ricerca di unità tra chi, pur professando la comune fede in Cristo, appartiene a confessioni e Chiese differenti. Diversità che in alcuni casi significano posizioni dottrinali anche molto distanti tra loro. Comunemente si data l’avvio dell’impegno ecumenico, e fu in ambito protestante, all’inizio del XX secolo, nel 1910. La Chiesa cattolica ha fatto il suo ingresso ufficiale nel movimento ecumenico con il Concilio Vaticano II. In particolare il decreto sull’ecumenismo, l’Unitatis redintegratio, è del 1964.

il viaggio di Francesco e la cultura dell’incontro

di Enzo BianchiBianchi

Cinque secoli sono passati da quel giorno in cui un monaco agostiniano affisse sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg il suo “manifesto” che chiedeva una riforma della vita e della dottrina allora dominante nella chiesa cattolica. Iniziava in quel giorno una “protesta” che aveva come fine il ritorno al vangelo: Martin Lutero — un uomo “morsicato” da Dio e assetato di una salvezza misericordiosa — scoperto che l’amore di Dio non deve mai essere meritato, diventò la voce possente, tesa a ridare il primato alla Scrittura, alla grazia-amore gratuito di Dio e a Cristo, Signore della sua chiesa.

Il bisogno di una riforma della vita della chiesa romana era da decenni avvertito con dolore e manifestato anche da alti rappresentanti della curia romana — quali i cardinali Chieregati, Pole e Contarini — oltre che da molti umanisti come Erasmo e altri testimoni presenti nelle diverse aree europee, tuttavia avevano sempre prevalso una sordità e una mancanza di volontà nel mutare atteggiamenti e costumi, soprattutto nella vita dei prelati e del clero. E così, a poco a poco, accadde l’irreparabile: lo scisma della cristianità occidentale tra cattolici e protestanti, il dramma più lacerante nella storia della cristianità occidentale perché ben presto la chiesa cattolica si vide privata di molte membra nel Nord Europa. Lutero non prevedeva né voleva quella frattura, ma la sordità di Roma e soprattutto gli interessi della politica dei regnanti portarono in modo accelerato all’elaborazione di due vie cristiane diverse, non nella confessione battesimale trinitaria di Cristo Signore, ma nella forma della chiesa. Sono passati cinque secoli e non possiamo tacere la tragedia, fatta non solo di scomuniche reciproche, ma anche di guerre, di roghi e di torture che manifestarono come quelle chiese, pur di difendere la propria verità, facessero ricorso a mezzi in contraddizione radicale con quel vangelo che ciascuna di esse professava di voler difendere e conservare puro. Cinque secoli di cammino percorso gli uni senza gli altri, con sviluppi teologici e anche violenze concrete gli uni contro gli altri, con concorrenza missionaria e permanente ostilità, sicché il cristianesimo in Occidente appare da allora irrimediabilmente lacerato. Solo all’inizio del secolo scorso, a motivo degli ostacoli incontrati nella missione delle chiese nei Paesi coloniali, dovuti alla divisione, si è cominciato a percepirne lo scandalo. Da allora si è intrapreso un lungo cammino, accelerato per i cattolici dal concilio Vaticano II. E oggi, a che punto siamo nei rapporti tra i cattolici e i “protestanti”, cioè i cristiani nati dalla riforma e distinti in chiese e comunità ecclesiali? Va riconosciuto che papa Francesco, proprio nei confronti dei protestanti, ha segnato un atteggiamento nuovo anche rispetto alle proprie posizioni del passato, un atteggiamento peraltro non condiviso da una parte dei cattolici stessi. Non a caso la sua partecipazione alla “commemorazione” della riforma ha posto e pone dei problemi. Se infatti la celebrazione era prevista da anni nel mondo protestante ed è stata preparata anche da un documento redatto da una commissione teologica bilaterale cattolico-luterana che invita a passare “Dal conflitto alla comunione”, ci si è tuttavia interrogati fino allo scorso anno sulla possibilità e l’opportunità che anche la chiesa cattolica partecipasse a tale evento. È infatti pensiero consolidato nel mondo cattolico che i protestanti hanno abbandonato la chiesa cattolica per altre vie e che, di conseguenza, non hanno conservato la tradizione della chiesa universale. Si può festeggiare insieme un evento che è stato inimicizia tra fratelli, rottura, divisione, contraddizione alla volontà dell’unico Signore? Ma papa Francesco, con la sua capacità di porre gesti profetici, ha manifestato la volontà di prendere parte oggi alla memoria celebrata a Lund in Svezia dove cinquant’anni fa iniziarono i dialoghi di riconciliazione tra chiesa luterana e chiesa cattolica. Alla sua audacia ha risposto l’altrettanto sofferta e coraggiosa decisione della Federazione luterana mondiale di accogliere l’inattesa richiesta e invitare formalmente il papa. E così l’apparentemente impossibile, con papa Francesco è diventato possibile: cattolici e protestanti possono stare insieme davanti al Signore, confessare la fede nella sua qualità di Risorto vivente e salvatore del mondo, ringraziarlo perché ha
dato oggi ai suoi discepoli di comprendere insieme che il vangelo ha il primato nella vita di ogni cristiano e che la chiesa abbisogna sempre di essere riformata per essere il corpo di Cristo nella storia. Le divisioni per ora permangono e paiono lontane dalla ricomposizione, anche perché nel frattempo cattolici e protestanti hanno elaborato aspettative e forme diverse dell’unità ricercata. Se molti protestanti pensano alla comunione tra le chiese come diversità che si accettano reciprocamente, la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa conservano dell’unità il concetto tradizionale: unità non solo nel battesimo, ma anche nella fede e nella celebrazione eucaristica, unità sinfonica plurale sì, ma compaginata dai vescovi successori degli apostoli e presieduta nella carità dal vescovo di Roma, successore di Pietro. Oggi siamo tutti convinti che l’elemento decisivo resta il battesimo, la vita di fede conforme al vangelo: e questo lo possiamo affermare insieme. Le diffidenze reciproche ancora esistono e sono sovente alimentate ed espresse soprattutto dove e quando si accende un conflitto di etiche. Per molti aspetti, infatti, il fossato tra cattolici e protestanti si è fatto più profondo in questi anni, proprio sui temi della morale sessuale. Ma nell’approfondimento della fede ci sono stati passi significativi di profonda convergenza su alcune verità, come la giustificazione attraverso la fede, cioè il riconoscimento che Dio rende giusto il peccatore gratuitamente, per l’abbondanza del suo amore che non va mai meritato. Questo, unitamente alla forza dirompente dell’“ecumenismo del sangue”, cioè la testimonianza offerta dai martiri di ogni chiesa, ha reso possibile ciò che fino a pochi decenni fa pareva utopia: il volto di Dio testimoniato insieme dai cristiani risplende di luce evangelica, meno deformato dalle antiche rivalità tra confessioni contrapposte. In ogni caso papa Francesco pratica testardamente la cultura dell’incontro, del dialogo, della vicinanza concreta all’altro e li rinnova ogni giorno in questo mondo sempre più segnato da scontri, distanze, innalzamenti di muri, esclusione del diverso.

il veleno nella minestra, o qualcosa di simile, per papa Francesco

L’ATTACCO AL PAPA 
Attento, Francesco: i lupi ora ti mostrano i denti

ALL’OPERA UN BRANCO MODERNO DI INTERESSI TERRENI

LA STAMPA DI DESTRA E QUELLA INTERVISTA DI PADRE GEORG

di Antonio PadellaroPadellaro

Non siamo certo noi che dobbiamo dire a Papa Francesco che è circondato dai lupi. Lo sa perfettamente. Ma oggi quei lupi gli mostrano i denti pronti ad azzannarlo. Per esempio, c’è il titolo (sottolineato in rosso) di un giornale, Il Foglio, che almeno non si nasconde e scrive ciò che i lupi vanno predicando: “Un Papa immobile di fronte al jihad”.
Un Pastore che non muove un dito per difendere i propri fedeli, che resta “immobile” davanti al vecchio parroco sgozzato dalla furia islamista: cosa c’è di più vile? Francesco lo sa meglio di chiunque altro: la vulgata della sottomissione progressiva dei cristiani alla legge coranica, delle chiese soppiantate dalle moschee, del genocidio che arriva in Europa salutato dall’ossequio delle vittime ai carnefici rientra nell’offensiva del partito della sovversione in Vaticano. L’uso mediatico, cioè, del terrorismo jihadista per delegittimare definitivamente il Pontefice che si vorrebbe rispedire alla fine del mondo.
Quando fu eletto forse i lupi pensarono a un Papa Luciani meno cagionevole ma comunque Francesco li fregò alla grande facendosi servire i pasti a Santa Marta onde minimizzare i rischi. Dopo un po’, si sa, questo suo pauperismo neppure tanto ostentato cominciò a stare sulla scatole ai cardinaloni in limousine e Rolex d’oro al polso (beccati) cosicché leggemmo critiche neppure tanto velate a uno stile dimesso che mortificava l’immagine della Chiesa trionfante e quindi la Chiesa stessa.

caduta

Un Papa che gira a bordo di una Fiesta e che si reca come uno qualsiasi dall’ottico di piazza del Popolo a cambiarsi gli occhiali rattoppati: ma chi si crede di essere? Che la cosa sia naturalmente molto più seria, bene ce lo spiega padre Georg Gänswein, segretario del Papa Emerito Benedetto XVI, in un’intervista di pochi giorni fa accolta stranamente senza particolare clamore. Una demolizione di Francesco, dottrinaria e non solo, fatta con il guanto di velluto. “La mia impressione”, dice a un certo punto Georg, “è che Francesco goda di grande simpatia come uomo più di tutti gli altri leader del mondo. Ma riguardo alla vita e alla identità della fede questa sua simpatia non sembra avere grande influenza. I dati statistici, se non mentono, mi danno purtroppo ragione”. Le presenze alle messe “non sono purtroppo aumentate”, così come “le vocazioni e il ritorno alla Chiesa di chi “ha abbandonato” non è in crescita. Insomma, un “effetto Francesco” solo mediatico e non reale.padre Georg
Tutto fa brodo per raccontare di un Papa incamminato verso un rapido declino e se, come accaduto ieri, egli inciampa sulle scale del palco nel santuario di Czestochowa, questo sarà certamente il segno che neppure più si regge sulle gambe. Così quando il Pontefice afferma che non esiste una guerra di religioni ma ribadisce la sua storica definizione di una “Terza guerra mondiale a pezzi” e denuncia i veri interessi di chi getta benzina sul fuoco (finanza, controllo delle risorse naturali, sopraffazione, commercio delle armi), che tutto sono tranne che motivazioni religiose, subito scatta la ritorsione di quegli stessi interessi molto ma molto terreni. E dunque si descrive un Papa codardo di fronte al calvario dei cristiani perseguitati.
I lupi si adeguano. Non serve più il veleno nella minestra, basta e avanza il veleno delle parole.
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il forte gesto di papa Francesco a Lesbo

papa Francesco a Lesbo

«Siamo tutti migranti»

di Mariano Giustino
in “il manifesto” del 17 aprile 2016

papa lesbo 2

Forte il gesto di Papa Francesco che alla fine della toccante visita a Lesbo ha voluto portare con sé, in aereo, 12 rifugiati bloccati in un campo dalla cinica indifferenza di un’Unione europea che non ha ancora saputo dare risposte adeguate dinanzi alla tragedia di persone in fuga.

Bergoglio è giunto su quell’isola greca, che come Lampedusa è diventata simbolo della fuga di centinaia di migliaia di disperati dall’orrore della guerra, per dire loro di non perdere la speranza e che non sono soli; e ha compiuto un gesto che rimarrà scolpito sulla coscienza di quei governi che si illudono di poter affrontare l’emergenza alzando muri e barriere di filo spinato. Francesco, che così era invocato dai rifugiati del campo di accoglienza di Moria, è tornato in Vaticano con tre famiglie siriane, musulmane, e i loro sei figli. Dodici rifugiati, scelti tra chi era già presente nel campo profughi a Lesbo prima della firma del recente accordo sui rinvii tra Ue e Turchia, entrato in vigore il 20 marzo scorso. Il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha detto che il papa ha voluto fare un gesto di accoglienza e di solidarietà a favore dei rifugiati e che l’iniziativa era stata organizzata e resa possibile durante un vertice tra Segreteria di Stato vaticana, le autorità greche e quelle italiane. Due delle tre famiglie provengono da Damasco e la terza da Deir Ezzor, un’area controllata dal cosiddetto Stato islamico. Le loro case sono state distrutte dai bombardamenti. Sant’Egidio fornirà un iniziale ricovero, il Vaticano sosterrà il costo degli alloggi e si prenderà cura di loro.papa Lesbo

Il momento più intenso

Il momento più intenso della visita del papa si è verificato la mattina, al campo di identificazione e di espulsione di Moria. Il pontefice ha toccato con mano, come ama fare lui, la sofferenza delle oltre 3000 persone che secondo l’ultimo report dell’Unhcr vi sono recluse. Il suo è stato un incontro denso di commozione con i rifugiati inginocchiati ai suoi piedi; alcuni piangevano, mostrando tutta la loro disperazione. Un’immagine forte, drammatica, un monito severo per un’Unione europea che ha smarrito i suoi valori e la sua funzione. Bergoglio è apparso molto commosso, così come il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, e l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Ieronymos, che lo accompagnavano in questa visita. Un altro segnale lanciato al mondo: quello dei leader cristiani unitisi tra i rifugiati per condividerne le sofferenze. Cattolici e ortodossi insieme non per discutere di questioni ideologiche, ma per un impegno umanitario verso coloro che soffrono. Più di un milione di rifugiati ha attraversato l’anno scorso il breve tratto di Egeo che divide la costa turca da quella dell’Unione europea, e circa la metà di essi è approdata sull’isola di Lesbo, per poi dirigersi verso i paesi del nord Europa Le spiagge sono ancora disseminate di giubbotti di salvataggio di colore arancione.

Una struttura al collasso

Sull’isola attualmente sono presenti settemila profughi. Il flusso si è interrotto all’inizio di quest’anno dopo che Austria e Paesi balcanici hanno imposto severi controlli alle loro frontiere per poi sbarrare il passaggio, lasciando circa 50 mila persone bloccate in condizioni disumane in Grecia. Il campo di Moria, come denunciano varie ong, è una struttura al collasso. Prima dell’accordo tra Ankara e Bruxelles sul rinvio dei rifugiati in Turchia che sarebbero giunti sulle  isole greche a partire dal 20 marzo scorso, questo campo era un centro di identificazione per migranti che poi venivano trasferiti in nave ad Atene, e da qui proseguivano nel loro viaggio in Europa. Ora è un vero e proprio centro di detenzione, con doppio muro di cinta sormontato da filo spinato e torrette di guardia armate.papa Lesbo1

Detenuti in modo arbitrario

L’accesso ai media è interdetto e i numerosi volontari presenti sull’isola sono testimoni dell’impatto devastante che l’accordo Ue-Turchia sta avendo su uomini, donne e bambini che versano in condizioni di grande vulnerabilità; detenuti, secondo loro, in modo arbitrario. In condizioni agghiaccianti, secondo le organizzazione umanitarie, un struttura sovraffollata in cui sono carenti i servizi essenziali. I migranti sono privi di notizie, sul loro destino, disperati e angosciati circa il futuro che li attende.

Il sole che piange

Duecentocinquanta rifugiati hanno accolto Papa Francesco in un grosso tendone, nel piazzale all’interno della struttura. Vi erano anche 150 giovani profughi tra gli 8 e i 16 anni di età. A ognuno Francesco ha stretto la mano e rivolto qualche parola; dinanzi alle donne con il velo islamico si è inchinato in segno di rispetto. Un bambino gli ha offerto in dono alcuni disegni, che lui ha detto di volere mettere sulla sua scrivania. Raffiguravano un sole che piange e un bambino che annega. Il papa ha descritto la sua visita a Lesbo come un evento segnato da grande tristezza. Ai 50 giornalisti e operatori dei media che lo accompagnavano durante il volo diretto a Lesbo ha sottolineato che in generale durante le visite apostoliche vi è la «gioia dell’incontro», ma che questa visita è diversa dalle altre: «Siamo qui per incontrare la peggiore catastrofe umanitaria che si è verificata dopo la seconda guerra mondiale – ha detto -. Vedremo molte persone che soffrono, che non sanno dove andare, che sono in fuga». E infine: «Sarà una visita ad un cimitero: il mare». Al porto di Mitylini, nel pomeriggio, Bergoglio ha voluto ringraziare gli abitanti di Lesbo per la loro preziosa opera di soccorso e assistenza ai rifugiati, «vittime di viaggi disumani e sottoposti alle angherie di spietati aguzzini». E ha salutato i volontari accorsi da tutto il mondo per sopperire alla politica dell’indifferenza. «Siamo tutti migranti – ha aggiunto il Papa -, migranti verso la speranza, con amore», e «l’accoglienza è un dovere dell’essere umano». Con una chiara allusione a quanto di irresponsabile vi è nel recente accordo tra Turchia e Ue, Francesco ha ammonito che «non bisogna inseguire le emergenze» ma «bisogna costruire la pace e impedire che il cancro della guerra possa espandersi». «La tragedia umanitaria che si sta consumando davanti ai nostri occhi – ha aggiunto – in parte l’abbiamo prodotta noi con l’indifferenza e con le guerre che ai nostri confini abbiamo concorso a fare esplodere col traffico degli armamenti».

Uniamo le nostre voci

E nella dichiarazione congiunta, rilasciata lasciando il campo di Moria con il patriarca Bartolomeo e con l’arcivescovo Ieronymos, emerge un grande appello alle istituzioni europee e al mondo: «Insieme imploriamo solennemente la fine della guerra e della violenza in Medio Oriente, una pace giusta e duratura e un ritorno onorevole per coloro che sono stati costretti ad abbandonare le loro case. Chiediamo alle comunità religiose di aumentare gli sforzi per accogliere, assistere e proteggere i rifugiati di tutte le fedi e affinché i servizi di soccorso, religiosi e civili, operino per coordinare le loro iniziative. Esortiamo tutti i Paesi, finché perdura la situazione di precarietà, a estendere l’asilo temporaneo, a concedere lo status di rifugiato a quanti ne sono idonei, ad ampliare gli sforzi per portare soccorso e ad adoperarsi insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà per una fine sollecita dei conflitti in corso. (…) Siamo venuti per richiamare l’attenzione del mondo su questa grave crisi umanitaria, per implorarne la risoluzione. Come uomini di fede desideriamo unire le nostre voci».

L’orgoglio di Tsipras

Il primo ministro greco Alexis Tsipras al termine dell’incontro privato avuto in mattinata col papa ha parlato di una Lesbo che porta «il peso dell’Europa sulle sue spalle. Sono orgoglioso di questa visita, soprattutto mentre i nostri partner, anche in nome di un’Europa cristiana, alzano muri e filo spinato per impedire a persone disarmate di trovare una vita migliore. Per questo la visita del pontefice è storica e importante».